Archivio | gennaio, 2012

Karel Havlicek Borovsky – Elegie tirolesi

21 Gen

Karel Havlicek Borovsky

Karel Havlíček Borovsky, morto nel 1856 a 35 anni, fu esiliato a Bressanone dopo aver subito due processi a causa dei suoi articoli contro la tirannia austriaca che soffocava la sua patria. Le “Elegie tirolesi” – un gioiello della poesia ceca – possono essere considerate assieme a “Le mie prigioni” di Silvio Pellico la più pesante requisitoria contro il dispotismo austriaco davanti al tribunale della storia.

   “Nella notte dal 15 al 16 dicembre, alle due, sono stato svegliato. Presso il mio letto c’era il commissario capo di polizia Dedera con il barone Voith e un gendarme armato di fucile. Mia moglie, poveretta, era terrorizzata. Mi intimarono di vestirmi subito e di partire, poiché per ordine del ministero dovevo essere condotto in una località in residenza coatta. Tra le lacrime dei miei familiari, di mia madre, mia sorella, mia moglie (esse non credevano a quell’ordine misterioso e temevano qualcosa di peggio) abbandonai la casa paterna; provavo più dolore che collera!…” – è un brano di una lettera inviata dall’esilio a František Palacky (1) da Karel Havlíček Borovsky (1821-1856), poeta e giornalista, strenuo difensore del popolo ceco in un periodo tormentato della sua storia.

   Dopo il fallimento dei moti rivoluzionari scoppiati nel 1848 nell’impero asburgico, come del resto in gran parte dei paesi europei, si verificò un inasprimento dei rapporti tra governo e sudditi. Così come c’era stato un “Metodo Metternich”, in Austria c’è ora un “Metodo Schwarzenberg”, o meglio un “Metodo Bach”, onnipossente ministro degli Interni, ex-deputato liberale della Costituente austriaca, il quale incarna la politica reazionaria del momento. Si instaura un regime di terrorismo poliziesco: censura severissima, impossibilità di viaggiare fuori e dentro il regno, perquisizioni domiciliari, spionaggio, agenti provocatori.

   Anche in Boemia – considerata ora una semplice provincia della monarchia, i patrioti più in vista vengono imprigionati e deportati. Bisognerà attendere la sconfitta subita dall’Austria nel 1859 sui campi di battaglia italiani per vedere la caduta del gabinetto Bach e il ripristino della legalità.

   Havlíček consacrò la maggior parte della sua attività all’educazione politica del popolo e alla lotta

contro la debolezza della nazione, contro l’assolutismo e gli alti prelati che se ne facevano complici. Quando pressoché tutto il mondo soggiace alla minaccia, egli tiene alta la testa, combatte apertamente e nel modo più energico. Mai, dopo il 1620 (2), si era udita a Praga una voce tanto virile e sincera.

   Entrato a 19 anni in seminario a Praga, ne viene espulso un anno dopo, a causa soprattutto delle sue convinzioni panslaviste. Nel 1843 è a Mosca, ove trascorre un anno e mezzo in qualità di precettore, e da dove rientra in Boemia guarito dalle sue illusioni sull’impero degli zar. Al posto del vago sogno panslavo, riportava in patria l’odio per l’assolutismo zarista, una fierezza nazionale accresciuta, e la ferma decisione di combattere il vecchio patriottismo sdolcinato e idilliaco sia nella vita pubblica che in letteratura.

   Oltre che poeta, Havlíček fu maestro incomparabile di giornalismo. A 24 anni gli venne affidata la direzione del giornale politico ufficiale “Pražské Noviny” (Il giornale di Praga) e del suo supplemento letterario “Ceská Včela” (L’ape ceca), e si conquistò così un vasto seguito di lettori.

   Nel 1848 fondò un grande quotidiano ceco indipendente – “Národní Noviny” (Il giornale nazionale), e per meglio attaccare la reazione creò un supplemento satirico di questo giornale – “Šotek” (Il folletto). Il suo spirito brillante, il sarcasmo mordace, la lingua chiara, virile, ricca di locuzioni popolari, la logica convincente, portarono una nuova aria salutare, aprendo nuove prospettive e preparando la via a una nuova generazione poetica. Egli era persuaso che la poesia dovesse mettersi al servizio di un’idea: non l’arte per l’arte, non grandi parole vuote, ma la verità.

   Havlíček è assai noto anche come autore di epigrammi. Ne ha lasciati circa duecento, un buon numero dei quali diretti contro la Chiesa e la sua gerarchia. Era questo un genere che che si adattava singolarmente al suo spirito, ed in cui raggiunse una rara maestria. Di essi diceva: “Sono dei piccoli vasi in cui verso la mia collera, perché non laceri il mio cuore”.

   Nel gennaio del 1850 il “Giornale Nazionale” fu soppresso dal governo. Fu un duro colpo per Havlíček: non solo perse la possibilità di essere ascoltato dalla nazione, ma venne anche a trovarsi con la sua famiglia senza mezzi di sussistenza. Ma non si dette per vinto. Pochi mesi dopo fondò a Kutná Hora un piccolo foglio che usciva due volte la settimana, intitolato “Slovan” (Lo Slavo). In una serie di articoli reclamava la nazionalizzazione della Chiesa con l’introduzione del ceco nel culto, l’abolizione del celibato dei preti, la separazione della Chiesa dallo Stato, il matrimonio civile, e protestava contro l’unificazione delle funzioni ecclesiastiche e didattiche in una sola persona.

   Ma egli doveva fatalmente soccombere in questa lotta troppo impari. Dopo l’ennesimo avvertimento delle autorità, comprese che queste non erano disposte a tollerare ulteriormente il suo giornale, e nell’agosto del 1851 ne cessò egli stesso la pubblicazione. Nello stesso anno subì un secondo processo, ma la giuria dovette nuovamente assolverlo. “Voi avete mancato di rispetto al governo!” – gli gridò il presidente della corte – “Era appunto questa la mia intenzione, perché un governo simile non merita rispetto!” – replicò Havlíček. Uscito dall’aula fu acclamato dalla popolazione di Kutná Hora. Ma ormai la sua sorte era segnata. Il 16 dicembre 1851, come egli stesso descrisse nella lettera a Palacky, venne prelevato di notte dalla polizia e inviato in residenza coatta a Brixen (Bressanone).

   Qui, strettamente sorvegliato, lontano dalla moglie Julie e dalla piccola Zdenka, dalla sua nazione, dai rari amici che gli erano rimasti fedeli, minato dagli affanni e dalla tisi, in un clima troppo rigido, egli trascorse quattro anni. Durante questo periodo compose le sue opere più belle, scritte col gusto e con i metri della poesia popolare, ma concepite con spirito realistico e con l’occhio rivolto alla situazione presente: “Křest svatého Vladimira” (Il battesimo di san Vladimiro), “Tyrolské elegie” (Elegie tirolesi) e “Král Lávra” (Il re Lávra).

   Quando, finalmente, nel gennaio del 1856 gli permisero di lasciare Brixen, egli era ormai un uomo finito. Nel suo paese trovò la moglie nella tomba, un popolo terrorizzato, avvilito, vecchi amici che lo rinnegarono o finsero di non conoscerlo. La tisi lo sopraffece il 29 luglio 1856, all’età di 35 anni. Morì nello stesso letto in cui era morta sua moglie. Pochi istanti prima di spegnersi chiese della carta, e fino all’ultimo fece dei movimenti con la mano destra, come se volesse scrivere.

   Josef Václav Frič (3) così ricorda i funerali di Havlíček nelle sue “Memorie”: “Il 1 agosto 1856 lo portavamo alla sepoltura sulle nostre spalle. C’era una grande partecipazione di popolo…Il feretro di Havlíček era ornato da una sola corona di lauro e di spine che Božena Němcová (4) aveva fatto preparare da suo figlio giardiniere, e che lei stessa aveva posto sulla bara…Portammo il feretro (ricevetti poi l’ordine di non prendere parte in futuro a nessun funerale senza uno speciale permesso) fino alla ex Porta Nuova…Ma lì fummo circondati da robusti artigiani e operai che, facendosi largo a gomitate, si erano avvicinati alla bara, provocando non poca confusione. “Affidateci il nostro martire” – urlavano – “Vogliamo avere noi il piacere di portarlo fino a Olšany (5). Allora Palacky, che non sopportava il chiasso, cominciò ad esortarli con voce vibrante…La cosa si stava mettendo male; alla fine gridai: “Amici, non vorrete, spero, che il defunto ci cada in terra…indietro!” Le mie parole ebbero effetto – ognuno mise ragionevolmente da parte il proprio ardore eccessivo, e il risultato fu che il carro proseguì al passo verso Olšany, dove attorno alla tomba già preparata erano devotamente raccolte migliaia di persone”.

   In quella circostanza anche il giornale tedesco  “Bohemia” elogiò la figura del defunto: “Ieri pomeriggio si sono svolti i funerali dell’ex-redattore del Giornale Nazionale, Karel Havlíček…Con Havlíček è calato nella tomba un grande talento, il maggiore e primo pubblicista che abbia avuto la letteratura ceca…”

   Nelle “Elegie tirolesi” l’autore racconta, in chiave satirica, la storia del suo prelevamento notturno, il suo addio alla famiglia atterrita, il suo viaggio in carrozza in compagnia dei gendarmi, verso una destinazione ignota. Dietro la maschera sorridente e sorniona, negli accenti melodiosi della poesia popolare ceca, si avverte il ghigno doloroso dell’uomo che ha pagato col suo sangue il diritto all’ironia, la sofferenza crudele di un uomo offeso nei suoi sentimenti più sacri, l’odio di un patriota contro il despota.

Note:

1. František Palacky (1798-1876). Figura politica di primissimo piano. Fu capo del partito conservatore. Legò il suo nome a un’opera monumentale – La “Storia della nazione ceca in Boemia e Moravia”, che abbraccia tutte le vicende del popolo boemo dalle sue origini fino al 1526.

2. Anno in cui avvenne la battaglia della Montagna Bianca che, distruggendo la libertà e l’indipendenza delle terre ceche, dette contemporaneamente avvio alla Guerra dei Trent’anni.

3. Josef Václav Frič (1829-1890). Poeta, giornalista, agitatore politico boemo. Nel 1848 si batté fino all’ultimo sulle barricate, ed affrontò poi coraggiosamente le amare esperienze del carcere e dell’esilio.

4. Božena Němcová (1820-1862). Scrittrice boema. La sua opera più nota è il romanzo “Babička” (La nonna) – uno dei libri più cari al lettore ceco, e che incontrò molta fortuna anche all’estero.

5. Noto cimitero di Praga.

                                                                                                                                                Paolo Statuti

Elegie tirolesi – Colloqui con la luna

Traduzione di Paolo Statuti

I

Luna cara, brilla ancora,

la tua luce dai:

che ne pensi tu di Brixen?

oh, che faccia fai!

Dove corri? è presto, aspetta

non scappare,

solo un attimo vorrei

con te parlare.

 Non son nato in questi luoghi –

io parlo, non introno;

qui mi trovo per far pratica,

“treu und bieder” (1) non sono.

II

Là da me siam musicanti,

la tromba io sonavo,

e con quella i signori di Vienna

dal sonno svegliavo.

E allor per ritrovare

la pace perduta,

mi mandaron di notte gli sbirri

a mia insaputa.

Le due eran già sonate,

mi vengono intorno,

e un gendarme molto compito

mi dà il buongiorno.

Col gendarme – l’egregia scorta,

tutti bardati,

l’ombelico fasciato ben stretto,

i galloni – dorati.

“Si alzi, signor redattore,

niente paura,

lo so, è notte, ma non siam ladri –

è la procedura.

Tanti saluti da Vienna,

da Bach un abbraccio,

vuol sapere se lei sta bene,

ecco un suo dispaccio”.

 Io pure a stomaco vuoto

sono distinto:

“Perdoni, imperial commissione,

se sono discinto”.

Invece Džok, il mio mastino,

è assai scortese,

con l’ habeas corpus (2) è abituato –

è un cane inglese.

Per un soffio non offende

l’autorità,

rivolto a loro da sotto il letto:

Grr! Arf, arf! – gli fa.

Gli gettai allora contro

il codice imperiale;

subito fu muto come un pesce,

uff, meno male!

III

Sono un suddito ordinato –

m’ero intirizzito –

anzitutto m’infilai le calze,

sì bene assistito.

Solo allor lessi il messaggio –

ce l’ho qui con me;

se capisci il tedesco ufficiale,

leggilo da te.

Scrive Bach come un dottore

che non è buona

l’aria di casa, e che è bene

ch’io cambi zona;

in Boemia è troppo caldo,

il clima è odioso,

molto puzzo d’imposizioni (3) –

assai dannoso.

E per questo ora fuori

la carrozza aspetta,

perché a spese del regio governo

io parta in fretta.

E ai gendarmi ha comandato

di insistere molto,

se per modestia la sua proposta

non avessi accolto.

IV

Che fare se devo avere

l’usanza grulla

di non potere ai gendarmi armati

negare nulla?

Dedera implorava: “Presto!

prima o poi

qualcuno si sveglia e chiederà

d’unirsi a noi”.

Mi disse che non dovevo

portare armi,

perché loro avevano il compito

di scortarmi.

Per la Boemia incognito

devo viaggiare,

per sottrarci ai noiosi che han sempre

incarichi da dare.

Mi diede ancor Dedera

saggi avvertimenti,

ai quali debbono attenersi

di Bach i pazienti.

M’incantò quella Sirena –

misi le scarpe,

il gilè, la giacca e la pelliccia,

calzoni a parte.

Già da tempo aspettavano

le guardie affrante:

“cari amici! pazientate, ecco –

partiamo all’istante”.

V

O luna, queste donne

tu conosci a fondo,

e sai qual croce con esse abbiamo

in questo mondo.

A quanti tristi commiati

tu fosti presente!

Tu sai meglio d’ogni novellista

come si si sente.

Madre, moglie, figlioletta –

piccola Zdena –

intorno, nel loro pianto muto,

era una pena!

Anche se ho una pellaccia

e sono gagliardo,

quella volta mi si strinse il cuore,

s’offuscò lo sguardo.

Calcai il berretto con forza

sugli occhi,

prima che una lacrima sfuggisse

ai poliziotti,

impalati presso l’uscio

fino a quel momento,

perché avesse la triste scena

un regio ornamento.

VI

Nel frastuono delle ruote –

dritti verso  Jihlava;

dietro, perché nulla perdessimo

la scorta trottava.

La chiesetta di Borová,

là sul monticello,

dai boschi mi guarda tristemente:

“Sei tu, bricconcello?”

“Sotto di me è la tua culla,

t’ho visto battezzato;

con zelo facevi il chierichetto

al vecchio curato”.

“T’ho visto in giro pel mondo;

poi con la torcia andare

e la strada ai ragazzi del posto

illuminare”.

“Vedi come il tempo è andato:

ben più di un anno!…

ma, figliolo! chi sono quei mostri

che or dietro ti vanno?”

VII

Attraversammo Jihlava;

– allo Špilberk (4) andavo? –

e dopo Linz, – allora è Kufstein? (4) –

così pensavo.

Solo quando ci lasciammo

Kufstein sulla destra,

cominciò a sembrarmi più amena

la flora alpestra.

Brutto viaggio, se non sai

ove sei diretto:

l’allegro strombettìo dei postiglioni

è un inganno abietto.

Sugna e cambio di cavalli

in ogni posto:

ungessero e cambiassero di più

a Vienna, piuttosto! –

Il telegrafo è senz’altro

un’Invenzione –

esso annunciava il nostro arrivo

in ogni regione,

affinché la polizia –

madre premurosa –

potesse accenderci la stufa

prima d’ogni cosa.

Budějovice non posso

dimenticare,

colà Dedera quattro bottiglie

svolle comprare.

Forse perché patriota

si sentiva?

Forse perchè così scordassi

la terra nativa?

Ma quel vino finì presto;

bevo al momento

quello italiano: hanno lo stesso

inquieto fermento.

VIII

O luna, or lasciamo l’elegia

e prendiam l’eroico accento,

perché quello che sto per narrarti

fu un caos tremendo.

La strada da Reichenhall a Weidring

tu la conosci abbastanza –

non può cambiarla nessuna imperial

ordinanza.

Montagne, rocce più enormi ancora

della stoltezza tra le nazioni,

e come le fauci dell’armata –

cupi burroni.

Notte scura come Madre Chiesa,

veniam giù con dannata fretta;

grida Dedera: “Tira!” il cocchiere

non sta più a cassetta.

I cavalli al vento, la carrozza

sobbalza e a rompicollo scende,

il postiglione chissà dove

la pipa si accende.

La strada vien giù a serpentina,

la vettura come un dardo vola,

forse intende gettarci per sempre

in fondo alla gola.

Ah, che gusto provai quell’istante!

oh, gioia di tutte le gioie,

vedere i gloriosi gendarmi

tremar come foglie.

Mi ricordai – io leggo la bibbia –

di Giona la triste novella,

quando lo gettarono in acqua

per calmar la procella.

“Facciamo la conta”, dico, “tra noi

dev’esserci un gran peccatore,

costui si getti giù per far pace

col Signore”.

Detto fatto! Alle guardie mancò il tempo

di far l’esame di coscienza,

ma contrite si gettarono

dalla diligenza.

Ah, tu mondo, mondo alla rovescia!

il seguito nel fosso è finito;

e tutto solo nella carrozza –

il signor bandito.

Ah, governo, governo alla rovescia!

i popoli al guinzaglio vuoi portare,

e quattro cavalli senza briglie

non sai governare!

Senza redini, senza cocchiere,

nel buio, l’abisso sfiorando:

solo come il vento con le Alpi

andai galoppando.

Di affidar la mia vita ai cavalli

impazziti, perché temere?

son suddito di Vienna: di peggio

che può accadere?

Così, un caldo sigaro in bocca

e un freddo coraggio nel cuore,

più in fretta dello zar giunsi alla posta

di buon’umore.

Là  –  campione di delinquenti –

senza custodi cenai come un re,

finché zoppi e coi nasi sbucciati

essi giunsero da me.

Io dormii bene, ma per le guardie

quella notte a Weidring fu assai dura:

frizioni di spirito alla schiena,

sui nasi – tintura.

Qui finisce questa epopea,

tutto è sacrosanta verità,

fino ad oggi a Weidring Dahlrupp (5)

ve lo dirà.

IX

Da Weidring fino a Brixen –

pace assoluta;

le autorità dettero a Dedera

di me la ricevuta.

In Boemia poi quel foglio

è ritornato,

ed io qui dall’aquila a due teste

restai attanagliato.

Prefetto, Sottoprefetto

e Gendarmeria

hanno messo in questa Siberia

a difesa mia.

Brixen, 20. 6. 1852

1. “Fedele e probo”: sono parole dell’inno nazionale austriaco di allora.

2. Legge del 1679 che garantisce la libertà personale in Inghilterra e in Nordamerica.

3. Allusione alla “Costituzione imposta”, proclamata il 4 marzo 1849, che annullava le conquiste del 1848.

4. Note prigioni per detenuti politici.

5. Dahlrupp era il mastro di posta a Weidring.

(C) by Paolo Statuti

La pittura di Paolo Statuti

20 Gen

Salvatore Maresca Serra

PAOLO STATUTI – Il pittore della Natura ritrovata tra i versi

I dipinti di Paolo Statuti, incisivi ed evanescenti a un tempo, lasciano (felicemente) trapelare il sottile equilibrio che lo spettatore della Natura deve possedere quando e dove se ne faccia invece autore: nei luoghi della memoria, dell’evocazione, – quindi – della trasfigurazione dell’Arte.

Non è certamente un caso percepire questo equilibrio semantico di fronte alle forme e ai colori dello Statuti, che concentra oppure moltiplica – nello slancio della sintesi poetica – il loro rincorrersi, compenetrarsi, incontrarsi nella formulazione di una euritmia, a tratti onirica ma sempre fruibile dallo spettatore, quasi che le tonalità delicate dei fiori, le architetture degli alberi rigogliosi, i loro volumi plastici statuari, e così le luci calde – spesso africane – e le tenui ombre colte nei tramonti, i riflessi del cielo e dei prati, tutto – o meglio – “il tutto” sia soggiogato geneticamente da un’autentica ispirazione  che ne riveli il cosmo lirico, quale elemento centrale dell’opera dell’artista.

Alla luce di questa breve premessa, risulta ancor più lampante che Paolo Statuti sovrappone e intreccia versi, quindi scansioni musicali, ai ritmi del reale-naturale affinché le immagini si animino di umano pathos e, cristallizandosi nella memoria, conservino intatto il rigore primigenio del loro essere.

Ogni dipinto mantiene intatta la vibrazione del momento vissuto, generandola in sé. Le sue sono opere che vanno guardate nell’intimo, anche al di là della raffigurazione stessa. E in queste opere la Natura non la si trova, bensì la si ritrova cercandola tra gli accenti musicali propri dell’Autore.

Paolo Statuti – di fatto – è un pittore post-impressionista che è dominato-illuminato dall’aspirazione ad un neoespressionismo soft, malleabile da quell’equilibrio di cui è dotato, tra rigore e mimesi ispirativa.

Nelle sue pennellate possono riaffiorare alcuni segni di Monet, Manet, Pissarro, ma anche talvolta atmosfere che hanno ipotizzabili gradi di familiarità con Henri Rousseau “Il Doganiere”, o che ce lo suggeriscono in una visione ampia e, per questo, maggiormente rarefatta ma presente. In particolare, ciò che io vi trovo di evocativo di Rousseau in Statuti, è l’atmosfera della fiaba: per il Doganiere una fiaba popolare dominata da una infinita varietà di sfumature dei verdi – sul piano pittorico; per Statuti una fiaba poetica e personale, dove la visione del verde viene proposta con una tavolozza volutamente “povera ed essenziale”, implicitamente minimal, elemento – quest’ultimo – che lo affranca (per così dire) definitivamente dalle reminiscenze impressioniste. Assieme all’assenza pressoché globale della prospettiva aerea, intendendola come un “superamento” poetico della stessa.

Piuttosto, la scelta di mescolare alle pennellate un palpabile silenzio, ce lo rende carico di simboli implicitati, e tutti votati alla trasfigurazione del presente. Voglio dire: questo pittore sa e descrive con consapevolezza lo spessore – umano – delle cose che appartengono all’attimo. E sappiamo bene che l’Arte, e così la vita, sono entrambe fatte di attimi infiniti, e che la nostra capacità creativa riesce sempre a modificarne e ad arricchirne la memoria, e – tutto questo, tanto più in Paolo Statuti – è connaturato alla sua identità di poeta, oltreché di pittore.

Edgar Degas ebbe a dire d’essere “un dilettante” della pittura. Lo motivò quindi affermando che “solo attraverso il proprio diletto si può produrre Arte”.

In Paolo Statuti questa sembra essere la regola aurea, ma anche la divina proportione.

Roma, 14 luglio 2010

Thomas Moore

18 Gen

Thomas Moore

Thomas Moore (Dublino 1779-Sloperton 1852) è stato un poeta, commediografo e attore irlandese, ricordato soprattutto per la sua ballata popolare The Minstrel Boy, per il poema The last rose of summer e per la raccolta delle sue melodie. Per maggiori informazioni vedi Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Tre poesie nella versione di Paolo Statuti

Credimi, se tutti i tuoi diletti incanti…

Melodia – “La mia dimora è sulla fredda terra”, Sequ. di Barry Taylor

Thomas Moore, da: Melodie irlandesi, Vol. 2

Credimi, se tutti i tuoi diletti incanti

Che oggi ammiro sì teneramente,

Domani si rivelassero infranti,

Per magia d’una fata, di repente,

Saresti ancora adorata come adesso.

Se la tua grazia dovesse svanire,

Ogni mio desìo come verde amplesso

Ti farebbe di nuovo rifiorire.

Non quando possiedi gioventù e beltà

E mai versi una lacrima amara,

Si riconosce l’ardore e la fedeltà

Dell’anima cui sarai ognor più cara:

No, chi ama davvero ignora l’oblio,

E ama sempre fino all’ultima ora,

Come il girasole rivolge al suo dio

Lo stesso sguardo al tramonto e all’aurora.

Meditazione religiosa

Il mondo intero non è che una fugace scena,

Data agli uomini come chimera;

Il sorriso della Gioia, il pianto del Dolore,

Falso fluire, falso splendore –

Nulla è vero tranne il Cielo!

E falsa è la luce sulle ali della Gloria,

Come tinte sbiadite della Sera;

L’ Amore, la Speranza e la Bellezza più pura

Sono fiori colti per la sepoltura;

Nulla è luminoso tranne il Cielo!

Poveri pellegrini di un giorno tempestoso!

Da un’onda all’altra siamo trascinati,

E i lampi della Ragione e della Fantasia

Servono solo a mostrarci l’inquieta via –

Nulla è calmo tranne il Cielo!

L’ultima rosa dell’estate…

L’ultima rosa dell’estate

Ancor fiorisce ma è sola;

Tutte le sue compagne

Son sfiorite nell’aiola;

Nessun fiore della sua specie,

Nessun boccio che la miri,

O che rifletta il suo colore,

Che sospiri ai sospiri!

Non ti lascerò languir così

Sul tuo stelo, ti imploro:

Se le tue amate dormono,

Va’, unisciti a loro.

E dove le compagne morte

Giacciono, io con affetto

Porrò le foglie del giardino

Come manto sul tuo letto.

Possa anch’ io presto giungere là

Dove l’amicizia finisce,

E dal diadema dell’ Amore

Ogni gemma svanisce!

Se i cuori veri sono appassiti,

E i fatui li ha travolti il vento,

Oh! chi abiterà da solo

Questo mondo ormai spento?

(C) by Paolo Statuti. Riproduzione riservata

Edgar Allan Poe

15 Gen

Edgar Allan Poe

 

IL CORVO  interpretato da Paolo Statuti

Era mezzanotte e sconforto, e stanco, annoiato, ero assorto

In strambi volumi di scienza d’obliata memoria –

Illustrazione di Gustave Doré: Irrompe solenne un Corvo dei santi giorni di allora. Non una riverenza; svolazzava con impazienza...

Illustrazione di Gustave Doré: Irrompe solenne un Corvo dei santi giorni di allora. Non una riverenza; svolazzava con impazienza…

 

M’ero assopito, quando un battito lieve a un tratto ho udito,

Come se qualcuno bussasse, bussasse alla mia dimora.

“E’ una visita,” borbotto, “che batte alla mia dimora –

                                             Questo solo e nulla ancora.”

Ah, rammento chiaramente, era uno squallido dicembre;

E la brace morente specchiava in terra la sua scoria.

Con ansia desiderai il mattino; – invano chiesi persino

Ai miei libri una tregua al dolore per la persa Lenora –

Per la radiante fanciulla che gli angeli chiaman Lenora –

                                   Che qui non ha nome, mai più ancora.

 E il triste, esitante frusciare d’ogni tenda all’istante

Mi turbò e colmò di vaghi terrori mai provati finora;

Per sopire il fremito del cuore, pensavo nel torpore

“E’ una visita che prega d’entrare nella mia dimora –

Una tarda visita che prega d’entrare nella mia dimora; –

                                                   E’ questo e nulla ancora.”

                                                

Or l’animo era più forte; non indugiando oltre ,

“Sinceramente,” dico, “imploro perdono, Signore o Signora;

M’ero appisolato, e così lievemente voi bussate,

Così debolmente battete, battete alla mia dimora,

Che a stento v’ho sentito” –  qui apro l’uscio della dimora; –

                                                    Solo buio e nulla ancora.

 

Nel fondo il buio frugando, a lungo restai esitando;

Temevo e sognavo sogni mai sognati finora;

Ma il silenzio restò inviolato, nessun segno fu dato,

E la sola parola detta e sussurrata fu “Lenora!”

Questo sussurrai, e un’eco di rimando bisbigliò “Lenora!”

                                                    Solo questo e nulla ancora.                                                                             

 

Nella stanza ritornai, l’anima ardendo come mai

Ed ecco un battito più forte, non udito finora.

“Di certo,” dico, “di certo c’è qualcosa alla finestra;

Guardiamo, dunque, cosa c’è, e il mistero sveli ora –

O cuore quietati un momento e il mistero sveli ora; –

                                             Questo è il vento e nulla ancora!”

Qui spalanco le imposte, quando, con buffi scarti e scosse

Irrompe solenne un Corvo dei santi giorni d’allora.

Non una riverenza; svolazzava con impazienza;

Poi, come una gran dama, si posa sull’uscio della dimora –

Si posa sul busto di Atena sull’uscio della dimora –

                                                   Si posa e nulla ancora.

Già il nero uccello volgeva al riso il mio triste rovello,

Con tutto il severo e grave decoro della sua boria,

“Hai il ciuffo raso e sottile,” dico, “ma non sei certo un vile,

Orrendo, antico Corvo che vaghi dalla Notturna proda –

Dimmi qual è il tuo nome sulla Notturna Plutonia proda!”

                                                   Disse il Corvo, “Mai più ancora.”  

                                                    

Resto sbalordito da ciò che il buffo uccello ha proferito,

Benché la sua risposta non fosse che una stolta storia;

Perché dobbiam convenire che nessun essere umano

Ha mai visto un uccello sull’uscio della sua dimora –

Sul busto scolpito sopra l’uscio della sua dimora,

                                                     Con tal nome “Mai più ancora.”

Ma il Corvo, stando sul placido busto, disse soltanto

Questo, quasi l’anima ponesse in quell’unica parola.

Null’altro egli pronunciò – non una piuma egli vibrò –

E a stento mormorai “Altri amici sono andati finora –

Domani anch’egli andrà, come i sogni svaniron finora.”

                                                        Ma egli disse “Mai più ancora.” 

  

Trasalii alla quiete turbata da tal replica sensata,

“Certo,” dissi, “quel che dice è solo ciò che ha tuttora,

Preso da un padrone dolente che uno spietato Accidente

Incalzò finch’ebbero i suoi canti quel motivo ognora –

Finch’ebbero i pianti della sua Speme quel motivo ognora –

                                                                  “Mai – mai più ancora.”

Ma ancor l’Uccello volgendo al riso il mio triste rovello,

Spinsi una sedia di fronte a lui e all’uscio della dimora;

E, nel velluto sprofondando, presi a pensare, legando

Fantasia a fantasia, all’uccello del tempo d’allora –

A ciò che intendeva il bieco, goffo, orrendo uccello d’allora

                                                          Gracchiando “Mai più ancora.”

Intento a indovinare, non trovai motto da replicare

All’uccello i cui occhi ardenti mi bruciavano nel cuore;

Così sedevo immerso nei presagi, il capo riverso

Sull’imbottitura che la lampada frugava ognora,

Sul velluto viola che la lampada frugava ognora,

                                         E ch’ella non premerà, mai più ancora!

Poi l’aria mi sembrò più densa, come satura d’incenso

Sparso da Serafini tintinnanti nella dimora.

“Misero,” gridai, “il tuo Dio t’ha dato – e con gli angeli inviato

Respiro – respiro e nepente dal ricordo di Lenora;

Bevi , oh, bevi il nepente e dimentica la persa Lenora!”

                                                     Disse il Corvo “Mai più ancora.”

“Profeta! maligno!” risuono, “profeta, uccello o demonio! –

Che ti mandi il Tentatore, o t’abbia spinto la bufera,

Squallido eppur ardito, in questo deserto stupito –

In questa casa dell’Orrore – svela il vero a chi t’implora –

C’è – c’è  balsamo in Ghilead? – svela – svela a chi t’implora!”

                                                        Disse il Corvo “Mai più ancora.”

“Profeta! maligno!” risuono – “profeta, uccello o demonio!

Per quel Ciel che ci guarda – per il Dio che come te adoro –

Di’ a quest’anima dolorante se in quell’Eden distante,

Rivedrà la santa fanciulla che gli angeli chiaman Lenora –

La rara radiante fanciulla che gli angeli chiaman Lenora.”

                                                  Disse il Corvo “Mai più ancora.”

Levandomi gridai “Sia questo il commiato, uccello o dannato! –

Torna alla bufera e alla Notturna Plutonia proda!

Non lasciar nera piuma qual traccia della tua fallacia!

La solitudine resti immutata! – lascia la mia dimora!

Via il tuo becco dal mio cuore, e il tuo aspetto dalla mia dimora!

                                                   Disse il Corvo “Mai più ancora.”

E il Corvo rimane immoto, ancor rimane, senza un moto,

Sul cereo busto di Atena sull’uscio della mia dimora;

Gli occhi in quell’istante aveva d’un demone sognante,

E il lume gettava la sua ombra sul suolo della dimora;

E la mia anima dall’ombra che vaga nella dimora

                                              Non si solleverà – mai più ancora!

(C) by Paolo Statuti. Riproduzione riservata.

 

 

 

 

Alcuni quadri di Paolo Statuti

15 Gen

Salvatore Maresca Serra

PAOLO STATUTI – Il pittore della Natura ritrovata tra i versi

I dipinti di Paolo Statuti, incisivi ed evanescenti a un tempo, lasciano (felicemente) trapelare il sottile equilibrio che lo spettatore della Natura deve possedere quando e dove se ne faccia invece autore: nei luoghi della memoria, dell’evocazione, – quindi – della trasfigurazione dell’Arte.

Non è certamente un caso percepire questo equilibrio semantico di fronte alle forme e ai colori dello Statuti, che concentra oppure moltiplica – nello slancio della sintesi poetica – il loro rincorrersi, compenetrarsi, incontrarsi nella formulazione di una euritmia, a tratti onirica ma sempre fruibile dallo spettatore, quasi che le tonalità delicate dei fiori, le architetture degli alberi rigogliosi, i loro volumi plastici statuari, e così le luci calde – spesso africane – e le tenui ombre colte nei tramonti, i riflessi del cielo e dei prati, tutto – o meglio – “il tutto” sia soggiogato geneticamente da un’autentica ispirazione  che ne riveli il cosmo lirico, quale elemento centrale dell’opera dell’artista.

Alla luce di questa breve premessa, risulta ancor più lampante che Paolo Statuti sovrappone e intreccia versi, quindi scansioni musicali, ai ritmi del reale-naturale affinché le immagini si animino di umano pathos e, cristallizandosi nella memoria, conservino intatto il rigore primigenio del loro essere.

Ogni dipinto mantiene intatta la vibrazione del momento vissuto, generandola in sé. Le sue sono opere che vanno guardate nell’intimo, anche al di là della raffigurazione stessa. E in queste opere la Natura non la si trova, bensì la si ritrova cercandola tra gli accenti musicali propri dell’Autore.

Paolo Statuti – di fatto – è un pittore post-impressionista che è dominato-illuminato dall’aspirazione ad un neoespressionismo soft, malleabile da quell’equilibrio di cui è dotato, tra rigore e mimesi ispirativa.

Nelle sue pennellate possono riaffiorare alcuni segni di Monet, Manet, Pissarro, ma anche talvolta atmosfere che hanno ipotizzabili gradi di familiarità con Henri Rousseau “Il Doganiere”, o che ce lo suggeriscono in una visione ampia e, per questo, maggiormente rarefatta ma presente. In particolare, ciò che io vi trovo di evocativo di Rousseau in Statuti, è l’atmosfera della fiaba: per il Doganiere una fiaba popolare dominata da una infinita varietà di sfumature dei verdi – sul piano pittorico; per Statuti una fiaba poetica e personale, dove la visione del verde viene proposta con una tavolozza volutamente “povera ed essenziale”, implicitamente minimal, elemento – quest’ultimo – che lo affranca (per così dire) definitivamente dalle reminiscenze impressioniste. Assieme all’assenza pressoché globale della prospettiva aerea, intendendola come un “superamento” poetico della stessa.

Piuttosto, la scelta di mescolare alle pennellate un palpabile silenzio, ce lo rende carico di simboli implicitati, e tutti votati alla trasfigurazione del presente. Voglio dire: questo pittore sa e descrive con consapevolezza lo spessore – umano – delle cose che appartengono all’attimo. E sappiamo bene che l’Arte, e così la vita, sono entrambe fatte di attimi infiniti, e che la nostra capacità creativa riesce sempre a modificarne e ad arricchirne la memoria, e – tutto questo, tanto più in Paolo Statuti – è connaturato alla sua identità di poeta, oltreché di pittore.

Edgar Degas ebbe a dire d’essere “un dilettante” della pittura. Lo motivò quindi affermando che “solo attraverso il proprio diletto si può produrre Arte”.

In Paolo Statuti questa sembra essere la regola aurea, ma anche la divina proportione.

Roma, 14 luglio 2010 

Paolo Statuti – La traduzione della poesia

15 Gen

La traduzione poetica

   Le mie prime traduzioni di poesia risalgono all’inizio degli anni ’70, quando frequentavo la facoltà di Lingue e Letterature Straniere Moderne (ramo slavo) all’Università di Roma. Un giorno chiesi all’assistente del mio professore Angelo Maria Ripellino, quale fosse secondo lui la migliore traduzione italiana del poema “I dodici” di Aleksandr Blok. Egli me ne indicò un paio ma poi, vista forse la mia faccia poco convinta, aggiunse con una velata punta d’ ironia: “Se queste versioni non la soddisfano, può sempre tradurselo da sé”. Accolsi senza indugio l’invito e il risultato fu una nuova versione del poema, che piacque subito e venne pubblicata dalla “Fiera Letteraria” (F.L. n. 18, 13.6.1971). Al poema di Blok hanno fatto seguito numerosi altri “tentativi” personali, a detta di molti pienamente riusciti. Tra i primi successi conseguiti in questo campo, mi piace ricordare l’antologia di poeti polacchi contemporanei, annessa alla “Guida alla moderna letteratura polacca” di Jerzy Pomianowski (Bulzoni Editore, Roma 1973), nella quale figurano 60 poesie di autori diversi nella mia versione.

   Oltre ai poeti polacchi, tra gli altri da me tradotti ci sono: Edgar Allan Poe, Thomas Moore, santa Teresa d’Avila, J. Wolker, Karel Havliček Borovsky, A. Blok, V. Chlebnikov, E. Bagrickij, W. Chodasewicz, V. Inber. L’ultimo mio importante lavoro è uscito a novembre del 2010: Marek Baterowicz, Canti del pianeta, Ed. Empirìa, Roma. Attualmente mi sto cimentando con la poesia di Boris Pasternak, un poeta che amo molto e che mi consente in modo ideale di affinare il mio impegno e il mio entusiasmo.

   Considero un testo poetico da tradurre come un testo musicale da interpretare, ma mentre il virtuoso concertista deve fare appello unicamente alla sua tecnica e sensibilità artistica, il traduttore deve, in aggiunta, utilizzare un diapason diverso da quello del testo originale, nella speranza di raggiungere, per quanto è possibile, lo stesso effetto e gli stessi pregi nella sua propria lingua. Non ricordo chi disse: “La traduzione è il rovescio di un tappeto: i rabeschi sbiadiscono. E tuttavia i traduttori si sforzano di rendere la vivezza dei colori e le sfumature dei toni”. Ad esempio, traducendo “Il corvo” di Edgar Allan Poe, ho cercato di riprodurre il più fedelmente possibile il suggestivo e arduo gioco di rime, assonanze, allitterazioni, la musica allucinante e patetica che pervade questa funebre canzone del rimpianto, lascio ad altri giudicare se ci sono riuscito.

   Si è scritto e si scrive molto sull’arte della traduzione poetica, e sulle possibilità e qualità della stessa esistono pareri diversi. Alcuni, come ad esempio Vladimir Nabokov nel suo articolo “Problems in translation: Onegin in English”, ritengono che ogni traduzione poetica sia una mistificazione, e che sia meglio limitarsi a fornire il senso generale, preferendo la traduzione letterale o addirittura in prosa. P.B. Shelley, perennemente insoddisfatto della sua traduzione del “Faust” di Goethe, nella sua opera “Defense of Poetry”, si dichiara più a favore della imitazione, che della traduzione letterale. Egli intende l’imitazione come nuova creazione poetica e per questo raccomanda che il traduttore sia anche poeta, raccomandazione fatta anche da altri, come ad esempio il poeta russo Nikolaj Gumiliov nel suo articolo “Le traduzioni poetiche”. Questa a mio parere è una condizione molto importante, anche se ovvia. Però, secondo Shelley, il successo è un fatto casuale. Più spesso accade che il traduttore “adombra con il grigio velo delle sue parole la vivida poesia dell’originale e modifica il testo al punto che nelle mani del lettore non rimane altro che un caput mortuum”. In altre parole, qui più che la figura del traduttore-traditore, appare quella del traduttore-uccisore. Malgrado questi timori, Shelley come si sa, tradusse dal tedesco, dall’italiano e dal latino, sempre con grande passione, anche se non sempre pienamente soddisfatto.

   Oltre a questi pareri così autorevoli, ma piuttosto pessimistici, ce ne sono altri, secondo i quali, a certe condizioni, è possibile creare delle buone traduzioni poetiche. Artur Sandauer, critico letterario, saggista e traduttore polacco, scrive che “compito della traduzione poetica non è quello di abbigliare semplicemente il contenuto dell’originale con la veste di un’altra lingua, ma quello di crearne una nuova, quanto più possibile simile a quella del testo da tradurre…Il lavoro del traduttore della poesia consisterà quindi nel suscitare un’impressione simile a quella del testo originale…Costretti dalle condizioni della traduzione, che è sempre un sistema di compromessi, a volte rinunciamo ai valori secondari a favore dei principali…purché sia salva la generale identità di senso e stile”. Vorrei riportare ora un bel brano di una lezione dello scrittore polacco Jan Parandowski, dedicata alla traduzione letteraria: “Il traduttore, se vuole essere degno dei suoi autori, non può fare a meno delle proprie capacità creative, dell’inventiva, dello slancio, dell’intuito…Quanta bellezza lo attende per la sua fatica…E quanto è bella la fatica stessa!…E’ un fatto straordinario, una insolita e inebriante avventura. Scegliere la cadenza delle frasi, decidere quale tra dieci sinonimi sia proprio quello che rende il testo comprensibile…e gli dà una nuova vita – non di un automa, ma di una creatura come generata nella libertà dello sforzo creativo”. Proprio queste parole dello scrittore polacco spiegano, tra l’altro, perché io ami tanto tradurre la poesia.

   Mi rendo conto che realizzare una traduzione che uguagli perfettamente l’originale è pura utopia, o un caso molto fortunato, come dice Shelley. Personalmente cerco di ricreare con fedeltà il testo poetico, sia pure con certi inevitabili mancamenti. Mi piace conservare le rime, anche se ciò costringe a volte ad allontanarsi dall’originale e a creare nuove immagini, pur restando esse consone al pensiero del poeta e allo spirito del testo da tradurre. Sì, mi piace mantenere le rime perché esse, se non sono banali, costituiscono un’ulteriore sfida, un’ulteriore soddisfazione, e aiutano a conservare la musicalità del verso, come ad esempio in Pasternak.

   Da questo punto di vista, vorrei attirare l’attenzione di chi mi legge sulle difficoltà lessicali e fonetiche della bellissima e magica poesia “Trasformazioni” del poeta polacco Boleslaw Lesmian.

 

Boleslaw Lesmian (1877-1937)[044]

Trasformazioni

 

Soffocante era il buio e di brama – una morsa,

E il fiordaliso, schiarito da un lampo muto,

Trafisse le pupille ad un capriolo in corsa

Nel bosco, sorpreso da un occhio sconosciuto –

E il fiore, azzurrandolo, saltava capriolamente,

E alla fiordaliso guardava il mondo avidamente.

 

Un papavero, là, nel campo senza fine

Si scoprì, e con un grido privo di suono

Si trasanguò in un gallo in piume porporine,

E la scarlatta cresta scosse con frastuono,

E cantò nella notte con terrore insano,

Fino all’eco dei galli veri da lontano.

 

L’orzo, indoratosi d’anelito addensato,

Rizzò le spighe dalla rabbia avvelenate,

Si traschiacciò scricchiando in un riccio dorato,

E corse via pungendo verdi  barricate,

Guaì, e ai fiori tenne il broncio, inciprignito,

E nessuno saprà mai ciò che ha visto e sentito.

 

Ed io – per quale ortica or l’anima mi brucia,

E tra i campi, furtive, le mie gambe vanno?

Perché ora i fiori mi guardan con sfiducia?

Forse qualcosa oscura di me – chissà – sanno?

Che ho fatto per premermi le mani sulla testa?

Chi ero quella notte di cui più nulla resta?

 

   Nella mia traduzione ho cercato di ricreare ritmo, rime, metro e suono. A volte uniformandomi allo stesso Lesmian, ho dovuto inventare dei neologismi, come ad esempio “capriolamente”, “si trasanguò”, “si traschiacciò”, o usare parole non comuni, come “scricchiando” anziché scricchiolando o “inciprignito” anziché accigliato, o creare delle allitterazioni, molto frequenti nel testo polacco:…la scarlatta cresta scosse…si traschiacciò scricchiando…chissà – sanno.  Per via della rima, infine, ho cambiato  alcune parole (poche, in verità), ricorrendo quindi al “compromesso” di cui parla Sandauer.

   Potrei dilungarmi ancora su questo tema, ma mi sembra sufficiente quanto già scritto. Per concludere toccherò ancora una volta il tasto della musicalità, raccontandovi cosa avvenne a Nairobi verso la fine degli anni ’70, quando ero impiegato dell’Alitalia presso l’ufficio di rappresentanza per il Kenya. Un giorno l’Ambasciata Polacca organizzò per me un incontro di poesia. Qualcuno leggeva il testo polacco, mentre io leggevo la mia versione italiana. La sala era al completo e l’incontro riuscì bene. Al termine dello stesso l’ambasciatore  mi ringraziò e aggiunse: – Non capisco una parola d’italiano, ma il suono delle sue versioni mi è piaciuto molto.

                                                                                    Paolo Statuti

Vladislav Chodasevic

14 Gen

Vladislav Chodasevic

 

 

Omaggio a Chodasevič

E’ sepolto nel cimitero di Billancourt, presso Parigi, il poeta che Maksim Gorkij considerava “il migliore che vanti la Russia moderna”. Vladislav Felicianovič Chodasevič, di origine polacca, era nato a Mosca il 29 maggio 1886. Nel 1922 lasciò la Russia per sempre, e dal 1925 fino al giorno della sua morte, avvenuta il 14 giugno 1939, visse costantemente a Parigi.

I suoi primi quattro volumetti di poesie furono pubblicati in Russia: Giovinezza nel 1908, La casetta felice nel 1914, Per la via del grano nel 1920 e La pesante lira nel 1922. I versi da lui scritti all’estero, e riassunti col titolo La notte europea, entrarono a far parte della sua raccolta del 1927. L’ultimo decennio di vita di Chodasevič fu più dedicato alla critica e alle rievocazioni letterarie, che alla poesia.

Non ebbe mai altri guadagni che quelli derivatigli dalla sua attività letteraria, visse sempre negli stenti, cadde spesso gravemente ammalato, ma ebbe amici cari e fedeli tra letterati e poeti, lettori e ammiratori, che non cessarono mai di amarlo.

Scriveva Gumilёv nel 1914, commentando la seconda raccolta di versi La casetta felice: “Non è possibile abituarsi né alla sua fantasia, né alle sue intonazioni – egli ci si presenta inaspettato, con nuove avvincenti parole, e non si trattiene a lungo, lasciando dietro di sé un piacevole inappagamento e il desiderio di un nuovo incontro”.

Per i loro tratti chiari e precisi e per l’immediata efficacia, i versi di Chodasevič incantano anche il lettore più “impoetico”. La loro forma classica è impeccabile, semplice, elegante. La sua concezione della vita è ironica e tragica al tempo stesso. Dalla sua poesia emerge con insistenza l’eterno tema dell’anima immortale e degli ostacoli che le frappongono la materia e la squallida banalità della vita. E’ un continuo alternarsi di estasi metafisiche e di minute inquadrature prosaiche, d’immersioni ed emersioni, di cadute negli abissi dell’esistenza e di slanci mistici.

Scrive R. Poggioli nel suo libro Il fiore del verso russo: “Uno dei procedimenti più cari a Chodasevič è proprio quello di assegnare una grandezza precaria a provvisoria a oggetti meschini o anche di ridurre le cose grandi alle dimensioni di quelli o al loro livello, ed è questo gioco fra il sublime e il minuscolo che gli permette di comprendere l’umanità di ogni oggetto e le lacrime delle cose”. A.M. Ripellino ha messo in risalto il lato “mordace e velenoso” della poesia di Chodasevič, il suo “mondo uggioso e grottesco, nel quale si aggirano personaggi meschini, idioti e mostri dall’apparenza fantomatica”, sottolineando inoltre il pessimismo del poeta, il clima di scherno, l’atmosfera grigia che aleggia nei suoi versi.

E’ vero: Chodasevič è un poeta spaesato in tanto squallore che lo circonda, ma mi sembra che il suo pessimismo, la sua tragedia trovino una via d’uscita, e la sua salvezza sia nel tono serio e pacato della sua poesia, nella sua attitudine a contemplare con un certo distacco i misteri dell’anima e dell’esistenza; la sua è un’ironia assai spesso feroce e maligna, ma sovente è anche serena, ricca di un humor leggero e immediato. La sua rabbia non lo fa tonare, ma lo spinge a riflettere, a partecipare delle altrui miserie, a sorridere lievemente subito dopo aver pianto.

In una lettera del 1 ottobre 1923 Gorkij scriveva al poeta: “I vostri versi An Mariechen sono belli e penetranti. Non so dire di più, ma aggiungerò soltanto che essi suscitano nell’anima il “freddo sibilo della bufera di neve” e nello stesso tempo sono irresistibilmente umani”.

Mi sembra che questo suggestivo giudizio di Gorkij possa essere la giusta insegna sull’incantato “bazar” del poeta Chodasevič.

Paolo Statuti

 

Poesie di Vladislav Chodasevič nella versione di Paolo Statuti

Meriggio

Come il viale è quieto, chiaro, assonnato!

Colta dal vento la sabbia vola via

E l’erba sfiora come un soffice pettine…

Con quale gioia or vengo in questo luogo

E a lungo siedo, semiassopito.

Mi piace, quasi svagato, ascoltare

Ora il riso, ora il pianto dei bimbi, e dietro un cerchio

La loro ritmica corsa sul sentiero. Che bello!

Che frastuono, così eterno e veritiero,

Come di pioggia, di risacca o di vento.

Nessuno mi conosce. Qui sono un semplice

Passante, un cittadino, un “signore”

In pastrano marrone e bombetta,

Niente di speciale. Ecco, una signorina

Mi si siede accanto con un libro aperto.

Un marmocchio col secchiello e la paletta

Si accoccola ai miei piedi. Imbronciato,

Si rigira nella sabbia, ed io così enorme

Mi sembro per questa vicinanza,

Che rammento,

Quando io stesso sedevo presso la colonna

Leonina a Venezia. Su questa creaturina,

Sulla testa nel berrettino verde,

Io mi ergo come pesante pietra

Secolare, sopravvissuta a molti

Uomini e regni, tradimenti ed eroismi.

E il marmocchio con zelo riempie

Di sabbia il secchiello e, presolo, me lo versa

Sui piedi, sulle scarpe…Che bello!

E leggero nel cuore io rivedo

Il cocente meriggio veneziano,

Il leone alato librarsi su di me

Immobile con il libro aperto tra le zampe.

E sopra il leone, rosea e tondeggiante,

Fuggire una nuvoletta. E più in alto, più in alto –

L’azzurro denso e cupo, e in esso scivolare

Minuscole, ma fiammeggianti stelle.

Ora esse ardono sul viale,

Sul marmocchio e su di me. Follemente

I loro raggi lottano coi raggi del sole…

Il vento

Inesauribile fruscia con le ondate di sabbia,

Sfoglia il libro della signorina. E ciò che odo,

Da non so qual prodigio è trasfigurato,

Così tenacemente s’imprime nel cuore,

Che più non mi servon né pensieri né parole,

Ed è come se mi specchiassi

In me stesso.

E a tal punto seduce la viva linfa dell’anima,

Che, come Narciso, io dalla sponda terrena

Mi strappo e volo là, dove sono solo,

Nel mio primevo mondo natìo,

Faccia a faccia con me stesso, smarrito un giorno –

Ed ora ritrovato…E da lontano

Mi giunge la voce della signorina: “Mi scusi,

Che ore sono?”

1918

Il pane

Oggi in cucina c’è una luce che abbaglia.

Col grembiule, cosparsa di farina,

Di tutte le Mignon tu sei la più bella

Con la tua bellezza genuina.

Ti svolazzano intorno coi cestini,

Con il bricco del latte e le fascine,

Spiumandosi le ali, i cherubini…

Tra le nubi, dalle colline

Prorompe la luce, e sulle pentole oziose

Come fasci di strali batte il giorno.

Sfacendosi somiglia a pallide rose

La legna che arde nel forno.

E i densi getti del futuro filone

Nel vaso d’argilla un angelo versa,

Giurandoci che son veri, come il sole,

L’amore, il lavoro e la terra.

1918

Il vizio e la morte

Vizio e morte. Quale tentazione,

E quante gioie in una parola godo!

Vizio e morte pungono allo stesso modo,

E sfuggirà il loro pungiglione

Solo colui che serberà nella coscienza

La segreta chiave di un’altra esistenza.

1921

Elegia

Del giardino Kronverkskij le fronde

Stormiscono ai venti rugghianti.

L’anima la sua gioia effonde.

Non le servono conforto e incanti.

Con occhi ardenti e temerari

Guarda i suoi millenni passati,

E vola con le sue grandi ali

Lungo sciami fuoco-alati.

Là tutto è sconfinato e canoro,

E ciascuno ha un’arpa in mano,

Come nubi, gli spiriti tra loro

Parlano un idioma dolce e arcano.

La mia esiliata con esultanza

Entra nella dimora cara

E la sua orgogliosa uguaglianza

Ai tremendi fratelli dichiara.

E mai più oramai le servirà

Chi sotto la pioggia che sferza

Nel giardino Kronverkskij qua e là

Si trascina con la sua pochezza.

E non coglie il mio povero udito,

Né la mente inerte e banale,

Qual spirito essa sarà in paradiso,

O nel tetro abisso infernale.

1921

*  *  *

Oltrepassa, oltresalta,

Oltrevola, oltre – ciò che vuoi –

Ma liberati: come sasso dalla fionda,

Come stella, caduta nella notte…

Ti sei smarrito – adesso cerca…

Dio sa che cosa borbotti,

Cercando le lenti o le chiavi.

1922

An Mariechen

Stai lì attaccata come una ventosa,

A servir birra dietro il banco.

Ci vuole una ragazza più briosa, –

Tu sei malata e il tuo volto è bianco.

Con quella rosa enorme sopra il petto

Che nessuno ancora ha mai baciato –

Mentre un serto funebre, anche il più gretto,

Sarebbe ornamento più indicato.

E’ così bello, così imperituro

Morire ancor prima di peccare.

Ma i tuoi cari ti troveran sicuro

Qualcuno che ti porti all’altare

 

Un uomo cosiddetto benpensante,

Una persona come si deve –

Sarà un fardello inutile e pesante

Per la tua vita debole e breve.

 

Meglio sarebbe – ignara e sorridente –

Solo a pensarci un fremito avverto –

Abbandonarti in preda a un malvivente

In un boschetto buio e deserto.

 

Meglio – in pochi istanti, senza illusioni –

Conoscer la vergogna e la morte,

E i due sfaceli, le due deflorazioni

Non separare da una stessa sorte.

 

Giacere in terra – l’abito sgualcito –

Sola, in quel bosco di betulla,

Un coltello nel seno illividito.

Nel tuo seno ancora di fanciulla.

 

1923

 

Povere rime

 

Per quattro soldi tutta la settimana

Deperire, affannarsi e trepidare,

Ogni sabato con la moglie befana

Su un boccale abbracciati sonnecchiare,

 

La domenica sull’erba non più verde

Recarsi in treno, stender la coperta,

E di nuovo assopirsi e testardamente

Trovare che tutto questo diverta,

 

E trascinarsi indietro nella dimora

La coperta, la moglie e la giacca,

E non sferrare mai, alla buon’ora,

Alla coperta e al mondo un pugno in faccia, –

Oh, in una tale legge senza scampo,

In una tal ferrea rassegnazione,

oh, le bollicine possono soltanto

Salire sempre in alto nel sifone.

 

1926

 

Ballata

 

Siedo nella mia stanza rotonda,

Siedo, dall’alto rischiarato.

Guardo il sole da venti candele

Lassù nel cielo intonacato.

 

Intorno – come me rischiarati,

Il tavolo, i lisi divani.

Siedo – e nello sgomento non so più

Dove posare le mie mani.

 

Sui vetri silenzioso fiorisce

Un gelido bianco palmeto.

Nel taschino del gilè martella

L’orologio il suo toc inquieto.

 

Oh, della mia vita senza scampo

Inerte, misera povertà!

A chi confidare come io sento

Per me e per queste cose pietà?

 

Ed ecco comincio ad oscillare,

Tenendo serrati i ginocchi,

E a un tratto in versi a parlare prendo

Con me stesso, chiudendo gli occhi.

 

Sconnessi, appassionati discorsi!

Discorsi senza alcun costrutto,

Ma i suoni son più veri del senso,

La parola – più forte di tutto.

 

 

E musica, musica, musica

Al mio canto si avvince,

E sottile, sottile, sottile

Una lama allor mi trafigge.

 

Io emergo al di sopra di me stesso,

Mi erigo sulla morta esistenza,

I piedi nella fiamma nascosta,

La fronte negli astri scorrenti.

 

E vedo con occhi smisurati –

Con occhi, forse, di serpente –

Come il canto selvaggio ascoltano

Le mie tristi cose da niente.

 

E a un fluido ritmico vortice

Tutta la stanza si abbandona,

E qualcuno la pesante lira

Attraverso il vento mi dona.

 

E non c’è più il cielo intonacato

E il sole da venti candele:

Su nere rocce levigate

Orfeo poggia i piedi lieve.

 

1921

 

*  *  *

 

Arde una stella, vibra il cielo terso,

Si cela la notte entro le arcate.

Come non amar questo universo,

Le incredibilità da Te create?

 

Tu m’hai dato cinque sensi bugiardi,

Tu m’hai dato il tempo e la vastità,

Gioca col miraggio delle arti

Della mia anima l’instabilità.

 

Ed io creo dal niente, Signore,

I Tuoi deserti, i Tuoi monti e mari,

Del Tuo sole tutto lo splendore,

Che acceca gli sguardi temerari.

 

E a un tratto distruggo per trastullo

Tutta questa assurdità opulenta,

Come di carte un piccolo fanciullo

Erige una fortezza e poi l’annienta.

 

1921

 

*  *  *

 

O diletto quasi scordato,

O incanti della notturna ora:

Bevi un sorso – ti senti appagato,

Bevi un sorso – e ne vuoi ancora.

 

E la vita all’occhio ubriaco

E’ così profondamente nuda,

Come la flessuosa schiena ossuta

Della donna che mi siede allato.

 

Dell’esile spina dorsale

Io vedo gli anelli incalzanti,

Ad essi mi stringo un istante –

In bocca ho la cipria orientale…

 

Ride la spensierata creatura,

E collegare è un piacere

La conoscenza che non ristora

Con l’incanto di nulla sapere.

 

1928

Per la via del grano

Va il seminatore lungo i solchi diritti.

Il padre e il nonno han fatto gli stessi tragitti.

Luccica nella sua mano il grano dorato,

Ma nella nera terra dev’esser gettato.

E là dove il cieco verme avanza lento,

Morrà e germoglierà nell’arcano momento.

Così l’anima mia segue la via del grano:

Scende nel buio, muore – e rinasce pian piano.

E anche tu mia terra, anche tu, sua nazione,

Muori e rinasci sommersa in questa stagione, –

Poiché una saggezza sola conosciamo:

Tutto ciò che vive segue la via del grano.

1917

 

Così accade chissà perché:

Di notte, il sonno appare –

E il cuore a un tratto è come se

Volesse precipitare.

Ah! – eppure sono a letto.

Ma il cuore batte e batte.

Nella penombra – il dischetto

Incerto del quadrante.

Ma per quella caduta

Tu tremi tuttavia –

O leggera, caduca,

Cara anima mia!

1920

 

L’anima

L’anima mia – qual luna piena:

Fredda e lucente come un diadema.

Lassù nel suo splendore s’immerge –

E le mie lacrime non asterge:

E non l’addolora il mio sgomento,

Né delle mie passioni il lamento;

E quanto qui ho dovuto soffrire –

All’anima non serve capire.

1921

 

Intrighi in borsa, sforzi di stati.

Irruente la valanga avanza.

Ma sempre sotto le Procuratie

Resta viva la noncuranza.

E noncurante si è assopita,

Posate le scarpe accanto a sé,

La non turbata Margherita

Dietro la vetrina di un caffè.

E non senza dolore celato

Vado ed immagino talvolta,

Che Qualcuno, saggio e adirato,

Un dì guarderà a questa volta,

Di punto in bianco si rallegrerà,

Rischiarando il mondo col sorriso,

Lo scialle di una bella ammirerà,

Come me resterà stordito, –

 

 

 

E tutto sparirà in un baleno

Non nel purificante fuoco,

Bensì – nel frivolo e ameno

Veneziano vaniloquio.              

(1924)

 

Il tappino

Tappino sullo iodio pungente!

Come presto ti sei decomposto!

Così l’anima invisibilmente

Ustiona e corrode il corpo.

1921

 

Là, sulle guglie semioscure,

Sui tetti delle autovetture,

Sul ferro della grondaia

La prima neve si sdraia.

Molte volte ho già visto questo,

Sono cose che ormai detesto,

Ma oggi la stessa scena

Sembra nuova e amena.

Proprio io l’anno passato,

Nei divini abissi piombato,

Per sempre il mondo ho rifatto,

Che il tempo non ha disfatto.

E in questo mondo nuovo e austero,

Intenso, rigido e severo,

La prima neve è caduta…

Una neve sconosciuta.

1921

 

Stanze

Accadeva di pensare: per l’istante –

Un anno, due, darei la mia vita…

Non conosce il valore il lestofante

Dei soldi avuti senza fatica.

Ora giorni diversi sono arrivati.

Già sul mio volto c’è qualche scavo,

I miei minuti sono rincarati,

Ora son saggio, austero e avaro.

Molto io vedo, molto so spiegare,

Mentre la mia testa incanutisce,

Io percepisco il moto stellare,

E sento come il prato fiorisce.

E ogni luce che a voi è preclusa,

Ogni fruscìo che a voi è negato,

Fan più ricca l’esperienza confusa

Della psiche, nel delirio piombata.

Oramai non imbroglio più me stesso:

Invecchio, m’incurvo, – eppur ammasso

Tutto ciò che soavemente detesto,

Tutto ciò che amo con sarcasmo.

1922

 

Non mia madre, ma una campagnola –

Elèna Kùzina mi ha allevato.

Sulla stufa mi scaldava la camiciola,

Mi proteggeva da un sonno agitato.

Non conosceva la fiabe e non cantava,

Ma sempre in una scatola di latta

Segretamente mi conservava

Ora una focaccia, ora una cioccolata.

Ella non mi ha insegnato a pregare,

Ma mi ha dato tutto ciò che poteva:

La sua maternità triste e amara,

Tutto ciò che di più caro aveva.

 

E il giorno che dal balcone son caduto,

Ma mi rialzai vivo (come lo rammento!)

Per il miracolo che avevo ricevuto

Un cero da un soldino accese al Sacramento.

Ed ecco, o Russia, “potenza reboante”

Tormentando con le labbra il suo seno,

Ho succhiato il diritto angosciante

Di amarti e di maledirti non meno,

Nell’onesta impresa, nella gioia dell’estro,

Che sempre io servo con dedizione,

Il tuo genio prodigioso – mio maestro,

La tua magica lingua – mio campo d’azione.

E di fronte ai tuoi figli ignavi

A volte io posso ancora esser fiero,

Di custodire la lingua degli avi,

Con amore più geloso e sincero…

Fugge il tempo. Il domani non occorre,

Nell’anima il passato è incenerito,

Ma il segreto conforto ancor mi soccorre,

Che tuttora anche per me esiste un nido:

Là, dove nel cuore, ormai verminoso,

L’amore per me serbando immutato,

Riposa accanto ad ospiti famosi,

Elèna Kùzina, colei che mi ha allevato.

1922

 

Come un’ape laboriosa,

Trillando e fremendo qual lira,

Tu, o pensiero, ti aggiri

Sull’anima – eterna rosa.

Al suo geloso calice

Con brivido profanatore

Ti stringi e suggi il nettare

Nella vita senza luce.

Ti getti giù a capofitto

In fragranti abissi – e di nuovo

Entri nel substellare mondo,

Di polline rivestito.

E alla tua bizzarra cella,

Semiubriaco torni volando,

Sovraccarico, accumulando

Per gli uomini – il miele, per Dio – la cera.

1923

 

Finestre sul cortile

Un povero grullo presso le fontane

Non fa che lamentarsi da stamane,

E non ho una scarpa superflua,

Da tirargli dritta sulla testa.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Risuonano pentole, piatti, pianini,

Cullan le balie gli urlanti bambini.

Alla finestra un sordo siede sorridendo,

Del suo silenzio estatico godendo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

Un attore davanti a una specchiera opaca

Scrive una lettera e ritratti bacia, –

E provando la sua parte con onore,

Per l’ennesima volta muore l’eroe.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Un padre sta uscendo, saluta la moglie,

Ma torna indietro, bianco come un lenzuolo:

– Non gli piace la zuppa di cipolle!

Bisogna sculacciarlo quel figliolo!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Un vecchio non rasato il letto scosta,

Si accinge a conficcare un chiodino,

Ma a disturbarlo, neanche a farlo apposta,

Sta salendo le scale un inquilino.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Tra i fiori un operaio giace sul letto.

Monete sugli occhi, le lenti sul panchetto.

Legate le mascelle, congiunte le mani.

Nel ghiaccio oggi, nel fuoco domani.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Quel ch’è giusto è giusto! Possedere

Una fanciulla con la forza non puoi!

Devi prima leggerle dei versi, e poi

Offrirle anche da bere…

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

L’acqua dentro al muro s’è messa a guaire:

Dev’esser arduo nei tubi fluire,

Sempre nell’oscurità e nella strettezza,

In una tale strettezza e oscurità!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

1924

 

 

Davanti allo specchio

                             Nel mezzo del cammin di nostra vita

Io, io, io. Che parola brutale!

Possibile che sia io – quello lì?

Davvero la mamma amava un tale

Semicanuto, giallolarvale

E saccente come una serpe?

Davvero il ragazzo che d’estate

Danzava ai balli di campagna, –

Son’io, quello, che con rimbeccate

Gialligne suscita nei vati

Ribrezzo, spavento e condanna?

Davvero quello che nelle questioni

Notturne dava tutto il suo ardore, –

Sono io, quello stesso che poi

Nelle tragiche conversazioni

Ha imparato a tacere e celiare?

Del resto – così è sempre a metà

Del fatale terreno vagare:

Da una futile causa – alla causa,

E guardi – sei sperso nel deserto, e là

Le tue impronte non puoi trovare.

Sì, non la pantera dalle sterpaglie

Mi ha spinto in un solaio straniero.

E non c’è Virgilio alle mie spalle, –

C’è solo la solitudine – nell’ovale

Dello specchio che dice il vero.

1924

 

 

Pinacoteca

Attraverso le sale nel torpore.

Disgusto di verità e bellezze.

Meraviglie mai viste finora,

In anticipo so ammettere.

Ed è arduo, e arreca pur dolore

Vivere d’anima – quanto, chissà? –

Nel paesaggio di un sognatore,

In un’ora guizzata tempo fa.

Batte il genio dell’uomo senza sosta:

In alto, in basso. Diciamo anche:

Di questo botta e risposta

E’ ormai lecito esser stanchi.

Ma sì! Basta! La testa scoppia via

Dinanzi a una fila di Madonne, –

Ed è una tale gioia che in farmacia

Si trovi l’aspro piramidone.

1924

 

Il fonografo

Dormiva il piccino, mentre il fonografo

           Sbraitava incessante la Traviata.

Con quell’urlìo qual sonno soporifero

           E’ entrato nella sua mente separata?

D’un tratto la madre solleva la membrana –

           Il sonno è fuggito, il bimbo s’è svegliato,

Egli lancia un grido. Dalla sua buia tana

           Tutto il silenzio in lui s’è riversato…

Oh, le nostre povere anime non straziare

           Col tuo silenzio così terrificante!

Noi ti supplichiamo – il sonno non cessare

           Per la notte eternale, troppo stellante.

1927

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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