Archive | maggio, 2015

Tomasz Gluziński: Il grande pascolo

23 Mag

 

 

Tomasz Gluziński

Tomasz Gluziński

 

   Nel 2005 la casa editrice “Więź” di Varsavia pubblicò un’antologia poetica di Tomasz Gluziński dal titolo “Il grande pascolo”, contenente poesie tratte da diverse sue raccolte, e con una presentazione del poeta, saggista e critico letterario Krzysztof Karasek. Al riguardo ho trovato in internet questo articolo del poeta, saggista e traduttore Jarosław Mikołajewski (v.nel mio blog), scritto nello stesso anno. Eccolo nella mia traduzione.

 

Un capolavoro dimenticato

 

Una gioia maggiore della scoperta di un nuovo talento, si prova quando si ritrova un’opera ingiustamente dimenticata. La gioia di ricordare e di proporre la poesia di Tomasz Gluziński la dobbiamo alla casa editrice “Więź” e a Krzysztof Karasek, che ha scelto le poesie di questo poeta, corredandole di una sua introduzione.

“Gluziński nacque nel 1924 a Lwów – scrive Karasek. Frequentava la scuola nella stessa strada in cui si trovava quella del suo compaesano di dieci anni più giovane Zbigniew Herbert, solo che dalla parte opposta. La guerra lo cacciò dalla città natale e nel 1950 si stabilì a Zakopane”. Un conciso e colorito curriculum di Gluziński lo troviamo nella sua autobiografia essenziale contenuta nella lettera da lui scritta al poeta Zbigniew Herbert nel 1983. Emerge da essa la figura di un patriota che nel 1944 si arruolò nel 1 Reggimento Alpini, che dopo la guerra cercò la sua dimora nella Bassa Slesia, e infine si creò una famiglia, mettendo per sempre radici ai piedi del Giewont. Sciatore, allenatore delle nazionali femminile e maschile di sci, uomo di forte fibra. “Al partito o altra ignobile organizzazione non appartenevo – scrive nella suddetta lettera – non applaudivo, non sorridevo stupidamente, ho pubblicato un paio di libri e neanche una volta ho consegnato personalmente il manoscritto alla casa editrice, servendomi sempre della posta. Non mi conoscono da nessuna parte, non sanno che aspetto ho”.

“Le mie vicende – rispondeva Herbert – sostanzialmente sono state assai simili (…). Grazie a Te mi sono reso conto di quanto sia inestimabile la solidarietà generazionale – non quella che risulta dalla data di nascita, ma quella che deriva dalla osservanza della lealtà”.

Come poeta Gluziński debuttò nel 1958 sul settimanale “Tygodnik Powszechny”, ha pubblicato 11 raccolte di poesie, è morto nel 1986. “Era – scrive Karasek – una delle personalità di Zakopane, come il pittore Brzozowski, lo scultore Rząsa o il generale Boruta-Spiechowicz – stabile elemento del paesaggio di questa città (…). E’ sepolto nel Vecchio Cimitero, celebre necropoli di Zakopane. “Sciavo – scrive riassumendo ad Herbert la sua vita – al sole, nella nebbia, nelle bufere di neve, sul ghiaccio, giravo sulle creste, sulle vette, nei boschi, e ringraziavo Dio che mi aveva fatto diventare un poeta poco istruito, ma esperto”.

Tomasz Gluziński era un poeta che sperimentava In maniera oltremodo consapevole. Era il poeta della rude denominazione della realtà, degli inattesi paragoni, delle ricerche nello spazio e nella fantasia al tempo stesso, del ridurre il mondo alla sua essenza. C’è nei suoi versi il coraggio di denudare i rituali, l’audacia del linguaggio corrente e dell’arrivare al nocciolo delle cose, senza inutili preamboli.

Scrive giustamente Karasek che Gluziński svolse un ruolo rilevante „nella formazione del linguaggio poetico contemporaneo”, lo indica come un creatore della Nouvelle Vague polacca, così importante per i poeti nati negli anni ’40, nonché per quelli assai più giovani.

C’è nella raccolta “Il grande pascolo”  una ricchezza di poesie indipendenti, subordinate soltanto all’avventura spirituale e alla volontà artistica. Autentiche quando le loro fonti scaturiscono da fatti del tutto privati e a noi nascosti. Questo volume di Gluziński è uno dei dei più grandi eventi letterari del nostro tempo, e anche se il poeta è morto 19 anni fa, ciò non cambia affatto la sostanza delle cose.

(2005)                                                            Jarosław Mikołajewski

 

 

 

Alcune poesie di Tomasz Gluziński tradotte da Paolo Statuti

 

Didascalia

dietro la finestra secondo la stagione molte

foglie o un gran gelo e l’ornamento o

la sua completa assenza determina senza alcun

dubbio sia la topografia sia

l’atmosfera di questo luogo dove al

centro su una comune sedia o meglio

in terra siede una persona di sesso

indifferente di qualsiasi età che subito

a prima vista sembra

soffrire benché non sia affatto

una sofferenza per una malattia e la persona

stessa possa essere sostituita semplicemente

con un modello di cera o di cartapesta ma ecco

man mano che cresce tra le quinte una allegra

melodia eseguita al corno

inglese con l’accompagnamento dell’organo e

di voci umane inarticolate

il viso della figura seduta e tutta la sua

ricurva immobilità subisce

una graduale inevitabile metamorfosi

che si manifesta con la scomparsa delle rughe

all’inizio con un lieve poi sempre crescente

gesticolare tanto che quando si alza

il sipario abbiamo davanti a noi un uomo

maturo dal cranio benfatto e distinto e

il volto sereno e tutta la bella virile

figura dimostra la forza e la risolutezza

propria delle persone abituate a svolgere

determinate funzioni e allora secondo

le circostanze da sinistra o da destra

si apre come sempre una porta ed entra

una persona di sesso indifferente che a prima

vista sembra soffrire ma

non è una sofferenza per una

malattia e la persona può essere sostituita

con un semplice pupazzo di cera o di

cartapesta ed ecco a poco a poco man mano che

si sviluppa l’azione con la crescente

melodia al corno inglese e all’organo

con l’accompagnamento di voci umane

inarticolate i ruoli subiscono una impercettibile

lenta e inevitabile trasformazione e così

tra gli applausi il sipario si abbassa e si alza

più volte e bisogna qui aggiungere ancora

che il dramma si svolge con disinvoltura alla luce

del giorno sotto i nostri occhi

 

1968

 

Cosciente

 

nemmeno la guerra

nessuno porta le armi

semplicemente una marcia

 

quel giorno della partenza di trecentomila

pellegrini per il deserto causò

nel calendario della storia

importanti mutamenti

 

in questa situazione

la poesia

non può più

imitare il cinguettio degli uccelli

non può essere un erbario

né il martirio dell’etimologia

 

tutto ciò che avviene intorno

supera l’immaginazione

e i diari di un’anima sensibile

i libri dei sogni e le metafore abissali

adesso sono tanto necessarie

quanto un sacco di sale versato nel mare

 

l’odierna poesia deve essere

cosciente

e nessuna parola

che cozza contro altre con schianto

come lucenti sfere sul verde

abito della fantasia sarà in grado

di uguagliare lo scricchiolio della sabbia

 

e i sussurri del desiderio

 

1977

 

Al crepuscolo

 

come cavarsela col panorama

 

dipingere tutto come viene

coi salici la nuvola l’erba che appassisce

e la rosea gelatina del sangue

 

come dunque immortalare un bel paesaggio

 

covoni di segala il panico degli uccelli

il pallido azzurro del cielo di settembre

e la nuvola di polvere da sotto lo zoccolo

 

gli sciami di mosche il loro verde lucente

 

le pagnotte da poco freddate

che tra le stoppie giacciono

come pietre campestri

 

e il penultimo riflesso del sole

 

prima che sul freddo candore della fronte

al crepuscolo

striscerà come rame

 

17.09.1975

 

Indomabile

 

cercare di astenersi dalle metafore

dire la verità e soltanto

la verità

l’erba

è verde

la neve è fredda

l’acqua è bagnata

la corda è di canapa

e ognuno ha

i buchi nel naso

 

se tuttavia qualcuno

volesse da queste banali

informazioni trarre

delle conclusioni non resterà deluso

 

perfino l’elenco del telefono

in certe circostanze

può risultare anche

una lettura sconvolgente

 

per confrontare

i numeri

di berlino e di varsavia

del 31 agosto 1939

 

quasi la lista

completa dei boia e delle vittime

 

evitare le metafore

l’erba

è nera la neve è calda

neanche una goccia d’acqua la corda

per appendere e i buchi

nel naso nelle spalle nella

nuca

perché non c’è una

parte del corpo che l’indomabile

immaginazione umana

possa risparmiare

 

1977

 

Indipendenza

 

la mia libertà

si compone

di appena qualche elemento

 

il primo

è l’estraneità dell’odio

che è la schiavitù più crudele

 

il secondo

è la discordanza con l’invidia

questa usurpazione del possesso esclusivo

 

il terzo

la libertà di pensiero

o se si preferisce

la resistenza

alle seducenti e a volte

velenose verità della filosofia

degli ultimi secoli

 

i restanti attributi

non meritano

di essere menzionati

se non si vuole

gracchiare come un qualunque pappagallo

in una qualunque

gabbietta di fildiferro

 

Zakopane 17.07.1983

 

Senza chiacchiere

 

i cani

non imparano mai

l’arte di parlare

vivono

forse troppo poco

 

ma anche così

sono superiori all’uomo

nel trasmettere le intenzioni

senza smorfie e senza chiacchiere

 

una particolare articolazione

di desideri di avvisi d’inquietudini

di curiosità e perfino

di affetto

manifestano perfettamente

con il loro tipico atteggiamento

dal naso alla punta della coda

oppure

coi latrati o mugolando ringhiando

e ancora con un certo

vocalizzo da cani

l’espressione

degli occhi dei cani dimostra in modo

suggestivo una intelligente

sensibilità

e la docilità

estorta con un severo addestramento

è un’ulteriore prova

della smisurata fiducia e

dell’amore del tutto irrazionale

degli animali

per l’uomo

 

Zakopane 26.07.1983

 

Quanto ancora

 

quali esperienze ancora

 

quanti sacrifici occorre subire

per non chiamare i bisogni dello spirito

solo un mercato

per un boccone di pane

 

quanto tempo deve passare

 

per capire che la fame del cuore

si nutre di foraggio della verità

e non di oro

che uccide

 

quanto sangue scorrerà ancora

 

quanto ci spremeremo il cervello

per capire l’origine della bramosia

per sapere

cosa ci duole

 

Zakopane 6.09.1983

 

Solo un filo sottile

                                  A Zbigniew Herbert

 

nei rivoli dell’acquazzone

il cervello si bagna

e nelle paludi marcisce l’erba

ai pensieri rigonfi nessuna pausa

di sonno neanche un istante

soltanto la veglia

 

soltanto dietro il colletto cola la paura

goccia dopo goccia penetra nelle tegole di legno

trapela la minaccia dal vecchio tetto

e il fungo si addentra nei quattro angoli

 

con un tale acquazzone

il torrente romba

e dai monti il granito portato batte

l’acqua si avvicina alla porta

e mille rane nascono nel pozzo

 

dietro la finestra rivoli

niente di più

non c’è più né terra né  cielo

solo un filo sottile di speranza

e una fetta di pane ammuffita

 

Zakopane 8.08.1985

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

10 maggio 2015: La Festa della Mamma

8 Mag

 

Stanisław Wyspiański: Maternità

Stanisław Wyspiański: Maternità

 

 

Cara Mamma,

credo che Tu sia in Paradiso, non posso immaginare un posto diverso per Te. Non so se là avete internet e se puoi collegarti con facebook o leggere il mio blog, spero di sì, altrimenti Ti porterò il CD quando ci incontreremo. Oggi ho scelto per Te e per tutte le mamme del mondo tre poesie polacche. Le ho scelte pensando alle parole del grande poeta Leopold Staff:

…il verso che viene dal bardo,

Vestito di suoni e d’arcano,

Sia limpido come uno sguardo,

Sia come una stretta di mano.

 

Cioè ho scelto poesie semplici e comprensibili per tutte le mamme, quelle meno istruite e quelle più istruite, perché al di là di ogni titolo di studio, il cuore di mamma è già di per sé un diploma di grande valore e di grande merito, più di qualsiasi sudata laurea. Un abbraccio filiale e un augurio speciale da chi ti ricorda con grande affetto e nostalgia, mamma!

 

Antoni Słonimski (1895-1976)

 

Sulla strada c’era un albero

 

Sulla strada c’era un albero,

Un albero chinato sul pantano.

E tutti gli uccelli di quell’albero

Erano volati via lontano.

 

Tre ad Est, tre ad Ovest,

E il resto verso il meridione,

Lasciando l’albero in preda

Al maltempo e alla fredda stagione.

Dissi a mia madre: “Ascolta,

Se non mi dirai di no,

Con un solo tuo sguardo

In uccello mi trasformerò.

 

Mi poserò sopra un ramo,

E ondeggiando lieve lieve

Nel gelido canto dell’albero

Sognerò una melodia di neve.”

 

Disse mia madre: “O mio Dio!”

E pianse tristemente.

“Attento, figlio caro, ti gelerai,

Non essere imprudente.”

 

“Non piangere, mamma cara,

Basta un lampo fulmineo.

Basta un cenno soltanto,

E io diverrò un uccellino.”

 

La mamma piange: ”Figlio mio,

Mi si spezza il cuore,

Metti almeno la sciarpa sul collo,

O prenderai un raffreddore.

 

Ebbene, se proprio lo vuoi,

Diventa pure un uccelletto,

Ma metti almeno le calosce

E in testa un caldo cappelletto.

 

 

E un caldo golf invernale

Metti, figlio mio ostinato,

Se non vuoi, o figlio caro,

Finire morto e sotterrato.”

 

Sollevai le ali, ma che peso!

I miei sforzi furono vani:

Troppe cose mia madre

Mi aveva messo sulle ali.

 

E guardai triste nei suoi occhi

Di madre, il cui amore materno

Era tale, che non mi permise

Di mutarmi in uccello.

 

Klemens Oleksik (1918-1992)

 

A mia madre

 

Tu sei la donna più onorata del mondo intero.

Al tuo seno mi stringo, io quel bambino che ero.

 

Ti amo con tutto il cuore, come può esso soltanto,

perché vedo come per me ti solca il viso il pianto.

 

Le tue mani sono ruvide, chi doveva accarezzarti?

Già da quarant’anni tu ti affatichi per gli altri.

 

Papà ti corteggiava, eri proprio una bella ragazza.

Oggi assisto al mesto funerale della tua grazia.

 

Ma non ti affliggere, mia cara, nessun tuo ornamento

potrà rendermi di te più felice e contento.

 

Le grinze sotto gli occhi sono tutta la tua vita,

io, mamma, con la pena sul viso ti ho scalfita.

 

Adam Galis (1906-1988)

 

La visita

 

Oggi lo so fin dalla mattina.

Il presentimento non m’inganna.

Con l’autobus arriverai, stanca,

per una breve visita, o mamma.

 

Chiederò: – la salute? Bacio le mani.

Chiederò: – che si dice a casa?

Parleremo a quattr’occhi,

ci nasconderemo molte cose.

 

Ti è così difficile come un tempo

dire: – vieni da me, figliolo.

Pensi: è cresciuto, è più alto di me,

e io gli tolgo il riposo.

 

E’ difficile parlare di amore.

Come dire alla madre: – mammina!

Quasi un estraneo. Sono già 23 anni,

quando nel sangue m’hai generato.

 

 

Perciò parliamo di bucato e di affitto,

e degli altri conti da regolare.

Finché non termina la tua visita

e arriva l’ora crepuscolare.

 

Andiamo insieme. I tuoi pacchi

io porto rattristato e muto.

Termina la tua visita, o madre,

ti scriverò e ti dirò tutto.

 

L’autobus fugge nell’oscurità.

Ritorno sulla strada luccicante.

Aspetta, ingrato, non potevi almeno una volta

stringerla al cuore un solo istante?!

 

 

(C) by Paolo Statuti

Andrzej Mandalian

8 Mag
Andrzej Mandalian

Andrzej Mandalian

 

 

Andrzej Mandalian, poeta, prosatore, sceneggiatore cinematografico polacco, nacque a Shangai il 6 dicembre 1926. La madre polacca e il padre armeno erano membri del Komintern (Internazionale Comunista). Nel periodo delle grandi purghe staliniane il padre venne fucilato nel 1939 e la madre fu imprigionata. Sarà rimessa in libertà soltanto alla fine della II guerra mondiale. Mandalian iniziò gli studi di medicina a Mosca e, tornato in Polonia nel 1947, li portò a termine a Varsavia nel 1951. Con Tadeusz Borowski, Wiktor Woroszylski e Tadeusz Konwicki faceva parte del gruppo dei “brufolosi”, così chiamati ironicamente a causa della loro giovane età. Essi erano convinti fautori del realismo socialista ed elogiavano il regime politico polacco. Già in URSS aveva scritto i suoi primi versi. In quel periodo la sua prima lingua era l’armeno, che in seguito dimenticherà quasi del tutto, la seconda era il russo e la terza il polacco. Dopo la morte di Stalin trovò nel rapporto Chruščov il nome di chi aveva ucciso il padre. “Mi soffia negli occhi un vento nero” – scrisse nella sua “Autocritica” del 1956. Inoltre nel 1955 era stato pubblicato il famoso “Poema per gli adulti” di Adam Ważyk (v. il poema nella mia traduzione in musashop.wordpress.com) – un’aspra critica dello stalinismo imperante in Polonia in quegli anni, pietra miliare nella cosiddetta letteratura del disgelo. Come molti altri, anche Mandalian ebbe il suo ravvedimento politico e passò all’opposizione. Ma da quel momento tacque a lungo come poeta, dedicandosi alla traduzione della poesia armena e soprattutto russa (Gumiljov, Mandel’štam, Brodskij, Okudžava, Evtušenko). Scrisse anche alcune sceneggiature cinematografiche, tra le quali quella per il film “La dama di picche”, per la regia di Janusz Morgenstein e Jerzy Domaradzki.

Grazie alle insistenze degli amici tornò alla poesia, “a fatica e senza troppa convinzione” – come egli affermò – , pubblicando nel 1976 la raccolta “Paesaggio con cometa” e nel 1981 “Esorcismi”. Nel 1976 firmò la protesta contro le modifiche restrittive della costituzione e cominciò a collaborare con la stampa clandestina. Dopo un altro ventennio di silenzio e dopo la morte nel 2000 dell’amata consorte Joanna, slavista, saggista e professoressa di scienze filologiche, Mandalian pubblicò un volume di commoventi versi dal titolo “Brandello di sudario”. Il ciclo “Campana a morto” è un colloquio lirico con la defunta, profondamente personale, riflessivo, sussurrato. Il poeta parla della sua situazione esistenziale, della vita, e soprattutto della scomparsa della persona più cara.

Nel 1985 uscirono i racconti lirici brevi “Non sia mai” e nel 1993 la raccolta di racconti autobiografici “L’orchestra rossa”, la cui azione si svolge durante la II guerra mondiale, e descrive la difficile odissea verso lo spirito polacco, vissuta dal figlio di entusiasti e al tempo stesso vittime della rivoluzione comunista. Il critico letterario Ryszard Matuszewski afferma che questo quadro rappresentato attraverso la storia della realtà sovietica, è disegnato con una vena umoristica demistificatrice alla maniera gogoliana.

L’ultima raccolta di versi di Mandalian s’intitola “Il poema della partenza” (2007). E’ un reportage poetico finemente costruito nello scenario della Stazione Centrale di Varsavia, una metafora del nostro viaggio terreno. Incontriamo con il poeta gli emarginati della città: senzatetto, mendicanti, ubriachi di ogni tipo, la donna della latrina, la prostituta della stazione, la vecchia che si prende cura dei gatti… Dice la scrittrice Joanna Szczęsna: “… è come scendere nei vari cerchi dell’inferno dantesco, come una meditazione sulla Passione del Signore… La grandezza di questo poema è in ciò che costituisce il mistero della vera poesia, che tocca le corde dell’anima, che avvicina a ciò che non si può definire e che non si lascia definire, che rende familiare l’ineluttabile.”

                                                                                                Paolo Statuti

Da questa ultima raccolta ho scelto e tradotto quattro poesie, che insieme con il “Lamento per san Giorgio” pubblico oggi sul mio blog.

Andrzej Mandalian

Lamento per san Giorgio

San Giorgio non esiste Non è morto

Né trafitto dalla lancia né con la lancia in mano

Né vincitore né morto da prode Non sulla sella

Né gettato di sella Non fu

Sottoposto a dura prova dai pagani

Né venduto né condannato al martirio

Né immerso nel piombo nella pece nell’immondizia

San Giorgio non è mai esistito

San Giorgio non fu san Giorgio

Le deposizioni di testimoni degni di fede

Non permettono di stabilire l’identità

Si parla di subdole icone

Di leggenda fraintesa L’armatura non era un’armatura

Il cavallo non era un cavallo le gesta non erano gesta

La vergine presente al fatto è scomparsa senza tracce

L’occhio della provvidenza ammicca anziché rispondere

E non servono più le tavole dipinte

Le tele stillanti oro la pietra rozzamente scolpita

San Giorgio non esiste

Il canone della virtù cavalleresca fu creato

In circostanze sospette

Secondo alcuni da un paio di zingari

che vagabondavano con la luna e con la favola eterna

Secondo altri in una locanda da frati questuanti

Con la mani vuote certo ma col boccale pieno

A servizio di qualche impostore vagabondo

La Chiesa accolse la notizia con la dovuta riserva

Ma il popolo la prese subito per buona

Il drago affollò le terre il cavaliere levò la lancia

Per difendere le caste fanciulle e i dolci neonati

Adesso è tutto un abbaglio una sembianza illusoria

Ben presto si saprà che il drago non sputava fuoco

Né sferzava con la coda E’ vero diamine

Il mondo non si compone più di quattro elementi

Il mondo finisce

S’adegua all’occhio ingannatore

Che scorge solo il multiforme anziché l’unità

Nessuno bada più alla liturgia ambrosiana

Nulla più vale la parola di papa Gelasio

San Giorgio è stato abolito

Tutto in regola

Nessuno più cavalcherà nei campi con la bianca armatura

Con la rossa croce

Nessuno più si mostrerà alle schiere presso Gerusalemme

Nulla rimarrà della leggenda nulla resterà delle gesta

Ma che accadrà della fanciulla

Fino a quando deve mantenersi casta

Che accadrà dei neonati

Fino a quando si riuscirà a tacere

In verità vi chiedo

Chi ucciderà il drago

Noi mansueti e poveri di spirito

Che facciamo fiduciosi la pace umili misericordiosi

Sempre puri di cuore Noi che soffriamo

Noi che piangiamo che abbiamo fame e sete

Noi la cui salvezza è tutta in questa frase

La realtà è menzognera e la vita fallace

Strappandoci a brandelli gli abiti da lutto noi gridiamo

San Giorgio non esiste

Guidaci san Giorgio!

1972

 

 

 

 

 

La gattara

 

La gattara

ha il viso come nelle tele fiamminghe,

caparbio.

La bocca chiusa come una lampo,

solo dagli occhi di tanto in tanto

irradia un chiarore di latta.

I gatti sono nei sotterranei,

uno con l’orecchio lacerato,

un altro con la cicatrice negli occhi

(segno dei tornei

per la preda del tunnel).

Da un marciapiede all’altro.

I gatti sono riccamente colorati,

rossicci e striati,

sporchi a festa,

screziati come per la domenica.

La polizia è tollerante,

sa che è stata perdonata loro ogni illegalità

da quando hanno preso i sentieri dei giusti.

La gattara

ha il viso di una suora,

i colori: nero e bianco.

Dagli occhi irradia il suo chiarore celeste.

Nella borsa di plastica ha gli avanzi

per quelli che frequentano gli abissi della stazione,

per quello comprato nel sacco,

per quello che si nasconde dietro il recinto,

e per quello che mostra la coda.

La polizia chiude un occhio:

– Forse in ogni canale hanno già superato il test di utilità.

La gattara non risponde.

Sicura dell’inutilità del mondo intero,

cammina nella valle dell’ombra, ma non la teme,

va per la sua strada,

chiede qualcosa per i gatti.

– Come si strofinano a lei – sorride un poliziotto.

Lei si sbaglia, capo, non si strofinano affatto a lei,

ma è lei che si strofina a loro.

Dagli occhi irradia il ricordo del rogo,

il fuoco e il chiarore.

Ancora sente l’odore di bruciato,

in gola la puzza del pelo annerito,

in bocca il sapore della cenere.

Sia che chieda qualcosa per i gatti,

o qualcosa per se stessa –

grida per avere amore.

                     *  *  *

Dov’è ciò che non è e non è mai stato?

Dov’è ciò che è

e che sempre sarà?

La vita se n’è andata con la nebbia – come fumo della pipa,

il sogno è cessato come la luna di chissà quale quarto,

sul verde prato come nella favola dell’infanzia

tra i cari amici i cani la lepre hanno sbranato (1).

Dov’è ciò che non è e non è mai stato?

Là, dov’è ciò che è

e che sempre sarà.

(1) Favoletta in versi di Ignacy Krasicki (1735-1801), in cui gli amici animali si rifiutano di proteggere la lepre (N.d.T.)

Elogio dell’incoerenza

 

– Eppure in questo deve esserci un senso! –

si lamenta con passione uno da dietro un pilastro.

La sua voce ha un unico tono,

un’ottava più alta dello sfondo della stazione,

solo un lieve affanno deforma le finali delle frasi.

– Niente succede senza un motivo qualsiasi,

ma non c’è nessuna causa – si rammarica da dietro il pilastro.

La sua faccia contratta in un cammeo

sarebbe priva di espressione,

se non fosse quel tratto nel fossile:

le labbra tremanti.

– Ma che diavolo dice? – chiede uno tra la folla.

– Quando non c’è nessuna causa,

non c’è un rapporto di causa-effetto! – chiarisce da dietro il pilastro.

– Treno espresso… da… a… – si soffoca rauco l’altoparlante.

– La trascendenza non la spieghi a parole…

In noi è umano solo l’inconoscibile – prosegue quello.

– E’ del tutto sbronzo – commenta uno tra la folla.

– La vita è bella,

ma in noi c’è tanta umanità,

quanta incoerenza –

coprendo il fragore del treno, si sporge dal pilastro.

– Porca puttana, ma è pazzo! Fermalo! – grida uno tra la folla.

Ma l’uomo è più svelto, è più deciso

delle ruote che girano…

– Era ubriaco fradicio – dice uno tra la folla.

Tempo scaduto

 

– Partenza, tempo scaduto – buffoneggia un ubriaco

scimmiottando il ferroviere,

mentre quello diligente

fischia sul predellino del vagone.

E hai appena chiesto quanto tempo ci è rimasto…

Tanto quanto ne hai impiegato nella dura lotta col finestrino.

Non supereremo questa fragile

lucente barriera del suono,

da cui tra poco spariranno le nostre ombre tremanti.

Non scambieremo parole di addio,

condannati al balbettio dei gesti,

al muto movimento delle labbra indocili,

dalle quali ormai nessuno leggerà

alcun messaggio.

Ciò che c’era da dire,

non verrà detto.

O misero linguaggio del corpo!

In fin dei conti niente di grave:

accettazione dell’assenza,

separazione dei sensi.

Ci è successo di separarci…

In fin dei conti è solo il silenzio

nelle cornette sollevate in fretta

quando squillano i telefoni di notte.

E anche la disperata corsa cieca sul marciapiede

dietro il battito che muore

e l’immergersi nell’oscurità

delle luci che a poco a poco si spengono.

– Devo andare da mia madre, non ho i soldi per il biglietto –

mi balbetta un ubriaco tra i binari.

Tiro fuori dalla tasca  qualche banconota sgualcita.

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

Maria Pawlikowska-Jasnorzewska

3 Mag

     

Maria Pawlikowska-Jasnorzewska

Maria Pawlikowska-Jasnorzewska

                                                                                             

 

La „Saffo polacca”

Poetessa della vita e dellamore

 

   Maria Pawlikowska-Jasnorzewska nacque a Cracovia il 20 novembre 1893. Figlia del celebre pittore di cavalli Wojciech Kossak, e nipote di Juliusz Kossak, anch’egli eccellente pittore, fin dall’infanzia respirò “aria di pittura” e questa circostanza lasciò nella sua creazione un’impronta fondamentale, se non determinante. Studiò tra l’altro all’Accademia di Belle Arti di Cracovia, ma fu essenzialmente un’autodidatta.

Affascinante, appassionata, irrequieta, delicata e sensibile, è stata senza dubbio una delle figure femminili più interessanti della letteratura polacca del XX secolo. Ecco come la descrive Zofia Starowieyska-Morstinowa nella sua bella biografia della poetessa: “Cantava alle Pleiadi il suo amore ed era simile ai suoi versi: seducente e inquietante, eterea e al tempo stesso terrena, iperpoetica e realista, seria e arguta, triste e allegra, saggia e incantevolmente fatua. Ma prima di tutto colpiva la sua bellezza. Anzi – prima di tutto colpiva la sua affabilità. Sapeva venire incontro a ciascuno. Perfino per i seccatori aveva sempre un sorriso, quel suo specifico sorriso – le labbra sottili e oblique, il nasino contratto, il labbro superiore leggermente sollevato. Ad alcuni voleva bene e ad altri no, ma tutti dovevano volerle bene, amarla e ammirarla”.

Era una leggenda vivente. Ammirata ma anche disdegnata. Suscitava controversie, provocava emozioni. Per alcuni era “maestra di chincaglieria”, “poetessa di serra”, “esasperata miniaturista”. Per altri – poetessa autentica, stupenda, originale, adorabile, schiettamente polacca. Tra i suoi ammiratori c’erano i più autorevoli rappresentanti della letteratura polacca del ventennio tra le due guerre: Stefan Żeromski, Jan Lechoń, Antoni Słonimski, Julian Tuwim.

Maria Kossakówna, chiamata dagli intimi Lilka, “viveva per scrivere”. Il suo talento si rivelò assieme al primo grande amore. Questo sentimento fu destato in lei da Jan Pawlikowski, suo secondo marito. Ne ebbe tre. Il primo – Władysław Bzowski, ufficiale dell’esercito austriaco – fu il più clamoroso equivoco sentimentale della sua vita. Il matrimonio con lui fu annullato dalla Sacra Rota perché “non consummatum”. Conobbe l’amore soltanto con Pawlikowski. Ma ciò significò per lei assai più dell’appagamento dell’umano desiderio di amore. Proprio grazie ad esso, Maria Pawlikowska esisteva come poetessa. Tutto ciò infatti che riempiva la sua vita veniva da lei tradotto in versi. Esaltata, ammirata, amata, Maria temeva la critica. Come scrisse in una delle sue lettere alla sorella: “Il sorriso beffardo mi uccide”. Per molti mesi scrisse senza l’intenzione di pubblicare. Alla fine si fece coraggio e mostrò le sue poesie a un amico di famiglia – il noto poeta Jan Lechoń. Egli apprezzò subito enormemente i versi lirici e delicati di Maria. Riuscì a convincerla a pubblicarli. Così nel 1922 nacque la raccolta “Sogni impossibili” e due anni dopo “Magia rosa”.

Il suo grande amore per Pawlikowski finì, quando egli fu ingaggiato come ballerino all’opera di Vienna. Lì conobbe una giovane ballerina austriaca che con il tempo diventò sua moglie. E Maria? Scrisse una delle sue raccolte poetiche più belle, dense di nostalgia, di rimpianto autunnale, di malinconico sorriso, intitolata “Baci”. Essa uscì nel 1926.

L’ultimo grande amore della sua vita fu Stefan Jasnorzewski, un ufficiale pilota polacco. Ma anche questa volta il destino interruppe l’idillio amoroso. Nel 1939 scoppiò la II guerra mondiale e i coniugi Jasnorzewski, seguendo la sorte di migliaia di Polacchi, fuggirono in Francia, da dove passarono poi in Inghilterra. Suo marito prese parte alla battaglia di Londra. Maria continuava a scrivere. A Londra uscirono le raccolte “La rosa e i boschi in fiamme” e “Il colombo del sacrificio”. Già questi titoli suggeriscono quanto tragicamente la poetessa vivesse il tempo dell’orrore. E con lei esso fu spietato: nel 1942 le morì il padre, poi la madre e alla fine lei stessa venne a sapere di essere incurabilmente malata. Morì il 9 luglio 1945 a Manchester.

La sua creazione ebbe un ruolo assai importante nello sviluppo della poesia lirica polacca negli anni tra le due guerre. Creò un nuovo stile poetico, toccando temi personali e raffigurando il mondo della donna del XX secolo che confessa i suoi sentimenti, il bisogno di affetto, le speranze, che lotta per la felicità e si ribella alla crudeltà del destino.

La poetessa, personificazione della tenerezza e fragilità femminile, affronta nella sua poesia le questioni più importanti, i grandi problemi della vita. Assai spesso un tema apparentemente futile diventa il pretesto per trattare tali problemi, come ad esempio nella lirica “Il sarto zoppo”, che è la scena, poeticamente trasfigurata, dell’acquisto di una stoffa per un vestito, ma in realtà è una metafora della sorte umana, della felicità irraggiungibile.

Una caratteristica della Pawlikowska è il distacco intellettuale con cui guarda al mondo e a se stessa, con cui riesce a parlare dei propri sentimenti, trattandoli spesso con delicato umorismo e sottile ironia. Ma il tratto più tipico del suo talento è la sua abilità di creare “flash” poetici, di racchiudere le immagini in compatte, intense miniature liriche. La sua poesia rispecchia una personalità squisitamente femminile, ora triste, ora tragica, ora preziosa, e sempre raffinata.

Molti suoi versi sorprendono per la straordinarietà delle associazioni poetiche e per l’originale modo di osservare i fenomeni della natura, trattati come metafore delle esperienze umane. Molti poeti e critici, scrivendo della Pawlikowska, l’hanno chiamata la “Saffo polacca”. Alla sfortunata poetessa dell’antica Grecia infatti, la Pawlikowska doveva sentirsi molto vicina, per dedicarle una delle sue raccolte più belle, intitolata appunto “Rose per Saffo”.

                                                                                                         Paolo Statuti

Poesie di Maria Pawlikowska-Jasnorzewska tradotte da Paolo Statuti

 

Il sarto zoppo

Si sa com’è il Tempo, un sarto zoppicante,

coi baffi alla cinese, tisico saltellante,

le più diverse stoffe mi propone,

che riposano in un cupo cassettone.

Nere, grigie, verdi e allegre a scacchi,

ora un soffice raso, ora una tela di sacco.

Una volta – balenò qualcosa

brillò come pietra preziosa,

iridò sulla piega

frusciò come seta…

Allora gridai: “Ah! di questa, di questa voglio il vestito!”

Ma il Tempo è così, il sarto cattivo, sbuffa risentito:

“E’ già venduta al cielo – la pezza intera –

fortunato chi ha visto questa stoffa – non cerchi

una gioia più vera!”

Ciò detto, ripose in fretta il campione riservato,

e mi mostrò un panno color – cioccolato.

1922

 

Berceuse

I tuoi occhi quieti sono ancora,

i tuoi occhi quieti sono ancora,

quando tra le braccia mi stringi –

scorrono piogge di pacate stelle,

scorrono piogge di pacate stelle

e neve su neve chissà dove perisce…

Nel silenzio sono sbiancati i nostri volti,

nel silenzio si sono spenti i nostri volti

e le anime impallidiscono nell’amore…

in una nebbia azzurra,

in una nebbia semiassonnata

c’è il cuore rosa del bagliore…

Riposo nel tuo talamo,

mi assopisco nel tuo talamo,

come sul fondo d’un letto d’argento,

situato chissà dove ad un bivio,

trattenuto chissà dove ad un bivio

in attesa del godimento…

1922

Tramonto sul castello

Il Wawel fiammeggia – rosa-violetto-trasparente.

I vetri salutano il sole che rotola a ponente,

gridano il loro incanto comune, dorato e cieco,

tra i muri di ametista e i muri di rubino.

E’ festa sul castello – festa di cinque minuti,

tra i muri di ametista e i muri di rubino.

Tra i vapori rosati delle sale-specchio,

si aggirano re, regine, Sigismondo il Vecchio. –

Si sporgono gli spettri dalle finestre dorate,

invisibili agli occhi dal bagliore accecati.

– Guardano i colori diffusi sull’acqua e nel cielo –

figure bianche in armonia con l’arcobaleno.

Dietro una colonna un’ombra senza una parola

si nasconde – è Jadwiga, regina al di là del viola,

languendo immersa nel gioco dei colori, ascolta,

levando i bianchi steli delle mani sulla fronte,

il rosso che canta felice, e il violetto dolente:

il mondo è un suono colorato, che non vuol dire niente…

1922

Magnolia

Sulla foglia giace un fiore

sonnecchiante

giallo bianco, come avorio.

Dolce fino alla noia.

Oggetto odoroso –

mondo maliziosamente segreto –

strano ospite,

tra noi, uomini. –

1922

L’uccellino

Povero uccellino,

più sciocco non si trova,

ha un nastro colorato,

in testa un rosolaccio,

nemico del gattino,

papà di cinque uova,

e ognuno è colmato

da un altro poveraccio,

all’albero avvinto

con le piume rosate,

fa sonore questioni

con altri stupidoni,

poi canta convinto

enormi baggianate. 1924

Chi vuole che io lo ami

Chi vuole che io lo ami, non può mai essere affranto

e deve riuscire a portarmi in braccio molto in alto.

 

Chi vuole che io lo ami, deve saper sedere su una panchina

e osservare attento gli insetti e la più piccola margheritina.

 

Deve saper sbadigliare quando un funerale gli passa davanti,

quando nelle processioni dei devoti ascolta le grida e i pianti.

 

Ma in compenso deve commuoversi quando un cuculo fa cucù

o quando un picchio sulla scorza di un faggio batte sempre più.

 

Deve saper accarezzare un cagnolino e con me fare ugualmente,

e ridere, e vivere un dolce sogno che non contiene niente,

 

e non sapere nulla, come me, e tacere in una dolce oscurità,

ed essere lontano dall’ira e altrettanto lontano dalla bontà.

1924

 

Autunno

Va con un mantello rosso e aurato.

Si specchia nell’ovale dello stagno.

Ma sta male. Non sa che è condannato,

che in quel manto lo seppelliranno.

1926

Amore

 

Non t’ho visto già da un mese. E niente.

Forse sono più bianca,

un po’ assonnata, forse più silente,

vedi dunque: anche senz’aria si campa!

seconda versione:

Non ti ho visto già da un mese. E nulla.

Forse sono più pallida e insonnolita,

forse più taciturna,

dunque anche senz’aria c’è vita!

1926

 

Il gabbiano

La nostalgia fruscia in me.

Mi tocca con l’ala del gabbiano.

E’ sempre la stessa?

Non lo so! non lo so…

1926

 

Un cuscino di luppolo

Per mille cause e per i crucci miei

Un cuscino di luppolo vorrei.

Da quelle pigne l’aroma che spira

Un forte sonno reca – la quiete attira.

In qualche luogo ho letto o l’ho sognato:

“Luppolo per l’insonne e l’inamato.

Un cuscino di luppolo componi,

E dormi, ché senza amore sragioni”…

1926

 

 

 

 

Di sera

Una stella si è seduta sulla loggia

nei palazzi di nuvole.

Si sono alzate le piante del tabacco

fino a quel momento indifferenti.

Il pipistrello come boomerang

è volato via e torna indietro,

già in sei girano in cerchio,

false rondini.

Una stella scende nel cielo,

cerca un compagno,

in groppa a un pipistrello

intorno vola il silenzio…

1927

Madama Butterfly

Quando Butterfly giaceva sulla stuoia di paglia,

come frutto tagliata da un colpo di harakiri,

qualcuno accorse, qualcuno bussò alla parete di carta

e s’illuminarono gli abissi della morte e i precipizi.

 

Sentì la voce di lui. Stregata! Maledetta!

Quindi cominciò a muoversi, come larva screziata,

sui gomiti e su un fianco verso la porta chiusa,

nell’abito di cielo, di pesche e di luna impigliata.

 

Nella fretta cadde e batté la faccia sul pavimento –

e un’onda larga, esausta il suo corpo sommerse –

prese a frusciare il Grande Ventaglio nero e funesto

e le pareti, il fiore, il mondo e Pinkerton disperse…

 

1927

 

 

 

 

Il canto dell’usignolo

 

L’erba bianca scorre al vento, sui tetti splende il verderame,

un usignolo nascosto nelle nubi di nuvole esce dal fogliame…

 

– E chiede con note vetrose, d’argento, dolci, veloci

che soavi penetrano nel cielo come aghi di voci…

 

E ancora chiede vetroso, timido e con voce velata,

e il suono scende come freccia debolmente lanciata…

 

E di nuovo chiede chiaramente e la parola errante

si ferma in cielo brillando come un diamante…

 

E di nuovo ancora una volta chiede, e il suono vantato

è come il pugnale dalla mano del suicida impugnato…

 

Trattiene le lacrime d’uccello, e di nuovo chiede tenace

nasconde gli occhi annebbiati nel raso delle piume argentate…

 

L’erba bianca scorre al vento, gli alberi brillano di verderame,

– Dio, incantato dalle domande, tarda a replicare…

 

1927

 

Il cuore

Mi è stato restituito il cuore,

dato in un abbaglio dorato…

Ora so, che non è velenoso come cicuta,

né grande, né forte come il cuore d’un destriero,

che non difende i suoi diritti un diavolo nero –

ma lo porterò ancora,

felice che me l’abbiano ridato.

1928

La notte

Da dietro la nera vela della tenda brillano ostinate le lanterne…

La mia solitudine non può essere più grande.

Non può essere più stupendo e più orribile, e più vano

e più estraneo,

perfino là dove le mani dell’eternità

in pallide interminabili strisce ci taglieranno,

là, dove comete nostalgiche come volanti argentei lumi fumano,

dove ognuno va per una strada solitaria,

dove il profumo dei muschi brinati e delle viole

con il dolce soffio della notte non abbellisce,

dove non si ride, non c’è una rosa, né un bacio – – –

dove non c’è chi stringa qualcuno al cuore – – –

Oh, oh, oh

per mettersi in un lungo viaggio,

occorre una notte come questa notte,

questa notte nera,

che io oggi sto vivendo…

1928

Suicidio di una quercia

La quercia solitaria guardava intorno con disprezzo!

Conosce la vita, chi tante vite ha osservato!

All’improvviso tolse un fulmine dal cielo.

Come un pugnale dorato –

E se lo immerse nel duro petto.

1933

VI

Poetessa, ti vuoi suicidare,

Sparse le trecce fiordaliso,

China sull’onda…

“Saffo che vuoi fare?”

-“Coprire col mare il mio viso,

Perché il mio pianto nasconda…” 1937

Le ali interne

Spesso mi guardi negli occhi, raggiante,

A una fiamma blu somigliante,

E attraverso i capelli traluci come oro,

 

O Psiche, o mia libellula interiore,

Le cui ali ripiegate, silenziose

Odo in me che ho nostalgia del volo.

 

Sovente sento, o vispa bighellona,

Che mi chiami larva fannullona,

E sul mio petto prendi a bussare,

 

Quando, precoce, vuoi uscire adirata

Da me, che a una foglia sono incollata,

Nelle ansie dei cavoli e nel brucare…

 

1937

 

Al tramonto

I

 

Oggi, in un caldo giorno d’inverno,

In una nebbia azzurrina,

Quando gli arbusti trattengono il pianto eroicamente,

Stava il sole, tondo, rosso come sangue,

Dietro un vicino campo, sulle cime

Degli alberi nostalgicamente turchine…

Mentre spariva, vidi la terra nel suo girare,

Che si alzava con la gravità di un congegno.

Una vista che non ha l’uguale,

Come vi dico, testimone, spettatore incantato!

E solo mi affligge che sia capitato

Oggi che la parola “terra” non mi dice niente. Niente.

 

 

II

 

Il vento serale misura la forza della ragnatela,

Che biancheggia nella diramazione di un albero…

Nel campo la nebbia si è sparsa come sottile telo,

E da lontano quieta una cicogna torna al nido,

Con una linea così scorrevole,

Come con un archetto forando adagio il cielo.

 

III

 

Dopo le odierne cupe incertezze,

Il giorno, tramontando, nel rosa s’immerge,

Come un “Momento musicale” di Schubert,

Quando alla fine ride lievemente.

 

1937

 

A Venere

I

La bianca Venere oggi è un narciso, che regna

Nella volta celeste, largamente aperto.

Il sole semina la luce, lei: la passione.

 

Gli antichi, coltivando il cielo

Con la meditazione paziente e muta,

Scorsero la sua impronta d’amore.

 

Dunque nel giardino, tra una bufera di stelle,

La fronte verso di lei sposto: che brilli

Nei miei pensieri.

Che mi faccia bella.

 

 

II

 

Il giardino di profumo, il cielo di stelle si adorna…

Ve ne siete andati freddi, chiassosi, impacciati,

Voi che la solitudine volete ch’io sposi…

 

Guardo in cielo:

Ecco Venere che sorge – – –

Come stelle di labbra amorose,

Ardente

Per me, che con la terra sono in discordia…

 

1938

 

 

 

 

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti