Archive | marzo, 2017

Jan Brzechwa: Tre poesie

9 Mar

Jan Brzechwa: Tre poesie per bambini tradotte da Paolo Statuti

 

Il fiammifero

Diceva il fiammifero orgoglioso:

– Mostratemi uno coraggioso,

Che con me possa competere qua,

Quando a un tratto cala l’oscurità.

Davvero il sole non vale niente

Col suo volto dorato e lucente,

Solo di giorno c’è il suo splendore,

Mentre il mio c’è a tutte le ore!

– Oibò, oibò! –

La candela esclamò.

 

Il fiammifero rispose fiero:

– Potrei bruciare il mondo intero,

E benché non sia uno che si vanta,

Anche la Vistola – tutta quanta.

Quindi, dopo averci pensato un po’ su,

Saltò nel fiume e non bruciò più.

E così finì la presunzione

Di quel fiammifero fanfarone.

– Oibò, oibò! –

La candela esclamò.

 

Boghindo, bogondo

 

Boghindo-bogondo, un tavolo rotondo,

E sul tavolino un cestino profondo,

 

Nel cestino una mela, nella mela un vermetto,

E il vermetto indossa un verde giubbetto.

 

Dice il vermetto: – Nonna e nonno Michele,

Papà e mamma hanno sempre mangiato mele,

 

Io non ne posso più! Le mele mi hanno stufato!

Ho voglia di bistecca! – E se ne andò al mercato.

 

Strisciò a lungo e non cambiò idea neanche un istante;

Arrivò in città e andò al ristorante.

 

Nei ristoranti – le stesse usanze suppergiù:

Arriva il cameriere e gli porge il menù,

 

Ma nel menù – che spavento e che scalogna!:

Zuppa di mele e gnocchi di mela cotogna,

 

Mele bollite, mele al forno, torta e frittelle

Di mele e pizza di mele novelle!

 

Allora, vermetto? La bistecca è andata a fondo?

Boghindo-bogondo, un tavolo  rotondo.

 

Pettegolezzi di uccelli

 

Il fringuello sulla quercia si posò:

– Di sicuro oggi mi raffredderò!

 

Avrò forse anche il mal di gola,

Perderò la voce e la parola,

 

E devo dare un concerto martedì,

Da tempo l’ho promesso al colibrì.

 

Gemettero tristi le ghiande: – Ahi! Ahi!

– Come farai, fringuello, come farai?

 

Vola dal picchio, si trova sul faggio,

Che ti batta sulla schiena, coraggio!

 

La cincia cinguettò in un sol fiato:

– A quanto pare il fringuello è malato!

 

Il pettirosso andò dallo stornello:

– Lo sai? E’ successo questo e quello,

 

La cincia proprio ora ha informato

Che il fringuello è gravemente malato.

 

Lo stornello volò dall’usignolo

– Non si sa molto, ma risulta solo

 

Che il fringuello da un mese tondo tondo

E’ già semplicemente moribondo.

 

L’usignolo chiese quindi all’ara

Di preparare subito una bara.

 

Poi l’ara si rivolse al passero:

– Dammi i chiodi per chiudere la cassa.

 

Da ciò venne a sapere il colibrì

Che il fringuello sarebbe morto quel dì.

 

Ma il fringuello che non sapeva niente,

Sulla quercia stava tranquillamente.

 

Le ghiande lo informarono poco dopo

Che il concerto non avrebbe avuto luogo,

 

Perché il fringuello era appena morto,

E di certo non sarebbe risorto.

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

Paruyr Sevak

3 Mar

 

 

Paruyr Sevak

Paruyr Sevak

    

 

Paruyr Rafaelovič Kazarjan, una delle voci più rilevanti della poesia armena del XX secolo, nacque il 24 gennaio 1924 nel villaggio di Chanakhchi. Quando propose a una rivista la pubblicazione delle sue prime poesie, gli dissero che il cognome Kazarjan non sonava bene per un poeta e gli consigliarono di trovarsi uno pseudonimo. Dopo averci pensato un po’ scelse «Sevak», cioè il nome di un poeta vittima del genocidio degli Armeni. E da allora si chiamò così.

Dopo gli studi di Filologia presso l’Università di Erevan (1940) e quelli di Letteratura armena all’Accademia armena delle Scienze (1945), conseguì la laurea presso l’Istituto di Letteratura  Gor’kij di Mosca (1955). Qui sposò Nina Menagarišvili, dalla quale ebbe due figli – Armen e Korjon. Dal 1957 al 1959 lavorò presso questo Istituto, traducendo in armeno tra gli altri: Puškin, Lermontov, Esenin, Blok, Brjusov e Majakovskij. Nel 1960 tornò a Erevan, dove fino alla morte occupò posti di rilievo in campo letterario e politico.

Le prime poesie di Paruyr Sevak uscirono sulla rivista Letteratura sovietica. La prima raccolta, Ordini immortali, uscì nel 1948 a Erevan in tremila copie in due volumi. Essa esprimeva l’onestà e l’integrità del suo pensiero, la prima battaglia contro la consolidata corruzione culturale da lui iniziata e vinta. Ad essa seguirono: La strada dell’amore (1954), Di nuovo con te (1957), L’uomo in palma di mano (1963), E sia la luce (1969) e I tuoi conoscenti  (1971).

Una profonda impronta lasciò nella sua creazione la fuga dei genitori dall’Armenia Occidentale sotto il governo della Turchia Ottomana, e il fatto di essere scampati al genocidio degli Armeni, consumato nel 1915 dai Giovani Turchi. Le riflessioni del poeta su  questa tragedia nazionale sono espresse in particolare nel poema Il campanile non tace (1959), dove il tema principale è la vita e la morte del religioso, compositore e musicologo Komitas,  e nel poema Liturgia a tre voci  (1965), dedicato al cinquantenario del genocidio.

Morì assieme alla moglie Nina il 17 giugno 1971 in un incidente stradale avvenuto in circostanze non del tutto chiarite, e dove, considerando il suo atteggiamento critico riguardo alla corruzione della classe dirigente sovietica, molti Armeni vedono la mano del KGB. Infatti fino all’ultimo restò fedele al suo impegno: «Prometto di non essere un esattore delle imposte, ma un figlio del difficile secolo, come esso è e come io sono. Ma prometto di perdere il mio tempo o di giocare, piuttosto che diventare un agitatore di una letale ideologia».

E’ sepolto nel giardino della sua abitazione a Zangakatun, attualmente un museo a lui intitolato.

 

Poesie di Paruyr Sevak tradotte da Paolo Statuti dal russo

 

Suppongo

Io posso supporre

Che quest’acqua non sia torbida, ma limpida.

Io posso supporre

Che questa casupola sia una splendida dimora.

Io posso supporre

Che questo fumo

Sia carbone che evapora.

E una rossa stoffa sottile

Non sia uno straccio, ma una lingua di fuoco.

 

Io posso supporre che tu sia con me,

Malgrado ci dividano valli e montagne.

Io posso supporre

Che tu sia modesta e timida.

Ma in realtà,

Tu semplicemente non ti accorgi di me…

 

Io posso supporre

Che un sogno sia realtà,

E una pesante sconfitta

Sia una straordinaria vittoria.

E una pera… una grande anfora,

E un giorno di festa…un funerale,

E una montagna…una grande fossa capovolta,

E una piccola penna stilografica

Sia il il mio dito,

Che, sembra, si chiami esattamente mignolo…

 

Io posso supporre,

Ma a che pro? (E allora?)…

 

Lo stretto delle mani

 

Le nostre mani si sono unite,

Soltanto due mani.

Ma è come se

Non fossero le nostre mani,

Ma… soltanto uno stretto:

Ci siamo mescolati,

Come due mari vicini,

A lungo divisi…

 

Il primo amore

 

Non occorre, mia cara,

Giurare invano.

Io credo lo stesso,

Che come un secolo si prolunga il giorno,

Che di notte non dormi, straziandoti di nostalgia,

Ripetendo il mio nome ad alta voce:

E sul tuo puro cuscino di fanciulla

Vedi la sagoma di un’aquila

(Sia almeno un corvo che sembra un’aquila);

Che più nulla ti turba,

Che senza il mio amore la tua vita è finita,

Che…

Lo so, mia cara,

E giurare non occorre.

Ma so anche questo,

Che a te non viene in mente:

Il primo amore, malgrado tutto,

A volte riesce male – come il pane.

 

Leggo

 

Leggo e…capisco,

Che benché al posto dell’eroe io immagini me stesso,

Tuttavia non seguiamo la stessa strada:

Lui è audace, io – prudente;

Lui è l’azione, io – l’impressione;

Lui immolerà se stesso (quando sarà ora),

Intrepidamente morirà, –

E io lo so…capisco bene,

Ma non comprendo…

Forse i libri è più facile scriverli, che leggerli.

 

Tu

 

Tu.

Due lettere.

Una parola comune, ma tu con essa

Mi offri un trono

Su un mondo infinito.

 

Tu.

Due lettere.

Come la terra in primavera ricevo

Il tuo vivificante segreto.

 

Tu.

Due lettere.

Gusto di felicità nella bocca –

E durante il distacco

Impotenti ordini di sofferenza.

 

Tu.

Due lettere.

Mia cara, volo via da me stesso –

Anche i sogni mi hanno donato le ali.

 

Io – amico ai geni,

Che non hanno conosciuto il peso della nascita,

Compagno agli eroi,

Che finisca in cenere il loro tempo.

 

Tu.

Due lettere.

Tu mi abbandoni – impotente

Come edificio crollerò,

E il dolore colmò,

Come un nido di vespe,

L’anima rimasta orfana.

 

Tu.

due lettere.

Tu.

Una parola così comune.

 

Voglio

 

Voglio che non canti la morte il canto del cigno,

Ma canti la vita scorrendo…

Voglio che non in mare si riversino le piogge inutilmente,

Ma nei campi…

Che si senta non il pianto materno, ma quello infantile,

E non sul serio…

Voglio che le strette valli nascondano non serpi velenose,

Ma capre e capri selvatici…

E se un leoncino deve trasformarsi in cane,

Che sia

Almeno un cane lupo.

E se a qualcuno il sangue deve diventare acqua,

Che diventi almeno

Vino.

Se la morte è inevitabile – che prenda un ingegno sterile,

E non chi è un eroe.

Se le guerre sono inevitabili – che combattano non i paesi,

Ma un marito, ad esempio, con la moglie.

Soffrire per i tradimenti? Che soffrano

Gli idioti, ce ne sono tanti in giro.

Desiderate stirare? Ecco, stirate un abito,

E non il cuore con il ferro da stiro.

Cosa seppellire?

Che il figlio seppellisca la vecchia madre,

E non la madre i giovani figli.

Chi bollare?

Vitelli e vitelloni, e non l’onore dell’uomo,

Benché in ciò non ci sia niente di nuovo.

Si può cantare –

Purché non gridino: «E smettila una buona volta»,

E anche abbracciare –

Affinché entrambi muoiano per arresto cardiaco.

E stimare –

Purché non puzzi di lusinga a un chilometro di distanza.

E fabbricare –

Purché sembri non fatta da mani umane un’opera di mani comuni.

Cadere stecchito –

Un carro armato nemico sulla strada, non un veicolo antincendio.

Che posso fare con desideri

Così grandi?…

Lasciatemi seguitare…

Quanto al membro –

E’ come una medicina che salva qualcuno.

Essere perdonato –

Questo sia per sempre e non separarsi neanche per un’ora.

Essere amato –

Soltanto da solo. E soltanto una volta.

Pensate che io voglia l’impossibile?

Sono sogni infantili?

Allora che generino senza dolore, come annusano i fiori,

Combattano – senza una goccia di sangue,

Che sia un incendio senza fuoco.

Che siano contagiati l’un l’altro soltanto dalla salute delle anime,

(Chi non lo vorrebbe? Chi non lo sognerebbe?)

Serve la liturgia?

 

Transitorietà

 

Quando il crepuscolo trapela dalle nubi come un pettine,

E un tenue venticello, come cagnolino che fiuta, si ferma

Davanti a un arbusto, a un albero, a una zolla, a una persona,

E quando il freddo novello inizia a mostrare la sua forza,

Costringendoci ad abbottonare la camicia e a lamentarci,

Quando la corteccia del giorno si spegne sul velluto della notte,

E le lucciole sembrano disegnare un mosaico antico,

Una volta ancora divento un ingenuo bambino,

Una volta ancora credo nella giustizia,

E mi sembra che morirò…di morte naturale…

 

Mi dispiace

 

Io nella vita ho aiutato tutti, me stesso non ho aiutato.

A vantaggio di tutti i miei doni, non a mio vantaggio.

Il viandante è diventato più saggio, imparata la mia lezione,

Mentre io sono un folle: scoraggiante risultato.

 

A tutti i passanti ho offerto il mio vino inebriante,

Ma io non l’ho assaggiato nel mio viaggio terreno.

Tutta la vita sono stato mezzano e padrino,

Benché più di tutti sempre mi servisse una casa.

 

Tutti si affidavano a me, quasi fossi un nascondiglio,

Quando mi affidai agli altri, mi pentii all’istante.

Tutto nella vita ho dissipato, perché allora non sono

Un mendicante di amore, che lesina come un usuraio?

 

 

Due poesie tradotte dal polacco

 

*  *  *

Ogni volta

Che gli uccelli da me spaventati si disperdono,

Mi sembra di aver lasciato cadere

Un grosso sacco di idee.

 

*  *  *

Sento il rosso grido delle rose

Attraverso l’aspro fumo della mia pipa

E tra i freddi fumi dell’inverno.

 

Un piccolo uccello,

Di cui non conosco il nome,

In un  grave momento di sconforto

M’infonde coraggio

Attraverso l’aspro fumo della mia pipa

E tra i freddi fumi dell’inverno.

 

E mi sembra

Che il postino mi abbia reso felice

Portandomi due lettere a lungo attese.

Ma lui mi ha portato soltanto i giornali,

Le solite notizie

Scritte in uno stile banale…

 

 

Una poesia tradotta dall’inglese e confrontata con la versione spagnola, le due versioni concordano perfettamente

 

L’amore

 

Viene sempre per vie inesplorate e non segnate,

Come l’acqua quando piove o il disgelo di primavera,

Questo è l’amore.

Da secoli gli Olandesi lottano per sottrarre la terra

Al mare, l’onnipotente mare,

Strappano la sabbia all’acqua, a granelli, un pugno alla volta,

Questo è l’amore.

Quando il colosso di una nave si avvicina

Ai bassi ponti sospesi del fiume,

Essi gettano i bracci in alto –

Un gesto di resa immediata.

Questo è l’amore.

Tu allegramente conversi con tutti intorno a te,

Dando risposte rapide, come una macchina,

Ma nella tua mente tu parli solo con lei,

Lei che è lontana da te,

Il cui nome è tutto ciò che tu possiedi –

Un passaporto dove manca il timbro ufficiale,

Questo è l’amore.

Il tamburellare delle tue arterie risuona come stillicidio,

La specie che si apre la strada attraverso la roccia,

Di notte, l’insonnia tesse una rete impenetrabile,

Non è una rete per i pesci,

E’ spessa abbastanza per poter strangolare la gente

Questo è l’amore.

Tu scopri che sei cresciuto vulnerabile e tenero

Come se a un tratto tu fossi costretto a perdere la pelle,

Questo è l’amore.

Due occhi senza sosta ti inseguono,

Due occhi e due stampi che bruciano i loro marchi nella tua vita,

Nell’acqua che tu bevi, nel tuo mondo

In ogni tua goccia di sangue.

Due occhi,

Due stampi,

Due fuochi,

Due ferri per marcare,

Questo è l’amore.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti