Archive | agosto, 2012

Ecumenismo

25 Ago

Pubblico nel mio blog questo mio breve appello, scritto circa dieci anni fa per tutti i cristiani che credono nell’ecumenismo, ma che non lo praticano ancora, con preghiera di un commento. 

Sorelle e Fratelli in Cristo,

   “Volere è potere” – per questo si può dedurre che le varie chiese cristiane non vogliano realmente riconciliarsi e unirsi. Da secoli esse “concorrono” tra loro con la pratica del proselitismo,  e tutto indica che questa situazione sia destinata a durare ancora molto a lungo. Di fronte a Cristo e al Suo Testamento, esse dunque peccano.

   Tutte le chiese cristiane sono ugualmente espressione della realtà redentrice, la quale esige l’unità: “Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo” (Ef. 4.5). Ogni cristiano ha la responsabilità di questa divisione e ha il dovere di impegnarsi a fondo, affinché si giunga de facto a una situazione di vera fratellanza in Cristo: “Voi siete tutti fratelli” (Mat. 23.8).

   Il Signore ha detto: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mat. 18.20). Così Cristo intende l’unità dei Cristiani, non come una improbabile decisione di teologi di differenti confessioni. La Chiesa di Cristo è una e universale. Poiché tutte le chiese cristiane sono unite in Cristo, ogni confessione cristiana è vera e ogni cristiano può frequentare ogni chiesa cristiana: cattolica, ortodossa, protestante, sapendo che Cristo lo aspetta  e che è sempre e dappertutto lo stesso Signore.

   Il problema dell’intercomunione nei primi secoli del cristianesimo non esisteva, perché la Chiesa era indivisa. Perciò, noi Cristiani, in quanto eredi di questa Chiesa, ci sentiamo fratelli in essa e consideriamo l’Eucarestia (una sola Eucarestia) un Dono Divino appartenente a ogni chiesa cristiana e a ogni cristiano, indipendentemente dalla sua confessione.

   In questo modo, prendendo l’iniziativa dal basso, realizziamo un vero e concreto Ecumenismo, in attesa che le autorità delle singole chiese cristiane dichiarino ufficialmente la loro riconciliazione e unità.

   In nome di Cristo, scambiamoci tutti un segno di pace e di fratellanza.

                                                                                                     Unità in Cristo

Roman Brandstaetter

23 Ago

Roman Brandstaetter

Il Crocifisso di Innocenzo da Palermo (San Damiano – Assisi)

La penna al servizio della religione e dell’uomo

   Il 28 settembre 1987 moriva a Poznań all’età di 81 anni Roman Brandstaetter. Ecco il telegramma inviato da Giovanni Paolo II all’arcivescovo Jerzy Stroba, allora arcivescovo metropolita di Poznań.

   “Il Signore dei secoli e dell’eternità ha chiamato a sé Roman Brandstaetter. In tutta la sua lunga e fruttuosa vita egli si è avvicinato a Cristo. E’ cresciuto nel cerchio biblico, al quale ha concorso per nascita e dalla nascita. Questo cerchio lo ha condotto a Gesù di Nazareth. Dal momento del suo incontro con Gesù di Nazareth tutta la sua vita e creazione si sono concentrate attorno alla persona del Dio Incarnato, atteso dal popolo di Mosè, hanno trovato espressione nel cantico – “Il cantico del mio Cristo”, gli “Inni mariani”, “Il libro delle orazioni, la versione poetica della Sacra Scrittura, i quattro poemi biblici.

   Il cantico nella Bibbia è espressione di speranza. L’attività letteraria di Roman Brandstaetter è stata interamente espressione della speranza biblica e divina. Di quella forza spirituale che distingue i veri cristiani, della forza che si apre la via e annienta il fardello della natura macchiata dal peccato, per elevare se stesso e gli altri verso Dio mediante la potenza dell’ispirazione e della grazia. Roman Brandstaetter ha così innalzato non solo se stesso, ha innalzato tutti noi, suoi lettori.

   Per tutta la vita è stato un pellegrino e si è cercato un posto nella Chiesa, nella letteratura, nell’ambiente, nel mondo. La conoscenza della Tradizione, della patria di Cristo, e soprattutto la  consapevole appartenenza al popolo eletto gli hanno consentito di creare basandosi sulle realtà dell’Incarnazione di Dio.

   Che Colui nel quale con tutto il cuore ha confidato e al quale ha cantato un cantico personale, e con tutta la Chiesa pellegrina ha ripetuto “Kyrie elejson”, lo conduca là dove si odono soltanto i gioiosi “Alleluja” di coloro che assieme a Cristo passano dalla morte alla vita”.

                                                                                Giovanni Paolo II, pontefice

 

   Nel necrologio apparso sul quotidiano “Słowo Powszechne” due giorni dopo la morte leggiamo: “Illustre Scrittore, Grande Artista della letteratura cattolica, Poeta, Drammaturgo, Traduttore, per più di mezzo secolo ha esercitato un’enorme influenza su intere generazioni di lettori polacchi. La sua creazione è parte integrante della cultura europea, per il suo messaggio universalistico generato dallo spirito cristiano. Fonte vivificante dell’ispirazione creatrice dell’Autore di “Gesù di Nazareth” e fonte della sua ardente fede fu la diletta Bibbia…E’ scomparso un grande scrittore. Ci restano i suoi libri e l’affascinante forza espressiva racchiusa in essi”.

   Il 4 ottobre il settimanale cattolico di Cracovia “Tygodnik Powszechny” pubblicava un articolo commemorativo, in cui si leggeva tra l’altro: “…Roman Brandstaetter, poeta di grandi emozioni metafisiche, illustre drammaturgo e prosatore, ha fatto del conflitto tra bene e male, amore e odio, fedeltà e tradimento, verità e menzogna – il tema principale delle sue opere. Creò nel silenzio e nella solitudine, estraneo alle mode letterarie e alle chiassose congreghe, perfezionando la sua arte interamente rivolta alla condizione umana. Vide il destino dell’uomo nelle categorie della teologia cristiana, aperta alla sofferenza e al dolore, ma anche alla speranza del riscatto e alla redenzione di ciò che è imperfetto, fugace…Nei suoi drammi si riallacciò alla tradizione del teatro religioso, alle rappresentazioni sacre del medioevo, nonché ai romantici e modernisti polacchi: Mickiewicz e Krasiński, Wyspiański e Żeromski, riproponendo i loro grandi problemi morali e nazionali…Ha fornito una continua testimonianza di fede nell’uomo: nelle sue possibilità di ampliare le sfere del bene e dell’amore, di trasformare le tenebre in luce…La morte di Roman Brandstaetter impoverisce una tradizione molto importante che nella letteratura polacca risale al romanticismo, la tradizione della letteratura intesa come coscienza della nazione, che fa appello anzitutto alla sensibilità morale del lettore…”

   Roman Brandstaetter nacque il 3 gennaio 1906 a Tarnów. Nel 1931 si laureò in filosofia all’Università Jaghellonica di Cracovia. Debuttò come poeta nel 1928 con una raccolta dal titolo “Jarzma” (I gioghi). Scrisse più di 20 drammi, tra i quali ricordiamo: “Powrót syna marnotrawnego” (Il  ritorno del figliol prodigo), che ha come protagonista Rembrandt e fu scritto a Gerusalemme negli anni di guerra, “Król i aktor” (Il Re e l’attore, 1951), „Odys płaczący” (Ulisse piangente, 1956), „Medea” (1959). Tra le opere poetiche spiccano su  tutte “Pieśń o moim Chrystusie” (Il canto del mio Cristo, 1960) e “Hymny Maryjne” (Inni mariani, 1963). Le sue opere in prosa più conosciute sono: “Kroniki Asyżu” (Cronache di Assisi, 1947), „Krąg biblijny” (Il cerchio biblico, 1975) e soprattutto “Jezus z Nazarethu” (Gesù di Nazareth, 1967-1973), pubblicato in Italia nel 1992 dalla casa editrice Piemme (traduz. B.Verdiani). Quest’ultima opera è una grande epopea del Nuovo Testamento suddivisa in quattro parti, è un possente romanzo considerato da molti un caposaldo  della letteratura polacca del dopoguerra, sia dal punto di vista storico che artistico. Essa è nata da una profonda conoscenza della tradizione giudaica e stupisce per l’ampiezza delle fonti e l’accuratezza nel descrivere i fatti della vita di Cristo sulla terra. E’ la visione di un uomo che concepisce la fede come continua ricerca – spesso attraverso la sofferenza – delle verità assolute.

   Nella creazione di Roman Brandstaetter si legano tre indirizzi: religioso, patriottico e nazionale. Il suo bellissimo poema “Bibbia, patria mia…” ha detto sulla terra polacca più di molti volumi di prosa. Nella sfera dei suoi interessi emergevano sempre in primo piano la religione e l’uomo, e in particolare i pericoli che porta con sé il mondo contemporaneo, la civiltà contemporanea. Percepiva la presenza del caos e del vuoto nella vita dell’uomo.

   Alla tematica biblica Brandstaetter tornava ripetutamente sotto la spinta di nuove meditazioni ed esperienze personali. Per lui la Bibbia è il timone e lo specchio della vita, in cui occorre cercare la risposta alle domande spesso così tormentose, scaturenti dalla nostra intricata realtà.

   Il giornalista Marian Brzeziński scrive: “…Tra i miei libri c’è anche il “Cerchio biblico” di Brandstaetter. Quando si scorrono le sue pagine, si avverte subito il desiderio di aprire la Bibbia. Quando sarai vecchio – leggo nel testamento del nonno di Brandstaetter lasciato al nipote – ti convincerai che tutti i libri letti nella tua vita non sono altro che un insufficiente commento a questo unico Libro…Guardo la mia enorme biblioteca, penetro con la mente nel suo contenuto e – riconosco che il nonno di Brandstaetter aveva ragione”.

   Tutto ciò che è uscito dalla sua penna: la sua prosa, le poesie, i drammi, i saggi, le bellissime traduzioni di testi del Vecchio e Nuovo Testamento, è caratterizzato dalla sete di Assoluto. Riteneva che uno scrittore debba servire anzitutto la Verità, debba presentare l’intera gamma delle esperienze umane, con le loro parentesi di grazia e le cadute. Per questo l’azione di molti drammi di Brandstaetter si svolge in un certo senso nell’intimo dei protagonisti. Le situazioni sono in funzione dei personaggi che cominciano ad esternare i propri sentimenti, sentimenti che sono strettamente legati alla fede, intesa come grazia che bisogna sviluppare, arricchire, rafforzare attraverso le esperienze emotive e intellettuali. Ecco cosa egli scrive in “Księga modlitw” (Libro di preghiere, 1985):

 

                     …Dobbiamo diventare artisti della fede

                     E incessantemente percepire questa fede,

                     E sempre di nuovo percepirne la profondità,

                     Come percepiamo una nuova parola nella poesia,

                     Come percepiamo un nuovo suono nella musica

                     E nuovi colori sulla tela di un quadro,

                     Ogni routine e ogni maniera

                     Sono la morte della fede e la morte della coscienza

                     Dacci, o Signore, l’ispirazione della fede!

 

   Parlando del ricco patrimonio letterario lasciato da Roman Brandstaetter non si può non accennare al suo aspetto francescano. Lo scrittore era affascinato dalla figura del Poverello di Assisi. Questo santo che contrasta in modo così stridente con l’immagine dell’uomo comunemente osservata, così lontana dalla semplicità e dalla schiettezza evangelica, per Brandstaetter rappresenta la conferma delle più alte possibilità morali dell’uomo.

  

   Verso la fine degli anni ’80 il settimanale socio-culturale cattolico “Kierunki” (Orientamenti) pubblicò un articolo di Józef Dużyk (1928-2000), storico, scrittore e pubblicista di Cracovia, anch’egli grande ammiratore dell’Italia. Il titolo era “Il fascino dell’Italia nella creazione di Roman Brandstaetter”. Ecco alcuni frammenti nella mia traduzione:

   Il fascino dell’Italia iniziò forse nel modo più evidente nel momento in cui, fulminato come Paolo sulla via di Damasco, Brandstaetter modificò il suo pensiero e la sua fede, senza peraltro rinnegare le sue origini ebraiche, e abbracciò la religione cattolica. Brandstaetter descrive questo momento provocato da una fotografia, nel suo libro “Il cerchio biblico”, quando durante la guerra prestava servizio a Gerusalemme presso l’Agenzia Telegrafica Polacca. Terminato il lavoro dopo mezzanotte, prima di lasciare l’ufficio, cercò qualcosa da portare con sé per leggere a casa. Mentre sfogliava alcune vecchie riviste, da una di esse scivolò a terra una fotografia. Lo scrittore la raccolse. Raffigurava un Crocifisso del XVII secolo, opera di Innocenzo da Palermo, situato nella chiesa di san Damiano ad Assisi. “Sentii il fruscio degli ulivi – scrive Brandstaetter – che crescono sui pendii delle colline umbre  e avvertii l’irresistibile bisogno di tornare ad Assisi – Sì! Tornare – anche se ancora non ero mai stato in quella città. Ciò doveva rappresentare uno stupefacente ritorno da un mondo di valori infranti a un valore immutabile, assoluto e indistruttibile…”

   Assisi fu senza dubbio la città che più affascinò Brandstaetter e una prova eloquente di ciò è fornita in particolare dai suoi libri pieni di sincera poesia e lirismo intitolati rispettivamente “Cronache di Assisi” e “Nuovi fioretti di san Francesco”. Nella sublimazione di questa città lo scrittore riuscì a racchiudere non solo l’essenza del pensiero e delle azioni di san Francesco, ma anche a delineare in modo espressivo e pittoresco il paesaggio in cui si era svolto il mistero francescano, uno di quei misteri che hanno incantato non solo più di un cattolico, ma anche persone assai lontane dalla religione e dalla fede. A distanza di anni dal suo primo soggiorno ad Assisi in compagnia della moglie, Brandstaetter scrisse: “Quando nell’inverno del ’46 giungemmo per la prima volta ad Assisi, ebbi l’impressione come di tornare nella mia città natale dopo un lungo viaggio. Questa città non mi fu mai estranea. Anche quando non la conoscevo ancora essa fu sempre per me sinonimo di rifugio, fiducia e serenità, sinonimo di quei valori inestimabili che creano il concetto di asilo francescano”.

   Nel 1982 la casa editrice “Wydawnictwo Poznańskie” pubblicò un altro libro di Brandstaetter intitolato “Paesaggi italiani”, che può essere considerato una sintesi delle impressioni ed esperienze italiane dello scrittore. In esso vediamo fino a qual punto egli fosse affascinato dall’Italia, dal paesaggio, dalle città, dalla storia e dall’arte italiane. Qui infatti scorrono le stupende immagini delle più importanti località della Penisola Appenninica: ecco Venezia, la Toscana con Firenze, l’Umbria con Assisi, Roma e i dintorni, e tanti altri celebri e celebrati luoghi.

   La grande varietà di mezzi espressivi di cui disponeva Brandstaetter gli consentiva di creare immagini piene dei colori della vita, di riprodurre artisticamente l’atmosfera delle città, delle strade, delle piazze, a dimostrazione del suo profondo amore per l’Italia. Ma ciò era anche il prodotto della sua nostalgia per questo paese, del bisogno che avvertiva di descriverlo, di ricordare ciò che aveva visto e ciò che lo aveva maggiormente colpito. I pensieri dello scrittore relativi alle città e ai paesaggi italiani sono una prova della profondità delle sue osservazioni e al tempo stesso della percezione del fascino esercitato su di lui da ciò che vedeva. La poesia intitolata “Venezia” è un esempio di esatta interpretazione del paesaggio, dell’arte, ma anche espressione dei meandri della propria filosofia. Andando in gondola lungo il Canal Grande vede il gondoliere  che “rema con il canto – remo della malinconia. Passa lungo l’altera Serenissima legata al simbolo del leone e alla grandiosità della sua arte, rappresentata nella poesia da uno dei massimi maestri – il Veronese; ricorda Byron imprigionato nel Palazzo dei Dogi, e attraverso la sua penna questo Palazzo diventa un “sonetto di architettura”. Brandstaetter ha racchiuso nella poesia “Venezia” tutto ciò che è possibile dire di questo eccezionale, incantevole edificio, decifrandone la grazia, il fascino e l’eleganza architettonica, ma ricordando contemporaneamente con quanto dice sulle grate delle celle – il lato cupo della sua storia. In gondola l’autore passa “attraverso i palazzi ricamati con il filo moresco”:

 

                       E intorno a me c’è tanta realtà,

                       Che volendo appieno comprenderne l’eccesso

                       Devo tradurla

                       Nella metafora del gondoliere,

                       Che ha avvolto il collo

                       Nel sole che tramonta.

 

   In altri tre quadretti veneziani descrive gli attimi trascorsi al di fuori del salotto della città, cioè Piazza san Marco incredibilmente affollata, quando può contemplare gli angolini più riposti, dove richiama l’attenzione non sulle meraviglie architettoniche, ma su aspetti della vita di ogni giorno: le case e i canali appartati, una nera barca con il barcaiolo addormentato, i panni colorati stesi sui balconi – immancabile ornamento dei vicoli italiani, i vasi di azalee, un cane che sonnecchia, due vecchi che giocano a scacchi…

   Dalla laguna di Venezia Branstaetter trasporta il lettore nella pittoresca Toscana, il cui

 

                        Panorama ricorda

                        Un vecchio arazzo,

                        Per la verità i suoi colori

                        Sono alquanto sbiaditi,

                        Ma c’è in essi

                        La maturità

                        Della terra affaticata.

   Ci sono naturalmente gli inseparabili ornamenti della Toscana, o meglio del suo capoluogo rinascimentale: Ponte Vecchio, percorso da una ventenne “Beatrice con un golfino azzurro che si reca dalla modista per un nuovo cappellino”, ; c’è Piazza della Signoria con il pozzo del Nettuno, il monumento a Cosimo de’ Medici, la Loggia dei Lanzi. Bandstaetter sa contemplare il passato e le bellezze di Firenze, sa distinguere l’inquinamento del fiume Arno che attraversa la città, dalla grazia dei ponti e delle opere d’arte che si trovano in essa.

   “Il carattere del paesaggio italiano – scrive Brandstaetter – è musicale. La sua musicalità tuttavia si esprime non solo nei suoni che accompagnano la vita quotidiana di questa terra, ma anche nella linea dei colli e delle valli, nella prospettiva dei viali di cipressi, nella malinconia delle antiche fontane che hanno il colore e il profumo delle opere di Debussy”.

   Nell’affascinante “avventura” italiana di Brandstaetter non potevano mancare le passeggiate romane, alla ricerca di luoghi che è difficile dimenticare, che restano nella memoria per tutta la vita, che sono il simbolo della Città Eterna. Dal Monte Pincio, guardando le cupole, i tetti e i campanili di Roma, lo scrittore osserva:

 

                          E niente è prematuro

                          E niente è in ritardo,

                          Nemmeno il frullare d’un uccello

                          Dentro un aloe.

                          So soltanto questo:

                          Basta rendersi conto  

                          Dell’impotenza di fronte alla Tua volontà,

                          o Dio,

                          Per sentirsi molto felici.

 

   La felicità per il poeta è anche il fatto di aver potuto ascoltare più d’una volta la melodia delle fontane italiane che s’immerge nel musicale paesaggio dell’Italia. Lo scrittore avverte in esso la tristezza delle antiche rovine di Paestum, la maestosità della cattedrale di Palermo, le bellezze di Capri, Ischia, Amalfi, Taormina e i bagliori dei mosaici di Monreale.

   Ma ecco fino a che punto il fascino dell’Italia e in particolare di Assisi lasciò un’impronta indelebile nella personalità e nell’arte di questo scrittore: fantasticando sull’aspetto del mondo dell’aldilà, Brandstaetter non poté fare a meno di immaginarselo come un frammento di paesaggio italiano, ovvero di Assisi: “Oggi ho pensato che nell’altro mondo sarà stupendo come in Piazza del Comune a mezzogiorno. Seduti sulle sedie di vimini a bere il caffè, io fumerò la pipa e ammireremo Santa Maria sopra Minerva. Ci sarai tu, mia cara, ci sarà padre Paolo che lancia fulmini contro la vanità di questo mondo, e ci saranno i colombi che arrivano da ogni parte sulla piazza. Solo sarà un po’ più silenzioso. E sicuramente sarà del tutto diverso, ma ciò nonostante recandomi nell’altra parte della realtà, crederò fermamente di dirigermi verso Piazza del Comune ad Assisi, a mezzogiorno”.

   Forse – conclude il suo articolo Józef Dużyk – sulla tomba dello scrittore a Poznań stormiscono i pini e i cipressi italiani…

 

 

Poesia e prosa di Roman Brandstaetter nella traduzione di Paolo Statuti

 

 

La confessione del Cireneo

Non di mia volontà ho portato la Tua croce ,

Signore.

Me l’hanno ordinato.

Tornavo a casa dal campo

Dopo il duro lavoro

Ed ero stanco.

Quando mi trovavo ai piedi del Golgota

Ho visto dei soldati

E Te,

Che cadevi sotto il peso della croce.

Volevo stare alla larga da Te

– Non mi piacciono simili scene –

Ma il centurione mi ha preso per un braccio

E ha gridato:

“Porta quella croce!”

Che potevo fare?

Ho dovuto.

Me l’hanno ordinato.

Ritorno ad Assisi

 

Ci sono ritorni, mia cara.

Il tempo si può trattenere

Con la mano

Come un bambino.

 

Guarda. Assisi.

La stessa di anni fa.

 

Solo Prospero ha fatto fortuna,

Solo il rubicondo signor Rossi è morto,

Solo Taddei è diventato un uccellino,

Solo in via della Catena

Si sono spenti gli specchi.

 

Non rattristiamoci,

Sono gli errori del tempo,

Che a volte non sa memmeno lui

Quello che fa.

 

Questa domanda è l’eternità.

Dove?

Ma noi andiamo, andiamo.

 

1960

 

Inno alla preghiera

 

Appari

E sii per me d’aiuto

Preghiera delle notturne meditazioni,

Mia confidente.

 

Hai senso solo quando

Sei il giudizio di Dio sull’uomo.

 

Non parlare con la loquacità della mia bocca,

Ma sii il mio orecchio,

Attento e infallibile,

Che sente tutto ciò

Che il Signore dirà.

 

Fa’ che in una frazione di silenzio

Io racchiuda tutto il mio essere.

 

Sii silenzio della mia bocca,

Silenzio che annuisce al volere divino

Che testimonia il volere divino

Che conferma il volere divino

Che suggella il volere divino.

 

Non sono degno

– Foglia caduta dall’albero –

Di unirmi al Signore,

Ma fa’

Che la mia anima,

Questa minuscola molecola della Divinità,

Sia consapevole della propria origine,

 

Che la rende una particella dell’Innominabile

Un riflesso del Rovo ardente

Del Rovo spinoso

Del Rovo Crocifisso.

 

Appari

E sii per me d’aiuto

Preghiera delle notturne meditazioni,

Mia confidente.

 

La preghiera dei Re Magi

 

Perdonaci, Dio, se creiamo.

Le nostre parole sono indegne del loro nome.

Esse non erano al principio

Né saranno alla fine,

Non erano in Te,

Né sono Te.

Tramite esse non succede nulla.

 

 

Le nostre parole non sono belle

Né testimoniano della bellezza,

Le nostre parole non saranno mai carne

E mai abiteranno tra gli uomini.

Esse sono illusione raminga.

Dunque perché esistono? Forse per sgravarsi,

Tra continue rinunce e restrizioni

Nel cerchio del desiderio che si stringe sempre più,

Di tutto ciò

Che è superfluo nell’eternità?

 

O Dio che cosa è superfluo nell’eternità?

 

Siamo le fonti intorpidite del sapere.

Non siamo in ciò che creiamo,

Perché nei nostri libri

Cerchiamo di essere migliori

Di quanto non siamo in realtà.

 

Smarriti, raccogliamo le tibie degli inni caldei

Sparse sulla terra.

Le nostre fronti sono già un campo di stoppia,

E le nostre tempie ciglio di un monte chino

Sulla morte, che è il succo di tutta la vita.

Menzognera è la bocca dei nostri libri,

Freddi sono i corpi dei nostri libri.

E’ già giunta la nostra ora.

 

Ma volendo prima della morte

Semplificare la nostra scienza intricata,

Abbiamo deciso di recarci da Te, o Dio,

Nella terra giudea,

Nella Betlemme d’argilla.

Ci guida la stella più vera di tutte le stelle,

Perché ancora non menzionata

Nei manuali di astronomia.

 

Per questo i nostri pensieri gettano un’ombra sempre più lunga,

E le nostre labbra sono screpolate dalle preghiere

Come antiche gradinate.

 

Lentamente avanzano i cammelli, carichi d’oro e d’ambra,

Percorriamo vicoli sporchi con botteghe dove siedono

Uomini col narghilè tra i denti e meditano

Sulla riva della rigonfia Bibbia. E’ la stagione delle piogge.

I nostri tabarri sono già neri per i venti.

Sulla piazza ronfa l’organetto assonnato, e un alato mercante

Si solleva sulle arance e sui datteri.

Sulle alture d’oro, sulle alture d’oro

E’ la salvezza dei mercanti, che pregano

Per il peso falso della frutta.

E presso le pareti del tempio dormono i sacerdoti satolli,

Storditi dal vuoto come dal robusto vino.

Neanche nel sonno cantano, perché non sanno cosa cantare.

Qualcuno ha dato un calcio a una pentola con il fondo bucato.

Il fondo del mondo.

 

La stella si è fermata sulla Grotta e ha intonato

Un canto di Natale intrecciato di angeli.

 

E noi tre, re magi, curvi sotto il peso

Dei libri, vuoti come crani bruciati nel deserto,

Tremiamo di spavento, anche se siamo felici.

Ci turba infatti il pensiero che lasciando Te,

Dovremo percorrere una strada diversa

Da quella che ci ha portati qui.

 

Non potremmo tornare, o Dio, seguendo la stessa strada?

 

 

Qoèlet nel cassetto

                                                                Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle                                                                                                

                                            bestie, perché tutto è vanità.                    

                                                                               Qoèlet, 3, 19                                             

 

   Nel terzo cassetto a destra della vecchia scrivania di Anselmo si era sistemato un tarlo.

   – Vale la pena lavorare tanto, tarlo? – gli chiese Anselmo un giorno in cui, aprendo il cassetto, notò una nuova porzione di polvere posata sulle carte.

   – Tu credi – replicò il tarlo – che del tuo lavoro resterà qualcosa di più di un pugnetto di polvere grigia sul fondo del vecchio e marcio cassetto che chiamate Terra?

   E Anselmo di rimando:

   – Scusami, tarlo, ma c’è una certa differenza tra il tuo insensato scavare il legno e la mia creazione.

   – Creazione? Tu chiami creazione il tuo scavare inutilmente la realtà?

   – Sei uno sfrontato – rispose Anselmo – farò venire un falegname che ti concerà  per le feste…

   – Puh! – disse con disprezzo il tarlo. – Un giorno anche per te verrà un falegname, povero presuntuoso.

     Anselmo chiuse sbattendo con rabbia il cassetto e pensò: Questo tarlo deve aver letto il libro di Qoèlet…

Il circo

   Le epoche più tragiche nella storia dell’umanità sono quelle in cui i malvagi lottano contro i malvagi per il bene, gli stupidi contro gli stupidi per la saggezza, e gli schiavi contro gli schiavi per la libertà. Allora non si sa bene per chi dichiararsi e quale parte appoggiare. Mi sembra che in tali circostanze la cosa migliore sia quella di assumere l’atteggiamento di uno spettatore seduto in un circo, mentre osserva l’esibizione dei clown che si prendono a schiaffi a vicenda. Indubbiamente è una posizione da chierico, ma cos’altro può fare in tali casi un uomo rassegnato, consapevole dell’inferno che lo circonda da ogni parte?

 

Il fascino della noia

   Una grande folla ha invaso Piazza san Marco. Per salvarci dal febbrile andirivieni di turisti di lingue diverse, lasciamo in fretta la piazza e ci rifugiamo nelle stradine laterali tra quiete case e canali appartati. In uno di essi ondeggia una barca nera, e sul fondo dorme il barcaiolo comodamente sdraiato, con il viso coperto da un cappello di paglia, che buffamente si alza e si abbassa al ritmo del respiro del proprietario, che si gode il dolce far niente. Sui balconi sono stesi panni colorati – immancabile ornamento dei vicoli italiani. Alla finestra di una casa medioevale in Corte dei Preti, tra vasi di azalee, un uomo robusto in maglietta bianca guarda in fondo alla stradina, dove due vecchi abbronzati giocano a scacchi. Accanto un cane sonnecchia su una poltrona sfilacciata. L’uomo alla finestra gonfia il petto e allarga le braccia, si stira e sbadiglia. Uno dei due vecchi solleva un pedone, ma la sua mano indecisa resta sospesa sulla scacchiera. Guardiamo con tenera soddisfazione quel quadro di silenzio e di noia e desideriamo conservarne nella memoria il più a lungo possibile l’impeccabile fascino.

 

   Anni fa ho tradotto alcuni brani del libro “Il cerchio biblico”, un capolavoro di Roman Brandstaetter, inviandoli a un paio di editori italiani come proposta di stampa. Purtroppo essi sono rimasti ciechi e sordi, perdendo in tal modo una buona occasione di successo editoriale. Li ripropongo ora nel mio blog, sperando che qualcuno capisca finalmente la bellezza e l’importanza di questo libro, e si decida a pubblicarlo in Italia.

 

Roman Brandstaetter: Il cerchio biblico

                                       Editrice PAX, Varsavia 1986

                                       167 pagg. Formato 14.5×20.5 cm. senza illustr.

                                       Quarta edizione ampliata

Frammenti di due recensioni riportate in quarta di copertina.

   “La grande opera di uno scrittore deve avere necessariamente uno sviluppo notevole? No. E un piccolo libretto può essere una grande opera? Può esserlo. (…) Il cerchio biblico di Roman Brandstaetter è appunto un grande piccolo libretto. (…) Questo libretto bisogna leggerlo nel silenzio, quando si ha la certezza che nessuna questione terrena verrà a turbare il clima di questioni elevate, Divine e umane”.

                                                       Marian Brzeziński

                                “Słowo Powszechne” Nr 253, 15/16 XI, 1975

 

   “I biblisti polacchi si chiedono in che modo invogliare i cattolici a leggere la Sacra Scrittura. (…) Brandstaetter, scrittore animato da questa stessa sollecitudine, dimostra nel ”Cerchio biblico” in qual modo anche un laico possa mantenere un legame costante con la Bibbia e approfondirne la conoscenza per tutta la vita”.

                                                         Halina Sławińska

                                               “Życie i Myśli” Nr 6 VI, 1976

Brani del „Cerchio biblico” di Roman Brandstaetter, tradotti da Paolo Statuti

 

Il cerchio biblico

   Nessuno di noi possiede la ricetta per una buona e giusta esperienza biblica e nessuno può fornire ad un altro tale ricetta. Ciascuno deve conquistare per se stesso questa capacità, tanto più che essa equivale sempre a una ricerca di ciò che desideriamo trovare nel libro, vale a dire le risposte alle domande che ci assillano. Poiché secondo le nostre inquietudini e i nostri affanni poniamo al Santo Libro domande diverse, ognuno di noi dovrebbe a modo suo leggerlo, viverlo e seguire gli insegnamenti da esso impartiti.

   Il cerchio biblico racchiude in sé non soltanto i settori difficili della nostra conoscenza, delle nostre esperienze di vita ed emozioni letterarie che foggiano ed ampliano il nostro rapporto con la Sacra Scrittura, ma anche le persone che con la loro azione hanno influito sull’ approfondimento del nostro rapporto con le ispirate Scritture. L’amore per la Bibbia e l’esperienza biblica sono sempre la risultante di molti stimoli assai personali, che a volte è difficile scoprire, formulare e perfino cogliere. L’esperienza biblica, ovvero una appropriata lettura della Bibbia, dipende quindi da un insieme di presupposti psicologici e culturali estremamente complessi, e soprattutto da quel peculiare udito – io lo definisco udito biblico – che ci rende sensibili alla bellezza, alla profondità e alla sapienza della Parola Rivelata. Così come è possibile educare all’ascolto della musica una persona musicalmente ottusa, esistono mezzi che permettono un’acuta e saggia lettura della Bibbia. Per questo ho deciso di descrivere le mie esperienze bibliche, nella speranza che alcune di esse formanti il mio rapporto con il Santo Libro, possano in qualche modo essere di aiuto al lettore nel suo personale cammino verso le fonti della Rivelazione. Vorrei che queste confessioni svolgessero il ruolo di un passante occasionale al quale chiediamo la strada. Il passante è in buona fede e non ha intenzione di fornire risposte errate, né d’indicare una falsa direzione, ma ciò non significa che la via da lui indicata sia la migliore, la più diretta e soprattutto la più appropriata. Forse le mie esperienze e i miei argomenti lasceranno indifferente più di un lettore. Ma può accadere che egli trovi tra essi parole o giudizi che malgrado l’incapacità di esprimere ciò che dovrebbero esprimere, letti in un momento favorevole – chi può sapere quando? – gli consentiranno di superare l’ostacolo  e di entrare nel cerchio biblico.

 

Il bisogno di conoscere la Sacra Scrittura

   Guardiamo la verità negli occhi. A molti la Sacra Scrittura sembra superflua per la vita e per la fede. Credono in Cristo, senza sapere chi Egli sia. La loro conoscenza del Dio-Uomo si esaurisce in qualche verità del catechismo e in alcuni racconti evangelici sparsi, senza un nesso tra loro. Si può azzardare l’affermazione che vaste schiere di cattolici credono in Cristo, senza conoscere la Sacra Scrittura. Non metto in dubbio la sincerità dei loro sentimenti religiosi, ma è difficile non rilevare che una simile coscienza confessionale, avulsa dalle sue radici storiche, si trasforma in pratica in una mitologia dai contenuti primitivi.

   La quotidiana lettura del Vangelo obbliga a confrontare la nostra vita con l’insegnamento di Cristo. La riluttanza a leggere ogni giorno la Sacra Scrittura il più delle volte è frutto dell’ignavia, che origina da un senso di spavento dinanzi al confronto con la verità di Dio. In tribunale la legge non ammette ignoranza. Cristo ha chiesto agli uomini di venerare ciò che conoscono. Nel colloquio con la Samaritana presso il pozzo di Giacobbe ha detto chiaramente:

“Voi adorate ciò che non conoscete;

Noi

Adoriamo ciò che conosciamo…”

(Giovanni, 4,22)

 

Come visitai la tomba del patriarca Abramo

   Non l’avevo conosciuto. Morì centenario due anni prima della mia nascita. Tuttavia grazie ai racconti di mio nonno e di mio padre il bisnonno aveva assunto nella mia fantasia di fanciullo le proporzioni di un patriarca biblico e, scolpitosi per sempre nella mia memoria in questo aspetto, formò la mia visione di molti eventi remoti e misteriosi, che senza il suo concorso forse non avrei mai compreso.

   Si chiamava Abramo. David era il suo nome di famiglia. Discendeva dai Sefarditi. Era nato a Varsavia nel 1804. Non volendo andare sotto le armi – nel 1842 il governo russo promulgò una legge che imponeva agli Ebrei il servizio militare venticinquennale – si trasferì con la famiglia nell’allora Galizia e si stabilì a Tarnów. Assieme a lui emigrò da Varsavia il fratello minore di sua moglie, Isidoro Brunner, il quale dopo un breve soggiorno in Galizia si recò in Italia e nel 1848 entrò nella Legione romana di Adam Mickiewicz. Oltre al fatto che il mio bisnonno fosse nato a Varsavia, a quell’epoca non sapevo nulla del suo passato e delle sue parentele. Tutta la mia attenzione era concentrata sulla figura del vecchio e sul suo nome biblico, che con il suo suono maestoso mi riempiva di rispetto e timore.

   Il bisnonno era un uomo molto pio, uno zelante chassid, seguace della dinastia degli zaddik di Góra Kalwaria. Sulla sua religiosità circolavano racconti edificanti. Mio nonno, che per il suocero nutriva una profonda stima, mi narrava diversi fatti della sua vita, che testimoniavano della sua devozione, saggezza e ospitalità, e soprattutto benevolenza. Ogni venerdì, di buon’ora, distribuiva personalmente ai poveri che si radunavano nel cortile della sua casa, denaro, pane e grandi quantità di olio; era infatti proprietario di due presse per l’olio di lino, una vicino a Tarnów, a Klinowa, la seconda nella stessa Tarnów, in via Olejarska, che aveva preso il nome dall’oleificio del bisnonno. Quando morì, una folla di poveri in lacrime assistette al suo funerale.

   Per effetto di questi racconti, fin dalla prima infanzia avevo identificato la figura del mio bisnonno con il biblico Abramo di Ur dei Caldei, come ho già scritto nel capitolo precedente – l’identità dei nomi in questo processo associativo ebbe certamente un ruolo notevole – e tale associazione è perdurata in me fino ad oggi. Per questo tutte le volte che leggo nel Libro della Genesi la sua storia, lo vedo così com’è nella fotografia che si trova in uno dei cassetti del mio scrittoio. Vedevo quindi il mio bisnonno mentre usciva da Ur, città dai contorni nebbiosi di una immaginaria Varsavia orientale, mentre si dirigeva verso la “terra promessa” che mi rammentava i miei Carpazi, mentre in modo ospitale accoglieva gli angeli nella sua casa alle Querce di Mamre, e poi mentre si recava con il figlio Isacco sul Monte Moria, così simile al Monte di san Martino, dove a volte mi portavano a passeggiare i miei genitori. Tutti questi eventi si configuravano con armonia in racconti realisticamente composti, nei quali non c’erano né anacronismi né arbitri. Passato e presente così intrecciati fra loro formavano nella mia coscienza un insieme indivisibile, e avrei giudicato certamente pazzo chi avesse osato separarli con un abisso di quattromila anni. Fu il mio bisnonno ad insegnarmi dalla tomba a vivere la Bibbia come un evento incessantemente attuale.

   Ricordo che un giorno mio padre mi portò al kirkut. Ci fermammo davanti a una semplice tomba, ricoperta di acacia selvatica. Sulla lapide erano incise parole in ebraico, che vanamente mi sforzavo di decifrare.

   – Qui giace il tuo bisnonno Abramo. Prega…- disse mio padre, spazientito dal mio incerto compitare le consonanti ebraiche prive della punteggiatura masoretica, il che mi complicava la decifrazione del testo.

   La soverchia emozione m’impediva di pregare.

   – Ricordi cosa ti ho raccontato di lui? – chiese mio padre dopo un lungo silenzio.

   – Ricordo…- risposi.

   – Fu un buon uomo…

   – Sì…

   – Vorrei che anche tu fossi buono come…

   Tacevo turbato.

   – Era molto devoto…

   – Lo so…lo so…- interruppi mio padre – è lui che voleva sacrificare a Dio suo figlio Isacco…

   Mio padre mi guardò stupito, sorrise e – non mi corresse.

   Di ciò gli sono molto grato.

 

 

 

Libro vivo

   E’ una notte di luglio. Sulla mia scrivania c’è la Sacra Scrittura.

Allungo la mano per prenderla. Per effetto di quel gesto il flusso del

passato è così travolgente, che non posso fare a meno di ricollegare la mia mano tesa alla mano del nonno segnata dalle rughe, che prendeva il volume della Bibbia ebraica rilegato in tela nera.

   La Bibbia si trovava sulla scrivania del nonno. La Bibbia giaceva sui tavoli dei miei avi. Mai nella biblioteca. Sempre a portata di mano. In casa nostra nessuno doveva mai cercare la Bibbia, e non ho mai sentito che qualcuno chiedesse dove essa fosse. Si sapeva che dai nonni stava sulla scrivania, da noi sul tavolino accanto alla poltrona sulla quale di sera era solito sedersi mio padre. Il luogo dove si trovava la Bibbia, per me era un luogo privilegiato. Se allora mi avessero chiesto in cosa consistesse quel privilegio, di sicuro non avrei saputo rispondere, e tuttavia avvertivo in modo straordinariamente chiaro la singolarità di quel luogo. Esso era per me il centro dell’intera abitazione, il punto più eminente, intorno al quale tutto ruotava. Quando mio padre la sera leggeva la Bibbia, camminavo nella stanza in punta di piedi. Non avrei mai osato interrompere il nonno nella sua lettura. Entrambi per me in quegli attimi erano degli intoccabili. Fin dai primi anni dell’infanzia fui testimone di un’incessante dimostrazione della santità di quel Libro, del suo culto e della sua sublimità. Il semplice fatto di aprirlo era già un atto sublime. Nel mistico Zohar è scritto: “Quando si prende il Santo Libro per leggerlo si aprono le celesti porte della misericordia e si ravviva l’amore nell’alto dei cieli”. Mio padre mi raccontava che il bisnonno ogni volta, prima di toccare la Bibbia, si lavava le mani e pregava chiedendo la grazia di una saggia lettura. Il mio primo insegnante di lingua ebraica – morì nel 1914 nella battaglia di Kraśnik – mi dava le bacchettate sul palmo della mano, quando osavo toccare con un dito le sacre lettere del Pentateuco.

   Il nonno fin dalla prima giovinezza annotava in ebraico, con una calligrafia minuta, sul lato interno delle due copertine della Bibbia, e poi su fogli di carta incollati ad esse e ritagliati con pedantesca precisione in modo che avessero le stesse dimensioni del Libro – le date di morte dei suoi antenati e dei parenti più stretti. Erano annotazioni sulla morte dei suoi trisavoli, bisnonni e nonni – uno di loro morì tragicamente nel 1793 in circostanze che ricordavano una ballata romantica – trisavole, bisnonne e nonne, zii paterni e materni, cugini, figli, nipoti e infine mia nonna. Mentre scriveva il suo nome – mi trovavo appunto accanto a lui – chiesi:

   – Perché scrivi sulla Bibbia i nomi dei morti?

   – Perché è il libro dei vivi – replicò, senza smettere di scrivere.

 

Il nonno parla dell’arte di leggere la Bibbia

   Forse frequentavo la settima ginnasiale. Un giorno di primavera il nonno mi portò a passeggio fuori città, in direzione del Monte di san Martino. Superammo piazza Sanguszko situata all’interno di un bellissimo vecchio parco tra faggi e platani rossi e imboccammo una strada fiancheggiata da meli selvatici, che si arrampicava come una gobba ondeggiante fino ai piedi del monte, sulla cui cima si ergevano le  sdentate rovine del castello Tarnowski.

   Il nonno si fermò.

   – E’ così bello che vale la pena di parlare un po’ della Bibbia – disse.

   E cominciò a parlare dell’arte di leggerla.

   Conservo vivo nella memoria il monologo del nonno, anche se non sono certo che lo abbia pronunciato interamente quel giorno, mentre passeggiavamo sulla strada fiancheggiata dai meli selvatici. Probabilmente, seguendo la mia innata tendenza all’unità di tempo, di luogo e d’azione, non volendo ho collegato tra loro in un tutto unico alcuni concetti del nonno risalenti a un periodo successivo. Del resto io misuro il tempo che professo – ognuno è seguace del proprio tempo – con il contenuto che racchiude in sé; per questo per me due fatti, anche se lontani nel tempo, avvengono sempre contemporaneamente se esprimono un identico contenuto.

   – Symeon ben Jochaj era solito dire che ogni parola della Scrittura nasconde un mistero – diceva il nonno. – E poiché alla soluzione del mistero portano di regola molte strade, cerca di leggere la Bibbia in modi diversi. A volte leggi “con la lente e l’occhio del saggio”, esamina con attenzione ogni parola del testo, altre volte invece sbriglia la fantasia e rifletti con un acume un po’ meno indagatore e affinato, ma in compenso con il cuore più aperto, sui fatti che si svolgono nelle pagine del Libro. Ogni volta troverai in questi brani altri valori. Leggendo un qualunque paragrafo venti volte, almeno dieci volte dovresti leggerlo in modo diverso, ed ogni volta scoprire in esso altre distese. Ma non essere mai sicuro di aver raggiunto il suo giusto significato, il nocciolo della questione. Non lasciarti prendere dal panico se ad ogni nuova lettura ricaverai valori diversi dal medesimo testo, perfino tali da escludersi a vicenda. La Bibbia è un elemento senza fondo e senza confini. Nessun ricercatore, esegeta, teologo, studioso e scrittore è giunto alle sue fonti più profonde. Perciò non perderti d’animo se nella Bibbia non capirai qualcosa. Nemmeno persone più sapienti di te hanno capito tutto. Ma sii sempre preparato a rivelazioni e scoperte improvvise, che nel corso delle precedenti letture avevano eluso la tua attenzione. Leggerai ripetutamente lo stesso paragrafo senza trovare quello che cerchi, finché all’improvviso, un giorno, non solo otterrai una chiara risposta alle domande che ti angosciano, ma coglierai strati di immagini e pensieri che fino a quel momento ti erano sfuggiti, e allora scorgerai ciò che ti era completamente velato durante tutte le precedenti letture. La Bibbia è simile a Dio. Non permette di essere conosciuta e approfondita fino in fondo.

   Questo è tutto ciò che ho conservato nella memoria del monologo del nonno sull’arte di leggere la Bibbia. Quei suggerimenti sono diventati per me l’indicatore da seguire in ogni singola lettura del Libro, mi hanno protetto da più di uno smarrimento e mi hanno risparmiato molte delusioni. Per questo torno sempre con un senso di tenerezza ai ricordi di quella passeggiata fuori città, ai faggi e platani rossi, alla strada fiancheggiata dai meli selvatici e al vecchio, la cui alta figura getta una buona ombra sulla mia infanzia e prima giovinezza. La memoria è come un sospiro. 

  

3

   Terminai il lavoro dopo mezzanotte. Accesi una sigaretta. Mi alzai dal tavolo, guardai intorno nella stanza e mi ricordai che in casa non avevo niente da leggere. Diedi un’occhiata agli opuscoli di propaganda ammucchiati in disordine sullo scaffale, ad alcuni romanzi che chissà come si trovavano nell’ufficio della radioricezione, e posai lo sguardo sulla pila di vecchi settimanali situata vicino a una delle scrivanie. Estrassi a caso qualche numero. Da uno di essi cadde sul pavimento un inserto. Lo raccolsi. Era la riproduzione di una scultura del XVII secolo di Innocenzo da Palermo della chiesa di san Damiano ad Assisi, raffigurante il Crocifisso. Sentii il fruscio degli olivi che crescono sui pendii dei colli dell’Umbria e avvertii l’irresistibile bisogno di un ritorno ad Assisi – sì! Ritorno! – anche se non avevo mai visitato quella città. Sarebbe stato uno straordinario tornare da un mondo di valori infranti a un valore permanente, assoluto e indistruttibile, che tempo prima a cuor leggero e prodigalmente avevo abbandonato in circostanze così remote e misteriose, che non riuscivo in alcun modo a ricostruirle nella coscienza. Poteva essere successo benissimo secoli prima, nell’implacabile memoria del tempo impressa in ogni uomo, come pure moltissimi anni prima, quando inavvertitamente avevo oltrepassato la magica soglia dell’infanzia. Osservavo la riproduzione. Raffigurava Cristo un istante dopo la Sua morte. Dalle labbra dischiuse era esalato l’ultimo respiro. La pungente corona era posata sulla Sua testa come un nido intrecciato di spini. Aveva gli occhi chiusi ma vedeva. La Sua testa era ripiegata inerte sulla spalla destra, ma dal volto si vedeva che prestava attenzione a tutto ciò che avveniva intorno. Quel Cristo morto viveva.

   Pensai:

Dio.

   Infilai la riproduzione nella cartella e uscii.

 

4

   Stavo tornando a casa. Le strade erano deserte. Soffiava un vento fresco. Di tanto in tanto ni superavano pattuglie di soldati e da lontano, dalla parte del Katamon, giungeva il canto dei galli. Da dietro il muretto che cingeva un giardino pendevano i gambi biforcuti dell’agave. Quando entrai nella Valle della Santa Croce sentii il flebile lamento degli sciacalli, ma anch’esso ben presto cessò e di nuovo camminavo in una quiete assoluta, radiografata dalla luna piena.

   Albeggiava. Attraverso le fessure delle serrande per metà alzate irruppe nella stanza l’improvviso chiarore del giorno, e coprì le pareti e il pavimento di strisce color oro scuro. Sollevai le serrande. Il cielo, i monti e la valle, le due strade serpeggianti sul suo sfondo, la soffice nuvola di polvere che si sollevava da sotto gli zoccoli dei lenti muli – tutti questi dettagli che conoscevo così bene si componevano adesso in una nuova, gioiosa, francescana conferma di Dio, del mondo e degli uomini, così bella che in seguito tutte le volte che mi sentivo oppresso da difficili esperienze e casi della vita, tornavo sempre col pensiero alla Valle della Santa Croce, che ho conservato nella memoria come il luogo dell’Incontro. Aprii il Nuovo Testamento, come si apre la porta della casa paterna, e lessi:

“C’era tra i farisei un uomo

Di nome Nicodemo, dignitario giudeo.

Egli andò da Lui di notte

E gli disse:

“Rabbi, noi sappiamo

Che Tu,

Maestro,

Sei venuto da Dio,

Perché nessuno potrebbe compiere i prodigi

Che Tu fai,

Se Dio non fosse con lui”.

E Gesù, rispondendogli,

Disse:

“In verità, in verità ti dico:

Se uno non nascerà di nuovo,

Non vedrà il regno di Dio”.

Nicodemo Gli chiese:

“Come può rinascere un uomo,

Se è già vecchio?

Può forse una seconda volta

Entrare

Nel seno materno

E rinascere?”

Gesù gli rispose:

“In verità, in verità ti dico:

Chi non rinascerà

Dall’acqua

E dallo Spirito,

Non entrerà

Nel Regno di Dio,

Ciò che è nato dalla carne

E’ carne,

Ciò che è nato dallo Spirito

E’ Spirito.

Non ti meravigli

Ciò che ho detto:

– Dovete nascere di nuovo. –

Il vento soffia a suo piacere,

E tu senti il suo mormorio,

Ma non sai da dove venga

Né dove vada.

Così è di ognuno

Che è nato dallo Spirito”.

(Giovanni 3, 1-8)

 

5

   Nel mio Incontro notturno non vi fu nulla di straordinario, tutto si svolse nell’ambito degli avvenimenti quotidiani, condizionati dal mio lavoro e dalle abitudini ad esso connesse, come fumare le sigarette, camminare su e giù per la stanza per sgranchire le gambe, o leggere il giornale o un libro nei brevi intervalli tra una trasmissione e l’altra, come una manciata di tristi riflessioni sul futuro, come infine il ritorno a casa lungo le strade deserte di Gerusalemme. Perfino ciò che ho taciuto sull’Incontro notturno, appartiene alla sfera dei fatti così comuni e consueti, che posso tranquillamente caratterizzarli mediante la risposta che ho dato qualche giorno fa a Janek, un ragazzo sedicenne che mi chiedeva timoroso, se il passaggio degli Ebrei attraverso il Mar Rosso fu davvero un prodigio, visto che secondo certi studiosi esso avvenne grazie all’azione naturale della bassa marea e non aveva niente in comune con un atto soprannaturale. Al ragazzo turbato citai la frase di Seneca: “Dio agisce mediante mezzi a volte, sembrerebbe, assai lontani dal nostro concetto di divinità”.

   A dire il vero il lato oscuro dell’eternità avrebbe gettato ancora più di una volta un’ombra profonda sulle distese del mio tempo, portando grande confusione e disordine nelle mie giornate, ma nonostante ciò i fatti di quella notte biblica sono per me la striscia di luce più bella che ho visto nella mia vita.

 

8

   “E la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non possono spegnerla …” Nel Giorno dei Morti – a dispetto della nostra tristezza era una stupenda giornata di sole – dopo aver abbozzato innumerevoli versioni riuscii finalmente ad ultimare la traduzione. E come al solito in tali casi dopo aver terminato accesi la pipa, mi alzai dalla scrivania e cominciai a girare per la stanza. Trascorso qualche istante mi fermai presso la finestra. Scendeva la sera. Sui vetri della casa di fronte si riflettevano i rossi bagliori del sole al tramonto. Richiamai alla memoria le serate gerosolimitane. In Terra Santa non ci sono crepuscoli. Tra il giorno e la notte non c’è quella meravigliosa fase del lento imbrunire, quando la luce si offusca, diventa come leggermente annebbiata, si satura di grigio, cessa quasi del tutto e infine si riversa dolcemente nelle tenebre. In Terra Santa il giorno si spegne all’improvviso e la notte scende all’improvviso, e poi la notte all’improvviso finisce e all’improvviso inizia il giorno. Secondo la legge stabilita da Dio nel primo giorno della creazione, la luce è separata dalle tenebre, e le tenebre dalla luce. Tra la luce e le tenebre c’è una definitiva, irriducibile e invisibile barriera. “Ani Or haolam” – “Io sono la luce del mondo”. Non è una testimonianza. E’ la rivelazione di una sentenza pronunciata nei confronti dell’uomo e del mondo intero.

   In Terra Santa, nella patria terrena di Gesù di Nazareth, non ci sono crepuscoli.

 

(C) by Paolo Statuti

Jozef Baran

21 Ago

 

Jozef Baran

 Poeta, giornalista, reporter, autore di oltre trenta libri. E’ uno  dei rappresentanti più autorevoli della corrente contadina nella poesia polacca contemporanea. Nel suo diario si autodefinisce “figlio dei campi e dei boschi di Borzęcin”. Le sue poesie sono state pubblicate in Russia e negli USA. Singoli versi sono stati tradotti in quasi tutte le lingue slave, in inglese, tedesco, spagnolo, svedese, ungherese ed altre ancora. Inoltre le sue poesie hanno ispirato molti compositori e cantanti, e sono state inserite in diverse antologie scolastiche. E’ nato a Borzęcin il 17 gennaio 1947. Dopo la laurea in filologia polacca, conseguita presso l’Università Pedagogica di Cracovia, ha collaborato come giornalista a diverse riviste e giornali culturali, quali “Wieści”, “Echa Krakowa”, Gazeta Krakowska”, “Dziennik Polski”, ed altri ancora. E’ stato più volte premiato per la sua creazione. Dopo il 2000 ha viaggiato molto nei diversi continenti e ha descritto i suoi viaggi nei diari “Koncert dla nosorożca” (Concerto per il rinoceronte)  e “Przystanek Marzenie” (Fermata Sogno).

   Il suo talento poetico fu scoperto dal noto critico polacco Artur Sandauer, il quale scrisse di lui che “arriva con la sua lirica direttamente al cuore della gente”. Nella sua prima raccolta “Nasze najszczersze rozmowy” (I nostri colloqui più sinceri, 1974), il poeta risale alle fonti della sua  biografia, alla sua origine contadina. Prevalgono in essa poesie che descrivono il paesaggio della campagna natia, il calore del focolare domestico, le persone più care. Spesso il metodo della personificazione permette al poeta di identificarsi con un albero, con il sole, con un prato o un sentiero tra i campi. Questi elementi del paesaggio, infatti, sono al tempo stesso elementi della vita umana, determinano la natura dell’uomo e del poeta, consentono di fargli confessare:

                e più di tutto sono il poeta

                dei timorosi

                di quelli con la foglia di pioppo del sorriso

                incollata alle labbra e tremante

                ad ogni più forte

                soffio delle parole

 

   Anche quando il poeta abbandonerà la campagna per trasferirsi in città, resterà sempre legato ad essa. In seguito l’inquietudine del tempo della maturità e l’amarezza dell’esistenza si insinueranno nella sua creazione, ma se il poeta non perde la fede nel senso della vita, se non si lascia “invischiare”, ciò avviene per la possibilità di rievocare le tradizioni in cui è cresciuto. Perché malgrado le condizioni esteriori, malgrado i mutamenti intervenuti nella sua psiche, Baran rimarrà sempre colui che attinge l’ispirazione poetica dalle proprie origini. Gli antenati, la natura, la natia Borzęcin, tornano continuamente nelle sue poesie. Come egli ha detto in una intervista rilasciata all’Agenzia Stampa Polacca: “Non temo che la mia poesia appaia troppo “locale”. Questo villaggio è dappertutto. Dappertutto c’è lo stesso cielo, la stessa Terra, le stesse stelle…dunque ciò che è locale può essere universale”.

   Baran è un sensibile osservatore degli uomini, poeta forte e tenero al tempo stesso. Si considera poeta per vocazione. Scrive per partecipare ai lettori le sue emozioni. Lo ispira la vita, che si svolge sotto i nostri occhi. Crede nella ispirazione poetica. Cerca di trasferire subito le sue emozioni sulla carta, a volte esse rimangono in fieri più a lungo, finché non si concretizzano trasformandosi in poesia.  Jozef Baran è un autore che completa la sua sensibilità lirica con la saggezza del cuore e della mente.

 

 

 

 

Poesie di Józef Baran tradotte da Paolo Statuti

 

La famiglia durante la mietitura

 

mio padre con l’unzione del prete

suona il gong del sole

 

per una volta ancora

esegue il primo taglio delle biade

 

ed ecco di nuovo ci trasciniamo

con tutta la famiglia

attraverso i campi di stoppia

 

sferzati dalla frusta della calura

punzecchiati dai ciechi tafani

 

in questa annuale crociata

nella terra santa

per il pane

la mietitura è la nostra

più importante stazione

 

portiamo sulle spalle

arrossate dal calore

le croci del cielo di luglio

 

ricurvi

ritmicamente leghiamo i covoni

 

 

passiamo sei meriggi

come sei deserti

dove le uniche oasi

sono le brocche con l’acqua

nascoste nelle biche

 

mani e gambe abbiamo punte

dai taglienti steli

 

finalmente le messi conquistate

stanno allineate sulla stoppia

 

mia madre porge a mio padre

il velo della Veronica

per asciugarsi

il vecchio volto

coperto di sudore

 

tra le brocche domenicali

ci sediamo in cerchio

 

il grande riposo

iniziamo

 

Scopritore innamorato

 

uno ha scoperto la ruota

un altro ha costruito l’aliscafo

un altro ancora farà i primi passi su Marte

e io ho scoperto Te

su questo strano pianeta

Terra

e da quel momento

a ogni alba

mi sveglia il pensiero

lieto come un cardellino

che tu davvero

esisti

 

Ritorno

 

quasi fosse passato di qui l’uragano del tempo

 

nello stanzone ingombro

un vecchio filatoio

come timone di una nave fracassata

sfuggito a mia madre

di mano

 

in un angolo del giardino trascurato

un’incudine abbandonata

senza mio padre

 

in cielo vola un mazzo

di chiavi arrugginite (1)

 

con nessuna di esse aprirò

quel casolare

 

ancora a lungo resto chino

sul pozzo

ascoltando inutilmente gli echi

richiamando i morti

dei dell’infanzia

che un tempo mi sembravano

immortali

 

(1) Klucz (chiave) in polacco significa anche uccelli in formazione a “V”.

 

Filosofia dell’albero

 

non è vero

che sono imprigionato

consapevolmente rinuncio

a milioni di inutili gesti

indegni d’un filosofo

perché mai disperdere invano energia

quando si conosce il proprio posto

sulla terra

in esso indurendomi esisto

sono tutto cielo e tronco

fervido atto di volontà

vado dritto allo scopo

concentrandomi

attorno all’dea

di tronco

 

ecco tendo i muscoli dei vasi

prendendo dalla terra i succhi:

e maturano in me i frutti

soffio:

cadono dai rami

sono maestro di pazienza

so che per giungere alla libertà

si matura pian piano

e quando la si ottiene

si è liberi da ogni arbitrio

senza poter contare su nessuno

 

e sotto di me

sopra di me

intorno a me

passano da un posto

all’altro

tormentati dall’ansia

uccelli nuvole persone

perché continuano a non sapere

su cosa hanno i piedi

 

In un pomeriggio con le oche

da qualche parte vicino Florence

 

                                A Leszek e Barbara Czuchajowski

 

felici spensierati istanti

sul lago

dal nome sconosciuto

dove parliamo del più e del meno

con le oche selvatiche canadesi

che sfilano sul prato

 

 

 

hanno i colli signorilmente lunghi

e neri come guanti

fanno con noi colazione sull’erba

e fanno la cacca fanno la cacca

dove capita

stupidelle senza pensieri

amiche al sole al lago ai boschi

e ai piccoli ricci sull’acqua

 

il venticello prende e

porta via con sé

le nostre strane parole polacche

incrociate con il loro schiamazzo

poi sdraiati in silenzio

sulle dure panchine

con la terra di Colombo sotto le teste

guardiamo le oche che si allontanano da noi

senza salutare

come le barchette di carta dell’infanzia

solennemente ondeggiando

 

anche noi partiremo tra poco

lasciandoci dietro questo lago e i dintorni

non turbati dalla nostra presenza

come se noi qui

non si fossimo mai stati

 

 

 

 

 

Le bigotte

 

perché senza sosta non credevano

che andranno in cielo

 

si inginocchiavano

battevano la testa sul confessionale

stringevano le gambe

di Gesù che deve a Dio lo spirito

e raccontandogli sempre gli stessi peccati

fino alla noia sempre gli stessi

mendicavano un pezzetto di paradiso

 

verso sera

il nervoso sacrestano

le metteva alla porta

 

soltanto allora Gesù

poteva

sgranchirsi un po’

e per rilassarsi

giocava a carte con gli apostoli

 

Favola sui gatti

 

non le pareti

ma i gatti hanno le orecchie

 

agenti a quattro zampe

di Dio

mandati sulla terra

a spiare Adamo

 

strusciando vezzosamente

i dorsi

si insinuano nelle grazie

dei nostri casolari

 

non dicono niente

origliano

i più segreti bisbigli

non sfuggono alla loro attenzione

abbondano sui ginocchi

dietro l’orecchio sotto le gambe

quando li mandiamo fuori origliano

dietro la porta dell’atrio

 

di notte i gatti si ficcano sotto i letti

accendono le rosse lanterne degli occhi

e alla loro luce

tutto accuratamente annotano

(i taccuini nascondono la mattina nel buco dei topi)

 

e poi al giudizio universale ci chiediamo

come fa Dio a sapere tutto di noi

 

 

 

 

 

 

 

Mondi

 

si può essere in una goccia d’acqua

scopritore di mondi

 

si può

girare il mondo intero

e non scoprire niente

 

Dichiarazione tardiva

si incontrarono dopo anni

sulla strada

e non finiscono di stupirsi

che entrambi siano così canuti

quasi maschere che si fingono vere

nella commedia dell’arte

 

lei un po’ sorda e lui non sente bene

dice che vanamente ha girato mezzo mondo

a lei invece è rimasta quella città

in tutti quegli anni

 

nemmeno sai come ti amavo

grida a lui nell’orecchio

per poco non impazzivo d’amore

ma tenevo tutto segreto

 

la gente si volta a guardarli

come si porgono il mazzetto di parole appassite

in cui è rinato per un istante l’anticipo di primavera

di cinquanta primavere prima

 

A mia madre

 

Così Ti vorrei vedere

raggiante:

come alla finestra tra

i geranei

sorridi ai

passanti,

“Dio sia lodato” –

Ti salutano i conoscenti.

 

Camminiamo sul prato a

braccetto,

cogli per un mazzetto i fiori

più belli,

e su una tranquilla appartata

panchina

leggiamo insieme

le poesie.

 

Poi torniamo generosamente

appagati

dalla musica dei grilli,

dal turchino cielo.

Così Ti vorrei vedere

raggiante,

spezzare con Te la felicità

come il pane.

 

 

 (C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bulàt Okudgiava (1924-1997)

15 Ago

Bulàt Okudgiava

   Nel suo articolo „Cantautori in franchigia”, pubblicato da “La Fiera Letteraria” il 2 aprile 1972, Jerzy Pomianowski scrive: “Bulàt Okudgiava – valoroso soldato nel corso della II guerra mondiale, apprezzato prosatore – è senz’altro poeta d’importanza nazionale. Egli scrive le sue canzoni non perché gli sia mancato il successo editoriale, non perché sia un poeta di minore ingegno, ma perché ha consapevolmente scelto questa forma di contatto intimo con il suo pubblico esigente… Okudgiava non ha inciso ancora nessun disco nell’Unione sovietica, ma là circolano migliaia di suoi nastri. Egli è diventato talmente popolare nel suo paese, che qualche volta gli è stato concesso di viaggiare all’estero con la sua chitarra. Prima in Polonia, poi in Francia, Germania e così via. Non c’è nulla da fare: è chiaro – anche per certi burocrati, che questo dissidente, questo contestatore, fa per il buon nome del suo popolo più di tutti gli inviati speciali della letteratura ufficiale… Okudgiava, come altri noti cantautori dell’Europa Orientale (Osiecka, Matvieieva, Galic, Vysotskij, ecc.), esprimono la voce della maggioranza progressista del loro popolo, maggioranza non silenziosa ma canora, maggioranza leggente e pensante. Essi hanno preso la chitarra e cantano proprio perché non temono nessun confronto diretto con il loro pubblico. Questo succede quando si ha in comune con esso non solo la lingua, ma anche le idee…la loro è vera poesia impegnata, è vera poesia cantata…”

Presento qui 12 testi di Bulàt Okudgiava da me tradotti in modo consono alla musica e quindi tali da poter essere cantati anche in italiano.

 

 

 

L’ultimo filobus

Allor che il dolore mi affligge di più,

allor che il coraggio scompare,

dall’ultimo bus, dal mio filobus blu,

mi lascio

portare.

O ultimo bus, su raccogli anche me!

Tu quando la nave sprofonda,

i naufraghi prendi e porti con te,

in salvo

sull’onda.

O ultimo bus fammi dunque salir!

Di notte col freddo io amo

i tuoi passeggeri che pronti a morir

si danno

una mano.

Più volte con loro l’angoscia passò,

uniti in un dolce tepore…

Oh, quanta bontà nel silenzio si può

sentire

nel cuore.

Il filobus naviga per la città,

e Mosca è un fiume in piena,

sparisce il dolor che impazzire mi fa,

si placa

la pena.

 

 

 

 

La canzone di mastro Grisha

A casa nostra,

a casa nostra,

a casa nostra –

quantità, quantità…

Noi rancore a nessuno mostriamo,

e seppure il successo è lontano, che fa?

Resistiamo…

Resistiamo,

resistiamo,

resistiamo –

perché no, perché no?

Giungerà mastro Grisha frattanto,

con le mani fidate aggiusta, lo so,

tutto quanto…

Tutto quanto,

tutto quanto,

tutto quanto –

verrà qui, verrà qui…

In chi altro sperare tu puoi?

Ogni giorno che passa parliamo così

tra di noi…

Tra di noi,

tra di noi,

tra di noi –

su e giù, su e giù

soffia il vento, il tetto già scricchiola…

Presto, i pugni fa vedere tu,

mastro Grisha,

mastro Grisha,

mastro Grisha,

mastro Grisha…

 

I pittori

Immergetevi o pittori coi pennelli

Nell’aurora, nel trambusto dell’Arbat,

Perché siano i pennelli

Così belli,

Come foglie,

                   quando ottobre

                                             arriverà.

Immergete quei pennelli nell’azzurro,

Dipingete con passione e con ardor,

Come quando via Tverskaja percorriamo,

Lo facciamo

                  ogni volta

                                  con amor.

Che sussultino gli asfalti risvegliati!

E cominci quel che ancor non cominciò!..

Dipingete

               e sarete

                           ben pagati…

Senza chiederci:

                          è riuscito oppure no?

Come giudici illustrateci la sorte,

La stagione che a ciascuno toccherà,

Cosa fa se siamo estranei…

                                             Dipingete!

Poi qualcuno

                    ciò che è oscuro spiegherà.

 

 

 

 

Francois Villon

Finché la terra girerà e chiara la luce sarà,

Dà o Signore ad ognuno ciò ch’egli non ha:

Al saggio dà una testa, al vile un cavallo per sé,

Dà al fortunato il denaro…

                                            E non scordarti di me.

Finché la terra girerà, – Dio, appartiene a te! –

Dona a chi brama il comando il sospirato poter,

Al prodigo dà respiro finché la notte non vien,

Ed a Caino il rimorso…

                                     Senza scordarti di me.

Lo so: tu puoi ogni cosa, saggio – lo credo – sei tu,

Credeva anche il soldato che or non vive più,

Come ciascun orecchio crede al tuo labbro, Signor,

Come noi stessi crediamo senza comprendere ancor!

O Dio, Signore ascolta, tu che occhi verdi hai!

Finché la terra girerà (e questo è strano anche a lei),

Fin quando fuoco e tempo essa avrà ancora con sé,

Dona a ciascuno qualcosa…

                                              E non scordarti di me.

 

Il soldatino di cartapesta

Viveva un tempo un soldatino –

Proprio una bellezza.

Ma era un gioco da bambino,

Era di cartapesta.

– Il mondo, – disse, – cambierà,

Per tutti sarà festa. –

E appeso a un filo intanto sta

Perché è di cartapesta.

 

– Per voi nel fuoco morirò

Con l’anima contenta. –

Ma voi rideste: – oh, oh, oh! –

E’ solo cartapesta.

A lui nessuno parlò mai

Di ciò che aveva in testa,

– Ah, sì? Perché? – Perché lo sai:

Era di cartapesta.

Ma lui il destino maledì,

La calma e la bellezza,

E chiese: – fuoco! Fuoco! – un dì,

Ed era cartapesta!

– Nel fuoco? Ebbene, va’, se vuoi. –

Andò, la lancia in resta,

E si bruciò – per cosa poi? –

Era di cartapesta.

 

Il re

Nel cortile dove un tempo s’ascoltavano canzoni,

E due salti ci piaceva far,

Di Ljon’ka i ragazzi ammiravano le azioni

E decisero: – Il nostro re sarà -.

Era un re, come un re, era forte e se qualcosa

Qualche volta un amico scoraggiò,

Lui gli tese allor la sua mano generosa,

La sua mano regale e lo salvò.

Ma un giorno…Cos’è? Un gran fuoco si sprigiona,

Un boato all’alba si avvertì,

Il nostro Re, come un re, col berretto per corona

Prese su e alla guerra finì.

 

Poi ancora le canzoni, poi il sol brillò di nuovo,

Ma nessuno che pianga per il Re,

(Scusate) quel Re era proprio solo-solo,

Mai trovò una regina per sé.

Non importa quel ch’io faccia, non importa dove vada

(Per lavoro o per passeggiar),

A me sembra che quel Re passerà per la mia strada,

Che di nuovo tra noi egli sarà.

Perché in guerra – tutti sanno – non si scherza, lì si spara,

Ma per Ljon’ka la terra non è.

(Chiedo scusa) ma per me Mosca bella, Mosca cara

Non è tale senza un tale come re.

 

Il gatto nero

Nel cortile c’è una porta

“Di servizio” ed un bel dì

In quell’antro la sua corte

Un Gatto Nero stabilì.

Egli ride sotto i baffi,

Ama il buio e cosa fa?…

Fanno chiasso tutti i gatti,

Lui in silenzio se ne sta.

Già da tempo i topi scansa

E sogghigna più che mai,

Ora a noi lui dà la caccia,

E il salame mangerà.

Mai non chiede, non pretende,

Fissa l’occhio qui e lì.

Ma ugualmente ognun lo serve

E gli dice anche merci.

 

Neanche un suono non gli scappa –

Mangia, beve e niente più,

Le sue unghie, quando raspa,

Sulla gola senti tu.

E per questo manca il sole

Nella casa in cui abitiam.

Una lampada ci vuole…

Ma il denar chi ce lo dà?

 

La canzone della mia vita

Come un fuoco bruciò il mio primo amore,

E con esso pagai il secondo amore.

Poi al terzo amore –

Mi tremò la mano

Inchiavando il mio cuore

E scappai lontano.

Della prima guerra non è reo nessuno.

La seconda guerra è colpa di qualcuno.

Ma la terza guerra –

L’ho voluta io,

L’ho voluta io,

Fu uno sbaglio mio.

Come nebbia arrivò la mia prima illusione,

Un veleno sembrò la seconda illusione.

Ma alla terza illusione

Vacillò la terra,

Fu una punizione

Peggio della guerra.

 

 

 

Mosca di notte

                                                     A Bella Achmadulina

Quando con voce ancora incerta la tromba a un tratto squillerà,

E come falchi nella notte parole ardenti voleran,

Come la pioggia all’improvviso udremo risonare ancor

La melodia della speranza diretta solo dall’amor.

Negli anni dei saluti amari, allor che il piombo su di noi

Colpiva inesorabilmente le nostre spalle, i nostri eroi,

E i comandanti erano rochi…Portava avanti i nostri cuor

La melodia della speranza diretta solo dall’amor.

Il clarinetto era bucato, la tromba – storta qua e là,

Ma il trombettiere, così bello, sembrava una divinità!

Ed il flautista era elegante…Per sempre ci consolerà

La melodia della speranza diretta solo dall’amor.

 

Canzone dell’Arbat

Come un fiume tu sei. Hai uno strano nome!

Il tuo asfalto, o Arbat, trasparente appar.

Oh, Arbat, mia Arbat,

                                     tu – mia vocazione,

Tu – mia gioia, mio amor, mia infelicità.

La tua gente non fa sogni di grandezza,

Al lavoro su e giù corre su di te.

Oh, Arbat, mia Arbat,

                                     tu – la mia salvezza,

Come un tempio tu stai sempre avanti a me.

Il mio amore per te è un eterno male,

Pur amando il mio cuor mille strade ancor.

Oh, Arbat, mia Arbat,

                                     terra mia natale,

Di percorrerti mai…mai mi stancherò!

 

 

La canzone degli stivali

Sentite gli stivali rimbombar,

E il grido degli uccelli su nel ciel,

Le donne non si stancan di guardar…

Sapete dove guardano e perché?

Rimbombano i tamburi: ba-ra-ban!

Soldato, lei aspetta il tuo commiato…

La nebbia il tuo plotone inghiottirà,

E sembrerà più chiaro ciò ch’è stato.

Dov’è che si nasconde il nostro ardire

Quando alle case ritorniamo infine?

Le donne ce lo rubano e sul petto

Lo cullano con infinito affetto.

Le nostre donne dove sono mai?

A casa certo le ritroverai.

Sorrisi e tante feste ti faranno,

Ma in casa ci sarà puzza d’inganno.

Ma noi al passato grideremo: è falso!

E al domani grideremo: luce!

Ma il corvo là nei campi non è sazio,

E ad una nuova guerra ci conduce.

 

Stivali ancora sentirai passar,

E sarà folle il volo degli uccelli,

Le donne come allora guarderan

Le teste dei mariti e dei fratelli.

 

 

La canzone del vecchio suonatore di pianino

 

Pianino-cantastorie,

E’ dolce il tuo refrain!

Pianino-cantastorie,

Dove chiami anche me?

 

 

Io mi trascino a stento,

La strada è lunga ancor;

Le gambe più non sento,

Ed ho una spina nel cuor.

 

Lavoro è lavoro

Lavor sempre sarà…

Purché basti il sudore

Per tutta la mia età!

 

Pagar perché sbagliasti –

Lavoro anch’esso è…

Purché il sorriso basti

Quando verranno da te.

 

Lavoro è lavoro…

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vitezslav Halek

13 Ago

Vitezslav Halek

  Vítězslav Hálek nacque il 5 aprile 1835 a Dolínek, un paesino della Boemia centrale, dove il padre aveva una locanda. Gli eventi lieti e tristi della vita di campagna si impressero nell’animo di Hálek e si riflessero in gran parte nelle sue opere. L’infanzia trascorsa nella bella piana che si estende presso la confluenza dell’Elba con la Vltava, vagando coi pastori sui prati e nei campi, cantando con essi, ascoltando le favole sotto il vasto cielo, tutto ciò costituì la fonte ispiratrice da cui poi il poeta non cessò mai di attingere.

   Esordì con poesie epico-liriche alla Byron e si cimentò anche, ma con scarsi risultati, nella drammaturgia. Fu uno dei fondatori e l’anima della Umělecká Beseda, una società di artisti, musicisti e letterati che svolse un ruolo molto importante nella evoluzione della vita intellettuale ceca. Ne facevano parte, oltre ad Hálek, J.Neruda, B.Smetana, J.Mánes, S.Pinkas, K.Purkyně. Notevole fu anche la sua attività giornalistica. Come redattore della rivista Národní Listy, ove scrisse alcune centinaia di feuilleton sulla politica, sulla letteratura, sul teatro e descrizioni di viaggi, Hálek fu per quattordici anni una figura di primo piano del giornalismo ceco progressista e, assieme al suo illustre collega di redazione Jan Neruda, riuscì ad instaurare una nuova linea politico-culturale. La sua lotta per i diritti del popolo era alimentata dall’anelito alla libertà e uguaglianza degli uomini, e dall’avversione per i potenti della terra che sbarrano la strada al libero sviluppo sociale e intellettuale dell’umanità.

   Hálek fu anche eccellente prosatore, e dal 1857 al 1874 scrisse tutta una serie di novelle sentimentali e sociali, tra le quali figurano, ad esempio, “Nella tenuta e nella capanna” (Na statku a v chaloupce), “Sotto il colle deserto” (Pod pustým kopcem), “Nel vitalizio” (Na vejminku).

   Ma la parte più preziosa e duratura dell’opera di Hálek è rappresentata dalla produzione poetica. Si cimentò con l’epica, ma senza successo – se eccettuiamo le piccole scene epiche contenute nelle “Favole della nostra campagna” (Pohádky z naší vesnice, 1874) – perché fu sempre e soltanto un lirico.

   Hálek è sinceramente convinto dell’alta missione del poeta, rivelantesi soprattutto nel campo dei valori morali. Egli ama fondere il termine di poeta con quello di profeta. Per lui il cuore dei poeti è puro, incapace di odio; i poeti penetrano a fondo tutti i misteri, e il loro canto guida la nazione verso la terra promessa della bontà, della verità, dell’amore.

   La sua prima raccolta poetica, “Canti serali” (Večerní písně),  pubblicata nel 1858 e in cui sono tracce evidenti del “Libro di canti” di Heine, è una confessione del felice amore per Dorota Horáčková, futura conforte del poeta, espressa con parole così ardenti e con un verso così melodioso, che nell’arido terreno letterario del tempo il libro fu accolto con grande entusiasmo. In esso Hálek effonde tutta l’ebbrezza del suo sentimento, tutto l’anelito del suo cuore. E’ un omaggio non solo all’amata, ma all’amore stesso – sorgente purificatrice della vita umana, principio sacro che deve trionfare su tutti gli ostacoli. L’amore-poesia, questo prezioso binomio, donato all’uomo dalla natura, è il motivo dominante dei “Canti serali”.

   La seconda raccolta lirica, il ciclo in tre parti “Nella natura” (V přirodě), scritto negli anni immediatamente precedenti la morte del poeta (1872-74), costituisce la parte più fresca e viva della sua opera. Se il primo libro (Večerní písně) è il canto del fascino amoroso, un breviario dell’amore, il secondo è anzitutto una celebrazione della natura, intesa come modello insuperabile di società umana. La natura è la poesia più bella e il suo cantore è il poeta. Questo concetto ritorna in una serie di poesie della raccolta, ma è forse espresso nel modo più chiaro e artisticamente felice nella lirica “Nulla sono più d’una rosa”. Hálek valuta giustamente la sua vena poetica, è perfettamente conscio del suo destino di usignolo della poesia, di cantore che non riesce a fare niente di più e niente di meno che effondere i suoi canti “nel momento giusto” per celebrare le bellezze della vita.

   Hálek sa carpire come nessun altro i segreti intimi della natura, sa comprendere il canto degli ucccelli, il linguaggio dei fiori, il fremito delle foglie, il mormorio dei ruscelli e dei boschi. Coglie la bellezza nei minimi dettagli. Il poeta è qui come un bambino. Si rallegra della betulla biancheggiante ai limiti del bosco, dell’ape che si posa nel calice, di un melo fiorito, d’un cerbiatto. Ma la natura non è solo oggetto di stupore, ma è anche l’unica, vera maestra. Solo attraverso essa conosciamo Dio nel giusto modo. Essa ama in ugual misura il fiore più piccolo e la stella più grande. Il fine ultimo per Hálek è la fusione dell’umanità con la natura. Solo così l’uomo può guarire da tutte le aberrazioni, perché la natura è fonte inesauribile di poesia, bellezza e perfezione. Ciò che è contrario ad essa è di per se stesso cattivo e destinato a perire.

   M.F.V.Krejčí, definendo l’idealismo di Hálek, lo paragona ai suoi contemporanei Mánes e Smetana, e trova in loro la stessa sensibilità, lo stesso “compiacimento nello sprigionare dalla natura ceca i toni di un fascino sorridente e non so quale bellezza piacevole, seducente e casta al tempo stesso”.

   Vítězslav Hálek morì a Praga l’8 ottobre 1874 per le conseguenze di una pleurite, in piena lucidità di mente, al culmine della sua fama di più illustre poeta ceco, risparmiato, come era sempre stato suo desiderio, dalla decadenza artistica, dalla banalità, dalla rilassatezza.

 

Le poesie di Hálek qui inserite, tradotte da Paolo Statuti, sono tutte tratte dalla raccolta “Nella natura”

 

 

*  *  *

Ti cerco, ti cerco, o uomo, e ascendo

al più profondo della tua forza,

voglio custodire il tuo nocciolo

e gettare via la tua scorza.

Ti cerco nel rossore dell’alba,

per te la rosa voglio spiccare,

ti cerco a primavera ed espiro

il tepore per il tuo volare.

Ti cerco in ogni fiore dei campi

e ti tesso di polline un manto,

ti cerco nell’ombre del querceto

e voglio che provi il vero pianto.

Ti cerco nell’ape sul pendio

e suggo il miele pel tuo dolore,

ti cerco tra gli uccelli nel cielo

e nel tuo sguardo accendo il chiarore.

Ti cerco nel canto dell’anima,

dove hai diritto d’esser da sempre,

ti cerco, eppure io ti troverò –

quando sarai uomo nuovamente.

 

*  *  *

Io so quando inginocchiarsi per pregare:

quando la terra esulta nei covoni,

quando della mia anima è colmo il mondo

e la mia anima è colma di suoni.

Io so quando confessarsi con dio:

quando la rosa un fiore diviene,

quando dio parla ad ogni animaletto

e un poco anche con me s’intrattiene.

Io so quando la natura è tutta in festa:

quando dei cieli si svela l’incanto,

e la terra con l’anima rigonfia

gioisce dei fiori, di aromi, di canto.

Certo che questo non è nel calendario,

ma il libro dei mondi, ogni uccellino,

ogni fogliolina a primavera lo sa,

quando agli uomini dio è più vicino.

 

*  *  *

Il melo in fiore! Sui rametti

i fringuelli passeggiano,

nel nido tre piccole gole

con la madre gareggiano.

In cima il venticello ondeggia,

rami nel quieto tepore,

e sollecito, trepidante,

si scuote e si desta un fiore.

 

La luce carpisce la foglie,

dove si siede – indorate,

si allungan le piccole gole –

“Ecco, siam ricchi, guardate!”

 

Un fringuello del melo accanto

annuncia una grossa nuova:

la vecchia presto avrà famiglia –

s’è seduta sulle uova.

 

Le piccole gole ascoltano,

il vento nemmeno fiata –

fiori piovono sul mio capo,

e l’anima è inebriata.

*  *  *

Non è l’eroe più grande

chi colpito a sua volta colpisce;

è grande chi fu ingannato

e tuttavia non irretisce.

 

Chi maledice l’amore

non l’ha conosciuto ancora,

perché l’amore sa perdonare

e non sa imprecare.

 

Chi non è capace di sacrificio

non è degno dell’amore,

ed è cattivo, chi apprezza se stesso

più della propria abnegazione.

 

E se l’amore esigesse

la mia vita e il mio cielo –

io andrei come l’agnello,

perché ho amato Te.

 

 

*  *  *

Un giorno dio gioiva molto

e allora creò il cuore umano,

e poi il suo amore vi mise

per eterno ricordo.

 

E quando poi in esso fissò

l’occhio della sua promessa,

di gioia scoppiò in lacrime,

quando vide quella felicità.

 

 

 

Ma in quel pianto una lacrima

si insinuò nel cuore,

e nel più profondo cadde,

come la rugiada nel fiore.

 

Per questo l’amore è grande dolore,

ma un dolore così dolce e gradito,

ed è un peccato che da certi cuori

quel dolore non sia sentito.

 

Per questo l’amore per metà è gioia

e per metà tormento,

quando una lacrima oscilla

e il cuore scoppia in quel momento.

 

*  *  *

Nulla sono più d’una rosa, nulla

più d’un usignolo a fine estate;

i miei petali dopo primavera

e il canto in autunno non cercate.

 

Ma come l’usignolo ha il suo momento

e la rosa nel suo aroma esplode,

così il mio spirito il suo momento avrà

e risuoneranno le sue note.

 

E son pago, ché nel momento giusto

ho diffuso la mia melodia,

nella quale ho raggiunto il conforto,

ho esultato senza nostalgia.

 

Dopo, che accarezzino pure i venti

della mia tomba il verde suolo;

io, quando fiorivano le mie rose,

ero tuttavia un usignolo.

*  *  *

Il tempo ancora non è vecchio:

siede là presso le rocce della patria,

le sbriciola in granelli nell’abisso –

la sua clessidra.

 

Non anni, né giorni, né lune misura,

ma i secoli per l’ampio orizzonte:

per una bella azione un granello,

quando senza sangue la compiamo.

 

E’ un lavoro facile ma difficile,

indagare gli ornamenti dell’umanità;

e vedo l’abisso quasi vuoto

e le rocce in gran quantità.

 

E tuttavia ho una consolazione –

che un bambino assai forte

e fiducioso chiami tutta l’umanità:

“Vieni, aiutami nell’opera!”

 

 

*  *  *

Vogliamo essere in tutto rigorosi,

ma della vita non sappiamo niente,

fino alla tomba la verità ci sfugge,

dopo, pare, vivremo eternamente.

 

Cosa di noi deve restare? La fama

che l’omicidio la storia mantiene,

tanto che l’uomo sembra alleato

non delle persone ma delle iene?

 

 

 

Cosa di noi deve restare? La brama

per la  schiavitù vile e disonesta,

che appena qualcuno si eleva più in alto

già vogliamo che ci schiacci la testa?

 

E’ forse genuina la nostra gioia,

quando così banali ci scopriamo,

da scambiare anche un po’ di generosità

per un atto sublime e sovrumano?

 

Ebbene, forse ciò porta dei vantaggi,

ma un cuore schietto d’essi non s’avvale;

io so soltanto: dev’essere diverso

ciò che dev’essere anche immortale.

 

*  *  *

Non tanto mi duole quando la bellezza

vedo appassire e abbandonare i fiori,

sempre con la primavera ritornerà

e forse anche più bella in nuovi cuori.

 

Ma mi duole quando i miei compagni vedo

ogni fiore dall’anima estirpare,

togliere allo spirito le sue grazie

eppur vivere e volgari diventare.

 

E schernire i cadaveri dei boccioli,

vantarsi perché i sogni hanno ingannato,

quando ormai non c’è più nulla da spennare –

questo gioia e carriera hanno chiamato.

 

Oh, amici, prepararvi così il deserto,

veder morta la vostra giovinezza,

ogni giorno essere sempre più soli –

questo per poco il cuore non mi spezza.

*  *  *

E’ vero! E’ vero!  Il mare è grande –

ed io solo un fiore del prato;

posso bere solo goccioline,

e questo mare è sconfinato.

 

E’ vero! E’ vero! Il cielo è immenso –

ed io un uccello errante;

volo finché l’ala mi sostiene,

ma lo spazio è così distante.

 

E’ vero! L’universo è infinito –

e da mortale io lo attraverso;

lo respiro con ogni respiro,

ma senza età è l’universo.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

Leopold Staff

13 Ago

 Leopold Staff nacque il 14 novembre 1878 a Lwów e morì il 31 maggio 1957 a Skarżysko Kamienne. Debuttò nel 1901 con la raccolta di versi “Sny o potędze” (Sogni di potenza). Seguirono: “Dzień duszy” (Il giorno dell’anima, 1903), „Ptakom niebieskim” (Agli uccelli celesti, 1905), „Gałąź kwitnąca” (Il ramo in fiore, 1908), “Uśmiechy godzin” (I sorrisi delle ore, 1910), “W cieniu miecza” (All’ombra della spada, 1911), “Łabędź i lira” (Il cigno e la lira, 1914). Nelle prime raccolte del giovane poeta troviamo non solo “silenzi, ricordi, sospiri”, come egli scrive in una poesia, ma anche un’intera collezione di motivi e immagini del modernismo. Conformemente alla moda dell’epoca, Staff cantava la tristezza del mondo e dell’anima. Il paesaggio dell’autunno e della notte parlava del mondo interiore dell’uomo, del “mare tenebrarum” dell’anima. Le visioni delle “città buie”, dei “tetri boschi”, dei temporali, delle tenebre, dicono che la vita del subcosciente non è armonia, ma caos, è scontro di istinti che si contrappongono. Scaturisce da queste immagini la coscienza della imperfezione, della disarmonia e addirittura la “bassezza” e la “bestialità” dell’uomo. Ma l’importanza e il posto di Staff nella poesia polacca non furono determinati da questa esperienza malinconica e crepuscolare, ma bensì dalla sua successiva rinuncia a queste immagini e stati d’animo convenzionali che egli stesso del resto aveva coltivato. Un nuovo eroe lirico prende il posto del decadente rassegnato. L’amore per la vita diventa il principale postulato, la nuova parola d’ordine delle nuove tendenze. Dopo il rifiuto del Nirvana e della Morte, Staff – come una notevole parte degli scrittori del tempo, tra cui Żeromski, Brzozowski, Berent, Korczak, si assume il compito di creare nuovi valori esistenziali, un nuovo modello di uomo, un nuovo “mondo di elementi”, rifiutando la debolezza umana e la “paura del mondo”. Tutto ciò trova particolarmente espressione nel poema filosofico “Il maestro Twardowski”, e in alcune liriche famose, come ad es. “Il fabbro”, in cui il protagonista forgia il suo “temprato, valoroso, forte e fiero” cuore, o “Il cavaliere” che si batte per il suo destino umano, o ancora il poema “Adamo” del 1914, in cui l’eroe oltre a lottare per la trasformazione del suo mondo interiore, lotta anche per la trasformazione di quello esteriore.

   Nella raccolta “Ścieżki polne” (Sentieri di campagna), uscita nel 1919, e in molti altri versi scritti dopo la guerra, Staff crea figure ancora più indipendenti, come l’eroe-viandante e l’eroe-artefice, mostrando come nel lavoro-lotta l’uomo conquista la fierezza, l’orgoglio, raggiunge l’armonia e la pienezza della vita.

   Staff portò nella poesia della “Giovane Polonia” – movimento letterario nato alla fine del secolo e durato fino al 1914 circa – una nota di ottimismo, di vitalità che ne ravvivò l’atmosfera decadente. Egli inoltre “tenne a battesimo” i poeti dello “Skamander” – Iwaszkiewicz, Lechoń, Wierzyński, Słonimski e Tuwim, cioè i poeti di quella corrente letteraria che si svolse dopo il 1919 e il cui contributo fu decisivo per la rinascita della poesia polacca dopo l’indipendenza riconquistata nel 1918.

   Nel 1927 uscì la sua raccolta “Ucho igielne” (Cruna d’ago) e nel 1932 – “Wysokie drzewa” (Gli alberi alti). Nel 1936 apparve il volume “Barwa miodu” (Il colore del miele), di cui fa parte la lirica “Ars poetica” che può essere considerata come un compendio del programma poetico di Staff in quel periodo della sua creazione.

   Pur traendo ispirazione anche dal movimento simbolista, Staff mantenne di fronte ad esso la sua indipendenza, affermando che la parola non doveva essere soltanto il mezzo per suggerire un’immagine o una impressione, ma anche il mezzo per raggiungere una piena comprensione tra lettore e poeta. Su quest’uso della parola, più vicino alla concezione propria ai classici, Staff ha eretto l’edificio della sua poesia. Il suo classicismo si nutre ugualmente dei poeti francesi del XVI e XVII secolo, ch’egli ha tradotto. L’architettura di Roma, Venezia, Firenze, la scultura antica, Michelangelo e la pittura del Rinascimento si fondono nella sua poesia con il paesaggio polacco. L’espressione poetica di Staff andò continuamente evolvendosi: egli si compiace di creare nuove parole, rime preziose. “I poeti – ha scritto Mieczysław Jastrun – di solito si fossilizzano nelle proprie abitudini e predilezioni formali, perfezionando la maniera iniziata nella giovinezza. Staff invece ha sempre cambiato, rinnovato i mezzi d’espressione, ha arricchito la sua tematica assieme alle nuove generazioni di poeti”.

   La cultura di Staff fu vasta e veramente europea. Egli compì anche magistrali versioni da varie letterature – dall’italiano ad es. tradusse i Fioretti di san Francesco, prose di Leonardo e poesie di Michelangelo.

   Nel 1946 uscì “Martwa pogoda” (Tempo morto) e nel 1954 “Wiklina” (Il vimine). La sua ultima opera “Dziewięć muz” (Le nove muse) fu pubblicata postuma nel 1958. Soprattutto la raccolta “Il vimine” fu per gli amanti della sua poesia un’autentica sorpresa per la diversità dello stile e della visione del mondo. Ecco cosa scrisse in proposito il poeta Mieczysław Jastrun: “Il mondo di Staff, finora così sicuro, incastonato nella tradizione umanistica, comincia a vacillare. Attraverso i veli squarciati e le forme infrante si vede un più autentico autoritratto del poeta , come se egli avesse rivoltato il suo abito di gala, senza spaventarsi del fatto che proprio lui, che sembrava scolpire il marmo, ha iniziato a intrecciare comuni ceste di vimini e che in quelle ceste ha cominciato a trasportare pietre”.

 

 

Poesie di Leopold Staff tradotte da Paolo Statuti

 

 

 

 

 

Ars poetica

 

Un’eco dal cuore sussurra:

“Prendimi prima ch’io languisca,

Che diventi diafana, azzurra,

Che impallidisca, che sparisca!”

 

Come una farfalla l’afferro,

Non già per sbalordire il mondo,

Ma per render l’attimo eterno,

Perché tu comprenda a fondo.

 

E il verso che viene dal bardo,

Vestito di suoni e d’arcano,

Sia limpido come uno sguardo,

Sia come una stretta di mano.

 

1932

 

Gli alberi alti

 

Oh, degli alberi alti che c’è di più bello,

Forgiati dalla sera nel bronzeo tramonto,

Sul rivo che prende i colori d’un vanello,

E che il verde riflesso fa sembrar più fondo.

 

L’odore dell’acqua, glauco all’ombra, oro al sole,

Nel senzavento assonnato ondeggia a stento,

Mentre i grillini dalle campestri dimore

Tritano la quiete con forbici d’argento.

 

Poi tutto tace, la solitudine affoga,

Già scuro diventa degli alberi l’ombrello,

Dal quale come spettro l’anima si snoda…

Oh, degli alberi alti che c’è di più bello!

 

1936

 

* *  *

Quando il vento a dicembre è più acuto e freddo,

Quando già gozzovigliano le bufere,

E la terra irrigidisce sotto la neve

E la vita e la morte vanno a braccetto;

 

Quando la notte la sua vetta ha toccato

E tutto il mondo grida il suo dolore:

A un tratto sentiamo – noi Iperbòrei –

Quel grido incredibile: “Il Signore è nato!”

 

 

Oh, prodigio! Sempre Dio quando è dicembre

Nasce! Ma è poi vero, nasce realmente,

Se questa voce si rinnova ogni anno?

 

Infelici! ciechi! sordi! In verità

Il Dio eterno nasce dall’Eternità,

E può il mondo generarlo – senza affanno?

 

1927

 

 

 

*  *  *

Ultimo della mia generazione,

Gli amici diletti ho seppelliti.

Ho visto come cambia la vita e come

La vita sono cambiato anch’io.

 

Ho guardato al futuro con serenità,

Ho amato l’uomo e la natura,

Ho venerato la franchezza e la libertà

Fratello delle nubi alla ventura.

 

No, non mi hanno adescato gli osanna,

La fama, una statua marmorea.

Resterà di me una deserta stanza

E una quieta, taciturna gloria.

 

1957

 

Uomo

Leggo la storia

E vedo cosa hai fatto

Per millenni, o Uomo!

Hai ucciso, hai ammazzato,

E continui a meditare

Come farlo meglio.

Mi domando se sei degno

D’essere scritto con la maiuscola.

 

1957

 

 

 

Julian Tuwim

3 Ago

 

 

Julian Tuwim

Poeta rinnovatore e stregone

 

   Nacque il 13 settembre 1894 a Łódź. Lì terminò il ginnasio e pubblicò la maggior parte delle sue opere giovanili. Negli  anni 1916-1918 studiò diritto e filosofia all’Università di Varsavia, collaborando al tempo stesso alle nuove riviste “Pro arte et studio” e “Pro arte”, dedicate a problemi artistici d’avanguardia e a diffondere la conoscenza della poesia moderna. Fu uno dei fondatori del cabaret letterario “Pikador” e del movimento “Skamander”, nel cui manifesto si diceva tra l’altro: “Crediamo profondamente nell’oggi di cui tutti ci sentiamo figli…Vogliamo essere i poeti di oggi, in ciò è la nostra fede, il nostro programma…” Facevano parte di questo movimento anche Lechoń, Wierzyński, Słonimski e Iwaszkiewicz, e ad esso si deve la rinascita della poesia polacca dopo l’indipendenza riconquistata nel 1918. Tuwim ne divenne il rappresentante di maggior spicco.

   Così il poeta Adam Ważyk descrive l’impressione destata allora dalle opere di Tuwim: “Nei crocchi della gioventù studentesca da poco rinata alla libertà si rumoreggiava, ci si agitava. Gli anziani chiedevano se quella era poesia o non piuttosto impertinenza. I suoi versi – come una ventata d’aria fresca – spazzavano via le anticaglie simboliste. Ci si spogliò dei costumi per uscire vestiti in abiti qualunque, si finì di riposare in “giacigli”, e d’ora in poi si dormì e ci si ammalò semplicemente a letto, e i poveretti che non l’avevano – in terra. Il mondo reale entrò nella poesia, con i suoi veri dolori, le vere gioie, le vere tristezze”.

   Effettivamente Tuwim portò per la prima volta nella poesia, su vasta scala, la vita delle grandi città moderne, con i loro contrasti sociali e i loro abitanti, l’atmosfera triste e sonnolenta delle cittadine di provincia, che la letteratura nobiliare aveva finora ignorato.

   Attaccando e deridendo la capitalistica caccia al denaro e la grettezza piccolo borghese, Tuwim descrive contemporaneamente il semplice uomo qualunque della periferia, delle botteghe, delle officine, mostrando solidarietà con il destino degli umiliati e degli sfruttati.

   Nel patrimonio poetico di Tuwim occorre ricordare soprattutto le raccolte liriche pubblicate negli anni tra le due guerre, come “Czyhanie na Boga” (Agguato a Dio, 1918), “Sokrates tańczący” (Socrate danzante, 1920), “Siódma jesień” (Il settimo autunno, 1922), “Słowa we krwi” (Parole nel sangue, 1926), “Rzecz czarnoleska” (L’opera di Czarnolas, 1929), “Biblia cygańska” (La Bibbia degli zingari, 1933), “Treść gorejąca” (Argomento ardente, 1936). Un’altra parte importante e significativa della sua creazione è costituita dalle opere satiriche, parzialmente riunite nel volume “Jarmark rymów” (La fiera delle rime, 1934). Tuwim pubblicò anche diverse raccolte di bellissime poesie per bambini, come “La locomotiva”, “L’elefante Trombetti”, “Sofia faccioditestamia”, nonché numerose traduzioni includenti Puszkin, Gogol, Whitman, Rimbaud.

   A nuovi temi corrispondono nella creazione di Tuwim nuovi mezzi di espressione, primo fra tutti – la lingua, che egli studiò profondamente e spesso creò, giungendo a impadronirsi di ogni sfumatura del polacco antico e moderno. Pochi poeti hanno saputo unire all’immagine quella intraducibile magia della parola, per la quale egli paragonò l’opera sua a quella di un alchimista o di uno stregone.

   Alla scoppio della guerra Tuwim, che era di origine ebrea, lasciò la Polonia. Si recò dapprima in Francia, quindi dopo il crollo di quest’ultima – in Brasile, e più tardi negli Stati Uniti. Durante il suo soggiorno in America scrisse il poema “Kwiaty polskie” (Fiori polacchi) – un’opera di vasto respiro, smagliante, piena di lirismo e di digressioni, in cui dominano la nostalgia per la terra dell’infanzia e i sentimenti patriottici. E’ una sintesi di quasi tutti i generi poetici sperimentati da Tuwim, dalla lirica personale e dall’oratoria patriottica, all’epica, al pamphlet e alla satira. Nel 1946 il poeta tornò in Polonia, dove tre anni dopo il poema fu pubblicato, guadagnandosi subito una enorme popolarità.

   Tuwim morì improvvisamente il il 27 dicembre 1953 a Zakopane, tre settimane dopo un altro grande poeta polacco – Konstanty Ildefons Gałczyński.  La figura di Tuwim è stata diversamente considerata e apprezzata, e benché nessuno neghi il suo grande talento, c’è discordanza di pareri e di giudizi sulla sua creazione. Alcuni sono affascinati dal Tuwim appassionato e sentimentale, altri dal Tuwim patetico o sarcastico e arguto. Altri ancora vedono in lui anzitutto il poeta del grande stupore metafisico. Già questa stessa possibilità di scelta e di molteplici interpretazioni conferma la ricchezza della sua eredità poetica.

 

Julian Tuwim tradotto da Paolo Statuti

 

Suum cuique

A chi il lustro lontano,

A chi il sole italiano,

E ancora altri portenti,

A me un tavolino,

La birra dopo il vino

E il lesso sotto i denti.

 

A chi le sinfonie,

Louvre e filarmonie,

Città da capogiro,

A me una cantina,

Una vodka vicina,

Uno sguardo e un sospiro.

 

La pioggia grigia abbraccia

Gli steccati e l’erbaccia.

La strada è una fiumana.

Tempaccio ormai spossato!

Scambiarti non è dato

Solitudine umana!

 

1929

 

E fu così…

 

E fu così: nell’atra notte

Da un ramo sbucò un fiore in boccio.

All’alba s’aprì con gli uccelli;

Sospirai. Era il primo approccio.

 

Quasi un’ora divenne un fiore,

Dormivegliando pigramente.

Lo tolsero dal nido vischioso

Gli uccelli con fruscìo crescente.

 

Quasi un’ora mise le piume,

Cercando tinte nel giardino.

Lo tolse al soffice calice

Il venticello del mattino.

 

Guarda come per te lottano,

Riunendosi in suoni iridati:

Gli uccelli sempre più teneri,

I fiori sempre più odorati!

 

In due meraviglie un creatore

Te senza nome ha ripartito,

E sotto ti trema turbato

Il ramo che t’ha partorito.

 

Dunque chi? Dunque come? Il fiore?

L’uccello? Tace la natura;

Nel cuore del mondo strarìpa

Del viver la folle paura.

 

Allor lo colsi dal rametto –

Dell’albero il primogenito:

Emana un aroma assai dolce,

Canta versi con un gemito.

 

1936

 

 

Venticello

 

Sulle acque trepidi fatti:

Soffia un venticello.

Sulle acque un grande silenzio.

Sono solo.

Di nuovo non vivo, di nuovo non so

Cosa avviene,

Immobile, assorto,

Resto.

Così è già stato. Ansia e speranza

Che conosco da tempo.

 

Qualcosa succederà sulle acque.

La forza trema.

Così è già stato – prima dell’enorme

Primo giorno.

Sugli abissi un volto appare.

Soffia un venticello.

L’eternità torna come sogno

Non tutto sognato.

Non sapevo come ho iniziato la mia storia.

Adesso so.

 

 

Dal poema: “Fiori polacchi”

 

O fiume, che fedele nei tuoi flutti

Le stelle di Varsavia ripetevi

E ogni alba e ogni tramonto,

Come si ripete un bel racconto

(Scorrendo e tremando – di tanto in tanto

Per l’emozione la voce si spezza

Come luce nell’acqua d’un torrente,

Ma con più leggiadria, con più dolcezza

Si svolge allora assieme al pianto),

Oh, fiume, che a memoria sapevi

Del cielo gli immensi azzurri poemi

E strofe di nuvole prese a caso ,

E dell’Iliade le inquiete saghe,

E la Bibbia dello spazio stellato –

Finché, grigia cantante, ti è toccato

Infiammarti con la tua capitale

E ululare, quando l’ululo udisti

Di Varsavia, città-Giobbe polacca!

Quando su di te il soffitto s’è schiantato,

Scorrevi nei bagliori vermigli

Con la stessa imperturbata corrente,

Scorrevi orgogliosa e liberamente,

E le case della città, come torce,

Ma rivolte all’ingiù funereamente,

Ti percorrevano in rosso corteo…

Torneremo, o Vistola, per quel rosso,

Fedelmente riposto sul tuo fondo,

Porteremo un turbine, di sdegno armato,

E un nuovo mattino, con fede vibrante…

Quel turbine – leverà la nostra mano,

Un bagliore, un grido, una strofa e il sangue!

 

 

Litania

 

Ti prego, mio Dio, con fervore,

Ti prego, mio Dio, con tutto il cuore:

Per quelli che sono umiliati,

Per quelli che sperano tremando,

Per l’eterno addio dei morti,

Per la stanchezza dei moribondi,

Per la tristezza dei non compresi,

Per quelli che supplicano invano,

Per quelli derisi, per gli offesi,

Per gli stolti, i gretti e i malvagi,

Per quelli che corrono affannati

Al più vicino ambulatorio,

Per quelli che dalla grande città

Tornano a casa col batticuore,

Per quelli rozzamente trattati,

Per quelli fischiati a teatro,

Per i noiosi, i brutti, gli inetti,

I deboli, i percossi, gli oppressi,

Per quelli senza un sonno sereno,

Per quelli che temono la morte,

Per quelli che aspettano in farmacia

E per quelli che hanno perso il treno,

– PER TUTTI GLI ABITANTI DEL MONDO,

Per i loro guai e i loro affanni,

Le sofferenze, i crucci, i pensieri,

Per le loro ansie e dolori,

Sfortune, nostalgie, dispiaceri,

Per ogni più piccolo palpito,

Che non sia felicità e gioia,

E che essa in eterno a questa gente

Illumini la via benevolmente –

Ti prego, mio Dio, con fervore,

Ti prego, mio dio, con tutto il cuore!

 

 

In regalo alla donna

 

Poiché Dio l’ha creata e satana l’ha stregata,

E’ da sempre e per sempre peccatrice e beata,

Tradimento e fedeltà, perfidia ed incanto,

Delizia e sconforto, sorriso e pianto…

E’ angelo e demonio, miracolo e fantasma,

E vertice sulle nubi e abisso senza fondo.

E’ il principio e la fine del mondo…

(C) by Paolo Statuti

 

Di Julian Tuwin ho tradotto anche due famose poesie per bambini – “La locomotiva” e “Radio uccelli”, inserite nel mio blog nel post “Poesie per bambini”, nonché la famosa poesia “A un uomo semplice” (v. in questo blog).