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Jarosław Iwaszkiewicz (1894-1980)

23 Giu

 

Johannes Brahms

 

Il valzer di Brahms

Il valzer di Brahms in La bemolle maggiore

è il leitmotiv della mia vita.

Lo sonavo a lei che doveva tornare e non tornò.

Lo sonavo a lei per la quale ero cattivo.

Lo sonavo a te – allora, quando una volta per sempre

mi stesi ai tuoi piedi, come infinito calpestato.

Lo suono ogni volta che nell’esecuzione aureoalata

mi sfiori con un sorriso fugace, che per te è

come il riflesso di nuvole sull’acqua.

E per me è la gioia più profonda.

E lo suono quando so che sei da me lontana

col pensiero, quando sei altrove allegra e ami altri

felice, fugace come al solito…

E proprio allora esso risuona nel modo più delicato.

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

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Aleksander Gierymski: I pini di Villa Borghese a Roma

7 Giu

Aleksander Gierymski: I pini di Villa Borghese a Roma

 

La poetessa Marzanna Bogumiła Kielar (v. nel mio blog) mi ha inviato in omaggio una copia della sua ultima raccolta Navigazioni, uscita quest’anno. Da essa ho scelto la poesia Jan Cybis e un quadro di Gierymski. Eccola nella mia versione:

Jan Cybis e un quadro di Gierymski

Per anni tendere solo a questo e a niente di più, scriveva.

Dipingere le cornacchie che volano sulla campagna, perché non si dica

“che bel dipinto”, ma perché chi guarda il quadro dica

“le cornacchie volano sulla campagna”.

 

Non darei I pini di Villa Borghese

per tutta la pittura di Renoir.

In questo quadro gli alberi crescono pacatamente, le ombre cadono

senza esitare,

senza indugi. Come se chi li ha dipinti

 

vedesse chiara la propria visione e scorresse – con l’erba, coi pini,

con la sabbia,

con l’iridescente cielo rosa pallido

sopra di lui.

 

Alcuni pensano che qui si tratti di sottomessa ripetizione di ciò

che hanno davanti agli occhi.

No.

Qui si tratta, scriveva,

 

di essere come un lago, in cui si riflettono i monti –

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

IL pittore Aleksander Gierymski è già presente nel mio blog, mentre per Jan Cybis (1897-1972), pittore, pedagogo e critico d’arte, ho scritto questo breve testo basandomi sulle sue Annotazioni di pittura. Diari 1954-1966 (PIW, Varsavia 1980). Fu uno dei principali rappresentanti della corrente coloristica nella pittura polacca degli anni ’30 e nell’arte del dopoguerra, e cofondatore del gruppo di giovani pittori Kapisti creato nel 1923 e facente capo a Józef Pankiewicz (1866-1940). I coloristi prediligevano i paesaggi e i ritratti. Per essi il colore era più importante della costruzione, era decisivo per creare l’aura dell’opera. Realizzavano la forma e la luce col colore. Cybis diceva: “L’artista ottiene lo spazio grazie alla vibrazione basata sulla temperatura dei colori e la ripartizione lineare… Io sento un paesaggio più che vederlo, cioè lo sento come suono colorato”. Dipingeva acquerelli e schizzi dal vero e poi nello studio li ricreava ad olio. I colori nella loro denominazione di fabbrica per Cybis non esistevano. Se li usava puri, era solo per un piccolo accento o per sottolineare il disegno. Eppure i suoi quadri sono sempre pieni di colore luminoso. Affermava: “Non esistono colori belli o brutti, esistono solo quelli usati bene oppure no.” Prendeva quelli che aveva sottomano. Forse in questo era d’accordo con Picasso: “Quando non ho il colore rosso, uso il verde”. I suoi fiori sono sempre lontani dalla fedeltà botanica, eppure generalmente riconoscibili. Essi pulsano di vitalità sensuale. Cybis non illustra, ma crea un “equivalente” che risveglia la fantasia. In lui il gioco pittorico è sempre basato su somiglianze e contrasti. Nelle nature morte gli oggetti adiacenti si influenzano reciprocamente, si spartiscono i colori, la propria luce, completano a vicenda le forme, e ciò crea una particolare armonia. Si abbandonava totalmente all’istinto e alla spontaneità. Ritoccava senza sosta con un piacere maniacale di costruire e distruggere. La tela bianca lo spaventava. “Bisogna non avere paura di dipingere male” – sosteneva.

 

Tre quadri di Jan Cybis.

 

Jan Cybis: Parigi

 

Jan Cybis: Natura morta

 

Jan Cybis: Fiori

 

(C) by Paolo Statuti

La musica nella poesia polacca

22 Mag

 

 

Zbigniew Herbert

Canto del tamburo

Sono scomparsi gli zufoli dei pastori

l’oro delle trombe domenicali

i verdi echi i corni

anche i violini sono scomparsi –

è rimasto soltanto il tamburo

e il tamburo ci suona ancora

la marcia festiva la marcia funebre

semplici sentimenti vanno a tempo

sulle rigide gambe il tamburino suona

e un solo pensiero una sola parola

quando il tamburo chiama il ripido abisso

portiamo spighe o la lapide

che il saggio tamburo si predirà

quando il passo batte sulla pelle dei selciati

quel passo altero che trasformerà il mondo

in un corteo e in un solo grido

finalmente va l’umanità intera

finalmente ognuno ha trovato il passo

la pelle di vitello due bacchette

hanno distrutto torri e solitudine

e il silenzio è calpestato

e la morte non fa paura quando è densa

la colonna di polvere sul corteo

si aprirà il mare obbediente

scenderemo giù nel baratro

nei vuoti inferni e più in alto

del cielo verifichiamo la falsità

e liberato dagli spaventi

in sabbia si muterà l’intero corteo

portato dal vento beffardo

e così l’ultima eco passerà

lungo l’indocile muffa della terra

resterà solo il tamburo il tamburo

dittatore di musiche disperse

 

1957

 

Krzysztof Karasek

Spiegazione degli ultimi quartetti di Beethoven

                                                                                           A Paweł Mykietyn

 

Per essere folli bisogna avere conoscenze altolocate.

Quando le persone smettono di darsi del lei,

il resto è inevitabile.

 

Ho vissuto tanto da vedere i figli più vecchi dei genitori.

Grazie a ciò mi sono convinto che pensiamo le stesse cose.

Per quanto riguarda il mio lavoro, per esso ho rischiato la vita,

e la mia ragione è depressa.

Questo è Van Gogh.

 

Non c’è storia d’amore più triste

di quella di Giulietta e Romeo.

Morirò come il cigno, cantando

(Bianca dall’Otello).

Perché i nostri sogni sono sempre eterni?

 

Tre sono le streghe: fede,

speranza, amore.

La terza ora, ora delle streghe.

 

Il caso può essere sinonimo di Dio,

quando non permette troppe confidenze.

Must es sein? Must sein.

 

14.03.2012

Jerzy Liebert

 

Musica mattutita

 

Lontano e così leggero,

Il vento culla alberi e cielo,

Gli uccelli l’azzurro dalle gole

Spandono a gocce nella quiete.

 

Il silenzio come vaso colmo

Fino all’orlo di dolce fluido,

Versa l’azzurro nei calici

Dell’acacia e del gelsomino.

 

L’azzurro si fonde con l’argento,

Sprizza un intenso aroma,

Gratta agli uccelli le linguette

E nuove gocce suonano.

 

1925

 

 Rafał Wojaczek

 

Di nuovo musica

 

Di nuovo musica: chi ci pensa così intensamente,

che il cuore perde la memoria e batte altrove.

E il noto, benché sempre inatteso, timore

fa sì che i nostri corpi si trovino di nuovo.

 

E di nuovo con le labbra impaurite chiedi abilmente

il mio favore e curi la mia lingua addentata.

Ai freddi piedi permetti che lo spavento li guidi,

perché se avrai fiducia, lui stesso ti mostrerà il modo.

 

E di nuovo sei così premurosa e docilmente

fedele a quell’oblio che la musica

ti offre: l’invito ad accompagnarla col sangue.

E di nuovo la morte ci prende con sé per i suoi scopi.

 

1972

 

Bogdan Jaremin

 

Indirizzi di musica della signora Ishizu

 

La giapponese Ishizu non conosceva il tuo indirizzo.

Scriveva: Gould, Toronto, sentiva i suoni della mezzanotte.

 

E si apriva senza resistenza

il chiarore della musica

che ci attira dalla parte del bene comune

l’oscurità della musica

che giustifica il cammino verso l’ignoto

la preghiera della musica

che implora la pietà di Dio per ogni creatura

la fede della musica

che promette il seme al grembo chtonico della donna

la dispensa della musica

che nutre i sogni dei solitari oppressi dallo sconforto

la profondità della musica

da cui emerge un’isola sotto i piedi che affondano

 

Apritevi porte delle orecchie, apriti pietra del cuore

sollevati ferrea palpebra della notte,

svelati indirizzo del senzatempo.

 

2015

 

(Tutti le poesie sono nella versione di Paolo Statuti)

 

(C) by Paolo Statuti

Fryderyk Chopin nella poesia russa

18 Mag

 

 

Monumento a Fryderyk Chopin nel parco Łazienki di Varsavia

 

 

Bella Achmadulina (1937-2010)

 

La mazurca di Chopin

Quale sorte ci aspettava,

che fortuna ci è toccata,

quando il disco rotante

solo lui ci separava!

 

All’inizio con sibilo, esilmente,

come biscia tolta alle pietre,

ma il viso di Chopin mostrava

sempre più evidente.

 

Ed esile come provetta

che contiene acqua azzurra

era lì la fanciulla-mazurca

e scoteva la testa.

 

Ma come così fragile e perché,

con quel bianco visino polacco,

lei comprese le mie tristezze

e le prese tutte su di sé?

 

Tendeva le braccia e lontano

scompariva lasciando

concentrati quei suoni

nel disco rigato dall’ago.

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Aleksandr Revič (1921-2012)

 

La casa di Chopin

 

Un vecchio albero,

La terra più vecchia,

Il mattino più saggio della sera,

Anche grigio

nelle umide nubi,

Con la tramontana

sui funghi

degli alberi.

Albero polacco

sul campo avvallato,

Da quanti,

Quanti anni

di questo sono malato.

Da una sonora goccia

dell’inizio di aprile

Nella lontana infanzia

per sempre ferito,

E come ritorno

di quel dolore –

Questo albero

e questa campagna.

Vecchio parco di Żelazowa Wola.

Dietro la siepe il campo avvallato.

Non c’è ferro qui

né granito,

Solo il rame risuona

della polonése,

Solo i tigli – a coppie –

Scorrono nel vecchio viale,

Solo un albero,

solo una betulla

La nudità cela pudica,

Sullo stagno facendosi le trecce,

Betulla, dolce betulla,

fanciulla viva.

Scusate, cara signora, –

A voi non sussurro parole,

come in un romanzo,

A voi, innamorata di Chopin –

Giovane, magro e castano.

Mi vergogno che con tali parole

A un tratto mi umilio

davanti a voi

così altera,

Io, innamorato dalla nascita

di questo tremolante riflesso

Degli esili rami

sul freddo specchio.

Datemi la mano, per amor di Dio,

Datemi la mano,

date la mano

Come segno d’incontro

e di addio.

 

1968

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Anna Achmatova (1889 – 1966)

 

Ascoltando la musica

 

Di nuovo mi giunge la polonése di Chopin,

O mio Dio! – quanti ventagli

E occhi abbassati e dolci volti,

Ma è vicina e fruscia l’infedeltà.

L’ombra della musica è balenata

Ma non ha turbato il verde lunare.

Oh, quante volte qui mi sono sentita gelare

E qualcuno terribile alla finestra mi salutava.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

E’ pauroso lo sguardo delle statue senza nasi,

Ma lasciami e per me non lottare

E non pregarmi così amaramente.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

E una voce dell’anno tredici

Di nuovo grida: sono qui, di nuovo tuo…

A me non serve la fama e la libertà,

Troppe cose conosco…ma tace la natura

E aleggiò una tombale umidità.

 

Komarovo 1957

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

(C) by Paolo Statuti

Poesia

16 Mag

 

Boris Slutzkij

Władysław Broniewski

 

Il grande poeta polacco Władysław Broniewski (1897-1962), già presente nel mio blog con alcune poesie nella mia versione, durante un’intervista confessò: «Non so cos’è la poesia, non so perché c’è e a che serve… So che a volte chi legge dei versi piange…» Già, ma il pianto, voleva aggiungere il poeta, è solo una delle tante reazioni che un verso dovrebbe suscitare nel lettore, e non può essere né la principale, né la più frequente. Penso di interpretare bene il pensiero di Broniewski, dicendo che tra il poeta e il suo lettore si stabilisce una simbiosi, un momento di intima convivenza, il cui l’anima dell’autore si rispecchia in quella di chi legge. Se ciò non avviene, è perché la poesia è troppo avara di sentimenti e impressioni per poter trasmettere qualcosa, o perché il lettore non è in grado di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda del poeta.

Nel 1973 è uscita a Varsavia (Ed. Iskry) una bella antologia dal titolo Dico poesia – penso Polonia, La Polonia nella poesia russa del XX secolo. Da questo volume ho scelto e tradotto questa poesia di Boris Slutzkij (1919-1986), dedicata proprio a Władysław Broniewski.

 

*  *  *

                                 A Władysław Broniewski

                                 per il suo ultimo compleanno.

 

Finché sui versi piangeranno

ora insultando ora esaltando,

finché, come moneta, li custodiranno,

e, come il pane, li chiederanno –

 

non cesserà di risonare,

non smetterà di sbocciare

la nostra opera. Essa non è sparita,

come non sparì la Polonia,

benché tre volte sia stata spartita.

Per chi ama il paragone,

dirò senza esitazione:

a un polacco paragono il verso russo,

alla Polonia – la nostra musa.

 

Finché la incitano e l’innalzano,

essa infuria e ride.

E ciò che è stato,

e ciò che sarà, –

essa sapere non vorrà.

1965

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Peretz Markish (1895-1952)

4 Mag

Peretz Markish

 

 

Peretz Davidovič Markiš, poeta, romanziere e drammaturgo ebreo sovietico che scrisse prevalentemente in lingua yiddish, nacque nella cittadina di Polonne appartenente all’impero russo (oggi Ucraina) da una famiglia di ebrei sefardi. Fino all’età di dieci anni frequentò una scuola elementare ebrea di carattere religioso (cheder) e studiò con il padre insegnante di religione. Da bambino cantò nel coro della locale sinagoga. Fu impiegato di banca e insegnante privato.

Studiò presso l’Università Popolare “A. L. Šaniavskij” a Mosca e come autodidatta. Nel 1912 scrisse i primi versi in russo. Nel 1916 combatté come soldato semplice dell’esercito imperiale russo e restò ferito. Un anno dopo si stabilì presso i genitori a Ekaterinoslav (oggi Dnepropetrovsk) in Ucraina, e nel 1918 a Kiev. In quel periodo esordì con poesie e racconti pubblicati dal giornale Il combattente. La sua prima raccolta poetica Le soglie, uscita a Kiev nel 1919, suggellò la sua reputazione. Il ciclo Il cumulo (1921) fu scritto in risposta ai pogrom ucraini del 1919-20.

Nei primi anni ’20 fu nel gruppo dei poeti yiddish di Kiev, che includeva anche David Hofstein e Leib Kvitko. Essi tendevano a una riforma rivoluzionaria della vita e della poesia. Dopo una serie di pogrom, nel 1921 partì per Varsavia. Successivamente visse in Francia e visitò la Germania, l’Inghilterra, la Francia, la Spagna e la Terra d’Israele. A Varsavia pubblicò con I. J. Singer l’antologia letteraria espressionista La banda. Un secondo numero di essa uscì a Parigi, con la copertina illustrata da Marc Chagall. Nel 1924 fu co-fondatore ed editore dei Fogli letterari a Varsavia.

Nel 1926 Markiš tornò nell’Unione Sovietica, dove scrisse una serie di poesie ottimistiche, inneggiando al regime comunista, quali ad esempio I fratelli (1926) e La mia generazione (1927). Il suo romanzo Generazione dopo generazione (1929), riguardante la genesi della rivoluzione in una piccola città ebrea, fu però tacciato di “sciovinismo ebreo”. Nel 1939 ricevette l’Ordine di Lenin e nel 1942 entrò nel partito comunista sovietico.

Nel 1942 Stalin  ordinò la formazione del Comitato Ebraico Antifascista, allo scopo di influenzare l’opinione pubblica internazionale e sostenere politicamente e materialmente la lotta sovietica contro la Germania nazista, soprattutto da parte dell’Occidente. Solomon Mikhoels, il popolare attore e direttore del Teatro Ebreo Statale di Mosca fu messo a capo del comitato. Tra i suoi membri figuravano Der Nister, Itzik Feffer, Peretz Markiš e Samuel Halkin. I loro testi erano pubblicati anche dai giornali americani. Nel 1946 Markiš ricevette il Premio Stalin e scrisse diverse poesie in suo onore. Tuttavia, il Comitato Ebreo Antifascista, guardato con diffidenza già subito dopo la fondazione, fu accusato di svolgere attività antisovietica. I reati ad esso attribuiti erano: nazionalismo borghese, creazione di una rete clandestina antisovietica, tradimento ai danni dell’URSS, spionaggio per conto degli Stati Uniti e complotto sionista ispirato da questi ultimi. Di conseguenza, Solomon Mikhoels fu ucciso dalla polizia segreta nel gennaio del 1948, per evitare un processo farsa. Altri scrittori, tra i quali Markiš, furono arrestati un anno dopo e fucilati nella cosiddetta “Notte dei Poeti Assassinati” nell’agosto del 1952.

Dopo la morte di Stalin la vedova del poeta Esther e i suoi figli Šimon e David Markiš, si impegnarono per la sua riabilitazione, che avvenne nel novembre del 1955. In seguito a ciò, molte sue poesie furono tradotte da diversi poeti, tra i quali anche Anna Achmatova, e pubblicate nel 1957.

Riporto qui alcuni brani tratti dal volume Schizzi e ritratti (1975) dello studioso di scienze filologiche G. Remenik, dedicato all’opera degli scrittori e poeti ebrei sovietici: “Nella creazione di Peretz Markiš tutto è notevole. Sulle sue labbra la cosa più minuta diventa grande e importante. Ma il più delle volte egli si esprime sulle cose grandiose: sul mondo delle esperienze interiori dell’uomo e della lotta sociale, sul mondo della natura, che nella sua poesia abbraccia l’intero universo… Il suo pathos non conosceva barriere. La sua anima ardente rispondeva a tutti i fenomeni circostanti. Egli è romantico e realista insieme. Parlando dell’universo resta saldamente coi piedi in terra. Il suo fervido sguardo e il pensiero erano rivolti alle stelle, l’animo e il cuore erano ricolmi di gioia di vivere.

Peretz Markiš ha iniziato la sua creazione come lirico e tale è rimasto fino alla fine dei suoi giorni, benché dalla sua penna siano usciti anche ampi quadri epici e romanzi… Nel tessuto metaforico del suo linguaggio poetico si manifesta il suo inimitabile modo di esprimere pensieri e impressioni, passioni e impulsi… La parola poetica degli ultimi anni è satura di meditazioni e pensieri filosofici, volti a studiare a fondo il recondito significato dell’esistenza umana…

I grandi poeti hanno spesso doti profetiche e prevedono il proprio  destino. Anche Markiš scrisse il suo canto del cigno nel 1949, poco prima dell’arresto, ed è la poesia Riempi il bicchiere, che figura tra quelle tradotte e qui presentate. Per le mie versioni ho usato quelle in russo effettuate da vari poeti. Questa volta ho di proposito tralasciato le rime, per evitare eventuali ulteriori modifiche dei testi originali, spesso inevitabili quando il traduttore vuole conservarle.

 

Poesie di Peretz Markiš tradotte da Paolo Statuti

 

Io sono solo un fuscello sperso nei campi…

Io sono solo un fuscello sperso nei campi,

Un germoglio cullato dal respiro del mattino…

O terra! Su di te mi basta essere uno stelo,

Cullato nell’ombra azzurrina,

Per misurarmi con te in grandezza!

Sono solo un venticello, improvviso e fuggente,

Soffiato sull’erba dall’alto…

Essere venticello mi basta, o eternità,

Per essere come te senza fine!

Finché la terra non si separerà dal calore

E il sole ad essa mostrerà il suo disco,

Mi basta essere una tua particella,

E sarei grande come te, o universo!

 

1917  (Dalla versione di L. Rust)

 

Prima di sera

I rami tesi come braccia alle nubi,

Essi ardono di verde fiamma.

Le querce in melodioso silenzio,

Benedicendo il dorato tramonto.

 

Pigre nelle stalle mugghiano le mucche,

Le porte al buio si chiudono dal sonno,

I boschi lontani si tingono di lilla scuro,

E muore il vento con una foglia sulle labbra…

 

1918  (Dalla versione di D. Markiš)

 

Io – l’uomo…

 

Io – l’uomo!

Io – il senso dei mondi,

Io – l’essenza dell’eternità stessa.

Di pietra, di terra,

Di giorni e di notti io sono fatto.

Il viso rivolgo ai cieli:

Tutto il mondo – io stesso!

 

Di lontananze azzurre io sono fatto,

Di tessuto dell’essere,

Di tutti i tempi.

Io stesso – nel tempo,

E il tempo – sono io!..

 

1919  (Dalla versione di D. Markiš)

 

Roma

 

Con chi schermiscono i fioretti delle tue fontane d’argento,

E cosa esige la tua morta gloria?

Oh, cenere di secoli! Nauseanti fumi spargendo,

Le cupole della liturgia sbiadiscono e si offuscano, sfiorite…

Non si vedono colombi sulle tue austere basiliche,

Nei campanili dimorano gli orecchiuti pipistrelli…

Roma, tu ancora bruci! Non è il sole di un’alba morente

Che marcisce, esaurendosi, come memoria d’illustri secoli?

Invano il giorno accende le tiare delle sante cattedrali,

La sera spegne la loro fiamma… E le ombre in logori sai

Al triste suono zoppicano dai cimiteri lontani.

O solenne epitaffio di raggi dorati!

Le cupole, i campanili in balia di venti furiosi…

Con chi, con chi schermiscono i fioretti delle tue fontane?

 

1923  (Dalla versione di D. Brodskij)

 

Il pipistrello

 

Non è più notte, non è ancora giorno,

E la luce dell’alba è ancora ignota,

E il pipistrello, come ombra,

Entra in una crepa tra buio e luce.

Scivola nel sonno,

Come visione di visioni

A un tratto oltrepasserà la svolta dei tempi

Con un zigzag d’ombra fugace.

Esso si affretta a casa.

E’ ora! Ha paura del sole.

Lo tormenta la luce diretta

Della finestrella che acceca come rame.

Sollevato lo scialle di membrana

Sulla scura testa,

Vola lontano chissà dove,

Fischiato dall’azzurro.

Come sia già giorno e non sia più notte –

Il pipistrello non può capire.

C’era la luce. E di nuovo è buio.

Ora vola in basso, ora in alto.

Stanco, abbagliato,

Da un raggio obliquo non riscaldato,

In un attimo vola via

Sull’incerta svolta fra tenebra e luce.

 

1948  (Dalla versione di L. Ozerov)

 

Unione

 

Non è difficile a un rametto incurvarsi, chinarsi

E mostrare ospitalità a un usignolo,

E, ubriaco di canto, assopirsi,

E, forse anche, dimenticare il suo dolore.

E sembra: cantano le verdi fessure,

E i suoni e il rametto si sono abbracciati…

E sorge il canto, dove sono inseparabili

La linfa dell’albero e il sangue del cantore.

Ciò non dispiace al rametto – gli è gradita

L’unione dei cuori che si amano.

Cosa gli resterà, quando all’improvviso

Un frutto si staccherà e il cantore volerà via?

 

1948  (Dalla versione di L. Ozerov)

 

Un suono giunge furtivo dai monti

 

Ascolta l’urlo cupo del vento,

Le folate di singhiozzi, portate dalla mente:

Sono i monti che singhiozzano, coperti di tenebra,

O piange l’impenetrabile tenebra stessa?

Chiedi ai monti: perché essa piange?

Non le piace, forse, il freddo tramonto?

E il vento burlone coi rami pettegola,

E i rami in risposta tristi gli ronzano.

Ma forse, là si è smarrito un viandante,

Che non poteva lottare col vento?

Dai singhiozzi la pace dei monti è turbata,

Striscia sulle cime la fredda notte.

 

1948  (Dalla versione di A. Golemba)

 

Autunno

 

Là le foglie non frusciano in segreta angustia,

E, arricciate, giacciono e sonnecchiano al vento,

Ma ecco una dal sonno si è mossa sulla strada,

Come un topo dorato – a cercare la sua tana.

 

E il giardino non vigila – entri pure chi vuole,

Là bufere, freddo, pioggia sghemba e sferzante,

E – nessuno. Solo la tristezza qui le lacrime sparge,

Ma ecco esitante mi giunge un ronzio.

 

Un’ape cammina in fretta sulla soffice rena.

Dal pesante cerchio il ventre è stretto,

E striscia tra un monticello e un ceppo

E con spasimo a un tratto si rizza sulla testa,

 

E le alucce a un tratto solleva di traverso,

Come ombrello rotto, esse si protendono,

E la morte già si sente nel ronzio affrettato…

Per l’autunno il silenzio passa nel giardino.

 

1948  (Dalla versione di A. Achmatova)

 

La musa

 

Era prima o dopo tutto ciò?

Il sogno scorre come onda.

La mamma è con me fino all’alba,

Come nell’infanzia, con me…

Ricordo che si svegliava, non sapendo

Se dormo e respiro nel silenzio notturno,

Accorreva al mio lettino scalza

E trepida, si chinava su di me…

La calde mani materne

Accarezzano il mio cuore,

E io sento i diletti suoni –

La sua ninnananna.

Non ho la forza di cogliere il canto,

La sguardo materno è celato nella nebbia,

Ma nei motivi lontani e cari

La gioia dell’infanzia, come un tempo, risuona.

La tempesta a volte ulula di notte,

Piena d’incomprensibile astio…

La mamma!.. La mamma, come un tempo con me,

Come nell’infanzia, lei è con me!

 

1948  (Dalla versione di E. Levontin)

 

Riempi il bicchiere!

 

Riempi il bicchiere!

Siamo saliti sul pendio

Più in alto di un uccello e di una nube,

Abbiamo raggiunto la vetta, –

Riempi il bicchiere di vino.

Alziamo i boccali,

Perché l’augurio diventi realtà!

Il canto ha condotto lontano,

Noi l’abisso abbiamo superato,

Toccando cupe profondità, –

Riempi il bicchiere di vino,

Perché i fiumi del potere popolare

Non si asciughino nei secoli!

L’estate è finita all’improvviso,

E’ giunto presto l’autunno,

Anche l’inverno deve arrivare, –

Riempi il bicchiere di vino!

Solleviamo il boccale schiumoso

Per la fioritura della nuova era.

Noi invecchiamo! Non fa niente!

Con noi il nostro secolo vivrà bene,

Dedito interamente alla patria. –

Riempi il bicchiere di vino!

Invidiando per il diritto,

Ricordino i nipoti la nostra fama!

Quanto nel vasto mondo

Fino al triste termine,

Ci è stato dato di vivere e splendere!..

Riempi il bicchiere di vino!

Volgiamo i volti alle stelle –

Che il desiderio si avveri!

 

1949  (Dalla versione di A. Revič)

 

 

(C) by Paolo Statuti

Bella Achmadulina (1937-2010)

23 Apr

 

 

Bella Achmadulina

 

Mi risulta che della nota poetessa russa Bella Achmadulina siano uscite in italiano le seguenti raccolte:

Tenerezza e altri addii, a cura di Serena Vitale, Ed. Guanda, 1971

Poesie scelte (1956 – 1984), a cura di Donata di Bartolomeo, Ed. Fondazione Piazzolla, 1993

Poesia, a cura di Daniela Gatti, Ed. Spirali, 1998

Lo giuro. Antologia poetica, a cura di Serena Vitale, Ed. Interlinea, 2008

 

Il poema Avventura in un negozio d’antiquariato che presento nella mia versione, se non è inserito anche nell’antologia Lo giuro, compare solo nella raccolta curata da Daniela Gatti. E’ una traduzione encomiabile, ma non rimata come il testo originale.

 

Il poema Avventura in un negozio d’antiquariato tradotto da Paolo Statuti

 

Perché? – come in un bosco per riparo,

o per la quiete o solo per oziare, –

senza aver niente da desiderare,

entrai in un negozio d’antiquario.

 

Il proprietario mi guardò di traverso.

Non fosse stato stanco da secoli già

Di curare i fiori della tarda età,

egli non mi avrebbe mai aperto.

 

Lo spaventava una perdita seria

dei calici e del cristallo malato.

La viva infamia di un tempo mutato

gli era insieme nemica e straniera.

 

Mi scelse tra le restanti persone,

e mite preparò un brutto tiro,

e l’odio, mescolandosi al respiro,

sorse in lui come attimo di amore.

 

La gente intanto faceva affari,

e uno straniero, solo lui fra tanti,

toccando il coro di gocce vacillanti,

esaminava vecchi lampadari.

 

– Mancano le vocine, – egli notò, –

di gocce perse in remoti festini, –

e allora si offese come i bambini

e già stufo alla sua casa ritornò.

 

Una vecchia da una fonda sofferenza

tirò fuori un mesto argenteo granello,

per le sue mani era un fardello

l’arcano del bene e dell’esistenza.

 

Che tristezza – tra serre oscurate

guardare l’agonia autunnale

di cose altrui alla luce finale

di fuochi spenti e di facce passate.

 

Ed ecco che nella quiete spogliata,

risonò un richiamo di fragranza:

attendeva risposta nella stanza

il vago gesto di un’anima ignorata.

 

Il trombettiere di un noto dolore

sonò come alla vigilia di un sonetto, –

così esige di una scena l’oggetto,

e corri, come il cane chiamato corre.

 

Queste voci di nessuno mi son note.

O pianto che vuole essere cantato!

Una muta preghiera ha risonato

come grido: – Aiuto! – nella notte.

 

Disperandosi senza più vigore

la muta gola udivo singhiozzare.

Corsi a quel richiamo e per cominciare

dissi: – Non piangere, bimbo del cuore.

 

– Che cercate? – l’antiquario domandava. –

Qui tutto è morto e non adatto al pianto. –

E sperando nel successo, intanto,

Con la spalla premeva e si strusciava.

 

Uniti dall’ostilità, stavamo

spalla a spalla. Risposi in tono secco:

– Con la ferita aperta dell’orecchio,

desidero sentire ciò che amo.

 

Disse adirato: – Andate via in fretta!

E a un tratto tra i dubbi della demenza,

brillò il genio nella mia coscienza

ed esclamai: – Quella scatoletta!

 

– Borsetta? – Scatoletta! – Spinetta?

– Quella scatoletta di legno nero. –

Egli impallidì e gridò severo:

– Tutto potete, ma non la scatoletta.

 

Io vi supplico, io vi scongiuro!

Siete giovane, di benzina odorate!

Se in qualche magazzino voi andate,

troverete plastica di sicuro.

 

– Siete gentile, ma io vi dico:

– La plastica la odio cordialmente. –

E mi adulava: – Siete saggia e attraente.

Amate la fragilità dell’antico.

 

Anche io amo il suo calendario.

Ecco qui il ritratto di un bambino.

Ha un secolo. Lavoro sopraffino.

Ecco, prendetelo, ve lo regalo.

 

Un angelo triste col viso malato.

Ha i ricci e una sguardo celestiale.

Polmonite dopo un temporale.

E il buio dei cieli su lui è calato…

 

Io non mi curo della mia triste vita,

e voi volete assegnarmi la sorte

di piangere per sempre la sua morte

e la madre dal dolore impazzita?

 

– O un servizio per ventisei persone! –

esclamò con la speranza nel cuore. –

Cento pezzi di enorme valore.

Ve li regalo e chiusa è la questione.

 

Che sorpresa e che generosità!

Ma i miei ospiti sono sempre impegnati,

vanno sempre di corsa, sconsiderati.

Con me sola il servizio si annoierà.

 

Come posso cento pezzi divertire?

Ma no, non è per me, ve l’ho gia detto.

No, io apprezzo quell’unico oggetto,

Voi sapete che cosa voglio dire.

 

Come sono stanco! – disse l’antiquario. –

Ho duecent’anni. L’anima è decomposta.

Prendete tutto! La bottega è vostra.

Da tutto questo io mi separo!

 

Ed egli aprì la scatola. Sul terrazzino

dal buio dell’atrio, con mia meraviglia,

apparve una luce e scottò le ciglia,

ed era un femminile visino.

 

Non dai suoi tratti, ma dall’oscurità

che mi annebbiava, dall’afa spaziale

io valutai quanto fosse celestiale,

ancora non visto, nella cecità.

 

Con quel sorriso e quel suo guardare

il viso ispirava un semplice pensiero:

perdere la testa nel buio più nero,

chiedere la sua mano e il Caucaso visitare.

 

E là con lo scintillio della testa

tentare un annoiato tiratore,

tace lo sparo, andare al Creatore,

e in cielo solo Dio o una nube resta.

 

Quando già non ero più bambino, –

confessò l’antiquario con tristezza, –

tra i verdi tigli e la sabbiosa giallezza

io ogni giorno andavo in quel giardino.

 

Oh, dal suo amore più di un anno fui preso,

i sassi del giardino e l’aria baciando,

allorché, dall’inferno venendo o andando,

a un tratto apparve un ospite inatteso.

 

Voi ricordate Annibale certamente,

colui che compì gesta così famose.

Ebbene degli Annibali un pronipote

era chi ci visitò casualmente.

 

Respirando l’oscurità nativa,

egli saltò alla porta. E tutto cambiò.

La domestica spaventata si segnò.

E l’anima mia s’impietriva.

 

Per uno soffio estraneo il cristallo batté.

La credenza rispose coi piatti infranti.

Puzza di bruciato e gelidi istanti.

La candela si spense. Egli si sedé.

 

Quando di nuovo il fuoco fu tornato,

chino su di lei, diverso e strano,

era simile a un schiavo africano,

gli occhi bassi, come cavallo domato.

 

Le sussurrai: – Mi sembra un mostro,

anche se piccolo, lo eviterei.

– Voi credete? – così rispose lei. –

A me non sembra e non è affare vostro.

 

Restò da noi tre giorni, – buono e fraterno, –

ogni consiglio per ordine prendeva.

Ma quando se ne andò il suo sguardo ardeva

e dalla bocca rise il rosso inferno.

 

Da allora una dolorosa allusione

si leggeva sul volto e nel pensiero.

Si aggrottava la fronte a quel mistero,

senza poter dare una spiegazione.

 

Quando dal sonno, dal fondo del calore

affiorava in lei un cieco sorriso,

lei aveva paura che dal suo viso

fosse stato ammesso un errore.

 

No, nel Caucaso io non andai.

Chiesi la sua mano.Udii il suo rifiuto.

Non mi scoraggiai ma risoluto

per la sua mano tre volte io pregai.

 

Nell’anno trentasette improvvisamente,

credo fosse in un mese invernale,

lei morì, senza mandarmi a chiamare,

nel delirio, senza un motivo apparente.

 

Immortale per il dolore e l’amore mio,

conduco questa bottega da fame ,

tratto coi villani, vendo ciarpame

smarrito tra gli uomini e Dio.

 

Ma per me è un sollievo e una fortuna

che egli in un duello sia morto.

– Non è stato ucciso, e io non vi sopporto, –

gli dissi, ma non avete colpa alcuna.

 

Perdonate la voglia delle mani

di possedere. Facciamo un patto:

A me l’oggetto, a voi il ritratto:

come premio, vendetta, piaceri vari.

 

Il vecchio chiese: – Non vi ho turbata

con queste sventure remote?

– No, ho ricordato quel pronipote, –

dissi, – solo per lui sono rattristata.

 

E se a un tratto, in scienze erudito,

il nuovo lettore noterà a sua volta:

– E’ tutta una menzogna a lungo svolta, –

risponderò: – E’ vero, caro amico.

 

La vita sobria sarebbe complicata,

se gli antiquari così agissero

e gli oggetti tutti si animassero,

e se la morte quello avesse incontrata.

 

Ma no, in casa mia il ritratto è al sicuro!

E il fruscio degli  scarpini da ballo!

E le candele! E il suono del cristallo!

E in questo c’entra il pronipote, lo giuro.

 

1964