Archive | ottobre, 2016

Aleppo 2016

2 Ott

 

 

Aleppo 2016

Aleppo 2016

 

Dedico questa mia poesia alle sofferenze di Aleppo e alla crudeltà e stoltezza umana

 

Aleppo 2016

 

Aleppo…Aleppo…

perdona se non trovo parole

più fragorose

delle bombe lanciate su di te,

più lamentose

del pianto infantile,

più dolorose della fame,

più lugubri della morte…

Parole per descrivere

la barbarie e la crudeltà,

il martirio della tua città,

che guarda ormai soltanto

con le orbite vuote

delle finestre sventrate,

nella polverosa nudità

delle sue macerie…

Ma io, Aleppo, ancora ti sento,

con un filo di voce

dalla tua bocca insanguinata

si leva un grido soffocato:

– Vergogna uomo, vergogna,

dunque per questo,

per questo sei nato?!

 

(Paolo Statuti)

 

Mieczysława Buczkówna

1 Ott

 

Mieczysława Buczkówna

Mieczysława Buczkówna

La famiglia Jastrun negli  anni '60

La famiglia Jastrun negli anni ’60

 

   Poetessa, saggista, traduttrice e scrittrice di libri per bambini. E’ nata a Biała (oggi Bielsko-Biała) il 12 dicembre 1924 ed è morta a Varsavia il 3 maggio 2015. Durante l’occupazione nazista, studiò presso le suore orsoline che offrivano l’insegnamento clandestino superiore nel loro ginnasio e liceo pedagogico. Nello stesso periodo fece parte del gruppo di poeti legati al mensile Arte e Nazione, e del quale Andrzej Trzebiński e Tadeusz Gajcy erano i principali rappresentanti. Durante l’insurrezione di Varsavia prestò il suo aiuto nell’ospedale degli insorti.

Al termine della guerra si trasferì a Łódź, dove nel 1949 si laureò in filologia polacca presso la locale Università. Debuttò nel 1945 sulla rivista La campagna con le poesie Settembre e Soffio d’autunno, mentre la sua prima raccolta poetica Separazioni uscì nel 1949. Nel 1950 sposò Mieczysław Jastrun (1903-1983), poeta, saggista e traduttore, una delle figure più importanti nel panorama culturale del dopoguerra polacco. Abitavano a Varsavia, in un edificio dove gli organizzatori staliniani della vita letteraria, avevano dato un alloggio soltanto agli scrittori. Sotto lo stesso tetto vivevano tra gli altri: Artur Sandauer, Juliusz Żułaski, Bohdan Czeszko, Marian e Kazimierz Brandys, Adolf Rudnicki, Seweryn Pollak, Paweł Hertz. Il loro figlio Tomasz Jastrun (v. nel mio blog), poeta, prosatore e pubblicista, nato nel 1950, nella sua introduzione al Diario 1955-1981 del padre scrive: “Nel paese distrutto agli scrittori veniva assegnato un appartamento senza difficoltà, ma non era un gesto disinteressato. Ben presto tuttavia i generosi proprietari della Polonia Popolare si resero conto che molti degli scrittori da loro protetti, li tradivano e avevano iniziato a lottare per la libertà di parola”.

Dal 1965 Mieczysława Buczkówna diresse per 10 anni la sezione poesia dell’omonimo mensile. Ha pubblicato 15 raccolte di versi, l’ultima delle quali Amore è del 1990, e 2 di racconti, in parte basati sui ricordi. Ricordiamo anche i suoi saggi, tra i quali quelli dedicati alla poesia di Maria Pawlikowska-Jasnorzewska, Kazimiera Iłłakowiczówna, Cyprian Kamil Norwid e un ampio studio sulla creazione del poeta svedese Tomas Tranströmer, morto anche lui l’anno scorso.

Di Mieczysława Buczkówna il critico Ryszard Matuszewski ha scritto: “Pratica una lirica riflessiva e suggestiva con delicati mezzi espressivi e con uno stile epigrammatico, una lirica che registra osservazioni e sensazioni fuggevoli, soprattutto amorose, insite nella realtà di ogni giorno”. In particolare è stata messa in  evidenza l’intimità della sua poesia, la raffinatezza, la tendenza al paradosso e alla contraddizione, l’atmosfera fiabesca, nonché il motivo del disfacimento, e il caratteristico ritmo di cadute e risollevamenti.

Tradusse la poesia francese, svedese e russa (tra gli altri: Anna Achmatova e Osip Mandel’stam). Della sua poesia scrisse:

Nero e bianco

Un tempo – scrivevo

Con la nera sfiducia

Sul bianco foglio della speranza

Oggi – scrivo

Con la bianca speranza

Sul foglio nero della sfiducia

 

E della poesia in generale afferma: “Forse la poesia è un oggetto creato dal nulla, più esattamente: dalla nostra immaginazione. Un oggetto la cui materia prima sono le parole, così come nella scultura lo è il marmo, il legno, il metallo – e oggi tutto in realtà. Basta vedere le mostre di arte contemporanea. Lo stesso riguarda la pittura, che non è certo la fotografia – ad esempio i ritratti di Rembrandt…La poesia non è una lettera, un diario – benché possa contenere elementi biografici dell’autore. Non è nemmeno un gioco verbale – come avveniva e avviene in alcuni versi. Non è una moltiplicazione di significati – una luce scura. Non è un gioco del computer, non è un divertimento grafico…Oh, è più facile dire cosa essa non è, anziché cosa è! Aveva ragione un giovane poeta malato, ipersensibile, che si accomiatò dal mondo dicendo: “tutto è poesia”… Ma aveva ragione anche il grande poeta Leśmian, quando affermava: „tutto ciò che si dirà della poesia, non è vero…”

Ma cosa è vero? – si chiede la poetessa.

 

 

 

Poesie di Mieczysława Buczkówna tradotte da Paolo Statuti

 

 

Lo sguardo

 

Fuochi d’artificio lampioncini musica

La notte – sfera di un mago

La notte – conchiglia colma di musica

E io sola qui io con nessuno

 

Ballano bevono vanno a braccetto

Sfavillano le fiammelle di vino nel cristallo

E io siedo con un piccolo bicchiere d’acqua

Fumo lunghe sigarette

 

Uno scoppio di risa balena come razzo

L’anello d’oro rotola sulla tavola

La parete di musica rovescio al suolo –

Sei tu – mi hai guardata negli occhi

 

1947

 

Introduzione all’amore

 

*  *  *

Si spegne l’acqua

Spuntano gli usignoli

 

Nell’oscuro silenzio

La rosa se ne va nel viale del profumo

Le tue dita

Fioriscono nella mia mano

 

 

*  *  *

Questa parola tra di noi

Levigata come pietra

In tante mani scomparse

Con le spine che crescono di nuovo

Rimpianta con tanti sorrisi

Più veloce del pensiero

Strisciante nel folto dei sospetti

Così limpida – che solo la morte biancheggia

sul fondo

Perché si possano con dolore rifrangere

I raggi degli sguardi

 

Il cielo dei disperati

Grande come il fazzoletto di Desdemona

 

1955

 

*  *  *

alla memoria di Anna Achmatova

 

Un sordo fragore del mio cuore di notte svegliata

Ricordo Anna allibita – il cuore – il tamburo

Prima dell’esecuzione…sciogliere la benda

– L’unica mia colpa – il tradimento…dell’amore

Sono pronta sparate – un bagliore

Hiroshima e Nagasaki – un calpestio nelle tempie

Il galoppo –  g r a z i a t a  – troppo tardi!

Io lo amavo

 

La telefonata

 

Gli occhi come incontrandosi per la prima volta

Le bocche come se non si conoscessero ancora

Ammutolirono le quattro pareti

Il tempo trattenne il respiro

Quando

Il telefono squillò

Come sbattere di finestra aperta

Come un colpo di proiettile

– C’è – è in casa? –

 

Ma io non dirò se c’è

 

La cornetta nera soffocai nella stretta

Come serpe velenosa

 

L’ultima confessione

 

Il vuoto dopo la scomparsa di Dio

Senza tregua dentro di me risuona

Già da mezzo secolo

 

Coi peccati gravi dei miei sedici anni

Ero in ginocchio – sentivo il freddo mortale della chiesa

Il cattivo odore del confessionale il fiato del vecchio prete

Quando non capendo ancora chiedevo chiedevo

Balzò su gridando

Basta con queste domande – non c’è assoluzione

In te ci sono due satani!

 

Con frastuono lungo la chiesa vuota

Con gli zoccoli militari scappavo

trascinando a fatica i corpi dei miei ragazzi fucilati

 

Varsavia 1941-1991

 

Luminoso silenzio

 

Come dichiarare il loro amore

Quando loro stessi hanno chiarito col silenzio

Ciò che vieta di dire

Il diritto non scritto

Non scritto?

Eppure è scritto

Nella lingua nota perfino ai fiori analfabeti

 

Il rosso della rosa

S’inchina all’ora serale

E si confida con un sussurro

E un lieve soffio subito diffonde

La confessione del profumo

Così forte che nella notte più scura brilla

Leggibile e chiaro da lontano

Ciò che le labbra innamorate

Tradiscono con l’emozione

 

Così sempre ti troverò

Alla cieca

Anche in una parola oscura

Mio luminoso silenzio

Anche se dovessi arrancare

Nella neve fino ai ginocchi

 

La rosa bianca

Alla memoria di Mieczysław

Dio

Nell’insondabile silenzio del suo tempo

Dura l’incompiuto Requiem di Mozart

Egli completa la partitura – Lacrimosa

E il terribile crescendo svolge verso di sé

Prende nella misericordiosa Eterna Luce

 

Nel suo oscuro spazio

Egli legge i tuoi Monologhi silenziosi

Ti dà la «chiave dell’abisso»

E la «stella che apre il cielo»

 

Adesso la stessa Eternità dell’Universo è aperta

Per entrambi – senza nome né cognome

Nella fossa comune sepolti

In qualche Buco Nero

 

Poso su di esso una rosa bianca

 

L’amore e la chimica

A Marta Tomaszewska

E già cara Marta

Allora davanti al vino rosso

(mezza bottiglia a testa – quindi stordimento

certo) – era del più e del meno

– Psicoterapia con ansia e insonnia poi

Del libro di Hopking – se vale o non vale la pena

– Sui valori si può un intero trattato –

Delle unioni (non soltanto chimiche) tutte

Com’è noto effimere

Perché cos’è che dura qui?

E ammesso pure – come?

 

 

La notte di maggio era nei lillà e l’usignolo

Dietro la finestra parlava di sé alla luna e noi – del vino

E del perdono e se vivere ancora – come

Dell’inizio e della fine – del morire

E che ognuno ha paura – anche se nel tunnel c’è la luce

 

E già

 

Obory, 25 maggio 1991

 

Sotto flebo

 

Anziché l’amore

Le portava i fiori – gerbere rose fresie

Ciò non aveva importanza

Perché tanto non capiva la lingua dei fiori

 

Tutto non durava più

Di un sospiro di sollievo

Quando si chiudeva la porta

Ed era come il lungo sogno d’una vita infiorata

Non doleva nemmeno tanto

E quasi nessuno si risentiva

Il distacco avvenne con apparente intesa

Eppure

Poi a lungo esso si estingueva

Sotto la flebo dei ricordi

 

Il mare

 

Ritirandosi mi porta via te

Sulla fredda sabbia del tuo silenzio

Si spengono le meduse delle illusioni le pietre delle parole

Conchiglie vuote

Sibila in esse il tempo che fugge

 

Nel silenzio di tomba

Di nuovo di noi non sappiamo nulla

E ormai quasi non ci siamo più

 

Ma mi svegliano i delicati baci

Dell’onda che torna

E di nuovo mi prendi con la tua

Onda alta – di nuovo placata credo

Che non moriremo mai

 

Ma lo so – comincerà il riflusso

Rimarranno soltanto

Le impronte divergenti dei nostri piedi

Sulla sabbia bagnata

 

 

(C) by Paolo Statuti