Archive | aprile, 2012

Kazimierz Wierzynski

14 Apr

Prosatore, saggista e soprattutto uno dei maggiori poeti polacchi del

XX secolo

   Nacque a Drohobycz, nella ex Galizia appartenente all’Austria, il 27 agosto 1894, vale a dire due anni dopo e nella stessa città dove nacque e morì Bruno Schulz, l’autore delle note raccolte di racconti e saggi Le botteghe color cannella e Il sanatorio all’insegna della clessidra.

   Negli anni 1910-1912 fece parte di una organizzazione patriottica clandestina della gioventù ginnasiale polacca e nel 1912 si iscrisse alla facoltà di filosofia dell’Università Jaghellonica di Cracovia. Dal 1913 al 1914 studiò slavistica e letteratura tedesca all’Università di Vienna. Partecipò alla prima guerra mondiale e trascorse due anni e mezzo in un campo di prigionia a Riazań, dove imparò la lingua russa. Il 6 dicembre 1919 a Varsavia si svolse una serata letteraria nel corso della quale venne proclamata la nascita del gruppo poetico Skamander. Oltre a Wierzyński ne entrarono a far parte: Julian Tuwim, Antoni Słonimski, Jarosław Iwaszkiewicz e Jan Lechoń. Egli fu uno dei pilastri di questo gruppo, che esercitò un’influenza determinante su tutta la poesia polacca contemporanea, e che postulava, tra l’altro, la semplificazione del linguaggio poetico: “non vogliamo grandi parole, ma vogliamo una grande poesia; allora ogni parola diventerà grande”.

   Nel 1923 il poeta sposò l’attrice Bronisława Koyałłowicz. Negli anni 1924-1926 i Wierzyński visitarono più volte l’Italia e soprattutto Roma, dove viveva la sorella della moglie del poeta. Nel 1933 si separò dalla moglie e l’anno dopo effettuò un viaggio in Germania, registrando le sue impressioni in una serie di reportage pubblicate sulla Gazeta Polska.

   Nel 1938 entrò a far parte dell’Accademia Polacca della Letteratura, al posto del defunto poeta Bolesław Leśmian. Nel dicembre dello stesso anno sposò Halina Sztompkowa, che gli sarà compagna premurosa e fedele fino alla morte. Nel mese di settembre del 1939 i coniugi Wierzyński lasciarono la Polonia e si stabilirono a Parigi. Nel 1941 si trasferirono negli Stati Uniti, dove restarono fino al 1964. Gli ultimi anni della sua vita li trascorse visitando assai spesso l’Italia in compagnia della moglie. Morì a Londra il 13 febbraio 1969.

   Nel 1919, l’anno della riconquistata indipendenza della Polonia dopo 123 anni di schiavitù, il venticinquenne poeta debuttò con la raccolta Wiosna i wino (La primavera e il vino). Fu uno stupefacente successo letterario perché portava qualcosa di assolutamente nuovo, dopo gli umori nostalgici e pessimistici della Giovane Polonia: l’elogio estatico della vita e dell’amore per il mondo, un’esplosione di gioia travolgente. Il poeta è il signore del mondo, il suo disarmante candore e il suo fascino gli aprono tutte le porte. A che servono i soldi se il poeta ha le stelle? A che gli serve una casa se ha la tenda del cielo d’estate, e così via. Due anni dopo uscì, come la prima a Varsavia, la raccolta Wróble na dachu (Passeri sul tetto), di tono e contenuto analoghi alla precedente. Della creazione poetica tra le due guerre la più nota è Laur olimpijski (Il lauro olimpico, Varsavia 1927), premiata con la medaglia d’oro al concorso letterario della IX Olimpiade (Amsterdam 1928). Essa fu subito tradotta in varie lingue, tra cui l’italiano.

   Negli anni trenta la raccolta più rappresentativa è Wolność tragiczna (La tragica libertà, Varsavia 1936), pubblicata dopo la morte di Piłsudski. Essa si può definire un tentativo di presentare la Polonia del tempo attraverso il retaggio insurrezionale-indipendentistico e il testamento spirituale di Piłsudski, il quale era considerato da Wierzyński come un’incarnazione dell’eroe romantico. Va sottolineato che il poeta era ideologicamente legato alla corrente politica di Piłsudski, e ciò influì sulle sue scelte durante e dopo la guerra.

   Nel 1946 uscì a New York la raccolta Krzyże i miecze (Le croci e le spade), che si può definire il manifesto del dissenso di Wierzyński per l’ordine europeo seguito agli accordi di Jalta, che avevano sacrificato l’indipendenza della Polonia. Il poeta valuta la fine della seconda guerra mondiale dalla prospettiva della fedeltà agli ideali del ventennio, agli obiettivi dell’Armata Nazionale (Armia Krajowa) e dal punto di vista degli emigrati polacchi. Mette ripetutamente a confronto l’aspirazione polacca alla libertà e il limpido sacrificio del sangue con il gioco degli interessi e l’ipocrisia della politica. Le croci sono le tombe dei caduti, la spada è il simbolo della lotta, ma essa è simile alla croce e insieme creano un altro senso: di fede e speranza, di convinzione che l’eredità spirituale della lotta e il messaggio di libertà non saranno dimenticati. Wierzyński non aveva alcun dubbio su ciò che succedeva e sarebbe successo nel paese. Il suo ritorno in patria era impossibile e la raccolta Le croci e le spade aveva suggellato questa impossibilità.

   Subito dopo la guerra il poeta vive un periodo molto critico. Rifiutando la nuova Polonia si trova di fronte a una difficile scelta. Resta nell’emigrazione ma tace, gli è impossibile scrivere, attraversa una fase di depressione psichica. Fortunatamente nel 1946 l’allora direttore dell’Orchestra di New York, l’americano di origine polacca Artur Rodziński, propose al poeta di scrivere un libro su Federico Chopin. Wierzyński accettò la proposta, lasciò New York e in un ambiente di grande serenità, a contatto con la natura americana riacquistò la forza di scrivere. Il risultato fu il libro Vita e morte di Chopin (New York, 1949), pubblicato per il centenario della morte del grande compositore polacco con una introduzione di Artur Rubinstein, e la raccolta di poesie Korzec maku (Uno staio di papavero, Londra 1951).

   E’ forse la più bella raccolta di Wierzyński, dal tono più sereno, piena di immagini della natura americana e di riflesso anche di quella polacca. Assistiamo a un cambiamento della forma poetica, alla rinuncia della tradizionale rima. La composizione del verso viene avvicinata al ritmo del linguaggio naturale. La poesia diventa più universale. Wierzyński scopre che il nocciolo del linguaggio poetico è la parola e il difficile contatto di essa con la realtà. Le promesse della raccolta Uno staio di papavero furono brillantemente confermate dalla successiva Tkanka ziemi (Il tessuto della terra, Parigi, 1960). Nella poesia La quinta stagione dell’anno l’autore torna alle stagioni della sua creazione:

 

Un uccello mi è volato attraverso, un uccello,

E ha lasciato la porta aperta,

E la sera stessa al crepuscolo

Sono calate in me le stagioni dell’anno

Vive e morte.

La prima giovanile, allegra,

Ancora la sogno, ancora mi chiama

(Ah, vuote risate, assurdità!),

La seconda fervida, ardente,

Con il rosso labbro ancora mi tocca,

La terza autunnale, la quarta invernale

E la quinta: morte ed eternità.

(Versione di Paolo Statuti)

 

   Negli anni ’60, dopo essersi stabilito in Europa per sempre, il poeta girava “inquieto come una rondine” tra Londra, Parigi e Roma. Le questioni del paese lo assorbivano completamente. La nostalgia per la patria aveva un effetto paralizzante, viveva di ciò che avveniva in Polonia e si rendeva conto della propria impotenza di fronte alla costrizione e al male cui soggiacevano i suoi connazionali. Testimonianza letteraria di questa lotta interiore fu la raccolta di poesie Czarny polonez (La polacca nera), pubblicata a Parigi nel 1968. E’ una dura critica della realtà della Polonia Popolare, dove il poeta non era mai stato. Più volte lo avevano invitato, ma non si era mai deciso ad andare, dicendo che “nel suo paese non si va in visita, si torna o non si torna”. Andarci per un po’ di tempo col passaporto americano e gli inevitabili contatti con i funzionari comunisti sarebbe stato per lui una commedia difficile da recitare. Eppure egli era prossimo al ritorno. Soltanto l’aggravarsi della situazione politica polacca verso la fine degli anni ’60 allontanò la sua decisione in modo irrevocabile. La sua ultima poesia la dedicò a Jan Palach e porta la data 25 gennaio 1969, giorno del funerale del giovane a Praga.

   Tymon Terlecki, storico della letteratura polacca e critico teatrale, afferma: “Wierzyński è stato uno dei lirici polacchi più universali, uno dei più grandi che abbia mai avuto la Polonia. La sua creazione si presenta come storia, come ininterrotta sequenza di slanci rigeneranti. C’era in lui una costante tensione spirituale, una capacità di rinascita, di nuove incarnazioni”.

                                                                             Paolo Statuti

 

Altre raccolte di Kazimierz Wierzyński:

Wielka Niedźwiedzica (L’Orsa Maggiore, 1923)

Gorzki urodzaj (L’amaro raccolto, 1933)

Kurhany (Tumuli, 1938)

Siedem podków (Sette ferri di cavallo, 1954)

Kufer na plecach (Il baule sulle spalle, 1964)

Sen mara (Sogno incubo, 1969)

   

Di Kazimierz Wierzyński vi invito ora a leggere dieci poesie nella mia versione:

Il salto con l’asta

Già s’è staccato, già vola come un portento!

Si stende sull’asta come bandiera al vento,

Giunge alla sbarra e con battito repentino

Si slancia in avanti, come uccello e felino.

Fermatelo, che raggeli come una pietra,

Che butti indietro l’asta – inutile faretra,

Che così rimanga da una nube sommerso,

Come una lieve piuma – nell’aria disperso.

Non perderà le forze, né l’impeto in volo,

Oltre ogni limite si alzerà tutto solo,

E come un’eco risponderà soltanto,

Che il suo traguardo è il cielo – ch’è il nostro vanto.

(da: Il lauro olimpico)

 

Elegia

La lupa correva di qui vorace e indoma,

L’acquedotto passava sugli archi di Roma.

Ponti dietro Cesare e legioni fluenti,

Verbena nei campi, nelle arene – serpenti.

Si snodava, bivaccava una folle immane:

Oggi tocco una pietra di ciò che rimane.

Prendete la mia maschera rosa dal vento,

Fissatela a un teatro come ornamento.

Che dall’orbite vuote una lacrima scenda,

Forse la vista riavrò e farà ch’io comprenda.

Forse sussurreranno ancor le labbra immote

Come per Roma perivo in età remote.

(da: Uno staio di papavero)

 

Poesia scritta per consolazione

Torno da New York sfinito,

Rotto, arrabbiato, stordito,

Alla mia tana, ai boschi e alle rocce.

Per quattro ore,

Per la strada intera,

Sogno una cosa soltanto:

Dormire fino a stasera.

E arrivo ma  prender sonno non posso.

 

Chiudo gli occhi e mi sento: nessuno,

In qualche deserto sperduto,

E non so perché mi viene in mente

La città di Stryj

Sull’omonimo fiume.

 

Ho ancora negli orecchi quel frastuono,

Ma già sento in via Verde

Le cornacchie sugli alberi gridare primavera!

D’estate la festa dei ferrovieri a Olszyna

Coi coriandoli negli occhi mi scorre,

E scorrono le vacanze, la neve sui monti è stesa,

E presso il ginnasio batte l’orologio della chiesa,

E penso: eppure qualcuno da lì mi chiama,

Chi è? Il tempo? Mi guardo dietro: sul campanile

Si vede chiaramente che è un quarto all’una,

Le frecce hanno il profilo di Dante,

La taccola nera ondeggia su di esso

E non so perché scrivo tutto questo:

Per consolarmi che in questa misera poesia,

Qualcosa, malgrado tutto, è ancora mia?

 

(da: Uno staio di papavero)

 

La pittura

 

Ecco la mia frutta:

Le verdi mele di Cézanne,

Aspra giovinezza,

Dura gioia,

Forte rugiada

Di sera e di mattina.

 

Ecco il mio mezzogiorno:

Lugubre requiem,

Si sono accesi i girasoli

Sulla testa

Di san Van Gogh.

 

Ecco i miei sogni:

L’arlecchino rosa di Picasso

Pensoso, come Eudimione,

Mentre sull’architrave greco

Pascola le pecore.

 

Ed ecco il mio tutto:

Guardo quei colori e attraverso essi

Sento sussurri musicali,

Come Chopin

Nella galleria di Dresda.

 

(da: Uno staio di papavero)

 

Le donne che tessono

 

Campigli ha dipinto quattro donne,

Quattro tranquille, pensose donne,

Che siedono e tessono,

Tessono e guardano,

Guardano e vedono,

Qualcosa molto lontano

Dietro il quadro, dietro la cornice,

Nel dodicesimo, tredicesimo secolo,

Nei dimenticati, vecchi pittori,

Che sono morti tanto tempo fa e giacciono

Nei cimiteri sgretolati,

Giacciono e guardano,

Guardano e vedono

Qualcosa molto lontano

Nel disperato ventesimo secolo,

Nello studio parigino dell’Italiano,

Dove quattro dipinte donne

Siedono pensose dietro la cornice,

Siedono e tessono,

Tessono e guardano,

Guardano e vedono

Le stesse cose.

 

(da: Sette ferri di cavallo)

 

Cosa faccio?

 

A marzo:

Sollevo nella neve i capolini agli anemoni,

Accelero la primavera e il bel tempo

Perché al più presto fino alle ginocchia

Erompa l’erba incredibile,

Voglio una cosa nuova

E giovane.

 

A giugno:

Frequento gli uccelli,

Perché – non lo so.

Ciò mi calma.

Cammino nei boschi,

Dicono che i galli forcelli

Amano le uova di formica.

 

A ottobre:

Rastrello le foglie nel giardino,

Le porto nella carriola alla forra.

Mi troverai, Laura, di sera

Sotto l’acero stabilito,

Nella selva del buio bar.

 

A dicembre:

Spalo la neve davanti casa,

Perché arriva fino alla finestra

E si ghiaccia su di essa,

Spargo la cenere sul marciapiede

Perché si scivola e i marinai

Tornano dalla città

Ubriachi.

 

Sempre:

Sto in piedi davanti alla finestra.

Guardo il barometro,

Guardo un funerale,

Guardo la gente nella folla,

Guardo di fronte l’orologiaio

Che con la lente all’occhio pulisce il meccanismo,

Guardo e m’impegno come posso,

Guardo attentamente,

Guardo a lungo

Tutto questo,

E non capisco.

 

(da: Il tessuto della terra)

 

Sul ramo

 

Nessuno grida di gioia per essersi svegliato

Soltanto gli uccelli all’alba, gli uccelli dietro la finestra,

Tutti temono ciò che il giorno porterà loro,

Soltanto noi sul ramo no.

 

Nessuno vuole rinunciare a ciò che possiede

E nel folto letto si aggrappa ai resti del sonno,

Tutti vivono come se dovessero vivere in eterno,

Soltanto noi sul ramo no.

 

(Da: Il baule sulle spalle)

 

Il baule

 

                                              A Maria Dąbrowska

 

In soffitta dorme il mio ritorno,

La valigie, il baule con le borchie di ottone,

Tutta la mia patria,

I passaporti, le cittadinanze,

I visti dell’emigrazione.

 

Il baule, la mia grande proprietà,

Che qui devo custodire,

Normale inizio dell’infelicità

E demente fine.

 

Baule di vecchi bambini ranciditi,

Pronti a rimbambirsi e incretinire ancora

E tra cianfrusaglie che non servono a niente

La selvaggia solitudine, l’amarezza della nostalgia,

Il ciarpame più disperato.

 

L’ululo dei cani oltre la mia terra carpatica,

Il singhiozzo che mi vergogno di confessare –

E trasloco dopo trasloco,

Dall’America in Europa,

Dall’Europa in America,

IL baule sulle spalle,

Le scale scese,

La patria.

 

Tale è il bagaglio. Tale il viaggio,

Tale il mio orario:

Tutti i lati del mondo aperti

E l’uscita da nessuno.

 

Tale è la trappola. Né cosa prendere da qui

Né con che giungere alla fine:

Soffitta mia e ritorno,

Perdizione e amore,

Che non so uccidere

Nè custodire.

 

(Da: Il baule sulle spalle)

 

Detto con un sussurro

 

Se fosse possibile entrare come Claudel

Un giorno in Notre Dame

E uscirne come altro uomo.

 

Potrei incontrare là mia madre,

Mi darebbe la mano raggrinzita,

Direbbe con un sussurro:

Capisco, è la più grande intimità,

Capisco, è l’agghiacciante timidezza,

Intuisco la vergogna

E non chiedo del timore.

 

Ma in fin dei conti cosa fai tu di diverso

Da me, che non ci sono più?

Esci dall’uomo, per vederlo meglio,

Un oscuro profilo tracci sull’abisso del tempo,

Vuoi intuire lui e te stesso,

Più oltre vai, tanto meno c’è ritorno.

 

La ragione dell’uomo non gli ha mostrato il bene,

Il genio non ha scelto ciò che dovrebbe scegliere,

Diciamo umanesimo, pensiamo speranza

E nessuno eleverà mai

La perdizione al di sopra della salvezza.

 

Cosa fai tu di diverso da me?

Vuoi essere testimone di idee non spente,

Vuoi essere la guida di un eterno processo,

Lo sconforto riempi di vana invocazione,

Cerchi soccorso e me

Come io cerco te,

Tu che non sai ma sei

Ed io che so ma

Non sono.

 

(Da: Sogno incubo)

 

 

 

Sento il tempo

 

Soltanto di notte sento il tempo,

Chiedo dove mi sospinge

Attraverso tanto mondo, tante città,

Continuamente cambio indirizzi,

Smarrisco appunti e manoscritti,

Non so dove abito

E non so quanto a lungo,

Perché tutto questo frattanto

Tutto nel frattempo,

In questa bastarda parola,

Ma come saggia

E come crudele,

Nel frattempo dall’inizio,

Nel frattempo fino alla fine,

E tanto è della mia parola

E oltre ad essa

Ormai il vero tempo.

 

Lo sento di notte,

Guardo nel buio e vedo

Come passo tra parentesi,

Dalla nascita alla morte,

Ad ogni indirizzo,

In ogni abitazione,

Nell’enorme mondo,

Tra appunti smarriti

E le timorose parole

Della mia interesistenza.

Invano lo interrogo,

Esso non mi sospinge,

Aspetta tranquillamente,

Niente mi dirà

E se sento qualcosa

E’ soltanto nelle orecchie

Un vuoto fruscio.

 

E’ il tempo in cui non posso entrare,

Cui non posso oppormi,

Cui non appartengo

E che è tutto.

 

(Da: Sogno incubo)

 

Mi sveglio di notte…
Mi sveglio di notte, freddo di paura,
Mi sollevo in pallone,
Vedo la mia vita in basso distesa
E sparsa come vuoti campi di stoppia.

Vedo chiaramente di notte, al buio,
Il treno arriva fumante,
La stazione s’illumina, e sulla banchina
Vedo mio padre e mia madre
Defunti.

Vedo al buio le dimore di Varsavia,
Le dimore di Parigi e l’amore,
Tutto è minuto, bianco,irrigidito,
Come chicchi di riso.

Mi sollevo in pallone sui dintorni
Così ben conosciuti,
Sulla propria impronta.
Conto tutto ciò che è trascorso
E ancora trascorre,
Per estinguersi.

Mi sollevo in pallone su me stesso
E vedo il mio buio nella luce.
Il treno fuma nella stazione.
Freddo di paura, svegliato di notte,
Calcolo tutto ciò non calcolato,
Mi alleno a morire.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

Urszula Koziol

10 Apr

 

„Tutta la vita ha lottato in modo originale contro i mulini a vento (del semplicismo, dei pregiudizi, degli spauracchi) in nome dello spirito indagatore e dell’alternanza, della verità colta in flagrante e sottoposta alla prova della parola…” (Karol Maliszewski)

 

   Urszula Kozioł, poetessa, prosatrice, autrice di testi teatrali per la gioventù e di radiodrammi, è nata il 20.6.1931 a Rakówka, nei pressi di Biłgoraj. Dopo gli studi di polonistica all’università di Wrocław, ha lavorato come insegnante e animatrice della cultura. Legata alla rivista “Odra” dal 1972 come responsabile del settore letterario. Ha debuttato nel 1957 con la raccolta “Cubi di gomma”. Sposata con Feliks Przybyłak – germanista e traduttore morto nel 2010. Ha pubblicato 18 raccolte di poesie e tre volumi di prosa. Le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue. Ha ricevuto importanti premi letterari, a partire dal premio al festival della poesia di Danzica nel 1957, fino al premio Silesius nel 2011.

   La sua poesia abbina abilmente la riflessione filosofica alla sensualità, rivela i condizionamenti biologici e storici dell’esistenza. Stanisław Barańczak, poeta, critico letterario, prestigioso interprete di Shakespeare e uno dei più importanti creatori della Nouvelle Vague polacca, ha scritto sulla poesia di Urszula Kozioł: „Il mondo dell’uomo e il mondo della natura sono presenti nella poesia di Urszula Kozioł come mondi pericolosamente isolati e ostili: se qualcosa li unisce, è il rapporto di reciproca intransigente lotta, a causa della quale l’uomo coesiste con la natura in uno stato di equilibrio instabile, che in qualsiasi momento può far pendere il piatto della bilancia verso la rovina umana”.

   Il titolo stesso dell’ultima raccolta uscita nel 2010 – “Horrendum” – è un’eloquente immagine del mondo inteso come minaccia. Si potrebbe dire che questo titolo, dato a una raccolta nella quale l’ammirazione per la natura si unisce alla esplicita questione del trascorrere della vita, costituisca una definizione poetica del mondo intero.

   Nelle sue poesie Urszula Kozioł prende la parola su questioni importanti, anche pubbliche. La protagonista della sua lirica è curiosa del mondo, ama i viaggi. Negli anni ’90 si aprirono le frontiere della Polonia. I progetti della poetessa-viaggiatrice poterono essere attuati in misura maggiore. Nel 1974, nel suo articolo “Il viaggio”, scriveva: “Il viaggio ci permette di realizzare quel sogno che forse ci portiamo dietro dall’infanzia, di essere qualcuno diverso da quello che si è di solito, di essere se stessi diversamente”.

                                                                               Paolo Statuti

   Di Urszula Kozioł ho tradotto questo testo sulla sua poesia,  pubblicato dalla rivista “Przystanek literacki” (“Fermata letteraria”) nel 2011.

La parola

    Nella parola la cosa più importante è la forza che la determina, l’imperativo di esistere racchiuso in essa, che evoca dal nulla nuove esistenze: diventa!

   Questo “diventa” è anche alla base di ogni opera d’arte. E dunque anche – soprattutto? – di una poesia. Evocato da nessuna parte. Essendo la proverbiale mosca della bottiglia di Wittgenstein, soltanto con l’aiuto della poesia posso uscire da essa e soltanto grazie ai versi, come tramite una magica formula, posso trasferirmi in un altro terreno, in un altro spazio, uscire oltre il proprio contorno, oltre il tempo anagrafico assegnatomi: esistere oltre me stessa. Un istante più a lungo?

   Presto ho scoperto che accanto al mondo reale esiste un mondo immaginato, scritto – anch’esso in un certo modo reale, ma reale in modo diverso. La parola del verso elimina il concetto di lontananza nel tempo e nello spazio, trasforma “una volta” e “in qualche luogo” in “qui e ora”. Leggendo Saffo o Omero, non avverto la lontananza delle intere epoche che mi separano dall’antichità. Per me un poeta attuale è in ugual misura Pound, Norwid o Hölderlin, mi piace fare una chiacchierata con Circe o con Ulisse o Rimbaud. Mi è stato concesso di crescere vicino a parole scintillanti, gravate al tempo stesso di profondità metafisica e di quel particolare tremendum della poesia di Leśmian, il quale ha calcato, come me, gli stessi ciottoli della terra di Biłgoraj. Presto mi sono entrate profondamente negli orecchi le frasi di Kochanowski e di Słowacki, che mi hanno vivamente interessato e incantato con la loro bellezza. Non era importante per me che questi poeti non esistessero più da tanto tempo. Le parole delle loro poesie restituivano la presenza a ciò che è Assente.

   La parola della poesia è una forma di presenza, di abolizione dello spazio tra lontananza e vicinanza, tra adesso e allora, tra un giorno e oggi.

   La nostra esistenza si estende tra il ricordo e l’oblio. Notte dopo notte il fratello di Tanathos, Ipnos, mi versa sotto la corteccia cerebrale un bicchiere di acqua del fiume Lete, la quale cerca di separarmi da me stessa, dal mio ambiente e dalla mia eredità. In questa forza distruttiva delle acque del Lete, viene in aiuto, come una divinità custode della memoria, la parola del verso: con il suo ritmo, la sua vibrazione e la sua melodia.

   Nell’infanzia amavo ascoltare attentamente la parola anche non ancora ben formata, che solo allora mi giungeva e si precisava nella mia fase ancora balbettante, incerta tra le possibilità che le spettano.

   Mi piaceva accostare  l’orecchio ai pali telegrafici, attraverso i quali – giudicando dalle vibrazioni mantenute in una tonalità di ultrabassi – passavano da una estremità all’altra del mondo le conversazioni di qualcuno, alle quali cercavo di unirmi gridando la mia propria parola.

   In ogni grande opera d’arte in generale, e soprattutto nella poesia, insoliti e affascinanti sono gli stati di raccoglimento che si trasmettono a un destinatario sensibile e in grado di percepire. Non si tratta solo del fatto che la poesia è un tipo di linguaggio condensato, concentrato, che deve trovar posto in poco spazio. Ho in mente piuttosto il messaggio contenuto in essa, che è qualcosa come una illuminazione, dal momento che riesce a mettere il lettore in uno stato che di solito si raggiunge soltanto dopo lunghe meditazioni. Lo distoglie dall’involucro della consuetudine, della evidenza e testualità delle sensazioni e, anche se per un solo istante, conduce nella sfera di ciò che è straordinario, non evidente, e al tempo stesso strano e come se conosciuto da tanto tempo, ma ormai perso. E’ dunque quel “ricordare a se stessi”, di cui parlano i mistici.

   Una poesia che nasce a volte mi sorprende, come se non l’avessi scritta io. Mi trasforma in una copista, in traduttrice di un suggerimento senza parole, che esige una traduzione immediata nel linguaggio e in quella particolare parola, non un’altra. Prendendo docilmente nota, sento allora la presenza di un qualche co-autore immaginario. Chi è? La Musa?

   Alcune poesie provengono dal contrasto tra la somiglianza e la non somiglianza. Altre sono evocate dall’immensità dell’inesplicabile. Dalla mancanza (del sospirato vis à vis?). Dall’eccesso. Dal bisogno di colloquio. Dallo stupore – (che esista qualcosa che al tempo stesso è come se non esistesse).

   Tanto tempo fa, da bambina, scrivere poesie mi sembrava una cosa naturale, semplice. Mi piaceva immergermi nel folto del linguaggio, alla caccia di qualche parola che mi divertiva o mi attirava per la sua diversità. Scrivere una poesia mi sembrava allora una cosa convenzionale, come concordate erano le lingue inventate da noi bambini e i colloqui nascosti ai non iniziati da un buffo cifrato, quando tra le sillabe delle parole inserivamo ad esempio le lettere “co”, e quindi: co-a-co-des-co-so co-non co-ho co-tem-co-po.

Oggi sulla poesia so meno di quando cominciai a scrivere.

Per me è un mistero. Un dono.

Ma dato per sempre?

   Il verso è abbastanza complicato già di per sé, per la sua natura, per la non testualità dell’enunciato e della condensazione della scrittura. Racchiude in sé molto più di quello che si trova al di là di esso. Per questo ora, che il mio “io” si faccia capire dal “tu” di altri, mi preme più dell’aumento della indecifrabilità del messaggio e dell’aumento degli ostacoli nei luoghi degli incontri. Adesso non voglio sbalordire nessuno, voglio comunicare e proprio questo si rivela così difficile, incredibilmente difficile.

                                                                          Urszula Kozioł

 

Propongo ora nella mia versione 20 poesie di questa poetessa che conosco personalmente e che apprezzo molto.

 

Ricetta per un piatto di carne

 

Occorre avere un coltello

occorre una pietra liscia

con la lama accarezzarla finché contraccambierà

il coltello dev’essere quieto e flessibile il luccichio

per assorbire la dura tenerezza e nervatura delle mani

Il resto è semplice

Un ceppo una tavola Una presa di sale

L’erbetta per la gioia degli occhi

E una foglietta di lauro

Il resto è normale

Perché tutto sta negli aromi

(Non scordare la scodella e l’accostamento dei colori)

Il fuoco oggi è cosa facile grazie a Prometeo.

Purché ci sia il coltello e la pietra.

Nonché un collo docile.

 

1956

 

A te

 

Quando la timida farfalla dei tuoi occhi

si posa sulle mie labbra

allora so, cosa provano i fiori.

Chi sei, strano passante

che con lo sguardo in un bocciolo mi trasformi?

I tuoi occhi sono come le foglie d’un giardino d’autunno

e a volte come il lucente dorso del pesce

nell’onda che si frange

o come il cielo, che aspetta il crepuscolo.

Le mie avide labbra succhiano la rugiada dei tuoi sguardi.

Guardami ancora.

Ecco abbasso gli occhi, per non spaventare i tuoi…

 

1957

 

 

 

 

Ipernudità

 

Avevo il mio asilo nel bosco

– ormai lo hai tagliato

Sono andata in altri luoghi

– ormai sono diventati i tuoi.

Dovunque corressi

mi hai tagliato la strada

le case prevenute erano in agguato.

 

Doveva essere un duello

ma hai scelto la congiura

ora tutti accerchiano la stessa preda

senza divieto di caccia

senza la scelta dell’arma.

 

Oggi non hai chi non possa negare un tetto

non hai chi non possa tradire

non additarmi

non hai chi non possa braccare.

E previeni le impronte

prima ch’io arrivi a stamparle nella panica fuga.

Tanto m’è rimasto quanto nella parola taciuta.

Ma tu sei riuscito a irrompere nell’intimo occulto

e ormai neppure di me stessa sono oggi alleata.

Anche se la lingua è ammutita

le mie viscere hanno cento bocche.

Mi tradiscono le glandole il respiro mi abbandona

la pressione sanguigna e il polso cospirano alla mia rovina. –

Tanto hai preso. Eppure ancora non m’hai del tutto carpita.

Se mi vuoi avere – toglimi la morte.

In essa ho ancora asilo.

1967

 

Glossa: Da una gita

 In questo labirinto

dove a ogni svolta una diversa

loda una diversa matassa di filo

lusingando con un sempre

diverso colore

 

ho acquistato

un ago col ditale e un gomitolo per prova

lo svolgo

forse basterà

per rammendare i buchi sul tallone di un semidio

forse per avvolgerlo attorno a un dito

forse per –

 

non è bastato

 

ed ecco mi sono trovata in mezzo a voi

nel labirinto

dove tutti i fili sono troppo corti tranne

il filo della ditta Alfa tranne

il filo della ditta Beta tranne

il filo dei fili

che per il momento sono mancati

 

lo svolgo

o forse per un punto di maglia

un segno sghembo giacché qui mi hanno condotto

 

non è bastato

 

ed ecco mi sono trovata in mezzo

nel labirinto

dove già una diversa Arianna loda una diversa matassa o

un suo surrogato o

qualsiasi cosa anziché –

che sia dunque questo anziché

per tutti lo stesso anziché

 

non è bastato

 

ed ecco mi sono trovata in mezzo a voi

nel labirinto

e quella parete non è alcuna parete

è la parete della parete

e questo sentiero non è alcun sentiero

è il sentiero del sentiero

e quel segno inciso sul muro

è un segno verso nessun luogo

è un segno dello stesso segno

 

come puzza qui

di sudore dell’attesa di sudore del sudare

come rimbomba qui

per lo sgambettio in un posto e in un altro

 

adesso prendiamoci tutti per mano

reggiamoci forte

 

 

adesso sporgiamoci tutti oltre –

sempre oltre quella parete

oltre –

sempre una più lontana

oltre –

sempre in questo ACCANTO

 

non c’è di che avere paura

in ogni caso

in questo labirinto non c’è un altro

labirinto

 

non c’è di che avere paura

in ogni caso

ora non in questo qui c’è un altro

ora questo qui è in un altro.

1969

Il largo

 

A Roma

in largo Argentina alla fermata

da dove si va a San Pietro

 

una ragazzina vagabonda

di età indefinita

o forse una donna di sottopeso avanzato

arrivata probabilmente dall’Asia

(il volto coperto

lo sguardo acceso tradisce un pressante appetito)

tende un bicchiere

di carta della coca-cola

sporco e sciupato come lei stessa

molestando agita le sgraziate membra

sotto il naso del mondo satollo.

 

La palpebra

di una ragazza del posto infastidita

(che sa chiaramente

stare al passo con le ultime tendenze

in fatto di nutrizione e abbigliamento)

non nasconde il disgusto

 

anche una paffuta lady

tipica turista di isole lontane o di fiordi

come pure un’altra

ossuta

d’oltremare bene-

stante tutta riccioli

anche un anziano che inciampica nel bastone ele-

gante alto

schi-

filtoso e-

gregio anche lui e

tutti

– senza dare niente –

distoglie lo sguardo dalla mendicante

come si toglie dalla strada con la punta della scarpa

un insetto schiacciato da una vettura.

 

Il papa

il papa –

 

volendo si potrebbero sentire gli applausi

in piazza San Pietro

nell’ora mozzafiato

dell’udienza generale all’aperto

nello scenario di cupole

e di chiare colonne

ma

ciò non cambia niente qui

nei nodi di strade nei grovigli

del traffico.

 

Gli autobus si fermano

ma non sale quasi nessuno

 

già dalla Stazione Termini

di nuovo

portano gruppi di pellegrini che

tra poco con devozione

baceranno il lucido pollice del piede

di san Pietro nella basilica

 

e questa gita

– giudicando dai ricordini –

viene direttamente da Assisi.

 

Calca

troppa calca.

 

Non andare ancora

aspetta

non storcere gli occhi

il tuo tempo libero

non sia sprecato così facilmente

nel bel tempo stabilito in anticipo

della città eterna

tra edificanti ricordi

 

molta gente

troppa gente

perché

allora un senso di luogo deserto qui dove

guarda

nessuno col suo soprabito

copre a qualcuno le spalle infreddolite

nessuno divide il pane con un affamato

disseta gli assetati

toglie la polvere dai piedi dei pezzenti.

 

Ho fame

non ho argenti

come un istante prima era scritto su un foglietto

poche strade da qui.

 

Il bicchiere sciupato della coca-cola

costantemente vuoto

e lo sguardo acceso sotto le sporche ciocche

che coprono il viso di questa poveretta

giunta non si sa come

 

e non si sa perché

fin qui

dalle parti che in questa luce

sembrano il più remoto angolino

che si trova oltre qualunque recesso

di qualsiasi cuore

 

la sua completa estraneità

mette in dubbio

il buonsenso del mondo indifferente.

 

O anima singhiozza

o suono destati

o sorda sillaba senti

o morta lettera io ti dico alzati

 

cominci finalmente a farsi il verbo

 

primavera, 87

 

*  *  *

una nuvola blu verso sera

con un latteo alone ai bordi

come se il fumo l’avvolgesse delle interne vampate

in basso obliquamente il sole

ad un tratto gli uccelli e le foglie d’una selva

di alberi vistosamente colorati sulla china d’un colle

(i gialli, i castani e il rosso dei vermigli arbusti)

insieme spazzati dall’impeto del vento in alto

per un attimo l’uccello e le foglie non si distinguono

nessuna foglia neanche per idea pensa di cadere in terra

trattengo il respiro

vorrei per sempre stabilirmi in questa finestra

dove in questo istante mi aspetto il temporale

che scoppi finalmente il fulmine

                                                    il cuore

è affamato d’una briciola di spavento

per soffocare l’estasi

il suo eccesso mi fa scoppiare i bordi del respiro

Iowa, 1991

 

Colloquio con Rimbaud

Come bene hai agito andando via da qui

monsieur Rimbaud

perché non è forse meglio infatti

concludere un chiaro accordo

sia pure con l’industria tessile

su questo battello ebbro

carico di cotone

oppure vendere fucili eccetera

piuttosto che senza evidente motivo incantarsi a guardare

come la luce si auto-

moltiplica e auto-

propaga lungo linee angoli e figure

o indagare

se la forma formasissima

si lascia dal punto attraverso la linea

condurre all’esistenza sul piano delle parole

ovvero sino alla fine dei propri giorni

aggrovigliarsi nell’ordito d’un filo misterioso

che non porta spesso in nessun luogo

che per di più nessuno qui

– nel mondo degli affari –

seriamentre si aspetta da te

e impigliarsi in nodi per l’innanzi imprevisti

d’una presunta matassa

mentre la chiara vela

dell’attimo una volta soltanto donato

impercettibilmente fugge nell’oscurità

che si addensa subito dietro l’illusoria linea dell’orizzonte

dove attraverso le fessure dell’esistenza traspare il nulla

o – se si preferisce –

dove si apposta il drago con più teste

( e le sue teste nessuno mai del tutto mozzerà ).

Dunque giustamente hai agito

mandando al diavolo questo luogo insidioso

di mondi incomprensibili

mettendoti in affari su un battello carico di cotone

fatto apposta per avvolgere le parole

con la loro indocile natura

e per soffocare in esse

i troppi pulsanti significati.

al momento giusto sei riuscito a uscire illeso

da qui verso le regioni misurabili dell’evidenza

nelle quali il senso dell’essere

qualcuno ostinandosi

riesce con un dito a scandire su semplici pallottolieri.

III 1995

 

*  *  *

Questa rosa

che è appena sbocciata nel giardino

non conosce alcun sonetto che la riguarda

nemmeno l’ode di Ronsard

                 (mignonne, allons voir si la rose

                 qui ce matin avoit desclose

                 sa robe de pourpre…)

nemmeno sa chi egli fu

non si cura della rima inserita nella delicata strofa

ma sa

che è una rosa.

Al principio balbetta incerta il suo bocciolo

s’inchina

balbetta di nuovo

s’inchina

e poi sempre più fluentemente

raddrizza petalo dopo petalo

raddrizza il profumo

e si copre di rossore

formando di colpo qualcosa come:

                                        mignonne

Adesso già chiaramente

si siede in un doppio quadrato

a-bb-a         a-bb-a

traccia il particolare triangolo

(la corolla)

dell’arco       cdc

(insieme con la sua immagine rispecchiata)

tende quest’arco

 

                      tende

 

scocca la freccia –

e centra il cuore stesso dell’attimo.

 

1996

 

Detto diversamente

 

la mia libertà è la parola che tacerò

o annoterò su un pezzetto di carta

per trasmetterla a te

 

la mia libertà è un fortuito pennarello

stecco o biro presa in mano

per scarabocchiare svogliatamente sulla sabbia

o dietro un biglietto usato

arabeschi

 

o per muovere in avanti con essa le lettere

quasi volessi compitare il mondo

volendo renderlo almeno appena più leggibile

e almeno un po’ così sospingerlo in avanti

 

la mia libertà è la lingua con cui mi rivolgo a te

la lingua in cui accolgo la tua risposta

per incontrarsi con te o discostarsi

 

ma la mia libertà è soprattutto l’attimo

in cui inclino verso di me le parole

con un’angolatura molto particolare se non altro perché

smettano di respingersi a vicenda come scottate

l’attimo in cui durevolmente le unisco tra loro

quasi come vincolo matrimoniale

le imparento coi significati in clan gruppi e strofe

 

e le appacifico appacifico

continuamente le appacifico

perché alfine smettano di divorarsi a vicenda d’ingoiarsi

– com’è loro uso –

e dunque le tolgo dallo stato di selvaggio cannibalismo

di broncio reciproco

 

io donatore

io artefice del pianeta del verso con un gesto regale

lo affranco

lo metto in libertà

soffiando in esso alla fine un briciolo della mia anima

 

(anche se tutto questo dovesse rivelarsi un disastro

la mia poesia ugualmente

sarà come la scatola nera

 

in ogni caso in essa

nella sua strofa

si cela la prova dell’esistenza dell’attimo

il quale al di fuori di essa non c’è in nessun posto

e che forse del resto non è stato mai più

per nessuno tranne me

me sola

 

ed è questa la mia libertà

che appunto posso proprio quest’attimo

prendermi da un ripiano del tempo sconfinato

modellarlo

rinchiudere nell’oblunga scatola nera della strofa

e fermare

trattenere

                   – ma per sempre?

di’

            – per sempre?)

 

I 1996

 

La spada di Damocle…

 

la spada di Damocle su un letto di torture

ecco come sono i miei sogni

 

un masso su un dirupo, cui mi aggrappo convulsamente

si muove come un dente di latte

nella bocca di un bambino

 

ecco com’è la mia veglia

 

malgrado ciò in ogni istante di nuovo

sono pronta a cantare il mio amore per te

sai, che per te

 

e in ogni istante nuovamente

muoio di estasi

per la belleza di questo mondo

 

benché proprio esso mi sfugga di mano

 

2005

Lisbona II

 

quella primavera quando il nasturzio nei fossi cresceva

mi recavo a Lisbona e insistenti voci chiedevano

da dove e dove andavo e se per certo sapevo

che ne avrei fatto di me

 

quella primavera

                  sì proprio là

dove sui colli di Lisbona Pessoa

con gesto ormai inerte si toglieva e ritoglieva

lo stesso cappello

m’innamorai di questa città

che mi guardava con le strette quasi socchiuse

foglie degli eucalipti che avidi

si sono appropriati dei colli del posto

togliendosi di torno le sùghere

 

m’innamorai di questa città come se

vivessi qui da sempre e come se da sempre

sull’antiquato mal ridotto tranvài

penetrassi nelle vene delle sue stradine

volendo ormai soltanto confondermi

con lo sfondo circostante

 

sui muri arroventati

quella primavera

si stendeva tripla come trifoglio

e già riconoscibile l’ombra di Pessoa

che osò giocarsi tutto a dadi con Dio

adesso però mi trafisse

il gelo della sua mano metallica ormai incapace

di reggere qualcosa di più

e tuttavia quella primavera volevo toccarla

e accertare se non ci fosse ancora su di essa la polvere

del Dio immaginato

 

volevo accertare se ciò mi avrebbe aiutato

a rimettere insieme dei mondi perduti

i pezzi staccati

che non credo combacino più.

 

2005

 

 

 

 

 

Il mare ci chiede…

 

il mare ci chiede

insistente interroga senza sosta

di nuovo

come se volesse sapere più

di ciò che sa già

di noi e in generale

 

raggiunge con fragore

il tuo ritmo nascosto

il mare

– accanito rapper –

Interroga su qualcosa

su niente

interroga su tutto

e a un tratto si ritira prima che tu trovi una risposta

come se temesse di udirla

 

2007

 

Di nuovo non ho scritto

 

Di nuovo oggi ho dimenticato di scrivere il Don Chisciotte

ormai smetto di voler capire

come ho potuto permettere ciò

 

come è potuto sfuggire alla mia attenzione

che sarebbe ora di scrivere

il mio Don Chisciotte

 

è imperdonabile nel corso della vita

neanche una volta scrivere il Don Chisciotte

dite ciò che volete ma

è una cosa che non sta né in cielo né in terra.

 

Come è successo qualcuno me lo dica

che in tutta la vita ho dimenticato del tutto

che dovrei finalmente scrivere il Don Chisciotte.

 

Ridete pure di me

voi mi considerate un esemplare

proprio per un museo di figure di vecchia data

ma a me vengono i brividi

quando mi rendo conto che però

non ho scritto il Don Chisciotte.

 

Datemi un goccio di sherry

o di ciò che avete a portata di mano

perché subito mi prenderà un colpo se ci penso

ma non capite che mai

scriverò il Don Chisciotte

non avete idea di quanto

ciò ha significato per me da sempre.

 

Smettete di interrogarmi

e andate tutti al diavolo

vedo bene che dietro le mie spalle

battete un dito sulla fronte

nessuno di voi stronzi capirà

com’è quando si sa per certo

che mai più, sì, mai più

si scriverà il Don Chisciotte.

 

2010

 In visita

 

busso a me stessa

nessuno

busso alla porta

nessuno

suono

niente

dove sono

dove mi sto cacciando

 

 I segmenti del verso caricato

sui vagoncini delle strofe urtano

contro il battito delle proprie ruote

durante un viaggio faticoso

 

tra parola e parola una stella s’è spenta

tra verso e verso il respiro trattenuto

lo spazio vuoto sbadiglia a lungo tra le dritte parallele

tra strofa e strofa il suono deragliato

le due dritte parallele hanno il riflesso del metallo

sulle rotaie sotto il finestrino l’infinito si avvicina

tra frase e frase cala il crepuscolo

la neve con bianchi cumuli fa il letto ai sogni

tra il carattere e il foglio il colore nero

in esso si stampano le impronte digitali del verso

tra le linee del verso bianche cavità

sotto il loro piano arso si cela un labirinto

tra riga e riga una nicchia di frescura

da una fogliolina di gelso il baco tesse un lungo scialle

tra pensiero e pensiero una bufera di neve

stridono irrigidite dal freddo le costole del silenzio

tra la mano e il foglio la fossa delle Marianne

che il fragore delle lettere non colmerà

negli imbuti della frase muto come nella clessidra

passa in silenzio l’abisso della vita

tra strofa e strofa sbadiglia il cosmo

l’alba spalanca l’orizzonte

 

lungo il suo bordo zoppica una triste lettera

per esprimersi appieno ne manca un’altra

fra te e il verso Armagedone

sotto il cranio stride un’espressione

troncata a metà –

 

A un tratto su di me un soffio fresco

 

Chi mi accompagnerà attraverso il ghiaccio

e di notte mi prenderà per mano

quando mi spaventeranno i sogni

e chi un bicchiere d’acqua

mi porgerà

 

chi mi accompagnerà attraverso il ghiaccio

nell’altra

oscura parte del mondo

dove i ghiacciati gradini

a picco

in nessun luogo mi conducono

attraverso il vuoto

nemico ai miei pensieri

e alla bocca

e che sulle parole e sul corpo

stende appunto un nero sudario

chi mi accompagnerà attraverso il ghiaccio

e chi poserà sulle palpebre

di entrambi gli occhi due monete

per fingersi piatti della bilancia

benché non adatte a pesare alcunché

e siano come entrambi gli occhi

cieche

chi mi accompagnerà attraverso il ghiaccio

 

e se è una lastra di ghiaccio

che si perde nelle profondità

quella forma là non sono più io

ma la parola a stento spettro di parola

e già si è affezionato ad essa

come a una lacrima invetriata

                               un ghiacciolo

A un tratto su di me un soffio fresco.

 

Ballata

         Per O. e J.

 

         Quando il sole il Cancro riscalda,

         E l’usignolo più non canta

         Difficile è il consiglio in tal materia, ci si dovrà separare,

         E nel frattempo i liuti e gli sponsali abbandonare.

                                                                       J. Kochanowski

il tuo bacio così lontano

tra le righe del verso conservo

là dove c’è anche un fiore di mughetto

e una viola frantumata

quel bacio così lontano

– se non è immaginato –

tra le righe del verso conservo

con una fogliolina-piccolina di assenzio

 

perché mai il verso da una fogliolina ornato

compongo benché ci si dovrà separare

verso parti ignote e lontane

rinuncerò a te

tu rinuncerai

a me giacché l’usignolo più non canta

perché il sole vola in altre regioni

posami la mano sulla fronte

per darmi coraggio

quando ciò che è estraneo e nemico

si anniderà nelle gambe del letto

e ci fisserà con occhi odiosi

e ordinerà di separarci

verso parti ignote e lontane

nella loro incomprensibile e abissale

irrevocabile oscurità

lungo spiagge bagnate dal sole

cammino col mio cupo lui

tolgo i fulmini dai suoi sopraccigli

a volte mi prende sotto braccio

si morde le labbra fino a farle sanguinare

pur di non rivelarmi

che è di nuovo innamorato

– come a sproposito innamorato!

dunque giustamente è impacciato

perché così a sproposito innamorato

quando l’usignolo più non canta e

quando nelle gambe del letto l’estraneo e nemico

a un tratto ci fissa con occhi irati

cosa vuole da noi santo Dio

mandarci in parti ignote e lontane

e fa cadere dai ginocchi il frantumato

verso con il bacio ornato di fiori

che forse è immaginato

o forse soltanto seccato

con i fiori di viola e di mughetto

eppure l’usignolo più non canta e

ah perché a un tratto dobbiamo andare

in qualche parte ignota e lontana

e perché il cuore freme di paura –

posami posami la mano sulla fronte

se dobbiamo separarci

– ma perché questo strano orribile pensiero

proviamo a camminare come se nulla fosse

per la spiaggia come consueti lei e lui

camminare –

lei gli toglie un fulmine dai sopraccigli

indovina che è innamorato

– come a sproposito innamorato!

lui si morde le labbra fino a farle sanguinare

a volte si prendono per mano

e reprimono nell’anima il grido dell’uccello

giacché il sole vola in altre regioni

e l’usignolo ormai non canta più

 

Dieci anni prima della fine

 

Il secolo ventesimo è finito

prima di finire

benché non si sappia esattamente quando.

 

Poteva andarsene il giorno in cui

è morto Salvator Dalì

come se il destino dell’epoca si pesasse

sul piatto di baffi così assurdi

come i suoi

studiati con cura fino all’ultimo peluzzo

per opporre resistenza all’orrore celato sotto il segno

dei decenni di mezzo

e inoltre così arrotolati come un messaggio segreto

che tuttavia non si sa a chi destinato.

 

Il secolo ventesimo è passato prima che finisse la corsa.

Doveva prenderlo anzitempo con sé nella tomba

la solerte collezionista di Venezia

Peggy Guggenheim

dopo aver prima attaccato molto dello spirito del tempo

nella sua galleria privata

sotto l’albero di Calder

dove ancora fa le fusa il gatto di Paul Klee

presso la muta chitarra di Braque e di Picasso.

 

Senza Bette Davis senza la divina

Greta Garbo

non c’è che dire ormai è la fine la fine

presto dovremo dire addio all’ultimo mito

le gambe di Marlene Dietrich

– Dio mantienile sane –

perché anche se tu sapessi crearne un milione di così belle

questo secolo non accetterà mai un altro paio di gambe

oltre a quelle

– che quando eri ancora di ottimo umore –

un giorno ti degnasti di foggiare.

 

Svaniscono miti simboli stelle

e i beniamini a misura del secolo.

Tra l’enorme massa di grigie

disconosciute esistenze

ancor più clamorosa doveva essere

la morte del quieto Beckett

tanto più che nessuno simile a lui in questo secolo

apparirà più.

 

A cavallo tra il 1989 e il 1990

si è rotta finalmente la corda

da mezzo secolo troppo tesa del sistema

che si spacciava per paradiso

(benché dovesse esserlo principalmente

per le generazioni future).

 

Questo sistema – fatto curioso –

creato per fini decisamente più alti

dei fini più semplici

che di solito impegnano l’uomo comune

non era idoneo a vivere

alla fine

non tanto negli scontri sulle strade

e non combattendo è caduto

ma piuttosto si è avariato

come una bistecca al sangue messa di continuo da parte

per un’altra occasione

e sempre per dopo

 

o forse è inacidito proprio come una minestra

che era pur buona all’inizio

ma non è stata messa in frigo.

Dunque si è dovuto rinunciare al gusto

(anzi al disgusto).

 

Se le rivoluzioni cominciassero

e finissero con una salva trionfale

 

purtroppo

 

esse amano durare ancora

e durando scrosciare sciabordare e gorgogliare

finché non finiscono in un balbettio

 

amano anche girare su se stesse.

 

In modo non fotogenico come la famiglia degli zar

per cominciare fu uccisa

e sul punto di partire

vilmente e brigantemente i coniugi rumeni

furono eliminati

– con inutile fretta –

mutando i boia in vittime.

 

L’ingresso nella sfera del cosmo in pratica

non ha cambiato quasi niente nella dimensione terrestre

tutto in linea di massima rimane – come prima –

da risolvere in futuro

 

la modifica delle prospettive

dei reciproci riferimenti

ancora non sembra avere importanza

e tuttora nei posti di frontiera

il popolo si azzuffa come prima

 

dagli angoli sono sbucati gli spettri d’un tempo

con un duro manganello

e di nuovo guardano chi possono colpire

benché si pensasse che ciò

non si sarebbe più ripetuto.

 

Da noi a nostra volta è venuto a galla

che il Polacco medio

benché finora fosse capace di essere soprattutto poeta

e rappresentante di ardenti idee

per le quali era solito morire con mirabile voglia

adesso si getta con vigore sul miele

dei piccoli commerci di frontiera con discutibile gusto

perde la faccia e via dicendo

di felicità si rianima l’islam nelle vicinanze

per cui alla Polonia si attaglia di nuovo

il ruolo di baluardo della cristianità – –

 

è il nostro vecchio

ormai ben logoro cavallo

degli scacchi (benché in mancanza d’altro ancora utile al soccorso)

forse su di esso con mutata faccia il Polacco varcherà

finalmente la soglia dell’Europa

che – volendo o no – gli aprirà la porta.

 

La Lituania troppo presto ha tolto le maschere – così adatte! –

ai politici sia delle grandi potenze

sia delle piccole

che risultano forti nel vuoto gesticolare

o nella parola solenne

ma non nel trarre le conclusioni

dalle dichiarazioni rese

 

prima che riuscissimo a saziarci

di speranza

dopo le ampollose chiacchiere ci è rimasta

una spina così infilata nel tallone  che

ad ogni passo si fa sentire

e non c’è modo di toglierla

prima che col tempo si formi il pus

che attenuerà il dolore.

 

Non è escluso che insieme con la morte di Sacharov

insieme col suo respiro nel sonno

– l’ultimo –

sia evaporata la coscienza

istituita in questo angolino della terra

e debba oggi sostituirla l’effetto della sbronza e il singhiozzo.

 

Il vento della storia

nelle raffiche oltremodo veloci ha svelato

le clamorose benché segrete sepolture per lo più di massa

 

il capo osannato ieri nei canti

a dismisura si è rivelato il sanguinario di sempre

ma soltanto adesso lo è diventato ufficialmente

 

i diciassette milioni uccisi per suo volere ieri

senza dubbio di nuovo

non tratterranno il zelante poeta di turno

dal rimare domani l’ennesima cantata

alla sua gloria o contro di essa.

 

Non c’è nessuno con cui Dio possa consolarsi.

 

Tutto fa schifo/ non scriverò più.*

 

primavera 1990

 

 

* Cesare Pavese.

 

*  *  *

anìmula

donnina

poverina

 

già si dividono le nostre strade

 

tu in cielo fiorirai come nuvoletta

io diventerò lo scroscio per l’acqua

 

2005

 

ho sognato non tanto Dio

 

ho sognato non tanto Dio

quanto il suo sosia

 

anche lui invisibile

eppure

era facile capire

che c’era

 

e che però

non era affatto lui

 

2007

 

 

Uno strano sogno ha creato una cavità

 

Uno strano sogno ha creato una cavità nel mio cuore

nella quale ha fatto il nido un gufo

il battito feltrato delle sue ali ha impaurito il verso

che stava già per penzolare

sulla punta della mia lingua

 

2007

 

*  *  *

il mio universo personale

comincerà tra poco a uscire di senno

ormai nessuno ha più diritto di venire al mondo

ormai niente qui ha più diritto di succedere

 

2007

Scherzo

Ho provato a scrivere una poesia

senza conservanti

già tre giorni dopo

non sapevo più cos’era

cos’era

a lungo dopo ho dovuto

dare  aria alla lingua

Canzone di una non amata

 

essere non amata fin dalla mattina

essere non amata di notte dopo mezzanotte

essere non amata nella veglia e nel sonno

non amata dopo la morte in nessun luogo e non qui

perché mai aprire gli occhi e perché addormentarsi

svegliarsi per nessuno

non essere sognata da nessuno

non avvicinarsi alla finestra

non correre verso le scale

per accogliere chi era così desiderato

non avvicinarsi allo specchio non aggiustarsi i capelli

non aspettare le lettere se

non c’è chi possa scrivere

colui che lei amò si è mutato in un’ombra

e chi amò lei

giace sotto la fredda pietra

 

Nero su nero

 

Tu con neri rotoli e turbanti

sì, proprio a te penso – qui in un angolo sicuro –

mentre tu abiti nella nera città-inferno

dove anche il paradiso è nero

e anche i tuoi sogni sono neri

ma la veglia è più nera dei sogni

com’era là – chiedono a una bambina

che con la nonna è riuscita a fuggire

com’era – chiedono

tutto nero – risponde – nero su nero

un orfano di quattro anni è fuggito con estranei

dal nero paradiso dei jihadisti

dritto nelle mani dei volontari-salvatori

appostati per questo al confine con l’inferno

uno dei salvatori ha perso la vita correndo in aiuto

di alcune donne schiavizzate e di bambini

un ragazzino mostra come tagliano le teste

lui ha visto lui lo sa

sa già come si tagliano le teste

rifà il gesto sghembo con un colpo deciso della mano

così, proprio così – ripete il piccolo

tremo tutta al solo guardare alla TV il programma di Ewa Ewart

dal fondo dell’inferno cioè dal paradiso nero (se è in nome del loro Dio)

gli occhi febbrili dei perversi come quelli

di un barbaro primitivo

poco fa hanno distrutto un’altra reliquia di Palmira

poco fa hanno ripetuto uno stupro di gruppo

il loro Dio ha dato il suo placet per questo

e anche per lapidare un’altra e trascinare

una piccola e violentarla sotto gli occhi della madre

le parole si pressano impaurite in un branco balbettante

nessuna vuole nessuna sa dare un nome a ciò che è stato visto

preferisce non essere non sopportare il mostruoso senso

ma dov’è COLUI

che potrebbe avere pietà se ci fosse

se non altro per liberare il nostro pianto imprigionato nella gola

come zolla gelata

2015

L’isola

si dice così

così si dice

sono io

qualcuno mi ha cercata

nessuno

ma qualcuno ha chiamato

nessuno

nessuno è venuto

nessuno

doveva lasciare qualcosa

niente

dovevo incontrarmi con qualcuno

con nessuno

nessuno con nessuno

niente

nessuno a perdita d’occhio

io

isola deserta

isolata

la mia isola deserta tra i grattacieli

2015

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

Il mio pellegrinaggio a Czestochowa

2 Apr

Un atto di devozione e di gratitudine

 

   E’ il 5 agosto 1988, una mattina d’estate apparentemente come tante altre, ma sostanzialmente molto diversa e che non dimenticherò mai. Dopo la Santa Messa celebrata alle ore 7.00 nella Parrocchia della Natività, nel quartiere “Praga” di Varsavia, ci siamo divisi in sei gruppi. Il primo, contraddistinto dal colore bianco e composto solo di bambini, era seguito dagli altri contrassegnati dai colori: giallo, verde, amaranto, arancione e azzurro. Mia moglie ed io eravamo inseriti nel gruppo arancione. In tutto circa 800 pellegrini di ogni età e professione. Attorno a noi la folla di parenti e amici accorsa per salutare i propri cari. Nei loro occhi la promessa di seguirci con la mente e con lo spirito, e il rammarico di non poter essere con noi nel lungo cammino di 310 chilometri verso il Santuario della Madonna Nera a Częstochowa. Un festoso scampanio accompagna la nostra partenza. Apre il corteo la Croce, affiancata dalla bandiera polacca e da quella del Papa.

   Dopo qualche chilometro ci troviamo già in aperta campagna, a stretto contatto con la natura e con l’animo pronto a intercettare messaggi nuovi e insoliti, che s’incrociano tra la terra e il cielo, che parlano di fede e sacrificio, di amore, penitenza e speranza, di pazienza e gioia. Siamo già mentalmente lontani dalle proprie comodità e abitudini di tutti i giorni e ci sentiamo uniti dalla semplicità, dalla benevolenza, dal desiderio di aiutarci a vicenda, dal sentirci un’unica grande famiglia in Cristo. Durante tutto il pellegrinaggio durato dieci giorni, siamo infatti tutti “fratelli” e “sorelle” e con questo appellativo ci rivolgiamo tra noi.

   L’itinerario, che è sempre lo stesso ogni anno, tocca villaggi prevalentemente agricoli, come ad esempio: Glinki, Warka, Białobrzegi, Fałków e così via, dove veniamo accolti dalla popolazione locale sempre con manifestazioni di autentica spontaneità e di grande affetto. Quante minestre calde ci hanno offerto, quanti secchi di tè, quanta frutta, perfino dolci! E quale ospitalità abbiamo trovato per i pernottamenti! Quante lacrime ho visto affacciarsi negli occhi delle persone in attesa del nostro passaggio! E inoltre: contadini che interrompevano per un attimo il lavoro nei campi e agitavano un braccio, imitati da frotte di bambini.

   Questo filo diretto con gli abitanti delle campagne ci ha seguiti dall’inizio alla fine, a testimonianza di una identità di sentimenti e di una comune partecipazione spirituale a questo meraviglioso evento.

   Col passare dei giorni, la calura non accenna a diminuire, aumenta la stanchezza fisica, i piedi si ricoprono di vesciche, ma la fatica viene ampiamente ripagata da una grande gioia interiore.

   Le preghiere e i canti che si levano in continuazione da ogni gruppo, scandiscono la nostra marcia verso il Santuario. Sentiamo che essi non si dissolvono nel nulla, ma arrivano a destinazione e vengono ascoltati e ci ritornano sotto forma di benedizioni e di forza spirituale.

   Camminiamo attraverso prati, boschi, paesini, lungo strade asfaltate, sentieri polverosi, sempre più vicini alla miracolosa immagine della Madonna Nera. Qualche volta davanti a noi sfreccia un treno e il macchinista aziona il segnale acustico per salutarci. A intervalli di una o due ore ci fermiamo per riposarci e approfittiamo di quelle soste per dare un po’ di sollievo ai piedi e per rifocillarci.

   Ricordo in particolare l’incanto della notte trascorsa in un fienile: il silenzio dei campi rotto dal canto dei grilli, la luce che filtrava attraverso le tavole di legno delle pareti, il pensiero di vivere un’esperienza unica e indimenticabile, la sensazione di sentirmi più vicino a Dio.

   Nella seconda parte del pellegrinaggio a volte ci siamo incrociati con folti gruppi provenienti da altre città polacche, e l’incontro veniva sottolineato da calorosi applausi, sorrisi e scambio di distintivi. Un segno anche questo della fratellanza in Cristo di tutti i pellegrini.

   Poco prima di arrivare a Częstochowa abbiamo fatto sosta in un boschetto chiamato “del perdono”, e lì ci siamo abbracciati chiedendo idealmente    scusa a tutti per le eventuali offese arrecate e per augurarci pace e felicità. E’ stato un gesto di amore sincero e spontaneo e di partecipazione alla gioia comune.

   A 10 chilometri circa da Częstochowa, uscendo da un bosco si vede per la prima volta in lontananza la torre-campanile del Santuario. E’ uno degli istanti più commoventi dell’intero pellegrinaggio. Ci inginocchiamo tutti per ringraziare la Madonna e per salutarla: Ave Maria…

   Finalmente dopo dieci giorni di religiosa e febbrile attesa percorriamo le vie di Częstochowa, accolti entusiasticamente dagli abitanti della città: applausi, sorrisi, fiori, balconi imbandierati ci fanno dimenticare la stanchezza e le vesciche ai piedi. Ormai si pensa solo al momento più bello e più solenne, quando ci troveremo faccia a faccia con la Madonna di Jasna Góra, per coronare il nostro cammino verso Cristo attraverso Lei. Non è facile descrivere ciò che si prova in quell’attimo, è una cosa che bisogna sperimentare di persona. Posso soltanto dire che ho provato una grande serenità, un senso di protezione e una sincera gratitudine. In fondo era questo lo scopo principale della mia partecipazione al pellegrinaggio: esprimere alla Madonna la devozione e la gratitudine per tutto quanto mi ha dato finora nella vita.

   Quanti ricordi rimarranno per sempre impressi nella memoria: la Santa Messa all’aperto concelebrata all’alba da tutti i sacerdoti partecipanti al pellegrinaggio, un bambino di sei anni che cantava al microfono “Maria, Regina della Polonia”, la gioventù polacca così bella, semplice e cordiale, le infermiere sempre pronte a intervenire per alleviare all’occorrenza stanchezza e dolori, in alcuni paesini la suggestiva cerimonia dell’offerta di pane e sale – antica usanza slava simbolo di ospitalità, il suono delle campane che ci accoglieva ovunque ci fosse una chiesa…ma più di tutto e al di sopra di tutto ricorderò quel volto bruno della Madonna, segnato su una guancia, e il suo sguardo dolce e malinconico che sembra costantemente dire: “Dove vai, uomo? Fermati un istante a parlare con me, confida in me…io ti aiuterò e ti consolerò”.

Agosto, 1988                                                    Paolo Statuti

  

  

(C) by Paolo Statuti