Archivio | gennaio, 2017

Nikolaj Alekseevich Zabolockij

13 Gen

 

 

In un sito russo ho trovato e tradotto un interessante articolo anonimo sul poeta Nikolaj Zabolockij dal titolo «Coperta di baci, incantata…». Lo pubblico nel mio blog insieme con due poesie dello stesso poeta nella mia versione.

La nascita della poesia «Coperta di baci, incantata…» merita di essere conosciuta per la sua particolarità. Leggendola può sembrare che sia stata scritta da un giovane e ardente innamorato. In realtà la scrisse un serio pedante di 54 anni dai modi e dall’aspetto di un contabile. Inoltre fino al 1957, anno in cui Zabolockij pubblicò il suo ciclo «L’ultimo amore», la lirica intima gli era stata del tutto estranea. E a un tratto alla fine della vita ecco questo insolito ciclo lirico.

Nikolaj Alekseevič Zabolockij nacque il 24 aprile 1903 nei pressi di Kazan’. In gioventù studiò all’Istituto Pedagogico di San Pietroburgo ed entrò a far parte del gruppo di avanguardia oberiu. L’atteggiamento verso le donne e i membri del gruppo era puramente consumistico; Zabolockij era tra coloro che «sbraitavano furiosamente contro le donne». Švarc ricordava che Zabolockij e l’Achmatova non si sopportavano a vicenda. «Gallina – non uccello, donnetta – non poetessa» – amava ripetere il poeta. Egli conservò il suo atteggiamento sprezzante verso il sesso femminile per quasi tutta la vita. Ma ciò nonostante il suo matrimonio risultò riuscito e assai solido. Egli sposò una studentessa del suo stesso corso, una bella donna che fu moglie e madre affettuosa, nonché abile casalinga.

Pian piano si allontanò dagli oberiuti, i suoi esperimenti con la parola e l’immagine si ampliarono sostanzialmente e a metà degli anni ’30 egli era già un noto poeta. Ma una delazione contro la sua persona, avvenuta nel 1938, diede un duro colpo alla sua vita e alla sua creazione. Durante l’inchiesta lo torturarono, ma egli non firmò nulla. Forse per questo gli diedero la pena minima di 5 anni. Molti scrittori furono annientati dal gulag: Babel’, Charms, Mandel’stam. Zabolockij sopravvisse, grazie alla famiglia e alla consorte che fu il suo angelo custode. Lo destinarono a Karaganda e la moglie lo seguì con i figli.

Il poeta tornò libero soltanto nel 1946 grazie agli interventi di noti colleghi, in particolare di Fadiejev. Dopo la liberazione, Zabolockij decise di trasferirsi con la famiglia a Mosca. Lo ammisero nell’Unione degli scrittori e il collega Il’enkov gli offrì la sua casa a Peredelkino. In quel periodo tradusse molto. Gradualmente tutto si accomodò: pubblicazioni, notorietà, agiatezza, appartamento a Mosca.

Ma nel 1956 accadde ciò che Zabolockij non si sarebbe mai aspettato – la moglie lo lasciò. Ekaterina Vasil’evna aveva allora 48 anni. Dopo aver vissuto così a lungo al fianco del marito, non vedendo da parte sua né premure, né amorevolezza, si unì allo scrittore e noto rubacuori Vasilij Grossman. «Se lei avesse inghiottito un autobus, – scrisse il figlio di Korniej Čukovskij Nikolaj – Zabolockij si sarebbe meravigliato di meno!»

Passato lo stupore arrivò lo spavento. Il poeta era incapace di cavarsela da solo ed era profondamente afflitto. Il suo dolore lo avvicinò a Natal’ja Roskina, una donna di 28 anni nubile e intelligente. Nello smarrimento per ciò che era avvenuto, egli telefonò a una persona che amava le sue poesie. E’ tutto ciò che egli sapeva di lei. Telefonò a colei che conosceva tutti i suoi versi, anche quelli giovanili. In questo triangolo nessuno era felice. Sia Zabolockij che la moglie e anche Natal’ja Roskina soffrivano. Ma proprio la tragedia provata spinse il poeta a creare il ciclo di poesie liriche «L’ultimo amore», che è considerato uno dei più geniali e commoventi nella lirica russa. Fra tutte le poesie della raccolta spicca quella dal titolo «Confessione» – un vero capolavoro, una tempesta di sentimenti e di emozioni. In questa poesia le due donne del poeta si sono fuse in un’unica immagine.

Ekaterina Vasil’evna tornò dal marito nel 1958. Di questo stesso anno è anche la poesia «Non lasciare l’anima alla pigrizia». La scrisse un uomo già gravemente malato. Un mese e mezzo dopo il ritorno della moglie, Nikolaj Zabolockij non sopravvisse al secondo infarto.

Due poesie di Nikolaj Zabolockij tradotte da Paolo Statuti

 

Confessione

Coperta di baci, incantata,

Portata nel campo dal vento,

Tutta come incatenata,

Tu prezioso mio portento!

Né allegra, né afflitta,

Come da un cupo cielo discesa,

Tu mio canto di nozze,

Tu mia stella pazzesca.

Mi chinerò sui tuoi ginocchi,

Li stringerò con frenesia,

E con le lacrime e con i versi

Ti farò ardere, o amata mia.

Aprimi il tuo nordico volto,

Lasciami entrare negli occhi gravi,

Nelle tue braccia seminude,

Nelle tue nere ciglia orientali.

Ciò che si aggiungerà – non calerà,

Ciò che si avvererà – non si scorderà…

Perché piangi, mio dolce incanto?

O forse a me sembra soltanto?

1957

Non lasciare l’anima alla pigrizia

 

Non lasciare l’anima alla pigrizia!

Per non fare buchi nell’acqua,

Sia di giorno che di notte

Ad essa non si addice la fiacca!

Inseguila nella bufera,

Tra gli alberi schiantati,

Trascinala di tappa in tappa

Tra campi e borri innevati!

Non fare che dorma nel letto

Alla luce dell’aurora,

Tratta male la fannullona

E tienila a freno ognora!

Se per essere indulgente,

Dai disagi la vuoi liberare,

Essa anche l’ultima camicia

Ti toglierà senza esitare.

Tienila sempre ben stretta,

Tormentala continuamente,

Perché essa impari di nuovo

A vivere con te umanamente.

Essa è schiava e anche regina,

Essa è figlia e lavoratrice,

Sia di giorno che di notte

La fatica a lei si addice!

1958

(C) by Paolo Statuti

Mirka Szychowiak

10 Gen

 

 

    Scrutando il cielo della poesia polacca ho scoperto un’altra stella. Si chiama Mirka Szychowiak. Ha debuttato nel 2005 ed ha al suo attivo 5 raccolte di poesie e una di racconti. Ha già vinto diversi premi letterari. Il poeta, prosatore e critico Karol Maliszewski scrive: «Questo genere di versi è atteso con nostalgia, con essi si tira un sospiro di sollievo». Il poeta Bohdan Zadura a sua volta afferma: «La lingua di queste poesie esprime ciò che pensa la testa e ciò che sente il cuore…Mirka Szychowiak comunica con il mondo. Ha nei confronti di esso tanta sensibilità, quanta ne occorre per non cadere nel sentimentalismo, tanto distacco quanto basta per manifestargli qualcosa di più della comprensione». Ecco invece cosa dice la poetessa: «La poesia è dappertutto, ma io non la cerco, è lei che mi trova, perché io la partorisca. La gravidanza poetica si sviluppa nella mia testa, finché la poesia non assume una forma precisa. Allora la scrivo, fino all’ultima parola».

In una sua recente e-mail Mirka Szychowiak mi ha confessato: «Oggi posso dire che fuggendo da Wrocław ho trovato nella campagna di Księżyce la mia vera casa, dove posso avere tutti gli animali che voglio e dove tutto è mio. Ho sempre scritto qualcosa, ma soltanto in questa campagna è nata la poetessa Mirka Szychowiak. Ho debuttato relativamente tardi e mi chiedono perché. Penso che non si possa mettere fretta. Ognuno ha il suo momento. Il mio è giunto quando doveva giungere. Se avessi dovuto debuttare prima, l’avrei fatto. In una intervista ho detto che la scrittura consiste nell’attesa (anche). Le gestazioni letterarie non sono uguali per tutti – il parto avviene in tempi diversi. I parti prematuri sono pericolosi…Non ho intenzione di essere del tutto adulta o di sentirmi come una matrona impettita; non voglio perdere le occasioni di entrare in contatto con ciò che è apparentemente futile, brutto, emarginato. Perché Mirka Szychowiak cerca la bellezza proprio dove essa non è in prima fila, ma è profondamente nascosta da qualche parte».

 

 

Poesie di Mirka Szychowiak tradotte da Paolo Statuti

 

Non c’è male

Non c’ero là, ma sento un dolce

odore. Così dovrebbe profumare

il veleno. Si può prendere di gusto,

ben bene sparire ai propri occhi,

anziché fingere che si vuole qualcosa.

Com’è imbarazzante questa vita.

Pigolio

 Cala l’acqua, i giorni sempre più mortali,

i paesaggi piangono soli. Chi innesterà e spargerà

questa forza, raccoglierà le gocce, perché non io?

Niente si può dividere a metà, niente ormai vuole essere

intero e vivo. Ciò che era mio l’hanno preso senza chiedere.

Cose trovate per caso, solo questo ora ho. Un paesaggio

arido, fiumi vuoti e qualche uccello impaurito

coi sintomi della malattia dell’orfano. Siamo così

diversi da tutto ciò che amo.

Suolo

 La sera la gente torna a casa e si spopola

la riva del fiume – il nostro preferito

locale notturno. E’ bello immergersi

nell’acqua fino al collo e sgranocchare le stelle

che galleggiano come ciccioli dorati.

Veniamo qui, quando non abbiamo più niente

da riparare. Gli strati protettivi

stesi sulla riva, aderiamo morbidamente.

Sotto di noi la parte assonnata del cielo.

Riflesso

 Il pesce di cristallo, solo e morto

riposa sul ripiano deserto.

Verso in esso un frammento di oceano;

la sabbia si posa sul fondo del ventre

e si ammassa, partorendo nel dolore una duna.

Non mi rallegra questa frode,

dovrei liberarlo e lasciarlo

in pace. Tutto solo, come me.

Sul fondo del deserto due pesci

– uno piange, l’altro vuole.

Né, né

 Il cielo annerito sputa le note

– un requiem da tempo promesso alle stelle.

Bruciano così in fretta, che la notte si acceca.

Il fuoco irrompe dalla finestra aperta,

distribuisce biglietti per il concerto di ieri.

Ciò che l’ha rapita non pretende un riscatto

– il prezzo della paura è incalcolabile.

Là in alto duole molto, vuole soffocare.

Né dormire né cadere né niente.

 

Circostanze

 Mi sono trasferita nel mondo macchiata

di sangue, con la cintura di sicurezza recisa.

Pioveva in quel momento? Di notte, o forse

all’alba, il mio corpo si costruiva dall’inizio.

Loro sapevano più di me, ma ora non si sa

a chi chiedere. Da quando sento che esso non

mi appartiene, voglio modificare il curriculum.

Oltre il corpo deve esserci una qualche storia.

I testimoni se ne sono andati, prendendo il ricordo di me,

l’hanno lasciato nella polvere, alla rinfusa, adulto.

E da quando non cresco più, ricordo sempre meno.

Accanto

 Rumore nei corridoi delle vene, intorno le piantagioni

dei tendini; il corpo vestito di tutto punto

non permette di vedere ciò che avviene in se stesso.

Si vive con questo corpo insieme e separati,

con lo stesso nome, per lo più tacendo.

Quali sono le abitudini di ciò che hai dentro,

dormite insieme, o uno di voi veglia,

controlla il polso, la temperatura e il respiro?

Ciò è vivo nel vivo, vicino e sconosciuto;

qualcuno a volte deve entrarci e governare,

guarda da vicino, tocca e spezza, e tu

nemmeno sai a chi duole di più.

Solo la testa sembra essere comune

e il sangue è lo stesso, versato come fiume.

Il resto è lontano, benché proprio sotto la pelle

– una cassaforte con la serratura arrugginita.

Allora

 E’ certo che quel giorno arriverà.

Lo chiamo un lungo sogno, allora è più facile

mescolarlo con la paura in agguato.

I timori camminano al centro, costringono

allo scontro frontale. Io partecipo, ma nessuno

m’ incontrerà col decesso scritto in faccia.

Per ora penso a cosa prendere e a cosa lasciare,

a chi affidare gli apparecchi del linguaggio,

a cosa distruggere, o considerare come prova

che qui c’ero anch’io. E chi conserverà questo?

Quando qualcuno farà segno di voler ricordare,

si tornerà sull’argomento.

Ho per te un piccolo nobel

 Finalmente hai la pace.

Ti giungono soltanto i suoni

che accrescono il sapore del silenzio.

La febbre non ha minato i tessuti

e ciascuno può rigenerarsi.

Lo so, è stata dura.

Per l’acuto catarro delle vie vitali

non s’è ancora trovata la giusta diagnosi.

Ma tu non hai sofferto oziosamente.

Da ciò che scavava un tunnel

nella tua testa – hai ricavato un antidoto;

per esso ti do un piccolo nobel.

Posso portare qui altri?

Di quelli non contorti, frastornati,

che sgranocchiano pillole come caramelle.

Racconta loro di te – di quella più recente,

che ha sconfitto il drago. Questo basta.

Trasbordo

 La rabbia è un carburante, per il quale

ho uno sconto – occhi chiusi e piede sul gas.

Non vede dove corre, chi va, non

sente se si staccherà un pezzo, neanche

si fermerà, non cercherà di rimettere a posto

ciò che è caduto. La testa si riempie come

un pallone si riempie di aria – sei sempre più grande,

ma come più leggera, meno sensibile al fuoco

che da sotto con insistenza cerca

di staccarti da terra. C’è una scelta,

un’altra strada e un altro luogo, per scaricare

l’eccesso di carburante, togliere il piede dal gas,

lasciare il bagaglio e andare a piedi?

Entrare in qualche modo in una gita

a piedi, consumare le suole e aprire

gli occhi, vedere tutto questo e tutto

guardare e reggere la testa, affinché

non scappi, affinché non rimanga sola

in questo bordello.