Archivio | gennaio, 2014

“Se si capisce non è poesia”

22 Gen

 

Il Vate piangente

Il Vate piangente

 

 

 

   Tempo fa, benché sia decisamente contrario a questo tipo di competizione letteraria, partecipai a un concorso nazionale di haiku. Ascoltando la voce della mia Musa un po’ romantica e amante della natura, scrissi:

 

L’arpa del fiume

 

e gli zufoli-uccelli

 

danno un concerto

 

 

 

   Prima di spedirla però, chiesi il parere a un mio amico critico, abbastanza noto e ascoltato. Ci incontrammo nel parco vicino casa mia, approfittando di una bella giornata di primavera. Dopo aver parlato un po’ del più e del meno, gli lessi il mio haiku. Storse subito la bocca e mi guardò sorpreso, poi disse:

 

– Paolo, ma questo è un haiku destinato a passare del tutto inosservato. E’ banalmente chiaro, troppo evidente, devi renderlo meno immediato, morfologicamente più…come dire…articolato a incastro…è questo che oggi si richiede alla poesia…capisci cosa voglio dire?

 

– No…

 

– Non fa niente, non é importante capire, per questo noi critici ci esprimiamo in questo modo…Dunque cerca di cambiare, pensaci un po’, dispiega le ali della fantasia, vola nella vastità del lessico, trova qualcosa di veramente poetico…

 

   Mi concentrai, cercando di volare come lui suggeriva, ma più che un’aquila che solca i cieli con le sue grandi ali, mi sentivo un pipistrello che vola alla cieca nel buio di una grotta. Dopo una decina di minuti, con un misto di timore e di speranza, lessi:

 

 

 

L’arpa dell’onda

 

e gli zufoli alati

 

all’unisono

 

 

 

 Ma no! E’ ancora troppo chiara, ma allora non mi sono spiegato!

 

– Va bene…un momento, forse adesso:

 

 

 

Le corde ondose

 

e i becchi zufolanti

 

suonano a sera

 

 

 

come ti sembra?

 

– Un po’ meglio, ma ancora non ci siamo…

 

– Forse, non so… meglio così?…:

 

 

 

L’onda incordata

 

e i sonori becchi

 

riconcertano

 

 

 

– Dai, ci sei quasi, fa’ un ultimo sforzo!

 

– Che ne dici allora di questo?…:

 

 

 

L’incordatura

 

delle note spezzate

 

sale sull’onda

 

 

 

– Oppure???…- mi chiese fissandomi, come se volesse sostituirsi alla mia Musa.

 

– Oppure…:

 

 

 

Fibrillazione

 

do re mi fa sol la si

 

anima inquieta

 

 

 

– Sììì, finalmente, ora mi sembra perfetta, ammetterai che c’è una bella differenza con la tua prima versione!

 

– Ma veramente…non capisco molto il nesso…

 

– Il nesso?!…Il nesso è morto, non serve, o per lo meno non è essenziale…C’è la musica, cioè una delle tue tre ali e c’è l’anima del poeta che deve essere inquieta, altrimenti che poeta sarebbe? Mandala al concorso e fammi sapere come è andata.

 

   La mandai senza la minima convinzione, anzi col timore che pensassero che li stavo prendendo in giro, e invece…e invece no! Il mio haiku vinse il primo premio con tanto di medaglia e di diploma. Ma non lo dissi al mio amico, perché malgrado tutto, non condividevo e non condivido ancora oggi ciò che mi disse, quando ci lasciammo al termine del nostro incontro nel parco: – Paolo, ricorda sempre una cosa – se si capisce non è poesia!

 

 

 

                                                                                              Paolo Statuti

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

(Vedi anche nel mio blog il post “Come diventare un vate” di Jan Brzechwa)

 

 

 

Mirra (Maria) Lochvizkaja – la “Saffo russa”

13 Gen
Mirra Lochvizkaja

Mirra Lochvizkaja

 

 

  

Nacque il 19 novembre 1869 a San Pietroburgo e morì nella stessa città il 27 agosto 1905. Sorella della poetessa Teffi (1872-1952). Verso la fine degli anni ’90 raggiunse l’apice della popolarità, ma dopo la morte fu presto dimenticata. Soltanto nel decennio 1980-1990, si è risvegliato l’interesse per questa poetessa. Alcuni studiosi vedono in lei la creatrice della “poesia femminile” russa del XX secolo, colei che aprì la strada ad Anna Achmatova e a Marina Cvetaeva. Cominciò a scrivere versi all’età di 15 anni, mettendosi subito in luce per il suo talento. Debuttò nel 1888 con alcune poesie pubblicate sulla rivista Settentrione. La prima vera notorietà la raggiunse con la stampa del poema Al mare nel 1891. Nello stesso anno sposò Evghenij Žiber, ingegnere-costruttore, col quale ebbe 5 figli. Nel 1896 uscì la prima raccolta di poesie di Mirra Lochvizkaja, dedicata al marito, dove ella cantava l’amore come puro sentimento romantico che arreca la felicità familiare e le gioie della maternità. La seconda raccolta vide la luce due anni dopo. Nella terza raccolta, uscita nel 1900, figurava il poema Verso levante, nel quale si è intravisto un motivo autobiografico: la storia della sua relazione con il poeta simbolista Konstantin Bal’mont, che si individua nella figura dell’adolescente greco Giacinto. Con tutta probabilità si erano conosciuti in Crimea nel 1895, e per tutta la sua vita Bal’mont tenne sulla sua scrivania il ritrastto della poetessa. Nella quarta raccolta (1902) era inserito il dramma in 5 atti L’amore immortale, considerato la sua opera più matura e più sofferta. La quinta raccolta Prima del tramonto uscì postuma nel 1905 e ottenne il Premio Pushkin.

   Verso la fine degli anni ’90 la sua salute andò peggiorando. Era afflitta da dolori al cuore, depressione e incubi notturni. Nel dicembre 1904 la malattia si aggravò. La poetessa a volte si meravigliava che fosse ancora viva, malgrado i terribili dolori. Si spegneva nei tormenti. Per alleviare le sue sofferenze doveva ricorrere alla morfina. Trascorse gli ultimi due giorni di vita sotto l’azione del narcotico, e morì nel sonno. La causa principale del decesso fu una stenocardia cronica. Aveva soltanto 35 anni.

   Come notò M. O. Gheršenzon, «i versi della Lochvizkaja non furono giudicati secondo il loro merito e non giunsero al grande pubblico, ma chi amava il delicato aroma della poesia e la musica del verso, era in grado di apprezzare il suo meraviglioso talento». Nella sua recensione alla raccolta Prima del tramonto, lo stesso Gheršenzon scrisse: «…A quanto pare nessuno dei poeti russi si è avvicinato a tal punto a Pushkin nel senso della purezza e della chiarezza del verso, come questa donna-poeta; le sue strofe si ricordano agevolmente quasi come quelle di Pushkin». V. Nemirovič-Dančenko ha notato la naturale musicalità del verso della Lochvizkaja: «Ogni sua strofa arde di una bella passione puramente giovanile e mostra una penetrazione nella natura, quale non si trova neanche nei grandi poeti del Parnaso russo…Ella più di chiunque altro si distingue per il suo orecchio musicale: percorrendo le strofe con la sguardo, ascoltava i versi».

   La sua poesia elegante e colorita è rivolta quasi esclusivamente ai sentimenti romantici. Le parole: «La felicità è bramosia» sono diventate una specie di motto della poetessa, che alcuni critici hanno definito la “Saffo russa”. Al tema dell’amore femminile è legata tutta la sua creazione. Negli ultimi anni si avvertono in essa squarci di tristezza e malinconia, come ad esempio nella poesia: «Io voglio morire giovane, spegnermi come stella dorata, volare come fiore non appassito./Io voglio morire giovane…». Lo slavista americano V.F. Markov ha chiamato Mirra Lochvizkaja un «pozzo di profetiche anticipazioni», e Vjačeslav Ivanov afferma: «La sua profondità era una profondità solare, ricolma di luce, e per questo non poteva sembrare una profondità a uno sguardo non avvezzo».

   

Poesie di Mirra Lochvizkaja tradotte da Paolo Statuti

Le ultime foglie

Sono andata in giardino. In autunno

Era triste vedere le fronde spoglie,

E in terra – così freddo e umido –

Un giallo tappeto di foglie.

 

Si staccava il fogliame dai rami,

Roteava e cadeva silente, –

Come la morte…Ma la mia anima

Voleva vivere follemente!

 

Dove sei, o afa delle notti penose?

Dove siete, o uccelli, o fiori odorosi

E dove sono del sole vivificante

I baci ardenti e silenziosi?..

 

Perché i sogni turbano il mio petto? –

La primavera è passata, l’estate è morta…

Perché il cuore vuol farle tornare,

Anela ad esse, e vuole una risposta?..

 

*  *  *

Ti amo, come il mare ama il sole che sorge,

Come il narciso ama l’onda lucente su cui si sporge.

Io ti amo, come le stelle amano la luna dorata,

Come il poeta – la sua creazione sognata.

Io ti amo, come la fiamma – le effimere,

Gemendo d’amore, languendo di bramosia.

Io ti amo, come il vento sonoro ama le canne,

Io ti amo con tutte le corde dell’anima mia.

Io ti amo, come si amano i sogni non risolti,

Più che il sole, la vita, la primavera e i suoi volti.

 

Notturno

 

Che notte!.. Così mirabilmente bella!

Quieto soffia l’etere dall’altezza.

Respirando l’aroma e il fresco dei prati,

Egli bacia i fiori e li accarezza.

Un inno di vittoria corre alla finestra, –

La sua felicità canta l’usignolo.

Ma perché se non batte più in fretta

Il cuore così altero e così solo?

E perché seducente la luna brilla

Nell’aureola di diafane faville?

E chiama…invita…ed io nel tormento

Non distolgo da essa le pupille.

Ah, se io con te questa notte potessi,

Come un tempo, l’usignolo ascoltare, –

Per una tua carezza soltanto

Io la vita e l’anima potrei dare!

Confesserei che da tanto ormai

Ti vorrei in questo argenteo chiarore,

Che il cuore è stanco della sterile lotta,

Che i miei sogni splendono d’amore!

Bisbiglierei col cantore notturno

Parole di passione veemente,

Su di un’estasi eterna e sconfinata,

Sui desideri dell’anima ardente!

Direi…Ma è tardi…l’usignolo tace…

Soltanto, immutabilmente chiara,

Da dietro le foglie dei rami assopiti

La luna brilla incantevole e solitaria…

 

 

Prima del tramonto

 

Amo i pallidi colori

Delle viole tardive e della rosa,

Le allusioni, le penombre

Della bellezza nebbiosa.

Avvolta nella dolce oscurità

L’anima inquieta è malata,

Dell’incanto del tramonto,

Del sogno futuro inebriata.

Cosa accenderà la speranza?

Farà rivivere le gioie deluse?

Farà vibrare il moto stanco

Delle mie palpebre socchiuse?

Nulla. Non desidero più nulla.

Sono morte le implorazioni,

Guardo con un sorriso stanco

La vanità delle illusioni.

La nebbia copre la via montana.

Ammutoliscono le ferite.

Oh beata quiete del nirvana,

Dormire… sparire… morire…

 

«Non scordare mai»

 

Ricordi la panchina lungo il vecchio sentiero?

Dove il tetto dei tigli era così elevato,

Dove sull’erba la mia scarpina cadde

Come per caso dal piede inciampato?

Ricordi il fremito d’amore e il turbamento,

E la dolce gioia nell’oblio del momento,

E il reciproco impeto di amare?

Incantevoli sogni, li potrai scordare?

Oh, credimi, tu di nuovo follemente,

Almeno per un attimo nella tua mente

L’ombra del passato rivivere vorrai, –

Non scordare mai, non scordare mai!

Tu ricordi come l’incanto di primavera

Ci univa col suo magico potere,

Ci eccitava con la segreta libertà,

Nel luccichio delle notti serene?

Ricordi i nostri incontri all’imbrunire,

Le carezze, ciò che amavamo dire?

Di primavera i giorni così graditi,

Come i canti d’amore, sono ormai finiti!

Credimi, l’oblio della nostra felicità, –

Non troveremo mai, sempre ci apparirà,

Dovunque andremo, dovunque andrai…

Non scordare mai, non scordare mai!

Ricordi il languore che nel pensiero

Portava la carezza del vento fragrante,

Come a lungo cercavamo un po’ d’ombra

Nel giorno di giugno così estenuante?

E il sole coi raggi ardenti ci bruciava,

Ci opprimeva, e di noi si burlava,

Cercando di scorgere attraverso i rami

Il candido seno e i capelli castani.

Oh, invano alla speranza sottomesso,

Inebriarti della vita vorrai, adesso, –

I giorni trascorsi mai più riavrai…

Non torneranno, non torneranno mai!

Ricordi come nel parco immerso nel buio

A mezzanotte noi spesso andavamo,

E le stelle così belle e splendenti,

Brillavano d’amore e guardavamo?

E i vecchi pini, silenziosi e mesti,

Dondolavano le cime tristemente,

E da un rametto di pado l’usignolo

Ci dedicava il suo canto fervente…

Credimi, ogni simile istante sarà eterno,

In essi son racchiusi paradiso e inferno,

Nel cuore con nostalgia li conserverai…

Non scordare mai, non scordare mai!

Ricordi come ti amavo con passione,

Con sempre più forte e forte calore?

Sembrava che né il tempo, né la tomba

Avrebbero mutato il mio amore.

Con te ero pronta ad ogni evento,

All’esilio, alla morte e al tormento, –

Ma dell’inverno ai primi gelidi afflati

Tranquilli e alteri ci siamo lasciati.

Oh credimi, il distacco non sarà illimitato,

Poiché il mio amore per te è sconfinato!

Anche se la stella della gioia ci lasciò, –

Io non ti scorderò, io mai ti scorderò!

 

(C) by Paolo Statuti

Aleksandr Pushkin

4 Gen
Il busto di A. Pushkin che mi fa compagnia nel mio studio

Il busto di A. Pushkin che mi fa compagnia nel mio studio

Poesie di Aleksandr Puškin (1799-1837) tradotte da Paolo Statuti

 

Il cantore

 

Sentivate voi il notturno cantore

Della propria tristezza e dell’amore?

E nella quiete dei campi al mattino,

Del flauto il suono mesto e cristallino

          Lo sentivate voi?

 

Incontravate nel bosco il cantore

Della propria tristezza e dell’amore?

Vedevate tracce di pianto, un sorriso,

O un dolce sguardo di dolore intriso,

          Lo incontravate voi?

 

Sospiraste voi, ascoltando il cantore

Della propria tristezza e dell’amore?

Quando di un giovane avete scorti

Nei boschi gli sguardi degli occhi smorti,

          Sospiraste voi?

 

1816

 

 

Rinascita

(Возрождение)

 

Un barbaro artista il quadro annerisce

Di un genio con mano indolente,

E il suo disegno iniquo egli traccia

Su quel quadro assurdamente.

 

Ma, con gli anni, come vecchie scaglie,

Si stacca l’estraneo colore,

E l’opera del genio ci appare

Nel suo primitivo splendore.

 

Così nell’anima mia travagliata

Scompaiono gli errori compiuti,

E tornano in essa le visioni

Dei limpidi giorni vissuti.

 

1819

* *  *

(Редеет облаков летучая гряда…)

 

Si dirada di nubi lo strato scorrente.

O stella della sera, stella così dolente,

Il tuo raggio inargenta le pianure sfiorite,

Il golfo che sonnecchia e le rocce annerite.

Amo la tenue luce nell’alto del cielo,

Essa ha tolto ai pensieri il loro greve velo.

Ricordo il tuo spuntare, ogni cosa splendeva

Sul quieto paese, dove tutto al cuore piaceva,

Dove il pioppo nelle valli si levava armonioso,

Dove sonnecchia il mirto e il cipresso tenebroso,

E dolci frusciano l’onde di meridione.

Là un tempo sui monti, il cuore in meditazione,

Trascinavo la mia indolenza taciturna,

Quando sui tetti calava l’ombra notturna

E una fanciulla nella nebbia ti cercava,

E alle amiche il tuo nome pronunciava.

 

1820

Ruslan e Ludmila – Introduzione

(РусланиЛюдмилаВступление)

 

C’è una quercia sulla riva del mare

E attorno ad essa una catena d’oro,

Sulla catena di notte e di giorno

Un gatto colto cammina con decoro.

Va a destra – prende a raccontare,

A sinistra – comincia a cantare.

 

 

Là soltanto prodigi conosco:

Fauni e ninfe insieme nel bosco,

Là su ignoti e scuri sentieri

Vedi impronte d’insolite fiere,

E casette su zampe di gallina

Senza porte né finestra alcuna.

Selve e valli piene di visioni,

E all’alba affluiscono i marosi

Sulla riva vuota e sabbiosa,

E trenta stupendi paladini

Emergono dai flutti marini,

E con essi il loro protettore.

Là un principe strada facendo

Un terribile zar ha imprigionato.

Davanti al popolo nelle nubi,

Avendo boschi e mari superato,

Un mago con l’eroe si fa vedere.

In prigione la zarevna patisce

E un lupo bruno le obbedisce.

Là una botte con dentro una strega

Si solleva da sola a fatica.

Là nell’oro Koshciej si consuma,

E l’anima russa e la Rus’ profuma!

Io ero là e il miele ho bevuto,

Ho visto la quercia che frusciava,

Sedevo ai suoi piedi e il gatto colto

Le sue favole mi raccontava.

Una me la ricordo ancora

E al mondo la dirò proprio ora…

 

1820

 

Terra e mare

Quando sull’azzurro dei mari,

Zèfiro soffia la sua brezza

Sulle vele dei fieri vascelli

E le barche sull’onde accarezza,

Lasciato il peso dei pensieri,

Nell’inerzia io posso annegare –

Dimentico i canti delle muse,

M’è più caro il mormorio del mare.

Ma quando contro la riva l’onde

Schiumose ruggiscono e fremono,

E il tuono rimbomba nel cielo,

E i lampi nel buio balenano,

Allora i più ospitali querceti

Io ai mari preferisco;

La terra mi sembra più fedele,

E il grave pescatore compatisco:

Vive su una fragile imbarcazione,

Trastullo della cieca corrente,

Mentre io nel silenzio sicuro

Ascolto il fruscio d’un torrente.

1821

Il cangiàr

(Кинжал)

 

          Il dio di Lemno ti ha forgiato

          Per le mani di Nèmesi immortale,

Custode della libertà, cangiàr punitore,

D’infamie e di offese ultimo tribunale.

 

Là dove dorme la spada della legge,

          Tu di anatemi e di speranze esecutore,

          Tu all’ombra del trono ti celi,

          E delle vesti sotto lo splendore.

 

 

          Come raggio infernale e folgore divina,

Muta lama negli occhi del furfante,

          Che si guarda intorno tremante,

          In mezzo alla stessa sua gente.

 

Dappertutto lo troverà il colpo tuo improvviso:

Sul mare, in un tempio, su monti e pianure,

          Dietro segrete serrature,

          Durante il sonno, nel paterno nido.

 

Sotto Cesare scroscia l’amato Rubicone,

A Roma la legge ha chinato la testa;

          Ma il libero Bruto è insorto:

Tu Cesare hai colpito, e il marmo di Pompeo

          Ora egli abbraccia – ormai morto.

 

Il seme delle rivolte leva un grido rabbioso:

          Vile, sanguinario, scellerato,

          Sul cadavere della libertà decapitata

          Il carnefice brutto è nato.

 

Apostolo di sciagura, allo stanco Ade

          Le vittime con un dito destinò,

          Ma il giudice supremo gli mandò

          Te e la fanciulla fatale.

 

O giovane giusto, leale e prescelto,

           O Sand, con la scure la tua vita s’è spezzata;

           Ma della tua sacrosanta virtù

           E’ rimasta la voce nella testa tagliata.

 

Nella tua Germania sei un’ombra perenne,

           Minacciando sventure al potere delittuoso –

           E sopra la tua tomba solenne

           Un cangiàr senza nome risplende radioso.

1821

 

La musa

(Муза)

 

Nella mia infanzia il suo amore mi donò

E un flauto a sette canne mi affidò.

Mi ascoltava sorridendo, quando esitante,

Sui sonori fori della canna vibrante,

Già sonavo con le mie dita delicate

Odi sublimi dagli dei ispirate,

E i placidi canti dei frigi pastori.

All’ombra muta delle querce le lezioni

D’una vergine arcana seguivo compreso,

E, allietandomi con un premio inatteso,

Dalla sua bella fronte un ricciolo scostato,

Dalle mie mani ella prendeva il flauto.

Un alito divino la canna animava

E di sacro incanto il mio cuore colmava.

 

1821

Il prigioniero

 

Siedo nella prigione dietro la grata.

Giovane aquila nel servaggio allevata,

La mia triste compagna batte senza tregua

Le ali e becca la sanguinante preda,

 

Becca, e getta, e guarda alla finestra,

Quasi pensasse: «Una cosa sola resta»

Il suo sguardo chiama e sembra che un grido dia

E voglia dire: «Voliamo via! Voliamo via!

 

Siamo liberi uccelli, fratello, è ora di andare!

Là, dove azzurreggiano i paesi sul mare,

Là, dietro le nubi, dov’è il monte natio,

Là, dove voliamo soltanto il vento… ed io!..»

 

1822

 

 L’uccellino

Osservo fedele un’antica usanza

Anche in una terra a me straniera:

Lasciare libero un uccellino

Nella chiara festa di primavera.

 

Ho provato un grande conforto,

Mio Dio, e una vera felicità,

Quando anche a una sola creatura

Ho potuto donare la libertà!

 

1823

 

*  *  *

 

Ricordo il magico momento:

Dinanzi a me apparisti tu,

Come fuggevole visione,

Come genio di pura virtù.

Nella disperata tristezza,

Nel tramenio fragoroso,

Sentivo la tenera voce

E sognavo il volto radioso.

Con gli anni il mio impeto inquieto

Ha sperso le visioni passate,

Ho scordato la tua dolce voce,

La tue fattezze incantate.

Nell’eremo remoto e buio,

Son trascorse adagio le mie ore

Senza estro né divinità,

Né pianto, né vita, né amore.

Ma l’anima s’è ridestata

E di nuovo sei apparsa tu,

Come fuggevole visione,

Come genio di pura virtù.

E il cuore batte nell’ebbrezza,

E son risorti con ardore

Il divino e l’ispirazione,

Il pianto, la vita e l’amore.

 

(1825)

 

 

Il profeta

 

In un cupo deserto io vagavo

Dalla sete dello spirito oppresso,

Ed ecco un serafino con sei ali

Mi apparve ad un tratto da presso.

Lieve come un sogno si avvicinò

E gli occhi stanchi mi sfiorò.

Si aprirono le profetiche pupille

Come alle aquile impaurite.

Poi toccò le mie orecchie,

E di suoni esse furono empite:

E vidi in alto degli angeli il volo

E udii il cielo che fremeva,

E scorsi il moto delle serpi marine

E il vinco delle valli che cresceva.

Poi si accostò alla mia bocca,

Strappò la mia lingua veemente,

Ma frivola, vuota e maligna,

E l’aculeo del saggio serpente

Nella mia bocca agghiacciata

Ficcò con la destra sanguigna.

Poi il petto mi aprì con la spada,

Ne tolse il mio cuore tremante,

E nel petto aperto egli depose

Un carbone ardente e fiammante.

Come salma nel deserto giacevo,

Ma la voce divina intendevo:

«Alzati, guarda e ascolta, o profeta,

Fa’ ciò che ho scritto nella mente,

Percorri terre e mari senza tregua,

Con la parola accendi il cuore della gente».

 

1826

 

Le tre fonti

 

Nella steppa del mondo, triste e sconfinata,

Sgorgarono tre fonti come d’incanto:

Della giovinezza – rapida e ribelle –

Ribolle, corre, brillando e gorgogliando;

La fonte di Castalia che con l’ispirazione

Nella steppa del mondo gli esuli disseta;

L’ultima fonte – la fredda fonte dell’oblio,

Che più di tutte placa la febbre del poeta.

 

1827

Il poeta

Finché Apollo non sacrifica

Il poeta sul suo altare,

Nelle pene del vano mondo

Egli spaurito deve aspettare.

E’ muta la sua sacra lira,

L’anima freddi sogni assapora,

Dei miseri figli della terra,

Forse egli è più misero ancora.

 

Ma appena la parola divina

Il sensibile udito toccherà,

Come un’aquila risvegliata,

L’anima del poeta si alzerà.

E’ triste nei trastulli del mondo,

Fugge via dalla gente chiassosa,

Davanti all’idolo delle masse

Non china la testa orgogliosa.

Corre, selvaggio e severo,

Pieno di sgomento e di canti,

Fin sulle onde del deserto,

Nel bosco di querce fruscianti.

 

1827

 

Il talismano

Là dove il mare batte senza sosta

Contro le rocce solitarie,

Là dove la luna più calda brilla

Nell’ora della nebbia serale,

Dove, negli harem dilettandosi,

I giorni passa il musulmano,

Là una fata, lusingandomi,

Mi consegnò un talismano.

 

E, lusingandomi, diceva:

«Custodisci il mio talismano:

In esso c’è una forza segreta!

Ora è qui nella tua mano.

Dalle malattie, dalla tomba,

Nel minaccioso uragano,

La tua testa, amico caro,

Non salverà il mio talismano.

 

E le ricchezze dell’Oriente

Esso giammai ti donerà,

E gli adoratori del Profeta

Esso non ti sottometterà;

E in grembo agli amici più cari,

Da un triste paese lontano,

Nella tua terra non ti porterà

Questo mio talismano.

 

Ma quando dei perfidi occhi

Ti vorranno affascinare,

O una bocca nella buia notte

Ti bacerà senza amare –

 

Da nuove ferite del cuore,

Da ogni desiderio insano,

Dal tradimento e dall’oblio

Ti salverà il mio talismano»

 

1827

 

L’ antiàride

(L’albero del veleno)

 

Nel deserto così arido e avaro,

Sul suolo nella calura immerso,

L’antiàride come torvo guardiano,

Sta – solo in tutto l’universo.

 

La natura delle steppe assetate

In un giorno d’ira l’ha generato,

E il verde smorto dei suoi rami,

E le radici di veleno ha impregnato.

 

Il veleno sprizza dalla scorza,

Si fonde sotto il sole ardente,

E si rappiglia poi verso sera

In una resina trasparente.

 

L’uccello e la tigre lo fuggono,

Soltanto un vento infernale

L’albero della morte colpisce –

E vola oltre, quando è già ferale.

 

E se una nube irrora, errando,

Le sue foglie, già avvelenata

Dai suoi rami la pioggia scorre

Giù nella sabbia infocata.

 

Ma l’uomo un altro uomo

All’antiàride imperioso mandò,

E quello partì ubbidiente

E al mattino col veleno tornò.

 

Portò egli la resina mortale

Sparsa sulle vizze fronde,

E il sudore colava freddo a fiumi

Dalla sua pallida fronte.

 

La portò – e già debole si stese

Nel capanno, il derelitto,

E morì povero schiavo ai piedi

Del suo sovrano mai sconfitto.

 

E il re, di quel veleno intrise

Tutte le frecce a lui fedeli,

E con esse portò la sventura

Alle genti sotto altri cieli.

 

1828

 

Il ricordo

 

Quando per un mortale il fragore

Del giorno cessa e sulla muta città

L’ombra traslucida della notte

E il sonno che ristora scende già,

 

Allora per me s’insinua nel silenzio

Il tempo del penoso vegliare:

E nell’inerzia notturna, della serpe

Del cuore sento i morsi bruciare.

 

I sogni fervono e da gravi pensieri

E’ oppressa allora la mia mente.

Il tacito ricordo davanti a me

Il suo lungo rotolo distende,

 

E con disgusto leggendo la mia vita,

Amaramente piango e mi deprimo,

Amaramente tremo e maledico,

Ma i tristi versi non sopprimo.

 

1828

 

 

*  *  *

Sia ch’io vaghi nelle strade chiassose,

Sia che entri in un tempio affollato,

Sia che sieda tra giovani folli,

Ai miei sogni sarò sempre legato.

 

Io dico: gli anni voleranno in fretta,

E quanti di noi sono già scomparsi,

Noi tutti andremo sotto l’eterna volta –

E alcuni l’ora vedono appressarsi.

 

Se io guardo la quercia solitaria,

Penso: dei boschi il patriarca fronzuto

Sopravviverà al mio secolo obliato,

Come ai padri è già sopravvissuto.

 

Se un bambino accarezzo con affetto,

Penso già: addio! Ora tu vivrai,

Il mio tempo è ormai putrefatto,

Al mio posto ora tu fiorirai.

 

Ogni giorno, ogni ora, ogni momento

Sono solito col pensiero seguire,

Il tempo della futura morte

Tra essi cercando di predire.

 

E dove la morte la mia sorte ha scritto?

In battaglia, in cammino, tra i marosi?

Oppure da questa vicina vallata

Saranno accolti i miei resti corrosi?

 

E benché ai corpi non importa

Dove cenere saran diventati,

Io vorrei tuttavia riposare

Più vicino ai luoghi tanto amati.

 

E che all’ingresso del mio secolcro

Giochi pure una giovane vita,

E impassibile la natura risplenda

Di bellezza eternamente fiorita.

 

1829

 

 

 

Il Caucaso

 

Il Caucaso ai miei piedi. Sopra le nevi

Sto solo sul ciglio di un’alta vetta,

E un’aquila da una cima lontana,

Si libra immobile alla mia altezza.

Da qui vedo la nascita dei torrenti

E delle frane i primi movimenti.

 

Qui le umili nuvole scorrono,

E al di là scrosciano le cascate.

In basso la nuda vastità rocciosa,

L’avaro muschio e le fronde seccate,

E dei boschetti le penombre verdi,

Dove gli uccelli cantano e saltano i cervi.

 

 

E là sui monti la gente già s’annida,

Sui dirupi brucano le pecore mansuete

E il pastore scende nelle valli amene,

Dove scorre l’Aragvi tra le rive scoscese;

E un povero cavaliere si cela nella forra,

Dove il Terek gioca con feroce gioia.

 

Gioca e ulula, come giovane belva

Che ha visto il cibo dietro l’inferriata,

E batte sulla riva con inutile rabbia

E lecca le rocce con l’onda affamata…

Invano! Per lui non c’è né cibo né felicità:

Minacciosa e muta lo preme la vastità.

 

1829

 

*  *  *

                                               (2 novembre)

 

Inverno. Che fare in campagna? La mattina

Il domestico con la solita tazzina

Di tè. Chiedo: fa caldo? la bufera è finita?

Nevica ancora? si può lasciare l’imbottita

Per la sella, o meglio prima di pranzare

Le vecchie riviste del vicino sfogliare?

Neve fresca. Ci alziamo, a cavallo all’istante,

E al trotto all’alba nel campo biancheggiante.

Il frustino in mano, i cani dietro contenti,

Guardiamo la pallida neve con occhi attenti,

Vaghiamo, giriamo a lungo, ma è già ora,

Due lepri scappate, torniamo alla dimora.

Dove sei allegria? E’ sera: fuori tùrbina,

La candela arde cupa. Il cuore si turba.

Mando giù il veleno del tedio così mesto.

Voglio leggere. Gli occhi scorrono sul testo,

Ma la mente è lontana…Il libro chiudendo,

Cerco la penna, mi siedo e pretendo

Dalla musa assonnata parole senza senso.

Al suono il suono non giunge…Perdo consenso

Con la rima, con la mia strana ispiratrice:

Il verso indolente si trascina infelice.

Stanco, con la lira sospendo la tenzone,

Vado in salotto; là sento una discussione

Sullo zuccherificio, su elezioni non lontane.

La padrona cupa come il tempo invernale,

I ferri da calza agita con stizza,

O sul conto del re di cuori profetizza.

Così giorno segue giorno in romitaggio!

Ma se verso sera in questo triste villaggio,

Quando in un angolo siedo giocando a dama,

Su di un carro da una località lontana,

Vengono inattese una vecchietta e due sorelle

(Due bionde fanciulle, leggiadre e snelle), –

Come si anima quel villaggio di pena!

Come la vita, mio Dio, ridiventa piena!

All’inizio sguardi sghembi e indiretti,

Poi qualche parola, poi dialoghi diletti,

E canti di sera, e risate generali,

E valzer vivaci, e sussurri gioviali,

E languidi sguardi, e motti spensierati,

E sulla stretta scala incontri prolungati.

E una fanciulla sul terrazzo si affaccia:

Scoperti il collo, il petto e la bufera in faccia!

Ma la bufera un rosa russa non offende.

Com’è caldo nel gelo un bacio ardente!

Com’è fresca nella neve una fanciulla russa!

 

1829

 

 

 

L’addio

 

Il tuo volto una volta ancora

Con la mente oso carezzare,

In sogno con la forza del cuore,

Con diletto triste esitante,

Il tuo amore per me ricordare.

 

Il nostro tempo fugge via

Tutto muta e porta via con sé,

Per il tuo poeta, diletta mia,

Di tenebra tu sei già vestita,

E anche il poeta è morto per te.

 

Accogli dunque, amica lontana,

L’addio del mio cuore attristato.

Come sposa che vedova rimane,

Come amico che abbraccia in silenzio

Un amico che viene esiliato.

 

1830

 

 Sonetto

 

L’austero Dante non sdegnava il sonetto;

Petrarca in esso versava il suo amore;

Amava giocarci il creatore di Macbeth;

Con esso Camöes cantava il dolore.

 

Ancora oggi il poeta incanta:

Wordsworth a strumento lo sceglieva,

Quando dal vano mondo lontano

La natura e il suo ideale descriveva.

 

 

All’ombra dei Tauridi distante

Il vate lituano i sogni all’istante

Nella sua stretta cornice imprigionava.

 

Da noi era ancora ignoto alle dame,

Quando per esso già Del’vig lasciava

Dell’esametro l’arie consacrate.

 

1830

*  *  *

Per le sponde della patria lontana

Tu hai lasciato il paese straniero;

Per un tempo triste, non obliato,

Io a lungo per te piangevo.

Le mie mani diventavano fredde

Cercando di non lasciarti andare;

Il mio gemito il tremendo tormento

Pregava di non cessare.

 

Ma tu dall’amaro bacio

Le tue labbra hai distaccato;

Dal paese del cupo esilio

Tu in un altro paese m’hai chiamato.

Tu dicevi: «Nell’ora dell’incontro

Sotto il cielo eternamente sereno,

All’ombra degli ulivi, del bacio d’amore,

Noi, mio caro, ci riuniremo».

 

Ma là, ahimé, dove la volta del cielo

Brilla nell’azzurro sfolgorio,

Dove sotto le rocce sonnecchia l’acqua,

Ti sei assopita per l’ultimo addio.

La tua beltà, le tue sofferenze

Sono scomparse nell’urna cineraria –

E con esse il nostro bacio dell’incontro…

Ma lo aspetto, esso ti segue, mia cara…

 

1830

 

 

 

*  *  *

                                                  Exegi monumentum

Mi sono eretto un monumento non di opera umana,

Non s’infesterà il sentiero che ad esso avvicina,

Con la testa indocile s’è innalzato più alto

          Della colonna alessandrina.

 

No, non morirò del tutto – l’anima nella diletta lira

Sfuggirà le ceneri, la putrefazione certamente –

E sarò famoso, finché nel mondo sublunare

          Anche un solo poeta sarà presente.

 

 

Parleranno di me in tutta la grande Rus’,

E mi nomineranno nei loro propri linguaggi,

Il fiero nipote degli Slavi, il Finlandese, il Tunguso

          E il Calmucco, figlio delle steppe selvagge.

 

E a lungo al mio popolo io sarò caro,

Che in un tempo crudele ho lodato la Libertà,

Che ho acceso i buoni sentimenti con la lira

          E verso i caduti ho invitato alla pietà.

 

Ascolta, o Musa, il comando divino,

Non temendo le offese, non chiedendo corone,

L’elogio e la calunnia accogli indifferente

          E con gli sciocchi non entrare in discussione.

 

1836