Archivio | luglio, 2016
29 Lug

 

stelle-cadenti

 

Collegamento con il cielo la notte di san Lorenzo

 

Voce dall’alto: – Vi invitiamo a esprimere i vostri desideri, nei limiti del possibile cercheremo di accontentare tutti.

Bambino siriano: – Vorrei una bicicletta per fuggire lontano.

Donna irachena: – Vorrei che mio figlio e mio marito tornassero a casa.

Ragazzo libico: – Vorrei arrivare in Italia senza annegare.

Bambina indiana: – Vorrei diventare grande senza essere prima stuprata.

Donna che ha lasciato il marito: – Vorrei continuare a vivere.

Perseguitato politico: – Vorrei volare e migrare come un uccello.

Altri…

(Mentre questi desideri vengono espressi, cadono le stelle)

Coro: – Che bello! Ogni anno questo prodigio si ripete, anche se non si avvera quasi niente, anche se non si avvera quasi niente)

Voce dall’alto: – Infelici! Ciechi! Sordi! Quando smetterete di uccidervi a vicenda? Avete la felicità in tasca e non lo sapete! Avete il pane che non mangiate e lo buttate! Avete un’anima e una mente, sappiate una buona volta convivere  fra-ter-na-men-te!

Fine del collegamento (le stelle smettono di cadere).

 

(C) by Paolo Statuti

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Zbigniew Herbert (1924-1998)

24 Lug

 

Vorrei descrivere

Vorrei descrivere la più semplice emozione

la gioia o la tristezza

ma non come fanno gli altri

cercando un raggio di pioggia o di sole

 

vorrei  descrivere la luce

che nasce in me

ma so che essa non somiglia

a nessuna stella

perché non è così luminosa

né così limpida

e incerta

 

vorrei descrivere il coraggio

senza tirarmi dietro un leone impolverato

e anche l’inquietudine

senza urtare un bicchiere d’acqua

 

in altre parole

darò tutte le metafore

per una sola espressione

estratta dal petto come costola

per una sola parola

che rimanga

nei confini della mia pelle

 

ma a quanto pare non è possibile

 

e per dire – amo

corro come un folle

cogliendo fasci di uccelli

e la mia tenerezza

che non è di acqua

chiede all’acqua un viso

 

e la rabbia diversa dal fuoco

prende in prestito da esso

una lingua loquace

 

così si mescola

così si mescola

in me

ciò che canuti signori

hanno diviso una volta per sempre

e hanno detto

questo è il soggetto

e questo è l’oggetto

 

ci addormentiamo

con una mano sotto la testa

e con l’altra in un cumulo di pianeti

 

e i piedi ci lasciano

e assaporano la terra

con piccole radici

che la mattina

strappiamo con dolore

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

 

La preghiera del libro

23 Lug

 

lettura

 

 

Ho trovato e tradotto questa poesia del poeta polacco Jan Klich e la propongo qui come invito alla lettura:

 

La preghiera del libro

A te sconosciuto, su un ripiano posato,

Resto sempre in ozio, triste, dimenticato,

Ma anche se sono muto, quasi piangendo

Ti chiamo e richiamo e i miei titoli ti tendo:

 

Ti prego toglimi da qui, prendimi con te!

Tutto ti dirò, risponderò ai tuoi perché,

Poi riconoscente, ti farò più istruito,

E per merito mio sarai più riverito.

 

Ti donerò la grande forza di un gigante,

Strapperai alla terra tutti i suoi arcani,

Il sole ti riscalderà oggi e domani.

Il suolo da sterile in fertile cambierai

E con le mie ali in alto volerai.

 

I segreti dell’universo ti svelerò,

E dopo il lavoro io ti rallegrerò.

Ovunque sarai sotto la mia protezione.

Ti mostrerò la via per ogni aspirazione.

Dandoti cultura ti renderò più umano,

Ma ti prego soltanto: tendimi la mano!

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Mary Stevenson: Le impronte dei piedi sulla sabbia

22 Lug

 

orme-sulla-sabbia

 

Le impronte dei piedi sulla sabbia

 

Care amiche e cari amici del mio blog, forse questa celebre poesia di Mary Stevenson, da me tradotta dall’originale inglese, darà un po’ di conforto e di forza a chi di voi ne avrà bisogno.

Le impronte dei piedi sulla sabbia

 

Una notte ho fatto un sogno.

Passeggiavo sulla spiaggia insieme al mio Signore.

Nel cielo buio balenavano scene della mia vita.

Ad ogni scena vedevo due paia d’impronte sulla sabbia,

due appartenevano a me e due al mio Signore.

 

Dopo l’ultima scena apparsa davanti a me,

ho riguardato le impronte sulla sabbia,

e ho visto che molte volte lungo il cammino percorso,

specialmente nei periodi più tristi e deprimenti,

c’erano soltanto due impronte di piedi.

 

Questo mi turbò e chiesi spiegazione al Signore.

“Signore, quando ho deciso di seguirTi, Tu hai detto

che avresti sempre camminato con me. Ma ho notato

che nei momenti più tristi e burrascosi della mia vita

c’erano soltanto due impronte di piedi. Non capisco,

quando avevo più bisogno di Te , Tu mi hai lasciato.”

 

Egli sussurrò: “Figlia mia diletta, io ti amo e non ti lascerò mai,

mai, neanche nelle tue croci e nelle prove più dure.

Quando hai visto soltanto due impronte di piedi,

era quando ti portavo sulle mie braccia.”

 

(C) by Paolo Statuti

 

Rolf Jakobsen (1907-1994)

21 Lug
Rolf Jakobsen, 1933

Rolf Jakobsen, 1933

 

 

   Il poeta norvegese Rolf Jakobsen nella letteratura del suo paese è stato chiamato il “Poeta Verde”, in quanto fu uno dei primi scandinavi ad affrontare il tema dell’equilibrio uomo-natura e dell’ecosostenibilità.

Aveva sei anni quando da Oslo, la famiglia si trasferì ad Åsnes, nella contea di Hedmark, situata nell’entroterra norvegese. Suo padre faceva il dentista in una scuola. Ad occuparsi della sua istruzione fu soprattutto la madre. A tredici anni lasciò la famiglia e tornò a Oslo per studiare in una scuola privata, grazie all’aiuto di uno zio. S’iscrisse poi all’Università di Oslo, ma la lasciò dopo cinque anni senza essersi laureato.

Da giovane aderì al gruppo socialista Clarté – dal francese Carità, la sezione norvegese di un movimento internazionale fondato in Francia, tuttavia in Norvegia egli era più vicino ai comunisti del movimento locale Mot Dag. Dal 1937 al 1939 è stato membro del Partito Laburista dell’Hedmark.

Nel 1940 sposò Petra Tendo, dalla quale ebbe due figli. Nella sua ultima raccolta  – Nattåpent (Veglia notturna,1985), Jakobsen tratta talvolta questa loro felice unione in poesie d’amore appassionato. Nel 1950 si convertì al Cattolicesimo.

La sua prima raccolta – Jord og jern (Terra e ferro) uscì nel 1933. In essa cantò la modernità, l’urbanizzazione e l’aeroplano. Fu per questo associato ai Futuristi di Marinetti, sebbene partisse da una prospettiva ancora romantica, infatti non condivideva il loro entusiasmo per la tecnologia, anche se riconosceva la complessità del rapporto uomo-macchina. Qui risente dell’influenza della raccolta di poemi sulla mitologia scandinava Edda poetica, di Karel Čapek e Carl Sandburg.

Nel 1951 pubblicò Fjerntog (Il treno espresso), quindi Hemmelig liv (Vita segreta) nel 1954: il paesaggio norvegese diventa un nuovo tema della sua poetica – è una svolta letteraria.

Scrisse 16 raccolte di poesie. Sebbene gli fossero già stati conferiti due premi di modesta importanza negli anni Trenta, fu dal 1960 in poi che Jakobsen ottenne il successo, ricevendo numerosi premi più importanti, tra i quali nel 1989, il “Piccolo Nobel” – lo Svenska Akademiens nordiska pris.

 

da: Wikipedia, l’enciclopedia libera

 

 

Poesie di Rolf Jakobsen nella traduzione di Paolo Statuti, condotta sulla versione polacca di Czesław Miłosz

 

Il secolo delle grandi sinfonie

 

Il secolo delle grandi sinfonie

è terminato.

 

Si levavano verso il cielo piene di maestosità

come nubi di fulmini che balenano al sole

al di sopra dei grandi secoli.

 

Adesso tornano come pioggia dirotta.

Pioggia striata, grigia come pietra,

per tutte le lunghezze d’onda,

per tutti i programmi,

che copre la terra come paltò bagnato,

sacco di suono.

 

Ecco adesso cadono dai cieli,

crepitano sui tetti dei grattacieli come grandine elettrica

e penetrano nella casa di un agricoltore,

e tamburellano i mattoni nei sobborghi e negli oceani

come eterno suono.

 

La pioggia come suono

Seid umschlungen Millionen,

per soffocare il grido

 

ogni giorno, ogni giorno

su questa terra assetata che di nuovo la beve.

 

Il treno espresso

 

Il treno espresso 1256 corre fra sperduti, isolati villaggi.

Una dopo l’altra scorrono le case grigio-chiare, fredde.

Recinti, rocce, laghi e porte chiuse.

 

Allora devo pensare nella penombra all’alba: Che accadrebbe

se qualcuno liberasse la solitudine di questi cuori? Ci abitano

persone, nessuno le vede, quando camminano nella loro stanza,

dietro le porte, con lo sguardo ottuso e il vecchio bisogno di

amore, che non possono dare e che nessuno sarà in grado di

dare loro.

 

Cosa esploderebbe più alto dei monti – dei monti Skarvang –

una fiamma, una forza, burrasche di potente luce?

 

Il treno espresso 1256, otto vagoni neri come fuliggine,

svolta verso nuovi sconosciuti villaggi, la luce compressa dietro

i vetri, coperti pozzi di forza, lungo un’intera catena di monti.

 

Superata, mentre ci affrettiamo, per fermarci a Marnardal

con solo quattro minuti di ritardo.

 

 

Le catacombe di san Callisto

 

Città di morte, strade sprofondate e immobili luci delle strade.

 

Città vista in uno specchio spezzato, da cui trarre il buio con le mani.

 

Sotto le stelle e sotto terra, città come risata dietro una porta chiusa.

 

Venezia della notte, ponti riflessi nella polvere.

 

Orgoglio del mondo, città con la fronte spaccata e il volto coperto di muco.

 

Sottili  resti di radici come dita e piedi, mani e scapole di scheletri.

 

Radici e germogli di radici, morti che piegano le dita afferrando il buio

come un sasso.

Albero che cresce dalla nostra realtà spezzata, dalla radice piantata nella

nostra vergogna.

 

Albero che distende i rami sulla terra intera e arriva quasi alle stelle

Arcturus, Capelli.

 

Albero dal cuore della terra. Sorprendente. Che resta fedele.

 

 

La gomma

 

Un pallido mattino di giugno, presto, alle quattro,

quando le strade di campagna sono ancora grigie e bagnate

nei loro interminabili tunnel del bosco,

un’auto è passata sul terreno friabile

proprio dove una formica a fatica trascina un ago di pino

vagando dentro una grande “G” marca “Goodyear”,

che lascia la sua impronta nelle sabbie della strada

per centoventi chilometri.

Gli aghi di pino sono pesanti.

Di continuo crolla col suo carico vacillante

e si arrampica di nuovo

e di nuovo crolla.

Dirigendosi verso l’altra parte di un Sahara superiore.

 

 

Cobalto

 

I colori sono fratelli delle parole.

Segretamente li amo da tempo.

Devono restare in casa, appendere chiare tende

nella nostra semplice camera da letto, cucina, alcova.

 

Sono vicino ai giovani, al cremisi e al siena bruciata,

ma ancora più vicino a quello, pensoso,

che si chiama cobalto,

colore di occhio nostalgico, di spirito indomabile.

Camminiamo sulla rugiada,

il cielo notturno e gli oceani del sud gli appartengono

e porta sulla fronte un ciondolo a forma di lacrima:

di perla di Cassiopea.

Camminiamo sulla rugiada a notte inoltrata.

 

Ma questi altri.

Incontrali a giugno alle quattro di mattina,

quando corrono verso di te,

e tu vai a nuotare nelle schiume del golfo verde.

Dopo puoi abbronzarti con loro sulle lisce pietre.

– Quale di essi sarà tuo?

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

Joanna Drażba (1971-1995)

13 Lug

 

 

Joanna Drażba

 

 

Nel grande giardino della Poesia ci sono fiori che vivono a lungo, altri che vivono meno, e altri ancora che appena sbocciati muoiono. Uno di questi ultimi era senz’altro Joanna Drażba, stroncata a soli 24 anni da un male incurabile. Dotata di una natura artistica, ricca di fascino e di sogni, ha lasciato una raccolta di poesie e di pensieri – Dietro il paravento delle palpebre, pubblicata a Poznań nel 1999 e subito esaurita. E’ un diario della sua malattia. In esso la giovane poetessa si pone molte domande, alle quali non trova risposta. In modo semplice e spontaneo descrive la sua sofferenza, i sogni di qualcosa che alle persone sane possono sembrare assurdi. E’ un libro che induce alla riflessione. Da questa raccolta ho scelto e tradotto 5 poesie.

 

Poesie di Joanna Drażba tradotte da Paolo Statuti

 

La lacrima

Clop…è scesa. S’è frantumata contro il reale.

E scorreva così tranquilla sul viso.

Sul viso senza espressione, trasparente.

Ma silenzio! L’anima della nebbia ancora sogna.

 

Clop…è scesa. S’è infranta contro la realtà.

Era troppo  debole, etereamente delicata.

L’ha impaurita la foschia del futuro sognato.

Essa è puerilmente serica e lunare.

 

Clop…è scesa. S’è scontrata con la verità.

La lacrima che cerca felicità e sostegno

ma incontra uno sdegno spietato

e intolleranza, indifferenza. Teme lo scontro.

 

 

 

Clop…Oh no! Ora nulla più scende.

Niente lacrime. Troppo deboli per la realtà.

Hanno capito che non possono aiutare,

in silenzio conservano il loro carattere

 

Non c’è più niente che possa scorrere sul viso.

Niente lacrime che rifrangano i raggi del mondo.

Nemmeno forze per piangere. Ognuno pesa il suo valore

e toglie i pesi. Ma forse la bilancia è guasta?

 

20 febbraio 1987

 

*  *  *

aspettare

è cogliere i boccioli dei fiori

rossi nudi

aspettare il loro

innocente compimento

in fiore

nudi avvolti nella rugiada

della nostalgia

battono la palpebra gelata

a qualcuno

che si aspetta

 

la piccola piccolina attesa

la grande campana della speranza

batte il ritmo della disperazione

ravvolto in un enigma-ragnatela

 

cominceremo a esistere

come giorni settimane

come granelli di sabbia non versati

nella clessidra della passione

ci stringeremo le mani

che legherà

la stola dei sogni

 

ottobre 1988

 

*  *  *

era piccola

con un velo bianco

camminava sfiorando

il terreno

 

poi è cresciuta

fino al cielo dei sogni

per vedere dall’alto

che la vita

è una sporca locomotiva

impigliata

in rotoli di binari

 

27 aprile 1990

 

*  *  *

l’odore di capelli stregati

formava il sapore

della notte infocata

 

della notte dei primi sentieri

di lunghe parole

di cupi ricordi

 

il vento frusciava dietro la finestra della nostalgia

batteva con le manine

sui vetri dolenti

e anche lui

amava

25 giugno 1990

*  *  *

una signora fuma

sigarette da caffè

beve poco champagne

ha un golfino rosa

 

la signora accanto

batte la palpebra verde

getta una lacrima nel caffè lungo

 

la signora presso la finestra

guarda lontano

 

la signora con un fiorellino all’occhiello

ascolta il fruscio

della cenere scossa

domani parte

sarà felice

 

7 aprile 1990

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aleksander Rozenfeld

12 Lug

 

Aleksander Rozenfeld

Aleksander Rozenfeld

 

 

   Aleksander Rozenfeld, poeta e giornalista polacco di origine ebrea, è nato a Tambov nell’Unione Sovietica il 10 giugno 1941. Debuttò nel 1968 con le sue prime poesie recitate alla radio di Olsztyn. Negli anni 1980-81 lavorò nel sindacato indipendente Solidarność. Nel 1982 emigrò in Israele, da dove cinque anni dopo, riottenuta la cittadinanza polacca, tornò in Polonia passando per Roma e si stabilì a Złotów. Negli anni 1996-2001 fu consigliere del Presidente della Repubblica Polacca. Ha pubblicato tra l’altro il volume di poesie Versi per la fine del secolo, il Poema della città di Złotów e altre poesie, Ronzio-poesie non per bambini, Racconti del boschetto ebreo.

Pubblico qui la mia versione della sua lunga Lettera in versi, scritta durante l’emigrazione volontaria in Israele.

 

Lettera da Israele alla Polonia

 

tra la sinistra e la destra

sto qui – sballottato dal vento

sei? sei? sei? – continuamente chiedono

 

__ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

sono chi? – non credevo

che avrei cominciato a farmi domande

pensavo – mi conosco bene

oggi non so

– sono Ebreo? – sono Polacco? – sono

un uomo?

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

dal sillabario:

“chi sei, qual è la tua insegna,

la tua origine – e dove abiti?”

eppure so che –

ho percorso tutti i tuoi sentieri o lingua

ti ho percorso o patria in lungo e in largo

quante notti nelle stazioni ferroviarie

non è servito a niente?

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

io non sono?

chi non sono? – io

non ci sono? – dove

nuova grammatica dell’assenza

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

dal sillabario:

“ questo è un gatto questa è ada

questo è il gatto di ada

e questa è una casa”

chi non è nella casa

chi non ha una casa

chi non avrà una casa

mai?

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

e per le strade di tel-aviv si può ancora sentire

la lingua polacca

il passato parla

nella chiesa di Giaffa c’è tadeusz

là cantiamo in polacco “nel silenzio della notte”

piangiamo sul Suo sepolcro nel luogo più degno

sul Golgota

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

tempo passato tempo presente tempo futuro

sulla via per sulejów crescevano le querce poi tagliate

per farne traversine

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

si può dire di questo lunghissimo viaggio –

è stata una fuga?

ma da chi

e verso cosa sono fuggito

quei funghi

quei pesci

quelle persone

non li ritroverò in nessun luogo

dunque perché?

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

se in qualsiasi momento sognerete

la stazione vienna-sud svegliatevi

se in qualsiasi momento in sogno

sorvolerete la manica

svegliatevi

sull’atlantico sul mar mediterraneo

a parigi montreal tel-aviv

ci sono gli stessi marciapiedi

contro i quali inciampiamo distratti cercando intorno

una qualsiasi amicizia

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

è vero – all’inizio il cielo sembra

più terso

e la curiosità si può appagare più in fretta

ascoltando le prime lezioni

di democrazia occidentale

ma poi

a che serve poter dire tutto

poter scrivere tutto

se nessuno ascolta ciò che dici

nessuno legge ciò che scrivi

a nessuno interessano le tue

idee più rivoluzionarie

e la tua Polonia è appena un bottoncino

sull’immenso abito dell’europa dell’asia e dell’oceania

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

no non è un trattato sull’emigrazione

so bene cosa provate voi

che osservo nei miei sonni insonni

ma vi supplico

sia pure di rado ricordatevi

di me

né Ebreo né Polacco

né carne né pesce

che non sa fare altro che

appiccicare insieme qualche parola

nella più strana lingua del mondo

 

_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _

dunque cosa ci faccio qui e con quale diritto

l’orologio gira come un tempo

verso destra

misurando il ritmo del cuore del respiro e del sangue

non fingete che nulla sia successo

non fingete che nulla sia successo

quando la più stupida delle vostre lettere

mi giunge come da un’altra galassia

tra noi un abisso così enorme

montagne così alte

dove andare – se intorno c’è l’acqua

sì un po’ più roseo un po’ più dolce

ma l’amaro in bocca.

 

Israele, febbraio 1983

 

 

(C) by Paolo Statuti