Tag Archives: Zbigniew Herbert

Zbigniew Herbert (1924-1998)

24 Lug

 

Vorrei descrivere

Vorrei descrivere la più semplice emozione

la gioia o la tristezza

ma non come fanno gli altri

cercando un raggio di pioggia o di sole

 

vorrei  descrivere la luce

che nasce in me

ma so che essa non somiglia

a nessuna stella

perché non è così luminosa

né così limpida

e incerta

 

vorrei descrivere il coraggio

senza tirarmi dietro un leone impolverato

e anche l’inquietudine

senza urtare un bicchiere d’acqua

 

in altre parole

darò tutte le metafore

per una sola espressione

estratta dal petto come costola

per una sola parola

che rimanga

nei confini della mia pelle

 

ma a quanto pare non è possibile

 

e per dire – amo

corro come un folle

cogliendo fasci di uccelli

e la mia tenerezza

che non è di acqua

chiede all’acqua un viso

 

e la rabbia diversa dal fuoco

prende in prestito da esso

una lingua loquace

 

così si mescola

così si mescola

in me

ciò che canuti signori

hanno diviso una volta per sempre

e hanno detto

questo è il soggetto

e questo è l’oggetto

 

ci addormentiamo

con una mano sotto la testa

e con l’altra in un cumulo di pianeti

 

e i piedi ci lasciano

e assaporano la terra

con piccole radici

che la mattina

strappiamo con dolore

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

 

Tomasz Gluziński: Il grande pascolo

23 Mag

 

 

Tomasz Gluziński

Tomasz Gluziński

 

   Nel 2005 la casa editrice “Więź” di Varsavia pubblicò un’antologia poetica di Tomasz Gluziński dal titolo “Il grande pascolo”, contenente poesie tratte da diverse sue raccolte, e con una presentazione del poeta, saggista e critico letterario Krzysztof Karasek. Al riguardo ho trovato in internet questo articolo del poeta, saggista e traduttore Jarosław Mikołajewski (v.nel mio blog), scritto nello stesso anno. Eccolo nella mia traduzione.

 

Un capolavoro dimenticato

 

Una gioia maggiore della scoperta di un nuovo talento, si prova quando si ritrova un’opera ingiustamente dimenticata. La gioia di ricordare e di proporre la poesia di Tomasz Gluziński la dobbiamo alla casa editrice “Więź” e a Krzysztof Karasek, che ha scelto le poesie di questo poeta, corredandole di una sua introduzione.

“Gluziński nacque nel 1924 a Lwów – scrive Karasek. Frequentava la scuola nella stessa strada in cui si trovava quella del suo compaesano di dieci anni più giovane Zbigniew Herbert, solo che dalla parte opposta. La guerra lo cacciò dalla città natale e nel 1950 si stabilì a Zakopane”. Un conciso e colorito curriculum di Gluziński lo troviamo nella sua autobiografia essenziale contenuta nella lettera da lui scritta al poeta Zbigniew Herbert nel 1983. Emerge da essa la figura di un patriota che nel 1944 si arruolò nel 1 Reggimento Alpini, che dopo la guerra cercò la sua dimora nella Bassa Slesia, e infine si creò una famiglia, mettendo per sempre radici ai piedi del Giewont. Sciatore, allenatore delle nazionali femminile e maschile di sci, uomo di forte fibra. “Al partito o altra ignobile organizzazione non appartenevo – scrive nella suddetta lettera – non applaudivo, non sorridevo stupidamente, ho pubblicato un paio di libri e neanche una volta ho consegnato personalmente il manoscritto alla casa editrice, servendomi sempre della posta. Non mi conoscono da nessuna parte, non sanno che aspetto ho”.

“Le mie vicende – rispondeva Herbert – sostanzialmente sono state assai simili (…). Grazie a Te mi sono reso conto di quanto sia inestimabile la solidarietà generazionale – non quella che risulta dalla data di nascita, ma quella che deriva dalla osservanza della lealtà”.

Come poeta Gluziński debuttò nel 1958 sul settimanale “Tygodnik Powszechny”, ha pubblicato 11 raccolte di poesie, è morto nel 1986. “Era – scrive Karasek – una delle personalità di Zakopane, come il pittore Brzozowski, lo scultore Rząsa o il generale Boruta-Spiechowicz – stabile elemento del paesaggio di questa città (…). E’ sepolto nel Vecchio Cimitero, celebre necropoli di Zakopane. “Sciavo – scrive riassumendo ad Herbert la sua vita – al sole, nella nebbia, nelle bufere di neve, sul ghiaccio, giravo sulle creste, sulle vette, nei boschi, e ringraziavo Dio che mi aveva fatto diventare un poeta poco istruito, ma esperto”.

Tomasz Gluziński era un poeta che sperimentava In maniera oltremodo consapevole. Era il poeta della rude denominazione della realtà, degli inattesi paragoni, delle ricerche nello spazio e nella fantasia al tempo stesso, del ridurre il mondo alla sua essenza. C’è nei suoi versi il coraggio di denudare i rituali, l’audacia del linguaggio corrente e dell’arrivare al nocciolo delle cose, senza inutili preamboli.

Scrive giustamente Karasek che Gluziński svolse un ruolo rilevante „nella formazione del linguaggio poetico contemporaneo”, lo indica come un creatore della Nouvelle Vague polacca, così importante per i poeti nati negli anni ’40, nonché per quelli assai più giovani.

C’è nella raccolta “Il grande pascolo”  una ricchezza di poesie indipendenti, subordinate soltanto all’avventura spirituale e alla volontà artistica. Autentiche quando le loro fonti scaturiscono da fatti del tutto privati e a noi nascosti. Questo volume di Gluziński è uno dei dei più grandi eventi letterari del nostro tempo, e anche se il poeta è morto 19 anni fa, ciò non cambia affatto la sostanza delle cose.

(2005)                                                            Jarosław Mikołajewski

 

 

 

Alcune poesie di Tomasz Gluziński tradotte da Paolo Statuti

 

Didascalia

dietro la finestra secondo la stagione molte

foglie o un gran gelo e l’ornamento o

la sua completa assenza determina senza alcun

dubbio sia la topografia sia

l’atmosfera di questo luogo dove al

centro su una comune sedia o meglio

in terra siede una persona di sesso

indifferente di qualsiasi età che subito

a prima vista sembra

soffrire benché non sia affatto

una sofferenza per una malattia e la persona

stessa possa essere sostituita semplicemente

con un modello di cera o di cartapesta ma ecco

man mano che cresce tra le quinte una allegra

melodia eseguita al corno

inglese con l’accompagnamento dell’organo e

di voci umane inarticolate

il viso della figura seduta e tutta la sua

ricurva immobilità subisce

una graduale inevitabile metamorfosi

che si manifesta con la scomparsa delle rughe

all’inizio con un lieve poi sempre crescente

gesticolare tanto che quando si alza

il sipario abbiamo davanti a noi un uomo

maturo dal cranio benfatto e distinto e

il volto sereno e tutta la bella virile

figura dimostra la forza e la risolutezza

propria delle persone abituate a svolgere

determinate funzioni e allora secondo

le circostanze da sinistra o da destra

si apre come sempre una porta ed entra

una persona di sesso indifferente che a prima

vista sembra soffrire ma

non è una sofferenza per una

malattia e la persona può essere sostituita

con un semplice pupazzo di cera o di

cartapesta ed ecco a poco a poco man mano che

si sviluppa l’azione con la crescente

melodia al corno inglese e all’organo

con l’accompagnamento di voci umane

inarticolate i ruoli subiscono una impercettibile

lenta e inevitabile trasformazione e così

tra gli applausi il sipario si abbassa e si alza

più volte e bisogna qui aggiungere ancora

che il dramma si svolge con disinvoltura alla luce

del giorno sotto i nostri occhi

 

1968

 

Cosciente

 

nemmeno la guerra

nessuno porta le armi

semplicemente una marcia

 

quel giorno della partenza di trecentomila

pellegrini per il deserto causò

nel calendario della storia

importanti mutamenti

 

in questa situazione

la poesia

non può più

imitare il cinguettio degli uccelli

non può essere un erbario

né il martirio dell’etimologia

 

tutto ciò che avviene intorno

supera l’immaginazione

e i diari di un’anima sensibile

i libri dei sogni e le metafore abissali

adesso sono tanto necessarie

quanto un sacco di sale versato nel mare

 

l’odierna poesia deve essere

cosciente

e nessuna parola

che cozza contro altre con schianto

come lucenti sfere sul verde

abito della fantasia sarà in grado

di uguagliare lo scricchiolio della sabbia

 

e i sussurri del desiderio

 

1977

 

Al crepuscolo

 

come cavarsela col panorama

 

dipingere tutto come viene

coi salici la nuvola l’erba che appassisce

e la rosea gelatina del sangue

 

come dunque immortalare un bel paesaggio

 

covoni di segala il panico degli uccelli

il pallido azzurro del cielo di settembre

e la nuvola di polvere da sotto lo zoccolo

 

gli sciami di mosche il loro verde lucente

 

le pagnotte da poco freddate

che tra le stoppie giacciono

come pietre campestri

 

e il penultimo riflesso del sole

 

prima che sul freddo candore della fronte

al crepuscolo

striscerà come rame

 

17.09.1975

 

Indomabile

 

cercare di astenersi dalle metafore

dire la verità e soltanto

la verità

l’erba

è verde

la neve è fredda

l’acqua è bagnata

la corda è di canapa

e ognuno ha

i buchi nel naso

 

se tuttavia qualcuno

volesse da queste banali

informazioni trarre

delle conclusioni non resterà deluso

 

perfino l’elenco del telefono

in certe circostanze

può risultare anche

una lettura sconvolgente

 

per confrontare

i numeri

di berlino e di varsavia

del 31 agosto 1939

 

quasi la lista

completa dei boia e delle vittime

 

evitare le metafore

l’erba

è nera la neve è calda

neanche una goccia d’acqua la corda

per appendere e i buchi

nel naso nelle spalle nella

nuca

perché non c’è una

parte del corpo che l’indomabile

immaginazione umana

possa risparmiare

 

1977

 

Indipendenza

 

la mia libertà

si compone

di appena qualche elemento

 

il primo

è l’estraneità dell’odio

che è la schiavitù più crudele

 

il secondo

è la discordanza con l’invidia

questa usurpazione del possesso esclusivo

 

il terzo

la libertà di pensiero

o se si preferisce

la resistenza

alle seducenti e a volte

velenose verità della filosofia

degli ultimi secoli

 

i restanti attributi

non meritano

di essere menzionati

se non si vuole

gracchiare come un qualunque pappagallo

in una qualunque

gabbietta di fildiferro

 

Zakopane 17.07.1983

 

Senza chiacchiere

 

i cani

non imparano mai

l’arte di parlare

vivono

forse troppo poco

 

ma anche così

sono superiori all’uomo

nel trasmettere le intenzioni

senza smorfie e senza chiacchiere

 

una particolare articolazione

di desideri di avvisi d’inquietudini

di curiosità e perfino

di affetto

manifestano perfettamente

con il loro tipico atteggiamento

dal naso alla punta della coda

oppure

coi latrati o mugolando ringhiando

e ancora con un certo

vocalizzo da cani

l’espressione

degli occhi dei cani dimostra in modo

suggestivo una intelligente

sensibilità

e la docilità

estorta con un severo addestramento

è un’ulteriore prova

della smisurata fiducia e

dell’amore del tutto irrazionale

degli animali

per l’uomo

 

Zakopane 26.07.1983

 

Quanto ancora

 

quali esperienze ancora

 

quanti sacrifici occorre subire

per non chiamare i bisogni dello spirito

solo un mercato

per un boccone di pane

 

quanto tempo deve passare

 

per capire che la fame del cuore

si nutre di foraggio della verità

e non di oro

che uccide

 

quanto sangue scorrerà ancora

 

quanto ci spremeremo il cervello

per capire l’origine della bramosia

per sapere

cosa ci duole

 

Zakopane 6.09.1983

 

Solo un filo sottile

                                  A Zbigniew Herbert

 

nei rivoli dell’acquazzone

il cervello si bagna

e nelle paludi marcisce l’erba

ai pensieri rigonfi nessuna pausa

di sonno neanche un istante

soltanto la veglia

 

soltanto dietro il colletto cola la paura

goccia dopo goccia penetra nelle tegole di legno

trapela la minaccia dal vecchio tetto

e il fungo si addentra nei quattro angoli

 

con un tale acquazzone

il torrente romba

e dai monti il granito portato batte

l’acqua si avvicina alla porta

e mille rane nascono nel pozzo

 

dietro la finestra rivoli

niente di più

non c’è più né terra né  cielo

solo un filo sottile di speranza

e una fetta di pane ammuffita

 

Zakopane 8.08.1985

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

Pasqua

24 Mar
La Risurrezione (Icona russa del 1500 circa)

La Risurrezione (Icona russa del 1500 circa)

Duccio di Buoninsegna: La Risurrezione, XIII sec.

Duccio di Buoninsegna: La Risurrezione, XIII sec.

La Risurrezione, Icona greca del XIII sec.

La Risurrezione, Icona greca del XIII sec.

 

 

 

Poesie del tempo di Pasqua tradotte da Paolo Statuti

 

Roman Brandstaetter (1906-1987)

La confessione del Cireneo

Non di mia volontà ho portato la Tua croce ,

Signore.

 

Me l’hanno ordinato.

 

Tornavo a casa dal campo

Dopo il duro lavoro

Ed ero stanco.

 

Quando mi trovavo ai piedi del Golgota

Ho visto dei soldati

E Te,

Che cadevi sotto il peso della croce.

 

Volevo stare alla larga da Te

– Non mi piacciono simili scene –

Ma il centurione mi ha preso per un braccio

E ha gridato:

“Porta quella croce!”

 

Che potevo fare?

 

Ho dovuto.

 

Me l’hanno ordinato.

 

 

 

 

Zbigniew Herbert (1924-1998)

 

Ipotesi su Barabba

 

Che ne è stato di Barabba? Ho chiesto nessuno lo sa

Liberato dalla catena si avviò sulla strada bianca

poteva voltare a destra andare dritto voltare a sinistra

fare una giravolta cantare con gioia come un gallo

Lui Imperatore delle proprie mani e della propria testa

Lui amministratore del proprio respiro

 

Chiedo perché in un certo senso presi parte alla questione

Attratto dalla folla davanti al palazzo di Pilato gridavo

come gli altri libera Barabba Barabba

Gridavano tutti se solo io avessi taciuto

sarebbe successo esattamente come doveva succedere

 

E Barabba forse tornò alla sua banda

Sui monti uccide in fretta rapina ad arte

Oppure aprì una bottega di vasi

e le mani macchiate di delitti

purifica nell’argilla della creazione

E’ un acquaiolo un mulattiere un usuraio

proprietario di navi – su una di esse Paolo andò dai Corinzi

oppure – ciò che non si può escludere –

è diventato un’apprezzata spia al soldo dei Romani

 

Guardate e ammirate il vertiginoso gioco del destino

o potenze della possibilità o sorrisi della fortuna

 

 

E il Nazzareno

rimase solo

senza alternativa

col ripido

sentiero

di sangue

 

Roger McGough (1937 –         )

Tre chiodi arrugginiti

Mamma, c’è un uomo strano

Che aspetta sulla porta

La sua faccia non mi è nuova

Già l’ho vista qualche volta.

 

Dice che si chiama Gesù

Chiede solo un soldino

Ha dato via tutti i miracoli

E ora è triste il suo destino.

 

Sì penso sia uno straniero

Forse Ebreo o forse Egiziano

Vorrebbe anche un po’ di acqua

Dice che viene da lontano.

 

Devo dargli ciò che chiede

O mandarlo a quel paese?

Bene gli darò 5 centesimi

Dirò che abbiamo molte spese.

 

E con l’acqua che facciamo?

Non darla è una brutta azione

Ma vedessi com’è sporco

Sembra proprio uno straccione.

 

Mamma, chiede sempre acqua

Io gli ho dato le monete

E ho detto che il pozzo è vuoto

Ciò ha calmato la sua sete.

Ha detto: questi piccoli gesti

Per me sono i più graditi

Mi ha dato il suo ritratto firmato

E questi tre chiodi arrugginiti.

 

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Zbigniew Herbert

3 Mar

Un classicista del XX secolo

   Zbigniew Herbert, poeta, drammaturgo e saggista, nato il 29 ottobre 1924 a Lwów e morto a Varsavia il 28 luglio 1998, è senza dubbio uno dei più illustri protagonisti della storia della poesia polacca del dopoguerra, e uno dei più conosciuti e letti oltre i confini della Polonia. Ha ricevuto infatti importanti premi internazionali, tra cui ricordiamo: Nikolaus Lenau (1965), G. Herder (1973), Gerusalemme (1990), ed è stato tradotto in diverse lingue: tedesco, inglese, ceco, olandese, svedese, italiano a cura di Piero Marchesani.

   Debuttò nel 1956 con la raccolta “Corda di luce”, cui fecero seguito “Ermes, il cane e la stella” (1957), “Studio dell’oggetto” (1961),  “Epigrafe” (1969), “Il signor Cogito” (1974), “Rapporto dalla città assediata” e altri versi (1983), “Elegia per l’addio” (1990), “Rovigo” (1992) e “Epilogo della tempesta” (1998). E’ autore anche di drammi e di bellissimi saggi sull’arte, come ad esempio quelli raccolti nel volume “Un barbaro nel giardino” (1962), ambientato in Italia.

   La creazione di Herbert ha svolto un ruolo essenziale nel rinnovamento della poesia, alla ricerca di nuovi modi di descrivere la drammatica situazione dell’uomo moderno. Sensibile ai conflitti morali della nostra epoca, essa si serve spesso della metafora e della parabola, ricorrendo alla mitologia, alle opere d’arte, ai fenomeni naturali, ai personaggi storici e letterari dai valori simbolici. Abbina in sé il rispetto per la tradizione culturale europea con la modernità dei mezzi d’espressione, gli interessi filosofici con la semplicità poetica della lingua, l’etica e la problematica esistenziale con l’ironia e il senso dell’umorismo. Tra le sue opere più riuscite va annoverata senz’altro la raccolta “Il signor Cogito”, il cui protagonista vive i problemi fondamentali di questa poesia e viene presentato con un distacco moderatamente scherzoso, che elimina il patos e – paradossalmente – accresce il ruolo del messaggio morale contenuto in questi versi. Il carattere intellettuale della poesia di Herbert, la sua erudizione, i legami con la tradizione, nonché il genere specifico di tragicità e il senso della misura, hanno indotto una parte della critica ad inquadrarla nel neoclassicismo del XX secolo.

   Particolarmente interessante è il rapporto del poeta col mondo degli oggetti. Secondo Herbert, tutto possiede una qualche propria identità. Tutto è ricolmo di contenuto e di significato. Anche la materia, a suo modo, è imbevuta di spiritualità, ma in ogni caso essa è un mistero e costituisce una barriera al di là della quale l’uomo colloca il mondo delle proprie aspirazioni e dei propri desideri. Forse – dice il poeta – l’oggetto più bello è quello che non esiste. Esso non serve a niente, non si lascia verificare in modo fisico, e quindi non si può metterne a nudo l’imperfezione. E’ un concetto ideale e non soggiace né alla temporaneità, né alla distruzione.

   L’uomo deve conciliarsi col suo destino e con la missione che deve svolgere nella storia della creazione. Si tratta dell’ordine morale, del diritto naturale scritto negli strati più profondi della psiche umana; si tratta della sincerità e del coraggio di ammettere che si è soltanto uomini. E non è poco esserlo. Una simile tesi è racchiusa nella creazione di Zbigniew Herbert, spesso ardua, tagliente, ironica, piena di rigore interno, ponderosa nel suo appello racchiuso nelle ultime parole della poesia “Il sermone del signor Cogito”:

                                            Sii fedele va’.

 

 

 

Poesie di Zbigniew Herbert tradotte da Paolo Statuti

 

Il ritorno del proconsole

Ho deciso di tornare  alla corte di cesare

ancora una volta proverò se è possibile viverci

potrei restare qui nella remota provincia

sotto le foglie del sicomoro piene di dolcezza

e il mite governo dei malaticci nepoti

quando tornerò non intendo cercare meriti

offrirò una parca dose di applausi

sorriderò di un’oncia aggrotterò le ciglia con discrezione

non mi daranno per questo una catena d’oro

questa di ferro deve bastarmi

ho deciso di tornare domani o dopodomani

non posso vivere tra le vigne tutto qui non è mio

gli alberi sono senza radici le case senza fondamenta la pioggia

                                              è vetrosa i fiori odorano di cera

un’arida nube bussa sul cielo deserto

in ogni caso tornerò dunque tornerò domani dopodomani

bisognerà di nuovo intendersi con il volto

con il labbro inferiore perché sappia reprimere lo sdegno

con gli occhi perché siano idealmente vuoti

e con il povero mento lepre del mio volto

che trema quando entra il capitano delle guardie

di una cosa sono certo non berrò il vino con lui

quando accosterà la sua ciotola abbasserò gli occhi

e fingerò di estrarre dai denti le tracce del pasto

cesare del resto ama il coraggio civile

entro certi limiti entro certi ragionevoli limiti

in fondo è un uomo come tutti gli altri

e ne ha abbastanza dei trucchi col veleno

non può bere a sazietà incessanti scacchi

la coppa a sinistra per Druso nella destra bagnare le labbra

poi bere soltanto acqua non staccare gli occhi da Tacito

uscire in giardino e tornare quando già hanno portato via il corpo.

Ho deciso di tornare alla corte di cesare

spero proprio che in qualche modo ci intenderemo

 

Perché i classici

                                                     Ad  A. H.

1

Nel quarto libro della Guerra del Peloponneso

Tucidite racconta la storia della sua fallita spedizione

tra i lunghi discorsi dei condottieri

le battaglie gli assedi la peste

la fitta rete d’intrighi

di brighe diplomatiche

questo episodio è come un ago

in un bosco

la colonia ateniese di Amfipolis

cadde nelle mani di Brazydas

perché Tucidite tardò a soccorrerla

pagò per questo alla città natale

con l’esilio a vita

gli esuli di ogni tempo

sanno quale prezzo sia

 

2

i generali delle ultime guerre

se accade un impiccio simile

guaiscono in ginocchio davanti ai posteri

elogiano il proprio eroismo

e l’innocenza

incolpano i subalterni

i colleghi invidiosi

i venti sfavorevoli

Tucidite dice soltanto

che aveva sette navi

era inverno

e navigava velocemente

 

3

se tema di un dramma

sarà una brocca infranta

una piccola anima infranta

con una grande compassione di sé

ciò che resterà dopo di noi

sarà come il pianto degli amanti

in un lurido alberghetto

quando spunta la tappezzeria

 

Rapporto dal paradiso

In paradiso una settimana lavorativa dura trenta ore

gli stipendi sono più alti i prezzi calano sempre

il lavoro fisico non stanca (effetto di una minore gravitazione)

spaccare la legna è come scrivere a macchina

l’ordinamento sociale è stabile e il regime ragionevole

davvero in paradiso è meglio che in qualsiasi altro paese

All’inizio doveva essere diverso –

cerchi luminosi cori e gradi di astrattezza

ma non si è riusciti a separare completamente

il corpo dall’anima e veniva qui

con una goccia di grasso attraverso una fibra dei muscoli

è stato necessario trarre le conclusioni

mischiare il seme dell’assoluto con il seme dell’argilla

ancora un abbandono della dottrina l’ultimo abbandono

soltanto Giovanni l’aveva previsto: risorgerete con il corpo

Pochi guardano Dio

è solo per quelli di aria pura

gli altri ascoltano i comunicati sui miracoli e i diluvi

con il tempo tutti guarderanno Dio

quando ciò avverrà non lo sa nessuno

Per il momento il sabato  a mezzogiorno

le sirene muggiscono dolcemente

e dalle fabbriche escono azzurri proletari

sotto il braccio portano goffamente le ali come violini

 

Mamma

Pensavo:

non cambierà mai

sempre aspetterà

col suo abito bianco

e gli occhi azzurri

sulla soglia di tutte le porte

sempre sorriderà

mettendosi la collana

finché di colpo

il filo si spezzò

adesso le perle svernano

nelle fessure del pavimento

la mamma ama il caffè

la calda stufa

la quiete

siede

si sistema gli occhiali

sul naso affilato

legge una mia poesia

e con la testa grigia disapprova

colui che è caduto dalle sue ginocchia

serra la bocca tace

dunque un mesto colloquio

sotto la lampada fonte di dolcezza

o dolore non assopito

da quali pozzi egli beve

per quali strade cammina

figlio diverso dalle attese

l’ho nutrito con un latte benigno

l’inquietudine lo brucia

l’ho lavato nel caldo sangue

ha le mani fredde e ruvide

lontano dai tuoi occhi

trafitti dal cieco amore

è più facile subire la solitudine

 

tra una settimana

nella fredda stanza

con un nodo in gola

leggo la tua lettera

 

nella lettera

i caratteri sono staccati

come i cuori che amano

 

Il sermone del signor Cogito

 

Va’ dove andaron quelli fino all’oscura meta

cercando il vello d’oro del nulla – tuo ultimo premio

 

va’ fiero tra quelli che stanno inginocchiati

tra spalle voltate e nella polvere abbattute

 

non per vivere ti sei salvato

hai poco tempo devi testimoniare

 

abbi coraggio quando il senno delude abbi coraggio

in fin dei conti questo solo è importante

 

e la tua Rabbia impotente sia come il mare

ogni volta che udrai la voce degli oppressi e dei frustati

 

non ti abbandoni tuo fratello lo Sdegno

per le spie i boia e i vili – essi vinceranno

sulla tua bara con sollievo getteranno una zolla

e il tarlo descriverà la tua vita allineata

e non perdonare invero non è in tuo potere

perdonare in nome di quelli traditi all’alba

 

ma guardati dall’inutile orgoglio

osserva allo specchio la tua faccia da pagliaccio

ripeti: m’hanno chiamato – non credo ch’io sia il migliore

 

fuggi l’aridità del cuore ama la fonte mattutina

l’uccello dal nome ignoto la quercia d’inverno

la luce sul muro il fulgore del cielo

 

ad essi non serve il tuo caldo respiro

sono solo per dirti: nessuno ti consolerà

 

bada – quando la luna sui monti darà il segnale – alzati e va’

finché il sangue nel petto rivolgerà la tua scura stella

 

ripeti gli antichi scongiuri dell’uomo fiabe e leggende

raggiungerai così quel bene che non raggiungerai

 

ripeti solenni parole ripetile con tenacia

come quelli che andaron nel deserto perendo nella sabbia

 

e ti premieranno per questo come altrimenti non possono

con la sferza della beffa con la morte nel letamaio

 

va’ perché solo così sarai ammesso tra quei gelidi teschi

nel manipolo dei tuoi avi: Ghilgamesh, Ettore, Rolando

che difendono un regno sconfinato e città di ceneri

sii fedele va’

                 

 

 All’entrata della valle

 

Dopo la pioggia di stelle

Sul prato di ceneri

si raccolsero tutti sorvegliati dagli angeli

 

dall’altura scampata

l’occhio abbraccia

l’intero gregge belante dei bipedi

 

veramente non sono molti

contando anche quelli che verranno

dalle cronache dalle fiabe e dalle vite dei santi

 

ma tralasciamo queste considerazioni

spostiamoci con lo sguardo

nella gola della valle

da cui proviene un grido

 

dopo il sibilo delle esplosioni

dopo il sibilo del silenzio

quella voce suona come fonte di acqua viva

 

è come ci spiegano

il grido delle madri che vengono divise dai bambini

perché risulta

che saremo redenti separatamente

 

gli angeli guardiani sono inesorabili

e bisogna ammettere che svolgono un duro lavoro

 

lei prega

– nascondimi in un occhio

in una mano nelle braccia

siamo stati sempre insieme

non puoi abbandonarmi

adesso che sono morta e che ho bisogno di affetto

 

l’angelo anziano

sorridendo spiega il malinteso

 

una vecchia porta

la salma di un canarino

(tutti gli animali sono morti poco prima)

era così dolce – dice piangendo

capiva tutto

quando parlavo –

la sua voce si perde nello strepito generale

 

perfino il taglialegna

che è difficile sospettare di simili cose

vecchio tarchiato ingobbito

si preme l’ascia sul petto

– tutta la vita è stata mia

anche adesso sarà mia

mi manteneva là

mi manterrà qui

nessuno ha il diritto

– dice

non la consegnerò

 

quelli che a quanto pare

ubbidivano rassegnati agli ordini

vanno a testa bassa in segno di riconciliazione

ma stringono nei pugni

brandelli di lettere nastri capelli tagliati

e fotografie

che ingenuamente pensano

non verranno tolti loro

 

così appaiono

un momento

prima dell’ultima divisione

in quelli che digrignano i denti

e in quelli che cantano i salmi

 

Vorrei descrivere

Vorrei descrivere la più semplice emozione

la gioia o la tristezza

ma non come fanno gli altri

cercando un raggio di pioggia o di sole

 

vorrei  descrivere la luce

che nasce in me

ma so che essa non somiglia

a nessuna stella

perché non è così luminosa

né così limpida

e incerta

 

vorrei descrivere il coraggio

senza tirarmi dietro un leone impolverato

e anche l’inquietudine

senza urtare un bicchiere d’acqua

 

in altre parole

darò tutte le metafore

per una sola espressione

estratta dal petto come costola

per una sola parola

che rimanga nei confini della mia pelle

 

ma a quanto pare non è possibile

 

e per dire – amo

corro come un folle

cogliendo fasci di uccelli

e la mia tenerezza

che non è di acqua

chiede all’acqua un viso

 

e la rabbia diversa dal fuoco

prende in prestito da esso

una lingua loquace

 

così si mescola

così si mescola

in me

ciò che canuti signori

hanno diviso una volta per sempre

e hanno detto

questo è il soggetto

e questo è l’oggetto

 

ci addormentiamo

con una mano sotto la testa

e con l’altra in un cumulo di pianeti

 

e i piedi ci lasciano

e assaporano la terra

con piccole radici

che la mattina

strappiamo con dolore

 

Ipotesi su Barabba

Che ne è stato di Barabba? Ho chiesto nessuno lo sa

Liberato dalla catena si avviò sulla strada bianca

poteva voltare a destra andare dritto voltare a sinistra

fare una giravolta cantare con gioia come un gallo

Lui Imperatore delle proprie mani e della propria testa

Lui amministratore del proprio respiro

 

Chiedo perché in un certo senso presi parte alla questione

Attratto dalla folla davanti al palazzo di Pilato gridavo

come gli altri libera Barabba Barabba

Gridavano tutti se solo io avessi taciuto

sarebbe successo esattamente come doveva succedere

 

E Barabba forse tornò alla sua banda

Sui monti uccide in fretta rapina ad arte

Oppure aprì una bottega di vasi

e le mani macchiate di delitti

purifica nell’argilla della creazione

E’ un acquaiolo un mulattiere un usuraio

proprietario di navi – su una di esse Paolo andò dai Corinzi

oppure – ciò che non si può escludere –

è diventato un’apprezzata spia al soldo dei Romani

 

Guardate e ammirate il vertiginoso gioco del destino

o potenze della possibilità o sorrisi della fortuna

 

E il Nazzareno

rimase solo

senza alternativa

col ripido

sentiero

di sangue

 

 

La gallina

 

La gallina illustra nel modo migliore dove porta la stretta

convivenza con la gente. Ha perso del tutto la leggerezza

e la grazia degli uccelli. La coda sporge sul prosperoso sedere,

come un cappello troppo grande e di cattivo gusto: I suoi

rari momenti di estasi, quando si regge su una sola zampa

e copre gli occhi rotondi con le palpebre-membrane, sono

decisamente disgustosi. E per giunta la sua parodia del canto,

le soffocate suppliche su una cosa indicibilmente buffa: l’uovo –

rotondo, bianco e imbrattato.

La gallina fa venire in mente alcuni poeti.

 

 

La traduzione poetica

 

Come il goffo calabrone

si è posato sul fiore

piegando l’esile gambo

s’introduce negli strati di petali

simili a pagine di un dizionario

tende al cuore

dove c’è l’aroma e la dolcezza

e benché abbia il raffreddore

e gli manchi il gusto

tende lo stesso

finché sbatte la testa

contro il giallo pistillo

 

e lì si ferma

è difficile attraverso

il calice dei fiori arrivare

alla radice

quindi il calabrone esce

fiero di sé

e squillante ronza:

sono giunto al cuore

 

e a quelli

che hanno qualche dubbio

mostra la punta del naso

coperta di polvere gialla

 

Il  signor Cogito pensa al ritorno nella città natale

 

Se tornassi là

senza dubbio non troverei

neanche un’ombra della mia casa

né gli alberi dell’infanzia

né la croce con la targa di ferro

la panca su cui sussurravo scongiuri

i castagni e il sangue

e nessuna cosa che è nostra

 

tutto ciò che si è salvato

è una lastra di pietra

con un cerchio di gesso

sto al centro

su una gamba

un attimo prima del salto

 

non posso crescere

benché passino gli anni

e in alto rombano

pianeti e guerre

 

sto al centro

immobile come un monumento

su una gamba

prima di saltare nella necessità estrema

 

il cerchio di gesso prende il colore

del sangue seccato

intorno crescono mucchi

di cenere

fino alle spalle

fino alla bocca

 

Che sarà

 

che sarà

quando le mani

si staccheranno dai versi

 

quando in altre montagne

berrò acqua asciutta

 

dovrebbe essere indifferente

ma non lo è

 

che ne sarà dei versi

quando se ne andrà il respiro

e sarà negata

la grazia della voce

 

lascerò il tavolo

e scenderò nella valle

dove echeggia

un nuovo ridere

presso una cupa selva?

 

Spine e rose

 

Sant’Ignazio

bianco e fervente passando

accanto alle rose

si gettava sull’arbusto ferendo il corpo

 

con la campana della nera tonaca

voleva coprire

la bellezza del mondo

che sprizzava dal suolo come da una ferita

 

mentre giaceva sul fondo

della culla di spine

vide

che il sangue grondante dalla fronte

si coagulava sulle ciglia

formando una rosa

 

e la cieca mano

che cercava le spine

restò trafitta

dal dolce tocco dei petali

 

piangeva il santo ingannato

tra lo scherno dei fiori

 

spine e rose

rose e spine

cerchiamo la felicità

 

Canto del tamburo

Sono scomparsi gli zufoli dei pastori

l’oro delle trombe domenicali

i verdi echi i corni

anche i violini sono scomparsi –

è rimasto soltanto il tamburo

e il tamburo ci suona ancora

la marcia festiva la marcia funebre

semplici sentimenti vanno a tempo

sulle rigide gambe il tamburino suona

e un solo pensiero una sola parola

quando il tamburo chiama il ripido abisso

portiamo spighe o la lapide

che il saggio tamburo si predirà

quando il passo batte sulla pelle dei selciati

quel passo altero che trasformerà il mondo

in un corteo e in un solo grido

finalmente va l’umanità intera

finalmente ognuno ha trovato il passo

la pelle di vitello due bacchette

hanno distrutto torri e solitudine

e il silenzio è calpestato

e la morte non fa paura quando è densa

la colonna di polvere sul corteo

si aprirà il mare obbediente

scenderemo giù nel baratro

nei vuoti inferni e più in alto

del cielo verifichiamo la falsità

e liberato dagli spaventi

in sabbia si muterà l’intero corteo

portato dal vento beffardo

e così l’ultima eco passerà

lungo l’indocile muffa della terra

resterà solo il tamburo il tamburo

dittatore di musiche disperse

 

1957

 

 

 

(C) by Paolo Statuti