Archivio | maggio, 2014

Henry Wadsworth Longfellow (1807-1882)

30 Mag

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La Divina Commedia nella versione di Paolo Statuti

Un uomo davanti alla cattedrale,
Vinto dalla polvere e dal sole ardente,
Posa il suo fardello e riverente
Entra, si segna e in ginocchio cade
Per recitare un pater in quel ritiro;
Dal chiasso del mondo così distante;
Il rumore della strada assordante
Diventa simile a un sospiro.
Quando qui ogni giorno entro anch’io,
E lascio il mio fardello sul sagrato,
Prego, non mi vergogno di pregare,
Svanisce un confuso mormorio,
Il tumulto del tempo sconsolato,
Mentre l’eterna età resta a guardare.

II
Le torri ornate di sculture strane!
Nelle pieghe dei loro vestiti
Gli uccelli fanno i loro nidi;
Un tetto di foglie copre il portale,
La chiesa sembra una croce in fiore!
Ma i demoni e i draghi dai doccioni
Guardano il Cristo morto tra i ladroni
E più in basso Giuda il traditore!
Ah! da quali pene del cuore e della mente,
Da quali esultanze, da qual conforto,
Da qual tenerezza e odio del male,
Da qual grido di un’anima nei tormenti,
Questo poema di terra e cielo è sorto,
Questo prodigio di canto medievale!

III
Io entro, e nell’oscurità ti noto
Delle lunghe navate, o poeta saturnino!
E i miei passi ti seguon da vicino.
L’aria è satura d’un profumo ignoto;
Il corteo dei morti si scosta nell’ombra
Per farti passare; brillano i ceri;
Come a Ravenna nelle pinete i corvi neri
Gli echi volano di tomba in tomba.
Dai confessionali levarsi sento
Le prove di drammi dimenticati,
E un lamento dalle cripte proviene;
E di una voce celestiale intendo
Le parole “Pur se i vostri peccati
Sono scarlatti, saran come la neve”.

IV
Con un velo e in abito rosso vivo,
Sta dinanzi a te, colei che tempo fa
Colmò il tuo cuore di passione e ansietà
Da cui uscì il tuo canto divino;
Quando il tuo nome pronuncia con rampogna,
Il ghiaccio che avvolge il tuo cuore
Si scioglie come neve sui monti, e scorre
Dalle tue labbra in singhiozzi di vergogna.
Tu confessi; e un raggio piovuto
Come dall’alba su una buia foresta,
Sembra aumentare sulla tua fronte eretta;
Lete e Eunoe – del sogno sovvenuto
E del dolore obliato – alfine resta
Quel perdono che è la pace perfetta.

V
Io sollevo gli occhi, e le volte
Splendono coi Santi martirizzati
E poi nell’aldilà glorificati;
E la grande Rosa mostra sulle foglie
Il Trionfo di Cristo, e degli angeli i canti,
Con splendore a splendore aggiunto;
E Dante a Beatrice di nuovo è congiunto,
Non più rampogne, ma sorrisi elogianti.
E l’organo suona, e invisibili cori
Cantano inni di pace e di amore
E dello Spirito la benedizione;
E rintocchi di campane sonori
Sopra ogni tetto e nei cieli del Signore
Proclamano la Sacra Elevazione!

VI
O stella del mattino e della libertà!
Tu hai portato la luce, che perenne
Sulle tenebre degli Appennini splende,
Messaggero del giorno che verrà!
La voce della città e del mare,
La voce dei pini e delle cime,
Ripete il tuo canto, finché le tue rime
Saran la via dell’italico pensare!
Il tuo nome da ogni altezza è volato
In tutte le nazioni, e un suono è udito,
Come di un forte vento, e da uomini colti,
Stranieri di Roma, da ogni iniziato,
Nella loro lingua tu sei capito,
E sono stupiti e dubitano in molti.

(C) by Paolo Statuti

Traduzione della poesia

25 Mag

A proposito di traduzione poetica

Lungi dall’essere un teorico di questo genere di traduzione (francamente mi annoiano le varie teorie), ho già espresso nell’articolo “Paolo Statuti e la traduzione della poesia” (musashop.wordpress.com) la mia modesta opinione su questo eterno e discutissimo tema. A costo di apparire lapalissiano, desidero ricordare a chi volesse cimentarsi, in questo difficile e a volte ingrato compito, alcune condizioni sine qua non: ottima conoscenza della lingua del testo originale e di quella della traduzione, passione, sensibilità poetica, predisposizione, gusto della ricerca. In mancanza, anche di una sola di queste condizioni, sconsiglierei chiunque dal fare tentativi che spesso si “traducono” in aborti, e che offendono la memoria dei poeti. Purtroppo mi è capitato spesso di incontrare improvvisati e scadenti traduttori italiani, che giustificano pienamente il luogo comune “traduttore-traditore”, e che “si cimentano” per presunzione e perché in casa hanno un dizionario della lingua da tradurre. A titolo di cronaca, questo non succede ad esempio in Polonia, dove la traduzione della poesia è sempre affidata a veri poeti.
Paolo Statuti

Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock

24 Mag
T. S. Eliot

T. S. Eliot

T.S. Eliot
Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock
« S’i’ credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse.

Ma però che già mai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo»
(Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVII, 61-66)
.
Andiamo dunque, tu ed io,
Mentre la sera è distesa sul cielo
Come paziente eterizzato sul tavolo;
Andiamo, per certe semideserte strade,
Tra mormoranti recessi
Di notti agitate in modesti piccoli alberghi
E ristoranti cosparsi di segatura e gusci d’ostriche:
Strade che si allungano come tedioso argomento
D’insidiosa intenzione
Per condurti a una domanda che opprime…
Oh no, non chiedere “Cos’è?”
Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La gialla nebbia che sfrega la schiena sui vetri della finestra,
Il fumo giallo che sfrega il muso sui vetri della finestra
La sua lingua ha leccato negli angoli della sera,
Ha indugiato sulle pozze formate negli scarichi,
S’è lasciato cadere sul dorso la fuliggine dei camini,
E’ scivolato sul terrazzo, ha fatto un balzo improvviso,
E vedendo che era una dolce sera di ottobre,
S’è arrotolato attorno alla casa e si è assopito.
E per la verità avrà tempo
Il giallo fumo che scorre lungo la strada
Per sfregare il dorso sui vetri della finestra;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per preparare un volto a incontrare i volti che tu incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutti i lavori e giorni di mani
Che sollevano e versano una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un toast e un tè.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E per la verità ci sarà tempo
Per chiedersi “Oso io?” e, “Oso io?”
Il tempo per voltarsi e scendere le scale,
Con una macchia di calvizie in mezzo ai miei capelli –
(Essi diranno: “I suoi capelli diventano più radi!”)
La mia giacca, il mio rigido colletto sotto il mento,
La mia cravatta ricca e modesta, ma fissata con un semplice spillo –
(Essi diranno: “Ha le braccia e le gambe così sottili!”)
Oso io
Disturbare l’universo?
In un minuto c’è il tempo
Per decisioni e revisioni che un minuto cambierà.

Perché le ho già conosciute tutte, proprio tutte –
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho versato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci morenti con un morente tono
A di sotto della musica da una stanza più lontana.
Perciò come dovrei presumere?

E io ho già conosciuto gli occhi, proprio tutti –
Gli occhi che ti guardano in una frase formulata,
E quando io sono formulato, confitto con lo spillo,
Quando sono inchiodato e mi dimeno sul muro,
Allora come dovrei cominciare
A sputar fuori le cicche dei miei giorni e modi?
E io ho già conosciuto le braccia, proprio tutte –
Le braccia ingioiellate e bianche
(Ma alla luce della lampada si vede una peluria bruna!)
E’ il profumo di un vestito
Che mi rende così digressivo?
Le braccia posate sul tavolo, o avvolte in uno scialle.
Dunque dovrei presumere?
E come dovrei cominciare?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Dirò che ho percorso all’imbrunire strette strade
E ho guardato il fumo che usciva dalle pipe
Di uomini soli in camicia, alle finestre affacciati?…

Dovrei essere un paio di artigli rapaci
Che fuggono sul fondo di mari silenziosi.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E il pomeriggio, la sera, dorme così sereno!
Lisciato da lunghe dita,
Addormentato…stanco…oppure esso finge,
Steso sul pavimento accanto a te e a me.
Dovrei io, dopo il tè, il dolce e il gelato,
Avere la forza di superare il momento della sua crisi?
Ma benché io abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,
Benché io abbia visto la mia testa (un po’ calva) posata su un piatto,
Io non sono un profeta – e non c’è niente di grande;
Io ho visto per un attimo il lampo della mia grandezza,
E ho visto l’eterno Valletto porgermi il soprabito, e lo sbuffo
E a farla breve, ho avuto paura.

E varrebbe la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata, il tè,
Tra la porcellana, tra il parlare un po’ di te e di me,
Varrebbe la pena,
Ignorare la questione con un sorriso,
Comprimere l’universo in una palla
E rotolarla verso una domanda opprimente,
Dire: “Io sono Lazzaro, vengo dai morti,
Ritorno per dirvi tutto, io vi dirò tutto” –
Se qualcuno, sistemandole il cuscino sotto la testa,
Dicesse: “Non è affatto ciò che intendevo.
Non è affatto questo.”

E varrebbe la pena, dopo tutto,
Varrebbe la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade irrorate,
Dopo i romanzi, la tazze di tè, dopo le gonne strascicate –
E ciò, e assai di più? –
E’ impossibile dire proprio cosa intendo!
Ma se una lanterna magica proiettasse i nervi sullo schermo:
Varrebbe la pena
Se qualcuno, sistemando un cuscino o gettando via uno scialle,
E girandosi verso la finestra dicesse:
“Non è affatto questo,
Non è affatto ciò che intendevo.”

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

No! Io non sono il Principe Amleto, né voglio esserlo;
Io sono uno del seguito, uno che
Ingrosserà il corteo, farà una scena o due,
Consiglierà il principe; senza dubbio, un facile strumento,
Rispettoso, felice di essere d’aiuto,
Politico, cauto e meticoloso;
Pieno di massime elevate, ma un po’ ottuso;
A volte, per la verità, quasi ridicolo –
A volte, quasi Giullare.

Sto invecchiando…Sto invecchiando…
Rimboccherò i risvolti dei pantaloni.

Dividerò in due i capelli? Oserò mangiare una pesca?
Indosserò pantaloni di flanella bianca, e me ne andrò sulla spiaggia.
Ho sentito le sirene cantare, una ad una.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste cavalcare le onde marine
Pettinando i bianchi capelli delle onde risoffiate
Quando il vento soffia l’acqua bianca e nera.

Abbiamo girellato nelle sale del mare
Inghirlandati dalle sirene con alghe rosse e brune
Finché voci umane ci sveglieranno, e noi annegheremo.

(Versione di Paolo Statuti)

(C) by Paolo Statuti

Monumenti a confronto: Aleksandr Puškin e Vladimir Majakovskij

14 Mag

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Vladimir Majakovskij – l’istrione buono, il gigante scomodo, il profeta della verità, nel 1930 doveva aver fiutato aria di morte, per scrivere il suo poema-testamento, il suo messaggio ai posteri. Esso è un’infocata protesta contro tutto ciò che egli considera sbagliato, sconsiderato, inutile. Egli vuole che il lettore lo ascolti, che la sua poesia sia tramandata alle generazioni future. Il poeta protesta per il bene della gente. Si definisce “fognaiolo”, cioè colui che pulisce le fogne del mondo, che ne mostra il lato più sporco e ripugnante, e urla “a tutta voce” contro l’assoluta indifferenza dei contemporanei e la loro inerzia per la conquista di una vita migliore.
Il poema “A tutta voce” si può equiparare alla celebre poesia “Mi sono eretto un monumento” di Aleksandr Puškin. Entrambi i poeti volevano lasciare la loro impronta, entrambi lottavano per la libertà e la giustizia. Majakovskij contro la “melma” del mondo, Puškin contro la “plebaglia”. E’ significativo che i due componimenti poetici siano stati scritti alle soglie della morte dei due grandi poeti, e che entrambi abbiano pagato con la vita la loro utopistica aspirazione.
Eccoli nella mia traduzione.

Mi sono eretto un monumento non di opera umana…
(Я памятник себе воздвиг нерукотворный…)

Exegi monumentum
Mi sono eretto un monumento non di opera umana,
Non s’infesterà il sentiero che vi si avvicina,
Con la testa indocile s’è innalzato più alto
Della colonna alessandrina.

No, non morirò del tutto – l’anima nella diletta lira
Sfuggirà le ceneri, la putrefazione certamente –
E sarò famoso, finché nel mondo sublunare
Anche un solo poeta sarà presente.

Parleranno di me in tutta la grande Rus’,
E mi nomineranno nei loro propri linguaggi,
Il fiero nipote degli Slavi, il Finlandese, il Tunguso
E il Calmucco, figlio delle steppe selvagge.

E a lungo al mio popolo io sarò caro,
Che in un tempo crudele ho lodato la Libertà,
Che ho acceso i buoni sentimenti con la lira
E verso i caduti ho invitato alla pietà.

Ascolta, o Musa, il comando divino,
Non temendo le offese, non chiedendo corone,
L’elogio e la calunnia accogli indifferente
E con gli sciocchi non entrare in discussione.

1836

A tutta voce
(Во весь голос)

(Prima introduzione al poema)

Egregi
compagni posteri!
Scavando
nello sterco impietrito
del presente,
studiando le tenebre odierne,
voi,
forse,
chiederete anche di me.
E, forse, dirà
il vostro erudito,
con la mente
piena di questioni,
che viveva da qualche parte un tale
cantore dell’acqua bollita
e nemico acerrimo dell’acqua corrente.
Professore,
togliti gli occhiali-bicicletta!
Io stesso racconterò
del tempo
e di me dirò.
Io, fognaiolo
e portacqua,
dalla rivoluzione
richiamato,
io per il fronte ho lasciato
i signorili giardini
della poesia –
capricciosa megera.
Che giardino guarda e ammira,
figlia,
la casa,
pulisci
e stira –
io da sola l’ho piantato,
solo io l’annaffierò.
Chi versa strofe dai catini,
chi spruzza
dalla bocca –
leziosi Mitrejki,
saccenti Kudrejki –
come raccapezzarsi!
Per la melma non c’è quarantena –
mandolinano tutto il giorno:
«Tara-tena, tara-tena,
ten-n-n…»
Non è un grande onore,
se tra le rose
alzano i miei busti
nei giardinetti,
dove scatarra la tubercolosi,
dove un teppista abbraccia una puttana
e la sifilide impera.
Anch’io
della propaganda
ho le tasche piene,
anch’io
potrei scrivere
romanze su di voi, –
è più redditizio
e più allettante.
Ma io
me stesso
ho domato,
e con il piede pesante
ho schiacciato la gola
della mia canzone.
Ascoltate,
compagni posteri,
l’agitatore,
lo strillone-caporione.
Soffocando
i torrenti della poesia,
io avanzerò
tra volumi di liriche,
da vivo
ai vivi parlando.
Verrò da voi
in un futuro comunista,
non come
il melodioso bardo eseniano.
La mia poesia giungerà
attraverso i crinali dei secoli
e attraverso le teste
dei governi e dei poeti.
La mia poesia giungerà alla meta,
ma essa vi giungerà,
non come una freccia
lanciata da Cupido a sorte,
non come arriva
a un numismatico una consunta moneta
e non come arriva la luce delle stelle morte.
La mia poesia
con la fatica
sfonderà la mole degli anni
e apparirà
ponderosa,
rude,
visibile,
come ancora oggi
è visibile l’acquedotto,
eretto
dagli schiavi di Roma.
Nei tumuli di libri,
di versi seppelliti,
ritrovando per caso la ferraglia delle strofe,
voi
con rispetto
prendetela in mano,
come vecchia
arma fatale.
Io
l’oreccchio
con la parola
non sono avvezzo a carezzare;
il delicato orecchio di ragazza
nei riccioli
dal doppio senso sfiorato
non arrossirà.
Dopo aver disteso in parata
le mie pagine-plotoni,
io passerò
il fronte delle strofe.
I versi stanno
pesanti come piombo,
pronti anche alla morte
e alla gloria immortale.
I poemi sono morti,
canna contro canna
dei titoli puntati
e squarciati.
L’arma
del genere
preferito,
è pronta
a lanciarsi con un grido,
s’è irrigidita
la cavalleria delle facezie,
avendo alzate delle rime
le lance acuminate.
E tutte
le truppe fino ai denti armate,
che venti anni nelle vittorie
hanno passato,
fino all’ultima
pagina
io affido a te,
proletario del pianeta.
Il nemico
della classe operaia –
è anche il mio nemico,
giurato e di vecchia data.
Ci hanno chiesto
di andare
con la bandiera rossa
anni di lavoro
e giorni di fame.
Noi aprivamo
di Marx
ogni volume,
come in casa
propria
apriamo le persiane,
ma anche senza lettura
noi sapevamo
da che parte andare,
contro chi lottare.
A noi
la dialettica
non l’ha insegnata Hegel.
Essa al suono delle lotte
nei versi è penetrata,
quando
sotto le pallottole
i borghesi fuggivano da noi,
come noi
un tempo
fuggivamo da loro.
Che
dietro ai geni
come vedova sconsolata
si trascini la gloria
in una funebre marcia –
muori, o mio verso,
muori, come semplice soldato,
come ignoti
all’attacco sono morti i nostri!
Io sputo sopra
il bronzo dei monumenti
io sputo sopra
il viscido marmo.
Grondiamo di gloria –
noi tutti noi, –
che il nostro
monumento comune
sia il socialismo
eretto
nelle lotte.
O posteri,
controllate i galleggianti dei dizionari:
dal Lete
emergeranno
i resti di parole
come «prostituzione»,
«tubercolosi»,
«blocco».
Per voi
che
siete sani e destri,
il poeta
leccava
gli sputi dei tisici
con la ruvida lingua del manifesto.
Con la coda degli anni
io divento la somiglianza
di mostri
fossili con la coda.
Compagna vita,
su,
presto bruciamo,
bruciamo
in cinque anni
il resto dei giorni.
A me
neanche un rublo
hanno portato i versi,
di ebano
non è arrivato un mobile in casa.
E tranne
una camicia fresca di bucato,
dirò sinceramente,
a me non serve niente.
Entrato
Nella Commissione di Controllo
dei luminosi
anni che verranno,
io sulla banda
di poeti
scrocconi e furfanti
solleverò
come tessera bolscevica,
i miei
libri di partito –
tutti quanti.

1929-1930

(C) by Paolo Statuti