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Poesia

17 Feb

Alphonse Mucha: La poesia

Mi guardavano, io ero la Poesia,

mi studiavano, io ero la Poesia,

mi amavano, io ero la Poesia,

ma non mi capivano,

perché per loro capirmi significa

 immergersi in un abisso

di ipotesi

senza conclusione

mentre assai più semplice

è la mia intenzione.

Pablo Neruda (1904-1973) – La Poesia

Fu a quell’età…La poesia arrivò

per cercarmi. Non so, non so da dove

uscì, dall’inverno o da un fiume.

Non so né come né quando,

no, non erano voci, non erano

parole e neanche il silenzio,

ma mi chiamava da una strada,

dai rami della notte,

a un tratto tra gli altri,

tra fuochi violenti

o rincasando solo,

stava lì senza volto

e mi toccava.

Non sapevo che dire, la mia bocca

non sapeva

dare un nome,

i miei occhi erano ciechi

e qualcosa batteva nell’anima,

febbre o ali smarrite,

e mi sentii solo

a decifrare

quel bruciore,

e scrissi la prima riga incerta,

incerta, senza corpo, pura

sciocchezza,

puro sapere

ciò che ignoro del tutto,

e ho visto a un tratto il cielo

sgranato

e aperto,

pianeti,

piantagioni vibranti,

l’ombra attraversata,

perforata

da frecce, fuoco e fiori,

la  notte opprimente, l’universo.

Ed io, minimo essere,

ebbro dell’immenso vuoto

costellato,

a somiglianza, a immagine

del mistero,

sentii che ero pura parte

di un abisso,

rotando con le stelle,

il mio cuore volò via nel vento.

(Versione di Paolo Statuti)

Antonio Tabucchi (1943-2012) – La stanza del poeta

Sono un poeta,

sono un attore,

ma la mattina mi sveglio, mi vesto,

mi infilo le scarpe,

esco per strada e sono come tutti,

e nella strada passano passanti,

e io li guardo, e sorrido perché passano,

e anch’io passo e nessuno mi nota.

Ma poi,

nella solitudine della mia stanza,

apro le botole dell’anima,

guardo nel buio dei sotterranei,

ci sono topi,

ruscelli di diamante,

bellezze, miasmi e rancori:

lo faccio per me, lo faccio per voi,

perché ci vuole qualcuno che guardi,

e questi sono i poeti,

che cercano le stelle in fondo ai pozzi.

Leopold Staff (1878-1957)

Ars poetica

Un’eco dal cuore sussurra:

«Prendimi prima che io languisca,

Che diventi diafana, azzurra,

Che impallidisca, che sparisca!»

Come una farfalla l’afferro,

Non già per stupire il mondo,

Ma per rendere l’attimo eterno,

Perché tu comprenda a fondo.

E il verso che viene dal bardo,

Vestito di suoni e d’arcano,

Sia limpido come uno sguardo,

Sia come una stretta di mano.

(Versione di Paolo Statuti)

Paolo Statuti (1936-      )

Poesia

Se non sai cos’è la poesia,

immagina d’esser sordo

e udire scendere

dal cielo un accordo…

immagina d’esser cieco

e vedere accendersi

il fuoco del tramonto…

immagina d’esser muto

e poter dire:

tu piccola stella

risplendi, tremando

d’infinito…

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Il porto di Vanino

23 Gen
Un lager staliniano

I

    „Il porto di Vanino” era uno dei canti più popolari tra i detenuti dei gulag. E’ noto anche col nome di “Kolyma”, chiamata il “lager della morte”. Non si conosce l’autore, forse il poeta Boris Ruč’jov (1913-1973), che nel 1937 fu arrestato e trascorse dieci anni nei lager staliniani, per essere poi riabilitato nel 1956. Non si conosce neanche la data esatta in cui il canto fu creato. Il porto di Vanino, nella Siberia orientale, era il punto di transito per i detenuti diretti a Kolyma. In questo porto si svolgeva il trasbordo dai convogli ai vaporetti che proseguivano per i gulag di destinazione. Di questo canto esistono molte versioni. Questa da me tradotta è una di esse. Chissà se anche Mandelstam la cantava?

Il porto di Vanino

Ricordo il porto di Vanino,

E la cupa vista della nave,

E noi che scendevamo la scala

Nella stiva buia e glaciale.

Sull’acqua la nebbia scendeva,

Ruggiva la furia del mare,

Ruggiva di fronte a Magadan –

Di Kolyma la capitale.

Non un canto, ma un lamento

Da ogni petto si levava.

“Addio per sempre terra natia” –

La nave struggente gracchiava.

Noi reclusi soffrivamo il rollio,

Come fratelli ci abbracciavamo,

E solo a volte dalle lingue

Sorde imprecazioni lanciavamo.

Maledetta sei tu Kolyma,

Chiamata pianeta – meraviglia.

Per la scala scendevi là,

Da dove ritorno non c’era.

Trecento miglia di taigà,

Dove vivono belve soltanto.

Dove i veicoli non vanno,

E si trascinano i cervi inciampando.

Io so che tu non mi aspetti,

Le mie lettere non leggi nemmeno.

Tu non verrai a incontrarmi,

O verrai senza riconoscermi,

Io temo.

(Versione di Paolo Statuti)

Vladimir Lazarev (1936)

20 Gen

Ho sognato la musica

                                             A Evgenij Svetlanov (1)

Ho sognato la musica…

Puri suoni coglievo

Sui rami mossi dal vento,

Dove gli usignoli si posavano

La tormenta fendendo.

Ho sognato la musica…

Tutto è musica, in fondo;

E, occorrendo penetrazione,

Della musica è nato il volto,

Affrettando l’emozione.

Ho sognato la musica…

E l’anima, scossa nel profondo,

Nel tempo del disgelo entrava…

Ho sognato la musica. Essa

Lievemente di aspetto mutava:

Come nuvola e come onda,

Come giorno di neve e notte cieca,

Ora dolce, ora salata,

Ora nei meandri verde,

Ora azzurro-dorata.

(1) Evgenij Svetlanov (1928-2002), pianista, compositore e direttore d’orchestra russo. (N.d.T.)

(Traduzione dal russo di Paolo Statuti)

Michail Panfjorov (Karara)

17 Gen

Michail Panfjorov (Karara), poeta e pittore russo, nato nel 1961

Michail Panfjorov

All’uomo serve soltanto Dio

All’uomo serve soltanto Dio,

Egli ogni dubbio scioglierà.

E ciò quando lo stile sarà elevato,

E la vita più reale di una fiaba sarà.

E ciò quando il male sarà scomparso.

Verrà l’amore della comprensione.

Sarà il trionfo delle anime umane

E la luce di una viva compassione.

E serve una casa che non poggi sulla sabbia.

E un giardino che fiorendo stupisca.

Senza la fede sei preda dell’angoscia.

Ma nella corsa la quiete non si acquista.

Bisogna mostrare la propria sorgente.

Dalle fonti i fiumi prendono spunto.

Prega con l’anima, perché Dio ti aiuti.

Senza di lui l’uomo è un defunto.

E allora sarà compreso il cammino,

I simboli secolari saranno spiegati.

Recita così: “Oh, Signore, perdonami!”

E saranno istanti illuminati!

Successi e amici verranno poi,

Verrà chi l’anima spensierata vuole.

E il tempo della vita non scorrerà invano,

E ci sarà una luce splendente, tanto sole!

Cosa serve all’uomo sulla terra?

Credo non ciò che è meschino e volgare!

Non lasciarti immergere nel buio

Senza questo amore, così universale.

2014      (Versione di Paolo Statuti)

Natale 2018

17 Dic

Natale 2018

Quest’anno

ascolta il Bambinello

costruisci un Natale più bello

con le tue stesse mani

un Natale per oggi e per domani

fallo in modo tale

che resista a ogni temporale

con materiali di qualità

e vedrai che non crollerà

a nessun terremoto

a nessun maremoto

il tuo lavoro non andrà perso

se sarà un Natale diverso

però usa mattoni

di sole buone azioni

il cemento più buono

la calce del perdono

finestre di speranza

porte di fratellanza

legno di pazienza

tegole di riconoscenza

piastrelle di gentilezza

intonaco di carezza

e poi arredalo di amore

e così il Signore

a lavoro ultimato

sarà rallegrato

e con un sorriso speciale

ti sussurrerà Buon Natale!

(Paolo Statuti)

Dominik Żyburtowicz

1 Dic

D

Dominik Żyburtowicz

   Dominik Żyburtowicz, uno dei più apprezzati giovani poeti polacchi, è nato a Drawsko Pomorskie nel 1983. Ha studiato economia al Politecnico di Koszalin e ha debuttato con una serie di poesie nell’antologia Pesca.Debutti poetici 2010, Ed.Biuro Literackie, Wrocław 2010. La sua prima raccolta Velieri è uscita a Poznań nel 2015 e contiene poesie scritte nell’arco di molti anni (la più vecchia è del 2005). Il volume è suddiviso in più parti con tematiche diverse, trattate con una profonda sensibilità lirica. Nel 2017 il poeta ha pubblicato la seconda raccolta dal titolo Spaceboy. «In essa il “ragazzo stellare”, smarrito, che ha in sé la sincera fiducia e lo stupore del Piccolo Principe, è il tipo dell’eterno viandante, che pur avendo un posto concreto sulla terra, sente il desiderio inappagato di un mondo “chissà dove”» – scrive Katarzyna Wójcik in un suo articolo dedicato a questa raccolta.

   Żyburtowicz ha ricevuto diversi prestigiosi premi letterari, tra i quali quelli intitolati a Jan Śpiewak e Anna Kamieńska, Rafał Wojaczek e Władysław Broniewski. E’ stato tradotto in inglese e spagnolo.

   Di lui ha scritto il poeta e redattore di riviste letterarie Roman Honet: «Tende a ciò che è fondamentale: l’amore, la morte, la fiducia nella vita. Per Żyburtowicz anche la morte si rivela una illuminazione, diventa un episodio nell’eterna presenza, con essa non termina nulla. «Se dopo la morte l’amore esiste, è certamente la primavera, la luce» – dice il poeta. Il ritorno dei morti si compie quando «vedi una luminosa polvere su tutte le tue cose». Ma non è un sedimento, una polvere di decomposizione, una polvere tombale, ma la traccia di una esplosione stupefacente – una polvere che fa venire in mente le molecole che volano dopo lo scoppio dello spazio e dei primi secondi dell’universo, minute prove di poderose nascite».

   In occasione di un dibattito sul tema Poesia per una nuova era, Żyburtowicz ha detto: “Io sono per la poesia orientata esistenzialmente. Sono per la comunicazione, sarebbe auspicabile che l’arte poetica giungesse al maggior numero possibile di destinatari. A questo aggiungo la metafisica, ma quella nuova, sorprendente. Non mi appaga il contenuto di molti versi che si leggono al giorno d’oggi. Vedo temi banali, questioni forse anche importanti, ma a lungo andare noiose. Si nota una forma che tende alla perfezione, la cura per la bellezza della lingua e l’aspirazione alla novità. Anche questo è importante, ma mi manca il vigore, la potenza del mondo costruito nel verso e della filosofia. Ciò non toglie però che ci siano molti poeti dotati di questa forza creativa. Essi sanno bene cosa devono fare con la poesia, e per questo sono Poeti della Nuova Era».

Poesie di Dominik  Żyburtowicz tradotte da Paolo Statuti

Come le mele cadono lontano

                                          A mia madre – Maria Żyburtowicz

quando sei lontana (e adesso è sempre così),

il ragazzo corre al mare, in esso il ragazzo aspetta

tutti i sonnolenti cutter, là dove tu ti trovi,

sfiori le mie labbra con un dito, mi accarezzi come la neve,

sento la minestra della domenica che mangiavo come una bestia

e la pioggia rosata nel giorno della donna –

(il tuo pianto sorridente)

quando sei lontana (e adesso è sempre così),

a ogni altra madre rubo un pezzetto

e lo metto lungo la riva da cui ti allontani

prima dell’alba, cogliendo le mele –

di solito la mattina dopo la tua scomparsa

mi sveglia a letto proprio il loro profumo

Vienna 2007

I luoghi dove maturano i frutti

1.

Il giovane che pescava sulla riva del fiume, lo strano

caldo tocco di colei che si tolse l’abito dicendo: adesso

tu. E il branco di conigli che andava verso i cespugli.

2.

Le navi di carta scompaiono nella spuma marina, oggi

entrano nel porto i velieri – ma il ragazzo non lo sa,

resta impietrito, vedendo un vascello.

3.

La vecchietta che chiede aiuto, tutta la settimana

sposto i mobili che scricchiolano come ossa (muore

domenica). Le chiudo gli occhi. Telefono. Aspetto.

4.

Estate 1999. Lontano dalla riva pesco con mio padre, a un tratto

mi porge la canna. Quando lui si stringe il cuore – lo so,

la vita mi dice qualcosa molto importante.

Ci sono in noi dei luoghi dove il mondo si apre,

e non ci sono altre uscite, solo quelle davanti,

quindi devi convenire: il frutto all’interno, Dio

matura solo quando lo guardi, lo tocchi.

2007

La lingua dimenticata

quando ancora non sapevo parlare

sul davanzale venivano gli uccelli

conversavano nella lingua che conoscevo

benché i loro nomi fossero un mistero

oggi so che sono le rondini

che disegnano il quaderno di musica in giardino

ma ciò di cui parlavano allora

è sparito nella mia prima parola

Vienna 2007

Da vicino

Dormivo.

Mi ha svegliato un pipistrello,

colpendo con forza

la finestra dell’ospedale.

Forse ha confuso qualche linea notturna,

o l’ha ingannato il buio dei sogni locali.

O forse la notte

mi ha abbordato

nella propria persona.

Se è così,

sono vicino.

2011

L’odore dell’uomo si vede solo in sogno

Sogno un bosco pieno di animali.

E un solo comune senso animalesco

che filtra tra gli alberi.

Quando entro

sanno di me.

Il vento cessa, la volpe si gira.

Niente di simile ho visto di giorno.

Col binocolo osservo uccelli, caprioli, cinghiali.

Mi addormento tra giovani betulle.

E soltanto in sogno – di nuovo:

il vento cessa, la volpe si gira.

Tutto il bosco sa di me.

2011

Gli angeli del sole

Uno di loro lo vedevo

subito dopo il funerale come l’amore,

che in forma liberata

penetrava nei cuori dei piangenti.

Come l’amore che aleggiava

nei presentimenti, nei sogni, nei ricordi

e alla finestra mostrando il volto del lutto, sussurrava: guarda,

qui è la tua strada.

Qui è il mondo.

Io veglierò su di te

per un certo tempo.

Un altro angelo lo vedevo all’ospedale (reparto neonatale),

nel giorno di san Giovanni dodici maschietti cantarono insieme:

sole, sole!

E là, al liceo,

dove nella luce di giugno per l’esitazione e la paura

a un tratto fiorì un melo – in quel posto

c’era un

angelo. Di sicuro.

Anche nelle anime di chi crea

c’è un angelo: quando il chiarore, la corda di luce

inonda l’abitazione, quando corre

sui mobili sulla parete sui libri

– e si vede di più. (Conosceva bene questo sole van Gogh,

l’innamorato John Donne oppure Franck O’Hara).

Ma il più bello è l’angelo dell’amare.

– O fanciulla-osanna,

e tu, o fanciullo di sensibili pianeti,

avete qualcosa da aggiungere?

– L’arcobaleno.

2012

Gli uccelli

Quelli che non sono morti, ma per vari motivi

per noi è come se lo fossero. Come se il sole

tramontasse in noi e non volesse sorgere. Tu inganna,

inganna questo tempo – per primo

tendi la mano. Se così farai,

arriveranno vivi portenti, portenti, e riderai,

risusciterà la gente.

Perché per conservare l’amicizia, anzitutto

bisogna imparare a perdonare

le parole stolte, a curare le bruciature, a lavorare

su se stessi ed esigere che faccia così

anche l’altra parte. Dopo un anno

di silenzio ci siamo riconciliati,

su una grande piazza, dietro i campi,

in uno spazio deserto. (Tale spazio

è un ottimo tifoso per quelli in discordia,

per quelli soli). Mentre andavamo il vento

ci osservava dall’alto, finché lui stesso non si esercitò

in abbracci e strette di mano.

Era passato l’inverno.

2014

I delfini dell’oceano

Per vedere bisogna concentrarsi molto.

Le molecole che circolano nello spazio

prima erano nella mia testa..

Sono tornate per comporsi, ammassarsi.

O delfino solare,

di nuovo mi hai notato

in questa parte di Polonia,

sei così bello quando esci dalle nuvole

palleggiando accanto al treno.

Ti vedo.

Mi vedi.

In un nuovo luogo,

in un nuovo paese. Fermo sul ponte

ammiro i grattacieli. Il vento

che corre attraverso è il vento da

tutti i continenti. Dunque c’è

un tale luogo civitas universum

percepibile in un lampo di genio.

Come un’altra superficie

della vita.

La terra che si crea.

Dimensione aperta.

2011/2018

Le preghiere degli innamorati

                                   O what can ail thee, knight-at-arms,

                                   Alone and palely loitering?

                                                    John Keats – La belle dame seans merci

Adesso lo so: la voce

non si propaga solo nel suono,

ma anche in una grandine di vigorosi,

vigorosi pensieri che ti colpiscono.

Finché non squilla il telefono. I caprioli

all’alba si avvicinano al recinto,

mentre tutta la notte scrivevo di te.

Dove, per quali canali

passano le preghiere degli innamorati,

che gli animali, gli alberi, i fiori

voltandosi un istante

vogliono ascoltare?

Gli innamorati conoscono bene uno strumento abilitato:

il violino di piume che portano gli uccelli.

Guardando bene, si vedono le piume cadere

e formare autostrade agli innamorati.

Un’ellisse di telescopi e di notti stellate;

il treno che corre dalle mie labbra alle tue,

dalle tue labbra alle mie, attraverso città

e campagne polacche, nelle cui estremità respiriamo.

L’embrione ancora esiste d’inverno, sotto il ghiaccio. Ma già

si vedono le prime fessure nella fodera di luce. E dietro?

Il nudo dio dell’iride.

Tutto ciò che guardi, Chuchanna, si copre di sangue stellare,

poiché è lo sguardo di occhi innamorati, e neanche

gli esperti di fisica quantistica sono arrivati a tanto

nelle loro ricerche. Linfa,

sangue, cellule invisibili di nubi, case, autostrade. Qualcosa

romba nel nucleo del pianeta e finalmente possiamo confermare:

l’amore è il tremito della Testaterrestre.

Perché i più forti al mondo sono i nostri primi baci, quando

dormiamo nello stesso sogno di volare, e nei cieli interiori

si aprono scatole di diamanti.

Come se l’universo,

le sue supernove

aspettassero questa energia. L’amoroso

nutrimento dei soli?

                                      Oh!

Un tunnel sul tetto dell’albergo. Che nelle fredde parti

della materia oscura

scorrano le nostre cascate prostellari.

2016/2018

Il treno Rachmaninov – Amore

La fluida realtà dell’amore,

osservata da un’altra dimensione.

Spostare

con un dito invisibile treni di vetro

sullo schermo di vetro

della Rapsodia di Rachmaninov.

2018

Maria Zientara-Malewska

14 Nov
Maria Zientara-Malewska

   La poetessa e insegnante polacca Maria Zientara-Malewska nacque il 4 settembre 1894 a Brąswałd e morì il 2 ottobre 1984 a Olsztyn. La sua infanzia si svolse nell’atmosfera di una tipica famiglia polacca, fedele alle antiche usanze e alle tradizioni religiose. Terminò la scuola elementare a Brąswałd, dove le lezioni si svolgevano in tedesco, e per questo frequentava anche le lezioni di lingua polacca, tenute dal sacerdote Walenty Barczewski, che avrà poi un ruolo importante nella formazione della sua personalità.

   Negli anni 1921-1923 lavorò nella Gazzeta di Olsztyn, nella quale debuttò il 4 dicembre 1920 con la poesia Le stagioni. Questo periodo coincise con lo sviluppo più bello della sua creazione poetica. Nel 1926 terminò l’Istituto Magistrale a Cracovia. Negli anni tra le due guerre le sue poesie furono pubblicate da quasi tutte le riviste polacche in Germania, nonché

nelle due antologie Warmia e Mazuria e I nostri poeti. Tra il 1955 e ilil 1985 uscirono molte sue raccolte di fiabe, leggende, ricordi, e sei raccolte di poesie, tra le quali i Canti della Warmia (1963) e L’amore di un cuore semplice, uscito postumo nel 1985.

   Fino al 1939 svolse un’intensa attività come insegnate e promotrice nel settore scolastico. Nel settembre del 1939 fu arrestata e rinchiusa nel campo di concentramento di Ravensbrueck. Liberata il 18 aprile 1940, tornò nella natìa Brąswałd, sempre controllata dalla polizia. Nel 1945 si stabilì a Olsztyn e nel 1947 sposò Otton Malewski.

   Ha ricevuto numerosi importanti premi e le sono state intitolate diverse strade e scuole.

   La sua poesia del dopoguerra, similmente alla creazione del ventennio tra le due guerre, è legata alla vita, alla realtà, alla natura. Registra i fatti che toccano da vicino la poetessa. Vi dominano la tematica patriottica e il folclore. Negli anni ’60, seguendo il suggerimento della critica, si allontana dalla sua forma lirica consueta. Rinuncia alle rime, alle strofe di quattro versi, ai temi attuali, e tende alle reminiscenze storiche, legate alla storia dell’antica Warmia.

   Ricordiamo anche la sue liriche religiose del dopoguerra, a volte vere e proprie preghiere,

che esprimono la sua profonda e sincera devozione e il suo mondo interiore.

Poesie di Maria Zientara-Malewska tradotte da Paolo Statuti

Il mio sogno II

O mio sogno d’oro, sia di ieri che di oggi,

O sogno che hai spiegato ali di farfalla,

Passando silente nella quiete delle ore,

Che hai avvolto il mito in un velo iridato,

Lascia che oggi ti senta il nostalgico cuore.

Sei giunto a me mostrando portenti,

Non so da dove a un tratto mi sei apparso.

La primavera di fiori i giardini ha vestito,

Fiori ovunque guardi davanti e su di me.

In cielo danza un corteo di astri infinito.

Tra l’erba dei campi fioriscono le rose,

Chinate le teste sembrano assorte,

Un sussurro è nel mondo, gli Angeli Custodi

Le preghiere dei bimbi in cielo han portato…

L’orologio suona le ore sul muro, non l’odi?

O sogno di primavera, sogno di brillanti,

Chi ti comprenderà, chi ci riuscirà?

Tu tessuto in una trama così bella,

Ti nascondi nel profondo del cuore,

Perché nessuno ti turbi con l’umana favella…

L’orchestra sonava

L’orchestra sonava…gli accordi fluivano

Ora vibranti di gioia, ora così tristi

Come fruscio di boschi o trama di ruscelli,

Che in un giorno nuvoloso scorrono tristi.

L’orchestra sonava, e a me pareva

Che il cuore incrinato volesse spezzarsi…

Ogni suono – uno spillo avvelenato nel cuore,

E un mare di lacrime cominciava a formarsi.

L’orchestra sonava…intorno a me risate,

Occhi luccicanti e la folla divertita,

Dappertutto gioia…nel mio cuore tombe,

E nell’anima tristezza e pena infinita.

L’orchestra sonava…i violini piangevano,

Le note fluivano deliziose e frementi

E laceravano il cuore senza pietà,

Spremendo da esso gocce di sangue ardenti.

Cos’è la vita?

Cos’è la vita? – è una goccia d’acqua

Che in un oceano d’acque eterne morirà,

E’ una chiara nuvola che scorre in alto

E vola nel mondo – niente resterà.

Cos’è la vita? – è un fiocco di neve

Che le tue calde labbra vuol baciare

E già non c’è, già in silenzio muore

E senza lasciar traccia scompare.

Cos’è la vita? – è la piuma in un campo,

Che sulle ali del vento volando

Oltre boschi e monti, sparirà dagli occhi

E cadrà non si sa dove né quando.

Cos’è la vita? – è un granello di sabbia

In preda alla tempesta, in un momento,

Che si solleva in una corsa folle

Ed è già portato via dal vento (…)

Cos’è la vita? – è una foglia seccata,

E una goccia perlacea di rugiada

Che a un soffio di sole muore,

E’ la nebbia che a terra si dirada.

Si dissipa e di essa che rimane?

Niente – forse un nostalgico ricordo

E una zolla di tomba e una lacrima,

E forse dei vivi il quieto ricordo.

Il pianto della betulla

O bianca betulla nella valle

Perché triste piangi tremante,

Quando di notte nell’argento lava

Le tue foglie la luna calante?

Perché le tue lunghe trecce

Piangono nell’abbraccio del vento,

Quando un uccellino nei tuoi rami

Canticchia il tuo errante canto?

Mentre tutti gli altri alberi

Alzano i loro bracci con fierezza,

Tu soltanto li abbandoni

Come oppressa dalla tristezza.

Bianca betulla dimmi perché

Sempre in lacrime mesta patisci?

Perché piangi sospirando

E in braccio al vento languisci?

Oh, non chiedere a me, ti prego,

Tale è ormai il mio vivere inquieto,

Ma benché sia una betulla tremante,

Tuttavia so soffrire in segreto.

Poesia

Il vento sussurra negli arbusti le preghiere,

Negli arbusti di rose e gelsomino,

Vieni o mia alata indovina

E nella mano leggi il mio destino.

Già la luna è scesa sull’acqua,

Il cielo versa dell’alba i tizzoni,

Vieni mia dolce unica dea,

Tu la più bella delle mie visioni.

Nel bosco scorre la nostalgia,

Tu senti come sta soffiando?

Cogli con l’orecchio i suoi sospiri?

Col cuore capisci il suo canto?..

Nel grano brillano papaveri e fiordalisi

Come campagnole nei loro fazzoletti,

Vieni o mia bianca farfalla,

Lascia che del tuo nettare io mi diletti.

Sono triste o Signore

La pioggia sui vetri tintinna mesta,

E il vento geme dietro la mia finestra

Come cuori penitenti dalla tomba rinati,

Per dolersi dei trascorsi peccati,

E l’oscurità si posa sui campi assonnata

E la pioggia continua ritmica, immutata.

Guardo dalla finestra l’orizzonte nebuloso,

Davanti a me vedo il deserto sabbioso,

Il mio cuore desidera…ma chi e che cosa?

Invano intorno il mio sguardo si posa…

E la pioggia monotona batte alle vetrate,

Ed esse piangono nella nebbia bagnate.

Son così triste in questo giorno annuvolato,

Là ora vedo un uccellino appartato

Che sotto il tetto di paglia cerca affranto

Il suo nido…vedo dei bambini il pianto

E la pioggia scroscia e mesta si dispiega,

E il vento all’abete i rami piega.

La pioggia non smette ed ogni gocciolina,

Come lacrima brilla ardente e cristallina

Che scorre quieta, ma il cuore s’accora,

Ecco s’attenua…ma l’anima piange ancora

E in modo inesprimibile essa geme –

Piove…il vento singhiozza e sugli alberi preme.

La felicità

La felicità è in noi, non nel chiasso del mondo.

La felicità è nel cuore, è nell’anima pura,

Essa annida nella coscienza serena

E soffoca ogni tristezza, ogni tortura.

La felicità è nel cuore di una vergine,

E nello sguardo d’innocenti bambini,

Nella calda carezza delle madri,

La felicità è nel canto dei contadini.

Felicità è amare le oneste persone,

E’ stringere la mano di un amico,

E’ il fiore che fiorisce a primavera,

E’ il canto di un passero mendico.

Felicità è il raggio di un occhio caro,

E’ il sorriso di un’amata sembianza,

E’ il fruscio di un bosco oscurato,

E’ il mormorio d’un rivo in lontananza.

E’ uno sciame di ricordi dell’infanzia,

Felicità sono le storie un tempo ascoltate

E i ricordi della passata primavera,

E le orecchie da questo canto cullate.

Felicità è soffrire quando soffrono gli altri

E consolarli con accento amoroso,

Felicità è donare con generosità,

E’ condividere un momento gioioso.

Felicità è dare con amabile sorriso

Financo l’ultimo pezzo di pane

A un povero orfano, a un mendicante,

Perché allora un assaggio di cielo ti rimane.

Silenzio d’autunno

Oh, come io amo il silenzio autunnale,

Che in una coppa d’oro i sogni mi porta

E la triste anima culla nelle braccia,

Sussurrandole all’orecchio: ricorda.

E le nuvole disperde negli occhi,

Nel cuore porta una gioia infinita,

E risveglia promesse di letizia,

Sbiadite nelle incertezze della vita.

Per le ferite ha un balsamo benefico,

E le lacrime asciuga in fondo al cuore,

Che pace! – non c’è guerra nell’anima,

Da dietro le nubi esce di nuovo il sole.

Il mio spirito in estasi si solleva e brucia,

Avidamente beve il silenzio rinato,

Che procede lungo i solchi dei campi,

Che nel bosco respira in un tempo fatato.

Il mondo ha i colori dell’arcobaleno,

Sento nel silenzio le foglie posarsi,

Formando tappeti con disegni diversi,

Tra i quali odo i sospiri placarsi.

Lieve si piega un ramo nel bosco,

Nel campo un corvo fievole gracchia

E il convolvolo si arrampica e piange

Lacrime di rugiada nella macchia.

Il muratore

                            Alla memoria di mio Padre

Sulle scale saliva sempre più in alto,

Tracciava arcate col rosso dei mattoni,

Lungo i quali scenderanno gli angeli

Per raccogliere briciole di orazioni.

Conosceva ogni curvatura dei pilastri

E ogni piega delle gotiche volte.

La chiesa odorante di calce e sudore

Ispezionava con cura come suo padrone.

In seguito integrava ogni tegola

Quasi fosse un mosaico veneziano,

Dava alle guglie cappucci di piastrelle,

Impedì all’umidità di entrare,

Era un soldato a guardia della Casa del Re,

La gente diceva che non amava pregare,

Che non univa le mani rose dalla calce.

Guardava la chiesa in faccia come se

L’ultimo rintocco l’avesse chiamato.

Quando portarono la bara al cimitero

Tutti i mattoni e le tegole insieme,

E i santi delle vetrate

Recitarono: – l’eterno riposo.

Alla poesia

O grande musa, donami le ali,

Che io voli oltre la celeste arcata

Dove le nubi corrono e il fulmine scuote,

Spoglie, ceneri – la terra mi ha stancata.

Stringimi al tuo cuore, o musa,

Gli occhi della mia anima ispira,

Si stenda su di essa l’azzurro incanto,

E ciò che è terreno prendi di mira.

China su di me la tua testa, o regina,

Stendi su di me le bianche braccia,

Sul tuo petto la mia testa riposi

Inebriata dall’incanto della tua grazia,

Lasciami bere l’amore a sazietà

Dalla coppa d’oro dell’immortalità.

(C) by Paolo Statuti