Archivio | novembre, 2018

Maria Zientara-Malewska

14 Nov
Maria Zientara-Malewska

   La poetessa e insegnante polacca Maria Zientara-Malewska nacque il 4 settembre 1894 a Brąswałd e morì il 2 ottobre 1984 a Olsztyn. La sua infanzia si svolse nell’atmosfera di una tipica famiglia polacca, fedele alle antiche usanze e alle tradizioni religiose. Terminò la scuola elementare a Brąswałd, dove le lezioni si svolgevano in tedesco, e per questo frequentava anche le lezioni di lingua polacca, tenute dal sacerdote Walenty Barczewski, che avrà poi un ruolo importante nella formazione della sua personalità.

   Negli anni 1921-1923 lavorò nella Gazzeta di Olsztyn, nella quale debuttò il 4 dicembre 1920 con la poesia Le stagioni. Questo periodo coincise con lo sviluppo più bello della sua creazione poetica. Nel 1926 terminò l’Istituto Magistrale a Cracovia. Negli anni tra le due guerre le sue poesie furono pubblicate da quasi tutte le riviste polacche in Germania, nonché

nelle due antologie Warmia e Mazuria e I nostri poeti. Tra il 1955 e ilil 1985 uscirono molte sue raccolte di fiabe, leggende, ricordi, e sei raccolte di poesie, tra le quali i Canti della Warmia (1963) e L’amore di un cuore semplice, uscito postumo nel 1985.

   Fino al 1939 svolse un’intensa attività come insegnate e promotrice nel settore scolastico. Nel settembre del 1939 fu arrestata e rinchiusa nel campo di concentramento di Ravensbrueck. Liberata il 18 aprile 1940, tornò nella natìa Brąswałd, sempre controllata dalla polizia. Nel 1945 si stabilì a Olsztyn e nel 1947 sposò Otton Malewski.

   Ha ricevuto numerosi importanti premi e le sono state intitolate diverse strade e scuole.

   La sua poesia del dopoguerra, similmente alla creazione del ventennio tra le due guerre, è legata alla vita, alla realtà, alla natura. Registra i fatti che toccano da vicino la poetessa. Vi dominano la tematica patriottica e il folclore. Negli anni ’60, seguendo il suggerimento della critica, si allontana dalla sua forma lirica consueta. Rinuncia alle rime, alle strofe di quattro versi, ai temi attuali, e tende alle reminiscenze storiche, legate alla storia dell’antica Warmia.

   Ricordiamo anche la sue liriche religiose del dopoguerra, a volte vere e proprie preghiere,

che esprimono la sua profonda e sincera devozione e il suo mondo interiore.

Poesie di Maria Zientara-Malewska tradotte da Paolo Statuti

Il mio sogno II

O mio sogno d’oro, sia di ieri che di oggi,

O sogno che hai spiegato ali di farfalla,

Passando silente nella quiete delle ore,

Che hai avvolto il mito in un velo iridato,

Lascia che oggi ti senta il nostalgico cuore.

Sei giunto a me mostrando portenti,

Non so da dove a un tratto mi sei apparso.

La primavera di fiori i giardini ha vestito,

Fiori ovunque guardi davanti e su di me.

In cielo danza un corteo di astri infinito.

Tra l’erba dei campi fioriscono le rose,

Chinate le teste sembrano assorte,

Un sussurro è nel mondo, gli Angeli Custodi

Le preghiere dei bimbi in cielo han portato…

L’orologio suona le ore sul muro, non l’odi?

O sogno di primavera, sogno di brillanti,

Chi ti comprenderà, chi ci riuscirà?

Tu tessuto in una trama così bella,

Ti nascondi nel profondo del cuore,

Perché nessuno ti turbi con l’umana favella…

L’orchestra sonava

L’orchestra sonava…gli accordi fluivano

Ora vibranti di gioia, ora così tristi

Come fruscio di boschi o trama di ruscelli,

Che in un giorno nuvoloso scorrono tristi.

L’orchestra sonava, e a me pareva

Che il cuore incrinato volesse spezzarsi…

Ogni suono – uno spillo avvelenato nel cuore,

E un mare di lacrime cominciava a formarsi.

L’orchestra sonava…intorno a me risate,

Occhi luccicanti e la folla divertita,

Dappertutto gioia…nel mio cuore tombe,

E nell’anima tristezza e pena infinita.

L’orchestra sonava…i violini piangevano,

Le note fluivano deliziose e frementi

E laceravano il cuore senza pietà,

Spremendo da esso gocce di sangue ardenti.

Cos’è la vita?

Cos’è la vita? – è una goccia d’acqua

Che in un oceano d’acque eterne morirà,

E’ una chiara nuvola che scorre in alto

E vola nel mondo – niente resterà.

Cos’è la vita? – è un fiocco di neve

Che le tue calde labbra vuol baciare

E già non c’è, già in silenzio muore

E senza lasciar traccia scompare.

Cos’è la vita? – è la piuma in un campo,

Che sulle ali del vento volando

Oltre boschi e monti, sparirà dagli occhi

E cadrà non si sa dove né quando.

Cos’è la vita? – è un granello di sabbia

In preda alla tempesta, in un momento,

Che si solleva in una corsa folle

Ed è già portato via dal vento (…)

Cos’è la vita? – è una foglia seccata,

E una goccia perlacea di rugiada

Che a un soffio di sole muore,

E’ la nebbia che a terra si dirada.

Si dissipa e di essa che rimane?

Niente – forse un nostalgico ricordo

E una zolla di tomba e una lacrima,

E forse dei vivi il quieto ricordo.

Il pianto della betulla

O bianca betulla nella valle

Perché triste piangi tremante,

Quando di notte nell’argento lava

Le tue foglie la luna calante?

Perché le tue lunghe trecce

Piangono nell’abbraccio del vento,

Quando un uccellino nei tuoi rami

Canticchia il tuo errante canto?

Mentre tutti gli altri alberi

Alzano i loro bracci con fierezza,

Tu soltanto li abbandoni

Come oppressa dalla tristezza.

Bianca betulla dimmi perché

Sempre in lacrime mesta patisci?

Perché piangi sospirando

E in braccio al vento languisci?

Oh, non chiedere a me, ti prego,

Tale è ormai il mio vivere inquieto,

Ma benché sia una betulla tremante,

Tuttavia so soffrire in segreto.

Poesia

Il vento sussurra negli arbusti le preghiere,

Negli arbusti di rose e gelsomino,

Vieni o mia alata indovina

E nella mano leggi il mio destino.

Già la luna è scesa sull’acqua,

Il cielo versa dell’alba i tizzoni,

Vieni mia dolce unica dea,

Tu la più bella delle mie visioni.

Nel bosco scorre la nostalgia,

Tu senti come sta soffiando?

Cogli con l’orecchio i suoi sospiri?

Col cuore capisci il suo canto?..

Nel grano brillano papaveri e fiordalisi

Come campagnole nei loro fazzoletti,

Vieni o mia bianca farfalla,

Lascia che del tuo nettare io mi diletti.

Sono triste o Signore

La pioggia sui vetri tintinna mesta,

E il vento geme dietro la mia finestra

Come cuori penitenti dalla tomba rinati,

Per dolersi dei trascorsi peccati,

E l’oscurità si posa sui campi assonnata

E la pioggia continua ritmica, immutata.

Guardo dalla finestra l’orizzonte nebuloso,

Davanti a me vedo il deserto sabbioso,

Il mio cuore desidera…ma chi e che cosa?

Invano intorno il mio sguardo si posa…

E la pioggia monotona batte alle vetrate,

Ed esse piangono nella nebbia bagnate.

Son così triste in questo giorno annuvolato,

Là ora vedo un uccellino appartato

Che sotto il tetto di paglia cerca affranto

Il suo nido…vedo dei bambini il pianto

E la pioggia scroscia e mesta si dispiega,

E il vento all’abete i rami piega.

La pioggia non smette ed ogni gocciolina,

Come lacrima brilla ardente e cristallina

Che scorre quieta, ma il cuore s’accora,

Ecco s’attenua…ma l’anima piange ancora

E in modo inesprimibile essa geme –

Piove…il vento singhiozza e sugli alberi preme.

La felicità

La felicità è in noi, non nel chiasso del mondo.

La felicità è nel cuore, è nell’anima pura,

Essa annida nella coscienza serena

E soffoca ogni tristezza, ogni tortura.

La felicità è nel cuore di una vergine,

E nello sguardo d’innocenti bambini,

Nella calda carezza delle madri,

La felicità è nel canto dei contadini.

Felicità è amare le oneste persone,

E’ stringere la mano di un amico,

E’ il fiore che fiorisce a primavera,

E’ il canto di un passero mendico.

Felicità è il raggio di un occhio caro,

E’ il sorriso di un’amata sembianza,

E’ il fruscio di un bosco oscurato,

E’ il mormorio d’un rivo in lontananza.

E’ uno sciame di ricordi dell’infanzia,

Felicità sono le storie un tempo ascoltate

E i ricordi della passata primavera,

E le orecchie da questo canto cullate.

Felicità è soffrire quando soffrono gli altri

E consolarli con accento amoroso,

Felicità è donare con generosità,

E’ condividere un momento gioioso.

Felicità è dare con amabile sorriso

Financo l’ultimo pezzo di pane

A un povero orfano, a un mendicante,

Perché allora un assaggio di cielo ti rimane.

Silenzio d’autunno

Oh, come io amo il silenzio autunnale,

Che in una coppa d’oro i sogni mi porta

E la triste anima culla nelle braccia,

Sussurrandole all’orecchio: ricorda.

E le nuvole disperde negli occhi,

Nel cuore porta una gioia infinita,

E risveglia promesse di letizia,

Sbiadite nelle incertezze della vita.

Per le ferite ha un balsamo benefico,

E le lacrime asciuga in fondo al cuore,

Che pace! – non c’è guerra nell’anima,

Da dietro le nubi esce di nuovo il sole.

Il mio spirito in estasi si solleva e brucia,

Avidamente beve il silenzio rinato,

Che procede lungo i solchi dei campi,

Che nel bosco respira in un tempo fatato.

Il mondo ha i colori dell’arcobaleno,

Sento nel silenzio le foglie posarsi,

Formando tappeti con disegni diversi,

Tra i quali odo i sospiri placarsi.

Lieve si piega un ramo nel bosco,

Nel campo un corvo fievole gracchia

E il convolvolo si arrampica e piange

Lacrime di rugiada nella macchia.

Il muratore

                            Alla memoria di mio Padre

Sulle scale saliva sempre più in alto,

Tracciava arcate col rosso dei mattoni,

Lungo i quali scenderanno gli angeli

Per raccogliere briciole di orazioni.

Conosceva ogni curvatura dei pilastri

E ogni piega delle gotiche volte.

La chiesa odorante di calce e sudore

Ispezionava con cura come suo padrone.

In seguito integrava ogni tegola

Quasi fosse un mosaico veneziano,

Dava alle guglie cappucci di piastrelle,

Impedì all’umidità di entrare,

Era un soldato a guardia della Casa del Re,

La gente diceva che non amava pregare,

Che non univa le mani rose dalla calce.

Guardava la chiesa in faccia come se

L’ultimo rintocco l’avesse chiamato.

Quando portarono la bara al cimitero

Tutti i mattoni e le tegole insieme,

E i santi delle vetrate

Recitarono: – l’eterno riposo.

Alla poesia

O grande musa, donami le ali,

Che io voli oltre la celeste arcata

Dove le nubi corrono e il fulmine scuote,

Spoglie, ceneri – la terra mi ha stancata.

Stringimi al tuo cuore, o musa,

Gli occhi della mia anima ispira,

Si stenda su di essa l’azzurro incanto,

E ciò che è terreno prendi di mira.

China su di me la tua testa, o regina,

Stendi su di me le bianche braccia,

Sul tuo petto la mia testa riposi

Inebriata dall’incanto della tua grazia,

Lasciami bere l’amore a sazietà

Dalla coppa d’oro dell’immortalità.

(C) by Paolo Statuti

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Il teatro d’opera cinese

8 Nov

Di Jerzy Waldorff-Preyss, noto scrittore e musicologo polacco, già presente nel mio blog, ho tradotto questo articolo sull’Opera cinese, inserito nel suo volume Le orecchie ribelli (1968).

Jerzy Waldorff-Preyss

L’Opera dell’imperatore Huang

   Mi hanno chiesto di scrivere un giudizio critico dell’Opera Cinese di Sichuan, esibitasi in Polonia. Ho rifiutato.

   Devo spiegare perché.

   Inizierò da un aneddoto a suo tempo arrivato a Varsavia da Parigi. Dunque quando in questa città si esibì un noto teatro cinese, prima che si alzasse il sipario, si presentò sul palcoscenico il suo direttore, e rivolse queste parole al pubblico francese presente in sala: “Gentili signore e signori! Il nostro spettacolo non avrà molto in comune con i vostri. Il teatro cinese esiste da tanto tempo e impiega tutta una serie di simboli convenzionali, che da molte generazioni sono ben compresi dai nostri spettatori, ma a voi forse risulteranno alquanto oscuri. Ad esempio quando da noi dietro le quinte suona il flauto, significa che sulla scena piove. Per questo, desiderando facilitare la vostra comprensione, al flauto abbiamo aggiunto un tamburello”.

   Già…il teatro cinese, la musica cinese sono non soltanto del tutto diversi da ciò che noi chiamiamo arte europea, ma sono anche notevolmente più antichi e importanti.

   La musica europea, considerando anche l’antica Grecia, esiste più o meno da 3000 anni, mentre quella cinese – da 5000 anni. La nostra è stata fonte di emozioni e a volte solo di svago. L’ altra – garanzia di esistenza dello stato. Quando da noi, parlando della sua storia, si ricordano i grandi compositori: Bach, Beethoven, Mozart o Chopin – in Cina si elencano gli imperatori e le dinastie che hanno governato quel paese. Infatti là si crede che dalla buona o cattiva musica dipende la storia felice o infelice della nazione. Per questo gli imperatori cinesi avevano il titolo e le prerogative di primi compositori. La musica in Cina è così strettamente legata all’intera vita sociale, che il flauto di bambù, dal quale si ricava il suono fondamentale della gamma cinese, era al tempo stesso l’unità di misura ufficiale. Per tale motivo l’Ufficio Imperiale della Musica (proprio così! esisteva questo distinto ministero cinese…) è diventato l’Ufficio Imperiale dei Pesi e delle Misure.

   Ma esaminiamo con maggiore attenzione questo argomento così interessante.

   L’imperatore Fu Hsi che regnò dall’anno 2852 a.C – il filosofo che scoprì “l’armonia musicale tra il Cielo e la Terra”, fu anche l’inventore della cetra e del flauto cinesi. L’imperatore Huang Ti che regnò dal 2697 a.C., stabilì la scala dei suoni, che in una parte della Cina fu usata fino agli inizi del XX secolo, cioè fino quasi ai nostri giorni.

   A questo punto dobbiamo considerare un altro fatto sorprendente: il progresso nell’arte – da noi inteso come una serie di continui e rapidi mutamenti – nell’arte cinese fino a poco tempo fa non esisteva affatto. Nella Cina meridionale si usava una scala musicale composta di cinque suoni, cioè pentatonica. Nel nord del paese invece, si applicava la scala di sette suoni, cioè eptatonica. E questa distinzione musicale è durata ininterrottamente…3000 anni, mentre tutta la nostra musica, da Monteverdi a Brahms, basata sulla scala maggiore-minore, conta appena 300 anni.

   I governi di singoli imperatori diventarono governi dinastici e a volte essi regnarono per moltissimo tempo. La prima dinastia fu la Xia e governò il paese dal 2205 a.C. al 1766 a.C. cioè quasi 450 anni. La dinastia Xhou – quasi 1000 anni! Le successive furono: Chen, Han, Sui, Tang, Song, Yuan, Ming, Qing, e ciascuna di esse portò qualcosa di nuovo – positivo o negativo – alla musica.

   Durante la dinastia Zhou vissero i due più grandi filosofi cinesi fondatori di due religioni, Lao Tse e Kung Tse – meglio noto in europa con il nome di Confucio. Proprio quest’ultimo era così appassionato di musica, che quando una volta ascoltò una melodia molto bella, restò profondamente commosso e per tre mesi non poté sentire il gusto della carne. Evidentemente amava molto questo alimento, per usarlo come paragone con lo straordinario fascino dei suoni.

   L’imperatore Huang Ti della dinastia Chen lasciò pagine cupe nella storia della musica del suo paese. Era tremendamente vanitoso e voleva che la cultura cinese iniziasse da lui, agli occhi delle future generazioni. A tale scopo ordinò di bruciare tutti i libri riguardanti l’arte e di distruggere tutti gli strumenti musicali. Ma questo non diede l’atteso risultato. Quando morì Huang Ti, la vecchia cultura rinacque e già 500 anni dopo – che in Cina non significa quasi niente – l’imperatore Ming Huang della dinastia Tang manteneva alla sua corte 14 orchestre che davano concerti a porte chiuse, e un numero complessivo di 1350 suonatori e cantanti, che si esibivano nei giardini. Questo stesso benedetto sovrano fondò nel 714 d.C. la prima scuola operistica in Cina, che segnò l’inizio dell’opera cinese.

   Noi Europei ci troviamo di nuovo in difficoltà. La nostra opera si compone di canto, recitazione, balletto e musica strumentale. Quella cinese include anche la declamazione, la pantomima e le acrobazie a un livello così vertiginoso, che gli acroboti europei del circo, rispetto agli artisti cinesi dell’opera, sembrano maldestri dilettanti. Anche l’orchestra…

   La nostra si divide nei quattro tradizionali gruppi di strumenti: quintetto d’archi, strumenti a fiato di legno, ottoni e timpani. L’orchestra cinese distingue otto classi di strumenti, raggruppati secondo il materiale di cui sono fatti. E i materiali sono: metallo, pietra, seta, bambù, lagenaria, argilla, pelle e legno.

   Purtroppo non sono mai stato in Cina. So soltanto da un amico che i teatri d’opera in questo paese sono affatto diversi da quelli europei. Non si trovano in ampie piazze e non attirano con eleganti facciate.

   “Ho saputo  – egli mi raccontava – che quel giorno dovevamo andare all’Opera. Siamo entrati in una strada stretta e rumorosa come tutte. Non avrei saputo distinguere l’una dall’altra, e se mi fossi staccato dalle guide cinesi mi sarei sicuramente smarrito! Dalla prima strada svoltammo nella successiva. Poi ancora un’altra. Poco dopo si aprì davanti a noi una porticina e ci trovammo in uno stretto cortile. Salimmo una ventina di scalini ed entrammo in una specie di piccola galleria, da essa passammo in un piccolo buio corridoio, poi ancora una porticina simile, un cortiletto, un corridoietto, una piccola galleria e a un tratto vedemmo di fronte a noi una porta così stretta che pensai: qui dietro deve esserci una dispensa privata. Ma quando quella porta si aprì, apparve una grande sala piena di gente, ed era  appunto la sala dell’opera dove eravamo diretti.”

   Questo il racconto dell’amico. Io vidi la prima volta l’opera cinese al Teatro Polacco di Varsavia. Se ricordo bene, era l’Opera di Pechino. Quella che in seguito si esibì da noi era l’Opera di Sichuan. Enorme, benché per gli Europei una differenza difficile da notare: nord e sud di un grande paese. Due stili di recitazione, due generi di musica basati su scale diverse.

   Potevo soltanto affermare che in entrambi i casi il pubblico polacco era ugualmente affascinato. Quando del resto l’Opera di Pechino si recò a Parigi al festival teatrale internazionale, anche in quella annoiata città fu definita l’evento teatrale più sbalorditivo mai visto.

   La straordinarietà del teatro cinese risiede – io penso – soprattutto nella precisione da noi irraggiungibile e nella delicatezza del canto, della recitazione e della musica, nonché nella stupefacente bellezza dei costumi. Sembra che uccelli del paradiso cinguettino nella gabbia dalle grezze tende, poiché l’opera cinese tradizionale non conosce le decorazioni.

   Uscendo dall’edificio del teatro dopo gli spettacoli cinesi, pensavo tra me che, confrontando i loro piccoli strumenti col nostro pianoforte, esso è uno strumento degno di un rinoceronte, e in confronto al loro canto le arie della Madame Butterfly fanno venire in mente i muggiti dei marinai ubriachi.

   Adesso capite perché ho rifiutato di recensire la rappresentazione del teatro di Sichuan? La critica di un’arte così diversa e tanto più antica e raffinata della nostra, sarebbe stata un’impudenza.

Aleksandr Polezhaev

6 Nov

Litography_of_Alexandr_Polezhajev

Ritratto del poeta eseguito ad acquerello da Jekaterina Bibikova

Aleksandr Ivanovič Poležaev

 

   Il poeta Aleksandr Ivanovič Poležaev nacque il 31 agosto del 1804. Era figlio illegittimo del ricco proprietario terriero L.N. Strujskij e della serva della gleba Agrafena Ivanova Fedorova, che dopo la nascita del bambino fu affrancata e data in sposa al mercante Ivan Ivanovič Poležaev. Per 5 anni Aleksandr, la madre e il patrigno vissero a Saransk. Nel 1809 Ivan Poležaev sparì senza lasciare traccia e un anno dopo morì la madre di Aleksandr. Strujskij affidò allora il bambino a Ja. Andrejanov, insegnante sposato con la sorella di Agrafena, Anna. Nel 1816 Strujskij, prima di partire per la Siberia, esiliato per aver ucciso un suo servo della gleba, portò Aleksandr a Mosca e lo mise a pensione presso la locale Università. Morì in esilio nel 1825.

In questo stesso anno Aleksandr Poležaev scrisse il poema satirico Saška, una parodia del primo capitolo dell’Evgenij Onegin di Puškin. In gran parte autobiografico, è considerato il suo capolavoro e fu la causa della sua fama, ma anche della sua disgrazia. In esso egli descrive la dissolutezza degli studenti e delle prostitute di Mosca. Quasi tutti i capisaldi della società del tempo sono rifiutati: la chiesa, la morale cristiana, il potere temporale, compresa la polizia e perfino l’amministrazione universitaria. La “codarda subordinazione” a chiunque è vista da lui con grande disprezzo. Scopo di questa rivolta? L’emancipazione del corpo, la sfrenata soddisfazione degli istinti, le inclinazioni erotiche, tuttavia l’emancipazione del corpo porta anche all’emancipazione dello spirito.

Nel 1826 il poeta entrò a far parte dell’Associazione degli amanti della letteratura russa presso l’Università di Mosca, ma nello stesso anno, dopo la denuncia del colonnello della gendarmeria Ivan Bibikov, il poema Saška finì nelle mani dello zar Nicola I. Come scrive il biografo del poeta: «In altri tempi l’audacia di Poležaev sarebbe finita come una monellata senza particolari conseguenze, ma lo zar vedeva nel poema una sfrontata sfida e una continuazione della rivolta dei decabristi, e la questione prese tutta un’altra piega. Aleksandr Herzen (1812-1870), scrittore, pensatore e uomo politico noto come “il padre del socialismo russo”, il quale nel 1833 incontrò Poželaev, nel suo libro di memorie Passato e Pensieri (1867) racconta che il poeta fu portato di notte dallo zar, che si trovava allora nel Cremlino prima dell’incoronazione, e che lo costrinse a leggere il poema Saška ad alta voce alla presenza del ministro dell’Istruzione pubblica e del rettore dell’Università. Finita la lettura, lo zar si rivolse così a Poležaev: «Ti do la possibilità di redimerti col servizio militare». E nel 1826 fu mandato tra i sottufficiali nel reggimento di fanteria di Butyrsk.

A giugno del 1827 scappò dal reggimento per recarsi a Pietroburgo e chiedere la dispenza dal servizio militare, ma venne arrestato, riportato alla base e chiamato in giudizio. Il poeta sottufficiale diventò soldato semplice, senza anzianità di servizio. L’anno dopo, disperato e depresso, una sera tornò in caserma ubriaco e al caporalmaggiore che lo rimproverò per essere in ritardo senza permesso, rispose con ingiurie e parolacce. Trascorse quasi un anno in catene per grave offesa al caporalmaggiore. Nel carcere scrisse la poesia Il prigioniero, contenente aspri attacchi allo zar. Scontata la pena, fu trasferito in un reggimento di fanteria di Mosca, col quale partì per il Caucaso. Là il poeta prese parte alle operazioni militari in Cecenia e nel Daghestan. Motivi caucasici trovarono ampio spazio nella sua lirica. Ma più che cantare la bellezza dei paesaggi montani, al centro della sua attenzione troviamo l’esistenza e la dura vita della gente comune. Egli descrive realisticamente i pericoli, le privazioni, la vita disordinata dei soldati russi, servendosi del linguaggio popolare. Pur riconoscendo il coraggio dei russi e dei montanari, Poželaev vede l’insensatezza della guerra e dello spargimento di sangue. Maledice chi ha estratto «per primo la spada della guerra / Su queste terre benedette / Dove viveva gente pacifica», e crede che verrà il momento in cui la «bellica lira» dimenticherà le battaglie e il dio del tuono Perun / E canterà la gioia del mondo».

Essendosi distinto nei combattimenti, nel 1831 fu riammesso tra i sottufficiali. Nel 1834 il colonnello Ivan Bibikov, lo stesso che nel 1826 firmò la denuncia contro il poeta, che doveva risultare per lui così fatale, incontrò di nuovo Poležaev e riuscì a fargli avere una licenza di due settimane, che il poeta trascorse nella famiglia dei Bibikov nella regione di Ilinsk di Mosca. Qui il poeta si innamorò di Jekaterina Bibikova, la figlia sedicenne di Bibikov, che dipinse ad acquerello il miglior ritratto  esistente del poeta, mentre egli scrisse alcune poesie ispirate dal suo amore per la fanciulla.

Passavano gli anni, ma essi non portavano a Poležaev la speranza in un cambiamento del suo destino. Cominciò a bere smodatamente e una volta, lasciato il reggimento senza permesso, perse le munizioni, e per questo fu condannato alla fustigazione. In conseguenza della pena corporale subita e per l’acuirsi della tisi contratta in carcere, nel settembre del 1837 il poeta entrò nell’ospedale militare di Lefortovo. Quando era ormai agonizzante arrivò l’ordine con la promozione a sottotenente. E’ possibile che egli non fece in tempo a sapere della tardiva grazia dello zar. Morì in questo ospedale a 34 anni, il 16 gennaio 1838, un anno dopo Puškin e tre anni prima di Lermontov.

L’infelice sorte di Poležaev suscitò l’ira e la compassione di Herzen e del poeta e storico Ogarjov. Le discussioni sulle cause di un destino così tragico cominciarono subito dopo la morte del poeta. V.G. Belinskij nel suo articolo del 1842, scritto in concomitanza con la pubblicazione di una raccolta di poesie di Poležaev, scrisse che di tutto egli poteva incolpare solo se stesso. Questo giudizio fu provocato della mancata conoscenza del critico, sia delle circostanze della vita del poeta, che di molti suoi pungenti versi potitici proibiti dalla censura. Col passare del tempo tuttavia cominciò a prevalere la tendenza opposta, cioè quella di considerare Poležaev esclusivamente una vittima del regime zarista e della tirannia di Nicola I. Non si può negare tuttavia che un certo ruolo ebbero anche i suoi comportamenti impulsivi e l’impetuosa natura  ereditata dal padre e dal nonno.

«Il destino di Poležaev fu assai peculiare, direi del tipo sovietico. L’esercito dello zar divenne il suo gulag» – ha scritto il poeta e storico della poesia russa Evgenij Evtušenko.

Temi principali delle sue poesie sono gli eterni dilemmi dell’universo. La loro principale caratteristica fu un romanticismo sui generis che assunse le forme di un militante naturalismo. Egli intendeva la libertà come attributo integrante della vita, come spontanea e incontrollabile concezione per ogni persona.

Tradusse tra gli altri Volter, Lamartine, Hugo e Byron. Molte sue poesie sono state musicate da noti compositori russi.

 

 

 

 

Poesie di Aleksandr Ivanovič Poležaev tradotte da Paolo Statuti

 

Angoscia

Ci sono istanti di spirituale angoscia,

Istanti di spaventose torture,

Allora siamo ribaldi e nemici

A noi stessi e a milioni di creature.

Allora nell’eterna catena dell’essere

Non vediamo nessun alto scopo –

Ovunque vediamo l’infelice “io”,

Come vittima sull’abisso profondo;

Allora con mestizia errando al buio,

Conserviamo una sola impressione,

Una odiosa – il freddo per la terra

E per la vita un amaro disprezzo.

Il fulgido sole nei raggi ardenti

E del cielo la bella curvatura,

Perdono allora splendore agli occhi

Dell’infelice figlio della natura;

Angoscia fatale, angoscia – omicida,

Su di lui grava come greve zavorra,

E la fredda mano della morte

Distrugge dell’anima la stanca forza.

Ma perché mai tu vieni uccisa

Dell’anima forza potente?

O forse tu eri per inerzia

Nel silenzio latente?

O non c’era in te la libertà

In questo petto impetuoso,

Come in un grande puro campo

E’ dato ai fiori il fiorire sontuoso.

1831

Al festeggiato

 Lazovskij, che regalo vuoi

Nel giorno del tuo patrono?

Io, per grazia del diavolo,

Un uomo ricco non sono!

Nel più stretto stoicismo

Io vivo senza argento,

Nella mia povera tenda

Ricchezza e beni non tengo,

Tranne la sciabola e la penna.

Col servizio duole la lite,

Non sono genio, né soldato.

Della tua amicizia soltanto

Io sono ricco sfondato!

Amicizia – dono del cielo

In questa valle funesta.

Come ripagarti, amico caro,

Che darti per la tua festa?

L’amicizia pura e fedele,

In cambio l’amicizia del cuore:

Una solenne cella per una cella!..

Lo schiavo soffre nel dolore

Per le catene nemiche,

E invano ha sete di libertà,

Come di acqua nella steppa.

Così anch’io da forte potestà

Sono a te predestinato,

Non posso più, o mio diletto,

Contrastare il destino…

Non posso dire con dispetto:

«Non sono tuo, non ti conosco!»

Ormai non è più com’era…

La voce impetuosa e viva

S’è spenta come la bufera

Nel mio petto così severo…

Tu hai sentito il bel suono,

L’appello di una nuova vita –

La bocca e delle mani il fuoco,

Come dalla culla di un bimbo,

Per sempre hanno impresso in noi

Il sacro nome: amico!

E allora, caro festeggiato

Con tutta l’anima ti dico:

Questa vera dichiarazione

Scrivi nel profondo del cuore!..

1833

Disinganno

Una volta per un bel sorriso

Incantevole e simulato,

Ero lieto di pagare con la vita

Per un fascino ostinato!

Una volta, notte e giorno,

Un furbo sorriso mi esaltava,

E mi era arduo ed ero pigro,

E il misero errore non cessava.

Adesso il tempo dei sogni lieti

E’ passato, ha lasciato il poeta –

E io per qualche dolce parola

Non voglio finire come un folle

Nell’aldilà con una pistola.

Adesso mi protegge il destino:

M’incanta una donna come prima,

Ma ho smesso ormai di sperare

Di vedere una rosa senza spina.

1835

Addio alla vita

                             A L.A. Jakubovič

C’est que la mort n’est pas

ce que la foule en pense.

V. Hugo

 

Dunque addio! Assai presto

Finalmente me ne andrò

In quel paese dal quale

Mio padre mai più tornò!

Da voi non voglio tristezza,

Amici miei, né un lamento!

Nemici miei! Giunto il momento,

Anche voi con tenerezza

Mi metterete nella bara!

Destino così consueto!

Quando verrà la vostra parca

Di certo anche voi Caronte

Porterà sulla sua barca,

E tra le onde del Lete

Il vostro operato vedrete, –

Anche a voi sorrideranno

E buon viaggio vi diranno!

L’attore la sua vuota parte

Ha recitato nella vita,

La falsa porpora è sparita

E un fischio resta alla sua arte!

Da grave malattia spossati,

Vedevo volti svariati:

Vergini e bigotti canuti,

Uomini saggi e onorati.

Ahimé! Del peccato il frutto

Senza scelta gustavano –

E sereni se ne andavano

In nessun luogo e dappertutto!

Uno presente sorrideva;

Un congiunto se la rideva;

La satira più pungente

Due minuti li giudicava,

Poi la fredda tomba per sempre

Con la sabbia indifferente

I corpi e i peccati occultava!

Per l’ultima volta parlate,

O insondabili creature!

Dove son le vostre dimore,

Dove a noi voi vi celate?

Chi il mondo senza dolore

Può abbandonare per sempre?

Non è forse chi senza errore,

Come stella fissa splendente,

Nell’agitazione dell’aria

La sua mente sa dominare…

E, figlio dell’immortalità,

Senza pregiudizi e viltà

Sa come vivere e spirare?

1835

 

 

(C) by Paolo Statuti