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Karel Jaromir Erben (1811-1870)

17 Feb
Karel Jaromir Erben

Ballate di Karel Jaromír Erben tradotte da Paolo Statuti

Un mazzo di fiori

Morì la madre e fu seppellita,

orfani i figli restarono;

ogni mattina essi venivano

e la mammina cercavano.

Dei bambini la madre ebbe pietà,

e allora il suo cuore ritornò

e, trasformatosi in un fiorellino,

con esso la tomba adornò.

Sentirono la madre dal profumo

i figli e presero a ballare;

e il fiore – loro consolazione,

cuordimamma vollero chiamare.

Cuordimamma! caro alla nostra patria,

voi semplici nostre leggende!

Sopra una vecchia tomba ti ho colto

e ti porterò tra la gente.

Io farò di te un semplice mazzo,

ti metterò un nastro e infine,

ti mostrerò la strada per la terra

dove hai una famiglia affine.

Si troverà una figlia di mamma

che il tuo profumo sentirà?

E si troverà un giorno un figlio

che al suo petto ti stringerà?

Il colombino

Vicino al cimitero

tra i burroni va la strada;

la percorre piangendo

una vedova leggiadra.

Per il suo consorte

piangeva, si doleva;

all’ultima dimora

triste lo conduceva.

Da una bianca dimora,

lungo un verde prato,

cammina un bel giovane,

ha il cappello piumato.

“Oh, non piangere così,

vedova bella e giovane!

Non sciupare i tuoi occhi,

ascolta la ragione.

No, non piangere così,

vedova, bella rosa!

Tuo marito è morto,

sii ora la mia sposa”.

Un giorno ha singhiozzato

soltanto un momento,

poi il suo dolore

pian piano si è spento.

Dopo una settimana

a lui più non pensava;

appena un anno dopo

nuove nozze aspettava.

Vicino al cimitero

la strada scorre lieta,

i due promessi sposi 

entrano nella chiesa.

Si svolsero le nozze

allegre e chiassose,

la sposa tra le braccia

dello sposo amorose.

Si svolsero le nozze

con musica e canto,

lui la stringeva a sé,

lei rideva soltanto.

Ridi, ridi, o donna!

il riso ti si addice;

il defunto sepolto

non sente e nulla dice!

Abbraccia il tuo amato.

Oh, non devi temere:

la tomba è così buia 

e lui non può vedere!

Bacia, bacia adesso

quelle labbra frementi,

colui che hai tormentato

non torna tra i viventi!

Corre il tempo, corre,

ciò che non era sarà,

tutto col tempo cambia

e ciò che è sparirà!

Corre il tempo, corre,

un anno è un istante;

solo la colpa resta

come pietra pesante.

Tre anni son passati,

da quando il morto giace,

e sopra la sua tomba

l’erba cresce vivace.

Sopra il tumulo l’erba,

una quercia è vicino,

e sulla quercia siede

un bianco colombino.

Siede immobile, siede,

e tuba con tristezza;

si turba chi lo sente,

il suo cuore si spezza.

Ma non si spezza agli altri

come a una donna sola;

i capelli si strappa,

prega col cuore in gola:

“Non ti dolere così,

la tua voce addolora;

il tuo canto crudele

l’anima mi perfora !

Non ti lagnare così,

la testa fai girare;

oppure tuba tanto,

da farmela scoppiare!

Scorre l’acqua e risuona.

L’onda le onde insegue,

e a tratti fra le onde,

una veste si vede.

Ora emerge una gamba

o una pallida mano;

la disperata moglie

cerca la tomba invano!

L’hanno tirata a riva

e sepolta di nascosto,

dove i quieti sentieri

s’incrociano nel bosco.

Né tomba né una croce

in sorte a lei viene:

solo un grande macigno

per sempre il corpo preme.

Ma un masso non schiaccerà

mai la terra, come

la sua tomba è schiacciata

dalla maledizione!

La strega di mezzodì

Vicino al banco il bambino

urlava a squarciagola.

“Smettila una buona volta,

almeno un’ora sola!

Tra poco è mezzogiorno,

papà ritorna ed io

non riesco a cucinare,

sei un castigo di Dio!

Zitto! hai i soldatini –

Gioca! – qui hai il galletto!”

ma ciò che ha sottomano,

getta via con dispetto.

La madre allora esclama:

”Che strazio, basta così!

Adesso ti porterà via

la strega di mezzodì!

Vieni a prenderlo, o strega,

portalo via lontano!”

Ed ecco che nella stanza

la porta s’apre pian piano.

Un fazzoletto in testa,

bassa e di pelle scura,

Le gambe storte e la gruccia –

entra questa figura!

“Dammi il bambino!” – “O Cristo!

Grazia una peccatrice!”

La morte è già nell’aria

e la strega è felice.

La strega come un’ombra

è sempre più vicino;

la madre, terrorizzata,

afferra il suo bambino.

Lo stringe a sé, indietreggia –

oh, guai al bambino, guai!

La strega è vicina al bimbo,

quasi lo tocca ormai.

Già allunga la sua mano,

stringe le braccia la madre:

“Per la passione di Cristo!” –

grida ma sviene e cade.

Ora suona la campana

la dodicesima volta,

la maniglia ha cigolato,

il padre varca la porta.

La madre giace svenuta,

il bimbo al petto è serrato:

la madre riprende i sensi,

ma il bimbo – è soffocato.

Adam Mickiewicz

26 Dic

Romanticità

     Questa ballata di Mickiewicz che fa parte della raccolta del suo debutto Ballate e romanze, pubblicata nel 1822, ha carattere programmatico, rappresenta il manifesto della nuova sensibilità romantica, segna la nascita di una nuova epoca letteraria in Polonia. Protagonista è la giovane Karuscia che dice di vedere il suo amato Janek defunto. Si stringe a lui, lo prende per mano, lo accarezza. Questo suo comportamento suscita reazioni contrastanti nella società. La gente semplice crede che lei veda davvero il suo ragazzo morto e prega per la sua anima. Allo stesso modo pensa il poeta, volendo di conseguenza affermare che il vero amore, l’amore romantico dura perfino dopo la morte. A un tratto tra la folla appare il vecchio che nega la possibilità di comunicare coi defunti. Egli afferma che la fanciulla è pazza e dice cose insensate, e a sostegno della sua convizione ricorda i due attributi tipicamente illuministici – “mente e occhio” ed esorta quindi ad avere una visione razionale del mondo.

     Mickiewicz invece separa il mondo della ragione dal mondo della fede, del cuore, del sentimento. Contrappone le “verità vive” alle “verità morte”. Le prime permettono di penetrare nel mondo spirituale, di scoprire in esso la metafisica, i prodigi, mentre le seconde riguardano esclusivamente il mondo tangibile e quindi sono più povere, più limitate. Il poeta afferma che esistono due modi di vedere il mondo: con gli occhi dell’anima e con gli occhi del corpo. Confronta la mente con il cuore e lancia un appello tipicamente romantico: “Abbi cuore e guarda nel cuore!”

Ecco questa ballata nella mia traduzione:

Romanticità

                                 Methinks, I see… Where?

                                     – In my mind’s eyes.

                                      Mi  sembra di vedere… Dove?

                                      Negli occhi della mia mente.

                                      Shakespeare,  Amleto (atto I, scena 2)

Ascolta, fanciulla!

– Ma lei non sente. –

E’ giorno, sei tra la viva gente!

Nessuno spirito è con te,

Chi vuoi chiamare?

Chi vuoi accarezzare?

– Ma lei non sente. –

Come rupe morta

Lei non si volta,

Intorno gli occhi posa,

Di pianto riempiti,

Abbraccia qualcosa,

Tu ora piangi e ora ridi.

– “Tu qui di notte? Tu mio Janek!

La mia anima fedele ti sarà!

Qui, qui, facciamo piano,

O la matrigna ci sentirà!…

Ma che senta pure… che vale?

C’è stato già il tuo funerale!

Sei già morto? Ah, ho paura!…

Di che?… Sei al mio fianco!

Ah, è lui! Gli occhi di sicuro!

Il suo vestito bianco!

E anche tu bianco come un cencio,

Freddo… hai le mani gelate!

Riposa qui, sul mio seno,

Stringimi, bacia le labbra amate!…

Che freddo hai nella tomba!

Da due anni sei morto tu!

Prendimi, io morirò con te,

Il mondo non amo più.

Io soffro tra la gente:

Piango. e loro mi deridono;

Parlo, nessuno mi capisce,

Vedo, loro non vedono!

Vieni di giorno… Forse in sogno?

Con me è la tua dimora.

Perché scompari, mio caro Janek?

E’ presto ancora, è presto ancora!

O Dio! il gallo già canta,

L’aurora già brilla alla finestra.

Dove sei? Fermati, guarda

La mia anima affranta!” –

Così la fanciulla ama l’amante,

Gli corre dietro, grida, cade;

E al suo grido di dolore ,

Accorrono da ogni parte.

“Pregate! – grida qualcuno –

Qui la sua anima si aggira.

Janek è con la sua Karuscia,

Lui l’amava quand’era in vita!”

Anch’io lo sento e lo credo,

Piango e per loro prego.

“Ascolta, fanciulla, e voi persone! –

Grida un vecchio con voce forte:

“Credete al mio occhio e alla mia ragione,

Qui non vedo nessuna morte.

Spiriti dei racconti da osteria,

Creati nella fucina della stoltezza;

La fanciulla chiaramente vaneggia,

E al volgo la ragione è volata via”.

“La fanciulla sente – io rispondo –

E il volgo crede veramente:

Fede e sentimento mi dicono più

Della ragione e dell’occhio del sapiente.

Tu conosci le verità morte,

Vedi il mondo nello stellare bagliore;

Ma non conosci le verità vive, né i prodigi!

Abbi cuore e guarda nel cuore!

(C) by Paolo Statuti

Taras Shevchenko: Il sogno

22 Dic

    Dopo il 1843 Taras Shevchenko, avvilito dalle recensioni di una parte dei critici e dai problemi con la censura zarista, smise di stampare le sue opere. Decise quindi di raccoglierle in un album non destinato alla pubblicazione, ma ad essere letto solo dagli amici fidati. Denominò questo album Tre anni. In esso inserì componimenti lirici, poesie di contenuto socio-politico e il poema Il sogno, al quale diede il sottotitolo di Commedia, cioè farsa, terminato l’8 agosto 1844.

     Esso è una delle satire politiche più caustiche mai scritte. Nella prima parte il poeta descrive le condizioni in Ucraina. Nella seconda si sposta in Siberia, dove i carcerati lavorano duramente nelle miniere. Tra loro vede i rivoluzionari democratici Decabristi (il “re della libertà”). Poi la scena si svolge a San Pietroburgo. “La seconda al primo” è inciso  nel monumento che l’imperatrice Caterina II eresse accanto al fiume Nevà allo zar Pietro I. Shevchenko rammenta i Cosacchi e i servi della gleba che furono impiegati nella costruzione della città sulle paludi, dove molti perirono. Egli descrive le loro anime come uno stormo di bianchi uccelli che volteggia sullo zar. La voce che il poeta sente è quella dell’etmano Pavlo Polubotok, imprigionato da Pietro il Grande nella fortezza dei santi Pietro e Paolo, dove morì nel 1724.

     La prima volta il poema fu pubblicato a Lwów (Leopoli) nel 1865 e in Russia nel 1907. Non mi risulta che esistano altre traduzioni italiane oltre a questa mia.

Il sogno

             (Commedia)

Lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce.

(Giovanni 14:17)

A ciascuno la sua sorte

e il suo cammino:

chi erige, chi demolisce,

chi avidamente

cerca a destra e a sinistra

e s’impadronisce

di terreni per portarli

con sé nella tomba.

Un altro a carte spoglia

di tutto l’amico,

e un altro affila il coltello

per un suo fratello.

Uno silenzioso e sobrio,

timorato di Dio,

furtivo come un gattino,

aspetta un tuo giorno

sfortunato e affonda

le sue grinfie nel fegato –

non s’impietosisce

neanche se piange un bambino!

Uno le chiese erige,

munifico, prodigo,

tanto ama la sua patria

e soffre per essa,

tanto le succhia il sangue,

come fosse acqua!..

E i conoscenti tacciono

come pecorelle,

stralunando le pupille!

«Così sia, – dicono, –

così dev’essere perché

Dio in cielo non c’è!

Sotto il giogo voi cadete

e il Paradiso

qui in terra volete?

Sappiate che non c’è!

Pregate invano, rinsavite.

In questo mondo tutti –

principi e indigenti –

sono figli di Adamo.

Quello e quell’altro… Ed io?

Ebbene è presto detto:

io passeggio e banchetto

tutti i santi giorni.

Voi odiate, vi lagnate!

Ascoltarvi non voglio!

Io il mio sangue bevo,

non quello degli altri!

Una notte tornando brillo

da un convito,

strada facendo

io ciarlavo con me stesso.

Nessun bambino che strilla,

la moglie che non sgrida,

un silenzio perfetto,

ringraziando il Signore –

pace in casa e nel cuore.

Sono andato a letto.

E se un ubriaco dorme,

neanche a cannonate

egli si sveglierà.

E quella notte io feci un sogno

davvero straordinario –

il più astemio si sbronzerebbe

e il più avaro pagherebbe

per vedere quei prodigi.

Ma veniamo al dunque!

Ebbene ho visto una civetta

che volava su rive, cespugli e prati,

sopra una ripida vetta,

su campi sconfinati,

su fitte foreste.

E io volavo dietro a lei,

finché non lasciai il mio paese.

Addio, terra nativa,

paese di pianto,

le pene e la rabbia

celerò nelle nubi.

O mia Ucraina,

vedova infelice,

dalle nuvole volerò

da te per parlare.

Per parlare tristemente,

per farmi consigliare;

verrò da te a mezzanotte

coperto di ruguada.

Converseremo finché

non spunterà l’aurora,

finché i figli, ancora piccoli,

non si opporranno ai nemici.

Addio, amata Ucraina,

povero paese natio,

ripeti ai tuoi figli:

la verità è in Dio!

Volo e ammiro e, in un momento,

il cielo rosseggia,

un usignolo da un boschetto

va incontro al sole.

Silenzioso soffia il vento,

la steppa azzurreggia,

tra le rive, sugli stagni,

il salice verdeggia.

Lussureggiano i giardini,

i pioppi disinvolti,

dritti come sentinelle,

conversano coi campi.

Tutto nella terra amata

splende di bellezza,

si copre di verde e si bagna

con gocce di rugiada,

si fa bella lavandosi

per incontrare il sole…

Non ha fine né inizio

la sua grandezza!

Nessuno questa terra

distruggere potrà…

Eppure… anima mia,

tu sei così triste!

Perché invano piangi?

Di chi hai pietà? Non vedi,

non senti il lamento della gente?

Allora va’ e guarda, io volerò

in alto, oltre le azzurre nubi,

dove non c’è il potere né il castigo,

dove non senti risa né pianti.

E in questo Eden che io lascio,

tolgono a uno storpio anche uno straccio,

strappano la pelle per fare le scarpe

ai piccoli principi, e tormentano

una vedova che non paga il tributo,

e incatenano il suo unico figlio,

l’unica sua speranza! Guardalo!

A una siepe addossato,

è gonfio e muore di fame! E la madre

ora falcia il grano gratis.

E vedi là? O miei occhi!

Cosa vi tocca vedere!

Oh, meglio sarebbe stato perdere

per sempre le vostre lacrime!

Una giovane incinta si trascina

col bambino in seno,

i suoi l’hanno cacciata

e da tutti è respinta!

Anche un povero la scansa!!

Un signorino non conosce:

il moccioso già con venti

s’è ubriacato!

Vede Dio dalle nuvole

il nostro dolore?

Forse lo vede ma aiuta

come quelle alture

secolari e imbevute

di sangue umano!..

O mia anima martire!

Che tristezza con te.

Meglio un veleno beviamo,

e coperti di neve

la mente a Dio rivolgiamo,

e domandiamogli

per quanto tempo ancora

i boia regneranno??

Vola, anima mia, mio tormento,

porta via con te la miseria e il male,

tuoi compagni – con loro sei cresciuta,

le loro grevi mani ti hanno cullata.

Vola via nel cielo, l’orda disperdi.

Che nereggi o rosseggi pure,

che la fiamma dilaghi,

che il feroce drago la terra

di teschi ricopra.

Io il mio cuore intanto

nasconderò e lontano

cercherò il paradiso.

E sulla terra volerò

e di nuovo la lascerò.

E’ triste dire addio alla madre,

essere senza un tetto,

ma più triste ancora è vedere

rattoppi e pianto.

Volo, volo e soffia il vento,

dalla neve tutto è coperto,

intorno boschi e fango,

nebbia, ancora nebbia e deserto.

Non un’anima viva, nessuna

impronta umana.

Amici e nemici miei,

addio, da voi non tornerò!

Bevete e banchettate –

ormai più non vi sento,

da solo e per sempre

dormirò nella neve.

E finché voi non saprete

che esiste un paese

non coperto di lacrime e sangue,

io dormirò ignaro…

Dormirò… A un tratto sento

un suono di catene

sottoterra… e allora guardo…

O razza disumana!

Da dove vieni? Cosa fai?

Cosa stai cercando

sottoterra? Temo

che con voi non avrò pace

neanche in cielo!.. Che ho fatto mai

per soffrire così?

A chi ho fatto del male?

Quali mani hanno incatenato

l’anima al corpo,

il cuore hanno infiammato

e i pensieri come corvi

hanno disperso??

Non so perché puniscano

così duramente!

E quando questo mio castigo

finalmente finirà,

non vedo e non so!!

A un tratto il deserto vibrò.

Come se le strette tombe

i defunti lasciassero

per l’Ultimo Giudizio.

Ma no, non sono defunti

che aspettano il Giudizio!

No, sono esseri viventi

messi in catene.

Dalle viscere della terra

estraggono l’oro

per le insaziabili gole!..

Ma che hanno fatto?

Chiedilo a Dio, ma forse

neanche Lui lo sa.

Là vedo un ladro marchiato

che trascina i ceppi;

e là un bandito frustato

che digrigna i denti,

un compagno moribondo

vuole soffocare!

E tra loro, infelici,

anche lui in catene –

il re della libertà,

col marchio per corona!

Nel tormento non implora,

non piange e non geme!

Un cuore scaldato dal bene

giammai si fredderà!

Dove sono i tuoi pensieri sbocciati

un tempo? I tuoi nobili ideali

con amore e coraggio coltivati?

A chi la loro sorte hai affidato?

Forse nel cuore li hai sepolti per sempre?

Oh, no, fratello! Diffondili ovunque,

che giungano e fioriscano tra la gente!

Ancora tormento? O già sarà?

Sarà, perché fa freddo, il gelo

risveglia la mente.

Di nuovo volo. La terra annerisce.

La mente dorme, il cuore è intorpidito.

Vedo strade e file di case

e città con cento chiese

e nelle città, come gru,

si addestrano i soldati,

ben nutriti, gli scarponi

con i ferri inchiodati,

marciano… Guardo lontano:

in un terreno avvallato

vedo una città nel fango;

una nube di nebbia

nera la sovrasta… Ci arrivo –

la città è immensa.

Forse è una città turca,

o forse è tedesca,

o anche russa pare…

Chiese e palazzi,

signori panciuti,

e neanche un casolare.

Imbruniva… Tutto intorno

i fuochi avvampavano,

ero sbalordito… «Urrà!

Urrà!» – urlavano.

«Ehi, insensati! calmatevi!

Perché così allegri?» –

«Ah, eccolo l’Ucraino!

Non sa che c’è la parata.

La parata! Oggi anche lo zar

ha voluto assistere!»

«E dov’è questo incanto?»

«Là in quel palazzo».

Sono andato. Un compaesano

coi bottoni di ottone

mi è venuto incontro:

«Di dove sei?» – mi ha chiesto –

«Sono Ucraino». – «E perché

non sai parlare

la lingua di qua?» – «No – rispondo –

la so parlare,

ma non voglio». – «Sei un bel tipo!

qui sono di casa,

io lavoro qui, se vuoi,

ti farò entrare

nel palazzo ma, fratello,

siamo gente cortese,

dammi almeno mezzo rublo…»

Calamaio da strapazzo,

vattene… Sono diventato

di nuovo invisibile

e sono entrato nel palazzo.

Dio onnipotente!!

Che meraviglia! Parassiti

ricoperti d’oro, mentre

lui, alto, accigliato,

incede con la zarina

accanto, poveretta,

sembra una prugna secca,

esile, gambe lunghe,

e inoltre senza sosta

la testa tentenna.

E tu saresti la dea!

Fai piuttosto pena.

E io, sciocco, senza vederti

mai, ho creduto

ai tuoi poetastri.

Che sciocco! Come credere

ancora ai loro scritti

e a ciò che elogiano!

Dietro agli dei – gente ammodo,

in argento e oro,

come porci rimpinzati,

pance e facce gonfie!..

Sudano e si accalcano

per stargli più vicino:

forse dà loro un pugno,

forse li prende in giro,

o pizzica qualche naso,

ma non fa niente,

purché sotto il suo grugno.

Ora stanno allineati

e nessuno fiata,

soltanto lo zar borbotta;

la diva-zarina,

come airone tra gli uccelli ,

saltella rianimata.

Hanno camminato a lungo

come tronfi gufi,

parlandosi sottovoce –

non li sento, ma penso:

di patria, di mostrine,

o del nuovo addestramento!..

E poi la zarina

in silenzio si siede.

Lo zar invece si avvicina

al più anziano e gli assesta

un pugno sul muso!..

Si lecca il poveretto

e dà un colpo al vicino –

si è sentito!.. E lui

a quello accanto

morde un orecchio e quello

strapazza i subalterni,

e loro – i restanti,

che splancano le porte

e invadono le strade,

dove prendono a pedate

la gente qualunque,

e quelli a squarciagola

si mettono a gridare:

«Divertiti, nostro zar-padre!

Urrà!.. urrà!.. urrà! a-a-a… »

Ho fatto una bella risata,

ma anche me hanno pestato

ben bene. Prima dell’alba

tutti dormivano…

Solo gli ortodossi qua e là

piagnucolavano

e per la salute dello zar

il Signore pregavano.

Risate e lacrime!

Giro per la città.

La notte è come il giorno.

Palazzi e palazzi

sopra il fiume silenzioso;

e la riva è fusa

tutta con la pietra. Guardo

incantato!

Com’è potuto sorgere

da una palude

un tale prodigio?.. Quanto

sangue umano versato –

e senza una lama affilata.

La fortezza e il campanile

con la guglia aguzza –

una vista impressionante.

E il tic-tac dell’orologio…

Mi guardo intorno –

un cavallo frantuma

con gli zoccoli la roccia!

Il cavaliere, senza sella,

indossa un mantello

e una corona di alloro

cinge la testa nuda.

Il cavallo s’impenna, quasi

volesse saltare il fiume.

Il cavaliere ha il braccio teso,

come se il mondo

volesse conquistare. Chi è?

Mi avvicino e leggo

ciò che sulla pietra è scritto:

«La seconda al primo»

questo monumento ha eretto.

Adesso io lo so –

è il primo che ha oppresso

la nostra Ucraina,

e la seconda l’ha resa

vedova-orfana.

Boia! boia! cannibali!

Avete divorato,

rubato, e che avete preso

con voi nell’oltretomba?

Ho provato una stretta al cuore,

come se leggessi

la storia dell’Ucraina.

Resto lì affranto…

E in quel momento sottovoce

qualcuno invisibile

intona per me un canto:

«Dalla città di Glukhov

i reggimenti avanzavano

verso la linea del fronte,

e a me, ataman prescelto,

mandarono coi Cosacchi

nella capitale.

O Dio misericordioso!

O zar pagano!

Zar maledetto e infame,

aspide ingorda!

Che ne hai fatto dei Cosacchi?

Hai riempito i pantani

con le loro nobili ossa;

hai eretto la città

sui cadaveri martoriati!

E in una buia cella

io, libero ataman,

sono morto di fame

in catene. O zar! o zar!

Non ci  separerà

neanche Dio. Incatenati

insieme saremo

nei secoli ogni istante.

Lasciare la Nevà non posso.

l’Ucraina è distante,

forse ora non c’è più.

Come vorrei rivederla,

ma Dio non lo consente.

Forse Mosca l’ha bruciata

e il Dnepr è scomparso

nel mare, ha oltraggiato

le nobili tombe –

nostra  gloria. O Dio pietà,

abbi pietà di noi».

E tacque; allora vedo

una bianca nube

che copre il cielo grigio, e in essa

ulula una bestia.

Non una bianca nube ma un nugolo

di bianchi uccelli si levò

sul gigante di bronzo

con un canto dolente:

«Anche noi siamo incatenati a te,

cannibale e serpente!

Quando verrà il Giudizio

impediremo di vedere Dio

ai tuoi occhi rapaci.

Tu dall’Ucraina

ci hai condotti nudi e affamati

in terra straniera.

Ti sei fatto la porpora

con la nostra pelle,

cucita con le nostre vene,

e alla tua città

hai messo un nuovo manto.

Ammira i tuoi palazzi!

Rallegrati, boia nefando,

che tu sia maledetto!»

Tutto era svanito.

Il sole sorgeva.

Ero talmente stupito

e spaventato insieme.

Già i poveri al lavoro

si affrettavano,

già i soldati si schieravano

per l’addestramento.

Sui marciapiedi vedevo

fanciulle assonnate,

non da casa, ma verso casa! –

Dalle madri mandate

per un po’ di pane,

a lavorare di notte.

E io col cuore straziato

pensavo e immaginavo

com’era duro procurarsi

il pane quotidiano.

Vedo i funzionari statali

ai loro tavoli

per scribacchiare e spellare

il padre e il fratello.

Tra loro qua e là anche

i miei compaesani.

Voi ciarlate in russo, ma

rimproverate ai genitori

di non avervi fatto

studiare il tedesco – e ora

avete solo l’inchiostro!

Sanguisughe! Vostro padre

forse l’ultima mucca

ha venduto per farvi

imparare il russo.

Ucraina! Ucraina!

Ecco i tuoi figli,

i tuoi diletti germogli

macchiati d’inchiostro.

Dal belato moscovita

nei saloni tedeschi

assordati!.. Piangi, Ucraina!

Vedova infelice!

E ancora volevo vedere

che cosa avviene

nei palazzi imperiali. Entro,

gli anziani con la pancia,

ansimanti e allineati,

sbuffano tronfi

come tacchini e guardano

di traverso la soglia.

Ed ecco la porta si apre.

Come un orso sbucato

dalla sua tana, a stento

le gambe trascina.

Tutto gonfio e livido,

come dopo una sbornia.


Grida ai più panciuti

che di colpo sprofondano!

Poi sbarra gli occhi –

i restanti cominciano

a tremare; come un ossesso

ruggisce ai meno altolocati –

sprofondano anche loro!

Urla alla servitù – anch’essa

scompare nel nulla;

ai soldati e ai soldatini

che gemevano –

anche loro – come dissolti;

ecco il prodigio che ho visto.

Mi chiedo che altro succederà,

che altro farà mai? Sta in piedi,

a testa china, mesto,

poveretto!.. Dove hai perso

la natura di orso?

Sei come un buffo gattino;

e scoppiai a ridere,

lui mi sentì e mi sbirciò –

io mi spaventai

e mi svegliai… Ecco quale

strano sogno ho fatto.

Così bizzarro!.. un sogno così

lo fa solo un ubriaco.

Non vi meravigliate,

amati fratelli –

non vi ho detto ciò che ho visto,

ma ciò che ho sognato.

8 agosto 1844

Yone Noguchi (1875-1947)

28 Nov

Il poeta

Fuori dal profondo e dal buio,

Un lucente mistero, una forma,

Una cosa perfetta,

Viene come la vivacità del giorno:

Uno il cui respiro è profumo,

I cui occhi mostrano la via delle stelle,

La brezza sul suo volto,

La gloria del cielo sul suo dorso.

Cammina come visione sospesa in aria,

Spargendo la passione dell’eternità;

La sua dimora è il sole del mattino,

La musica della vigilia la sua parola:

Nella sua vista,

Uno si toglierà dalla polvere della tomba

E volerà dove crescono i boschi.

(Versione di Paolo Statuti)

Paolo Statuti: Il bacio

18 Nov

 

                                                 

                                                                                                          A mia figlia

                 

     Il primo bacio era ancora lì, sospeso sopra le loro teste, nel limpido silenzio del tramonto, tra i riflessi ramati dell’acqua e il dolce tepore dei pensieri. Fra un attimo si sarebbe dileguato, raggiungendo l’immenso Mare dei Baci più belli e più desiderati: i primi. Ma il loro bacio…

     Tacevano, temendo di rompere l’incanto di quella sensazione così unica. Si guardavano, chiedendosi tacitamente conferma di quella loro felicità, poi impugnarono i remi e si accinsero a tornare a riva. Remavano già da qualche minuto, quando la barca ebbe uno scossone e si bloccò. I due giovani si interrogarono con gli occhi e impallidirono. «Forse abbiamo urtato contro qualcosa» – pensarono. Prima che riuscissero a capire cosa fosse successo, videro alla loro destra una mano verdognola con le dita palmate affiorare dall’acqua, seguita da un braccio esile e lungo tutto coperto di alghe. Un istante dopo uscì la testa, simile a una matassa arruffata di fili diversi, i cui colori dominanti erano il verde e il marrone. Sotto lo strato di fili s’intravedevano gli occhi sporgenti e rossi come il fuoco, le labbra sottili e slavate. Sul petto scintillavano le squame. Era un abitatore del fondo lacustre. Sul palmo di una mano era posata una scatolina di metallo.

     – Ho udito la musica del vostro bacio – disse ai due giovani stupefatti, che per la prima volta vedevano e sentivano una cosa del genere. – Mi è sembrata così soave e lieta, che ho deciso di rinchiudere il vostro bacio in questa scatolina d’argento, e di custodirlo assieme agli altri che ho scelto prima del vostro. Con me sarà al sicuro e se un giorno il vostro amore si troverà in pericolo, per un istante mettete da parte i rancori, tornate qui, forse il vostro primo bacio potrà aiutarvi.

     Finiti gli studi, entrambi cominciarono a lavorare e si sposarono. Si volevano un bene matto e quindi non facevano molta fatica ad andare d’accordo. Avevano cominciato bene, con una buona ricetta: tolleranza, comprensione, gentilezza, altruismo – pochi ingredienti, ma assai preziosi ed efficaci. Certo, come accade a tutte le coppie di questo mondo, anche nel loro cielo ogni tanto si affacciava una nuvola a turbare la serenità coniugale, ma era sempre una nuvola passeggera e dopo uno scroscione breve, e a volte anche salutare, essa lasciava nuovamente il posto al sole.

     Questo durò qualche anno, ma i casi della vita sono tanti e quasi mai prevedibili. A poco a poco le nuvole diventarono sempre più frequenti e minacciose e alla fine, purtroppo, anche per loro arrivò il momento della resa dei conti. Un giorno tra i due si svolse questo colloquio:

     Lei: – Non hai dimenticato qualcosa?

     Lui: – Mhm… vediamo un po’… oggi non è il tuo compleanno e nemmeno l’onomastico… non è neanche l’anniversario del matrimonio. A tua madre ho telefonato per farle gli auguri… Ho parlato con la maestra di Enrico… a proposito, sai cosa mi ha detto? Che secondo lei trascuriamo nostro figlio…

     – Su che si basa per dire una cosa simile?

     – Mah, non so, forse perché Enrico vede troppa televisione e perché alla sua età non sa ancora chi era Cenerentola… allora, vediamo, cosa posso aver dimenticato…

     – Hai dimenticato di darmi una risposta. Due ore fa ti ha fatto una domanda, ma tu hai abilmente cambiato discorso.

     – Ah, sì, hai ragione, beh, ci ho pensato e la risposta l’avrei, ma non mi sembra opportuna, lasciamo perdere.

     – Neanche per sogno! Su, coraggio: «mi hai mai tradito o desiderato tradirmi?».

     – Sei troppo intelligente per fare una domanda così banale che prima o poi tutte le donne fanno.

     – E invece non sono intelligente, sono una stupida e voglio una risposta!

     – Va bene, come vuoi, non ti ho tradito ma ho desiderato farlo.

     – Quante volte è successo?

     – Beh, adesso non essere pignola, non le ho mica segnate…

     – Più o meno…

     – Mah, diciamo abbastanza spesso in questi ultimi mesi.

     – Me lo sentivo, ne ero certa.

     – E tu?

     – Beh, se la cosa può farti sentire meno in colpa…

     Il bambino: – Mamma, chi era Cenerentola?

     – Lei: – Sono io!… Sì, insomma, era una ragazza buona e bella ma molto infelice… Guarda la televisione invece di ascoltare i nostri discorsi… No, aspetta, hai finito i compiti?

     – Sì, mamma.

     – Allora va’ a giocare con gli altri bambini.

     Il figlio corse via  e lei restò per un attimo a pensare. Cos’altro poteva voler sapere? Nella testa i pensieri turbinavano come foglie in balia del vento. Il vento del burrascoso presente o del sereno passato? Forse entrambi… Avvertiva una vaga sensazione di pericolo, come la presenza di una belva in agguato, pronta a ghermirla. E lui era lì, seduto in poltrona, fumando una sigaretta, sforzandosi di immaginare le prossime parole della moglie e preparandosi a rispondere, come un giocatore di scacchi. Ma lei ormai aveva esaurito la voglia d’indagare e di proseguire quella schermaglia penosa e, tutto sommato, inutile. Provò un desiderio improvviso di uscire di casa, di fuggire a quel senso di oppressione. Aprì la porta, corse giù per le scale e poco dopo era in strada. Si diresse a passo spedito verso la macchina.

     Dopo un attimo di esitazione lui aprì la finestra e chiamò la moglie, ma quasi controvoglia, meccanicamente. Lei guardò su e di colpo si augurò con tutte le forze che lui la seguisse, che corresse da lei e abbracciandola le sussurrasse come un tempo: «Tu sei la mia vita!».

     Prima di accendere il motore volse di nuovo lo sguardo alla finestra. Attese ancora a mettere in moto, guardò di nuovo, poi scese dalla macchina e si mosse verso la cabina telefonica. Il marito pensò: «Ecco, ora telefona a sua madre», ma sentì squillare il telefono:

     – E’ un momento difficile, lo so, ma cerchiamo di essere ragionevoli… esaminiamo la situazione con calma. Scendi giù… lasceremo Enrico da mia madre. Dobbiamo parlare e decidere una volta per sempre… – s’interruppe e poi concluse: – Ti va?

  • Va bene, adesso scendiamo.

     Percorsero un buon tratto di strada in silenzio. Erano ammutoliti dal turbamento o dall’orgoglio? Oppure ciascuno dei due cercava le parole più idonee a iniziare il colloquio, per non provocare subito una reazione negativa nell’altro? Continuavano a fissare muti l’asfalto che scivolava via monotono e indifferente sulla scia dei loro pensieri.

     Guidava già da un’ora e finalmente fermò la vettura in un viottolo sulla riva del lago. Fu lei a parlare per prima:

     – Ricordi quando venivamo qui prima di sposarci? Questo lago mi è sempre piaciuto… nelle sue acque c’è come una forza sana e buona… sento che dobbiamo ricominciare da qui, da questo luogo dove ci siamo scambiati il nostro primo bacio… vieni, noleggiamo una barca.

     Appena staccatisi dalla riva provarono un senso di sollievo, una liberazione improvvisa e un bisogno di remare sempre più in fretta, come per scaricare nello sforzo fisico tutta la loro inquietudine, tutto il loro rammarico. Tacevano e l’amaro silenzio era rotto soltanto dal respiro affannoso che si confondeva col tonfo cadenzato dei remi. Trascorso circa un quarto d’ora smisero di remare. Ansimando posarono i remi sul bordo della barca e si concessero un po’ di riposo. Si guardarono intorno. In un raggio di almeno cinquecento metri non c’era nessuno.

     – Che pace! – esclamò lei – e com’è bello ricordare… Sai, non te l’ho mai detto… quando eravamo ancora fidanzati ho fatto uno strano sogno. Ascolta… Eravamo in barca, proprio come adesso e forse proprio su questo stesso lago…

     E gli raccontò ciò che aveva sognato.

     – E’ una bella favola e a te le favole piacciono molto, vero? – commentò lui.

     – E’ vero e sono convinta che esse aiutino a vivere.

     – Hai ragione, evviva la poesia, evviva la fantasia!… Ho caldo e farei volentieri una nuotata… e tu, non hai voglia di tuffarti?

     – Ma non abbiamo i costumi e poi siamo venuti qui per parlare…

     – A me il costume non serve, per parlare c’è sempre tempo e adesso ho voglia di nuotare.

     – D’accordo… se proprio non resisti spogliati e tuffati, io ti aspetterò qui.

     In pochi istanti l’uomo era già pronto e con una esclamazione di gioia si gettò e scomparve sott’acqua.

     Era piuttosto irritata. Il comportamento del marito le sembrava superficiale e irresponsabile. Non era così che aveva immaginato quella gita in barca, no, si aspettava da lui un contegno più serio e più adeguato alle circostanze.

     Trascorso qualche istante l’uomo riemerse a pochi metri di distanza. Rideva di cuore e gridò:

     – Guarda cosa ho trovato sul fondo… sembra proprio la scatolina del tuo sogno! E’ un po’ arrugginita… Chissà se contiene ancora il nostro primo bacio… Vediamo un po’… ha il coperchio incastrato… non riesco ad aprirla…

     – Fermo, non farlo! – gridò la donna. – Vieni qui, fammela vedere.

     Con quattro bracciate l’uomo raggiunse la barca e sempre ridendo porse la scatolina alla moglie. Lei l’osservò a lungo, rigirandola sul palmo della mano, poi prese a fissare intensamente lo specchio del lago. Il suo sguardo si posava ora sull’acqua, ora sul piccolo oggetto ripescato dal marito. Non sembrava affatto turbata, anzi col trascorrere dei secondi il suo volto s’illuminava, si rasserenava e il sorriso le brillava negli occhi.

     – Lasciamola chiusa – sussurrò. – Immaginiamo che contenga veramente il nostro primo bacio… se l’aprissimo esso svanirebbe per sempre, teniamola con noi così, come un portafortuna.

     Lui aveva smesso di ridere. Ora guardava la moglie e la vedeva diversa, cambiata come per incanto. La vedeva esattamente come anni prima e per un attimo pensò che quella scatolina avesse davvero un potere magico. Sentì una forza irresistibile che lo attirava verso la donna e la baciò con tutta la tenerezza che poteva.

     Da quel giorno il loro amore non corse più alcun serio pericolo, e a poco a poco la scatolina finì nel dimenticatoio, come del resto succede con tutte le cose delle quali alla fine non si ha più bisogno.

(Paolo Statuti)    

Paolo Statuti: Le lettere di Teodoro

17 Nov

     Ogni mattina, alle undici in punto, in un grazioso paesino circondato dai monti, immerso nel verde e attraversato da un piccolo e chiassoso fiumicello, il postino iniziava il suo lavoro sonando di porta in porta. Era un uomo gentile, coscienzioso e diligente, stimato da tutti, pronto a congratularsi se i compaesani ricevevano notizie liete, o a spendere una parola di conforto, se il contenuto delle lettere si rivelava spiacevole o triste. Soprattutto i bambini avevano un debole per lui, perché egli pescando nelle tasche della divisa trovava sempre una caramella o un cioccolatino che porgeva ai piccoli ghiottoni, dopo aver chiesto loro con voce profonda e fintamente severa:

     – Te lo meriti davvero?

     È chiaro che i bambini ogni volta rispondevano di sì, e quindi egli non poteva far altro che sorridere, pensando al tempo stesso: «Bisogna essere proprio ingenui per fare simili domande». Si chiamava Franco, ma data la sua professione e la familiarità con cui lo trattavano, i bambini lo avevano ribattezzato Francobollo, soprannome che egli aveva accettato senza protestare e senza offendersi, considerandolo anzi come un segno di simpatia e di affetto.

     Aveva un carattere tranquillo e bonario, e solo una volta gli era capitato di arrabbiarsi e di alzare la voce. Fu quando alcuni ragazzacci venuti dalla città, approfittando di un suo momento di distrazione, gli avevano sottratto la borsa piena di corrispondenza, e soltanto verso sera lo avevano informato che essa si trovava sull’albero che cresceva accanto a una casetta abbandonata, in un vicolo del paese. Sì, quella volta era andato su tutte le furie – e ne aveva tutte le ragioni, ma la cosa non s’era più ripetuta, perché i monelli erano stati scoperti e severamente puniti e avevano capito la lezione.

     Durante le ore di servizio Francobollo aveva dunque l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere e di scherzare un po’ con la gente. Ma quando finiva il lavoro o tornava a casa, o nei giorni di festa, diventava di colpo malinconico e pensieroso, perché viveva solo. Infatti non si era sposato, e spiegava la cosa dicendo:

     – Purtroppo ho perso l’occasione buona al momento giusto.

     Inoltre in quel paese non aveva neanche un parente o un amico che gli dedicasse un po’ di tempo. Anche i parenti che vivevano lontano lo avevano dimenticato, e così non riceveva mai né una lettera, né una cartolina. A poco a poco questa privazione era diventata un’idea fissa, e più ci pensava, più si rammaricava che il destino gli negasse quel gran piacere della vita che è appunto la corrispondenza. Si sentiva come defraudato di un sacrosanto diritto, e si paragonava ora a un orologiaio che non possieda nemmeno un orologio, ora a un calzolaio senza scarpe o a un cuoco costretto a mangiare patate e soltanto patate…

     Una sera il postino era particolarmente giù di corda. Anche quel giorno aveva consegnato numerose lettere, rendendo felici tante persone, e come al solito non aveva trovato nulla per sé, neanche una cartolina con i soli saluti. All’improvviso ebbe come un lampo di genio e si disse: «Da domani comincerò a scrivermi da solo». Si ricordò che da piccolo era molto affezionato a un cugino che si chiamava Teodoro, e quindi decise che sarebbe stato proprio lui il mittente delle lettere e cartoline che avrebbe ricevuto. Si sentì di colpo leggero e sereno, come se si fosse tolto una grossa pietra dal cuore e se ne andò a dormire, pensando al contenuto della prima lettera da imbucare il giorno dopo.

     E così cominciò quella strana, immaginaria corrispondenza, con cui Francobollo cacciava via la solitudine, riempiendo il vuoto che sentiva nell’animo. Erano lettere dal contenuto più svariato, nelle quali il postino esprimeva i suoi desideri, le sue gioie e contrarietà, ma soprattutto il bisogno di compagnia che provava quando era libero dal lavoro. Erano lettere brevi e semplici, ma piene di calore umano, di quel calore che in fondo ogni uomo, anche il più indurito e insensibile, segretamente desidera. Ecco alcuni esempi presi a caso:

     Caro Franco,

     mi congratulo molto per l’aumento di stipendio che hai avuto. Finalmente potrai comprarti quel vestito che sognavi. Cosa fai domenica? Con questo bel tempo è un peccato restarsene in casa. Perché non vieni a trovarmi? Faremo una bella gita insieme e festeggeremo l’aumento ricevuto con un goccetto di quel vino rosso di cui vai matto…

     Allora ti aspetto. A presto, ti abbraccio,

                                                                                                                        tuo Teodoro

     Carissimo Teodoro,

     oggi ho avuto una giornata piena di piacevoli sorprese, ma la più bella è stata naturalmente la tua lettera. Sei sempre molto gentile e le tue parole non solo mi fanno tanta compagnia, ma sono anche un grande conforto. Sei riuscito poi a trovarmi quel cuccioletto che ti avevo chiesto?…

     Dammi presto tue notizie, ti abbraccio,

                                                                                                                           tuo Franco

     Mio caro cugino,

     ho appreso con grande dispiacere che sei stato molto male, ma sono contento che che tu ti sia ristabilito. Purtroppo non ho potuto farti visita, perché ho dovuto terminare un lavoro assai importante e urgente. Ti occorre qualcosa? Posso esserti utile in qualche modo?… Ti penso spesso,

                                                                                                                        tuo Teodoro

     Il tempo passava e Francobollo aveva già riempito cinque cassetti, e una cassapanca di lettere e cartoline. Da qualche anno non sapeva più cosa fossero malinconia e solitudine, e viveva contento e soddisfatto. Inaspettatamente però, qualcosa venne a turbare quel suo mondo placido, stravagante e fantastico. Fu nel giorno del suo sessantesimo compleanno, che coincideva con l’inizio della pensione. Francobollo era ormai libero dagli obblighi professionali e avrebbe avuto tutte le giornate a disposizione per riposarsi, leggere, fare lunghe passeggiate e, naturalmente, continuare ad occuparsi della sua corrispondenza. Ma stranamente, anziché rallegrarsene, si sentì di colpo smarrito e abbattuto, scontento e deluso. «Perché?» – si chiese. E cercò di rispondersi facendo un bilancio della sua vita. «Cosa ho fatto in fondo? – si disse – ho percorso a piedi centinaia e centinaia di chilometri, consumando tante paia di scarpe. Sempre e soltanto le stesse cose, consegnando migliaia e migliaia di lettere e cartoline, come una macchina a gettoni… Quante vere gioie ho avuto? Ben poche. Se non avessi escogitato questa stupida…» – voleva aggiungere: «corrispondenza con Teodoro», ma si morse le labbra e scoppiò a piangere.

     Quella sera andò a dormire con la bocca amara e col profondo rammarico di non aver fatto nella vita qualcosa di diverso, di più importante, qualcosa d’infinitamente più grande. E con questi pensieri si addormentò e fece un sogno.

     Sarebbe troppo lungo raccontarvelo tutto, ma posso assicurarvi che fu esattamente ciò che quella notte Francobollo sognava di vivere – un’avventura meravigliosa, piena d’imprevisti, di pericoli e di atti di coraggio per recapitare una lettera a un famoso alchimista che viveva in un castello lontano e inaccessibile, e che era l’unico al mondo a conoscere la formula della medicina che avrebbe salvato l’intero paese da una terribile epidemia. Francobollo era tornato sano e salvo con la ricetta dell’alchimista, e per questa sua eccezionale impresa era stato sommerso di medaglie e diplomi e proclamato eroe nazionale. In suo onore avevano sparato anche una salva di ventun colpi di cannone, ma tutto quel frastuono improvviso finì con lo svegliare l’eroe. Aprì gli occhi, ancora sotto l’impressione del trionfo, e capì subito che purtroppo si era trattato solo di un sogno. Si alzò di malavoglia, s’infilò le pantofole e si accinse a prepararsi un tè. Per recarsi in cucina doveva passare per il soggiorno, e così facendo notò sul tavolo al centro della stanza un vaso con un gran mazzo di fiori. Si avvicinò e allora vide che accanto al vaso c’era una lettera. «Che strano –  pensò – non ricordo di averla scritta…» L’aprì e cominciò a leggere, sgranando gli occhi e impallidendo:

     Caro Franco,

     tanti sinceri auguri per il tuo compleanno e complimenti per il tuo eroismo! Hai fatto davvero un bel sogno di gloria, ma a cosa ti è servito? Cosa ne hai ricavato? Niente! – sei ancora più avvilito di prima. E senza alcun motivo. Non ti basta la riconoscenza e la stima che ti sei guadagnato con la tua vita semplice, ma onesta e utile a tutti i tuoi compaesani? Credimi, non hai nulla da invidiare al valoroso protagonista del sogno, perché ciò di cui oggi tu puoi vantarti è la cosa più difficile e preziosa che un uomo possa desiderare: la coscienza di aver fatto sempre il proprio dovere. Continuerò a scriverti, per tenerti compagnia e per toglierti dalla testa pensieri strani, inutili e nocivi. Ti stimo e ti abbraccio,

                                                                                                                        tuo Teodoro

     Francobollo si sedette sentendosi tremare le gambe, prese un foglio di carta e scrisse a caratteri traballanti:

     Caro Teodoro,

     grazie… hai ragione tu… verrò presto a trovarti e parleremo di questa e di altre cose… a proposito, hai ancora un goccio di quel rosso che tu sai? Ne ho proprio bisogno… A presto,

                                                                                             tuo affezionatissimo cugino

     Poi Francobollo imbustò la lettera e scrisse l’indirizzo:

     Al carissimo cugino Teodoro

e sorridendo la mise in un cassetto assieme alle altre.

Paolo Statuti: Il labirinto

16 Nov

Vorrei che i bambini leggessero questa mia fiaba

    

In una parte di questo mondo viveva un bambino di nome Rinaldo, che frequentava la quinta elementare. Anche lui, al pari di ogni essere umano, aveva il suo lato cattivo e il suo lato buono: un po’ presuntuoso, testardello, irrequieto – difetti questi che non lo aiutavano certo nel difficile mestiere della vita, ma in compenso era intelligente, sincero e a volte anche altruista. Non era comunque uno di quelli che si ammazzano sui libri, anzi a dire il vero la sua maestra, la giovane, brava e saggia signora Teresa, non era molto soddisfatta del suo rendimento e gli ripeteva spesso:

     – Tu e la scuola siete come il diavolo e la croce ed è un vero peccato, perché potresti fare assai di più.

     Una mattina Rinaldo si era alzato di cattivo umore e, tanto per cominciare bene la giornata, aveva fatto involontariamente cadere un prezioso vaso di cristallo, mandandolo in frantumi e causando un grosso dispiacere ai genitori. Dopo essersi preso una bella sgridata, era corso in camera sua e si era avvicinato alla finestra… guardava accigliato e scontento il paesaggio e pensava… erano pensieri un po’ arruffati, ma più o meno si trattava di questo: secondo il calendario è già primavera, ma gli alberi non si sono ancora vestiti di foglie… inoltre fa freddo e il sole non ha la forza di bucare le nuvole… la primavera ha un sorriso triste, di sicuro si è avvicinata all’inverno sussurrandogli come sempre sorridente e gentile: «Ora fatti da parte, perché è arrivato il mio turno», ma il vecchio inverno a quanto pare non ha alcuna voglia di cedere il passo alla bella e delicata primavera e – come dice sempre papà – «mena il can per l’aia»… comunque molti uccelli sono già tornati…

     Mentre Rinaldo era immerso in questi pensieri, un tordo – che doveva essere un po’ scapestrato – si posò sul davanzale della finestra, cinguettando allegramente e a squarciagola, e Rinaldo interpretò subito quel canto a modo suo:

     – Sono felice perché sono libero mentre tu hai quella faccia da funerale perché devi sottostare a tanti obblighi… ubbidire studiare fare i compiti… per un giorno pensa a divertirti non andare a scuola oggi… – e con un sonoro zirlo volò via.

     Rinaldo lo seguì con lo sguardo e vide che si posava su un ramo, dove lo attendeva impaziente la compagna, e senza un attimo di indugio i due cominciarono a sfiorarsi coi becchi. Il suo posto  sul davanzale fu preso da una cornacchia:

     – Cra cra cra… buongiorno Rinaldo cra cra cra ha ragione il tordo non andare a scuola oggi… sai… cra cra cra a Collestorto è arrivato il lunapark ci sono tanti giochi divertenti va’ a dare un’occhiata su con la vita cra cra cra muoviti ci vediamo là io ti precedo perché ho un appuntamento con un’amica cra cra cra  – e così gracchiando spiccò il volo in direzione di Collostorto.

     Rinaldo restò un attimo a meditare, valutò la situazione e quindi decise di marinare la scuola. Finì di vestirsi, fece colazione, prese la cartella, chiese alla madre i soldi per comprarsi la merenda e uscì. Giunto alla piazza del paese, anziché andare a destra verso la scuola, voltò a sinistra prendendo la strada per Collestorto, che distava quasi cinque chilomentri.

     Quando arrivò nei pressi del villaggio, la cornacchia lo vide e gli andò incontro, poi gli si mise al fianco, un po’ volando e un po’ saltellando, per indicargli dove si trovava il lunapark. Tra l’ultima fila di case e il bosco c’era un vasto terreno pianeggiante e proprio lì gli Zingari avevano sistemato le giostre. A quell’ora del mattino però, era pressoché deserto e molti giochi erano chiusi. Rinaldo girò per qualche minuto, sempre accompagnato dalla cornacchia, finché giunse davanti a un enorme tendone, sul quale faceva spicco una vistosa scritta: LABIRINTO. Sembrava che non ci fosse nessuno. Rinaldo stava per andarsene, quando chissà da dove sbucò fuori un uomo robusto coi capelli neri e ricci e due anellini d’oro agli orecchi. La sua voce risonava come da una caverna senza fondo e parlando i suoi occhi lampeggiavano:

     – Veramente sarebbe chiuso, ma se vuoi fare un giretto accomodati pure, in via del tutto eccezionale ti faccio entrare gratis, prego, il labirinto è a tua disposizione, vediamo se sei capace di uscirne…

     A quelle parole una strana inquietudine e una vaga sensazione di pericolo s’impadronirono di Rinaldo, ma in quell’attimo d’indecisione la cornacchia gli si posò accanto e lo incoraggiò:

     – Cra cra cra entra non aver paura non ti succederà niente di male cra cra cra vediamo se sei così bravo…

     Punto sul vivo e convinto anche dalla pioggia che cominciò a scrosciare improvvisa, Rinaldo si diresse verso l’entrata del tendone. Era piuttosto innervosito dalle parole dell’uomo e della cornacchia, che sembravano non credere molto nelle sue capacità, e stringendo i pugni dalla rabbia entrò nel labirinto. In quel preciso istante sentì cigolare la porta alle sue spalle, si voltò e fece appena in tempo a intravedere il ghigno dell’uomo dietro la porta, che si chiuse con un secco scatto. Era turbato e incuriosito al tempo stesso. Lì dentro era buio pesto, fece due o tre passi a tastoni e si fermò di colpo, inchiodato da una voce aspra e cupa proveniente da un altoparlante – riconobbe la voce dell’uomo:

     – Attento Rinaldo, voglio dirti la verità, questo non è un labirinto qualsiasi. Esso è come una miniatura del mondo, con i suoi sentieri facili e difficili, con le sue persone amiche e nemiche. È una prova di tenacia e di pazienza. Riuscire o fallire dipende solo da te e, naturalmente, anche dalla fortuna. Bada però, se non ce la farai, resterai per sempre con me, ho appunto bisogno di un aiutante…

     – Va’ al diavolo e fammi uscire subito di qui! – gridò Rinaldo. Ma l’uomo per tutta risposta si fece una risata e aggiunse:

     – Ormai è troppo tardi, nessuno – neanche io – potrà farti uscire da dove sei entrato, puoi solo andare avanti, camminare, cambiare direzione, eventualmente tornare indietro, provare di nuovo, senza avere mai la certezza di riuscire a farcela. Ci rivedremo solo se fallirai, perciò, nel caso in cui tu riuscissi a venirne fuori, ti dico addio fin da ora – e con quel saluto accompagnato da una gelida risata la voce tacque e Rinaldo si sentì accapponare la pelle.

     Davanti a lui, come se si fosse alzato un sipario, apparve una scena inattesa e incredibile. Lunghe file di persone di tutte le età andavano e venivano percorrendo vicoli stretti simili a budelli, camminavano a testa bassa, urtandosi a vicenda come file di formiche che vanno in direzioni opposte. Ogni tanto qualcuno si staccava dalla fila e proseguiva per conto suo, ma sbatteva contro un ostacolo invisibile – probabilmente una parete di vetro – come fanno le mosche imprigionate in una stanza con la finestra chiusa. Rinaldo fermò un ragazzo a caso e gli disse:

      – A quanto pare, state cercando tutti di uscire da questo labirinto, è dunque così difficile?

      – Ogni tanto qualcuno riesce perché ha fortuna o perché riceve un aiuto insperato. Il guaio è che la maggior parte di noi, anziché aiutarsi l’un l’altro e unire le forze, pensa solo a se stesso… purtroppo siamo diventati tutti egoisti – rispose il giovane con un profondo respiro.

     – Grazie e buona fortuna, cercherò di cavarmela da solo – disse Rinaldo, e si diresse lentamente verso uno dei vicoli meno affollati.

     Per non urtare la testa camminava con le braccia tese in avanti. Sbatté contro una parete di vetro, tornò indietro, riprovò in un altro punto, di nuovo un ostacolo… Come abbiamo detto, Rinaldo era ostinato e non si dava facilmente per vinto, ma dopo un’ora di vani tentativi anche la sua testardaggine si era affievolita, lasciando il posto allo sconforto e alla paura. Si sedette su uno scalino e si prese la testa tra le mani, non sapendo più che pesci prendere. A un tratto gli vennero in mente la sua casa e i suoi genitori. Come un film gli scorrevano davanti agli occhi immagini consuete e familiari, ma la sua attenzione si concentrò sulla figura della mamma… ora la vedeva chiaramente, seduta lì accanto a lui, era triste e preoccupata e lo fissava con aria di rimprovero. Rinaldo le prese le mani e sussurrò:

     – Mamma, di te posso fidarmi, aiutami tu…

     La mamma allora lo invitò ad alzarsi e a seguirla, Rinaldo le andò dietro, fino a una stretta apertura in un muro, seminascosta da un pergolato.

     – Ecco, puoi passare di qui – disse la mamma indicandogli il varco – fa’ attenzione, figlio mio, purtroppo io non potrò starti sempre vicino, le leggi della vita non me lo permettono, devi imparare ad andare avanti con le tue forze e, quando ti sentirai in pericolo, ascolta la voce del cuore – essa t’indicherà le persone che ti vogliono veramente bene, pensa intensamente a loro ed esse accorreranno in tuo aiuto, devi avere coraggio, pazienza e fiducia.

     – Sì, mamma, grazie – sussurrò Rinaldo e proseguì oltre.

     Ora la scena era cambiata. Si trovava in una piccola radura circondata da alti alberi e folti cespugli. Il disco del sole stava pian piano scomparendo sotto l’orizzonte, l’aria si era fatta umida e fresca, tutto intorno era sonno e silenzio, si udiva solo il ticchettio della fitta pioggia che cadeva insistente sulle foglie da una nuvola passeggera: cap cap tuc tuc… cap cap tuc tuc… Rinaldo si mosse con l’intenzione di attraversare la radura, ma all’improvviso sentì il vuoto sotto i suoi piedi e si ritrovò in una fossa. Era caduto in una trappola profonda almeno tre metri e con le pareti lisce come il marmo. Non c’era alcuna possibilità di uscirne fuori. Pensa e ripensa, Rinaldo si ricordò delle parole della mamma e la prima persona che gli venne in mente fu il suo compagno di classe Luigi, al quale era particolarmente attaccato e che ammirava molto per la sua spavalderia. Sentì un fruscio provenire dalla bocca della fossa e scorse una testa bionda e ricciuta – era proprio Luigi!

     – Luigi, amico mio! Aiutami ad uscire di qui, buttami uno di quei grossi rami che trovi lì intorno! – gridò Rinaldo.

     Ma il compagno lo guardò maliziosamente e gli rispose soltanto:

     – Prova a farcela da solo, in fin dei conti, come dici sempre tu: «È facile come bere un bicchier d’acqua» – e scomparve.

     Rinaldo restò di nuovo solo e capì di essersi sbagliato sul conto di Luigi. Gli vennero in mente le parole della maestra: «Guardatevi dalle persone finte e dagli amici interessati». La seconda persona alla quale pensò, chissà come e  perché, fu la sua compagna di classe Luisa, che lui si divertiva spesso a offendere e a maltrattare, perché era convinto che «un maschio vale più di dieci femmine». di nuovo sentì un fruscio e questa volta vide affacciarsi una testolina con due lunghe trecce nere. Era proprio lei! Rinaldo provò un senso di vergogna e non ebbe il coraggio di chiederle aiuto. Ma la bambina non aveva bisogno di essere pregata e gli disse:

     – Veramente non te lo meriti, ma io non sono capace di negare il mio aiuto a chi ne ha bisogno – e così dicendo gettò nella buca un grosso ramo.

     Rinaldo si arrampicò lesto come un gatto, raggiungendo in un batter d’occhio il ciglio della fossa. Si guardò intorno, Luisa era scomparsa e ne provò dispiacere. Riprese a camminare con cautela, facendo attenzione a dove metteva i piedi, e tutto a un tratto udì un ruggito, si voltò e a qualche metro di distanza vide un leone con una testa spaventosa. Rinaldo si sentì gelare il sangue e scappò a gambe levate. Correva correva e dietro di sé sentiva sempre più vicino il respiro focoso e famelico della belva. Quando ormai era allo stremo delle forze, inaspettatamente si trovò davanti un alto muro e si sentì perso, ma con un ultimo sforzo disperato accelerò la corsa e, un attimo prima di urtare contro l’ostacolo, si gettò a terra da un lato. Il leone non fece in tempo a frenare il suo slancio e batté violentemente la testa contro il muro, finendo al suolo tramortito. «Questa volta – pensò Rinaldo – mi ha aiutato la fortuna» e la ringraziò con tutto il cuore.

     Da un pezzo era già scesa la notte ma la luna, che sembrava una grossa frittata, spargeva generosamente la sua luce argentea. Cammina e cammina arrivò a un bivio. Non sapendo da che parte andare si disse: «Lasciamo fare di nuovo alla fortuna» – quindi prese una moneta e la lanciò in aria: uscì il sentiero di destra. Proseguì per un po’, tutto sembrava filare liscio come l’olio, nessun ostacolo, e Rinaldo già si rallegrava di aver avuto quella bella idea; ma la sua soddisfazione durò poco, perché di punto in bianco si ritrovò in una fitta inestricabile boscaglia, si voltò per tornare indietro, ma la strada era misteriosamente finita. In quello stesso momento finì impigliato in grandi ragnatele che lo immobilizzavano e stavano per soffocarlo… allora pensò al padre, ed egli gli apparve con un grosso paio di forbici in mano e cominciò a tagliare furiosamente i fili che avvolgevano il figlio, finché Rinaldo fu di nuovo libero. Stava per ringraziare il padre, che però lo precedette dicendogli in tono severo:

     – Hai sbagliato ad affidarti alla fortuna, perché essa è capricciosa, avresti fatto meglio a pensarmi subito. Cerca di non ripetere l’errore, non serve a niente invocare la fortuna, perché essa è sorda e arriva quando le fa comodo e quando meno te l’aspetti, come è successo con il leone. Adesso seguimi.

     Rinaldo gli andò dietro per un breve tratto, poi il padre aggiunse:

     – Va’ sempre dritto. Arrivato alla sorgente volta a sinistra e presegui per circa cento metri, di più non posso dirti. Arrivederci, figlio mio, e sii prudente!

     Rinaldo seguì le indicazioni del padre e giunse sulla riva di un torrente. Stava già pensando di attraversarlo, allorché da dietro un albero sbucò un giovane che lo fissava con lo sguardo allucinato. Fece cenno a Rinaldo di avvicinarsi e gli sibilò in un orecchio:

     – Se non vuoi restare per sempre in questo labirinto, mangia un po’ di quest’erba. È buonissima e ti farà sentire forte e sicuro di te.

     Rinaldo la guardava come ipnotizzato e gli sembrava che bisbigliasse: «Mangiami, mangiami». Si sentiva sempre più attratto da quell’erba misteriosa e stava quasi per cedere alla tentazione… proprio in quel momento però gli venne in mente ciò che tante volte aveva sentito ripetere dai genitori, dalla maestra e alla televisione: «… è una sostanza che rende schiavi e inganna chi la prova, promette una grande felicità ma si rivela una trappola mortale. Se l’assaggi non ne puoi più farne a meno, la vita diventa un inferno e vivi solo per mangiarne ancora, sempre di più, finché maledici il momento che sei nato, fino al giorno in cui il cuore si ferma…» Sì, ricordava bene queste parole ed anche il nome di quell’erba: droga.

     Rinaldo trovò la forza di fuggire via. Correva come se avesse le ali ai piedi. Le gambe gli tremavano e aveva il cuore in gola, e alla fine fu costretto a fermarsi: non ce la faceva più! Si sdraiò sull’erba per riprendere fiato e nel silenzio della notte, rotto solo dal suo respiro affannoso, udì un sommesso e confuso coro di lamenti provenire dalla sua sinistra. Rinaldo aguzzò gli occhi e tese le orecchie. Doveva scoprire di chi erano quelle voci soffocate… si alzò a fatica e cominciò ad avanzare in direzione di quel brusio… si trascinava in avanti e alla fine si rese conto e si sentì rabbrividire: era tornato al punto di partenza! Allora Rinaldo fu preso dallo spavento e dalla disperazione e cadde al suolo privo di sensi. Prima di svenire però, aveva fatto in tempo a rivolgere il suo pensiero alla maestra.

     Quando rinvenne, ancora stordito, tremante di paura e bianco come un cencio lavato, si guardò intorno e restò stupefatto, non credeva ai propri occhi: i raggi del sole rimbalzavano sullo specchio di uno stagno e il vento cantava tra le fronde. Sulla riva era seduta una giovane donna coi capelli che sembravano oro filato. La giovane era immersa in una nuvola di fiori e il sole le baciava il viso. Guardava Rinaldo con gli occhi ridenti e luminosi – somigliava tanto alla sua maestra… Si alzò, si avvicinò a Rinaldo leggera come una piuma, lo prese per mano e lo condusse dritto all’uscita del labirinto. Quando furono all’aperto disse a Rinaldo:

     – Sono molto contenta di averti aiutato… non ti dico addio, perché ci rivedremo presto… – e dopo averlo accarezzato sulla testa, scomparve come per incanto.

     Prima di tornarsene al suo paese, Rinaldo notò che l’uomo del labirinto che aveva incontrato non c’era più, e al suo posto c’era uno completamente diverso e con una faccia allegra e gioviale.

     Il giorno dopo Rinaldo andò a scuola come al solito, entrò nell’aula e salutò i compagni, poi si avvicinò a Luisa e le diede un bacio. Lei gli sorrise e non sembrò affatto sorpresa da quel gesto così inconsueto per Rinaldo. I compagni invece, e soprattutto Luigi, restarono di stucco e la loro meraviglia aumentò col passare del tempo, perché Rinaldo era molto cambiato – naturalmente in meglio.

(Paolo Statuti)