Archivio | marzo, 2015

Le stelle

28 Mar

Stelle

 

 

Le stelle

Perché tutte quelle stelle

quello spreco di argento e cobalto

a chi serve tutto quello sfavillio

perché quei miliardi di sguardi

puntati sulla nostra piccola trottola

che gira tranquilla per i fatti suoi

Forse sono lì per ricordare

che dopo il giorno viene la notte

forse sono solo un ornamento

per la gioia degli occhi

o forse – più probabile –

sono lì per sbalordire

per impressionare

per mettere a disagio

davanti a una nudità

così sfrontata e provocante

Una strada buia

in montagna

camminando a testa in su

pensando

ora la Terra è inerme

sotto il fuoco incrociato

del Cielo

Stelle leggiadre e superbe

sprofondate nel baratro dell’infinito

sembrano sapere qualcosa

e di tanto in tanto strizzano l’occhio.

 

 

(Paolo Statuti)

 

Pasqua

24 Mar
La Risurrezione (Icona russa del 1500 circa)

La Risurrezione (Icona russa del 1500 circa)

Duccio di Buoninsegna: La Risurrezione, XIII sec.

Duccio di Buoninsegna: La Risurrezione, XIII sec.

La Risurrezione, Icona greca del XIII sec.

La Risurrezione, Icona greca del XIII sec.

 

 

 

Poesie del tempo di Pasqua tradotte da Paolo Statuti

 

Roman Brandstaetter (1906-1987)

La confessione del Cireneo

Non di mia volontà ho portato la Tua croce ,

Signore.

 

Me l’hanno ordinato.

 

Tornavo a casa dal campo

Dopo il duro lavoro

Ed ero stanco.

 

Quando mi trovavo ai piedi del Golgota

Ho visto dei soldati

E Te,

Che cadevi sotto il peso della croce.

 

Volevo stare alla larga da Te

– Non mi piacciono simili scene –

Ma il centurione mi ha preso per un braccio

E ha gridato:

“Porta quella croce!”

 

Che potevo fare?

 

Ho dovuto.

 

Me l’hanno ordinato.

 

 

 

 

Zbigniew Herbert (1924-1998)

 

Ipotesi su Barabba

 

Che ne è stato di Barabba? Ho chiesto nessuno lo sa

Liberato dalla catena si avviò sulla strada bianca

poteva voltare a destra andare dritto voltare a sinistra

fare una giravolta cantare con gioia come un gallo

Lui Imperatore delle proprie mani e della propria testa

Lui amministratore del proprio respiro

 

Chiedo perché in un certo senso presi parte alla questione

Attratto dalla folla davanti al palazzo di Pilato gridavo

come gli altri libera Barabba Barabba

Gridavano tutti se solo io avessi taciuto

sarebbe successo esattamente come doveva succedere

 

E Barabba forse tornò alla sua banda

Sui monti uccide in fretta rapina ad arte

Oppure aprì una bottega di vasi

e le mani macchiate di delitti

purifica nell’argilla della creazione

E’ un acquaiolo un mulattiere un usuraio

proprietario di navi – su una di esse Paolo andò dai Corinzi

oppure – ciò che non si può escludere –

è diventato un’apprezzata spia al soldo dei Romani

 

Guardate e ammirate il vertiginoso gioco del destino

o potenze della possibilità o sorrisi della fortuna

 

 

E il Nazzareno

rimase solo

senza alternativa

col ripido

sentiero

di sangue

 

Roger McGough (1937 –         )

Tre chiodi arrugginiti

Mamma, c’è un uomo strano

Che aspetta sulla porta

La sua faccia non mi è nuova

Già l’ho vista qualche volta.

 

Dice che si chiama Gesù

Chiede solo un soldino

Ha dato via tutti i miracoli

E ora è triste il suo destino.

 

Sì penso sia uno straniero

Forse Ebreo o forse Egiziano

Vorrebbe anche un po’ di acqua

Dice che viene da lontano.

 

Devo dargli ciò che chiede

O mandarlo a quel paese?

Bene gli darò 5 centesimi

Dirò che abbiamo molte spese.

 

E con l’acqua che facciamo?

Non darla è una brutta azione

Ma vedessi com’è sporco

Sembra proprio uno straccione.

 

Mamma, chiede sempre acqua

Io gli ho dato le monete

E ho detto che il pozzo è vuoto

Ciò ha calmato la sua sete.

Ha detto: questi piccoli gesti

Per me sono i più graditi

Mi ha dato il suo ritratto firmato

E questi tre chiodi arrugginiti.

 

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Primavera

21 Mar

 

Paolo Statuti: Primavera

Paolo Statuti: Primavera

 

 

La primavera nella poesia Italiana dell’ottocento e del novecento

 

   Nel 1943 Carlo Culcasi, nato a Erice nel 1883 e morto a Milano nel 1947, insegnante di lettere, preside, poeta e saggista, pubblicò con Garzanti una Antologia della lirica italiana (ottocento e novecento). Nella prefazione egli scrive: “…Dei singoli poeti, maggiori o minori, fioriti negli ultimi cento anni, ho prescelto quelle liriche che mi sono sembrate più belle e significative, senza lasciarmi affatto influenzare dal nome e tanto meno dalla sigla che portavano, avvalendomi sempre d’una imparziale e disinteressata libertà di giudizio, ed appellandomi soltanto al mio gusto personale, buono o cattivo che sia, ed essendo unicamente mosso dall’onesto e sincero intento di ben servire la causa della Poesia…”

Da questa Antologia ho tratto le poesie dedicate alla primavera. Oggi quasi tutti i loro autori sono sconosciuti, ma posso assicurarvi che trascrivendo i loro versi ho visto l’incanto fiabesco di questa stagione e ne ho sentito il fresco e delicato profumo. E’ come se ci fossimo incontrati per caso oggi, e avessimo deciso di fare una passeggiata insieme, ammirando la leggiadra eleganza e freschezza, e ascoltando la risvegliata musica della primavera. Ascoltiamo dunque insieme la voce di questi poeti.

 

Ugo Betti (1892-1953)

La primavera

Quando il cielo ritorna sereno

come l’occhio d’una bambina,

la primavera si sveglia. E cammina

per le mormoranti foreste,

sfiorando appena

con la sua veste

color del sole

i bei tappeti di borraccina.

Ogni filo d’erba reca un diadema,

ogni stilla trema.

 

Qualche gemma sboccia

un po’ timorosa

e porge la boccuccia color di rosa

per bere una goccia

di rugiada…

Nei casolari solitari

i vecchi si fanno sulla soglia

e guardano la terra

che germoglia.

 

La capinera prova una canzonetta

ricamata di trilli

e poi cinguetta

come una scolaretta.

I grilli

bisbigliano maliziose parole

alle margheritine

vestite

di bianco. Spuntano le viole…

 

A notte le raganelle

cantano la serenata per le piccole stelle.

I balconi si schiudono

perché la notte è mite,

e qualcuno si oblia

ad ascoltare quello che voi dite

alle piccole stelle,

o raganelle

malate di melanconia!

 

 

 

 

 

 

Luigi Fallacara (1890-1963)

 

Primavere invisibili

 

Posso anch’io vedere i coralli

della primavera che deve venire,

anche se, sotto cristalli

di gelo, la terra sembra dormire.

 

Nella trasparenza di vetri rudi,

vedo le gemme, come chiusi occhi,

sognare sui rami nudi

il raggio che le trabocchi.

 

Fioriscono dentro la scorza

i petali chiusi del melo;

vivono la vita della forza

che li aprirà nel cielo.

 

Tempo d’aprile, proteso

oltre la soglia del futuro,

come giardino conteso

da un costeggiato muro,

 

sei in questo sole che appare dai vani

delle nebbie senza raggera,

e che sospende nei cieli lontani

la sua chiara primavera.

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Lipparini (1877-1951)

 

L’albero e la primavera

 

Vedi quell’esile tronco che trema sul dorso del colle?

Qui nella valle è freddo, è buio; ci opprime Scirocco

umido, greve; le cose son piene di fango e di nebbia;

grondano i rami di brina, i muri hanno odore di muffa.

Pure, lassù, non la vedi? là dietro quell’albero solo,

s’apre una striscia di cielo, e l’albero gracile oscilla

verso il turchino perché lontano, lontano ha veduto

lungo le prode dei fiumi sopraggiungere la primavera.

 

Giovanni Marradi (1852-1922)

 

Dopo la neve

 

E al sole or brilla, fredda primavera,

un fiorir bianco d’orti e di giardini,

e i monti, in giro, splendono argentini

al mite sol che nell’azzurro impera.

 

E tutta a lui, dalla sua bianca faccia,

ride la terra un riso d’oro. O sole,

scalda col raggio tuo gl’inverni crudi.

 

E tu, provvida neve, i germi schiudi

per cui sudaron tante braccia umane,

sì che la terra pia maturi il pane

alla prole dell’uom, che attende e spera.

 

 

 

 

 

Sebastiano Mineo (1885-1955)

 

Primavera in corte

 

Coi primi passi smarriti,

è venuta fin qui, stanotte,

Primaverina: a guardare,

con le due stelle degli occhi,

dentro il buio della corte.

Fu la frustata di un lampo;

fu il brontolio minaccioso

venuto dal fondo del cielo,

che le mise sgomento

e la fece fuggire?

Su quel tetto ha lasciato

un filo verde

dei suoi capelli d’erba,

un tenero lembo

della sua camiciola di neve,

e un po’ di pianto

che ora sgocciola dalla grondaia,

si scava una piccola pozza

e la riempie d’azzurro.

 

Francesco Pastonchi (1877-1953)

 

Risveglio primaverile

 

Quante campane suonaron d’argento

schiette giulive al sole mattutino!

Tutta la gente si mise in cammino

per obbedire al lor comandamento.

 

Anche le suore uscivan di convento

a due a due col loro passettino,

anche i malati godeano il festino

e spalancavano i balconi al vento.

 

Anche la pietra non parea più muta,

ché sentiva un desìo d’esser leggera,

concorde al tremolar degli alberetti:

 

poi che ignuda e improvvisa era venuta

alfine l’aspettata messaggera,

colme le nivee braccia di fioretti.

 

Renzo Pezzani (1898-1951)

 

Primavera

 

C’è tra i sassi – ieri non c’era –

l’erba che trema come un verde fuoco!

l’ha perduta nel gioco

la giovane Primavera.

 

La pecorina vestita di lana

ora strappa le tenere foglie

e, per ogni ciuffo che coglie,

batte un tocco di campana.

 

A quel suono fiorisce il pesco:

si schiudono le finestrelle

e le rondini dal cuore fresco

giungono dalle stelle.

 

Ogni casa ha la sua festa

(poi che brilla come bandiere

il bucato alle ringhiere)

e le ragazze un fiore in testa.

 

L’acqua chioccia nella peschiera

rotonda come una secchia

e l’allodola dentro vi specchia

il suo canto di primavera.

 

Dammi la mano, bambino!

Si va dietro il ruscello

che batte gaio come un tamburello

e va nel fiume e muove il mulino.

 

Chi porta frumento e sudore

farina si prende che è pane;

poi, se dondolano le campane,

s’inginocchia e ringrazia il Signore.

 

Giuseppe Villaroel (1889-1965)

 

Primavera

 

Stanotte s’è messa in cammino

la Primavera nell’aria.

D’intorno, sul capo, le svaria

un velo di stelle turchino.

 

Il suo profumo è un sospiro

diffuso sui freschi giardini.

La terra non ha più confini,

il mare non ha più respiro.

 

L’alba sorride cogli occhi

dalle lunghe ciglia di cielo.

Vibra negli orti ogni stelo

come se una mano lo tocchi.

 

 

Le strade hanno tenui tremori

di verde lungo i fossati.

Gli alberi si sono svegliati

con bianche ghirlande di fiori.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

Stefan Flukowski

18 Mar
Stefan Flukowski

Stefan Flukowski

Stefan Bronisław Flukowski (1902-1972)

 

Prosatore e poeta polacco legato al gruppo letterario Quadriga, uno dei primi e principali rappresentanti del surrealismo in Polonia. Traduttore di Anatole France, Paul Eluard e dello scrittore svizzero Charles-Ferdinand Ramuz. Studiò filosofia alla Facoltà di Umanistica dell’Università di Varsavia e al tempo stesso diritto. Debuttò nel 1927 sulla rivista “Quadriga”. La sua prima raccolta di poesie – Il sole nella fatica giornaliera uscì nel 1929. La sua creazione era vicina all’Avanguardia di Cracovia. Nel periodo in cui Tadeusz Peiper e Julian Przyboś, tendevano ad esprimere l’eternità nelle immagini del tempo presente e della vita quotidiana, Flukowski al contrario, con la metafora dell’eternità esprimeva la ciclicità del presente. Il poeta si opponeva anche alla innovazione della forma, postulando la semplicità della lingua. La sua poesia manifestava l’apoteosi del lavoro come valore fondamentale del mondo. Motivo costante della sua creazione era il quadro del lavoro quotidiano dell’uomo, come compimento della creazione divina.

Le sue opere possono essere viste come rappresentazione del moderno prospettivismo. Le sue tecniche più caratteristiche sono le variazioni del punto di vista narrativo, le giustapposizioni di pareri e attitudini, l’esposizione della complessità inerente ai caratteri e alle situazioni, e la collisione di differenti lingue, allo scopo di scorgere sprazzi di realtà oltre la lingua. Poiché molti di questi espedienti si possono trovare sia nei drammi, che nella poesia e narrativa di Flukowski, si può concludere che la sua produzione letteraria lo colloca in una indistinta linea di confine tra l’avanguardia e il modernismo.

Ha scritto sei raccolte di poesie, sei drammi, racconti, le biografie di Słowacki e Norwid e il romanzo grottesco Le vacanze del nostromo Jan Kłębuch, che diversi anni fa il mio amico poeta Marian Grześczak (1934-2010) mi consigliò di tradurre. Desideravo farlo ma non trovai un editore interessato. Uscì poco prima dello scoppio della guerra e fu confiscato e bruciato dagli hitleriani. Per i suoi valori artistici e per la problematica intellettuale e morale in esso toccata, questo romanzo – notevole esempio di prosa sperimentale nel periodo tra le due guerre, non ha perso la sua attualità e può essere raccomandata ai lettori dei nostri giorni. Flukowski in questa sua opera affronta il problema del mito: del suo sorgere, delle sue conseguenze, del suo contrasto col pensiero razionale. Attorno a questo tema si svolgono tutte le altre costruzioni narrative e filosofiche di questo interessante romanzo, saturo di uno straordinario simbolismo. Forse si troverà finalmente in Italia un traduttore e una casa editrice interessati a pubblicarlo.

P.S.

Di Stefan Flukowski ho tradotto questo poema:

 

Johann Sebastian organista

                                                    Al dott. Franciszek Łukaszczyk

 

“Il pianoforte ben temperato”,

nero, lucido di lacca,

scorre nello spazio come pianeta

regolare, preciso,

ubbidiente alle leggi proprie

dell’armonia assoluta.

Basteranno cento anni,

perché diventi un sole

e accenda in ciascuno la fiamma.

Una nuvola con chiave di ebano

nuota sui campi di grano,

un’allodola si alza in volo, si alza, si alza

e in questa chiave

canta un allegro madrigale.

*

Da tre giorni il giovane cammina,

da tre giorni è diretto a Lubecca

dove risiede Buxtehude,

oltremodo abile organista

e compositore eccelso.

Vuole prendere lezioni da lui,

desidera sapere

come quattro o sei torrenti

trasformare in un solo fiume,

e di questo fare un mare

coronato da un orizzonte

di cadenze, code, finali…

Il giovane andando a Lubecca

sotto un albero passa spesso le notti.

Non può addormentarsi…

Si costruisce un organo

nella corona di un tiglio, di un olmo, di un carpine,

suona.

Inizia con un vecchio ricercare.

L’ha trovato oggi sulla strada,

un bel manoscritto, lasciato cadere

da un’antica carrozza italiana,

che lo aveva incrociato ad una svolta.

Non c’era nessuno in essa, nemmeno il cocchiere,

ma correva a meraviglia

tra due filari di olmi e di pioppi.

E man mano che si allontanava,

somigliava a Venezia –

oro e azzurro.

Ha già trovato il tema, già lo trattiene,

conduce con precisione quattro voci –

dux quinta comes

pedale manuale, poi insieme,

dalle quinte passa alle ottave,

dalle ottave ai sedicesimi.

La fuga si svolge senza interruzione,

si raddoppia, acquista nuovo vigore:

da forte a fortissimo, presto, presto,

e a un tratto si abbandona nel paese

del sogno, dell’oblio

insieme con l’organo nella corona degli alberi.

Dorme adesso respirando regolarmente,

fili d’erba nei capelli,

un coleottero finito nell’orecchio

ronza con le quattro coppie di zampe –

ogni cosa intorno stride come un grillo.

Cammina già da cinque, sei giorni,

si reca sulla strada per Lubecca

dal maestro Buxtehude

per studiare composizione,

penetrare gli arcani dell’esecuzione,

il meccanismo dello strumento.

Canicola, ma continua a camminare,

ha infilato la parrucca in un bastone

accanto al fagottello col pane.

E neanche sa

che è più alto dei pioppi.

Nelle bianche calze i grossi polpacci

sono più grossi dei tronchi più grossi,

la parrucca è una nuvola.

                          *

L’organista

con le calze bianche

grasso ed estasiato

corre là dove ci sono

quattro pianoforti,

e si siede davanti a tutti e quattro.

Suona

un concerto per quattro pianoforti.

E’ solo…nessuno lo ascolta…

Soltanto gli uccelli sono ammutiti

e la pioggia ha smesso di cadere.

Il pubblico verrà nel successivo,

diciannovesimo secolo,

negli abiti Louis Phillipe.

Senza sosta si alzerà il coperchio del pianoforte

e tingerà di rosso scarlatto la scena,

sibilerà un proiettile,

scintillerà una baionetta,

strapperà un foglio di musica.

…passa al piano…

poi di nuovo con gli accordi

iniziano le cannonate.

Johann Sebastian l’organista,

– la parrucca ben bene incipriata –

corre all’interno dell’organo,

salta da registro a registro,

stimola con il contrappunto,

insegue con le fughe,

Johann Sebastian, l’organista Johann…

E da tutto questo

dritta in cielo

la melodia più pura.

Sulle strade

all’improvviso

un vento folle –

strappa i cappelli ai passanti,

li getta sui tetti,

sposta le case forti come roccia,

lacera i dialoghi nelle tragedie,

frantuma i cristalli dell’aria

e comprime gli intermezzi.

Qualcuno corre per la strada

spronando un cavallo

trasformato in vento,

in uragano, in tornado,

in coefficiente di velocità.

E possono resistere soltanto gli alberi

col più alto indice

di elasticità.

Volano le pietre miliari,

i cappelli e

i portali delle cattedrali,

vola la gente,

che in un giorno di mercato

i corali di Johann Sebastian

hanno trascinato via.

                        *

Johann Sebastian, l’organista,

siede a tavola con la famiglia.

Dietro la finestra il bel tempo

in abiti domenicali,

con un fiore di visciolo sulla fronte

invita gli uccelli sui rami.

Attraverso la finestra

un solerte zeffiro

spinge

i profumi dei prati e del frutteto,

le fronti rinfresca,

dagli angoli caccia via i ragni.

A tavola l’Oceano –

otto figli a destra,

otto figlie a sinistra –

dalla gamma di otto toni costruisce

il pianoforte ben temperato.

                        *

Nell’organo ventilato

un angelo ha perso una piuma,

verrà l’organista

e soffierà via la piuma

con una cannuccia di stagno

sulla chiesa

in un allegro mattino domenicale.

Quando la chiesa è vuota,

e l’organista

in casa dopo il pranzo sonnecchia,

gli angeli coi diavoli

cominciano a scherzare:

ora a nascondino

giocano dietro l’altare,

ora si rincorrono nell’organo.

Allora succede,

che pestano un registro stabile

o tutti i toni in una volta.

L’organo rimbomba

come nel giudizio universale,

e in un altro momento si lamenterà

con l’armonia di Johann Sebastian.

Nella canna più larga

siedono un diavolo e un becchino.

Già da tre giorni bevono birra,

cantano canzoni oscene e

mangiano arrosto di montone,

e bevono, e cantano,

mangiano

e bevono

nella canna più larga

il diavolo e il becchino.

E’ arrivato l’organista

da un torrente di cristallo

e con un corale a quattro voci

il canto, la birra e il diavolo,

il becchino e l’arrosto

ha soffiato via sotto la volta

e tutti

hanno visto soltanto due pipistrelli.

Nell’organo ventilato

un angelo di è assopito di gusto

la sera –

e al mattino

verrà l’organista

e comincerà a svegliarlo.

L’angelo destato

sui registri dei toni

salterà fuori dall’organo

e colpirà il soffitto,

respinto dal soffitto

si appiattirà sulla vetrata,

si condenserà nell’estasi…

E allora

un raggio del novello sole

lo introdurrà nel rosa

e lo riscalderà.

Il vecchio alzamantice,

che con una donna viveva nel peccato,

si ubriacò e cominciò a imbrogliare,

rubò una stella all’angelo,

quando nel boccale si assopì,

e la nascose nel mantice.

Quando la domenica mattina

Johann Sebastian

le toccate, le fughe e i corali

a modo suo rafforzò,

la stella schizzò

lontano dietro la luna.

Il sole è appena sorto,

l’organista Johann Sebastian

corre nell’enorme organo,

salta da un registro all’altro,

insegue tema con tema.

Rimbombano le fughe, le toccate,

si accumulano le messe e i corali.

Neanche si accorge,

che su di lui c’è già un altro sole:

l’Opera Omnia di Johann Sebastian.

(C) by Paolo Statuti

Tags: Stefan Flukowski, Johann Sebastian organista tradotto da Paolo Statuti, poesia polacca,Stefan Flukowski tradotto da Paolo Statuti

 

La mia ultima preghiera

17 Mar

La mia ultima preghiera

 

Mio Dio,

quando mi chiamerai,

accoglimi con un sorriso

per come sono,

per quello che ho fatto

e non fatto nel bene e nel male,

non essere un giudice severo,

sii misericordioso,

ma con tutto il cuore t’imploro,

non farmi tornare mai più

su questo Pianeta:

potrei essere un corrotto

o un terrorista,

un padre senza lavoro

oppure un analfabeta,

un mafioso o un camorrista,

un bambino che muore di fame,

un clandestino annegato,

una donna violentata,

una pianta malata tra i rifiuti,

un pesce soffocato dalla plastica,

un uccello avvelenato

dall’aria inquinata.

Se devo rinascere, mio Dio,

trovami un luogo

nell’immenso universo,

lontano dall’uomo

e vicino ai saggi animali,

e se mi vedrai triste e solo

mandami un Tuo angelo

con tre ali,

sì, un angelo poeta,

musicista e pittore,

con una poesia da tradurre,

una cantata da ascoltare

e una tela da dipingere insieme.

Grazie, mio Dio e adesso –

l’ultimo favore –

che la mia anima

sia per sempre preda

del Tuo Infinito Amore!

 

(Paolo Statuti)

Uomini e gatti

12 Mar

I Polacchi amano i gatti e i morti e viceversa, e da questo connubio tra uomini e felini domestici è nata questa poesia di Wisława Szymborska che ho tradotto con vero piacere.

 

Un gatto nell’appartamento vuoto

 

Morire – a un gatto questo non si fa.

Perché cosa può fare un gatto

in un appartamento vuoto.

Arrampicarsi sulle pareti.

Strofinarsi tra i mobili.

Tutto sembra rimasto com’era,

eppure tutto è cambiato.

Nulla sembra fuori posto,

eppure tutto è spostato.

E la sera la lampada è spenta.

Risuonano dei passi sulle scale,

ma non sono quelli.

La mano che mette il pesce sul piatto,

non è quella che lo metteva.

Qualcosa qui non comincia

alla solita ora.

Qualcosa qui non accade

come dovrebbe.

Qualcuno qui era ed era,

e poi a un tratto è scomparso

e caparbiamente non c’è.

Si è guardato in tutti gli armadi.

Si è cercato negli scaffali,

e sotto il tappeto.

Si è violato perfino

il divieto di sparpagliare le carte.

Che altro si può fare.

Dormire e aspettare.

Che torni finalmente,

che appaia di nuovo.

Che sappia una buona volta,

che un gatto non si tratta così.

Gli andrà incontro,

come controvoglia,

lentamente,

sulle zampe molto offese.

E all’inizio niente salti né miagolii.

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

8 marzo 2015

8 Mar

 

fiori

 

 

A tutte le gentili Signore e Signorine auguro una felice festa e dedico questa poesia nella mia traduzione fresca di giornata.

 

Maria Pawlikowska-Jasnorzewska

 

Chi vuole che io lo ami

Chi vuole che io lo ami, non può mai essere affranto

e deve riuscire a portarmi in braccio molto in alto.

 

Chi vuole che io lo ami, deve saper sedere su una panchina

e osservare attento gli insetti e la più piccola margheritina.

 

Deve saper sbadigliare quando un funerale gli passa davanti,

quando nelle processioni dei devoti ascolta le grida e i pianti.

 

Ma in compenso deve commuoversi quando un cuculo fa cucù

o quando un picchio sulla scorza di un faggio batte sempre più.

 

Deve saper accarezzare un cagnolino e con me fare ugualmente,

e ridere, e vivere un dolce sogno che non contiene niente,

 

e non sapere nulla, come me, e tacere in una dolce oscurità,

ed essere lontano dall’ira e altrettanto lontano dalla bontà.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Paolo Statuti: Canto amaro

2 Mar
Henri Rousseau "Il doganiere" (1844-1910): Allegoria della guerra

Henri Rousseau “Il doganiere” (1844-1910): Allegoria della guerra

Paolo Statuti

Canto amaro

 

Tre soldati sopra un carro,

tre come tanti altri.

– Che fai?! E’ disarmato!

– Fermo! E’ un ragazzo!

– E con questo? Lo stendo io!

– Perché lo hai fatto?!

Quando il sole cala

perché non riposi?

Non profanare il silenzio,

nascondi il fucile,

taci, dunque!

Le tue vane parole

offendono la notte.

Quanti torti, mio Dio!

Quanto sangue e pianto,

le lacrime sono cristalli

che brillano invano,

lo so, ma il riso è infame.

Ascolta! Qualcuno chiede:

– Vuoi morire?

Non temere,

un cieco non vede,

un sordo non sente.

Quei soldati sul carro

li conosco da tanto:

uno mi difenderà,

uno mi libererà

e uno mi ucciderà.

E così finirò

tra le mummie del passato

accanto a un fiore che nasce

per milioni di affamati,

per milioni di condannati

all’odio eterno.

Sventola un vessillo bugiardo

e il vento è suo complice,

c’è scritto: “Pace e libertà”.

Ma quando sarà?

Ride il vento e mi risponde:

– Non lo saprai mai.

Triste presagio…

Cammino lentamente

lungo un sentiero erboso,

mentre la luna

lascia a malincuore

un filo d’erba, un fiore,

l’impronta dei miei passi

al primo sole.

Un cane abbaia,

forse cerca una compagna,

passa un vecchio e mi guarda

indifferente,

sembra chiedermi:

– Dove vai?

Tanti anni ho trascorso

e nessuno mi conosce…

Cosa pensi? Che vuoi fare?

Passa una vecchia

in abito nero,

la faccia bianca,

lo sguardo amaro…

Barcolla e sputa

sulle verdi foglie

coperte di rugiada.

Mi grida: – Hai sbagliato strada!

Il sentiero è chiuso,

ci sono i soldati

che non lasciano passare.

Mi annoia la sua voce roca:

– Ci sono i soldati, ti spareranno,

torna indietro,

oltre quel sentiero

non c’è amore,

non c’è speranza.

Mi guardo intorno e ascolto:

silenzio e solitudine.

Mi nascondo, sento uno sparo,

il sole all’improvviso

non riscalda più il mio corpo,

ho paura,

ma perché…

se già sono morto?

(1969)

(C) by Paolo Statuti

Michail Lermontov

1 Mar

Poesie di Michail Lermontov tradotte da Paolo Statuti

 

Preghiera

Non incolparmi, Onnipotente,

E non punirmi, t’imploro,

Se il buio funebre della terra

Con le sue passioni io adoro;

Se di rado nell’anima entra

Il torrente della tua parola viva;

Se nell’errore la mia mente

Vaga lontano dalla tua riva;

Se trabocca dal mio petto

La lava dell’ispirazione;

Se i selvaggi fermenti

Offuscano la mia visione;

Se questa terra mi è angusta,

Di penetrare in te ho paura, ed io

Spesso i canti del peccato

Prego, non te, mio Dio.

Ma estingui questa magica fiamma,

Il fuoco che tutto distrugge,

Trasforma il mio cuore in pietra,

Ferma lo sguardo che si strugge,

Dalla tremenda sete di versi

Fa’ ch’io sia libero, o creatore,

E allora sulla via della salvezza

A te di nuovo mi volgerò, o Signore.

1829

 

 

 

La mia casa

La mia casa è sotto la volta celeste,

Dove risuonano i canti soltanto,

Dove ogni scintilla di vita risplende,

Ma per il poeta lo spazio è tanto.

Dal tetto egli arriva alle stelle,

E il lungo sentiero tra le mura,

Chi ci abita, non con lo sguardo,

Ma con la sua anima misura.

La verità è nel cuore dell’uomo,

Il sacro seme dell’eternità:

Spazio senza fine, secoli interi,

In un baleno esso abbraccerà.

E la mia bella casa onnipotente

Per questo sentimento è costruita,

Dovrò soffrire a lungo in essa,

E solo in essa avrà quiete la mia vita.

1830

Il mendicante

 

Sulla porta di un santo convento

Un poveretto chiedeva la carità,

Magro, sofferente ed oppresso

Dalla fame, dalla sete, dalla povertà.

Chiedeva solo un pezzo di pane,

E lo sguardo mostrava la sua pena,

E qualcuno un sasso posò

Sulla sua mano distesa.

Così io imploravo il tuo amore

Con pianto amaro e ardente;

Così i miei sentimenti migliori

Eran delusi da te per sempre!

1830

Sole d’autunno

 

Io amo il sole d’autunno, quando

Tra nuvole e nebbie si fa largo,

E getta un pallido morto raggio

Sull’albero cullato dal vento,

E sull’umida steppa. Io amo il sole,

C’è qualcosa nello sguardo d’addio

Del grande astro simile all’occulta pena

Dell’amore tradito; non più freddo

Esso è in sé, ma la natura

E tutto ciò che può sentire e vedere,

Non provano il suo calore; così è

Il cuore: in esso è ancora vivo il fuoco,

Ma la gente un giorno non lo capì,

E da allora negli occhi brillare non deve,

E le guance non sfiorerà in eterno.

Perché di nuovo il cuore sottoporre

A parole di dubbio e allo scherno?

1830 o 1831

Il mio demone

 

                               1

 

La somma dei mali è il suo elemento;

Volando tra nembi scuri e foschi,

Egli ama le fatali tempeste,

La spuma dei fiumi e il fruscio dei boschi;

Egli ama le notti cupe,

Le nebbie, la pallida luna,

I sorrisi amari e gli occhi

Che non sanno il sonno né lacrima alcuna.

                                 2

 

Le ciarle futili del mondo

Egli è avvezzo ad ascoltare,

Egli deride le parole di saluto

E ogni credente ama beffeggiare;

Estraneo all’amore e alla pietà,

Dal cibo terreno è sfamato,

Ingoia ingordo il fumo dello scontro

E il vapore del sangue versato.

                                 3

 

Se nasce un nuovo sofferente,

Lo spirito del padre egli affligge,

Egli è qui col severo sarcasmo

E la rozza gravità dell’effige;

E quando qualcuno già discende

Con l’animo tremante nel sepolcro,

Trascorre con lui l’ultima ora,

Senza dare al malato alcun conforto.

                                 4

 

L’altero demone non mi lascerà,

Finché in vita io sarò,

E la mia mente prenderà a illuminare

Come un magnifico falò;

Mostrerà un’immagine di perfezione

E poi per sempre la toglierà

E, datomi un presagio di letizia,

Da lui non avrò mai felicità.

1831

 

No, non sono Byron…

 

No, non sono Byron, sono un altro

Eletto ancora sconosciuto,

Come lui, dal mondo vessato,

Ma con l’anima russa io sono nato.

Cominciai presto, finirò prima,

Non molto compierà la mia mente;

Nella mia anima, come nell’oceano,

Giacciono le mie speranze infrante.

Chi può, o tenebroso oceano,

Conoscere i tuoi segreti? Qualcuno

Narrerà alle folle i miei pensieri?

Io sono Dio – o non sono nessuno!

1832

La vela

 

Biancheggia una vela solitaria

Nella nebbia azzurra del mare!..

Cosa cerca nel paese lontano?

Cos’ha lasciato nel paese natale?..

Giocano le onde – il vento sibila,

E l’albero si piega e geme…

Ahimé, – la fortuna non cerca

E dalla fortuna non viene!

Sotto ha la corrente azzurra,

Sopra – del sole l’effige dorata…

Ma essa, inquieta, cerca la tempesta,

Come se in questa la quiete fosse data!

1832

Preghiera

 

O Madre di Dio, sono qui in preghiera

Davanti al tuo volto come intensa luce,

Non la salvezza, non la gratitudine,

Né il pentimento a te mi conduce,

Non per la mia anima deserta, l’anima mia

Di ramingo senza patria ti prego nel profondo,

Ma voglio affidare a te una vergine innocente,

A te che proteggi dal gelido mondo.

Circonda di felicità chi è degno d’averla,

Dagli compagni benigni in abbondanza,

Una bella giovinezza, una serena vecchiaia,

Al cuore mite dai la pace della speranza.

E quando si avvicinerà l’ora dell’addio,

Tu manda per vegliare al letto del dolore,

Sia in chiassoso mattino o in notte silente,

L’anima leggiadra dell’angelo migliore.

1837

Il pugnale

Ti amo, mio pugnale d’acciaio intarsiato,

Compagno gelido che abbaglia.

Un georgiano per la vendetta ti forgiò,

Un circasso ti affilò per la battaglia.

Una bianca mano a me ti ha donato

In segno di ricordo nella separazione,

E la prima volta non sangue da te colò,

Ma una tersa lacrima-perla di afflizione.

E fissando i neri occhi su di me,

Ricolmi di segreto dolore,

Come il tuo acciaio sul tremulo fuoco,

Erano a volte buio, a volte splendore.

Datomi per compagno, pegno muto d’amore,

Su di te il viandante può contare:

Come te, come te, amico mio d’acciaio,

La mia anima è salda e non potrà cambiare.

1838

 

Preghiera

 

In un momento arduo della vita,

Quando la tristezza stringe il cuore:

Una prodigiosa preghiera

Io recito a memoria.

C’è un’intensità beata

Nell’armonia della parola viva,

E in essa inesplicabile

Un sacro incanto spira.

Dall’anima come un grave peso

La coscienza rotola via distante –

E si vuol credere, e si vuol piangere

Ed è un lieve, così lieve istante…

1839

Le nuvole

Nuvole celesti eternamente erranti!

Sulla steppa azzurra come perle infilate,

Dal caro nord verso il meridione

Scorrete, come me, esiliate.

Cosa vi spinge: Il volere del destino?

Una segreta invidia? Un’ira manifesta?

O vi opprime il peso di un delitto?

O degli amici la venefica maldicenza?

No, vi hanno annoiato gli aridi campi…

A voi sono estranee passioni e pene;

In eterno fredde e in eterno libere,

Voi una patria e un esilio non avete.

1840

 

 

Il profeta

Dal giorno in cui il giudice eterno

Mi ha dato del profeta l’onniscienza,

Negli occhi degli uomini io leggo

Pagine di rabbia e di violenza.

A predicare presi allora i precetti

Della verità e dell’amore alla gente:

Cominciarono a coprirmi d’insulti

E a tirarmi pietre follemente.

Mi cosparsi il capo di cenere,

Come un mendico fuggendo la città,

Ed ora come uccello nel deserto io vivo,

Mangiando solo ciò che Dio mi dà;

La creatura terrestre m’è sottomessa,

Le leggi del Signore rispettando,

E le stelle mi ascoltano di notte,

Coi raggi lietamente giocando.

E quando nella città chiassosa

Entro a volte con passo affrettato,

I vecchi dicono ai bambini

Con un sorrisetto malcelato:

«Guardate: ecco un esempio per voi!

Egli superbo da noi è fuggito;

Lo sciocco pensava: ciò che dice Dio

Dalla mia bocca è uscito!

Guardatelo, bambini miei:

Che figura pallida e trista!

Guardate com’è magro e nudo,

E come ridono alla sua vista!»

1841

Il sogno

 

Nella valle del Daghestan infocata

Col piombo nel petto immobile stavo;

Dalla ferita ancora fumante,

A goccia a goccia il mio sangue versavo.

Giacevo solo sulla sabbia della valle;

Sporgenze di rocce premevano intorno,

E il sole bruciava le gialle sommità

E pur me – ma io dormivo, come morto.

Rischiarato dai fuochi nel paese natale

Un banchetto sognavo in quel mentre.

Giovani donne inghirlandate

Parlavano di me allegramente.

Ma, ignorando la lieta conversazione,

Una di loro sedeva sola e pensosa,

La sua giovane anima era triste

E immersa Dio solo sa in che cosa;

E sognava il Daghestan, dove giaceva

Un cadavere a lei noto, nel cui petto

Fumando, anneriva la ferita,

Da cui il sangue colava ormai freddo.

1841

La rupe

 

Passò la notte una nube dorata

Sul petto di una rupe immensa;

La mattina si rimise in cammino,

Giocando nell’azzurro immersa;

Ma una traccia umida in una ruga

Della millenaria rupe ha lasciata.

E la rupe è lì sola e pensosa,

E nel deserto piange sconsolata.

1841

Tamara

 

Nella profonda gola di Dar’jal,

Dove il Terek fruga nelle nebbie cupe,

Una antico bastione si ergeva,

Nereggiando su una nera rupe.

In questa torre alta e angusta

La zarina Tamara viveva:

Assai bella, come angelo celeste,

Come demone, perfida e altera.

E là nella nebbia di mezzanotte

Brillava un lumino dorato,

Attirava l’attenzione dei viandanti,

Chiamava a un riposo incantato.

E si udiva la voce di Tamara:

C’era in essa desiderio e passione,

Una magia onnipotente,

Una inesplicabile persuasione.

Verso la voce di un’invisibile peri

Un mercante o un pastore andava:

Davanti a lui si apriva la porta,

Un tetro eunuco lo invitava.

In un soffice letto di piume,

Vestita di broccato porporino,

Ella aspettava l’ospite…Frizzanti

Eran pronte due coppe di vino.

S’intrecciavano le dita degli amanti,

Le labbra si toccavano ardenti,

La notte intera risonavano là

Assai strani e selvaggi accenti.

Come se in quel vuoto bastione

Cento giovani e cento fanciulle,

Fossero insieme a un banchetto funebre,

O per celebrare nozze notturne.

Ma appena la luce del mattino

Si posava sui picchi montani,

Nella torre buio e silenzio

Di nuovo regnavan sovrani.

Solo il Terek nella gola Dar’jal,

Il silenzio rombando rompeva;

L’onda urtava contro l’onda,

L’onda dietro l’onda correva;

E con pianto il corpo muto

Si affrettavano a portar via;

Alla finestra qualcosa biancheggiava,

E risonava una parola: addio.

Ed era un sì tenero lasciarsi,

La voce era dolce e fremente,

Come se estasi d’incontro e carezze

D’amore promettesse per sempre.

1841

Da solo mi metto in cammino…

1

Da solo mi metto in cammino;

Nella nebbia la strada risplende;

Silenzio. Il deserto ascolta dio,

E stella con stella s’intende.

2

In cielo una festa e un incanto!

La terra dorme nell’azzurro splendore…

Che cosa mi aspetto, di che mi lamento?

Perché mai questo cupo dolore?

3

Dalla vita non voglio più niente,

Nulla rimpiango del mio passato;

Cerco soltanto libertà e quiete!

Dormire – questo solo m’è grato!

4

Non il freddo sonno della tomba

Io cerco…ma vorrei dormire,

Per placare le forze della vita,

E il respiro nel mio petto lenire;

5

Perché un dolce canto d’amore

Accarezzi sempre l’orecchio mio,

E d’una quercia eternamente verde,

E china su di me, io oda il fruscio.

1841

 

Da solo mi metto in cammino…

Da solo mi metto in cammino;

Nella nebbia il selciato splende;

Silenzio. Il deserto ascolta dio,

E stella con stella s’intende.

Il cielo è mirabile e solenne!

Dorme la terra nell’azzurro manto…

Perché questo dolore e stento?

Qualcosa aspetto o qualcosa piango?

Dalla vita più niente mi aspetto,

E non ho rimpianti del passato;

Io cerco libertà e pace!

Vorrei non pensare, addormentato!

Non nel freddo sonno della tomba…

Sarò felice se dormiranno

Le forze vitali nel mio petto,

E il petto respirerà senza affanno;

Se notte e giorno al mio udito

La voce dell’amore giungerà,

E su di me una verde quercia,

Chinandosi, per sempre stormirà.

Ci lasciammo

 

Ci lasciammo; ma il tuo ritratto

Io custodisco sul mio petto:

Vaga ombra di anni migliori,

All’anima mia reca diletto.

Sono preda di nuove passioni,

Ma esso è rimasto ancora mio:

Così un tempio vuoto – resta un tempio,

E un idolo abbattuto – resta dio!

(C) by Paolo Statuti