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Jan Brzechwa: Tre poesie

9 Mar

Jan Brzechwa: Tre poesie per bambini tradotte da Paolo Statuti

 

Il fiammifero

Diceva il fiammifero orgoglioso:

– Mostratemi uno coraggioso,

Che con me possa competere qua,

Quando a un tratto cala l’oscurità.

Davvero il sole non vale niente

Col suo volto dorato e lucente,

Solo di giorno c’è il suo splendore,

Mentre il mio c’è a tutte le ore!

– Oibò, oibò! –

La candela esclamò.

 

Il fiammifero rispose fiero:

– Potrei bruciare il mondo intero,

E benché non sia uno che si vanta,

Anche la Vistola – tutta quanta.

Quindi, dopo averci pensato un po’ su,

Saltò nel fiume e non bruciò più.

E così finì la presunzione

Di quel fiammifero fanfarone.

– Oibò, oibò! –

La candela esclamò.

 

Boghindo, bogondo

 

Boghindo-bogondo, un tavolo rotondo,

E sul tavolino un cestino profondo,

 

Nel cestino una mela, nella mela un vermetto,

E il vermetto indossa un verde giubbetto.

 

Dice il vermetto: – Nonna e nonno Michele,

Papà e mamma hanno sempre mangiato mele,

 

Io non ne posso più! Le mele mi hanno stufato!

Ho voglia di bistecca! – E se ne andò al mercato.

 

Strisciò a lungo e non cambiò idea neanche un istante;

Arrivò in città e andò al ristorante.

 

Nei ristoranti – le stesse usanze suppergiù:

Arriva il cameriere e gli porge il menù,

 

Ma nel menù – che spavento e che scalogna!:

Zuppa di mele e gnocchi di mela cotogna,

 

Mele bollite, mele al forno, torta e frittelle

Di mele e pizza di mele novelle!

 

Allora, vermetto? La bistecca è andata a fondo?

Boghindo-bogondo, un tavolo  rotondo.

 

Pettegolezzi di uccelli

 

Il fringuello sulla quercia si posò:

– Di sicuro oggi mi raffredderò!

 

Avrò forse anche il mal di gola,

Perderò la voce e la parola,

 

E devo dare un concerto martedì,

Da tempo l’ho promesso al colibrì.

 

Gemettero tristi le ghiande: – Ahi! Ahi!

– Come farai, fringuello, come farai?

 

Vola dal picchio, si trova sul faggio,

Che ti batta sulla schiena, coraggio!

 

La cincia cinguettò in un sol fiato:

– A quanto pare il fringuello è malato!

 

Il pettirosso andò dallo stornello:

– Lo sai? E’ successo questo e quello,

 

La cincia proprio ora ha informato

Che il fringuello è gravemente malato.

 

Lo stornello volò dall’usignolo

– Non si sa molto, ma risulta solo

 

Che il fringuello da un mese tondo tondo

E’ già semplicemente moribondo.

 

L’usignolo chiese quindi all’ara

Di preparare subito una bara.

 

Poi l’ara si rivolse al passero:

– Dammi i chiodi per chiudere la cassa.

 

Da ciò venne a sapere il colibrì

Che il fringuello sarebbe morto quel dì.

 

Ma il fringuello che non sapeva niente,

Sulla quercia stava tranquillamente.

 

Le ghiande lo informarono poco dopo

Che il concerto non avrebbe avuto luogo,

 

Perché il fringuello era appena morto,

E di certo non sarebbe risorto.

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

Paruyr Sevak

3 Mar

 

 

Paruyr Sevak

Paruyr Sevak

    

 

Paruyr Rafaelovič Kazarjan, una delle voci più rilevanti della poesia armena del XX secolo, nacque il 24 gennaio 1924 nel villaggio di Chanakhchi. Quando propose a una rivista la pubblicazione delle sue prime poesie, gli dissero che il cognome Kazarjan non sonava bene per un poeta e gli consigliarono di trovarsi uno pseudonimo. Dopo averci pensato un po’ scelse «Sevak», cioè il nome di un poeta vittima del genocidio degli Armeni. E da allora si chiamò così.

Dopo gli studi di Filologia presso l’Università di Erevan (1940) e quelli di Letteratura armena all’Accademia armena delle Scienze (1945), conseguì la laurea presso l’Istituto di Letteratura  Gor’kij di Mosca (1955). Qui sposò Nina Menagarišvili, dalla quale ebbe due figli – Armen e Korjon. Dal 1957 al 1959 lavorò presso questo Istituto, traducendo in armeno tra gli altri: Puškin, Lermontov, Esenin, Blok, Brjusov e Majakovskij. Nel 1960 tornò a Erevan, dove fino alla morte occupò posti di rilievo in campo letterario e politico.

Le prime poesie di Paruyr Sevak uscirono sulla rivista Letteratura sovietica. La prima raccolta, Ordini immortali, uscì nel 1948 a Erevan in tremila copie in due volumi. Essa esprimeva l’onestà e l’integrità del suo pensiero, la prima battaglia contro la consolidata corruzione culturale da lui iniziata e vinta. Ad essa seguirono: La strada dell’amore (1954), Di nuovo con te (1957), L’uomo in palma di mano (1963), E sia la luce (1969) e I tuoi conoscenti  (1971).

Una profonda impronta lasciò nella sua creazione la fuga dei genitori dall’Armenia Occidentale sotto il governo della Turchia Ottomana, e il fatto di essere scampati al genocidio degli Armeni, consumato nel 1915 dai Giovani Turchi. Le riflessioni del poeta su  questa tragedia nazionale sono espresse in particolare nel poema Il campanile non tace (1959), dove il tema principale è la vita e la morte del religioso, compositore e musicologo Komitas,  e nel poema Liturgia a tre voci  (1965), dedicato al cinquantenario del genocidio.

Morì assieme alla moglie Nina il 17 giugno 1971 in un incidente stradale avvenuto in circostanze non del tutto chiarite, e dove, considerando il suo atteggiamento critico riguardo alla corruzione della classe dirigente sovietica, molti Armeni vedono la mano del KGB. Infatti fino all’ultimo restò fedele al suo impegno: «Prometto di non essere un esattore delle imposte, ma un figlio del difficile secolo, come esso è e come io sono. Ma prometto di perdere il mio tempo o di giocare, piuttosto che diventare un agitatore di una letale ideologia».

E’ sepolto nel giardino della sua abitazione a Zangakatun, attualmente un museo a lui intitolato.

 

Poesie di Paruyr Sevak tradotte da Paolo Statuti dal russo

 

Suppongo

Io posso supporre

Che quest’acqua non sia torbida, ma limpida.

Io posso supporre

Che questa casupola sia una splendida dimora.

Io posso supporre

Che questo fumo

Sia carbone che evapora.

E una rossa stoffa sottile

Non sia uno straccio, ma una lingua di fuoco.

 

Io posso supporre che tu sia con me,

Malgrado ci dividano valli e montagne.

Io posso supporre

Che tu sia modesta e timida.

Ma in realtà,

Tu semplicemente non ti accorgi di me…

 

Io posso supporre

Che un sogno sia realtà,

E una pesante sconfitta

Sia una straordinaria vittoria.

E una pera… una grande anfora,

E un giorno di festa…un funerale,

E una montagna…una grande fossa capovolta,

E una piccola penna stilografica

Sia il il mio dito,

Che, sembra, si chiami esattamente mignolo…

 

Io posso supporre,

Ma a che pro? (E allora?)…

 

Lo stretto delle mani

 

Le nostre mani si sono unite,

Soltanto due mani.

Ma è come se

Non fossero le nostre mani,

Ma… soltanto uno stretto:

Ci siamo mescolati,

Come due mari vicini,

A lungo divisi…

 

Il primo amore

 

Non occorre, mia cara,

Giurare invano.

Io credo lo stesso,

Che come un secolo si prolunga il giorno,

Che di notte non dormi, straziandoti di nostalgia,

Ripetendo il mio nome ad alta voce:

E sul tuo puro cuscino di fanciulla

Vedi la sagoma di un’aquila

(Sia almeno un corvo che sembra un’aquila);

Che più nulla ti turba,

Che senza il mio amore la tua vita è finita,

Che…

Lo so, mia cara,

E giurare non occorre.

Ma so anche questo,

Che a te non viene in mente:

Il primo amore, malgrado tutto,

A volte riesce male – come il pane.

 

Leggo

 

Leggo e…capisco,

Che benché al posto dell’eroe io immagini me stesso,

Tuttavia non seguiamo la stessa strada:

Lui è audace, io – prudente;

Lui è l’azione, io – l’impressione;

Lui immolerà se stesso (quando sarà ora),

Intrepidamente morirà, –

E io lo so…capisco bene,

Ma non comprendo…

Forse i libri è più facile scriverli, che leggerli.

 

Tu

 

Tu.

Due lettere.

Una parola comune, ma tu con essa

Mi offri un trono

Su un mondo infinito.

 

Tu.

Due lettere.

Come la terra in primavera ricevo

Il tuo vivificante segreto.

 

Tu.

Due lettere.

Gusto di felicità nella bocca –

E durante il distacco

Impotenti ordini di sofferenza.

 

Tu.

Due lettere.

Mia cara, volo via da me stesso –

Anche i sogni mi hanno donato le ali.

 

Io – amico ai geni,

Che non hanno conosciuto il peso della nascita,

Compagno agli eroi,

Che finisca in cenere il loro tempo.

 

Tu.

Due lettere.

Tu mi abbandoni – impotente

Come edificio crollerò,

E il dolore colmò,

Come un nido di vespe,

L’anima rimasta orfana.

 

Tu.

due lettere.

Tu.

Una parola così comune.

 

Voglio

 

Voglio che non canti la morte il canto del cigno,

Ma canti la vita scorrendo…

Voglio che non in mare si riversino le piogge inutilmente,

Ma nei campi…

Che si senta non il pianto materno, ma quello infantile,

E non sul serio…

Voglio che le strette valli nascondano non serpi velenose,

Ma capre e capri selvatici…

E se un leoncino deve trasformarsi in cane,

Che sia

Almeno un cane lupo.

E se a qualcuno il sangue deve diventare acqua,

Che diventi almeno

Vino.

Se la morte è inevitabile – che prenda un ingegno sterile,

E non chi è un eroe.

Se le guerre sono inevitabili – che combattano non i paesi,

Ma un marito, ad esempio, con la moglie.

Soffrire per i tradimenti? Che soffrano

Gli idioti, ce ne sono tanti in giro.

Desiderate stirare? Ecco, stirate un abito,

E non il cuore con il ferro da stiro.

Cosa seppellire?

Che il figlio seppellisca la vecchia madre,

E non la madre i giovani figli.

Chi bollare?

Vitelli e vitelloni, e non l’onore dell’uomo,

Benché in ciò non ci sia niente di nuovo.

Si può cantare –

Purché non gridino: «E smettila una buona volta»,

E anche abbracciare –

Affinché entrambi muoiano per arresto cardiaco.

E stimare –

Purché non puzzi di lusinga a un chilometro di distanza.

E fabbricare –

Purché sembri non fatta da mani umane un’opera di mani comuni.

Cadere stecchito –

Un carro armato nemico sulla strada, non un veicolo antincendio.

Che posso fare con desideri

Così grandi?…

Lasciatemi seguitare…

Quanto al membro –

E’ come una medicina che salva qualcuno.

Essere perdonato –

Questo sia per sempre e non separarsi neanche per un’ora.

Essere amato –

Soltanto da solo. E soltanto una volta.

Pensate che io voglia l’impossibile?

Sono sogni infantili?

Allora che generino senza dolore, come annusano i fiori,

Combattano – senza una goccia di sangue,

Che sia un incendio senza fuoco.

Che siano contagiati l’un l’altro soltanto dalla salute delle anime,

(Chi non lo vorrebbe? Chi non lo sognerebbe?)

Serve la liturgia?

 

Transitorietà

 

Quando il crepuscolo trapela dalle nubi come un pettine,

E un tenue venticello, come cagnolino che fiuta, si ferma

Davanti a un arbusto, a un albero, a una zolla, a una persona,

E quando il freddo novello inizia a mostrare la sua forza,

Costringendoci ad abbottonare la camicia e a lamentarci,

Quando la corteccia del giorno si spegne sul velluto della notte,

E le lucciole sembrano disegnare un mosaico antico,

Una volta ancora divento un ingenuo bambino,

Una volta ancora credo nella giustizia,

E mi sembra che morirò…di morte naturale…

 

Mi dispiace

 

Io nella vita ho aiutato tutti, me stesso non ho aiutato.

A vantaggio di tutti i miei doni, non a mio vantaggio.

Il viandante è diventato più saggio, imparata la mia lezione,

Mentre io sono un folle: scoraggiante risultato.

 

A tutti i passanti ho offerto il mio vino inebriante,

Ma io non l’ho assaggiato nel mio viaggio terreno.

Tutta la vita sono stato mezzano e padrino,

Benché più di tutti sempre mi servisse una casa.

 

Tutti si affidavano a me, quasi fossi un nascondiglio,

Quando mi affidai agli altri, mi pentii all’istante.

Tutto nella vita ho dissipato, perché allora non sono

Un mendicante di amore, che lesina come un usuraio?

 

 

Due poesie tradotte dal polacco

 

*  *  *

Ogni volta

Che gli uccelli da me spaventati si disperdono,

Mi sembra di aver lasciato cadere

Un grosso sacco di idee.

 

*  *  *

Sento il rosso grido delle rose

Attraverso l’aspro fumo della mia pipa

E tra i freddi fumi dell’inverno.

 

Un piccolo uccello,

Di cui non conosco il nome,

In un  grave momento di sconforto

M’infonde coraggio

Attraverso l’aspro fumo della mia pipa

E tra i freddi fumi dell’inverno.

 

E mi sembra

Che il postino mi abbia reso felice

Portandomi due lettere a lungo attese.

Ma lui mi ha portato soltanto i giornali,

Le solite notizie

Scritte in uno stile banale…

 

 

Una poesia tradotta dall’inglese e confrontata con la versione spagnola, le due versioni concordano perfettamente

 

L’amore

 

Viene sempre per vie inesplorate e non segnate,

Come l’acqua quando piove o il disgelo di primavera,

Questo è l’amore.

Da secoli gli Olandesi lottano per sottrarre la terra

Al mare, l’onnipotente mare,

Strappano la sabbia all’acqua, a granelli, un pugno alla volta,

Questo è l’amore.

Quando il colosso di una nave si avvicina

Ai bassi ponti sospesi del fiume,

Essi gettano i bracci in alto –

Un gesto di resa immediata.

Questo è l’amore.

Tu allegramente conversi con tutti intorno a te,

Dando risposte rapide, come una macchina,

Ma nella tua mente tu parli solo con lei,

Lei che è lontana da te,

Il cui nome è tutto ciò che tu possiedi –

Un passaporto dove manca il timbro ufficiale,

Questo è l’amore.

Il tamburellare delle tue arterie risuona come stillicidio,

La specie che si apre la strada attraverso la roccia,

Di notte, l’insonnia tesse una rete impenetrabile,

Non è una rete per i pesci,

E’ spessa abbastanza per poter strangolare la gente

Questo è l’amore.

Tu scopri che sei cresciuto vulnerabile e tenero

Come se a un tratto tu fossi costretto a perdere la pelle,

Questo è l’amore.

Due occhi senza sosta ti inseguono,

Due occhi e due stampi che bruciano i loro marchi nella tua vita,

Nell’acqua che tu bevi, nel tuo mondo

In ogni tua goccia di sangue.

Due occhi,

Due stampi,

Due fuochi,

Due ferri per marcare,

Questo è l’amore.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Wacław Koźma Damian Rolicz-Lieder

23 Feb

 

 

Wacław Rolicz-Lieder

Wacław Rolicz-Lieder

      Wacław Koźma Damian Rolicz-Lieder, orientalista, poeta e traduttore, nacque a Varsavia il 27 settembre 1866. Nel 1883 fu allontanato dal ginnasio russo a causa di un ostentato diverbio con un insegnante, provocato dall’anniversario dell’insurrezione di novembre (1830-31); descrisse poi questo avvenimento nella poesia La scuola. Continuò gli studi a Cracovia e in seguito si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Jaghellonica, dove si cimentò anche con la grammatica della lingua araba, il cui studio riprese durante un soggiorno di quattro anni a Parigi alla École Nationale des Langues Orientales Vivantes e all’Università di Vienna. Durante la sua permanenza all’estero entrò nella cerchia dei poeti che facevano capo a Mallarmé, sotto la cui influenza cominciò a creare nello spirito del simbolismo e a professare l’idea che il linguaggio poetico dovesse essere “squotidianizzato”, ovvero tenuto decisamente distinto dalla lingua di ogni giorno che serve a scopi comunicativi. Tornò a Varsavia per sempre nel 1897.

Nel 1888 preparò la sua prima raccolta poetica intitolata Poesie I. Riuscì a stamparla un anno dopo presso la prestigiosa stamperia di Wacław Anczyc. Dopo 15 mesi aveva venduto appena 15 copie, a causa dello scarso interesse per la poesia in quel periodo e della censura russa che non permetteva la diffusione della raccolta nel territorio di sua giurisdizione. Nel 1890 il poeta inviò alle riviste l’opuscolo Dal libro lirico, che includeva alcuni nuovi versi, ma esso ebbe recensioni negative. Mostrarono interesse per la sua poesia soltanto Antoni Lange, Jan Kasprowicz e Zenon Przesmycki.

Scoraggiato da questa indifferenza per la sua creazione, Lieder decise di pubblicare le sue raccolte successive con tirature molto basse (50 e perfino 20 copie) per gli amici, col divieto di riproduzione e di menzione sulle riviste. In tal modo stampò (indicando falsamente come luogo di stampa Parigi) tutta la sua creazione, con lo stesso editore Anczyc: Poesie II, Versi III, La mia Musa, Versi IV e Versi V. Nel 1897, dopo il ritorno in Polonia, alcune di queste raccolte furono ristampate nel volume Versi dei libri primo, secondo e terzo nuovamente editi (1898), e finalmente ebbe alcuni giudizi favorevoli.

Maria Podraza-Kwiatkowska, nota studiosa del romanticismo polacco, che nel 2003 ha curato un’ampia edizione di Versi scelti di questo poeta, considera Lieder uno dei poeti più originali della Giovane Polonia. La peculiarità della sua poesia, secondo la studiosa, risiede nei ricorrenti motivi orientali, nei riferimenti a Juliusz  Słowacki, Cyprian Norwid e Charles Baudelaire, nonché  alla poesia dell’antica Polonia, in primo luogo a Jan Kochanowski. A causa delle basse tirature delle sue raccolte, Rolicz-Lieder era quasi sconosciuto ai poeti della Giovane Polonia e non ebbe su di loro alcuna influenza, pur partecipando alla vita dell’ambiente letterario europeo della fine del XIX secolo.

Fu amico e traduttore del poeta tedesco Stefan George, che riuniva attorno a sé giovani esteti affascinati dall’antica cultura greca. Cercò di trapiantare nella poesia polacca le conquiste più interessanti del simbolismo occidentale. Creò una lirica irripetibile, in cui le innovazioni si univano al tradizionalismo e all’ermetismo. Ma la sua poesia si rivelò troppo difficile per i contemporanei. Il lettore occasionale di Rolicz-Lieder restava colpito anzitutto dallo strano lessico, così diverso da quello della poesia polacca del tempo. Esso abbonda di barbarismi, termini scientifici, parole arcaiche e neologismi. Si può tuttavia affermare che diverse sue poesie figurano senza dubbio tra le gemme più belle della poesia polacca.

Scrive il saggista Juliusz W. Gomulicki: «La sua poesia così originale ed eccentrica ricorda a volte le antiche sculture indiane con dieci gambe e dieci braccia…a volte un vasto giardino trascurato, dove i venti portano una massa di semi esotici, e dove col tempo cresce una rigogliosa vegetazione, composta non solo di rose, viole e tuberose, ma anche di erbacce e piante velenose…».

Tradusse molto, tra gli altri: Baudelaire (I fiori del male), Gautier, Heine, Puškin.

Sostanzialmente quasi sempre in urto con la critica, il poeta durante la sua vita non ricevette la meritata considerazione. Restò un creatore per iniziati. Morì a Varsavia il 25 aprile 1912 per un attacco cardiaco.

 

 

Poesie di Wacław Rolicz-Lieder tradotte da Paolo Statuti

 

Quando le campane svizzere eseguono una sinfonia: Oremus!

 

A Grindelwald-Lauterbrunnen, sulle radure delle Alpi Bernesi gli uccelli di neve,

in uno stormo grande come il mondo intero, si appigliano ai cigli delle rocce

scheggiate, e si sciolgono nelle cascate e nelle rapide montane.

 

I sentimenti di mia Sorella sono bianchi come gli uccelli di neve.

 

I pastori scendono a valle dietro gli armenti, e le mucche avanzano facendo

risonare la musica di vetro delle campanelle appese ai loro colli.

 

Mille Zingari battono piatti d’argento.

 

Da ogni parte scendono i pastori riunendosi tra loro, la mandria s’ingrossa sempre più, cresce di unità, di decine, di centinaia, come valanga che cade

dalla vetta della Jungfrau.

 

Gli obelischi di Memnone salutano il sorgente Faraone della luce.

 

Mille mucche procedono sulla larga strada; la strada che percorrono odora

di stalla; ad esse si aggiungono altre mille e ancora mille.

 

Le facce degli alberi sono chiazzate di rosso.

 

Un sordo scampanellio riempie l’aria; gli  abitanti dei villaggi adiacenti gremiscono le facciate, attirati dall’orchestrina delle mucche.

 

Mille calici di cristallo suonano in omaggio ai profumi dell’Autunno.

 

Sui beni terreni regna la libertà.

Interlaken.

 

Robusti odori profumano l’aria.

 

Una fiera passione divora i nati in Autunno.

 

Bagliori rossodorati, cadendo dagli alberi, emettono un suono metallico.

 

I nomi delle pensioni non hanno l’anima.

 

Le rovine dei ricordi sono piene d’impiccati!

 

I pastori della comunità religiosa favellano nella valle, canuti vescovi sono

in mezzo a loro.

 

Mille Zingari battono piatti d’argento.

 

Il cielo è malcoperto di rame.

 

Una donna statuaria mi bacia sulle labbra.

 

Ville abbandonate e chiuse fanno pensare a un cuore dopo l’ultimo Amore.

 

Gli obelischi di Memnone salutano il sorgente Faraone della luce.

 

Un numero enorme di armenti inonda i dintorni.

 

La luce pomeridiana è come il sorriso di una moglie adultera che muore.

 

Bambini rubizzi raccolgono castagne color mogano.

 

Mille calici di cristallo suonano in omaggio ai profumi dell’Autunno.

 

Passo per i giardini marocchini dell’infanzia.

Chi dipingerà il paesaggio? Colui che dirà una parola che riassume tutto.

 

Il patriarca dei pastori, poggiate le mani su un bastone, racconta la morte

di suo figlio.

 

Bagliori rossodorati, cadendo dagli alberi, emettono un suono metallico.

 

Mille Zingari battono piatti d’argento.

 

Tappeti di magnati ricoprono i prati.

 

Le narici delle donne, che hanno nervi, fremono al ricordo del petto peloso

di un uomo.

 

Gli obelischi di Memnone salutano il sorgente Faraone della luce.

 

E’ triste per un pastore morire nello scampanellio delle mucche svizzere.

 

Nei bazar di Bagdad sono distesi i tappeti davanti ai clienti.

 

Le mucche con sguardo filosofico osservano le valli.

 

Le giarrettiere delle mie amate si sono inebriate di amore dell’Autunno.

 

Mille calici di cristallo suonano in omaggio ai profumi dell’Autunno.

 

E chi non s’inginocchia davanti alla sincerità, stia lontano dalla Poesia.

 

Il vento arruffa il nero boa di una dama che passa.

 

I pastori prendono il formaggio dai cestelli, coi coltellini tagliano tonde fette

di pane.

 

La gente in momenti diversi professa fedi diverse: Io ho la fede del Silenzio.

Mille Zingari battono piatti d’argento.

 

La famiglia si mette a tavola alla luce di una lampada.

 

E chi nell’anima artificiale dell’Autunno con violenza i propri sensi non introduce – non toccherà l’epico petto dell’amante.

 

Gli obelischi di Memnone salutano il sorgente Faraone della luce.

 

Sento il profumo del vapore che si diffonde da un piatto di patate schiacciate.

 

Bacerei l’Autunno attraverso le labbra di una donna, che in questo istante

volesse essere mia.

 

Mille calici di cristallo suonano in omaggio ai profumi dell’Autunno.

 

Magnifico è il poeta nel paganesimo dei propri sentimenti.

 

La più grande preghiera dell’Autunno è vezzeggiare una donna avvolta nella

pelliccia.

 

Nell’Universo un’enorme musica di accompagnamento:

 

Primo violino – un lungo soffio di vento.

Contrabbassi – il corso di torrenti impetuosi.

Violoncelli – la mia mente e il mio cuore.

Flauto e clarinetti – la voce lontana di bambini.

Tamburello – le campanelle delle mucche svizzere.

Tromba cromatica – il jodler dei pastori.

Organo – il rombo di lontane cascate.

Viole d’amour – il metallico fruscio degli alberi.

Vox humana – sento la voce della mia amata…

Vox humana – la Natura intera, la Natura!

 

– Osanna!

 

Credo

 

Io credo in Dio, nella terra, negli oceani,

Nei pianeti, nelle stelle, nel sole, nelle meteore,

In ogni cespo seminato dalla natura,

In ogni pianta, negli uccelli, in ogni creatura,

E nelle ceneri che la buona terra seppellisce,

Nell’amore, nel sogno e in me stesso.

 

Credo nella doppiezza innata del sangue umano,

Credo nella retta voce di colei che è di azzurro;

Nelle teste ornate di corona reale,

E nel vecchio libro di velluto delle preghiere;

In tutto ciò che da piccolo mi hanno detto:

Nella tradizione paterna e nelle virtù della conocchia.

 

Credo nell’ordine, che si dispone

Come sull’onda la crespa di un’altra onda;

Nella voce del vate, che racconta la saggezza,

Ma prima visse sette anni lontano dalla gente,

E credo nell’onore, che come antico bosco

Di larice non china la testa..

 

In diverse cose mirabili di questo mondo,

Celate da una cortina alla sapienza umana,

Che la mente dell’uomo non può conoscere,

Benché sia la corona di tutte le menti –

Davanti a queste cose mi chino con umiltà,

Credendo in ciò che la mente non può conoscere.

 

Credo che, come la lucerna di una vestale,

Svenendo dalla tristezza, a volte mi spegnerò;

Che la mia vita sarà una serie di lotte,

E il mio motto chiari colori della parola;

Che se anche nella tomba mi ridurrò in cenere,

I secoli al mio canto si scalderanno.

 

E credo fermamente che chi non crede

In se stesso e nei propositi fatti,

Non colpirà mai le stelle con la fronte,

Per il mondo non passerà, ma per le sue fessure,

E  neanche un verme lo toccherà nella tomba,

Il quale benché verme, pensa sempre a se stesso.

 

Credo che l’orgoglio innalzi l’uomo,

Ma che l’ostinazione lo getta in un abisso,

Dove nessun fiume attraversa la vita

Né s’introduce un fioco raggio di luna,

Dove l’oscurità intreccia cinture infinite

Per l’impotenza sepolta all’interno.

 

L’orgoglio è il fiore che sboccia nel giardino

Recintato da una ramificata virtù;

La virtù è il frassino nella cui frescura,

Quando la vita brucia, l’uomo desidera stare,

Pensando che, benché la vita l’offenda,

La virtù sorriderà dal morto volto.

 

 

Preghiera per organo

 

Svegliati, tu che mi hai condotto negli anni di solitudine,

O stella color smeraldo della mia vita – svegliati!

Svegliati, o bagliore di sfinge, già all’Angelus

Dal campanile della parrocchia suonano – svegliati!

Svegliati, profumano le erbe dei campi assonnati,

Le rane gracidano sull’acqua verde – svegliati!

Svegliati, l’occhio azzurro ha chiuso in sé le palpebre,

Al bacio della notte solenne – svegliati!

Svegliati, le mie braccia sono già alte per pregare ,

Si sono alzate come due uccelli bizzarri – svegliati!

 

 

Arlecchino

 

C’è un baule in casa mia, un baule scolorito,

Al ciarpame casalingo è destinato:

Baule pesante, di pelle, pieno di etichette

Incollate, a ricordo dei viaggi compiuti.

 

Da dove la prima volta è tornato, dov’è andato poi,

Non si sa; molti biglietti ha sul dorso:

E’ andato per terre e per mari, valli e montagne,

Subendo molti urti nel vasto mondo.

 

Benché al baule s’è piegato il coperchio arlecchino,

Benché non abbia più speranza di lasciare la soffitta,

Potrebbe ancora affrontare un viaggio, anche lontano,

Se sul dorso un nuovo porto gli incollerai.

 

Quando guardo questo baule in casa dimenticato,

Mi vengono in mente sciami di pensieri diversi:

Questo vecchio impolverato, consunto dai viaggi,

Con gli angoli scorticati – è la mia vita.

 

 

Ballata dell’onesta fanciulla

 

La mia amata ha gli occhi lacustri,

Occhi lacustri ha la mia amata;

Come mai, mia cara, hai occhi lacustri?

–  Se, girando in paesi lontani,

Incontrerai sui monti un lago verde,

Di’:

«In queste acque dorme una parte della mia vita.»

 

La mia amata ha un corpo così bianco,

Un corpo così bianco ha la mia amata;

Come mai, mia cara, hai un corpo così bianco?

– Quando sul visciolo cadrà una neve di fiori,

E l’occhio nel biancore pensante immergerai,

Di’:

«In questo fiore vedo una parte della mia vita.»

 

La mia amata ha un sorriso vertiginoso,

Un vertiginoso sorriso ha la mia amata;

Come mai, mia cara, hai un sorriso vertiginoso?

– Quando ti verseranno nel bicchiere una bevanda,

E il vino ti confonderà il pensiero,

Di’:

«In questo vino s’inebria una parte della mia vita.»

 

La mia amata ha capelli profumati,

Capelli profumati ha la mia amata;

Come mai, mia cara, hai capelli profumati?

– Quando passeggiando sulla ghiaia del parco

Sentirai il profumo degli aranci in fiore,

Di’:

«In questo aroma fluisce una parte della mia vita.»

 

La mia amata conosce una canzone stupenda,

Una canzone stupenda la mia amata conosce;

Come mai, mia cara, conosci una stupenda canzone?

– Quando, dopo la mietitura del nostro amore,

Sentirai questo canto in una strada appartata,

Di’:

«In questo canto singhiozza una parte della mia vita.

 

La mia amata ha un pugnale turco,

Un pugnale turco ha la mia amata;

Come mai, mia cara, hai un pugnale turco?

– Quando amerai, ti forgerai nella penna,

Ma tu, scrivendo di sera una poesia-preghiera,

Di’:

«In questa penna vive una parte della mia vita.»

 

 

Il campo di stoppie

 

Mia cara piena di tristezza! Quanta pena per te

Che porti il cuore come chitarra spezzata,

Dalle cui corde risuonano ancora vecchi canti,

Mentre nel frattempo Orfeo vaga nell’Erebo.

 

Oh, non piangere come piagnona alle esequie orientali

E non offrire alla tristezza sospiri in sacrificio;

Vuota piuttosto con coraggio la coppa della rinuncia,

Se puoi, dimentica l’efebo del cuore.

 

 

Una volta al caro petto amorevolmente stretta,

Coi pensieri volando via nei quieti cieli,

Al futuro insondabile guardando con timore –

 

Come chi raccoglie le  stoppie, coi capelli arruffati,

Vieni nel campo abbandonato del nostro amore,

Con cura cogliendo le spighe rimaste dei ricordi.

 

 

Agli occhi viola

 

Posando lo sguardo sui tuoi occhi viola,

Scorro coi pensieri in una distesa dello spazio,

E dietro di me tacciono lontano

Chiassose turbe di deluse inquietudini:

Le inquietudini sono ragazze folli, e chi

Presta loro ascolto è cento volte più folle.

 

Dio mi ha mandato i tuoi occhi viola,

Perché abbandonassi la mente nello spazio,

E quando la sera la sua triste oscurità riversa,

Io non provassi amarezza, né inquietudini:

Le inquietudini sono ragazze folli, e chi

Presta loro ascolto è cento volte più folle.

 

Bacio i tuoi occhi viola

E scorro in qualche distesa dello spazio,

In silenzio, tranquillo e fiducioso, credente,

Come se non conoscessi le cupe inquietudini:

Le inquietudini sono ragazze folli, e chi

Presta loro ascolto è cento volte più folle.

 

Oh, se potessi, fissando i tuoi occhi viola,

Scorrere in una distesa dello spazio,

E così per caso, una volta sola, non volendo,

Morire, senza più dolori e inquietudini:

Le inquietudini sono ragazze folli, e chi

Presta loro ascolto è cento volte più folle.

 

 

Al sorriso di mia sorella

 

 

I

 

La grotta azzurra – grotta creata per sognare.

Nella grotta danzano cerulei folletti.

 

Un rosario di canti cantilene.

Cantilene di cantilene, solo cantilene!

 

Roselline selvatiche in un parco trascurato.

Le rose eglantine incensano il sole spento.

 

Dio è munifico, munifico! Alla kierim!

Un’araba mi porta una marmellata di rose.

 

I folletti danzano una gavotta nella caverna.

Non i folletti io tocco, ma i raggi di luce.

 

II

 

O semplicità del salterio di Czarnolas!

 

«Se il mio sorriso vale un ducato, prendilo,

Vendilo e paga la tua Musa!»

 

III

Oh, bambino!

 

Il succo di un dorato limone sulle sabbie del Sahara

Vale più dei tesori dei Califfi.

 

IV

 

Conosco Antigone, conosco Lilla Weneda…

 

«Che ti dà la gente, o Musa, che ti danno gli onori,

Quando metti la testa nelle braccia del mio impoverimento.»

 

V

 

Mia egregia signora!

 

La mente è un barile di polvere; la miccia è il ricordo di un sorriso.

 

VI

 

Vedo la grotta – le lettere runiche sono a oriente.

La Sfinge dalla testa femminea si erge tra le caverne.

Ho immerso la mano nei capelli della Sfinge e così resto.

Il signor Mikołaj Gomółka suona i salmi nella cattedrale.

O mia volontà, inginocchiati! Voglio che la Sfinge parli.

 

Veduta piovosa

 

La pioggia piange; buio; la luna in una pozza di nubi

E’ annegata, liquefando gli occhi elettrici;

Nebbie vaporose lungo i sentieri di colline bagnate

Errano come ragazze sonnambule in camicia.

 

C’è una casa misteriosa sotto un colle,

Senza luce e senza voce, senza traccia di cura…

Alle finestre con persiane le tende sono calate,

Come palpebre stanche sugli occhi sognanti.

 

La pioggia piange come il cuore di una donna matura,

Quando dice addio all’amore eliotropico;

E il mondo intero, avvolto da opprimente umidità,

S’è incupito, intento all’ascolto di un singulto troncato.

 

E una strana figura, avviluppata nei veli,

Bussa piano alla porta della casa che tace

E aspetta, e di nuovo bussa, e aspetta incurvita,

Fondendosi col buio in una macchia rattristata.

 

Io sono un satiro

Io sono un satiro, che per latine

Strade  errando, in Grecia è tornato,

Senza piedistallo s’è seduto in un bosco

Con una catena di piccoli cuori al collo,

E allorché il silenzio gli alberi avvolge,

Tra gli aromi del bosco in sarmatico canta.

 

Canto ciò che ho vissuto, ciò che ho perduto

E ciò che ho sognato con le ninfe dal corpo

Roseo, la sera, e ciò che ho sussurrato

Alle orecchie delle ninfe nell’impeto d’amore,

E ciò che un tempo a loro non ho detto,

Perché allora io non tutto sapevo.

 

E quando accanto a me pei sentieri del bosco

Vanno lentamente con le grigie brocche

Tristi donne e spensierate fanciulle

Alle fonti, dove l’acqua argentea piange –

Il mio sangue fuma come i camini,

Quando dai campi tornano gli aratori serali.

 

 

(Paolo Statuti)

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

Andrzej Juliusz Sarwa

4 Feb

 

Andrzej Juliusz Sarwa

Andrzej Juliusz Sarwa

 

 

Andrzej Juliusz Sarwa, scrittore, poeta, traduttore e giornalista polacco, è nato a Sandomierz il 12 aprile 1953. Ha debuttato nel 1976 con la poesia Il mio figliolo sull’almanacco Primo comunicato. E’ autore di più di 150 libri e centinaia di articoli di vario argomento, tra i quali spiccano quelli di carattere escatologico e demoniaco. Alcuni di essi costituiscono testi di lettura per gli studenti di teologia di diverse importanti università polacche. Tra le opere più apprezzate dai critici e studiosi di letteratura, va menzionata la trilogia dal titolo Il segreto del casato dei Semberk, un thriller teologico la cui azione inizia nel XVII secolo e termina nel 2006. In essa affiorano elementi riconducibili, tra gli altri, ad Edgar Allan Poe, Franz Kafka e Umberto Eco. Nel 2015 Andrzej Sarwa ha ricevuto dal Ministro della Cultura la medaglia al merito per il suo contributo nel campo della cultura polacca. Le poesie che ho tradotto e pubblico oggi nel mio blog, provengono tutte dal suo libro Poesie scelte, uscito nel 2015.

 

Poesie di Andrzej Juliusz Sarwa tradotte da Paolo Statuti

 

Vita quotidiana

1.

ci segnano con la copiativa

come i conti nei negozi statali

ci  producono in serie

ci distinguiamo soltanto

per il valore che diamo

al denaro

 

2.

quando beviamo un goccio di vodca

siamo poeti

quando ne beviamo di più

siamo rivoluzionari

e chi siamo

dopo averne bevuta troppa?

neanche il gelo sentiamo

 

3.

invidio agli schizofrenici

la schizofrenia

ai santi la santità

denudato del mio gusto per la mistificazione

misterioso nel mio denudamento

 

Vita quotidiana 2

 

1.

di ragnatela è tessuta la nostra vita

non scorgendo la bellezza

contiamo i passi verso l’eternità

ogni giorno

più poveri di un giorno

 

2.

il lillà selvatico

cresciuto sulle tombe

gli occhi dei morti

stregati dalla brama della risurrezione

e noi

indifferenti al tempo

che succhia da noi la rugiada

dei mattini che di nuovo

si risvegliano

 

Vita quotidiana 3

 

il giorno

nell’esofago l’amarezza

negli occhi l’amarezza

una donna anziana aspetta l’autobus

della corsa lei – da nessuna parte

(il cielo è azzurro come mai

e il prato è giallo di calte)

un tale nervosamente conta

le piastrelle del marciapiede

a una bella ragazza

il vento arruffa i capelli

nell’immensità del cielo

i fiori degli alberi spumeggiano

vuoto…

 

La morte di san Francesco di Assisi

 

il pallone dorato – fratello sole

pende come morto respiro

sul deserto della vita quotidiana

un contadino ingobbito

con le mani nodose

strappa le viscere dell’erbaccia

e una cicala ubriaca

vomita con sonoro argento

la vigna sonnolenta

addolcisce l’umido

dei grappoli che maturano

si spengono gli occhi ciechi

accendendo con le ultime scintille

l’inno della creazione

 

*  *  *

sono te all’inverosimile

ricolmo

lacerato dalla reticenza

che dondola sulle labbra semiaperte

assaporo le parole

che non giunsero mai

leggo i gesti

che non significano niente

il mio affetto

ha il colore del tuo rossetto

 

*  *  *

E da oggi non sarò più quello

che ti canterà

una canzone d’amore.

Non sarò quello

che seduce

col soave sorriso di Budda.

Non sarò quello

che vorrà violentarti con le cantate di Bach.

Non sarò quello

che oserà dire

che senza di te

è così difficile vivere.

 

E non aspetterò più un tuo sorriso…

 

*  *  *

tu sai come profumano

le foglie cadute dell’acero

che vestono

il vialetto del parco

che frusciano sotto i piedi?

Se non lo sai

non andare oltre

la tua strada non ha senso

come trappole tese

a una visione sognata

che mai

si sognerà

fino in fondo…

 

*  *  *

Eppure verrà

quell’istante

in cui un uccello ferito

di nuovo si alzerà in volo

e impigliato

in gomitoli di nubi

volerà là

dove un tempo

balenò la speranza…

 

 

*  *  *

Il tempo cade

goccia dopo goccia

Sai chi può

condurti là

dove porta

il sentiero dimenticato.

Non vuole conoscerti.

Tu stesso lottando

con l’eccesso

di luce,

chiedi se vale la pena

di aggrapparsi alla vita.

Da nessuna parte

giunge la risposta.

 

*  *  *

la pioggia sferza i vetri appannati

il vecchio Omero accovacciato

sulle scale

di continuo si scansa

per far passare chi sale

e chi scende

gli occhi ciechi velati

dalla cateratta

neanche provano

a distinguere gli intrusi

oggi chirurgicamente

gli toglierebbero l’albugine

e anziché dettare

l’Iliade e l’Odissea

aprirebbe una boutique

o un negozio di alimentari

dove

– ovviamente! –

si può comprare anche la birra…

 

*  *  *

C’è il tempo dell’aratro

e il tempo della semina.

C’è il tempo dei germogli

e il tempo della crescita.

C’è il tempo della maturazione

e il tempo della falciatura.

C’è il tempo della trebbiatura.

E poi i mulini macinano,

finemente e lentamente.

Di chi sono le mani?

Di Dio? O di Satana?

Plasmano di noi una pasta

di chicchi tritati?

Le mani di chi fanno da questa pasta

il pane mal cotto che s’incolla alla gola?

Le sere non portano che vuoto.

Le mattine ci svegliano per la solitudine.

Una folla di gente estranea

ci passa accanto con indifferenza.

Il tempo della nostra semina

è già trascorso da un pezzo?…

 

*  *  *

il rondò in la minore di Mozart

è come un merletto del Brabante

un filo di ragnatela

una goccia di rugiada

satura di calda

luce solare

è tutto

è tutto?!!!

 

 

(C) by Paolo Statuti

Nikolaj Alekseevich Zabolockij

13 Gen

 

 

In un sito russo ho trovato e tradotto un interessante articolo anonimo sul poeta Nikolaj Zabolockij dal titolo «Coperta di baci, incantata…». Lo pubblico nel mio blog insieme con due poesie dello stesso poeta nella mia versione.

La nascita della poesia «Coperta di baci, incantata…» merita di essere conosciuta per la sua particolarità. Leggendola può sembrare che sia stata scritta da un giovane e ardente innamorato. In realtà la scrisse un serio pedante di 54 anni dai modi e dall’aspetto di un contabile. Inoltre fino al 1957, anno in cui Zabolockij pubblicò il suo ciclo «L’ultimo amore», la lirica intima gli era stata del tutto estranea. E a un tratto alla fine della vita ecco questo insolito ciclo lirico.

Nikolaj Alekseevič Zabolockij nacque il 24 aprile 1903 nei pressi di Kazan’. In gioventù studiò all’Istituto Pedagogico di San Pietroburgo ed entrò a far parte del gruppo di avanguardia oberiu. L’atteggiamento verso le donne e i membri del gruppo era puramente consumistico; Zabolockij era tra coloro che «sbraitavano furiosamente contro le donne». Švarc ricordava che Zabolockij e l’Achmatova non si sopportavano a vicenda. «Gallina – non uccello, donnetta – non poetessa» – amava ripetere il poeta. Egli conservò il suo atteggiamento sprezzante verso il sesso femminile per quasi tutta la vita. Ma ciò nonostante il suo matrimonio risultò riuscito e assai solido. Egli sposò una studentessa del suo stesso corso, una bella donna che fu moglie e madre affettuosa, nonché abile casalinga.

Pian piano si allontanò dagli oberiuti, i suoi esperimenti con la parola e l’immagine si ampliarono sostanzialmente e a metà degli anni ’30 egli era già un noto poeta. Ma una delazione contro la sua persona, avvenuta nel 1938, diede un duro colpo alla sua vita e alla sua creazione. Durante l’inchiesta lo torturarono, ma egli non firmò nulla. Forse per questo gli diedero la pena minima di 5 anni. Molti scrittori furono annientati dal gulag: Babel’, Charms, Mandel’stam. Zabolockij sopravvisse, grazie alla famiglia e alla consorte che fu il suo angelo custode. Lo destinarono a Karaganda e la moglie lo seguì con i figli.

Il poeta tornò libero soltanto nel 1946 grazie agli interventi di noti colleghi, in particolare di Fadiejev. Dopo la liberazione, Zabolockij decise di trasferirsi con la famiglia a Mosca. Lo ammisero nell’Unione degli scrittori e il collega Il’enkov gli offrì la sua casa a Peredelkino. In quel periodo tradusse molto. Gradualmente tutto si accomodò: pubblicazioni, notorietà, agiatezza, appartamento a Mosca.

Ma nel 1956 accadde ciò che Zabolockij non si sarebbe mai aspettato – la moglie lo lasciò. Ekaterina Vasil’evna aveva allora 48 anni. Dopo aver vissuto così a lungo al fianco del marito, non vedendo da parte sua né premure, né amorevolezza, si unì allo scrittore e noto rubacuori Vasilij Grossman. «Se lei avesse inghiottito un autobus, – scrisse il figlio di Korniej Čukovskij Nikolaj – Zabolockij si sarebbe meravigliato di meno!»

Passato lo stupore arrivò lo spavento. Il poeta era incapace di cavarsela da solo ed era profondamente afflitto. Il suo dolore lo avvicinò a Natal’ja Roskina, una donna di 28 anni nubile e intelligente. Nello smarrimento per ciò che era avvenuto, egli telefonò a una persona che amava le sue poesie. E’ tutto ciò che egli sapeva di lei. Telefonò a colei che conosceva tutti i suoi versi, anche quelli giovanili. In questo triangolo nessuno era felice. Sia Zabolockij che la moglie e anche Natal’ja Roskina soffrivano. Ma proprio la tragedia provata spinse il poeta a creare il ciclo di poesie liriche «L’ultimo amore», che è considerato uno dei più geniali e commoventi nella lirica russa. Fra tutte le poesie della raccolta spicca quella dal titolo «Confessione» – un vero capolavoro, una tempesta di sentimenti e di emozioni. In questa poesia le due donne del poeta si sono fuse in un’unica immagine.

Ekaterina Vasil’evna tornò dal marito nel 1958. Di questo stesso anno è anche la poesia «Non lasciare l’anima alla pigrizia». La scrisse un uomo già gravemente malato. Un mese e mezzo dopo il ritorno della moglie, Nikolaj Zabolockij non sopravvisse al secondo infarto.

Due poesie di Nikolaj Zabolockij tradotte da Paolo Statuti

 

Confessione

Coperta di baci, incantata,

Portata nel campo dal vento,

Tutta come incatenata,

Tu prezioso mio portento!

Né allegra, né afflitta,

Come da un cupo cielo discesa,

Tu mio canto di nozze,

Tu mia stella pazzesca.

Mi chinerò sui tuoi ginocchi,

Li stringerò con frenesia,

E con le lacrime e con i versi

Ti farò ardere, o amata mia.

Aprimi il tuo nordico volto,

Lasciami entrare negli occhi gravi,

Nelle tue braccia seminude,

Nelle tue nere ciglia orientali.

Ciò che si aggiungerà – non calerà,

Ciò che si avvererà – non si scorderà…

Perché piangi, mio dolce incanto?

O forse a me sembra soltanto?

1957

Non lasciare l’anima alla pigrizia

 

Non lasciare l’anima alla pigrizia!

Per non fare buchi nell’acqua,

Sia di giorno che di notte

Ad essa non si addice la fiacca!

Inseguila nella bufera,

Tra gli alberi schiantati,

Trascinala di tappa in tappa

Tra campi e borri innevati!

Non fare che dorma nel letto

Alla luce dell’aurora,

Tratta male la fannullona

E tienila a freno ognora!

Se per essere indulgente,

Dai disagi la vuoi liberare,

Essa anche l’ultima camicia

Ti toglierà senza esitare.

Tienila sempre ben stretta,

Tormentala continuamente,

Perché essa impari di nuovo

A vivere con te umanamente.

Essa è schiava e anche regina,

Essa è figlia e lavoratrice,

Sia di giorno che di notte

La fatica a lei si addice!

1958

(C) by Paolo Statuti

Mirka Szychowiak

10 Gen

 

 

    Scrutando il cielo della poesia polacca ho scoperto un’altra stella. Si chiama Mirka Szychowiak. Ha debuttato nel 2005 ed ha al suo attivo 5 raccolte di poesie e una di racconti. Ha già vinto diversi premi letterari. Il poeta, prosatore e critico Karol Maliszewski scrive: «Questo genere di versi è atteso con nostalgia, con essi si tira un sospiro di sollievo». Il poeta Bohdan Zadura a sua volta afferma: «La lingua di queste poesie esprime ciò che pensa la testa e ciò che sente il cuore…Mirka Szychowiak comunica con il mondo. Ha nei confronti di esso tanta sensibilità, quanta ne occorre per non cadere nel sentimentalismo, tanto distacco quanto basta per manifestargli qualcosa di più della comprensione». Ecco invece cosa dice la poetessa: «La poesia è dappertutto, ma io non la cerco, è lei che mi trova, perché io la partorisca. La gravidanza poetica si sviluppa nella mia testa, finché la poesia non assume una forma precisa. Allora la scrivo, fino all’ultima parola».

In una sua recente e-mail Mirka Szychowiak mi ha confessato: «Oggi posso dire che fuggendo da Wrocław ho trovato nella campagna di Księżyce la mia vera casa, dove posso avere tutti gli animali che voglio e dove tutto è mio. Ho sempre scritto qualcosa, ma soltanto in questa campagna è nata la poetessa Mirka Szychowiak. Ho debuttato relativamente tardi e mi chiedono perché. Penso che non si possa mettere fretta. Ognuno ha il suo momento. Il mio è giunto quando doveva giungere. Se avessi dovuto debuttare prima, l’avrei fatto. In una intervista ho detto che la scrittura consiste nell’attesa (anche). Le gestazioni letterarie non sono uguali per tutti – il parto avviene in tempi diversi. I parti prematuri sono pericolosi…Non ho intenzione di essere del tutto adulta o di sentirmi come una matrona impettita; non voglio perdere le occasioni di entrare in contatto con ciò che è apparentemente futile, brutto, emarginato. Perché Mirka Szychowiak cerca la bellezza proprio dove essa non è in prima fila, ma è profondamente nascosta da qualche parte».

 

 

Poesie di Mirka Szychowiak tradotte da Paolo Statuti

 

Non c’è male

Non c’ero là, ma sento un dolce

odore. Così dovrebbe profumare

il veleno. Si può prendere di gusto,

ben bene sparire ai propri occhi,

anziché fingere che si vuole qualcosa.

Com’è imbarazzante questa vita.

Pigolio

 Cala l’acqua, i giorni sempre più mortali,

i paesaggi piangono soli. Chi innesterà e spargerà

questa forza, raccoglierà le gocce, perché non io?

Niente si può dividere a metà, niente ormai vuole essere

intero e vivo. Ciò che era mio l’hanno preso senza chiedere.

Cose trovate per caso, solo questo ora ho. Un paesaggio

arido, fiumi vuoti e qualche uccello impaurito

coi sintomi della malattia dell’orfano. Siamo così

diversi da tutto ciò che amo.

Suolo

 La sera la gente torna a casa e si spopola

la riva del fiume – il nostro preferito

locale notturno. E’ bello immergersi

nell’acqua fino al collo e sgranocchare le stelle

che galleggiano come ciccioli dorati.

Veniamo qui, quando non abbiamo più niente

da riparare. Gli strati protettivi

stesi sulla riva, aderiamo morbidamente.

Sotto di noi la parte assonnata del cielo.

Riflesso

 Il pesce di cristallo, solo e morto

riposa sul ripiano deserto.

Verso in esso un frammento di oceano;

la sabbia si posa sul fondo del ventre

e si ammassa, partorendo nel dolore una duna.

Non mi rallegra questa frode,

dovrei liberarlo e lasciarlo

in pace. Tutto solo, come me.

Sul fondo del deserto due pesci

– uno piange, l’altro vuole.

Né, né

 Il cielo annerito sputa le note

– un requiem da tempo promesso alle stelle.

Bruciano così in fretta, che la notte si acceca.

Il fuoco irrompe dalla finestra aperta,

distribuisce biglietti per il concerto di ieri.

Ciò che l’ha rapita non pretende un riscatto

– il prezzo della paura è incalcolabile.

Là in alto duole molto, vuole soffocare.

Né dormire né cadere né niente.

 

Circostanze

 Mi sono trasferita nel mondo macchiata

di sangue, con la cintura di sicurezza recisa.

Pioveva in quel momento? Di notte, o forse

all’alba, il mio corpo si costruiva dall’inizio.

Loro sapevano più di me, ma ora non si sa

a chi chiedere. Da quando sento che esso non

mi appartiene, voglio modificare il curriculum.

Oltre il corpo deve esserci una qualche storia.

I testimoni se ne sono andati, prendendo il ricordo di me,

l’hanno lasciato nella polvere, alla rinfusa, adulto.

E da quando non cresco più, ricordo sempre meno.

Accanto

 Rumore nei corridoi delle vene, intorno le piantagioni

dei tendini; il corpo vestito di tutto punto

non permette di vedere ciò che avviene in se stesso.

Si vive con questo corpo insieme e separati,

con lo stesso nome, per lo più tacendo.

Quali sono le abitudini di ciò che hai dentro,

dormite insieme, o uno di voi veglia,

controlla il polso, la temperatura e il respiro?

Ciò è vivo nel vivo, vicino e sconosciuto;

qualcuno a volte deve entrarci e governare,

guarda da vicino, tocca e spezza, e tu

nemmeno sai a chi duole di più.

Solo la testa sembra essere comune

e il sangue è lo stesso, versato come fiume.

Il resto è lontano, benché proprio sotto la pelle

– una cassaforte con la serratura arrugginita.

Allora

 E’ certo che quel giorno arriverà.

Lo chiamo un lungo sogno, allora è più facile

mescolarlo con la paura in agguato.

I timori camminano al centro, costringono

allo scontro frontale. Io partecipo, ma nessuno

m’ incontrerà col decesso scritto in faccia.

Per ora penso a cosa prendere e a cosa lasciare,

a chi affidare gli apparecchi del linguaggio,

a cosa distruggere, o considerare come prova

che qui c’ero anch’io. E chi conserverà questo?

Quando qualcuno farà segno di voler ricordare,

si tornerà sull’argomento.

Ho per te un piccolo nobel

 Finalmente hai la pace.

Ti giungono soltanto i suoni

che accrescono il sapore del silenzio.

La febbre non ha minato i tessuti

e ciascuno può rigenerarsi.

Lo so, è stata dura.

Per l’acuto catarro delle vie vitali

non s’è ancora trovata la giusta diagnosi.

Ma tu non hai sofferto oziosamente.

Da ciò che scavava un tunnel

nella tua testa – hai ricavato un antidoto;

per esso ti do un piccolo nobel.

Posso portare qui altri?

Di quelli non contorti, frastornati,

che sgranocchiano pillole come caramelle.

Racconta loro di te – di quella più recente,

che ha sconfitto il drago. Questo basta.

Trasbordo

 La rabbia è un carburante, per il quale

ho uno sconto – occhi chiusi e piede sul gas.

Non vede dove corre, chi va, non

sente se si staccherà un pezzo, neanche

si fermerà, non cercherà di rimettere a posto

ciò che è caduto. La testa si riempie come

un pallone si riempie di aria – sei sempre più grande,

ma come più leggera, meno sensibile al fuoco

che da sotto con insistenza cerca

di staccarti da terra. C’è una scelta,

un’altra strada e un altro luogo, per scaricare

l’eccesso di carburante, togliere il piede dal gas,

lasciare il bagaglio e andare a piedi?

Entrare in qualche modo in una gita

a piedi, consumare le suole e aprire

gli occhi, vedere tutto questo e tutto

guardare e reggere la testa, affinché

non scappi, affinché non rimanga sola

in questo bordello.

 

 

Thomas Stearns Eliot: Gente vuota

20 Dic

 

T.S. Eliot (1888-1965)

T.S. Eliot (1888-1965)

 

 

Gente vuota

da: Wikipedia, l’enciclopedia libera

 

«We are the hollow men                          «Noi gente vuota

We are the stuffed men                            Noi gente impagliata

Leaning together                                       Ci sosteniamo a vicenda

Headpiece filled with straw… »               La testa imbottita di paglia… »

 

   Thomas Stearns Eliot scrisse questa poesia nel 1925 durante un periodo di assenza dal lavoro a causa di un esaurimento nervoso.

Gli uomini vuoti si presentano direttamente attraverso un monologo drammatico: essi non hanno identità, personalità, non riescono a stare in piedi da soli e sussurrano parole vuote As wind in dry grass Or rats’ feet over broken glass (“Come il vento sull’arida erba O i piedi di topo sul vetro in frantumi”). Questi sono il correlativo oggettivo dell’uomo moderno, quegli stessi viventi moribondi che affollavano la “Terra desolata”, “forma senza foggia, ombra incolore, forza paralizzata, gesto immobile”. E’ gente vuota e di paglia. Essa non riesce a sostenere lo sguardo degli occhi degli uomini virtuosi, poiché questi per loro sono come Sunlight on a broken column (“La luce del sole su una colonna spezzata”), sottolineando una morte prematura.

La gente vuota vive in un deserto, in una terra morta, arida come loro sia psicologicamente che religiosamente a causa della mancanza di acqua. In questa terra crescono solo cactus, che danno frutti spinosi, le spine del mondo moderno. Qui hanno costruito immagini di pietra che in realtà sono solo falsi idoli che ricevono The supplication of a dead man’s hand Under the twinkle of a fading star (“La supplica della mano di un morto Nel luccichio di una stella che si spegne”). Poi gli uomini si svegliano soli e innalzano preghiere a quella pietra infranta, sottolineando la mancanza di comunicazione, empatia e condivisione dei sentimenti.

 

Nella vuota valle di stelle morenti, una mascella spezzata di regni perduti (declino del mondo moderno), non ci sono anime, né occhi, la gente brancola insieme senza parlare, riunita sulla spiaggia del fiume ingrossato. Non torneranno ad essere anime a meno di una speranza miracolosa come la Rosa di molte foglie del Paradiso che appare vana. La gente vuota si trova bloccata in questa situazione di inerzia e paralisi, di debolezza della volontà, incapace di affrontare il salto esistenziale di Kierkegaard.

 

«Between the idea                                       «Tra l’idea

And the reality                                              E la realtà

Between the motion                                    Tra il movimento

And the act                                                    E l’azione

Falls the Shadow… »                                    Si posa l’Ombra… »

 

L’ombra rappresenta una life-in-death (vita nella morte) che ha avuto la possibilità di riconoscere  la differenza tra salvezza e dannazione, ma ha rigettato questa possibilità e ha scelto di non scegliere tra le due, e vivrà per sempre in un Limbo. Irrompe così una voce esterna che dice Perché Tuo è il Regno Perché Tuo è La vita è Perché Tuo è il…, ma “il mondo finisce non con un boato ma con un guaito”.

 

Presento qui la mia versione di questa celebre poesia.

 

Gente vuota

 

Mistah Kurtz – he dead.

A penny for the Old Guy

 

I

 

Noi gente vuota

Noi gente impagliata

Ci sosteniamo a vicenda

Le teste imbottite di paglia. Ahimé!

Le nostre aride voci

Quando sussurrano

Sono sommesse e insignificanti

Come il vento sull’arida erba

O i piedi di topo sul vetro in frantumi

Nella nostra arida cantina

 

Forma senza foggia, ombra incolore,

Forza paralizzata, gesto immobile;

 

Quelli che sono entrati guardando dritto

Nell’altro Regno della morte

Ci ricordano – se lo fanno – non come anime

Perse e violente, ma soltanto

Come gente vuota

Gente impagliata.

 

II

 

Non oso incontrare gli occhi nei sogni

Nel regno sognato della morte

Essi non appaiono:

Là, gli occhi sono

La luce del sole su una colonna spezzata

Là, è un albero che ondeggia

E le voci

Quando il vento canta

Sono più distanti e solenni

Di una stella che si spegne.

 

Che io non sia più vicino

Nel regno sognato della morte

Che indossi anch’io

Tali ricercati travestimenti

Pelo di topo, piume di corvo, bastoni incrociati

In un campo

Facendo come fa il vento

Non più vicino –

 

Non l’incontro finale

Nel cupo regno

 

 

III

 

Ecco la terra morta

Ecco la terra dei cactus

Qui le statue di pietra

Sono sorte, qui esse ricevono

La supplica della mano di un morto

Nel luccichio di una stella che si spegne.

 

Ed è così anche

Nell’altro regno della morte?

Ci svegliamo soli

Nell’ora in cui

Tremiamo di tenerezza

Le labbra che vorrebbero baci

Pregano a una pietra spezzata.

 

IV

 

Gli occhi non sono qui

Non ci sono occhi qui

In questa valle di stelle morenti

In questa valle vuota –

Spezzata mascella dei nostri regni perduti

 

In questo ultimo luogo d’incontro

Brancoliamo insieme

Evitiamo di parlare

Riuniti sulla spiaggia del fiume ingrossato

 

Ciechi, se

Gli occhi non riappaiono

Come perenne stella

Rosa di molte foglie

Del cupo regno della morte

La speranza soltanto

Di gente vuota.

 

 

 

V

 

Giriamo intorno al frutto spinoso

Frutto spinoso frutto spinoso

Giriamo intorno al frutto spinoso

Alle cinque del mattino.

 

Tra l’idea

E la realtà

Tra il movimento

E l’azione

Si posa l’Ombra

                                Perché Tuo è il Regno

 

Tra la concezione

E la creazione

Tra l’emozione

E la reazione

Si posa l’Ombra

                                La vita è assai lunga

 

Tra il desiderio

E lo spasimo

Tra la potenzialità

E l’esistenza

Tra l’essenza

E il suo frutto

Si posa l’Ombra

                                   Perché Tuo è il Regno

 

Perché Tuo è

La vita è

Perché Tuo è il

 

In questo modo il mondo finisce

In questo modo il mondo finisce

In questo modo il mondo finisce

Non con un boato ma con un guaito.

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

 

(C) by Paolo Statuti