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Pablo Picasso: Guernica

17 Feb

 

Pablo Picasso: Guernica

 

 

   „Guernica” di Pablo Picasso è uno dei simboli più drammatici delle atrocità del XX secolo e, considerando i tragici avvenimenti di questa prima parte del XXI, non cessa di gridare il suo monito contro la guerra. Fu commissionato al grande pittore dal governo repubblicano spagnolo nel 1937, durante la guerra civile (1936-1939), per essere mostrato alla Esposizione internazionale di Parigi dello stesso  anno. Fu un omaggio alla città basca di Guernica, bombardata il 26 aprile 1937 dall’aviazione tedesca. Il quadro raffigura un locale, dove in alto è appesa una lampada. Forse è una cantina, dove la gente si rifugia prima del bombardamento, o forse una stalla, data la presenza degli animali. Questi ultimi possono simboleggiare il dolore e la paura della gente durante la guerra. Il quadro è una potente allegoria della sofferenza. Terminato il conflitto bellico, Picasso volle che “Guernica” tornasse in Spagna al termine del regime di Franco. Esso com’è noto, finì nel 1975, alla morte del dittatore. Il quadro tornò a Madrid nel 1981 da New York, dove era rimasto tutti quegli anni. E’ custodito ora nel  Museo  della Regina Sofia. Ho trovato e tradotto questa poesia del poeta polacco Andrzej Gliwiński.

 

Andrzej Gliwiński

 

Guernica di Pablo Picasso

 

Questo non è una quadro che canta,

perché il grido non può avere forma di inno.

Forte è lo schiocco delle lingue

degli animali fermati dal fuoco. I tori

con il ventre tagliato,

le teste dei cavalli separate dal tronco

– si sente ancora il furioso calpestio

degli zoccoli nell’arena della corrida.

Quella uccisione aveva una diversa misura.

Gente che scava con le unghie, coi gomiti,

– il cumulo fumante dell’incendio.

Mancano gli stendardi – stupisce anche

che nessuno canti. C’è il sole

che sovrasta la città in fiamme –

come favo o fetta di limone.

Si penserebbe che Delacroix

non avesse ancora raggiunto il grado

di incredulità di Picasso – credeva

nel rosso drappo della libertà,

che rivoluzione e tempo hanno dissanguato.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

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Denise Levertov

11 Feb

Denise Levertov

 

Nacque il 14 ottobre 1923 in Inghilterra, a Illford (Essex). Il padre era un ebreo bielorusso convertito al cristianesimo e diventato pastore anglicano. La madre era un’insegnante gallese che amava recitare ad alta voce ai famigliari brani di Joseph Conrad, Charles Dickens e Lev Tolstoj. Non frequentò mai la scuola e si formò in casa. Fin dai primi anni dimostrò entusiasmo per la scrittura, studiò balletto, arte, pianoforte e Francese, oltre alle materie fondamentali. “Prima di avere cinque anni, ero già un’artista e avevo un destino” – ricordò in seguito. A cinque anni infatti dichiarò che sarebbe diventata scrittrice. A dodici anni mandò alcune sue poesie a T.S. Eliot, che le rispose con una lunga lettera di incoraggiamento.

Il suo debutto poetico ebbe luogo nel 1940 sulla rivista “Poetry”, mentre la sua prima raccolta La doppia immagine uscì nel 1946. In una sua nota, scritta per una antologia, la Levertov si descriveva come “ex volontaria per lavorare la terra nel periodo bellico, domestica a ore, bambinaia, che ha sposato recentemente un militare americano e spera di trasferirsi negli Stati Uniti.” Il militare era Mitchell Goodman, un ex ufficiale artigliere e aspirante scrittore, che sposò nel 1947 e dal quale divorziò nel 1975. La poetessa confessò ai genitori che non era “romanticamente innamorata” di lui, ma che egli almeno non sembrava una persona ordinaria e trascurata, e aveva un carattere realmente buono.

Nel 1948 lasciò col marito l’Inghilterra per stabilirsi negli USA, dove insegnò letteratura in varie università e fu naturalizzata cittadina americana nel 1956. I suoi inizi come poetessa americana furono accolti favorevolmente dalla critica. Le sue prime due raccolte pubblicate negli USA hanno ancora forma e linguaggio tradizionali, ma in seguito fu sempre più affascinata dall’idioma americano e subì l’influenza dei poeti della Montagna Nera, specialmente il mistico Charles Olson e William Carlos William. Il suo primo libro americano di poesie Qui e adesso mostra gli inizi di questa trasformazione. Negli anni ’60 e ’70 divenne più attiva politicamente nella vita e nel lavoro. Si fece conoscere come poetessa femminista e rivoluzionaria, come voce poetica della rivolta sociale contro l’ingiustizia, la guerra nucleare e più tardi contro la guerra del Vietnam. In risposta a quest’ultima, aderì alla “War Resisters League”, e nel 1968 firmò la “Writers and Editors War Tax Protest”, promettendo di non pagare le tasse per protesta contro la guerra. Parla come donna, e il suo impegno politico, le sue vicissitudini amorose, la solitudine in una grande città, la compagnia delle persone care, costituiscono il tessuto delle sue poesie. Lentamente la natura attira sempre più la sua lirica.

Verso la fine della vita ha pubblicato due raccolte di poesie scelte, una intitolata La vita intorno a noi (1997) ha per oggetto l’attenzione che dovremmo rivolgere agli alberi, a un campo di grano, agli animali, agli uccelli, ovvero a tutta la natura, che l’uomo ha sconsideratamente sfruttato, tanto da anticiparne la distruzione. Per Denise Levertov la contemplazione dei paesaggi, degli alberi, delle acque, del canto degli uccelli, delle stagioni, ha un’enorme importanza come liberazione dagli affanni umani, come apertura a una diversa dimensione, al “colore dell’eternità”. La poetessa rivoluzionaria, diventando poetessa “ecologica”, ha raggiunto le più personali percezioni di forma e colore, e riflessioni sull’esistenza. In molti suoi versi una montagna vista da lontano, in diverse ore del giorno e in differenti formazioni di nebbie e di nuvole, diventa la metafora di una Presenza che sfugge alle denominazioni della nostra lingua. L’altra raccolta, pubblicata anch’essa nel 1997, ha come titolo La corrente e lo zaffiro, e come sottotitolo Poesie scelte su temi religiosi. In essa Denise Levertov ha riunito 38 poesie tratte da sette precedenti raccolte, con l’intento di “tracciare il mio cammino – come lei stessa scrisse nella prefazione – dall’agnosticismo alla fede cristiana, un cammino che include molti dubbi e domande, ma anche molte affermazioni.” Ricordiamo che la poetessa si era convertita al Cristianesimo nel 1984, e alla fede cattolica nel 1989.

Il poeta polacco premio Nobel Czesław Miłosz fu legato da profonda amicizia con Denise Levertov e tradusse molti suoi versi. Ecco cosa scrive della sua poesia: “Forse per questo amo tradurre le sue poesie, perché in esse c’è tanto  g u a r d a r e . Il più delle volte sono brevi annotazioni di un particolare della natura, di un paesaggio, e ogni volta si sente che le cose di questa Terra sono per lei in certo qual modo simboliche. Come se tendessero a diventare un segno.

Scrisse e pubblicò più di venti libri di poesie, nonché raccolte di saggi e di traduzioni. Morì il 20 dicembre 1997 a 74 anni e fu sepolta nel Lake View Cemetery a Seattle.

Poesie di Denise Levertov tradotte da Paolo Statuti

 

 

I muti

 

I gemiti degli uomini

quando incrociano una donna sulla strada

o sulle scale della metro

 

per dirle che è una femmina

e che il loro corpo lo sa,

 

sono una specie di motivo,

una canzone alquanto brutta, cantata

da un uccello con la lingua tagliata

 

ma intesa come musica?

 

O sono il muggito soffocato

di sordomuti intrappolati in un edificio che

si riempie lentamente di fumo?

 

Forse entrambi.

 

Sembra che questi gemiti

siano tutto ciò che possono fare,

ma una donna, suo malgrado,

 

sa che è una forma di omaggio:

se fosse priva di grazia

la incrocerebbero in silenzio:

 

perciò non è solo per dire,

che lei è un caldo buco. E’ una parola

 

in una lingua-rammarico, niente a che vedere

con la primitiva lingua delle caverne;

una lingua angustiata, malata, depressa

 

in disfacimento. Lei vorrebbe

respingere questo omaggio

disgustoso, e non può,

 

esso gira e ronza nel suo orecchio,

cambia il ritmo dei suoi passi,

i manifesti strappati nei corridoi rombanti

 

lo ripetono,

vibra e ringhia come un treno in arrivo.

A un tratto il suo polso

 

accelera,

ma i vagoni rallentano e stridono

alla fermata mentre il suo comprendonio

 

traduce quel suono nelle parole:

“Vita dopo vita dopo vita passa

 

senza poesia,

senza decoro,

senza amore.”

 

Una  sera di febbraio a New York

 

Quando i negozi chiudono, una luce invernale

apre l’aria al blu violaceo,

luccicano di brina attraverso il fumo

i grani di mica, il sale del marciapiede.

Quando gli uffici chiudono, liberati autonomi

i piedi modellano le strade

in fretta e furia; i palloncini delle teste

scorrono e s’immergono su di essi; i corpi

non sono realmente là.

Quando le luci si accendono e il cielo si oscura,

una donna con i tacchi storti dice ad un’altra

mentre vanno insieme di buon passo:

“Sai che ti dico, io più di tutto

     amo la vita. Io amo la vita! Anche se un giorno

     sarò vecchia e avrò l’affanno o zoppicherò! Sai?

    Se mi trascinerò…- anche allora…” Il resto si perde.

I molteplici confusi toni

del cambio delle marce, una danza

in tutte le direzioni, un fiume a quattro rami.

La prospettiva del cielo

incuneata tra i viali, lasciata allo sbocco delle strade,

il cielo ad ovest, il cielo ad est: più vita stasera!

Un po’ di tempo libero nei sobborghi dell’inverno.

 

Cosa si ottiene vivendo vicino a un lago

 

Che è largo

e calmo e delicatamente

animato, largo e

piano, rispecchiante l’intangibile

distesa del cielo

sulla sua fresca, fredda, serena

superficie che noi possiamo

toccare, penetrare, gustare.

Che è largo e ininterrotto salvo che

qui una vela, là

una costellazione di uccelli acquatici –

un prato di acqua

diresti,

una radura in un bosco

di forme e voci ingarbugliate,

di ansiose intenzioni, di urgenti

ricordi: un profondo, puro

respiro per colmare

l’anima, un gesto

interiore, le braccia

allargate per echeggiare

quella muta

generosa estensione

che chiamiamo lago.

 

Un cigno sotto la neve    

 

Sul ghiaccio che si oscurava, sottile, spaccato

sembrava esserci una palla di neve a forma di cuore,

Fortemente gelata, il suo bianco

identico al bianco non calpestato

sulla riva del lago. Da vicino, la sua triste faccia –

la maschera e il becco – diventavano più chiari, il lungo

cilindro del collo, e i piedi piatti, bilanciati,

stanchi, immobili. Una traccia di acqua nera dietro,

un gesto di abbandono. Soffici nell’aria calma, i fiocchi

cadevano di continuo. Silenzio

profondo, profondo. Il breve giorno

si è fermato, interminabile.

 

Il segreto

 

Due ragazze scoprono

il segreto della vita

nella inattesa riga

di una poesia.

 

Io che non conosco

il segreto ho scritto

la riga. Loro

mi hanno detto

 

(tramite terzi)

che l’hanno trovato,

ma senza dire qual era

e nemmeno

 

in quale riga si trovava. Di sicuro

adesso, passata una settimana,

hanno dimenticato

 

il segreto,

 

la riga e il titolo

della poesia. Le amo

per aver trovato ciò

che io non posso trovare,

 

e perché mi amano

per la riga che ho scritto,

e per averla dimenticata,

cosicché

 

un migliaio di volte, finché la morte

non le visiterà, possono

scoprirlo di nuovo, in altre

righe,

 

in altri

fatti. E perché

vogliono conoscerlo,

perché

 

credono che esista

una tale segreto, sì,

per questo le amo

più di tutto.

 

Vivendo

 

Il fuoco nella foglia e l’erba

così verde sembra

che ogni estate sia l’ultima estate.

 

Il vento soffia, le foglie

tremando al sole,

ogni giorno l’ultimo giorno.

 

Una salamandra rossa

così fredda e così

facile da prendere, come in sogno

 

muove i suoi piedi delicati

e la lunga coda. Tengo

la mia mano aperta perché vada via.

 

Ogni minuto l’ultimo minuto.

 

Una donna incontra un vecchio amante

 

Lui col quale correvo, mano nella mano,

tirando calci alla foglie coriacee lungo l’Oak Hill Path

trenta anni fa,

 

mi è apparso davanti con la faccia turbata, pallido,

quasi irriconoscibile, esitante,

zoppicante.

 

Lui che non ricordo di averlo sentito ridere sonoramente,

ma vedo che sorride nell’occhio della mente, contento di sé,

piangeva sulla mia spalla.

 

Lui che sembrava sempre

prendere e mai dare, che così a lungo

non potevo dimenticare,

 

ricordava tutto ciò che io da tempo ho dimenticato.

 

Lo scrittore e il lettore

 

Quando una poesia mi giunge

quasi pronta come facendosi strada

verso la luce attraverso il braccio, la mano e la penna,

su un foglio; o quando

abbozzo dopo abbozzo, lentamente

cresce, mutandosi in se stessa,

ed esige di completare  ciò che manca,

di togliere ciò che è inutile –

finché in grado di respirare da sola

può lasciarmi –

 

allora provo timore

per essere stata scelta di nuovo per questo compito,

e anche gioia e lo strano e noto

segno del destino.

 

Ma quando leggo o ascolto

una poesia perfetta, creata

da qualcun altro, qualcuno forse di cui

non ho mai sentito parlare prima – una poesia

che mi arreca irresistibili visioni, la musica

che non mi aspettavo di sentire,

un brivido, la sensazione

di una nuova ansia e speranza, una poesia

vibrante di propria

forza vitale –

 

allora dimentico

l’isolato timore, la limitata gioia,

provando ciò che provano i cantori in un coro,

partecipando con umiltà e fervore

all’armonia che loro stessi creano,

nelle onde e nel fruscio dell’oceano di musica,

e tacciono, per ascoltare, quando la melodia

rotea su di loro in un placido silenzio.

 

Per esempio

 

Spesso non è niente di speciale: può essere

un treno che sferraglia né veloce né lento

da Melbourne a Sydney, e la luce che cala.

Abbiamo attraversato un largo fiume ricordato

da un racconto sulla fanciullezza e un amore fatale,

scritto in una prosa come vodka, limpida e bruciante –

cala la luce e allora

accanto ai binari

una macchia di eucalipti, un irrilevante

frammento di bosco, guarda dalla tua parte,

non te, attraverso te, attraverso il treno,

al di là di esso – fissa coi rami e coi cenci di corteccia,

qualcosa al di là del tuo passaggio. Non è,

questo brandello di veduta più bello

di un milione di altri, né meno bello di tanti altri;

qui tu non hai nessun passato, nessun ricordo,

e non metterai mai piede tra queste indistinte

provvisorie presenze. Forse lascerai questo continente

e non tornerai mai più; ma esso rimarrà con te:

anni dopo, ogni volta

che la sua confusa immagine guizzerà nella tua testa,

ti strapperà il vecchio grido:

O Terra, amata Terra!

– come molte altre pallide

costellazioni di paesaggi fanno, o un frammento

di pietra muscosa, o una vecchia tettoia

dove una volta ti sei riparata da una pioggia scrosciante

nell’Essex, appoggiata a una ruota o alle stanghe

di un carro polveroso, e ti sei mossa quando hai sentito

un merlo cantare di nuovo, benché la pioggia

non fosse del tutto cessata; e, come pensasti che ci fosse,

nella buia parte dove minacciose nubi

erano ancora ammassate, c’era un’esile traccia

di arcobaleno; e di fronte l’attesa luce

del mezzogiorno dell’Inghilterra dell’Est, e le foglie

goccianti e lucenti. Le pozzanghere, le erbacce

lungo il cammino nettate dalla loro polvere. O terra,

di nuovo in me quel grido –

Erde, du liebe…

 

La serva di Emmaus (Un dipinto di Diego Velázquez)

 

Lei ascolta, ascolta, trattenendo il respiro.

Quella voce di sicuro

è la sua – l’unico

che l’ha guardata, una volta,

confusa tra la folla, come nessuno mai

l’ha guardata?

L’ha vista?

Le ha parlato?

Di sicuro le sue mani

hanno preso il piatto col pane dalle sue proprio ora?

Le mani che posava sui moribondi e li guariva?

Di sicuro quel volto – ?

L’uomo crocifisso per sedizione e bestemmie.

L’uomo il cui corpo è scomparso dal sepolcro.

L’uomo che alcune donne hanno visto

questa mattina vivo?

 

Coloro che hanno portato questo straniero a casa

alla loro tavola

non riconoscono ancora con chi essi siedono.

Ma lei nella cucina,

prendendo distrattamente la brocca del vino

da portare,

una giovane serva Nera, che ascolta avidamente,

si gira e vede

una luce intorno a lui

ed è certa.

 

Contrabbando

 

L’albero della conoscenza era l’albero della ragione.

Ecco perché il suo gusto

ci ha cacciati dall’Eden. Quel frutto

c’era per essere seccato e ridotto in polvere

e usato un pizzico ogni tanto, come condimento.

Dio forse aveva in mente di parlarci in seguito

di questo nuovo piacere.

Noi ci siamo riempiti la bocca di esso,

ci siamo rimpinzati di ma di se di come e di nuovo

di ma, senza conoscere meglio.

E’ tossico in grandi quantità; le esalazioni

turbinavano nelle nostre teste e intorno a noi

formando una densa nuvola induritasi come acciaio,

un muro tra noi e Dio. Lui Che era il Paradiso.

Non che Dio sia irragionevole – ma la ragione

in tali dosi è diventata una tirannia

e ci ha rinchiusi entro i suoi limiti, una cella lucida

che riflette i nostri volti. Dio vive

nell’altra parte di questo specchio,

ma attraverso una fessura, là dove la barriera

non tocca perfettamente il suolo, riesce ancora

 

a penetrare – come luce filtrata,

scaglie di fuoco, una melodia udita

e poi perduta, e udita di nuovo.

 

 

 

(C) Paolo Statuti

 

 

C.K.Norwid: Rapsodia funebre in memoria di Józef Bem

28 Gen

 

Bassorilievo di C.K.Norwid nella cattedrale del Wawel a Cracovia

 

Józef Bem

Cyprian Kamil Norwid: Rapsodia funebre in memoria di Józef Bem (1)

 

“…Iusiurandum, patri datum, usque

ad hanc diem ita servavi…”  (2)

 

I

– Perché, ombra, ti allontani, le mani sulla corazza,

Con le torce che intorno ai ginocchi sprizzano faville? –

La spada verde di lauro dai ceri accoglie le stille,

Un falco si stacca e il tuo cavallo fa un passo di danza.

– Sventolano e si toccano tra loro gli stendardi vibranti.

Come tende di eserciti sotto il cielo erranti.

Lunghe trombe singhiozzano disperate e i vessilli

S’inchinano dall’alto con le ali abbandonate,

Come draghi, rettili e uccelli da lance trafitti,

Come le molte idee che con le lance hai afferrate…

 

II

 

Vanno le donne afflitte: alcune, le braccia alzando

Con profumati covoni che il vento in alto scompiglia,

Altre, il pianto dal viso raccolgono in conchiglie,

Altre invece la strada fatta secoli fa cercando…

Altre infine gettano in terra grandi vasi di argilla,

Il cui crepitare nel rompersi ancora più rattrista.

 

III

 

Ragazzi battono le asce azzurre nel cielo terso,

Valletti servitori battono gli scudi arrossati,

Un vessillo enorme si dondola nei fumi immerso,

E la lama della lancia sembra al cielo appoggiata…

 

IV

 

Entrano in una gola…riappaiono nella luce lunare

E nereggiano nel cielo, una fredda luce li sommerge

E brilla sulle lame come stella che non può cascare.

Il canto a un tratto cessa e poi come onda riemerge…

 

V

 

Oltre – oltre – verrà il tempo di rigirarsi nelle bare

E in agguato oltre la strada vedremo un nero burrone,

Che l’umanità non troverà il modo di superare,

Col tuo corsiero useremo la lancia come vecchio sprone…

 

VI

 

Trascineremo il corteo, lamentando le città addormentate,

Battendo alle porte con le urne, fischiando sulle asce intaccate,

Finché le mura di Gerico come tronchi si abbatteranno,

I cuori rinveniranno, la muffa dagli occhi i popoli toglieranno.

 

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

Oltre – oltre…

 

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(1) Józef Bem (1794-1850) – generale dell’esercito polacco, prese parte all’insurrezione di novembre del 1830-31 contro l’Impero russo. Guidò anche l’insurrezione ungherese nel periodo delle guerre d’indipendenza del 1848-49.

(2) I giuramenti fatti a mio padre ho mantenuto fino ad oggi. (Annibale)

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

 

 

 

 

Il Don Chisciotte di Boleslaw Lesmian

14 Gen

 

Gustave Doré: Don Chisciotte e Sancho Panza

 

 

Don Chisciotte è il prototipo del sognatore che inconsapevolmente si scontra con l’amara realtà. In chiusura del suo immortale capolavoro, il mio libro preferito in assoluto, Cervantes racconta che il suo eroe cade preda di una forte febbre e dopo 6 giorni a letto, si sveglia da un sonno di sei ore, ringraziando Dio per aver riacquistato il senno, si dichiara risanato e pentito. Si confessa e, poco dopo, muore. Quindi la ragione in ultima analisi ha la meglio sulla finzione e sulla follia. Circa tre secoli dopo il grande poeta polacco Bolesław Leśmian (1877-1935) (v. nel mio blog Il maestro prediletto) ci ha offerto il suo ritratto poetico e tragico del cavaliere dalla trista figura. Don Chisciotte si trova nell’oltretomba. E’ solo e dubita della sua identità. Gli è stata restituita la ragione, ma questa consapevolezza anziché recargli conforto, lo rende ancora più infelice. Capisce l’inutilità delle sue azioni e la follia insita in esse, teme  possibili nuovi sogni e un nuovo delirio. Ma sulla terra egli aveva uno scopo, era pronto a sacrificare tutto, convinto di lottare per una giusta causa in nome del bene. Ora ha perso la sua fede, gli sono stati tolti i suoi sogni, i suoi ideali. Leśmian ci dice che la fantasticheria di Don Chisciotte è l’essenza della sua natura umana e che la ragione non gli è affatto necessaria. I sognatori sono utili al mondo: privi del senso di realtà, lottano all’insegna dei propri ideali, convinti di aiutare l’umanità. Quindi, conclude il poeta, non bisogna svegliarli, neanche nella risurrezione – meglio per loro e per il mondo è che continuino a dormire.

 

Bolesław Leśmian: Don Chisciotte

 

In un parco dell’oltretomba, con solennità

Dalle ali di angeli insonni spazzato,

All’ombra di alberi che hanno avuto in eredità

Terrestri foglie ingiallite – con animo gravato,

Benché ormai privo di miserie e di lotte,

Siede pensando lo smilzo Don Chisciotte

Che meditare non serve e con un’occhiata

Defunta, che non va oltre una mano

In preghiera, guarda il viale lontano,

Dove ogni traccia di vita è cancellata.

 

Dio gli tende le mani amorevolmente,

Per invitarlo a un comune convito

Nella nebbia che gli angeli appositamente

Sciolgono con segni di croce. Impallidito

Nel silenzio tombale l’ospite si discosta,

Di non vedere e sentire nulla fa mostra.

 

Un tempo le pale a primavera sognate,

Gli sembravano spade di bieche schiere,

Ma oggi nelle mani di Dio a lui mostrate

Vede infide pale di mulini-chimere.

E, guardingo, sfugge con un beffardo riso

A possibili nuovi sogni e a un nuovo delirio.

 

E non si avvede neanche che un silenzioso

Angelo gli si avvicina e ai piedi gli posa,

Da parte della sua Madonna, una rosa,

Per dirgli che ricorda il suo fedele animoso.

Ma lui, un tempo modello di cavaliere,

Ignorando il messaggero e chi gliela invia,

Distoglie gli occhi dalla rosa perché non crede

Più nei fiori, e li sospetta di scaltra magia.

L’angelo allora si china su di lui con un sorriso

E baciandolo sulla fronte sottovoce gli dice:

“Anche questo è da lei”… E arrossito nel viso

Vola via. E il cavaliere deluso e infelice,

Di sbieco e con sfiducia segue il suo volo,

E tormentato dal dubbio muore di nuovo

Di una morte che ai baci di non svegliare impone

Simili morti neanche nella risurrezione!

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

Anna de Noailles (1876-1933)

8 Gen

 

Philip de Laszlo: Ritratto di Anna de Noailles

 

 

Tre poesie di Anna de Noailles tradotte da Paolo Statuti

 

Per notizie biografiche sulla poetessa francese Anna de Noailles vedi in Treccani e Wikipedia.

 

La vita è permanente sorpresa!…

 

La vita è permanente sorpresa!

L’amore di sé, qualunque cosa si dica!

La forza di essere, sempre più grande,

La prima tra gli uguali.

La vanità per il viso,

Per il seno, i ginocchi, le mani,

Tutto il delicato paesaggio umano!

L’orgoglio che abbiamo di noi,

Segretamente. L’onore fisico,

Questa musica interiore

Attraverso la quale andiamo, e inoltre

La terra vuota, il capestro, il pozzo,

Dove a fatica cerca la morte

Il corpo ebbro di eternità.

 

– E l’offesa del cessare di essere,

Peggio anche dello stesso non essere!

 

La vita profonda

 

Essere in natura come alberi umani

Che tendono i desideri come folto fogliame,

E sentono nelle notti serene e nel temporale,

La linfa universale fluire nelle mani!

 

Vivere, avere i raggi del sole sul viso,

Bere il sale ardente del pianto e del mare,

E con calore la gioia e il dolore gustare,

Che formano un velo umano nell’infinito!

 

Sentire nel cuore vivo il fuoco, il sangue e l’aria

Turbinare come vento impetuoso.

– Elevarsi al reale e chinarsi al misterioso,

Essere il giorno che sorge e l’ombra che cala!

 

Come il colore porpora e ciliegia del tramonto,

Lasciare fluire la fiamma e l’acqua vermiglia del cuore,

E come l’alba chiara posata su un colle,

Avere l’anima che sogna ai bordi del mondo…

 

E’ stato lungo, difficile e triste…

 

E’ stato lungo, difficile e triste

Rivelarti ciò che il cuore sentiva;

La voce cresceva e poi calava,

L’orgoglio soccombeva e si feriva.

 

Io non so davvero in che modo

Ho potuto confessarti il mio amore;

Temevo l’ombra e i tuoi occhi

Che del giorno hanno il colore.

 

La nuova che ti ho portato è questa!

Ti ho detto tutto! Ero rassegnata;

 

Eppure, come un cigno ho celata

Sotto la mia ala la mia testa…

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

Leonid Nikolaevich Martynov

5 Gen

 

Leonid Martynov, Mosca aprile 1963

 

Leonid Nikolaevič Martynov nacque il 22 maggio 1905 a Omsk. Le sue prime poesie furono pubblicate nella raccolta I futuristi. Negli anni 1921-22 frequentò il gruppo artistico-letterario futurista Il tre di cuori. Nel 1924 divenne corrispondente del giornale La Siberia sovietica. Nel 1932 fu arrestato con l’accusa di propaganda controrivoluzionaria e confinato per tre anni nel Nord del paese (fu riabilitato nel 1989). Trascorse il confino amministrativo a Vologda, lavorando nel giornale Il Nord rosso, dove conobbe la futura moglie Nina Popova. Scontata la pena tornarono insieme a Omsk. Nel 1939 il poeta raggiunse la notorietà con la pubblicazione del libro Poesie e poemi. Nel 1942 fu ammesso nell’Unione degli Scrittori dell’URSS, grazie all’interessamento dello scrittore A. Kalinčenko. La raccolta Il golfo uscì nel 1945. Stroncato dalla critica, per nove anni scrisse senza alcuna speranza di essere pubblicato, e guadagnando con le traduzioni della poesia inglese, ceca, cilena, ungherese, polacca, francese, italiana, iugoslava e di altri paesi.

Il primo libro dopo questo lungo periodo fu Poesie, che uscì nel 1955 e diventò subito un bestseller e fu ristampato due anni dopo. Malgrado il riconoscimento il poeta conduceva una vita appartata, tanto da essere chiamato “un classico silenzioso”.

Nell’arco di dieci anni, dal 1960 al 1970, scrisse un libro di memorie con l’intenzione di chiamarlo Cento capitoli. Il poeta stesso scriveva: “Questo libro riguarda non solo le origini  delle mie poesie, ma essendo veritiero e chiaro, per quanto possibile riguarda l’intero ordine della vita.” Tuttavia il tempo e la censura non permisero di stampare tutti i capitoli insieme. La prima raccolta di novelle autobiografiche Fregate aeree fu pubblicata nel 1974. Per la bellezza dello stile e per l’ampio respiro essa si può definire una enciclopedia della vita artistica di Omsk negli anni 1920-1940. La seconda raccolta di novelle Tratti di somiglianza uscì postuma nel 1982, mentre soltanto nel 2008 furono stampate tutte le restanti novelle dei Cento capitoli.

     Nell’agosto del 1979 morì la moglie Nina e il 21 giugno 1980 morì anche il poeta.

  1. Kazak nel Dizionario della letteratura russa del XX secolo (1996) dice del poeta: “Leonid Martynov scrive poesie narrative e descrittive, ma prevalgono quelle in cui un fatto concreto si presta all’analisi filosofica – sotto forma di immediata riflessione o sotto forma di metafora… Nella ricchezza della lingua figurata di Martynov si riflette anche la civiltà contemporanea e la natura”.

Scrive il critico N. Sokolov: “E’difficile trovare nella poesia russa contemporanea un altro poeta con un sistema filosofico così coerente e preciso, espresso non solo come concezione del mondo, ma consolidato anche nello stile, nei temi e nei soggetti delle opere. In questo senso Leonid Martynov si può paragonare soltanto a M. Lomonosov, il quale altrettanto precisamente, im modo pubblicistico, espresse nelle poesie il suo entusiasmo per l’immensità dell’universo e lo sviluppo della scienza che rivela all’uomo un miracolo dopo l’altro… Nella sua lirica filosofica Martynov si rifà alla tradizione poetica di F. Tjutčev. Benché per il suo fondamento filosofico, per l’orientamento e il dinamismo, la poesia di Martynov sia l’opposto della poesia contemplativa del romanticismo filosofico di Tjutčev, possiamo stabilire una costante comune nel loro sistema poetico. Gli studiosi L. Pumljanskij, B. Buchštab e altri parlano di simboli-antitesi nella poesia di F. Tjutčev: la luce opposta all’oscurità, il calore – al freddo, il rumore – al silenzio, le vette – alle pianure. Il contrasto romantico è caratteristico anche per la poesia di N. Zabolockij e di L. Martynov. Anche in quest’ultimo l’oscurità nelle sue varie manifestazioni è contrapposta alla luce, l’immobilità è sempre abbinata al movimento, che molto spesso è legato all’immagine delle ali, del volo”. A tale proposito va notato che l’immagine “dell’uccello libero” è una di quelle preferite da Martynov ed esprime l’idea della libertà, del movimento, l’evoluzione del pensiero, la ricerca nell’arte.

Gli storici della letteratura russa ricordano spesso il nome di Martynov per il suo intervento durante il Congresso degli scrittori tenuto a Mosca il 31 ottobre 1958 per discutere il caso Pasternak. Martynov era appena tornato dall’Italia e,  invitato a riferire sull’atteggiamento degli italiani verso Pasternak, manifestò la sua irritazione per il “crepitio sensazionale” della stampa estera intorno a un solo nome. Benché in tale occasione Martynov si unisse al coro di quelli che condannavano Pasternak, fu notato che il suo intervento non fu tra i più decisi e aspri. Io personalmente, malgrado il mio grande amore per Pasternak, non me la sento di criticarlo. Non tutti nascono “cuor di leone”, ed è noto che in quel regime disumano chi criticava veniva freddamente eliminato, come Mande’stam, chi non criticava veniva a stento tollerato, come Pasternak, e chi si adeguava ed eventualmente lodava anche, veniva premiato, come appunto Martynov. Ma non si può negare che egli sia stato uno dei maggiori e ultimi poeti russi del XX secolo che hanno respirato l’aria del rinnovamento poetico dell’inizio del secolo, e hanno dato il loro prezioso contributo al proseguimento della tradizione.

P. S.

 

Poesie di Leonid Martynov tradotte da Paolo Statuti

 

L’ebreo errante

Il treno percorre tratti tenebrosi.

Il ponte sull’Acheron comincia a ronzare.

Lungo il fiume gli imbuti dei gorghi.

Panico nei vagoni, attacchi nervosi…

Soltanto un tipo distante da tutto,

Fuma e ride, in piedi sulla piattaforma.

E’ l’ebreo errante.

1926

 

La prima neve

 

Uscì la sera presto,

Disse: – Devo andare…

Non aspettare.

 

Cadeva la prima neve.

La strada

Era tutta bianca.

 

Alla ragazza del chiosco

Ordinò un bicchiere di vino.

 

«Devo andare… – ripeteva mentalmente, –

E non è colpa mia».

 

Più tardi telefonò dalla piazza:

– Dormi?

– No, non dormo.

– Non dormi? E che fai?

Rispose:

– Amo!

 

…Tornò la mattina tardi,

Alle dodici,

E girava per la stanza,

Come se stesse nel bosco.

Nel bosco, dove i rami sono neri

E anche i tronchi sono neri,

E tutti i tendaggi sono neri,

E sono neri anche gli angoli

E le poltrone nere-brune,

Ammassandosi, tacciono…

 

Lei chinava la testa,

E lui a un tratto notò

Ciò che lei stessa forse

Non voleva sapere –

Come mai nel caldo oro

C’era quella ciocca bianca!

 

Egli sfiorò ciò che ora

Sentiva caro per sempre,

E capì

Con l’oro di chi

Aveva pagato la sua notte.

 

Lei chiese:

– Cos’è questo?

Lui rispose:

– E’ la prima neve!

1946

 

*  *  *

In una notte afosa

Conversavo con Dio.

Non avevamo, a quanto pare, molti argomenti.

Io gli dico:

– Mostrami dei miracoli. –

Lui risponde:

– Non s’imbiancano i tuoi capelli,

Non si diradano – ecco dei miracoli!

Non rinsecchiscono le tue braccia e le tue gambe,

Benché io conosca molti tuoi tormenti.

E pensa un po’: camminavi per tali strade,

Vagavi per tali dirupi e convalli,

Dove, come sangue, è salata e purpurea la rugiada…

Tu li hai superati – anche questo è un miracolo!

1949

 

Gli uccelli

Diventare uccello non vorrei,

Essere un usignolo non voglio.

 

Pensa un po’, –

Volando

Mi poserei sul davanzale,

E tu diresti:

«Che razza di uccello

Si affanna sul davanzale,

E bussa col suo corpo volante?»

 

E nella mia maldestra aspirazione

Graffierei il vetro con le penne.

E tutto ciò a cosa porterebbe?

Tu apriresti la finestra,

Io entrerei volando. Ah, che bello!

Nella tua mano cadere inerme.

Tu cacceresti via la gatta,

Penseresti un po’,

Coglieresti al volo un moscerino,

Prenderesti una briciola di pane,

E nel becco me li metteresti a forza.

Dopo avermi nutrito a sazietà,

E, ripetuto:

«Ah, che bello!» –

Mi baceresti con la bocca.

Così diventiamo schiavi.

…Io non sarò mai un uccello!

1952

 

L’eco

 

Che mi è successo?

Io parlo con te sola,

E chissà perché le mie parole

Si ripetono dietro la parete,

E risuonano in questo stesso istante

Nei vicini boschetti e lontane foreste,

Nelle vicine umane dimore

E in ogni luogo andato a fuoco,

E dappertutto tra i viventi.

Sai, sostanzialmente, ciò non è male!

La distanza non è un ostacolo,

Non per ridere non per sospirare.

Assai potente è l’eco.

A quanto pare, tale è l’epoca!

1955

 

*  *  *

Sul litorale dopo la burrasca

Dei tuoi sassi sento il crepitio,

O mare, il più saggio al mondo

Pittore – astrattista!

E non partecipo alla contesa,

Alla discussione troppo futile –

Che hai immaginato o mare

Su questo o quel ciottolo.

1960

 

Il paesaggio

 

Il paesaggio

Sorse davanti a me –

Caotico, non delineato,

Come se non potesse essere diverso,

Come realtà piena di contraddizioni:

Correvano le volute di nubi,

Dappertutto la luce lottava con l’ombra…

 

– Paesaggio, potresti diventare anche migliore!

– Certamente, non c’è alcun dubbio!

 

Quale sono già per me stesso,

Io sono anche la vostra creazione!

Volete il cielo più azzurro,

Il tempo più sereno, più bello –

Osate, affinché il cielo cerchi

Di diventare simile ai  vostri sogni,

Non solo sulla tela,

Ma anche nella realtà.

1967

 

La poesia estremamente complessa

 

La poesia

E’ estremamente complessa,

E con questo moltissimi lottavano,

Gridando che solo la terreneità è necessaria,

Avendo in mente soltanto la spiga del grano.

 

Ma a volte, frugando nella ghiaia verbale,

Anche là dove non spunta neanche un chicco,

 

Noi la scopriamo,

Cioè

Essa è dappertutto, e non è colpa sua,

Se in terra e in cielo ugualmente essa si cela,

Come l’Erebus, coronando il polo Sud,

La poesia non è un rebus, ma è libera

Di echeggiare da qualunque macchia bianca,

Come media e lunga onda,

E sull’onda corta la notizia e il racconto!

1970

 

La busta

 

Io scrivevo versi

in un periodo di tempeste,

Di notte, in preda a una febbre interiore.

e un giorno

Il vento li portò

Come intorno al globo terrestre.

 

Li dimenticai…

Passò anno dopo anno,

E un giorno sul far dell’alba

La postina

Mi consegna una busta

Piena di ritagli di giornali.

 

Vedo:

Di nuovo è nelle mie mani

Il risultato delle mie fatiche notturne,

Ma ora in diverse lingue,

In traduzioni,

Sia pure non troppo fedeli.

1970

 

Il sogno

 

Sono spuntati

Sui vetri

I fiori di neve.

 

– Dov’è la mia pelliccia? – tu chiedi.

– Non capisco cosa dici!

– Dov’è la mia pelliccia, la pelliccia bianca,

La bianca pelliccia nella quiete dei tetti innevati,

Diventa azzurra verso sera,

Rossa pelliccia – di notte presso il fuoco,

Per brillare argentata sotto la luna!

 

Ecco quale miracolo non si sa come

Hai voluto ottenere.

1970

 

Policromia

 

I colori

Appaiono elementari,

Ma neanche le sfumature possono sembrare perse.

Le rondini  –

Anche quelle al tramonto

Diventano trasparenti, ambrate…

 

Anche le nere e cupe cornacchie

Appaiono all’alba

Come policromia,

Propria non soltanto ai germani reali,

Ma anche a ogni semplice anatra.

 

Per l’uomo

E’ lo stesso – non può sembrare sempre uguale,

O sempre nostalgico, o sempre spensierato,

E se così vi sembra,

Sappiate:

Voi delirate!

1974

 

 

(C) by Paolo Statuti 

 

 

 

 

 

Marek Baterowicz

21 Dic

 

 

Del mio amico polacco Marek Baterowicz (v. 7 sue poesie nel mio blog musashop.wordpress.com), poeta, prosatore, pubblicista e traduttore, nel 2010 ho curato la raccolta di 48 poesie “Canti del pianeta” (Ed. Empirìa). Ecco nella mia versione una sua poesia inedita secondo un quadro di Joan Miró.

 

Un poeta scrive una poesia ispirata da un uccello di passaggio (secondo un quadro di Joan Miró)

 

       un uccello migratore

dalle ali canterine

fece il nido

in un colbacco di raggi lunari

si assopì stordito dal loro bagliore

immerso nel profumo di mirra

beccando chicchi saporiti

maturi nei rivoli del sonno

e quando all’alba

la brina gli coprì le piume

cantò il canto del sole

le sue note intrisero il sonno

di rugiada e rosmarino

in essi spegne la sete il poeta

sonando il violino

con l’archetto di fiamma

come spiga d’oro

bruciando tutte le corde.

L’uccello non fa il nido

su ogni albero

– venne a sapere –

per innestare il bene

non basta tagliare il tronco malato

– le radici avvelenano il suolo

 

(dalla raccolta: Un posto nell’atlante)

 

 

Joan Miro: Un poeta scrive una poesia ispirata da un uccello di passaggio

 

 

(C) by Paolo Statuti