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Konstantin Simonov (1915-1979): Aspettami ed io tornerò…

25 Gen

Il poeta e la fidanzata

Aspettami ed io tornerò… nella versione di Paolo Statuti

     Konstantin Simonov, poeta, romanziere e drammaturgo russo, scrisse questa struggente poesia nel 1941, quando era corrispondente in prima linea per il quotidiano Stella rossa. È dedicata alla sua fidanzata, l’attrice Valentina Serova ed è senz’altro la sua lirica più famosa. Fu pubblicata dalla Pravda nel febbraio del 1942, quando le forze naziste furono respinte da Mosca. I soldati la copiavano e la spedivano alle loro mogli e fidanzate. Simonov venne sommerso da migliaia di lettere; in una di queste un soldato gli scrisse: «Tutti conosciamo a memoria “Aspettami”, dice esattamente come ci sentiamo». Simonov è conosciuto principalmente per la sua creazione sulle sofferenze che la guerra provoca, sia agli uomini al fronte che alle loro famiglie. Il suo romanzo più noto è Giorni e notti (1944) che tratta dell’eroismo delle forze sovietiche durante l’assedio di Stalingrado. Vinse per sei volte il Premio nazionale di Poesia russa.

Aspettami ed io tornerò…

Aspettami ed io tornerò.

Aspettami con fermezza,

Quando una gialla pioggia

Ispirerà la tristezza,

Aspetta se la neve infuria,

Se l’afa ti toglie il fiato,

Se gli altri non si aspettano,

Dimenticando il passato.

Aspetta se da lontano

Uno scritto non arriverà

E se chi aspetta con te,

Di aspettare si stancherà.

Non augurare il bene

A colui che sa a memoria

Che aspettare è vano,

E di scordare è ormai ora.

Che mio figlio e mia madre

Credano ormai ben poco

Che io sia ancora vivo.

Se gli amici intorno al fuoco

Berranno l’amaro vino

Per l’anima mia, aspetta,

Di brindare insieme a loro

No, tu non avere fretta.

Aspettami ed io tornerò,

In barba alle morti, a ognuna,

E chi non mi aspettava più

Dica pure: – Che fortuna!

Chi non mi avrà aspettato

Non potrà mai capire,

In che modo la tua attesa

Non mi ha lasciato morire.

Come sono sopravvissuto,

Lo sapremo noi due soltanto, –

Perché hai saputo aspettare

Come nessun altro ha fatto.

1941

(C) by Paolo Statuti

Nikolaj Zinov’ev e Grigorij Khubulava

22 Gen

Due poeti russi viventi conosciuti per caso e da me tradotti

Nikolaj Zinov’ev (1960 – )

La poesia deve avere un senso occulto,

Perché ogni verso in essa sia pungente

E perché una donna con la secchia

Si rechi al pozzo serenamente.

Perché i versi siano senza tristezza,

E rattristino fino al pianto,

E perché ci siano alle spalle

La morte stessa e Cristo accanto.

Perché dèstino lamento e canto

E il fogliame che fruscia sulla via,

E perché ci sia in essi l’incapacità –

Quella che supera la maestria.

*  *  * 

Nella steppa, di polvere coperto,

Sedeva e piangeva un poveretto.

Passando di lì il Creatore

Si è fermato e poi gli ha detto:

“Io sono amico di poveri e umiliati,

Io proteggo la misera gente,

Io conosco molte magiche parole.

Io sono il tuo Dio Onnipotente.

A me affligge il tuo triste aspetto,

Da che pena ti posso liberare?”

E l’uomo disse: “Io sono russo”,

E Dio con lui prese a singhiozzare.

Grigorij Khubulava (1982 – )

*  *  *

Nel cuore dorme una scheggia di ghiaccio,

La neve scricchiola rumorosa,

Al crepuscolo da un granello di gelo

Sul vetro è nato un cristallo-rosa.

Sulle labbra i respiri si fermano,

Come vapore nel silenzio dissolti.

Vedi? Il cristallo arde e non si consuma

Nel fuoco solare dai mille volti.

E per nome ti chiama con voce

Che l’essere ha trafitto,

Eterno, solo, onnipresente

Chiaramente nella sua fiamma sentito.

Attraverso lo spazio, inondato di luce,

Il riflesso dell’alba si nasconde,

Tu tremi, finché in questo splendore

In te qualcosa ora si fonde.

Senti nell’aria azzurra e fredda

Una forestiera piccante calura,

Il mondo è colmo di un’eco antica:

«Seguimi, tu che non hai paura!»

*  *  *

Non ci sono salde promesse,

Rifugio non potrai trovare:

Né solide rocce o eterni edifici,

Dalla barca sull’acqua avanzare –

Dov’è più sicuro. Troppo facile

Tradire se il cuore è ignorato…

Io sono Cefas – Tuo fedele Apostolo

Che Ti ha rinnegato.

*  *  *

Listen to the hummingbird

Don’t listen to me…

Leonard Cohen

Ascolta il frullio di lievi ali

Quando il tramonto appare,

Il sospiro che ho scordato –

Loro, non me devi ascoltare.

Ascolta il flauto della libellula

Sul tuo giardino-orto,

Basso blu scuro di temporale,

A lui presta ascolto.

Che raccontino l’amore,

Ascolta con attenzione.

A che ti servono le mie parole? –

Imponderabile confusione.

(C) by Paolo Statuti

Il Requiem tedesco di Johannes Brahms

13 Gen

Ein Deutsches Requiem (Requiem tedesco)

di Johannes Brahms

   La più famosa musica funebre di tipo non liturgico è senza dubbio

il Requiem tedesco op. 45 di Johannes Brahms, completato nel 1868.

La morte della madre, nel febbraio del 1865, diede l’impulso decisivo

per la composizione. È sicuramente l’opera corale di Brahms più bella

e significativa. Per il testo il compositore si rifece alla traduzione di

Lutero dell’Antico e del Nuovo Testamento. Egli associò liberamente

le parti scelte: dall’esaltazione degli afflitti alle riflessioni sulla vanità

della vita terrena, alla consolazione della vita eterna che ci è stata

promessa, fino alla esaltazione dei morti nel Signore. La tromba non

chiama al Giudizio, ma annuncia la Resurrezione. Questo Requiem

che io chiamerei “dell’umanità”, anziché “tedesco”, non ha nulla di

funereo. È, al contrario, un meraviglioso inno alla speranza e un profondo

canto d’amore per Dio. Se dovesse capitarvi di essere depressi, sfiduciati,

tristi, ascoltate attentamente questa musica, seguendola con il testo che

ho preparato, servendomi della Bibbia edita dalla Libreria Editrice

Fiorentina, nella traduzione di Fulvio Nardoni. La numerazione del CD,

indicata a destra dei brani della Bibbia, coincide con la suddivisione fatta

da Brahms. Esistono molte belle esecuzioni. Io ho quella della New

Philarmonia Orchestra diretta da Lorin Maazel.

                               (Paolo Statuti)

Johannes Brahms – Requiem tedesco

Mt. 5,4          Beati gli afflitti, perché saranno consolati.          I   –   1

                                                                                                            (coro)      

Sal. 126,        Chi va, se ne va piangendo, portando

5-6                  il seme da gettare; chi torna, ritorna

                        cantando, portando i propri covoni.

1 Pt. 1, 24      Poiché ogni carne è come l’erba e la sua           II   –   2

                        gloria è tutta come il fiore dell’erba. Si               (coro)

                        secca l’erba e cade il fiore.

Gc. 5, 7         Siate dunque pazienti, o fratelli, fino alla

                       venuta del Signore. Osservate: il contadino

                       attende il frutto prezioso della terra, e con

                       pazienza aspetta, finché non abbia ricevuto

                       le piogge della prima stagione e quelle della

                       stagione più tarda.

1 Pt. 1, 24      Poiché ogni carne è come l’erba e la sua

                        gloria è tutta come il fiore dell’erba. Si

                        secca l’erba e cade il fiore. Ma la parola

                        del Signore dura in eterno.

Is. 35, 10        E coloro che sono stati liberati dal Signore            II   –   3

                        torneranno e verranno a Sion con canti

                        e con gioia indistruttibile sui loro volti; gioia

                        e letizia giungeranno, e fuggiranno dolore

                        e lamento.

Sal. 39,           Fammi conoscere la mia fine, Signore, e                III  –   4

5-8                  qual è il numero dei miei giorni, perché             (baritono

                        sappia quanto fragile io sono. Ecco, a palmo        e coro)

                        a palmo Tu mi hai dato i miei giorni e la mia

                        vita è come un niente davanti a Te. Sì, tutto

                        parvenza è ogni uomo che vive! Passa l’uomo

                        come un fantasma, parvenza è il suo agitarsi:

                        ammassa beni e non sa a chi toccheranno.

                        Ed ora che cosa aspetto io, Signore? La mia

                        speranza è in Te.

Sap. 3, 1         Le anime dei giusti sono in mano di Dio e              III  –  5

                        nessun tormento li tocca.

Sal. 84            Quanto son care le Tue dimore,                                IV  –  6

2-3, 5              o Signore delle Schiere!                                              (coro) 

                       Brama e langue l’anima mia

                       desiderando gli atri del Signore;

                       il mo cuore e le mie membra esultano

                       pensando a Iddio vivente.

                       Beati quelli che stanno nella Tua Casa!

                       di continuo Ti posson lodare.

Gv. 16,           Così anche voi siete nella tristezza; ma io                V  –  7

22-23             vi vedrò di nuovo e ne gioirà il vostro cuore         (soprano

                       e nessuno vi potrà più togliere la vostra gioia.       e coro)

Sir. 51,           Ecco, guardate: per breve tempo ho avuto

35                   fatica e lavoro, e ho trovato grande

                        consolazione.

Is. 66, 13        Come qualcuno viene consolato dalla madre,

                        così Io vi consolerò.

Eb. 13, 14       Non abbiamo infatti qui una stabile dimora,          VI  –  8

                         ma siamo in cerca di quella futura.                         (baritono

                                                                                                                  e coro)

1. Cor. 15,       Ecco che a voi dico un mistero: Tutti certo              VI  –  9

51-55               non saremo già morti, ma tutti saremo

                          trasformati, in un attimo, in un batter

                          d’occhio, al suono dell’ultima tromba.

                          Squillerà, infatti, la tromba e i morti

                          risorgeranno incorruttibili e noi saremo

                          trasformati… Allora avrà compimento la

                          parola che fu scritta: «La morte è stata

                          assorbita in vittoria. Dov’è, o morte, la tua

                          vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?»

Ap. 4, 11          Degno Tu sei, Signore e Dio nostro, di ricevere        VI  –  10

                          la gloria, l’onore e la potenza, perché Tu hai

                          creato tutte le cose e per la Tua volontà erano

                          e sono state create.

Ap. 14, 13        Beati i morti che fino ad ora son morti nel               VII  –  11

                          Signore! Sì, dice lo Spirito, affinché si riposino          (coro)

                          dalle loro fatiche, poiché le loro opere li

                          accompagnano.                                           

Anja Oganjan: Poesie tradotte da Paolo Statuti

10 Dic

Di questa poetessa di origine armena non so niente, ma ho trovato in internet queste sue poesie e le ho tradotte, perché mi sono piaciute.

Poesie di Anja Oganjan tradotte da Paolo Statuti

Resterò per te solo un ricordo

Resterò per te solo un ricordo,

La più tenera e lontana memoria.

Come una gara un tempo perduta,

O “la mossa del cavallo” che dà la vittoria.

Resterò per te un batter d’occhio,

La fiamma che arde più luminosa.

L’intima interminabile ispirazione,

E l’unica chiave adatta a ogni cosa.

Non cercarmi nei volti, nella fiumana,

Vivi con altre in modo facile e brillante.

Nascondi lontano i miei sfioramenti,

In un luogo profondo e distante.

Io resterò per te solo un ricordo,

Cadrò da te come ombra stremata.

Meglio essere un vano desiderio,

Che “ancora una” che intralcia la strada.

La fanciulla coi fiori

Sulla strada, con un cesto, zoppicante,

Con un sorriso semplice, di buon cuore,

Si avvicinò a noi una giovane fanciulla,

Dicendo: «Compratemi almeno un fiore».

Oh, come guardava fissamente,

Fu subito chiaro – un animo puro.

In vita, si vedeva che aveva sofferto,

Ma non sapeva ancora molto di sicuro.

Nel suo cesto giacevano con cura

Tulipani, tre margherite, nove rose.

Là due mazzetti uniti in uno,

E in alto una coppia di mimose.

E in tutto il suo aspetto mostrava

Una giovinezza ancora immatura,

Ma pur se la vita l’affliggeva,

Aveva nel Cielo la fede più pura.

Mi si strinse il cuore per la tristezza

E dissi a mio marito: «Per favore,

A questi occhi che ignorano la gioia,

Сompra almeno questi dannati fiori».

Lui pagò una somma per tutto il cesto

E, presami per mano, alla fanciulla lanciò

Uno sguardo paterno e, tacendo,

Di nuovo il cesto nelle sue mani posò.

Tali innocenti lacrime tu non vedrai mai,

Io l’abbracciai con un sospiro profondo,

E mi sembrò che una fanciulla più triste

Di lei non ci fosse in tutto il mondo.

Poi  anch’io scoppiai in singhiozzi,

E ce ne andammo al più presto…

Ma io poi tutta la vita li ricordavo:

Le lacrime, la fanciulla, i fiori, il cesto.

Il cielo

Vedi il cielo? Sconfinata lontananza,

Chilometri di deserta altezza.

Là tutto è semplice, là tu sei tu,

In cielo non c’è angoscia né tristezza.

Nelle nubi, dove alla luce solare

Frusciano le ali che volano in alto.

Tu stai fermo come preso nella rete,

Il cielo ti sussurra: «Sorridi soltanto».

Là libertà senza complesse soluzioni,

Senza offese, niente non pronunciato.

Là volano oltre tutti i rimpianti,

Senza catene di cemento armato.

Vedi il cielo? Sconfinata lontananza,

Come se accanto – con la mano non toccare,

In cielo non c’è angoscia, né tristezza,

Bisogna solo imparare a volare.

Il pianoforte scordato

Aria fredda, serata tranquilla,

Risonava scordato un piano.

Hai preso con te vino e candele,

Ma io con angoscia guardavo lontano.

Tu mi scaldavi fredde le mani,

«Mie» – sussurravi a te stesso.

Ed io il distacco invocavo,

Contanto i giorni, come in un recesso.

Tu facevi programmi e ridevi,

Ed io con angoscia guardavo lontano.

Io intepidivo – tu t’innamoravi,

Risonava scordato un piano.

Tutto passa

Tutto passa prima o poi –

Ciò che è buono e ciò non tanto.

Le liete serate e la lunga strada,

E le notti insonni d’estate.

La vita, certo, è un lungo istante,

Ma… questo è un buon segno:

Tu grida, se soffoca il grido,

Tutto passa – passerà anche questo.

Aprile

In un attimo da tutti abbandonata.

Non è una sensazione stramba?

Senti un po’ le gambe vacillare,

Nello scenario la tempesta romba.

E dietro le tende, sulla strada –

Solo il cigolio dell’altalena.

Aprile tiene alquanto il broncio

E singhiozza appena appena.

Stefan Bronisław Flukowski (1902-1972)

15 Nov

Prosatore e poeta polacco legato al gruppo letterario Quadriga, uno dei primi e principali rappresentanti del surrealismo in Polonia. Traduttore di Anatole France, Paul Eluard e dello scrittore svizzero Charles-Ferdinand Ramuz. Studiò filosofia alla Facoltà di Umanistica dell’Università di Varsavia e al tempo stesso diritto. Debuttò nel 1927 sulla rivista “Quadriga”. La sua prima raccolta di poesie – Il sole nella fatica giornaliera uscì nel 1929. La sua creazione era vicina all’Avanguardia di Cracovia. Nel periodo in cui Tadeusz Peiper e Julian Przyboś, tendevano ad esprimere l’eternità nelle immagini del tempo presente e della vita quotidiana, Flukowski al contrario, con la metafora dell’eternità esprimeva la ciclicità del presente. Il poeta si opponeva anche alla innovazione della forma, postulando la semplicità della lingua. La sua poesia manifestava l’apoteosi del lavoro come valore fondamentale del mondo. Motivo costante della sua creazione era il quadro del lavoro quotidiano dell’uomo, come compimento della creazione divina.

Le sue opere possono essere viste come rappresentazione del moderno prospettivismo. Le sue tecniche più caratteristiche sono le variazioni del punto di vista narrativo, le giustapposizioni di pareri e attitudini, l’esposizione della complessità inerente ai caratteri e alle situazioni, e la collisione di differenti lingue, allo scopo di scorgere sprazzi di realtà oltre la lingua. Poiché molti di questi espedienti si possono trovare sia nei drammi, che nella poesia e narrativa di Flukowski, si può concludere che la sua produzione letteraria lo colloca in una indistinta linea di confine tra l’avanguardia e il modernismo.

Ha scritto sei raccolte di poesie, sei drammi, racconti, le biografie di Słowacki e Norwid e il romanzo grottesco Le vacanze del nostromo Jan Kłębuch, che diversi anni fa il mio amico poeta Marian Grześczak (1934-2010) mi consigliò di tradurre. Desideravo farlo ma non trovai un editore interessato. Uscì poco prima dello scoppio della guerra e fu confiscato e bruciato dagli hitleriani. Per i suoi valori artistici e per la problematica intellettuale e morale in esso toccata, questo romanzo – notevole esempio di prosa sperimentale nel periodo tra le due guerre, non ha perso la sua attualità e può essere raccomandata ai lettori dei nostri giorni. Flukowski in questa sua opera affronta il problema del mito: del suo sorgere, delle sue conseguenze, del suo contrasto col pensiero razionale. Attorno a questo tema si svolgono tutte le altre costruzioni narrative e filosofiche di questo interessante romanzo, saturo di uno straordinario simbolismo. Forse si troverà finalmente in Italia un traduttore e una casa editrice interessati a pubblicarlo.

P.S.

Di Stefan Flukowski ho tradotto questo poema:

Johann Sebastian organista

                                                 Al dottor Franciszek Łukaszczyk

Il “pianoforte ben temperato”,

nero, di lacca lucida,

si muove nello spazio come pianeta

con moto regolare, preciso,

ubbidiente alle proprie leggi

dell’armonia assoluta.

Ci vorranno cento anni,

perché diventi un sole

e accenda il fuoco in ciascuno.

Una nube con la chiave d’ebano

scorre sui campi di grano,

un’allodola si alza in volo, vola, vola

e in questa chiave

canta allegra un madrigale.

                            *

Da tre giorni il giovane cammina,

tre giorni diretto a Lubecca

dove vive Buxtehude,

organista assai provetto

e compositore illustre.

Vuole imparare da lui,

desidera apprendere

come quattro o  sei torrenti

tramutare in un fiume solo,

e di esso fare un mare

coronato da un orizzonte  

di cadenze, code, finali…

Il giovane andando a Lubecca

spesso sotto un albero passa le notti.

Non può assopirsi…

Si costruisce un organo

in cima a un tiglio, un olmo, un carpine,

suona.

Comincia con un vecchio ricercare.

L’ha trovato oggi sulla strada,

un bel manoscritto, caduto

dal finestrino di una carrozza italiana,

che l’ha superato a una svolta.

Era vuota, non c’era neanche il cocchiere,

ma correva a meraviglia

tra due filari di olmi e pioppi.

E man mano che si allontanava

era simile a Venezia –

oro e azzurro.

Ha già trovato il tema, già lo possiede,

conduce al tempo stesso quattro voci –

tema quinta risposta

pedale manuale, poi insieme,

dalle semiminime passa alle crome,

dalle crome alle semicrome.

La fuga si svolge ininterrotta,

raddoppia, aggiunge nuove forze:

da forte a fortissimo. presto, presto,

e a un tratto piomba nel paese

del sogno, dell’oblio

insieme con l’organo in cima agli alberi.

Dorme adesso, respiro regolare,

fili d’erba nei capelli,

un coleottero imprigionato nell’orecchio

stride con le quattro zampette a coppia –

tutto intorno rispondono i grilli.

Cammina già da cinque, sei giorni,

è giunto alla strada maestra per Lubecca,

va dal maestro Buxtehude

a studiare composizione,

a penetrare i segreti dell’esecuzione,

il meccanismo dello strumento.

Calura, ma prosegue sempre,

la parrucca infilata nel bastone,

accanto al fagottello col pane.

E non sa nemmeno

che è più alto dei pioppi.

Nelle calze bianche i grossi polpacci

più grossi dei più grossi tronchi,

la parrucca è una nuvola.

                                  *

L’organista

con le calze bianche

                         obeso e incantato

corre là dove ci sono

                         quattro pianoforti,

e ad essi si siede.

                         Suona

un concerto per quattro pianoforti.

È solo… nessuno lo ascolta…

Solo gli uccelli sono ammutiti

e la pioggia ha smesso di cadere.

Il pubblico verrà il seguente

secolo diciannovesimo

negli abiti Luigi Filippo.

Senza sosta sarà scoperta la tastiera

ed egli guizzerà come scòrfano sul palco,

sibilerà un proiettile,

brillerà una baionetta,

prenderà con foga il foglio con le note,

… passa al tono piano…

poi di nuovo con gli accordi

comincia coi cannoni.

Johann Sebastian, organista

– parrucca con cura incipriata –

corre all’interno dell’organo,

salta da un registro all’altro,

incalza con il contrappunto,

insegue con le fughe

Johann Sebastian, organista Johann…

E da tutto questo

               dritta in cielo

la melodia più pura.

Sulle strade

                     a un tratto

la bufera infuria –

strappa i cappelli ai passanti,

li posa sui tetti,

sposta le case solide come roccia,

lacera i dialoghi nelle tragedie,

pesta i cristalli dell’aria

e lancia intermezzi che parlano di sé.

Qualcuno corre sulla strada

inseguendo un cavallo

trasformato in vento,

in uragano, in tornado,

in fattore di velocità.

E possono resistere solo gli alberi

che hanno il più alto indice

di elasticità.

Volano le pietre miliari,

                   i cappelli e

                         i portali delle chiese,

vola la gente,

che in un giorno di mercato

i corali di Johann Sebastian

hanno rapito.

                           *

Johann Sebastian, organista,

siede a tavola con la famiglia.

Dietro la finestra il bel tempo

          indossa gli abiti domenicali,

          con un fiore di visciolo sulla fronte

invita gli uccelli a posarsi sui rami.

                                  Dalla finestra

                         un solerte zeffiro

                  sospinge

i profumi dei prati e del frutteto,

                  rinfresca le fronti,

                          i ragni dagli angoli scaccia.

A tavola un Oceano –

                      otto figli a destra,

                      otto figlie a sinistra –

da una scala di otto toni costruisce

il pianoforte ben temperato.

                             *

Nell’organo arieggiato

un angelo ha perso una piuma,

verrà l’organista                

e la piuma soffierà via

attraverso la canna di stagno

sopra la chiesa

in un gaio mattino domenicale.

Quando la chiesa è vuota

e l’organista

a casa dopo pranzo riposa,

gli angeli coi diavoli

scherzano insieme:

            ora giocano a nascondino

dietro l’altare,

            ora a chiapparella nell’organo.

Allora può succedere

che premeranno il registro più grave

o tutti i toni insieme.

            L’organo rimbomberà

            come nel giudizio universale,

e in un altro momento si lagnerà

con l’armonia di Johann Sebastian.

Nella canna più grossa

siedono il diavolo e il becchino.

Da tre giorni bevono birra,

cantano canzoni scurrili e

mangiano arrosto di montone,

e bevono, e cantano,

mangiano

e bevono

nella canna più grossa

il diavolo e il becchino.

È arrivato l’organista

da un ruscello di cristallo

e con un corale a quattro voci

il canto, la birra e il diavolo,

il becchino e l’arrosto

ha soffiato via sotto la volta,

                    e tutti

hanno visto solo due pipistrelli.

Nell’organo arieggiato

la sera

un angelo dorme profondamente –

ma la mattina  

arriverà l’organista

e comincerà a svegliarlo.

L’angelo destato

sui registri dei toni

salterà fuori dall’organo

e sbatterà contro il soffitto,

respinto dal soffitto

si schiaccerà contro la vetrata,

in estasi si condenserà…

E allora

un novello raggio di sole

gli ridarà un bel colorito

e lo riscalderà.

Un vecchio manticere

con una donna viveva nel peccato,

si ubriacava e truffava,

rubò una stella a un angelo,

che si era appisolato in un boccale

e la nascose nel mantice.

Johann Sebastian

le toccate, le fughe e i corali

a modo suo rafforzò,

la stella schizzò via

lontano oltre la luna.

                          *

Appena sorto il sole,

l’organista Johann Sebastian

corre nell’enorme organo,

salta da un registro all’altro,

insegue tema con tema.

Tuonano le fughe, le toccate,

si accavallano messe e corali.

Non vede nemmeno

che su di lui c’è già un altro sole:

l’Opera Omnia di Johann Sebastian.

(C) by Paolo Statuti

Aleksandr Blok – I dodici (nuova versione di Paolo Statuti)

24 Ago

i

Mi piace il suo viso severo e la sua testa di fiorentino del Rinascimento (M. Gorkij)

Oggi mi sento un genio” – così disse Aleksandr Blok, solitamente modesto, terminando il suo poema “I dodici”, il 29 gennaio 1918.

   Aleksandr Blok – il più grande poeta simbolista russo – nacque a Pietroburgo nel 1880. Esordì con il ciclo Ante lucem(1898-1900), di cui facevano parte poesie pubblicate più tardi nel volume Versi sullaBellissima Dama(1905). In questi versi Blok, seguendo le dottrine del poeta filosofo Vladimir Solovjov (1853-1900), canta la quintessenza umana della femminilità eterna, invoca la Sposa celeste in un rapimento estatico, saturo di sensualità, di teneri sospiri, di sensazioni ineffabili.

   Il fallimento della rivoluzione del 1905 infranse nel poeta le speranze di un rinnovamento spirituale e politico della società, e a partire dal 1906 la sua voce rivela delusione e amarezza. L’ironia, unita a un sentimento di rivolta e di insofferenza, trova posto nella sua anima ormai libera dall’estasi e dai sogni giovanili.

   Nel dramma La baracca dei saltimbanchirappresentato a Pietroburgo nel 1906, egli deride con spietato sarcasmo, in un susseguirsi di immagini grottesche ed illusorie, le sue precedenti esperienze mistiche.

   Nei versi del ciclo Il mondo terribile, la Sposa celeste è ormai una creatura terrena, una prostituta. Pietroburgo è uno squallido aggregato di bettole fumose e sporche, di vecchi straccioni mendicanti, di vagabondi, di relitti alla deriva. Nel dramma La sconosciutail sacro tempio si trasforma in una casa di tolleranza.

   L’amore ideale, nebuloso, ormai svanito, lascia il posto all’amore per la Russia, che egli vede come entità concreta e divina, come una creatura sofferente.

   “La Russia resta sempre la stessa: un’entità lirica”, scriveva alla madre nel 1909, ed aggiungeva: “Qualunque cosa accada, essa resterà sempre la Russia dei sogni”.

   Da questo amore, dall’entusiasmo suscitato in lui dagli avvenimenti del 1917 e soprattutto dalle giornate di Ottobre, nacquero due poemi: I dodiciGli Sciti, entrambi scritti nel gennaio 1918.

   Blok sentì la “musica” della rivoluzione, presagì l’ineluttabilità del cataclisma che avrebbe spazzato via tutte le ingiustizie del “mondo terribile”, del vecchio mondo. Nei “Dodici” sono mirabilmente amalgamate le emozioni ed i presentimenti dell’imminente lotta sociale. Nei giorni in cui lavorava a questo poema, il poeta incontrò alcuni noti esponenti del partito comunista e così si espresse: “A voi interessa la politica, il partito, mentre noi poeti cerchiamo l’anima della rivoluzione. Essa è stupenda, e qui siamo tutti con voi”.

   A confermare il carattere “sacro” della rivoluzione appare in chiusura l’immagine del Cristo, quasi in contraddizione con tutto il contenuto del poema. Cristo che avanza davanti alle dodici guardie rosse, simboleggianti gli apostoli, è un puro simbolo poetico che sta ad esprimere la benedizione etico-religiosa della rivoluzione da parte del poeta. Tutto il poema è in movimento continuo, movimento irrefrenabile che ha un’unica direzione: “Avanti!”. La ricchissima gamma di contrasti lessicali, la sequela di immagini come lampi al magnesio, le dissonanze, gli elementi polifonici che si fondono in un’armonia superiore, tutto ciò concorre a creare quel ritmo incalzante, terribile, continuo e che si fa particolarmente solenne nelle strofe finali. In questa creazione il genio musicale e pittorico di Blok raggiunge il vertice.

   In seguito, passato l’ardente entusiasmo dei primi mesi della rivoluzione, oppresso e deluso dall’arido e pedantesco apparato burocratico che lo circondava, avvilito da difficoltà ed incomprensioni, il poeta si abbandonò ad un cupo pessimismo. Stanco e isolato si spense il 7 agosto del 1921.

I dodici

(Traduzione di Paolo Statuti)

1

Buia sera.

Neve bianca.

Vento,vento!

Le gambe sfianca.

Che bufera –

Sulla terra intera!

Di neve e vento

Un girotondo.

Ghiaccio è il fondo.

Bufera maledetta!

Ogni passante

Scivola – ah, poveretta!

Tra due case

Una fune è tesa.

Sulla fune – un cartello:

“Tutto il potere alla Costituente!”

Una vecchia piange – ahimé,

Non capirà mai cos’è,

Perché quel cartello.

Che spreco quel telo –

Quante pezze con quello

Per i piedi dei ragazzi vedo…

La vecchia, come una gallina,

Salta un mucchio di neve.

– Oh, Benedetta Madonnina!

– Coi bolscevichi la vita è breve!

Punge il vento!

Gelo maledetto!

Un borghese al crocevia

Cela il naso nel colletto.

E quello chi è? – Ha i capelli lunghi

E parla sottovoce:

– Traditori!

– Va la Russia al Creatore! –

Forse un letterato –

Un oratore…

E là con la zimarra –

In disparte vi tenete…

Passata è l’allegria,

Compagno – prete?

Ricordi com’era?

Sulla pancia sporgente

La croce splendeva

Per la gente…

Là una dama con l’astracàn

Ad un’altra s’è rivolta:

– Ah, che pianti, che pianti…

Ma è scivolata

Paff – che sederata!

Ahi, ahi!

Tiratemi su!

Vento allegro,

Tormenta e scherza.

Rivolta i lembi,

I passanti sferza,

Sbatte e strappa

Il grande cartello:

“Tutto il potere alla Costituente”…

E le parole porta:

…Abbiamo fatto una riunione…

…In questa costruzione…

…Abbiam discusso –

Abbiam deciso:

Dieci – per un’ora, venticinque – per la notte…

…Di meno – non accettare…

…Andiamo a riposare…

Tarda sera.

La strada è vuota.

Un vagabondo

Ha la schiena a ruota,

E sibila il vento…

Ehi, poveraccio!

Vieni qua –

Baciamoci…

Pane!

Chi va là?

Passa!

Cielo, nero cielo.

Rabbia, triste rabbia

Bolle in petto…

Nera rabbia, santa rabbia…

Compagno, sta’

In guardia!

2

Passeggia il vento, svolazza la bufera.

Va dei dodici la schiera.

Armati vanno avanti,

Intorno – fuochi, così tanti…

Berretto sgualcito, tra i denti – un mozzicone,

Sembran fuggiti dalla prigione!

Libertà, libertà,

E la croce via di qua!

Tra-ta-ta!

Compagni, che freddo cane!

– Vanja e Katja sono insieme…

– Nella calza i soldi tiene!

– Ricco Vanja è diventato…

– Era con noi e adesso è soldato!

– Vanja, figlio di puttana, suvvia,

Prova a baciare la mia!

Libertà, libertà,

E la croce via di qua!

Katja con Vanja è occupata –

Occupata a far cosa?..

Tra-ta-ta!

Intorno – fuochi, così tanti…

Avanti, sempre avanti…

Il passo sia rivoluzione!

Il nemico è pronto all’azione!

Compagno, coraggio, il fucile agguanta!

Spariamo sulla Russia Santa –

La Russia-icona,

Delle isbe,

Culona!

E la croce via di qua!

3

Oh, partirono i ragazzi,

Per servir la guardia rossa –

Per servir la guardia rossa –

E finire in una fossa!

Ah tu, amarezza,

Vita gentile!

Lacero il cappotto,

Austriaco il fucile!

Per la sorte dei borghesi

Mille fuochi sono accesi,

Fuoco, sangue e furore –

Oh, proteggici, Signore!

4

Neve. Grida il vetturino,

Vanja con Katja vicino –

La luce del fanale

Sulle stanghe…

Ah, ah, crepa!…

Nel cappotto militare

Un balordo egli pare,

Arriccia, arriccia

il baffo nero

E scherza a cuor leggero…

Vanja è così – forte e tenace!

Vanja è così – assai loquace!

La sciocca Katja abbraccia,

E a parlare attacca…

Getta indietro la testolina,

Denti come perline…

Oh, Katja, m’è sempre piaciuta

La tua faccia paffuta…

5

Sul tuo collo, Katja,

Lo sfregio d’un coltello.

Sotto il petto, Katja,

Hai un graffio novello!

Balla un po’, amore mio!

Che gambe, santo Dio!

Biancheria di pizzo portavi –

Portala ancora!

Con gli ufficiali trescavi –

Tresca, tresca anche ora!

Eh, eh, tresca adesso!

Il cuore salta in petto!

L’ufficiale, Katja, rammenti –

Non evitò una coltellata…

L’hai scordato, accidenti?

La memoria s’è offuscata?

Eh, eh, non negare,

A letto ti voglio portare!

Ghette cenere avevi,

Solo dolci raffinati,

Tra i cadetti tu sceglievi –

Ora  scegli tra i soldati?

Eh, eh, pecca allora, dai!

Più leggero il cuore avrai!

6

…Di nuovo passa come furia,

Il vetturino vola, urla, ingiuria…

Fermo! Andrjej, da’ una mano!

Corri dietro a quel marrano!…

Tra-tarara-ta-ta-ta-ta!

Quanta neve s’è levata!…

Scappa Vanja – il bellimbusto…

Alza il cane! Mira giusto!…

Tra-tarara! Or vedrai…

……………………………….

Le donne altrui più non avrai!…

E’ scappato! Aspetta, carogna,

Finirai in una fogna!

E Katja dov’è? – Morta ammazzata!

Ha la testa crivellata!

Katja, sei contenta? – Tu taci…

Come una bestia giaci!…

Il passo sia rivoluzione!

Il nemico è pronto all’azione!

7

 Va dei dodici la schiera,

Con passo deciso.

Il povero assassino

Si nasconde il viso…

Più veloce, senza fiato

Corre come un ossesso.

Lo scialle sul collo annodato –

Mai più sarà se stesso…

– Oh, compagno, sei afflitto?

– Hai la faccia smarrita!

– Pjetja, sembri un relitto,

Vorresti Katja in vita?

– Oh, compagni, ricordate,

Quella pupa io l’amavo…

Notti buie, ubriache

Con la pupa io passavo…

– Per lo sguardo audace

Dei suoi occhi di fuoco,

Per quel neo procace

Sulla spalla destra,

Io, balordo non poco,

Ahimé, ho perso la testa!

– Cane, vuoi sonare l’organetto,

Pjetja, sei forse una donnetta?

– O forse vuoi sputare

Tutto ciò che hai nel petto?

– Controllati, fai pena,

– Raddrizza la schiena!

– Nessuno ormai con te

Il suo tempo perderà!

Oggi più grave è il fardello

Che ciascuno porterà!

E Pjetja ha rallentato,

Or più non s’affretta…

La testa ha sollevato,

Or di nuovo lieto sembra…

Eh, ah!

Godere non è peccato!

Serrate ben le porte,

Verranno saccheggi e morte!

Aprite la botte –

Gli straccioni vanno a frotte!

8

Ah tu, amarezza!

Noia mesta,

Funesta!

Il tempo

Passerò, passerò…

La testa

Gratterò, gratterò…

Le sementi

Sguscerò, sguscerò…

Col mio coltello

Scannerò, scannerò!..

Vola, passerotto borghese!

Il sangue voglio bere

Per la mia bella,

Per le sue ciglia nere…

Pace, Signore, per l’anima della tua schiava…

Noia!

9

Tace la voce della città,

Il gendarme più non cammina,

Tace la torre sulla Nevà –

Non c’è più vino in cantina!

Il borghese al crocevia

Cela il naso nel colletto.

Un pelo irsuto lo strofina –

E’ un mite cane reietto.

Come il cane è affamato,

Tace, non fa domande.

Come il cane, il vecchio mondo

Ha la coda tra le gambe.

10

E’ scoppiata la tempesta,

Ovunque sconquasso!

Non vedi più una testa

A distanza d’un passo!

Di neve un grande anello,

Di neve un mulinello…

– Gesù, che bufera!

– Pjetja, sii sincero!

Da cosa t’ha protetto

Quel santume benedetto?

Svegliati finalmente,

Rischiara la tua mente –

Il sangue ti ha macchiato

Di Katja che hai amato!

– Il passo sia rivoluzione!

Il nemico è pronto all’azione!

Avanti, avanti ancora,

Chi lavora!

11

…E vanno senza nome di santo

Dodici fanti.

Decisi sono a tutto,

Senza rimpianti…

D’acciaio i fucili

Per il nemico nell’ombra…

I vicoli la bufera

Di neve inonda…

Nel soffice manto –

Lo stivale affonda…

Negli occhi è scossa

La bandiera rossa.

Lungo e invariato

E’ il passo cadenzato.

Si desterà

Il feroce nemico…

La tormenta li inghiotte

Giorno e notte

Senza tregua…

Avanti ancora,

Chi lavora!

12

…Vanno con passo gagliardo…

– Esci dalla tua tana! –

Davanti – il rosso stendardo,

Infuria la tramontana…

Davanti – un cumulo gelato,

– Chi va là? Fuori, carogna!…

E’ solo un cane affamato

Che si gratta la rogna…

– Via dai piedi, cane immondo,

O proverai la baionetta!

E a te, vecchio mondo,

La stessa fine spetta!

…Mostri i denti per la fame,

La tua coda nascondi,

Solo al mondo, senza pane…

– Chi va là? Ehi, rispondi!

– Chi è che regge lo stendardo?

– Oh, il cielo com’è scuro!

– S’ode un passo codardo,

Si cela dietro un muro.

– Fuggire or che vale?

Meglio vivo restare!

– Ehi, compagno, finirai male,

Mi costringi a sparare!

Tra-ta-ta! – L’eco soltanto

Dalle case risponde…

La bufera ride intanto

Tra le candide sponde…

Tra-ta-ta!

Tra-ta-ta…

…E vanno con passo gagliardo,

Dietro – un cane affamato,

Davanti – con lo stendardo

Di sangue imbrattato,

Dai proietti risparmiato,

Con passo dolce e lieve

Tra mille perle di neve,

Il capo ornato di cisto –

Chi li guida? – Gesù Cristo.

Abbandonatomi alla tormenta…

Abbandonatomi alla tormenta,

Nei tuoi occhi annego;

Nella fredda, stellata sfera

Siamo in bianchi sogni al gelo.

In una culla alata

Addormentati tra le nevi;

La melodia della bufera

Nelle mie strofe afferra.

Afferra la forza dell’invito

Dei vincenti giorni dell’inverno, –

Concediti alla tormenta,

In essa col cuore languendo!

1906-1907

(C) by Paolo Statuti.

Una poesia di Volodja Serebrennikov tradotta da Paolo Statuti

9 Ago

* * *

Con la luna, confusa nella melma,

attraverso il bosco, quasi celato,

scorreva il fiume come sonno di deserto,

di sabbia e calura colmato,

e la luce, come albero, dondolava

nell’acqua, semilatente,

girava, correva, non si fermava

e in nessun luogo era presente,

dietro il buio, come dietro una tenda,

mi tagliava il cammino

e si dileguava, come incallito

contrabbandiere e clandestino.

Il vento improvviso, come un calpestio,

ed era Dio non voglia –

credere all’esperienza e sapere

che era gialla ogni foglia.

(C) by Paolo Statuti

Doppie traduzioni di Paolo Statuti

13 Lug

     A volte, forse per il lento inevitabile offuscamento della mia materia grigia, a distanza di qualche anno, dimentico di aver già tradotto una determinata poesia, e così dalla mia testa esce una nuova versione. Se non erro è successo “solo” per due poesie di Fjodor Tjutčev, una poesia di Anna Achmatova e una di Bella Achmadulina. Ho pensato di proporre ai miei lettori queste mie “distrazioni”, perché può essere interessante constatare come lo stesso traduttore, non volendo, possa tradurre la medesima poesia in modo diverso.

Fjodor Tjutčev

Silentium!

Taci e nascondi se puoi
I sentimenti e i sogni tuoi!
Che dal fondo del tuo cuore
Essi spuntino con splendore,
Come di notte le stelle:
Taci e ammirali come perle.
Come a un cuore ti puoi scoprire?
Come un altro ti può capire?
Capirà come vivi davvero?
Il pensiero detto non è più vero.
Scavando offuschi le fonti:
Cibati e il pensiero nascondi!
In te stesso vivi da solo!
Nell’animo hai tutto un mondo
Di occulti e incantati pensieri;
Li soffoca il chiasso esteriore,
La luce del giorno li acceca:
Ascolta il loro canto e taci.

Silentium!

Taci, cèlati e nascondi

I tuoi sentimenti più profondi,

Che nel fondo del tuo cuore

Brillano e fuggono alle prime ore,

Silenti, come stellari faci –

Sappi ammirarli e taci.

Come il tuo animo si mostrerà?

Come ad un altro si svelerà?

Di che tu vivi saprà capire?

Pensiero espresso è già mentire.

Sappi le fonti pure mantenere,

Sappi nutrirti di esse e tacere.

Sappi vivere solo in te stesso!

In te c’è un intero universo

Di pensieri magici e arcani

Che il rumore esterno rende vani,

Che la luce del giorno non fa vedere –

Sappi ascoltarne il canto e tacere!..

1830

Sera autunnale

C’è nella luce delle sere autunnali
Un amorevole, misterioso addio…
Un sinistro bagliore, degli alberi le tinte.
Delle foglie porporine il lieve fruscio;
L’azzurro velato e silenzioso
Sulla terra orfana tristemente,
E, come presagio di vicine tempeste,
A volte un vento freddo e veemente;
Languore, spossatezza, e su tutto
Quel dolce sorriso dell’appassimento,
Che in un essere ragionevole si chiama
Il nobile pudore del patimento.

Sera d’autunno

Nel chiarore delle sere autunnali
C’è un dolce misterioso incanto:
Il tetro brillìo degli alberi screziati,
Il mesto fruscìo delle foglie amaranto.
L’azzurro offuscato e silenzioso,
Sulla terra che orfana diventa,
E, come presagio di vicine bufere,
A volte un freddo impetuoso vento.
Stanchezza, sfinimento – e su tutto
Il mite sorriso dell’appassire,
Che in un essere ragionevole si chiama
Il nobile pudore del soffrire.

1830

Anna Achmatova

Ascoltando la musica

Di nuovo mi giunge la polonése di Chopin,

O mio Dio! – quanti ventagli

E occhi abbassati e dolci volti,

Ma è vicina e fruscia l’infedeltà.

L’ombra della musica è balenata

Ma non ha turbato il verde lunare.

Oh, quante volte qui mi sono sentita gelare

E qualcuno terribile alla finestra mi salutava.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

E’ pauroso lo sguardo delle statue senza nasi,

Ma lasciami e per me non lottare

E non pregarmi così amaramente.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

E una voce dell’anno tredici

Di nuovo grida: sono qui, di nuovo tuo…

A me non serve la fama e la libertà,

Troppe cose conosco…ma tace la natura

E aleggiò una tombale umidità.

Con la musica

La polonése di Chopin di nuovo sta passando,

O mio Dio! – quanti ventagli

E tenere labbra e sguardi chinati,

Ma è vicino e fruscia il tradimento.

L’ombra della musica alla parete è balenata,

Ma il verde lunare non ha turbato.

Oh, quante volte io qui mi freddavo

E qualcuno orrendo alla finestra mi salutava.

……………………………………………….

E’ orribile lo sguardo di statue senza nasi,

Ma vattene e non lottare per me,

Non pregare per me così amaramente.

……………………………………………….

E la voce del tredicesimo anno

Di nuovo grida: sono qui, di nuovo tuo…

Non m’importa la libertà, né la gloria,

Troppo io so… ma tace la natura

E ha soffiato l’umidità sepolcrale.

1957 Komarovo

Bella Achmadulina

La mazurca di Chopin

Quale sorte ci aspettava,

che fortuna ci è toccata,

quando il disco rotante

solo lui ci separava!

All’inizio con sibilo, esilmente,

come biscia tolta alle pietre,

ma il viso di Chopin mostrava

sempre più evidente.

Ed esile come provetta

che contiene acqua azzurra

era lì la fanciulla-mazurca

e scoteva la testa.

Ma come così fragile e perché,

con quel bianco visino polacco,

lei comprese le mie tristezze

e le prese tutte su di sé?

Tendeva le braccia e lontano

scompariva lasciando

concentrati quei suoni

nel disco rigato dall’ago.

La mazurca di Chopin

Quale sorte ci è capitata,

che fortuna ci riservava,

quando niente ci divideva,

tranne il disco che girava!

Dapprima un lieve sibilo,

come biacco dai sassi respinto,

ma il viso di Chopin

era sempre più distinto.

E sottile come una buretta,

immersa in un liquido amaranto,

c’era la fanciulla-mazurca,

la testolina dondolando.

come poteva con quelle spallucce

e la bianca faccetta dimessa,

apprendere i miei tormenti

e prenderli su di essa?

Mi ha teso le braccia

e poi mi ha lasciato,

avendo concentrato i suoni

nel cerchio dall’ago tracciato.

(C) by Paolo Statuti

Sergej Esenin: “La confessione di un teppista” tradotta da Paolo Statuti

24 Apr

Non tutti sanno cantare,

Non tutti sanno come una mela

Cadere ai piedi altrui.

Questa è la più grande confessione

Che un teppista possa fare.

Io vado spettinato a bella posta,

La testa sulle spalle come lume a petrolio.

L’autunno sfrondato delle anime vostre

Mi piace nell’oscurità illuminare.

Mi piace quando le pietre delle ingiurie

Mi colpiscono, come grandine di bufera ruttante,

Io allora stringo più forte con le mani

Della mia chioma la vescica ondeggiante.

È così bello allora ricordare

Lo stagno coperto d’erba e la voce roca dell’ontano,

Là dove vivono mio padre e mia madre,

Che se ne fregano di ciò che scrive la mia mano,

Ai quali io sono caro come il campo e la carne,

Come la pioggia che in primavera rende soffice il prato.

Essi verrebbero a infilzarvi col forcone

Per ogni insulto che mi avete lanciato.

Poveri, poveri contadini!

Voi, certo, vi siete imbruttiti

E temete Dio e lo spirito palustre.

Oh, se voi solo capiste

Che vostro figlio in Russia

È il poeta più illustre!

Non si coprivano di brina i vostri cuori

Quando bagnava i piedi nudi nelle pozze autunnali?

Adesso egli cammina col cilindro

E costosi stivali.

Ma vive in lui lo stesso spirito scherzoso

Del campagnolo birichino.

A ogni mucca sull’insegna delle macellerie

Già da lontano lui fa un inchino.

E, incontrando i cocchieri sulla piazza,

Ricorda i campi e l’odore del letame,

Ed è pronto a reggere la coda di un cavallo,

Come la coda di un abito nuziale.

Io amo la patria.

Io amo molto la patria!

Benché coperta di tristezza come quercia rugginosa.

Mi piacciono i grugni sudici dei maiali

E il verso sonoro dei rospi nella notte silenziosa.

Sono dolcemente malato di ricordi dell’infanzia,

Sogno la nebbia e delle sere d’aprile ogni ora.

Il nostro acero si accovacciava

Per scaldarsi al fuoco dell’aurora.

Oh, quante uova dai nidi delle cornacchie

Io rubavo, arrampicandomi su di esso!

È sempre com’era, con la corona verde?

E la corteccia è dura ancora adesso?

E tu, mio caro,

Fedele cane pezzato?!

La vecchiaia ti ha reso ceco e brontolone,

Ti trascini nel cortile con la coda ciondoloni,

Col fiuto non trovi più la porta né la stalla.

O, come sono care tutte le scappatelle,

Come quando a mia madre una crosta di pane rubavo,

E insieme un morso ciascuno

Senza imbrogliare la mangiavamo.

Io sono quello di sempre.

Il mio cuore è sempre lo stesso.

Come nella segala i fiordalisi, fioriscono gli occhi come viole.

Stendendo di versi stuoie dorate,

Ho voglia di dirvi tenere parole.

Buona notte!

Buona notte a voi tutti!

Ha smesso di sonare nell’erba la falce dell’alba…

Oggi ho una gran voglia

Di pisciare sulla luna dalla finestra.

O luce azzurra, luce così azzurra!

In questo azzurro neanche morire è un dispiacere.

Che importa se sembro un cinico

Che si è messo una lanterna sul sedere!

Buon, vecchio, stremato Pegaso,

Ho forse bisogno dei tuoi soffici trotti?

Sono arrivato come severo maestro,

A decantare e glorificare i ratti.

Come agosto, la mia zucca versa

Il vino dei burrascosi capelli.

Voglio essere una vela gialla

Verso il paese dove navighiamo.

Novembre 1920

(C) by Paolo Statuti

Afanasij Fet (1820-1892)

31 Mar

Poesie tradotte da Paolo Statuti

* * *

Come moscerini all’alba,

Di suoni alati un turbinare;

Un dolce amabile sogno

Nel cuore vorrebbe restare.

Ma il fiore dell’ispirazione

È triste tra le spine abituali;

Aspirazioni passate e lontane

Sono come barlumi serali.

Ma il ricordo del passato,

Sgomento nel cuore ancora cova…

Oh, potessi con l’anima esprimermi

Senza dire una sola parola!

*  *  *

Un sussurro, un timido respiro,

I trilli dell’usignolo, l’argento

E il quieto ondeggiare

Di un ruscello sonnolento,

La luce notturna, le ombre notturne,

L’ombra incessante;

Una serie di magici mutamenti

Di un diletto sembiante.

Porpora di rosa in nuvole di fumo,

Barlume di ambra,

E baci, e lacrime

E l’alba, l’alba!..

*  *  *

Che frescura sotto il folto tiglio –

I raggi dell’afa qui non sono entrati,

E a migliaia pendono su di me

E oscillano ventagli profumati.

E là, lontano, brilla l’aria ardente,

Cullandosi, come se appisolata.

Stridente e secca, come narcotico

La voce dei grilli continua immutata.

Dietro i rami le volte azzurre del cielo,

Come leggermente di fumo velate,

E, come sogni della natura che riposa,

Le nubi passano e ripassano a ondate.

(C) by Paolo Statuti