Archivio | giugno, 2016

Ballate di Adam Mickiewicz (1798-1855)

11 Giu

 

 

 

Due ballate di Adam Mickiewicz (1798-1855) tradotte da Paolo Statuti

 

La fuga

Lui è in guerra – un anno è già scorso,

Lui non torna – forse è già morto.

O fanciulla il tuo dolore è vano,

Il Principe manda il mezzano.

 

Il Principe nel maniero banchetta,

E lei piange nella sua stanzetta.

 

I suoi occhi, sempre sì lucenti,

Oggi sembran torbide sorgenti;

Il suo volto come luna piena,

Oggi scompare nella tristezza:

Ahimé salute, ahimé bellezza!

 

Si affligge e si affanna la madre,

Le nozze sono già annunciate.

 

Il mezzano arriva allegro e fiero.

– «Non mi porteranno all’altare,

Mi porteranno tra le bare,

Mi faranno il letto al cimitero.

Io morirò se lui non vivrà,

O madre il dolore ti ucciderà».

 

Il prete siede nel confessionale,

O figlia, confessa il tuo male.

 

 

 

Ecco è giunta la vecchia megera:

– «Caccia il prete, caccia il pretaccio,

Dio e fede – sogno e chimera,

Nella miseria mi compiaccio,

La vecchia comare sa molte cose,

Ha molte erbe prodigiose,

E tu hai i doni del tuo amore,

Son qui per farti un gran favore.

 

I suoi capelli devi intrecciare

Come un serpente, unisci due anelli,

La mano sinistra fa sanguinare;

Noi il serpente malediremo,

Sui due anelli soffieremo;

Dovrà venire e prenderti con sé».

 

La fanciulla pecca – un cavaliere

Galoppa, impreca e maledice;

Ha già aperto la fredda dimora:

Fanciulla, fanciulla, non hai paura?

 

S’è chetato, già dorme il castello;

La fanciulla è desta. – Notte fonda,

Silenzio – tace anche la ronda,

Risuonano i ferri di cavallo,

Ha latrato il mastino feroce,

Una volta ed ha perso la voce.

 

Il grande portone ha cigolato,

Qualcuno percorre i corridoi,

Tre porte con foga ha spalancato,

Tre porte una dopo l’altra e poi,

Il bianco cavaliere risoluto

E’ entrato e sul letto si è seduto.

 

Mia cara, il tempo non attende,

Il cavallo nitrisce, il gufo geme,

L’orologio risuona. – «Stammi bene!

Il mio cavallo aspetta impaziente;

Oppure alzati e vieni via con me,

Sarai mia, staremo sempre insieme».

 

La luna splende – il cavaliere vola

Tra i cespugli della pianura:

Fanciulla, fanciulla, non hai paura?

 

Il destriero corre come il vento,

Corre nel bosco – nel bosco silenzio;

Sul secco abete impaurita

Una cornacchia s’è udita.

Tra i rovi di un lupo le pupille

Scintillano come faville.

 

– «Avanti, o mio cavallo, avanti!

La luna già scende dalle nubi,

Ma prima che scenda dalle nubi,

Dobbiam superare nove versanti,

Dieci fiumi e dieci rocce; tra un’ora

Il gallo annuncerà l’aurora».

 

– «Dove mi porti?» – «Dove? A casa mia.

La mia casa è sul monte Mendoga;

Di giorno a tutti è aperta la via,

Di notte solo per me è sicura».

– «Hai un castello?» – «Ho un castello,

Possente, ma senza serratura».

 

– «Amato mio, ferma il tuo cavallo,

A stento mi reggo all’arcione».

– «Mia cara, reggiti, fai attenzione –

Ma cosa stringi nella mano?

E’ il tuo sacchetto da lavoro?» –

«No, è il mio Altarino d’Oro». (1)

 

– «Non c’è tempo, sono inquieto,

Non senti che ci corrono dietro?

C’è un dirupo davanti al cavallo,

Butta il libro! Dovremo saltarlo».

 

Il cavallo come senza pesi,

Salta il fossato di dieci tese.

 

Corrono attraverso la palude,

Intorno il vuoto. Un fuoco fatuo

Proprio davanti a loro ha brillato,

Da una tomba all’altra li conduce,

Passa volando e dove è passato,

Si lascia dietro una scia viola,

E dietro ad essa il cavallo vola.

 

– «Amato mio, che strada è mai questa?

Qui non si vedono tracce umane».

– «La strada è buona, quando si ha paura;

Chi fugge va per strade strane.

Non ci son tracce nei miei terreni,

Perché i miei ospiti non vanno a piedi:

Un ricco lo portan con gli onori,

Un povero invece i servitori.

 

 

 

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(1) Anticamente era chiamato così il libro delle preghiere.

 

Avanti, o mio cavallo, avanti!

Tra un’ora sonerà la campana,

Già brilla l’aurora a levante.

Prima che suoni la campana,

Dovremo superare qualche roccia,

Qualche fiume, qualche monte e un vallo:

Tra un’ora canterà un altro gallo».

 

– Amato mio, tira le briglie!

Il cavallo ha paura e sbanda,

Intorno vedo alberi e macigni,

Per poco contro un albero mi manda».

– «Mia cara, che sono quei nastrini,

A che ti servono quei taschini?».

– «Mio caro, sono le immaginette,

Il santo rosario e l’abitino».

 

– «Immagini dannate! Negli occhi

Del cavallo si sono specchiate,

Guarda come trema spaventato.

Butta via quelle baggianate!».

 

Il destriero, senza timore ora,

Ha galoppato cinque miglia ancora.

 

– «Che cimitero è questo, amato mio?».

– «E’ il muro che protegge le mie terre».

– «E tutte queste croci, mio Dio?».

– «Non sono croci, sono torrette.

Qui, al di là di questo muro,

Sarà per sempre il nostro futuro.

 

Fermati, fermati, o mio cavallo!

Prima di sentir cantare il gallo,

Tanti fiumi e monti hai superato,

E qui a tremare hai cominciato?

Lo so, cavallo mio, perché tremi:

Perché, come me, la croce temi».

 

– «Perché ti sei fermato, amato mio?

La fresca rugiada mi ha bagnata,

Soffia il vento freddo del mattino

Copri col tuo manto la tua amata».

 

– «Mia cara, accarezzami le tempie,

Poserò la mia testa sul tuo petto.

La mia testa è come un fuoco ardente

E può scaldare qualunque oggetto.

 

Cos’è quel pezzo di ferro al collo?».

– «E’ la crocetta avuta da mia madre».

– «La croce è aguzza come coltello,

Ferisce il volto, brucia il cervello.

Butta via quel pezzo di ferro!».

 

La croce caduta in terra è sparita,

Lui prende la fanciulla alla vita,

Dalla sua bocca è uscito un fuoco,

Il cavallo ha urlato come un uomo.

Superarono il muro galoppando,

Intorno rintocchi e del gallo il canto.

Sono scomparsi prima della messa,

La fanciulla e il cavaliere con essa.

 

Nel cimitero il silenzio regnava,

Le croci e i tumuli al loro posto:

Una tomba senza croce restava,

Il terreno da poco smosso.

 

Il prete sulla tomba ha pregato,

La messa per due anime ha ufficiato.

 

1830-31

 

 

 

 

Il ritorno del babbo

 

  «Andate, o bimbi, andate tutti insieme

Sul colle presso la cappellina,

E in ginocchio sotto la sacra icona,

Recitate una preghierina.

 

Il babbo non torna; mattine e sere

In lacrime lo aspetto e in pena;

I fiumi gonfi, nei boschi le belve

E di briganti la strada è piena».

 

Udito questo i bimbi tutti insieme

Corrono verso la cappellina,

Là in ginocchio sotto la santa icona

Recitano la preghierina.

 

Baciano la terra, poi: «In nome del Padre,

Del Figlio e dello Spirito santo,

Sii benedetta santissima Trinità,

Ora e sempre, ascolta il nostro pianto».

 

Poi: le coroncine e il decalogo,

Il Credo, il Paternostro e l’Avemaria

E quando hanno detto tutto questo,

Tutti ripetono: «E così sia!».

 

Ora il fratello maggiore intona

Una litania con voce affranta

E con lui gli altri ripetono in coro:

«Proteggi il babbo, o Madre santa!».

 

 

 

A un tratto un rombo di carri risuona

E tra essi il carro tanto amato;

Gridano i bambini a squarciagola:

«Il babbo, il nostro babbo è tornato!».

 

Li ha visti il mercante e piange di gioia,

Salta dal carro e li abbraccia il padre:

«Ah, come state? Che novità ci sono?

Ditemi, tesori, mi pensavate?

 

La mamma sta bene? La zia? La casa?

Ecco l’uvetta nel cestello».

E parlano, ognuno dice qualcosa,

Ah, di nuovo insieme, com’è bello!

 

«Andate – grida il mercante ai servi –

Io andrò in città coi miei tesori».

Vanno… ma all’improvviso da ogni parte

Dodici banditi sbucano fuori.

 

Le barbe lunghe e gli abiti sporchi,

Sguardi truci e baffi attorcigliati;

Balenano alle cintole i coltelli,

Di spade e bastoni sono armati.

 

Si stringono al padre i figli atterriti,

Sotto il suo mantello tremanti;

Tremano anche i servi, il padrone sbiancato

Alza le mani verso i briganti.

 

«Prendetevi i carri, prendete tutto,

Ma risparmiateci la morte,

Non siano orfani questi fanciulli,

Non sia vedova la mia consorte».

Non lo ascoltano, uno stacca un carro,

Prende i cavalli, mentre un altro grida

Con la spada in mano e la voce roca:

«Non scherziamo, o la borsa o la vita!».

 

Ma con voce decisa: «Fermi, fermi!»,

Il brigante più anziano interviene,

Lascia liberi i bambini e il padre

E dice: «Andate, pace e bene».

 

Il mercante ringrazia e quello risponde:

«Non ringraziare, devi sapere,

Se non ti rompo in testa un bastone,

E’ solo grazie alle loro preghiere.

 

Grazie ai bambini ti sei salvato,

Ti donano la vita e perciò,

Ringrazia loro per quanto è avvenuto,

E come è avvenuto io dirò.

 

Sapendo dell’arrivo di un mercante,

Io e la mia banda armata

Su questo colle, sotto questa icona,

Abbiamo teso l’imboscata.

 

Oggi vengo, guardo tra i cespugli,

I bambini pregano il Creatore,

Dapprima ho fatto una risata,

Ma poi ho provato pietà e timore.

 

Ho ricordato la terra natia,

Il bastone mi è caduto di mano;

Ah, anch’io ho una moglie che mi aspetta

e un figlioletto piccolo lontano!

 

Mercante! Va’ in città, il bosco mi attende;

E voi bambini su questa collina

Correte pure e per l’anima mia

A volte dite una preghierina».

 

maggio 1820

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Jan Lechoń – Il musicista della parola

8 Giu

 

jan lechon

 

Jan Lechoń  –  Il musicista della parola

 

   Esattamente sessanta anni fa, l’8 giugno 1956, moriva in esilio a New York il poeta polacco Jan Lechoń, saltando dalla finestra della sua stanza al dodicesimo piano dell’Hotel Hudson. Questo infelice skamandrita che mi è particolarmente caro è già presente da tempo nel mio blog. Oggi voglio di nuovo ricordarlo insieme con la poetessa Anna Kamieńska (v. nel mio blog), che alla notizia della morte di Lechoń scrisse la struggente poesia “In questa patria”, da me tradotta ora per l’occasione.

 

Anna Kamieńska

 

In questa patria

                                 Alla notizia del suicidio del poeta

                                 Jan Lechoń a New York

 

In questa patria così amara, che ugualmente soffoca

L’ignoranza di essa o la conoscenza perfetta,

In questa patria ordinaria come un tram affollato,

La quale si batte il petto – cuculo molesto,

In questa patria che non si può dimenticare,

Che un tuono ti rammenterà o una veemente parola,

O una sola nota nel grido d’un sobborgo straniero

E prenderà alla gola, e farà cadere gli occhiali,

E accecato ballerai come ubriaco –

Dal dolore; in questa patria dove a Sieradz

Fioriscono i prati, nella patria dov’è la Vistola e la Warta

Di questa lingua, in cui scorrono tutti i nostri ritmi,

In questa patria tetra come i resti dell’incendio

Dell’amata casa, quando senza di noi rimossi,

Sotto la sabbia fresca non celano alcun ricordo –

In questa patria – ci sia almeno la polvere sollevata

Sul prato, almeno un granello di soffione

Che vola in un piccolo aeroplanino, almeno la ghiaia

Che scivola sul fondo del torrente, almeno – una lacrima…

 

(C) by Paolo Statuti

Cyprian Kamil Norwid: Con le destre gonfie per gli applausi

1 Giu

 

 

 

Cyprian Kamil Norwid: Con le destre gonfie per gli applausi…

 

   E’ una poesia di carattere autotematico. Scritta nel 1858 e inserita nella raccolta Vade-mecum, contiene alcune riflessioni di Norwid sulla propria creazione, rispetto alla poesia romantica, e sul proprio programma poetico. Egli ritiene che la nazione sia ormai stanca della poesia che ha espresso idee nobili, ma impossibili da realizzare, e aspira ad azioni concrete, perché nella Patria regna l’oscurità e non si aspettano nuovi talenti letterari. Egli ricorda anche che nel momento del suo debutto poetico i grandi romantici avevano già una posizione consolidata ed erano celebri. Afferma anche che da loro non ha ereditato nulla, trovando in essi soltanto noia e idee superate. Si è sentito erede di convenzioni sociali e salottiere, dove non c’è posto per emozioni e sentimenti veri e sinceri. Si sente isolato ed estraneo. Durante il suo peregrinare osserva la gente con lo sguardo fisso solo al passato, cercando in esso i supremi valori. Aspira a un futuro ideale, ma sa che la strada che conduce ad esso passa attraverso il corrotto presente. Con rammarico afferma che i suoi contemporanei non si avvedono di ciò che egli vuole trasmettere loro con le sue opere, non capiscono le verità e le allusioni contenute in esse. Tuttavia è consapevole che la sua creazione sarà apprezzata dalle future generazioni. Norwid dice di scrivere “il diario di un artista”, e di essere in grado di superare le difficoltà della sua vita e delle sue ricerche. Ecco questa poesia nella mia versione.

 

Con le destre gonfie per gli applausi…

 

Con le destre gonfie per gli applausi, dal canto

Annoiato, il popolo chiamava all’azione:

Sospiravano ancora i leggiadri lauri,

Presentendo i lampi coi loro rami.

Nella Patria ovunque lauro e oscurità

E non si dava più spazio e nemmeno tempo

Ai nati e ai nascituri non attesi,

Quando il dito di Dio apparve su di me;

Senza dire quante cose esso compie,

Mi ordinò: “Vivi nel deserto della vita!”

 

Per questo da voi… o lauri, non ho preso

Una sola foglia, né un frammento di essa,

Tranne forse l’ombra fredda sulla fronte

(Ciò che non dipende da voi, ma dal sole…).

Nulla ho preso da voi, nulla, o giganti!

Tranne le strade coperte di assenzio e cicuta,

E la terra arsa dall’anatema, e la noia…

Solitario sono entrato ed erro oltre.

 

Di quelli rivolti al passato non compreso

E ammirato – ne ho incontrati molti!

Ho messo il tallone in speroni arrugginiti

Nei sentieri, dove tanti sono caduti!

Più volte la vecchia Usanza ho avversato,

Che mostrava i denti alla nuova alba;

Che si copriva la testa di polvere,

Per prolungare la notte e sognare ancora.

 

Di donne stregate da morte formule,

Ne ho conosciute a migliaia, e mi rattristava

Aver visto tante grazie – insensibile!

Guardandole con occhi senza passione.

Di qualcuna toccai la mano di marmo,

Mossi le pieghe dell’abito di pietra,

E la farfalla notturna sulla sua testa

Tremò e cadde…e sparirono – assonnate…

 

E niente… ho preso da loro per il mio cuore,

Fattomi verso di loro – com’esse – inerte,

Come loro così gentile e nessuno,

Che la felicità mi è sempre più incompresa!

Perché dunque nella Domenica – sazietà

Sono giunto per trovare e lasciare… tanto?

Avendo messo sul cuore solo l’abito –

Non voglio e non mi degno di chiedervi: Boia!…

 

Scrivo – sì! a volte… scrivo attraverso Babilonia

A Gerusalemme – e le lettere arrivano –

Non m’importa se ciò che dico è sbagliato

Oppure no… scrivo il diario di un artista –

Scribacchiato e chinato in se stesso –

Folle!…ma tuttavia vero e reale!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

Mio figlio mi ignorerà, ma tu ricorderai,

O nipote, ciò che oggi viene letto in fretta

Durante il regno del Panteismo – stampa,

Con l’ausilio dei caratteri di piombo;

E come accadeva sul selciato romano,

Avendo sotto i piedi le catacombe,

Sulla fronte il sole e fiducioso nell’errore –

Egli rileggerà ciò che tu leggi oggi,

E mi ricorderà… quando non ci sarò più!

 

1858

 

 

(C) by Paolo Statuti