Archivio | febbraio, 2015

Michail Lermontov

26 Feb

3 poesie di Michail Lermontov tradotte da Paolo Statuti

 

La mia casa

La mia casa è sotto la volta celeste,

Dove risuonano i canti soltanto,

Dove ogni scintilla di vita risplende,

Ma per il poeta lo spazio è tanto.

 

Dal tetto egli arriva alle stelle,

E il lungo sentiero tra le mura,

Chi ci abita, non con lo sguardo,

Ma con la sua anima misura.

 

La verità è nel cuore dell’uomo,

Il sacro seme dell’eternità:

Spazio senza fine, secoli interi,

In un baleno esso abbraccerà.

 

E la mia bella casa onnipotente

Per questo sentimento è costruita,

Dovrò soffrire a lungo in essa,

E solo in essa avrà quiete la mia vita.

 

1830

 

Preghiera

 

In un momento arduo della vita,

Quando la tristezza stringe il cuore:

Una prodigiosa preghiera

Io recito a memoria.

 

C’è un’intensità beata

Nell’armonia della parola viva,

E in essa inesplicabile

Un sacro incanto spira.

 

Dall’anima come un grave peso

La coscienza rotola via distante –

E si vuol credere, e si vuol piangere

Ed è un lieve, così lieve istante…

 

1839

 

 

Il profeta

Dal giorno in cui il giudice eterno

Mi ha dato del profeta l’onniscienza,

Negli occhi degli uomini io leggo

Pagine di rabbia e di violenza.

 

A predicare presi allora i precetti

Della verità e dell’amore alla gente:

Cominciarono a coprirmi d’insulti

E a tirarmi pietre follemente.

 

Mi cosparsi il capo di cenere,

Come un mendico fuggendo la città,

Ed ora come uccello nel deserto vivo,

Mangiando solo ciò che Dio mi dà;

 

La creatura terrestre m’è sottomessa,

Le leggi del Signore rispettando,

E le stelle mi ascoltano di notte,

Coi raggi lietamente giocando.

 

E quando nella città chiassosa

Entro a volte con passo affrettato,

I vecchi dicono ai bambini

Con un sorrisetto malcelato:

 

«Guardate: ecco un esempio per voi!

Egli superbo da noi è fuggito;

Lo sciocco pensava: ciò che dice Dio

Dalla mia bocca è uscito!

 

Guardatelo, bambini miei:

Che figura pallida e trista!

Guardate com’è magro e nudo,

E come ridono alla sua vista!»

 

1841

 

Jarosław Mikołajewski

9 Feb

 

 

Jarosław Mikołajewski

Jarosław Mikołajewski

 

   Nato nel 1960 a Varsavia, è uno dei poeti polacchi contemporanei più apprezzati. E’ anche saggista, autore di libri per bambini, pubblicista e ha grandi meriti come traduttore in polacco di Dante, Petrarca, Michelangelo, Leopardi, Montale, Ungaretti, Luzi, Penna, Pavese, Pasolini, Levi e altri ancora. Dalla letteratura italiana per l’infanzia ha tradotto “Pinocchio” di Carlo Collodi e alcune opere di Gianni Rodari. Tra il 1991 e il 2014 ha pubblicato 11 raccolte di poesie. I suoi libri sono stati tradotti in più lingue. Ha ricevuto prestigiosi premi letterari, tra cui nel 2014 la medaglia d’argento per meriti speciali al servizio della Cultura “Gloria Artis”, e in Italia: Stella della Solidarietà Italiana, Premio Nazionale per la Traduzione, Premio della Città di Roma, Premio Flaiano.

Negli anni 1983-1998 è stato docente della cattedra di Lingua e Letteratura Italiana all’Università di Varsavia, e negli anni 2006-2012 direttore dell’Istituto Polacco a Roma. Da questo soggiorno romano è nata, tra l’altro, la raccolta di saggi “La Romana Commedia” (2011) – un peculiare diario-guida attraverso la città di Roma. La chiave per conoscere i segreti della Città Eterna è la “Divina Commedia” di Dante. Essa detta il ritmo delle scoperte di Jarosław Mikołajewski e determina la struttura di questo libro, che si compone di 100 canti suddivisi nelle tre cantiche: “Inferno”,”Purgatorio” e “Paradiso”. A proposito di questo libro la poetessa Julia Harwig scrive: “Si può ritrovare la Roma contemporanea grazie alla “Divina Commedia” di Dante? Jarosław Mikołajewski ha rischiato e ha scritto per noi un racconto di questa stupenda città, costruendolo intorno a frammenti dei “Canti” di Dante. Un’idea ardita, ma che non desta obiezioni. A Roma, presente e passato convivono e coesistono…Un carattere particolare è dato al libro dal personale rapporto dell’autore con questa città”.

Come romano trasferito in Polonia  posso capire perfettamente i sentimenti di questo poeta polacco trasferito a Roma, dove per sei anni , nella tradizione di altri illustri poeti polacchi, quali ad esempio Jarosław Iwaszkiewicz e Jerzy Hordyński, ha “visto e sentito” l’essenza di questa città. A Roma ci sono i classici luoghi per turisti: Colosseo, Fontana di Trevi, Bocca della Verità, ecc., e ci sono i “quadri” preferiti dai poeti: le Ville, i pini, i vecchi vicoli, le fontanelle, i tramonti, ecc., ed essi attingono le parole da ciò che “vedono e sentono”. Jarosław Mikołajewski ha lasciato le sue personali e durature impronte sul suolo di Roma, e se dovesse tornarci, sono sicuro che  le varie anime della Città lo riconoscerebbero subito e lo accoglierebbero come un vecchio amico.

Di proposito non voglio esprimere giudizi critici (anche perché non sono un critico letterario) sulla creazione di questo poeta, e nemmeno citare la critica ufficiale, ma ho tradotto 10 sue poesie – ciò significa che mi piacciono – e invito i lettori di questo mio post a manifestare i loro pareri, che sono certo saranno accolti con interesse da Jarosław Mikołajewski.

 

Poesie di Jarosław Mikołajewski tradotte da Paolo Statuti

 

Il prato

Le mie figlie si nutrono come giovani mucche

di erba

che cresce nei verdi pascoli

 

di latte

che ai pietosi animali

si stilla dalle turgide mammelle

 

le mie figlie bevono tisane

di erbe

dai nomi latini

e le loro guance profumano

come serici gusci ripieni di lavanda

 

le mie figlie sono tutte yoghurt

pane e sole

 

masticano i dolci petali

dei fiori di campo

e i loro capelli profumano

di rugiadosa violacciocca

 

Vivo accanto a loro come un maiale

 

come un cane crepato

sulla riva di un fiume cristallino

 

e che ancora non è diventato erba

 

né rugiada

che vola verso il sole

 

né l’acqua di questo fiume

 

O terra carnivora

inghiottisci finalmente la mia carne

 

o fa’ fiorire il mio corpo

imbalsama la mia pelle

 

Il museo degli oggetti antichi

 

le risorse sono limitate

un carro per il cielo

trascinato dall’ombra d’un cavallo

 

uccelli

onde

 

qualche caro oggetto di uso quotidiano

una bambola o la moglie

un pettine

 

e ancora una guida

un corvo

un raggio

 

un’ombra sulla bacheca

 

 

 

 

 

 

 

La valle

 

scendo in valle giulia con giulia

 

e con noi scendono signori e signore

e con loro i cani senza guinzaglio

 

anche mia moglie scende

e le due figlie maggiori

 

e ciascuna nel portamonete ha le foto

delle due nonne

di un nonno

e dell’altro nonno

che un tempo scese la valle con noi

 

quando scendiamo

si sentono gli elefanti

e i pavoni

 

forse è una tigre che domanda a giulia

 

forse

 

a valle giulia

al sole s’inchina l’erba

e all’erba il sole

 

e il sole nell’erba è come un leone

che a morsi si fa strada nella terra

 

e il tempo è strano per questa stagione invernale

anche qui a roma dove a gennaio al massimo

sono dieci gradi e invece guardate che roba

 

è così caldo in quest’ora serale

che dalle case escono

e scendono con noi in valle giulia

sirene di città e sirene marine

anemoni di mare e fiori

egiziani

venditori

massaggiatori e preti

 

parrucchiere con le gambe di vario tipo

quelle più in alto lunghe

quelle più in basso corte

 

e ognuno bagna i piedi nella propria ombra

che scorre nell’erba come un ruscello

 

Domanda

 

sono venuto al mondo

dove non c’ero né io né te

ma le mani applaudivano già le tue creazioni

 

i tuoi fiori si strofinavano a questi piedi

i chicchi nelle mie mani formavano manciate

 

ah come eravamo inutili

 

io non ero una creazione

ma i miei sensi

lo erano e come

 

io non c’ero

ma tu eri già il creatore

 

c’era un motivo per cambiare ciò

Un poeta molto vecchio

 

Andavo a incontrare

un poeta molto vecchio

 

tanto vecchio che se fosse stato una quercia

avrebbe avuto mille anni

 

Avrebbe ricordato i fratelli

che diventarono canoe

 

avrebbe ricordato

che poteva diventare un armadio

 

o san Sebastiano

nell’altare centrale o di lato

 

che la sua parte inferiore

poteva diventare il ceppo per la scure

(oggi al museo delle torture medioevali)

e la parte superiore

centinaia di migliaia di fiammiferi

(oggi nella cenere dei falò sui pendii dei Bieszczady)

 

Andavo da un poeta molto vecchio

 

dovevo notarlo ora nel suo nervosismo

ora nella sua assenza

 

prima ancora di scorgerlo

doveva sparire

prima ancora di orientarmi

doveva gettarmi dalle scale

 

dovevo essere come un pescatore

che abbraccia una sirena

 

Andavo da un poeta

che poteva essere una quercia

lungo un parco di alberi

che erano come maschere

 

guardavo in una cavità

senza scoiattoli e senza uccelli

 

toccavo la corteccia come palpebre

incollate da rivoli di resina fossile

 

Andavo da un poeta molto vecchio

tra gli alberi come tra armature

con le visiere calate

 

Quando entrai nella casa del poeta molto vecchio

le scale che potevano essere lui

se fosse stato una quercia

avrebbero scricchiolato sorde e morte

 

Quando entrai nell’appartamento

mi accolse in piedi

 

nelle dita millenarie strinse il bastone che

poteva essere lui stesso se fosse stato una quercia

 

e pesando nella mano il destino della quercia che

poteva essere lui stesso ma non lo era

fece ciò che nessuna quercia farebbe mai

se avesse mille o duemila anni

 

fece un passo

docile alla sua volontà di quercia

e le foglie stormirono

giovani come la terra

 

Requiem a santa cecilia

 

forse così si entra in paradiso

 

come l’orchestra nel concerto

 

ricevono gli applausi ma come preambolo

parlano di politica

di malattie

senza timore

 

non invidiano

non vanno in collera

 

il primo violino

non ce l’ha col solista

 

loro accordano gli strumenti

noi la tosse

 

così si vede dall’alto

dai posti scadenti dietro la scena

dove abbiamo davanti la faccia del direttore

 

Sconforto

 

voglio smarrire la bestia

che dorme sotto di me

 

come un pallone

mi sollevo

nella volta celeste

ma la bestia è con me

come l’ombra sotto la nube

 

ma la bestia è

con me

come l’ombra

sotto la nube

 

sotto il sole che si è levato

sul cielo sereno

 

la mia bestia

si stacca più scaltra di me

 

mi si alza dal letto

e fa ciò che non so

finché non la troverò

sulle lenzuola comuni

 

di ossicini

messi

nelle ali rosicate

 

Il mondo salvato

 

segno sulla mappa dove siamo stati

non siamo stati quasi in nessun luogo

 

guarda quanto mondo non morirà con noi

 

e sai una cosa?

risparmieremo sempre più posto

 

facciamo domenica

il piano di risparmio

 

qui non saremo più

 

e ancora là più vicino

là più lontano

 

guarda quanto mondo

ci sopravviverà

 

Ai magri

 

che per tutta la messa

in chiesa come un soldato

 

curati

inamidati

 

che nei treni

vi sistemate

come scapolare

 

come toletta

portatile con specchietto

 

sospirate nell’intenzione

dei corpi nel grasso sofferenti

ai quali l’anima non entra nella pelle

 

il ventre nella camicia

e nei pantaloni

 

i cui piedi bruciano

come se la fiamma li lambisse già

 

Il cerchio di gesso

 

passeggiano i colombi e non ci vedono

sfrecciano le barche e ci evitano

 

come se non ci fossimo

sulle piazze e nell’acqua?

 

che gente siamo che non ci siamo?

 

 

(C) by Paolo Statuti