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Urszula Kozioł

2 Ott

 

Nel mio blog musashop.wordpress.com ho già pubblicato tempo fa diverse poesie della poetessa polacca Urszula Kozioł, mia carissima amica. Quelle che pubblico oggi nella mia versione sono le ultime da lei scritte nel 2017.

 

Prima del commiato

“Canto a me e alle Muse…”

(Jan Kochanowski)

 

Credo nelle cose che non si vedono

nella musica che non si sente

credo nelle parole non dette

che rimangono nell’ipotesi

e in quelle impensabili

anche se da qualche parte esistono

 

Credo nel grido del silenzio

e nella capacità di superare il limite

del tempo e del territorio

tramite un verso

che sa sollevarsi

e da una lingua a un’altra

facilmente trasferirsi con “piedi di piombo”

 

Credo che l’inesistente

mi trasformerà e illuminerà

perché io scompaia più silenziosa

da questo mondo

senza spaventare una farfalla

pensierosa sopra un fiore

(perché forse presto proprio essa

si tramuterà in me)

 

Lettere dell’alfabeto

Il mondo effettivo scompare

in mondi paralleli

io già vivo più nel virtuale

che nel reale

 

Mando lettere a nessuno

invento risposte

cerco di attingere fiducia

dal fruscio degli appunti

 

Qua e là gironzolo ed erro

nel letamaio delle parole imbrattate

prive di senso fino ad essere lettere nude

 

Come riunire queste lettere di nuovo

come riordinarle

come spostarle da parola a parola

 

La finestra

“Solitudine – a che serve la gente, cos’è il cantore per la gente?…”

(Adam Mickiewicz)

 

Gli amici sono già corsi da persone più allegre

non si sognano di chiedersi come vivo

 

I miei morti erano affiatati

io non servo loro più a niente

 

Non devo affatto ritirarmi nel deserto

per riflettere sul mio destino

 

Il mio deserto sono queste quattro pareti

la porta alla quale nessuno bussa

il telefono muto

Il mio deserto è la città piena di frastuono

essa mi ha voltato le spalle coi grattacieli

(che mi hanno tolto l’orizzonte

ancora ieri visibile dalla finestra della cucina)

 

Metamorfosi

 

Camminando mi sorprendo

a muovere le labbra muta

ma non so che cosa

ostinatamente taccio a me stessa

 

e a un tratto senza preavviso

da se stesso si svincola un verso

come dalla propria crisalide

adagio e a fatica la cicala

esce buffamente un piedino dopo l’altro

un occhio dopo l’altro

alla luce

libera dai gangli le alucce

le distende

e canta subito

a gran voce col loro aiuto

 

Tra le linee

 

Le linee del cuore e della vita

sul mio palmo

si scostano tra loro

corrono come rotaie

verso un binario morto

 

tra loro

si è stesa l’assenza delle parole

e in ciascuna separatamente

un segno di reticenze

di irriflessioni

 

tra loro un grande NIENTE

ha messo radici

 

tra loro banchi

di sabbia fittizia

 

un qualunque soffio anche il più lieve

già mi versa la polvere negli occhi

 

non posso trovare me stessa

mi sono smarrita

 

Invece di una poesia

 

Faccio passi incerti

seguendo il moto ondulato

di sparse particelle di linguaggio

e di singole lettere

trepidamente aggomitolate

ancora non messe in ordine

né in un alfabeto

né in una parola

nessuna sa ancora

con quale altra

e in quale riga deve disporsi

secondo il suggerimento

e secondo la formazione a delta

presa in cielo da oche e gru

al momento di volare via.

 

Battito d’ali

 

Già pensavo che per sempre

il cuore si fosse seccato

che attraverso questi aridi deserti

il verso vivo non passerà

un vento improvviso mi ha strappato

all’immobilità

mi sono aggrappata a una parola

per non cadere

 

adesso questa parola ha richiamato un’altra

e già entrambe insieme

chiamavano altre e altre ancora

alla fine sono riuscita a raggiungere il suolo

sotto i piedi del verso

ho toccato il fondo

e finalmente sotto i suoi piedi

ho ripreso fiato

 

               *

Le parole hanno preso il loro posto

l’ultima della prima riga

si è unita all’ultima

della terza riga

e tra loro due

si è sparsa l’assenza di parole

bianca come un velo

o piuttosto come una benda

e da sotto questo candore improvviso

si è alzato un frullo

e invisibili ali

mi battevano sugli occhi

 

                *

Le parole vorticarono

e una dopo l’altra con improvviso slancio

scomparvero in una nuvola lattea

e  ho sentito

che mi rubavano un frammento di anima

e lo portavano non si sa dove

e non si sa dove l’hanno lasciato

e di nuovo il cuore si è seccato

non so per quanto tempo

e ho sentito gli inarrestabili piedi

di un verso che svaniva

che di nuovo mi abbandonava

e – non saprò per quanto tempo –

di nuovo mi ha strappato la penna di mano

 

Ai margini del crepuscolo

 

“L’orologio batte la mezzanotte,

scompari malinconia”

(Jan Kochanowski)               

 

Sono annegata nelle lacrime

mi ha trafitta il momento nero

dell’uomo amato

non sono riuscita ad uscirne

 

mai mi sono salvata per miracolo

sono precipitata in un burrone

mi hanno perso di vista

hanno ripreso le ricerche un anno dopo

nessuno sa con quale risultato

per questo resto nel dubbio

vivo non vivo – –

 

recentemente

mi sono impigliata in un fato

si è visto che non era il mio

sono finita qui per errore

ormai non stava bene ritirarsi

non provengono da ciò questi sogni

altrui che si ripetono

e non mi appartengono? –

 

mi soprende la presenza nei miei sogni

di tante persone

mai viste prima

e anche di luoghi

di paesaggi nei quali

– che strano! – mi sento a casa mia

riconosco le strade, le case

so quale tram prendere

e per quale guado senza pericolo

passare dall’altra parte del fiume

 

i sogni bucati favoriscono

le immagini inventate

di sicuro si insinuano tra le fessure

mi stupiscono

le insolite costruzioni

nonché le vetrate in cattedrali deserte

mai essendo desta le ho incontrate così…

neanche simili persone…

 

Discuto con loro ma non so di che

corro corro

per non perdere il treno

benché mi invitino a restare

vogliono offrirmi qualcosa

forse ballare un po’ – –

 

Questo mondo parallelo chiaramente

vuole assuefarmi a sé

suscitare curiosità

anche se al tempo stesso fa tremare

perché mi è difficile conciliarmi

con lo stato così confuso della mia anima

che furtivamente da me già si allontana

verso spazi abissali

che non hanno né il lato destro

né il sinistro

né la parte bassa né quella alta

 

né il centro né l’estremità

e sono assolutamente

definitivamente incomprensibili

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Joanna Kulmowa

25 Set

 

 

  

 

Joanna Maria Kulmowa è nata a Łódź il 25 marzo 1928. Della sua infanzia parla con tenerezza, anche se afferma che essa avrebbe avuto un corso più felice se “lei fosse stata meno piagnucolona”. Si ricorda come anima solitaria, amante della natura e “bambina eternamente sconsolata”. Trascorse gli anni della guerra prima a Varsavia e poi a Milanówek. Nel 1945 tornò a Łódź. Sognava la carriera teatrale. Conseguito il diploma all’Accademia d’Arte Drammatica nel 1952, studiò regia all’Accademia Teatrale di Varsavia fino al 1955. Nel 1954 la censura le impedisce di pubblicare i suoi testi. Per puro miracolo non viene espulsa dalla scuola superiore per avere eseguito i canti di Natale durante il campeggio invernale studentesco. Un’altra volta viene redarguita da membri del partito, per aver recitato all’Accademia la poesia A un uomo semplice di Julian Tuwim (v. nella mia versione in musashop.wordpress.com).

Durante gli studi lavorò come aiuto regista nei teatri Contemporaneo e Nazionale e come regista nel Teatro Polacco di Poznań e nel Teatro di Danzica. All’inizio degli anni ’60 fondò col musicologo Stefan Sutkowski la Sala da Camera presso la Filarmonica Nazionale.

Come lei stessa ricorda, cominciò a scrivere versi quasi per gioco, quando dettò una poesiola per la nonna malata; la dettò, perché ancora non sapeva scrivere. La sua prima composizione poetica uscì nel 1945 sulla rivista di Łódź L’Amico con il titolo Storiella di un moscerino che nella minestra nuotava. Ma lei considera come suo vero debutto poetico gli Appunti di Zakopane dedicati a Tuwim (Nuova cultura, 1954).

Nel 1952 conobbe il suo futuro marito Jan Kulma, regista, filosofo e musicista. La Kulmowa ricorda: “Facevamo passeggiate nel parco e poi esse si trasformarono in relazione amorosa”. Oltre alla comune passione per il teatro,  li univa l’attaccamento allo stesso libro: Il vento tra i salici di Kenneth Grahame, nell’infanzia lui era stato il Tasso e la piccola Joanna il Topo.

Nel 1961 i due coniugi si trasferirono nella campagna di Strumiany, nei pressi di Szczecin. La Kulmowa scrive: “Io amavo il bosco, Jan cercava silenzio e tranquillità per la sua filosofia”. Descrisse così questo periodo della sua vita nel libro Passeggiate a Strumiany: “Anche 35 anni di permanenza in un luogo sono una passeggiata, se non nello spazio – nel tempo. Nel 1968 rischiarono la confisca della loro casa, quando la poetessa si rifiutò di sottoscrivere la decisione del partito di espellere dall’Unione dei Letterati Polacchi lo storico e saggista Paweł Jasienica e lo scrittore e compositore Stefan Kisielecki. Nel 1996 Joanna e Jan lasciarono Strumiany e si trasferirono a Varsavia, donando alla Biblioteca dell’Università di Szczecin molti preziosi ricordi: libri, quadri, mobili antichi.

Nel periodo dello stato di guerra prese parte col marito al boicottaggio degli attori e per questo persero l’unica fonte di sostentamento – la regia. Allora Jan trovò lavoro presso il suo parroco come organista. Negli anni 1996-1998 Joanna Kulmowa fu presidente della Associazione degli Scrittori Polacchi.

La sua creazione comprende 24 raccolte di poesie, in gran parte per bambini,

più di 20 testi drammatici e radiofonici  e 5 libri di prosa, tra i quali ricordiamo i romanzi metafisici e ricchi di fantasia poetica Arri, Leocadia! (1965) e La stazione “Mai nella vita” (1967), nei quali esprime ai giovani lettori le sue riflessioni sui contenuti fondamentali dell’esistenza umana e sugli aspetti del mondo contemporaneo. Ma i numeri non rendono la ricchezza del suo linguaggio, la straordinaria semplicità e originalità, né il lirismo, il calore e l’arguzia di Joanna Kulmowa. Scrive Jan Miodek, linguista e professore di scienze umanistiche: “Con assoluta certezza annovero Joanna Kulmowa tra i maggiori maestri polacchi della parola, per la sua ricerca di parole uniche, irripetibili, autentiche. Tutta la sua creazione poetica è come un lavoro artigianale che il poeta deve eseguire abilmente, proprio come un artigiano”.

Tra le poesie per adulti ricordiamo in particolare: Poesie scelte (1988), Il mio supplemento (1990), Richiesta d’infinito (2015), 37 Joanna Kulmowa (2017). In essi la poetessa cerca di conoscere l’Inconoscibile, di esprimere l’Inesprimibile e di toccare l’Intangibile.

Come autrice per l’infanzia Joanna Kulmowa è definita dai critici la Astrid Lindgren polacca. In quasi ogni sua opera la scrittrice esalta la vita e la forza dell’immaginazione, incantata dal mondo naturale e cercando in esso le impronte divine. In uno dei suoi libri scrive: “Io fin dall’inizio sentivo, e poi sapevo, che la mia vita sarebbe stata una lunga serie di miracoli, e ogni giorno mi sveglio con un presentimento metafisico, e ogni sera mi addormento con la stessa fede infantile che domani accadrà qualcosa di straordinario. E ciò accade! Continuamente faccio la conoscenza di persone non comuni, prendo parte ad avvenimenti inattesi”.

Nel 1968 in una sua lettera allo scrittore Kornel Filipowicz, Wisława Szymborska scriveva a proposito di Joanna Kulmowa: “…una mia cara amica e una poetessa grossolanamente sottovalutata”. Oggi questa scrittrice e poetessa è giustamente apprezzata non solo in Polonia per i suoi notevoli meriti letterari, e può vantare il titolo di “first lady” polacca nel campo della letteratura per l’infanzia e per la gioventù. Ha ricevuto diversi prestigiosi premi e riconoscimenti, e le sue opere sono tradotte in molte lingue.

 

Poesie di Joanna Kulmowa tradotte da Paolo Statuti

 

Chagall

La fidanzata, la fidanzata,

guarda, l’asinello raglia sul prato.

Io non andrò, là tre candele,

tre angeli che cadono.

 

Non aspettiamo neanche un istante,

il cielo intreccia corone di pioggia.

Qui si soffoca per troppe farfalle.

Tu ancora vivi? Ancora vivo.

 

Il fidanzato, il fidanzato,

per me suona il morto Herszel.

Cose terribili in questo villaggio.

Tu ancora vivi? Ancora vivo.

 

Va’ in cielo. Là riposerai.

Solo non guardare. Non pensare.

Voleremo di sbieco, di sbieco,

finché non ci troveremo mai.

 

1959

 

L’infallibile opinione

Oltreoceano in Pennsylwania

lontano da qui eccome!

un tale lasciò in deposito

la sua infallibile opinione.

L’assicurò per una somma ingente

foderandola con dodici tele

poi chissà dove se ne andò.

Si smarrì e non tornò.

Ma l’infallibile opinione trapelava

ed era più insidiosa della lebbra

e scoppiò a un tratto in Pennsylvania

un’epidemia d’infallibili opinioni.

I virus a tiro rapido e precisi

correvano in città come vento velenoso

che diventò davvero mortale

e per molti indecisi fu l’eterno riposo.

Di certo sarebbe morta tutta la nazione

per via di quell’appestamento –

ma qualcuno finalmente alla buon’ora

scoprì la fonte di quel funesto evento.

Se non avesse buttato via quell’opinione

non sarebbe rimasta pietra su pietra.

Grazie a Dio l’infallibilità va in malora.

Anche con l’assicurazione.

 

1967

 

 

Lazzaro

 

Cos’è?

Una rappresentazione?

Perché io mi strappi di dosso il sudario?

“Guardate come scompare la rigidità cadaverica!”

E voi

sapete freddarvi?

Sapete che significa inerzia?

 

Già in polvere lentamente mi mutavo –

questo dalla polvere di nuovo mi forma.

Non voglio i vostri occhi sgranati.

Ridatemi il sudario.

 

Per questo morire nel sudore della fronte,

per questo faticare mortalmente,

per burlarsi di me?

 

Ecco come si tratta Lazzaro

per la vostra gioia.

Pietosamente lo risuscita dai morti.

Crudelmente lo fa morire due volte.

 

1988

 

Le poesie

 

Le sospetto di pochezza e imponderabilità

mi sospetto di logorrea

grondante al pensiero di mordere il mondo.

 

Non me ne vogliono per questo

accettano di essere la mia saliva

sono disposte a farlo.

 

Saltano fuori dalla bocca

con la formula magica di una lepre

volgendo la lingua in metafora

chiudendo una rondine in una gabbia di tre sillabe.

 

Sgambetto nella mia breve distanza coi piedini dei versi.

 

Mi affretto.

Tengono il passo con me.

Tengono il passo con le mie parole.

 

1988

 

Giuda

 

Ho creduto alle parole e ai miracoli,

non sapevo fare niente, tranne aver fiducia.

Allora Lui mi chiamò: – Giuda,

tu mi ami più sinceramente degli altri.

 

Posò una mano sulla mia testa,

dicendo attraverso il calore e il tatto:

– Ho scelto te, perché sei un UOMO,

Ascolta, ascolta, tu bello di bruttezza.

– Ricorda, da te voglio questo:

aprimi la via del martirio,

non secondo me, ma contro di me

tu devi fare la tua scelta.

 

E la morte del Tuo corpo,

è il Tuo trionfo e il mio  peccato.

Per cosa ho ascoltato la Tua dottrina,

ah, io devoto, piccolo uomo innamorato?

 

Dunque cedere alle Tue esigenze

significa il proprio essere degradare?

Dovevo pur uccidere, perché tu potessi,

o Idea, tramite me te stessa diventare!

 

1988

 

Lettera ad Andersen

 

Io la ringrazio

signor Hans Christian

per le favole molto infantili.

 

Per lo spazzacamino che amava la pastora.

Per l’usignolo –

perché aveva un cuore vivo.

Per il vetrino della regina della Neve.

E per la triste sorte del soldatino di stagno.

Per la principessa sul chicco di pisello.

 

Per l’Ombra

che dappertutto mi accompagna.

E per ogni brutto anatroccolo

il quale adesso sa

che diventerà

un cigno.

 

La polvere

 

E io amo la polvere.

Amo la polvere

e basta.

 

Perché quando il sole entra nella stanza

accende granellini danzanti

e balleranno così bene senza musica

i dorati fili

le dorate scintille

i dorati dorati puntini.

E quando si coprirà di polvere il ripiano

si possono con un dito fare righe e cerchietti

e una navicella disegnare e le onde

e andare su di esse quanto più lontano

fino al paese sul tavolo

dov’è la polvere dorata sul campo

e sulla strada dorate nubi danzanti.

 

E in quet’oro

il sole tramonta.

 

Non crescere troppo per il sogno

 

Sembra che per questo si cresce troppo,

che il tempo cambia più del bisogno,

Tu non cambiare, rimani così,

non crescere troppo per il sogno.

 

Anche se non ti ci trovavi bene,

anche se con esso stavi male,

cambialo un poco, un tantino,

ma non gettarlo a mare.

 

Diranno che sei ancora bambino,

forse ti rifaranno il verso,

ma tu non badare a loro,

sii così come sei, non diverso.

 

E anche se non riuscissi a cavartela

nel mondo che cambia più del bisogno,

non preoccuparti, resta come sei,

non crescere troppo per il sogno.

 

 

Come sono

 

Come sono?

A volte alta alta

lacero le nubi coi rami della testa

di aghi

e di scorza di pino mi vesto.

 

A volte

piccola piccolina

una coccinella davvero

sotto gli arbusti di mirtilli giro

e penso che sia il bosco intero.

 

A volte

sono una fiamma, un lago ardente

canto

odoro di falò.

 

A volte sono

un mare verde chiaro.

Negli occhi isole lontane e vicine.

 

E a volte ancora –

il più volentieri il più spesso –

sono come il cielo stesso

il più vasto

che abbraccia tutto ed è ovunque.

 

Nella notte aperta con la chiave di violino

 

O Dio che hai creato gli usignoli senza peccato

e il silenzio della notte per loro nelle fronde

perdonaci per lo stridio dei megafoni

per il torrente inquinato

e per non essere degni di questo mondo.

 

Per aver tutto intorbidito

stordito

logorato

e per tacere solo quando morti

perdonaci.

 

Lasciaci sulla nota dell’usignolo

quando il silenzio sull’acqua trilla e cinguetta.

Fa’ che io di nuovo impari il vento la pioggia la quiete

nella notte per l’eternità aperta

dalla chiave di violino

dell’usignolo.

 

2015

 

*  *  *

 

Si è stretto un poeta a una nuvola.

Il mondo chiassoso passa accanto.

Si è stretto il poeta si è smarrito.

Sta la gente ai bordi e niente vede

stupida.

 

Istupidite stanno le auto

i tram.

E sulla città il frastuono tace cessa.

La città tace in sé oltre se stessa.

 

Una nuvola soltanto c’è

non più in alto

non più lontana.

 

E nella nuvola brilla

la  p a r o l a.

 

2017

 

Pensi a me

 

Sono passati inverno primavera estate autunno

e tu pensi a me

o mio bosco lontano.

 

Quando le api ronzano sui gelsomini

tu pensi a me

con la resina dei pini.

 

Quando il faggio arrossisce

tu pensi a me

con il rosso che marcisce.

 

Quando la quercia nuda le foglie indossa

tu pensi a me

con amarezza e con forza.

 

Dovunque la morte mi porterà

sarò con te

sarò te

o bosco.

 

2017

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Adam Asnyk

9 Set

 

 

Adam Asnyk

  

 

Poeta e drammaturgo polacco, Adam Asnyk nacque a Kalisz da nobile famiglia l’11 settembre 1838. Suo padre partecipò all’Insurrezione di Novembre (1830-1831) e per questo fu deportato in Siberia. Il poeta, educato nello spirito del patriottismo, prese parte a sua volta all’Insurrezione di Gennaio (1863). Frequentò a Varsavia la facoltà di medicina nel 1857 e successivamente studiò filosofia e storia a Heidelberg. Compì un primo viaggio in Italia nell’inverno del 1864-65. Conseguita nel 1866 la laurea in filosofia all’Università tedesca, pubblicò nel 1868 la commedia in versi “Il rametto di eliotropio”. Nel 1869 uscì la sua prima raccolta di poesie. Tornò in Italia (1872-73), dove scrisse un dramma storico – “Cola Rienzi” e uno sociale – “L’Ebreo”. Nel 1872 sposò Zofia Kaczorowska che morì un anno dopo. Partecipò alla vita pubblica, dapprima come consigliere comunale (1883), poi come deputato alla dieta provinciale di Leopoli (1889). Già malato di tisi, nel 1897 a Napoli contrasse una forma di tifo e dopo lunghe sofferenze morì a Cracovia il 2 agosto dello stesso anno.

Adam Asnyk iniziò la sua creazione letteraria negli anni 1864-65. Nella letteratura polacca egli rappresenta un fenomeno a se stante. E’ difficile inquadrare le sue opere in un concreto momento letterario. Fu poeta della generazione che all’indomani della fallita Insurrezione di Gennaio voltò le spalle ai poeti del Romanticismo e cominciò a opporsi alla realtà presente in nome del futuro. La lirica “Inutili rimpianti” è come una lettera aperta ai romantici, una discussione su due opposte visioni del mondo: romantica e positivista, cioè su passato e futuro, tradizione e modernità. La sua creazione si può dividere in due periodi. Nel periodo legato alla città di Leopoli il poeta si rifà anzitutto al passato, al significato che la sconfitta del 1863 ebbe per chi considerava la libertà della nazione lo scopo della propria vita. La sua lirica, piena di amarezza, è espressione delle perplessità spirituali ed esistenziali acuite dalla tragedia nazionale.  Un capitolo a parte è costituito dalla poesia amorosa, in cui il poeta in una ricca gamma di sentimenti esprime tristezza, malinconia e i delicati fremiti del suo cuore. Le poesie del periodo cracoviano segnano una riconciliazione con il mondo, la ricerca di un’intesa con la contemporaneità, la conferma che i valori spirituali non periscono. In questo contesto ricordiamo le poesie dedicate ai monti Tatra, e tra esse in particolare “Il cembro”, in cui il poeta raggiunge una perfetta armonia tra la descrizione del paesaggio montano e le riflessioni sul mistero della vita. Il cembro cresce solitario, respinto dagli abeti nani che rapprentano l’umana mediocrità. Egli invece raffigura l’uomo che attraverso le sue aspirazioni e i suoi sogni viene nobilitato.

La creazione di Asnyk vede i lati oscuri della vita che non tutti possono scorgere. Riflette sulla volubilità dei sentimenti umani. Afferma che l’amore può facilente morire, che chi soffre può trovare conforto nella natura. “I monti e il mare – scrisse il 28 maggio in una lettera al padre – è l’unica medicina universale per i malanni, là respirando l’aria fresca e profumata, godendo la fresca e sublime natura, si possono dimenticare le sofferenze e le preoccupazioni…”

Pubblicò 4 raccolte di poesie e un ciclo di 30 sonetti, dove espresse il suo sistema filosofico, come tentativo di conciliare l’idealismo col realismo positivista, nonché numerosi drammi. Caratteristica principale della sua poesia è la perfezione formale dei versi e delle rime, la chiarezza e la precisione della parola e dell’immagine, e la trasparenza compositiva.

Secondo il critico Tedeusz Chrzanowski, “nessuno tra i poeti postromantici ha altrettanto diritto al nome di poeta europeo, quanto Adam Asnyk”.

 

Poesie di Adam Asnyk tradotte da Paolo Statuti

 

Nell’antiinferno

Un giorno mia moglie mi ha così irritato,

Che m’impiccai, successe in inverno.

L’anima volò subito all’inferno

E il corpo alla corda restò attaccato.

In un abisso scuro finì il suo volo,

Tremando come foglia di terrore,

E quando dello zolfo sentì l’odore,

Capì che era il regno del sottosuolo.

E non appena l’anima poverina

Sull’orlo di un burrone si ritrovò,

Il terribile Cerbero azzannò

Le falde della mia pellegrina.

Strappava con rabbia e forza alla cieca,

Cercavo di difendermi ad ogni costo.

Ma intanto la mia veste quel mostro

Aveva trasformato in tunica greca.

 

Quindi in questo classico abbigliamento

Io, nobiluomo del Podolano,

Camminavo, e dal mio vestimento

Pensavano che fossi un pagano,

Caronte mi mise una catena al collo

E al corpo di guardia mi portò diretto,

Là dove davanti all’ìnfero prefetto

Bisognava stendere il protocollo.

 

Nel tribunale Eaco era seduto,

Vicino a lui Minosse e Radamanto;

Mi guardavano di sbieco ogni tanto,

E poi mi chiesero: “Perché sei venuto?”

Visto che li fissavo con occhi assenti,

Non sapendo proprio che cosa dire,

Radamanto si alzò in preda all’ira

E urlò: “Perché? Mi senti o non mi senti?

Con quale diritto sei qui, con quale?

Che hai fatto per meritarti l’inferno?

Dei tuoi delitti è così lungo l’elenco

Da procurarti una fama criminale?

Hai forse come capo senza pietà

Sguinzagliato nel mondo le tue orde,

Oppure hai seminato incendi e morte,

Chiamando in aiuto le divinità?

O come novello titano del male

I cieli interi volevi violentare,

E la terra volevi trasformare

Distruggendo il fatalismo spirituale?

O della vendetta eri l’Oreste

Nel sangue delle tue care persone?

Di’, cosa ti ha dato la reputazione?

Il delitto? il tradimento? l’incesto?

 

Io risposi, nobile creatura atterrita:

“Mi prenda di diavoli una masnada,

Se ho mai impugnato una spada

In tutta la durata della mia vita!

Io sono benestante e onorato…

Miei cari signori qui risiedenti ,

Ma come possono le vostre menti

Pensare ch’io sia così scellerato?!

La mia vita è stata sempre esemplare.

Senza macchie davanti a Dio e alla gente,

Amico sempre fedele e diligente,

Ho evitato con cura di folleggiare;

Biasimavo la vita passionale,

I vani e futili sogni di progresso

In me non hanno mai avuto accesso,

Per le dottrine avevo un odio mortale.

Non provavo gusto per la poesia,

Non veneravo gli dei pagani,

Gli ideologi tenevo lontani,

E ugualmente l’eroica eresia.

Conducendo una vita incorrotta,

Avevo una sola grande ambizione:

Essere eletto nella mia regione,

Dov’ero amato per la mia condotta.

Ma per qualche diavoleria ho preso

Una sbornia per cause famigliari,

Che hanno reso i miei giorni amari,

E così a una trave mi sono appeso”.

 

Quando finii Minosse si alzò di botto

E disse: “Che fare con questo intruso,

Oscurantista e per giunta ottuso?

Per l’inferno è troppo sempliciotto!”

E dopo una breve consultazione

Tutti e tre fra i denti borbottando,

Minosse, Eaco e Radamanto

Svelarono la loro decisione:

“Torna sulla terra per il momento,

Occupati ancora del tuo mestiere,

Sarai eletto e potrai sedere

Perfino nell’austriaco parlamento;

E quando sarai già rappresentante,

Della libertà diverrai la coscienza,

Volendo mostrarci riconoscenza

La vodca liberalizza all’istante!

E la speranza non perdere giammai,

Lotta a viso aperto in ogni sessione:

Conquisterai più di una concessione…

Molte banche e nuove ferrovie avrai.

E se qualcuno la prenderà a male ,

Tu ridi! la questione pulita sarà,

Perché anche il paese approfitterà,

Se tu aumenterai il capitale.

Sii soltanto deciso e insolente

E dell’inferno non avere timore,

Ti garantiamo sul nostro onore,

Che l’inferno ti disprezza cordialmente”.

 

(12. XI. 1867)

 

Sonetto

 

Un solo cuore! così poco, così poco,

Vorrei su questa terra soltanto!

Vicino al mio fremente d’amore,

E sarei tranquillo, oh quanto!

 

Una sola bocca! da cui berrei

In eterno la felicità,

E due occhi, dove mi specchierei,

Vedendomi santo nella santità.

 

Un solo cuore e due palmi amorosi!

Per coprire i miei occhi ansiosi,

E dormire un angelo sognando,

 

Che mi porti sulle braccia in cielo;

Un solo cuore! così poco anelo,

Eppure vedo che troppo domando!

 

(1869)

 

Tra di noi niente c’è stato

 

Tra di noi niente c’è stato!

Nessuna confessione sincera,

Niente ci ha uniti l’un l’altro,

Tranne i falsi sogni di primavera;

 

Tranne gli aromi, i colori e le luci

Che nell’aria ci hanno estasiati,

Tranne i boschi fruscianti di canto

E quel fresco verde dei prati;

 

Tranne le cascate e i torrenti

Che bagnavano ogni vallata,

Tranne gli arcobaleni e le nubi,

Tranne la natura incantata;

 

Tranne le nostre limpide fonti,

Da cui il cuore beveva inebriato,

Tranne le primule e i convolvoli

Tra di noi niente c’è stato!

 

(5. IV. 1870)

 

L’uccellino sul ramo

 

L’uccellino posato sul ramo

Guarda la gente e si stupisce,

Che neanche il più saggio tra loro,

Dove si trovi la gioia non capisce.

 

Perché la cercano sempre intorno,

Là dove essa mai la vedi,

Il sudore bagna la loro fronte,

La spina lacera i loro piedi.

 

Sprecano il giorno della vita

Lamentandosi di sforzi e guai,

E là dove si trova – nel petto,

Ahimé, non la cercano mai.

 

Nell’odio e nelle contese

A vicenda si fanno soffrire,

Finché stanchi e intristiti

Nella tomba non vanno a dormire.

 

E allora, l’uccellino sul ramo

Sospira: io non mi raccapezzo,

Nel canto do loro il mio consiglio…

Ma loro ascoltano con disprezzo.

 

(1. VI. 1871)

Inutili rimpianti

 

Inutili rimpianti – vana fatica,

Non serve imprecare!

Nessun prodigio le vecchie forme

In vita potrà riportare.

 

Non vi renderà, andando a ritroso,

I vostri spettri nuovamente –

Non riuscirà né la spada né il fuoco

A fermare la corsa della mente.

 

Bisogna con i vivi andare avanti,

Una diversa vita s’è destata…

Gettate le foglie di lauro avvizzite

Di cui la vostra fronte s’è adornata.

 

 

Nulla potete contro i flutti della vita!

Il vostro lamento non vi aiuterà –

Rabbia impotente – rimpianto vano!

Per la sua strada il mondo avanzerà.

 

(1. IV. 1877)

 

Placati, o cuore!

 

Placati, o cuore! – le tue perdite

Più non piangere, rattristato;

Ma saluta il mondo che sorge

E il suo nascere rosato.

 

Benedici i nuovi giorni della vita,

Ciò che sorge e cresce com’era,

Le nuove speranze, i nuovi sogni,

La nuova giovinezza e la primavera.

 

Saluta le future generazioni,

I loro pensieri, mete e voglie,

Il fiore di nuovi sentimenti e virtù,

Cresciuto sulle nostre spoglie.

 

Saluta la spiga dei nuovi campi,

Le estasi dei nuovi amanti,

Le nuove sofferenze e nostalgie

E degli azzurri gli eterni incanti.

 

Saluta tutti i fedeli servitori

Che pagano il debito dell’umanità

Con il duro lavoro e la fatica,

Non pensando alla loro felicità.

 

E quelli che porteranno la luce

Nelle case, dove sono cupi e affamati,

Che lotteranno per scacciare

Lo spettro della miseria e dei reati.

 

Accogli tutti nella luce delle albe,

Che sembra mostrarsi a malincuore,

Nelle loro mani metti la tua fede,

La tua speranza e il tuo amore.

 

La felicità, per la quale tu oggi

Provi invano nostalgia e che attendi.

E tutti i sogni non ancora avverati,

Tutti i desideri – a loro estendi!

 

Vola oltre i limiti della tua strada,

Con la benedizione per il mondo,

Che agli errori, al pianto e alle lotte

Intreccia un sentimento profondo.

 

E un filo d’oro si svolgerà,

Anche se tu non ci sarai più…

E vivrai con una nuova vita

Nella forza della gioventù.

 

Dei tuoi sentimenti e sogni perduti ,

Dappertutto qualcosa troverai,

E con gli amanti tu di nuovo

La dolcezza di nuove ebbrezze berrai.

 

Sarai dove la fonte del pensiero

Scorre in un’eterna corrente…

Dove si decide lo scontro degli spiriti,

Nella schiera di chi lotta strenuamente.

 

Dove scorre la triste voce del lamento,

Là sarai, e sarai con chi odia la guerra,

E vuole migliorare la sorte umana,

E portare la felicità su questa terra.

 

Entrerai nelle case dei contadini

Per risvegliare il sentimento ignorato…

Dunque non piangere le tue perdite,

Consolati, o cuore rattristato!

 

(15. II. 1879)

 

Durante la tempesta

 

In basso – il vento porta nubi grevi,

Le spinge contro rocciosi dirupi;

La tempesta tuona nel bosco annerito

E scaglia fulmini nei burroni cupi…

E lassù, sulla più elevata cima

Splende il cielo sereno come prima.

 

Ah! lo stesso sulle strade della vita:

A volte la bufera infuria sulla testa,

Il vento ci spinge su un precipizio,

E il fulmine illumina l’oscurità funesta;

Ma più in alto – il cielo è più chiaro…

Ma volare oltre le nubi è necessario.

 

(17. XII. 1879)

 

Il cembro

 

Il cembro la sua conifera chioma

In alto, dalla sommità rocciosa,

Sporge sulla buia oscurità,

Dove scorre l’acqua tumultuosa.

 

Solitario sulla roccia si erge,

Quasi come ultimo figliolo…

E non si cura che le onde rigonfie

Sotto di lei hanno eroso il suolo.

 

Con lutto pieno di dignità,

Sul dirupo la chioma chinata,

Vede sul fondo sotto di sé

Dei bassi abeti la parata.

Quei nani che crescono facilmente,

Avanzando in serrata schiera,

Dalla sua dimora l’hanno spinta

Dove la neve regna perpetua.

 

Che i nuovi arrivati alteri

Striscino pure in folta ressa!

Lei si dondola sulle nuvole –

Ha il cielo libero sulla testa!

 

Mai si abbasserà fino a loro,

Né per la sua vita lotterà –

Sempre e solo più in alto

Sui cigli scoscesi si alzerà.

 

Con disprezzo guarda dalla roccia

Il trionfo degli abeti non cresciuti…

Sceglie solitaria d’essere squarciata

Dai fulmini dall’azzurro caduti.

 

(1880)

 

Non-favola

 

E’ caduto da un pioppo un germoglio

E scorre nella schiuma del torrente,

Su di lui un ragno ha steso la sua tela,

Dove una mosca è finita casualmente.

 

Invano dai fili elastici l’insetto

Cerca di liberarsi e invano li tira;

Poi quando si sporge semivivo,

Il ragno nelle braccia l’attira.

 

Lentamente lo soffoca e tormenta,

Prima di dare il colpo mortale,

E il ragno nuota verso il fondo,

Dove il torrente precipita come strale.

 

E poco dopo la sconfitta della mosca,

Quando essa più non si schermisce,

Nel vortice d’acqua il vincitore

Insieme alla sua vittima finisce.

 

(30. 12. 1888)

 

IV

 

Come gli uccelli, quando cominciano a migrare,

Senza sosta volano nel livido spazio,

E la linea dell’orizzonte visibile

Appena superata – muoiono senza scampo…

 

Così le generazioni nell’infinito oscuro

Scorrono come ininterrotte catene,

Non sapendo l’origine, né dove riposeranno…

Né dove si alzeranno, su quale paese.

 

Nelle nubi e tempeste o nella luce di un raggio,

Soggette alla lancetta d’istinti segreti,

Volano, studiando la stretta via dello spazio,

 

Che a loro segnano le schiere degli avi –

E quel fugace gioco di ombre e di luci,

Che nel breve cammino vedranno.

 

(1893)

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

Le peonie

23 Ago

 

Tempo fa ho dipinto queste peonie del mio giardino. E’ un pastello. Ho pensato di presentarvelo con questa poesia di Czesław Miłosz che ho appositamente tradotto.

 

Paolo Statuti: Peonie

 

Czesław Miłosz

Presso le peonie

Le peonie fioriscono, bianche e rosate,

E in ciascuna come in un fragrante vaso,

Sciami di bombi conversano tra loro,

Perché il fiore ad essi per dimora è dato.

 

Mia madre sta in piedi sull’aiola,

Prende in mano una peonia e apre i petali,

E a lungo guarda nelle terre peoniane,

Dove un istante è come un anno intero.

 

Poi lascia andare il fiore e, ciò che pensa,

Ripete a voce alta a sé e ai bambini.

Il vento culla il verde fogliame

E macchioline di luce corrono sui visi.

 

 

(C) by Paolo Statuti

Andrzej Titkow

11 Lug

 

Andrzej Titkow, poeta, regista, sceneggiatore polacco, è nato a Varsavia il 24 marzo 1946. Come poeta ha debuttato nel 1963 sul settimanale Tempi moderni, e come regista cinematografico nel 1971 con il documentario In questa non grande città. Ha realizzato più di 80 documentari e alcuni film a soggetto. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: Introduzione a un poema non scritto (1976), Annotazioni, scongiuri (1996) e Cantico dei Cantici al contrario (2016).

Di quest’ultima raccolta egli dice: «E’ come un diario lirico tenuto per più di mezzo secolo. La poesia è stata il mio primo amore e non l’ho mai tradita. A volte penso di  essere soltanto un poeta che fa anche dei film. Solo la poesia, come in genere l’arte, riesce a reggere il peso esistenziale del singolo individuo, ad esprimere le sue gioie e sofferenze, la sua impotenza verso ciò che lo aspetta. Seguo da tanto tempo il mio proprio sentiero e cerco di non accrescere il caos. Ancora non ho detto tutto e sono sempre pronto ad accogliere nuove sfide».

Il giornalista e poeta polacco Ludwik Lewin, in un suo articolo dal titolo Andrzej Titkow ovvero l’ontologia dell’inesistenza, scrive: «Fin dall’inizio la filosofia di Titkow è stata dolorosa. Dolorosa fisicamente. Con il dolore terminano (e iniziano?) i tentativi di amare, di descrivere la propria esistenza e il proprio posto tra gli uomini: “qualcuno mi ha colpito egli era me, io ero lui, ma mi doleva il braccio, mi dolevano gli occhi”…E gli uomini? Sono, ma non ci sono, come quando “si intravedeva la separazione, benché non si fossimo ancora incontrati” e là, dov’è “quella ragazza così vicina, che è intoccabile”. E io? “Io cinto di me da ogni lato, ma non autosufficiente, esige un nome”. Di fronte alla relatività del tempo, alla reiterazione, interscambiabilità e immobilità degli eventi, i nomi hanno un senso? “Ciò che non è avvenuto domani a Budapest, Accadrà oggi a Parigi…” La relatività cronologica e geografica conduce all’impotenza, e il suo effetto deve essere l’incompiutezza…Le poesie di Titkow è diretta alle apprensioni, ai timori, agli spaventi che prova ognuno di noi. E – paradossalmente – riescono a mitigarli».

 

 Poesie di Andrzej Titkow tradotte da Paolo Statuti

 

 

Risposta

 

con ponderazione dalle parole troncare

con la scure del verso tutto il superfluo

e le parole comporre finché risuoni una musica soave

ma questo mondo non conosce armonia

dunque tutto ciò che potrò fare è chinarmi

e bere a volontà dal pigro fiume del consueto

è così che nasce il verso

che non riuscirà ad annotare

o qualcosa che annoto con cura benché verso più non è

volentieri ti do ragione – la Danimarca è una prigione

ma la prigione più amara è nell’intimo –

questo silenzio

 

1968

 

La protesi

     Non so da quando, da quanto tempo colui

che parla in mio nome non è più

me stesso, non so da quando, con che diritto parlano

con la mia bocca i nemici, gli amici nonché

il passante comune, lo statista sfinito

dalla vita, grigio come il muro, sotto il quale ogni giorno

si ferma, per riprendere fiato

Non so a chi appartiene questa voce

che emana da me, voce che potrebbe

essere la cosiddetta voce della coscienza –

tanto è smorzata, incolore, randagia

Davvero non so chi parla in mio nome

e in nome di chi parla in me questo ventriloquo

Colui che parla, benché non sia me stesso,

vuole essere udito oltre le parole, nelle parole

e a dispetto delle parole vuole essere ascoltato,

tra le molte voci vuole riconoscere la sua voce

Questo caso, quale io sono, questa necessità

che il mio io crea, cinto di me da ogni lato,

ma non autosufficiente, esige un nome

 

1973

 

 

A cena

                                                                    – Amleto, dov’è Polonio?

                                                                    – A cena.

                                                                    – A cena? dove?

                                                                    – Non là, dove egli mangia, ma là,

                                                                      dove mangiano lui

 

Già si mettono a tavola, secondo il protocollo,

il cui senso, benché oscuro, non è del tutto occulto.

I loro volti estranei, ma come familiari.

I loro volti ben noti, sebbene quasi estranei.

Fra i commensali tramena la servitù:

affila i coltelli, pulisce le forchette, perché il pasto

si svolga nel debito modo, con cura asciuga

i bicchieri, perché in essi il sangue abbia il suo colore.

Colui che non si è mai affaticato a pensare,

gustando il tuo cervello dirà che avevi spesso pensieri banali.

Colui al quale non volevi porgere la mano, spolperà

fino all’ultima fibra le tue mani amputate.

Colui che ha una pietra nel petto, mangiando il tuo cuore

si lagnerà che è duro.

E ancora – se amavi – ti faranno il terzo grado,

infilzeranno il tuo amore al freddo spiedo dello scherno

e lo gireranno finché rinnegherà se stesso.

Ed esporranno il tuo amore sulla piazza del mercato,

dove la marmaglia indiscreta, poiché non amava mai,

si befferà ancora delle tue spoglie mortali.

 

Ti mangeranno,

perché rechi in te la fame.

Ti svenderanno,

perché

non vuoi fissare il prezzo.

Avveleneranno tutti i pozzi,

perché sei assetato.

 

1973

 

 

 

 

*  *  *

 

e perché le albe non siano cinte di filo spinato

perché gli occhi non siano segnali ammonitori

e perché i colloqui non siano torri di controllo

perché i giorni non siano sale d’aspetto dei dentisti

e perché i giorni non siano come stazioni di villaggi

dove davanti a un gotto sbreccato e a una puttana sdentata

si dimentica presto lo scopo del viaggio

 

e perché i mattini  siano chiavi che aprono i catenacci

perché le fortezze abbassino tutti i ponti levatoi

e perché le sere siano come porte spalancate

perché i giorni ardano come falò al crepuscolo

e perché i giorni siano come prato non recinto

e perché sul prato le donne variopinte come farfalle

non muoiano come farfalle appena sfiorate con la mano

 

1973

 

 

*  *  *

 

quella donna così altera,

che è quasi accessibile

quella ragazza così vicina,

che è intoccabile

quell’uomo così cieco,

che è quasi abbagliato

quel ragazzo chiuso –

totalmente aperto

il giorno passa così in fretta,

che diventa immobile

il violino piange tanto,

che sembra di pietra

tu ridi così forte,

che ormai è solo paura

 

1973

 

 

Annotazione del 27 maggio 1996

 

Il ragazzino in me

che scrive poesie

si è ferito al dito

e piange sonoramente

ed io,

quello molto adulto,

con la cartella piena di timbri

non so mai aiutarlo

 

 

Sulle rovine delle note di Prokofiev

 

Sulle rovine delle note di Prokofiev

all’improvviso una musica propria,

indistinta,

segreta,

atonale,

sotterranea,

subacquea.

 

E di nuovo sono un ragazzino,

che sulla strada da casa a scuola,

tra le rovine delle case di un tempo

e i ponteggi che avvolgono le case future,

si ferma di colpo

scosso dal vento del presagio

e con il più grande stupore,

in fervido raccoglimento,

in un segreto abissale,

con le lacrime che affluiscono improvvise

negli occhi spalancati,

chiarisce a se stesso

che diventerà un artista.

 

E adesso sulle rovine delle note di Prokofiev

rigenerate da un paio di belle mani femminili

che battono sui tasti

e un paio di certe mani maschili,

l’arco sulle corde del violoncello,

sono di nuovo

quel ragazzino,

impaurito fino al coraggio,

incerto fino alla certezza,

inquieto fino alla quiete,

umile fino all’orgoglio,

sconfitto fino alla vittoria,

che qui e adesso

nelle rovine delle note di Prokofiev

rinnova la vecchia alleanza.

 

2005

 

Cartolina da Creta

 

Una gatta pezzata

sul bianco muro della taverna,

alture calcaree,

da lontano il pulsare dell’onda,

tre sedie vuote

sotto la parete

di una casa non finita,

ed è come

se niente

dovesse mai finire.

 

La gente nella taverna,

una coppia,

silenziosa,

annoiata di sé,

e un’altra –

mano nella mano,

immersi in se stessi,

uniti per sempre

dal fugace legame del sesso,

si mescolano

gli odori, i respiri,

i passi, le melodie,

si congiungono e si dividono

toccate, sguardi,

 

pensieri, colori

ed è come

se niente

dovesse mai finire.

 

Due salvagente

sulla terrazza della taverna,

il cameriere con la biro sull’orecchio,

Cretesi, Greci,

Tedeschi, Olandesi, Russi,

gente del luogo e turisti,

coppiette homo ed hetero,

single e clan di famiglia,

donne e uomini,

giovani, vecchi, bambini,

nella chioma di un albero

un improvviso strepito di uccelli,

il ritmo cadenzato dell’onda,

l’instancabile canto

d’invisibili cicale,

la gatta pezzata

sul bianco muro della taverna

e benché scenda la sera

è come

se niente

dovesse mai finire.

 

2010

 

Seneca il Giovane, detto il Filosofo

 

Se pensi che vai sempre in salita

e che ti piove sempre sul bagnato,

rilassati, voltati addietro.

Ad esempio quel Seneca il Giovane, detto il Filosofo

eseguì un autentico slalom gigante appenninico.

Lottava con Caligola, Claudio, Nerone,

Caligola che non aveva alcun rispetto del diritto umano,

e considerava diritto divino il suo capriccio,

accusò Seneca di congiura, che non c’era stata.

Seneca poteva perdere la vita, ma non perse la testa,

Per aspera ad astra – affermò in segreto

e l’imperatore con disprezzo lo risparmiò.

Poi anche Claudio lo prese di mira,

la morte era già vicina,

ma riuscì a scamparla,

prima di essere preso.

Alla fine lo sistemò Nerone,

allievo poco diligente, spergiuro, avvelenatore, incendiario.

Lo costrinse nell’angolo,

Seneca non aveva scampo,

quindi aprì le vene

e volò verso gli astri.

 

Sì, sì, vostro Onore,

soffoco, per favore faccia aprire la finestra.

Le pupille finestra dell’anima

sono coperte da una grigia brina,

non hai né un nemico né un amico,

sulle vicine alture

la cetra e la lira dell’alba

strimpella una comune cicala.

 

2014

 

Ornithology

 

E’ possibile che l’uomo chiamato Uccello

potesse sognare nei sogni più elevati,

che tanti anni dopo la sua morte,

un vecchio sconosciuto,

in un paese forse anch’esso sconosciuto,

dopo due birre Kaštelan

infilerà un disco in una stretta fessura

per ascoltare Ornithology?

Quel vecchio,

quel qualcuno ignoto, inimmaginabile,

udrà, forse non per la prima volta

nella sua lunga vita,

quel trillo stanco di uccello,

quell’infaticabile canto del cigno,

inciso quattro giorni dopo la sua nascita.

E’ forse proprio questa  la famosa

immortalità, che inseguono

i mediocri e i geni, i vigliacchi e gli eroi,

i grandi e i meschini, i nobili e gli ignobili,

dai secoli dei secoli, amen?

 

2015

 

 

 

Jan Brzechwa

2 Lug

   Il 2 luglio 1966 morì a Varsavia Jan Brzechwa, scrittore satirico, poeta e autore di notissime favole e versi per bambini, nonché traduttore della letteratura russa. Voglio onorare la sua memoria con questa poesia che ho tradotto oggi. Di lui ho tradotto tra l’altro il celebre romanzo per bambini Akademia Pana Kleksa (Il signor Macchiadinchiostro). Non è morto a metà maggio come voleva, ma si è sbagliato di poco.

 

 

Jan Brzechwa

 

Jan Brzechwa

 

Morire con tatto

Morite pure, va bene, ma non lo fate

Proprio quando è iniziata l’estate!

 

Perché allora ognuno pensa alle vacanze:

A Mombasa, a Majorca o in Provance.

 

Se proprio allora io muoio, con certezza

Sarebbe una vera e propria sgarbatezza!

 

Bisogna morire con garbo. Chi è garbato

Non muore certo in autunno inoltrato.

 

Non vorrei che al funerale quelli arrivati

Mi mandassero al diavolo tutti inzuppati,

 

Che si prendessero un solenne raffreddore,

Per avermi compianto un paio d’ore.

 

Morire con tatto! Sarebbe un bel guaio

Se il funerale si svolgesse a gennaio.

 

O a febbraio, quando il freddo più si sente,

E all’idea del funerale trema la gente.

 

Non vorrei che le persone commosse ,

Abbiano per questo le orecchie tutte rosse.

 

A primavera è il momento più adatto,

Perché un malato grave muoia con tatto,

 

Il vento di primavera il verde accarezza

E spazza via il lutto e la tristezza.

 

E la morte sembra un’inezia. Con coraggio

Cercherò di rinviarla a metà maggio.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Julian Tuwim (1894 – 1953)

28 Giu

Julian Tuwim (1894 – 1953)

 

Agguato a Dio

Chi è – non lo so, ma in ogni luogo io lo sento…

Erriamo sulla terra, nelle bufere, tra i pianeti,

Ognuno di noi il nemico perseguita sempre

E di continuo siamo in preda a pensieri segreti.

 

Non so se in Lui troverò un amico o un avversario,

Se mi getterò ai Suoi piedi, o se io Lo sottometterò,

Se incontrandoLo non sarò preso dallo spavento,

O se Lui si spaventerà, quando la porta Gli  aprirò.

 

Ci  cerchiamo a vicenda… E ognuno è in ansia,

Ognuno teme pensando: che sarà se Lo vedo?…

Dunque erriamo… Una città, i boschi, un villaggio

Sulla nostra strada… Ovunque la stessa cosa chiedo:

 

“E’ passato di qua?” – Sì, ma aveva il volto coperto.

“E’ stato qui?” – Chi? – “Quello Sconosciuto?”…

“Forse qui?” – Nel cimitero, in un sepolcro si è celato…

Corro!!! Lo scoperchio!… Esso è vuoto e muto…

 

E così già da anni cammino, e cerco senza meta…

E so che anche Lui, Terribile, mi cerca e mi attende…

Che anche Lui, presentendo, ha chiesto di me a tanti

E tutte le strade ha già percorso inutilmente…

 

Ma oggi, come misera spia, ho saputo di nascosto,

Che passerà di qui… Dunque sto in agguato,

Aspetto… O Gli darò tutto, la vita mia intera,

O Lo maledirò, perché la vita ho sperperato…

 

Lo aggredirò all’improvviso! Gli strapperò dal viso

Il velo! Vedrò chi Egli è – e anche Lui mi vedrà!

Ci troveremo faccia a faccia… Con lo sguardo

Ci bruceremo – nello sconforto o nella felicità!

 

Sto in agguato!!! Passerà… già sento il passo lieve…

Andare insieme? No!!! Uno di noi oggi avrà il possesso:

O dietro a Lui mi avvierò, come squallido schiavo,

O come legittimo sovrano – Lo condurrò io stesso!

 

1  XI  1914

 

(Da notare che quando Tuwim scrisse questa poesia aveva 20 anni)

 

 

(C) by Paolo Statuti