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La morte di Isotta

18 Set

La morte di Isotta ovvero l’abbraccio della Morte con l’Amore

   Questa mattina ho pianto riascoltando la morte di Isotta diretta da Arturo Toscanini. Toscanini e Wagner – binomio indimenticabile! Musica di una struggente assoluta bellezza. Si sente l’ombra della Morte che cresce…cresce e in un travolgente crescendo abbraccia l’Amore ed insieme escono dalla scena, accompagnati dai sospiri della musica. Ascoltatelo anche voi. Concedetevi un attimo di commozione e di gioia interiore!

Nina Kossman

8 Set

     Ho incontrato Nina Kossman (in Russian Kosman) in Facebook, grazie a un “Mi piace” da lei messo a un mio testo. Incuriosito, ho voluto sapere chi fosse e ho scoperto un “mondo nuovo”, un talento multiforme con una straordinaria creatività. Scrive poesie, romanzi, racconti, drammi, dipinge e scolpisce, traduce poesie russe in inglese. E’ nata a Mosca. Durante la guerra molti membri della famiglia del padre morirono nell’Olocausto a Riga (Lettonia), mentre molti famigliari della madre morirono nell’Olocausto in Ucraina, dove allora vivevano. Nel 1972 con la famiglia emigrò dall’Unione Sovietica. Dopo un anno trascorso tra Israele e Roma, si stabilì prima a Cleveland e poi a New York, dove tuttora vive.

     Ha pubblicato tre raccolte di poesie in russo e in inglese, due raccolte di racconti e un romanzo in inglese. I suoi quadri sono stati esposti in Canada e in America. La sua prima raccolta di poesie fu stampata dalla casa editrice “Belle Lettere” nel 1990. Racconti e poesie in inglese sono apparsi in riviste americane e canadesi. La sua prosa e i suoi versi sono stati tradotti dall’inglese in francese, spagnolo, giapponese, olandese, persiano, greco, ebraico, cinese, e adesso pubblicate per la prima volta le mie in italiano. Il suo romanzo di successo La regina degli ebrei (2019) è uscito prima in Inghilterra e successivamente anche in russo. Nel 1995 ha ricevuto il premio del Pen Club inglese e dell’Unesco per la prosa in inglese, e una donazione dalla National Endowment of Arts per la sua traduzione delle poesie di Marina Cvetaeva. Riguardo ad essa il noto poeta e scrittore V.S. Mervin (1927-2019) ha scritto: «Sono versioni chiare, forti, udibili, sento in esse la voce di Cvetaeva in misura maggiore e in un tono nuovo che svela nei suoi versi qualcosa che prima avevo appena intuito».

     Nina Kossman è dunque bilingue e a tale proposito dice: «L’ inglese è la lingua che dovevo usare nel mondo esterno – a scuola, in città, ecc., mentre la mia poesia scritta in russo è emersa dal mio mondo interiore, tutto mio».

     Il critico letterario Pjotr Tartakovskij (1926-2015) in un suo articolo sulla poesia di Nina Kossman scrive: «La parola di questa poetessa è duttile, pungente e soprattutto attuale ed eterna, non perché ambisca a una qualche immortalità, ma perché sceglie per la personificazione artistica non ciò che è temporaneo, ma ciò che è eterno, trasmessoci dalla Natura e dal Tempo».

     Il poeta, critico e giornalista Daniil Čkonja nella sua prefazione alle poesie di Nina Kossman, pubblicate nella più importante rivista di poesia russa La Lira dell’emigrazione afferma: «Le poesie di Nina Kossman abbinano i miti dell’antica Grecia alla sensualità contemporanea…Questa poetessa intreccia abilmente strati storico-culturali con gli avvenimenti del nostro tempo, creando un suo proprio quadro della vita nella sua continuità e unità».

     Ed ecco infine il commento del mio amico poeta e slavista Antonio Sagredo, al quale ho fatto leggere le poesie di Nina Kossman da me tradotte: « Ciò che più colpisce in questa poetessa è la forte personalità che possiede e che dimostra come ha ingerito al massimo grado la lezione e la vita della poetessa russa  Marina Cvetaeva, della quale è stata fine traduttrice di tanti suoi versi. Questa sua personalità mi richiama un’altra grandissima figura femminile: Anna Politkoskaja (uccisa sotto casa dagli uomini del Cremlino) che fu pure lei affascinata dalla Cvetaeva tanto da scriverne la sua tesi di laurea; questa grande giornalista soltanto lei poté affrontare con coraggio il potere, come ai suoi tempi spietati la poetessa.

   Donne dunque  di carattere inflessibile, e questi versi della Kossman – così attuali in questi nostri tempi odierni – ne testimoniano il piglio irremovibile di fronte ad eventi tragici che si ripetono crudelmente, tanto da marchiarli ancora di più:

Sono nata nel paese
Dei morti a milioni,
Nel silenzio soffocante
Di guardinghe passioni,

Dove il cielo di notte
Era detto assolato,
Coi teschi così a lungo
Sotto il suolo ghiacciato.

Non verranno sepolti,
I nomi scorderanno;
I nomi degli uccisi
Le lapidi non sapranno,

Delle anime riconosciute
Per il sangue loro:
Io sono della stessa valle,
Ma non dello stesso coro.

E’ certo che ci vuole grande talento a tradurre la Cvetaeva!, e la Kossman lo ha di certo perché le stato riconosciuto in primis dal celebre critico americano Harold Bloom e dal poeta W.S. Merwin, e da tanti altri notevoli critici e poeti di varia estrazione culturale.

   Dalla foto della Kossman noi miriamo il suo bel viso che tradisce un carattere determinato e pochissimo incline a giudizi lusinghieri e confortanti. Il suo verso è chiaro in forma e contenuto e di questo dobbiamo ringraziare la bravura del traduttore Paolo Statuti; questo verso non lascia al critico di dubitare affatto della sua missione, poiché è diretto e non ha tempo per fronzoli e ricami che possano rigenerare una speranza nuova e diversa:

Non più immune dagli eventi della sua anima,

egli era di nuovo incantato dal piano del mondo.

   Nina Kossman ha scritto tanto e la sua bibliografia giustifica il suo impegno là dove la poesia, la sua anche, ha diritto di abbarbicarsi su qualsiasi cosa che richieda un supporto, un aiuto, un richiamo all’umanesimo. Poesia dunque combattiva per la verità che svela i crimini impuniti, come appunto quella della poetessa Cvetaeva, e come i reportages coraggiosi – io scrivo quello che vedo!  – della Politkovskaja.

     E allora di nuovo i miei ringraziamenti, che mai finiscono, a Paolo Statuti vera talpa che scova la poesia dei poeti di ogni latitudine… un lavoro di scavo prezioso con cui le generazioni che verranno dovranno confrontarsi.

Ma ecco la poesia della Nina:

Eccola, vedi, scorre,
l’acqua viva del torrente,
l’acqua viva delle fiabe,
per tutti e per niente».

Poesie di Nina Kossman tradotte da Paolo Statuti

Babi Yar

La madre diceva tua sorella mi fa impazzire,

Ma dov’è, oggi andiamo tutti a morire.

I fritzi* bussano alla porta, dobbiamo uscire.

Presto, svelto, perché quei libri, che te ne fai,

Là dove andremo a stare non li userai mai.

Sei sempre l’ultimo, figlio mio, continuava a dire.

Ecco, sono pronti, ma ora lui vuole dormire!

Dormirai là dove ci porta la nostra stella.

Lascia i libri e cerca piuttosto tua sorella.

Sei uno sciocco, davvero, ma quale stazione?

Ora c’è anche la sorella e vanno in processione.

Chi guidava la colonna loro al macello

Aveva nipoti e pronipoti e prendeva la pensione,

I nipoti hanno un animo gentile, non serve

Traumatizzarli parlando loro di un certo bosco,

Dicendo che nel mondo non c’è un solo posto,

Che è una radura, e nessuno è risuscitato;

Ma che il nonno alla loro madre ha mirato,

Che il giovane era mezzo addormentato,

E cadendo sulla madre gli è sfuggito il sacchetto,

Tra i libri sparsi sul corpo c’era anche un gessetto…

Taci, al nipote non serve il tuo boschetto.

*Soprannome peggiorativo per i tedeschi (N.d.T.)

*  *  *

Vedi come il nero stormo

di uccelli caduti senza chiasso

guarda, ingoiando l’aria,

l’aria che fissa in basso;

e la loro mente, diventata ali

e il loro sogno sorpreso

della volta celeste, perfidamente segata

fino all’azzurro stesso –

dal nero stormo, senza un grido,

nelle mute lame dell’erba:

della ferrosa terra centocchi

e del vedente cielo sono una lega.

*  *  *

Vedi come il sole nasconde

abilmente con le mani d’oro

il ricordo degli avi bruni

in lunghi vasi pagani;

sottili mani del sole,

agili gialle dita –

perché non si sappia nulla

dei visi sereni degli Etruschi,

delle lievi etrusche ceneri,

e del secolare specchio tra noi e la morte.

*  *  *

Sono nata nel paese
Dei morti a milioni,
Nel silenzio soffocante
Di guardinghe passioni,

Dove il cielo di notte
Era detto assolato,
Coi teschi così a lungo
Sotto il suolo ghiacciato.

Non verranno sepolti,
I nomi scorderanno;
I nomi degli uccisi
Le lapidi non sapranno,

Delle anime riconosciute
Per il sangue loro:
Io sono della stessa valle,
Ma non dello stesso coro.

Là dove mamma piangeva
Per l’uccisione del padre,
Dio di Abramo –
Ozem nell’ade.

Nuovi paesi e l’amore
Io non trovo,
Se sotto la neve i resti
Giacciono di nuovo.

*  *  *
Eccola, vedi, scorre,
l’acqua viva del torrente,
l’acqua viva delle fiabe,
per tutti e per niente.
Nessuno vestirà d’oro,
nessuno dall’insonnia salverà,
l’acqua viva delle fiabe,
limpida e lenta sarà.

Vedi come dolcemente scorre,
si aggrappa alle mie fredde mani,
l’acqua viva delle fiabe –
via da me!* Cura prima i tuoi mali.

*L’espressione russa “Czur menjà”, da me tradotta “Via da me”, è usata per scongiurare una minaccia, un pericolo da parte di uno spirito maligno derivato dalla mitologia slava.

*  *  *

Vedi come i gabbiani assonnati,
lentamente sonnolenti si aggirano,
muovono le ali
sulla rossa argilla presso il lago,
l’argilla con cui i greci
plasmavano stretti vasi
con un accenno alla vita degli dei
(custodi del segreto della morte,
rivelatisi soggetti ad essa) –
gli dei di argilla rossa
presso il lago degli uccelli assonnati.

*  *  *

Se la morte non c’è,

allora puoi campare,

con una parola puoi la terra evocare,

con ogni parola la vita prolungare,

con ogni lettera gli uccelli invitare

a un convito di briciole di pensiero,

di scorza di sogno; il loro chiasso mattiniero

è un segno che la  vita non è un inganno,

lascia che muovano la coda come fanno,

lascia che sia un indizio

che la morte non ha né fine né inizio.

*  *  *

Non più immune dagli eventi della sua anima,

egli era di nuovo incantato dal piano del mondo.

Egli ora percepiva in esso non un ruggente nulla,

ma gli anelli e le crespe lasciate nell’aria

da un suono, un gesto, un commosso addio.

Pronto per l’età adulta, il mondo farà germogliare

viticci e petali in luogo di un sospiro

inudito dalle forze avvolte nelle nubi

o sotto il primevo suolo dove dormono gli amanti.

O scintillio di una vita faccia a faccia con un miracolo!

L’apparenza respinta per amore dei sentimenti!

Spruzzato di felicità come di dolce acqua,

egli si gettò a capofitto nel ridente grembo di lei

il cui viso egli poteva uguagliare al nulla,

la cui mano – ah, la più vera mano umana!

Pronto ad ammirare la purezza nella stagionale lite

di lei col vuoto, egli – come tutti i candidi amanti,

vedeva anziché il viso di lei, il suo proprio capriccio.

Quando il seme del miracolo generò lo stelo del dubbio,

egli udì una dolce melodia – la sua;

egli udì un ruggente vuoto – del mondo.

*  *  *

Irruppe a un tratto e come un cieco,
Inciampando, il vagone attraversò.
«Ehi, dove vai?! Fermati!» –
Dalla banchina qualcuno gridò.

Ma egli parla con se stesso,
Il bastone qua e là puntato,
Proprio come un cieco,
Alle tenebre abituato.

Ma chi è? Come si chiama?
Come può l’angoscia superare?
Si irrigidì al finestrino,
Cercava di ricordare.

Chi è? Da dove è venuto?
Alla luce come si strugge!
Eppure ognuno, sempre
Al nulla sfugge.

* * *

Ogni giorno più libere,

le parole che la morte ha preso:

cosa possono dire

che non è stato già chiarito,

più libere nella pioggia

ogni anno finito

parole che la morte ha preso,

cosa possono dire

che non è stato ancora detto

in ogni lingua, ogni libro;

se il silenzio è d’oro

allora le parole che la morte ha preso

sono oro in una rete da pesca,

io le aspetto in silenzio,

ogni giorno più libere.

*  *  *

Parole nella mia mano come ciottoli,

siete tonde e pacifiche.

Ma il frastuono della guerra

è giunto da lontano,

e il mare ha portato via i ciottoli,

ed è vuota di parole la mia mano.

*  *  *

Tra la spuma d’autunno

E la scorsa primavera,

Come libero uccello – un falco

Nello studio sulla tela,

Tra l’ombra e la forma

Di un’ombra in terra

Come di viventi al di fuori

Un’ombra che ricorre,

Tra la misura e l’immagine

Di mondi ripetuti uguali

Come orchestrazione di narcosi –

In preghiere di messali…

Scegli, se

Il soffitto blu posato

Sopra il tuo studio

Pace non ti avrà dato.

La lettera che Giordano Bruno non scrisse

17 febbraio 1600. Freddo gelido in Campo de’ Fiori.

La folla è accorsa per vedere l’eretico arso vivo.

È nudo e appeso a testa in giù,

reo di aver negato i dogmi della Chiesa Cattolica,

e mentre la turba urla e fischia,

Giordano Bruno, la cui mente è ancora lucida,

malgrado settimane di atroci torture

(neanche con lo stivale* ha ripudiato),

scrive una lettera nella sua testa a chi

si troverà in quella piazza secoli dopo,

quando anche un bambino saprà che è vero

ciò per cui oggi lo condannano al rogo:

che la terra gira intorno al sole

e non viceversa;

che Dio è dentro di noi, non ha la barba

e da una nuvola non prende spunti

da vecchi con la tonaca;

che per la libertà di pensiero è giusto lottare

e perfino morire, bruciato sul rogo.

Ma non fa in tempo a terminare la lettera

che sta scrivendo nella sua testa,

perché le fiamme già avvolgono il corpo

e la mente, non più forte come prima.

“Verrà il giorno” – cerca di continuare –

“In cui tutto ciò che ho scritto sarà provato…”

È l’ultima riga della sua lettera non scritta.

Qualche ora dopo il sacco con la sue ceneri

viene portato al Tevere. Aperto. Svuotato.

*Lo „stivale spagnolo”, orribile strumento di tortura. (N.d.T.)

(C) by Paolo Statuti

Finlandia – Questo è il mio canto

7 Ago

     Nel 1934  il poeta californiano Lloyd Stone (1912-1993) scrisse la poesia Questo è il mio canto basata sul sesto movimento del poema sinfonico Finlandia di Jean Sibelius (1865-1957). È un inno di pace e di speranza così attuale e necessario in questi tempi tenebrosi. Ecco la mia traduzione libera, che purtroppo non segue la melodia. Fornisco anche il testo inglese che potrete canticchiare con la celebre e suggestiva musica del poema. Nel 1941 il poeta finlandese Veikko Antero Koskenniemi compose un nuovo testo poetico, tuttavia non più come canto di pace, ma come esortazione patriottica al risveglio della dignità nazionale.

This Is My Song

 by Lloyd Stone

This is my song, O God of all the nations,
a song of peace for lands afar and mine.
This is my home, the country where my heart is;
here are my hopes, my dreams, my holy shrine;
But other hearts in other lands are beating
with hopes and dreams as true and high as mine.

My country’s skies are bluer than the ocean,
and sunlight beams on cloverleaf and pine;
But other lands have sunlight, too, and clover,
and skies are everywhere as blue as mine.
O hear my song, O God of all the nations,
a song of peace for their land and for mine.

Questo è il mio canto

Questo è il mio canto, o Dio di tutte le genti,

per noi e i fratelli in terre lontane è il mio canto.

Questa è la mia casa, il paese dove batte il mio cuore,

qui sono le mie speranze, qui è il mio altare santo.

Ma altri cuori, in altre terre, sono tormentati,

hanno desideri e sogni come i miei, ma calpestati.

I cieli del mio paese sono più blu del mare,

e la luce del sole brilla sul trifoglio, mio Dio.

Anche altre terre hanno il trifoglio e la luce del sole,

e il cielo è dappertutto blu come lo è il mio.

Oh, ascolta la mia preghiera, o Dio di ogni gente,

Per la loro pace e per la nostra io ti prego umilmente.

(C) by Paolo Statuti

Vadim Gabrielevich Shershenevich

3 Ago

    

Nacque a Kazan’ il 25 gennaio 1893. Dal 1907 visse a Mosca, dove studiò nel ginnasio privato fondato da L.I. Polivanov (vi studiarono anche V. Brjusov, A. Belyj e S. Solov’jov). Poi fu uno studente dell’Università di Mosca, prima in campo matematico e in seguito nelle facoltà di storia e filologia. Per qualche tempo si formò anche all’Università di Monaco.

     Iniziò a scrivere poesie negli anni del ginnasio, provando maniere diverse. Nelle prime raccolte Macchie verdi di primavera (1911), Carmina (1913) si sente l’influenza dei maestri del simbolismo Bal’mont, Brjusov e Blok. Le successive Cipria romantica e Flaconi stravaganti (entrambe del 1913), avvicinano invece Šeršenevič agli egofuturisti. Nel 1913 insieme con Lev Zak organizzò il gruppo futurista Mezzanino di poesia. A metà degli anni ’10 pubblicò l’opera teorica Futurismo senza maschera e tradusse i manifesti letterari di F. Marinetti. Ha curato la Prima rivista dei futuristi russi, provocando critiche da parte degli oppositori, tra il quali il gruppo Centrifuga. Allora ne faceva parte Boris Pasternak, il quale sferrò un aspro attacco a Šeršenevič con il suo articolo Reazione Wasserman (come è noto, è un test diagnostico per l’accertamento della sifilide).

     Durante la prima guerra mondiale fu al fronte come volontario. In questo periodo il poeta trovò il suo stile, espresso dalla raccolta Passo di automobile e dal dramma monologo Veloce (entrambi del 1916). Nel 1918 pubblicò una delle sue opere più significative: il poema d’amore Crematorio, quale sorta di risposta alla Nuvola in calzoni di Majakovskij. Nel 1919 fondò il gruppo degli imaginisti con S. Esenin, A. Mariengof e A. Kusikov. All’inizio degli anni ’20 pubblicò il suo libro di poesie più famoso Il cavallo come cavallo, la raccolta Cooperative di allegria, la tragedia L’eterno ebreo, e la commedia Una totale assurdità. Leggeva poesie dal palcoscenico, godendo di un’enorme popolarità tra il pubblico di Mosca. La rivalità tra lui e Majakovskij continuò senza tregua. Nel 1919 fu presidente della filiale di Mosca dell’Unione dei poeti di tutta la Russia.

     Il suo ultimo libro di poesie Dunque – Insomma è del 1926. Una parte importante dell’opera di Šeršenevič è legata al cinema e al teatro, tra parentesi ebbe tre mogli, tutte attrici. Oltre che poeta e drammaturgo, fu regista, critico, sceneggiatore e traduttore. Negli anni ’20-’30 tradusse le commedie di W. Shakespeare, P. Corneille, V. Sardou, poesie tedesche: R.M. Rilke, D. Lilienkron, e francesi, compresa la traduzione completa dei Fiori del male di Baudelaire. Le opere di Šeršenevič di grande interesse degli anni ’30 sono state pubblicate per la prima volta nel 1990. La traduzione dei Fiori del male nel 2007.

     Nell’autunno del ’41 fu evacuato ad Altaj. Morì di tisi galoppante il 18 maggio 1942.

     Il poeta ebbe un’influenza notevole sul mondo lirico del suo tempo. Nelle sue poesie troviamo spesso rime dissonanti e la tecnica di accenti elaborata nello stesso periodo di Majakovskij. Predilige i temi dell’amore sensuale tragico, la stravaganza basata, come nei primi futuristi, sulla estetizzazione di motivi scandalosi, immagini burlesche. L’interesse per la pagliacciata è un punto fermo nella sua biografia. Era attratto dalle metafore urbane, che usava spesso per creare una particolare atmosfera. Tutti questi aspetti hanno formato il suo stile decisamente unico, che distingue questo poeta da altri simili a lui.   

     Qualcuno ha detto: “Secondo me, Šeršenevič non può lasciare indifferenti: o lo ami o non l’accetti. Io lo amo. Le sue immagini sono a volte complesse, fino all’assurdo, e non le comprendi immediatamente. Ma vale la pena vedere, capire – e avviene il miracolo”. È la stessa impressione che ho avuto anche io traducendo con grande interesse e piacere questo illustre poeta dell’età d’argento.

     Nella compilazione di questo testo mi sono servito di Wikipedia.

Poesie di Vadim Šeršenevič tradotte da Paolo Statuti

Le maschere

Maschere dappertutto, maschere allegre,

Dalle fessure degli occhi guardano astute;

Dove sono io? In una vecchia dolce fiaba?

Ma per cosa le lacrime cadute?

Maschere fatue, maschere allegre,

Mi fa cenno, mi chiama la vostra danza.

Ecco un guizzo di occhi innamorati;

Strane maschere, in che avete speranza?

Abiti senza gusto, parole ritmiche;

Volano in danze insensate

Braccia, petti e spalle invitanti;

Maschere allegre, maschere fatue.

Coprirò le lacrime con una maschera sorda,

Metterò la mia maschera ridendo ah ah!

Maschere fatue! Seguitemi,

Udite: io canto un inno alla trivialità.

Maschere dappertutto, maschere allegre,

Dalle fessure degli occhi guardano astute;

Dove sono io? In una vecchia dolce fiaba?

Ma per cosa le lacrime cadute?

1910

A M.S.

Se solo sapessero quanta pena

Nella mia lieta risata è nascosta!

Come morto striscio dalla pietra tombale,

Come salma, nel sudario della notte avvolta.

Io non oso essere me stesso,

Ed essere un altro non vagheggio!

Coprendomi di buio notturno ,

Sorrido a un raggio.

Se solo sapessero quanta pena è nascosta

Nella chiara maschera del mio volto!

Pesanti premono le lastre di marmo,

E il mio amore è solo il sogno di un morto.

Vi prego: non rimproveratemi per il sorriso,

Lasciate tutto ciò che terreno non era!

Se potete – capite:

Non essere se stessi è una fatica vera,

1911

Il cuore ritornello di preghiere

                                                        A Ja.Bljumkin

A chi servono fama, posate d’argento,

A chi molte lacrime versate, –

A me basta un briciolo d’amore,

E un po’ di sigarette fumate.

A me basta un briciolo d’amore,

Senza isterismi, senza giurare,

Perché io possa una qualche Olečka

Dalla testa ai piedi succhiare.

In realtà non serve l’infelice immortalità,

La questione del mondo risolvo con successo, –

Se credo in qualcosa – è nei tessuti di lana,

Se so – è non più di quanto Cristo sapesse.

Ed ecco dietro l’anima, quasi goffamente

A larghe linee e senza perplessità,

Maggio viene rubicondo, festeggiando

Con le chiacchiere dei passeri – la vastità.

Prego di andare modestamente in fumo,

Di non lasciare orfani – né bambini, né versi;

E quando morirò il mio corpo spalluto lavate

Nell’acqua dolce dei feuilleton.

Assaggiate il mio nome, mettetelo nella Bibbia.

Viveva, sembra, un tale comico santo,

E tutta la vita cercò un soldo d’amore,

La pace amore chiamando.

Ed è buffo chi in Dante ereditò l’amare

E dalla testa ai piedi si rattristava,

Il suo corpo di notte per otto rubli

Alle allegre ragazze confessava.

Sulle tempie anziché vene, aveva gigli,

Se piangeva nel fazzoletto c’era sangue,

Era l’ultimo nell’unico amore

Del cognome Agasferov già esangue.

Ma ancora non sono morto, prendendo un raffreddore,

Dipende tutto se Cristo passerà per l’Arbat, –

A me basta un briciolo d’amore

E un po’ di sigarette fumate.

1918

Percento sul dolore

Dai canti russi ereditata la tristezza e

Il dolore, da cui la patria è ferita,

I poeti la moneta sonante della passione

Non sono liberi di spendere nella vita.

E con l’avarizia ospiziale delle vecchiette

Della fame la nostra vita è preda,

Calcolando, come ultimo centesimo,

Una gioia o una malattia spesa.

Noi prodighi con invidia amiamo tutto,

I giorni a chi vive affrettiamo,

Comprimiamo con un misero bilancio

Ciò che ogni giorno per l’anima spendiamo.

E tutto, dal pianto alle lettere d’amore,

Controllato con le proprie entrate,

Tutto ciò che rimane va concretamente

Sul conto corrente delle poesie create.

E così dalla giovinezza alla morte,

A once misuriamo la nostra storia,

Come percento sul dolore investito,

I versi ci rendono un centesimo di gloria.

Tutto affinché il nostro casuale erede,

Il lettore, preso in mano un canto esclami:

– Quale ricchezza possedeva il defunto –

E ha tormentato la vita con la fame!

1923

Solitudine

Sono triste in una bettola di periferia,

Il vino non allieva il tormento,

E la bufera argentea punge

Dalla finestra rotta dal vento.

Una scia grigio-azzurra di makhorka

Nell’isbà semioscura si stende spessa.

– Ah! Guarda, balena dalla bufera,

Tu, delle nevi mia principessa!

Dai prati, dalle folte foreste,

Dai lontani campi perlati,

Mostrati a me sulle ali d’argento

Dei cigni di neve azzurrati.

Mostrati sulla strada senza luna,

Dalla nebbia un attimo esci fuori,

E con la mano triste e severa

I miei occhi infiammati sfiora!

Devo davvero sopportare da solo

Questo mio dolore-sorte?

O coricarmi solo in una isbà

Di cedro fragrante di morte?

Nessuno! Io solo in periferia

Di pesante vino prendo una cotta,

E l’argentea bufera punge

E gioca con la finestra rotta.

1925

Per questo è così facile vivere al mondo…

Per questo è così facile vivere al mondo,

Perché non sottrae l’ultima pace

E perché siamo ancora un po’ bambini,

Solo con una testa assai sagace.

Ci sono toccati soltanto svaghi

E baldoria negli spazi esistenziali,

Soltanto amiche credulone

E amici del tutto sleali.

Fingendo che l’inganno non è eterno,

Noi a un tratto ci sorprendiamo,

Che dopo una così amichevole serata

Solo sogni dolorosi sogniamo.

Questa tristezza, giunta da prima,

Come eredità dobbiamo conservare,

Perché non c’è posto per la speranza,

Perché la sorte non possiamo cambiare.

Si può vivere solo di malanni,

Così la vita è chiara fino alla semplicità.

L’autunno con l’inganno porterà via tutto

Ciò che la falsa primavera prometterà.

Poiché siamo un po’ bambini

Con una testa che tanto vale,

Ci è  quasi facile soffrire nel mondo,

Dove l’esito è la pietra tombale.

1929

Addio

Sei cambiata come moglie,

Ebbene, calunnia pure, tormenta la vita,

O mia misera patria

Di ricchezza infinita!

Tu diventi più bella ogni giorno

Così salato e brutale, e noi figli,

Incantati, brindiamo

Agli anni vermigli.

Tu per sempre hai dimenticato,

Tu  fermamente, o patria, hai dimenticato

Quegli anni arruffati,

Quando mi hai tanto amato!

Oh, sei tu quella? O io non solo quello?

Ma dopo l’addio è chiaro,

Che le tue parole non cantano

Come il mio silenzio amaro…

Accetta l’addio per sempre,

Fa’ presto, non arrossire, per favore,

Ma ridi e metti l’urna con le ceneri

In una sala del museo migliore.

Ancora non tutto è morto

Nella tua anima involontariamente

Fraterna, mi hai avuto come amante fedele,

Stupido e commovente!

1931

Guarda: sui tetti il passo spezzando…

                                   Un poema non vale mai

                              Quanto un sorriso di labbra voluttuose…

  1. Puškin

Guarda: sui tetti il passo spezzando,

La notte in fretta si nasconde al giorno.

Oh, quanto vento, quanto maggio

Nel tuo sussurro ascolto!

Tra il possibile e la chimera

Un confine non s’è mai messo,

E come in una fede inaudita,

Nel tuo amore io mi riverso.

Ad alta voce mi rallegro,

E in versi di gelsomino insegni,

Che tu, primavera, in inverno ed estate

In grande fretta regni!

E con tremendo fastidio confondi

Dei destini tracciati il letto.

E il cuore è diventato un occhio azzurro,

Di tutta l’anatomia a dispetto.

Che nelle generazioni future

Osino pure rimproverarmi e dire,

Che in tanti mirabili sogni

Io la mia vita ho saputo dormire,

Che non sapevo sussurrare più piano

Della piena nel sangue,

Che la migliore strofa è più futile

Di un amoroso istante.

E il cuore con andamento insolito

A stabilire è obbligato:

Tutto l’irrilevante è necessario,

Perché il rilevante sia salvato.

1933

Due citazioni

     Non perché mi sono spicciolato in cento monetine, o perché invece che dell’anima mi accontento di un semolino di rubli, – io per la centesima volta descrivo il colore delle pupille e le carezze della mia amata.

     Un poeta è quel pazzo che siede in un grattacielo in fiamme e tempera con calma le sue matite colorate per disegnare il fuoco. Aiutando a spegnere l’incendio, diventa cittadino e cessa di essere un poeta.

(C) by Paolo Statuti

Susanna Alfonsovna Ukshe

24 Lug

    

La poetessa e traduttrice russa Susanna Alfonsovna Ukshe, nata da genitori tedeschi di confessione luterana, quando era in vita e anche per molti anni dopo la morte, è stata del tutto ignorata, se si escludono solo 9 poesie apparse in varie raccolte e antologie soprattutto negli anni ’20. Finalmente nel 2007 è uscito per la prima volta il volume di centoventi sue poesie selezionate, intitolato Legami d’argento della poesia, con una prefazione della scrittrice Elena Viktorovna Aljokhina. Lo ha stampato la Casa-museo di Marina Cvetaeva di Mosca, purtroppo in sole mille copie, e anche per questo ora sembra essere introvabile. Sono felice di questa scoperta, sia da parte dei Russi che da parte mia, e cercherò di spiegare perché nel testo che segue e nelle dieci poesie che ho tradotto per il mio blog musashop.wordpress.com.

La famiglia Ukshe, Susanna è la prima a sinistra con la mano sulla spalla del padre

     Nacque il 1 luglio 1885 nel villaggio di Grabovo, provincia di Penza. Nel 1905 si diplomò al liceo classico femminile di Murom, dove la famiglia si era trasferita e il padre era diventato proprietario di una tenuta nel villaggio di Mežišči nel distretto di Murom. Dopo il diploma restò nel liceo come insegnante di tedesco e francese. Nel 1908 partì per San Pietroburgo, dove si laureò al Dipartimento di Economia dei Corsi superiori commerciali “M.V. Pobedinskij”, e nel 1913 alla Facoltà di Giurisprudenza dei Corsi superiori femminili.

     Dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, lasciò Pietroburgo e tornò a Murom. Nel 1918 la tenuta del padre fu saccheggiata e la madre, non reggendo al dolore, si sparò. La vista del corpo della madre, disteso sul pavimento della veranda ricoperta di rampicanti, la perseguitò per il resto della sua vita:

Stringerà il cuore come una cara mano

E risveglierà di nuovo il passato.

E ancora… Una fuga di stanze…

Sul pavimento il sangue versato…

     Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1919, visse a Baku. Negli anni ’20 e ’30 lavorò in diversi enti statali. Nel luglio del 1941, a causa delle sue origini tedesche, fu mandata in esilio a Baškiria. Sfruttando le sue conoscenze, riuscì a trasferirsi ad Alma-Ata, dove sperava di trovare lavoro. Tuttavia, tranne qualche saltuaria traduzione, non riuscì mai a trovare una occupazione stabile. Morì di consunzione il 7 febbraio 1945 in un ospedale di Alma-Ata.

     Morì con un’amara e serena profetica certezza che prima o poi le sue poesie sarebbero arrivate al lettore:

Adesso dormi coi tuoi amici.

Non importa quando il turno verrà

E il nome del poeta dimenticato

Le ceneri di dosso si scuoterà..

     A Mosca era vicina alla cerchia della Dimora letteraria e dal 1921 fu membro dell’Unione dei Poeti di tutta la Russia. Si considerava una acmeista. Fu fortemente influenzata dalla poesia di Aleksej Lozin-Lozinskij, del quale era amica fin dai tempi di San Pietroburgo.

     Ricordiamo in particolare il ciclo dedicato alla memoria di N.S. Gumiljov e le poesie per le persone amate, morte tragicamente: il poeta Aleksej Lozin-Lokinskij che si suicidò e l’ufficiale di marina Andrej Sinitsyn che fu fucilato. Molte poesie degli anni ’20 e ’30 sono un luttuoso grido per i defunti, una preghiera per loro.

     Prima di partire per l’esilio Susanna Ekshe riuscì a lasciare i quaderni con le sue poesie ai suoi amici più cari. Inoltre alcuni versi scritti durante la guerra vennero recuperati dalle lettere, perché i taccuini di quel periodo furono rubati alla poetessa. La depositaria del patrimonio poetico di Susanna, prima della sua morte avvenuta nel 2004, lo trasferì all’archivio municipale di Mosca. Ed è così che è stato possibile arrivare alla pubblicazione del 2007.

     Adesso aspettano di vedere la luce, oltre ad altre poesie eventualmente    ritrovate, anche le sue traduzioni di Dante, Petrarca, Shakespeare, Heine e Wilde, nonché le sue poesie scritte in lingue straniere: inglese, francese, tedesco e italiano. Probabilmente fu grazie all’influenza di Lozinskij, che negli anni ’20 apparvero solo alcune traduzioni di Dante e Petrarca.

     La poetessa Elena Trepetova in un suo articolo intitolato La restituzione di un poeta, scritto dopo l’uscita della raccolta, afferma: «Conoscere la sua poesia è affascinante. Si tratta realmente della restituzione di un nome nuovo alla letteratura, ingiustamente dimenticato, degno di stare alla pari coi nomi di Akhmatova, Gumiljov, Vološin… Sono poesie semplici, cesellate, estremamente sincere, fedeli alla tradizione classica… Questa poetessa crea versi di una bellezza equilibrata e rigorosa…Tra le poesie incluse nella raccolta, ce ne sono molte intrise di sincera religiosità, che possono essere definite preghiere, come ad esempio L’icona della Madonna di Vladimir… Per tutta la sua vita, attraverso gli anni del comunismo e del totalitarismo, Susanna Ukshe ha portato la fede in Dio nel suo cuore e nella sua creazione…Ciò è dimostrato dalle sue poesie di dolore inginocchiato, dal suo cuore contrito e pregante».

     Sono felice di avere incontrato questa poetessa a me così affine. Sento che mi sta aspettando. Sarà lei ad accompagnarmi e sospingermi “come un’onda verso l’ultima sponda”.

Poesie di Susanna Alfonsovna Ukshe tradotte da Paolo Statuti

Mojka

Dorme il Mojka di notte in primavera

Come larga fascia d’argento.

E dormono gli edifici olandesi –

Del terribile Pietro l’intento.

Il castello lituano bruciato

(«Ah, se i vecchi sorgessero ora…»)

E le colonne rosso-scure

Che lo specchio del fiume scolora.

Gli alberi emanano dolci spezie,

Sotto la volta le navi si gelano.

E il granatiere col casco d’orso

Sembra come uno spettro lontano.

1917

*  *  *

Il balcone è coperto di foglie appassite,

Tra gli alberi un fruscio misterioso,

E il caro aroma degli amati fiori

Non disperderà il pensiero penoso.

Presto l’autunno, come freddo ospite,

Verrà guardando il vecchio balcone,

E una patina porporina coprirà

Le foglie di vite sulle colonne.

Anneriranno le fragranti erbe dei prati,

Le mie rondini dovranno migrare. –

Il triste inverno sotto il peso delle nevi

In qualche modo si dovrà passare.

1917

*  *  *

Saluto, o vento libero e freddo,

Sul fatale fiume la tua voce.

Quante barche di notte si staccarono

E i vecchi facevano il segno di croce.

Vento! Vento! All’alba tra gli scogli

Di Finlandia tu facevi la ronda,

Coprendo di rabeschi iridati

I cadaveri illividiti nell’onda. *

Non hai visto il poeta russo?

Era snello, esile e slanciato.

L’estate scorsa – forse al petto

O alla tempia – gli hanno sparato.

Se l’hai visto…Ascolta, vento caro,

Là dove i pini sussurrano i loro canti,

Prepara una tomba gioiosa

Sulla sabbia tra i giunchi fruscianti,

E copri il corpo martoriato

Di spumosi umidi pizzi,

E il nembo della piaga annerita

Bagna con dorati sprizzi…

1921

* Si diceva che i bolscevichi caricassero i cadaveri dei giustiziati sulle barche e li scaricassero nel Golfo di Finlandia. Impressionata dalla morte di Gumiljov e da questa versione, Susanna Ukshe scrisse questa poesia, che considerava uno dei suoi testi migliori.

Dove ormeggiare la mia barca?

Dove ormeggiare la mia barca?

In nessuna strada posso andare.

A me stessa e alla mia angoscia

Da nessuna parte posso scampare.

Sul petto del Volga indorato,

A Baku, nella sua bellezza,

Nelle onde verdi del Caspio

Ho incontrato la mia tristezza.

Stringerà il cuore come una cara mano

E risveglierà di nuovo il passato.

E ancora…Una fuga di stanze…

Sul pavimento il sangue versato…

Soffocante è la polvere da sparo,

E non puoi coricarti da nessuna parte –

Non un suono intorno, non un fruscio,

Solo la croce delle candele che arde.

1921

Carovana a Baku

                                    A K.S. Kurbatova

Le strade erano ebbre di verbena,

Dall’ardente Sud il vento soffiava.

Sotto la finestra in tintinnante carovana

La fila dei dromedari avanzava,

A passo cadenzato, pigramente,

Di tappeti variopinti ornata,

E dietro come cornice di smeraldo –

Scorrevano le onde della baia assolata.

C’erano donne brune a piedi scalzi,

Arse dal respiro dell’estate.

Ai polsi brillavano i braccialetti,

Le trecce sotto i chador arruffate.

E col turbante, con boria e austero,

Con la barba tinta di china,

Il proprietario, su una gobba di tappeti,

Scaldava al sole la larga schiena.

Si alzava la polvere dietro la carovana,

I sonagli tintinnavano distanti.

Le strade erano ebbre di verbena

E i fiori sui marciapiedi erano tanti.

1921

*  *  *

Capirà un postero i giorni passati,

Cosa abbiamo vissuto un nipote capirà?

Come di notte crepitava la mitragliatrice –

Un breve grido si levò dall’oscurità.

E i bambini battevano amaramente le ciglia,

E ciò che era natio di nessuno è diventato –

E non sappiamo se era vino o sangue

Ciò che sulle strade era colato.

E sotto i ponti si ghiacciavano i cadaveri –

Della grigia Nevà i pontoni ammutiti –

E c’erano macchie di sangue sui bordi,

Come deformi fiori anneriti.

1923

Tempi violenti! Grandi e sanguinosi

Tempi violenti! Grandi e sanguinosi, –

Quando la terra dai marmi tornava viva,

E ogni giorno nuova gloria portava,

E ogni giorno la trascorsa seppelliva.

Tutti parlarono col piombo e con l’acciaio,

E il fratello contro il fratello si armò,

E i bambini smisero di sorridere,

E all’alba più nessuno il sole salutò.

Perdemmo l’usanza di guardare il cielo,

Di notte gli astri non erano veduti;

E ognuno sognava un tozzo di pane,

La calda carezza dei nidi perduti.

E tutti conobbero miseria e freddo,

La bocca del fucile, la prigionia,

La fame inaudita e insopportabile,

Le tenebre e la paura della follia. «…»

1926

L’icona della Madonna di Vladimir

Velluto nero nell’oro, con un bordo,

Il viso pallido e affranto.

Resto immobile, muta,

Senza forze per spezzare l’incanto.

E non oso staccare lo sguardo da lei,

Che più volte ho potuto guardare,

Dal suo abito severo

E dagli occhi che sembrano parlare.

La mano scura stringe teneramente

Il bambino nel suo abituccio dorato,

Il mesto sopracciglio sul naso sottile,

E da tale angoscia il labbro è segnato.

E non invano la imploravano

Le generazioni di tanti anni fa,

Confidando nella sua misericordia,

Per scampare ad ogni calamità.

Chi ripeterà le ferventi preghiere

Sussurrate interminabili ore?

Non è riflesso nel contorno degli occhi

Il proprio e l’altrui dolore?

Centinaia di anni il popolo sofferente

È venuto da te con amore e speranza.

Per questo negli occhi offuscati

Il tuo cuore materno canta?

Per questo il volto è raggelato di pianto,

Per questo il tuo sguardo è pietoso,

Perché sempre a te un infelice

Il suo tormento portava fiducioso?

1933

*  *  *

Dietro il muro il gelo s’inasprisce,

Il vecchio cane è accoccolato ai piedi –

In una sedia sprofondata

Mi avvolgo in un grande plaid.

È bello presso la calda stufa

Nei versi altrui annegare

E col divino Petrarca

Nei secoli richiamare.

Lasciando cadere le parole,

In un silenzio certosino,

Le gemme di Gumiljov

Spandere fino al mattino.

E poi, con un suono lontano,

Alla finestra smarrito,

In un letto singolo

Ascoltare in sogno uno spartito.

1934

L’ultima cosa

Finalmente l’ultima pagina è giunta.

Il quaderno è finito. Le parole stilate.

Cinque lunghe stagioni come breve riga

Con passo pesante sono passate.

Ora solo nel ricordo del poeta

Troveranno pace in un cassetto,

E aspetteranno ancora decenni,

Finché non cesserà il buio predetto.

Tanti canti nella stessa tomba

E non pochi ce ne saranno ancora…

Erano come uccelli dorati e adesso

Sono tornati nella mia memoria.

Anche tu vivevi – eco dei moti del cuore,

Quaderno smarrito e ritrovato…

Tante volte hai visto il mio dolore

E a sopportarlo mi hai aiutato.

Adesso dormi coi tuoi amici.

Non importa quando il turno verrà

E il nome del poeta dimenticato

Le ceneri di dosso si scuoterà.

1939

(C) by Paolo Statuti

i

Anna Dmitrievna Radlova

19 Lug

  

   Anna Dmitrievna Radlova, poetessa e traduttrice russa, nacque il 3 febbraio 1891 a San Pietroburgo. Il padre, Dmitrij Ivanovič Darmolatov (morto nel 1914), tedesco di nascita, era il direttore della banca commerciale Azov-Don. La sorella Sara divenne una famosa scultrice. È opera sua la lapide di Boris Pasternak a Peredelkino (1965). La sorella Nadežda sposò un fratello di Osip Mandel’shtam e morì durante il parto nel 1922. Infine l’altra sorella Vera si suicidiò a causa di una delusione d’amore.

     Si laureò ai corsi Bestužev, prima università femminile fondata nel 1878 e operante fino al 1919, quando fu incorporata nell’Università Statale di San Pietroburgo. Nel 1914 sposò Sergej Ernestovič Radlov, uno studente della Facoltà di Storia e Filosofia della stessa Università, che poi divenne un regista teatrale famoso. Nel 1915 nacque il figlio Dmitrij. Nella primavera del 1916 iniziò a scrivere poesie, alcune delle quali furono subito pubblicate dalla rivista Apollon.

     All’inizio degli anni ’20 entrò a far parte del gruppo degli emotivisti (o emozionalisti), creato da Michail Kuzmin. Nel periodo 1918-1923 uscirono tre sue raccolte di poesie: Favi (1918), Navi (1920), L’ospite alato (1922) e il dramma in versi La nave della Madre di Dio (1923), che ha come oggetto la setta dei flagellanti. Il Racconto di Tatarinova sui settari dei secoli XVIII-XIX, scritto nel 1931, fu pubblicato nel 1997.

     Dal 1922 si dedicò alla traduzione dei classici europei (Balzac, Maupassant e soprattutto Shakespeare. Traduzioni messe in scena dai teatri diretti dal marito: Kirov, Teatro Accademico del Dramma e Teatro Lensovet. Nell’estate del 1926 divorziò da Sergej Radlov e sposò l’ingegnere Kornelij Pokrovskij, ma il primo marito continuò a vivere con loro. Il critico letterario Dmitrij Sviatopolk-Mirskij in una sua lettera accennò a questo “mariage de trois”, definendo Anna Radlova “la moglie di due uomini”. Anche in pubblico, come testimonia Kuzmin, apparivano spesso in tre. Ma nel 1938 Pokrovskij, che per molti anni aveva fatto parte della cerchia di Kuzmin, si suicidò aspettandosi di essere nuovamente arrestato. Anna allora “tornò” dal suo primo marito.

     Nel marzo del 1942 i Radlov, insieme al teatro diretto da Sergej, furono evacuati a Pjatigorsk. Ma ben presto la città fu occupata dai tedeschi e il teatro venne trasferito a Zaporože e successivamente a Berlino. Dopo essersi trovati insieme a un gruppo di attori nel sud della Francia alla fine della guerra, i Radlov si trasferirono a Parigi. Tuttavia, subdolamente consigliati dalla missione sovietica, essi tornarono in patria. Appena scesi dall’aereo, come era da prevedersi,  furono subito arrestati con l’accusa di tradimento e collaborazione con gli invasori. Vennero condannati a dieci anni di carcere e destinati al campo di Pereborskij, vicino a Rybinsk. Per loro fortuna il direttore del lager amava il teatro e permise a Sergej di crearne uno, reclutando attori professionisti che abbondavano tra i prigionieri. Anna collaborava attivamente col marito. Morì per un ictus nello stesso campo il 23 febbraio 1949. Fu riabilitata nel 1958. Sergej invece lasciò il lager nel 1953, senza riabilitazione e diritto di vivere a Mosca e Leningrado. Si trasferì in Lettonia, dove diresse i teatri drammatici russi a Daugavpils e Riga. Fu riabilitato nel 1957 e morì a Riga l’anno seguente.

     Nell’”Enciclopedia letteraria” (9, 1935) le poesie di Anna Radlova erano così caratterizzate: “Il mondo dei sentimenti strettamente personali è il contenuto principale della poesia di Anna Radlova. L’isolamento dalla realtà è evidente soprattutto nella prima raccolta di poesie. Nel primo periodo della rivoluzione la poetessa, come molti rappresentanti dell’intellighenzia, aveva un atteggiamento passivo verso la vittoria del proletariato. Si estraniava dagli eventi rivoluzionari e pre-rivoluzionari, immersa in un mondo di stati d’animo individualistici: i motivi della morte, l’amore e un senso di sventura predominano nelle sue poesie. Nel successivo sviluppo della cretività, Anna Radlova esprime il suo desiderio di avvicinarsi all’immagine della modernità. Ha accettato la rivuluzione non nel suo vero significato, ma come “aria tempestosa”, come “lieta tempesta”. La sua poesia, aggiungo io, propende anche verso le immagini classiche e il settarismo mistico.

     I contemporanei hanno valutato la sua creazione sia positivamente che negativamente. Anche le sue traduzioni di Shakespeare furono criticate o, al contrario, considerate dei capolavori. Ad esempio Boris Pasternak che come è noto tradusse anche lui tutte le principali tragedie shakespeariane, ha osservato che il grande drammaturgo inglese “era stato tradotto da ottimi poeti”, tra i quali fece i nomi di Michail Lozinskij e Anna Radlova.

     All’inizio degli anni ’20 alcuni critici assegnavano ad Anna Radlova il posto di prima poetessa russa. Michail Kuzmin apprezzava molto le sue poesie e in particolare quelle della raccolta L’ospite alato. In una recensione pubblicata nel 1922 sulla rivista Vita dell’arte, dichiarò che la base della creatività artistica è il “principio femminile del sibillanismo, della profetessa delfica…Il poeta più virile nasce profeticamente dal materno grembo della visione subconscia femminile”. Riguardo alla raccolta scrisse: “Questo potrebbe essere il libro più necessario e moderno ora, perché la modernità, percepita in modo profondo e profetico è espressa con grande forza, profezia e pathos… Un bellissimo libro alato”.

     Tuttavia non solo Kuzmin le voleva bene. Konstantin Vaginov scrisse questi  versi nell’album di Anna Radlova: “E fa paura sotto le pupille della nobiltà romana / Trovare lo spirito flagellante, la nostalgia di Mosca / la Regina della nave”. Tuttavia c’era anche chi, come ad esempio Anna Akhmatova, odiava la sua omonima come rivale, sia nella poesia che nella vita privata (ci sono prove che Anna Andreevna non fosse indifferente a Sergej Radlov).

     Con questa poetessa ho messo un’altra tessera al mosaico che sto formando della poesia femminile dell’età d’argento, vera fonte inesauribile di versi ispirati e profondi e soprattutto sconosciuti, almeno in Italia, dove la poesia femminile di questo periodo è degnamente, ma scarsamente rappresentata dalle sole Anna Akhmatova e Marina Cvetaeva.

Poesie di Anna Radlova tradotte da Paolo Statuti

Italia

Similmente al sangue, sparso perché

Un canto nascesse e non fosse obliato,

O patria di Dante e Filippo Lippi,

Il tuo nome è dolcissimo e beato.

E di nuovo, sognando la patria straniera,

Al nord, dove l’estate è così ristretta,

Che gli occhi non osano invaghirsi del sole, –

Io vedo la terra benedetta,

Dove, immobile, l’afa accarezza

Il corpo che canta contento

E dove battono le ali degli angeli –

Ma tra i fortunati lo chiamano vento;

E ricordo l’oro dei suoi giardini;

E le tinte dei suoi maestri santi

O innamorati; la frescura delle chiese

E il fugace profumo d’incenso e oleandri.

E io so che là, come in passato,

All’ospitalità sanno fare onore,

Sanno stendersi in terra davanti alla Madonna

E sanno anche morire d’amore.

1916

Prima di sera eravamo nel campo

Prima di sera eravamo nel campo,

E l’erba alta taceva,

Vento e sole erano senza volontà,

E il lago lontano non splendeva.

Il cielo quietato pregava il Signore

E sereno, affabile mi guardava,

E soltanto nella mia mano abbronzata

Il tuo cuore commosso pulsava.

1916

A tacere ci si può abituare

A tacere ci si può abituare,

Un amico il silenzio diventerà.

Con quanto riguardo e attenzione

I nostri segreti ascolterà.

Esso, la seccante bambinaia,

Io prima da me ho distolto

E poi d’estate nel novilunio

Il nemico per amico ho accolto.

Lui di amore mi parlava

Con tale commosso talento,

E dopo, munifico, ha donato

Biasimo e tradimento.

1917

Come azzurro palazzo di cristallo

Come azzurro palazzo di cristallo,

Il cielo di qua è spazioso,

E i campi sono ricchi di pane e vino,

E il vento dal mare con me è lezioso.

E la carne chiede oblio e risate,

Ma lo spirito si ribella, cieco e severo.

O triste amore, esso vive di te,

E l’ardua fedeltà è il suo sollievo.

1917

L’Angelo del Canto

                                   A A.A. Smirnov

Il volto sereno e appassionato

Bruciato dal forte sole locale,

E delle ali aguzze il volo non si udiva,

Egli si avvicinava e le mani si freddavano,

E la testa inebriata girava.

E, come il bambino che ho partorito con dolore,

Così nel dolore erompeva il nostro canto,

Mio, suo, – non so, ma il tocco

Con beata stanchezza ricordavo.

A letto la mattina restavo più a lungo,

Leggevo a un amico nuove poesie.

Non lo chiamerò ospite della sera

E i suoi occhi non conoscevo ancora.

Adesso, non perché l’amore

Ho respinto, come spingono una pietra,

Che sulla strada polverosa e ardente

Piantandosi, ferisce i piedi al pellegrino,

Ma forse soltanto perché il sole

Qui è più vicino alla mia dolce terra,

E ci sono uccelli con le corone, e fiero

E tenace cresce qui un cactus, Angelo del Canto,

Mio severo e unico amico adesso

Così chiaro e tenero sei diventato, come

Il fratello maggiore con l’amata sorella.

Noi a lungo ci sdraiamo sulla sabbia al mare.

Quando il caldo di mezzogiorno si placa,

Cerchiamo tra le pietre i nidi di serpenti,

Beviamo fredda acqua di sorgente,

E a notte tarda nel giardino vaghiamo

E la testa alla fresca ala

Io accosto, e negli occhi noi vediamo

le care costellazioni, – allora in modo diverso

Lui m’insegna a comporre i canti.

1917

Là il mare fruscia come antica pergamena

Là il mare fruscia come antica pergamena,

La luna del sud fa la ronda.

L’amico fino all’ultimo giorno assapora

Del silenzio l’avvelenata bevanda.

Oh, troppo brevi erano i nostri incontri,

E avaro l’importante conversare.

Io non avrei saputo nulla, ma lo sguardo

Mi svelò ciò che le parole volevano celare.

1918

La stella-assenzio si è levata sulla nostra città

La stella-assenzio si è levata sulla nostra città,

Perniciosi sono i verdi raggi.

Dal recinto del frutteto del mattino

Mai più voleranno via i gracchi.

Oh, non per un debole timido petto

È l’aria burrascosa dei soli in rivolta,

E la gente china il capo sempre più quieta,

E il vento dal mare è più amaro e più fresco.

Diletto sarà questo vento al poeta.

E sorriderà la giovane madre nel dire

– Oh, caro vento, non gemere, non rombare,

Tu impedisci a mio figlio di dormire.

1919

Gli anni scorrevano come folle mandria

Gli anni scorrevano come folle mandria –

Nei secoli saranno da Dio conteggiati –

La morte nuda passeggiava senza pudore,

E a sorridere i bambini furono disabituati.

E noi conoscemmo la misura d’ogni cosa,

E la morte diventò l’unica norma

Dell’amore senza ali e di quello alato

E delle vane parole sull’amore.

E il cuore – nuovo «Titanic» addolorato

Dormirà negli abissi dell’Atlantico,

E le navi su di esso fluiscono in catene,

In pesanti corazze e pesanti sonni.

O Terra, del Signore amato bene,

Oblio non c’è nei tuoi sordi mari,

Nei tuoi giardini la quiete non ha speranza,

E neanche nelle rosse aurore, – ma nell’arida notte

Come fredda lama un verso s’innalza.

1920

I posteri

Ed ecco per sostituire noi laceri e ubriachi

Di vino amaro, distacchi e ribellioni, o gente,

Verrete decisi, estranei alle nostre piaghe,

Col mio sorriso che non comprende.

E cresceranno sulla terra querce e rose,

Si quieteranno le rivolte come belve domate,

E come serena serie di serena semplicità,

Fioriranno le primavere e verranno le gelate.

La tua anima insaziabile, o postero,

L’amaro solenne passato condannerà,

La tua voce sarà giovane e il passo sonoro,

E la ruvida mano la cetra in polvere ridurrà.

Una pace epica stenderà sull’universo,

Più certa dell’oblio, la sua ala immensa,

Della nostra sorte-prigione un poeta epico

Dirà che era cieca e perversa.

Ma forse uno di questo gregge glorioso

Alla parola sangue avrà un lieve tremore,

E ricorderà che per sempre la potente lingua

Al grande sangue ha legato il grande amore.

1920

Gridava la terra con voce nera

Gridava la terra con voce nera,

Un angelo con la spada narrava al poeta

Che colpivano, lottavano e morivano,

E nulla restò sulla terra intera.

Per fame o vento rotearono le stelle.

Gente, animali, uccelli, alberi – e niente,

Sparì anche l’alba mattutina e serale,

Solo aria nera, sibilante e tagliente.

Il cuore girava come trottola ronzante,

Si mosse una stella e incontro mi volò,

Come acuto diamante il cuore mi ferì,

Si compirono i mille giorni e il sangue sgorgò.

Mi tremano le gambe dal capogiro,

Di nuovo mi trovo sulla polverosa strada,

Pietre miliari, pastori, branchi di pecore,

E nel cielo la stella d’oriente inchiodata.

1921

(C) by Paolo Statuti

Due poesie russe sull’Italia

16 Lug

Due poesie russe sull’Italia

   Della poetessa Anna Radlova (1891-1949)  sto preparando un post con alcune poesie. Una di queste è dedicata all’Italia, ed è stata scritta nel 1916. La sorte ha voluto che 100 anni dopo, un’altra poetessa russa, Julia Pikalova, altrettanto bella e degna di tale nome, abbia scritto la sua poesia Italia dedicandomela. Con profonda gratitudine verso le due poetesse, vi propongo le due poesie, felice di averle tradotte entrambe in italiano.

Anna Radlova
Julia Pikalova

Anna Radlova

Italia

Similmente al sangue, sparso perché

Un canto nascesse e non fosse obliato,

O patria di Dante e Filippo Lippi,

Il tuo nome è dolcissimo e beato.

E di nuovo, sognando la patria straniera,

Al nord, dove l’estate è così ristretta,

Che gli occhi non osano invaghirsi del sole, –

Io vedo la terra benedetta,

Dove, immobile, l’afa accarezza

Il corpo che canta contento

E dove battono le ali degli angeli –

Ma tra i fortunati lo chiamano vento;

E ricordo l’oro dei suoi giardini;

E le tinte dei suoi maestri santi

O innamorati; la frescura delle chiese

E il fugace profumo d’incenso e oleandri.

E io so che là, come in passato,

All’ospitalità sanno fare onore,

Sanno stendersi in terra davanti alla Madonna

E sanno anche morire d’amore.

1916

Julia Pikalova

Italia

                                       A Paolo Statuti

Italia! Della tua erede

In nessun luogo un’impronta rimane.*

Vengono verso di me due cigni bianchi,

E io non ho neanche un po’ di pane.

Assorbo il cielo, che spande generoso

Sulle onde azzurri riflessi.

Io ti canto, ma non saranno

Da te compresi i miei versi.

Lo so: qualunque cosa io faccia,

Per te non sarò in nessuna parte…

E i cigni – due bianche candele –

Si dondolavano ad arte,

E i cigni salutavano alteri,

Gli elastici colli movendo.

A un tratto un nodo in gola:

Essi mi stavano capendo!

* L’erede è il poeta straniero che non lascia impronte, perché l’Italia non lo capisce.

2016

Varvara Aleksandrovna Butjaghina

12 Lug

    

Varvara Aleksandrovna Butjaghina nacque a Elets nel 1900 e morì a Mosca nel 1987. Fino al 1907 crebbe in una famiglia ortodossa numerosa, dove tutti amavano la poesia e l’arte. Nello stesso anno si trasferirono a Mosca, dove la poetessa nel  1918 terminò il ginnasio femminile “S.A. Arsen’eva”. Successivamente studiò alla Facoltà di Storia e Filosofia dell’Università e all’Istituto Superiore di Arte e Letteratura. Iniziò a scrivere poesie all’età di nove anni. Pubblicò due raccolte di versi: Ranuncoli (1921), con la prefazione del Commissario del Popolo all’Istruzione negli anni 1917-1929 Anatolij Lunačarskij (1875-1933) e Vele (1926).

     Fu tra i fondatori della nuova corrente letteraria dei “Neoclassici”, i quali, proclamando le opere di Pushkin l’apice della creazione, tendevano alla “semplicità e chiarezza classica”.

     Nel 1925 sposò l’architetto Viktor Khodataev, dal quale ebbe i figli Jurij e Kirill, e dopo la morte del marito fu segretamente sposata col filosofo Vasilij Rozanov.

     Dalla fine degli anni ’20 non pubblicò più nulla, ciò che diede origine a voci sulla sua morte per tifo. In realtà, ha spiegato il figlio Kirill, Varvara smise di scrivere poesie perché “non volle iscriversi al Proletkul’t” (Cultura proletaria), organizzazione culturale attiva negli anni 1917-1932 nella Russia Sovietica.

     Io personalmente penso che Varvara, dopo l’uccisione di Gumiljov e di altri poeti, dopo le  controverse morti di Esenin e Majakovskij, fosse terrorizzata dalla consapevolezza di essere una poetessa  non cortigiana, e abbia semplicemente scelto di vivere. Considerato il numero dei poeti che, soprattutto negli anni seguenti, furono ripetutamente giustiziati da Stalin, detto l’”assassino della Poesia”, o si suicidarono, bisogna dire che Varvara fu lungimirante. Scelse di tacere, benché fosse considerata un grande talento, forse non ancora del tutto esente da inflenze di Blok e Akhmatova, ma che avrebbe certamente creato in futuro opere più originali e più profonde. Optò per la vita e infatti, dopo aver lasciato la poesia, visse a lungo, lavorando come sceneggiatrice presso lo studio Sojuzmultfilm e come revisore responsabile per il quotidiano Komsomolskaja Pravda.

     Però non posso non chiedermi se sia possibile che una poetessa come Varvara non abbia davvero scritto più niente nella sua lunga vita. Probabilmente in segreto lo ha fatto, e allora dove sono nascoste le poesie non pubblicate? Forse bisognerebbe chiederlo alla Poesia stessa, questa  bizzarra imprevedibile maliarda regina dei sentimenti, che vaga nei cieli del mondo e decide le sorti dei poeti.

     Lo scrittore Boris Gusman (1892-1944) nel suo libro Cento poeti (1923) afferma: «L’anima di Varvara Butjaghina è aperta al mondo “con tutte le finestre”. Essa ingoia avidamente ogni granello di gioia, ogni granello di solare felicità che una vita munifica dona. Le sue poesie sono ricche di immagini, non senza motivo Lunačarskij le ha paragonate agli arazzi e alle vetrate.

     Lo scrittore Pjotr Jarovoj (1887-1951) in un suo articolo dedicato alla prima raccolta di Varvara Butjaghina dice: «Negli attimi di riposo sfogliate il libretto Ranuncoli e proverete relax e soddisfazione. È vero, un settario politico, dopo averlo letto dirà certamente che non lo approva. Del resto, nelle poesie di Varvara Butjaghina non si parla di rivoluzione, di ottobre, di rivolta e di programma produttivo. In generale in esse si parla di giovinezza, entusiasmo, albe di primavera, e anche un po’ di malinconia primaverile. Ogni riga colpisce per lirismo, freschezza e musica delicata… Qual è in fondo il compito rivoluzionario della poesia? – chiederà chi ha letto questi versi. – Non è soprattutto quello di elevare, dare refrigerio all’anima, suscitare sentimenti gioiosi verso la vita? Ha ragione Lunačarskij, concludendo così la sua prefazione alla raccolta: «Compagni, non siate aridi, non siate troppo unilaterali, anche in questo tempo sacro». Una pietra, un fiore, una nuvola entrano nella tua coscienza come qualcosa che ti riguarda. Conoscerai te stesso e ciò che ti circonda, ti circonda non per caso, non perché la poetessa ti abbia costretto, ma perché sei riuscito a scinderti negli atomi del mondo e li hai di nuovo ravvivati con la gioia di essere. Questa poetessa vive l’istante attraverso l’immagine, e l’immagine nei suoi versi è intimamente fresca e profonda. In generale nella sua poesia si avvertono geniali risultati artistici:

Le nostre anime sono laghi scorrenti.

Tutto fluisce ciò che nei sogni era.

Da un bambino con occhi di fiori

Compro un soldino di primavera.

oppure:

Dove scivolerò lungo il pendio dorato?

E ogni giorno sempre più tenero posa

Il tramonto nel languore serale

Manciate di coralli e pietre rosa».

Per concludere questo breve testo introduttivo ho scelto questa strofa:

Il vengo dall’eremo del miele.

Io sono tutta per un’impresa alata.

E Dio, crocifisso dai dolori

Dalla croce tolgo allietata.

Poesie di Varvara Aleksandrovna Butjaghina tradotte da Paolo Statuti

*  *  *

Ha tessuto una ragnatela dorata

Il ricamo di gialle ninfee nel prato.

Manterrà il cancelletto bianco,

Se di desiderio l’hai così avviluppato?

Ho sparso i passi lungo il pendio,

Per me oggi è un giorno di miele.

Coglierò la menta a manciate,

Nuoterò nel profumo di abete.

E poi, dimenticati giorno e ora,

Il mio braccio bruno ti cingerà.

La notte spegnerà il fuoco del tramonto

E la dorata brace soffocherà.

*  *  *

Lo so: la morte verrà furtiva,

E il branco delle albe si quieterà,

E il ricordo con un lieve brivido

In fretta la vita sfoglierà.

Il crepitio delle fredde primavere

E dei sogni gli arrivi d’oltremare,

Le discese nelle cupe profondità

E il sole che sulle alture appare.

E i caldi lati dell’amicizia,

Le allegre chiassose sere,

E ciò che io possedevo,

E che avrei potuto avere.

E nel cuore verrà il rimpianto:

Che di tutti l’amore non ho avuto,

Che mai più io ritroverò

Il tempo che ho perduto.

Bufera dorata

Gioca col purpureo la bufera:

Ogni giorno più allegra e spensierata

Torce le foglie e al vento si stende

Come dai cani la volpe dorata.

Ha scaldato l’aria vetrosa,

La mia soglia di oro ha riempita.

Non resterò a celare nelle stelle

I cocci di un’estasi finita.

Getterò i pensieri e il frutteto,

E nel mondo, il sole seguendo,

I campanelli delle albe ascoltare,

Sonoramente all’amore rispondendo…

Tu tornerai prima o poi

Con le labbra di polvere riarse,

Nella caduta stellare delle foglie

Vedrai – fuoco e tracce scomparse.

Solo il vento mi troverà.

E per giunta, il bagliore interrogato:

 – È andata – sembra – a dare ai miseri

Passanti la gioia di un granello donato.

Primaverile

Fuggirò dalla sorda galleria

A discorsi e sguardi annoiati,

Se la sera è dolce e viscosa

E i meli di neve velati.

È bello indugiare su un dirupo,

Su tappeti di villaggi a distesa,

Quando ogni strada è fortunata,

E i cuori sono pronti a ogni impresa.

Aperte le braccia come ali,

Squillare e andare con la testa

In quest’aria colma di gelsomino,

In questo prato come una festa.

E la luna sprizzerà abbagliante,

Scorrerà sulle foglie, sulla rena

E ordinerà nella fragrante vita

Di superare la giovanile pena.

Strettamente con ansia primaverile

Legherà a un tratto mani e piedi,

Ecciterà e alletterà con la strada

Per i prati variopinti dei cieli.

Là le stelle ondeggiano al vento,

Cadendo a terra, nei giardini…

E andrai, – e la friabile erba

Mostrerà segni azzurrini.

*  *  *

Per la strada, la distanza luminosa,

Ho lasciato l’intimità e il ritrovo,

E sonore scrosciano sulla sella

Le pellicce con l’amore nuovo.

Il mio meriggio è semplice e scuro,

E la mezzanotte – pungenti foghe.

E la luna – un leoncino dorato –

In terra la criniera scuote.

Viaggiatore col turbante per  il vento,

Chi sei – io non domanderò.

Per abbeverare i suoi cammelli

Una fresca pelliccia scioglierò.

Oh, potrai dolcemente tinnire

E più aromi verserai?

Ma partendo, monete di rame

Sui palmi insaziabili porrai.

Con un silenzio rovente i sonagli

Dalle sabbie saranno schiacciati,

E il vento non estrarrà gli anelli

Nella sabbia da me calpestati.

Disgelo

Sul vetro – riflessi sfumati di azzurro.

Una ragnatela di fronde gonfiate.

Io getto tutti gli stracci invernali

Nel disgelo delle primaverili nottate.

Fluite dietro il ghiaccio o ceppi

Delle pesanti immobili ore.

I gracchi dal campanile della chiesa

Alle lastre lanciano il loro clamore.

Agita le nubi trasparenti

Il fresco vento alle giornate finite.

Domani il sole una coppa di miele

Porgerà alle labbra intorpidite.

O sole, tu sei l’apostolo migliore.

Le tue parabole non è dato evitare.

Dai alla mia anima remi bianchi.

Nella tua baia blu voglio remare.

In primavera

Icone, silenzio e penitenti,

A voi d’inverno il mio salmo è cantato.

Trovo la mia impronta dell’anno scorso

Su un allegro ciottolo asciugato.

Le nostre anime sono laghi scorrenti:

Tutto fluisce ciò che nei sogni era.

Da un bambino con occhi di fiori

Compro un soldino di primavera.

E le viole si radicano nel palmo

Con un’onda di ametiste-odori.

Per la fervida orazione la primavera

Indossa un felonio* a vivaci colori.

E io vado con gli occhi aperti.

Il vento, ogni mio giorno è disperso.

Solo senti battere sotto le lastre

Il cuore della terra ridesto.

* Paramento dei sacerdoti ortodossi.

Il cammino

I cattivi rametti al buio pungono.

E frusciano presso una porta scura.

Dei miei giorni passerò il recinto,

Prenderò il sentiero dell’aurora,

Per essere una raminga blu.

Messa nello zaino la tristezza,

L’anima non guarderà mai indietro,

In nessun luogo dirà “ormeggia”.

Cogliendo il suono del vento,

Passerò per villaggi ultraterreni,

E con gli occhi – selvatiche api –

Pungerò i tuoi sonni sereni.

E con una stella – candela caduta –

Il mio cammino voglio segnare,

Perché, tenuto il tempo con le briglie,

Tu possa farmi ritornare.

(C) by Paolo Statuti

Frederika Moiseevna Nappel’baum

5 Lug

    

Frederika Nappel’baum

Frederika Moiseevna Nappel’baum, poetessa e fotografa, era la figlia secondogenita del celebre fotografo-ritrattista Moisej Solomonovič Nappel’baum (1869-1958). Nacque nel 1902 a Minsk. Il suo nome è legato soprattutto allo Studio poetico La conchiglia sonora, un gruppo di poeti di San Pietroburgo, formato all’inizio dagli studenti più giovani dello Studio di Nikolaj Gumiljov. Ne facevano parte, tra gli altri, le sorelle Ida e Frederika Nappel’baum, Nikolaj Čukovskij e Konstantin Vaginov, considerato il miglior poeta della Conchiglia. La sua Musa era Frederika. Nel suo romanzo Il canto del caprone egli descrive l’appartamento dei Nappel’baum, dove dopo la morte di Gumiljov si svolgevano ogni lunedì gli incontri letterari, e scrive delle due sorelle: «Era una casa incredibile. Due giovani donne, ed entrambe scrivevano poesie. Una –  nebulosa, malinconica, l’altra – passionale, spontanea. Esse hanno deciso di dividere il mondo in due parti: una prenderà la sua tristezza, l’altra – le sue estasi».

     Ida nel suo libro di memorie Angolo di riflesso scrive: «Musa della Conchiglia sonora era per tutti Frederika. Questo scrivevano i giovani poeti sulla sua copia della raccolta di poesie degli studenti. Lo stesso Nikolaj Gumiljov scrisse questi versi nella copia, donata a Frederika, del suo libro La tenda (1921), dove raccolse il meglio delle sue poesie su temi africani:

O unico guerriero, come il tuo valore,

così non ha fine il mio favore.

     Frederika scrisse poesie dall’età di nove anni. Scriveva poco, di rado, con ispirazione. Lei non capiva quelli che erano sempre con la penna in mano…Dopo la morte di Gumiljov, Kornej Čukovskij divenne la nostra guida. Egli percepiva la poesia di mia sorella come una nota pura, e amava dire: «Ed ora “dulcis in fundo” ascoltiamo i versi di Frederika». Secondo Jurij Tynjanov, lei era come l’arpa in una orchestra, capace di unire in poesia la purezza del suono e la profondità del pensiero. Voglio sottolineare che la fonte principale della sua ispirazione era il vento. Un giorno, nella mia dacia, a un tratto annunciò con un sorriso eloquente: «Vado a fare una passeggiata. Oggi c’è vento». E tornò con una poesia, era come se fosse la sua parola d’ordine poetica».

      A questo proposito, Nikolaj Korneevič Čukovskij (1904 – 1965) scrive nel suo libro di memorie So quello che ho visto: «Un giorno Blok visitò la Casa delle Arti e il seminario di poesia tenuto da Gumiljov. Gli studenti leggevano i loro versi: entrambe le sorelle Nappel’baum, Konstantin Vaginov, Daniil Gorfinkel’ e altri, io per fortuna no. Blok ascoltava accigliato, sprezzante. Non fece nessuna osservazione, non elogiò nessuno, solo di tanto in tanto chiedeva di continuare. Loro leggevano e lui ascoltava sempre imbronciato.  Fece alcune domande che non avevano alcun nesso con i versi letti. A Frederika chiese: «Cosa amate più di tutto?» e lei rispose: «Il vento».

     Nel 1926 la Conchiglia sonora pubblicò il volumetto di appena 46 pagine Poesie 1921-1925 di Frederika, grazie al contributo di parenti e ammiratori. Nikolaj Zabolockij, piuttosto critico nei confronti delle raccolte dei poeti di Leningrado, e soprattutto scettico verso la “poesia femminile”, apprezzava le poesie di Frederika. Gli piacevano i suoi versi. Secondo il critico letterario Igor’ Loščilov la poesia La ragazzina-sorella con la testa ricciuta servì da spunto a Zabolockij per la sua famosa poesia La ragazza brutta.

     Alla fine degli anni ’20 Frederika partì per Mosca, dove lavorò nello studio di suo padre. Scrisse poco. Era restia a pubblicare. La maggior parte delle sue poesie è stata inserita nella raccolta Poesie 1921-1957, di sole 86 pagine, uscita a San Pietroburgo nel 1993. Morì nel 1958, lo stesso anno di suo padre.

     Purtroppo di questa poetessa non sono riuscito a trovare in yandex più di cinque poesie. I suoi due libretti del 1926 e del 1993 non figurano nei cataloghi di nessuna biblioteca italiana.

Poesie di Frederika Nappel’baum tradotte da Paolo Statuti

*  *  *

Mi è caro ricordare

Le deserte e stupende ore,

Quando sul paese aleggiava

Un immenso splendore.

Quando in file rianimate,

Le strade con chiasso e senza gente,

Sorgevano i palazzi, e la pietra,

Come fiamma, cantava un verso ardente.

E – nuovo battito di vita –

Passarono come riflessi-istanti

Sullo specchio d’un bicchiere d’acqua

Due ali fiammeggianti.

E da questa linea vacillante

Ormai per sempre separati

Dalla soffocante dolcezza,

Della quale eravamo inebriati,

Noi sentiamo un lieve suono

Nella polvere di età decadute,

Noi guardiamo il nero splendore

Di rive ancora non vedute.

1923

*  *  *

E questa casa, come saldo tronco,

Cos’è per essa un coro non accordato?

Sopra – candele che ardono senza fiamma,

Sotto – una valle col prato argentato.

Ma come un rametto spuntato di notte,

Per l’ultima volta prendendo respiro,

Tu ti staccherai – in raggi neri,

In un ardente slancio, in vano sfolgorio.

Il solido tronco tra gli altri rami

Ti colmerà di tristezza e fedeltà,

E la tua ombra, di te stessa più chiara,

Ritmicamente tra loro oscillerà.

1924

*  *  *

La ragazzina-sorella, con la testa ricciuta

Cammina al sole, come bocciolo di roseto,

I suoi falpalà come attenta folla

Con un sussurro bleso le si accalcano dietro.

Improvvisa una nube su di lei s’è fermata,

Due foglie come scarabei in volo…

Già l’alba nella nebbia l’ha impaurita,

Muove le ali, come per staccarsi dal suolo,

Lei, la sorellina, ancora non lo sa –

Con una bambola a tre facce si diletta,

Come  bambola a tre facce la sua alba va

Nel cielo assonnato, con l’infantile cuffietta.

Agosto 1925

*  *  *

Le dita germoglieranno in foglie,

E i piedi nell’argilla induriranno,

Non perché in volo

Mi sfiorerà bruciando

Il Citaredo dal volto d’argento,

Il lanciatore di un disco di fuoco –

Nel semplice paese, dove la luce è fioca,

Verrà da me un terrestre caro non poco,

E senza mitici prodigi

Facendo la nostra effimera strada,

All’ombra di cieli divini

Giaceremo come la terra umana.

E il nostro corpo fiorirà

In fiori così delicati,

E di nuovo la volta sarà deserta

Sopra gli occhi sotterrati.

1926

Paesaggio con altalena

L’altalena si alzò. E, per un attimo ferma,

Quasi in verticale la tavoletta vibrava.

E il cielo rombava da un estremo all’altro,

E in cielo per campi il fiume andava.

Quali mani s’impigliano in funi dorate?

Quale corpo sulla terra nera si protende?

Non è chiaro, non si vede…Ma, forse un alato,

Ma, forse un folle, o un semplice demente.

E in quali occhi come cornice s’è aperto

L’abisso ricciuto dalle nubi ombrato

Da dove i villaggi correvano a balzi,

Come stormo di cardellini spaventato.

E tutto crollò. Ma perché questa invidia?

Con gli occhi aperti nella semioscurità

Davvero neanche tu capirai fino in fondo,

Come nel vano della finestra nessun giorno resterà.

1928

(C) by Paolo Statuti

Ida Moiseevna Nappel’baum

28 Giu

    

Ida Nappel’baum

Moisej Solomonovič Nappel’baum (1869-1956) fu un celebre fotografo-ritrattista. Era un uomo alto e di bell’aspetto, con riccioli ondulati  e una grande barba nera. In tutta la sua figura cercava di mostrare di essere un artista. Indossava ampie giacche di velluto, una pellegrina che ricordava gli antichi mantelli, cravatte annodate con un vistoso fiocco e il berretto. Divenne famoso per aver fotografato le figlie di Nicola II e per questo volevano giustiziarlo dopo la rivoluzione. E invece diventò una enciclopedia dei volti nella Russia prerivoluzionaria e dei volti più famosi dell’Unione Sovietica nella prima metà del XX secolo. Il suo metodo creativo e il suo stile fotografico consentono a professionisti e intenditori di paragonarlo a Rembrandt. Ebbe cinque figli: Ida, Frederika, Lev, Ol’ga e Lilija e trasmise a tutti la sua disinteressata devozione per l’arte. Soprattutto le due figlie maggiori Ida e Frederika aiutavano il padre a sviluppare le fotografie, fotografavano anche loro e scrivevano versi. Ida aveva cominciato a scriverli a 14 anni.

     Ida Nappel’baum, l’ultima poetessa dell’età d’argento, nacque il 13 giugno 1900 a Minsk (Impero russo), dove trascorse tutta l’infanzia. Nel 1913 la famiglia si trasferì a San Pietroburgo e Ida con la sorella Frederika frequentarono il ginnasio femminile privato “V.N. Khitrovo”. Istruzione classica, disciplina severa, preghiera quotidiana, tre lingue: greco, francese e tedesco. La rivoluzione del 1917 sembrò confondere tutto. Alcune ragazze si rivelarono monarchiche, altre – bolsceviche. Il preside del ginnasio fu sostituito dalla poetessa Marija Ljovberg, amica di Blok e di Gumiljov, e così il ”Kipling russo”, come veniva chiamato dai contemporanei Gumiljov o il “conquistatore dalla corazza di ferro”, come si definiva lui stesso, entrò nella vita delle due sorelle.

     Terminato il ginnasio nel 1919, Ida entrò all’Istituto di Storia dell’Arte, mentre Frederika si iscrisse all’Università, Facoltà di Filologia. Entrambe appassionate di poesia però, cominciarono a frequentare i corsi di Gumiljov nello Studio di Poesia da lui creato “La conchiglia sonora”. Negli anni 1920-21 Ida fu anche segretaria di questo Studio. Leggevano le poesie in cerchio, discutevano, criticavano. Vi partecipavano anche alcuni membri della terza Corporazione dei Poeti, anch’essa creata da Gumiljov nel 1920. Dopo la morte di Gumiljov i membri della Corporazione e della “Conchiglia sonora”, che come associazioni avevano cessato di esistere, cominciarono a riunirsi ogni lunedì nell’appartamento dei Nappel’baum nella Prospettiva Nevskij angolo Prospettiva Litejnyj.

     Ricorda Ida: “Non c’erano né tavoli né sedie. Gli ospiti sedevano sui cuscini lungo le pareti o sul tappeto e leggevano le loro poesie in cerchio, iniziando dalla porta. Questa usanza restò immutata nel tempo, finché esistette il nostro Salone, cioè dal 1921 al 1925… In inverno ci sedevamo intorno alla panciuta stufa di ferro con un tubo che usciva dalla finestra. D’estate uscivamo sul balcone che si stendeva lungo la facciata. Si leggevano le poesie, poi veniva servito il tè con pezzi di pane nero… Il fior fiore della letteratura di quel tempo partecipava: Fjodor Sologub, Michail Kuzmin, Michail Lozinskij, Anna Achmatova, Čukovskij padre e figlio, Nikolaj Kljuev, Daniil Kharms. Una volta Sergej Esenin arrivò da Mosca con il poeta Ivan Pribludnyj…Alla fine del 1923 Boris Pasternak lesse da noi le sue poesie. Era la prima volta che lo vedevo e ascoltavo. Fino a quel momento non conoscevo affatto le sue liriche. Stava in piedi vicino al pianoforte in un completo marrone, una cravatta dello stesso colore e un colletto bianchissimo, occhi molto belli, leggeva con entusiasmo e impeto molte poesie di “Mia sorella la vita”. Mi ha colpito e affascinato la rapidità dei suoi ritmi, la lieve e smagliante illustrazione, nonché la novità del suo linguaggio, ricco di vernacoli inaspettati. Anche il suo modo di leggere era del tutto nuovo per noi pietroburghesi, abituati al solenne urlo dell’acmeismo. Certo, ho capito completamente questo poeta molto più tardi, ma da quella sera  ho preso ad amarlo. Devo dire che Pasternak non fece una grande impressione sui presenti. Egli colpì veramente soltanto me e Tichonov, che fu contagiato per un intero decennio dai ritmi di Parternak”.

     Il 3 agosto 1921 Gumiljov fu arrestato. La sua seconda moglie Anna Engelhardt non aveva il coraggio di portargli dei pacchi in prigione e pregò Ida, che venerava e amava il Maestro,  di farlo lei. Lo fece volentieri, portandogli cibo, libri e fiori. Un giorno al finestrino dove lasciava i pacchi le dissero che non c’era più bisogno di portarne altri. Pochi giorni dopo, lei e la sua amica, futura scrittrice e futura moglie di Khodasevič Nina Berberova, restarono allibite leggendo sul muro della casa nella Prospettiva Liteinyj l’elenco di quelli che erano stati uccisi. Tra loro c’era anche Gumiljov.

     Dal 1923 il poeta e traduttore Michail Froman aveva iniziato a partecipare agli incontri dai Nappel’baum. Egli fu subito colpito dal fascino di Ida e nel 1925 la sposò.

     Nel 1924 la poetessa lavorò come segretaria della sezione poetica e teatrale nella filiale pietroburghese dell’Unione degli Scrittori.

     Nel 1927 pubblicò a sue spese la prima raccolta di poesie “La mia casa”.

     Nel 1940 il marito morì in seguito a una operazione non riuscita, e un anno dopo Ida lasciò Leningrado. Trascorse gli anni della guerra a Perm. Terminato il conflitto, tornò nella sua abitazione e si sposò nuovamente con un vecchio amico di famiglia, il giornalista Innokenty Basalaev. Ma la felicità non durò a lungo. Il 9 gennaio 1951 fu arrestata con l’accusa di essere amica dei poeti che avevano lasciato il paese negli anni ’20 e di quelli uccisi negli anni ’20 e ’30. Il motivo principale però fu la delazione di due scrittori “amici di famiglia”, relativa al fatto che nella sua abitazione aveva tenuto un ritratto di Gumiljov, dipinto poco prima della morte del poeta dalla pittrice Nadežda Švede-Radlova. Il ritratto non esisteva più dal 1937, quando il marito, temendo di essere arrestato, lo aveva distrutto. Ma contava il fatto di averlo posseduto. Dopo ben nove mesi di indagini, Ida Nappel’baum fu condannata a dieci anni nel lager di Ozerlag, e destinata al disboscamento e alla produzione di traversine.

     A questo riguardo la poetessa ha ricordato: “Hanno detto di aver visto un ritratto sovversivo del poeta Gumiljov nella mia abitazione. Mi ha sopreso che non abbiano chiesto che fine aveva fatto il ritratto. Non ho negato nulla. Erano interessati alle dimensioni, perfino ai colori. L’ho descritto con piacere, rivivendolo nella memoria. Mi ha colpito soltanto l’assurdità di tutto questo… È bastato avere in casa un ritratto del poeta giustiziato per incolparmi come una criminale”.

     Nel lager scrisse il ciclo di versi “L’oasi di Taišet” e il poema “Conserva per sempre”, più tardi diffusi nel samizdat. Poco dopo la morte di Stalin, nel 1954 fu liberata e completamente riabilitata. Tornò a Leningrado dedicandosi alla traduzione (Jules Verne, André Dotel, Stendhal). Il secondo marito morì nel 1964.

     Nell 1990 pubblicò, di nuovo a proprie spese,  la raccolta poetica “Pago i miei debiti”. Postumo uscì il volume di poesie “Me ne vado” (1993), curato e stampato a spese della figlia, e il meraviglioso libro di ricordi “Angolo di riverbero: Brevi incontri di una lunga vita” (1995), in cui ha parlato dei suoi incontri con Gumiljov, dell’arte fotografica del padre e dei lager che lei stessa sperimentò.

     Ebbe la figlia Ekaterina Michajlowna Zarenkova, nata nel 1932, dal primo marito.

     È morta a San Pietroburgo il 2 novembre 1992 e seppellita nel cimitero “Alla memoria delle vittime”.

     Nel 1989 ha scritto:

Non  farò un passo nel secolo futuro,

Nel ventesimo io devo restare,

Alla sua alba in esso sono entrata

E il suo tramonto voglio gustare.

Poesie di Ida Nappel’baum tradotte da Paolo Statuti

*  *  *

Lasciamoci, amico mio. Felice sono stata,

Anche se per poco, ma come un capinero

Che cresce, grida, pronto a librarsi,

Si lancia in cielo, scende leggero.

Così anch’io. Rotavano i giorni come sfere,

Giorni odoranti di sangue di faggi,

E ondeggiavano sopra i nostri cuori,

Turbinavano in cerchio fuochi selvaggi.

Ma tu sei stanco delle stesse mani,

Delle stesse labbra, e con un sorriso amaro,

Io me ne vado sola, con dolore, mio malgrado.

Guarda è inverno. Lasciamoci, amico caro.

1924

*  *  *

Non bastano le mani, tremanti come fiammelle,

Piantano un gancio in cielo tra le stelle.

La città dorme, la città non sente,

Vicino un’ascia batte incessantemente.

La città non sa, la città è innamorata,

Di sogni e passioni è colmata.

Uno – ha piantato, due – ha rinforzato,

Tre – la fune ha tirato.

La gola nel viscido cappio infilò

La fanciulla – e all’indietro rimbalzò.

Il cielo come cielo, la luna come macchia.

Non più lacrime, né tormenti.

Soltanto sulla Nevà ad una finestra

Un tacco morto battere senti.

1927

*  *  *

Ricordo l’infanzia senza icona,

Senza festività e senza preghiere,

Senza fragranti sabatine candele

Erano così profumate le sere.

Non sono mai stata in una sinagoga,

Né scalza una moschea ho visitata,

Solo con terrore sognavo Dio,

Di angoscia notturna stremata.

E adesso io un tempio non ho,

Delle chiese rifuggo il sagrato,

E il tuo lieto arrivo d’ora in poi

La mia unica Pasqua è diventato.

1927

Commemorazione

Invano nel bosco fangoso andavo,

Invano sul Naso di Volpe cercavo.

Tu non ti sei eretto come colle ignoto

E non sei diventato un gelso fiorito.

Tu nell’antro marino sei entrato come dardo,

Un tremendo tifone su di te ha infierito,

Ha tremato la montagna, ha gridato il gufo,

E il sorbo è caduto in un pianto insanguinato.

– Tu sei scomparso senza colpa alcuna –

E ti ha coperto agli occhi della luna

L’onda del Baltico spumeggiante,

Tutta nei tuoi merletti di Bramante.

La casa sul Fontanka

Non per l’antico stemma del conte,

Non per la recinzione arabescata,

Non per l’eleganza delle sue stanze

Questa casa sarà sempre ricordata.

Ma solo perché qui ha dimorato

La musa russa dagli occhi perlati,

Senza piegarsi al giogo della sorte,

Eredi del suo onore ci ha lasciati.

Un ramo d’acero sbirciava alla finestra,

E lei felice lo fissava di continuo,

E nasceva per esso un canto. E cantava…

Così come dai grappoli nasce il vino.

Sia che la pioggia baltica la sferzi,

Sia che l’avvolga la luce dell’alba, sia

Che il Fontanka si stringa al granito –

La Casa è il tempio della sua Poesia.

1985

La vigilia

In quel giorno a lungo io incantavo,

Di singoli un gruppo creavo

Secondo il canone dell’arte vetusto

E le proporzioni del mio gusto.

Qui sono tutti nel fiore dell’età

E ognuno d’essere poeta crede già.

E tutti sono boriosi, imprevisti –

Gli amici imaginisti.

Ecco chi ieri era in campagna

Sembra un dandy in pompa magna,

È giunto alla fama impetuosamente,

È importante, condiscendente,

E la scarpa laccata ondeggia,

Il pomello del bastone bianco 

Sulla spalla destra troneggia.

Il ritratto è bene realizzato,

Nulla da ridire troverai…

Ma perché il biondino è così quieto,

Così triste e distaccato, perché mai?

1985

*  *  *

                               Senza tenerezza femminile

                               come si può vivere?

                                                          A  N. B.

Tutto ti aspetta, mia Godot,

Sotto la stella di questa città,

Sul ghiaccio crepitante del Ladoga,

Sulle acque della nostra Nevà.

Oltre i ponti, sussurrando preghiere

E con le braccia spalancate,

La cattedrale di Kazan’ regge il cerchio

Dei suoi bracci-colonnate.

E la lunga fila di finestre

Della casa all’angolo, che finisce

Con un ovale, là dove

Nevskij a Mojka si unisce.

E poi? ricordi? il balcone di pietra,

Che sulla facciata si allungava,

Dove ognuno era poeta e innamorato,

E in ciò ogni diletto egli provava.

E sia pure Sodoma, sia pure Gomorra!

Mia Godot io ti aspetto da tanto!

E nelle catacombe degli occhi ardenti

Entro di nuovo, anche se ora soltanto…

1985

*  *  *

No, io ancora non sono del tutto vissuta:

Nella bella Georgia io non sono stata,

Nel TU14 non sono ancora decollata

E commossa l’Acropoli non ho guardata,

Io non ho finito tutti i sogni acquarellati,

La mia Carmen alla Scala non ho cantata,

La Madre di Dio io non ho disegnata

E i trilli degli usignoli non mi sono bastati.

Io i miei versi migliori non ho creati!

Ma il comando del tempo io già sento:

– Sbrigati. La tua rampa scivolosa sta finendo.

1987

*  *  *

Mi piace nei versi la mancanza d’intesa,

Come tra persone un rapporto imperfetto,

Non una geometrica precisione,

Ma solo di idee pensate un pacchetto.

Essa sempre in poesia, in amore è necessaria,

Come ornamento di feriale giornata,

Come uno sconosciuto che cammini

Accanto alla sua propria strada.

Non occorre vedere coi propri occhi,

Sventoli pure lontano lo stendardo!

I versi terminate coi puntini,

E il punto – è solo il fatto rimasto.

1989

Il nodo

Sul pavimento della tonda sala da ballo

Ancora col parquet e come una specchiera,

Le mie ambre, come ghiaccioli, rotolavano

Sotto i tavoli e poi chissà dove ciascuna era.

Allora gli amici poeti in allegria

Sdraiati a terra, le cercavano una ad una,

Come i pescatori di perle misteriose

Sul fondo del mare trovavano la fortuna.

E il nostro amato Maestro s’inginocchiava

E, mescolando poesia e prosa,

Con un sorriso di boria e l’aria fiera

Mi porgeva ogni ambra come una rosa.

Ma poi una seconda terribile visione,

Nella stessa casa, nella splendida galleria,

Ci sconvolse tutti la rivelazione,

Come mazzata, della feroce esecuzione.

Non c’è più il sorriso di boria e l’aria fiera!

Nella casa sul viale Litejnyj essa c’era, c’era,

Nella casa in stile moresco del ricco Muruzi.

Ma anche la seconda è sul Litejnyj,

Nella casa-sarcofago per le anime giustiziate.

E la strega-memoria queste due visioni

Con un nodo forte ed eterno ha legate.

1990

Ode alla vecchiaia

Oh, vecchiaia!

Io non mi lamento e non m’infurio,

Io ti proteggo e ti allevo amando,

Con te come con una spada io mi difendo

Dall’invidia e vendetta di certi tali

E dalle notizie insanguinate dei giornali.

1991

Versi – pane quotidiano

Ancora, ancora scrivo versi,

Essi non sono più come ieri,

Quando in gioventù, come farfalle,

Dalla mia mano volavano leggeri.

Adesso le parole occorrenti

Come una mola rigiro, e frantumo

In sangue la mia anima, ma l’amore

Per lui non mi toglierà nessuno.

Stanca e ferita è la mano,

E tuttavia, ancora versa la nutrice –

Del pane il tormento senza fine.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Scorre il tempo e più non incanta,

Ed io ho già due più di novanta.

1992

(C) by Paolo Statuti