Archive | luglio, 2015

Stanisław Korab-Brzozowski

18 Lug

 

Stanisław Przybyszewski con la moglie Dagny

Stanisław Przybyszewski con la moglie Dagny

 

 

   Stanisław Korab-Brzozowski nacque nel 1876 a Lakatia in Siria e morì a Varsavia nel 1901. Poeta e traduttore, rappresentante del fin de siècle nella letteratura della Giovane Polonia. E’ considerato uno dei principali creatori del decadentismo, maestro della forma e dello stile poetico. Della sua breve vita si sa ben poco. Figlio del poeta romantico Karol Brzozowski e fratello di Wincenty Korab-Brzozowski, anche lui poeta. Apparteneva alla cerchia della bohème di Stanisław Przybyszewski (1868-1927), romanziere, drammaturgo e saggista, una delle figure più controverse di tutta la storia della letteratura polacca. Di se stesso Przybyszewski scrisse: “Sono soltanto una meteora che per un istante brilla, per un istante minaccia e spaventa l’umanità, e poi improvvisamente scompare – ma sono felice di vivere con questa convinzione”. Sulla sua tomba sono scritte le parole “Meteora della Giovane Polonia”. Stanisław Korab-Brzozowski era legato alla rivista Chimera. Nel 1901 il poeta mise in atto un suicidio d’effetto, forse per una delusione amorosa legata a un tragico triangolo con la bella norvegese Dagny, moglie di Stanisław Przybyszewski e il giovane Władysław Emeryk, che poi uccise Dagny, suicidandosi a sua volta. Tadeusz Boy-Żeleński (1874-1941) ricorda: “Poco prima di morire vendette i suoi modesti beni e organizzò una cena, alla quale invitò un gruppo di amici. Alle prime luci dell’alba lasciò i suoi ospiti, per non fare più ritorno. Quando cominciarono a cercarlo, lo trovarono morto sul pavimento. Si era avvelenato.

La sua creazione poetica è concentrata nel simbolismo. Spesso creava i cosiddetti paesaggi mentali, si serviva della sinestesi e della sintesi delle arti, tipica del modernismo. Dopo la morte le sue poesie sparse in diverse riviste furono pubblicate con il titolo Prima che il cuore taccia (1910). Tradusse tra gli altri Baudelaire e Verlaine.

 

 

 

 

 

Poesie di Stanisław Korab-Brzozowski tradotte da Paolo Statuti

 

Il vuoto

Un albero solitario, spoglio,

Alza le sue scarne braccia,

Manda aspri inni di sconforto

Al cielo color acciaio del vuoto.

 

Sotto l’albero una croce corrosa,

Su di essa Cristo agonizza,

Levando i suoi occhi disperati

Al cielo color acciaio del vuoto.

 

Sotto la croce la mia anima sofferente

Dal nero abisso del suo nulla

Invia i suoi folli desideri

Al cielo color acciaio del vuoto.

 

La filatrice

 

Sulle corde tese della pioggia

Il vento sospira, geme e singhiozza;

Sui morbidi sudari di ragnatele

La principessa singhiozza.

 

La sua mano leggera e vivace,

Rapida come volo di bianche nubi,

Compone il filato dei miei desideri

In un disegno mirabile.

 

E i fiori tolti alla mia primavera,

Il verde dei prati già morti,

Di nuovo ardono risuscitati con amore

Dalla magia delle sue mani.

Oh, vieni!

 

Oh, vieni in autunno –

indossa una veste leggera, bianca, vaporosa,

come ragnatela;

getta sui tuoi capelli d’ebano

perle di rugiada,

splendenti di freddi colori

come arcobaleno.

 

Oh, vieni in autunno –

avvolta nel mesto, malinconico lamento

delle gru,

che volano lontano nel grigio abisso dei cieli,

che profuma

come i fiori, che il gelo

fa sanguinare.

 

Oh, vieni in autunno –

nell’istante assonnato, incerto dell’imbrunire –

e le tue mani

diafane, morbide. odorose

sulle sofferenti

tempie posami

o Morte!…

 

Preghiera

 

O Dio, infondimi forza e coraggio!

Davanti a me il nero abisso della morte si apre;

Il mio spirito crolla e l’anima vacilla

Alla vista dei vili demoni della vittoria.

 

 

 

Dio, io Ti adoro non con le parole

Che ogni giorno ripetono le folle;

Nei Tuoi templi un sacerdote non mi assolve,

E davanti a una statua io la testa non chino:

 

Ma Tu sai Signore, che ti prego

Con una prece ardente, anche se non è un pater,

Sulle ali la mia anima tende a Te,

Anela a Te nella fredda tomba della vita!

 

Tu sai, o Dio, che io amo la gente,

Che per essa potrei sacrificarmi sul rogo,

Come i martiri ispirati dalla Tua fede;

Sai che la sofferenza non sopirà il coraggio!

 

Ma Tu sai anche, come soffre il mio cuore,

Se nessuno crede nell’amore e nel sacrificio;

Sai, quanto soffro, se la coppa dell’amarezza

E’ offerta da beffardi che per giunta ridono!

 

Non conosce Dio

 

Chi non ha conosciuto l’ora cupa della nostalgia

E le lotte interiori con l’uragano dell’anima;

Chi non ha provato nell’anima i dardi del dolore

E non ha tremato davanti al vulcano degli affetti:

Non conosce Dio!

 

Chi non ha pianto alla vista di un disperato

E non ha asterso le lacrime a un fratello che piange;

Chi non ha guardato le tombe di un cimitero

E chi non ha i ricordi di un triste fiore:

Non conosce Dio!

 

 

Chi al di là di se stesso non vede più il mondo;

Chi non si è riconosciuto nell’Armonia universale

Come tono che dallo spirito del Gran Maestro si leva,

E risuona di gioia, o agonizza tra i lamenti:

Non conosce Dio!

 

Chi sopporta le catene del servilismo;

Chi con paura striscia ai piedi del tiranno,

E con le vergognose parole dello schiavo

Imbriglia l’alto slancio del suo spirito:

Non conosce Dio!

 

Chi non ha chiesto consiglio alla voce del cuore,

E soltanto dalla ragione si fa guidare;

Chi agli altri non ha portato vita, ma terrore

E chi è sicuro di non poter mai sbagliare:

Non conosce Dio!

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Jan Kasprowicz (1860-1926)

14 Lug
Jacek Malczewski: ritratto di Jan Kasprowicz

Jacek Malczewski: ritratto di Jan Kasprowicz

Jan Kasprowicz (1860-1926), poeta, drammaturgo, critico, traduttore, uno dei principali rappresentanti del neoromanticismo polacco, noto sotto il nome di Młoda Polska (Giovane Polonia).

Nelle sue prime opere si avverte l’influenza del romanticismo inglese e della filosofia tedesca, ad esempio nel poema Giordano Bruno (1884), successivamente fu vicino al naturalismo, affrontando la tematica contadina, come nel ciclo di poesie Dal casolare (1887): 40 sonetti, scritti nella prigione di Wrocław, ove era stato rinchiuso per la sua partecipazione a organizzazioni giovanili clandestine socialiste. Ricordiamo anche le opere filosofico-religiose, quali Cristo (1890) e Anima lachrymans (1894). Dal 1891 Kasprowicz aderì al modernismo, tra l’altro con le raccolte Amore (1895) e Il cespo di rosa canina (1898), considerata uno dei capolavori di questa corrente, che fa di Kasprowicz il principale rappresentante del simbolismo letterario polacco. Il periodo successivo è l’espressionismo, evidente negli inni Al mondo che perisce (1902), Salve Regina (1902), nonché nel poema drammatico Il banchetto di Erodiade (1905) e nel volume di prosa poetica Il valoroso cavallo e la casa che crolla (1906). In questa fase della creazione di Kasprowicz è significativa l’influenza del folclore e del primitivismo popolare, come ad esempio nella Ballata del girasole (1908), e in seguito del francescanesimo, come negli Istanti (1911) e Il libro dei poveri (1916).

Nella mia versione pubblico qui i 4 sonetti che danno il titolo alla raccolta Il cespo di rosa canina. Da notare come quest’opera di Kasprowicz sia intrisa di simbolismo e di impressionismo. Quest’ultimo è evidente soprattutto nella descrizione del paesaggio in diverse ore del giorno, nonché nel gioco dei colori e della luce. Viene in mente il ciclo di quadri di Claude Monet La cattedrale di Rouen, dipinta in varie ore del giorno.

I poeti della Giovane Polonia cercavano spesso ispirazione nella natura. Le loro descrizioni diventavano simboli delle sensazioni interiori o delle loro riflessioni. I 4 sonetti in questione non sono quindi soltanto poesia del paesaggio, ma soprattutto una rappresentazione simbolica della lotta per la sopravvivenza. La rosa sopravvive, malgrado l’aridità del terreno e le condizioni atmosferiche avverse dei monti Tatra, dove il cespo cresce. La rosa è una allegoria dell’uomo, che nonostante le avversità del destino lotta per sopravvivere. Ad essa è contrapposto il cembro che giace tarlato e coperto di muffa – simbolo del trascorrere del tempo e della ineluttabile fine. Kasprowicz si serve della natura dei monti per illustrare la dualità del destino umano, il dilemma della vita e della morte, del bene e del male, della speranza e della disperazione. La rosa simboleggia l’amore e la vitalità, è sola, pensierosa, assonnata, è consapevole della sua fragilità, teme la bufera e per questo cerca riparo stringendosi alla fredda roccia, alla fine si addormenta coperta dalla rugiada. Il cembro che le giace accanto è il secondo protagonista di questi sonetti. Tarlato, ammuffito, abbattuto dal vento durante la bufera, è il simbolo della vecchiaia, della morte, del disfacimento – la sconfitta dell’uomo ad opera delle ineluttabili leggi di natura. La fine dell’esistenza del grande e forte cembro e la resistenza della rosa sopravvissuta alla tempesta, suggeriscono una interpretazione filosofica: condizione per sconfiggere le avversità del destino non è la forza fisica, ma la forza spirituale, la consapevolezza della fragilità dell’esistenza e la gioia di vivere ogni momento.

 

 4 sonetti “Il cespo di rosa canina” di Jan Kasprowicz tradotti da Paolo Statuti

 

                        I

Tra scuri ammassi di detriti,

Un cespo di rosa canina

I grigi macigni arrossa,

Là, tra gli stagni insonnoliti.

Ai suoi piedi un rigoglio erboso,

Un groviglio di pini nani

Fa da bordo ai grandi massi,

Di fianco a un picco scivoloso.

Pensoso, assonnato, solitario,

Della fredda parete al riparo,

Il cespo sa d’essere indifeso.

Silenzio… Anche il vento è fermo,

Soltanto un cembro si corrode

Accanto alla rosa disteso.

                     II

 

Il sole nell’aria cristallina

Illumina le rocce di granito,

Il bosco scuro è avvolto

Da una lieve nebbiolina.

Scroscia sulle rocce il torrente,

Corre come cintura argentata,

Attraverso la nebbia e l’azzurro

Come un sospirar si sente.

Negli anfratti, nel quieto riparo,

Tra le creste al sole arde chiaro

Il cespo di rosa nel frusciare…

Si stringe alla rupe timoroso,

E il cembro dalla muffa è roso,

Steso dal soffio del temporale.

                      III

 

Paure! Sospiri! Amarezze

Pervadono l’inconsapevole

Immensità dell’aria!… Lassù,

Alla luce e all’ombra delle vette

Un branco di camosci bruca;

Avido di voli ultraterreni

Un uccello spiega le sue ali.

La marmotta fischia in una buca.

Tra erbacce e rami abbattuti,

Rimpianti, diletti perduti,

Si stringe il cespo della rosa.

Accanto, vittima del fato –

Il cembro a terra rovesciato

Dalla bufera furiosa.

                        IV

 

O lamenti! O sospiri dolorosi!

O strani, arcani timori!…

Un fresco profumo di erbe

Dai campi tra i monti rocciosi.

Echi di suoni nell’aria,

Quasi fossero d’altri mondi,

Scorrono sulla rugiada

Che il velluto dei campi ripara.

Il cielo si tinge di giada,

L’umido bianco della rugiada

Brilla sui fiori del cespo.

E un quieto soffio le gocce

Fa scendere lente sul cembro,

Che giace corroso e riverso…

(C) by Paolo Statuti

 

 

Paolo Statuti: Poesie e pensierini per bambini

5 Lug

Paolo Statuti: Poesie per bambini

 

La farfalla e il fiore

 

– Biccicalla, Biccicalla,

sei una splendida farfalla –

sussurrava un fiorellino

nel bel mezzo del giardino.

– Dammi un bacio, un bacio ancora,

resta qui fino all’aurora,

non andare, non fuggire,

non costringermi a morire!

Ma la bella farfalletta,

impaziente e leziosetta,

gli rispose sorridendo:

– Ti comprendo, ti comprendo,

ma son fatta per volare,

tutti i fiori devo amare.

Così disse e lesta lesta

si posò sulla ginestra.

Ed il fiore abbandonato

piegò il capo sconsolato,

e pensò con tutto il cuore

di tornarsene al Creatore.

Ma un garofano lì accanto,

visto e udito tutto quanto,

con un nodo nella gola

gli rivolse la parola:

– Ti capisco, amico mio,

perché l’ho provato anch’io,

ma ho imparato anche una cosa

assai utile e preziosa:

se vuoi vivere e star bene,

prendi il mondo come viene…

Da quel giorno il fiorellino,

rassegnatosi al destino,

visse senza ricadute

e pensando alla salute.

 

 

La signora e il gatto

 

Passeggiava da mezz’ora

con il gatto una signora,

e ogni tanto sorrideva

alle amiche che vedeva,

ma alla fine il suo bel gatto

cominciò a fare il matto,

e graffiava impertinente

tutti i piedi della gente.

La signora disperata

prese il gatto e difilata,

senza indugi né paure,

lo portò dal pedicure,

e lì il gatto disse: – oh, no!

Perse l’unghie e si calmò.

 

La bella del pollaio

 

C’era una volta una gallina

che si credeva una regina,

era la bella del pollaio

e proprio questo era il guaio.

Era scontrosa e prepotente

e non faceva un bel niente:

dormiva fino a mezzogiorno

e riposava tutto il giorno,

fare l’uovo la stancava,

dormiva, beveva e mangiava.

«Una gallina come quella

è meglio metterla in padella» –

dicevan tutti nel casale,

e la mangiarono a Natale,

ma rovinò loro la festa,

perché era dura e indigesta.

 

 

Lumacone nel cappello

 

L’altro giorno Lumacone

s’è recato alla stazione,

per andare a Maratea

dalla sua cugina Lea.

Poiché, essendo poveretto,

era privo di biglietto,

si nascose nel cappello

d’un arzillo colonnello.

L’ufficiale – che destino! –

scese prima, ad Avellino,

e Lumaco desolato

a seguirlo fu obbligato.

E fu proprio in quel momento

che si alzò un forte vento,

e il cappello volò via…

non da Lea ma dalla zia

che viveva in… Tunisia.

 

 

Fiordaliso

 

Nel grande parco d’un castello

viveva un fungo molto bello,

ma era anche presuntuoso,

prepotente e dispettoso,

perciò nel parco del maniero

non era amato a dire il vero.

Un giorno al ricco castellano

un principe chiese la mano

della figlia e fu ordinato

di organizzare un gran festino

a base di funghi e di buon vino.

I servitori senza indugiare

incominciarono a cercare

i funghi più belli del prato,

e presero anche quello nato

credendo d’essere un portento

per comandare a piacimento.

E incominciò a raccomandarsi,

a piangere e lamentarsi:

– Povero me, abbiate pietà,

ahimé, riportatemi là,

là dove mi avete preso,

io sono bello ma obeso,

siate clementi, fate presto,

io sono bello ma indigesto!

E tanto disse e tanto pregò,

che alla fine un servo lo gettò

via dicendo: – Eccoti servito,

mi hai proprio infastidito!

Il fungo abbozzò un sorriso,

ma oramai era reciso

e così dopo due ore

se ne andò dritto al Creatore.

Due giorni dopo a mezzodì

una pastorella passò di lì.

Si chiamava Alisa e dov’era

morto il fungo ora cresceva

un piccolo fiore azzurrino

che le disse: – Vieni più vicino,

come ti chiami? – Io sono Alisa,

e tu? – Nessuno ancora lo sa,

ma vorrei avere il tuo nome.

– Oh, che bello, che emozione!

Da allora Alisa e i Fiordalisi

diventarono grandi amici.

 

 

La lucciola

 

E’ una notte di tempesta,

fitta e nera è la foresta,

tra gli arbusti un cagnolino,

a chi è lungi e a chi è vicino,

fa sentire il suo guaito –

poverino, s’è smarrito!

Chiede aiuto, si dispera

nella notte fredda e nera.

Ad un tratto un insettuccio,

con premura e con cruccio,

pensa un po’ e gli si avvicina:

– Non temere, una fatina

troverà una via d’uscita,

e la strada che hai smarrita

ti farà or ritrovare.

E infatti ecco appare

una ninfa di quel bosco,

e all’insetto dice: – Conosco

il tuo amore e il tuo coraggio,

e per questo io un raggio

metterò nella tua coda,

vola avanti e pilota

il cagnolino a casa sua,

e per questa azione tua

sarai lucciola, e se vuoi,

farai luce d’ora in poi

a chi sarà in difficoltà

e a chi incontrarti vorrà.

 

 

Vita di giardino

 

Quando torna primavera

Soleraggio e Capinera,

Miciogatto e Farfalletta,

Calabrone e Nuvoletta –

si ritrovano al mattino

nel mio piccolo giardino.

Che si dicon sotto il noce,

in segreto e a bassa voce?

– Oh! – sospira Soleraggio

con calore e con coraggio –

sono cotto della luna

ma, ahimé, non ho fortuna:

quando arrivo – lei scompare,

quando parto – lei appare!

Poi sussurra Farfalletta:

– Lo sapete? Nuvoletta

anche ieri se n’è andata

alla solita adunata,

chissà mai perché ci va,

tutte insieme quelle là

sono tristi e lamentose,

turbolenti e capricciose,

spesso poi dalle riunioni

piovon certi lacrimoni!

Sempre, prima di un duetto

su una tegola del tetto,

aiutata da Tordella,

Capinera si fa bella

con profumo di acquarosa

e con cipria di mimosa;

poi attacca con un trillo

stranamente non tranquillo,

e la segue passo passo

Calabrone – contrabbasso:

– Lo sapete cosa ha fatto

ieri sera Miciogatto?

Bzzz… bzzz… bzzz… bzzz…

Quell’eterno impertinente

m’ha guardata avidamente,

bzzz… bzzz… bzzz… bzzz…

e m’ha detto: – Sei carina,

sento in bocca l’acquolina,

bzzz… bzzz… bzzz… bzzz…

che vocetta, sei un incanto,

mamma mia, se t’agguanto!

Bzzz… bzzz… bzzz… bzzz…

Nuvoletta sopra il faggio

si rivolge a Soleraggio:

– Oggi ti ho coperto spesso,

non sta bene, lo confesso,

ma volevo un po’ scherzare,

mi potresti perdonare?

Così parlano di giorno,

finché scende tutto intorno

il mantello della sera,

ed allora Capinera

dice a tutti un po’ in sordina:

– Ci vediamo domattina.

 

Ed anch’io spengo la luce,

ma la nonna ancora cuce.

Io mi alzo di buon’ora…

Chi di voi non dorme ancora?

 

 

Pizzopazzo

 

Pizzopazzo era un paesino

dove tutti gli abitanti,

dal fornaio all’arrotino,

eran matti o stravaganti.

Chi, credendo d’esser gallo,

rincorreva le galline,

chi sembrava un pappagallo

e mangiava carotine,

chi, battendosi la testa,

ripeteva: din, don, dan,

chi faceva sempre festa,

trallallero, trallalà.

Chi diceva: – Sono un gatto!

E chi invece: – Un elefante,

come due e due fa quattro!

Chi faceva l’elegante

con in testa una pannocchia

chi, per divertirsi un po’,

insegnava a una ranocchia

a ballare il rock ‘n roll.

Un bel giorno un ispettore,

inviato a Pizzopazzo

dal signor governatore

per chiarire quell’andazzo,

riferì a Sua Eccellenza:

– Qui c’è gente assai balzana,

ma le dico in confidenza

che la cosa ancor più strana

è che in questa gran babele

sono tutti allegri e onesti

e si vogliono un gran bene.

Ispettore Occhilesti. –

Il signor governatore,

meditando su quei fatti,

disse allora con calore:

– Viva i matti! Viva i matti!

 

 

Lumachella e Lumacone

 

Lumachella ogni mattina,

sottobraccio alla vicina,

se ne andava col cestino

per la spesa al mercatino.

Lumacone senza fretta

aspettava la moglietta

e faceva il cascamorto

con le chiocciole nell’orto.

Ma un bel giorno Lumachella

lo scoprì con la sua bella

e gridando: – Come! Come!

tirò fuori un carotone,

aggiungendo: – Prendi questa

sulla stupida tua testa!

Lumacone, poveretto,

ipso facto finì a letto

a riflettere, pentito,

sui doveri del marito.

 

– Lumacone, Lumacone,

t’è servita la lezione?

– Certo, certo, certamente,

la carota è convincente!

E ogni volta che lei usciva

lemme lemme la seguiva

e diceva ogni secondo:

– Ma che mondo! Ma che mondo!

 

La cicala e la formica

(Versione aggiornata)

 

In un campo di patate,

sul finire dell’estate,

si riunirono pimpanti

quattro noti musicanti:

c’era Grillo col violino,

c’era Tordo col clarino,

e Zanzara e Calabrone

con la viola ed il violone.

Al concerto eccezionale

invitaron due cicale

per cantare col quartetto

tre romanze e un minuetto.

Che successo! Che bravura!

Il ricordo ancora dura!

Soprattutto le cantanti

incantarono gli astanti

e tra essi una formica –

che non era loro amica,

anzi un po’ le disprezzava

e pensava e ripensava:

«mangia solo chi lavora» –

ammaliata era ora

da quel canto melodioso,

e capì che è doveroso

aiutar tutti gli artisti,

sia i graditi che i malvisti,

e promise con calore:

– Quest’inverno, mie signore,

se vorrete un po’ di pane

per combattere la fame,

troverete a casa mia

piatti colmi e simpatia.

 

 

Paolo Statuti: Pensierini per bambini e grandini

 

Pensierino della sera

 

Ogni sera pensa un istante:

sono davvero così importante,

sapiente, abile e intelligente,

oppure mi sembra solamente?

 

Gli spacconi

Gli spacconi

fanno impressione

solo agli sciocchi

e ai fifoni.

 

Botta e risposta

 – E’ inutile che allunghi il collo: tanto per te non c’è nulla. – disse l’elefante alla giraffa, mentre la bertuccia distribuiva la posta.

– E tu non hai nessun bisogno di ficcare il tuo lungo naso negli affari  degli altri. –  gli rispose la giraffa.

 

La bilancia delle parole

Se tutti pesassimo le parole prima di parlare, assai spesso non crederemmo ai nostri occhi, vedendo come sono leggere molte di esse  e come invece pesano tante altre!

 

La speranza

 

Tra il timore e la speranza,

scegli la speranza –

diceva la sora Costanza.

 

Presto e Bene

 

Presto e Bene

non stanno insieme:

si sono lasciati

subito dopo esser nati.

 

I bambini e la verità

 

I bambini sono la bocca della verità –

finché non dicono bugie.

 

Il bisogno

 

Avrei bisogno di non aver bisogno,

pensava un tale facendo un sogno,

ma quando si svegliò al mattino

disse: – Avrei bisogno d’un cappuccino!

 

Parole al vento

 

Gettava le parole al vento

e quello tutto contento

le portava in paesi lontani,

dove vivono solo ciarlatani.