Archivio | novembre, 2013

Milada Kowalewska

23 Nov

 

 

   Poetessa e pittrice polacca, sponsor di una società zoofila, artista eccentrica e di forte temperamento. Nacque il 27 dicembre 1918 a Przemyśl. Dal 1936 studiò pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Cracovia con i professori Władysław Jarocki e Ignacy Pieńkowski. Moglie del pittore Zbigniew Kowalewski. Nel 1990 ha pubblicato due raccolte di poesie: Peryferie (Periferie) e Ściśle intymne (Strettamente intimo). Il poeta e critico letterario Andrzej Warzecha nella sua recensione di queste raccolte ha scritto tra l’altro: “Mi è difficile esprimere un giudizio categorico e definitivo sulla creazione di Milada Kowalewska. Si tratta infatti di poesie spesso difficili da interpretare in modo semplice, ma di una cosa sono certo: in queste raccolte ci sono versi che possono restare a lungo nella mente di un lettore sensibile, se non per sempre”. Morì l’11 gennaio 2011 a Radzanów, presso Busko Zdrój, quando stava preparando il suo terzo volume di poesie, circondata e “assistita” dai gatti abbandonati di tutte le razze, da lei accolti e amorevolmente mantenuti. I gatti ricorrono spesso nei suoi versi; in uno di essi, rivolgendosi al marito, dice: «Ascolta -/ sullo spesso/ piano/ della notte/ il gatto/ incide/ buoni versi». In Polonia la conoscono in pochi. Io l’ho scoperta per caso, quando lessi anni fa la sua poesia “La bambina nel ghetto” su una rivista letteraria. Ma anche senza questo, sono sicuro che prima o poi un suo gatto riconoscente mi avrebbe miagolato nel sonno il suo nome. La sua poesia è semplice, sentita, spontanea, proprio come piace a me. Ecco alcuni suoi versi nella mia versione.

 

Poesie di Milada Kowalewska tradotte da Paolo Statuti

 

Il nido

cedronelle pièridi bombi

verbaschi giaggioli luppolo

erba sassi ghiaia e io –

uovo malcovato dal vento

sollevato – uovo che scoppia

di felicità tra

il gracidio delle rane

 

 

 

La città

 

Respiri fucilati

sussurri investiti

sospiri

          così nostalgici

perché qualcuno li senta

Chi crede qui che

I morti voltano

                        le pagine

di un libro un giorno scelto

e non finito di leggere

Chi otterrà di parlare

a un fuscello nei capelli

chi sa del fruscio

di una rossa farfalla quando

la voluttà del succhiare

le schiude le ali

per me soltanto la questione

che nel ronzio del boiler

                               il lamento di una mosca

sotto il paralume

mi arriva senza sosta

 

 

La bambina nel ghetto

 

Temeva

più

per la sua bambola

che per se stessa:

 

a una certo

momento

le coprì

gli occhi

perché

non morisse

di paura

 

riuscì nell’intento:

la bambola

vive ancora oggi

e il mondo legge

nei suoi occhi che

nulla è successo

 

Il pianeta zoppicante

 

Politici rissosi

Cacciatori ottusi

Mariti come i politici

Mogli come i mariti

Animali affettuosi

Drogati innocenti

                          come Angeli

Angeli come i poeti –

inebriati dalla missione di aggiustare il pianeta

e –

questo è davvero scandaloso –

                           niente volano soltanto

(e il diavolo si raddoppia e si triplica)

 

 

 

 

 

 

L’Apocalisse?

 

Cadranno

dal cielo

i grembiulini di scuola

 

Sorgeranno

dai morti

i nostri animali

 

Arriveranno in volo

da qualche parte

i nastri persi tanto tempo fa

 

Subito

alla prima

lezione sotto il Melo

un fiocco

uno di noi annoderà

al collo

del serpente del paradiso

 

Fuga nell’autunno

                           A Danka Wiśniewska

Là dove

ottobre

in società col vento

la sua moneta

conia senza tregua

per una carezza

– appena imbrunisce –

frusciando, sul fondo

 

 

della zecca scivolano

le anime degli animali

verso la dimora

—  —  —  —  —  —  —

(E’ piuttosto difficile

accogliere un’ombra

in modo che la gioia della visita

sia reciproca)

E così ogni sera

finché

          invece delle foglie

comincerà a cadere la neve

(Delle segrete forze della neve

parlerò altrove)

 

Accordatura degli strumenti

                                                     A Maciek Makarewicz

 

Scrivevi chiedevi se le schiere dei mughetti da me già

s’erano mosse ti piacerebbe la parata Rispondevo fa’ presto

se vuoi vedere le lance Ma tu non c’eri in questa sfilata

(oppure: tu non c’eri nella mia radura) Come da te

deve essere calda questa estate hai sospirato alla busta che

la bambina del postino ha lasciato sull’erba presso il cancello

E qui che mele ho contraccambiato la lettera Hai fatto in tempo

a ringraziare ma non ad assaggiare E qui l’autunno fruscia

come un secco e fine broccato Dunque scriverai io

risponderò che ci incontreremo a Cracovia Nelle fredde

casematte cittadine avvolto nei plaid bevendo il tè

e circondato dai gatti di nuovo abbozzerai i piani per l’estate

 

 

 

 

Il peccato

 

In viaggio sventatamente gettarsi

le finestre non chiudere del tutto

i venti leggermente far entrare

cacciare l’uccello dietro il vetro

proibire il ritorno

per noi volare liberamente

per l’uccello zampettare

per noi i ruscelli nel bosco

e per l’uccello la sete

scheletrisci uccello

ti seppelliremo con affetto

ci vuole il tuo tormento

per turbarci a dovere

 

(il cadaverino leggero come piccola piuma

e il peccato pesante come un secchio di assenzio)

 

Frivola fugacità

 

Diceva una volta la vecchia B.

                     (che è già morta)

a mia zia M.

                     (che è già morta)

di non dire a mia suocera

                     (che è già morta)

di avermi vista col mio amante S.

                     (che è già morto)

E non era S., ma Z.

                     (che è già morto)

 

 

 

 

Bombay gentile

esegue Chopin

                                              Ad Ala e Janusz

                                              Jurewicz

                                              telegramma)

 

Il nostro gatto defunto

Bombay

fa carriera

nei miei sogni

da sempre era chiaro che

avesse l’orecchio assoluto

ma trovarlo allo Steinway

a sonare

la Trauermarsch!

(e come la eseguiva)

 

L’impero delle foglie

                                                 Ad Halszka

 

Quando di nuovo viene l’autunno

con i suoi minerali, col violino

a tracolla (come dalla caccia)

torna dalla tournée per il mondo

la mia amica con un grido

CALIFORNIA con un grido SPAGNA

 

(mentre io studio la mappa – il GRANDE

FOGLIAME D’AUTUNNO)

 

 Si vanti pure la Bella poi

le mostrerò come viaggio io e

quali imperi visito

 

(finché gli alberi mi getteranno

i loro folder)

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

Milada Kowalewska: Paesaggio con cuffie

Milada Kowalewska: Paesaggio con cuffie

 

 

          

 

Milada Kowalewska: Susanna e i vecchioni

Milada Kowalewska: Susanna e i vecchioni

Milada Kowalewska: Disegno

Milada Kowalewska: Disegno

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Andrzej Bobkowski – il “teppista della libertà”

8 Nov

 

 

   Cento anni fa, il 27 ottobre 1913, nasceva a Wiener Neustadt in Austria Andrzej Bobkowski, scrittore, saggista, drammaturgo, imprenditore, divulgatore di aeromodellismo. Per l’occasione la Biblioteka Jagiellońska di Cracovia ha allestito una mostra dedicata alla figura e all’opera di questo scrittore, chiamato il «teppista della libertà», da quando un giorno disse: «Un uomo libero, un intellettuale, scrittore e poeta davvero libero, che vuole essere libero, avrà fino alla fine di questo mondo qualcosa del teppista».

   Dal 1933 al 1936 studiò all’Istituto superiore commerciale di Varsavia. Debuttò nel 1935 sulla rivista Tempo Dnia (Ritmo del Giorno) con un breve racconto umoristico. Nel 1938 sposò Barbara Birtusówna e nel marzo del 1939 si trasferirono a Châtillon presso Parigi. Dovevano restarci fino all’arrivo dei visti per l’Argentina, dove Bobkowski avrebbe lavorato presso la rappresentanza del PEŻ (Export Polacco del Ferro), ma lo scoppio della guerra mandò a monte i suoi piani. In Francia si manteneva con il commercio. Aprì in società una lavanderia polacca intitolata allo Spirito Santo, descritta in modo divertente nei suoi ricordi. A gennaio del 1940 chiuse la lavanderia e fu assunto come operaio in una fabbrica di munizioni francese. Sei mesi dopo, poco prima dell’entrata dei Tedeschi a Parigi, fu evacuato nel sud della Francia. Iniziò a scrivere l’opera-cardine della sua vita, cioè il diario del tempo di guerra Szkice piórkiem. Francja 1940-1944 (Schizzi a penna. Francia 1940-1944), contenente i pensieri e la descrizione dei viaggi, svolti per lo più in bicicletta. In esso troviamo scritte queste significative parole: «Non credo in nessun ordinamento, me ne infischio di tutte le ideologie…Sarei piuttosto propenso a dire di credere in ogni ordinamento, ideologia o sistema, in cui si parli davvero dell’uomo. Permettere all’uomo di VIVERE – ecco l’unico sistema e l’unica ideologia, e non ORDINARE di vivere, lasciargli la scelta dello scopo della sua vita e non imporgliela dall’alto. E finire poi con l’apoteosi della morte».

   Negli anni 1945-1946 lavorò presso la sezione polacca dell’Unione della Gioventù Cristiana (YMCA), arrotondando lo stipendio con altre occupazioni temporanee, come la conduzione di una libreria polacca e la riparazione delle biciclette. Collaborò fin dai primi numeri con la rivista Kultura, fondata a Parigi nel 1947 da Jerzy Giedroyć (1906-2000). Il 25 giugno 1948 i coniugi Bobkowski emigrarono nell’America Centrale e si stabilirono in Guatemala. La moglie insegnava disegno e creava modelli, mentre il marito cominciò a lavorare nell’ufficio di una fabbrica di scarpe. Nel 1949 egli aprì un negozio di aeromodellismo – il Guatemala Hobby Shop. Raccolse attorno a sé un gruppo di giovani appassionati di modellismo. Nel 1954 prese parte ai campionati mondiali di modelli volanti negli USA, e nel 1956 in Svezia.

   Nel 1957 l’Instytut Literacki di Parigi pubblicò il diario dell’occupazione Schizzi a penna. Nello stesso anno i medici gli riscontrarono un tumore al cervello. Tre settimane dopo la prima operazione scrisse: «So che dovrei cercare di non pensare, di tornare subito alla vita normale, quando il taglio si sarà rimarginato. Ma forse soltanto in superficie. Nel fondo ormai ci sarà sempre la preparazione». Subì altre due operazioni nel 1959 e 1960. Nella primavera del 1961 il suo stato di salute si aggravò, tanto da indurlo a partire per gli Stati Uniti per curarsi e per sciare. Tornato in Guatemala morì il 26 giugno 1961. Fu sepolto nella tomba di famiglia del dottor Quevedo, ai quattro figli del quale insegnava il modellismo. La moglie Barbara  morì il 22 settembre 1982 e fu sepolta accanto al marito.

   Tra le altre opere di Andrzej Bobkowski ricordiamo: il dramma Czarny piasek (La sabbia nera, Parigi, Kultura n. 154) e il volume di racconti Coco de Oro (Parigi, Instytut Literacki, 1970).

 

   Di questo scrittore propongo qui nella mia versione il racconto Lourdes, tratto dalla raccolta Coco de Oro, e già pubblicato nella mia Antologia dei racconti polacchi (Editori Riuniti, Roma, 1988).

 

Lourdes

 

   «Sì – è una strana città», asserisce sempre uno dei miei amici francesi più cari, ogni volta che gli racconto le mie impressioni su Lourdes. E’ un cattolico praticante e non soltanto militante: è addirittura battagliero; conosce Lourdes alla perfezione, perché nel 1940, dopo la fuga da Parigi, vi ha trascorso diversi mesi. So che, se si tratta delle mie convinzioni, il suo austero cattolicesimo mi annovera piuttosto nella categoria specificamente francese di quelli «un po’ cattolici». Ma quando, dopo ogni mio soggiorno a Lourdes, provo a conversare con lui su questo tema non nascondendo l’emozione, si rifugia nel luogo comune della «strana città» e preferisce ricordare le sue escursioni sui Pirenei. Non insisto, perché lo capisco. Lo capisco ancora meglio quando io stesso mi avvicino a Lourdes.

   Quest’anno vi stavo giungendo dalla parte di Pau. La strada sale dolcemente, correndo lungo uno dei fiumi più belli della Francia. Il Gave de Pau scorre in diversi alvei, qua e là si fonde in uno solo, per poi diramarsi di nuovo in una serie di bracci. A tratti profondo e poco elevato, a tratti non profondo e in altura, sguscia via tra verdi isolette ora silenzioso, ora sonoro; qui scuro come un vetro di bottiglia, là azzurro e bianco di schiuma che si infrange sulle pietre, rallenta e accelera, tace di colpo o scroscia. Quanto più ci si avvicina a Lourdes, tanto più l’aria diventa fresca e l’acqua del Gave è più fredda. Il cielo dei Pirenei, sfiorato da una nebbiolina nerastra, spicca nettamente sull’azzurro della base infocata dei monti e ricorda il cielo delle città piene di fabbriche. Tutti gli odori diventano umidi e le more non sono più così dolci come tra Bayonne e Pau. Nello stesso tempo qualcosa si azzittisce nell’anima, si avverte un peso e il colloquio con se stessi cessa di essere semplice. Il pensiero magnificamente pagano, seminato fino a quel momento al sole e annaffiato con il vino, di colpo si sente a disagio. Subentra l’urto di qualcosa contro qualcosa, e lo schianto di questa collisione viene coperto dalla «strana città».

   Già, quante cose si dicono, quante cose si fanno, pur di non ammettere certe emozioni! Anche qui domina la moda, le cui imposizioni nella psiche dell’uomo sono rispettate più rigorosamente di ogni altra. Nei colloqui con se stessi si cerca l’effetto, come nei colloqui con gli altri. Avvicinandomi a Lourdes sento chiaramente i canoni di questa moda, avverto il controllo critico dello sguardo di tutto il secolo dal quale sono spuntato, lo sguardo di serie del materialismo in cui vivo. Anch’io là mi vergogno in anticipo davanti a me stesso di certe supposizioni e ammissioni, e vorrei che alcuni pensieri non sapessero di altri; che quelli autentici, celati nel profondo, non si mostrassero a quelli «normali» e «accettati» e non mi compromettessero davanti ad essi. Cerco di cavarmela con qualche reticenza o con la «strana città», di essere credente come il mio amico francese e tanti altri, e nello stesso tempo di non rinunciare a quei limiti il cui rispetto mi permette di essere nel loro ambito un uomo «contemporaneo»; mi sforzo di passare abilmente tra il secolo intero e il sussurro del cuore, in modo da non urtare niente e nessuno, così come lungo la strada cerco di non urtare nessuno della folla di pellegrini. Accettare senza rinnegare, ammettere senza affermare, essere «illuminato» chinando furtivamente la testa di fronte alla «superstizione» degli ignoranti.

   Lo so e lo sa anche la persona amica che mi accompagna. Entrambi abbiamo già vissuto molte cose insieme, in estate vagabondiamo insieme. Di notte, dormicchiando sotto la piccola tenda, ci diciamo tutto, stringiamo ancora di più i vincoli che ci uniscono. Qui, prima di giungere a Lourdes, ci comportiamo fra di noi come ognuno di noi si comporta con i propri pensieri: ci scarichiamo a vicenda con gli scherzi, spesso perfino con lo scherno. «Non sta bene» manifestare la commozione. Entrambi ricordiamo tutte le recensioni apparse a Parigi dopo il film Bernadette, tratto dal romanzo di Werfel. Il «non sta bene», nei confronti di certe manifestazioni di sentimenti e pensieri, in quest’epoca è più forte che in qualsiasi altra. Il sostanzioso nutrirsi di una certa idea filosofica, il rimpinzarsi di verità, con le quali sempre più spesso si sopperisce alla mancanza del pane quotidiano, ci ostacolano il semplice respiro. E benché intorno l’aria sia sicuramente diversa, noi non vogliamo aspirarla a pieni polmoni.

   Nel crepuscolo che scende fruscia la rugiada nelle chiome degli alberi e dalle foglie più basse gocciola in terra. Sopra la valle della vicina Lourdes pende il bagliore delle luci e sulla strada si sente il battere di passi affrettati. Avremmo voglia di parlare di Bernadette, dire finalmente in modo serio «sai, eppure forse»…scorgerla attraverso il volto di Jennifer Jones nel film e meditare su questo sia pure un solo istante; così come ha meditato sicuramente ognuno, credente o no, uscendo dal cinema. Vorremmo scomporre e ridurre le resistenze che ci nascono dentro, quando involontariamente il film e il volto della geniale attrice si fondono dentro di noi con l’intera storia di questo luogo e – ciò che è peggio – con la sua santità. Come liberarsi dalla convinzione che quel film trasforma la sala cinematografica quasi in una chiesa, e provoca stranissime collisioni dentro tutti coloro che non credono oppure, credendo, appaiono più spesso non credenti? Che il film era valso più delle parole più ardenti e aveva toccato quelli che ascoltano soltanto i linguaggi di un’epoca non convincente? Acconsentire che uno schermo e un volto umano assumano un ruolo di rivelazione e mettano sulle labbra, oggi così assetate, qualcosa che si è soliti cercare altrove? E’ difficile rispondere, ma sentiamo che Werfel, ebreo ceco esiliato, ha compiuto una grande opera; egli avvicina Lourdes, impressiona milioni di coloro che non possono conoscerla davvero e fa ricordare. Senza voler aggiungere nulla, riaccende sia pure per un attimo, ciò che in così tante persone si è spento e impone loro di comportarsi come noi ci comportiamo in questa notte silenziosa. Costringe i riluttanti a schivare i colpi. Su questo terreno e nei confronti della stragrande maggioranza ciò significa già molto. E se soltanto inducesse quelli affatto insensibili a soffocare con ostinazione, e a calpestare ancora più scrupolosamente i resti di un falò che in realtà non si riesce mai a spegnere del tutto, anche in tal caso oggi egli svolgerebbe il suo ruolo. Ci sono tempi in cui tutto conta e per questo sono così difficili.

   Le strade possono essere strane. Werfel fuggì in Francia dopo il 1938. Come molti altri che allora cercavano rifugio in quel paese, incontrò sicuramente una serie di «ostacoli». La Francia non ama ricordare quei tempi. Uno di questi «ostacoli» era l’impossibilità di continuare a fuggire  dopo l’invasione tedesca. Egli finì a Lourdes con lo sguardo fisso alla frontiera-salvezza della Spagna, che non poteva oltrepassare. Allora, sembra, cominciò a credere e fermatosi al punto estremo del più grande sentimento di quei tempi – la paura primordiale – in questo luogo trovò un balsamo. A quanto pare fece il voto che, se fosse riuscito a sopravvivere, avrebbe consacrato il suo primo impegno a Bernadette e al suo miracolo. Come artista lo attirava anzitutto la piccola Lourdes, che oggi si può ritrovare soltanto nei dintorni, nell’umida sera dei prati e dei monti, nel vacillare della nebbia, nelle ragazzine celate sotto grandi scialli, che stringono in mano un lungo bastone e conducono qualche vacca al pascolo… Forse accostò per un istante la fronte alla statua nella grotta, in cui niente è «bello», e le grucce e le protesi sparse intorno sono ormai così simili a vecchie ossa; probabilmente poi percorse i tortuosi sentieri lungo il Gave, arrivando attraverso quelli a se stesso e alla bambina che L’aveva vista.           

   Werfel ha scritto un libro, tradotto già in molte lingue, ma non sarebbe il discendente di una razza che sente l’epoca sempre nel modo migliore, se ciò gli fosse bastato. Dopo molti vani tentativi a Hollywood, riuscì a spingere la sua visione al di là della ristretta portata del libro e a colpire in un raggio più ampio: a raggiungere le folle nei loro templi odierni: le sale cinematografiche. Ne parliamo in questa notte nei pressi di Lourdes; conversando su Werfel divaghiamo oltre quel punto in cui incessantemente si posano i nostri pensieri e si sollevano di nuovo timidamente, non avvezzi alle nicchie coperte di erba. Ma ciò che è ancora più interessante, Werfel pubblicamente non è «andato oltre», non ha ammesso ad alta voce ciò che è avvenuto in lui sette anni fa. Ha conservato fino alla fine la discrezione del suo libro e del suo film, e ha lasciato le conversioni clamorose, con pubblica confessione, a coloro che fino a quel momento le avevano più derise.

   La notte era fredda e si era spento il chiarore su Lourdes. Certe parole che si affacciavano in gola le ricacciavamo indietro, sorseggiando il tè bollente. Espellendo tra le risate il fumo delle sigarette non aspirato fino in fondo, parlavamo di Satana, che tanto ama i luoghi santi.

   Al sole, nella stessa Lourdes, le notturne beffe all’indirizzo del Male non sembrano così stolte. Qualcosa c’è in quel vecchio detto. L’aureola del primo miracolo, il visetto della piccola Bernadette, la sua storia successiva e gli assalti furiosi delle persone colte, ai quali rispondono le miracolose guarigioni: tutto questo aspetto romantico si disgrega adesso in un’atmosfera di luogo di cura religioso, di acque sante. Qualcosa spinge a mescolare gli attriti inevitabili all’eco costante di una pacata riflessione. Nel chiasso delle réclame, nel commercio da fiera del Grande Mistero, nelle esalazioni di vino delle persone che attingono l’acqua miracolosa da una fila di rubinetti, simili alle docce in un bagno modello, in tutto questo c’è lo spietato gioco con la puntata massima del cuore che si è inclini a scommettere a Lourdes. Chi si lascia ingannare da questo e la punta soltanto sul tavolo delle apparenze, quello ha perso e non può non perdere. Lungo la strada che scende verso la grotta i negozi a sinistra e a destra sono come due file di persone che impugnano dei randelli. Quasi fisicamente si avvertono le sorde mazzate inferte da ogni vetrina e insegna, da ogni elogio della merce. A metà strada si cade dritti sotto i colpi di alcune grandi insegne che affermano, lungo tutta la facciata, che lì si trova il negozio di ricordi appartenenti a certi successori di santa Bernadette Soubirous. Non so quali, perché voltai la testa, ma sono sicuro che pretese di piccolo commercio sono indirizzate ancora oggi da quella famiglia alla loro santa parente. Non riesco a liberarmi dall’impressione che da quel negozio mi raggiungano le grossolane parole:  Dis donc Bernadette – ça va pas dans la boutique. Qui all’angolo, presso un affollato bistrò, vendono speciali bottiglie per l’acqua di Lourdes, gridando a gran voce il loro pregio di essere di alluminio, e accanto è seduta una donna con un cesto pieno di fiaschette di cognac con il tappo a bicchierino. «Comprate per il viaggio». Le bottiglie con l’acqua miracolosa, legate tra loro con lo spago assieme a bottiglie di vino, pendono dalle braccia delle persone e tintinnano. Negozi, ricordi, medagliette, negozianti e pellegrini, tutto è come se ci si desse del «tu». Con chi? Manca addirittura il coraggio di rispondere. La preghiera acquista in ciò le caratteristiche di una richiesta urgente di sussidio rivolta alle autorità, elette con i voti della folla qui presente; ed è come se quest’ultima facesse discretamente capire che, poiché è così, allora… Qualcosa come una minaccia che, altrimenti, in caso estremo, la scheda elettorale della fede si potrebbe facilmente annullare.

   Passando di qua, fermandomi, penso alla notte, al libro e al film di Werfel.  A volte vorrei che esistessero senza questa Lourdes. Con insistenza vedo il dorso in pelle del Thaïs di Anatole France, scorro le pagine con la descrizione della città, sorta attorno al pilastro di Pafnuzio. Egli sedeva a gambe incrociate sul capitello e sotto di lui pendevano dalla colonna centinaia di stampelle; donne riconoscenti vi avevano appeso corone e immagini votive. Accanto, sui tappeti distesi, compagnie di acrobati facevano giochi di agilità e si muovevano con eleganza, gli incantatori di serpenti divertivano la folla raccolta intorno; una folla variopinta, vociante, ridente. Vedendo ciò si avrebbe voglia di chiedere all’improvviso, come il povero Pafnuzio tentato al salto mortale nel vuoto, dove una voce gli prometteva il volo dell’uccello: «Chi ride così?». I negozianti smerciano qui la santità, mentre dentro si svolge un’appassionata contrattazione per la più piccola particella di sentimento! una contrattazione vistosa, scorrevole, pagabile con il contante dei sorrisi di superiorità, di quei sorrisi che più tentano l’uomo. E’ così piacevole socchiudere gli occhi e posato su di essi il lorgnon enciclopedico, abbozzare un sorrisetto; ristorarsi con quella charmante impiété di una certa vecchia amica di France, la quale rimpiangendo gli antichi luoghi santi, abbandonati in favore dei nuovi, gli diceva: «E’ difficile negarlo; quella Vergine di Lourdes è compiacente, premurosa, comprensiva, zelante, direi perfino umile. Si moltiplica per essere utile. Guarisce gli ammalati, aiuta i giovani durante gli esami, congiunge in matrimonio e vende la cioccolata. Entre nous, je la trouve un peu intrigante». Che fascino e quanto garbo in queste parole! Ricordo ciò perché amo France, ma qui sento più l’odore della polvere, che dello stimolante tabacco da naso delle bisnonne, con il quale ancora oggi si cerca di preparare la polvere da sparo. Nel frequente gioco del «fingere» dei nostri giorni essa è buona tutt’al più per i fuochi artificiali. Scendo lentamente in direzione della grotta collocando sentimenti e pensieri come figure sulla scacchiera. Nell’intimo ci sono davvero soltanto caselle nere e bianche e in fin dei conti si sa sempre molto bene dove collocare qualcosa in modo tale che almeno questo gioco non diventi una commedia dialettica.

   Più in basso c’è un grande spiazzo, in alto a sinistra una brutta chiesa. A mezzogiorno qui non c’è affollamento. La grotta è piccola, davanti ad essa file di inginocchiatoi. L’odore del gran numero di candele accese e il silenzio. A poca distanza scorre il Gave e a tratti giunge all’orecchio un più sonoro gorgoglio dell’acqua. Il passo incerto delle persone che si avvicinano mute schiaccia con cautela e lievemente i granelli di sabbia sul cemento. Nella grotta c’è la statua su uno sfondo di stampelle, protesi, busti, reperti ortopedici. Qui finisce tutto il mondo escogitato, restano la semplicità e la modestia. Ardono centinaia di candele e dopo un po’ si vede soltanto la loro luce. Lo sguardo fisso delle persone è sconfinato. Occhi che guardano chissà dove una grande lontananza, che la percorrono con la velocità di un raggio, soltanto per raggiungere i piedi presso i quali depongono la loro preghiera. Occhi chiusi che guardano chissà dove una grande profondità alla ricerca di se stessi e che per il momento estraggono da essa soltanto lacrime. Brilla la luce delle candele, si moltiplica e sgorga in miliardi di raggi. Non è un miracolo; è semplicemente il loro bagliore che si disintegra in prismi davanti alla pupilla, nel caldi cristalli del bambino in cui ognuno qui può trasformarsi, sol che lo voglia… No, l’uomo non è solo, a meno che, volutamente, non chiuda egli stesso le porte. L’inquietudine dell’esistenza sorge nelle anime per le quali la morte è la cessazione di tutto, e la vita una cosa fine a se stessa, come un ninnolo sotto una campana di vetro. Dove sono mai in una simile vita le stelle, il sole, il fresco della pioggia e del vento, la semplicità delle lacrime di gioia? Dov’è la contentezza della lontananza e la sua speranza? «La vergogna di pregare», scriveva Nietzsche, perché considerava la preghiera un atto degno soltanto dei poveri di spirito, dei mendicanti, e dei codardi. Bere l’acqua delle sorgenti di montagna, aspirare l’arietta dei prati sul Gave, verdognola e fresca come menta, anche ciò è una vergogna? Eppure si ha bisogno di Dio, così come si ha bisogno dell’ossigeno, e lo spirito non è soltanto ragione, ma anche sentimento. Il senso della moralità, della libertà, della bellezza e della santità non è una funzione dell’intelletto. Libertà, moralità, bellezza, santità… Qui non c’è alcuna definizione, esse si sentono; si sentono, malgrado tutto, i confini dove esse finiscono o iniziano. E forse la cosa peggiore non è che scompaiano le loro manifestazioni esteriori, ma il fatto che si faccia di tutto per cancellare i loro confini nell’uomo. La tensione e il caos delle grandi scelte attraverso cui il mondo passa sono enormi, perché in esse, in fondo, è in gioco il voto dell’anima intera. E’ una votazione perfettamente segreta; si svolge così profondamente , che non di rado l’uomo stesso a lungo non sa su chi sia caduta in effetti la sua scelta. Cartesio affascina, Pascal è paziente come l’acqua che scava sotto la superficie il terreno roccioso. Dicono che masticare le preghiere adesso non si differenzi affatto dal masticare la gomma… Così non è e non sarà.

   Raggiungo la riva opposta del fiume, mi siedo sull’erba umida e mi accendo una sigaretta. Da qui non si vedono più le singole fiammelle delle candele, ma soltanto i contorni della figura nella nebbia luminosa. Accanto a me siedono altre persone, mangiano e bevono. Sul Pic du Jer s’inerpica lentamente un vagoncino della funivia, dalla città giunge il brusio, è più forte il rombo dei pullman che portano la folla in gita sui monti. Qui c’è di nuovo quel mondo onesto che dedica tanta attenzione alla ricerca delle grandi verità, e così poca al semplice sfuggire gli sbagli. Ma sento il suo calore e mi è caro per questo. Non è vecchio in nessuna delle sue cinque parti.

   Dopo mezzogiorno il traffico aumenta. Forse sulla riva si snoderà una processione implorando ad alta voce un miracolo, faranno uscire gli infermi dagli ospedali, dove un uomo, impotente di fronte alle sofferenze di un altro, tenta e ricerca con invidia, svolge una fredda cronaca dei fatti. Di fronte ad essi è difficile tergiversare. Penso a Zola, a questo scrittore-documento, alla sua «Lourdes» che finisce nel compromesso dei «fluidi curativi». Più di tutto l’uomo teme l’evidenza. Ciò che avviene invece davanti alla grotta è lontano dal silenzio del Vangelo, dalla calda intimità della descrizione di Cristo che entra nella casa di Simone. Ma forse anche allora la folla gridava altrettanto a gran voce: «Signore, compi il miracolo!»? Pretendeva e insisteva. Le guarigioni miracolose oggi sono più rare. Chissà se col passare degli anni non diverranno molto rare. La gloria di Lourdes si offuscherà, si trasferirà altrove, come da tanti altri luoghi è giunta qui; ma non per i motivi espressi così argutamente a France dalla sua vecchia amica. Carrel – in un breve studio relativo all’influenza della preghiera sugli ammalati – scrive che l’azione della preghiera dipende dalla sua intensità. Se adesso a Lourdes i miracoli non sono più così frequenti come quaranta o cinquanta anni fa, è perché qui adesso gli infermi non trovano quell’atmosfera di profondo raccoglimento che regnava un tempo. I pellegrini sono diventati turisti e le loro preghiere sono inefficaci. Ciò non è lontano da un’analisi chimica, non è lontano da quella teoria di fisica astronomica che forse un giorno si incrocerà con gli argomenti della Summa theologica di san Tommaso d’Aquino.

   Torno in città. Passo di nuovo tra i negozi, guardo e osservo. Mi fermo assieme agli altri davanti alle vetrine. Comprare forse alcune di quelle medagliette? Ma forse in quel negozio là sono più belle? Le compro così, semplicemente. Qualcuno al quale poi ne darò una, di sicuro l’accetterà con commozione. Non sorriderà con noncuranza al momento di prenderla in mano, perché sentirà in essa proprio la semplicità e la serenità con le quali è stata acquistata. Poi bisogna comprare qualche cartolina, farsi largo fino alla cassetta delle lettere stracolma di corrispondenza. Bisogna dare anche un’occhiata alle vetrine dei negozi di alimentari, che qui hanno più generi in scatola di tutti gli altri che s’incontrano strada facendo. La vita ferve, è semplice; in essa c’è interezza e armonia. Sui volti delle persone, nella massa delle mani affaticate che si allungano allo stesso modo verso il cibo e verso di Lei nella grotta, c’è la gioia e la concordia di una festa spontanea. Molti qui hanno preso una decisione importante e se ne rallegrano a modo loro. Spesso tentenneranno ancora, si burleranno dei comandamenti, ma la maggior parte di loro sarà attratta, al ritorno, dalla libertà di sbagliare e dalla forza del perdono. Percorreranno spesso un cerchio così grande che un suo segmento sembrerà loro la retta di un tracciato del tutto diverso; e inaspettatamente torneranno al punto di partenza, alla prima preghiera degli anni dell’infanzia, alle emozioni dei tempi della prima medaglietta.

   Verso sera ho accceso il fuoco, ai margini del bosco. La notte calava lentamente dai monti e i prati nella valle diventavano sempre più freddi. All’alba si copriranno di nebbia, stupendamente gelata e quasi friabile, come brina. Nel bosco fa ancora caldo. Gli aghi secchi e i  tronchi degli alberi si raffreddano più gradualmente. Ci si può scaldare poggiandoci contro le spalle. Il fumo rinfrescato sui prati scende rapido e si aggrappa all’erba. Lungo la strada in basso la gente cammina verso Lourdes. Guardo il fuoco e penso che don Peyramale, parroco di Lourdes al tempo di Bernadette, aveva ragione: «I credenti non hanno bisogno di alcuna spiegazione; spiegare ai non credenti è una cosa impossibile». Parole dure, ma quanto mai giuste proprio oggi, che tutto diventa una questione di fede. Di quella di don Peyramale, e di una diversa.

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Alcune fotografie di Andrzej Bobkowski

Andrzej Bobkowski con la moglie Barbara

Andrzej Bobkowski con la moglie Barbara

 

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Manifesto della mostra di Cracovia

Manifesto della mostra di Cracovia

Andrzej Bobkowski con la moglie Barbara
Andrzej Bobkowski con la moglie Barbara

 

 

Jan Lechoń

2 Nov

 

 

Roman Kramsztyk (1885-1942): Ritratto di Jan Lechoń (1919)

Roman Kramsztyk (1885-1942): Ritratto di Jan Lechoń (1919)

   Jan Lechoń (Leszek Serafinowicz) nacque il 13 giugno 1899. Debuttò a 14 anni con la raccolta Na złotym polu (Nel campo dorato), seguita un anno dopo da Po różnych ścieżkach (Per differenti sentieri). Studiò filologia polacca all’Università di Varsavia e fu co-redattore della rivista Pro arte et studio, co-fondatore del cabaret letterario Pikador (1918) e uno dei creatori del gruppo poetico Skamander (1916).

   La raccolta di versi Karmazynowy poemat (Poema cremisino, 1920) gli portò la celebrità, consolidata quattro anni dopo dalla raccolta Srebrne i czarne (Argentato e nero).

   Negli anni 1930-1939 svolse l’incarico di attaché culturale presso l’ambasciata polacca a Parigi. Dopo la capitolazione francese, si recò in Spagna, Portogallo, Brasile, per trasferirsi poi definitivamente a New York nel 1941. Negli anni 1941-1947 assieme a Kazimierz Wierzyński e Józef Wittlin collaborò a diverse riviste letterarie dell’emigrazione polacca.

   Irena Lorentowicz (1908-1985), pittrice e scenografa, scriveva del poeta: “Vivevano in lui differenti nature. Era arguto e cinico, assai loquace e disperatamente solo. Era l’uomo più socievole che conoscessi e al tempo stesso il più infelice”.

   La sua omosessualità non era un mistero per gli amici, tuttavia egli non ne parlò mai, soltanto in modo assai velato essa trapela dalle sue annotazioni relative alla “carissima persona”.

   Nell’agosto del 1949 cominciò a scrivere il suo Diario, inteso come una specifica terapia contro le frequenti depressioni. Il 30 maggio 1956, pochi giorni prima del suicidio vi annotò: “Non si può descrivere ciò che ho provato oggi… Sono tornato a casa tardi e mi sembrava che fosse tutto nella mia immaginazione, che mi fossi creato dei problemi inesistenti…So che è soltanto stanchezza…Si può sempre trovare nella propria intelligenza e volontà, nel proprio cuore qualcosa che ci aiuterà nella lotta con la vita, con la gente. Ma per la lotta con se stessi c’è solo la preghiera”.

   Nel suo libro Szkice i portrety literackie (Schizzi e ritratti letterari) Kazimierz Wierzyński scrive nel suo commiato dall’amico poeta: “…Caro Leszek, addio…ci ha lasciati un poeta che ha avuto e avrà sempre un posto privilegiato nell’arte della parola polacca…Aveva diciotto anni quando scrisse il Poema cremisino, e già allora ci stupiva la sua maturità. Oggi, a distanza di tanti anni, possiamo dire con certezza che egli apparve come un genio. Scriveva meno di quanto avremmo voluto noi tutti amanti della sua poesia parsimoniosa e controllata, che tra differenti emozioni sceglieva le più importanti e cercava per esse espressioni monumentali…”

   Per Lechoń la poesia era qualcosa ai confini tra letteratura e musica. La concepiva come “poesia pura”. La musicalità doveva distinguere la poesia dalla comune letteratura, darle unicità e irripetibilità.

   Jan Marx, critico, saggista e traduttore, nel suo libro Skamandryci  (Skamandriti), scrive: “Scopo della poesia non è la scoperta della verità, perché essa non esiste. Tutto, specialmente nella sfera dei sentimenti, è un mistero. Scopo della poesia è dunque mostrare il mistero. Ci riescono soltanto i grandi poeti. Penso che Lechoń fosse capace di mostrarlo. Erano soprattutto misteri tribali e la sua poesia è in questa dimensione, è là dove il poeta affronta la tematica nazionale, come continuazione della grande poesia romantica”.

   Nel 1991, dopo la caduta del regime comunista fortemente osteggiato da Lechoń, la salma del poeta venne esumata dal cimitero di New York e riportata in patria. Ora giace nel cimitero di Łaski, vicino Varsavia, assieme ai suoi genitori. Del resto in una sua poesia dell’esilio egli aveva espresso questo desiderio:

 

Ciò che è così difficile credere,

Un giorno può diventare realtà.

Perciò ho pensato: vorrei giacere

Là dove mio padre giace già.

 

 

 

Poesie di Jan Lechoń tradotte da Paolo Statuti

 

Preghiera
Oh! Signore sopra le piogge e sopra la calura!
Seminatore di lune e di stelle nell’etere sospese,
China i cieli verso di noi e dissetaci col silenzio,
Confrontaci stanchi con le taciturne distese.

Oh! annegaci nel vasto abisso dei Tuoi mondi,
Inargentaci come stelle, diluiscici come il mare,
Versaci con l’aria nell’azzurro spazio sconfinato,
Accordaci come eco e ascolta come scompare.

Facci pallido mattino che nel cielo sorge,
Nuvola che scorre pigramente a mezzodì,
Velo della cupa notte che la terra ricopre –
Liberaci dall’anima e da noi salvaci altresì.

 

*  *  *

Mi chiedi cos’è per me del mondo l’essenza?

Ti dirò: amore e morte – senza differenza.

Temo gli occhi azzurri d’uno – dell’altra i mori.

Son queste le mie due morti e i miei due amori.

 

Per il cielo stellato, nella notte nera,

Essi spingono il vento nella stratosfera –

Quel vento che ha costretto la terra con furia

A cedere l’uomo al dolore e alla lussuria.

 

Nella macina si frantumano le ore,

Scaviamo cercando la verità assoluta –

E una sola cosa sappiamo. E niente muta.

Dall’amor difende la morte, e dalla morte l’amore.

 

1922

 

 

 

 

 

 

 

L’incontro

 

Oggi in questa notte, insonne e abbandonato,

Tra i raggi lunari, spinto da un soffio strano…

Non so come a Ravenna mi son ritrovato

E ho visto ciò che da tempo sognavo invano.

 

Le note d’un flauto da una finestra vicino,

La brezza che porta un profumo inebriante –

Ed io come tra mistici fiori cammino,

Sotto la celeste cupola scintillante.

 

“Sarà pago chi beve alla divina fonte!”

Ho chiuso gli occhi come chiamato da Dio –

Udivo solo del fiume lo strano brusio,

Più tardi, più tardi ho visto Dante sul ponte.

 

“Sei tu, Tu, mio maestro! Bianco come un giglio,

Perché mai Ti brucia questo strano sconforto?

Svelami, Ti prego, il segreto del Tuo volto.

Non so niente. Mi son perso. Dammi un consiglio”.

 

Egli disse, o disse l’acqua, oppure la luna,

Caddi in ginocchio, coprendomi il viso triste:

“Non c’è inferno, né cielo, non c’è terra alcuna,

C’è solo Beatrice. E proprio lei non esiste”.

 

                                            dedicata a Maria Bogdzińska

1922

 

 

 

 

 

Il cielo

 

Ho sognato il cielo: l’ho riconosciuto subito

Dal profumo del trifoglio e dal canto del merlo,

Dal cri-cri nell’erba, dal prato che ondeggiava,

E so che era presente Dio, pur senza vederlo.

 

Non vedevo gli angeli, ma le cicogne frusciavano

Con le bianche ali sopra i campi di frumento,

E c’erano anche i platani gli aceri e i faggi

E sonavano come un organo nel brusio del vento.

 

E più tardi come una lucciola gigante

L’argentea luna illuminò l’Acropoli in rovina,

Sulla quale in alto vedevo Paweł Kochański

Che sonava l’”Aretusa” in quella quiete divina.

 

Romanticismo

 

Già la notte d’autunno l’incendio di foglie d’oro spegne

E i levrieri nel vecchio arazzo si addormentano,

Le bisnonne nei ritratti e i sovrani di Polonia

Scompaiono nel buio. Triste è questo momento.

 

Sull’acqua il vento piega dei gobbi salici i bracci,

La bufera e la strada-pantano dietro le finestre.

Misero colui che non può credere alle ondine,

Né agli spiriti, ai presagi, né in Dio Onnipotente!

 

 

 

 

 

 

 

Roma

 

Piove a Roma come un nastro incessante.

Sono un pellegrino. Ma non sono qui per l’Anno Santo.

Sono solo. E un pensiero soltanto come piombo mi pesa:

Sarebbe troppo facile. Non per te è il conforto delle chiese.

 

Ho un pensiero grande e solo a Dio rivolto,

Di capire te, o città, con la tua grandezza rigonfia,

Quella mite mano con cui Aurelio accoglie in Campidoglio,

E la cupola di Pietro,

E quel rododendro che a Villa Borghese germoglia.

 

Jan Lechoń

 

Il poeta fuori moda

 

Mi dicono: „Non tornerà il tempo andato,

presto dalla mente dei giovani sparirà.

Riprendi gli arredi del tuo vecchio teatro,

perché ora un nuovo dramma si reciterà.

Berrò una fiasca di nettare del lontano

passato di tanti giovanili banchetti.

Con la luna sotto il braccio e una rosa in mano

esco, lasciando il resto ai nuovi addetti.

 

(C) by Paolo Statuti