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Michail Lermontov: 5 nuove versioni di Paolo Statuti

26 Mag

 

 

                   *  *  *

Come fiamma di stella filante

Per il mondo non servo a niente.

Il cuore come pietra è pesante,

Eppure sotto c’è un serpente.

 

L’ispirazione mi ha salvato

Da ogni frivola vanità;

Ma all’anima non sono scampato

Neanche nella felicità.

 

La felicità che ho implorata,

Alfine è giunta ma, ahimé,

Essa pesante è diventata,

Come la corona per il re.

 

Ho ripudiato i sogni che avevo,

Ed ora vivo solitario –

Come di un vuoto cupo maniero

Il miserevole proprietario.

1832

 

Russalca

                            1

Nel fiume turchino russalca nuotava,

E la luna piena l’illuminava;

Cercava di spruzzare fino alla luna

Delle onde l’argentata schiuma.

 

 

                        

                           2

Il fiume scrosciava e si torceva

Cullando le nubi che rifletteva;

Russalca cantava e le sue parole

Giungevano alle ripide prode.

 

                          3

E lei cantava: «Nei nostri fondali

C’è il bagliore dei raggi solari;

Ci sono pesci dorati e perfino

Città di vetro cristallino.

 

                          4

Là, su un cuscino di sabbia, disteso,

All’ombra di un folto canneto,

Dorme preda della gelosia dell’onda

Un guerriero di una lontana sponda.

 

                          5

Amiamo i ricci di seta pettinare

Quando scende il buio serale,

E nelle ore del giorno la fronte

Baciare del bel giovane più volte.

 

                          6

Ma ai baci ardenti, non ho mai saputo

Perché, rimane gelido e muto;

Egli dorme e col  capo sul mio petto

Non respira e mai parola ha detto!…

 

                          7

Così cantava sul fiume azzurro

Ricolma di travaglio oscuro;

E il fiume tumultuoso scorreva

Cullando le nubi che rifletteva.

1832

 

 

 

Ci lasciammo

 

Ci lasciammo; ma il tuo ritratto

Io custodisco sul mio petto:

Vaga ombra di anni migliori,

All’anima mia reca diletto.

 

Sono preda di nuove passioni,

Ma esso è rimasto ancora mio:

Così un tempio vuoto – resta un tempio,

E un idolo abbattuto – resta dio!

1837

 

Noia e tristezza

Noia e tristezza, nessuna mano tesa

Quando c’è inquietudine nel cuore…

Desiderare è una vana pretesa…

Gli anni passano – il tempo migliore!

 

Amare…ma chi?…per poco – a che è valso?

Amare in eterno chi mai potrà?

Ti guardi dentro – il passato è scomparso:

La gioia, il tormento, tutto è futilità…

 

E la passione? – Una dolce affezione

Che prima o poi il senno risana;

E la vita, se osservi con attenzione,

E’ una burla vuota e balzana.

1840

 

 

 

 

 

Da solo mi metto in cammino…

Da solo mi metto in cammino;

Nella nebbia il selciato splende;

Silenzio. Il deserto ascolta dio,

E stella con stella s’intende.

 

Il cielo è mirabile e solenne!

Dorme la terra nell’azzurro manto…

Perché questo dolore e stento?

Qualcosa aspetto o qualcosa piango?

 

Dalla vita più niente mi aspetto,

E non ho rimpianti del passato;

Io cerco libertà e pace!

Vorrei non pensare, addormentato!

 

Non nel freddo sonno della tomba…

Sarò felice se dormiranno

Le forze vitali nel mio petto,

E il petto respirerà senza affanno;

 

Se notte e giorno al mio udito

La voce dell’amore giungerà,

E su di me una verde quercia,

Chinandosi, per sempre stormirà.

 

1841

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

“Il novizio” di M. Lermontov tradotto da Paolo Statuti

23 Mag

Ai lettori del mio blog offro oggi la mia versione del celebre poema “Il novizio” di M. Lermontov. Buona lettura e un caro saluto.

 

 

 

Michail Jur’evič Lermontov

 

Mcyri (1)

                                                         Ho gustato con la punta del bastone un po’ di miele,

                                                         e già devo morire.  (1 Re)

1

 

Sappiate che alcuni anni orsono,

Là dove unendosi con un tuono,

Si abbracciano come due parenti

Di Aragva e Kurà le correnti,

C’era un convento. Da oltre il monte

Anche adesso il viandante scorge

Le colonne della porta lesa,

Le torri e la volta della chiesa;

Dove più non si spande il denso

Profumato fumo dell’incenso,

Non si ode il canto a tarda sera

Di chi leva per noi una preghiera.

Solo un vecchio prossimo alla fine,

Custodisce ora le rovine,

Da tutti e dalla morte obliato,

Cura il cimitero impolverato

Che narra le glorie del passato,

E la storia di quel sovrano

Che ormai lo scettro aveva invano,

E allora senza esitazione

Lasciò alla Russia la sua nazione.

————

E Dio la Georgia benedì!

E da allora quel paese fiorì

All’ombra di fragranti giardini,

Senza più temere i nemici,

Protetta da fucili amici.

——————

(1) Mcyri nella lingua georgiana significa «monaco non ancora ordinato», una sorta

di «novizio». (Nota di M. Ju. Lermontov).

2

Un giorno un russo generale,

Di ritorno nella capitale,

Portava con sé in servaggio

Un fanciullo malato, che al viaggio

Arduo non aveva resistito.

Poteva avere sei anni; spaurito

E selvaggio come un cerbiatto,

Come giunco flessibile al tatto.

Ma allora il tormentoso male

Destò in lui la forza ancestrale

Degli antenati. Senza lamento

Egli soffriva e nessun pianto

Dalle sue labbra infantili usciva,

Con un gesto il cibo respingeva

E in silenzio e altero si spegneva.

Un monaco mosso a compassione

Offrì a lui la sua protezione,

E tra le mura di un convento

Trovò rifugio e salvamento.

Gli svaghi infantili non amava,

Dapprima da tutti si straniava,

Solo e silenzioso vagando,

Guardava l’oriente sospirando,

Afflitto da oscura nostalgia

Per la lontana terra natia.

Poi alla sua prigione si abituò,

Il linguaggio straniero imparò,

Da un santo padre fu battezzato

E ai voti era già preparato,

Lontano dal mondo chiassoso,

Come giovane e pio religioso,

Quando all’improvviso una notte

Sparì. Con la sua nera coltre

Il bosco copriva i monti e il piano.

Tre giorni lo cercarono invano

E finalmente lo trovarono

Nella steppa, stordito e sgomento.

E lo riportarono al convento.

Era così pallido e smagrito,

Debole quasi avesse patito

Un male o la fame più nera,

Alle domande non rispondeva

E tutte le sue forze perdeva.

E ormai era prossimo a spirare;

Allora un frate prese a pregare

Ardentemente esortandolo;

E il giovane il capo sollevando,

Orgoglioso con queste parole

A quel pietoso frate rispose:

3

 

«Sei giunto qui per compassione

A udire la mia confessione.

Ti ringrazio. E’ sempre bene

Alleviare il petto dalle pene

Confidandosi con qualcuno;

Non ho fatto male ad alcuno,

Perciò che vi giova ascoltarmi,

Posso mai l’anima mia svelarvi?

Poco ho vissuto e in una prigione.

Per due una sola stagione,

Ma ricolma di angosce amare,

Io darei se lo potessi fare.

Mi ha dominato un solo pensiero,

Una sola impetuosa brama:

Come un verme in me celata,

Mi ha roso l’anima e l’ha bruciata.

Essa i miei sogni chiamava

Dalle preghiere e invitava

Nel magico mondo di lotte,

Dove nelle nubi si celano le rocce

E l’uomo è libero come uccello.

Io questa brama nel mio avello

Ho nutrito di pianto e tormento;

Davanti al cielo in questo momento

Con forza la confesso di nuovo

E per essa non chiedo perdono.

4

 

O vecchio! più volte ho sentito

Che alla morte mi hai rapito –

Perché mai?…Tenebroso e solo

Come foglia caduta al suolo,

Crebbi tra queste mura oscure.

Nel mio animo come bambino

E monaco per mio destino.

Mai pronunciai le parole sante

«Padre» e «madre» un istante.

Certo, o vecchio, invano eri contento

Ch’io dimenticassi nel convento

Queste parole – prezioso dono,

Di cui mi ha cullato il dolce suono.

Altri avevano patria, un focolare,

Per me nulla potevo trovare,

Nemmeno una pietra sepolcrale!

Allora senza inutile pianto

A me giurai questo soltanto:

Che per un attimo, non so quando,

Il mio petto che arde da tanto

A un altro stringere con bramosia,

Anche ignoto, ma della terra mia.

Ma, ahimé! questi sogni adesso

Di godere non mi è concesso ,

Sono morti al loro fiorire,

Schiavo e orfano dovrò morire.

                           5

 

No, la tomba non mi spaventa,

Là dove dorme la sofferenza

Nella fredda quiete infinita,

Ma non voglio lasciare la vita.

Sono giovane, giovane…Ma tu

Conosci i sogni della gioventù?

Non sai o hai dimenticato

Come hai odiato e amato;

Come il cuore in petto esultava

Vedendo il sole che brillava

Dall’alto di una torre avvolta

Dall’aria fresca e, dove talvolta,

In un profondo foro nel muro,

Un colombo si cela al sicuro,

Figliolo di terra straniera,

Spaventato dalla bufera?

Dalle bellezze del mondo affranto,

Tu, ormai così debole e stanco,

Non sei più spinto dai desideri.

Che importa? Tu sei quello di ieri!

Puoi scordare ciò che hai avuto,

Tu vivesti, – anch’io avrei potuto!

                           6

 

Tu vuoi sapere cosa io scorsi

In libertà? – Campi rigogliosi,

Colli dagli alberi coperti,

Cresciuti intorno come serti,

In lieta compagnia fruscianti

Come fratelli in cerchio danzanti.

E masse di rocce annerite,

Quando il torrente le divide,

E ciò che pensavano indovinai:

Il cielo questa sorte mi rese!

Da tempo nell’aria sono tese

Le braccia di pietra e anche adesso

Si tendono e bramano l’amplesso;

Ma passano gli anni, come tu sai,

Ed esse non si riuniranno mai.

E ancora ho visto creste montuose

Come visioni misteriose,

Quando nell’ora mattutina

Fumavano come tante are

Le cime nell’aria turchina,

E nube dietro nube lasciare

Insieme il loro asilo presente,

Dirigendosi verso oriente –

come una bianca carovana

Di uccelli da una terra lontana!

E ho visto nella nebbia distante

Il Caucaso come un diamante,

Il Caucaso possente e canuto;

E il mio cuore per un minuto

Si è fatto leggero e festante.

E in segreto io mi dicevo

Che un tempo anch’io là vivevo,

Nella mia memoria ricordavo

E il passato era sempre più chiaro…

                           7

 

Ricordai il mio paterno tetto,

La nostra forra e come un tappeto

L’aul disteso tutto intorno;

Il rombo dei cavalli al ritorno,

E la sera, ormai più lontani,

Il noto abbaiare dei cani.

E rammentai i vecchi abbronzati,

Dalla luna più illuminati,

Seduti con le facce comprese

Nell’unica piazza del paese;

E le belle guaine luccicanti

Dei lunghi pugnali…a me davanti,

Come in sogno in ordine impreciso,

Tutto questo apparve all’improvviso.

E mio padre? Egli come vivo,

E come per lottare vestito,

Mi apparve e allora ricordai

Il bagliore del suo fucile,

Lo sguardo severo e virile,

E le giovani mie sorelle…

I loro occhi come stelle,

Le parole e i volti raggianti

E sulla mia culla i loro canti…

Là un torrente scrosciava in fondo

Al burrone, ma poco profondo;

E sulla riva dorata giocondo

Me ne andavo a giocare a mezzodì

E le rondini seguivo da lì,

Quando prima dei temporali

Sfioravano l’onde con le ali.

E ricordai la casa serena,

E davanti al camino la sera

Raccontavamo come viveva

Nei tempi passati la gente,

Quando il mondo era più attraente.

                           8

 

Ecco come ho passato il mio tempo

Fuori da questo sacro convento:

Tre giorni di vita così lieta!

Senza essi sarebbe più tetra

Della tua vecchiaia, o anacoreta.

Io prefisso mi ero da tanto

Di ammirare i campi distanti,

Della terra scoprire gli incanti,

Sapere se liberi o reclusi

Noi siamo nati e siamo vissuti.

E in una notte spaventosa,

Quando la tempesta furiosa

Vi atterriva e intenti a pregare

Eravate davanti all’altare,

Io son fuggito. Oh, la procella

Per abbracciare come sorella!

Dietro alle nuvole correvo,

Con la mano il fulmine coglievo…

Dimmi, tra queste mura, ahimé,

Cosa potevate darmi, anziché

L’amicizia breve eppur vera

Tra un cuore impetuoso e la bufera?…

                           9

 

Correvo. Dove andavo, dov’ero?

Non so! Non una stella nel cielo

Illuminava la strada scura.

Con sublime gioia respiravo

Nel mio affranto, tormentato petto

Dei boschi la soave frescura,

Niente più! Corsi con diletto

E alfine stanco mi coricai

Tra alte piante e ascoltai:

Di certo nessuno m’inseguiva.

La tempesta ormai era finita.

Una bianca luce mi appariva,

Tra cielo e terra si stendeva

Qual ricamo di seta e lontane

In essa le cime montane;

Giacevo silenzioso e immoto.

A tratti uno sciacallo remoto

Piangeva come un infante,

E brillando come diamante,

Una serpe strisciava su un muro;

Ma io mi sentivo al sicuro:

Come bestia, anch’io alla gente

Ero estraneo come un serpente.

                           10

 

Un torrente in basso alla mia destra

Rumoreggiava, dalla tempesta

Ingrossato, e il suo fragore

Era simile a umano clamore.

Anche senza affatto parlare,

Quel colloquio m’era familiare,

L’eterna disputa e il mormorare

Col caparbio ammasso di pietre.

Ora risonava nella quiete,

Ora taceva tutto a un tratto;

Ed ecco nella nebbia in alto

Un coro di uccelli risonò,

E l’oriente intero s’indorò;

Un vento leggero da levante

Agitava le roride piante;

Si mossero i fiori nel sonno,

Ed anche io, incontro al giorno

Levai il capo guardandomi intorno;

Provai spavento, non lo nascondo:

Giacevo su un abisso profondo

Dove scorreva un’onda rabbiosa,

Vidi anche una scala rocciosa,

Percorsa dal demone soltanto,

Quando, precipitato dall’Alto,

Disparve nell’infernale antro.

                           11

 

Un giardino divino a me intorno

Di piante iridescenti adorno,

Con tracce di celestiale pianto,

E ricci di vite come un manto

Avvolgevano alberi e liane

Col verde diafano del fogliame;

E i grappoli , a ciondoli preziosi

Simili, pendevano orgogliosi,

E sopra di essi ogni tanto

Volavano gli uccelli esitando.

Mi ritrovai a terra disteso

E di nuovo l’orecchio ho teso

A voci che non ho compreso;

Sonavano magiche e in segreto

Tra i rovi, come togliendo il velo

Ai misteri di terra e cielo;

Tutte le voci della natura

Eran lì, non mancava nessuna

Nell’ora solenne del peana

– Soltanto l’altera voce umana.

Tutto ciò che provai in quel momento

E i pensieri – tutto è ormai spento;

Ma lo vorrei ancora narrare,

Nella mente farlo tornare.

Quel giorno il cielo era così puro,

Che un occhio attento avrebbe potuto

Il volo di un angelo seguire;

Era così fondo e cristallino,

Era colmo d’identico turchino!

In esso con l’animo e lo sguardo

Io annegai, finché il caldo

Al mio sognare non pose fine,

E la sete non si fece sentire.

                           12

 

Dall’alto allora verso il torrente

Tenendomi agli arbusti pendenti,

Di lastra in lastra, come potevo,

Io lentamente e cauto scendevo.

Di tanto in tanto si staccava

Da sotto i piedi un sasso e piombava,

Lasciando dietro un solco fumante;

Poi risonava saltellante,

Finché non scompariva nel gorgo;

Pendevo sull’abisso profondo,

Ma una giovane vita è forte

E non mi spaventava la morte!

Appena sceso da quell’altezza,

Dell’acqua montana la freschezza

Sentii accarezzarmi il viso,

E in essa mi gettai deciso.

A un tratto – dei passi silenziosi…

Io tra gli arbusti mi nascosi,

Colto da improvviso tremore,

Levai lo sguardo con timore

E presi ad ascoltare attento:

Un vicino e dolce accento

Di giovane voce georgiana,

Così naturale esso era,

Così libero e grato mi giungeva,

Come se amici nomi soltanto

Lei pronunciasse nel suo canto.

Esso era semplice, ma nella mente

S’è insinuato e quando scende

L’oscurità mi risuona lieto,

Cantato da spirito segreto.

 13

 

Reggendo la brocca sulla testa,

La georgiana per una stretta

Viottola scendeva agile, diretta

Alla riva del fiume e scendendo

Ogni tanto inciampava ridendo.

E il suo abito era modesto

E camminava con passo lesto,

Le lunghe falde del suo velo

Scostando. Il suo viso e il seno

La grande calura dell’estate

Ricopriva di ombre dorate;

Eran rosse le guance e la fronte

E le pupille così profonde,

Così colme di segreti d’amare,

Che si turbò il mio pensare.

Ricordo la brocca che sonava

Quando il getto d’acqua vi entrava,

Scorrendo in essa allegramente,

E un fruscio…null’altro nella mente.

E quando mi destai dal torpore

E il sangue si riversò dal cuore,

Lei, ahimé, era ormai lontana;

Tranquilla e snella camminava,

Portando il suo peso sulla testa,

Come il pioppo, re della sua terra!

Non lontano dalla nebbia fasciate,

Due casupole come inchiodate

Alla roccia, come coppia amica;

Dal piatto tetto d’una di esse

Un fumo azzurrino saliva.

E vedo come fosse adesso

Che pian piano si apre un ingresso…

E di nuovo torna a chiudersi poi!…

Io lo so, tu capire non puoi

La mia tristezza e malinconia;

E se tu provassi com’essa sia,

Io mi dorrei, dunque è meglio per te

Che il loro ricordo muoia con me.

                           14

 

Stremato dalle notturne ore

Alfine un sonno consolatore

Mi chiuse gli occhi all’improvviso…

E di nuovo in sogno ho rivisto

Della georgiana il giovane volto.

E da una strana tristezza colto

Di nuovo mi si strinse il cuore.

E a lungo provai a respirare –

E mi svegliai. La luna intanto

Splendeva e una nube soltanto

Furtivamente la seguiva,

Come preda alla quale ambiva,

Pronta a un abbraccio bramoso.

Il mondo era buio e silenzioso;

Soltanto come frangia argentata

La vetta d’un monte innevata

Davanti a me splendeva lontano,

E le sponde lambiva il torrente.

Nella stessa casetta  in quel mentre

Un focherello andava e veniva:

Così in cielo  di notte finiva

Di brillare d’una stella il raggio!

Volevo…ma mi mancò il coraggio

Di salire. L’unica mia meta

Era rivedere la mia terra –

Solo questo volevo e soffocai

La fame come non potrei mai.

e mi misi di nuovo in cammino

Silenzioso e intimidito.

Ma presto nel folto boschivo

Dei monti ho perso la veduta

E la mia strada ho perduta.

                           15

 

Invano a volte infuriato

Strappavo con gesto disperato

Il pruno dall’edera nascosto:

Intorno c’era solo il bosco,

Sempre più folto e spaventoso,

E il buio della notte bramoso

Con milioni di occhi guardava

Attraverso il muro frondoso…

Poi cominciò a girarmi il capo;

Sugli alberi mi arrampicavo,

Ma fino alla volta celeste

C’eran sempre del bosco le creste.

Allora a terra precipitai

E con furore singhiozzai.

Il petto della terra mordevo

E il mio pianto sulla terra bagnata

Scorreva come ardente rugiada…

Ma, credimi, l’aiuto umano

Non volevo…Sempre fui estraneo

Alla gente…come una belva;

E se anche soltanto un grido

Mio malgrado mi avesse tradito,

Mi sarei tolto la favella.

                           16

 

Quando ero un fanciullo sereno

Io non conobbi mai il pianto;

Ma qui io piansi senza freno.

Chi poteva vedermi? Soltanto

Il bosco cupo e la luna in alto!

Rischiarata dalla luna piena,

Coperta di muschio e di arena,

Cinta da impenetrabile muro

Davanti a me, io te lo giuro,

A un tratto vidi una radura.

E in essa due fuochi e un’ombra scura,

Un fascio di faville si alzava,

E vidi una belva che balzava

Dal folto, e poi sulla rena supina

Giocava come una bambina.

Regina del deserto essa era –

L’eterna possente pantera.

Rodeva un osso mugolando;

Lo sguardo sanguigno volgendo

Alla luna piena e, frattanto,

Il suo pelo si faceva d’argento.

Afferrato un ramo forcuto

Attesi dello scontro il minuto;

A un tratto la brama di lottare

E il sangue mi bruciarono il cuore…

Sì, la mano del mio destino

Mi ha imposto un altro cammino…

Ma oggi dico senza timore,

Che nella cara terra avita

Avrei avuto un’eroica vita.

                           17

 

Attesi. Nel buio notturno

Essa il nemico fiutava e un urlo

Prolungato, come un lamento,

Risonò improvviso, con rabbia

Prese poi a scavare la sabbia,

Si rizzò minacciosa e si chinò,

Il primo salto il cuore mi gelò

E vidi della morte il viso…

Ma il mio colpo l’ha preceduta,

Esso fu rapido e preciso.

Il mio bastone come una scure

La larga e forte fronte le spaccò,

E come un uomo si lamentò.

Cadde a terra. Ma dopo un istante,

Malgrado la fronte sanguinante,

Come un’ondata minacciosa

La lotta riprese impetuosa!

                           18

 

Essa si slanciò sul mio petto,

Ma in gola le infilai più lesto,

Con un vero colpo da maestro,

La mia arma…Con un urlo straziante

Si gettò con le forze rimaste,

Allacciati come due anelli,

Abbracciati come fratelli,

Cademmo insieme e sul terreno

La lotta riprese senza freno.

Ma anche io in quel momento,

Come la pantera del deserto,

Ero selvaggio e cattivo,

Come essa ardevo e ruggivo,

Quasi fossi nato da una belva,

Sotto il fresco tetto d’una selva.

Era come se la lingua umana

Avessi a un tratto dimenticata,

E scagliai un terribile grido,

Come se da quand’ero bambino

Fossi avvezzo a quel suono felino…

Ma il mio nemico ormai cedeva,

Si agitava, il respiro perdeva,

Mi strinse per l’ultima volta…

Ma la sua vista era stravolta,

Ancora un lampo e finalmente

Essa si spense completamente;

Ma col suo nemico vincente

Aveva incontrato la morte,

Come si addice a un milite forte!…

                           19

 

Sul petto le tracce son restate

Delle sue unghie affilate;

Sono ancora aperte le ferite,

Ma della terra il manto mite

Ad esse sollievo porterà,

E la morte per sempre sanerà.

Ad esse allora non detti peso,

E, dopo essermi ripreso,

Nel bosco mi rimisi in cammino…

Ma invano lottai col mio destino:

Esso mi derideva perfino!

20

 

Uscii dal bosco. Il giorno si destava

Nel suo splendore e cessava

La danza degli astri del commiato

Nella sua luce. Il bosco annebbiato

Parlava. Da un aul lontano

Il fumo si levava. Un vago

Rombo era portato dal vento…

Mi sedei prestando ascolto attento;

Poi tornò un silenzio profondo.

Io rivolsi lo sguardo intorno:

Mi sembrava un paese a me noto.

E provai spavento e delusione

D’esser di nuovo nella prigione;

Ero lì, ahimé, nuovamente,

Dopo aver sognato vanamente,

Dopo aver sopportato e sofferto,

E mi chiesi: perché tutto questo?…

Perché giovane ed errabondo,

Gettato appena uno sguardo al mondo,

Nel sonoro mormorio del bosco

Lieto della libertà che conosco,

Dovessi portare con me sotterra

La nostalgia della mia terra,

Delle speranze la deplorazione

E della vostra pietà il disonore!…

Ancora, dall’incertezza roso,

Pensavo fosse un sogno mostruoso…

Ma ecco il suono d’una campana

Mi giunse all’orecchio lontana –

E allora tutto si fece chiaro…

Oh! lo riconobbi all’istante!

Più volte dai miei occhi d’infante

Aveva cacciato i seducenti

E vividi sogni dei parenti,

Della terra libera e stepposa,

D’una cavalla agile e impetuosa,

Di scontri tra pareti rocciose

Dove io solo ero il vincitore!…

Era come se uno sconosciuto

Con un ferro avesse battuto

Nel mio petto il tormentato cuore.

E allora ebbi un vago sentore

Che non avrei mai più varcato

Le porte del mio paese amato.

                           21

 

Sì, ho meritato la mia sorte!

Un cavallo veloce e forte,

Sbalzato un cattivo cavaliere,

Da lungi verso le sue frontiere

Troverà diretta e breve via…

E io al suo confronto? – di nostalgia

Invano il mio petto è ripieno,

Di un ardore impotente e alieno,

Di sogno, di male della ragione.

Su di me un marchio la prigione

Ha lasciato…Tale è il fiore

Del carcere: cresciuto con timore

E pallido tra pareti spoglie,

A lungo le sue giovani foglie

Non lasciò spuntare, aspettando

I raggi vivificanti. E quando

Una buona mano s’impietosì

Di lui, in un giardino egli finì,

A far compagnia alle rose,

E da ogni parte nell’aria

La gioia di essere respirava.

Ma non appena sorse l’aurora,

Un solo suo raggio infocato

Bruciò il fiore nel carcere nato.

                           22

 

E come esso, mi bruciò il fuoco

Del giorno crudele e tormentoso.

La testa affaticata, invano

Nell’erba seccata io celavo:

L’arido fogliame come serto

Di spine la fronte mi cingeva,

E sul mio viso si posava e ardeva

Il fuoco della terra stessa.

Un fascio di scintille in alto

Rotava; dalle rocce biancastre

Un denso vapore si levava.

Sulla sfera del mondo gravava

Un sonno di desolazione.

Se almeno della quaglia il grido,

O della libellula il  trillo,

O di corrente si fosse udito

Il mormorio…Soltanto una serpe

Nelle seccate erbe frusciante,

Col suo giallo dorso brillante,

Quasi fosse una lama affilata

Coperta da una scritta dorata,

Solcando la friabile  rena

Scivolava lenta e serena;

Poi giocherellando su quella,

Si attorcigliava in tre anella;

O, come se a un tratto scottata,

Si contorceva, saltellava,

Nei lontani rovi si celava…

                           23

 

E il cielo era tutto splendore

E quiete. Attraverso il vapore

Lontane – due montagne scure.

Dietro ad una il nostro monastero

Risplendeva come un maniero.

In basso l’Aragva e il Kurà,

Avvolti da cimose argentate

Lambivano nuove isolette

Di fruscianti arbusti coperte,

E scorrevano lievi e festanti…

Ma da me erano distanti!

Mi volli alzare – davanti a me

Tutto girava rapidamente;

Volevo gridare – ma muta e inerte

La mia lingua ora si faceva…

Io stavo morendo. Mi struggeva

Il delirio dell’ora estrema.

Mi pareva

Di giacere sull’umido fondo

Di un fiume rapido e profondo –

E intorno una nebbia misteriosa.

E un’eterna sete spegnendo,

La corrente fredda come ghiaccio

Gorgogliando nel petto affluiva…

Addormentarmi non volevo, –

Tale era il piacere che godevo…

E sopra di me assai alta

Un’onda inseguiva un’altra,

Il sole dalle onde rimbalzava

E più dolce della luna brillava…

E sciami di tinche variopinte

A volte dai raggi erano avvinti.

Ne ricordo una tra le tante:

Più affabile di tutte le altre

Mi lusingava. Di delicate

E sottili squame dorate

Tutta la schiena era coperta.

Più volte mi volò sulla testa,

E dei suoi occhi verdi lo sguardo

Era triste, tenero e maliardo…

Io non capivo quel portento:

La sua voce sottile e d’argento

Parole strane mi diceva,

E cantava, e poi di nuovo taceva.

Diceva: «Bambino caro,

Resta con me se ti piace:

Nell’acqua c’è libera vita,

C’è fresco e una beata pace.

                  

 

 

                   *

 

Io chiamerò le mie sorelle:

Rallegreremo in girotondo

Il tuo spirito così stanco

E il tuo sconsolato mondo.

                   *

 

Dormi, morbido è il tuo letto,

Sotto diafana coltre dormirai.

Gli anni e i secoli passeranno,

Parole magiche ascolterai.

                   *

 

Oh, mio caro! sarò sincera:

Io ti amo perdutamente,

Ti amo come la mia vita,

Come la libera corrente…»

A lungo ascoltai la sua voce;

La corrente sonora e veloce

Sembrava unire il suo mormorio

Alle parole del pesciolino.

Poi sentii mancarmi il respiro.

Negli occhi sparì il lume divino,

Il delirio cedé allo sfinimento.

                           24

 

Così fui trovato in quel momento…

Il resto lo conosci a memoria.

Se credi o no alla mia storia

Per me non fa alcuna differenza.

Ho una sola sofferenza:

Il mio corpo freddo e ammutito

Non marcirà nel paese avito,

E il racconto del mio tormento

Non attrarrà in questo convento

L’attenzione mesta di qualcuno

Sul mio nome rimasto oscuro.

                           25

 

Addio, padre…la tua mano tendi:

La mia nel fuoco brucia, lo senti…

La fiamma dall’infanzia è durata,

E visse nel mio cuore celata;

Ormai essa non ha più alimento,

Ed è cessato il suo tormento,

E di nuovo a colui tornerà,

Che a ciascuno con equità

Dona sofferenza e virtù…

Ma a me cosa ne viene? – Lassù

Oltre le nubi trovi pure sollievo

Il mio spirito così inquieto…

Ahimé! – per soli pochi minuti

Tra le ripide e scure rupi,

Dove giocavo da bambino,

Io darei tutto il paradiso…

                           26

 

Quando alfine dovrò spirare,

E non dovrai a lungo aspettare,

Fa’ ch’io riposi nel giardino, lì

Nel luogo dove un giorno fiorì

Un giallo arbusto di mimosa…

L’erba là è folta e odorosa,

Un’aria dolce e fresca senti

E le foglie dorate e trasparenti

Giocano coi raggi solari!

Là, orsù, fammi riposare.

Dal nimbo del giorno turchino

L’ultima volta sarò rapito.

Da lì anche il Caucaso si vede!

Forse esso dalle sue vette

Mi manderà un saluto di addio,

Sulle ali di un vento fresco…Ed io,

Prima del mio ultimo respiro,

Sentirò di nuovo il suono natio!

E penserò che un caro amico

O un fratello su di me chino,

Mi terga con pietoso sorriso

Il sudore mortale dal viso,

E che mi canti sommessamente

Un noto canto della mia gente…

E ciò pensando io mi assopirò,

E mai nessuno maledirò!…»

1839

(Versione di Paolo Statuti)

(C) by Paolo Statuti

 

Jan Brzechwa: Tre poesie

9 Mar

Jan Brzechwa: Tre poesie per bambini tradotte da Paolo Statuti

 

Il fiammifero

Diceva il fiammifero orgoglioso:

– Mostratemi uno coraggioso,

Che con me possa competere qua,

Quando a un tratto cala l’oscurità.

Davvero il sole non vale niente

Col suo volto dorato e lucente,

Solo di giorno c’è il suo splendore,

Mentre il mio c’è a tutte le ore!

– Oibò, oibò! –

La candela esclamò.

 

Il fiammifero rispose fiero:

– Potrei bruciare il mondo intero,

E benché non sia uno che si vanta,

Anche la Vistola – tutta quanta.

Quindi, dopo averci pensato un po’ su,

Saltò nel fiume e non bruciò più.

E così finì la presunzione

Di quel fiammifero fanfarone.

– Oibò, oibò! –

La candela esclamò.

 

Boghindo, bogondo

 

Boghindo-bogondo, un tavolo rotondo,

E sul tavolino un cestino profondo,

 

Nel cestino una mela, nella mela un vermetto,

E il vermetto indossa un verde giubbetto.

 

Dice il vermetto: – Nonna e nonno Michele,

Papà e mamma hanno sempre mangiato mele,

 

Io non ne posso più! Le mele mi hanno stufato!

Ho voglia di bistecca! – E se ne andò al mercato.

 

Strisciò a lungo e non cambiò idea neanche un istante;

Arrivò in città e andò al ristorante.

 

Nei ristoranti – le stesse usanze suppergiù:

Arriva il cameriere e gli porge il menù,

 

Ma nel menù – che spavento e che scalogna!:

Zuppa di mele e gnocchi di mela cotogna,

 

Mele bollite, mele al forno, torta e frittelle

Di mele e pizza di mele novelle!

 

Allora, vermetto? La bistecca è andata a fondo?

Boghindo-bogondo, un tavolo  rotondo.

 

Pettegolezzi di uccelli

 

Il fringuello sulla quercia si posò:

– Di sicuro oggi mi raffredderò!

 

Avrò forse anche il mal di gola,

Perderò la voce e la parola,

 

E devo dare un concerto martedì,

Da tempo l’ho promesso al colibrì.

 

Gemettero tristi le ghiande: – Ahi! Ahi!

– Come farai, fringuello, come farai?

 

Vola dal picchio, si trova sul faggio,

Che ti batta sulla schiena, coraggio!

 

La cincia cinguettò in un sol fiato:

– A quanto pare il fringuello è malato!

 

Il pettirosso andò dallo stornello:

– Lo sai? E’ successo questo e quello,

 

La cincia proprio ora ha informato

Che il fringuello è gravemente malato.

 

Lo stornello volò dall’usignolo

– Non si sa molto, ma risulta solo

 

Che il fringuello da un mese tondo tondo

E’ già semplicemente moribondo.

 

L’usignolo chiese quindi all’ara

Di preparare subito una bara.

 

Poi l’ara si rivolse al passero:

– Dammi i chiodi per chiudere la cassa.

 

Da ciò venne a sapere il colibrì

Che il fringuello sarebbe morto quel dì.

 

Ma il fringuello che non sapeva niente,

Sulla quercia stava tranquillamente.

 

Le ghiande lo informarono poco dopo

Che il concerto non avrebbe avuto luogo,

 

Perché il fringuello era appena morto,

E di certo non sarebbe risorto.

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

Paruyr Sevak

3 Mar

 

 

Paruyr Sevak

Paruyr Sevak

    

 

Paruyr Rafaelovič Kazarjan, una delle voci più rilevanti della poesia armena del XX secolo, nacque il 24 gennaio 1924 nel villaggio di Chanakhchi. Quando propose a una rivista la pubblicazione delle sue prime poesie, gli dissero che il cognome Kazarjan non sonava bene per un poeta e gli consigliarono di trovarsi uno pseudonimo. Dopo averci pensato un po’ scelse «Sevak», cioè il nome di un poeta vittima del genocidio degli Armeni. E da allora si chiamò così.

Dopo gli studi di Filologia presso l’Università di Erevan (1940) e quelli di Letteratura armena all’Accademia armena delle Scienze (1945), conseguì la laurea presso l’Istituto di Letteratura  Gor’kij di Mosca (1955). Qui sposò Nina Menagarišvili, dalla quale ebbe due figli – Armen e Korjon. Dal 1957 al 1959 lavorò presso questo Istituto, traducendo in armeno tra gli altri: Puškin, Lermontov, Esenin, Blok, Brjusov e Majakovskij. Nel 1960 tornò a Erevan, dove fino alla morte occupò posti di rilievo in campo letterario e politico.

Le prime poesie di Paruyr Sevak uscirono sulla rivista Letteratura sovietica. La prima raccolta, Ordini immortali, uscì nel 1948 a Erevan in tremila copie in due volumi. Essa esprimeva l’onestà e l’integrità del suo pensiero, la prima battaglia contro la consolidata corruzione culturale da lui iniziata e vinta. Ad essa seguirono: La strada dell’amore (1954), Di nuovo con te (1957), L’uomo in palma di mano (1963), E sia la luce (1969) e I tuoi conoscenti  (1971).

Una profonda impronta lasciò nella sua creazione la fuga dei genitori dall’Armenia Occidentale sotto il governo della Turchia Ottomana, e il fatto di essere scampati al genocidio degli Armeni, consumato nel 1915 dai Giovani Turchi. Le riflessioni del poeta su  questa tragedia nazionale sono espresse in particolare nel poema Il campanile non tace (1959), dove il tema principale è la vita e la morte del religioso, compositore e musicologo Komitas,  e nel poema Liturgia a tre voci  (1965), dedicato al cinquantenario del genocidio.

Morì assieme alla moglie Nina il 17 giugno 1971 in un incidente stradale avvenuto in circostanze non del tutto chiarite, e dove, considerando il suo atteggiamento critico riguardo alla corruzione della classe dirigente sovietica, molti Armeni vedono la mano del KGB. Infatti fino all’ultimo restò fedele al suo impegno: «Prometto di non essere un esattore delle imposte, ma un figlio del difficile secolo, come esso è e come io sono. Ma prometto di perdere il mio tempo o di giocare, piuttosto che diventare un agitatore di una letale ideologia».

E’ sepolto nel giardino della sua abitazione a Zangakatun, attualmente un museo a lui intitolato.

 

Poesie di Paruyr Sevak tradotte da Paolo Statuti dal russo

 

Suppongo

Io posso supporre

Che quest’acqua non sia torbida, ma limpida.

Io posso supporre

Che questa casupola sia una splendida dimora.

Io posso supporre

Che questo fumo

Sia carbone che evapora.

E una rossa stoffa sottile

Non sia uno straccio, ma una lingua di fuoco.

 

Io posso supporre che tu sia con me,

Malgrado ci dividano valli e montagne.

Io posso supporre

Che tu sia modesta e timida.

Ma in realtà,

Tu semplicemente non ti accorgi di me…

 

Io posso supporre

Che un sogno sia realtà,

E una pesante sconfitta

Sia una straordinaria vittoria.

E una pera… una grande anfora,

E un giorno di festa…un funerale,

E una montagna…una grande fossa capovolta,

E una piccola penna stilografica

Sia il il mio dito,

Che, sembra, si chiami esattamente mignolo…

 

Io posso supporre,

Ma a che pro? (E allora?)…

 

Lo stretto delle mani

 

Le nostre mani si sono unite,

Soltanto due mani.

Ma è come se

Non fossero le nostre mani,

Ma… soltanto uno stretto:

Ci siamo mescolati,

Come due mari vicini,

A lungo divisi…

 

Il primo amore

 

Non occorre, mia cara,

Giurare invano.

Io credo lo stesso,

Che come un secolo si prolunga il giorno,

Che di notte non dormi, straziandoti di nostalgia,

Ripetendo il mio nome ad alta voce:

E sul tuo puro cuscino di fanciulla

Vedi la sagoma di un’aquila

(Sia almeno un corvo che sembra un’aquila);

Che più nulla ti turba,

Che senza il mio amore la tua vita è finita,

Che…

Lo so, mia cara,

E giurare non occorre.

Ma so anche questo,

Che a te non viene in mente:

Il primo amore, malgrado tutto,

A volte riesce male – come il pane.

 

Leggo

 

Leggo e…capisco,

Che benché al posto dell’eroe io immagini me stesso,

Tuttavia non seguiamo la stessa strada:

Lui è audace, io – prudente;

Lui è l’azione, io – l’impressione;

Lui immolerà se stesso (quando sarà ora),

Intrepidamente morirà, –

E io lo so…capisco bene,

Ma non comprendo…

Forse i libri è più facile scriverli, che leggerli.

 

Tu

 

Tu.

Due lettere.

Una parola comune, ma tu con essa

Mi offri un trono

Su un mondo infinito.

 

Tu.

Due lettere.

Come la terra in primavera ricevo

Il tuo vivificante segreto.

 

Tu.

Due lettere.

Gusto di felicità nella bocca –

E durante il distacco

Impotenti ordini di sofferenza.

 

Tu.

Due lettere.

Mia cara, volo via da me stesso –

Anche i sogni mi hanno donato le ali.

 

Io – amico ai geni,

Che non hanno conosciuto il peso della nascita,

Compagno agli eroi,

Che finisca in cenere il loro tempo.

 

Tu.

Due lettere.

Tu mi abbandoni – impotente

Come edificio crollerò,

E il dolore colmò,

Come un nido di vespe,

L’anima rimasta orfana.

 

Tu.

due lettere.

Tu.

Una parola così comune.

 

Voglio

 

Voglio che non canti la morte il canto del cigno,

Ma canti la vita scorrendo…

Voglio che non in mare si riversino le piogge inutilmente,

Ma nei campi…

Che si senta non il pianto materno, ma quello infantile,

E non sul serio…

Voglio che le strette valli nascondano non serpi velenose,

Ma capre e capri selvatici…

E se un leoncino deve trasformarsi in cane,

Che sia

Almeno un cane lupo.

E se a qualcuno il sangue deve diventare acqua,

Che diventi almeno

Vino.

Se la morte è inevitabile – che prenda un ingegno sterile,

E non chi è un eroe.

Se le guerre sono inevitabili – che combattano non i paesi,

Ma un marito, ad esempio, con la moglie.

Soffrire per i tradimenti? Che soffrano

Gli idioti, ce ne sono tanti in giro.

Desiderate stirare? Ecco, stirate un abito,

E non il cuore con il ferro da stiro.

Cosa seppellire?

Che il figlio seppellisca la vecchia madre,

E non la madre i giovani figli.

Chi bollare?

Vitelli e vitelloni, e non l’onore dell’uomo,

Benché in ciò non ci sia niente di nuovo.

Si può cantare –

Purché non gridino: «E smettila una buona volta»,

E anche abbracciare –

Affinché entrambi muoiano per arresto cardiaco.

E stimare –

Purché non puzzi di lusinga a un chilometro di distanza.

E fabbricare –

Purché sembri non fatta da mani umane un’opera di mani comuni.

Cadere stecchito –

Un carro armato nemico sulla strada, non un veicolo antincendio.

Che posso fare con desideri

Così grandi?…

Lasciatemi seguitare…

Quanto al membro –

E’ come una medicina che salva qualcuno.

Essere perdonato –

Questo sia per sempre e non separarsi neanche per un’ora.

Essere amato –

Soltanto da solo. E soltanto una volta.

Pensate che io voglia l’impossibile?

Sono sogni infantili?

Allora che generino senza dolore, come annusano i fiori,

Combattano – senza una goccia di sangue,

Che sia un incendio senza fuoco.

Che siano contagiati l’un l’altro soltanto dalla salute delle anime,

(Chi non lo vorrebbe? Chi non lo sognerebbe?)

Serve la liturgia?

 

Transitorietà

 

Quando il crepuscolo trapela dalle nubi come un pettine,

E un tenue venticello, come cagnolino che fiuta, si ferma

Davanti a un arbusto, a un albero, a una zolla, a una persona,

E quando il freddo novello inizia a mostrare la sua forza,

Costringendoci ad abbottonare la camicia e a lamentarci,

Quando la corteccia del giorno si spegne sul velluto della notte,

E le lucciole sembrano disegnare un mosaico antico,

Una volta ancora divento un ingenuo bambino,

Una volta ancora credo nella giustizia,

E mi sembra che morirò…di morte naturale…

 

Mi dispiace

 

Io nella vita ho aiutato tutti, me stesso non ho aiutato.

A vantaggio di tutti i miei doni, non a mio vantaggio.

Il viandante è diventato più saggio, imparata la mia lezione,

Mentre io sono un folle: scoraggiante risultato.

 

A tutti i passanti ho offerto il mio vino inebriante,

Ma io non l’ho assaggiato nel mio viaggio terreno.

Tutta la vita sono stato mezzano e padrino,

Benché più di tutti sempre mi servisse una casa.

 

Tutti si affidavano a me, quasi fossi un nascondiglio,

Quando mi affidai agli altri, mi pentii all’istante.

Tutto nella vita ho dissipato, perché allora non sono

Un mendicante di amore, che lesina come un usuraio?

 

 

Due poesie tradotte dal polacco

 

*  *  *

Ogni volta

Che gli uccelli da me spaventati si disperdono,

Mi sembra di aver lasciato cadere

Un grosso sacco di idee.

 

*  *  *

Sento il rosso grido delle rose

Attraverso l’aspro fumo della mia pipa

E tra i freddi fumi dell’inverno.

 

Un piccolo uccello,

Di cui non conosco il nome,

In un  grave momento di sconforto

M’infonde coraggio

Attraverso l’aspro fumo della mia pipa

E tra i freddi fumi dell’inverno.

 

E mi sembra

Che il postino mi abbia reso felice

Portandomi due lettere a lungo attese.

Ma lui mi ha portato soltanto i giornali,

Le solite notizie

Scritte in uno stile banale…

 

 

Una poesia tradotta dall’inglese e confrontata con la versione spagnola, le due versioni concordano perfettamente

 

L’amore

 

Viene sempre per vie inesplorate e non segnate,

Come l’acqua quando piove o il disgelo di primavera,

Questo è l’amore.

Da secoli gli Olandesi lottano per sottrarre la terra

Al mare, l’onnipotente mare,

Strappano la sabbia all’acqua, a granelli, un pugno alla volta,

Questo è l’amore.

Quando il colosso di una nave si avvicina

Ai bassi ponti sospesi del fiume,

Essi gettano i bracci in alto –

Un gesto di resa immediata.

Questo è l’amore.

Tu allegramente conversi con tutti intorno a te,

Dando risposte rapide, come una macchina,

Ma nella tua mente tu parli solo con lei,

Lei che è lontana da te,

Il cui nome è tutto ciò che tu possiedi –

Un passaporto dove manca il timbro ufficiale,

Questo è l’amore.

Il tamburellare delle tue arterie risuona come stillicidio,

La specie che si apre la strada attraverso la roccia,

Di notte, l’insonnia tesse una rete impenetrabile,

Non è una rete per i pesci,

E’ spessa abbastanza per poter strangolare la gente

Questo è l’amore.

Tu scopri che sei cresciuto vulnerabile e tenero

Come se a un tratto tu fossi costretto a perdere la pelle,

Questo è l’amore.

Due occhi senza sosta ti inseguono,

Due occhi e due stampi che bruciano i loro marchi nella tua vita,

Nell’acqua che tu bevi, nel tuo mondo

In ogni tua goccia di sangue.

Due occhi,

Due stampi,

Due fuochi,

Due ferri per marcare,

Questo è l’amore.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Wacław Koźma Damian Rolicz-Lieder

23 Feb

 

 

Wacław Rolicz-Lieder

Wacław Rolicz-Lieder

      Wacław Koźma Damian Rolicz-Lieder, orientalista, poeta e traduttore, nacque a Varsavia il 27 settembre 1866. Nel 1883 fu allontanato dal ginnasio russo a causa di un ostentato diverbio con un insegnante, provocato dall’anniversario dell’insurrezione di novembre (1830-31); descrisse poi questo avvenimento nella poesia La scuola. Continuò gli studi a Cracovia e in seguito si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Jaghellonica, dove si cimentò anche con la grammatica della lingua araba, il cui studio riprese durante un soggiorno di quattro anni a Parigi alla École Nationale des Langues Orientales Vivantes e all’Università di Vienna. Durante la sua permanenza all’estero entrò nella cerchia dei poeti che facevano capo a Mallarmé, sotto la cui influenza cominciò a creare nello spirito del simbolismo e a professare l’idea che il linguaggio poetico dovesse essere “squotidianizzato”, ovvero tenuto decisamente distinto dalla lingua di ogni giorno che serve a scopi comunicativi. Tornò a Varsavia per sempre nel 1897.

Nel 1888 preparò la sua prima raccolta poetica intitolata Poesie I. Riuscì a stamparla un anno dopo presso la prestigiosa stamperia di Wacław Anczyc. Dopo 15 mesi aveva venduto appena 15 copie, a causa dello scarso interesse per la poesia in quel periodo e della censura russa che non permetteva la diffusione della raccolta nel territorio di sua giurisdizione. Nel 1890 il poeta inviò alle riviste l’opuscolo Dal libro lirico, che includeva alcuni nuovi versi, ma esso ebbe recensioni negative. Mostrarono interesse per la sua poesia soltanto Antoni Lange, Jan Kasprowicz e Zenon Przesmycki.

Scoraggiato da questa indifferenza per la sua creazione, Lieder decise di pubblicare le sue raccolte successive con tirature molto basse (50 e perfino 20 copie) per gli amici, col divieto di riproduzione e di menzione sulle riviste. In tal modo stampò (indicando falsamente come luogo di stampa Parigi) tutta la sua creazione, con lo stesso editore Anczyc: Poesie II, Versi III, La mia Musa, Versi IV e Versi V. Nel 1897, dopo il ritorno in Polonia, alcune di queste raccolte furono ristampate nel volume Versi dei libri primo, secondo e terzo nuovamente editi (1898), e finalmente ebbe alcuni giudizi favorevoli.

Maria Podraza-Kwiatkowska, nota studiosa del romanticismo polacco, che nel 2003 ha curato un’ampia edizione di Versi scelti di questo poeta, considera Lieder uno dei poeti più originali della Giovane Polonia. La peculiarità della sua poesia, secondo la studiosa, risiede nei ricorrenti motivi orientali, nei riferimenti a Juliusz  Słowacki, Cyprian Norwid e Charles Baudelaire, nonché  alla poesia dell’antica Polonia, in primo luogo a Jan Kochanowski. A causa delle basse tirature delle sue raccolte, Rolicz-Lieder era quasi sconosciuto ai poeti della Giovane Polonia e non ebbe su di loro alcuna influenza, pur partecipando alla vita dell’ambiente letterario europeo della fine del XIX secolo.

Fu amico e traduttore del poeta tedesco Stefan George, che riuniva attorno a sé giovani esteti affascinati dall’antica cultura greca. Cercò di trapiantare nella poesia polacca le conquiste più interessanti del simbolismo occidentale. Creò una lirica irripetibile, in cui le innovazioni si univano al tradizionalismo e all’ermetismo. Ma la sua poesia si rivelò troppo difficile per i contemporanei. Il lettore occasionale di Rolicz-Lieder restava colpito anzitutto dallo strano lessico, così diverso da quello della poesia polacca del tempo. Esso abbonda di barbarismi, termini scientifici, parole arcaiche e neologismi. Si può tuttavia affermare che diverse sue poesie figurano senza dubbio tra le gemme più belle della poesia polacca.

Scrive il saggista Juliusz W. Gomulicki: «La sua poesia così originale ed eccentrica ricorda a volte le antiche sculture indiane con dieci gambe e dieci braccia…a volte un vasto giardino trascurato, dove i venti portano una massa di semi esotici, e dove col tempo cresce una rigogliosa vegetazione, composta non solo di rose, viole e tuberose, ma anche di erbacce e piante velenose…».

Tradusse molto, tra gli altri: Baudelaire (I fiori del male), Gautier, Heine, Puškin.

Sostanzialmente quasi sempre in urto con la critica, il poeta durante la sua vita non ricevette la meritata considerazione. Restò un creatore per iniziati. Morì a Varsavia il 25 aprile 1912 per un attacco cardiaco.

 

 

Poesie di Wacław Rolicz-Lieder tradotte da Paolo Statuti

 

Quando le campane svizzere eseguono una sinfonia: Oremus!

 

A Grindelwald-Lauterbrunnen, sulle radure delle Alpi Bernesi gli uccelli di neve,

in uno stormo grande come il mondo intero, si appigliano ai cigli delle rocce

scheggiate, e si sciolgono nelle cascate e nelle rapide montane.

 

I sentimenti di mia Sorella sono bianchi come gli uccelli di neve.

 

I pastori scendono a valle dietro gli armenti, e le mucche avanzano facendo

risonare la musica di vetro delle campanelle appese ai loro colli.

 

Mille Zingari battono piatti d’argento.

 

Da ogni parte scendono i pastori riunendosi tra loro, la mandria s’ingrossa sempre più, cresce di unità, di decine, di centinaia, come valanga che cade

dalla vetta della Jungfrau.

 

Gli obelischi di Memnone salutano il sorgente Faraone della luce.

 

Mille mucche procedono sulla larga strada; la strada che percorrono odora

di stalla; ad esse si aggiungono altre mille e ancora mille.

 

Le facce degli alberi sono chiazzate di rosso.

 

Un sordo scampanellio riempie l’aria; gli  abitanti dei villaggi adiacenti gremiscono le facciate, attirati dall’orchestrina delle mucche.

 

Mille calici di cristallo suonano in omaggio ai profumi dell’Autunno.

 

Sui beni terreni regna la libertà.

Interlaken.

 

Robusti odori profumano l’aria.

 

Una fiera passione divora i nati in Autunno.

 

Bagliori rossodorati, cadendo dagli alberi, emettono un suono metallico.

 

I nomi delle pensioni non hanno l’anima.

 

Le rovine dei ricordi sono piene d’impiccati!

 

I pastori della comunità religiosa favellano nella valle, canuti vescovi sono

in mezzo a loro.

 

Mille Zingari battono piatti d’argento.

 

Il cielo è malcoperto di rame.

 

Una donna statuaria mi bacia sulle labbra.

 

Ville abbandonate e chiuse fanno pensare a un cuore dopo l’ultimo Amore.

 

Gli obelischi di Memnone salutano il sorgente Faraone della luce.

 

Un numero enorme di armenti inonda i dintorni.

 

La luce pomeridiana è come il sorriso di una moglie adultera che muore.

 

Bambini rubizzi raccolgono castagne color mogano.

 

Mille calici di cristallo suonano in omaggio ai profumi dell’Autunno.

 

Passo per i giardini marocchini dell’infanzia.

Chi dipingerà il paesaggio? Colui che dirà una parola che riassume tutto.

 

Il patriarca dei pastori, poggiate le mani su un bastone, racconta la morte

di suo figlio.

 

Bagliori rossodorati, cadendo dagli alberi, emettono un suono metallico.

 

Mille Zingari battono piatti d’argento.

 

Tappeti di magnati ricoprono i prati.

 

Le narici delle donne, che hanno nervi, fremono al ricordo del petto peloso

di un uomo.

 

Gli obelischi di Memnone salutano il sorgente Faraone della luce.

 

E’ triste per un pastore morire nello scampanellio delle mucche svizzere.

 

Nei bazar di Bagdad sono distesi i tappeti davanti ai clienti.

 

Le mucche con sguardo filosofico osservano le valli.

 

Le giarrettiere delle mie amate si sono inebriate di amore dell’Autunno.

 

Mille calici di cristallo suonano in omaggio ai profumi dell’Autunno.

 

E chi non s’inginocchia davanti alla sincerità, stia lontano dalla Poesia.

 

Il vento arruffa il nero boa di una dama che passa.

 

I pastori prendono il formaggio dai cestelli, coi coltellini tagliano tonde fette

di pane.

 

La gente in momenti diversi professa fedi diverse: Io ho la fede del Silenzio.

Mille Zingari battono piatti d’argento.

 

La famiglia si mette a tavola alla luce di una lampada.

 

E chi nell’anima artificiale dell’Autunno con violenza i propri sensi non introduce – non toccherà l’epico petto dell’amante.

 

Gli obelischi di Memnone salutano il sorgente Faraone della luce.

 

Sento il profumo del vapore che si diffonde da un piatto di patate schiacciate.

 

Bacerei l’Autunno attraverso le labbra di una donna, che in questo istante

volesse essere mia.

 

Mille calici di cristallo suonano in omaggio ai profumi dell’Autunno.

 

Magnifico è il poeta nel paganesimo dei propri sentimenti.

 

La più grande preghiera dell’Autunno è vezzeggiare una donna avvolta nella

pelliccia.

 

Nell’Universo un’enorme musica di accompagnamento:

 

Primo violino – un lungo soffio di vento.

Contrabbassi – il corso di torrenti impetuosi.

Violoncelli – la mia mente e il mio cuore.

Flauto e clarinetti – la voce lontana di bambini.

Tamburello – le campanelle delle mucche svizzere.

Tromba cromatica – il jodler dei pastori.

Organo – il rombo di lontane cascate.

Viole d’amour – il metallico fruscio degli alberi.

Vox humana – sento la voce della mia amata…

Vox humana – la Natura intera, la Natura!

 

– Osanna!

 

Credo

 

Io credo in Dio, nella terra, negli oceani,

Nei pianeti, nelle stelle, nel sole, nelle meteore,

In ogni cespo seminato dalla natura,

In ogni pianta, negli uccelli, in ogni creatura,

E nelle ceneri che la buona terra seppellisce,

Nell’amore, nel sogno e in me stesso.

 

Credo nella doppiezza innata del sangue umano,

Credo nella retta voce di colei che è di azzurro;

Nelle teste ornate di corona reale,

E nel vecchio libro di velluto delle preghiere;

In tutto ciò che da piccolo mi hanno detto:

Nella tradizione paterna e nelle virtù della conocchia.

 

Credo nell’ordine, che si dispone

Come sull’onda la crespa di un’altra onda;

Nella voce del vate, che racconta la saggezza,

Ma prima visse sette anni lontano dalla gente,

E credo nell’onore, che come antico bosco

Di larice non china la testa..

 

In diverse cose mirabili di questo mondo,

Celate da una cortina alla sapienza umana,

Che la mente dell’uomo non può conoscere,

Benché sia la corona di tutte le menti –

Davanti a queste cose mi chino con umiltà,

Credendo in ciò che la mente non può conoscere.

 

Credo che, come la lucerna di una vestale,

Svenendo dalla tristezza, a volte mi spegnerò;

Che la mia vita sarà una serie di lotte,

E il mio motto chiari colori della parola;

Che se anche nella tomba mi ridurrò in cenere,

I secoli al mio canto si scalderanno.

 

E credo fermamente che chi non crede

In se stesso e nei propositi fatti,

Non colpirà mai le stelle con la fronte,

Per il mondo non passerà, ma per le sue fessure,

E  neanche un verme lo toccherà nella tomba,

Il quale benché verme, pensa sempre a se stesso.

 

Credo che l’orgoglio innalzi l’uomo,

Ma che l’ostinazione lo getta in un abisso,

Dove nessun fiume attraversa la vita

Né s’introduce un fioco raggio di luna,

Dove l’oscurità intreccia cinture infinite

Per l’impotenza sepolta all’interno.

 

L’orgoglio è il fiore che sboccia nel giardino

Recintato da una ramificata virtù;

La virtù è il frassino nella cui frescura,

Quando la vita brucia, l’uomo desidera stare,

Pensando che, benché la vita l’offenda,

La virtù sorriderà dal morto volto.

 

 

Preghiera per organo

 

Svegliati, tu che mi hai condotto negli anni di solitudine,

O stella color smeraldo della mia vita – svegliati!

Svegliati, o bagliore di sfinge, già all’Angelus

Dal campanile della parrocchia suonano – svegliati!

Svegliati, profumano le erbe dei campi assonnati,

Le rane gracidano sull’acqua verde – svegliati!

Svegliati, l’occhio azzurro ha chiuso in sé le palpebre,

Al bacio della notte solenne – svegliati!

Svegliati, le mie braccia sono già alte per pregare ,

Si sono alzate come due uccelli bizzarri – svegliati!

 

 

Arlecchino

 

C’è un baule in casa mia, un baule scolorito,

Al ciarpame casalingo è destinato:

Baule pesante, di pelle, pieno di etichette

Incollate, a ricordo dei viaggi compiuti.

 

Da dove la prima volta è tornato, dov’è andato poi,

Non si sa; molti biglietti ha sul dorso:

E’ andato per terre e per mari, valli e montagne,

Subendo molti urti nel vasto mondo.

 

Benché al baule s’è piegato il coperchio arlecchino,

Benché non abbia più speranza di lasciare la soffitta,

Potrebbe ancora affrontare un viaggio, anche lontano,

Se sul dorso un nuovo porto gli incollerai.

 

Quando guardo questo baule in casa dimenticato,

Mi vengono in mente sciami di pensieri diversi:

Questo vecchio impolverato, consunto dai viaggi,

Con gli angoli scorticati – è la mia vita.

 

 

Ballata dell’onesta fanciulla

 

La mia amata ha gli occhi lacustri,

Occhi lacustri ha la mia amata;

Come mai, mia cara, hai occhi lacustri?

–  Se, girando in paesi lontani,

Incontrerai sui monti un lago verde,

Di’:

«In queste acque dorme una parte della mia vita.»

 

La mia amata ha un corpo così bianco,

Un corpo così bianco ha la mia amata;

Come mai, mia cara, hai un corpo così bianco?

– Quando sul visciolo cadrà una neve di fiori,

E l’occhio nel biancore pensante immergerai,

Di’:

«In questo fiore vedo una parte della mia vita.»

 

La mia amata ha un sorriso vertiginoso,

Un vertiginoso sorriso ha la mia amata;

Come mai, mia cara, hai un sorriso vertiginoso?

– Quando ti verseranno nel bicchiere una bevanda,

E il vino ti confonderà il pensiero,

Di’:

«In questo vino s’inebria una parte della mia vita.»

 

La mia amata ha capelli profumati,

Capelli profumati ha la mia amata;

Come mai, mia cara, hai capelli profumati?

– Quando passeggiando sulla ghiaia del parco

Sentirai il profumo degli aranci in fiore,

Di’:

«In questo aroma fluisce una parte della mia vita.»

 

La mia amata conosce una canzone stupenda,

Una canzone stupenda la mia amata conosce;

Come mai, mia cara, conosci una stupenda canzone?

– Quando, dopo la mietitura del nostro amore,

Sentirai questo canto in una strada appartata,

Di’:

«In questo canto singhiozza una parte della mia vita.

 

La mia amata ha un pugnale turco,

Un pugnale turco ha la mia amata;

Come mai, mia cara, hai un pugnale turco?

– Quando amerai, ti forgerai nella penna,

Ma tu, scrivendo di sera una poesia-preghiera,

Di’:

«In questa penna vive una parte della mia vita.»

 

 

Il campo di stoppie

 

Mia cara piena di tristezza! Quanta pena per te

Che porti il cuore come chitarra spezzata,

Dalle cui corde risuonano ancora vecchi canti,

Mentre nel frattempo Orfeo vaga nell’Erebo.

 

Oh, non piangere come piagnona alle esequie orientali

E non offrire alla tristezza sospiri in sacrificio;

Vuota piuttosto con coraggio la coppa della rinuncia,

Se puoi, dimentica l’efebo del cuore.

 

 

Una volta al caro petto amorevolmente stretta,

Coi pensieri volando via nei quieti cieli,

Al futuro insondabile guardando con timore –

 

Come chi raccoglie le  stoppie, coi capelli arruffati,

Vieni nel campo abbandonato del nostro amore,

Con cura cogliendo le spighe rimaste dei ricordi.

 

 

Agli occhi viola

 

Posando lo sguardo sui tuoi occhi viola,

Scorro coi pensieri in una distesa dello spazio,

E dietro di me tacciono lontano

Chiassose turbe di deluse inquietudini:

Le inquietudini sono ragazze folli, e chi

Presta loro ascolto è cento volte più folle.

 

Dio mi ha mandato i tuoi occhi viola,

Perché abbandonassi la mente nello spazio,

E quando la sera la sua triste oscurità riversa,

Io non provassi amarezza, né inquietudini:

Le inquietudini sono ragazze folli, e chi

Presta loro ascolto è cento volte più folle.

 

Bacio i tuoi occhi viola

E scorro in qualche distesa dello spazio,

In silenzio, tranquillo e fiducioso, credente,

Come se non conoscessi le cupe inquietudini:

Le inquietudini sono ragazze folli, e chi

Presta loro ascolto è cento volte più folle.

 

Oh, se potessi, fissando i tuoi occhi viola,

Scorrere in una distesa dello spazio,

E così per caso, una volta sola, non volendo,

Morire, senza più dolori e inquietudini:

Le inquietudini sono ragazze folli, e chi

Presta loro ascolto è cento volte più folle.

 

 

Al sorriso di mia sorella

 

 

I

 

La grotta azzurra – grotta creata per sognare.

Nella grotta danzano cerulei folletti.

 

Un rosario di canti cantilene.

Cantilene di cantilene, solo cantilene!

 

Roselline selvatiche in un parco trascurato.

Le rose eglantine incensano il sole spento.

 

Dio è munifico, munifico! Alla kierim!

Un’araba mi porta una marmellata di rose.

 

I folletti danzano una gavotta nella caverna.

Non i folletti io tocco, ma i raggi di luce.

 

II

 

O semplicità del salterio di Czarnolas!

 

«Se il mio sorriso vale un ducato, prendilo,

Vendilo e paga la tua Musa!»

 

III

Oh, bambino!

 

Il succo di un dorato limone sulle sabbie del Sahara

Vale più dei tesori dei Califfi.

 

IV

 

Conosco Antigone, conosco Lilla Weneda…

 

«Che ti dà la gente, o Musa, che ti danno gli onori,

Quando metti la testa nelle braccia del mio impoverimento.»

 

V

 

Mia egregia signora!

 

La mente è un barile di polvere; la miccia è il ricordo di un sorriso.

 

VI

 

Vedo la grotta – le lettere runiche sono a oriente.

La Sfinge dalla testa femminea si erge tra le caverne.

Ho immerso la mano nei capelli della Sfinge e così resto.

Il signor Mikołaj Gomółka suona i salmi nella cattedrale.

O mia volontà, inginocchiati! Voglio che la Sfinge parli.

 

Veduta piovosa

 

La pioggia piange; buio; la luna in una pozza di nubi

E’ annegata, liquefando gli occhi elettrici;

Nebbie vaporose lungo i sentieri di colline bagnate

Errano come ragazze sonnambule in camicia.

 

C’è una casa misteriosa sotto un colle,

Senza luce e senza voce, senza traccia di cura…

Alle finestre con persiane le tende sono calate,

Come palpebre stanche sugli occhi sognanti.

 

La pioggia piange come il cuore di una donna matura,

Quando dice addio all’amore eliotropico;

E il mondo intero, avvolto da opprimente umidità,

S’è incupito, intento all’ascolto di un singulto troncato.

 

E una strana figura, avviluppata nei veli,

Bussa piano alla porta della casa che tace

E aspetta, e di nuovo bussa, e aspetta incurvita,

Fondendosi col buio in una macchia rattristata.

 

Io sono un satiro

Io sono un satiro, che per latine

Strade  errando, in Grecia è tornato,

Senza piedistallo s’è seduto in un bosco

Con una catena di piccoli cuori al collo,

E allorché il silenzio gli alberi avvolge,

Tra gli aromi del bosco in sarmatico canta.

 

Canto ciò che ho vissuto, ciò che ho perduto

E ciò che ho sognato con le ninfe dal corpo

Roseo, la sera, e ciò che ho sussurrato

Alle orecchie delle ninfe nell’impeto d’amore,

E ciò che un tempo a loro non ho detto,

Perché allora io non tutto sapevo.

 

E quando accanto a me pei sentieri del bosco

Vanno lentamente con le grigie brocche

Tristi donne e spensierate fanciulle

Alle fonti, dove l’acqua argentea piange –

Il mio sangue fuma come i camini,

Quando dai campi tornano gli aratori serali.

 

 

(Paolo Statuti)

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

Andrzej Juliusz Sarwa

4 Feb

 

Andrzej Juliusz Sarwa

Andrzej Juliusz Sarwa

 

 

Andrzej Juliusz Sarwa, scrittore, poeta, traduttore e giornalista polacco, è nato a Sandomierz il 12 aprile 1953. Ha debuttato nel 1976 con la poesia Il mio figliolo sull’almanacco Primo comunicato. E’ autore di più di 150 libri e centinaia di articoli di vario argomento, tra i quali spiccano quelli di carattere escatologico e demoniaco. Alcuni di essi costituiscono testi di lettura per gli studenti di teologia di diverse importanti università polacche. Tra le opere più apprezzate dai critici e studiosi di letteratura, va menzionata la trilogia dal titolo Il segreto del casato dei Semberk, un thriller teologico la cui azione inizia nel XVII secolo e termina nel 2006. In essa affiorano elementi riconducibili, tra gli altri, ad Edgar Allan Poe, Franz Kafka e Umberto Eco. Nel 2015 Andrzej Sarwa ha ricevuto dal Ministro della Cultura la medaglia al merito per il suo contributo nel campo della cultura polacca. Le poesie che ho tradotto e pubblico oggi nel mio blog, provengono tutte dal suo libro Poesie scelte, uscito nel 2015.

 

Poesie di Andrzej Juliusz Sarwa tradotte da Paolo Statuti

 

Vita quotidiana

1.

ci segnano con la copiativa

come i conti nei negozi statali

ci  producono in serie

ci distinguiamo soltanto

per il valore che diamo

al denaro

 

2.

quando beviamo un goccio di vodca

siamo poeti

quando ne beviamo di più

siamo rivoluzionari

e chi siamo

dopo averne bevuta troppa?

neanche il gelo sentiamo

 

3.

invidio agli schizofrenici

la schizofrenia

ai santi la santità

denudato del mio gusto per la mistificazione

misterioso nel mio denudamento

 

Vita quotidiana 2

 

1.

di ragnatela è tessuta la nostra vita

non scorgendo la bellezza

contiamo i passi verso l’eternità

ogni giorno

più poveri di un giorno

 

2.

il lillà selvatico

cresciuto sulle tombe

gli occhi dei morti

stregati dalla brama della risurrezione

e noi

indifferenti al tempo

che succhia da noi la rugiada

dei mattini che di nuovo

si risvegliano

 

Vita quotidiana 3

 

il giorno

nell’esofago l’amarezza

negli occhi l’amarezza

una donna anziana aspetta l’autobus

della corsa lei – da nessuna parte

(il cielo è azzurro come mai

e il prato è giallo di calte)

un tale nervosamente conta

le piastrelle del marciapiede

a una bella ragazza

il vento arruffa i capelli

nell’immensità del cielo

i fiori degli alberi spumeggiano

vuoto…

 

La morte di san Francesco di Assisi

 

il pallone dorato – fratello sole

pende come morto respiro

sul deserto della vita quotidiana

un contadino ingobbito

con le mani nodose

strappa le viscere dell’erbaccia

e una cicala ubriaca

vomita con sonoro argento

la vigna sonnolenta

addolcisce l’umido

dei grappoli che maturano

si spengono gli occhi ciechi

accendendo con le ultime scintille

l’inno della creazione

 

*  *  *

sono te all’inverosimile

ricolmo

lacerato dalla reticenza

che dondola sulle labbra semiaperte

assaporo le parole

che non giunsero mai

leggo i gesti

che non significano niente

il mio affetto

ha il colore del tuo rossetto

 

*  *  *

E da oggi non sarò più quello

che ti canterà

una canzone d’amore.

Non sarò quello

che seduce

col soave sorriso di Budda.

Non sarò quello

che vorrà violentarti con le cantate di Bach.

Non sarò quello

che oserà dire

che senza di te

è così difficile vivere.

 

E non aspetterò più un tuo sorriso…

 

*  *  *

tu sai come profumano

le foglie cadute dell’acero

che vestono

il vialetto del parco

che frusciano sotto i piedi?

Se non lo sai

non andare oltre

la tua strada non ha senso

come trappole tese

a una visione sognata

che mai

si sognerà

fino in fondo…

 

*  *  *

Eppure verrà

quell’istante

in cui un uccello ferito

di nuovo si alzerà in volo

e impigliato

in gomitoli di nubi

volerà là

dove un tempo

balenò la speranza…

 

 

*  *  *

Il tempo cade

goccia dopo goccia

Sai chi può

condurti là

dove porta

il sentiero dimenticato.

Non vuole conoscerti.

Tu stesso lottando

con l’eccesso

di luce,

chiedi se vale la pena

di aggrapparsi alla vita.

Da nessuna parte

giunge la risposta.

 

*  *  *

la pioggia sferza i vetri appannati

il vecchio Omero accovacciato

sulle scale

di continuo si scansa

per far passare chi sale

e chi scende

gli occhi ciechi velati

dalla cateratta

neanche provano

a distinguere gli intrusi

oggi chirurgicamente

gli toglierebbero l’albugine

e anziché dettare

l’Iliade e l’Odissea

aprirebbe una boutique

o un negozio di alimentari

dove

– ovviamente! –

si può comprare anche la birra…

 

*  *  *

C’è il tempo dell’aratro

e il tempo della semina.

C’è il tempo dei germogli

e il tempo della crescita.

C’è il tempo della maturazione

e il tempo della falciatura.

C’è il tempo della trebbiatura.

E poi i mulini macinano,

finemente e lentamente.

Di chi sono le mani?

Di Dio? O di Satana?

Plasmano di noi una pasta

di chicchi tritati?

Le mani di chi fanno da questa pasta

il pane mal cotto che s’incolla alla gola?

Le sere non portano che vuoto.

Le mattine ci svegliano per la solitudine.

Una folla di gente estranea

ci passa accanto con indifferenza.

Il tempo della nostra semina

è già trascorso da un pezzo?…

 

*  *  *

il rondò in la minore di Mozart

è come un merletto del Brabante

un filo di ragnatela

una goccia di rugiada

satura di calda

luce solare

è tutto

è tutto?!!!

 

 

(C) by Paolo Statuti

Nikolaj Alekseevich Zabolockij

13 Gen

 

 

In un sito russo ho trovato e tradotto un interessante articolo anonimo sul poeta Nikolaj Zabolockij dal titolo «Coperta di baci, incantata…». Lo pubblico nel mio blog insieme con due poesie dello stesso poeta nella mia versione.

La nascita della poesia «Coperta di baci, incantata…» merita di essere conosciuta per la sua particolarità. Leggendola può sembrare che sia stata scritta da un giovane e ardente innamorato. In realtà la scrisse un serio pedante di 54 anni dai modi e dall’aspetto di un contabile. Inoltre fino al 1957, anno in cui Zabolockij pubblicò il suo ciclo «L’ultimo amore», la lirica intima gli era stata del tutto estranea. E a un tratto alla fine della vita ecco questo insolito ciclo lirico.

Nikolaj Alekseevič Zabolockij nacque il 24 aprile 1903 nei pressi di Kazan’. In gioventù studiò all’Istituto Pedagogico di San Pietroburgo ed entrò a far parte del gruppo di avanguardia oberiu. L’atteggiamento verso le donne e i membri del gruppo era puramente consumistico; Zabolockij era tra coloro che «sbraitavano furiosamente contro le donne». Švarc ricordava che Zabolockij e l’Achmatova non si sopportavano a vicenda. «Gallina – non uccello, donnetta – non poetessa» – amava ripetere il poeta. Egli conservò il suo atteggiamento sprezzante verso il sesso femminile per quasi tutta la vita. Ma ciò nonostante il suo matrimonio risultò riuscito e assai solido. Egli sposò una studentessa del suo stesso corso, una bella donna che fu moglie e madre affettuosa, nonché abile casalinga.

Pian piano si allontanò dagli oberiuti, i suoi esperimenti con la parola e l’immagine si ampliarono sostanzialmente e a metà degli anni ’30 egli era già un noto poeta. Ma una delazione contro la sua persona, avvenuta nel 1938, diede un duro colpo alla sua vita e alla sua creazione. Durante l’inchiesta lo torturarono, ma egli non firmò nulla. Forse per questo gli diedero la pena minima di 5 anni. Molti scrittori furono annientati dal gulag: Babel’, Charms, Mandel’stam. Zabolockij sopravvisse, grazie alla famiglia e alla consorte che fu il suo angelo custode. Lo destinarono a Karaganda e la moglie lo seguì con i figli.

Il poeta tornò libero soltanto nel 1946 grazie agli interventi di noti colleghi, in particolare di Fadiejev. Dopo la liberazione, Zabolockij decise di trasferirsi con la famiglia a Mosca. Lo ammisero nell’Unione degli scrittori e il collega Il’enkov gli offrì la sua casa a Peredelkino. In quel periodo tradusse molto. Gradualmente tutto si accomodò: pubblicazioni, notorietà, agiatezza, appartamento a Mosca.

Ma nel 1956 accadde ciò che Zabolockij non si sarebbe mai aspettato – la moglie lo lasciò. Ekaterina Vasil’evna aveva allora 48 anni. Dopo aver vissuto così a lungo al fianco del marito, non vedendo da parte sua né premure, né amorevolezza, si unì allo scrittore e noto rubacuori Vasilij Grossman. «Se lei avesse inghiottito un autobus, – scrisse il figlio di Korniej Čukovskij Nikolaj – Zabolockij si sarebbe meravigliato di meno!»

Passato lo stupore arrivò lo spavento. Il poeta era incapace di cavarsela da solo ed era profondamente afflitto. Il suo dolore lo avvicinò a Natal’ja Roskina, una donna di 28 anni nubile e intelligente. Nello smarrimento per ciò che era avvenuto, egli telefonò a una persona che amava le sue poesie. E’ tutto ciò che egli sapeva di lei. Telefonò a colei che conosceva tutti i suoi versi, anche quelli giovanili. In questo triangolo nessuno era felice. Sia Zabolockij che la moglie e anche Natal’ja Roskina soffrivano. Ma proprio la tragedia provata spinse il poeta a creare il ciclo di poesie liriche «L’ultimo amore», che è considerato uno dei più geniali e commoventi nella lirica russa. Fra tutte le poesie della raccolta spicca quella dal titolo «Confessione» – un vero capolavoro, una tempesta di sentimenti e di emozioni. In questa poesia le due donne del poeta si sono fuse in un’unica immagine.

Ekaterina Vasil’evna tornò dal marito nel 1958. Di questo stesso anno è anche la poesia «Non lasciare l’anima alla pigrizia». La scrisse un uomo già gravemente malato. Un mese e mezzo dopo il ritorno della moglie, Nikolaj Zabolockij non sopravvisse al secondo infarto.

Due poesie di Nikolaj Zabolockij tradotte da Paolo Statuti

 

Confessione

Coperta di baci, incantata,

Portata nel campo dal vento,

Tutta come incatenata,

Tu prezioso mio portento!

Né allegra, né afflitta,

Come da un cupo cielo discesa,

Tu mio canto di nozze,

Tu mia stella pazzesca.

Mi chinerò sui tuoi ginocchi,

Li stringerò con frenesia,

E con le lacrime e con i versi

Ti farò ardere, o amata mia.

Aprimi il tuo nordico volto,

Lasciami entrare negli occhi gravi,

Nelle tue braccia seminude,

Nelle tue nere ciglia orientali.

Ciò che si aggiungerà – non calerà,

Ciò che si avvererà – non si scorderà…

Perché piangi, mio dolce incanto?

O forse a me sembra soltanto?

1957

Non lasciare l’anima alla pigrizia

 

Non lasciare l’anima alla pigrizia!

Per non fare buchi nell’acqua,

Sia di giorno che di notte

Ad essa non si addice la fiacca!

Inseguila nella bufera,

Tra gli alberi schiantati,

Trascinala di tappa in tappa

Tra campi e borri innevati!

Non fare che dorma nel letto

Alla luce dell’aurora,

Tratta male la fannullona

E tienila a freno ognora!

Se per essere indulgente,

Dai disagi la vuoi liberare,

Essa anche l’ultima camicia

Ti toglierà senza esitare.

Tienila sempre ben stretta,

Tormentala continuamente,

Perché essa impari di nuovo

A vivere con te umanamente.

Essa è schiava e anche regina,

Essa è figlia e lavoratrice,

Sia di giorno che di notte

La fatica a lei si addice!

1958

(C) by Paolo Statuti