Archivio | ottobre, 2014

Michail Lermontov (1814-1841)

22 Ott
Busto in bronzo di Michail Lermontov che si trova nel mio studio

Busto in bronzo di Michail Lermontov che si trova nel mio studio

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Per i miei lettori pubblico oggi nella mia versione il poema di Michail Lermontov “Canto dello zar Ivan Vasil’evič, della giovane fedele guardia e del prode mercante Kalašnikov

 

 

Ascolta, o zar Ivan Vasil’evič!

Noi per te componemmo questo canto,

Per la tua diletta fedele guardia,

E per il prode mercante Kalašnikov.

Lo componemmo all’antica maniera,

Lo cantammo al suono della gusla

E dolendoci l’abbiamo narrato.

Il popolo ortodosso ha rallegrato,

E il boiaro Matvej Romodanovskij

Una coppa ci offrì di schiumante miele,

E sua moglie dai pallidi tratti

Un asciugamano di seta ricamato

Sopra un piatto d’argento ci porse.

Ci han serviti tre giorni e tre notti

E tutto ascoltarono – senza stancarsi mai.

 

1

 

Non brilla in cielo il rosso sole,

Non lo ammirano le nubi azzurrine:

A tavola siede con l’aurea corona

Il terribile zar Ivan Vasil’evič.

In piedi dietro a lui i siniscalchi,

Davanti a lui i principi e I boiari,

Ai due lati tutte le fedeli guardie:

E banchetta lo zar a gloria di Dio,

Banchetta per sua gioia e diletto.

 

Sorridendo, la zar ordinò allora

Di empire di vin dolce d’oltremare

Il suo grande vaso dorato

E di offrirlo alle fedeli guardie.

E tutte bevvero lo zar acclamando.

 

Soltanto una di loro,

Prode campione, giovane impetuoso,

Nel vaso dorato non bagnò i suoi baffi;

Volse in terra i suoi occhi scuri,

Piegò la testa sull’ampio petto –

Sul petto ov’era un grave pensiero.

 

Aggrottò lo zar le nere sopracciglia

E volse a lui il suo acuto sguardo,

Come sparviero che dall’alto

Abbia scorto una tenera colomba;

Ma non sollevò gli occhi l’ardito giovane.

Allora lo zar batté la mazza in terra,

E la punta di ferro forò per metà

Il pavimento di solida quercia –

Ma neanche allora il giovane si mosse.

Allora lo zar proferì tremende parole –

E alfine il buon giovane si riscosse.

 

«Ehi tu, fedele servo Kiribeevič,

Nascondi forse un losco pensiero?

Invidi forse il nostro lustro?

O l’onesto servizio ti ha stancato?

Al sorgere della luna – le stelle son liete

Di passeggiare nel cielo più chiaro;

Ma quella che in una nube si cela,

A precipizio sulla terra cade…

E’ biasimevole, Kiribeevič,

La gioia dello zar disdegnare;

Ti han generato gli Skuratov

E la gente di Maljuta t’ha cresciuto!…»

 

Risponde così Kiribeevič

Al terribile zar con un profondo inchino:

 

«O Ivan Vasil’evič, nostro sovrano!

Non biasimare un indegno schiavo:

Un cuore ardente col vino non si spegne,

Un cupo pensiero – non si può spartire!

Ma io t’ho crucciato – per tuo volere

Ordina di giustiziarmi, ti tagliarmi la testa;

Essa pesa sulle mie forti spalle,

E si china verso l’umida terra».

 

Allora così replicò Ivan Vasil’evič:

«O giovane, cos’è che ti affligge?

E’ forse logora la tua veste di broccato?

E’ forse sgualcito il berretto di zibellino?

L’erario troppo ti ha tassato?

O ha perso il filo la sciabola temprata?

O il cavallo zoppica, mal ferrato?

O lottando coi pugni ti ha messo a terra,

Sulla Moscova, il figlio d’un mercante?»

 

Così risponde Kiribeevič,

La testa ricciuta scotendo:

 

«Non è ancor nato quel pugno stregato

Né in famiglia di boiari né di mercanti;

Il mio cavallo della steppa galoppa lieto,

Come vetro splende la sciabola affilata,

E nei giorni di festa per tua grazia

Non peggio di altri ci vestiamo.

 

Quando monto sul mio ardito cavallo

E oltre la Moscova cavalco,

Con la serica cintura ben serrata,

Col berretto di velluto per traverso,

Di nero zibellino orlato,

Sugli usci di legno belle fanciulle

E giovani spose stanno a guardare

E ammirano, bisbigliando tra loro;

Solo una non guarda, non ammira,

Si copre col suo velo rigato…

 

Nella santa Rus’, madre nostra,

Una così leggiadra non si trova:

Cammina lieve come un cigno,

Guarda dolce come una colomba,

Parla come canta un usignolo,

Ardono le sue guance vermiglie,

Come l’alba nel cielo divino;

Le trecce castane, dorate,

Strette in nastri sgargianti,

Sulle spalle ondeggiano, serpeggiano,

Il bianco petto le accarezzano.

E’ nata da famiglia di mercanti,

Il suo nome è Aljona Dmitrevna.

 

Quando la vedo, non ho più pace:

Mi cascano le forti braccia,

Si offuscano gli occhi vivaci;

Mi annoio, mi è triste, zar ortodosso,

Solo nel mondo languire.

Disdegno gli agili cavalli,

Disdegno le vesti di broccato,

E non mi serve uno scrigno d’oro:

Con chi potrò spartirlo?

A chi mostrerò la mia audacia?

Con chi mi vanterò della mia veste?

Lasciami andare nella steppa sul Volga,

Alla libera vita dei Cosacchi.

Là poserò la mia testa inquieta

Sulla lancia di un infedele;

E si spartiranno i malvagi Tartari

Il buon cavallo, la sciabola affilata

E la sella circassa da battaglia.

Gli occhi in pianto gli avvoltoi mi caveranno,

Le mie ossa umide la pioggia laverà,

E senza esequie le misere ceneri

Ai quattro venti si spargeranno!…»

 

E ridendo, rispose Ivan Vasil’evič:

«Ebbene, mio fedele servo, la tua pena,

La tua infelicità io cercherò di lenire.

Ecco prendi il mio anello di rubino,

Prendi questa collana di perle.

Davanti a una scaltra mezzana inchinati

E questi preziosi doni manda

Alla tua Aljona Dmitrevna:

Se li accetterà – celebra le nozze,

Se non li accetterà – non ti adirare».

 

Ah, tu non sai, zar Ivan Vasil’evič!

Ti ha ingannato il tuo astuto servo,

Non ti ha detto tutta la verità,

Non ti ha svelato, che la bella fanciulla,

Nella chiesa di Dio è già sposata,

Sposata con un giovane mercante

Secondo la nostra legge cristiana…

 

                                 *

 

Oh, ragazzi, cantate – le gusle accordate!

Oh, ragazzi, bevete – la storia ripetete!

Il buon boiaro rallegrate

E sua moglie dai pallidi tratti!

 

2

 

Dietro il banco il giovane mercante,

Il bel giovane Stepan Paramonovič,

Rampollo dei Kalašnikov,

I tessuti di seta espone solerte,

Attira la gente con gentili parole,

Conta le monete d’oro e d’argento.

Ma per lui è una brutta giornata:

Passano e ripassano i ricchi signori,

La sua bottega ignorando.

 

E’ sonato il vespro nelle chiese.

Dietro il Cremlino rosseggia l’alba serale.

Il cielo già di nuvole si copre,

Che la bufera insegue canticchiando.

Ora è deserto il grande mercato.

Chiude Stepan Paramonovič

La bottega con la porta di quercia

E la serratura a molla tedesca;

Il cane ringhioso dai grossi denti

Lega alla ferrea catena,

E se ne torna a casa pensieroso,

Dalla consorte oltre la Moscova.

 

Ma giunto alla sua casa,

Si stupisce Stepan Paramonovič

Non vedendo la sua giovane sposa,

Né la tavola di quercia apparecchiata,

E la candela dell’icona arde appena.

Egli chiama la vecchia domestica:

«Dimmi, dimmi, Eremeevna,

Dov’è finita, dove s’è cacciata

A quest’ora tarda Aljona Dmitrevna?

E i miei amati figlioletti –

Di certo han molto corso e giocato,

E già dormono nei loro lettini?»

 

«Padrone mio, Stepan Paramonovič,

Ti dirò una cosa assai strana:

Aljona Dmitrevna al vespro s’è recata;

Ma già il pope e sua moglie son tornati,

Hanno acceso la candela e cenano, –

Ma la padroncina dalla chiesa

Non ha fatto ritorno ancora.

E i tuoi piccoli figlioletti

Non dormono, non giocano –

Piangono tutto il tempo sconsolati».

 

Si turbò allora fortemente

Il giovane mercante Kalašnikov;

Andò alla finestra, uscì sulla strada –

Ma lo accolse la notte gelata;

Cade la neve bianca, si distende,

Cancella le impronte umane.

 

Ecco sente che battono alla porta,

Poi sente dei passi affrettati;

Si volta, guarda – santo cielo! –

Davanti a lui la sposa appare,

Pallida come un cencio, a testa nuda,

Le bionde trecce disciolte

E cosparse di neve e brina,

Gli occhi spenti d’una folle,

Mormora parole oscure.

 

«Ah, dove, moglie mia sei andata girando?

In quale osteria, in quale sconcio luogo,

Perché quei capelli arruffati,

E la veste così stracciata?

Ti sei divertita, hai fatto baldoria,

Forse con i figli dei boiari!…

Non per questo davanti alle sante icone

Noi, moglie mia, ci siamo fidanzati,

Ci siam scambiati l’anello nuziale!…

D’ora in poi ti chiuderò a chiave

Dietro una porta di quercia ferrata,

Perché tu non veda il mondo di Dio,

E non infami il mio nome onorato…»

 

E, udito ciò, Aljona Dmitrevna

Prese a tremare, povera colombella,

A tremare come una foglia,

A piangere lacrime amare,

E ai piedi dello sposo ella cadde.

 

«O mio signore, mio fulgido sole,

Uccidimi ora, o degnati di ascoltare!

Le tue parole sono una lama tagliente;

Esse mi spezzano il cuore.

Io non temo la morte più atroce,

Non temo le malelingue,

Ma temo solo il tuo rancore.

Dal vespro a casa tornavo

Per la strada già deserta.

Sento la neve scricchiolare;

Mi giro – un uomo sta correndo.

Le mie gambe han preso a tremare,

Mi son coperta col velo di seta;

Ma egli mi ha presa per un braccio,

E mi ha detto sussurrando:

«Di che hai paura, o mio incanto?

Non ladro né brigante di bosco io sono,

Io servo la zar, il terribile zar,

Il mio nome è Kiribeevič,

Della nobile famiglia di Maljuta…»

Più che mai mi sono spaventata;

La povera testa mi girava.

Mi ha baciata e accarezzata,

E, baciandomi, ripeteva sempre:

«Rispondimi, di che hai bisogno,

O mia diletta, o amata!

Vuoi oro, vuoi perle?

Vuoi pietre lucenti o fine broccato?

Ti vestirò come una zarina,

Tutte ti invidieranno,

Ma fa’ che io non muoia peccando –

Amami, abbracciami,

Sia pure un solo abbraccio d’addio!»

 

E mi accarezzava e mi baciava;

Sulle mie guance che bruciano ancora,

Come viva fiamma si posavano

I suoi ripugnanti baci.

E guardavano dagli usci le vicine,

E ci additavano ridendo…

 

Sono riuscita a liberarmi

E ho preso a correre verso casa,

Ma son rimasti nelle mani del brigante

Il mio scialle rabescato, tuo regalo,

E il mio velo di Bukhara.

Mi ha disonorata e svergognata,

Una donna onesta e casta pari mio, –

E che diranno le maligne vicine,

E a chi ora oserò mostrarmi?

 

Tu non lasciare la tua fedele sposa

All’oltraggio delle malelingue!

In chi posso sperare, se non in te?

A chi potrò chiedere aiuto?

In questo mondo io sono orfana:

Il mio babbo è già seppellito,

Accanto a lui la mia mamma giace,

Il mio fratello maggiore, tu lo sai,

In terra straniera senza traccia è finito,

E il più giovane è un bambino,

Un piccolo bambino che non può capire…»

 

Questo disse Aljona Dmitrevna,

Piangendo a calde lacrime.

 

Stepan Paramonovič mandò a chiamare

I suoi due fratelli minori;

E arrivarono, s’inchinarono

E rivolsero a lui queste parole:

«Orsù dicci, fratello maggiore,

Cosa mai ti è capitato,

Per chiamarci nella notte scura,

Nella scura e gelida notte?»

 

«Vi dirò, fratelli miei diletti,

M’è successa una grave sciagura:

Ha infamato la nostra proba famiglia

La vile guardia imperiale Kiribeevič;

E tale offesa l’anima tormenta

E un prode cuore non può sopportare.

Ebbene domani una lotta a pugni

Si svolgerà sulla Moscova, presente lo zar,

Io affronterò quella guardia

Lottando fino all’ultimo respiro;

Se mi batterà, uscirete voi

Per la santa madre-verità.

Non temete, fratelli miei diletti!

Più giovani e forti di me voi siete,

Meno peccati avete accumulato,

E forse il Signore di voi avrà pietà!»

 

E in risposta dissero i fratelli:

«Là dove il vento soffia nel cielo,

Anche le nuvole docili vanno,

Quando la grigia aquila chiama

Nella sanguinosa valle dello scontro,

Chiama al banchetto con i morti,

Ad esso gli aquilotti accorrono:

Tu, fratello, sei per noi un secondo padre;

Fa’ come sai, come pensi sia giusto,

E noi, fratello, non ti tradiremo»,

 

                                 *

 

Oh, ragazzi, cantate – le gusle accordate!

Oh, ragazzi, bevete – la storia ripetete!

Il buon boiaro rallegrate

E sua moglie dai palliti tratti!

3

 

Sulle dorate cupole di Mosca,

Sulle bianche pietre del Cremlino,

Da dietro i boschi, dai monti turchini,

Brillando sulle tavole dei tetti,

Scacciando le nuvole grigie,

L’aurora scarlatta si leva;

Ha sparso i suoi ricci dorati,

Si lava con la friabile neve,

Come bella fanciulla che si specchia,

Guarda il cielo limpido e sorride.

Perché, rossa aurora, ti sei distesa?

Su quale gioia ti sei destata?

 

Si radunavano, affluivano,

Gli audaci campioni moscoviti

Sulla Moscova, per lo scontro a pugni,

Per rallegrarsi, per divertirsi.

E arrivò lo zar col suo seguito,

Coi boiari e le fedeli guardie,

E fece tendere una catena d’argento

Con gli anelli saldati in oro.

 

Cinsero uno spazio di cinquanta metri,

Riservato ai due rivali.

E ordinò allora lo zar Ivan Vasil’evič

Di gridare con voce squillante:

«Orsù, voi, giovani valorosi,

Divertite lo zar nostro padre!

Entrate nell’ampio cerchio;

Chi vincerà – dallo zar sarà premiato –

Chi perderà – che Dio lo perdoni!»

 

Ed entra l’audace Kiribeevič,

In silenzio s’inchina allo zar,

Toglie dalle forti spalle il manto di velluto,

La mano destra poggia sul fianco,

Con l’altra si aggiusta il berretto

E attende l’avversario…

Tre volte risuona il grido squillante –

Nessuno dei campioni si muove,

Si guardano e ammiccano tra loro.

 

La guardia dello zar cammina su e giù,

Dei falsi campioni si burla:

«Si son calmati, forse han riflettuto!

Ebbene, prometto per la festa,

Di rimandarlo a casa vivo,

Voglio solo che lo zar si diverta».

 

A un tratto la folla si apre –

Entra in campo Stepan Paramonovič,

Giovane mercante, prode campione,

Rampollo dei Kalašnikov.

S’inchina al terribile zar,

Poi al Cremlino e alle sante chiese,

E poi a tutto il popolo russo.

Ardono i suoi occhi di falco

Puntati sul suo avversario.

E si mette davanti a lui,

Infila i guanti da lotta,

Le potenti spalle raddrizza

E la barba ricciuta accarezza.

 

E gli disse Kiribeevič:

«Dimmi un po’, buon giovane,

Di che gente e stirpe sei,

Con qual nome tu sei chiamato?

Per sapere a chi cantare il requiem,

Perché io possa vantarmi di qualcosa».

 

Gli risponde Stepan Paramonovič:

«Mi chiamo Stepan Kalašnikov,

Sono nato da un padre stimato,

Ho seguito i precetti del Signore:

Non ho disonorato le mogli altrui,

Non ho fatto il brigante di notte,

Non ho evitato la luce del giorno…

E tu hai detto una cosa vera:

A uno di noi due il requiem canteranno,

E non più tardi di domani a mezzogiorno;

E uno di noi due si vanterà,

Facendo festa con gli amici suoi pari…

Non per celia, non per divertire la gente,

Io ti sto di fronte, figlio d’infedele, –

E lotterò con te fino all’ultimo respiro!»

 

E udito ciò, Kiribeevič,

Impallidì, come neve d’autunno;

Si offuscarono i suoi occhi vivaci,

Tra le forti spalle corse un brivido,

La voce gli morì sulle labbra schiuse…

 

In silenzio entrambi si separano, –

L’erculea lotta inizia.

 

Alzò la mano Kiribeevič

E per primo colpì Kalašnikov,

Lo colpì in pieno petto –

Schicchiolò il petto del giovane,

Barcollò Stepan Paramonovič:

La croce di rame sul suo petto

Con le sante reliquie di Kiev, –

Si piegò entrando nella carne,

E il sangue colò come rugiada,

Si disse allora Stepan Paramonovič:

«Ciò che fu scritto, si avveri,

Lotterò per la verità fino all’ultimo!»

Studiò la mossa, si preparò,

E con grande veemenza

Colpì l’odiato rivale

Alla tempia sinistra.

 

La giovane guardia dello zar gemé,

Vacillò e cadde senza vita;

Si accasciò sulla fredda neve,

Sulla fredda neve, come un pino,

Come un pino nell’umido bosco,

Tagliato alla radice resinosa.

E, visto questo, lo zar Ivan Vasil’evič

Si adirò, batté il piede in terra

E corrugò le nere sopracciglia;

Ordinò che l’audace mercante

Fosse preso e portato al suo cospetto.

 

E così parlò lo zar ortodosso:

«Rispondimi in coscienza e verità,

Hai colpito a morte il mio fedele servo,

La mia migliore guardia Kiribeevič,

L’hai voluto o l’hai fatto non volendo?»

 

«Ti dirò, o zar ortodosso,

L’ho ucciso perché l’ho voluto,

Ma non ti dirò perché,

Lo dirò soltanto all’unico Dio.

Ordina di giustiziarmi e sul patibolo

Cada la mia testa colpevole;

Ma non negare ai miei figlioletti,

Non negare alla giovane vedova

E ai miei due fratelli la tua pietà…»

 

«Ebbene, giovane baldo e forte,

Lottatore audace, figlio di mercanti,

Hai risposto secondo coscienza.

La giovane moglie e i tuoi orfani

Saranno da me protetti,

E ordino che da oggi i tuoi fratelli

In tutto il vasto impero russo

Commercino senza tributi e senza dazi.

E tu, giovane baldo e forte,

Sali sull’alto patibolo

E lascia lì la tua testa impetuosa.

Io la scure farò bene affilare,

E il carnefice farò ben vestire,

La grande campana farò sonare,

Perché sappiano tutti i moscoviti

Che neanche a te negai la mia pietà…»

 

Sulla piazza la folla si raduna,

La mesta campana ulula e romba,

Diffonde una funesta novella.

Sull’alto patibolo nella rossa camicia,

Ornata di lucenti bottoni,

E con la grande scure affilata,

Si stropiccia le mani nude

E cammina su e giù l’allegro boia,

Aspetta il prode mercante, –

E il valoroso giovane intanto,

Dai cari fratelli si accomiata:

«O amati fratelli, amici di sangue,

Baciamoci e abbracciamoci

Per l’estremo addio.

Salutate per me Aljona Dmitrevna,

Ditele di non affliggersi tanto,

Di non dire niente di me ai piccoli;

Salutate la casa paterna,

Salutate tutti i nostri compagni,

Pregate nella santa chiesa

Per l’anima mia peccatrice!»

 

E subì Stepan Kalašnikov

Una morte crudele e vergognosa;

E la sfortunata testa

Rotolò nel sangue sul patibolo.

 

Lo seppellirono oltre la Moscova,

In aperta campagna fra tre strade:

Tul’ska, Rjazanskaja e Vladimirovska,

Sotto un tumulo di umida terra,

E una croce d’acero ivi piantata.

E soffiano e rombano venti furiosi

Sulla sua tomba senza nome.

E accanto passa gente buona:

Passa un vecchio – si segna,

Passa un giovane – si sente fiero,

Passa una fanciulla – si rattrista,

E i guslari gli cantano una canzone.

 

                             *

 

Ehi, voi, ragazzi audaci,

Giovani guslari,

Voci squillanti!

Bene iniziaste – bene terminate,

Ripagate ognuno con verità e onore.

Gloria al generoso boiaro!

Gloria alla sua bella moglie!

E gloria a tutto il popolo cristiano!

 

1837

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Musica russa

14 Ott

Pjotr Il’ič Čajkovskij (1840-1893): Trio per pianoforte, violino e violoncello in la minore, op. 50

Pjotr Czajkovkij

Pjotr Czajkovkij

Nikolaj Rubinstein

Nikolaj Rubinstein

Nadjezda von Meck

Nadjezda von Meck

Il Trio per pianoforte è una delle forme musicali più consone alla mia natura e ai miei gusti melodici. Verso la fine del XVIII secolo nel Trio il pianoforte sostituì il clavicembalo, e uno dei primi a usarlo nella sue composizioni fu Haydn, seguito poi com’è noto da Mozart, Beethoven, Schubert, Schumann e molti altri. Ma prima di Haydn dobbiamo ricordare un anonimo musicista austriaco, poco conosciuto ma dotato sicuramente di un animo poetico e di un finissimo udito, il quale fu uno dei primi, se non addirittura il primo, a impiegare il pianoforte insieme col violino e il violoncello. Ecco cosa ho letto al riguardo in una vecchia Storia della musica, anch’essa purtroppo anonima:
“Un giorno un musicista austriaco, passeggiando lungo un viale alberato, passò accanto a una piccola chiesa immersa nel verde. Ad un tratto la campana di quest’ultima cominciò a sonare e, contemporaneamente un usignolo iniziò il suo canto melodioso, mentre il vento mormorava una preghiera tra i rami. Al sensibile compositore il suono della campana suggerì subito il suono del pianoforte, il canto dell’uccello – il suono del violino e la preghiera del vento – il violoncello, e compose un Trio. Disgraziatamente l’opera andò perduta nell’incendio della biblioteca ove era conservata, e a noi non resta altro che immaginarne la bellezza dello sviluppo armonico e tematico.”
Tra i musicisti summenzionati, dobbiamo includere Pjotr Il’ič Čajkovskij con il suo celebre Trio per pianoforte, violino e violoncello in la minore op. 50. Esso fu eseguito per la prima volta al Conservatorio di Mosca il 23 marzo 1882. Gli interpreti furono: Sergej Taneev (pianoforte), Jan Hřímalý (violino), Wilhelm Fitzenhagen (violoncello).
Fu composto a Roma tra il 14 dicembre 1881 e il 9 febbraio 1882, e reca il sottotitolo In memoria di un grande artista, dedica che si riferisce a Nikolaj Grigor’evič Rubinštein, morto a Parigi il 23 marzo 1881 – (fratello del più celebre Anton), compositore, direttore d’orchestra e grande virtuoso del pianoforte, nonché fondatore e direttore del Conservatorio di Mosca e carissimo amico di Čajkovskij.
Il Trio è costruito in modo assai singolare in due soli movimenti di dimensioni molto ampie, per una durata complessiva di circa 50 minuti: un Pezzo elegiaco (Moderato assai, allegro giusto) e un Tema con 12 variazioni. Il primo tema del Pezzo elegiaco, introdotto dal violoncello e ripetuto dal violino, ha un incanto nostalgico che rappresenta forse uno dei momenti più alti dell’intera produzione di Čajkovskij. Questo splendido tema iniziale tornerà poi alla fine del Trio, affidato agli archi alternati (piangendo) sul funebre accompagnamento del pianoforte (pianissimo, poco a poco morendo). Il secondo movimento inizia con una melodia quasi classica, molto simile alle Variazioni su un tema rococò per violoncello. “Il tema – scrive il critico musicale Mauro Mariani – ha la semplicità e la raffinatezza di una mendelssohniana Romanza senza parole, eppure è una melodia popolare che nel ricordo del compositore si collegava a Rubinštein, insieme al quale l’aveva ascoltata durante una festa campestre nei pressi di Mosca”.
E’ l’unica composizione di Čajkovskij per piano, violino e violoncello. Nel 1880 la sua benefattrice Nadĕžda von Meck lo aveva pregato di scrivere un Trio, ma egli si rifiutò, e in una sua lettera alla generosa mecenate, datata 5 novembre 1880, egli spiegava così il suo rifiuto: “Mi avete chiesto perché non ho mai scritto un Trio. Perdonatemi, cara amica…Semplicemente non posso sopportare la sovrapposizione del pianoforte al violino e al violoncello. Per la mia mente i timbri di questi strumenti non si possono armonizzare tra loro…è una tortura per me ascoltare un Trio o una Sonata per archi e pianoforte. Per me il pianoforte può essere efficace soltanto in tre casi: da solo, con l’orchestra o come accompagnamento, cioè come sottofondo di un quadro”.
Tuttavia poco più di un anno dopo egli compose questo Trio per pianoforte, senza che gli fosse stato nuovamente richiesto, e pur avendo a disposizione molte altre forme musicali. In una successiva lettera alla von Meck del 27 dicembre 1881, egli scrive: “…Malgrado la mia antipatia per questa combinazione di strumenti, sto pensando di sperimentare questo genere musicale, che finora ho trascurato. Ho già scritto la parte iniziale di un Trio. Se riuscirò a portarlo a termine con successo non lo so, ma vorrei tanto che ciò che ho iniziato fosse felicemente concluso. Non vi nascondo il grande sforzo di volontà necessario a mettere per iscritto le mie idee musicali in questa nuova e insolita forma. Ma vorrei superare tutte queste difficoltà…”
Infine il 25 gennaio 1882 Čajkovskij scrive nuovamente a Nadĕžda von Meck: “Il Trio è terminato…adesso posso dire con una certa convinzione che non è affatto un cattivo lavoro. Ma temo che, avendo scritto tutta la vita per l’orchestra, io possa aver fallito nell’adattare le combinazioni strumentali ai miei pensieri musicali. In breve, temo di aver accordato la musica sinfonica a un Trio, anziché scrivere direttamente per gli strumenti. Ho cercato di evitarlo, ma non sono sicuro di esserci riuscito.”
Paolo Statuti

Vi invito ad ascoltare in youtube questo incantevole Trio nella storica e indimenticabile interpretazione di Lev Oborin (pianoforte), David Ojstrach (violino) e Sviatoslav Knuševizkij (violoncello), registrata a Mosca nel 1948.

(C) by Paolo Statuti

Poesia dell’autunno

7 Ott

Amo la primavera,
ma mi commuove l’autunno,
che nasce
dal caldo grembo dell’estate,
e muore
nel freddo abbraccio dell’inverno.

(P.S.)

Cinque poesie dell’autunno tradotte da Paolo Statuti

Michail Lermontov (1814-1841)

Io amo il sole d’autunno, quando
Tra nuvole e nebbie si fa largo,
E getta un pallido morto raggio
Sull’albero cullato dal vento,
E sull’umida steppa. Io amo il sole,
C’è qualcosa nello sguardo d’addio
Del grande astro simile all’occulta pena
Dell’amore tradito; non più freddo
Esso è in sé, ma la natura
E tutto ciò che può sentire e vedere,
Non provano il suo calore; così è
Il cuore: in esso è ancora vivo il fuoco,
Ma la gente un giorno non lo capì,
E da allora negli occhi brillare non deve,
E le guance non sfiorerà in eterno.
Perché di nuovo il cuore sottoporre
A parole di dubbio e allo scherno?

1830 o 1831

Fjodor Tjutčev (1803-1873)

Sera d’autunno

Nel chiarore delle sere autunnali
C’è un dolce misterioso incanto:
Il tetro brillìo degli alberi screziati,
Il mesto fruscìo delle foglie amaranto.
L’azzurro offuscato e silenzioso,
Sulla terra che orfana diventa,
E, come presagio di vicine bufere,
A volte un freddo impetuoso vento.
Stanchezza, sfinimento – e su tutto
Il mite sorriso dell’appassire,
Che in un essere ragionevole si chiama
Il nobile pudore del soffrire.

1830

Maria Pawlikowska-Jasnorzewska (1891-1945)

Autunno

Va con un mantello rosso e aurato.
Si specchia nell’ovale dello stagno.
Ma sta male. Non sa che è condannato,
che in quel mantello lo seppelliranno.

1924

Konstanty Ildefons Gałczyński (1905-1953)

Ecco vedi, di nuovo arriva l’autunno

Ecco vedi, di nuovo arriva l’autunno –
si vorrebbe solo dormire beatamente…
Metti il tuo anello di smeraldo:
la luce verde brillerà piacevolmente.

L’estate come condannata si piega
sotto la scure dell’autunno insanguinata –
ma noi vediamo la primavera nella gemma,
sul tuo dito, nell’anello incastonata.

1937

Josif Brodskij (1940-1996)

Canto di ottobre

La quaglia impagliata
sulla mensola del camino.
Il vecchio orologio che batte preciso,
rallegra di sera le membrane schiacciate.
L’albero dietro la finestra – cupa candela.

Da quattro giorni il mare romba contro il molo.
Metti da parte il libro, prendi l’ago;
rammenda i miei panni, senza accendere il lume:
la luce è nell’angolo
dai tuoi capelli d’oro.

1971

Paolo Statuti: Autunno a Chmielno

Paolo Statuti: Autunno a Chmielno

Paolo Statuti: Autunno a Chmielno

Paolo Statuti: Autunno a Chmielno

Paolo Statuti: Autunno a Chmielno

Paolo Statuti: Autunno a Chmielno

(C) by Paolo Statuti

Tadeusz Kubiak (1924-1979): Poesie e quadri

4 Ott
Tadeusz Kubiak

Tadeusz Kubiak

Tadeusz Kubiak – poeta polacco, satirico, autore di testi per l’infanzia e di radiodrammi. Debuttò nel 1943 sulla rivista clandestina Il futuro della Poesia. Studiò filologia polacca nelle università di Cracovia e Varsavia. Fu redattore delle riviste Generazioni e Semplicemente, e dal 1948 redattore della sezione letteraria della Radio Polacca. Pubblicò numerose raccolte di poesie, tra le quali ricordiamo: Rametto di rosmarino (1944), Parola a vela (1948), L’ombra della terra (1958), Un bel viaggio (1959), Descrizione dell’uomo (1966), Destino ripetuto (1968), Salici polacchi (1971), Reciprocità (1974), Poesie scelte 1946-1976 (1978).
Nel 1973 uscì la raccolta Poesie e quadri, nella cui introduzione il poeta scrive:
…Sia le poesie che i quadri sono il registro delle mie sensazioni e delle mie emozioni. I quadri – il loro specchio, le poesie – la loro registrazione. Le poesie sono differenti, perché differenti emozioni le hanno generate – differenti situazioni, differenti luoghi, diciamo anche…differenti stagioni.
Scrivendo non avevo intenzione né di “raccontare i quadri”, né di “scrivere sui quadri”, o di “parlare a nome loro”. Erano e sono tuttavia l’equivalente pittorico della mia visione poetica del mondo. Dovrebbero essere come due linee parallele, che corrono in armonia tra loro, senza mai tentare d’incrociarsi.

Di questa raccolta ho scelto e tradotto tre poesie. Eccole con i rispettivi quadri che le accompagnano:

Non si ritrae chi si è legato a una stella

Non si ritrae chi si è legato a una stella.
Il GIRASOLE è la stella delle sue notti scure.
La stella è lo scudo dei cavalieri erranti.
Ormai nulla lo riparerà dalla fosca follia.
Calava il sipario del giorno assolato.
La febbrile terra s’immergeva nella notte.
Non domata come fiume di chimere.
Travolge barriere, schiumoso trascina via
GLI ULIVI, LE BARCHE A SAINTES-MARIES,
IL PONTE DI ARLES, vomita bianca spuma,
con un ruggito trasporta verso sbocchi senza fondo.

Nel silenzio dipingeva I GIRASOLI – fiori,
stelle dai molti raggi dorati.
Voleva risparmiare loro la piena maturità,
le bruciature di sole e i colpi di becco.

Non ha salvato se stesso.
In un acceso chiarore gridavano in lui
I CORVI SUL CAMPO DI GRANO,
più neri del carbone spento nel Borinage,
del bramantino MANGIATORE DI PATATE.

La STRADA CON CIPRESSO E STELLA dove portava?
Il CAMPO DI GRANO CON MIETITORE AL SOLE.
Questo sole non tramonta nemmeno nel TEMPORALE
sulla pianura di Auvers.

La sedia vuota è il trono di un defunto sovrano.
La stanza è l’interno di una malattia mortale.
La finestra non è ben chiusa.
Dietro la finestra L’ARLESIENNE,
IL POSTINO ROULIN,
IL DOTTOR GACHET,
Gli IRIS NELL’ACQUA, LE ROSE BIANCHE,
IL BUON SAMARITANO.

Ormai nessuno può aiutare
SULLA SOGLIA DELL’ETERNITA’.

Nel freddo specchio ha salvato l’AUTORITRATTO CON ORECCHIO
fasciato con uno straccio.
LA NOTTE STELLATA.
Non si ritrae chi si è legato a una stella.

Vincent van Gogh, Girasoli, Monaco, Nuova Pinacoteca

Vincent van Gogh, Girasoli, Monaco, Nuova Pinacoteca

Vestita di nebbia

Tutto in lei è di ali e zampette d’uccelli.
Sotto le palpebre di cera di nuovo il balletto.

Con l’inchino dell’agile ninfa Syrinx trasformata
dagli dei in un’esile canna,
si congeda dalla sala sfavillante.

Norwid ha scritto si china, quasi a cogliere
la rugiada o tergere col cuore le lacrime dei fiori.

Tale e quale la vedo io.
Un passo,
un altro passo.

Vestita di nebbia. Proprio come la dipinse Degas.

Edgar Degas, Arabesque, Parigi, Louvre

Edgar Degas, Arabesque, Parigi, Louvre

Nell’inferno dei colori

Modigliani. Questo cupo ubriacone e drogato.
Con la vita come sabbia sparsa. Nessuno conosceva il diagramma
della corrente elettrica del suo cuore. I tagli
dell’elettrocardiogramma. Nessuno aveva radiografato i polmoni.
Espulso dal grembo. Messo alla porta.
Fuori dalla classe. Italiano. Ebreo. Francese. Selvaggio che divora
se stesso. Che farfuglia sull’antenato Spinoza
maledetto dai rabbini. Strano che lo sapesse.
Non sapendo chi siede sul trono papale.
Non sapendo chi scalda la poltrona presidenziale.
Chi paga i quadri. Chi paga il verde assenzio.
L’anice e l’alcol.
Modigliani. Bellini degli angeli caduti.
Denudati dai fianchi lattei fino alla collana
di corallo. Questo intruso ovunque e fra tutti.
Questo ladro che si vende per cinque franchi.
Modi! Mille dollari a un’asta a Londra!
Modi! Modi! Investimento in quadri come in banca!
Un grosso affare. Una mela d’oro! Business!
Nel trentaseesimo anno di vita fuori dalla vita.
Steso sui cavalletti. Modi. Stremato
nell’inferno dei colori. In quell’unica
vera patria.

Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne con cappello, coll. privata giapponese

Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne con cappello, coll. privata giapponese

(C) by Paolo Statuti