Archivio | aprile, 2021

Sergej Esenin: “La confessione di un teppista” tradotta da Paolo Statuti

24 Apr

Non tutti sanno cantare,

Non tutti sanno come una mela

Cadere ai piedi altrui.

Questa è la più grande confessione

Che un teppista possa fare.

Io vado spettinato a bella posta,

La testa sulle spalle come lume a petrolio.

L’autunno sfrondato delle anime vostre

Mi piace nell’oscurità illuminare.

Mi piace quando le pietre delle ingiurie

Mi colpiscono, come grandine di bufera ruttante,

Io allora stringo più forte con le mani

Della mia chioma la vescica ondeggiante.

È così bello allora ricordare

Lo stagno coperto d’erba e la voce roca dell’ontano,

Là dove vivono mio padre e mia madre,

Che se ne fregano di ciò che scrive la mia mano,

Ai quali io sono caro come il campo e la carne,

Come la pioggia che in primavera rende soffice il prato.

Essi verrebbero a infilzarvi col forcone

Per ogni insulto che mi avete lanciato.

Poveri, poveri contadini!

Voi, certo, vi siete imbruttiti

E temete Dio e lo spirito palustre.

Oh, se voi solo capiste

Che vostro figlio in Russia

È il poeta più illustre!

Non si coprivano di brina i vostri cuori

Quando bagnava i piedi nudi nelle pozze autunnali?

Adesso egli cammina col cilindro

E costosi stivali.

Ma vive in lui lo stesso spirito scherzoso

Del campagnolo birichino.

A ogni mucca sull’insegna delle macellerie

Già da lontano lui fa un inchino.

E, incontrando i cocchieri sulla piazza,

Ricorda i campi e l’odore del letame,

Ed è pronto a reggere la coda di un cavallo,

Come la coda di un abito nuziale.

Io amo la patria.

Io amo molto la patria!

Benché coperta di tristezza come quercia rugginosa.

Mi piacciono i grugni sudici dei maiali

E il verso sonoro dei rospi nella notte silenziosa.

Sono dolcemente malato di ricordi dell’infanzia,

Sogno la nebbia e delle sere d’aprile ogni ora.

Il nostro acero si accovacciava

Per scaldarsi al fuoco dell’aurora.

Oh, quante uova dai nidi delle cornacchie

Io rubavo, arrampicandomi su di esso!

È sempre com’era, con la corona verde?

E la corteccia è dura ancora adesso?

E tu, mio caro,

Fedele cane pezzato?!

La vecchiaia ti ha reso ceco e brontolone,

Ti trascini nel cortile con la coda ciondoloni,

Col fiuto non trovi più la porta né la stalla.

O, come sono care tutte le scappatelle,

Come quando a mia madre una crosta di pane rubavo,

E insieme un morso ciascuno

Senza imbrogliare la mangiavamo.

Io sono quello di sempre.

Il mio cuore è sempre lo stesso.

Come nella segala i fiordalisi, fioriscono gli occhi come viole.

Stendendo di versi stuoie dorate,

Ho voglia di dirvi tenere parole.

Buona notte!

Buona notte a voi tutti!

Ha smesso di sonare nell’erba la falce dell’alba…

Oggi ho una gran voglia

Di pisciare sulla luna dalla finestra.

O luce azzurra, luce così azzurra!

In questo azzurro neanche morire è un dispiacere.

Che importa se sembro un cinico

Che si è messo una lanterna sul sedere!

Buon, vecchio, stremato Pegaso,

Ho forse bisogno dei tuoi soffici trotti?

Sono arrivato come severo maestro,

A decantare e glorificare i ratti.

Come agosto, la mia zucca versa

Il vino dei burrascosi capelli.

Voglio essere una vela gialla

Verso il paese dove navighiamo.

Novembre 1920

(C) by Paolo Statuti