Archivio | luglio, 2016
29 Lug

 

stelle-cadenti

 

Collegamento con il cielo la notte di san Lorenzo

 

Voce dall’alto: – Vi invitiamo a esprimere i vostri desideri, nei limiti del possibile cercheremo di accontentare tutti.

Bambino siriano: – Vorrei una bicicletta per fuggire lontano.

Donna irachena: – Vorrei che mio figlio e mio marito tornassero a casa.

Ragazzo libico: – Vorrei arrivare in Italia senza annegare.

Bambina indiana: – Vorrei diventare grande senza essere prima stuprata.

Donna che ha lasciato il marito: – Vorrei continuare a vivere.

Perseguitato politico: – Vorrei volare e migrare come un uccello.

Altri…

(Mentre questi desideri vengono espressi, cadono le stelle)

Coro: – Che bello! Ogni anno questo prodigio si ripete, anche se non si avvera quasi niente, anche se non si avvera quasi niente)

Voce dall’alto: – Infelici! Ciechi! Sordi! Quando smetterete di uccidervi a vicenda? Avete la felicità in tasca e non lo sapete! Avete il pane che non mangiate e lo buttate! Avete un’anima e una mente, sappiate una buona volta convivere  fra-ter-na-men-te!

Fine del collegamento (le stelle smettono di cadere).

 

(C) by Paolo Statuti

Zbigniew Herbert (1924-1998)

24 Lug

 

Vorrei descrivere

Vorrei descrivere la più semplice emozione

la gioia o la tristezza

ma non come fanno gli altri

cercando un raggio di pioggia o di sole

 

vorrei  descrivere la luce

che nasce in me

ma so che essa non somiglia

a nessuna stella

perché non è così luminosa

né così limpida

e incerta

 

vorrei descrivere il coraggio

senza tirarmi dietro un leone impolverato

e anche l’inquietudine

senza urtare un bicchiere d’acqua

 

in altre parole

darò tutte le metafore

per una sola espressione

estratta dal petto come costola

per una sola parola

che rimanga

nei confini della mia pelle

 

ma a quanto pare non è possibile

 

e per dire – amo

corro come un folle

cogliendo fasci di uccelli

e la mia tenerezza

che non è di acqua

chiede all’acqua un viso

 

e la rabbia diversa dal fuoco

prende in prestito da esso

una lingua loquace

 

così si mescola

così si mescola

in me

ciò che canuti signori

hanno diviso una volta per sempre

e hanno detto

questo è il soggetto

e questo è l’oggetto

 

ci addormentiamo

con una mano sotto la testa

e con l’altra in un cumulo di pianeti

 

e i piedi ci lasciano

e assaporano la terra

con piccole radici

che la mattina

strappiamo con dolore

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

 

La preghiera del libro

23 Lug

 

lettura

 

 

Ho trovato e tradotto questa poesia del poeta polacco Jan Klich e la propongo qui come invito alla lettura:

 

La preghiera del libro

A te sconosciuto, su un ripiano posato,

Resto sempre in ozio, triste, dimenticato,

Ma anche se sono muto, quasi piangendo

Ti chiamo e richiamo e i miei titoli ti tendo:

 

Ti prego toglimi da qui, prendimi con te!

Tutto ti dirò, risponderò ai tuoi perché,

Poi riconoscente, ti farò più istruito,

E per merito mio sarai più riverito.

 

Ti donerò la grande forza di un gigante,

Strapperai alla terra tutti i suoi arcani,

Il sole ti riscalderà oggi e domani.

Il suolo da sterile in fertile cambierai

E con le mie ali in alto volerai.

 

I segreti dell’universo ti svelerò,

E dopo il lavoro io ti rallegrerò.

Ovunque sarai sotto la mia protezione.

Ti mostrerò la via per ogni aspirazione.

Dandoti cultura ti renderò più umano,

Ma ti prego soltanto: tendimi la mano!

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Mary Stevenson: Le impronte dei piedi sulla sabbia

22 Lug

 

orme-sulla-sabbia

 

Le impronte dei piedi sulla sabbia

 

Care amiche e cari amici del mio blog, forse questa celebre poesia di Mary Stevenson, da me tradotta dall’originale inglese, darà un po’ di conforto e di forza a chi di voi ne avrà bisogno.

Le impronte dei piedi sulla sabbia

 

Una notte ho fatto un sogno.

Passeggiavo sulla spiaggia insieme al mio Signore.

Nel cielo buio balenavano scene della mia vita.

Ad ogni scena vedevo due paia d’impronte sulla sabbia,

due appartenevano a me e due al mio Signore.

 

Dopo l’ultima scena apparsa davanti a me,

ho riguardato le impronte sulla sabbia,

e ho visto che molte volte lungo il cammino percorso,

specialmente nei periodi più tristi e deprimenti,

c’erano soltanto due impronte di piedi.

 

Questo mi turbò e chiesi spiegazione al Signore.

“Signore, quando ho deciso di seguirTi, Tu hai detto

che avresti sempre camminato con me. Ma ho notato

che nei momenti più tristi e burrascosi della mia vita

c’erano soltanto due impronte di piedi. Non capisco,

quando avevo più bisogno di Te , Tu mi hai lasciato.”

 

Egli sussurrò: “Figlia mia diletta, io ti amo e non ti lascerò mai,

mai, neanche nelle tue croci e nelle prove più dure.

Quando hai visto soltanto due impronte di piedi,

era quando ti portavo sulle mie braccia.”

 

(C) by Paolo Statuti

 

Rolf Jakobsen (1907-1994)

21 Lug
Rolf Jakobsen, 1933

Rolf Jakobsen, 1933

 

 

   Il poeta norvegese Rolf Jakobsen nella letteratura del suo paese è stato chiamato il “Poeta Verde”, in quanto fu uno dei primi scandinavi ad affrontare il tema dell’equilibrio uomo-natura e dell’ecosostenibilità.

Aveva sei anni quando da Oslo, la famiglia si trasferì ad Åsnes, nella contea di Hedmark, situata nell’entroterra norvegese. Suo padre faceva il dentista in una scuola. Ad occuparsi della sua istruzione fu soprattutto la madre. A tredici anni lasciò la famiglia e tornò a Oslo per studiare in una scuola privata, grazie all’aiuto di uno zio. S’iscrisse poi all’Università di Oslo, ma la lasciò dopo cinque anni senza essersi laureato.

Da giovane aderì al gruppo socialista Clarté – dal francese Carità, la sezione norvegese di un movimento internazionale fondato in Francia, tuttavia in Norvegia egli era più vicino ai comunisti del movimento locale Mot Dag. Dal 1937 al 1939 è stato membro del Partito Laburista dell’Hedmark.

Nel 1940 sposò Petra Tendo, dalla quale ebbe due figli. Nella sua ultima raccolta  – Nattåpent (Veglia notturna,1985), Jakobsen tratta talvolta questa loro felice unione in poesie d’amore appassionato. Nel 1950 si convertì al Cattolicesimo.

La sua prima raccolta – Jord og jern (Terra e ferro) uscì nel 1933. In essa cantò la modernità, l’urbanizzazione e l’aeroplano. Fu per questo associato ai Futuristi di Marinetti, sebbene partisse da una prospettiva ancora romantica, infatti non condivideva il loro entusiasmo per la tecnologia, anche se riconosceva la complessità del rapporto uomo-macchina. Qui risente dell’influenza della raccolta di poemi sulla mitologia scandinava Edda poetica, di Karel Čapek e Carl Sandburg.

Nel 1951 pubblicò Fjerntog (Il treno espresso), quindi Hemmelig liv (Vita segreta) nel 1954: il paesaggio norvegese diventa un nuovo tema della sua poetica – è una svolta letteraria.

Scrisse 16 raccolte di poesie. Sebbene gli fossero già stati conferiti due premi di modesta importanza negli anni Trenta, fu dal 1960 in poi che Jakobsen ottenne il successo, ricevendo numerosi premi più importanti, tra i quali nel 1989, il “Piccolo Nobel” – lo Svenska Akademiens nordiska pris.

 

da: Wikipedia, l’enciclopedia libera

 

 

Poesie di Rolf Jakobsen nella traduzione di Paolo Statuti, condotta sulla versione polacca di Czesław Miłosz

 

Il secolo delle grandi sinfonie

 

Il secolo delle grandi sinfonie

è terminato.

 

Si levavano verso il cielo piene di maestosità

come nubi di fulmini che balenano al sole

al di sopra dei grandi secoli.

 

Adesso tornano come pioggia dirotta.

Pioggia striata, grigia come pietra,

per tutte le lunghezze d’onda,

per tutti i programmi,

che copre la terra come paltò bagnato,

sacco di suono.

 

Ecco adesso cadono dai cieli,

crepitano sui tetti dei grattacieli come grandine elettrica

e penetrano nella casa di un agricoltore,

e tamburellano i mattoni nei sobborghi e negli oceani

come eterno suono.

 

La pioggia come suono

Seid umschlungen Millionen,

per soffocare il grido

 

ogni giorno, ogni giorno

su questa terra assetata che di nuovo la beve.

 

Il treno espresso

 

Il treno espresso 1256 corre fra sperduti, isolati villaggi.

Una dopo l’altra scorrono le case grigio-chiare, fredde.

Recinti, rocce, laghi e porte chiuse.

 

Allora devo pensare nella penombra all’alba: Che accadrebbe

se qualcuno liberasse la solitudine di questi cuori? Ci abitano

persone, nessuno le vede, quando camminano nella loro stanza,

dietro le porte, con lo sguardo ottuso e il vecchio bisogno di

amore, che non possono dare e che nessuno sarà in grado di

dare loro.

 

Cosa esploderebbe più alto dei monti – dei monti Skarvang –

una fiamma, una forza, burrasche di potente luce?

 

Il treno espresso 1256, otto vagoni neri come fuliggine,

svolta verso nuovi sconosciuti villaggi, la luce compressa dietro

i vetri, coperti pozzi di forza, lungo un’intera catena di monti.

 

Superata, mentre ci affrettiamo, per fermarci a Marnardal

con solo quattro minuti di ritardo.

 

 

Le catacombe di san Callisto

 

Città di morte, strade sprofondate e immobili luci delle strade.

 

Città vista in uno specchio spezzato, da cui trarre il buio con le mani.

 

Sotto le stelle e sotto terra, città come risata dietro una porta chiusa.

 

Venezia della notte, ponti riflessi nella polvere.

 

Orgoglio del mondo, città con la fronte spaccata e il volto coperto di muco.

 

Sottili  resti di radici come dita e piedi, mani e scapole di scheletri.

 

Radici e germogli di radici, morti che piegano le dita afferrando il buio

come un sasso.

Albero che cresce dalla nostra realtà spezzata, dalla radice piantata nella

nostra vergogna.

 

Albero che distende i rami sulla terra intera e arriva quasi alle stelle

Arcturus, Capelli.

 

Albero dal cuore della terra. Sorprendente. Che resta fedele.

 

 

La gomma

 

Un pallido mattino di giugno, presto, alle quattro,

quando le strade di campagna sono ancora grigie e bagnate

nei loro interminabili tunnel del bosco,

un’auto è passata sul terreno friabile

proprio dove una formica a fatica trascina un ago di pino

vagando dentro una grande “G” marca “Goodyear”,

che lascia la sua impronta nelle sabbie della strada

per centoventi chilometri.

Gli aghi di pino sono pesanti.

Di continuo crolla col suo carico vacillante

e si arrampica di nuovo

e di nuovo crolla.

Dirigendosi verso l’altra parte di un Sahara superiore.

 

 

Cobalto

 

I colori sono fratelli delle parole.

Segretamente li amo da tempo.

Devono restare in casa, appendere chiare tende

nella nostra semplice camera da letto, cucina, alcova.

 

Sono vicino ai giovani, al cremisi e al siena bruciata,

ma ancora più vicino a quello, pensoso,

che si chiama cobalto,

colore di occhio nostalgico, di spirito indomabile.

Camminiamo sulla rugiada,

il cielo notturno e gli oceani del sud gli appartengono

e porta sulla fronte un ciondolo a forma di lacrima:

di perla di Cassiopea.

Camminiamo sulla rugiada a notte inoltrata.

 

Ma questi altri.

Incontrali a giugno alle quattro di mattina,

quando corrono verso di te,

e tu vai a nuotare nelle schiume del golfo verde.

Dopo puoi abbronzarti con loro sulle lisce pietre.

– Quale di essi sarà tuo?

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

Joanna Drażba (1971-1995)

13 Lug

 

 

Joanna Drażba

 

 

Nel grande giardino della Poesia ci sono fiori che vivono a lungo, altri che vivono meno, e altri ancora che appena sbocciati muoiono. Uno di questi ultimi era senz’altro Joanna Drażba, stroncata a soli 24 anni da un male incurabile. Dotata di una natura artistica, ricca di fascino e di sogni, ha lasciato una raccolta di poesie e di pensieri – Dietro il paravento delle palpebre, pubblicata a Poznań nel 1999 e subito esaurita. E’ un diario della sua malattia. In esso la giovane poetessa si pone molte domande, alle quali non trova risposta. In modo semplice e spontaneo descrive la sua sofferenza, i sogni di qualcosa che alle persone sane possono sembrare assurdi. E’ un libro che induce alla riflessione. Da questa raccolta ho scelto e tradotto 5 poesie.

 

Poesie di Joanna Drażba tradotte da Paolo Statuti

 

La lacrima

Clop…è scesa. S’è frantumata contro il reale.

E scorreva così tranquilla sul viso.

Sul viso senza espressione, trasparente.

Ma silenzio! L’anima della nebbia ancora sogna.

 

Clop…è scesa. S’è infranta contro la realtà.

Era troppo  debole, etereamente delicata.

L’ha impaurita la foschia del futuro sognato.

Essa è puerilmente serica e lunare.

 

Clop…è scesa. S’è scontrata con la verità.

La lacrima che cerca felicità e sostegno

ma incontra uno sdegno spietato

e intolleranza, indifferenza. Teme lo scontro.

 

 

 

Clop…Oh no! Ora nulla più scende.

Niente lacrime. Troppo deboli per la realtà.

Hanno capito che non possono aiutare,

in silenzio conservano il loro carattere

 

Non c’è più niente che possa scorrere sul viso.

Niente lacrime che rifrangano i raggi del mondo.

Nemmeno forze per piangere. Ognuno pesa il suo valore

e toglie i pesi. Ma forse la bilancia è guasta?

 

20 febbraio 1987

 

*  *  *

aspettare

è cogliere i boccioli dei fiori

rossi nudi

aspettare il loro

innocente compimento

in fiore

nudi avvolti nella rugiada

della nostalgia

battono la palpebra gelata

a qualcuno

che si aspetta

 

la piccola piccolina attesa

la grande campana della speranza

batte il ritmo della disperazione

ravvolto in un enigma-ragnatela

 

cominceremo a esistere

come giorni settimane

come granelli di sabbia non versati

nella clessidra della passione

ci stringeremo le mani

che legherà

la stola dei sogni

 

ottobre 1988

 

*  *  *

era piccola

con un velo bianco

camminava sfiorando

il terreno

 

poi è cresciuta

fino al cielo dei sogni

per vedere dall’alto

che la vita

è una sporca locomotiva

impigliata

in rotoli di binari

 

27 aprile 1990

 

*  *  *

l’odore di capelli stregati

formava il sapore

della notte infocata

 

della notte dei primi sentieri

di lunghe parole

di cupi ricordi

 

il vento frusciava dietro la finestra della nostalgia

batteva con le manine

sui vetri dolenti

e anche lui

amava

25 giugno 1990

*  *  *

una signora fuma

sigarette da caffè

beve poco champagne

ha un golfino rosa

 

la signora accanto

batte la palpebra verde

getta una lacrima nel caffè lungo

 

la signora presso la finestra

guarda lontano

 

la signora con un fiorellino all’occhiello

ascolta il fruscio

della cenere scossa

domani parte

sarà felice

 

7 aprile 1990

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aleksander Rozenfeld

12 Lug

 

Aleksander Rozenfeld

Aleksander Rozenfeld

 

 

   Aleksander Rozenfeld, poeta e giornalista polacco di origine ebrea, è nato a Tambov nell’Unione Sovietica il 10 giugno 1941. Debuttò nel 1968 con le sue prime poesie recitate alla radio di Olsztyn. Negli anni 1980-81 lavorò nel sindacato indipendente Solidarność. Nel 1982 emigrò in Israele, da dove cinque anni dopo, riottenuta la cittadinanza polacca, tornò in Polonia passando per Roma e si stabilì a Złotów. Negli anni 1996-2001 fu consigliere del Presidente della Repubblica Polacca. Ha pubblicato tra l’altro il volume di poesie Versi per la fine del secolo, il Poema della città di Złotów e altre poesie, Ronzio-poesie non per bambini, Racconti del boschetto ebreo.

Pubblico qui la mia versione della sua lunga Lettera in versi, scritta durante l’emigrazione volontaria in Israele.

 

Lettera da Israele alla Polonia

 

tra la sinistra e la destra

sto qui – sballottato dal vento

sei? sei? sei? – continuamente chiedono

 

__ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

sono chi? – non credevo

che avrei cominciato a farmi domande

pensavo – mi conosco bene

oggi non so

– sono Ebreo? – sono Polacco? – sono

un uomo?

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

dal sillabario:

“chi sei, qual è la tua insegna,

la tua origine – e dove abiti?”

eppure so che –

ho percorso tutti i tuoi sentieri o lingua

ti ho percorso o patria in lungo e in largo

quante notti nelle stazioni ferroviarie

non è servito a niente?

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

io non sono?

chi non sono? – io

non ci sono? – dove

nuova grammatica dell’assenza

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

dal sillabario:

“ questo è un gatto questa è ada

questo è il gatto di ada

e questa è una casa”

chi non è nella casa

chi non ha una casa

chi non avrà una casa

mai?

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

e per le strade di tel-aviv si può ancora sentire

la lingua polacca

il passato parla

nella chiesa di Giaffa c’è tadeusz

là cantiamo in polacco “nel silenzio della notte”

piangiamo sul Suo sepolcro nel luogo più degno

sul Golgota

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

tempo passato tempo presente tempo futuro

sulla via per sulejów crescevano le querce poi tagliate

per farne traversine

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

si può dire di questo lunghissimo viaggio –

è stata una fuga?

ma da chi

e verso cosa sono fuggito

quei funghi

quei pesci

quelle persone

non li ritroverò in nessun luogo

dunque perché?

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

se in qualsiasi momento sognerete

la stazione vienna-sud svegliatevi

se in qualsiasi momento in sogno

sorvolerete la manica

svegliatevi

sull’atlantico sul mar mediterraneo

a parigi montreal tel-aviv

ci sono gli stessi marciapiedi

contro i quali inciampiamo distratti cercando intorno

una qualsiasi amicizia

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

è vero – all’inizio il cielo sembra

più terso

e la curiosità si può appagare più in fretta

ascoltando le prime lezioni

di democrazia occidentale

ma poi

a che serve poter dire tutto

poter scrivere tutto

se nessuno ascolta ciò che dici

nessuno legge ciò che scrivi

a nessuno interessano le tue

idee più rivoluzionarie

e la tua Polonia è appena un bottoncino

sull’immenso abito dell’europa dell’asia e dell’oceania

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

no non è un trattato sull’emigrazione

so bene cosa provate voi

che osservo nei miei sonni insonni

ma vi supplico

sia pure di rado ricordatevi

di me

né Ebreo né Polacco

né carne né pesce

che non sa fare altro che

appiccicare insieme qualche parola

nella più strana lingua del mondo

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

dunque cosa ci faccio qui e con quale diritto

l’orologio gira come un tempo

verso destra

misurando il ritmo del cuore del respiro e del sangue

non fingete che nulla sia successo

non fingete che nulla sia successo

quando la più stupida delle vostre lettere

mi giunge come da un’altra galassia

tra noi un abisso così enorme

montagne così alte

dove andare – se intorno c’è l’acqua

sì un po’ più roseo un po’ più dolce

ma l’amaro in bocca.

 

Israele, febbraio 1983

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Jakub Zonszajn

10 Lug

 

 

Jakub Zonszajn

Jakub Zonszajn

 

 

Jakub Zonszajn, poeta, prosatore, saggista e drammaturgo polacco di origine ebrea, nacque a Łuków il 10 gennaio 1914 e morì a Varsavia il 7 febbraio 1972. Scrisse prevalentemente in lingua yiddish. Ricevette un’educazione tradizionale nella sua città, prima di trasferirsi con la famiglia a Varsavia nel 1930, dove frequentò la celebre Unione dei Letterati e Giornalisti Ebrei (1916-1939), situata in via Tłomackie 13.

Debuttò nel 1932 con un racconto pubblicato dalla rivista Unzer Ekspres. Durante la seconda guerra mondiale soggiornò nell’Unione Sovietica. Tornato in Polonia nel 1947 si stabilì a Wrocław, dove contribuì attivamente a ridare vita a ciò che restava della cultura ebraica in Polonia, assieme a un piccolo  gruppo di ebrei rimpatriati come lui. Nel 1950 tornò a Varsavia, dove fu segretario del mensile letterario Jidisze Szriftn (Scritti ebraici) e dove riscoprì la sua vena poetica: le raccolte Incroci , Parole e  melodia uscirono rispettivamente nel 1957 e 1959.

Le sue poesie sono state tradotte in polacco, tra gli altri, dai poeti Jerzy Ficowski e Arnold Słucki. Quest’ultimo nella sua introduzione alla  raccolta di poesie di Zonszajn, pubblicata nel 1963 dalla nota casa editrice Czytelnik, afferma che gli autori, come soprattutto Zonszajn, devono essere considerati poeti polacchi, malgrado abbiano  scritto in lingua yiddish. Il poeta Słucki nella stessa introduzione scrive inoltre: «Jakub Zonszajn è il poeta dei sentimenti umani più intimi e delicati. La sua è una lirica della luce, del sussurro, del silenzio realizzato alla perfezione. In questa lirica smorzata irrompono la tragicità e il pathos, e improvvisamente torna il silenzio. Con questo si spiega il frequente ricorso di Zonszajn alla miniatura poetica, sorprendente per la sua aforistica concisione. A ciò è legato il suo “minimalismo” poetico, colorito a volte di ironia e scetticismo, come ad esempio nella poesia L’ultima parola».

Nella poesia di Jakub Zonszajn, che ha le sue radici nel folclore e nella psicologia ebraica, l’elemento nazionale si abbina a meraviglia a un ampio orizzonte filosofico e alla comprensione di valori e verità universali. Sono felice di avere scoperto per puro caso questo poeta, e sono ancora più felice di proporlo ai lettori del mio blog. I suoi versi mi hanno particolarmente colpito, anche perché li sento molto vicini al mio modo di intendere e di sentire la poesia.

 

Poesie di Jakub Zonszajn tradotte da Paolo Statuti

 

Notte insonne

L’occhio arrossato

la mano bianca e debole –

già da tempo avrei dovuto assopirmi.

Ma il sonno

spaventato a morte

si è nascosto in qualche angolo

vilmente.

 

Perché una luce misteriosa

percorre la notte.

 

 

L’ultima parola

 

Non affaticarti le ore della notte

non riuscirai a contare

Ogni ora nel tormento è un’eternità

e la gioia – supera i confini del tempo

 

Più quieto dell’erba nel campo

lasciami tacere

 

Perché dovrei parlare? –

l’ultima parola

anche parlando non la dirò mai

 

Motivo autunnale

 

Non leggerà neanche un sapiente

nel grigio cielo d’autunno

ciò che scriveva il sole

coi colori dell’estate

 

Sediamo qui in due e in silenzio

nel vaso si estingue il fiore

Sul tavolo nudo

un triste verso

l’ultima traccia di giorni di sole

 

Le gocce battono alla finestra

la tortuosa scrittura della pioggia sul vetro

Sul tetto i colombi bagnati

come ratti

 

L’albero sotto la mia finestra

 

L’albero

sotto la mia finestra

di notte non dorme,

a lungo caparbio sussurra qualcosa.

 

Spesso

disperato

si spoglia delle foglie.

 

Ma l’alba

lo riveste di nuovo.

 

La nota

 

Il verso più doloroso

è quello non scritto

Non lo scriverò mai

 

La mia ombra mi si opporrebbe

l’orologio smetterebbe di battere

che custodiva fedele le mie ore

 

Soltanto te chiunque tu sia stata

non smetterò mai

di cullare nella memoria

 

Come nel tardo autunno

una mosca moribonda alla finestra

ronzo per te

ronzo

la più tenera nota

 

Chiunque

 

Chiunque, ovunque

io sia stato – Vi dirò:

 

Sole, nuvola

e nero cimitero,

giardino in fiore

ed eterno viaggio del fiume.

 

Chiunque, ovunque…

 

Amore non comune,

odio che arde alla fonte,

pagine di libri non letti del tutto –

principe

che si mutò in un mendicante…

 

Chiunque, ovunque –

ero io stesso.

 

Lo so,

vado – – –

 

 

* * *

 

Anni, anni miei,

cammelli multigobbe,

carichi di ansie,

come carovane

guazzano

nella mia memoria.

 

Soltanto il cuore

in un caldo bagno di sangue

corre in avanti –

 

Nella rossa nebbia serale

l’ultimo cammello è fermo

e grida.

 

A Izrael Sztern (1)

 

O Izrael, Izrael –

quante poesie hai scritto,

quante poesie hai taciuto.

 

O Izrael –

il tuo orfanello in qualche luogo muore,

fugge l’ultima volta:

il suo sorriso si spegne

nella valle profonda,

il suo pianto è cessato –

il tuo orfanello,

l’orfano, a te sopravvissuto.

 

Le tue stradine,

le tue case in esse

non recitano più le preghiere

al sole del mattino.

E al tramonto

non chiedono più

misericordia.

 

Sotto le ceneri

del vecchio cappotto senza bottoni

chiuso da una spilla di sicurezza

giace carbonizzato ammutito

il tuo cuore,

la tua ultima preghiera

e i versi

di Rainer Maria Rilke.

 

  • Izrael Sztern (1894-1942), poeta e saggista, nato a Ostrołęka da una famiglia molto povera, scrisse nella lingua yiddish. Morì probabilmente a Treblinka nel 1942 e con lui andò perduta la maggior parte dei suoi manoscritti.

 

Accoglimi, o grande giorno…

 

Accoglimi

o grande giorno

che verrai.

Sotto le tue ali

si contrae e si sgretola la terra

resa ancora vacillante da oscuri diletti.

 

Scoterai dal lungo sonno

la gente

gli alberi

gli uccelli.

Tremeranno di spavento

e grideranno.

Al fiume

chiuso tra rive troppo anguste

ordinerai di scorrere più veloce.

E i miei occhi costringerai a tenere aperti…

Allora

 

Proteggi con una corazza il mio cuore

dammi il coraggio

affinché non subito

ma a gocce

io ti doni

il mio sangue.

 

Caino

 

Il tuo ultimo grido

pende

su ogni mia strada

 

E così

di alba in alba

non celarsi, né fuggire chissà dove…

 

La notte non mi lascia prender sonno,

nel sangue attraverso il mio cuore

passa il carro mortale…

 

Il mio delitto ho affidato al mare,

ho ucciso il canto,

che finisca nell’oblio.

 

Ma sempre di nuovo m’inginocchia

la terra:

grida sotto i miei passi…

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

Eliasz Rajzman (1909-1975) e Arnold Słucki (1920-1972)

7 Lug

 

Arnold Słucki

Arnold Słucki

Eliasz Rajzman

Eliasz Rajzman

 

   Diversi anni fa il mio amico poeta, prosatore, drammaturgo, traduttore e critico letterario Marian Grześczak (1934-2010), presente nel mio blog, dedicò questo suo articolo a due poeti ebrei: Eliasz Rajzman, che scrisse in lingua yiddish, e Arnold Słucki che scrisse in polacco. Lo propongo oggi nella mia traduzione ai lettori del mio blog, con alcune poesie degli stessi autori, anch’esse nella mia versione.

 

La patria esterna e la patria interna del poeta

 

      In una stradina dell’Europa centrale

ho udito il sole

e ciò accadeva nell’esilio da tutte le patrie, fedi, ideologie…

 

– così inizia la poesia Socrate di Arnold Słucki, scritta a Bad Gedesberg.

I poeti portano la patria in loro stessi, la prendono con loro nelle peregrinazioni temporali e spaziali, la proteggono gelosamente, si dolgono, piangono e ridono assieme ad essa. Se il poeta vede bianco, anche la parola biancore il più delle volte germoglia nei suoi versi, possiamo essere certi che i suoi occhi, i suoi occhi dell’infanzia, si sono nutriti del paesaggio coperto di neve. Se il poeta vede luminoso, anche il gioco di luci e ombre s’inserisce nei suoi versi, possiamo essere certi che egli ha tratto il sapore del mondo dal sole e dal calore. Ma accade anche il contrario. Alimentato da un paesaggio uniforme, nella monotonia di un piatto orizzonte, egli cercherà la dinamica; metterà nel verso una montagna, porrà un albero trasversalmente all’orizzonte, aggiungerà al mondo qualcosa che esso non ha. Ma resterà sempre in contatto diretto con la sua patria, in questo caso – con la sua patria esterna. Nell’ambiente più prossimo, già quasi a portata non della vista ma della mano – si trovano gli oggetti di uso quotidiano, gli  aspetti della vita corrente, l’intera materialità della realtà, che grazie al duro lavoro dei produttori e degli utenti si è trasformata in un valore più alto. Il poeta canta volentieri l’albero (sia esso una betulla, un tiglio o una quercia), ma meno volentieri il legno. Si sceglie piuttosto una sedia o un tavolo di legno, sceglie gli oggetti, per definirsi meglio attraverso essi.

La patria esterna del poeta è come una carta topografica della sua memoria e delle sua poesia. Con essa non si può sbagliare, ma non si può nemmeno uscire dai suoi confini senza rischio; ogni passo ulteriore può minacciare una sciagura. E tuttavia i poeti continuano a scrivere versi, versi differenti, che non ripetono le stesse vedute e gli stessi aspetti. E questi versi essi leggono, premiano, analizzano, apprezzano (oppure biasimano). Ciò è possibile solo in quanto esiste una seconda grande patria del poeta, la patria interna, protettrice dei pensieri, dei simboli, delle suggestioni, dei timori. Patria oscura e non riconoscibile. I poeti, si capisce, riescono a individuarla, ma non riescono – o non vogliono – parlare francamente di essa. Quale ninnananna li ha assopiti? Con quali immagini si è manifestata la paura delle tenebre? Di chi era la voce che sussurrava la preghiera in casa – del padre o della madre? Quali canti s’intonavano a Dio, e quali intorno al fuoco? Era più dolce l’odore delle erbe selvatiche o l’odore dei frutteti in fiore? Dove e quando cominciarono le prime iniziazioni, i primi slanci e le prime cadute? In quale luogo e in quale momento è avvenuto il passaggio dal chiaro mondo esterno all’oscuro mondo della patria interna? All’ordinato o simulato assetto, al mondo della cultura? E poi come si è mescolato tutto questo?

Davanti a simili domande i poeti fuggono furtivi, imbattendosi in un episodio del tempo della scuola o dell’università, recitando i nomi dei propri insegnanti e istruttori. Un aneddoto e un elenco di letture non spiegano nulla in poesia. Su questo sfondo abbozzato in modo approssimativo, desidero occuparmi di due poeti dei quali si può dire, generalmente parlando, che sono stati formati da identiche o assai simili patrie esterne ed interne, e ancora di più – da simili  destini della vita. I risultati poetici di queste somiglianze sono tuttavia sorprendentemente diversi. Mi sia consentito di presentare brevemente questi poeti.

Eliasz Rajzman nacque a Ratno, vicino Kowel, da una povera famiglia ebrea. Sin dagli anni della prima giovinezza lavorò per guadagnarsi la vita (commercio, artigianato), e si istruì come autodidatta. Durante la guerra soggiornò in Unione Sovietica. Negli anni 1941-1943 prestò servizio nell’Armata Rossa. Dopo il ritorno in Polonia, nel 1945, si stabilì nella parte occidentale del paese, dove lavorò in una cooperativa di produzione come lavoratore dei campi. Nel 1950 si trasferì a Stettino, ove fino alla morte lavorò come artigiano. Morì nel 1975.

Pubblicò il primo libro di versi – I campi verdeggiano nel 1950. Successivamente uscirono le raccolte: Ho piantato un albero (1954), Solo con me stesso (1957), Ho sognato il sole (1961), Il linguaggio dei tuoi occhi  (1967). Scrisse nella lingua yiddish. Sono apparse tre raccolte di traduzioni di sue poesie in lingua polacca: Albero autunnale (1966), Il colombo bruciato (1967), La preghiera del lupo (1979).

Arnold Słucki nacque nel 1920 a Tyszowiec, nella Polonia orientale. Nel 1934 si trasferì a Varsavia, dove terminò i suoi studi. Frequentò a quel tempo l’ambiente radicale, filocomunista dei giovani. Durante la guerra soggiornò in Unione Sovietica. Dal 1942 prestò servizio nell’Armata Rossa. Un anno dopo entrò nell’Esercito Polacco. Dopo la fine della guerra si stabilì a Varsavia, dove lavorò come redattore e giornalista. Dopo i fatti del marzo 1968 emigrò in Israele. Morì a Berlino Ovest nel novembre del 1972.

Il suo primo libro di versi – La terra risplende uscì nel 1950. Negli anni seguenti pubblicò altre raccolte poetiche, di cui le più importanti sono: Campane sulla Vistola (1958), La valle delle stranezze (1964), Egloghe e Salmodie (1966). Vanno menzionate inoltre alcune edizioni di Opere scelte, tra le quali la più interessante – Poesie scelte (1982), include anche i versi dell’emigrazione. Scrisse in polacco.

La gamma della voce poetica di Rajzman si potrebbe dire consapevolmente limitata. Tono semplice e raccolto. Espressione repressa. No, questa poesia non vuole descrivere. Essa vuole pensare. In essa il mondo visibile è suddiviso in alto e basso. Forse le immagini di questo spazio chiuso possono essere a tal punto irripetibili, che vale la pena di cercarle e studiarle? Rajzman risponde: no. L’alto è semplicemente il cielo con tutti i suoi attrezzi poetici: stelle, aurore, crepuscoli, mattini, i baldacchini delle nuvole e via dicendo. Il basso è semplicemente la terra, i sassi, la polvere, i fiori, la cenere, il fuoco, la strada e via dicendo. Non molto della patria esterna. Ma anche con quello che c’è il poeta potrebbe comporre più di un bel quadro poetico. Non vuole, perché è un lavoro troppo facile e come in contrasto con l’atteggiamento spontaneo verso l’intimità. Eppure nella sua patria interna Rajzman non cerca sostegno. Del mondo della cultura ebraica in questi versi non c’è quasi nulla. Alcuni nomi, alcune allusioni, citazioni. Poco. Molto poco. Appare chiaro che l’artista rinuncia con ostinazione e consapevolezza all’attrazione del lettore. Riduce la poesia creativa ad una materia autorisonante – se così possiamo esprimerci. Respinge tutto ciò che potrebbe impedire alla poesia di essere se stessa. Che cos’è in tal caso il “poetico essere se stesso”? E’ il più diretto colloquio dell’individuo tormentato con la memoria concreta, con l’orrore di questa memoria che non si lascia denominare né descrivere. Il poeta di fronte al suo destino assume un contegno pudico, come se temesse che un eccesso di sofferenza potrebbe diminuirla. Coerentemente quindi   r e s p i n g e  tutto. In una poesia constata addirittura: ”siamo giunti sulla…terra appesa al vuoto”. In un’altra scrive:

 

In quale posto della terra

devo posare la lapide per te

popolo mio?

Dove comincia,

dove finisce

la tua valle di pianto?

 

Il poeta non sa, di conseguenza egli stesso non intende trasformare i suoi versi in lapidi.

 

Ho visto una tale scintilla

Il mio sguardo è arso

sui sacri candelieri del sabato

e il mare non poteva spegnerla

 

– dice in un’altra poesia, come se una scultura nell’aria e la composizione di uno stato d’animo diventassero la sua più alta vocazione. Non è forse questo una conseguenza “dell’atteggiamento di rifiuto”? Rinunciare al sovrabbondante del mondo, agli attrezzi creatori di poesia, rinunciare perfino alla ebraicità. Lasciare soltanto il verso nudo, il verso-vento, il verso-cenere, il verso scintilla della memoria. Occorre avere un’incredibile coscienza poetica per trovarsi semiscalzi e a mani nude davanti a una così grande montagna qual è il destino dell’Ebreo, e tuttavia scalarla.

Arnold Słucki scelse un diverso atteggiamento, una posizione di  a s s o r b i m e n t o.  Egli sfrutta senza limitazioni l’attrezzeria della patria esterna, volentieri spolvera gli oggetti dell’ambiente circostante (un violino, un bilancino, una secchia), illustra paesaggi e vedute, canti e usanze. Baldanzosamente si aggira tra i valori della cultura ebraica e antica. In moltissimi versi troviamo i segni e i simboli della patria interna del poeta: la Valle di Josafat, i Canti della Sulamita, David, Hebron, Adamo, Eva, le Dodici Tavole, la cabala, l’arca. Il bel poemetto “Chagalliana” è come una replica poetica dei quadri di Marc Chagall. Tutto è chiaro: qui regna la sovrabbondanza. Ecco un esempio:

 

Ci sono ancora

le erbe di chitea, le erbe di Kanaan,

le erbe del libro di Gilgamesh,

le erbe di Sodoma e Gomorra,

che non tutti digeriscono

ma io le digerisco.

 

Słucki ama complicare e moltiplicare la materia dei suoi versi anche con l’impiego dei più svariati artifizi stilistici. Volentieri, ad esempio, sfrutta la stilizzazione in canzone, espone il significato di un quadro; vale la pena di citare alcuni esempi molto visivi:

 

  • Sul verde pagliericcio

le mani sotto la testa

dorme il fiume

  • Le belle nuvole-cavalli dai collari scarlatti

scavano la fossa al sole

  • Guarda,

come scorre il borgo

con le lacrime sul collo

 

 

E a questa opulenza si aggiungono continuamente nuovi elementi; a volte sono tecnicismi (elicottero, radar, DNA), a volte sentimentalismi, a volte autodefinizioni, di cui il poeta ha incrostato molti versi. Essi forniscono una traccia, per cui è bene ricordarne alcuni:

 

  • Io non sono Goethe – – –

Sono un vecchio Ebreo

nella polonizzata poetica miseria

  • Da dove vengono questi paesaggi? –

Dal Salterio

escono

e chiedono asilo

nella mia attonita lingua polacca

  • Chi sono qui per loro?

Nessuno.

Un poeta senza generazione,

un fulmine fuggiasco

senza indirizzo.

 

Qual è dunque la traccia? E’ una traccia outsider, che vuole risultare visibile non attraverso l’indigenza, ma attraverso l’opulenza. Attraverso la sovrabbondanza. Si è perso in essa ed è come se avesse rimpiccolito il dramma dell’uomo. Suona ironico, ma è la verità. Forse non esistono limiti di forma nel legame con il contenuto? Forse con un vestito troppo elegante si può – per maggiore contrasto e per la forza dell’espressione – coprire anche un corpo malato? La patria interna in tali casi concede asilo ai poeti.

Il mondo di Rajzman riduce e respinge. Il mondo di Słucki moltiplica e assorbe. Eppure con la sua sovrabbondanza egli è un poeta assai significativo per la poesia e molto importante per la poesia polacca.

Ripetiamo la domanda: come è possibile che condizioni esterne ed interne somiglianti abbiano formato due personalità così diverse, due estetiche così diametralmente differenti? Come è possibile?

La chiave probabilmente risiede nella lingua. Słucki scriveva in polacco e nella barriera di questa lingua doveva vedere un ostacolo alla trasmissione dell’immaginazione ebraica. Ritenne probabilmente che bastasse servirsi dell’attrezzistica ambientale e culturale. Il linguaggio poetico non si può tuttavia sormontare con gli attrezzi. Neanche la lingua polacca, sempre pronta all’esagerazione poetica, sempre tendente al pensiero e all’etica attraverso l’estetizzazione. E’ un po’ una via circolare verso la destinazione. Ma nell’Europa centrale ci sono vie più difficili. E non sempre in esse si trovano tracce lasciate da poeti come Eliasz Rajzman e Arnold Słucki. Per questo li ricordo.

                                                                              Marian Grześczak

 

Poesie di Eliasz Rajzman tradotte da Paolo Statuti

 

La stella

 

Una stella mi è caduta sulla mano,

il mondo ha parlato nella lingua stellare –

attraverso il verde e lacrime azzurre.

 

I pipistrelli raschiano il silenzio,

tirano la notte scura per i capelli,

i solai eseguono un canto funebre.

 

I neri branchi della notte strisciano,

si stringono stretti tra loro –

come attenuare l’intima oscurità?

 

Il cosmo si è spalancato,

il vuoto visita i suoi poderi,

dove si fermerà qui il mio pensiero?

 

Dove cercare il settimo cielo

qui, nel cuore della notte? –

Senza il cielo la Terra gira!…

 

(dalla traduzione polacca di Arnold Słucki)

 

Il poeta alato

 

Insegnami a cantare a modo tuo,

da’ spirito alla prima strofa,

il resto finirò di dirlo io,

l’alato poeta.

 

Hai una casa e un albero pieni di canto,

il suo succo alimenta il tuo ritmo

e il canto là sempre si anniderà,

o alato poeta.

 

Ma io sono andato troppo oltre

per poter udire i tuoi spensierati toni

e in me la tristezza, non il cinguettio,

poeta alato.

 

Insegnami a eseguire a modo tuo

il canto che si cela nelle chiome degli alberi;

verso il mondo volerà – un mondo più grande

dei miei sussurri in piatti slanci –

di alato poeta.

(dalla traduzione polacca di Piotr Michałowski)

 

Non sono

 

Non sono questo che non sono,

né quello

che voglio mettere in me.

 

Non cercare ciò

che io stesso non trovo

in me.

 

Sono un punto interrogativo

sulle strade della mia esistenza.

La grigia assurdità del mio

durare.

 

Il giorno e i suoi fardelli

allontano da me.

Ma io non mi rammarico del suo

calare.

Non io sono curioso

della nuova aurora.

 

Sotto i miei piedi c’è la terra.

Non un prato del paradiso.

Sono un domestico intruso

nel tuo sguardo,

che si posa su di me ogni notte

da un altro pianeta.

E forse?…

 

Mi sembra spesso

di essere ugualmente

diviso.

In società con qualcuno.

Perché è possibile

tutta la vita lottare

soltanto con me stesso?

 

(dalla traduzione polacca di Katarzyna Suchodolska)

 

Il colombo bruciato

 

Il colombo di carta

che un giorno mi volò via di mano,

volteggia oggi su di me

battendo le ali

e muto.

In gola

il tempo avvoltoio

soffoca la voce del colombo.

 

Il colombo di carta

dei miei teneri anni

mi pone sulla testa

una corona di spine.

 

(dalla traduzione polacca di Arnold Słucki)

 

L’astrologo

 

L’astrologo

al cielo

volge lo sguardo,

già vede

il giorno eterno

e

il sole

scorge

senza ombra.

 

Il sole –

esso sempre su di me,

sotto di me,

esso è in ogni

riflesso.

E che importa

se la luce lo

filtra

attraverso le dita del tempo?

 

Un virgulto del paradiso

germoglia

nel campo dei miei pensieri.

Chissà se i messi

di qualche nume

per esso non siano già giunti con l’ascia?

 

L’immagine del sogno

a lungo resterà limpida,

finché gli autunni non renderanno torbidi

i suoi occhi irreali.

 

L’astrologo

solleva la testa,

vede:

il sole muore

e un vecchio viandante

con la lanterna,

andando di grotta

in grotta,

cerca le ali infrante

che il tempo

ha spezzato nell’estro.

 

(dalla traduzione polacca di Arnold Słucki)

 

 

Poesie di Arnold Słucki tradotte da Paolo Statuti

 

Studio del parco

 

Guarda,

come a luglio,

nell’afa,

appaiono i parchi.

(Si potrebbero considerare

come onde)

Gli alberi, come mostri intrecciati scorrono

attraverso paludi di luci

e sollevate le teste dei fisici, corrugando

i turgidi colli dei tronchi,

la formula del mondo in futili fenomeni traducono.

 

La neve

 

Nevicava, tutto

coperto. Così bianco

qui;

in me sono entrate a scaldarsi le zolle

randagie,

i ruscelli, come popoli

davanti a un tribunale

mormoravano.

Chiedevo

quante lingue morte

conoscono questo mormorio.

 

Gli elementi

 

Compromesso con la pioggia,

compromesso con la neve,

compromesso con l’angelicità di nubi sospette,

con terre fumanti immobili,

sempre lungo la sponda, lungo la sponda,

compromesso nella disputa sul metodo.

Tutto questo ci salverà dal fermento degli elementi?

O Terra!

O Fuoco!

O Acqua!

 

*  *  *

 

Una luce nuova,

che mi

punisce,

premia,

qui

su di me

isterilendo

s’è posata,

come lacrima

su consunte

vetrate.

 

St. Blasien, 17 settembre 1971

 

A mia moglie

 

Contami tra i fiori,

contami tra i sospiri,

sii per me l’amata, sii per me sorella,

e quando me ne andrò –

sii madre per il mio povero nome.

Spiega alla gente, che anche se a volte

il mio canto era complicato,

l’amore in esso era semplice –

e il cuore era in esso,

cara…

 

 

 

(C) by Paolo Statuti