Archivio | febbraio, 2018

Dmitrij Borisovich Kedrin

25 Feb

 

 

  

K. Rodimov: Ritratto di Dmitrij Kedrin

 

La vita e la morte di questo poeta russo di grande talento sono parzialmente avvolte nel mistero. Non ebbe mai un proprio nido, dedicava molto tempo al lavoro, riceveva miseri compensi, riponeva nel cassetto le opere che, malgrado i giudizi favorevoli di Bagrickij, Majakovskij, Gor’kij, Vološin e altri, gli editori non volevano pubblicare adducendo vari pretesti. L’unica raccolta uscita quando il poeta era ancora vivo, fu I testimoni (1940): ben tredici volte il manoscritto gli fu restituito per modifiche, e alla fine restarono soltanto 17 poesie.

Dmitrij Borisovič Kedrin nacque il 4 febbraio 1907 nel villaggio di Berestovo-Bogoduchovskij nel Donbas. Suo nonno era un nobile di origine polacca, la cui figlia minore Ol’ga, madre del poeta, mise al mondo il bambino non sposata. Temendo il disonore e la collera del padre, lasciò il figlio nella famiglia della balia. Il piccolo fu poi adottato dal marito della sorella. Nel 1914 il padre adottivo morì e Dmitrij fu affidato alle cure della madre, di una zia e della nonna. «Tre donne nell’infanzia mi cullavano» – ricordò molti anni dopo il poeta. Dell’educazione letteraria di Dmitrij si occupava la nonna Neonilla, una donna molto colta appassionata di poesia. Fu lei a istillare nell’animo del nipote l’amore per essa: da un suo quaderno leggeva Puškin, Lermontov, Nekrasov ed in originale anche Ševčenko e Mickiewicz. La donna diventò anche la prima ascoltatrice delle poesie di Dmitrij.

Nel 1916, all’età di nove anni, iniziò la scuola commerciale. Lungo la strada che percorreva per recarvisi, si fermava sempre nel viale dove si trovava un bronzo di Puškin. «Dal monumento di Puškin ha avuto inizio la mia inclinazione per l’arte» – affermò in seguito il poeta. In questa scuola non raggiunse il necessario grado d’istruzione, e per questo iniziò a studiare come autodidatta. Amava non solo la storia e la letteratura, ma anche la geografia, la botanica e la filosofia. Nello stesso tempo cominciò seriamente a occuparsi di poesia. Nel 1922 fu ammesso all’Istituto Tecnico Ferroviario, ma non lo terminò a causa della sua debole vista. Nel 1924 fu assunto come reporter dalla casa editrice Generazione futura e al tempo stesso cominciò a lavorare nell’associazione letteraria La Giovane Fucina. Le sue poesie cominciarono a essere pubblicate da diverse riviste. Nelle recensioni veniva sottolineato il suo particolare stile e il suo talento. Il suo motto era: «La poesia ha bisogno della totale nudità del cuore». Nel 1929 fu arrestato per non aver svelato che un suo amico era il figlio di un generale dell’esercito di Denikin. Restò in carcere un anno e tre mesi. Questo fatto e il suo rifiuto di diventare un confidente segreto del NKVD (Commissariato Nazionale per gli Affari Interni) furono molto probabilmente la causa dei successivi problemi del poeta relativi alla mancata pubblicazione delle sue opere.

Nel 1931 si sposò e dopo la nascita della figlia nel dicembre del 1934, la famiglia si trasferì nella borgata di Čerkizovo nei dintorni di Mosca, dove per la prima volta il poeta potrà avere il suo “studio” – un bugigattolo dietro una tenda. Le opere scritte negli anni ’40 hanno carattere lirico, psicologico, su temi storici e intimi. Egli esaltava i creatori della bellezza vera e imperitura. All’enfasi della realtà prebellica il poeta era alquanto indifferente,  per questo il segretario generale dell’Unione degli Scrittori dell’URSS V. Stavskij criticava duramente Kedrin e, seconto il racconto dei famigliari del poeta, lo minacciava anche. I critici gli consigliavano di evitare i temi storici. Malgrado questa ostilità, nel 1939 fu ammesso nell’Unione degli Scrittori.

I vicini e i conoscenti di Čerkizovo dicevano che Kedrin faceva l’impressione di un pensatore taciturno, assorto e chiuso in se stesso: anche quando passeggiava, non rispondeva ai saluti, non conversava con nessuno. Aveva sempre con sé un taccuino e una matita.

All’inizio della guerra voleva recarsi al fronte come volontario, ma non lo arruolarono per via della vista. Restò a Čerkizovo occupandosi di traduzioni di poesie antifasciste di vari popoli dell’URSS, che venivano pubblicate anche dalla Pravda, e scrivendo due libri di versi, la cui stampa però gli fu negata. Riuscì a recarsi al fronte soltanto a maggio del 1943 come corrispondente del giornale dell’aviazione Il falco della Patria. Durante il suo lavoro al fronte spedì alla moglie Ljudmila 75 numeri dove erano stampate anche molte sue poesie.

Il 15 settembre 1945 sul marciapiede della stazione di Jaroslav alcune persone non identificate per poco non spinsero Kedrin sotto il treno, e soltanto l’intervento dei passeggeri all’ultimo istante gli salvò la vita. Tornato la sera a casa, il poeta in preda a un cupo presentimento disse alla moglie: «Sembrerebbe proprio una persecuzione». Gli restavano ancora tre giorni di vita. Il 18 settembre 1945 morì tragicamente sotto le ruote di un treno suburbano nel pressi di Mosca, tornando a Čerkizovo dalla capitale. Aveva soltanto 38 anni come il suo amato Puškin. Nel 2016 Dmitrij Bykov, scrittore, poeta e giornalista,  ricorda che durante il riconoscimento della salma, la vedova di Kedrin notò l’espressione di un “terrore inumano” sul volto del defunto, e ciò secondo lo stesso Bykov farebbe escludere la tesi del suicidio. I documenti del poeta, secondo quanto ricorda la figlia, due settimane dopo furono infilati sotto la porta della sua casa a Čerkizovo. Non ci vuole molto per sospettare che ad uccidere il poeta furono le mani pluriinsanguinate dei servizi segreti dell’URSS, che in vari periodi si sono particolarmente accaniti contro i poeti. Mi chiedo come può la Poesia suscitare tanto odio!…

Tra le opere più rilevanti di Kedrin ricordiamo: il dramma in versi Rembrandt, che negli anni ’70 – ’80 fu rappresentato in diversi teatri russi; l’altro dramma in versi Paraša Žemčukova, famosa attrice e cantante russa del settecento, morta nel 1803 a 34 anni tre settimane dopo il parto; il poema Le nozze, sulla schiacciante forza dell’amore, davanti al quale non ha retto neanche il cuore di Attila, re degli Unni, morto nella notte delle sue nozze, travolto da sentimenti improvvisi e ancora sconosciuti; poesie e ballate dedicate alla storia, agli eroi e ai miti degli antichi popoli. La sua poesia è spesso intrisa di lirismo e di simbolismo. Le parole di Aljona Stariza (la “Giovanna d’Arco” russa) – «Tutti gli animali dormono. Tutti gli uomini dormono. Soltanto gli scrivani condannano», furono scritte al culmine del terrore staliniano e sono citate da tutti gli studiosi della creazione del poeta.

Nel 1942 Kedrin consegnò alla casa editrice Lo scrittore sovietico il manoscritto Poesie russe, ma la raccolta non fu pubblicata a causa dei giudizi negativi dei recensori, uno dei quali lo accusò di «non sentire la parola», un altro di «dipendenza dalle voci altrui», e un altro ancora di «negligenza nelle comparazioni e di confusione del pensiero». Al contrario, un decennio dopo gli storici della letteratura diranno: «la sua poesia degli anni di guerra aveva intonazioni colloquiali, temi storico-epici e profondi stimoli patriottici».

Nel 1944, un anno prima della morte, Kedrin è profondamente amareggiato: «Molti miei amici sono morti in guerra. Il cerchio della solitudine si è chiuso. Presto ne avrò quaranta. Non vedo il mio lettore, non lo sento. E così verso i quaranta anni la vita è bruciata amaramente e assurdamente. Forse è colpa di questa incerta professione che io ho scelto o che ha scelto me: la poesia».

Nel 1967, per il sessantesimo anniversario della nascita del poeta, apparvero numerosi articoli sul suo difficile itinerario  creativo. Anche Mondo Nuovo pubblicò sue poesie inedite. Nel 1984, vigilia della perestrojka, per la prima volta fu stampata un’ampia raccolta delle principali opere di Kedrin con una tiratura di 300 mila copie, che andò presto esaurita. A questa seguì nel 1989 un’altra edizione di 200 mila copie, che non restò a lungo nelle librerie.

 

NB: Per la stesura di questo testo mi sono avvalso di Wikipedia russa.

 

Poesie di Dmitrij Kedrin tradotte da Paolo Statuti

 

Dio

Presto, nell’ora gialla del tramonto,

Quando l’azzurro si spegnerà,

Chiuderò gli occhi avidi un tempo,

E così stanchi al momento.

 

E quando sarò davanti a Dio,

Io senza tremare gli dirò:

«Sai, Dio, ho fatto del male a molti,

E forse del bene a nessuno.

 

Ma è buffo trovarmi col diavolo,

Perché mi cucini nel calderone:

Non c’è nell’inferno tormento tale,

Che in terra non ce ne sia uno peggiore!»

 

L’estate di san Martino

 

Ecco l’estate di san Martino –

Giorni del caldo di commiato.

Riscaldata dal sole tardivo,

La mosca si è rianimata.

 

O sole! Che c’è di più bello

Dopo un giorno di gelo?..

Una trama di tenui ragnatele

Avvolge un rametto troncato.

 

Domani pioverà leggermente

Da una nube che coprirà il sole.

Le ragnatele d’argento

Vivranno tre giorni soltanto.

 

Pietà, autunno! Dacci la luce!

Proteggi dal freddo buio!

Pietà, estate di san Martino:

Le ragnatele siamo noi!

 

Gelo sui vetri

 

Sulle finestre coperte di brina

Il gelo di febbraio ha tracciato

Un intreccio di  erbe bianco latte

E di rose d’argento assonnato.

 

Un paesaggio di estate tropicale

Il gelo sui vetri disegna.

Perché le rose? L’inverno, si vede,

La primavera attende e sogna.

 

La casa

 

La casa è distrutta. A fiotti l’acqua

Sgorga dalle condutture.

Sul selciato masserizie ammucchiate,

La casa è come un morto sezionato.

 

La soffitta è bruciata. Come sipario

La facciata si è mossa.

Lungo i piani s’è divisa in tre,

La vita nelle dimore si mostra.

 

Nella casa ce ne sono tante.

In una più in basso un pianoforte.

Frammenti di note sui ripiani,

La maschera di Liszt a una parete.

 

In un’altra una veduta diversa:

Parati di colore sgargiante,

Un samovar rovesciato…

Là il cuore della casa, qui l’interno.

 

E sulle cose – una vecchia smorta

E un giovane non più fresco di lei.

La prima volta che siedono insieme,

Inquilini di piani diversi!

 

Adesso tutta la loro vita segreta

E’ svelata. Appare ogni peccato…

In ogni caso la bomba è democratica:

Con una sola disgrazia rende tutti uguali!

 

L’usignolo

 

Infelice, malato e viziato

Nell’umido giardino vaneggio.

Fischia l’usignolo di mezzanotte

Sotto una finestrella.

 

Fischia l’uccello maledetto

Nel giardino sotto la finestrella:

«Infelice, viziato e ubriaco,

Quale destino vorresti?

 

Di sorbo è amaro e di mirtillo

Il trentesimo autunno nel sangue.

Tu stesso la sorte ti sei dato,

Accarezzala ora e campa.

 

Ricordi quando nell’infanzia lieta

Una stella si fregava gli occhi

E sul giardino il vento era salato,

Come le labbra di bimbo che piange?

 

Ricordi  quando nelle notti afose,

Solitario tra le stelle e le querce,

Io trillando ti profetizzavo

Successo e amore?..»

 

Taci uccello disumano!

Cupo è il tuo amaro potere:

Di più non si può scendere,

Più in basso non si può cadere.

 

Di sorbo e di amaro mirtillo

I sentieri sono saturi nel bosco.

Io stesso la mia pena mi sono dato

E solo con essa sarò sepolto.

 

Ma quando la terra dalla pala

Rotolerà nella fossa, risonando,

Tu diverrai un corvo, maledetto,

Per avermi così burlato!

 

Io

 

Molto ho visto e molto ho conosciuto,

Ho conosciuto l’odio e l’amore,

Ho avuto tutto e tutto ho perduto

E tutto nuovamente ho ritrovato.

 

Ho conosciuto il gusto della Terra

E, di nuovo avido della vita,

Ho posseduto tutto e di nuovo

Di perdere tutto ho temuto.

 

Il fiore

 

Sono nato perché un vecchio poeta

Parlasse di me con versi dorati,

Perché Dafni e Cloe a 14 anni

Su di me mescolassero i fiati,

Perché la fidanzata stringendosi a me,

Celasse il rossore della promessa.

Sono nato per fremere a maggio

Nei ricci d’oro di una komsomolka.

Bene accolto a corte o in un capanno,

Dall’erba indorato e bagnato di rugiada…

Se la morte passa in una bara comune,

Frettolosa, su ruote sgangherate,

Gli amici sulla bara porranno una corona,

Perché i petali fremano nello sfacimento.

Chi muore nella tomba non è così solo

E sventurato, finché profumeranno i fiori.

Ornando il letto dove un bambino piange

E le pertiche che cingono la tomba,

Io sono nato per consolare e indorare

L’estasi d’amore e della morte il tormento.

 

Ecco la sera della vita

 

Ecco la sera della vita. Tarda sera.

Fa freddo e non c’è fuoco in casa.

La lampada è spenta. Non c’è niente

Per scacciare l’oscurità che aumenta.

 

O raggio dell’alba, guarda alla mia finestra!

Angelo della notte! Abbi pietà di me:

Voglio ancora una volta vedere il sole –

Il sole della prima metà del Giorno!

 

La natura

 

Che fare? Mi siederò su una pietra,

Ascolterò il pianto del rigogolo.

Vedrò le case con le tavole inchiodate,

Abbandonate dagli abitanti.

 

Ancora non è un anno da quando

Hanno taciuto i loro passi.

Ma sembra che la natura sia felice

Che la gente se ne sia andata.

 

I vicini di notte furtivamente

Hanno tolto gli steccati per fare legna,

Sui lisci campi di cricket

Cresce verde l’erba.

 

Dimenticati gli ultimi proprietari,

Tutta la casa s’è inselvatichita,

Sulle pareti, sui tetti, sulle imposte

Il muschio avanza senza fatica.

 

Dal verde selvatico rampicante

La soglia ormai è ostruita,

Dappertutto imperversa la fragola,

Che prima a crescere non riusciva.

 

E se prima nei nidi gli stornelli

Si ambientavano a stento,

Adesso i fringuelli di primavera

Fanno un chiassoso concerto!

 

Sembra che dal nostro secolo

Siano passati secoli di abbrutimento…

Così la natura le tracce dell’uomo

Fa sparire in un momento!

 

L’amore

 

Solletico di labbra e frescura di denti,

Fuoco che vaga nei meandri del corpo,

Sudore tra i seni…E questo è l’amore?

Questo è tutto ciò che volevi tanto?

 

Sì! Passione che acceca la vista!

Ma la notte passa, lieve, come uccello…

E io ho pensato: l’amore è come il vino,

E per sempre puoi ubriacarti con quello!

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

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Adam Ziemianin

19 Feb

Adam Ziemianin

 

Adam Ziemianin, poeta e giornalista polacco, è nato a Muszyna il 12 maggio 1948. Ha studiato presso l’Istituto Superiore per Insegnanti e alla facoltà di Filologia polacca dell’Università Jaghellonica. Nel 1977 ha iniziato a lavorare come giornalista nel periodico Il ferroviere. Ha debuttato nel 1968 sul settimanale Vita letteraria con la poesia San Giovanni di Kasina Wielka. Nella prima metà degli anni ’70 fu legato al gruppo poetico Tylicz. Nel 1975 è uscita la sua prima raccolta di poesie Torna il sereno sulla nostra casa. Il noto critico letterario Ryszard Matuszewski la considerò uno dei debutti più interessanti di quell’anno. Suoi lavori sono stati tradotti in inglese, tedesco, russo e italiano. Ha ricevuto diversi importanti premi letterari.

Ha pubblicato molte raccolte di poesie. Scrive il critico Ryszard Kołodziej: „Ziemianin parla di ciò che per lui è essenziale, che sperimenta nella vita di tutti i giorni. Le sue poesie piacciono per la loro delicatezza e per la simpatia verso il prossimo, nonché per la ricchezza delle associazioni, colorite, quando occorre, da un leggero umorismo, da una ironia senza cinismo e superbia.” Sensibile al dettaglio, dotato del dono dell’osservazione, penetra nella vita della Polonia dei palazzoni, dei tram e degli autobus, della gente semplice che non conosce il lusso. La costruzione trasparente, la chiarezza del contenuto attirano l’interesse dei compositori, e infatti Ziemianin è conosciuto anche come autore di testi di canzoni di successo.

 

Poesie di Adam Ziemianin tradotte da Paolo Statuti

 

 

Preghiera per ridere

 

Ridere mi serve

in questi strani tempi

un ridere sano

come acqua di fonte

 

che mi culli

in questo grande viaggio

e mi conduca

in una buffa locanda

 

Che risuoni e stanchi

fino all’affanno

ridere mi serve

più di ogni cosa

 

che tremino

dal ridere le pareti

che per sempre

io ne sia ubriaco

 

non un crudele

non un cinico

un ridere mi serve

molto umano

 

Siena

 

Qui gli scaltri uccelli

Cantano in italiano

E sul noce

– Benché sia ancora maggio –

I pugnetti dei frutti

Già si svegliano a Siena

 

Mi sveglio con loro felice

Nel cielo gli aquiloni italiani

Voglio in silenzio sospirare per Te

Questo soltanto mi viene in mente

Perché un grillo davvero

Si è posato su un ulivo

 

Guardo – in basso – questa città

Tutta di color mostarda

Dall’alto del sole dell’est

– una lacrima avverto nell’occhio –

E nella testa s’intromette

Quella mia nota quiete polacca

 

Le lettere bruciano

 

L’attizzatoio le ultime lettere leggeva

Col lungo naso frugava nella cenere

E volavano nell’aria le parole bruciacchiate

Se ancora significavano qualcosa – non lo so

 

“…solo vieni alla stazione – ti prego”

Ma la stazione era già carbonizzata

E l’ora del treno incenerita

Brani di lettere volavano come angeli neri

 

Le parole lette al mattino di nuovo

Erano anch’esse come neri fiocchi di neve

L’attizzatoio sgranava gli occhi

Ma niente di più poteva leggere

 

“…solo vieni alla stazione – ti prego”

Ma nessuno sapeva più per cosa

Perché si era carbonizzato l’orario e il treno

Ma l’attizzatoio solo lui non desisteva

 

Una notte così fedele

 

Una notte così fedele

come una cagna nera

i suoi denti scintillano

folli stelle

 

La luna a un abete

si è impigliata con un corno

le sarà difficile

rintanarsi dietro il monte

 

E sul balcone

qualcuno pallido come un cencio

gioca con se stesso

a carte scoperte

 

La donna di cuori

è caduta dal mazzo

ma bisogna contare

sui venti propizi

 

Silenzio nella stazione termale

in questa stagione dell’anno

il locale “Al Galletto”

è già quasi vuoto

 

Tra gli ultimi ospiti

si siede settembre

il villaggio a chiave

hanno chiuso le gru

 

                 Il tuo seno

   (Per ordine del cuore, del fuoco,

            dell’aria e dell’acqua)

 

Il tuo stupendo seno rigonfio baciavo

I tuoi capelli ondeggiavano nell’erba

L’aria si piegava del tutto

A volte s’inchinava solo su un ginocchio

 

Nella preghiera le libellule immobili

Meditavano su una foglia o su se stesse

Per ordine del cuore del fuoco dell’aria e dell’acqua

Salivamo insieme le calde scale

 

Come caprioli spaventati correvano le nostre mani

Perché per mano ci conduceva la bianca ascia del sole

Tagliava i rami ai pini essi in cielo si slanciavano

Sempre più folli nella fuga dalla morte

 

E a un tratto esplose la radura davanti a noi

Gli occhi spalancati si stupivano loro stessi

Dicevi come nella febbre mostrando le campanule

Che le loro impronte conducono dritte in cielo

 

La casa verde

 

La mia casa mi è sempre più lontana

Tutte le chiavi si sono smarrite

La casa dietro il fiume

La casa verde di via del Giardino

 

Eppure là è rimasto tutto

L’orologio di papà l’anello di mamma

La moneta d’argento con Piłsudski

Il ditale dorato di nonna Anna

E gli incontri sotto il balcone

Quando la vite vergine toccava la testa

Quando arrivavi così bella

Col passo leggermente di maggio

 

E scoprivamo la lingua delle peonie

Lingua fiorita e rigogliosa

Jan Sopel sonava alla fisarmonica

La nota melodia inebriante

 

“Questa è l’ultima domenica

Domani ci lasceremo…”

Come faceva poi Jan a sapere

Che sarebbe stata l’ultima

 

Dall’orto

 

io newton del villaggio

insegno alle mie mele a cadere

non lontano dall’albero

 

ed ecco la dorata renetta

che siede nelle pieghe

del manto regale

e i meli selvatici tambureggiano

nel locale di servizio

 

ma i problemi maggiori

li ho con la renetta grigia

spaventata dal buffone

del re con il racconto

della sorella peccatrice nell’Eden

 

non riesco a convincerla

che il paradiso non ci sarà più

 

Soli come le stelle

 

A volte così umanamente

O Dio ci compatisci

Perché anche Tu

Non sempre puoi aiutarci

 

Non perché la Tua divinità

O il potere divino hai perso

Ma troppo chiaramente vedi

Che noi siamo così piccoli

 

Ti metti dunque

Le nostre faccende in tasca

Ed è come se dimenticassi

Che siamo qui sulla Terra

 

Soli come le stelle

Che mettesti in movimento

O come i fragili rami

Cui il vento ha rubato la forza

 

E i Tuoi santi precetti

I piani così straordinari

Spesso ci sono incomprensibili

Dunque come rispettarli?

 

Tu sai benissimo

Perché mandi la tempesta

E sai anche chi è paziente

E chi non sopporta a lungo

 

C’è tanta pazienza

Nella Tua condotta divina

A volte ci sentiamo persi

Tu lo sai benissimo – o Signore

 

E il mondo gira

Sempre più folle

Come fosse sfuggito a un tratto

Ad ogni controllo

 

Colloquio senza parole

 

Con te anche tacere

E’ così interessante

Quando siedi tutta bella

Con il tuo piccolo caffè

 

E sollevi la tazzina

Non troppo in alto

Quasi volessi controllare

Se c’è ancora un perché

 

I tuoi cari capelli

I tuoi occhi color caffè

Come ti ammiro

In questo tacito colloquio

 

La confessione

 

L’autunno si confessa con l’alveare

Che sta vuoto ai bordi dell’apiario

Gli è così difficile ricordare qualcosa

Perché quali mai peccati può avere

 

 

(C) by Paolo Statuti

Pablo Picasso: Guernica

17 Feb

 

Pablo Picasso: Guernica

 

 

   „Guernica” di Pablo Picasso è uno dei simboli più drammatici delle atrocità del XX secolo e, considerando i tragici avvenimenti di questa prima parte del XXI, non cessa di gridare il suo monito contro la guerra. Fu commissionato al grande pittore dal governo repubblicano spagnolo nel 1937, durante la guerra civile (1936-1939), per essere mostrato alla Esposizione internazionale di Parigi dello stesso  anno. Fu un omaggio alla città basca di Guernica, bombardata il 26 aprile 1937 dall’aviazione tedesca. Il quadro raffigura un locale, dove in alto è appesa una lampada. Forse è una cantina, dove la gente si rifugia prima del bombardamento, o forse una stalla, data la presenza degli animali. Questi ultimi possono simboleggiare il dolore e la paura della gente durante la guerra. Il quadro è una potente allegoria della sofferenza. Terminato il conflitto bellico, Picasso volle che “Guernica” tornasse in Spagna al termine del regime di Franco. Esso com’è noto, finì nel 1975, alla morte del dittatore. Il quadro tornò a Madrid nel 1981 da New York, dove era rimasto tutti quegli anni. E’ custodito ora nel  Museo  della Regina Sofia. Ho trovato e tradotto questa poesia del poeta polacco Andrzej Gliwiński.

 

Andrzej Gliwiński

 

Guernica di Pablo Picasso

 

Questo non è una quadro che canta,

perché il grido non può avere forma di inno.

Forte è lo schiocco delle lingue

degli animali fermati dal fuoco. I tori

con il ventre tagliato,

le teste dei cavalli separate dal tronco

– si sente ancora il furioso calpestio

degli zoccoli nell’arena della corrida.

Quella uccisione aveva una diversa misura.

Gente che scava con le unghie, coi gomiti,

– il cumulo fumante dell’incendio.

Mancano gli stendardi – stupisce anche

che nessuno canti. C’è il sole

che sovrasta la città in fiamme –

come favo o fetta di limone.

Si penserebbe che Delacroix

non avesse ancora raggiunto il grado

di incredulità di Picasso – credeva

nel rosso drappo della libertà,

che rivoluzione e tempo hanno dissanguato.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

Denise Levertov

11 Feb

Denise Levertov

 

Nacque il 14 ottobre 1923 in Inghilterra, a Illford (Essex). Il padre era un ebreo bielorusso convertito al cristianesimo e diventato pastore anglicano. La madre era un’insegnante gallese che amava recitare ad alta voce ai famigliari brani di Joseph Conrad, Charles Dickens e Lev Tolstoj. Non frequentò mai la scuola e si formò in casa. Fin dai primi anni dimostrò entusiasmo per la scrittura, studiò balletto, arte, pianoforte e Francese, oltre alle materie fondamentali. “Prima di avere cinque anni, ero già un’artista e avevo un destino” – ricordò in seguito. A cinque anni infatti dichiarò che sarebbe diventata scrittrice. A dodici anni mandò alcune sue poesie a T.S. Eliot, che le rispose con una lunga lettera di incoraggiamento.

Il suo debutto poetico ebbe luogo nel 1940 sulla rivista “Poetry”, mentre la sua prima raccolta La doppia immagine uscì nel 1946. In una sua nota, scritta per una antologia, la Levertov si descriveva come “ex volontaria per lavorare la terra nel periodo bellico, domestica a ore, bambinaia, che ha sposato recentemente un militare americano e spera di trasferirsi negli Stati Uniti.” Il militare era Mitchell Goodman, un ex ufficiale artigliere e aspirante scrittore, che sposò nel 1947 e dal quale divorziò nel 1975. La poetessa confessò ai genitori che non era “romanticamente innamorata” di lui, ma che egli almeno non sembrava una persona ordinaria e trascurata, e aveva un carattere realmente buono.

Nel 1948 lasciò col marito l’Inghilterra per stabilirsi negli USA, dove insegnò letteratura in varie università e fu naturalizzata cittadina americana nel 1956. I suoi inizi come poetessa americana furono accolti favorevolmente dalla critica. Le sue prime due raccolte pubblicate negli USA hanno ancora forma e linguaggio tradizionali, ma in seguito fu sempre più affascinata dall’idioma americano e subì l’influenza dei poeti della Montagna Nera, specialmente il mistico Charles Olson e William Carlos William. Il suo primo libro americano di poesie Qui e adesso mostra gli inizi di questa trasformazione. Negli anni ’60 e ’70 divenne più attiva politicamente nella vita e nel lavoro. Si fece conoscere come poetessa femminista e rivoluzionaria, come voce poetica della rivolta sociale contro l’ingiustizia, la guerra nucleare e più tardi contro la guerra del Vietnam. In risposta a quest’ultima, aderì alla “War Resisters League”, e nel 1968 firmò la “Writers and Editors War Tax Protest”, promettendo di non pagare le tasse per protesta contro la guerra. Parla come donna, e il suo impegno politico, le sue vicissitudini amorose, la solitudine in una grande città, la compagnia delle persone care, costituiscono il tessuto delle sue poesie. Lentamente la natura attira sempre più la sua lirica.

Verso la fine della vita ha pubblicato due raccolte di poesie scelte, una intitolata La vita intorno a noi (1997) ha per oggetto l’attenzione che dovremmo rivolgere agli alberi, a un campo di grano, agli animali, agli uccelli, ovvero a tutta la natura, che l’uomo ha sconsideratamente sfruttato, tanto da anticiparne la distruzione. Per Denise Levertov la contemplazione dei paesaggi, degli alberi, delle acque, del canto degli uccelli, delle stagioni, ha un’enorme importanza come liberazione dagli affanni umani, come apertura a una diversa dimensione, al “colore dell’eternità”. La poetessa rivoluzionaria, diventando poetessa “ecologica”, ha raggiunto le più personali percezioni di forma e colore, e riflessioni sull’esistenza. In molti suoi versi una montagna vista da lontano, in diverse ore del giorno e in differenti formazioni di nebbie e di nuvole, diventa la metafora di una Presenza che sfugge alle denominazioni della nostra lingua. L’altra raccolta, pubblicata anch’essa nel 1997, ha come titolo La corrente e lo zaffiro, e come sottotitolo Poesie scelte su temi religiosi. In essa Denise Levertov ha riunito 38 poesie tratte da sette precedenti raccolte, con l’intento di “tracciare il mio cammino – come lei stessa scrisse nella prefazione – dall’agnosticismo alla fede cristiana, un cammino che include molti dubbi e domande, ma anche molte affermazioni.” Ricordiamo che la poetessa si era convertita al Cristianesimo nel 1984, e alla fede cattolica nel 1989.

Il poeta polacco premio Nobel Czesław Miłosz fu legato da profonda amicizia con Denise Levertov e tradusse molti suoi versi. Ecco cosa scrive della sua poesia: “Forse per questo amo tradurre le sue poesie, perché in esse c’è tanto  g u a r d a r e . Il più delle volte sono brevi annotazioni di un particolare della natura, di un paesaggio, e ogni volta si sente che le cose di questa Terra sono per lei in certo qual modo simboliche. Come se tendessero a diventare un segno.

Scrisse e pubblicò più di venti libri di poesie, nonché raccolte di saggi e di traduzioni. Morì il 20 dicembre 1997 a 74 anni e fu sepolta nel Lake View Cemetery a Seattle.

Poesie di Denise Levertov tradotte da Paolo Statuti

 

 

I muti

 

I gemiti degli uomini

quando incrociano una donna sulla strada

o sulle scale della metro

 

per dirle che è una femmina

e che il loro corpo lo sa,

 

sono una specie di motivo,

una canzone alquanto brutta, cantata

da un uccello con la lingua tagliata

 

ma intesa come musica?

 

O sono il muggito soffocato

di sordomuti intrappolati in un edificio che

si riempie lentamente di fumo?

 

Forse entrambi.

 

Sembra che questi gemiti

siano tutto ciò che possono fare,

ma una donna, suo malgrado,

 

sa che è una forma di omaggio:

se fosse priva di grazia

la incrocerebbero in silenzio:

 

perciò non è solo per dire,

che lei è un caldo buco. E’ una parola

 

in una lingua-rammarico, niente a che vedere

con la primitiva lingua delle caverne;

una lingua angustiata, malata, depressa

 

in disfacimento. Lei vorrebbe

respingere questo omaggio

disgustoso, e non può,

 

esso gira e ronza nel suo orecchio,

cambia il ritmo dei suoi passi,

i manifesti strappati nei corridoi rombanti

 

lo ripetono,

vibra e ringhia come un treno in arrivo.

A un tratto il suo polso

 

accelera,

ma i vagoni rallentano e stridono

alla fermata mentre il suo comprendonio

 

traduce quel suono nelle parole:

“Vita dopo vita dopo vita passa

 

senza poesia,

senza decoro,

senza amore.”

 

Una  sera di febbraio a New York

 

Quando i negozi chiudono, una luce invernale

apre l’aria al blu violaceo,

luccicano di brina attraverso il fumo

i grani di mica, il sale del marciapiede.

Quando gli uffici chiudono, liberati autonomi

i piedi modellano le strade

in fretta e furia; i palloncini delle teste

scorrono e s’immergono su di essi; i corpi

non sono realmente là.

Quando le luci si accendono e il cielo si oscura,

una donna con i tacchi storti dice ad un’altra

mentre vanno insieme di buon passo:

“Sai che ti dico, io più di tutto

     amo la vita. Io amo la vita! Anche se un giorno

     sarò vecchia e avrò l’affanno o zoppicherò! Sai?

    Se mi trascinerò…- anche allora…” Il resto si perde.

I molteplici confusi toni

del cambio delle marce, una danza

in tutte le direzioni, un fiume a quattro rami.

La prospettiva del cielo

incuneata tra i viali, lasciata allo sbocco delle strade,

il cielo ad ovest, il cielo ad est: più vita stasera!

Un po’ di tempo libero nei sobborghi dell’inverno.

 

Cosa si ottiene vivendo vicino a un lago

 

Che è largo

e calmo e delicatamente

animato, largo e

piano, rispecchiante l’intangibile

distesa del cielo

sulla sua fresca, fredda, serena

superficie che noi possiamo

toccare, penetrare, gustare.

Che è largo e ininterrotto salvo che

qui una vela, là

una costellazione di uccelli acquatici –

un prato di acqua

diresti,

una radura in un bosco

di forme e voci ingarbugliate,

di ansiose intenzioni, di urgenti

ricordi: un profondo, puro

respiro per colmare

l’anima, un gesto

interiore, le braccia

allargate per echeggiare

quella muta

generosa estensione

che chiamiamo lago.

 

Un cigno sotto la neve    

 

Sul ghiaccio che si oscurava, sottile, spaccato

sembrava esserci una palla di neve a forma di cuore,

Fortemente gelata, il suo bianco

identico al bianco non calpestato

sulla riva del lago. Da vicino, la sua triste faccia –

la maschera e il becco – diventavano più chiari, il lungo

cilindro del collo, e i piedi piatti, bilanciati,

stanchi, immobili. Una traccia di acqua nera dietro,

un gesto di abbandono. Soffici nell’aria calma, i fiocchi

cadevano di continuo. Silenzio

profondo, profondo. Il breve giorno

si è fermato, interminabile.

 

Il segreto

 

Due ragazze scoprono

il segreto della vita

nella inattesa riga

di una poesia.

 

Io che non conosco

il segreto ho scritto

la riga. Loro

mi hanno detto

 

(tramite terzi)

che l’hanno trovato,

ma senza dire qual era

e nemmeno

 

in quale riga si trovava. Di sicuro

adesso, passata una settimana,

hanno dimenticato

 

il segreto,

 

la riga e il titolo

della poesia. Le amo

per aver trovato ciò

che io non posso trovare,

 

e perché mi amano

per la riga che ho scritto,

e per averla dimenticata,

cosicché

 

un migliaio di volte, finché la morte

non le visiterà, possono

scoprirlo di nuovo, in altre

righe,

 

in altri

fatti. E perché

vogliono conoscerlo,

perché

 

credono che esista

una tale segreto, sì,

per questo le amo

più di tutto.

 

Vivendo

 

Il fuoco nella foglia e l’erba

così verde sembra

che ogni estate sia l’ultima estate.

 

Il vento soffia, le foglie

tremando al sole,

ogni giorno l’ultimo giorno.

 

Una salamandra rossa

così fredda e così

facile da prendere, come in sogno

 

muove i suoi piedi delicati

e la lunga coda. Tengo

la mia mano aperta perché vada via.

 

Ogni minuto l’ultimo minuto.

 

Una donna incontra un vecchio amante

 

Lui col quale correvo, mano nella mano,

tirando calci alla foglie coriacee lungo l’Oak Hill Path

trenta anni fa,

 

mi è apparso davanti con la faccia turbata, pallido,

quasi irriconoscibile, esitante,

zoppicante.

 

Lui che non ricordo di averlo sentito ridere sonoramente,

ma vedo che sorride nell’occhio della mente, contento di sé,

piangeva sulla mia spalla.

 

Lui che sembrava sempre

prendere e mai dare, che così a lungo

non potevo dimenticare,

 

ricordava tutto ciò che io da tempo ho dimenticato.

 

Lo scrittore e il lettore

 

Quando una poesia mi giunge

quasi pronta come facendosi strada

verso la luce attraverso il braccio, la mano e la penna,

su un foglio; o quando

abbozzo dopo abbozzo, lentamente

cresce, mutandosi in se stessa,

ed esige di completare  ciò che manca,

di togliere ciò che è inutile –

finché in grado di respirare da sola

può lasciarmi –

 

allora provo timore

per essere stata scelta di nuovo per questo compito,

e anche gioia e lo strano e noto

segno del destino.

 

Ma quando leggo o ascolto

una poesia perfetta, creata

da qualcun altro, qualcuno forse di cui

non ho mai sentito parlare prima – una poesia

che mi arreca irresistibili visioni, la musica

che non mi aspettavo di sentire,

un brivido, la sensazione

di una nuova ansia e speranza, una poesia

vibrante di propria

forza vitale –

 

allora dimentico

l’isolato timore, la limitata gioia,

provando ciò che provano i cantori in un coro,

partecipando con umiltà e fervore

all’armonia che loro stessi creano,

nelle onde e nel fruscio dell’oceano di musica,

e tacciono, per ascoltare, quando la melodia

rotea su di loro in un placido silenzio.

 

Per esempio

 

Spesso non è niente di speciale: può essere

un treno che sferraglia né veloce né lento

da Melbourne a Sydney, e la luce che cala.

Abbiamo attraversato un largo fiume ricordato

da un racconto sulla fanciullezza e un amore fatale,

scritto in una prosa come vodka, limpida e bruciante –

cala la luce e allora

accanto ai binari

una macchia di eucalipti, un irrilevante

frammento di bosco, guarda dalla tua parte,

non te, attraverso te, attraverso il treno,

al di là di esso – fissa coi rami e coi cenci di corteccia,

qualcosa al di là del tuo passaggio. Non è,

questo brandello di veduta più bello

di un milione di altri, né meno bello di tanti altri;

qui tu non hai nessun passato, nessun ricordo,

e non metterai mai piede tra queste indistinte

provvisorie presenze. Forse lascerai questo continente

e non tornerai mai più; ma esso rimarrà con te:

anni dopo, ogni volta

che la sua confusa immagine guizzerà nella tua testa,

ti strapperà il vecchio grido:

O Terra, amata Terra!

– come molte altre pallide

costellazioni di paesaggi fanno, o un frammento

di pietra muscosa, o una vecchia tettoia

dove una volta ti sei riparata da una pioggia scrosciante

nell’Essex, appoggiata a una ruota o alle stanghe

di un carro polveroso, e ti sei mossa quando hai sentito

un merlo cantare di nuovo, benché la pioggia

non fosse del tutto cessata; e, come pensasti che ci fosse,

nella buia parte dove minacciose nubi

erano ancora ammassate, c’era un’esile traccia

di arcobaleno; e di fronte l’attesa luce

del mezzogiorno dell’Inghilterra dell’Est, e le foglie

goccianti e lucenti. Le pozzanghere, le erbacce

lungo il cammino nettate dalla loro polvere. O terra,

di nuovo in me quel grido –

Erde, du liebe…

 

La serva di Emmaus (Un dipinto di Diego Velázquez)

 

Lei ascolta, ascolta, trattenendo il respiro.

Quella voce di sicuro

è la sua – l’unico

che l’ha guardata, una volta,

confusa tra la folla, come nessuno mai

l’ha guardata?

L’ha vista?

Le ha parlato?

Di sicuro le sue mani

hanno preso il piatto col pane dalle sue proprio ora?

Le mani che posava sui moribondi e li guariva?

Di sicuro quel volto – ?

L’uomo crocifisso per sedizione e bestemmie.

L’uomo il cui corpo è scomparso dal sepolcro.

L’uomo che alcune donne hanno visto

questa mattina vivo?

 

Coloro che hanno portato questo straniero a casa

alla loro tavola

non riconoscono ancora con chi essi siedono.

Ma lei nella cucina,

prendendo distrattamente la brocca del vino

da portare,

una giovane serva Nera, che ascolta avidamente,

si gira e vede

una luce intorno a lui

ed è certa.

 

Contrabbando

 

L’albero della conoscenza era l’albero della ragione.

Ecco perché il suo gusto

ci ha cacciati dall’Eden. Quel frutto

c’era per essere seccato e ridotto in polvere

e usato un pizzico ogni tanto, come condimento.

Dio forse aveva in mente di parlarci in seguito

di questo nuovo piacere.

Noi ci siamo riempiti la bocca di esso,

ci siamo rimpinzati di ma di se di come e di nuovo

di ma, senza conoscere meglio.

E’ tossico in grandi quantità; le esalazioni

turbinavano nelle nostre teste e intorno a noi

formando una densa nuvola induritasi come acciaio,

un muro tra noi e Dio. Lui Che era il Paradiso.

Non che Dio sia irragionevole – ma la ragione

in tali dosi è diventata una tirannia

e ci ha rinchiusi entro i suoi limiti, una cella lucida

che riflette i nostri volti. Dio vive

nell’altra parte di questo specchio,

ma attraverso una fessura, là dove la barriera

non tocca perfettamente il suolo, riesce ancora

 

a penetrare – come luce filtrata,

scaglie di fuoco, una melodia udita

e poi perduta, e udita di nuovo.

 

 

 

(C) Paolo Statuti