Archive | maggio, 2012

Antoni Slonimski

20 Mag

Antoni Słonimski

 

   Poeta e prosatore, commediografo, umorista, brillante saggista –Antoni Słonimski rappresenta nella letteratura polacca il tipo della creazione impegnata e satura di contenuti umanistici. Era nato il 15 ottobre 1895 a Varsavia. Terminato il ginnasio studiò pittura e storia dell’arte a Varsavia e a Monaco.

   Debuttò come poeta nel 1918 con un ciclo di Sonetti. Nel 1920, assieme a Jarosław Iwaszkiewicz, Jan Lechoń, Julian Tuwim e Kazimierz Wierzyński, fu uno dei fondatori del celebre gruppo “Skamander”. Tra le sue raccolte poetiche uscite nel ventennio tra le due guerre, ricordiamo: “Czarna wiosna” (Nera primavera, 1919), “Parada” (La parata, 1920), “Godzina poezji” (L’ora della poesia, 1923), “Droga na Wschód” (La strada per l’Est, 1924), “Okno bez krat” (Finestra senza grata) – uscita nel 1935, nella quale è inclusa la nota poesia “Ai Tedeschi”. Quest’ultimo volume di versi rappresentò nella lirica polacca di quel periodo – una delle più potenti voci di protesta contro l’ondata di fascismo, sviluppatasi nell’Europa degli anni ’30.

   Antoni Słonimski va ricordato non solo come poeta, ma anche quale autore di pungenti e arguti feuilleton, come ad esempio le celebri “Cronache della settimana”, pubblicate dal 1927 al 1935 sulla rivista liberale “Informazioni letterarie” e trattanti tutte le questioni di attualità di quegli anni. Scritte con grande coraggio, esse costituiscono una straordinaria fonte d’informazioni sulla vita culturale del ventennio, sugli umori, gusti e sui problemi che travagliavano l’intellighenzia del tempo. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, queste cronache incantano per la loro verve polemica e l’arguzia dell’autore.

   Słonimski si cimentò brillantemente anche in campo teatrale, e le sue commedie: „Wieża Babel” (La torre di Babele, 1927), rappresentata per la regia di Leon Schiller,  “Murzyn warszawski” (Il negro di Varsavia, 1928), “Lekarz bezdomny” (Il medico senzatetto, 1930), “Rodzina” (La famiglia), furono rappresentate sulle scene polacche nel periodo tra le due guerre. Particolarmente “La famiglia”, una commedia che si burlava delle  teorie razziste dei fascisti, messa in scena a Varsavia nella stagione teatrale 1933/34, cioè nel momento in cui Hitler era salito al potere in Germania, riscosse molto successo.

   Durante gli anni della II guerra mondiale Słonimski soggiornò all’estero: dapprima in Francia e, dopo la disfatta – in Inghilterra, dove dal 1942 al 1946 diresse il mensile letterario “Nuova Polonia”, favorevole alla concezione di una Polonia democratico-popolare, libera dalle tendenze totalitarie degli anni ’30.

   Nei primi anni dopo la guerra il poeta fu direttore dell’Istituto di Cultura Polacca a Londra, e rappresentò la Polonia all’UNESCO. Tornò a Varsavia nel 1951 e da quel momento svolse un ruolo di primo piano nella vita culturale del paese. Negli anni 1956-59 fu presidente dell’Unione dei Letterati Polacchi e membro attivo di molte altre istituzioni e organizzazioni culturali, come ad esempio il Pen-Club.

   Negli anni ’50 e ’60 pubblicò tra l’altro le raccolte poetiche “Wiersze wybrane” (Poesie scelte) e “Rozmowa z gwiazdą” (Colloquio con la stella). A cominciare dagli anni ’60 appoggiò numerose iniziative di opposizione alle autorità comuniste, come ad esempio la “Lista 34” nel 1964 – una lettera di protesta sottoscritta da illustri scrittori e studiosi, indirizzata al primo ministro Józef Cyrankiewicz, per chiedere un attenuamento della censura e una maggiore disponibilità di carta, e il “Memorial 59” – lettera aperta degli intellettuali per protestare contro le modifiche della costituzione e soprattutto per l’inserimento in essa del ruolo guida del PZPR (Partito Unificato Polacco dei Lavoratori).

   Quella di Słonimski è una poesia estremamente matura, lirica, a volte ironica, a volte amara, ma che non perde mai la fede nella vittoria del pensiero umano. Vi troviamo sempre più spesso note di cupa tristezza, di delusione e dolore, molte meditazioni sull’inesorabile trascorrere del tempo, e l’inquietudine per le sorti della cultura umana.

   Liberale e pacifista, Słonimski ebbe numerosi, accaniti avversari sia a destra che a sinistra, ma ebbe anche moltissimi ammiratori, che egli commoveva con la sua lirica rivolta ai sentimenti e divertiva con il suo spirito arguto.

   Fino all’ultimo restò un uomo votato alla lotta e alla polemica: beffardo, ostinato, scomodo per coloro che non sopportano l’opposizione e la critica, paladino del coraggio, della rettitudine, della libertà di opinione.

   Morì il 4 luglio 1976 in un tragico incidente automobilistico e scomparve con lui non solo un grande scrittore, ma anche una delle più brillanti figure del mondo letterario polacco. Di Antoni Słonimski pubblico qui 5 poesie nella mia versione.

 

Antoni Słonimski tradotto da Paolo Statuti

Parole

Come un prete che più non crede, ma zelante

Usa ancor parole che gli furono sante,

E governa i suoi fedeli in adorazione

Non con lieta grazia, ma con triste ragione,

Così anch’io colgo parole che più non sento,

Quelle in cui da piccolo credevo, rammento.

Scrivo: fede, e nei codici, nei sacri testi

Leggo la coscienza come tanti riflessi.

Scrivo: progresso, e vedo come ognor fluisce

E muta il corso degli eventi e poi finisce.

Scrivo: vita, e vedo la materia vibrare

E quell’onda che si avvicina, poi scompare.

Scrivo infine: ragione e amore, e dietro queste

La quiete cerco ma sento solo tempeste.

E voglio invano placare il loro frastuono,

E ho per arma una parola sola: uomo.

 

Tutto

A Tolosa o Ankara,

in Italia o a Dakar,

a Lisbona o nel cuore dell’Asia

o nell’umida Londra,

trascinati dall’onda

ci perdiamo la strada di casa.

Che cos’è che sogniamo,

che cos’è che vogliamo,

quali gemme ci hanno rubate.

Non per la fama o gli agi

noi viviamo randagi,

ma per cose più nobili e sacre.

No non per il potere

ma bensì per giacere

con un libro all’ombra d’un pioppo,

con le voci dei campi,

le zanzare ronzanti,

e i cavalli lanciati al galoppo.

No non per comandare

ma bensì per tagliare

e dividerci il pane equamente,

per uscir sulla strada

nella notte stellata

e dormir sotto il cielo splendente.

Per guardare affacciati

i castagni spruzzati

dalla pioggia che sembra un tessuto,

e rifare al mattino

quello stesso cammino –

non è molto, eppure è tutto.

 

Ai Tedeschi

Mirando con orgoglio la città fumante,

Dal cortile un rozzo romano mise piede,

Con la daga arrossata, in casa d’Archimede,

Quando Marcello entrò a Siracusa trionfante.

Seminudo, impolverato, come un ossesso,

Irruppe immaginandosi un altro misfatto,

“Noli turbare circulos meos” – distratto

Disse Archimede, tracciando cerchi col gesso.

Sul cerchio, sul raggio e sul triangolo inscritto,

Come un ruscello vivente il sangue è piovuto.

Archimede, difenditi dal bruto!

Archimede che oggi verrà trafitto!

Il sangue è scomparso, ma il tuo spirito resta.

Ma no. Anch’esso perisce. Dov’è l’impronta?

I marmi della casa la vipera infesta.

E le rovine dell’Ellade il vento affronta.

1935

Lettera dal viaggio

Se dovrò morire in un viale italiano,

Tra i neri cipressi, all’ombra del caprifoglio,

Portatemi, vi prego, quanto più lontano.

Mantova è straniera. A Genova morir non voglio.

Non posatemi nelle vigne – troppo terso

E’ il cielo, lì la terra sotto il corpo cede –

Sotto il cielo nativo e piovoso sia messo,

Nel mezzo della città, sotto il marciapiede.

Tra tubi, fil di ferro, tra cavi e bulloni,

Trovi il mio riposo in un covo di topacci,

Su di me ruggisca il mulino dei demòni,

E la bestia con mille teste mi schiacci.

Col biancore delle ossa fenderò i flutti

Della folla, come fa un relitto incagliato –

Riportatemi nella patria, amici tutti,

Se morrò nella terra straniera che ho amato.

1922

Lirica

Lo so, andrò a piedi dalla stazione,

Anche se di sera era buio.

Difficile perdersi, seguirò i binari del treno

Lasciando le due acacie a sinistra.

L’odore del tabacco in fiore,

Il concime equino che profuma di miele

E lontano il fischio della vaporiera

Lungo, mesto, che si spegne pian piano.

Così come altre volte ho già sognato,

Riconoscerò la tua voce che chiederà: “Chi è?”

E mi prenderanno alla gola

Del ritorno la paura e la felicità.

“Chi è là?” – chiederai. Dirò: “Io – Antonio,

Sono qua.” Ancora un passo, mezzo passo.

E la mano tremante sentirò sulla  tempia

E il battito del cuore nell’oscurità.

“Non pensavo di spaventarti così!

Non accendere la luce, restiamo al buio.

Perché guardarci negli occhi non più nostri,

Se i cuori battono come nella giovinezza?”

“Perché sei tornato? Qui va male.” “Lo sapevo,

Ma per me conforto non c’era più,

Ho lasciato qui tutto ciò che avevo,

I nostri comuni sogni di gioventù.

1945

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

Wladyslaw Broniewski

18 Mag

Un grande poeta rivoluzionario

 

   Władysław Broniewski nacque a Płock il 17 dicembre 1897. Educato nello spirito dell’intellighenzia polacca, in cui erano vive le tradizioni delle guerre d’indipendenza e della poesia patriottica del romanticismo, fin dal tempo del ginnasio aderisce ai circoli studenteschi clandestini e a causa della sua attività viene arrestato. Durante la prima guerra mondiale, dopo l’occupazione di Płock da parte dei Tedeschi, il giovanissimo poeta abbandona la scuola e si arruola nelle Legioni. Nel 1918, nella Polonia ormai indipendente, sostiene l’esame di maturità. Nel 1920 prende parte alla guerra polacco-sovietica. Risale a questo periodo l’inizio della sua evoluzione idealistica, non priva di drammatiche tensioni, di ricerche e scelte contrastanti. Le esperienze belliche contribuirono a formare gli orientamenti di Broniewski: inizialmente pacifisti, più tardi sempre più radicali e alimentati dalla lettura dei classici del marxismo.

   Nel 1921 Broniewski lascia l’esercito e inizia gli studi universitari, e nel 1922 pubblica i primi lavori sulla rivista “Skamander”. Il suo avvicinamento alla sinistra radicale (all’Università di Varsavia entra a far parte dell’Unione della Gioventù Socialista Indipendente) lo lega agli artisti e agli ambienti culturali comunisti. Assieme a Witold Wandurski e Stanisław Ryszard Stande (entrambi emigrati nell’Unione Sovietica e vittime delle grandi purghe staliniane negli anni ’30) nel 1925 pubblica la raccolta di poesie “Trzy salwy” (Le tre salve). Fino al 1931, anno in cui fu arrestato con tutta la redazione della rivista “Miesięcznik Literacki”, Broniewski collaborò attivamente alla stampa dei periodici legati alla sinistra polacca. Nel 1925 esce la raccolta di poesie “Wiatraki” (Mulini a vento), seguita da “Dymy nad miastem” (Fumi sulla città), “Troska i pieśń” (L’ansia e il canto) e “Krzyk ostateczny” (L’estremo grido); nel 1929 uscì anche il poema “Komuna Paryska” (La Comune di Parigi), che venne subito confiscato.

   Dopo la disfatta del settembre 1939 lo troviamo a Lwów, dove a seguito di una falsa accusa nel ’40 fu arrestato dalle autorità sovietiche che allora occupavano la città. Liberato nel 1941, seguì l’armata del generale Anders in Medio Oriente e fino al termine della guerra soggiornò in Palestina. Durante l’occupazione nazista della Polonia uscì la celebre raccolta “Bagnet na broń” (Baionetta in canna), nella quale esortava tutte le forze patriottiche del paese ad unirsi nella lotta contro il flagello tedesco.

   L’incessante pensiero del martirio della Polonia, l’inquietudine per le sorti dei propri cari rimasti nel paese, il tormento dell’impotenza e della lontananza, e soprattutto la nostalgia per la natia Mazovia, per la Vistola e il paesaggio della campagna – creano la nota dominante del volume “Drzewo rozpaczające” (L’albero che si dispera), uscito a Londra nel 1945.

   Nel 1946 Broniewski torna in patria e da quel momento la sua poesia accompagnerà inseparabilmente la rinascita della Polonia dalle rovine della guerra. Il volume “Nadzieja” (La speranza), pubblicato nel 1951, inizia questa fase della creazione di Broniewski, satura di entusiasmo per la ricostruzione del paese e di incrollabile fede nel socialismo.

   Il profondo amore per la terra natia, per le incantevoli pianure della Mazovia, per le verdi rive della Vistola, i laghi e i boschi mazuri, i ricordi degli anni dell’infanzia, infine la matura meditazione sulla propria vita – colmano le strofe dei poemi “Mazowsze” (Mazovia) e Wisła (La Vistola). Queste due opere costituiscono al tempo stesso un’agenda lirica delle sensazioni, dei pensieri e sentimenti provati durante una spensierata peregrinazione attraverso il paese in compagnia della figlia.

   Particolarmente intense e commoventi sono le liriche dedicate alla moglie Maria, ex prigioniera ad Auschwitz e morta qualche anno dopo la guerra in un sanatorio svizzero, e alla amatissima figlia Anka, che morì nel 1954 gettando il poeta in una cupa disperazione. Nella poesia di Broniewski gli elementi del canto rivoluzionario s’intrecciano inscindibilmente con i più profondi sentimenti del poeta, con le sue esperienze personali. Appunto per questo essa possiede il dono di parlare al cuore delle persone semplici. Egli è il cantore delle bellezze della natura polacca, è maestro della parola e dell’immagine poetica, con le quali è riuscito a rendere la semplicità e la trasparenza raggiunte soltanto dai più grandi lirici. Broniewski fu il creatore della lirica rivoluzionaria polacca negli anni tra le due guerre, e uno dei poeti più popolari cimentatisi nella lotta per la libertà durante la seconda guerra mondiale. Morì il 10 febbraio 1962 a Varsavia. Di Władysław Broniewski presento qui sette liriche e il  poema “La Comune di Parigi” nella mia traduzione.

                                                                                    (Paolo Statuti)

 

 

 

Non so cos’è la poesia, non so perché c’è e a che serve…So che a volte chi legge dei versi piange… (Władysław Broniewski)

 

La tenda

Ho aperto la finestra e la tenda

mi è volata incontro,

come Anka

nella bara.

 

Le tende azzurre,

un fruscio…

Oh! mostrati dall’altra sponda!

Sei lì? Che bello!…

 

Che bello…che bello…è atroce,

o mia diletta…

Ora credo che non mi assopirò…

La tenda?…Ma eri tu?

1955

La promessa

 Cara figlia lontana,

che vuoto, che vuoto accanto a me!

Il cuore sanguina e aspetta,

esso non sa dimenticare.

 

Sei morta, ma non del tutto:

ancora insieme ci tormentiamo.

Ciò che ti promisi – manterrò:

la mia poesia porterò alla gente,

 

per dare pace e luce,

amore, speranza e gioia,

anche se non è facile, figlia mia,

portare la poesia e cadere sotto il suo peso…

La notte come orribile uccellaccio

si è seduta su di me e gracchia.

Le strapperò, le strapperò le ali,

sfuggirò, sfuggirò allo sconforto.

1955

 

Che m’importa

Se ho in mano un fucile che nella lotta non s’inceppa,

che m’importa della Libia, che m’importa della steppa,

della prigione, della vita randagia, della fame –

la gioia di soldato ho nel sacco, con le cartucce e il pane!

Non mi servono ricompense, né ghirlande di gloria,

ma solo scarpe robuste, per arrivare in Polonia.

Voglio che rimbombi sul sacro selciato di Varsavia

Il tacco rimesso a Narwik, il chiodo spezzato in Africa.

Quante terre abbiamo calcato, quanti paesi girato,

ma era sempre Polonia sotto ogni suola di soldato!

Che m’importa delle ricchezze – amo i canti più di tutto,

sette granate tedesche la mia casa hanno distrutto.

C’era attorno alla casa un giardino, e in esso fiori e piante…

Da quella terra le tedesche granate voglio estrarre!

Voglio baciare il suolo che da bambino ho amato tanto,

e se dovrò cadere, che ciò sia in Mazovia soltanto.

Che m’importa, compagno! Attraversiamo i continenti,

volano i nostri aerei, scorrono i nostri bastimenti,

noi mostreremo al mondo che la Polonia meritiamo,

purché la scarpa sia robusta e sia il fucile nella mano.

1943

 

Poesia

Come notte di maggio tu giungi,

che sonnecchia nel timo, d’argento,

come luna va il sonno più lungi,

e di timo profuma il tuo accento,

vai silente per tenebre insonni

– così il bosco di notte conversa –

frasi oscure, sussurri i tuoi sogni,

e ti bagna una voce sommersa…

Ma non basta! No! Questo è poco!

Il tuo suono ci offusca la mente!

Dona ai vivi un respiro di fuoco,

dona ali ed un vento ruggente!

Il sussurro a noi più non basta.

La tua voce è ormai fredda, meschina.

Col tamburo la marcia sovrasta!

Fatti sferza! Coi canti trascina!

Ci son gioie semplici e umane,

c’è una vita più bella e incorrotta. –

La tua voce sia il nostro pane,

stacci accanto e comanda la lotta!

Non ci serve la bianca vestale,

la notte il sacro fuoco non lede –

nella lotta sia come uno strale,

sia una torcia che al vento non cede!

Cambia, cambia le nostre parole,

dacci un canto più ardente e più schietto,

un amore infinito ci vuole

che ci strappi più pena e diletto!

Se nel canto hai bisogno dell’arpa,

se con essa si vincono i tuoni,

dimmi allor – le tue vene strappa,

siano corde e con esse si suoni!

Colpisca il canto fino alla morte,

che cessi il sibilo del serpente.

C’è dei versi più bella una sorte.

C’è l’amore. L’amore vincente.

Dunque, i toni più semplici rendi,

sian tra i semplici – i più pacati,

e nell’eterno i morti distendi,

come drappi dal vento stracciati.

1927

 

In treno

Guarda, corre il sermollino col cardo –

Chi sarà il vincitore? –

per darci ad ogni precario traguardo

della gioia l’odore.

Come dalla pena nella gaiezza,

ci sporgiamo dal treno,

contro questa gioia non c’è salvezza:

ci trascina al suo seno.

Di sorpresa e per un motivo ignoto,

nel sole che alto sta,

così come un alloggio, il cuore vuoto

s’affolla di felicità.

Silenzio nel cuore. Com’è facile

recargli turbamento.

Proteggi l’attimo, come una face,

riparalo dal vento.

1939

 

I miei funerali

Non c’è terra che più mi commuova,

non voglio, né lasciarla potrei,

con la Vistola e i venti di Mazovia

qui son frusciati i primi anni miei.

Campi e pioppi dalla mia stanza,

ed io lo so – la Polonia è questo.

Di qui la gioia, ma anche l’ansia,

qui nelle parole un’arma ho messo.

E capirà la terra le parole,

pur se come sangue stilleranno:

perfino i muri della prigione

ai versi come all’edera si danno.

Qui con la foglia più silenziosa

mi parlano i salici fidenti,

qui il mio cuore conosce ogni cosa,

qui morrò – dove altrimenti?

E quando morirò, coprimi bene,

o terra nota, nera, saggia,

e dei pioppi le lugubri catene

lascia che mi seguan col paesaggio.

Nel tumulto del fogliame argentato

oda gli alberi sul fiume stormire

tutto ciò che ho sentito ed amato,

tutto ciò che non finii di dire.

 

 

 

La Comune di Parigi

                                     Elle se ne rende pas la Commune de Paris

Ascoltando, sii forte,

le labbra stringi.

Ecco come affrontò la sorte

la Comune di Parigi.

                  I

Cupi rombavano i tamburi,

le prime fucilate

all’alba scheggiavano i muri,

sorgevano barricate.

 

Un fortilizio s’arrende,

la fine è vicina.

Come da vene il sangue scende

da ogni strada parigina.

 

Ma la Comune accetta la sfida,

per morire non è tardi!

Parigi rabbiosa grida:

“All’assalto, comunardi!

 

Lavoratori, all’assalto!

Figli! Donne! Vivremo!

Sangue a fiotti sull’asfalto,

ma anche per oggi ne avremo!

 

Prima che il canagliume

sui nostri corpi rovini,

alle barricate, o Comune,

all’assalto, cittadini!”

                    II

Laggiù i rossi son battuti,

ed ecco, d’acciaio splendenti,

a Montmartre son piovuti

di Versailles i reggimenti.

 

E là, dove a marzo han fucilato

I generali Thomas e Lecomte,

solleva l’arma un graduato

e urla davanti al fronte:

 

“Soldati! Questi furfanti

sterminate in un momento!”

I soldati ottusi e zelanti

ne addossano al muro oltre cento.

 

Al crepitio degli spari

il suolo si fa vischioso.

Sotto i chepì dei sicari

si cela l’occhio furioso.

 

                    III      

A Père-Lachaise già fioriscono i castagni,

profuma l’erba schiacciata da coloro

che in essa giacciono – i compagni

morti “in nome del diritto e del lavoro”.

 

Generale Galliffet, doma la rivolta,

che ai tuoi soldati si fiacchino le mani!

Oggi quaranta! Duecento alla volta!

Cinquemila! Diecimila domani!

 

Generale Galliffet, per l’esecuzioni

la Francia una medaglia ti darà!

Galliffet, hai il sangue sui calzoni!

Galliffet, assassino, puzzi di viltà!

 

Nel cimitero Pére-Lachaise il giorno langue,

biancheggia il muro nel buio serale.

No, non è l’erba che profuma – è il sangue!

Non è un cimitero – è un covo spettrale!

 

                     IV

Notte, notte d’incendi,

greve, nefasta.

La Comune come nembi

il pericolo sovrasta.

 

Capisaldi distrutti,

speranze allo stremo.

“Cittadini, presto tutti

a turno periremo”.

 

Dąbrowski a terra giace,

Raoul Rigault soccombe,

ai crocevia – una strage,

si scavano le tombe.

 

Tu, branco di sparvieri,

che il popolo disarmi:

generali, banchieri,

preti e gendarmi!

 

A Parigi! Vendetta!

I boia han decretato:

croce e baionetta

sul proletariato.

 

Ma Parigi sa morire,

Comune, alla riscossa!

Libertà! A te fluire,

la tua acqua è rossa…

 

                   V

“Cittadino Delescluze, giù la testa, incosciente!

La barricata cadrà, lì la morte è sicura!”

Ma il vecchio con la fascia rossa non sente,

sta ritto, poggiandosi al bastone, non ha paura.

 

Place Château d’Eau conquistata. Altrove,

a destra, si resiste, s’è arresa la riva manca.

“Cittadini, avanti!” Ma nessuno si muove.

Il vecchio è solo. Il vento arruffa la chioma bianca.

 

Passo passo, a fatica, giunse alla barricata,

e là, tra i cadaveri di cento comunardi,

come il capitano d’una nave abbandonata,

il delegato della Comune cadde.

 

Strepito e spari. I versagliesi fanno una barriera.

La strada è vuota. A terra solo quel corpo nell’ombra,

inerte, come dall’asta una lacera bandiera,

il selciato è il suo stendardo, e Parigi – la tomba.

 

                     VI

Incendi, incendi, incendi

E nel fumo ancora si spara.

Parigi, no, non ti arrendi!

Sanguinante, incantevole, amara!

 

Anche se dovrai cadere,

ché non c’è scampo oramai,

per vendicar Delescluze e Millière

gli ostaggi al muro metterai:

 

gesuiti, spie, un prete grasso,

un banchiere, un poliziotto…

Ma il numero è basso:

soltanto quarantotto.

 

                      VII

La morte s’affretta,

contate le ore:

la baionetta

sul lavoratore.

 

Inondazione

di sangue umano.

A lungo un rione

rintrona lontano.

 

Ancora non basta,

ancora si spara!

La pioggia nefasta

il cielo rischiara.

 

Carica! Fuoco!

Alla baionetta!

S’ode un grido roco:

“Non cedere, aspetta!”

 

                      VIII

Lotta, o barricata!

Muori, o barricata!

Canto di Parigi,

trasformati in rombo!

Come un rossoalato

stormo di uccelli

vola oltre i corpi

sull’ali del piombo!

 

Lotta, o barricata!

Perisci, o indomita!

Verrà la vittoria,

verrà il giusto premio.

O lavoratori,

tenetelo a mente!

O proletariato

di Francia e del mondo!

 

Muori, o barricata!

La bandiera in alto!

Invitta e libera,

cadi impassibile,

severa, l’ultima

nella morta città,

indistruttibile,

indistruttibile!

 

                   IX

Oltre trentamila i fucilati,

centomila gettati in catene.

Dissanguata, senza più boati,

Parigi intorpidita geme.

 

Un proclama è stato emesso:

“Parigini – c’è scritto –

nella città tornano adesso

lavoro, ordine e diritto…”

 

Il selciato divelto

mostra i denti di pietra,

stridìo di catene, a passo svelto,

marcia la soldataglia lieta.

 

Borghesia, ritorna da Versailles!

Ringrazia pure il tuo dio!…

Gli ultimi fuochi ardon qua e là,

le strade son vuote. Comune, addio!…

1928

Sulla Vistola c’è una città

Sulla Vistola c’è una città più bella della nostra morte,

quando la vita si smarrisce nella storia,

la città, dove è così bello vivere e morire,

la città della buona speranza.

 

O Varsavia,

o colonna fracassata,

o Varsavia,

distrutta come Maria,

Varsavia altera –

tu vivi ancora!

 

Scorre la Vistola da Cracovia, da Sandomierz,

da tutte le terre polacche.

Guarda:

Varsavia è ancora in piedi!

A chi alza la mano su di lei –

Una pallottola in testa!

 

Le impalcature nascondono la città,

sorgono fabbriche, case, cantieri…

Così cresce, così rinascerà

la nostra casa masoviana di ieri.

 

1945

 

 

A due voci

                                                  Ad Antoni Słonimski

 

Quando ti punteranno il coltello sul petto

ordinandoti di guardare la bara aperta,

cosa ti occorrerà, o nobile e fiero?

– Il coraggio.

 

E quando  cadrai, inflessibile, duro,

e il nemico il cuo cuore stringerà nella mano,

cosa ti occorrerà per morire senza un lamento?

– Il disprezzo.

 

Ecco sono già disperse le tue bianche ossa,

ma dell’azione i posteri si gioveranno.

Cosa vuoi per risuscitare in milioni?

– L’amore.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

Due sorrisi a confronto – Mona Lisa e Agatha

14 Mag

Con questo mio post intendo fornire agli studiosi uno spunto per un approfondimento di questo suggestivo confronto. Leonardo da Vinci dipinse “Mona Lisa” (77×53) tra il 1503 e il i506. Jan van Scorel dipinge la sua compagna Agatha van Schoonhoven (38.3×27.1) nel 1529. Non è escluso quindi che conoscesse il quadro di Leonardo. Si è scritto molto sul furto della “Gioconda” all’inizio del XX secolo, ma non tutti sanno che anche il ritratto di Agatha, che si trova nella Galleria Doria Pamphili a Roma, fu rubato da un ladro vestito da frate, che lo sostituì con una copia (ora conservata al Museo di Criminologia a Roma), per farla ritrovare poco dopo. Il sorriso della Gioconda, definito “il sorriso di tutti gli enigmi”, questo suo fascino malinconico e forse anche leggermente civettuolo, mi sembra di ritrovarlo nel sorriso di Agatha, anche se apparentemente esso sia meno  sibillino. Sono due sorrisi appena abbozzati, come se le due dame avessero una certa riluttanza a svelare i propri sentimenti. Il sorriso della Gioconda è  il massimo della  enigmaticità, c’è più da capire, da scoprire rispetto al sorriso di Agatha. Potrei dire che quello della Gioconda è un sorriso divino, mentre quello di Agatha è forse più umano, più intuibile. In ogni caso entrambi i ritratti sono l’opera di due grandi pittori e meritano di essere ammirati e studiati, sia dal punto di vista pittorico che psicologico. Queste sono le mie impressioni, voi che ne dite?

(Paolo Statuti)