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Quando l’amore per sempre se ne vuole andare…

10 Ago

 

Andrej Dement’ev

 

Quando l’amore per sempre se ne vuole andare,

Nell’addio non trattarlo male.

Tu dal passato sei libero,

Ma il suo ricordo rimane.

 

Ti prego,

Sii generoso.

Lascia l’astuzia e la falsità.

Quando l’amore per sempre se ne vuole andare,

Accompagnalo con dignità.

 

Sii degno della felicità trascorsa,

Delle premure e degli affronti.

Noi col passato nel presente

Dobbiamo saldare i nostri conti.

 

Sii degno del tuo amore.

Quando arriva e quando scompare.

Nella felicità

Noi non ci distinguiamo.

Nel dolore –

Dobbiamo diversamente pagare.

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

 

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Poesia e Musica

6 Ago

 

 

Allegoria della Poesia e della Musica di Angelica Kauffman (1741-1807)

  

 

La poesia è musica, la musica è poesia. Due sorelle inseparabili che si amano, si sorridono, si ispirano a vicenda, che allietano e consolano l’animo umano. Un esempio: a far scoprire a Eugenio Montale la poesia fu la musica, in particolare quella di Debussy. Fu lo stesso poeta a raccontarlo in una intervista del 1966. A conferma di questo ho scelto e tradotto per il mio blog queste sei poesie russe, ciascuna con un proprio diverso “accento” musicale. Buona lettura e buon ascolto!

 

Valerij Brjusov (1873-1924)

Il tramonto bussò alle rosse finestre…

 

Il tramonto bussò alle rosse finestre

E, come battendo sui tasti,

Intonò le sue arie appassionate;

E il vento con furia di violinista

Già melodie di pioggia scrosciante,

Battendo coi rami preparava.

 

La sinfonia di tristezza e oro,

Di fuochi e suoni un coro compatto,

Sembrava un altro istante divisa:

E il ritmo, in gara col cantante,

Un potente invisibile direttore

Con colpi di martello segnava.

 

Il flutto batteva negli anfratti,

Frangendo gli scogli, rozzo e ubriaco;

E tutto: i suoni dolci del tramonto,

Lo scintillio del vento, la fontana

Gorgogliante racconti di neve,

L’Oceano copriva con sordo bussare!

 

Aleksandr Blok (1880-1921)

 

Io non capivo mai…

 

Io non capivo mai

L’arte della musica sacra,

Ma oggi il mio udito ha scoperto

In essa una voce celata.

 

Amo in essa questo sogno

E questa profonda commozione,

Che tutta la trascorsa bellezza

Dall’oblio come un’onda riporta.

 

Nei suoni il passato ritorna

E sembra vicino e chiaro:

E’ il sogno che canta per me,

Che soffia un segreto leggiadro.

 

 

Marina Cvetaeva (1892-1941)

 

Al concerto

 

Un suono strano aveva quella sera il vecchio violino:

Di sventura umana – e di donna! – risonava il suo pianto.

Sorrideva il violinista.

Senza sosta alle stanche labbra il sorriso tornava.

 

Uno strano sguardo rivolgeva alla scena da un buio palco

Un’ignota dama in abito di pietre lilla.

Uno sguardo di quadri e ombre!

Uno sguardo enimmatico, simile al singhiozzo del violino.

 

Allo strumento volava irruente imperioso e dritto

Il gemito di un accordo – e a un tratto cessò il penoso pianto…

Il violinista sorrideva,

Ma lei guardava la platea – indifferente e allegra – la dama.

 

 

David Samojlov (1920-1990)

 

Duo per violino e viola

 

Mozart alquanto brillo

Tornava a casa.

C’era una strana agitazione,

Giornata pazza.

 

E guardava con sguardo felice

La gente

Il compositore Mozart Wolfgang

Amadeus.

 

Intorno a lui un lieve suono

Di foglie di tiglio.

«Tara-tara, tili-tichi, –

Egli pensava. –

 

Sì! Compagnia, bevande,

Vanità.

Ma in compenso il duo

Per violino e viola».

 

Prendano pure la sua arte

Gratis.

Quanto sentimento occorre

E quanto ingegno!

 

Il compositore Mozart Wolfgang,

Egli è abile, –

Quanto occorre, tanto

Ridarà…

 

Oh, in casa di Amadeus

Ci sarà una scenata.

Tutta la settimana –

Un gelido rapporto.

 

 

Né una parola, né un sorriso.

Muti.

Ma in compenso il duo

Per violino e viola.

 

Sì! Bisogna pagare

Al mondo

L’allegria e il conforto

Di un banchetto,

 

Il vino e gli errori –

Interamente!

Ma in compenso il duo

Per violino e viola!

 

 

Andrej Dement’ev (1928-2018)

 

La musica

 

Ascoltate la sinfonia di primavera.

Entrate in un giardino,

Quando esso fiorisce,

Dove i meli,

Vestiti di fiori,

Sono immersi nei pensieri.

 

Ascoltate…

Ecco iniziano i violini

Con morbidi mirabili toni.

Oh, suoni misteriosi

E ondeggianti

Che nascono nei fiori!

E i violinisti…

Quanti ce ne sono!

Guardate…

 

Essi con gli archetti hanno tracciato

Il giardino.

Le melodie come fili dorati

Vibrano sulle ali delle api.

 

Qui tutto canta…

E i rami, come flauti,

Trafiggono irrefrenabili l’azzurro…

 

Non ridete della mia fantasia.

Volete che vi colga un «la maggiore»?

 

Novella Matveeva (1934-2016)

 

La musica

 

Avete spiegato la musica parlando,

Ma a lei le parole non servono granché –

Però lei, con voi rivaleggiando,

Con le parole si spiegherebbe da sé.

E mai (per l’esattezza delle nozioni)

Perderebbe il suo tempo coi suoni.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Il’ja Erenburg e Amedeo Modigliani

5 Ago

 

 

Amedeo Modigliani

  

Il’ja Erenburg

Il’ja Grigor’evič Erenburg (1891-1967) fu un grande romanziere, poeta, saggista e traduttore russo. Soggiornò a lungo a Parigi, incontrando scrittori e artisti, dapprima dal 1909 al 1917, poi di nuovo nel 1921. Espulso come bolscevico, tornò a Parigi nello stesso anno e vi restò fino al 1940, alternando il soggiorno francese con frequenti viaggi in URSS e nell’Europa Occidentale. Negli anni ’60 pubblicò un’ampia autobiografia in 6 volumi – Ljudi, gody, žizn (Uomini, anni, vita). Nei primi due libri, usciti nel 1961, Erenburg ha inserito i suoi ricordi dell’amico Modì e una sua poesia a lui dedicata. Ho tradotto questi ricordi e la poesia per i lettori del mio blog e per tutti gli amanti della pittura di Modigliani e della letteratura russa.

Ogniqualvolta incontravo Modigliani, accadeva di rado che non mi recitasse alcune terzine della Divina Commedia: Dante era il suo poeta prediletto…ricordo le strofe del Purgatorio, il poeta e il suo compagno di viaggio, saliti su un monte, si siedono e guardano in silenzio la strada percorsa. Io adesso voglio sedere un po’ con Modigliani vivo (con Modì – come lo chiamavano gli amici). Di lui hanno fatto l’eroe di un noto film, su di lui hanno scritto alcuni banali romanzi…In tal modo è nata la leggenda del pittore affamato, del libertino eternamente ubriaco, dell’ultimo rappresentante della bohème, che dipingeva singolari ritratti, che è morto in miseria e che dopo la morte è diventato famoso.

E’ vero, Modigliani pativa la fame, beveva, inghiottiva semi di hascisch, ma questo si spiegava non con una predisposizione alla dissolutezza o con l’amore per un “paradiso artificiale”. Egli non aveva affatto voglia di digiunare, mangiava sempre con appetito e non cercava il martirio. Forse più di altri egli era stato creato per la felicità. Era legato al dolce idioma italiano, al morbido paesaggio della Toscana, all’arte degli antichi maestri. Egli non cominciò dall’hascisch…Certo, poteva dipingere ritratti che sarebbero piaciuti sia ai critici che ai committenti; avrebbe avuto soldi, un eccellente studio, riconoscimenti. Ma Modigliani non sapeva mentire, né adattarsi; tutti quelli che l’hanno incontrato sanno che egli era un uomo schietto e orgoglioso.

Io l’ho visto nei momenti tristi e nei momenti sereni; l’ho visto tranquillo, insolitamente gentile, ben rasato, con il volto un po’ azzurrognolo, lo sguardo mite e affabile; e l’ho visto anche violento, coi neri capelli arruffati – era il Modigliani che gridava con voce acuta, come un uccello, forse un albatro…

Era un bell’uomo, le donne lo ammiravano, il suo fascino era decisamente italico. Tuttavia era un sefardo – così chiamano i discendenti degli ebrei che, dopo la cacciata dalla Spagna, si stabilirono in Provenza, in Italia e nei Balcani.

Un volta entrai con Modigliani in un caffè nel boulevard Paster; aveva lavorato ed era tranquillo. Nel tavolino accanto distinte persone giocavano a carte. Io copiavo delle poesie che mi aveva mostrato Modì, e non sentii nulla. A un tratto Modigliani saltò in piedi: «Chiudi il becco! Io sono ebreo e io posso parlare con te. Hai capito?…» I giocatori di carte tacevano. Modigliani pagò i caffè e ad alta voce disse: «Abbiamo sbagliato a entrare in questo caffè, qui ci vengono i porci…» Quando siamo usciti gli chiesi cosa avevano detto nel tavolino accanto. «Non importa, – rispose Modì. – E’ vergognoso che imbratti col pennello – ancora trecento anni bisognerà darle sul muso…»

Mi raccontava che suo nonno era romano e voleva coltivare una vigna, per questo comprò un piccolo terreno; ma agli ebrei era vietato possedere la terra; il nonno allora adirato si trasferì a Livorno, dove da tanto  tempo vivevano molte famiglie ebree. Modì mi lesse i sonetti italiani di Immanuil Rimski, un poeta ebreo del XIV secolo – beffardi, amari e pieni al tempo stesso di amore per la vita. Modigliani mi raccontò come un tempo i romani festeggiavano il carnevale: la comunità ebraica era obbligata a fornire un ebreo «trottatore» che si denudava e nell’ululo della folla in visibilio, di vescovi, ambasciatori e dame faceva tre volte il giro della città. (Io allora su questo scrissi un poema).

Ho conosciuto Modigliani nel 1912. Egli era già un vecchio parigino. In uno dei nostri primi incontri disegnò il mio ritratto; tutti lo trovarono assai somigliante. In seguito egli mi ritraeva spesso, avevo una cartella di suoi disegni. (Nell’estate del 1917 tornai in Russia con un gruppo di emigrati politici. In Inghilterra ci comunicarono che non si potevano portare fuori manoscritti, disegni, quadri e  libri. Io scelsi ciò che avevo di più prezioso – una natura morta di Picasso, il poemetto Eda di Baratynskij con una sua scritta autografa e i disegni di Modigliani, e lasciai una valigetta in custodia temporanea all’Ambasciata del Governo provvisorio. Purtroppo il Governo risultò davvero provvisorio e la valigia scomparve per sempre).

A una parete della piccola, spartana e nuda stanza dove vive Anna Andreevna Achmatova, in un vecchio edificio di Leningrado, è appeso il ritratto della giovane poetessa eseguito da Modigliani. Anna Andreevna mi raccontò che a Parigi aveva conosciuto un artista italiano straordinariamente modesto, che le aveva chiesto il permesso di farle il ritratto. Era il 1911. Achmatova non era ancora Achmatova e Modigliani non era ancora Modigliani, ma nel disegno (anche se la maniera è ancora lontana da quella dei successivi disegni del pittore) già si vede la precisione delle linee, la loro spigliatezza, la persuasione poetica.

Il protagonista di un film e di romanzi è Modigliani nei momenti di disperazione, di follia. Egli non solo beveva alla Rotonde, non solo disegnava sulla carta macchiata di caffè, egli passava giornate, mesi, anni davanti al cavalletto, dipingeva a olio nudi e ritratti.

Mi ha sempre stupito la sua erudizione letteraria. Non ho mai incontrato un altro pittore che amasse così tanto la poesia. Citava a memoria Dante, Villon, Leopardi, Baudelaire, Rimbaud. Le sue tele non sono immagini fortuite – sono il mondo indicato da un pittore con uno straordinario misto di fanciullezza e saggezza: dicendo fanciullezza naturalmente non intendo infantilismo, o una naturale incapacità o intenzionale ingenuità; per fanciullezza io intendo la freschezza della percezione, la spontaneità, la purezza interiore. Tutti i suoi ritratti somigliano al modello – penso ai ritratti di quelli che conoscevo – Zborowski, Picasso, Diego Rivera, Max Jakob, la scrittrice inglese Beatrice Hastings, Soutine, il poeta Frans Ellens, Dilevski e infine la moglie di Modì Jeanne. Egli non era mai attratto dagli accessori o da qualcosa di superficiale; le sue tele mettono a nudo la natura dell’uomo. Diego Rivera, ad esempio, è corpulento e quasi selvatico; Soutine conserva una tragica espressione di incomprensione, una costante nostalgia del suicidio. E’ sorprendente come i differenti modelli di Modigliani si somiglino tra loro, li associa non una maniera automatica, non i procedimenti esteriori della scrittura, ma la percezione del pittore. Zborowski con la sua faccia di irsuto e buon cane da pastore, Soutine perplesso, la dolce Jeanne in camicia, una fanciulla, un vecchio, una modella, un uomo baffuto – somigliano tutti a bambini imbronciati, benché alcuni di loro abbiano la barba e i capelli bianchi. Mi pare che la vita apparisse a Modigliani come un enorme asilo d’infanzia, tenuto da adulti cattivi.

Certo, nella leggenda c’è anche la verità, ed è facile capire perché la biografia di Modigliani possa affascinare uno sceneggiatore. Recentemente ho letto in un giornale che un piccolo ritratto dipinto da Modigliani è stato venduto all’asta in America per centomila dollari. In tutta la sua vita il pittore non ha speso neanche un quarto di tale somma. Quante volte ho visto la buona Rosalia, tenutaria di una piccola trattoria a Montparnasse, dare a Modigliani un piatto di tagliatelle e un po’ di carne, lui la ripagava con un disegno che lei non voleva prendere, ma lui insisteva – lui non era un mendicante, e Rosalia, guardando il foglietto di carta, pieno di sottili righe spezzate, sospirava tristemente: «Dio mio…» Per la verità non lo capivano neanche i colti intenditori d’arte. Per quelli che ammiravano gli impressionisti, Modigliani era insopportabilmente incurante del mondo, della precisione del disegno, con una arbitraria alterazione della natura. Tutti parlavano di cubismo; i pittori, dominati a volte da un’idea distruttiva, erano al tempo stesso ingegneri, architetti, costruttori, e per gli amanti delle tele cubiste Modigliani era un anacronismo.

I biografi rilevano che il 1914 fu per Modigliani un anno fortunato; egli trovò il mercante di quadri Zborowski che lo capì subito e si innamorò dei suoi lavori. Ma anche Zborowski era uno sventurato; il giovane poeta polacco era arrivato a Parigi sognando un viaggio in mare fino alla mitica Citera, ma si era arenato in una secca – davanti a una tazza di caffè alla Rotonde. Non aveva soldi, viveva con la moglie in un piccolo appartamento, dove Modigliani lavorava spesso. E Zborowski si metteva sotto il braccio le sue tele e dalla mattina alla sera girava per Parigi, cercando invano di attrarre coi lavori del pittore italiano i veri mercanti di quadri.

E’ vero che a volte Modigliani veniva preso dall’agitazione, dallo spavento, dalla collera. Ricordo una notte nello studio in disordine, c’era molta gente – anche Diego Rivera, Vološin e alcune modelle. Modigliani era molto eccitato. La sua amica Beatrice Hastings diceva con un marcato e aspro accento inglese: «Modigliani, non dimenticate che voi siete un gentiluomo, vostra madre è una dama dell’alta società…» Queste parole agirono sul pittore come un esorcismo, egli sedette a lungo tacendo, poi scoppiò e prese a demolire una parete, raschiava l’intonaco, cercava di togliere i mattoni. Le sue dita sanguinavano e negli occhi c’era una tale disperazione, che io non resistetti e uscii nel piccolo cortile ingombro di frantumi di sculture, di vasi rotti, di cassette vuote.

Negli anni di guerra la sera veniva spesso alla trattoria dove cenavano i pittori, sedeva su un gradino della scala interna, a volte recitava Dante, a volte parlava del massacro, dello sfacelo della civiltà, di poesia, di tutto, tranne che di pittura. Un giorno parlava con passione delle profezie del medico francese del XVI secolo Nostradamus. Egli voleva convincermi che Nostradamus aveva previsto con precisione la rivoluzione francese, il trionfo e la disfatta di Napoleone, la fine dello stato pontificio, l’unificazione dell’Italia, e che aveva fatto predizioni non ancora avveratesi: «Una cosa di poco conto – la repubblica in Italia…E una più importante – manderanno la gente in esilio sulle isole, andrà al potere un crudele tiranno, metteranno in prigione tutti quelli che non impareranno a tecere, e inizierà uno sterminio…» Tirando fuori dalla tasca un logoro libretto, cominciò a gridare: «Nostradamus ha previsto l’aviazione militare. Presto tutti quelli che oseranno inopportunamente sorridere o piangere finiranno ai poli – chi al polo nord, chi al polo sud…»

Quando giunsero le prime notizie sulla rivoluzione in Russia, Modì corse da me e mi abbracciò gridando con entusiasmo (a volte non riuscivo a capire cosa dicesse esattamente).

Alla Rotonde cominciò a farsi vedere la giovane Jeanne. Aveva l’aspetto di una collegiale, gli occhi e i capelli chiari, guardava timidamente i pittori. Dicevano che stava imparando a dipingere. Poco prima della mia partenza per la Russia vidi nel boulevard Vaugirard Modigliani con Jeanne. Camminavano tenendosi per mano e si sorridevano. Io pensai: «Finalmente Modì ha trovato la felicità…»

Mi recai di nuovo a Parigi a maggio del 1921. Cominciarono in fretta a raccontarmi tutte le novità. «Come, non sai che Modigliani è morto?…» Io non sapevo niente degli amici della Rotonde. Modì tossiva sempre, pativa il freddo, i polmoni erano malati, l’organismo era stremato. Morì in ospedale all’inizio del 1920. Jeanne al cimitero non c’era; quando gli amici dopo il funerale tornarono alla Rotonde vennero a sapere che un’ora prima Jeanne si era gettata dalla finestra. Restava la piccola figlia di Modì, anche lei Jeanne.

Seppellirono Modigliani con una colletta. Un anno dopo a Parigi fu organizzata una mostra delle sue opere. Su di lui hanno scritto libri,  coi suoi quadri si sono arricchiti. Del resto questa è una vecchia storia e non vale la pena parlarne…

In diversi musei del mondo – a New York, Stoccolma, Parigi, Londra – ho incontrato Modligliani. A volte egli dipingeva nudi, ma la maggior parte dei suoi lavori è costituita dai ritratti. Egli creò molte persone, la loro tristezza, il torpore, la tormentata tenerezza, la disperazione, sconvolgono i visitatori dei musei.

Forse qualche seguace del «realismo» dirà che Modigliani dava poca importanza alla natura, che le donne dei suoi ritratti hanno i colli  esageratamente lunghi. Come se un quadro fosse un atlante anatomico! Pensieri, sentimenti, passioni non cambiano forse le proporzioni? Modigliani non era un freddo osservatore, egli non guardava la persone da un lato, egli viveva con loro. I suoi sono ritratti di persone che amavano e soffrivano, e le date sono non solo una pietra miliare nel cammino del pittore, ma la pietra miliare di un secolo: 1910 – 1920. E’ ridicolo dire che Modigliani non sapesse quante vertebre ci sono nel collo, egli l’ha imparato per molti anni nella scuole d’arte di Livorno, Firenze e Venezia. Egli sapeva anche un’altra cosa: ad esempio, quanti anni c’erano in un solo anno come il 1914. E se cambiavano, a quanto pare, le secolari nozioni dei valori umani, come poteva un pittore non vedere cambiato il volto del suo modello.

Le tele di Modigliani racconteranno molte cose alle future generazioni. Io guardo e vedo davanti a me l’amico della mia lontana giovinezza. Quanto amore, quanta angoscia per le sue tele c’erano in lui. Scrivono, scrivono – «beveva, era un attaccabrighe, è morto»…Non è qui il punto. Il punto non è neanche nel suo destino, edificante come un’antica parabola. Il suo destino era strettamente legato al destino di altri, e se qualcuno vorrà capire il dramma di questo pittore, basterà che non ricordi l’hascisch, ma i gas asfissianti, basterà che pensi all’Europa smarrita e afflitta, alle intricate strade del secolo, al destino di uno qualunque dei modelli di Modigliani, attorno al quale si stringeva già un cerchio di ferro.

                                                                                         Il’ja Erenburg

 

 

Il’ja Erenburg

 

Modigliani

Sedevi su un basso scalino,

Modigliani.

Il tuo grido – di una procellaria,

I sorrisi di una scimmia.

 

E la luce oleosa di una lampada abbassata,

E il blu ardente dei capelli!..

E a un tratto ho udito il terribile Dante –

Tonarono, scrosciarono cupe parole.

Hai scagliato un libro,

Cadevi e saltavi,

Tu saltavi nella sala

E candele volanti ti avvolgevano.

O folle senza nome!

Tu gridavi: «Io posso! Io posso!»

E nitidi neri pini

Crescevano nel cervello infocato.

Bestia rara –

Sei uscito, hai pianto

E ti sei sdraiato sotto il lampione.

 

Aprile 1915

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

(C) by Paolo Statuti

Cezary Geroń (1960-1998)

28 Lug

 

 

  

 

 

 

Cezary Geroń in classe, 1997

Cezary Geroń, poeta, giornalista, traduttore e insegnante polacco, nacque il 28 luglio 1960 a Jasło. A Cracovia frequentò la facoltà di Studi Francesi e si laureò presso l’Università di Varsavia. Cominciò a lavorare come giornalista e corrispondente dell’Osservatore Romano. Al tempo stesso si dedicò alla traduzione della poesia italiana, con particolare riguardo a Eugenio Montale, Alfonso Gatto, Mario Luzi e Umberto Saba. Nel 1991 iniziò a insegnare storia della musica, nonché le lingue polacca e italiana. Di salute cagionevole fin dall’infanzia, morì improvvisamente per una malattia di cuore venti anni fa, il 26 aprile 1998, e fu sepolto a Jasło. Dopo la sua morte diverse dozzine di manoscritti di sue poesie furono raccolte dagli amici e pubblicate in due volumi.

 

Poesie di Cezary Geroń tradotte da Paolo Statuti

 

Non aspettare più…

Non aspettare più. Gli occhi si abituano al buio,

i polmoni imparano tranquillamente a respirare

forse riuscirai a mettere piede su una riva sicura

e la terra franante cesserà di essere tua.

Da quando tutti se ne sono andati sono solo nella rete –

navi o vetture si sono messe al sicuro

prendendo quelli che come figure di un segreto gioco

si movevano su e giù mescolando le proprie strade,

eppure più saggi di me sono giunti in porto

e hanno il canto di altri uccelli e dolci frutti

anziché le false consolazioni dell’immobilità –

nessuno mi spiegherà più i miei sogni

nessuno accetterà più di prendere la mia vita:

 

l’altra riva cresce sempre: solo l’allontanarsi del mondo

dimostra che il mondo non è un’allucinazione.

 

Ma i giorni passano. Luci sull’arcobaleno di ferro.

Questa corrente è fittizia, brillano sul fondo scuro

i nostri volti immobili. A un passo dal solstizio

più lunghi sono i giorni e le notti. Parliamo nel sonno

e nel sonno usciamo attraverso gli occhi della rete

in direzioni opposte non sapendo cos’è la gioia

non sapendo cos’è l’annientamento.

 

Nell’affresco del profeta Michelangelo

 

Nell’affresco del profeta Michelangelo

c’è Cristo che dirige un’orchestra di corpi

che cantano la messa della discordia universale

 

La mano destra per un canto fragoroso

la sinistra per placare i cuori

e ambedue segnate dalla supposizione

tale è il santo muscoloso che dirige –

 

Ma il giudizio universale si è svolto prima

molto prima ci hanno divisi

con la mano sinistra in solitari assonnati

chiusi orribili a se stessi

e dunque dannati

con la destra

in grandi felici

e addormentati in notti tranquille

nel salmo dell’autocomprensione

 

 

 

Il balletto

 

I corpi dei ballerini

riflessi di un ordine che io sospetto

si muovono nella musica

in armonia con essa

e con un moto di commozione

 

come diversamente si muove il mio

corpo infedele quando soffia

il vento del sud

vento non buono

 

Eppure un corpo altrui permette di restare

nella fretta del cuore

Suscita con un gesto intrepido

 

Cos’è la poesia

se salva tanto poco

solo quella rinnovata estasi

di cui ho così bisogno

 

 

Borges a proposito di Bach

 

Beethoven era sordo, ma non abbiamo

il coraggio di sapere da quale concetto

lo spirito è stato creato. Tutto

può sembrare luce, se la luce

è interiore. L’altro vecchio

senza bisogno tornò prima della morte alla fonte

dei giorni e delle notti, che non servivano

da tempo ai segreti chiarori dei suoi contrappunti.

Il dono della creazione è un peso che Là

doveva portare, non ricordando più che la dea

gli posava sugli occhi le mortifere mani.

Il caso, o il destino, riguarda quelli che devono

cercare luci estranee, aspettare i segni.

La musica non si piega incontrando la pietra.

 

 

Il quintetto in fa minore di Brahms

 

Ci siamo fermati pensosi all’incrocio delle cose

Tacevamo, perché la primavera era eterna

Potevamo lasciando l’isola pietrosa

Non toccare l’onda respirare una nuvola

E gli abiti bagnati non celavano il corpo

In quel profondo volo anche il tempo friniva

 

Ma qualcuno lo aveva già predetto

Chiarito tratto da ombre maschili

Il nero forgiato nel bronzo perché così sonoro

E’ come la corona di un bel giorno

Quando tra le foglie si cimenta con la tempesta

Imbianchiamo ventenni per questo maltempo

 

E di nuovo la vita è un candeliere d’argento

E tutto il resto è un sogno dell’infanzia

Benché siamo riusciti ad essere felici Essere

Un sogno gocce di rugiada su un petalo di rosa

Quando inizia la sera piena di piume di cigno

E nella pioggia impigliati nei vetri di un pioppo

 

E imbianchiamo ventenni per questo maltempo

Così chinati su un sogno di potere

Perché tutto il resto è allucinazione

E una doppia morte ci circonda

Perché essa congiunge i pensierosi

E se stessa nella storia conforme al tempo

 

Eppure sappiamo da noi stessi

Che questo nostro nostro morire

Ci unisce con la bellezza e il desiderio

Fissando le stelle stiamo alla finestra

Ancora questo lampo che sverna nel corpo

Che gli alberi come fervido sussurro imbianca

Trasformerà noi Uomini.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Poesia e pittura

2 Lug

Poesia e pittura

 

Recentemente ho acquistato un libro dal titolo Poeci patrzą…obrazy, wiersze, komentarze (I poeti guardano…quadri, poesie, commenti, Ed. STENTOR, Varsavia, 2008). E’ un interessante e avvincente viaggio-écfrasi, sapientemente curato dalla professoressa Aneta Grodecka, che da anni organizza cicli di lezioni facoltative per gli studenti di filologia polacca dell’Università Adam Mickiewicz di Poznań, dedicate ai legami tra letteratura e arti figurative. Da questo volume per il momento ho scelto per il mio blog il capitolo “Come guardare Cézanne”. Eccolo nella mia versione.

Nell’estate del 1872 Paul Cézanne si trovava a Pontoise e dipingeva all’aperto in compagnia di Camille Pissarro. Il suo soggiorno in provincia fruttò molti paesaggi, tra i quali il Mulino sulla Couleuvre a Pontoise, che si trova attualmente nella Nuova Galleria Nazionale di Berlino.

 

Paul Cézanne: Il mulino sulla Couleuvre a Pontoise

 

Gli studiosi della creazione di Cézanne considerano diversamente l’influenza di Pissarro sul suo modo di vedere e sulla sua pittura, tuttavia il confronto dei lavori all’aperto dei due maestri mostra piuttosto una diversità delle loro tecniche. In un paesaggio dipinto da Pissarro a Pontoise nel 1867 si vede la “vaporizzazione” impressionistica delle forme, il gioco della luce sui tetti delle case. La presenza in primo piano delle contadine sulla strada accentua la fugacità dell’istante colta nella tela.

 

Camille Pissarro: Paesaggio di Pontoise 

 

Mentre, guardando il paesaggio di Cézanne, dipinto nella stessa località, vediamo lo spazio senza gente e architettonicamente ordinato. Attirano gli sguardi soprattutto i colori che, se osservati a lungo, acquistano una sorprendente vitalità. Ciò è stato descritto a meraviglia dalla scrittrice Virginia Woolf:

Lo stesso pigmento dei quadri di Cézanne rappresenta per noi una sfida, stimola un qualche nervo, risveglia, eccita…Un qualunque paesaggio del maestro suggerisce in noi parole, là dove non sospettavamo l’esistenza di parole, impone delle forme, là dove non abbiamo mai visto niente tranne l’aria.

Questa impressione nasce dalla strategia creativa impiegata dall’artista, che il più delle volte viene definita “pura visibilità”. Essa consisteva nel rifiuto della memoria e della conoscenza del reale, nello scorgere in natura solidi geometrici, forme e colori, nonché i loro rapporti reciproci. Questo modo di guardare fu descritto dal pittore nella nota lettera del 15 aprile 1904 al critico d’arte Émile Bernard:

Bisogna trattare la natura secondo il cilindro, la sfera, il cono, il tutto posto in prospettiva, in modo che ogni lato di un oggetto o di un piano si diriga verso un punto centrale.

La composizione del Mulino sulla Couleuvre si riconduce al sistema di linee orizzontali e verticali. All’orizzonte appaiono i tratti scuri degli alberi, al centro del quadro si vedono le torrette verticali e le scure aperture delle finestre, a sinistra si può distinguere la marcata linea degli alberi. Le case subiscono una lieve deformazione sotto l’influsso dei riflessi colorati, le pareti e i tetti resi con l’aiuto di piccole macchie suscitano l’impressione di un bassorilievo a colori. Dipingendo i loro solidi, l’artista applicava un diverso grado d’intensità del colore, ciò che si nota chiaramente da vicino. Grazie a ciò, secondo la distanza da cui guardiamo il paesaggio di Pontoise, possiamo scorgere o un piano di macchie colorate, o la cittadina situata sull’altura, lo spazio con una sua propria aria e luce.

Entrambi i modi di lettura dell’opera li troviamo nella poesia Cézanne di Kazimierz Wierzyński. In realtà questa poesia non è la diretta descrizione di un concreto quadro, ma rappresenta un esempio riuscito di écfrasi poetica. Wierzyński aveva visto molti quadri del maestro, viaggiando prima della guerra in Francia e in Svizzera (e tra essi anche il paesaggio della Galleria di Berlino), e il suo testo concorda in molti elementi con il Mulino sulla Couleuvre. Possiamo analizzare questo confronto. La prima osservazione del poeta riguarda l’accostamento sulla tela di due piani coloristici: di profondo verde e di freddo azzurro (l’espressione “azzurrità a dirotto” suggerisce un cielo greve, plumbeo e privo di profondità). Altri elementi del paesaggio di Cézanne nella descrizione di Wierzyński sono: il cipresso, l’altura rosso-gialla, il campo coi solchi rossi, la città grigio-argento, le torrette della costruzione culminanti col rosso. L’effetto geometrizzato dello spazio è reso dalla metafora “il domino della città”. Il poeta non si limita a elencare le costruzioni, in certi punti smantella l’ordine matematico di Cézanne, ravvivando la sua visione con elementi antropomorfici (i pioppi sono alteri, la finestra diventa l’occhio della città, le torrette gridano). In tal modo egli attenua l’impressione di torpore della descrizione verbale, anche se al tempo stesso abbandona decisamente la convenzione romantica di “paesaggio delle sensazioni” (1). Sottolinea che il cipresso è l’antica “Niobe-Albero” –  nella rappresentazione del pittore diventa uno degli elementi dello spazio, interpreta dunque il paesaggio esclusivamente come registrazione di un certo modo di vedere, in cui conta non il valore simbolico delle cose, ma la loro forma e i colori. Forse i quadri di Cézanne hanno insegnato a Wierzyński come guardare? Il poeta si è avvicinato al modo di percepire il mondo attraverso il pittore? La sua relazione attesta che egli fu un allievo attento, e forse nello scrivere utilizzò le sue esperienze derivate dai suoi contatti con l’arte del pittore postimpressionista. Del fatto che un pittore possa ispirare anche poeti e scrittori, testimoniano i ricordi di Ernest Hemingway:

Dalla pittura di Cézanne ho imparato qualcosa che ha reso la scrittura di semplici naturali frasi assai insufficienti a dare ai racconti dimensioni, quali mi sforzavo di racchiudere in essi. Da lui ho imparato moltissimo, ma non ero abbastanza eloquente, per spiegare ciò a una persona qualunque.

 

 

 

 

Kazimierz Wierzyński

Cézanne

Nel verde scuro del tuo

Spazio: l’azzurrità a dirotto.

Il cipresso al centro.

Niobe-Albero.

 

Per chi è il rimpianto? Per le rose,

Che a un tratto sfioriscono,

Sulle rosso-gialle alture

Si spengono come a maggio?

 

Guarda, i pioppi alteri

Con che calma si vantano,

Nel rosso solco il campo

Riluce di vigna.

 

Dalla finestra-occhio come argento

Nel domino della grigia città

Il glicine scorre come nastro

E invade le porte.

 

In alto le torrette-banditori

Si levano con grido ardente.

Il cipresso? – Il cipresso

Qui non piange nessuno.

 

(dalla raccolta Uno staio di papavero, 1951)

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

A interessanti osservazioni conduce il confronto della poesia di Kazimierz Wierzyński con l’écfrasi di Stanisław Dąbrowski, che si trova nella sua guida poetica alle gallerie tedesche dal titolo Album niemieckie (Album tedesco). Accanto a differenze nel modo di percepire, appaiono convergenze nella sfera della illustrazione, ad esempio nel paragonare i pioppi a torri, le case alle tessere del domino.

 

Stanisław Dąbrowski (1930-2007)

Paul Cézanne (1839-1906)

Muehle an der Couleuvre bei Pontoise

 

Il paesaggio si alza sotto il cielo grigio

a lunghi livelli, simili a gradini.

Da dietro la chioma di un albero – semivisibili

i muri del mulino biancheggiano stretti,

sopra – il tetto giallo ripido, alto.

che toccava l’azzurro tra le nubi.

Il fiele come ripetuto nastro

scorre tra i verdi del grano (a macchie blu),

presso gli alberi, tra le loro ombre diafane e vuote,

accanto allo stagno, che il suo giallo rossastro riversa

dal recinto alla strada (tutto in macchie di bianco,

sotto il quale la fodera dell’azzurro si è aperta riflessa).

Il mulino si è stretto all’altura. Nella fonda valle

a destra giacciono orizzontali le tessere delle case.

Più in alto il bosco si è steso basso. Sopra il bosco

ficcati in una nube i pioppi somigliano a torri.

 

(dalla raccolta Album tedesco, 1980)

 

(Versione di Paolo Statuti)

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(1) Secondo le ricette dei romantici, si identificavano gli stati della natura con gli stati spirituali, il paesaggio diventava metafora delle sensazioni intime del poeta; a Wierzyński interessa risvegliare la coscienza di un osservatore passivo.

Jarosław Marek Rymkiewicz (1935)

25 Giu

 

Via Mandel’stam

Ma dov’è questa via Non c’è questa via

Vanno sulla neve i lavoratori dello zar

 

Ma dov’è questa via Lo sappiamo noi tre

Là dove le ossa sono sottoterra come anelli nell’albero

 

Là dove negli anelli scorre il sangue Non importa di chi

Come in Schubert canta un lungo collo bianco

 

Là dove dalle ossa spuntano verdi rami

Dall’eternità ci separa solo uno stretto marciapiede

 

Là dove egli cammina cibando cardellini e merli

Come in Schubert nei canti i lunghi bianchi capelli

 

Come il lungo collo bianco vaso del nostro sangue

Come il sangue a neri fiotti dalla bocca e dagli orecchi

 

Là dove con Dio a braccetto ogni giorno egli passeggia

Nel suo giaccone logoro e scucito

 

Lo segue un enkavudista (1) ubriaco fradicio

Mentre Dio e Schubert suonano con due pianoforti

 

1981

 

(1) Appartenente al famigerato NKVD russo – Commissariato del Popolo per gli Affari Interni,   vera e propria “fabbrica di morte”.

 

(Versione di Paolo Statuti)

Jarosław Iwaszkiewicz (1894-1980)

23 Giu

 

Johannes Brahms

 

Il valzer di Brahms

Il valzer di Brahms in La bemolle maggiore

è il leitmotiv della mia vita.

Lo sonavo a lei che doveva tornare e non tornò.

Lo sonavo a lei per la quale ero cattivo.

Lo sonavo a te – allora, quando una volta per sempre

mi stesi ai tuoi piedi, come infinito calpestato.

Lo suono ogni volta che nell’esecuzione aureoalata

mi sfiori con un sorriso fugace, che per te è

come il riflesso di nuvole sull’acqua.

E per me è la gioia più profonda.

E lo suono quando so che sei da me lontana

col pensiero, quando sei altrove allegra e ami altri

felice, fugace come al solito…

E proprio allora esso risuona nel modo più delicato.

 

(Versione di Paolo Statuti)