Archivio | gennaio, 2016

Eduardas Miezelaitis

28 Gen

 

Eduardas Miezelaitis

Eduardas Miezelaitis

 

Eduardas Mieželaitis

 

   Dal 1940, anno in cui fu invasa dall’Armata Rossa e annessa all’Unione Sovietica, la Lituania per 50 anni è rimasta separata dal mondo. Moltissimi scrittori furono costretti a emigrare. Ma le idee della libertà e dell’indipendenza, anche se manifestate attraverso allusioni e metafore, sono state sempre presenti nella coscienza degli scrittori di questo paese. Nella produzione letteraria lituana pre-indipendenza (riconquistata nel 1990) prevaleva l’impostazione ideologica. Storie di guerra, dopoguerra e tematiche relative alla realtà industriale. Tra i primi che contribuirono con i loro scritti a liberarsi dal realismo socialista ci furono diversi poeti, tra i quali Eduardas Mieželaitis.

Nacque a Kareiviškis il 3 ottobre 1919 e morì a Vilno il 6 giugno 1997. Raggiunse la notorietà a metà degli anni ’40, diventando uno degli autori più popolari nella Lituania Sovietica del dopoguerra. Poeta di grande talento, svolse un ruolo rilevante nella rinascita della qualità e della struttura lirica della poesia lituana. Amalgamando gli elementi folk tradizionali e le tecniche moderne associate al simbolismo e all’espressionismo letterario, Mieželaitis aspirava a creare una sintesi delle forme poetiche: versi canonici e versi sciolti, prosa e dialogo, musicalità e dissonanza. Egli intendeva la poesia come un mezzo per esplorare il significato e lo scopo dell’arte, e come relazione tra l’artista e la realtà. E’ considerato il principale innovatore nello sviluppo della letteratura lituana.

Esponendo il suo credo in una delle sue biografie, Mieželaitis dice: “Dimmi come consideri l’uomo e ti dirò chi sei. In altre parole – quali sono i tuoi principi umani e quale grado di umanesimo hai raggiunto. Perché l’uomo è un continente inesplorato verso cui punta costantemente l’ago della bussola umanistica.” L’autore analizzando l’uomo rivolge particolare attenzione alle sue mani: se le mani creano, o distruggono. “Le mani – dice Mieželaitis – rivelano l’uomo, dicono tutto di lui. Quanto egli ha creato e quanto ha distrutto.”

Molto belle sono le sue poesie dedicate ad Adam Mickiewicz e a Mikolajus Konstantinas Čiurlionis (1875-1911) – il Pittore della Musica, molto legato alla Polonia e soprattutto a Varsavia. Di lui Romain Rolland (1866-1944) ha scritto: “Mi è difficile esprimere a parole l’eccitazione che questo straordinario artista ha suscitato in me, come uno che non solo ha arricchito l’arte della pittura, ma che ha anche ampliato il nostro orizzonte nella sfera della polifonia. E’ un continente spirituale del tutto nuovo e Čiurlionis è il suo primo Cristoforo Colombo.” Da alcuni critici egli è considerato un precursore di Kandinskij.

Molti versi di Mieželaitis sono nati dai suoi numerosi viaggi. Dalle impressioni riportate nei suoi viaggi in Italia, scaturiscono le sue personali interpretazioni della pittura e della scultura italiane (Giotto, Beato Angelico, Leonardo, Michelangelo). Il tema dell’eterno circolo della natura (unificazione e differenziazione) nonché nella vita spitituale dell’uomo sotto ogni latitudine, è il costante e inseparabile motivo che svolge un ruolo fondamentale nelle poesie scritte da Mieželaitis nella seconda metà della sua vita.

Tra le sue raccolte poetiche ricordiamo in particolare: Tėviskes vejas (Vento del luogo natale, 1946), Svetimi akmenys (Pietre straniere, 1957), Žmogùs (Uomo, 1962), Lyriniai etiudai (Studi lirici, 1964), Antakalnio barokas (Il barocco di Antakalnis, 1971), Postskriptumai (Post scripta, 1986).

Presento qui alcune poesie di Eduardas Mieželaitis. Questa volta, non conoscendo il lituano e benché io sia restio a tradurre da una lingua intermedia, mi sono servito della versione inglese non rimata, preferendola a quella polacca, nella quale i poeti-traduttori hanno conservato spesso le rime esistenti, costringedoli in tal modo a creare soluzioni alternative rispetto alla letteralità dei testi originali.

 

L’oceano

Oceano!..

Vecchio come il nostro mondo è l’oceano,

anche i poemi che gli hanno dedicato sono vecchi,

eppure è sempre in movimento,

in perpetuo movimento,

e io mi sento come un’isola fusa nel suo stampo.

Lo ammetto, ci ripetiamo, siamo banali,

forse dopo tutto siamo infantili,

ma perché non paragonare la vita umana al mare?

Se le nazioni e la gente sono paragonate a isole,

perché allora non essere avvicinate al mare?

I poeti ci hanno giurato: “La vita è un oceano senza fine”,

ma bagnata nelle pozzanghere delle proprie lacrime.

Perciò noi sveliamo l’ingannevole idea

di navigare soli attraverso l’oceano

dimenticando le nostre paure…

 

Che incantevole elemento!

Osservando il suo moto che lascia senza fiato,

perfino affrontando i suoi venti vuoi restare,

perché il sapore del suo sale ti affascina,

e l’inno delle sue onde continui a sentire

come in una conchiglia…

 

Rigirati, oceano!

Tu ancora non hai provato tale libertà e sollievo…

Anche se alcune navi giacciono immobili nei tuoi fondali,

più nuovi vascelli – tuo orgoglio – accolgono la brezza…

Rigirati, o marosi di popolo!

Rigirati, umanità oceano!

 

Cosa io sono non lo so:

una piccola barca o un’isola, cioè qualcosa di solido,

non importa, o vita diletta, non risparmiare il mio cuore,

percuotilo come roccia con le tue onde senza sosta…

 

Io ammiro l’elevata umanità oceano,

io mi rallegro dei suoi flutti che lambiscono i continenti.

Che qualche snob tratti pure con scherno questa nozione,

ma per me la vita – l’umanità – e l’agitato oceano

è un’immagine che non invecchia mai,

essa offusca molte altre

tutte apparentemente nuove e audaci…

Rigirati, o mare pieno di vita!

Rigirati, o marosi di popolo!

 

Guarda, con mani di poetica devozione

noi terremo la madre Terra in movimento,

in perenne movimento…

 

 

Le cascate del Niagara, ovvero a passeggio con Walt Whitman

 

1.

Stretta, come le parole nei sonetti, nella sua cornice di rive,

obbedendo ai canoni, scorre l’epica acqua del fiume,

come gli eventi in perenni poemi, come l’albero

della canoa che portava Hiawatha,

e come il fumo grigio del tabacco contorto dal vento,

che si levava nella quiete del meriggio dal suo calumet;

lenta come un tempo la Santa Maria di Colombo

veleggiava adagio, nella brezza medioevale.

Ed ecco, a un tratto, l’orlo del precipizio…Come un esercito

spinto in flussi umani a una guerra fratricida,

precipita a piombo nell’abisso e con fragore

rombano le trombe marziali.

 

2.

Ma ora al diavolo l’armonia,

al diavolo i canoni –

nessuna penna potrebbe frenare il ritmo dell’acqua.

Al diavolo i versi,

qui non servono a nessuno,

perché nel chiasso e nel tumulto del torrente

non li sentirebbe neanche il più sensibile orecchio.

Qui i versi devono essere assordanti come il tuono

o, almeno, come salve di cannoni,

perché qui legioni di acqua sfrenata sono in guerra.

Al diavolo anche la logica,

poiché qui prevale l’illogico

e nulla è rimasto delle regole geometriche.

 

Qui la forza prende il sopravvento.

La brutalità esce furiosa in superficie,

calpestando i deboli coi suoi piedi.

Qui domina una selvaggia massa irrompente,

qui di acqua infuria una guerra civile.

 

Qui le razze acquatiche

nera e bianca, rossa e gialla si mescolano,

e la democrazia della Natura trionfa.

Acqua e parole

sono bianchi e neri, rossi e gialli democratici

che infrangono l’intera struttura dei vecchi canoni,

infrangono le eterne e armoniose dittature,

creando un caos monumentale.

 

Qui non udrai mai il flauto del pastore.

Qui i tamburi rombano e le trombe di ottone erompono.

Ma sopra tutto questo inferno pende nell’aria

la colorita armonia del cielo –

l’arcobaleno

che incorona l’argentea testa di Walt Whitman,

il re del caos, il filosofo e il satiro,

mentre dalla sua nivea barba come briciole di pane

si versano sonore parole:

And mind a word of the modern –

the word En Masse.”

 

Io dico a Walt Whitman:

una sola parola, come individuo, non ha senso,

perché non può mai vincere in nessuna battaglia.

Oggi vincitrici saranno le parole en masse –

eserciti di parole, brigate e legioni di parole,

movimenti di parole, rivoluzioni e rivolte,

e nascerà una nuova società di parole, parole – democratici,

un nuovo sistema democraticamente organizzato.

 

Questa cascata di parole

non può più essere stretta

nei confini dei giambi, dei dattili e così via,

perché ci sono troppe parole – intere masse di parole,

e per controllarle altre leggi e sistemi sono richiesti.

I loro versi originano dalle piene del fiume,

dalle raffiche di vento, dal sordo frastuono dei torni

e dallo schianto dei tuoni.

Il loro ritmo è l’asimmetria,

la pulsazione del disordine

che dominano in Natura.

Ma da questo caos emergerà

una magnifica caotica armonia.

 

E le parole prenderanno il colore da tutte le razze umane,

dalla terra, dall’acqua del mare, dall’erba e dall’acciaio.

E sopra la caotica massa d’acqua del Niagara

splenderà la bianca arruffata testa del vecchio Walt Whitman,

il grande Pan della poesia.

 

3.

Agghindo i miei versi come una bambola;

le faccio le trecce di rime,

e la lascio andare graziosa e linda,

bene acconciata come la testolina di mia figlia,

in perfetto ordine – una vera bambola.

 

Ma a volte come un giovane puledro essa scalpita,

all’improvviso prende un’altra strada,

e allora la poesia si scatena,

tanto che neanche Aleksandr Blok

avrebbe potuto tenerla a freno.

 

Ma ha senso comprimerla in rigidi canoni,

nel loro corto letto di Procuste,

se le metafore si mostrano e i versi ignorano la scansione,

se l’immagine, sguainata la spada, vuole sfidare il canone

e lottare finché uno dei due non soccomba?

 

Vale la pena restringere l’amplitudine del ritmo?

Dobbiamo sempre seguire la regola comune

e tessere come gli altri bardi – Dio onnipotente! –

continuare a tessere, spaventati dalle novità,

attorno all’asse giambo-trocaico?

 

Ora ditemi: i fiumi frequentano forse il giambo?

E la brezza si serve dei giambi?

Ditemi: ogni cosa che attraversa il cosmo

sembra forse anche di poco un nostro giambo terrestre

o un nostro trocheo? – ditemi, vi prego!

 

Allora perché dobbiamo ridurre la scala di un poema?

Lasciamo alla nostra poesia completa libertà.

Agghindo a volte la mia poesia, se necessario,

la pettino, perché sia in ordine, prima di mostrarla!

Ma in realtà la poesia-bambola non fa per me!

 

4.

Sono tornato alle mie rive, voi direte…

Sì, è vero!

I vortici, la cascata

formano quest’epoca.

Ma tornare dalla cascata

non è come tornare

alla massima velocità della Santa Maria,

o alla canoa di Hiawatha,

o al fumo contorto del suo calumet.

 

Qui il ritorno

è quello di un cavallo uscito dalla battaglia,

che tende nervosamente tutti i muscoli.

Nel nostro caso, il ritorno è accompagnato

dai ricordi del vortice della cascata.

 

Un fiume che precipita da un dirupo

scorre più lento, ma non ritorna.

E così noi abbiamo due canuti poli

sulle opposte rive del fiume:

il cieco Omero dai capelli bianchi

e Walt Whitman dai capelli bianchi.

 

Uno con le sue foglie di lauro,

l’altro con le sue foglie d’erba –

entrambi hanno verdi corone,

e attraverso il Niagara

si tendono la mano.

 

L’Elmetto e il Crespigno

 

Accanto a un tronco marcito

Bagnato dall’acqua di una fonte

Un elmetto arrugginisce, afflitto,

E su di esso, temerario,

 

Come un audace alpinista

Si arrampica un vermetto. Vicino

Un uccellino esamina la spiaggia

Dove pensa di costruire il nido.

 

Le ultime schegge di ghiaccio

Si sciolgono e si mutano in rivoli.

Ma quale fiore nell’erba

Al vecchio elmetto si stringe?

 

Da sotto il suo cerchio di acciaio

Lo guarda un fragile crespigno.

Sfioragli il capo con la mano –

E’ vivo – imperituro…

 

Iperbole

 

Cos’è il cielo?

Cosa sono le stelle? Non sono semplici occhi blu?

Cos’è la luna? Non è un sopracciglio a forma di arco?

Non sono i tuoi tratti che nella mia poesia nascono

Disegnati nello spazio, e lasciati nei cieli a splendere?

 

Io disegno nello spazio

Il tuo viso effimero

Dalle stelle, dall’aria – con le tinte del tramonto,

Coi trilli dell’usignolo – una parodia

Di un poeta bambino che piange tristemente.

 

Disegno

Il tuo viso effimero dal nulla,

Dallo spazio, dal tempo, dai fulgidi tragitti degli uccelli,

Dai suoni, dal lampo, dalla pioggia, dal vento, dalla neve

E dai più astratti punti nel labirinto delle galassie.

 

 

Io posso sentire

La tua liscia pelle dipinta coi colori dell’aria,

Il mio occhio è attratto dal blu del tuo sguardo,

Il mio quadro ha il tuo profumo – il profumo

Del lillà che danza al chiaro di luna.

 

Ho appeso il ritratto

Qui, nel mio solaio,

E lo imploro di restare, come sogno che svanisce.

No, non è poeta chi non deruba i cieli,

Non è pittore chi non aggiunge le stelle ai propri colori.

 

Cos’è il cielo

Se le stelle sono i tuoi occhi e la luna – il tuo sopracciglio,

Il tramonto – le tue labbra che fluttuano come visione.

Il tuo immenso, immenso effimero ritratto

Disegnato da niente nello spazio

E’ il mio cielo!

 

L’uomo

 

Noi con due piedi sul globo della Terra.

Noi con due mani tese alla sfera del Sole.

 

Così tra il globo della Terra

e la sfera del Sole

io

sto…

 

Tonda è la mia testa – come il globo della Terra –

nel cui centro – come strati di carbone e metalli –

si trova il mio cervello che non vale di meno.

Io lo scavo

e ricavo

dall’acciaio

ogni genere di mezzi giganteschi:

treni

che collegano paesi lontani

tra loro,

navi che solcano gli oceani con ogni tempo,

aerei

che superano l’uccello in volo,

missili

veloci quasi come la luce

e rapidi

come il volo del mio pensiero…

 

Tonda è la mia testa – come la sfera del Sole –

dal cui centro nelle quattro direzioni

stupendi raggi si riversano:

essi alimentano la vita sulla Terra,

vi incoraggiano la nascita perpetua…

 

Cos’è la Terra?

Cosa vale senza di me?

 

…Un tempo una gigantesca e misera palla senza vita

vagava nelle sconfinate distese dello spazio…

La luna come specchio di notte da lontano

rifletteva la sua faccia brutta e butterata…

In miseria allora mi ha creato

e ha foggiato la mia testa come il Sole e la Terra…

La piccola palla – cioè la mia testa – è maturata in fretta,

ha superato il grande globo della Terra

e ora serve come suo asse permanente…

Quando è successo di ubbidire alle mie mani

Io ho rivelato la sua sorprendente bellezza…

E’ la Terra che ha creato me quindi

ma sono io

che l’ha rimodellata e l’ha resa

più nuova, più giovane e più splendida

che mai…

 

Coi miei piedi saldamente posati sulla Terra

e le mie braccia sempre tese verso il Sole,

io sto

come un ponte

che unisce la Terra

e il Sole

lungo il quale

verso la Terra

il Sole scende,

lungo il quale

verso il Sole

la Terra sale…

 

Tutte le splendide creazioni

io le ho foggiate dalla madre Terra

con le mie mani ingegnose,

non smettono mai di girarmi intorno

come una giostra variopinta…

 

…Le guardo girarmi intorno:

città con ponti e piazze,

case con ascensori e scale.

autovetture come insetti sulle ruote,

strutture di cemento e acciaio.

Vedo girare intorno alla mia testa veloci aeroplani,

e intorno ai miei piedi lunghi treni,

transatlantici che solcano acri

di mare e di oceano,

trattori e torni

che si muovono ruggendo,

io vedo lasciare le mie mani

come colombi in volo

molti satelliti e astronavi…

 

Di bell’aspetto, forte, di spalle larghe –

come un ponte che unisce la Terra

e il Sole –

io sto

al centro

del pianeta

irradiando sorrisi di luce solare

in tutte e quattro le direzioni.

Questo sono io –

l’uomo.

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

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Stanisław Baliński

15 Gen

 

Stanisław Baliński

Stanisław Baliński

 

Stanisław Baliński, poeta, prosatore, saggista e diplomatico polacco, nacque a Varsavia il 2 agosto 1898. Studiò filologia polacca all’Università di Varsavia e teoria e composizione musicale presso la Scuola Superiore di Musica a Varsavia. Nel 1920 entrò a far parte del celebre gruppo poetico Skamander, i cui membri sono tutti presenti nel mio blog: Antoni Słonimski, Kazimierz Wierzyński, Jan Lechoń, Julian Tuwim e Jarosław Iwaszkiewicz. Fu diplomatico in Cina, Brasile e Persia. Nel 1939, allo scoppio della guerra, era a Parigi, e successivamente si trasferì in Gran Bretagna. Negli anni 1940-45 lavorò presso il Ministero degli Esteri del governo polacco in esilio a Londra. Durante la guerra scrisse questi due versi: “La mia patria è la Polonia Clandestina,/che lotta oscura, sola e peregrina”. Negli anni ’50 collaborò con le radio Europa Libera e Voce dell’America. Scrisse 5 raccolte di poesie, due di racconti, saggi e numerosi feuilleton. Benché lo desiderasse tanto, non gli fu concesso di tornare in Polonia. Restò in esilio come Lechoń e Wierzyński. Morì il 12 novembre 1984 a Londra in miseria e in solitudine.

Scrive lo scrittore, poeta, traduttore ed editore Paweł Hertz (1918-2001) (1) nel suo commento alla raccolta poetica Peregrynacje (Peregrinazioni) di Stanisław Baliński, edita nel 1982 dalla casa editrice PIW di Varsavia: “Tra i poeti della sua generazione, Baliński è rimasto forse il più fedele al compito della poesia, che rievoca per noi ed estrae dal fondo del tempo trascorso immagini e pensieri, forme e ombre, colori e suoni, li salva dalla morte e dall’oblio e, presentandoli di nuovo, fa sì che ricordando ciò che è passato in modo diverso, più saggio e più vero, vediamo ciò che è e prevediamo ciò che sarà. La poesia così intesa non crea nuovi mondi, ma è un saggio commento del mondo reale, mentre esso ad ogni istante muta nella nostra memoria. Il poeta dunque, fedele al compito così inteso della poesia, fa sì che esso duri. Risponde a questa attività il classico, capiente ed ampio andamento del verso, e soprattutto la lingua limpida e comune, attinta dalle forme pure, organicamente legata alla storia e alle sorti della comunità che di essa si serve. La poesia di Baliński non teme la commozione né la riflessione, a volte essa rasenta perfino i confini dai quali così superstiziosamente si guardano i parvenu della modernità, e di proposito tratta di cose e questioni per così dire banali e sentimentali. Ma sia le cose che le questioni in Baliński non appaiono mai né banali né sentimentali, come accade quando esse escono da una penna rozza e maldestra, da una mente piatta e fredda. Nelle poesie di Baliński ciò che è piccolo e ciò che è grande, ciò che è importante e ciò che è apparentemente futile, ha in sé il pregio della profondità ed esprime il vero sentimento, comune a noi tutti esseri mortali, limitati dal nostro proprio destino”.

(1) Vedi due sue poesie nella mia versione in “Caleidoscopio di poeti polacchi” (musashop.wordpress.com)

 

Poesie di Stanisław Baliński tradotte da Paolo Statuti

 

Flirt serale

Nel mio paese romantico, musicale,

E’ rimasto uno stagno, ove le ballate non muoiono,

Avvolto da vaporose betulle,

Circondato da un triplice ontaneto.

 

Lungo la riva dello stagno chiari calami

Si arrampicano verso l’ondulato sentiero,

Dove due ombre, occhi non spenti,

Ancora oggi corrono, per incontrarsi ancora.

 

In mezzo allo stagno, coperta dai vimini,

Una vecchia barca scorre sicura,

Dove due ombre, incrociando due remi

Ancora oggi pensano che l’amore dura in eterno.

 

Cala la sera. Anche le viole annegano

Nello stagno, come lacrimose dumki.

E due ombre tra scuri ranuncoli

Ancora oggi sussurrano: buonanotte per sempre.

 

Torno di notte lungo lo stagno e l’edera,

Come in sogno vago dalle stelle ai mattini,

Ascoltando se l’acqua non scroscia,

E se non incontrerò nuovi amanti.

 

Ma là è silenzio. Il verde si secca,

Gli alberi tarlati biancheggiano come ossa,

L’acqua tace e chiude gli occhi,

Fedele alle ombre e al primo amore.

 

L’altro nome della solitudine

 

Com’è bello a volte allontanarsi dalla gente

E accogliere la solitudine tra meste riflessioni,

Quando vicino, con la casa, ci sono amici e parenti,

Dai quali si può tornare, se la solitudine stanca.

 

L’hanno cantata i poeti di quasi tutti i tempi

E hanno scelto per essa i più sottili rasi,

E la gente, toccando queste parole rasate,

Chinava il capo commossa dalla loro bellezza.

 

Ma c’è un’altra solitudine, senza pianto e sentimento,

Quella che non conosce spettatori e pietà,

Che il mondo come abisso senza scopo scopre,

Affinché tu ti specchi in essa. La solitudine vera.

 

In un albergo straniero, a uno dei piani,

Una lettera sopra un rozzo tavolo: interno di deserto.

La notte copre intorno il senso vero della vita,

E l’unica sua voce è il sussurro degli infelici,

 

Che fluisce dagli interminabili confini della sofferenza,

Eternamente uniti all’enigma dell’esistenza.

“Aiuto” – gridi, meravigliato della tua parola

E afferri la cornetta. E la posi di nuovo.

 

Perché non c’è chi chiamare, né perché chiamare.

Ah, non c’è neanche a chi la tua miseria celare

E non c’è come destarsi, come assopirsi,

Salvo col passare del tempo respirare e spegnersi.

Ed ecco in tali notti senza Padre né Spirito

Qualcuno si ferma sulla porta e bussa tre volte

E lentamente apre la porta, e resta sulla soglia.

Proprio lei è venuta: brutta, non più giovane.

 

La guardi, il polso lacerato dal timore.

Sorella minore della morte – è il suo nome.

 

Il destino

 

Camminava un romantico in ritardo, con una valigia di versi.

La valigia si frantumò

E tutti i versi si rovesciarono…

 

Il vento li sparse, la nebbia li pianse

Come turbine atmosferico –

Versi di rivolta contro di sé e il mondo,

Versi di confessioni con fiori e senza fiori,

Versi che dovevano essere fama,

Un tempo eroici, oggi maledetti,

Un tempo semplici, oggi incomprensibili…

Tutto si frantumò, si disperse

E si smarrì, come dissenso

Che batte sulla vita.

 

Calava la notte, e all’indomani all’alba

Rimase sulla strada una sola, unica

Metafora scampata:

Era a forma di rametto

Di lillà, che dormiva sulle foglioline del verde.

Qualcuno lo trovò. Se lo mise in tasca.

 

 

 

 

Addio

                                     Alla memoria di Stefan Napierski (2)

 

Addio, luce rosata di serate che si spengono,

E tu, stella, che brilli in un sonetto ispirato,

E tu, cuore, che ami per tua propria scelta,

Per la quale ogni uomo ti fu patria nel mondo.

 

Addio, meditazione del saggio che nella notte scura

Ti sporgevi dalla finestra, dove fiorivano le rose,

E cercavi nei cerchi della tua segreta scienza,

Come prolungarci la vita di una notte almeno.

 

Addio, pallida melodia dell’età trascorsa,

Che cantavi la libertà e l’amore delle nazioni,

E nel brusio della città e nel silenzio dei giardini,

Cercavi, instancabile, la verità sull’uomo.

 

Ci chiniamo su di voi come sulle bellezze,

Che sono state elevate, onde abbatterle poi,

E sono state chiamate nuvola e canti,

Per unirle alla sofferenza e calpestarle col fango.

 

Ma chi si dissetò con la forza dell’ispirazione,

E adesso deve contare sconfitte e ferite,

Appartiene alla schiera dei deboli e invincibili,

E le tenebre e il silenzio più non teme.

 

Le tenebre non lo tradiranno, e il silenzio ascolterà,

Andrò con lui sul sentiero dei fratelli immortali

E gli daranno un giorno, trascorsa la fonda notte,

Tutto ciò cui anelava, tutto ciò che ha perduto.

 

All’orizzonte della notte frusciano gli alberi neri,

Cui hanno messo nelle radici le spine dell’odio,

L’ombra degli amici morti ti dice addio e canta

Con voce più quieta del sussurro di foglie dimenticate.

 

(2) Stefan Napierski, poeta, traduttore e saggista polacco, nato a Varsavia nel 1899, e ucciso in una esecuzione di massa dai tedeschi nel 1940.

 

 

Sull’Oceano Atlantico

 

O stella nel cielo scuro, cosa stai cercando?

Da dove vieni, misteriosa, e dove sei diretta?

Sento il tuo trepido respiro, la tua ansia ascolto,

Che mi penetra nel cuore e nelle vene scorre.

 

Reggendomi alla ringhiera del cielo sulla nave sorda,

Avvolto nel nero mantello dell’atlantica notte,

Navigo dietro a te lentamente, aspetto lo scongiuro,

Il segnale, che tranne noi nessun altro udrà.

 

Prima che l’alba col primo soffio sfiori la volta

E ti spenga, o stella, come fioco lumino,

Rispondi, cosa cerchi? – Cosa cerco, – mio caro? –

Baluginò la stella – io cerco il mio nome.

 

 

Ninnananna da cortile

 

Gli abiti estivi di mia sorella, bianchi abiti estivi,

Prendono aria sul balcone – ringhiera del cielo,

Il vento di primavera li sfiora dolce e mesto,

Quasi fossero nuvolette da sollevare.

 

Alla finestra siedono i genitori. Il profilo severo

E gli occhi offuscati dal lungo vegliare,

Guardano i bianchi serti intrecciati per mia sorella,

E guardano i bianchi abiti per lei acquistati.

Il vento scorre sul balcone. Il sogno ruota

E sventola come mussola stesa ad asciugare…

Ma mia sorella non c’è. Mia sorella viaggia.

Gli abiti li ha dimenticati. E mai tornerà.

 

Illusioni

 

Quando il crepuscolo fluisce adagio alla finestra,

E spegnendo la luce del cielo, le lampade accende,

C’è un istante in cui si desta l’amore impulsivo,

Per sussurrare che ben presto sparirà.

 

Se la melodia della vita sfugge alla vita,

Il crepuscolo sfugge alla notte e proprio quest’attimo

Si china su di me come riflesso di speranza,

Per sussurrare che si spegnerà all’istante.

 

Fermato alla finestra in quel minuto morto,

La pagina del giorno giro verso la notte,

E mi dico che tornerò alle luci,

Ma non torno.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Józef Ignacy Kraszewski (1812-1887)

7 Gen

 

 

Józef Ignacy Kraszewski

Józef Ignacy Kraszewski

 

Credo nelle cose belle e in quelle buone,

Nell’amicizia credo, nell’amore credo;

In ciò che è al di sopra della ragione

E la cui origine nel mondo non vedo,

In ciò che non ha in esso la sua meta.

 

Credo nell’ispirazione del poeta,

Credo in ogni battito del cuore;

In una vita eterna e superiore,

In tutto ciò che l’anima desìa,

Che ci manca, di cui abbiamo nostalgia.

 

E credo che se s’incontrano due mani,

Due cuori, dove lo stesso fuoco splende,

E dove gli stessi ideali accende:

I cuori si ameranno, anche se lontani.

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

Negli anni ’80, in un momento difficile della mia vita, una mia cara amica polacca mi inviò questa bella poesia, accompagnandola con le seguenti parole: “Ti mando questa poesia di J.I. Kraszewski come programma di massima. Che non sia soltanto un’eco di ideali giovanili, ma un buon augurio, affinché torni la felicità di un tempo, che tu nel tuo animo desideri. Che essa risuoni come una preghiera scaturita non dalla disperazione, ma da un’autentica gioia. Forse per te ciò diverrà realtà?”

 

Credo di poter rispondere affermativamente a questa tua domanda, cara Anna.

Rafael Alberti (1902-1999)

2 Gen

 

 

Rafael Alberti (1968)

Rafael Alberti (1968)

 

Riporto qui quanto pubblicato dal sito La Repubblica.it – Cultura & Scienze nel giorno della morte di Rafael Alberti.

Muore Rafael Alberti

poeta tra amore e politica

Una vita segnata dall’impegno e dall’esilio. “Non mi pento, non sarò mai un ex comunista”.

 

CADIX (Spagna). Un arresto cardiaco ha fermato per sempre “quel sagittario irrequieto e vagabondo”, come lui stesso amava definirsi, nella sua casa del sud della Spagna a El Puerto De Santa Maria. Rafael Alberti, poeta, scrittore, pittore esiliato dal regime franchista, aveva 96 anni ed era l’ultimo rappresentante della “Generazione 27”, il movimento cui appartenevano Garcia Lorca e Vicente Aleixandre.

Nato il 16 dicembre 1902, lascia giovane l’Andalusia per Madrid, ma rimane attaccatissimo alla sua patria. Si fa strada presto nel mondo dei versi e del surrealismo. Sono del 1929 le dolorose liriche “Sugli angeli” (“Sobre los angeles”). Quegli anni li passa con Federico Garcia Lorca, Salvator Dalì, Pablo Picasso, amici e compagni di strada. Il primo premio importante lo riceve nel 1925 con la raccolta “Marinero en tierra”, un canto d’amore per il mare con cui riceve il premio nazionale della letteratura. Degli anni ’60 sono i suoi “Poemi d’amore”, i versi per “Roma, pericolo per i viandanti”, “Gli otto nomi di Picasso”. Le più recenti rime “Amore in bilico” sono dedicate all’erotismo e alla donna, alla sua nuova e giovane compagna.

Ma è l’impegno politico a prendere il sopravvento e a stravolgere tutta la sua vita. Fin dai primi anni Trenta diventa un militante del Partito comunista spagnolo. Studia teatro nell’Unione Sovietica e dirige con la moglie Maria Teresa Leon – scomparsa nell’88 – la rivista rivoluzionaria Octubre. Dal ‘36 al ’39 partecipa alla guerra civile nelle file repubblicane. Dopo la vittoria di Francisco Franco, viene costretto all’esilio prima in Francia, poi in Messico, Argentina e Italia. E ogni volta che qualcuno parla di sofferenza risponde: “Non mi pento di niente. Non sarò mai un ex comunista”. In Spagna torna soltanto nel 1977, nella sua città, dove nel 1990 si era risposato con Maria Asuncion Mateo, 44 anni più giovane di lui, e dove oggi il suo cuore si è fermato. Le sue ceneri saranno sparse nella baia di El Puerto De Santa Maria.

 

(28 ottobre 1999)

 

Alcune poesie di Rafael Alberti nella versione di Paolo Statuti

 

Ballata di ciò che disse il vento

 

L’eternità potrebbe essere benissimo

solamente un fiume

essere un cavallo dimenticato

e il tubare

di una colomba smarrita.

 

Quando l’uomo si allontana

dagli uomini, viene il vento

che subito gli dice altre cose,

aprendogli le orecchie

e gli occhi ad altre cose.

 

Oggi mi sono allontanato dagli uomini,

e solo, in questo baratro,

a lungo guardavo il fiume

e ho visto soltanto un cavallo

e ho udito solamente

il tubare

di una colomba smarrita.

 

E il vento allora si è avvicinato,

come di sfuggita,

e mi ha detto:

 

L’eternità potrebbe essere benissimo

solamente un fiume,

essere un cavallo dimenticato

e il tubare

di una colomba smarrita.

 

Ritorno dell’amore recentemente apparso

 

Quando tu sei apparsa, io soffrivo nell’interno più fondo

di una caverna senza aria e senza uscita.

Mi agitavo nell’oscurità, agonizzando,

udendo un rantolo come battito di ali

di un uccello invisibile.

Hai sparso su di me i tuoi capelli

e io mi sollevai fino al sole e vidi che erano l’aurora

che sul mare aperto a primavera si distende.

Fu come se fossi giunto nel più bel

porto di mezzogiorno. Annegavano in te

i paesaggi più splendenti:

chiare, aguzze vette con rosate

corone di neve, fonti nascoste

nelle ricciute ombre dei boschi.

Ho imparato a riposare sui crinali

e a scendere lungo fiumi e pendii,

a intrecciarmi nei rami tesi

e a fare del sonno la mia morte più dolce.

Mi hai aperto il bosco e i miei floridi anni

di recente venuti alla luce, giacevano

sotto la carezza della tua spessa ombra,

lasciando il cuore al libero vento

e accordandolo al verde suono del tuo.

Già andavo a dormire, e a svegliarmi sapendo

che non penavo in una caverna oscura,

agitandomi senza aria e senza uscita.

Perché tu finalmente sei apparsa.

 

 

Ritorno dell’amore nei vividi paesaggi

 

Crediamo, amore mio, che quei paesaggi

si sono addormentati o sono morti con noi

nel tempo, nel giorno in cui vi abitavamo;

che gli alberi perdono la memoria

e le notti se ne vanno, lasciando all’oblio

ciò che le hanno rese belle e forse immortali.

 

Ma basta il più lieve palpito di una foglia,

una stella cancellata che respira all’improvviso,

per vederci ugualmente lieti di occupare

i luoghi che ci tennero uniti.

Ed ecco ti svegli oggi, amore mio, al mio fianco,

tra i frutici di ribes e le fragole nascoste

al riparo del forte cuore dei boschi.

Là c’è l’umida carezza della rugiada,

le polveri delicate che rinfrescano il tuo giaciglio,

gli elfi felici di ornare le tue lunghe chiome

e i misteriosi alti scoiattoli che versano

sul tuo sonno il minuto verde dei rami.

 

Sii felice, foglia, sempre: che tu non abbia mai l’autunno,

foglia che mi hai portato

col tuo lieve tremito

l’aroma di tanta cieca età luminosa.

E tu, stellina smarrita, che mi apri

le intime finestre delle mie notti più giovani,

non cessare mai la tua luce

sopra le tante alcove che all’alba ci addormentavano,

e su quella biblioteca con la luna

e quei libri dolcemente caduti,

e sui vigili boschi che destati cantavano per noi.

 

 

Tra il garofano e la spada

 

(Guerra alla guerra per la guerra.) Vieni qui.

Volgi le spalle. Il mare. Apri la bocca.

Una sirena urta contro una mina

e un arcangelo annega, indifferente.

 

Tempo di fuoco. Addio. Urgentemente.

Chiudi gli occhi. E’ il monte. Tocca.

Saltano le cime frantumando la roccia

e si uccide un bosco, inutilmente.

 

C’è anche sulla luna la dinamite? Andiamo.

Morte alla morte per la morte: guerra.

In verità, pensa il toro, il mondo è bello.

 

Già i rami bruciano.

Apri la bocca. (Il mare. Il monte.) Chiudi

gli occhi e sciogliti i capelli.

 

La colomba

 

Si sbagliò la colomba,

si sbagliava.

Per andare al nord, si trovò al sud,

pensò che il grano fosse l’acqua,

si sbagliava.

 

Pensò che il mare fosse il cielo,

che la notte fosse l’alba,

si sbagliava,

si sbagliava.

 

Che le stelle – la rugiada,

che il calore – la neve,

si sbagliava,

si sbagliava.

 

Che la tua gonna fosse la tua blusa,

che il tuo cuore – la sua casa,

si sbagliava,

si sbagliava.

 

Lei si addormentò sulla riva,

tu sulla cima di un ramo.

 

Pensò che il mare fosse il cielo,

che la notte fosse l’alba,

si sbagliava,

si sbagliava.

 

Che le stelle – la rugiada,

che il calore – la neve,

si sbagliava,

si sbagliava.

 

Che la tua gonna fosse la tua blusa,

che il tuo cuore – la sua casa,

si sbagliava,

si sbagliava.

 

Ritorni di Chopin attraverso le mani già andate

 

                                                                 A mia madre che tutti noi univa

nella musica del suo vecchio piano.

 

Dapprima era nella sala da pranzo, era nella dolce

sala da pranzo dei sei: Agustin e Maria,

Milagritos, Vicente, Rafael e Josefa.

Da lì mi vengono ora, d’inverno, distanti,

già quasi persi, cancellati dalla memoria i miei,

i fratelli che non sapevo elevare alla mia altezza;

da lì adesso mi giunge questo accordo di acqua,

da lì anche, adesso,

questo notturno ramo di bosco con moto,

questa riva di mare, questo amore, questa pena

che oggi, con un velo di lacrime, mi uniscono a voi,

attraverso le mani felici che furono.

 

Poi nell’angolo in penombra di una stanza,

lontano dalla sala da pranzo dei sei,

quando di nuovo vicino a voi, perduto,

quasi infinitamente perduto mi sentivo,

molto tardi, già molto tardi,

quando di nuovo arrivava il sonno,

un accordo di acqua, un ramo notturno,

una riva, un amore, una pena a voi

dolcemente mi univano,

attraverso le mani stanche che furono.

 

E adesso, distante,

più infinitamente di allora, espulso prima

dalla sala da pranzo, più tardi dall’angolo

in penombra della stanza,

tremante,

 

con il cuore trafitto dall’inverno, Maria,

Vicente, Milagritos, Agustin e Josefa,

uno, il sesto, Rafael, di nuovo si unisce a voi,

con il ramo, l’amore, con il mare e la pena,

attraverso le mani rimpiante che furono.

 

Ritorno dell’amore sulle sabbie

 

Stamane, amore, abbiamo vent’anni.

Vanno volutamente piano, intrecciandosi,

le nostre ombre scalze per la strada tra i giardini,

che oppongono agli azzurri del mare i loro verdi.

Tu sei sempre un’apparizione,

sei la luce giunta una buia sera,

quando il giovane senza meta dalla città ritarda,

pensoso, di proposito il suo ritorno a casa.

Tu sei sempre quella che al mio fianco

va cercando il segreto declivio delle dune,

il recondito pendio della sabbia, il celato

canneto che crea

cortine agli occhi marini del vento.

Là sei, là sono davanti a te, controllando

l’alta temperatura delle onde felici,

il cuore del mare ciecamente sorto,

morendo in frammenti di dolce sale e di spume.

Poi, tutto ci guarda allegro, sulle rive.

I castelli in rovina sollevano i loro merli,

le alghe ci offrono corone e le vele,

preso il volo, vogliono cantare al di sopra delle torri.

 

Stamane, amore, abbiamo vent’anni.

 

 

Belorado

 

All’entrata, bambina mia,

all’entrata del paese.

 

Mi dicesti, bambina mia:

buona notte, mio re!,

col tuo fazzoletto.

 

Col tuo fazzoletto di spuma;

no, di luna;

no, di vento.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti