Archive | dicembre, 2015

Confronto di due poesie polacche sulla giovinezza

26 Dic

 

 

Leopold Staff

Leopold Staff

Antoni Słonimski

Antoni Słonimski

 

   Due grandi poeti polacchi del secolo scorso – Lepold Staff (1878-1957) e Antoni Słonimski (1895-1976), hanno scritto una poesia in cui il principale messaggio è la lode della giovinezza. In quella di Staff il soggetto lirico è il poeta stesso che torna coi ricordi alla primavera della vita, mentre la lirica di Słonimski è piuttosto un manifesto-decalogo della giovinezza. “Dal tenebroso fiume” (lo Stige) è come un bilancio fatto al crepuscolo della vita, in cui Staff ci offre ricordi, quadri della sua esistenza e medita sul tempo trascorso. Słonimski invece ammonisce, accusa quelli che non sanno approfittare dei doni della giovinezza. Egli la considera un dono di cui bisogna godere con tutti i suoi lati positivi e negativi. Ecco le due poesie nella mia versione.

 

Leopold Staff

Dal tenebroso fiume

Dal tenebroso fiume il vento arriva

E porta l’aroma di ricordi offuscati.

Come i maestri Italiani il paradiso –

La memoria dipinge gli anni passati.

 

Poi l’elmo, la spada e l’impeto del viaggio,

La punta della lancia col fuoco forgiavo,

Quando della tempesta gli abiti vestivo

E verso la Colchide ardito navigavo.

 

Sfrenati slanci e alate ambizioni,

Audacia boriosa, sentimenti estremi…

Poi la via smarrita, le colpe, gli errori

E in terra spezzati giacevano i remi.

 

 

 

Nelle rovine un ragno tesse la sua rete,

I debiti del bel tempo occorre pagare.

Ma io rimpianti non provo, no, non provo!

E tutto ciò che ho fatto vorrei rifare.

 

Poiché nelle follie della gioventù,

Tra il volo, la burrasca e il clamore,

C’è qualcosa più saggio della saggezza

E più ragionevole della ragione.

 

 

Antoni Słonimski

 

Credo

 

Furfante è il giovane che cede ai compromessi,

Che vuole gonfia la tasca e piena la pancia…

Che non sogna come quello di Cervantes,

Per toccare il sole con la punta della lancia.

 

Da spregiare è chi cerca solo il piatto pieno,

Chi nel suo impeto alla prudenza cede,

Chi non sprizza scintille dalla propria audacia,

Chi non come aquila, ma volpe procede.

 

La gioventù dev’essere tagliente e repentina,

E come barca vichinga fendere la vita,

Col suo occhio ardito nei recessi vedere,

 

E prima d’essere un vecchio debole e accorto,

Prima che il volo d’aquila venga interrotto,

Non si trasformerà in un trampoliere.

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Velemir Chlebnikov nella poesia di Gennadij Ajghi

11 Dic

 

 

Gennadij Ajghi

Gennadij Ajghi

Velemir Chlebnikov

Velemir Chlebnikov

  

 

Questa è la mia traduzione di un articolo del musicista e storico della letteratura russa Dmitrij Aleksandrovič Paškin, nato nel 1977. L’articolo è del 2002.

 

…Tra gli autori che hanno dedicato i propri versi a Velemir Chlebnikov troviamo anche Gennadij Ajghi, uno dei poeti contemporanei più interessanti. In occasione del centenario della nascita di Chlebnikov, nel 1985 egli scrisse un saggio, pubblicato in Russia soltanto nel 1994, dal titolo Foglie al vento della festa, inserendovi un ciclo di sette strofe basate su un tema unico, con una propria valenza creativa e una profonda autoanalisi. Fanno da contrappunto a questi versi l’immagine degli occhi azzurri: “…e risplende l’anima dagli occhi azzurri…”, “…innumerevoli e solitari – gli occhi di Velemir…”. Tutto il testo del ciclo si tinge di azzurro, fin dalla prima strofa. Una delle fonti di questa immagine la troviamo nella biografia di Chlebnikov: la maggior parte dei contemporanei, descrivendo i lineamenti del poeta, invariabilmente si soffermavano su questo dettaglio degli occhi azzurri; basta ricordare il famoso paragone di David Burljuk “occhi come un paesaggio di Turner…” Per Ajghi gli occhi di Velemir sono limpide stelle; questa comune metafora assume un accento sorprendente, quando il discorso cade proprio su Chlebnikov. Questa profondità, purezza, qualcosa di primordiale, gli era insito, come a nessun altro; persone così diverse tra loro come Nadežda Pavlovič, Anatolij Marienhof, Vadim Šeršenevič, Ivan Gruzinov, – tutti vedevano nei suoi occhi come lo splendore dell’eternità o, più esattamente, una certa atemporalità. V. Šeršenevič: “Chlebnikov fissa lo spazio con i suoi occhi abbagliati”; N. Pavlovič: “Era sorprendente. Proprio gli occhi di un bambino e di un chiaroveggente”…Ma in Gennadij Ajghi gli occhi costantemente si trasformano e assumono i lineamenti del volto…: “e sempre più luminosa è l’immagine, sempre più diafana…” Ciò che colpisce è che il volto di Chlebnikov risulta in qualche modo anche il volto di Ajghi. “In ogni sua pagina-quadro appare il volto del mondo, il volto di Dio…”, scriveva V. Novikov. E nella seconda strofa del ciclo dedicato a Chlebnikov, egli dice: “anch’io sono un po’ il volto!” – Ajghi guarda Chlebnikov e vede se stesso; il poeta a un tratto mostra non semplicemente l’affinità creativa o la comunanza delle concezioni, no, Ajghi vede in sé e in Chlebnikov lo stesso Volto: quello della Poesia, dell’Universo, l’immagine dell’infinito…In Ajghi troviamo un gran numero di richiami a concrete creazioni di Chlebnikov. Un altro refrain del ciclo è rappresentato dalle parole ripetute due volte: “ferito dalle pallottole assonnate di Chlebnikov”… La profondità dell’immagine si decifra soltanto attraverso un richiamo a un contesto storico. Ajghi come studioso era sicuramente a conoscenza della reazione di Majakovskij (riferita da Roman Jakobson), dopo aver letto un frammento del poema Sorelle-folgori di Chlebnikov: “Ah, se sapessi scrivere come Vitja!..” Per Majakovskij una confessione decisamente fenomenale, unica, assolutamente priva di analogie! E ciò fu detto a causa dei seguenti versi di Chlebnikov: “Dalla strada dell’alveare//Pallottole come api.//Vacillano le sedie…” Da queste pallottole risultò ferito anche Ajghi: egli fece esattamente eco alle parole sfuggite a Majakovskij, stendendo attraverso decenni il filo del riconoscimento e dell’entusiasmo per l’acutezza e la precisione della frase poetica di Chlebnikov. Ma il refren conduce oltre; nel finale del ciclo sono indicate le circostanze e il luogo dell’azione: la periferia di Mosca e la necessità di alzarsi il giorno dopo alle nove del mattino. Organizzando con questa indicazione un particolare cronotopo, Ajghi sposta il testo in una realtà del tutto diversa, nel mondo del sonno, gettando un ponte dalla realtà del lavoro notturno, finché è buio, al mondo ultraterreno e sonnolento dell’ispirazione poetica…

Il tema del sonno occupa nella poesia di Ajghi un posto del tutto particolare, è uno specifico stato della coscienza, è la chiave per capire tutta la sua creazione; egli stesso dice: “Il sonno per me è un genere…” Nel ciclo Foglie al vento della festa, non possiamo non rilevare la parola “дорози” (strade) dell’antico slavo, anziché “дороги” (strade) del russo moderno, usata da Chlebnikov nella sua poesia O Rus’, sei tutta un bacio nel gelo.. (1921) e ripresa due volte da Ajghi nella seconda strofa del ciclo tra virgolette. Anche qui egli mostra in primo luogo ancora un’altra fonte chlebnikoviana del suo “colorito” poetico e, in secondo luogo, si serve di un tratto tipico della poetica di Chlebnikov: l’amore per i termini del vecchio slavo, per l’antico russo. Non a caso appare anche la frase sulle “leggi del tempo” e l’immagine della struttura del verso, così importante per la tarda creazione di Chlebnikov.

Il ciclo del giubileo è non solo un omaggio al Budetljanin, ma anche una riflessione sulla creazione poetica nella sua categoria superiore, una riflessione sulla eterna e creativa autoespressione dell’anima. Svelando di poesia in poesia tutti i nuovi tratti della creazione di Chlebnikov, Ajghi al tempo stesso mostra il suo ritratto e il colloquio acquista qualitativamente un’altra dimensione: il discorso si avvia subito in nome di due anime affini che contemplano l’eternità: in nome di Ajghi-Budetljanin, in nome del Poeta. Immergendosi interamente nella propria creazione, Ajghi, come Dante dietro a Virgilio, procede dietro a Chlebnikov – guida, esamina l’occulto, dove trova non tanto un alleato, quanto le stesse profondità dell’Io. “E i suoi sogni – sogni di beatitudine”, scriveva l’autore a proposito di Chlebnikov. Tale beato e puro suo sogno di Velemir, sogno di se stesso e, in fin dei conti, dell’Anima cosmica, primordiale, traspare dai versi di Gennadij Ajghi, asceticamente parchi, ma brucianti come acido cloridico, vaghi e irritanti , come il ricordo dei sogni dell’infanzia.

 

                                                                               Dmitrij Aleksandrovič Paškin

 

Gennadij Ajghi

 

Foglie al vento della festa

(Nel centenario di Velemir Chlebnikov)

 

1

il fuoco come esclamativo di Chlebnikov

2

con l’azzurro dell’anima di Velemir

tagliano infantili – candide

con suono innocente strade *

è la voce di un bambino e il saggio

sguardo di un contadino! e le strade

nello stesso Campo – Russia

si uniscono e divergono:

con l’immagine lontana di Velemir!

anch’io sono un po’ il volto! talvolta

come se dal dolore già quasi musorgskiano!

e tagliano – come curano – la tristezza in taciti campi

nelle strade del volto chinato – in questo minuto

dall’azzurro celato – le strade *

 

3

 

ferito dalle “pallottole assonnate” di Chlebnikov

sussulto – visibile

dagli angoli – creati con impulsi

dalla frana del sonno! – schiarendosi

di bianchezza – interrotta da una quantità

di immagini dell’anima dalla profondità dell’oblio

penetranti – senza volti

 

4

 

ma le stelle

limpide (ed eterne saranno

se

il Tempo si annullerà) limpidi

innumerevoli e solitari –

gli occhi di Velemir

l’Ultimo

il Primo

 

5

 

“l’intelaiatura io ho posto” tu stesso dicevi

delle poetiche travi

di tronchi di metafore che splendono – solide

con suono vasto – naturale

come l’aria – nel tempo della messe!

puro legname “da lavoro”

più del novantapercento

nel quale il tritume degli obbligatori “poetismi”

non c’è – come non c’è il lusso

in una casa di contadini

 

 

6

 

e risplende l’anima dagli occhi azzurri

dalla rete delle illusorie “leggi del tempo”

e sempre più luminosa è l’immagine: sempre più vicina

e più trasparente che ha amato la spiga come un bambino

 

7

 

ferito dalle “pallottole assonnate” chlebnikoviane

finisco di dire – sussultando

per le estremità e i distrutti centri

del sonno che vede e del sonno

che non vede – disperdendo – me

e l’operazione – svegliarsi

il 29 alle 9

di mattina a Mosca – in periferia

 

23-29 settembre 1985, Mosca

 

 

* Nel testo russo: „дорози”, anziché “дороги”.

(Versione di Paolo Statuti)

Velemir Chlebnikov

O Rus’, sei tutta un bacio nel gelo!

O Rus’, sei tutta un bacio nel gelo!

Azzurreggiano le notturne strade. *

Da un lampo azzurro le labbra sono fuse,

Azzurreggiano insieme quello e quella.

Di notte un lampo si sprigiona

A volte dalla carezza di due bocche.

E le pellicce a un tratto avvolge agile,

Azzurreggiando, un lampo senza sensi.

E la notte splende saggiamente e nera.

 

Autunno 1921

 

* Nel resto russo: “дорози”, anziché “дороги”

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

Nikolaj Nekrasov: “Madre”

4 Dic
Nikolaj Nekravov

Nikolaj Nekravov

La madre del poeta

La madre del poeta

 

   Nikolaj Nekrasov nacque il 10 dicembre 1821 a Nemirov, nel governatorato di Podolia. Il padre Aleksej Nekrasov (1788-1862) era ufficiale dell’esercito zarista. Si innamorò di lui la bella e colta Elena Zakrevskaja (1801-1841), figlia di un nobile di origine polacca. I genitori erano contrari al matrimonio di Elena con il non ricco e illetterato ufficiale, ma lei lo sposò ugualmente nel 1817. Non fu una unione felice. Il padre del poeta, un uomo squallido e brutale, dedito al gioco, alla caccia, alle gozzoviglie, era l’esatto contrario della madre del poeta, dal carattere quieto e mite. Nekrasov adorava sua madre, alla quale dedicò molti bellissimi versi, identificandola con la donna-martire russa.

Nel 1838 il giovane Nikolaj fu inviato dal padre a Pietroburgo, alla scuola militare per i figli dei nobili, ma il poeta preferì prepararsi agli esami di ammissione all’università. Come conseguenza il padre lo privò di ogni mezzo di sostentamento, costringendolo a cercare diversi lavori occasionali e temporanei. Tuttavia leggeva con passione scrittori come Puškin, Lermontov, Deržavin, Žukovskij, e cominciò a comporre diversi quadri della vita pietroburghese, prendendo a modello Gogol’ e Dostojevskij. A Pietroburgo restò alcuni anni – anni “di fame e di freddo” e di sacrifici, prima di affermarsi e di entrare con tutti gli onori nel mondo letterario.

Nel 1877, già lottando contro la morte, scrisse una delle sue opere più belle dal titolo Dal poema: “Madre”. Non c’è forse in tutta la letteratura russa una poesia con tale forza espressiva nel manifestare i propri sentimenti verso la madre, nella quale egli vedeva l’ideale umano. Dobbiamo sottolineare a tale proposito, che Nekrasov elevò in generale il ruolo e l’importanza della donna nella vita sociale.

Trascurando se stesso e la salute, di debole costituzione fisica, il giornalista, poeta, critico letterario, redattore ed editore nella stessa persona, non aveva tempo per la sua vita privata. Solo all’inizio del 1870 entrò in relazione con la giovane popolana Viktorova, che egli chiamava Zina, e la sposò poco prima di morire. Era eccitabile di natura, si agitava continuamente, a volte pieno di energia e a volte in preda alla pigrizia e allo spleen. Morì a Pietroburgo nel 1877, all’età di 57 anni. Ai suoi funerali partecipò un’enorme folla in rappresentanza di ogni ceto sociale. Nel cimitero di Novodevic’e il saluto di addio fu pronunciato da Dostojevskij, Plechanov e altri. Quando Dostojevskij paragonò la scrittore a Puškin, si levarono molte voci indignate: “Più in alto, più in alto!”.

E’ indubbio che nessuno dei poeti russi della seconda metà del XIX secolo ebbe in vita una tale fama, nonché tanti amici e nemici, quanti ne ebbe Nekrasov. Egli fu tra i primi a scorgere la nascita del proletariato russo, la fatica morale e fisica dei contadini. I nemici lo accusavano di “macchiare la poesia” con una tematica indegna della parola rimata, cioè con la meditazione sulle sofferenze del popolo, delle donne e dei contadini in particolare. Ma Konstantin Bal’mont, uno dei teorici del simbolismo russo, disse che “Nekrasov occupava un posto pari a quello occupato dai grandi poeti russi del XIX secolo: Puškin, Lermontov, Tjutčev, Kol’zov”. Scrive Ettore Lo Gatto: «“Poeta della vendetta e della tristezza”, egli ha saputo trascinare a sé i cuori dei giovani, che nei quadri tristi della vita russa da lui dipinti, non attingevano pessimismo, ma ardire e certezza di vittoria… Spesso sentimentale e freddo, Nekrasov non mentì mai nell’espressione dell’amore che nutriva per il popolo; spesso retorico, non esagerò mai quando la sua poesia era celebrazione di spirito di sacrificio, di fede in un avvenire migliore».

 

Ecco la mia traduzione, forse inedita in italiano, del poema “Madre” di Nikolaj Nekrasov.

 

Dal poema: “Madre”

 

1

 

Nel nostro secolo beffardo e arrogante,

Non suscita sentimenti umani

La parola “madre”, seppur così grande.

Ma sono avvezzo a sdegnare le usanze.

Io non temo lo scherno così di moda.

Tale musa mi ha dato la sorte:

Essa è libera: schernisce o loda,

Oppure tace, come altera schiava.

In molti anni tra lavoro e trascuranza

Per vergognosa viltà io evitavo

La nobile e tormentata sembianza;

Per la sacra memoria… E’ giunta l’ora!..

 

Il mondo ama gli orpelli e i sonagli,

La folla non riconosce gli amici,

Essa porta lodi, corone e lauri

Solo a chi la sferza duramente;

La corona intrecciata dalla folla

Brucerà la fronte della martire obliata –

Io non le offro una corona tardiva,

Ma voglio che nella notte profonda,

Splenda per voi la sua luce viva,

Simili a lei o cuori infelici!..

 

Forse io di biasimo son degno,

Turbando il tuo sonno, o madre? Perdona!

Ma tutta la vita per la donna io peno.

Al suo riscatto son chiuse le strade;

Per conquistare la sua libertà,

Le forze già mi vengono meno,

Ma tu le insegnerai la ferrea volontà…

Benedicila, o madre: l’ora è scoccata!

Il petto è gonfio di suoni disperati,

E’ ora di offrire loro il mio pensiero!

Il tuo amore, i tuoi tormenti sacri,

La tua lotta, il tuo sacrificio io canto!..

 

2

 

Io lasciai presto la casa natia.

Sedicenne mi guadagnavo il pane,

(Nella capitale cercai la mia via.)

E nel frattempo ogni tanto studiavo.

A vent’anni, con la testa affaticata,

Più morto che vivo soffrivo la fame,

Ma con alterigia ritornai a casa.

Rividi la campagna, i campi, il Volga.

 

Tutto come prima – i campi e le persone…

E sempre lo stesso amato fiume…

Ma con una novità: il battello a vapore!

Ma fu un attimo di vita piena.

Tu gorgogliavi – come ruota del mulino

Girando – o caro corso d’acqua,

E le rive facevano un sonnellino.

Tutto sonnecchiava: zattere e battelli,

E sul fondo del traghetto anche il burlàk;

Egli si sveglierà – e tu Volga rivivrai!

Ho riudito il ritmo lento delle note…

Verrò ancora qui ad ascoltare i nipoti,

Dove sento voi, o padri e figli cari!

Ormai per cos’altro io vivrei mai?

 

A un tratto dal sonno e dal torpore preso,

Nell’afa meridiana entro nel giardino;

In esso le fonti brillano e scrosciano.

Ascoltando il loro canto impetuoso,

I tigli misteriosamente frusciano.

Li amo: sotto la loro chioma verde,

Quieta come la notte e come ombra lieve,

Tu, madre mia, ogni giorno passavi.

 

Presso la lapide dove giaci, o cara,

Ho rammentato, turbandomi e sognando,

Che avrei potuto rivederti ancora,

Ma tardai a venire! E al mio lavoro

Fui destinato e alle brame, alle avversità,

Fui trascinato dall’onda della Nevà…

Non sotto il cielo di famiglia tu giaci –

Là si soffoca, là il sole si cela;

Non giacerà là neanche il tuo poeta…

…………………………………………….

…………………………………………….

…………………………………………….

…………………………………………….

E finalmente entrai nella vecchia casa:

Nuovo il pavimento ed altre cose ancora;

Ma di ciò non mi davo pensiero.

Esaminai, conservati da mio padre,

I tuoi lavori, le carte restate

E una lettera attirò la mia vista.

Una con lo stemma e bellamente orlata,

Piena di parole ardenti e appassionate,

Ora in polacco ora in francese scritta.

 

Rammentavo qualcosa vagamente:

A lungo sospirando ogni secondo,

Leggevi tu nella mia lontana infanzia,

Sola, nel giardino; pur non sapendo niente,

Io capivo che ti causava dolore,

Mia cara, – io di bruciarla fui lieto,

Ancora oggi quella lettera odio.

Notte fonda! Mi affretto in giardino…

La cerco, voglio abbracciarla con ardore…

Dove sei? Accogli il mio saluto, o madre!

Mi risponde solo l’eco indifferente…

Scoppiai a piangere; ah! lei non c’è più!

 

La luna spuntò e inargentò il giardino,

Sotto i tigli immobile restavo,

L’ombra dei quali l’amata tanto amava.

Io l’aspettavo e l’attesa non fu vana…

Ora a lenti, ora a rapidi passi

Ella viene; la lettera nella mano…

Ella viene…lo sguado attento scorre

Su di essa con angoscia e tristezza.

“Tu di nuovo con me! – non volendo esclamo. –

Tu di nuovo con me…” Gira la testa…

Un debole pianto, un sussurro! Io ascolto

Le parole della lettera, che già conosco!

 

3

La lettera

 

Varsavia, 1824

 

O quale notte oggi ho passato!

Oh, figlia mia! che cosa ci hai fatto?

A chi, a chi affidasti il tuo destino?

Quale paese al tuo hai preferito?

Ho sognato: eri braccata dai cani,

Tra le nevi russe tu erravi.

 

Era inverno, una notte maledetta,

Ardeva un falò, acceso da selvaggi,

E presso il fuoco con gli occhi chiusi

Giacevi tu, figlia mia diletta!

 

Nereggiava intorno un bosco atro,

E mugghiava… la notte era lunga,

Tu gemevi, come schiavo con l’aratro,

E alla fine sei impietrita – sei morta!..

 

Oh, quanti sogni…quanti cupi pensieri!

Io lo so, Dio punisce i cuori ribelli,

Io credo ai sogni e piango, come bambina…

Di tutta Varsavia siamo gli zimbelli.

La tua mano egli cercava come la fama,

E di lui ti innamorasti davvero,

Hai preso a cuore un ufficiale, un militare,

Ti invaghisti di un selvaggio! è vero,

Mi sembra che abbia modi decorosi,

Che sia intelligente non posso negare.

Ma la sua indole, l’educazione…

Firmando sa scrivere il suo nome?

Perdona! provo in petto l’indignazione –

Non posso, non devo in silenzio restare!

 

…………………………………..

La natura là è inclemente,

La tua bellezza perderai per sempre;

Alla tua treccia dovrai rinunciare,

Là, perdona: solo “piangere e amare”.

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………………………………….

Per l’ultima volta tua madre ti bacia –

Io convincere una fuggiasca non devo;

Il tuo destino è nelle tue mani:

Torna in famiglia, sii fedele ai tuoi avi –

O, maledicendoli l’intera vita,

E per sempre da me smarrita,

Come una rinnegata rimani là,

Spregiata schiava di un moskal’.

………………………………….

Mi svegliai. Le fonti risonavano,

E gli uccelli sui tigli cantavano.

Nella mano la lettera…non tua, mia cara!

Turbato, chinai tristemente il capo.

La natura era ancora addormentata;

La luna si specchiava nello stagno;

Le lappole guardavano immobili,

Come carcerati da una casamatta.

………………………………….

………………………………….

………………………………….

………………………………….

Detti un’occhiata ai libri che mia madre

Aveva portato con sé da lontano,

Delle note in margine leggevo:

In esse il suo spirito scoprivo.

E di nuovo io piangevo, e pensavo

Alla lettera e la lessi di nuovo,

E la dolce anima affranta, in essa

Per la prima volta nella sua bellezza

Mi apparve e inseparabile è rimasta,

O Madre-martire! dal tuo triste figlio;

Te e le tue orme cercavo dappertutto,

Il mio tempo libero a te era dedicato.

 

La tua pallida mano che mi accarezzava,

Quando presso il fuoco che si smorzava

Nell’infanzia io sedevo accanto a te,

A volte al crepuscolo mi apparivi,

E la tua voce al buio sentivo,

Piena di affetto e di melodia,

Con la quale mi narravi le fiabe

Di cavalieri e di re, o madre mia.

 

Poi, quando Dante e Shakespeare leggevo,

Mi sembrò d’incontrare volti noti,

Perché le immagini dei loro mondi

Nella mia mente avevi già impresso tu.

E presi a ricordare, dove col pensiero,

Dove con l’anima, o martire, vivevi,

Quando intorno la violenza trionfava,

E ululavano i cani nel canile,

E la bufera le finestre imbiancava…

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………………………………

Scendendo un’invisibile scala

Io verso l’infanzia scendevo, quando

Tu eri ancora la mia bambinaia

E il mio angelo-custode, cara mamma.

 

In un altro paese, anch’esso infelice

Ma meno rigido tu sei nata,

Nel settentrione misero e cupo

A diciott’anni sola ti sei trovata.

Cessò di amare chi spartì la tua sorte,

E tu seguisti in un paese straniero, –

Egli non è più tuo, ma tu lo amavi,

Tu puoi amare solo fino alla morte…

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Tu alla lettera hai risposto tacendo,

Per la tua strada intrepida sei andata.

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………………………………

Tuonava il piano, e la tua voce afflitta

Era quella di un’anima sofferente,

Eppure eri tranquilla e sorridente:

“Infelice son’io, vessata da un altro,

Ma di fronte a te, donna di uno schiavo!

Di fronte a uno schiavo curvo sull’aratro,

Il mio destino – è un destino invidiato!

Infelice sei tu, o patria mia! Lo so:

Tutto il paese è prigioniero e trepida,

Ma il paese, dove io amo e muoio,

E’ assai più infelice, più infelice!”

Caos! tendo alla passione, al delirio!

Caos! a stento balena la mente

Del poeta, ma devo compiere il voto

Sacro della gioventù, prima della tomba!

Lo capiranno o no – sarà eseguito!..

 

Tardai a venire! Io come si conviene

Non posso fare il lavoro sospirato,

Ma oserò in un quadro stringato

Il tuo destino, mia cara, contenere.

 

E io potrò!.. L’arte mi aiuterà,

Mi aiuterà la morte – presto le servirò!..

Una piccola lacrima da un grande cuore…

Diventata un oceano sconfinato!..

………………………………..

 

 

Vent’anni di sacrifici hai patito,

Finché il tuo cammino non è finito.

E non invano nella steppa senz’acqua

Scorreva una sorgente per gli assetati.

E non invano splendeva il tuo amore:

Come nei cieli, per quanto oscurati,

Ma se la notte si arrende già all’aurora,

Tutto alla fine un raggio di sole vedrà!

 

E brillò il tuo giorno! Tu hai vinto!

Ai tuoi piedi è il padre dei tuoi figli,

I tuoi da tempo ti hanno perdonata,

Bacia uno schiavo il tuo serto spinato…

Ma…vent’anni!.. Con dolcezza, morendo,

Hai sospirato…e in silenzio sei morta!

Oh, quanta forza hai mostrato, mia cara!

In che modo la vittoria ti ha premiata!..

 

La tua anima splende come diamante,

Frantumato in migliaia di grani

Nella tua grande opera non vista.

Davanti ad essa ho chinato la testa,

Io la canto (dammi le forze, o cielo!..).

Destinata a una lotta modesta,

Tu non potevi sfamare l’affamato,

Tu non potevi lo schiavo liberare.

 

Ma tu gli hai tolto la sua paura,

Grazie a te dal tremito e dalla polvere

Più volte levò lo sguardo al cielo

E la sua anima sentì più sicura…

Forse è meno di una goccia del mare,

Ma vent’anni! Ma a migliaia di cuori

Che sognano una minore sventura,

Sono ora più chiari i confini del male!

 

Il tuo signore gli istinti ereditari

Ora frenava, ora sfogava violento,

Ma se egli nei suoi folli sollazzi

Ai figli non dava il cattivo esempio,

E se la sua sfrenata libertà

Non portò a un punto fatale, –

E’ perché vegliavi tu su di lui,

Quando era preda dell’oscurità…

 

E se io facilmente col tempo ho tolto

Dall’anima mia le funeste tracce

Dell’aver calpestato la ragione,

E lodato l’ignoranza dell’ambiente,

Se io ho lottato con decisione

Per gli ideali del bello e del bene,

E se il canto che io ho composto,

Ha i tratti profondi del vero amore –

O madre mia, lo devo solo a te!

La mia anima tu hai salvato in me!

 

E sono felice! Sei uscita dal mondo,

Ma vivrai nella memoria della gente,

Finché in essa vivrà la mia lira.

Passeranno gli anni – ad essa qualcuno

Dedicherà la sua attenzione.

Saprà anche quale fu il tuo destino;

I resti obliati del poeta visiterà,

Ed anche per te egli sospirerà.

 

(1877)

 

 

 

(C) by Paolo Statuti