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Icchak Kacenelson (1886-1944)

18 Set

Icchak Kacenelson, nato nel 1886 e morto nel campo di concentramento di  Auschwitz nel 1944. Poeta, drammaturgo, pedagogo e traduttore ebreo. Scrisse le sue opere nelle lingue jidysz ed ebraica. Tra le mie carte ho ritrovato la mia vecchia traduzione dal polacco di questa sua struggente poesia, che ora pubblico col pensiero rivolto alla guerra scoppiata il 1 settembre di 80 anni fa e ai milioni di morti da essa causati.

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Mostrati, mio popolo, appari, solleva le braccia

Dalle fosse profonde, che fino all’orlo hai colmato di te

Mucchio su mucchio ricoperto di calce e arso dalla brace –

Alzati! Ed esci dagli strati più fondi della tua tomba!

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E accorre trafelato il giovane esploratore – ha le armi e

                                                                         le distribuisce.

Per me sono sono bastate. Non importa. E’ tutto per me,

Anche se non nella mia mano…Troppo tardi…tutto è in

                                                                                    ritardo…

No! Non è mai troppo tardi; l’ultimo degli Ebrei – se

E’ capace di uccidere l’assassino – il suo popolo difenderà!

Perché si può pur salvare anche un popolo trucidato…

Salvatevi, fratelli – dicevo, così parlai a loro.

E forse li ho confortati. Ho dato forza a loro e a me.

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Tra i Polacchi e i Tedeschi ricercavano i soldati della libertà,

Sui quali ricadeva la minima ombra, l’ombra tremenda del

                                                                                         sospetto

Di essere fedeli al popolo…E ancora di più caddero i Russi

Nelle città e nei villaggi. Quante tombe di partigiani!

Noi invece hanno ucciso diversamente, hanno ammazzato

                                                                   i bambini nelle culle

E quelli non ancora usciti dal grembo materno.

Ci hanno trasportati coi treni, destinazione – Treblinka,

E là, prima di asfissiarci, ci hanno detto:

“Spogliatevi qui. Mettete i vestiti tutti insieme

E le scarpe appaiate, lasciate tutto qui.

Queste cose vi serviranno ancora – i vestiti,

Le scarpe…Fra poco tornerete qui e vi riprenderete

                                                                 la vostra roba!

Siete stanchi dal viaggio – eh? Venite da Varsavia?

Da Parigi? Da Praga? Da Salonicco? Andate, vi aspetta

                                                                    un bagno caldo!”

E ne conducono mille alla camera, e altri mille

Aspettano nudi la morte dei primi mille.

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(Versione di Paolo Statuti)

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Simon Cikovani (1903-1966)

5 Set

     Poeta georgiano. Negli anni 1944-1951 fu presidente dell’Unione degli scrittori georgiani. Negli anni 1954-1960 caporedattore della rivista socio-letteraria Mnatobi (La fiaccola). Fu uno dei leader della corrente dei futuristi georgiani. Aderì al “Blue Horns”, un gruppo di giovani simbolisti georgiani. Benché estraneo a ogni tematica proletaria, fece parte dei poeti del “Lef” e ne divenne il portavoce. Nel 1924 fu arrestato e rischiò di essere fucilato durante il Terrore Rosso, che seguì alla ribellione georgiana contro l’ordinamento sovietico. Tra il 1924 e il 1930 pubblicò tre raccolte di poesie che lo consacrarono come uno dei più originali poeti georgiani del XX secolo. Dal 1924 pubblicò il noto giornale futurista “H2SO4”, ma dal 1930 prese le distanze dal futurismo, dedicandosi maggiormente alla lirica patriottica e amorosa, ripudiando la sua creazione precedente, in particolar modo durante la Grande Purga del 1937, nella quale suo fratello fu fucilato. Praticò la lirica filosofica, riflessiva e paesaggistica. Nella sua creazione torna frequentemente la tematica polacca. Fu amato e tradotto da molti poeti russi, tra i quali ricordiamo Pasternak, Zabolovskij, Tarkovskij, Achmadulina, Evtušenko. Non conoscendo la lingua georgiana, mi sono servito delle loro versioni, dove sono conservate le rime degli originali. Ma in questo caso io le ho evitate di proposito, perché esse costringono a modificare in parte il testo tradotto, ciò che è certamente accaduto nelle versioni dal georgiano al russo, e ho voluto evitare di modificarlo ulteriormente.

Poesie di Simon Cikovani tradotte da Paolo Statuti

Smettiamo  un istante di parlare

Smettiamo un istante di parlare,

che anche la pioggia dica qualcosa

e tra i muti rametti del gelso

lavi gli occhi a un uccello assonnato.

Là, vicino agli occhi e alle guance,

un prezioso rabesco è già tessuto –

i bachi avvolgono la seta

ai polsi delle belle fanciulle.

Trema tutta l’esca dorata,

grazie al bel tempo

la giovinezza così lontana è vicina,

così fresco è il senso di libertà.

Brilla così col tuo volto infantile!

Sai, mi piace in queste tempeste

come stanno sull’uovo perlaceo

le cicogne nei nidi allagati.

Il mandorlo è sfrondato e bagnato!

La pioggia imbratta e lava la strada –

essa allude che non sono

tanto vecchio, quanto sono giovane.

Senti? – nei muti rametti del gelso

la voce dell’uccello è più fresca e acuta.

Smettiamo di parlare un istante,

solo un istante smettiamo di parlare.

Sul lungofiume

Io alle sette cammino – come al solito –

sul lungofiume, diretto a casa,

e il subdolo venditore di sigarette

mi guarda a lungo e pensoso.

Sta all’angolo con la sua bancarella,

mi fissa e non batte ciglio.

Vada al diavolo, vecchio strampalato.

Che cosa sa, a cosa allude?

Oh, davvero egli sa che io,

uomo rispettabile e di famiglia,

in casa, nella mia casa vuota,

sono afflitto da stranezze e dubbi?

Sfregherò un cerino – una fiammella

grezza sorgerà. La guardo ardere

e i miei pensieri errano sul Kura,

come greggi che cercano da bere.

I frassini che Važa ha piantato

li ho portati in una valle profonda,

la mia tenerezza è entrata nelle radici

e ha donato loro fiori in abbondanza.

Ho temprato il cuore in un forno nostrano,

il cuore è diventato irascibile e impetuoso. –

E tuttavia a volte fino alle ultime forze

ho lavorato – bufalo solitario.

O vecchiaia annulla il tuo verdetto

e la fiducia dell’infanzia non tradire.

Lascia intatti i miei recinti,

gli alberi di còrniole non tagliare.

Lascia che mi rimbocchi le maniche.

La giovinezza mi ha sfinito –

ancora vivo, ancora l’erba cresce,

ancora amo, e i versi ancora scrivo.

La conchiglia marina

Io, come Shakespeare, userò un monologo

in onore di una conchiglia trovata in terra.

Tu hai servito un giovane mare,

ora riproducimi il suo suono.

No, un antico cranio non lo toccherei.

In esso è segnata la tristezza eterna e umana.

Ma nella conchiglia rivivono i suoni

morti nelle profondità marine.

Essa come una cella ha ospitato i rombi

e il fruscio dei vessilli, furioso e colorato.

E bisbigliano i suoi labbri semichiusi,

e lo stesso Rioni parla con me.

O conchiglia, la tua profetica voce

vorrei trovare nel mio cuore,

per porre il sale dei mari e i canti umani

sotto un’ala di madreperla.

E conservare tra gli altri rumori –

quello caro dell’infanzia, chiaro nel silenzio.

Che sia così. E con la stessa forza

che esso risuoni e vegli in me.

Che la tua coppa versi i suoni

e di essi tutto sia sempre ricolmo.

Che mi rallegri – come una stella

rallegra uno stanco mandriano.

*  *  *

L’ombra prima della sera  

si allunga e giace sul terreno,

il giorno che si spegne

fugge via senza ritorno.

Queste strofe le ho scritte

non sul tavolo con la penna,

ma con un dardo di sole al tramonto,

seduto su una selvaggia roccia.

*  *  *

Nel gocciolio si sente il crepitare

Delle ali spiegate dei pavoni,

Il loro iridescente luccichio

Appare in azzurri baleni.

Alla pioggia rivolgiamo tutti i sogni.

Sulla strada ci addossiamo alle case.

Nella calca apriamo gli ombrelli,

Affollati sotto i platani restiamo.

*  *  *

Giornata piovosa. La forra di Cecenia.

Il cigolio di un carro. Brandelli di nubi.

I fuochi delle centrali elettriche

Da qualche parte nella notte fonda.

Con tormento dei vicini ho cominciato

A fumare tabacco molto forte.

Per scrivere con successo, in fondo,

Ho bisogno di un buon appiglio.

(C) by Paolo Statuti

Nuove poesie di Urszula Kozioł

23 Ago

Oggi pubblico alcune poesie della mia carissima amica Urszula Kozioł, tratte dalla sua ultima raccolta Znikopis (Scritti fugaci), che sarà pubblicata  nel prossimo mese di settembre dalla prestigiosa casa editrice di Cracovia Wydawnictwo Literackie.

Sul punto di partire

                         “Canto e alle Muse…”  J.K.

Credo nelle cose invisibili

nella musica non udibile

credo nelle parole non pronunciate

che restano solo presupposte

e in quelle impensabili

benché da qualche parte esistano

Credo nel grido del silenzio

credo nella capacità di superare il limite

del tempo e del territorio

tramite un verso

che sa elevarsi

da questa a un’altra lingua

leggermente spostarsi “coi piedi di piombo”

Credo che l’inesistente

mi trasformerà e illuminerà

perché io possa più quietamente

scomparire da questo mondo

senza spaventare una farfalla

assorta su un fiore

(perché presto forse proprio lei

diventerà me stessa)

La lettera dell’alfabeto

Il mondo reale sparisce

in mondi paralleli

già vivo più nel virtuale

che nel reale

Spedisco lettere a nessuno

invento risposte

cerco di attingere fiducia

dal fruscio degli appunti

Gironzolo qua e là e vago

nello scarico delle parole abborracciate

prive di senso fino alla nuda lettera

Come di nuovo collegare queste lettere dell’alfabeto?

come di nuovo metterle in ordine?

come spostarle da una parola a un’altra?

Dal chiasso

La parola dal chiasso finalmente è giunta

alla soglia della parola

affannata

non so niente

agnosco agnosco

sussurra

non è più in grado di dire alcunché

di mettere insieme

né di collegare in strofe

figuriamoci di tuffarsi

in questo suo abisso non ancora trasparente

lascia che riprenda fiato

coprila di silenzio

Nel cuore della notte

                   litania

Sei l’alta roccia

da cui nel cuore della notte

salto nel precipizio

sei questo precipizio

in cui nel cuore della notte

salto dalle alte rocce

mi trascini per i capelli

attraverso il buio sonno

interrotto nel cuore della notte

l’impenetrabile TU

che nel cuore della notte

è assai lontano da me.

Una lacrima repressa

è rimasta in gola

nel cuore della notte

               amarezza

               lontanezza

               tristezza

soltanto esse

soltanto questi stati

duraturo e duraturo

non perdendomi di vista

nel cuore della notte

l’oscurità mi ha trafitta da parte a parte

e non sono più in me

nel cuore della notte

troppo tardi

troppo tardi

mi suggerisci

il nome

l’intransigente TU

ha cancellato le tracce                                     ‘

e nessuno

verrà più da me

nel cuore della notte

dunque vi dico

andatevene

per anni non eravate con me

quando dall’alta roccia

notte dopo notte saltavo nel precipizio

che mi spogliava di me

Momenti

Le nuvole vanno per monti

le nuvole vanno per alberi

i pensieri si disperdono nell’aria

nell’aria pende il sole

nell’aria pendono gli uccelli

nell’aria il mio pensiero

erra sulle nuvole

il cuore giunge al respiro

giunge alle onde del mare

che battendo contro la riva

accompagna coi battiti del cuore

nell’aria pende la mia anima

vicino a me

la tempesta come uccello rapace

mi cade sulla testa

mi getta nefasti bagliori

ruggisce

spezza gli alberi

batte alla porta

abbatte i tetti

il mio cuore vuole saltare dalla finestra

di un invisibile grattacielo

il respiro per una strada circolare

cerca di tornare a posto.

Le foglie pendono nell’aria

un incomprensibile verso

si sparge nell’aria

e a un tratto si dilegua.

Aria

Il giardino è tutto nei gorgheggi dei colori

le tinte cantano un’aria a me nota dall’infanzia

eseguita da Amelita Galli-Curci

a   aaaa  aaaa   a

Mozart

Allora non sapevo

che fosse Mozart

l’avevamo in un disco in vinile

sfuggendo alla deportazione a opera dei Tedeschi

nell’inverno del 1942

a   aaaa  aaaa   a

Le farfalle congiungevano le ali

come per pregare

quando l’ascoltavamo con mia sorella

con la finestra aperta in primavera

l’usignolo spargeva i trilli

che rotolavano come le perle

dalla collana spezzata di Rebecca

a   aaaa   aaaa   a

l’oscura materia anni dopo

vuole accostarsi a me da dietro

e all’improvviso sta come impietrita

dunque era Mozart?

Mozart?

e Galli-Curci?

Tremendum

L’oscurità mi addomestica sempre più profondamente

mi rivolgo alle parole

chiedo la loro protezione

Ogni notte mi affido alla parola

non conosco nessun altro che riesca

a stare dalla mia parte

Le parole hanno già montato la guardia

sul mio sonno

la notte

in cui ho udito tre volte il grido del gufo

Gettando il grano agli uccelli

ho svelato loro il mio nome

forse nell’ora della verità

mi proteggeranno dal silenzio

ho piantato tre alberi

li ho salvati dal taglio

forse nell’ora della verità

mi proteggeranno dal cielo

tuttavia non vedo chi

mi proteggerà

dalla luce

prima che COLUI

al quale penso tremando

irrevocabilmente e definitivamente

mi getterà in pasto

alle tenebre.

Tempo abbreviato

Le parole saltano da una settimana

come cavalli impauriti

al galoppo sfrecciano nel campo

con la criniera arruffata

lasciandosi dietro lontano

l’eco degli zoccoli

che battono un nostalgico fado

le tue parole da tempo

non richiamano le mie parole

i tuoi occhi

non i miei sguardi cercano

mi propongo da domani

di non saperne niente

ma oggi –

ah oggi verso una botte di lacrime

il tempo non scorre

è un attimo nel finish della vita

come se volesse contenere in “oggi”

i dopodomani

non indovinerò come devo intendere

cosa per me è “adesso”

ogni “sempre”

è già una particella di me stessa

che si è abbreviata

prima di cominciare a essere.

Le tue donne

I caratteri della tua lettera profumano di un’altra donna

lo so

ti ha affascinato Marina

perché Rilke l’amava?

ma egli all’ultima lettera di lei

non rispose

benché la lettera fosse così ardente

da bruciare le labbra

ma lui di regola preferiva essere amato

da grandi dame

principesse

ma tu –

perché ami soltanto le donne

create da altri

nelle pagine dei romanzi e nelle strofe?

Omero Dante Petrarca

o Tolstoj –

tu stesso non riuscirai a scorgerla nella folla –

Sei come Ulisse che non riusciva ad amare

riusciva solo ad essere fedele

(e terribilmente geloso!)

Respinse una tale Circe

e lei subito notò i suoi falsi amici

in ciascuno di loro si celava un maiale

non le credette

ma il grugno messo a loro lo rivelò

nell’ora della verità

gli era amica

soffocando l’amore

che infiammava i suoi sensi

non solo gli permise di andarsene

ma gli diede per il viaggio

anche buoni consigli

lettere di raccomandazione

esse si rivelarono assai utili

O eroine di antiche strofe

di miti

di grandi romanzi anche dei tempi moderni

non c’è modo di rivalizzare con voi

per noi mortali,

benché scorra in voi soltanto sangue di carta

e i vostri sensi

siano generati in un fazzoletto

(quello col quale asciughiamo una lacrima leggendo i libri

sulle sventure degli amanti)…

Con niente sono giunta qui

…con niente sono giunta qui

e con niente me ne andrò

e presto sarà come non fossi mai esistita.

(C) by Paolo Statuti

Ivan Bunin: Giordano Bruno

15 Ago

«Un’arca governata da un asino –

Ecco il mondo umano. Vivete nel cosmo.

La terra è un covo d’inganni e di menzogne.

Nutritevi d’immutabile bellezza.

Tu, madre-terra, alla mia anima

Sei vicina e lontana. Amo gioire,

Ma nella mia gioia c’è sempre angoscia,

Nell’angoscia – una segreta dolcezza!»

Ed ecco il bastone del pellegrino

Egli prende: perdonate, o cupe celle!

La sua anima, estranea a tutti, ora

Vive solo di alito di libertà.

«Siete schiavi. Re della fede è la Bestia:

Io abbatterò il trono della cieca fede.

Siete in un tempio: io vi aprirò la porta

Verso la luce e l’abisso della Sfera.

O abisso di abissi e vita del limite.

Noi fermeremo il sole di Tolomeo –

E il vortice dei mondi, il mare di pianeti,

Davanti a noi si distenderà, ardendo!»

E lui tutto osò – fino ai cieli.

La creazione ha sete di distruzione

E, distruggendo, aveva sete di prodigi –

Di divina armonia del Creato.

Gli occhi brillano, in un sogno audace –

Un mondo di gioiose rivelazioni.

Solo nel vero – lo scopo e la bellezza.

Ma più forte il cuore della vita chiede.

«Tu, fanciulla! col tuo viso angelico,

Che canti con un vecchio sonoro liuto!

Io posso esserti amico e padre…

Ma sono solo. Nessuno è senza asilo!

Ho alzato il vessillo del mio amore.

Ma ci sono altre gioie, diverse:

Ho congelato tutti i miei desideri,

Sono soltanto tuo, o sapienza-Sofia!»

E di nuovo è pellegrino. Di nuovo

Guarda lontano. Gli occhi risplendono,

Severo è il volto. Nemici, non capite

Che dio è la luce. E per dio lui morirà.

«Il mondo – abisso di abissi. Ogni atomo

E’ pieno di dio – di vita, di bellezza.

Vivendo e morendo, tutti noi viviamo

Come Anima unica, universale.

Tu, con il liuto! I sogni dei tuoi occhi

Non riflettevano la Vita e la Gioia?

Tu, o sole! voi, astri delle notti!

Solo voi respiravate questa Gioia».

E un piccolo uomo con inquietudine,

Con lo sguardo lucente, vivido e freddo,

E’ nel fuoco. «Morto in un’era di schiavitù,

Sarà immortale – in una di libertà!

Io muoio, perché questo è ciò che voglio.

Disperdi, o boia, le mie ceneri, o vile!

Salve Universo, salve Sole e Boia! –

Egli il mio pensiero spargerà nel Cosmo!»

(Versione di Paolo Statuti)

Ivan Alekseevich Bunin (1870-1953)

12 Ago

      Poeta, prosatore e traduttore. Fu il primo scrittore russo a ricevere il Nobel per la letteratura (1933). Fu incoraggiato dal fratello Julian a leggere i classici della letteratura russa e a scrivere. Nel 1887, a 17 anni, debuttò in campo letterario con la poesia Per la morte di Nadson. La sua prima raccolta di versi Novembre fu accolta con favore dalla critica e lo portò a essere considerato il miglior poeta del suo tempo. Grande ammiratore della sua poesia è stato Vladimir Nabokov, benché criticasse la sua prosa. Nel 1918, nel primo periodo della guerra civile in Russia, Bunin lasciò Mosca occupata dai bolscevichi e si recò a Odessa, che lasciò poi nel 1920 per stabilirsi a Parigi. Fu un acceso oppositore sia del bolscevismo che del nazismo. Sembra che nella sua villa Jeannette a Grasse nascondesse un Ebreo per tutta la durata dell’occupazione.

     La somma ricevuta per il Nobel gli bastò per 7-8 anni. Con essa tra l’altro aiutò altri emigrati, pagò conti e debiti, prestazioni mediche e viaggi, e mantenne la famiglia. Ebbe due mogli e diverse avventure amorose.

     Verso la fine della sua vita manifestò interesse per la letteratura sovietica e considerava anche l’eventualità di un ritorno in patria. Morì per un attacco di cuore a Parigi. Qualche anno dopo la sua morte fu permesso nell’URSS di pubblicare le sue opere.

Poesie di Ivan Bunin tradotte da Paolo Statuti

Il poeta

Poeta triste e severo,

Povero, oppresso dal bisogno,

Invano i ceppi della miseria

Cerchi di strappare col sogno!

Invano vuoi col disdegno

La tua sfortuna fugare

E, incline al puro ardore,

Tu vuoi credere e amare!

Il bisogno ti avvelenerà

Più volte la fantasia e la mente,

E i sogni dimenticherai,

E piangerai amaramente.

Quando, sfinito dagli affanni,

Obliata la tua fatica in ombra,

Morirai di fame, orneranno

Di fiori la croce della tua tomba.

S’è aperto l’azzurro cielo

Tra le nubi un giorno d’aprile

S’è aperto l’azzurro cielo.

Nel bosco tutto è secco e grigio

E l’ombra è un ragnatelo.

Una serpe frusciando

Tra le foglie si muove e brilla,

E striscia verso il bosco

Con la sua pelle color lilla.

Le foglie secche, un forte aroma,

Delle betulle il brillìo rasato…

O istante felice e fallace.

O spleen cento volte invocato!

Alla patria

Ti scherniscono, o patria,

Ti biasimano, ingrati,

Per la tua semplicità,

Per i casolari malandati…

Così un figlio, calmo e sfrontato,

Della madre si vergognerà –

Triste, stanca e timorosa,

Tra i suoi amici di città.

Sorride di compassione a lei

Che a lungo si è trascinata

Per rivederlo e per dargli

L’ultima moneta risparmiata.

Sera

La felicità la ricordiamo soltanto.

Ed essa è dappertutto. Forse in questa

Pergola d’autunno dietro il fienile,

Nell’aria pura che inonda la finestra.

In cielo con un lieve bianco contorno

Nasce e splende una nube. Io da tanto

La seguo… Noi poco vediamo e sappiamo,

E la felicità è per quelli che sanno.

La finestra è aperta. Sul parapetto

S’è posato un uccellino, e dai libri

Lo sguardo stanco distolgo un istante.

Il giorno si fa sera, il cielo è svuotato.

Rumoreggia la trebbiatrice nell’aia…

In me c’è tutto. Vedo, sento, beato.

Perché parlare e di che?

… Perché parlare e di che?

Tutta l’anima, con l’amore, sognando,

Tutto il cuore cercare di aprire –

Ma come? – solo parlando!

E perfino se nelle parole umane

Non fosse stato tutto pronunciato!

Non troverai in esse alcun senso,

Perché il senso è stato dimenticato!

Già e a chi raccontare?

Neanche con la più sincera volontà,

Tutta la forza dell’altrui sofferenza

Nessuno fino in fondo mai capirà!

(C) by Paolo Statuti

A. Pushkin: La lettera di Tat’jana

7 Ago

Vi scrivo, che altro fare?

Questo è ciò che mi detta il cuore.

Sì, lo so, voi penserete

Che io ho perso il mio pudore.

Ma se per la mia triste sorte

Un po’ di pietà voi avrete,

Forse non mi ignorerete.

Dapprima volevo tacere,

Credetemi: il mio disonore

Non avreste mai conosciuto,

Se la speranza avessi avuto

Di vedervi almeno un’ora,

Di sentire la vostra voce

In questa nostra dimora,

E poi sognare soltanto

Giorno e notte, notte e giorno

Il vostro prossimo ritorno.

Ma voi siete un solitario,

La campagna per voi è tediosa

E per noi gente semplice

La vostra visita è preziosa.

      Perché siete apparso tra noi?

Nel nostro sperduto villaggio,

Di questa mia sofferenza

Ora non sarei un ostaggio.

Col tempo, quietato (chissà?)

Il mio ingenuo tumulto

Un buon amico avrei trovato,

Sarei stata fedele sposa

E anche madre premurosa.

Soltanto a te darò il mio cuore!

No!.. Un altro non avrò mai.

E’ un verdetto sceso dal cielo,

Lo so, soltanto tu mi avrai.

Tutta la mia vita annunciava

Questo incontro e lo preparava,

Mi sei stato mandato da Dio,

Fino alla tomba custode mio…

Tu nei sogni mi apparivi,

Il tuo sguardo avvertivo

Da sempre nell’anima mia,

La tua voce io sentivo.

Da tanto… no, un sogno non era!

Sei entrato e subito ho saputo,

Sbigottita, infiammata,

Che eri tu il mio benvenuto!

Non è così? Tu mi parlavi

Quando i poveri aiutavo,

Quando pregando placavo

L’angoscia dell’anima inquieta…

Non eri tu che in quel momento,

O dolce visione, sei apparso

Per lenire il mio tormento?

Tu che parole di speranza

Mi sussurravi con amore?

Chi sei tu? L’angelo custode

O il perfido tentatore:

Oh, i miei dubbi risolvi.

Forse tutto è una fantasia,

Un inganno dell’anima mia!

E ad altro sono destinata…

Sarà quel che essere dovrà!

La mia sorte ti ho affidata,

Davanti a te il mio pianto verso,

La tua protezione imploro…

Pensa: io qui sono sola,

Nessuno legge nel mio cuore,

La ragione sto perdendo

E in silenzio sto morendo.

Io ti aspetto: con un tuo sguardo

Di’ che non è un’illusione

O interrompi il sogno penoso,

Ahimè degno di riprovazione!

Termino! Rileggere non oso,

Provo vergogna e timore…

Ma senza esitare e sperando

Io mi affido al vostro onore…

(Versione di Paolo Statuti)

A. Pushkin: Il sogno di Tat’jana

4 Ago

A. Pushkin: „Il sogno di Tat’jana” dal romanzo in versi „Evghenij Oneghin”, cap.V, strofe XI-XV, illustrazione di Ivan Volkov, 1891

                        XI

E Tat’jana fa un sogno strano.

Sogna una radura innevata,

E in quella bianca distesa

Di triste nebbia ammantata,

Cammina tra cumuli di neve.

Romba, turbina oscurato,

Spumeggiante e grigiastro,

Un torrente non ghiacciato.

Su di esso un ponticello

Di pali, oscillante,

A stento ancora in piedi,

E davanti all’ostacolo scrosciante

Tat’jana in quel momento

Si ferma in preda allo spavento.

                        XII

Come in un triste distacco

Tat’jana si lagna col torrente.

Intorno non vede nessuno

Che l’aiuti in quel frangente.

A un tratto un cumulo si muove,

E chi compare da esso?

Un grande orso irsuto.

Lei ah! lui – un ringhio sommesso,

E la zampa con l’unghie aguzze

Le porge aiutandola a passare.

Tat’jana è spaventata e perplessa,

Ma l’aiuto deve accettare

Di quella zampa ferina,

Ma poi l’orso con lei s’incammina.

                         XIII

Tat’jana allora affretta il passo,

Impaurita, non osa girarsi,

Di quel compagno irsuto

Non può in alcun modo liberarsi.

Sbuffando affonda il seccatore.

Davanti a loro una pineta

Nella sua cupa bellezza,

Sui rami la neve che pesa.

Attraverso le betulle e i nudi

Tigli scintillano gli astri,

La strada non c’e più, gli arbusti,

I pendii e perfino i fossati

La tormenta ha riempito,

Tutto la neve ha seppellito.

                          XIV

E’ sempre seguita dall’orso,

La neve le arriva ai ginocchi,

Ora un ramo le graffia il collo,

Ora un altro da un orecchio

Le strappa con forza un orecchino,

Ora dal delicato piedino

Cade nella neve una scarpetta,

Ora perde il fazzoletto.

Di raccoglierlo ha paura,

Sente dell’orso l’andatura,

Per vergogna nemmeno alza

Il lungo abito che intralcia,

Scappa ma l’orso è ostinato

E di scappare lei non è più in grado.

                           XV

Cade nella neve e prontamente

L’orso sulle braccia la posa.

Lei è docile e come impietrita,

Non si muove, fiatare non osa.

Lui la porta attraverso il bosco.

A un tratto una casetta si vede

Immersa in una fitta macchia

E circondata dalla neve.

Una finestrella è illuminata

E all’interno c’è baldoria.

L’orso dice: «Qui c’è un compare,

Riscaldati da lui per ora!»

Poi si avvicina alla porta

E sulla soglia la posa.

(Versione di Paolo Statuti)