Archivio | ottobre, 2018

Un racconto di Paolo Statuti: L’ultima volta

26 Ott

 

 

                                                      Lultima volta

 

Dio, colma la mia solitudine

con la Tua solitudine. Acco-

gli la mia solitudine nella

Tua solitudine…

                                                                                                       Anna Kamieńska

 

– Mamma, dammi un po’ di soldi…è l’ultima volta, te lo giuro…dico sul serio, devi credermi, aiutami, non resisto, soffro troppo…

La donna fissava il volto smunto e gli occhi slavati del figlio che continuava ad implorarla e a giurare che avrebbe smesso di bucarsi. Le tremavano le gambe. Si sedette lentamente, con un movimento quasi meccanico. Il giovane era lì a due passi da lei, eppure la sua voce le giungeva sempre più smorzata e lontana, finché cessò del tutto. In quel momento si sentì sola, come su una spiaggia deserta, e le sembrava di udire il rumore pigro e ovattato della risacca. La solitudine era una pesante pietra che la schiacciava, era una ferita aperta nella quale la nostalgia affondava implacabile i suoi artigli, nella quale batteva senza tregua il passato con tutto il suo bagaglio di dolori, pentimenti, delusioni, speranze, rimpianti: il parto diciotto anni prima, il divorzio, l’infanzia difficile del figlio, l’incapacità di essere più severa quando le circostanze lo imponevano, il suo amore forse esagerato, i tentativi – all’inizio ostinati – di ritrovare la serenità interiore…

Il figlio la scosse afferrandole un braccio:

– Ma a che stai pensando?! Insomma, vuoi darmi questi soldi, o preferisci che vada a rubarli?

La madre si riscosse, lo fissò ancora un attimo con lo sguardo assente, poi con voce fievole e rassegnata disse:

– Mi hai detto tante volte che volevi smettere…come posso crederti?

Senza aggiungere altro si alzò, si tolse la chiave dal collo e aprì il cassetto del comò, prese i soldi e li porse al figlio:

– Tieni e ricordati solo questo: quando ti buchi è come se l’ago della siringa trafiggesse il mio cuore.

– Mamma, te l’ho detto, è l’ultima volta che ti chiedo i soldi, ho deciso davvero di smettere, domani mi faccio ricoverare…beh, ciao, non lasciare la luce accesa e va’ a letto.

Appena la porta si richiuse alle spalle del giovane, la donna cominciò a prepararsi per uscire. Aveva assoluto bisogno di un po’ d’aria, di guardare la gente, camminare, entrare un momento in chiesa, aveva bisogno di sentirsi ancora viva. Da due anni, ogni giorno, mentre lavava, cucinava o faceva la spesa si ripeteva: devo salvarlo, devo fare qualcosa per salvarlo. Le aveva tentate tutte, per tirar fuori il figlio e se stessa da quell’inferno. Un giorno, sconvolta dalla disperazione e dall’ira aveva perfino provato l’irresistibile impulso a uccidere uno spacciatore che aveva visto davanti alla scuola del figlio. Con un lungo coltello da cucina nella borsa si era avvicinata furtivamente alle spalle dello spacciatore, ma prima che avesse il tempo di estrarre il coltello, egli si era voltato…aveva ancora i lineamenti di un giovane, ma sembravano come rosi dai tarli, come accade con un bel mobile di noce; tutta la sua persona sapeva di stantio, come se internamente qualcosa si stesse decomponendo…forse la sua anima – pensò la donna. Aveva provato ripugnanza – o forse pietà? – e inoltre che cosa avrebbe ottenuto uccidendolo?

Vide che la chiesa era ancora aperta e vi si diresse. In ginocchio davanti al Crocifisso piangeva e pregava, confortata dalla tristezza di Cristo: «Signore, Tu che sei drogato d’amore tocca il cuore ai trafficanti e agli spacciatori, anche una pietra si scalda se ci batte il sole, aiuta i drogati – sii Tu la la loro eroina…»

Uscita dalla chiesa si sedette su una panchina. Vi restò solo qualche minuto, non riusciva a stare ferma, era troppo agitata e decise di tornare a casa per prendere un calmante.

 

In un boschetto alla periferia della città. Al tramonto.

Lui: – Sai, ieri ho conosciuto un assistente sociale, dice che se lo vogliamo veramente può farci uscire da tunnel. All’inizio sarà molto dura, lo so, ma penso che valga la pena di provare. Punto e basta, fine della dolce illusione.

Lei: – Sì, hai ragione, lo penso anch’io.

– Hai una mentina? Ho la bocca amara.

– Tieni.

– Questa sera siamo soli…non vedo neanche Franco, ultimamente era proprio conciato male.

– Già, chissà cosa gli sarà successo…

– Tu ce l’hai la roba?

– Sì, l’ho avuta da uno nuovo, non l’ho mai visto prima, speriamo che non sia robaccia.

– Anch’io l’ho avuta per la prima volta da uno di colore che bazzica dalle parti della stazione. Fammi vedere la tua…beh, sembrerebbe ok, del resto fra un po’ lo sapremo.

– Sai, i due vecchi diventano sempre più pesanti, ormai non li reggo più, minacciano perfino di denunciarmi. Tu è un bel po’ che ti buchi, ormai tua madre deve averci fatto il callo…

– Cambia discorso, per favore!

– Beh, allora sei pronto?

– Aspetta ancora un momento. Guarda che colore strano ha il cielo, ha una faccia lugubre, non ti pare?

– A me non sembra.

– Guarda, un topo! In questo istante mi piacerebbe diventare un gatto per dargli la caccia. Deve essere un sacco divertente. E’ una bestia straordinaria, così agile e furbo e affamato di carezze.

– Quando parli così mi commuovi, caro il mio bel micione.

– Ti piacciono i canti zigani?

– Non li conosco.

– E’ grave…ho un disco russo, te lo porterò. Devi ascoltarlo aprendo l’anima al sole, al fuoco, al vento, alle stelle…devi sentire l’amore travolgente, la seduzione dei violini, devi vedere le tracce dei carri, il fango sulle ruote…oh, che vita stupenda!…Che ore sono?

– Le nove.

– Verrei che questo giorno non finisse mai…beh, penso sia ora, cominciano a tremarmi le mani…vedi? Fammela tu, oggi, dai fa’ presto!

Trascorso soltanto un minuto lo vide sbarrare gli occhi e illividire…si irrigidiva sempre più…cercava di dire qualcosa ma non riusciva ad articolare una sillaba; con le ultime forze le strinse la mano e si accasciò tra le braccia della ragazza. La giovane urlava, urlava a squarciagola, chiamava aiuto in preda al panico. Finalmente arrivò l’ambulanza e lo trasportarono d’urgenza al pronto soccorso.

 

E’ già notte. Nella stanza immersa nel silenzio e rischiarata debolmente dalla luce lasciata accesa nell’ingresso, squilla il telefono.

– Pronto…

– Pronto…

– Qui è il pronto soccorso dell’ospedale Santa Caterina. Lei è la signora Maria? La mamma di Giulio?

– Sì, mio Dio…cos’è successo?!

– Signora, sia forte, purtroppo suo figlio…overdose…non ce l’ha fatta…signora…mi sente? Signora, risponda! Signora…(rivolto a un infermiere) Presto, l’ambulanza. Dobbiamo sbrigarci, poveretta…deve essere svenuta…forse il cuore…

 

(Paolo Statuti)

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Maurice Chabas, pittore della serenità e della spiritualità

12 Ott

chabasMaurice Chabas

 

   Nato a Nantes, Maurice Chabas (1862-1947) per tutta la vita amò i paesaggi bretoni, principale fonte della sua ispirazione. Studiò a Parigi all’Accademia Julian con suo fratello Paul, che diventerà celebre come pittore mondano.

Dopo il debutto ispirato dall’antichità, Chabas si evolve verso un’arte simbolista, seguendo l’esempio di Puvis de Chavannes e al tempo stesso adotta la divisione della pennellata e il cromatismo dei neo-impressionisti, la semplificazione delle forme, la divisione dei colori, caratteristiche del sintetismo dei pittori di Pont-Aven. Questa pluralità di stili si basa tuttavia su una stessa concezione idealistica e spiritualista, che anima tutta la sua opera. Chabas in effetti era un assertore del ruolo sociale dell’artista come guida spirituale. Questa ispirazione mistica lo avvicina alla cerchia di Jean Delville in Belgio, dove egli raggiunge una notorietà grande come in Francia.

Il misticismo si ritrova nei numerosi paesaggi della Bretagna, nelle poetiche composizioni di giovani donne in contemplazione e nelle opere cosmiche realizzate in modo molto personale e visionario. Chabas disse di se stesso di essere un «animista, nel senso di cercatore dell’anima, dell’individualità delle creature, del pensiero intimo che esse vagheggiano, dei loro slanci…».

Verso la fine della sua carriera, allorché scoppia la II guerra mondiale, egli si isola e si chiude in se stesso, si consacra esclusivamente a una pittura spiritualista sempre più eterea, fino a sfociare nell’astratto. A me i suoi quadri ispirano soprattutto una grande serenità.

 

Ecco alcuni quadri di Maurice Chabas

 

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Omar Khayyam

4 Ott

 

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Di Omar Khayyan (1048-1131), matematico, astronomo, filosofo,

poeta persiano, ho tradotto questa poesia dal russo:

 

Chi ha capito la vita non ha più fretta…

Chi ha capito la vita non ha più fretta.

Gusta ogni istante e con gli occhi coglie

Come dorme un bimbo e prega un vecchio,

Come piove e come la neve si scioglie.

In una cosa comune vede la bellezza,

Nel confuso la più semplice soluzione,

Egli sa come realizzare un sogno,

Ama la vita e crede nella risurrezione,

E ha capito che la gioia non è nel denaro,

Che la sua quantità non salva dai guai,

Ma chi vive con una cincia nelle mani

Il suo uccello di fuoco non troverà mai.

Chi ha capito la vita, ha colto l’essenziale,

Che più perfetta della vita la morte appare,

Che sapere, senza provare stupore,

E’ peggio che non sapere e non saper fare.

E nel fragile mondo guardando la bellezza,

Capito che l’attimo mai più si ripete,

Affrettati a realizzare i tuoi sogni,

In questo mondo solo in sogno è la quiete…

 

(Versione di Paolo Statuti)

Marija Furmanskaja

2 Ott

storia di un'anima

 

Storia di un’anima

“Un giardino in autunno…Una panchina bagnata.

E le foglie spazza via a fatica

Lo stanco custode nel suo giaccone liso,

E sotto la panchina c’è un’anima attrappita…

 

Sì, sì – un’anima come tante, solo che

E’ bagnata e il freddo la fa tremare,

E ricorda il proprietario che aspramente

Disse: «Anima, tu non mi fai campare…

 

Tu soffri per ogni zanzara uccisa,

Ti contrai per il pianto di un bambino,

Al primo gatto dai la mia colazione –

Vivere con te è un triste destino…

 

Da tempo sono stanco di piangere.

Ti prego, va’, senza te io felice sarei».

E se ne andò nel fango di settembre,

E la pioggia piangeva assieme a lei.

 

Vagava a lungo nei cortili bagnati,

Nelle finestre e negli occhi guardava.

L’autunno batteva su di lei coi rami,

E sonoro con la sorte il maltempo litigava.

 

Un giardino in autunno. Una panchina bagnata.

E le foglie di nuovo frusciano cadendo…

Il custode nel giubbotto ha finito il lavoro,

E sotto la panchina l’anima sta morendo…”

 

 

(Versione di Paolo Statuti)