Archivio | settembre, 2018

Il teatro d’opera cinese

27 Set

Opera cinese1

Opera cinese

Teatro cinese

Di Jerzy Waldorff-Preyss, noto scrittore e musicologo polacco, già presente nel mio blog, ho tradotto questo articolo sull’Opera cinese, inserito nel suo volume Le orecchie ribelli (1968).

 

Jerzy Waldorff-Preyss

 

L’Opera dell’imperatore Huang

 

Mi hanno chiesto di scrivere un giudizio critico dell’Opera Cinese di Sichuan, esibitasi in Polonia. Ho rifiutato.

Devo spiegare perché.

Inizierò da un aneddoto a suo tempo arrivato a Varsavia da Parigi. Dunque quando in questa città si esibì un noto teatro cinese, prima che si alzasse il sipario, si presentò sul palcoscenico il suo direttore, e rivolse queste parole al pubblico francese presente in sala: “Gentili signore e signori! Il nostro spettacolo non avrà molto in comune con i vostri. Il teatro cinese esiste da tanto tempo e impiega tutta una serie di simboli convenzionali, che da molte generazioni sono ben compresi dai nostri spettatori, ma a voi forse risulteranno alquanto oscuri. Ad esempio quando da noi dietro le quinte suona il flauto, significa che sulla scena piove. Per questo, desiderando facilitare la vostra comprensione, al flauto abbiamo aggiunto un tamburello”.

Già…il teatro cinese, la musica cinese sono non soltanto del tutto diversi da ciò che noi chiamiamo arte europea, ma sono anche notevolmente più antichi e importanti.

La musica europea, considerando anche l’antica Grecia, esiste più o meno da 3000 anni, mentre quella cinese – da 5000 anni. La nostra è stata fonte di emozioni e a volte solo di svago. L’ altra – garanzia di esistenza dello stato. Quando da noi, parlando della sua storia, si ricordano i grandi compositori: Bach, Beethoven, Mozart o Chopin – in Cina si elencano gli imperatori e le dinastie che hanno governato quel paese. Infatti là si crede che dalla buona o cattiva musica dipende la storia felice o infelice della nazione. Per questo gli imperatori cinesi avevano il titolo e le prerogative di primi compositori. La musica in Cina è così strettamente legata all’intera vita sociale, che il flauto di bambù, dal quale si ricava il suono fondamentale della gamma cinese, era al tempo stesso l’unità di misura ufficiale. Per tale motivo l’Ufficio Imperiale della Musica (proprio così! esisteva questo distinto ministero cinese…) è diventato l’Ufficio Imperiale dei Pesi e delle Misure.

Ma esaminiamo con maggiore attenzione questo argomento così interessante.

L’imperatore Fu Hsi che regnò dall’anno 2852 a.C – il filosofo che scoprì “l’armonia musicale tra il Cielo e la Terra”, fu anche l’inventore della cetra e del flauto cinesi. L’imperatore Huang Ti che regnò dal 2697 a.C., stabilì la scala dei suoni, che in una parte della Cina fu usata fino agli inizi del XX secolo, cioè fino quasi ai nostri giorni.

A questo punto dobbiamo considerare un altro fatto sorprendente: il progresso nell’arte – da noi inteso come una serie di continui e rapidi mutamenti – nell’arte cinese fino a poco tempo fa non esisteva affatto. Nella Cina meridionale si usava una scala musicale composta di cinque suoni, cioè pentatonica. Nel nord del paese invece, si applicava la scala di sette suoni, cioè eptatonica. E questa distinzione musicale è durata ininterrottamente…3000 anni, mentre tutta la nostra musica, da Monteverdi a Brahms, basata sulla scala maggiore-minore, conta appena 300 anni.

I governi di singoli imperatori diventarono governi dinastici e a volte essi regnarono per moltissimo tempo. La prima dinastia fu la Xia e governò il paese dal 2205 a.C. al 1766 a.C. cioè quasi 450 anni. La dinastia Xhou – quasi 1000 anni! Le successive furono: Chen, Han, Sui, Tang, Song, Yuan, Ming, Qing, e ciascuna di esse portò qualcosa di nuovo – positivo o negativo – alla musica.

Durante la dinastia Zhou vissero i due più grandi filosofi cinesi fondatori di due religioni, Lao Tse e Kung Tse – meglio noto in europa con il nome di Confucio. Proprio quest’ultimo era così appassionato di musica, che quando una volta ascoltò una melodia molto bella, restò profondamente commosso e per tre mesi non poté sentire il gusto della carne. Evidentemente amava molto questo alimento, per usarlo come paragone con lo straordinario fascino dei suoni.

L’imperatore Huang Ti della dinastia Chen lasciò pagine cupe nella storia della musica del suo paese. Era tremendamente vanitoso e voleva che la cultura cinese iniziasse da lui, agli occhi delle future generazioni. A tale scopo ordinò di bruciare tutti i libri riguardanti l’arte e di distruggere tutti gli strumenti musicali. Ma questo non diede l’atteso risultato. Quando morì Huang Ti, la vecchia cultura rinacque e già 500 anni dopo – che in Cina non significa quasi niente – l’imperatore Ming Huang della dinastia Tang manteneva alla sua corte 14 orchestre che davano concerti a porte chiuse, e un numero complessivo di 1350 suonatori e cantanti, che si esibivano nei giardini. Questo stesso benedetto sovrano fondò nel 714 d.C. la prima scuola operistica in Cina, che segnò l’inizio dell’opera cinese.

Noi Europei ci troviamo di nuovo in difficoltà. La nostra opera si compone di canto, recitazione, balletto e musica strumentale. Quella cinese include anche la declamazione, la pantomima e le acrobazie a un livello così vertiginoso, che gli acroboti europei del circo, rispetto agli artisti cinesi dell’opera, sembrano maldestri dilettanti. Anche l’orchestra…

La nostra si divide nei quattro tradizionali gruppi di strumenti: quintetto d’archi, strumenti a fiato di legno, ottoni e timpani. L’orchestra cinese distingue otto classi di strumenti, raggruppati secondo il materiale di cui sono fatti. E i materiali sono: metallo, pietra, seta, bambù, lagenaria, argilla, pelle e legno.

Purtroppo non sono mai stato in Cina. So soltanto da un amico che i teatri d’opera in questo paese sono affatto diversi da quelli europei. Non si trovano in ampie piazze e non attirano con eleganti facciate.

“Ho saputo  – egli mi raccontava – che quel giorno dovevamo andare all’Opera. Siamo entrati in una strada stretta e rumorosa come tutte. Non avrei saputo distinguere l’una dall’altra, e se mi fossi staccato dalle guide cinesi mi sarei sicuramente smarrito! Dalla prima strada svoltammo nella successiva. Poi ancora un’altra. Poco dopo si aprì davanti a noi una porticina e ci trovammo in uno stretto cortile. Salimmo una ventina di scalini ed entrammo in una specie di piccola galleria, da essa passammo in un piccolo buio corridoio, poi ancora una porticina simile, un cortiletto, un corridoietto, una piccola galleria e a un tratto vedemmo di fronte a noi una porta così stretta che pensai: qui dietro deve esserci una dispensa privata. Ma quando quella porta si aprì, apparve una grande sala piena di gente, ed era  appunto la sala dell’opera dove eravamo diretti.”

Questo il racconto dell’amico. Io vidi la prima volta l’opera cinese al Teatro Polacco di Varsavia. Se ricordo bene, era l’Opera di Pechino. Quella che in seguito si esibì da noi era l’Opera di Sichuan. Enorme, benché per gli Europei una differenza difficile da notare: nord e sud di un grande paese. Due stili di recitazione, due generi di musica basati su scale diverse.

Potevo soltanto affermare che in entrambi i casi il pubblico polacco era ugualmente affascinato. Quando del resto l’Opera di Pechino si recò a Parigi al festival teatrale internazionale, anche in quella annoiata città fu definita l’evento teatrale più sbalorditivo mai visto.

La straordinarietà del teatro cinese risiede – io penso – soprattutto nella precisione da noi irraggiungibile e nella delicatezza del canto, della recitazione e della musica, nonché nella stupefacente bellezza dei costumi. Sembra che uccelli del paradiso cinguettino nella gabbia dalle grezze tende, poiché l’opera cinese tradizionale non conosce le decorazioni.

Uscendo dall’edificio del teatro dopo gli spettacoli cinesi, pensavo tra me che, confrontando i loro piccoli strumenti col nostro pianoforte, esso è uno strumento degno di un rinoceronte, e in confronto al loro canto le arie della Madame Butterfly fanno venire in mente i muggiti dei marinai ubriachi.

Adesso capite perché ho rifiutato di recensire la rappresentazione del teatro di Sichuan? La critica di un’arte così diversa e tanto più antica e raffinata della nostra, sarebbe stata un’impudenza.

 

(C) by Paolo Statuti

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Hans van Meegeren

22 Set

van-meegeren-1945 Gesù nel tempio

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Jerzy Waldorff-Preyss (1910-1999), barone polacco, scrittore, pubblicista e critico musicale, è già presente nel mio blog con un suo articolo su Arturo Toscanini e con il testo La musica consolatrice, entrambi nella mia versione dal polacco. Oggi dello stesso autore ho scelto e tradotto questo interessante articolo tratto dal suo libro Le orecchie ribelli (1968), sul famoso pittore e ritrattista olandese Hans van Meegeren, considerato uno dei più abili falsari d’arte del XX secolo.

 

Il problema di van Meegeren

 

   In una delle prigioni olandesi morì agli inizi del 1947, all’età di 58 anni, il pittore Hans van Meegeren. Le cause della morte non sono del tutto chiare; alcuni affermano che morì di tubercolosi, altri d’infarto. Del resto ciò non è essenziale. Nelle condizioni in cui vivono i carcerati ogni malattia per un uomo anziano e logorato può risultare fatale. Più importante è chiedersi: bisogna considerare questa morte come un ulteriore decesso in prigione di un altro criminale, o non piuttosto come l’assassinio di un artista straordinario compiuto da un tribunale olandese?

L’affare Hans van Meegeren scoppiò subito dopo la fine delle operazioni belliche nella primavera del 1945, contemporaneamente in due punti dell’Europa.

Le truppe americane, inseguendo i resti dell’esercito tedesco, scoprirono nei pressi di Berchtesgaden una raccolta nascosta di opere d’arte appartenente a Goering. Il maresciallo del Grande Reich amava i quadri e, essendo facilitato nel suo modo di procurarseli tramite il saccheggio, aveva messo insieme circa 1200 tele. Se Hitler avesse vinto, Goering sarebbe diventato proprietario di una delle più grandi e prestigiose gallerie private al mondo. Tra i tanti capolavori gli Americani trovarono in questa raccolta il quadro di Jan Vermeer van Delft Cristo e l’adultera, non registrato in nessuno dei cataloghi conosciuti. La scoperta destò subito un enorme interesse. Al tempo stesso l’affare diventava non meno sensazionale per altri motivi ad Amsterdam. Nella città si trovava la casa d’arte di un certo Goudstikker che commerciava in quadri. Dopo la liberazione la casa era diventata proprietà statale ed era stato incaricato un fiduciario di verificare quali vendite erano state effettuate dalla casa d’arte durante l’occupazione. Questa persona scoprì che la ditta Goudstikker durante la guerra aveva venduto a Goering il quadro di van Vermeer Cristo e l’adultera, proveniente dalla raccolta del pittore Hans van Meeregen. Infatti nella “nordica” Olanda Goering preferiva pagare anziché rapinare.

Jan Vermeer van Delft (1632-1675) è uno dei più interessanti e originali pittori olandesi del XVII secolo. La sua gamma di colori è incomparabilmente delicata, il senso della materia, la luce e la composizione uniche nel loro genere. Vermeer, nel XVII secolo, fu come il precursore dell’impressionismo, nato più di duecento anni dopo. A lui dedicò l’opera della sua vita Swann, personaggio del capolavoro di Proust  Alla ricerca del tempo perduto. Per due secoli il pittore restò quasi sconosciuto. Molti suoi quadri andarono perduti e bisognò aspettare la seconda metà dell’Ottocento per accorgersi della loro straordinaria bellezza, del loro valore e per essere accuratamente catalogati dagli esperti.

Per questi motivi la vendita di un quadro di Vermeer a Goering, per giunta ad opera di un pittore olandese, aveva suscitato in Olanda un’indignazione inaudita. Van Meegeren fu considerato un traditore della patria, un collaborazionista e venne arrestato (1).  Ma la storia non finì così. Essa doveva provocare altre impensate sensazioni. La prima fu la confessione del pittore di non aver consegnato alla casa d’arte Goudstikker una quadro di Jan Vermeer, perché il Cristo e l’adultera…lo aveva dipinto lui! Cioè, in altre parole, aveva imitato il maestro di Delft e aveva venduto a Goering un falso Vermeer come autentico! Inoltre egli dichiarò di aver falsificato altre cinque tele dello stesso maestro.

A questo punto, per comprendere debitamente la questione, dobbiamo tornare indietro nella vita del falsario arrestato.

Fin da bambino Hans van Meegeren aveva rivelato una spiccata predisposizione per il disegno. I suoi genitori, volendo sfruttare questa sua

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(1) Van Meegeren rischiava l’ergastolo (N.d.T.)

capacità nel modo più conveniente, indirizzarono il figlio verso l’architettura. Meegeren tuttavia non trovò di suo gradimento questo studio e in breve passò alla pittura, concentrando il suo interesse soprattutto nella pittura del XVII secolo. Per molti anni si dedicò allo studio degli antichi maestri; volendo ricreare la tecnica della loro pittura, analizzò il segreto della composizione e l’arte del colore delle loro tele. Al tempo stesso dipingeva propri quadri ed era un apprezzato ritrattista con ordinazioni perfino in America.

Ma il suo carattere aveva un lato negativo, e cioè egli era molto sensibile ai giudizi sulle sue opere, nonché intransigente con ciò che faceva; non voleva facilitarsi la carriera coi metodi accolti e adottati in Occidente. Tra questi metodi c’era anche il pagamento ufficiale della critica. Se l’artista paga una specie di tributo ai relatori della stampa, può contare sempre su una critica positiva e lusinghiera. Se non accetta un giudizio prezzolato, non può contare su una valutazione imparziale gratis; comincia a essere ignorato, deriso, definito imbrattatele, fino al giorno in cui non si piega, oppure esce dal mercato in cui tutti vogliono guadagnare.

Meegeren non voleva pagare, ed ecco che sulla stampa cominciarono ad apparire sempre più spesso articoli che gli rimproveravano la mancanza di originalità e la dipendenza ora da Rembrandt, ora da Cuyp o Potter. Punto sul vivo, l’artista decise di vendicarsi dei critici disonesti. Chiuse il suo atelier in Olanda, si trasferì a Parigi e qui cominciò a lavorare al suo primo Vermeer falsificato, che aveva il titolo I pellegrini di Emmaus. Alla stregua degli antichi maestri, preparava personalmente i colori, usando i medesimi componenti fatti venire dagli stessi paesi dai quali essi li acquistavano. Successivamente comprò un quadro di un mediocre pittore del XVII secolo, grattò lo strato di colore e cominciò a dipingere nello stile di Vermeer sulla tela d’epoca così ottenuta. Voleva convincere i critici che si trattava di un’opera originale del maestro di Delft, e in tal modo dimostrare loro che non capivano niente, e che le loro lodi e i loro biasimi non si basavano sul valore dell’opera d’arte, ma sul nome di chi l’aveva firmata.

Dopo sette mesi di lavoro il quadro I pellegrini di Emmaus era terminato in ogni dettaglio. Perfino la rete di screpolature della vernice era stata realizzata dal pittore in modo da non suscitare alcun dubbio che essa coprisse un quadro vecchio di due secoli e mezzo. Mancava ancora qualcosa che rendesse verosimile il “ritrovamento” del quadro dopo tanto tempo. Ma anche in questo Meegeren seppe cavarsela, e i risultati della falsificazione superarono le sue più rosee aspettative. Il famoso esperto di pittura antica, il dr. Bredius (se la memoria non mi tradisce – colui che prima della guerra accertò l’autenticità della Dama con l’ermellino come opera di Leonardo, e valutò le raccolte del Wawel), giudicò il falso di Meegeren non solo come originale di Vermeer, ma come una delle sue opere migliori. Ciò provocò scalpore in tutto il mondo, si scrissero numerose monografie sul capolavoro “scoperto” e il quadro fu acquistato dalla Società “Rembrandt” per il Museo Boymans di Rotterdam.

A questo punto nella psiche di Meegeren si verificò un fatto interessante ma difficile da analizzare: decise di non ridicolizzare la critica, di non tradire la sua falsificazione, ma di continuare a dipingere tele nello stile di Vermeer. Era un motivo pecuniario? Considerando che Meegeren era un artista di grande talento, bisogna supporre che nella sua decisione avessero un ruolo considerazioni non solo finanziarie. Forse il disprezzo della critica per le sue opere e l’entusiasmo della stessa per le opere firmate con il nome di Vermeer, lo convinsero che non ci fosse modo di debellare la stupidità umana e i pregiudizi umani. Forse capì a un tratto che i suoi quadri sarebbero stati apprezzati solo passando per opere di Vermeer? Forse infine, a prezzo del suo anonimato fino alla morte, decise di conquistarsi un posto nei musei e l’ammirazione della gente, che non avrebbe potuto ottenere in altro modo, in un tempo in cui la prima condizione per giudicare il valore di un’opera d’arte era l’originalità, sia pure la più assurda, come nel caso di alcuni surrealisti della scuola di Salvador Dalì?…

Nei due anni che separano il suo primo successo dallo scoppio della guerra e il ritorno in Olanda, van Meegeren dipinse altre cinque tele nello stile di Vermeer e due nello stile di Pieter de Hooch: La compagnia dei beoni e La donna con le carte. Ognuna di queste “nuove scoperte” di Vermeer e de Hooch accresceva l’entusiasmo degli intenditori e al tempo stesso fruttava milioni al suo creatore. Convertendo il fiorino olandese di prima della guerra in dollari si ottiene la quota di circa 3 milioni di dollari guadagnati da van Meegeren con questa sua discutibile attività.

Quando venne arrestato e confessò di essere lui l’autore delle tele che aveva “scoperto”, il processo ebbe un’ulteriore svolta inattesa. Tutti i più illustri esperti, il dr. Bredius in testa, che precedentemente avevano giudicato autentici i Vermeer e i de Hooch di van Meegeren, non credevano alla dichiarazione del falsario e continuavano a sostenere la loro autenticità. Come meravigliarsi? Credere a van Meegeren significava anche ammettere la loro incompetenza, e riconoscere che, a dispetto della loro fama di imbattibili scopritori di falsi, erano stati messi nel sacco.

Furono nominate due speciali commissioni e sottoposti i falsi a ripetute accurate analisi. A cominciare dalla valutazione artistica, attraverso l’esame della vernice, degli ingredienti dei colori, della tela, della tarlatura dei telai e delle cornici, fino alla radiografia dei dipinti…ma non si trovarono motivi per affermare che si trattava di falsi! allora van Meegeren fu sottoposto a un’ulteriore prova e gli ordinarono di dipingere un altro Vermeer sotto l’occhio vigile della polizia e degli esperti. Grazie a questa unica saggia mossa in tutto questo squallido processo, nacque il settimo capolavoro Vermeer-Meegeren – Cristo nel tempio, di fronte al quale gli esperti ancora una volta restarono sbalorditi e dovettero ammettere di non essere in grado di distinguere quella tela dai quadri originali dell’artista di Delft.

Prima di parlare del verdetto e della sucessiva rapida morte del grande pittore, proviamo a riflettere se Meegeren fose un criminale e se meritasse davvero la pena.

I falsi nell’arte non mancano certo, come i famosi soldati della Prima Brigata delle Legioni di Piłsudski. Si diceva allora che se Piłsudski avesse avuto in quella Brigata tutti gli uomini che poi dissero di averne fatto parte, avrebbe potuto conquistare Varsavia da solo. Se Fałat, Wyczółkowski o Malczewski avessero dipinto tanti quadri, quanti oggi con le loro firme si trovano in diversi saloni privati, sarebbero stati milionari, a condizione che avessero avuto quattro mani ciascuno e avessero fatto in tempo a dipingere tutto prima della morte. Tra i quadri venduti in America di Rubens, van Dyck, Manet, Renoir non si sa se il 10 per cento è autentico. I milionari americani infatti si moltiplicano, mentre le opere dei grandi maestri non solo non si moltiplicano, ma diminuiscono di numero durante le varie guerre e per altre cause di distruzione delle cose materiali. Invece non mancano mai falsari di talento, per i quali è una tentazione troppo forte quella di fare soldi grazie allo snobismo umano.

La storia dei falsi nell’arte è tanto antica quanto la storia dell’arte stessa. Uno dei primi noti falsari fu lo scultore e orefice dell’antica Grecia Zenodorus, il quale falsificò talmente bene due coppe di Calamis, da non poterle distinguere da quelle autentiche. Calamis era invece l’artista più grande, il Benvenuto Cellini greco, solo che 2000 anni prima. Potrei ricordare anche un altro falsario, e cioè Michelangelo. Poiché ai suoi tempi c’era la moda delle sculture antiche originali, Michelangelo guadagnava facendo queste sculture e vendendole come autentiche. Per questo dovette scontare 6 mesi di prigione.

Una volta trovandomi a Londra, capitai nel British Museum a una mostra di falsi nell’arte e nella scienza. Cosa non c’era! Quali imponenti prove della creatività e del talento dell’uomo sprecato in cattivi scopi! Al posto d’onore ho visto i famosissimi Canti di Ossian, scritti dal poeta scozzese del XVIII secolo James Macpherson, affermando di averli soltanto tradotti da un manoscritto in gaelico antico ritrovato e poi – ovviamente! – andato perduto. Malgrado la comprovata falsità tuttavia, i Canti di Ossian sono rimasti nella letteratura britannica un prezioso documento storico della poesia preromantica nell’Isola. Accanto a Macpherson figurava un sonetto di John Keats contraffatto da Byron. Più avanti ho visto un grande intero sarcofago etrusco molto bello, anch’esso contraffatto, benché per lunghi anni fosse stato ammirato come una perla delle raccolte dei musei inglesi. Più di tutto però mi stupì forse il falso di un…teschio di uomo delle caverne, così perfetto che lo “scopritore” per un certo tempo ottenne per esso un’alta onorificenza e una carica scientifica.

Essendo tuttavia un appassionato di musica, fui attratto in particolare dalla partitura di un Concerto per violino in re maggiore, attribuito al giovane Mozart, fino al giorno in cui non fu scoperta la frode. Secondo il falsario, il grande musicista lo avrebbe composto nel 1766 a Parigi, dedicandolo alla figlia maggiore di Luigi XV, madame Adelaide. Per questo il titolo della composizione era Adelaide-konzert. Ma tutto si rivelò una mistificazione, ideata per assicurare al falsario un posto duraturo nella musica!

Ma van Meegeren si distingueva da Zenorodus, da Michelangelo e dagli altri contraffattori. Era un personaggio unico nel suo genere nella storia dell’arte, perché in realtà e malgrado le apparenze – non falsificava Vermeer. Presupposto di un falso è la creazione di un’opera quanto più possibile identica all’originale. Invece i Vermeer che dipingeva Meegeren erano del tutto nuovi, sia dal punto di vista tematico che compositivo. Era come se avesse preso il pennello dalla mano del suo maestro morto più di due secoli e mezzo prima, e avesse continuato il suo lavoro sviluppandolo e perfezionandolo. Infatti tutti gli esperti erano concordi nel considerare i quadri di van Meegeren come opere di altissimo livello nello stile di Vermeer, che superavano a volte quelli dipinti dal maestro di Delft.

Uno degli esperti nominati, dal punto di vista artistico fu forse il più onesto – mantenne fino all’ultimo la sua ostinazione, e anche quando vide coi propri occhi van Meegeren che dipingeva il Cristo nel tempio, non si decise ad affermare che si trattava di falsi di Vermeer. Dichiarò che a lui interessava soltanto la realtà dei fatti, e cioè – considerando obiettivamente la questione – era nata una nuova opera di Vermeer, e a lui come esperto di arte non interessava chi aveva dipinto l’opera, ma era felice che essa esistesse.

La legge deve attenersi ai paragrafi, uno dei quali parla di pretium afectionis. Questo termine stabilisce il valore affettivo che una persona attribuisce a una cosa, indipendentemente dal suo reale valore. Ad esempio un acquirente può attribuire questo valore affettivo alla firma “Jan Vermeer” e non comprerebbe un quadro senza di essa, neanche se fosse dipinto alla perfezione nello stile di Vermeer. Qui la legge trovò il reato di van Meegeren, il quale firmava i quadri non con il suo nome, ricavando in tal modo ingenti somme con la loro vendita. Ma il diritto conosce anche altri due termini: “Circostanze attenuanti” e “Stato di necessità”. Circostanza attenuante per van Meegerem era – come ho già detto – la sua convinzione di non poter ottenere il plauso della gente seguendo le vie normali. Doveva spacciarsi per Vermeer per vincere l’avversione dei contemporanei verso le forme tradizionali nell’arte e l’imitazione. Circostanza attenuante era anche il fatto che per i soldi ricevuti dava agli acquirenti dei capolavori, a prescindere dalla firma.

Lo “stato di necessità” esiste quando con un male minore si salva un bene maggiore. Nel caso di van Meegeren bisognava perdonare una piccola colpa per salvare per l’umanità un grande artista. Il tribunale olandese tuttavia non prese questo in considerazione e condannò il pittore gravemente malato a un anno di prigione, malgrado fosse chiaro in anticipo che l’artista non sarebbe sopravvissuto al carcere. Il tribunale fece di più: stabilì il valore dei “falsi” di van Meegeren in 5000 fiorini a quadro. La somma pagata in più doveva essere restituita agli acquirenti da parte del condannato. La vita nel frattempo prese un’altra piega e il prezzo di mercato dei quadri di van Meegeren, dal momento in cui era scoppiato lo scandalo aumentò di cinque volte. Di conseguenza gli acquirenti ottennero la restituzione del denaro, e con 5000 fiorini diventarono proprietari di capolavori, che potevano vendere per decine di migliaia di dollari.

Che Dio li assista! Del resto l’affare Meegeren non termina qui. Esso, malgrado la morte dell’artista, si troverà di nuovo davanti a un tribunale, questa volta il tribunale della storia.

Il verdetto definitivo sarà pieno di malinconia. Esso confermerà per l’ennesima volta, nel corso dei secoli, l’impotenza del genio di fronte ai mediocri e il loro immutato desiderio di distruggere gli individui geniali. Il diritto è stato creato per regolamentare la vita dei mediocri e nel suo ambito essi si trovano bene. Ma per i geni tutti gli ambiti sono troppo stretti e per questo il diritto ha già ucciso più di un genio.

Cos’è nell’arte originale e nuovo? Dov’è la linea che separa l’imitazione dalla creazione? Quali sono i criteri di un falso e cosa si può ormai considerare un attingere solo ispirazioni dal passato? Questi problemi turberanno la letteratura, le arti plastiche e pittoriche, la musica, per tutto il tempo in cui vivrà sulla terra l’umanità e la sua arte.

Plutarco

19 Set

 

Plutarco

 

Da Plutarco: La serenità interiore

 

Sopportazione…

Non mostrare segno di collera, sii impassibile e affettuoso. L’esistenza intesa come missione e dovere verso se stessi e gli altri…bontà e amore del prossimo.

Chi ha una natura gretta non vede tra uomo e uomo nessun legame che non sia quello dell’utilità…la benevolenza e la generosità si estendono fino agli animali.

Abituarci a essere dolci e clementi con gli altri, se non altro per esercitarci all’amore verso il prossimo.

Dovere di ogni uomo è quello di cercare di somigliare a Dio, di adeguarsi alla sua bontà, di nutrire sentimenti di gratitudine e di gioia.

Rassegnazione e conforto…

Osserva difetti e vizi con comprensione e bonarietà, suggerendo il metodo per liberarsene con la forza della ragione.

Conoscenza di sé e dei propri vizi e difetti, delle proprie passioni.

La principale e più grave delle malattie dell’anima è la mancata conoscenza di esse…il primo passo per liberarsi da una malattia è rendersi conto della sua presenza, il che porta chi ne è affetto all’uso dei rimedi opportuni; chi invece non sospetta nemmeno di essere malato, non sa di che cosa ha bisogno e anche se ha a portata di mano il rimedio, lo rifiuta.

La ragione, attraverso l’esercizio, fa nascere nell’uomo l’abito mentale che lo porta alla scelta del bene (operare le scelte).

La saggezza è la conoscenza di ciò che è bene e di ciò che è male.

Le passioni non devono essere eliminate, ma disciplinate, orientate verso il bene.

Nell’anima la moralità nasce quando la ragione introduce moderazione e giusta misura nelle facoltà e nei moti personali.

Terapia: meditazione ed esercizi spirituali quotidiani, pratica quotidiana dell’esame di coscienza, dialogo con se stessi e con gli altri, lettura. Distinguere fra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi, tra la libera scelta e la natura.

Serenità interiore

Solo una mente allenata e abituata a controllare e dominare le passioni può consentire all’uomo di raggiungere la serenità.

Conoscere noi stessi e le nostre inclinazioni naturali, per evitare di metterci in situazioni angoscianti e per prevenire il manifestarsi delle passioni, e per la corretta valutazione degli eventi. Molti di questi, infatti, ci appaiono insopportabili solo per il nostro errato modo di pensare: dobbiamo imparare ad accettare tutto ciò che ci accade e sforzarci di metterne in luce i possibili lati positivi, guardando sempre a quel che di buono, comunque ci resta. Ci sono beni che niente e nessuno potrà mai strapparci e sono quelli morali e spirituali.

Liberarci dai timori ingiustificati e dai desideri insoddisfatti.

Le buone azioni non mancano di lasciare dentro l’anima della persona assennata un ripensamento piacevole e fresco, a cui si abbevera e da cui fiorisce quello stato di gioia che induce a disprezzare quelli che deplorano e insultano la vita, considerandola una terra di mali o un luogo d’esilio assegnato quaggiù alle loro anime. La vita è una festa meravigliosa: con la nascita siamo iniziati dalla divinità alla contemplazione delle meraviglie del creato, ed è stolto profanare tutto con insensati lamenti e continui mugugni. La vita dev’essere vissuta con sentimenti di gioia e di riconoscente omaggio alla bontà di Dio.

Guidare l’uomo al conseguimento di un perfetto equilibrio con se stesso, con il cosmo e con gli altri uomini.

Gli uomini non si procurano la felicità né con le doti fisiche né con la ricchezza, ma con la rettitudine e l’intelligenza.

Preoccuparsi, prima che le passioni si manifestino, di tutti quei ragionamenti che aiutano a vincerle.

Tralasciare le azioni buone turba e contrista non meno che compiere quelle cattive.

Platone paragonò la vita a una partita a dadi. Gettare i dadi non è in nostro potere, ma accogliere senza recriminazioni ciò che la sorte ci assegna e dare a ogni evento un posto in cui ciò che è propizio possa giovarci di più, e ciò che è contrario alle nostre aspettative, se capita, danneggiarci di meno – questo è affar nostro. Le persone assennate riescono spesso a trarre convenienza e utilità dalle circostanze più sfavorevoli.

Raddrizzare le persone non è compito tuo e non è impresa facile, ma mostrandoti con loro il più dolce e misurato possibile, proverai più gioia per il tuo comportamento, che dolore per gli atteggiamenti spiacevoli e la malvagità degli altri…non ti riempirai più delle cattiverie altrui.

E’ irragionevole lasciarsi prendere da irritazione e cattivo umore, per il fatto che quelli che hanno a che fare con noi non sono tutte persone educate e amabili.

Per raggiungere la serenità interiore è bene non trascurare quello che di favorevole e di buono c’è per noi negli avvenimenti che capitano contro la nostra volontà, ma oscurare il peggio bilanciandolo con il meglio.

Considera i beni in tuo possesso. Dobbiamo essere riconoscenti per il fatto che viviamo, godiamo buona salute, vediamo la luce del sole, possiamo parlare e agire…

Ricaveremo maggiore serenità dai beni che abbiamo se immagineremo che non ci siano più, e come è doloroso perderli quando si sono avuti. Dobbiamo servircene per trarne piacere e godimento, in modo da sopportarne più dolcemente anche l’eventuale perdita.

Valutare anzitutto se stessi e la propria condizione o volgere la nostra attenzione su chi sta peggio di noi. Quando guardi con grande ammirazione e reputi superiore a te chi viaggia in lettiga, posa lo sguardo sui portatori. Splendida è la nostra condizione e invidiabile la nostra vita: non siamo né mendicanti, né facchini, né servili adulatori!

Euripide:

Ti invidio, vecchio:

invidio tra gli uomini chi sicura

trascorre la vita, ignoto e senza gloria.

Mettere in evidenza nell’anima gli eventi luminosi e splendenti, nascondendo e soffocando quelli cupi, visto che cancellarli e liberarsene del tutto non è possibile.

Euripide:

Beni e mali non possono stare disgiunti,

ma esiste una loro mescolanza, che va a buon fine.

Avvolgendo gli eventi più sfavorevoli con quelli positivi, dobbiamo fare della nostra vita una mescolanza armoniosa a noi conveniente.

Menandro:

Nulla di grave ti è successo, se non lo immagini tale.

Non si deve umiliare la nostra natura, come se non avesse nulla di forte  e di superiore alla Fortuna; al contrario, coscienti del fatto che ciò che è corruttibile e caduco non è che una piccola parte dell’uomo, esposta ai colpi della sorte, ma che siamo noi i padroni della parte migliore di noi stessi, quella in cui risiedono i beni più grandi, e cioè le opinioni giuste, i ragionamenti che sfociano nella virtù, dobbiamo mostrarci imperturbabili e coraggiosi di fronte al futuro.

L’anima che si esercita a porsi di fronte l’immagine della malattia, del dolore, e che grazie al ragionamento si fa forza di fronte ai mali, troverà che c’è molto di falso, di vuoto in quelle

situazioni che passano per angosciose e terribili.

 

E’ possibile finché si è in vita dire: Questo non lo farò! Non mentirò, non sarò sleale, non ruberò. Questa possibilità noi l’abbiamo e costituisce non un piccolo, ma un grande aiuto per raggiungere la serenità interiore.

Sopportare senza recriminazioni il presente, ricordare con riconoscenza il passato e avanzare verso il futuro senza timore e sospetto, con lieta e luminosa speranza.

Cyprian Kamil Norwid (1821-1883)

12 Set

 

 

Come

 

Come quando chi negli occhi gettando

Un pugno di viole nulla dicendo…

 

Come quando adagio smoverà l’acacia,

Perché il profumo simile al mattino,

Con fiori immacolati cada

Sui bianchi tasti di un pianino…

 

Come quando a una persona sull’altana

La luna distante i capelli contorna,

Posando sul capo una serto ardente,

O di spighe d’argento l’adorna…

 

Come un colloquio inutile con lei

Somiglia al volo dei rondoni,

Che ha la sua meta, ma tutto sfiora,

Annunciando d’estate l’arrivo dei tuoni,

Prima che il lampo preceda il ritmo –

Sì…

 

Ma tacerò – perché sono afflitto.

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

10 Set

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko (1932-2017)

 

Preghiera prima di un poema

 

Il poeta in Russia è più che poeta.

Qui è dato nascere poeta

solo a chi è vero cittadino,

chi non ha rifugio né quiete.

 

Qui il poeta è lo specchio del tempo

e il falso prototipo del futuro.

Il poeta sicuro tira le somme

di ciò che fino a lui è accaduto.

 

Ed io? La mia cultura non basta…

E non serve profetizzare…

Lo spirito russo è su di me

e mi dice devi provare.

 

In ginocchio e a bassa voce,

pronto alla vittoria e alla morte,

o grandi poeti della Russia

vi affido umilmente la mia sorte…

 

Dammi, o Puškin, il tuo canto,

la tua lingua libera e veemente,

il tuo destino affascinante –

che anch’io infiammi la gente.

 

Dammi, o Lermontov, lo sguardo astioso,

dammi il tuo sdegno velenoso

e la cella della tua anima chiusa,

dove respira, nel silenzio reclusa,

la sorella della tua animosità –

la lampada della segreta bontà.

 

Dammi, Nekrasov, placato il mio ardore,

la pena della tua musa intagliata –

nei portici, negli atri, nei binari

e nei boschi e nei campi riversata.

Dammi la forza della tua espressione,

la tua azione così tormentosa,

per trascinare la Russia intera

come i bardotti con la fune penosa.

 

Dammi, o Blok, la profetica nebbia,

dammi altresì due ali spioventi,

perché, svelando l’eterno enigma,

nel corpo la musica io senta.

 

Dammi, Pasternak, il cambio dei giorni,

dammi dei rami il turbamento,

l’unione di odori e ombre

col secolare tormento,

perché ciò che borbotta il giardino

fiorisca ancora e maturi,

e sempre il fuoco della tua candela

in me arda e perduri.

 

Esenin dammi la tenerezza

per le betulle, gli animali, la gente

e per ogni altra cosa al mondo,

che tu come me ami impotente.

 

Dammi, Majakovskij,

la corpulenza,

il furore,

il tuo basso,

la severa intransigenza per la feccia,

affinché io possa

attraverso il tempo passare

e ai compagni-posteri

di questo parlare…

 

1964

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

 

Andrej Dmitrievich Dement’ev

8 Set

Foto di Andrej Dement’ev scattata l’anno scorso dalla giornalista e traduttrice russa Eva Garajeva durante un incontro col poeta

 

 

   Andrej Dmitrievič Dement’ev, uno dei più noti e apprezzati poeti e scrittori russi della seconda metà del XX secolo, nacque a Tver’ (attuale Kalinin) il 16 luglio 1928. Compì i suoi studi presso la facoltà di storia e lettere dell’Università di Kalinin (1948-1949) e poi presso l’Istituto di Lettere “A. M. Gor’kij” a Mosca (1949-1952). Debuttò come poeta nel 1948 con la poesia Studenti, pubblicata sul giornale di Kalinin La verità proletaria. Da Kalinin Andrej cominciò a inviare i suoi versi a Mosca, incontrando il consenso di noti poeti. Sergej Narovčatov e Michail Lukonin raccomandarono Andrej, affinché venisse ammesso all’Istituto di Lettere. Nel 1952 con il diploma di letterato professionista, tornò a Kalinin entrando nella redazione del giornale La verità di Kalinin, dove restò due anni, poi trascorse tre anni nella redazione del giornale della gioventù Cambiamento. A iniziare dal 1955 pubblicò alcune raccolte poetiche prevalentemente liriche, benché non mancassero in esse tematiche di attualità.

Dement’ev ebbe quattro mogli. Nel 1969 dalla terza di esse nacque il figlio Dmitrij, il quale purtroppo non fu l’orgoglio della famiglia. Svogliato a scuola, a lungo non poté decidersi su quale cammino intraprendere nella vita. Si sposò giovane ed ebbe un figlio. Poi la tragedia. Dmitrij nel 1996 si suicidò con un colpo di pistola. Fu un terribile trauma per il poeta.

Negli anni ’70 crebbe notevolmente la fama di Andrej Dement’ev come poeta in tutta l’Unione Sovietica. Oggi è difficile credere quanto fossero popolari in quel tempo i poeti. Per ascoltarli declamare i loro versi si riempivano gli stadi. Ricordiamo le parole di una poesia di Evgenij Evtušenko: “Poeta in Russia è più che poeta”, per significare lo straordinario ruolo svolto da sempre dai poeti nella società russa. Anche Andrej Dement’ev in un certo senso fu assai più di un poeta. Una grande notorietà ad esempio gli portò la sua collaborazione con i compositori, che misero in musica più di 100 sue poesie, e molte canzoni sono ancora oggi assai popolari. Dal 1981 al 1992 il poeta fu caporedattore del periodico Gioventù. Durante la perestrojka la rivista raggiunse la tiratura astronomica di tre milioni e trecentomila copie. Fu anche deputato e segretario dell’Unione degli Scrittori dell’URSS. Negli anni ’80 collaborò con diversi programmi alla TV e alla Radio. Periodicamente le sue opinioni discordavano da quelle della direzione, e allora egli cambiava aria, senza badare che era ormai avanti con gli anni e che qualcuno lo considerava un “retaggio del passato regime”. Nel 1992 insieme con la quarta moglie Anna Pugač soggiornò in Israele come direttore della TV russa per il Medio Oriente. Bisogna dire che Dement’ev ebbe una vita abbastanza burrascosa e soltanto il quarto matrimonio, quando divenne sua moglie Anna Pugač, collaboratrice della rivista Gioventù e trent’anni più giovane di lui, portò nel suo cuore la serenità a lungo sospirata.

Ancora prima della perestrojka e del permesso di stampare “tutto” (con restrizioni), Dement’ev si batté perché vedessero la luce le opere di Vladimir Vojnovič, Bella Achmadulina, Jurij Poljakov, Arkadij Arkanov e molti altri, diventati classici della letteratura russa. Spesso lo interrogavano, lo minacciavano, ma egli si sforzava di vivere onestamente, come gli aveva insegnato suo padre, un agronomo ingiustamente accusato di attività controrivoluzionaria nel 1941, condannato a 5 anni di lager, e poi scagionato per mancanza di prove nel 1960.

Pubblicò più di 40 raccolte di poesie, per una delle quali – Azzardo gli fu dato il premio statale dell’URSS. Per la sua creazione ha ricevuto numerosi premi prestigiosi e le sue poesie sono state tradotte in molte lingue.

Il poeta è deceduto in un ospedale di Mosca il 26 giugno di quest’anno in seguito a complicazioni dopo un’infreddatura. Il 16 luglio avrebbe compiuto 90 anni. E’ sepolto nel cimitero di Kuntsevo accanto al figlio.

Nella sua creazione Dement’ev esprime il suo romanticismo, il suo umanesimo e la sua pietà. Nei suoi versi troviamo l’amore, i sentimenti, un accentuato patriottismo, il rifiuto degli aspetti negativi dell’epoca attuale, un’amara ironia, lirismo, ottimismo, il piacere delle elementari gioie della vita, l’amore per la natura. Lo slavista, critico letterario e traduttore tedesco Wolfgang Kozack (1927- 2003) afferma: “Dement’ev scrive versi tradizionali, di facile comprensione, intrisi di musicalità…La sua poesia si sofferma su un quesito o su un problema che viene esaminato da diversi punti di vista, in versi spesso costruiti secondo il principio del parallelismo (anafore e altre forme di ripetizione). La lirica di Dement’ev è legata alla natura; egli esamina anche questioni etiche e i rapporti tra le persone, inoltre per lui ciò che è più importante nell’uomo sono le qualità morali.”

P. S.