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Andrzej Titkow

11 Lug

 

Andrzej Titkow, poeta, regista, sceneggiatore polacco, è nato a Varsavia il 24 marzo 1946. Come poeta ha debuttato nel 1963 sul settimanale Tempi moderni, e come regista cinematografico nel 1971 con il documentario In questa non grande città. Ha realizzato più di 80 documentari e alcuni film a soggetto. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: Introduzione a un poema non scritto (1976), Annotazioni, scongiuri (1996) e Cantico dei Cantici al contrario (2016).

Di quest’ultima raccolta egli dice: «E’ come un diario lirico tenuto per più di mezzo secolo. La poesia è stata il mio primo amore e non l’ho mai tradita. A volte penso di  essere soltanto un poeta che fa anche dei film. Solo la poesia, come in genere l’arte, riesce a reggere il peso esistenziale del singolo individuo, ad esprimere le sue gioie e sofferenze, la sua impotenza verso ciò che lo aspetta. Seguo da tanto tempo il mio proprio sentiero e cerco di non accrescere il caos. Ancora non ho detto tutto e sono sempre pronto ad accogliere nuove sfide».

Il giornalista e poeta polacco Ludwik Lewin, in un suo articolo dal titolo Andrzej Titkow ovvero l’ontologia dell’inesistenza, scrive: «Fin dall’inizio la filosofia di Titkow è stata dolorosa. Dolorosa fisicamente. Con il dolore terminano (e iniziano?) i tentativi di amare, di descrivere la propria esistenza e il proprio posto tra gli uomini: “qualcuno mi ha colpito egli era me, io ero lui, ma mi doleva il braccio, mi dolevano gli occhi”…E gli uomini? Sono, ma non ci sono, come quando “si intravedeva la separazione, benché non si fossimo ancora incontrati” e là, dov’è “quella ragazza così vicina, che è intoccabile”. E io? “Io cinto di me da ogni lato, ma non autosufficiente, esige un nome”. Di fronte alla relatività del tempo, alla reiterazione, interscambiabilità e immobilità degli eventi, i nomi hanno un senso? “Ciò che non è avvenuto domani a Budapest, Accadrà oggi a Parigi…” La relatività cronologica e geografica conduce all’impotenza, e il suo effetto deve essere l’incompiutezza…Le poesie di Titkow è diretta alle apprensioni, ai timori, agli spaventi che prova ognuno di noi. E – paradossalmente – riescono a mitigarli».

 

 Poesie di Andrzej Titkow tradotte da Paolo Statuti

 

 

Risposta

 

con ponderazione dalle parole troncare

con la scure del verso tutto il superfluo

e le parole comporre finché risuoni una musica soave

ma questo mondo non conosce armonia

dunque tutto ciò che potrò fare è chinarmi

e bere a volontà dal pigro fiume del consueto

è così che nasce il verso

che non riuscirà ad annotare

o qualcosa che annoto con cura benché verso più non è

volentieri ti do ragione – la Danimarca è una prigione

ma la prigione più amara è nell’intimo –

questo silenzio

 

1968

 

La protesi

     Non so da quando, da quanto tempo colui

che parla in mio nome non è più

me stesso, non so da quando, con che diritto parlano

con la mia bocca i nemici, gli amici nonché

il passante comune, lo statista sfinito

dalla vita, grigio come il muro, sotto il quale ogni giorno

si ferma, per riprendere fiato

Non so a chi appartiene questa voce

che emana da me, voce che potrebbe

essere la cosiddetta voce della coscienza –

tanto è smorzata, incolore, randagia

Davvero non so chi parla in mio nome

e in nome di chi parla in me questo ventriloquo

Colui che parla, benché non sia me stesso,

vuole essere udito oltre le parole, nelle parole

e a dispetto delle parole vuole essere ascoltato,

tra le molte voci vuole riconoscere la sua voce

Questo caso, quale io sono, questa necessità

che il mio io crea, cinto di me da ogni lato,

ma non autosufficiente, esige un nome

 

1973

 

 

A cena

                                                                    – Amleto, dov’è Polonio?

                                                                    – A cena.

                                                                    – A cena? dove?

                                                                    – Non là, dove egli mangia, ma là,

                                                                      dove mangiano lui

 

Già si mettono a tavola, secondo il protocollo,

il cui senso, benché oscuro, non è del tutto occulto.

I loro volti estranei, ma come familiari.

I loro volti ben noti, sebbene quasi estranei.

Fra i commensali tramena la servitù:

affila i coltelli, pulisce le forchette, perché il pasto

si svolga nel debito modo, con cura asciuga

i bicchieri, perché in essi il sangue abbia il suo colore.

Colui che non si è mai affaticato a pensare,

gustando il tuo cervello dirà che avevi spesso pensieri banali.

Colui al quale non volevi porgere la mano, spolperà

fino all’ultima fibra le tue mani amputate.

Colui che ha una pietra nel petto, mangiando il tuo cuore

si lagnerà che è duro.

E ancora – se amavi – ti faranno il terzo grado,

infilzeranno il tuo amore al freddo spiedo dello scherno

e lo gireranno finché rinnegherà se stesso.

Ed esporranno il tuo amore sulla piazza del mercato,

dove la marmaglia indiscreta, poiché non amava mai,

si befferà ancora delle tue spoglie mortali.

 

Ti mangeranno,

perché rechi in te la fame.

Ti svenderanno,

perché

non vuoi fissare il prezzo.

Avveleneranno tutti i pozzi,

perché sei assetato.

 

1973

 

 

 

 

*  *  *

 

e perché le albe non siano cinte di filo spinato

perché gli occhi non siano segnali ammonitori

e perché i colloqui non siano torri di controllo

perché i giorni non siano sale d’aspetto dei dentisti

e perché i giorni non siano come stazioni di villaggi

dove davanti a un gotto sbreccato e a una puttana sdentata

si dimentica presto lo scopo del viaggio

 

e perché i mattini  siano chiavi che aprono i catenacci

perché le fortezze abbassino tutti i ponti levatoi

e perché le sere siano come porte spalancate

perché i giorni ardano come falò al crepuscolo

e perché i giorni siano come prato non recinto

e perché sul prato le donne variopinte come farfalle

non muoiano come farfalle appena sfiorate con la mano

 

1973

 

 

*  *  *

 

quella donna così altera,

che è quasi accessibile

quella ragazza così vicina,

che è intoccabile

quell’uomo così cieco,

che è quasi abbagliato

quel ragazzo chiuso –

totalmente aperto

il giorno passa così in fretta,

che diventa immobile

il violino piange tanto,

che sembra di pietra

tu ridi così forte,

che ormai è solo paura

 

1973

 

 

Annotazione del 27 maggio 1996

 

Il ragazzino in me

che scrive poesie

si è ferito al dito

e piange sonoramente

ed io,

quello molto adulto,

con la cartella piena di timbri

non so mai aiutarlo

 

 

Sulle rovine delle note di Prokofiev

 

Sulle rovine delle note di Prokofiev

all’improvviso una musica propria,

indistinta,

segreta,

atonale,

sotterranea,

subacquea.

 

E di nuovo sono un ragazzino,

che sulla strada da casa a scuola,

tra le rovine delle case di un tempo

e i ponteggi che avvolgono le case future,

si ferma di colpo

scosso dal vento del presagio

e con il più grande stupore,

in fervido raccoglimento,

in un segreto abissale,

con le lacrime che affluiscono improvvise

negli occhi spalancati,

chiarisce a se stesso

che diventerà un artista.

 

E adesso sulle rovine delle note di Prokofiev

rigenerate da un paio di belle mani femminili

che battono sui tasti

e un paio di certe mani maschili,

l’arco sulle corde del violoncello,

sono di nuovo

quel ragazzino,

impaurito fino al coraggio,

incerto fino alla certezza,

inquieto fino alla quiete,

umile fino all’orgoglio,

sconfitto fino alla vittoria,

che qui e adesso

nelle rovine delle note di Prokofiev

rinnova la vecchia alleanza.

 

2005

 

Cartolina da Creta

 

Una gatta pezzata

sul bianco muro della taverna,

alture calcaree,

da lontano il pulsare dell’onda,

tre sedie vuote

sotto la parete

di una casa non finita,

ed è come

se niente

dovesse mai finire.

 

La gente nella taverna,

una coppia,

silenziosa,

annoiata di sé,

e un’altra –

mano nella mano,

immersi in se stessi,

uniti per sempre

dal fugace legame del sesso,

si mescolano

gli odori, i respiri,

i passi, le melodie,

si congiungono e si dividono

toccate, sguardi,

 

pensieri, colori

ed è come

se niente

dovesse mai finire.

 

Due salvagente

sulla terrazza della taverna,

il cameriere con la biro sull’orecchio,

Cretesi, Greci,

Tedeschi, Olandesi, Russi,

gente del luogo e turisti,

coppiette homo ed hetero,

single e clan di famiglia,

donne e uomini,

giovani, vecchi, bambini,

nella chioma di un albero

un improvviso strepito di uccelli,

il ritmo cadenzato dell’onda,

l’instancabile canto

d’invisibili cicale,

la gatta pezzata

sul bianco muro della taverna

e benché scenda la sera

è come

se niente

dovesse mai finire.

 

2010

 

Seneca il Giovane, detto il Filosofo

 

Se pensi che vai sempre in salita

e che ti piove sempre sul bagnato,

rilassati, voltati addietro.

Ad esempio quel Seneca il Giovane, detto il Filosofo

eseguì un autentico slalom gigante appenninico.

Lottava con Caligola, Claudio, Nerone,

Caligola che non aveva alcun rispetto del diritto umano,

e considerava diritto divino il suo capriccio,

accusò Seneca di congiura, che non c’era stata.

Seneca poteva perdere la vita, ma non perse la testa,

Per aspera ad astra – affermò in segreto

e l’imperatore con disprezzo lo risparmiò.

Poi anche Claudio lo prese di mira,

la morte era già vicina,

ma riuscì a scamparla,

prima di essere preso.

Alla fine lo sistemò Nerone,

allievo poco diligente, spergiuro, avvelenatore, incendiario.

Lo costrinse nell’angolo,

Seneca non aveva scampo,

quindi aprì le vene

e volò verso gli astri.

 

Sì, sì, vostro Onore,

soffoco, per favore faccia aprire la finestra.

Le pupille finestra dell’anima

sono coperte da una grigia brina,

non hai né un nemico né un amico,

sulle vicine alture

la cetra e la lira dell’alba

strimpella una comune cicala.

 

2014

 

Ornithology

 

E’ possibile che l’uomo chiamato Uccello

potesse sognare nei sogni più elevati,

che tanti anni dopo la sua morte,

un vecchio sconosciuto,

in un paese forse anch’esso sconosciuto,

dopo due birre Kaštelan

infilerà un disco in una stretta fessura

per ascoltare Ornithology?

Quel vecchio,

quel qualcuno ignoto, inimmaginabile,

udrà, forse non per la prima volta

nella sua lunga vita,

quel trillo stanco di uccello,

quell’infaticabile canto del cigno,

inciso quattro giorni dopo la sua nascita.

E’ forse proprio questa  la famosa

immortalità, che inseguono

i mediocri e i geni, i vigliacchi e gli eroi,

i grandi e i meschini, i nobili e gli ignobili,

dai secoli dei secoli, amen?

 

2015

 

 

 

Jan Brzechwa

2 Lug

   Il 2 luglio 1966 morì a Varsavia Jan Brzechwa, scrittore satirico, poeta e autore di notissime favole e versi per bambini, nonché traduttore della letteratura russa. Voglio onorare la sua memoria con questa poesia che ho tradotto oggi. Di lui ho tradotto tra l’altro il celebre romanzo per bambini Akademia Pana Kleksa (Il signor Macchiadinchiostro). Non è morto a metà maggio come voleva, ma si è sbagliato di poco.

 

 

Jan Brzechwa

 

Jan Brzechwa

 

Morire con tatto

Morite pure, va bene, ma non lo fate

Proprio quando è iniziata l’estate!

 

Perché allora ognuno pensa alle vacanze:

A Mombasa, a Majorca o in Provance.

 

Se proprio allora io muoio, con certezza

Sarebbe una vera e propria sgarbatezza!

 

Bisogna morire con garbo. Chi è garbato

Non muore certo in autunno inoltrato.

 

Non vorrei che al funerale quelli arrivati

Mi mandassero al diavolo tutti inzuppati,

 

Che si prendessero un solenne raffreddore,

Per avermi compianto un paio d’ore.

 

Morire con tatto! Sarebbe un bel guaio

Se il funerale si svolgesse a gennaio.

 

O a febbraio, quando il freddo più si sente,

E all’idea del funerale trema la gente.

 

Non vorrei che le persone commosse ,

Abbiano per questo le orecchie tutte rosse.

 

A primavera è il momento più adatto,

Perché un malato grave muoia con tatto,

 

Il vento di primavera il verde accarezza

E spazza via il lutto e la tristezza.

 

E la morte sembra un’inezia. Con coraggio

Cercherò di rinviarla a metà maggio.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Julian Tuwim (1894 – 1953)

28 Giu

Julian Tuwim (1894 – 1953)

 

Agguato a Dio

Chi è – non lo so, ma in ogni luogo io lo sento…

Erriamo sulla terra, nelle bufere, tra i pianeti,

Ognuno di noi il nemico perseguita sempre

E di continuo siamo in preda a pensieri segreti.

 

Non so se in Lui troverò un amico o un avversario,

Se mi getterò ai Suoi piedi, o se io Lo sottometterò,

Se incontrandoLo non sarò preso dallo spavento,

O se Lui si spaventerà, quando la porta Gli  aprirò.

 

Ci  cerchiamo a vicenda… E ognuno è in ansia,

Ognuno teme pensando: che sarà se Lo vedo?…

Dunque erriamo… Una città, i boschi, un villaggio

Sulla nostra strada… Ovunque la stessa cosa chiedo:

 

“E’ passato di qua?” – Sì, ma aveva il volto coperto.

“E’ stato qui?” – Chi? – “Quello Sconosciuto?”…

“Forse qui?” – Nel cimitero, in un sepolcro si è celato…

Corro!!! Lo scoperchio!… Esso è vuoto e muto…

 

E così già da anni cammino, e cerco senza meta…

E so che anche Lui, Terribile, mi cerca e mi attende…

Che anche Lui, presentendo, ha chiesto di me a tanti

E tutte le strade ha già percorso inutilmente…

 

Ma oggi, come misera spia, ho saputo di nascosto,

Che passerà di qui… Dunque sto in agguato,

Aspetto… O Gli darò tutto, la vita mia intera,

O Lo maledirò, perché la vita ho sperperato…

 

Lo aggredirò all’improvviso! Gli strapperò dal viso

Il velo! Vedrò chi Egli è – e anche Lui mi vedrà!

Ci troveremo faccia a faccia… Con lo sguardo

Ci bruceremo – nello sconforto o nella felicità!

 

Sto in agguato!!! Passerà… già sento il passo lieve…

Andare insieme? No!!! Uno di noi oggi avrà il possesso:

O dietro a Lui mi avvierò, come squallido schiavo,

O come legittimo sovrano – Lo condurrò io stesso!

 

1  XI  1914

 

(Da notare che quando Tuwim scrisse questa poesia aveva 20 anni)

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Mirka Szychowiak

10 Gen

 

 

    Scrutando il cielo della poesia polacca ho scoperto un’altra stella. Si chiama Mirka Szychowiak. Ha debuttato nel 2005 ed ha al suo attivo 5 raccolte di poesie e una di racconti. Ha già vinto diversi premi letterari. Il poeta, prosatore e critico Karol Maliszewski scrive: «Questo genere di versi è atteso con nostalgia, con essi si tira un sospiro di sollievo». Il poeta Bohdan Zadura a sua volta afferma: «La lingua di queste poesie esprime ciò che pensa la testa e ciò che sente il cuore…Mirka Szychowiak comunica con il mondo. Ha nei confronti di esso tanta sensibilità, quanta ne occorre per non cadere nel sentimentalismo, tanto distacco quanto basta per manifestargli qualcosa di più della comprensione». Ecco invece cosa dice la poetessa: «La poesia è dappertutto, ma io non la cerco, è lei che mi trova, perché io la partorisca. La gravidanza poetica si sviluppa nella mia testa, finché la poesia non assume una forma precisa. Allora la scrivo, fino all’ultima parola».

In una sua recente e-mail Mirka Szychowiak mi ha confessato: «Oggi posso dire che fuggendo da Wrocław ho trovato nella campagna di Księżyce la mia vera casa, dove posso avere tutti gli animali che voglio e dove tutto è mio. Ho sempre scritto qualcosa, ma soltanto in questa campagna è nata la poetessa Mirka Szychowiak. Ho debuttato relativamente tardi e mi chiedono perché. Penso che non si possa mettere fretta. Ognuno ha il suo momento. Il mio è giunto quando doveva giungere. Se avessi dovuto debuttare prima, l’avrei fatto. In una intervista ho detto che la scrittura consiste nell’attesa (anche). Le gestazioni letterarie non sono uguali per tutti – il parto avviene in tempi diversi. I parti prematuri sono pericolosi…Non ho intenzione di essere del tutto adulta o di sentirmi come una matrona impettita; non voglio perdere le occasioni di entrare in contatto con ciò che è apparentemente futile, brutto, emarginato. Perché Mirka Szychowiak cerca la bellezza proprio dove essa non è in prima fila, ma è profondamente nascosta da qualche parte».

 

 

Poesie di Mirka Szychowiak tradotte da Paolo Statuti

 

Non c’è male

Non c’ero là, ma sento un dolce

odore. Così dovrebbe profumare

il veleno. Si può prendere di gusto,

ben bene sparire ai propri occhi,

anziché fingere che si vuole qualcosa.

Com’è imbarazzante questa vita.

Pigolio

 Cala l’acqua, i giorni sempre più mortali,

i paesaggi piangono soli. Chi innesterà e spargerà

questa forza, raccoglierà le gocce, perché non io?

Niente si può dividere a metà, niente ormai vuole essere

intero e vivo. Ciò che era mio l’hanno preso senza chiedere.

Cose trovate per caso, solo questo ora ho. Un paesaggio

arido, fiumi vuoti e qualche uccello impaurito

coi sintomi della malattia dell’orfano. Siamo così

diversi da tutto ciò che amo.

Suolo

 La sera la gente torna a casa e si spopola

la riva del fiume – il nostro preferito

locale notturno. E’ bello immergersi

nell’acqua fino al collo e sgranocchare le stelle

che galleggiano come ciccioli dorati.

Veniamo qui, quando non abbiamo più niente

da riparare. Gli strati protettivi

stesi sulla riva, aderiamo morbidamente.

Sotto di noi la parte assonnata del cielo.

Riflesso

 Il pesce di cristallo, solo e morto

riposa sul ripiano deserto.

Verso in esso un frammento di oceano;

la sabbia si posa sul fondo del ventre

e si ammassa, partorendo nel dolore una duna.

Non mi rallegra questa frode,

dovrei liberarlo e lasciarlo

in pace. Tutto solo, come me.

Sul fondo del deserto due pesci

– uno piange, l’altro vuole.

Né, né

 Il cielo annerito sputa le note

– un requiem da tempo promesso alle stelle.

Bruciano così in fretta, che la notte si acceca.

Il fuoco irrompe dalla finestra aperta,

distribuisce biglietti per il concerto di ieri.

Ciò che l’ha rapita non pretende un riscatto

– il prezzo della paura è incalcolabile.

Là in alto duole molto, vuole soffocare.

Né dormire né cadere né niente.

 

Circostanze

 Mi sono trasferita nel mondo macchiata

di sangue, con la cintura di sicurezza recisa.

Pioveva in quel momento? Di notte, o forse

all’alba, il mio corpo si costruiva dall’inizio.

Loro sapevano più di me, ma ora non si sa

a chi chiedere. Da quando sento che esso non

mi appartiene, voglio modificare il curriculum.

Oltre il corpo deve esserci una qualche storia.

I testimoni se ne sono andati, prendendo il ricordo di me,

l’hanno lasciato nella polvere, alla rinfusa, adulto.

E da quando non cresco più, ricordo sempre meno.

Accanto

 Rumore nei corridoi delle vene, intorno le piantagioni

dei tendini; il corpo vestito di tutto punto

non permette di vedere ciò che avviene in se stesso.

Si vive con questo corpo insieme e separati,

con lo stesso nome, per lo più tacendo.

Quali sono le abitudini di ciò che hai dentro,

dormite insieme, o uno di voi veglia,

controlla il polso, la temperatura e il respiro?

Ciò è vivo nel vivo, vicino e sconosciuto;

qualcuno a volte deve entrarci e governare,

guarda da vicino, tocca e spezza, e tu

nemmeno sai a chi duole di più.

Solo la testa sembra essere comune

e il sangue è lo stesso, versato come fiume.

Il resto è lontano, benché proprio sotto la pelle

– una cassaforte con la serratura arrugginita.

Allora

 E’ certo che quel giorno arriverà.

Lo chiamo un lungo sogno, allora è più facile

mescolarlo con la paura in agguato.

I timori camminano al centro, costringono

allo scontro frontale. Io partecipo, ma nessuno

m’ incontrerà col decesso scritto in faccia.

Per ora penso a cosa prendere e a cosa lasciare,

a chi affidare gli apparecchi del linguaggio,

a cosa distruggere, o considerare come prova

che qui c’ero anch’io. E chi conserverà questo?

Quando qualcuno farà segno di voler ricordare,

si tornerà sull’argomento.

Ho per te un piccolo nobel

 Finalmente hai la pace.

Ti giungono soltanto i suoni

che accrescono il sapore del silenzio.

La febbre non ha minato i tessuti

e ciascuno può rigenerarsi.

Lo so, è stata dura.

Per l’acuto catarro delle vie vitali

non s’è ancora trovata la giusta diagnosi.

Ma tu non hai sofferto oziosamente.

Da ciò che scavava un tunnel

nella tua testa – hai ricavato un antidoto;

per esso ti do un piccolo nobel.

Posso portare qui altri?

Di quelli non contorti, frastornati,

che sgranocchiano pillole come caramelle.

Racconta loro di te – di quella più recente,

che ha sconfitto il drago. Questo basta.

Trasbordo

 La rabbia è un carburante, per il quale

ho uno sconto – occhi chiusi e piede sul gas.

Non vede dove corre, chi va, non

sente se si staccherà un pezzo, neanche

si fermerà, non cercherà di rimettere a posto

ciò che è caduto. La testa si riempie come

un pallone si riempie di aria – sei sempre più grande,

ma come più leggera, meno sensibile al fuoco

che da sotto con insistenza cerca

di staccarti da terra. C’è una scelta,

un’altra strada e un altro luogo, per scaricare

l’eccesso di carburante, togliere il piede dal gas,

lasciare il bagaglio e andare a piedi?

Entrare in qualche modo in una gita

a piedi, consumare le suole e aprire

gli occhi, vedere tutto questo e tutto

guardare e reggere la testa, affinché

non scappi, affinché non rimanga sola

in questo bordello.

 

 

Mieczysława Buczkówna

1 Ott

 

Mieczysława Buczkówna

Mieczysława Buczkówna

La famiglia Jastrun negli  anni '60

La famiglia Jastrun negli anni ’60

 

   Poetessa, saggista, traduttrice e scrittrice di libri per bambini. E’ nata a Biała (oggi Bielsko-Biała) il 12 dicembre 1924 ed è morta a Varsavia il 3 maggio 2015. Durante l’occupazione nazista, studiò presso le suore orsoline che offrivano l’insegnamento clandestino superiore nel loro ginnasio e liceo pedagogico. Nello stesso periodo fece parte del gruppo di poeti legati al mensile Arte e Nazione, e del quale Andrzej Trzebiński e Tadeusz Gajcy erano i principali rappresentanti. Durante l’insurrezione di Varsavia prestò il suo aiuto nell’ospedale degli insorti.

Al termine della guerra si trasferì a Łódź, dove nel 1949 si laureò in filologia polacca presso la locale Università. Debuttò nel 1945 sulla rivista La campagna con le poesie Settembre e Soffio d’autunno, mentre la sua prima raccolta poetica Separazioni uscì nel 1949. Nel 1950 sposò Mieczysław Jastrun (1903-1983), poeta, saggista e traduttore, una delle figure più importanti nel panorama culturale del dopoguerra polacco. Abitavano a Varsavia, in un edificio dove gli organizzatori staliniani della vita letteraria, avevano dato un alloggio soltanto agli scrittori. Sotto lo stesso tetto vivevano tra gli altri: Artur Sandauer, Juliusz Żułaski, Bohdan Czeszko, Marian e Kazimierz Brandys, Adolf Rudnicki, Seweryn Pollak, Paweł Hertz. Il loro figlio Tomasz Jastrun (v. nel mio blog), poeta, prosatore e pubblicista, nato nel 1950, nella sua introduzione al Diario 1955-1981 del padre scrive: “Nel paese distrutto agli scrittori veniva assegnato un appartamento senza difficoltà, ma non era un gesto disinteressato. Ben presto tuttavia i generosi proprietari della Polonia Popolare si resero conto che molti degli scrittori da loro protetti, li tradivano e avevano iniziato a lottare per la libertà di parola”.

Dal 1965 Mieczysława Buczkówna diresse per 10 anni la sezione poesia dell’omonimo mensile. Ha pubblicato 15 raccolte di versi, l’ultima delle quali Amore è del 1990, e 2 di racconti, in parte basati sui ricordi. Ricordiamo anche i suoi saggi, tra i quali quelli dedicati alla poesia di Maria Pawlikowska-Jasnorzewska, Kazimiera Iłłakowiczówna, Cyprian Kamil Norwid e un ampio studio sulla creazione del poeta svedese Tomas Tranströmer, morto anche lui l’anno scorso.

Di Mieczysława Buczkówna il critico Ryszard Matuszewski ha scritto: “Pratica una lirica riflessiva e suggestiva con delicati mezzi espressivi e con uno stile epigrammatico, una lirica che registra osservazioni e sensazioni fuggevoli, soprattutto amorose, insite nella realtà di ogni giorno”. In particolare è stata messa in  evidenza l’intimità della sua poesia, la raffinatezza, la tendenza al paradosso e alla contraddizione, l’atmosfera fiabesca, nonché il motivo del disfacimento, e il caratteristico ritmo di cadute e risollevamenti.

Tradusse la poesia francese, svedese e russa (tra gli altri: Anna Achmatova e Osip Mandel’stam). Della sua poesia scrisse:

Nero e bianco

Un tempo – scrivevo

Con la nera sfiducia

Sul bianco foglio della speranza

Oggi – scrivo

Con la bianca speranza

Sul foglio nero della sfiducia

 

E della poesia in generale afferma: “Forse la poesia è un oggetto creato dal nulla, più esattamente: dalla nostra immaginazione. Un oggetto la cui materia prima sono le parole, così come nella scultura lo è il marmo, il legno, il metallo – e oggi tutto in realtà. Basta vedere le mostre di arte contemporanea. Lo stesso riguarda la pittura, che non è certo la fotografia – ad esempio i ritratti di Rembrandt…La poesia non è una lettera, un diario – benché possa contenere elementi biografici dell’autore. Non è nemmeno un gioco verbale – come avveniva e avviene in alcuni versi. Non è una moltiplicazione di significati – una luce scura. Non è un gioco del computer, non è un divertimento grafico…Oh, è più facile dire cosa essa non è, anziché cosa è! Aveva ragione un giovane poeta malato, ipersensibile, che si accomiatò dal mondo dicendo: “tutto è poesia”… Ma aveva ragione anche il grande poeta Leśmian, quando affermava: „tutto ciò che si dirà della poesia, non è vero…”

Ma cosa è vero? – si chiede la poetessa.

 

 

 

Poesie di Mieczysława Buczkówna tradotte da Paolo Statuti

 

 

Lo sguardo

 

Fuochi d’artificio lampioncini musica

La notte – sfera di un mago

La notte – conchiglia colma di musica

E io sola qui io con nessuno

 

Ballano bevono vanno a braccetto

Sfavillano le fiammelle di vino nel cristallo

E io siedo con un piccolo bicchiere d’acqua

Fumo lunghe sigarette

 

Uno scoppio di risa balena come razzo

L’anello d’oro rotola sulla tavola

La parete di musica rovescio al suolo –

Sei tu – mi hai guardata negli occhi

 

1947

 

Introduzione all’amore

 

*  *  *

Si spegne l’acqua

Spuntano gli usignoli

 

Nell’oscuro silenzio

La rosa se ne va nel viale del profumo

Le tue dita

Fioriscono nella mia mano

 

 

*  *  *

Questa parola tra di noi

Levigata come pietra

In tante mani scomparse

Con le spine che crescono di nuovo

Rimpianta con tanti sorrisi

Più veloce del pensiero

Strisciante nel folto dei sospetti

Così limpida – che solo la morte biancheggia

sul fondo

Perché si possano con dolore rifrangere

I raggi degli sguardi

 

Il cielo dei disperati

Grande come il fazzoletto di Desdemona

 

1955

 

*  *  *

alla memoria di Anna Achmatova

 

Un sordo fragore del mio cuore di notte svegliata

Ricordo Anna allibita – il cuore – il tamburo

Prima dell’esecuzione…sciogliere la benda

– L’unica mia colpa – il tradimento…dell’amore

Sono pronta sparate – un bagliore

Hiroshima e Nagasaki – un calpestio nelle tempie

Il galoppo –  g r a z i a t a  – troppo tardi!

Io lo amavo

 

La telefonata

 

Gli occhi come incontrandosi per la prima volta

Le bocche come se non si conoscessero ancora

Ammutolirono le quattro pareti

Il tempo trattenne il respiro

Quando

Il telefono squillò

Come sbattere di finestra aperta

Come un colpo di proiettile

– C’è – è in casa? –

 

Ma io non dirò se c’è

 

La cornetta nera soffocai nella stretta

Come serpe velenosa

 

L’ultima confessione

 

Il vuoto dopo la scomparsa di Dio

Senza tregua dentro di me risuona

Già da mezzo secolo

 

Coi peccati gravi dei miei sedici anni

Ero in ginocchio – sentivo il freddo mortale della chiesa

Il cattivo odore del confessionale il fiato del vecchio prete

Quando non capendo ancora chiedevo chiedevo

Balzò su gridando

Basta con queste domande – non c’è assoluzione

In te ci sono due satani!

 

Con frastuono lungo la chiesa vuota

Con gli zoccoli militari scappavo

trascinando a fatica i corpi dei miei ragazzi fucilati

 

Varsavia 1941-1991

 

Luminoso silenzio

 

Come dichiarare il loro amore

Quando loro stessi hanno chiarito col silenzio

Ciò che vieta di dire

Il diritto non scritto

Non scritto?

Eppure è scritto

Nella lingua nota perfino ai fiori analfabeti

 

Il rosso della rosa

S’inchina all’ora serale

E si confida con un sussurro

E un lieve soffio subito diffonde

La confessione del profumo

Così forte che nella notte più scura brilla

Leggibile e chiaro da lontano

Ciò che le labbra innamorate

Tradiscono con l’emozione

 

Così sempre ti troverò

Alla cieca

Anche in una parola oscura

Mio luminoso silenzio

Anche se dovessi arrancare

Nella neve fino ai ginocchi

 

La rosa bianca

Alla memoria di Mieczysław

Dio

Nell’insondabile silenzio del suo tempo

Dura l’incompiuto Requiem di Mozart

Egli completa la partitura – Lacrimosa

E il terribile crescendo svolge verso di sé

Prende nella misericordiosa Eterna Luce

 

Nel suo oscuro spazio

Egli legge i tuoi Monologhi silenziosi

Ti dà la «chiave dell’abisso»

E la «stella che apre il cielo»

 

Adesso la stessa Eternità dell’Universo è aperta

Per entrambi – senza nome né cognome

Nella fossa comune sepolti

In qualche Buco Nero

 

Poso su di esso una rosa bianca

 

L’amore e la chimica

A Marta Tomaszewska

E già cara Marta

Allora davanti al vino rosso

(mezza bottiglia a testa – quindi stordimento

certo) – era del più e del meno

– Psicoterapia con ansia e insonnia poi

Del libro di Hopking – se vale o non vale la pena

– Sui valori si può un intero trattato –

Delle unioni (non soltanto chimiche) tutte

Com’è noto effimere

Perché cos’è che dura qui?

E ammesso pure – come?

 

 

La notte di maggio era nei lillà e l’usignolo

Dietro la finestra parlava di sé alla luna e noi – del vino

E del perdono e se vivere ancora – come

Dell’inizio e della fine – del morire

E che ognuno ha paura – anche se nel tunnel c’è la luce

 

E già

 

Obory, 25 maggio 1991

 

Sotto flebo

 

Anziché l’amore

Le portava i fiori – gerbere rose fresie

Ciò non aveva importanza

Perché tanto non capiva la lingua dei fiori

 

Tutto non durava più

Di un sospiro di sollievo

Quando si chiudeva la porta

Ed era come il lungo sogno d’una vita infiorata

Non doleva nemmeno tanto

E quasi nessuno si risentiva

Il distacco avvenne con apparente intesa

Eppure

Poi a lungo esso si estingueva

Sotto la flebo dei ricordi

 

Il mare

 

Ritirandosi mi porta via te

Sulla fredda sabbia del tuo silenzio

Si spengono le meduse delle illusioni le pietre delle parole

Conchiglie vuote

Sibila in esse il tempo che fugge

 

Nel silenzio di tomba

Di nuovo di noi non sappiamo nulla

E ormai quasi non ci siamo più

 

Ma mi svegliano i delicati baci

Dell’onda che torna

E di nuovo mi prendi con la tua

Onda alta – di nuovo placata credo

Che non moriremo mai

 

Ma lo so – comincerà il riflusso

Rimarranno soltanto

Le impronte divergenti dei nostri piedi

Sulla sabbia bagnata

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tomasz Jastrun

21 Set

 

Tomasz Jastrun .   fot. Wlodzimierz Wasyluk/REPORTER

Tomasz Jastrun .
fot. Wlodzimierz Wasyluk/REPORTER

 

 

Tomasz Jastrun, poeta, prosatore, saggista, pubblicista, critico letterario, autore di libri per bambini, è nato a Varsavia il 15 settembre 1950. Figlio di due noti poeti: Mieczysław Jastrun (1903-1983, v. nel mio blog) e Mieczysława Buczkówna (1924-2015). Da molti anni figura di spicco nel panorama letterario e giornalistico polacco. Mi fece visita a Varsavia nel lontano 1983 e in quella occasione mi regalò una copia del suo debutto poetico Senza giustificazione (1978). Ricordo ancora che era in tenuta da tennis, e a tale proposito cito una sua confessione: “Vivo di scrittura e per la scrittura. La mia passione è dare testimonianza al mondo attraverso la parola in differenti forme letterarie e giornalistiche, un’altra mia passione è il tennis…”

Nel 1974 si laureò in Filologia Polacca all’Università di Varsavia. Nel periodo comunista fu legato alla opposizione democratica e partecipò attivamente alle lotte di Solidarność, pubblicando anche sulla stampa clandestina. Negli anni 1990-1994 è stato direttore dell’Istituto Polacco a Stoccolma e addetto culturale in Svezia. Negli anni 1994-1995 ha condotto il programma culturale televisivo Pegaz.

Ha collaborato e collabora tuttora con molte riviste di prestigio, tra le quali Kultura di Parigi, uscita fino all’anno 2000. Più volte premiato per la sua creazione, ha al suo attivo dieci raccolte di poesie, due romanzi e moltissimi feuilleton e reportage.

Nel 2012 ha pubblicato sulla rivista femminile Lo specchio un articolo intitolato Igiene intima della mente. Eccone un frammento: “Mi affascina l’autobiografia che ognuno di noi scrive con le briciole della memoria. Mi piace chiedere alle persone quali sono i loro primi ricordi. C’è in essi qualcosa di delicato, di intimo, ma anche insicurezza di  sé. E c’è sempre una commozione interiore…Nel corso degli anni accumuliamo tanti ricordi da crearne dei magazzini. Che fare perché non prevalgano pensieri e ricordi cupi? In ciò aiuta certamente la meditazione, lo yoga, l’atteggiamento ottimistico verso il mondo. Io, purtroppo, ho un magazzino di fatti imbarazzanti e da far vergogna. Nessuno li sorveglia. Mi visitano in situazioni inattese…Per fortuna sono riuscito a costruire un museo di pensieri sereni e lieti. E’ stato per me un evento importante la creazione di questo intimo ministero che amministra i buoni pensieri. Vi fanno parte insoliti paesaggi, esperienze e ricordi toccanti. Dunque i ricordi si possono accumulare e gestire con affetto…”

 

Poesie di Tomasz Jastrun tradotte da Paolo Statuti

 

Le mucche

Chi non ha mai avuto l’impressione

Che un villaggio visto per la prima volta

Nei vapori della nebbia – sia stato già visto

Con gli stessi occhi – in un’altra veglia

 

In colloqui vibranti di gravità

Ricordiamo questo fatto – l’uomo – diciamo

Ha diverse vite prima e dopo…

L’anima di sicuro non muore

Il corpo sì – ma l’anima dura in eterno

 

E accanto

Le mucche sui prati della verde esistenza

Ruminano ulteriori giorni

E più avanti – le mucche con poppe fatiscenti

Condotte al macello

Muggiscono tristemente – il latte non muore

Il latte dura in eterno

 

Commiato

 

Cosa posso scrivere di questo

Niente e niente non si accordano

Tanto scriveva e parlava della morte

Ed è morto non sapendo che moriva

Poi qualcuno ha gettato il suo nome

Nella fogna di un giornale

Non è andato lontano

Poi alcune persone hanno scavato una fossa

E hanno ricoperto la fossa

Alcune persone del tutto sconosciute

Niente e niente non si accordano

E soltanto i versi spuntano da dietro la morte

Come ali di uccelli

Che non sono riusciti a ripararsi dalla tempesta

 

 

Ancora una volta l’affetto

 

Tutto sparirà

Il colore degli occhi fuggirà via da sotto le ciglia

E andrà a vivere in un altro bosco

I baci appassiranno

Il vento perderà forza e odore

Quello stesso vento

Che ti arruffava i capelli

 

Si salverà il nostro affetto

Un ciottolo con l’occhio chiaro

Rigirato dalle onde

Avanti e indietro

 

I semi

 

Non amo le poesie lunghe

 

La poesia breve è come un sasso

Si può scagliare

Gettare in aria come una palla

O inghiottire prima di addormentarsi

 

Le poesie lunghe sono come strade

Con macchine parcheggiate ai lati

E la folla oziosa che guarda le vetrine

 

La poesia breve entrerà in un solo

Respiro

In un palmo aperto o chiuso

In un solo sospiro e lamento

 

Le poesie lunghe oggi

non sono pratiche

E’ difficile concentrarsi in esse

In un continuo balbettio di fatti

 

La poesia breve è il segno dei nostri

Tempi

Il seme che aspetta la sua stagione

 

Le ciglia

 

Ho toccato

Col labbro screpolato

La sua bocca

E niente è successo

Non mi ha colpito in viso

I suoi occhi non hanno cambiato colore

Soltanto le ciglia

Si sono alzate come ali di uccello

Che non sa

Se restare

O volare via

 

La frontiera

 

I giorni che ci separano

Sono come le scale

Che salirò di corsa

In un fresco pomeriggio d’estate

A casa di lei

Mi sederò al tavolo

Dirimpetto

E berremo il dorato tè

Da due affettuosi bicchieri

E dopo proverò

Se avrò abbastanza coraggio

A varcare la frontiera verde

Dei suoi occhi e arrivare

Fino alle labbra

Con le mie labbra

 

Nella stanza dov’è in agguato l’orologio

La camicia di suo marito

E’ appesa crocifissa alla sedia

E crescono senza fruscio i fiori

Che ci guardano

Con gli occhi sgranati

 

Figlio e padre

 

Non mi piace qui

Mi guarda con rimprovero

E io che devo fare

Non mi scuserò di certo

Taccio soltanto eloquentemente

E lui si stringe a me

Come se capisse

Che dobbiamo resistere insieme

E vivere in armonia

Perché non abbiamo niente

Oltre a noi stessi

 

E un attimo dopo

Ci mettiamo entrambi al lavoro

Lui colleziona

Vecchi biglietti d’autobus

E io parole

Dalle quali ricavo

Bastoni e stampelle

 

Il vecchio poeta sta in ascolto

 

Turbina la cenere sull’erba bruciata

Saltano neri grilli

E c’è un tale silenzio

Che si sente

Come lavorano i cuori

Dei versi

 

Il mio angelo morente

 

E’ arrivato l’Angelo Custode

Non l’ha spaventato la mia età

Neanche un sorriso scettico

 

Si è seduto dirimpetto con aria cupa

E ho visto che era senza ali

Respirava con affanno

Puzzava di vodca e di sigarette

Era vecchio e mi stupii che fosse ancora vivo

 

Sedeva dirimpetto e taceva

Ma io capii tutto

Dietro la finestra il cielo era vuoto

E si sentiva come lavoravano le stelle

Morte api dell’universo

 

L’invidia

 

L’invidia non è un fiume

E nemmeno un mare agitato

Il più delle volte è una mano aperta

 

Su questa mano ci sono fiumi

E mari

E una stretta che non guarda negli occhi

 

L’invidia ha un sesso

Una bocca e ciglia aggrottate

Sulle quali si sono posati

Due stanchi avvoltoi

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

Ewa Sonnenberg: Rue de Buci

19 Set

 

 

Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

Paul Verlaine

Paul Verlaine

 

   La poetessa polacca Ewa Sonnenberg (v. nel mio blog alcune sue poesie nella mia versione) nell’autunno del 1999 si trovava a Parigi, usufruendo di una borsa di studio. In tale occasione ha cercato le tracce di Arthur Rimbaud (1854-1891) e di Paul Verlaine (1844-1896) in Rue de Buci, dove i due poeti avevano abitato. Seduta in un piccolo caffè di questa strada, ha scritto la poesia “Rue de Buci”, che ho tradotto ora in italiano. E’ un monologo poetico di Paul Verlaine, tornato a Parigi cento anni dopo. Questa poesia sarà inserita nella raccolta di prose poetiche di Ewa Sonnenberg dal titolo “Guida lirica dell’Europa”, che uscirà molto probabilmente l’anno prossimo. Sia questa mia traduzione anche un modesto omaggio a Verlaine, di cui quest’anno ricorre il centoventesimo anniversario della morte.

 

Rue de Buci

Questa strada un po’ pazza un po’ monella

vende ciò che ha di meglio

e il marciapiede ha un’unica soluzione

l’edificio tra Eden Park e il caffè Jade

l’ottico Moret in basso e la porta verde

da qui non ci si ritira

 

quasi dovessi vivere un’altra giovinezza

come se andassi dritto in te e tu non avessi nulla in contrario

infuriato con il cielo che tanto aveva promesso

e merdre ci prese per idioti

un autunno schifoso ma non m’importa

solo che fa freddo manca il calore dai polmoni come i tuoi

(spero che tu sia guarito da quella vecchia bronchite)

 

Rimb aspetto tutta la domenica ha dimenticato di santificarla

se la spassa col caffè del lato opposto

non servono più l’assenzio bevo una cioccolata calda

alzo la testa come allora: settembre 1871

lo stesso tentativo la stessa speranza

 

dal tuo lucernario una goccia di sole entra nelle pupille le aguzza

come al solito non sei in casa ti sei dimenticato?

di nuovo sei andato a peccare? tu infantile torturatore?

fa’ buon viso ancora non abbiamo iniziato il gioco

lascia le malate penne unisciti a me

al lucernario hai cambiato le tendine così candide che vergogna!

è mai possibile? ma perché? hai chiesto un prestito a Gavroche?

no preferiresti spenderli in vino

 

non sono potuto nemmeno salire

lasciare un biglietto sulla porta: tuo Verlaine!

nella fossa delle scale che ci turbava c’è una macchina elettronica

questa porcheria prima non c’era

come te la passi? qui ti rimpiangono più di tutti Judyta Szarlota

ricordano la tua geniale soglia unica nel suo genere

demolitore di buone maniere e di azioni del cuore

madame très Belle ha esposto i gerani è del tutto rincitrullita

comment allez – vous ca ca? chiede con la sua vocetta da soprano

come sempre di ottimo umore

 

muovi la tendina saprò che ci sono che vivi

quel sacro lucernario dal quale gettavi le mie mutande sporche

qui si vergognano della biancheria sporca ignorano la buona poesia

gettavi quegli stracci per imprigionarmi e trattenermi

che tempi!

una pioggia d’insulti bestemmie implorazioni e che gesti signorili

 

qui nessuno adesso fa così è in corso un grande lavaggio

un lavaggio meccanico di biancheria sporca e di cervelli

quel profanato lucernario da cui la prima volta chiamasti Paul!

lo sentii lo sento adesso ti cerco nella folla dei ragazzi

vanno e vengono come di solito accade

tu tutto indorato! nessuno di loro come te

 

guardo annoiato le donne brutte e avvizzite

sono tutte morte le belle prostitute con fantasia

sono rimaste solo quelle smunte malaticce o certe mascoline

le idiote ti falsificano

 

squallido freddo umido gli uomini conducono le loro donne

con la cinta dei pantaloni come col guinzaglio così buffi seri

intorno a me seduti per il pranzo domenicale

ma te lo immagini?

stendono bianche tovaglie parlano battendo le posate sul piatto

provo sollievo io triste poeta con una borsa di studio di Parigi

finalmente volevo farti visita una volta dopo cento anni

devi sapere assolutamente una cosa

la poesia è finita!

nel mio paese i poeti scrivono versi sui barbieri

nel mio paese i ragazzi siedono in silenzio davanti alla loro birra

allo  stesso modo noiosi sia ubriachi che sobri

là dove sono io bisogna chiedere le parole più semplici

là dove sono io non se ne intendono ma sai

finiscono di scrivere i propri inizi e i sicuri insipidi finali

più di tutto il rimpianto della libertà è caduto dai grattacieli

sulla testa sul collo digrigna i denti rosicchia le unghie

 

cerco di passare il tempo nei musei e nelle sale d’aspetto

fuori aliti profumati provo nausea

da cosa mi sarai ridato?

mezzogiorno di tentazione dai capelli d’oro

velenosi campanili pungono l’aria

qualcuno ha visto Rimbaud?

un cane randagio stordito cerca il padrone tra i tavolini

timide nuvole atlantiche corrono in un cielo straniero

hanno il sapore del mare di Calais ah! poter tornare in Inghilterra!

mi sono rimaste solo due sigarette

una la fumerò una la lascerò per te

 

tu ed io è solo una questione nostra

e certamente litigheremmo ci azzufferemmo dormiremmo

arriverebbe la polizia l’ambulanza del pronto soccorso

l’opinione pubblica farebbe esercizi di lingue

 

il sole è geloso di noi fa i capricci e si appanna

come se tu dovessi apparire d’un tratto da dietro l’angolo

darmi la mano e allora questa strada di nuovo soltanto nostra

lanceremmo le bricconate e via di corsa nel rifugio-verso

lo tratteremo come la peggiore sgualdrina

bello e claudicante mi sorride

come se di noi sapesse tutto

e compatisse il vecchio grullo che aspetta la sua giovinezza

il pleure dans mon coeur com’ero così sono rimasto grullo

mi arrampico sulle rocciose rive delle dita

ma non ho ottenuto nessun gesto amichevole

l’ora successiva grida Arthur! mostrati finalmente

il tuo Paul di nuovo piange!

 

non ti addolcirò più con la mia glassa di ragazzo

fra breve le feste bisogna comprare qualcosa sia come sia passarle

presto è l’anno nuovo non si può così a bocca asciutta

da qualche parte là in alto dai serenità pesci vino carta

quanto più potrai Rimb insopportabile irritante

come al solito tu te ne infischi hai dimenticato l’incontro

sei fatto così

 

sono arrivati tutti i vecchi conoscenti chiedono di te

che facce faranno quando ci vedranno insieme

quei parnassiani fetenti Merat Chanal Perin Guerin Carjat

avresti un bel da fare! tu già sapevi come agire con loro

lo ammetto io non avevo mai tanto coraggio

Rimb le feste le vorrei bere bere bere senza sosta con te

sì soltanto tu ed io e nessun altro

piuttosto pii desideri per ragazze liceali

nessun limite sporcizia puzzo miseria

l’inchiostro allungato con l’alcol

 

un furbacchione americano sta fotografando il nostro edificio

la blasfema tana in cui mi sono preso i reumatismi

niente è diverso lo stesso numero slogato

uno per un buon inizio zero per essere umili

 

sulla nostra strada parcheggiano automobili e harley

un traffico simile ai nostri tempi non c’era

e quell’abbagliante negozio di vini

a pochi metri dal tuo portone

quasi fosse aperto in nostro onore

peccato che soltanto ora lo avremmo vicino

senza di te non si sa che fare nessuna idea per la vita

da quando ho perso le chiavi e il numero di telefono

ho abitato sulle strade arredando il loro  freddo

ero tutto: rivelazione vate grafomane

rimatore provinciale beatnik underground

di una grande città e maestro di haiku

 

c’è un profumo di mughetti no non sono ubriaco

divertente sei tu? vicino o forse accanto a qualcun altro?

no non sono geloso sai che non lo sono mai stato

una ragazza vende orologi si avvicina

propone meccanismi dorati solo cento franchi di quei tempi

niente di simile mi posso permettere

ecco un artista della fine del XX secolo

il battello ebbro è affondato è finito contro la moderna torre di vetro

a Montparnasse le vocali sono sbiadite o sono preda dei daltonici

le interpretano a modo loro

perdona non potevo fare niente

 

scendi una buona volta si annuncia un buon inizio

ho tanti anni quanti ne avevo allora non farti pregare sono un ideale

non bevo non fumo ho voglia di donne e bevo il tè con lo zucchero

con te questo non mi succedeva

 

autunno 1999

 

 

(Versione di Paolo Statuti)