Archivio | dicembre, 2014

Icaro

23 Dic

 

 

 

Breughel il Vecchio: Paesaggio con la caduta di Icaro

Breughel il Vecchio: Paesaggio con la caduta di Icaro

  

Breughel il Vecchio

Breughel il Vecchio

 

Quanti scrittori, poeti, pittori si sono ispirati alla leggenda di Dedalo e Icaro! Possiamo intenderla in vari modi: come nostalgia della terra natale, come esaltazione del talento e delle possibilità dell’uomo, come realizzazione dei propri sogni, o come fallimento di questi ultimi per eccesso di audacia o per troppa bramosia. Breughel il Vecchio nel suo celebre dipinto “Paesaggio con la caduta di Icaro”, e altri che si sono ispirati al suo quadro, mettono invece soprattutto in risalto l’indifferenza umana per le vicende altrui, per le disgrazie degli altri. I testi che pubblico oggi si inquadrano appunto in questa triste interpretazione, che non fa certo onore all’umanità.

 

Wystan Hugh Auden (1907-1973), poeta inglese.

Musée des Beaux Arts

…………………………….

Nell’Icaro di Breughel: come tutto distoglie

Tranquillamente dalla sciagura! L’aratore può

Aver sentito il tonfo, il grido soffocato,

Ma per lui non era importante; il sole illuminava

Come doveva le bianche gambe che nel verde mare

S’immergevano; e il costoso elegante veliero

Che doveva aver visto il ragazzo piombare dal cielo,

Doveva giungere alla meta e continuò a navigare.

 

(frammento tradotto da Paolo Statuti)

 

William Carlos Williams (1883-1963), poeta americano

 

Paesaggio con la caduta di Icaro

 

Secondo Breughel

quando Icaro cadde

era primavera

 

un contadino arava

il suo campo

tutto lo sfarzo

 

dell’anno era

desto vibrando

vicino

 

alla sponda del mare

così compresa

in se stessa

 

sudando al sole

che scioglieva

la cera delle ali

 

impercettibile

lontano dalla costa

ci fu

 

un tonfo del tutto inosservato

era

Icaro che annegava

 

(Traduzione di Paolo Statuti)

 

Il racconto che segue è tratto dalla mia antologia di racconti polacchi “Viaggio sulla cima della notte”, pubblicata nel 1988 da Editori Riuniti.

 

Jarosław Iwaszkiwewicz (1894-1980)

 

Icaro

 

C’è un quadro di Breughel intitolato Icaro. Guardando questo quadro, si scorge un contadino che ara la terra vicino al mare, un pastore che pasce indifferente il suo branco, un pescatore che estrae dal mare le sue lenze, una città tranquilla in lontananza. Il mare è solcato da un bastimento con le vele spiegate e sul ponte si vedono dei mercanti che parlano d’affari. In breve, osserviamo la vita con i suoi quotidiani affanni e il suo quotidiano cumulo di consuete occupazioni e preoccupazioni umane. Ma dov’è Icaro, dov’è colui che tentò di volare fino al sole? Solo esaminando attentamente il quadro scorgiamo in un punto del mare due gambe che sporgono dall’acqua e qualche piuma sospesa nell’aria, strappata dalla violenza della caduta alle ali ingegnosamente costruite. Poco prima Icaro è caduto. Il temerario che si era attaccato le ali – secondo la leggenda greca – si era sollevato in alto, così in alto da trovarsi vicino al sole. I raggi sciolsero la cera che fissava le file di penne alle ali, e il giovane era precipitato. La tragedia si era conclusa: annegava e scompariva nel mare, ma nessuno se ne accorgeva. Non il contadino che arava la terra, non il mercante che navigava lontano, non il pastore che guardava a bocca aperta il cielo. Nessuno aveva notato la morte di Icaro. Soltanto un poeta o un pittore aveva visto quella morte e l’aveva tramandata ai posteri.

Ricordo sempre questo quadro tutte le volte che penso a un particolare fatto della mia vita. Era il giugno del 1942 o del 1943. Una meravigliosa serata estiva era scesa su Varsavia, bagliori rosati gettavano ombre rabescate sui muri distrutti, e la travolgente fiumana di tutti quelli diretti a casa, che si affrettavano a prendere il tram prima del coprifuoco, mimetizzava con la sua massa di abiti civili le divise ormai rare a quell’ora. Guardando in quel momento le strade di Varsavia, animate e abbellite dal bel tempo di giugno, per un istante poteva sembrare che la città fosse libera dagli occupanti. Per un istante…

Mi trovavo all’angolo tra la Trębacka e Krakowskie Przedmieście, alla fermata del tram. I tram, scampanellando sonoramente, si susseguivano uno dietro l’altro con i loro scafi rossi lungo Krakowskie Przedmieście. La gente li prendeva d’assalto, restava appesa sui predellini, si aggrappava ai respingenti, a grappoli spenzolava in coda e sui fianchi. Di tanto in tanto passava lo «zero rosso» riservato solo ai tedeschi, e quindi semivuoto. Aspettai a lungo una vettura su cui fosse più facile salire, ma, quando finalmente giunse, preferii restare a terra. Improvvisamente avevo cominciato a prendere gusto a quella folla che mi circondava, incurante della mia esistenza. Davanti a me Mickiewicz si ergeva alto sul suo piedistallo; intorno al monumento i fiori malgrado tutto erano fioriti e profumavano, le automobili stridendo voltavano davanti alla chiesa dei Carmelitani, i ragazzetti vendevano i giornali, gridando ad alta voce, i venditori di sigarette e di dolci brulicavano davanti a una bottega scintillante, si udiva il fragore delle saracinesche abbassate e delle inferriate messe alle porte e alle finestre dei negozi; nel giardinetto con le panchine occupate da vecchi e giovani, cinguettavano i passeri, che affollavano anche gli esili alberelli: tutto questo si tuffava lentamente nell’azzurro crepuscolo della serata estiva. In quell’istante sentivo battere il cuore di Varsavia e senza volere mi trattenni fra tutte quelle persone, per restare ancora un po’ insieme ad esse e insieme ad esse godere di quella bella serata estiva.

Ad un tratto scorsi un ragazzo che, venendo dalla Bednarska, assai imprudentemente era sbucato da dietro un tram, che si era già messo in movimento e, fermatosi con la faccia alla strada e con le spalle alla folla in attesa sul salvagente, non distoglieva gli occhi dal libro assieme al quale era emerso dal crepuscolo che si andava ingrigendo. Poteva avere quindici, al massimo sedici anni. Leggendo, di tanto in tanto scuoteva la chioma bionda, scostando i capelli che gli cadevano sulla fronte. Un libro gli sporgeva da una tasca laterale, e reggeva l’altro ripiegato davanti agli occhi, non potendo, a quanto pare, distaccarsene. Probabilmente era riuscito a procurarselo un istante prima da un amico o in una biblioteca clandestina e, senza aspettare di ritornare a casa, voleva conoscerne il contenuto subito, sulla strada. Mi rincresceva di non vedere quale libro fosse, da lontano sembrava un manuale, ma forse nessun manuale può destare tanto interesse in un giovanetto. Forse erano poesie? Forse un libro di economia? Non so.

Il ragazzo si trattenne un po’ sul salvagente, immerso nella lettura. Non faceva caso alle spinte, alla folla che si accalcava sulle vetture. Alcune scie rosse gli passarono dietro, continuava a tenere gli occhi incollati al libro. E sempre con quel libro sotto il naso – forse perché si era stancato delle spinte e delle grida che gli risonavano intorno, o forse perché di colpo aveva sentito nel subconscio il bisogno di affrettarsi a casa – lo vidi scendere dal salvagente, dritto sotto un’automobile che sopraggiungeva.

Risuonò lo stridio dei freni premuti al massimo e il sibilo delle gomme sull’asfalto. L’automobile per evitare di investire il ragazzo aveva sbandato violentemente e si era fermata proprio all’angolo della Trębacka. Con sgomento notai che era un furgone della Gestapo. Il giovanetto con il libro cercò di allontanarsi dal veicolo. Ma in quello stesso istante si aprirono gli sportelli sul retro del furgone e due individui con l’elmetto saltarono a terra. Si accostarono al ragazzo. Uno di essi gridava con voce cavernosa, l’altro facendo roteare il braccio lo invitò beffardamente a salire.

Ancora oggi vedo quel giovanetto in piedi vicino agli sportelli del furgone, pallido e confuso…Che cercava di difendersi scuotendo ingenuamente la testa in segno di diniego, come un bambino che promette di non farlo più…«Io non ho fatto niente – sembrava dire – io ho solo…» Mostrava il libro come unica causa della sua sbadataggine. Come se gli fosse stato possibile spiegare qualcosa. Non voleva salire sul furgone per un estremo impulso della sua vita ormai condannata.

Uno dei gendarmi gli chiese i documenti, gli strappò di mano la carta d’identità e lo spinse violentemente all’interno. L’altro lo aiutò, il ragazzo salì, seguito dagli uomini della Gestapo; gli sportelli sbatterono e il furgone, partito di scatto, si diresse a tutta velocità verso viale Szuch…

Scomparve dalla mia vista. Mi guardai intorno cercando comprensione in qualcuno, compassione per quello che era successo. Quel giovane con il libro era pur scomparso. Ma con sommo stupore notai che nessuno aveva fatto caso a quanto era accaduto. Tutto ciò che ho descritto si era svolto così di colpo, così fulmineamente, ognuno della folla sulla strada era così preso dalla sua fretta, che il rapimento del giovane era passato inosservato. Le signore che mi stavano accanto discutevano quale tram fosse meglio prendere, due gentiluomini dietro la colonnina della fermata si accesero una sigaretta, una donnetta con la cesta posata vicino al muro ripeteva senza sosta: «Limoni, limoni, limoni belli», come un esorcismo buddista, e altri ragazzi attraversavano di corsa la strada inseguendo le vetture che si allontanavano, rischiando di finire sotto altre automobili… Mickiewicz se ne stava tranquillo, i fiori profumavano, le piccole betulle e i sorbi presso il monumento erano mossi da un leggero venticello, la sparizione di quel giovane non significava nulla per nessuno. Soltanto io mi ero accorto che Icaro era annegato.

Restai ancora lì a lungo aspettando che la folla si diradasse. Pensavo che forse «Michaś» – così lo chiamavo nella mia mente – sarebbe tornato. Mi immaginavo la sua casa, i genitori che aspettavano il suo ritorno, la madre che gli preparava la cena, e non voleva entrarmi in testa che essi non avrebbero mai saputo in che modo fosse scomparso il loro figlio. Non potevo supporre, conoscendo le usanze dei nostri occupanti, che sarebbe riuscito a sfuggire alle loro grinfie. Ed era caduto così stupidamente! La crudeltà insensata di quel rapimento mi commosse nel profondo dell’animo e continua a commuovermi ancora oggi.

Coloro che sono morti combattendo, coloro che sapevano per cosa morivano, hanno avuto forse il conforto di sapere che la loro morte aveva un senso. Ma quanti furono quelli che, come il mio Icaro, annegarono nel mare della dimenticanza per un motivo crudele nella sua insensatezza.

Era calata la sera, la città si era addormentata di un sonno febbricitante, malsano…Finalmente mi mossi dalla colonnina della fermata, superai il monumento di Mickiewicz, andai a casa a piedi… Ma nella mente continuava a tormentarmi insistente l’immagine di Michaś che scuoteva la testa, come se dicesse: «No, no, è tutta colpa del libro…d’ora in poi farò attenzione…».

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

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Poeti-cantautori russi: Vladimir Vysotskij, Aleksandr Galich, Novella Matveeva

21 Dic

 

 

Tre poeti-cantautori russi tradotti da Paolo Statuti

 

 

 

Vladimir Vysotskij

Vladimir Vysotskij

 

   Vladimir Vysotskij (1938-1980), poeta-cantautore e attore la cui creazione ha avuto una grande e durevole influenza sulla cultura russa. Le sue canzoni esplorano una vasta gamma di temi, dalla commedia al campo sociale e politico. Nel 1990, dopo un incontro con il poeta-cantautore Aleksandr Galič, si dedica alla chitarra e comincia a cantare testi sui diseredati e sulla malavita. Nel 1967 conosce sul set di un film l’attrice francese di origine russa Marina Vlady (Marina Vladimirovna Poljakova-Bajdarova), che due anni dopo diventerà la sua terza moglie. Grazie al suo matrimonio con Marina, iscritta al Partito comunista francese, ottiene il passaporto e può viaggiare all’estero, ma non approfitterà mai di tale libertà per fuggire oltre la cortina di ferro. Muore nel 1980 per arresto cardiaco, dovuto pare anche ad eccessi alcoolici e all’uso di droghe. Ai suoi funerali, svoltisi a Mosca, parteciparono centinaia di migliaia di persone, malgrado la notizia fosse stata taciuta dalla stampa. In circa venti anni, Vysotskij ha creato più di 2000 testi, tra canzoni e poesie. Ancora oggi egli rimane un’icona per il popolo russo e un modello per i musicisti del suo paese.

 

*  *  *

Ogni sera mi accendono le candele,

E la tua immagine è offuscata dal fumo, –

E non voglio sapere che il tempo guarisce,

Che tutto passa insieme con esso.

 

Io non perderò più la pace:

Tutto ciò che era sull’anima un anno fa,

Senza saperlo l’ha preso lei con sé –

Dapprima in un porto, e poi sull’aereo.

 

Nella mia anima – un solo grande deserto, –

Cosa cercate nella mia anima vuota!

Troverete solo squarci di canzoni e ragnatele, –

Tutto il resto l’ha preso lei con sé.

 

Nella mia anima – solo mete senza strada, –

Frugate in essa – troverete soltanto

Qualche mezza frase, dialoghi incompiuti, –

E il resto – la Francia, Parigi…

 

Che la sera mi accendi pure le candele,

E la tua immagine sia offuscata dal fumo, –

Ma non voglio sapere che il tempo guarisce,

Che tutto passa insieme con esso.

 

1968

 

La visita della Musa

 

Ora io esploderò, come cento tonnellate di tritolo, –

Ho una carica di furore non creativo.

Oggi la Musa è venuta a farmi visita,

E’ venuta, è rimasta un po’ e se n’è andata.

 

Aveva certo i suoi buoni motivi.

Io non ho il diritto di lamentarmi.

Pensate, la Musa di notte con un uomo!

Dio solo sa cosa avrebbero insinuato.

 

Eppure mi dispiace, mi sento solo,

Questa Musa, la gente lo conferma,

Passava giorni interi con Blok,

E Bal’mont non lo lasciava mai.

 

Sono corso al tavolo – impaziente,

O Signore, pietà di me, salvami!

Ma se n’è andata, è scomparso l’estro,

E tre rubli che le servivano per il taxi.

 

Come belva furiosa giro per la casa.

Dio benedica la Musa, io la perdono.

Mi ha lasciato per qualcun altro

Io, a quanto pare, non l’ho bene ospitata.

 

 

 

Un’enorme torta, con le candele infilate,

Seccatasi dal dolore, e sono essiccato anch’io.

Coi vicini di bassa lega ho bevuto,

Il cognac alla Musa destinato.

 

Son passati gli anni, come gente nella lista nera.

Tutto è nel passato – sbadiglio di noia.

Lei se n’è andata in silenzio all’inglese,

Ma due versi ha lasciato.

 

Eccoli, – sono un genio, senza dubbio!

Per me applausi, lauri e fiori!

Ecco i due versi: “Ricordo il magico momento,

Dinanzi a me apparisti tu!”

 

1969

 

Aleksandr Galich

Aleksandr Galich

 

   Aleksandr Galič (1918-1977), pseudonimo di Aleksandr Ginzburg, poeta-cantautore e drammaturgo. La sua attività letteraria iniziò molto presto e il suo talento fu notato da Eduard Bagrickij. Terminato lo “Studio di opera e dramma Stanislavskij”, durante la guerra lavorò nel teatro, prima a Groznyj, poi a Taškent. Ha scritto diverse opere teatrali, rappresentate con successo nell’Unione Sovietica, e la sceneggiatura per alcuni film. Agli inizi degli anni ’60 diventò con Vladimir Vysotskij e Bulat Okudgiava (v. quest’ultimo nel mio blog musashop.wordpress.com) uno dei più famosi cantautori. Le sue critiche al regime sovietico gli causarono molti problemi, Nel 1971 fu espulso dall’Unione degli Scrittori dell’URSS. Nel 1974 fu costretto a emigrare. Visse un anno in Norvegia, in seguito si trasferì a Monaco di Baviera, dove aderì all’organizzazione anticomunista “Alleanza nazionale dei solidaristi russi”. Infine si stabilì a Parigi. In occidente pubblicò due raccolte di poesie e un libro di ricordi. Fu trovato morto nella sua abitazione, ufficialmente ucciso da una scarica di corrente elettrica, ma secondo un’opinione diffusa la sua morte fu un omicidio o un suicidio.

 

La romanza di Tonečka

 

Lei raccolse le sue cose e disse sottovoce:

“Dunque ami Tonečka, proprio Tonečka, mio Dio!

Non lei ti ha sedotto con gli umidi baci,

Ma suo padre e gli agenti sotto le finestre.

Suo padre e la sua casa di campagna,

Suo padre, i suoi lacchè e le segretarie,

Suo padre e i suoi agganci col partito,

E nei giorni di festa il cinema privato!

E poi quella tua Tonečka è così brutta –

Ma non ascoltarmi, io sono quella di ieri!

Dormirai con una tavola da stiro,

Per usare la sua macchina privata…

 

Questo solo hai voluto, e lo sai bene,

Lo sai bene, e non ti vergogni,

Per amore, ripeti, per fiducia,

Per altri motivi elevati!

Ma negli occhi hai la casa di campagna,

I lacchè, gli agenti e le segretarie,

E pensi ai film che vedrai in famiglia,

E alla gioia sulla bocca – caramellosa…”

 

Ora vivo nella mia casa – nulla mi manca,

Ho anche i pantaloni con la lampo,

E in casa abbiamo fiumi di vino,

E dieci cessi abbiamo in casa…

Suo padre torna a mezzanotte,

Agenti e servi tutti in fila!

E io gli porto una vodca,

Gli racconto una storiella sugli ebrei!

Ma quando vado a letto con la sciocca Tonečka,

Ricordo l’altra, l’altra voce sottile…

Oh, lei non scende a compromessi,

Le telefono, ma lei non dice una parola…

 

Autista, portami dunque a Ostankino,

A Ostankino dov’è il cinema Titan,

Dove lavora come mascherina,

Sta sulla porta tutta congelata,

Tutta congelata, tutta intirizzita,

Ma lei il suo amore ha domato,

Tutta assiderata, tutta infreddolita.

Ma senza tradire e senza perdonare!

 

1962

 

 

 

 

Quando io tornerò

 

Quando io tornerò…

Non ridere – quando io tornerò,

Quando passerò, sfiorando la terra, sulla neve di febbraio,

Lungo un’esile traccia – verso il calore e il rifugio –

E, trasalendo di gioia, al tuo richiamo d’uccello mi volterò –

Quando io tornerò.

Oh, quando io tornerò!..

 

Quando io tornerò…

Ascolta, ascolta, non ridere,

Quando io tornerò,

E dalla stazione, sistemata in fretta la dogana,

E dalla stazione – irromperò nella buia, futile,

Burattinaia città, che mi tormenta e maledico,

Quando io tornerò.

Oh, quando io tornerò!..

 

Quando io tornerò,

Andrò in quell’unica casa,

Dove il cielo non può competere con l’azzurra cupola,

E il profumo d’incenso, come profumo di pane d’ospizio,

Mi colpirà e sguazzerà nel mio cuore –

Quando io tornerò.

Oh, quando io tornerò!..

Quando io tornerò,

Fischietteranno gli usignoli a febbraio –

Quel vecchio, antico, dimenticato motivo.

E io cadrò,

Colpito dalla mia vittoria,

E urterò la testa, come contro una banchina –

contro le tue ginocchia!

 

Quando io tornerò.

 

Ma quando tornerò?!

 

1973

 

Novella Matveeva

Novella Matveeva

 

   Novella Matveeva è nata nel 1934 a Tsarskoe Selò (oggi Puškin). Cominciò a scrivere grazie all’influenza esercitata su di lei dalla madre Nadežda – una donna colta che amava molto la poesia. Inoltre in casa la musica risonava senza sosta e la madre cantava canzoni zigane, russe e napoletane con la sua bella voce. Novella Matveeva compose i suoi primi versi durante la guerra, quando era ancora una bambina. La prima ad essere pubblicata nel 1957 fu una parodia della canzone “Cinque minuti”, dal film “Notte di carnevale”. Dal 1959 le sue poesie cominciarono a essere pubblicate regolarmente da importanti riviste letterarie.

Nel 1962 la poetessa terminò i corsi superiori di letteratura, presso l’”Istituto A.M. Gor’kij”. Nella sua poesia prevalgono elementi lirico-romantici. Ella interpreta i più alti sentimenti dell’uomo, i suoi sogni, e il mondo della natura che lo circonda. Scrive molto anche per i bambini e traduce. Dalla sua penna sono usciti più di 30 libri di poesia, prosa e traduzioni. Dalla fine degli anni ’50 esegue le sue canzoni accompagnandosi con una chitarra a sette corde. Nel 2002 la sua raccolta di poesie “Il gelsomino” ha ricevuto il Premio della Federazione russa per la Letteratura e le Arti.

 

C’è una vita ripugnante e profetici esempi

 

C’è una vita ripugnante e profetici esempi,

Che benché importanti non entrano nel verso.

La legge del verso è severa: ci pone barriere

E dice: «Salta, ma soltanto da qua a qua».

 

Ci sono tesori di preziose lacrime, miniere, grotte

Di chimere diamantine e di fatti dorati,

Ma la musa non presta loro la minima fede,

Finché la luce dell’addobbo non li illuminerà.

 

Quanto spesso una forza oscura affligge il cantore!

Come se il canto alleviasse la sua pena!

Canta, sbrigati, Orfeo! Il tuo dono ti salverà!

 

La folla sotterranea già lo tira per la veste…

Egli può morire, finché prepara le parole!

Ma le parole non preparate non pronuncerà.

 

 

 

 

 

 

 

La ragazza della taverna

 

Senza ragione il mio amore temevi –

Io non amo in modo così orrendo.

A me bastava solo vedere

Che mi guardavi sorridendo.

 

E se te ne andavi da un’altra

O eri chissà dove, semplicemente,

A me bastava che il tuo cappotto

Fosse appeso al chiodo come sempre.

 

E dopo che tu, ospite passeggero,

Te ne andasti, cercando un terno al lotto,

A me bastava che quel chiodo

Fosse lì anche senza il tuo cappotto.

 

Lo scorrere dei giorni, il fruscio degli anni,

La nebbia, la pioggia, il vento, e di sicuro

In casa non poteva succedere di peggio:

Hanno staccato il chiodo dal muro.

 

Lo scorrere dei giorni, il fruscio degli anni,

La nebbia, il vento e il suono della pioggia,

A me bastava che di quel chiodo

Fosse rimasta almeno un’impronta.

 

Quando anche l’impronta è scomparsa

Sotto il pennello di un vecchio pittore,

A me bastava che l’impronta

Del chiodo l’avessi vista ieri.

 

Senza ragione il mio amore temevi.

Io non amo in modo così orrendo.

A me bastava solo vedere

Che mi guardavi sorridendo.

 

E nel caldo vento cogliere di nuovo

Il pianto dei violini e dei timpani il suono…

Ma ciò che io avrò da tutto questo,

Tu non lo capirai mai di certo.

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

BUON ANNO con la poesia inglese

9 Dic

 

 

 

 

Alfred Tennyson

Alfred Tennyson

La chiesa dell'Abbazia di Waltham

La chiesa dell’Abbazia di Waltham

Alfred Tennyson (1809-1892): “Sonate selvagge campane…”  nella traduzione di Paolo Statuti

Sembra che le campane che suonano in questa poesia fossero quelle della chiesa dell’Abbazia di Waltham. Si ritiene che Tennyson si trovasse ad High Beach, nelle vicinanze della chiesa, e che sentisse sonare le campane. In quel momento infuriava un forte temporale e le campane erano mosse più dal vento impetuoso, che dalle mani del campanaro.

 

Sonate selvagge campane,

Per scacciare le nubi nel cielo,

La gelida luce e l’anno che muore;

Sonate e lasciatelo andare.

 

Sonate e scacciate ciò che è vetusto,

Accogliete liete ciò che arriva:

L’anno che va, lasciatelo andar via;

Scacciate il falso e accogliete il giusto.

 

Sonate per scacciare il duolo

Per quelli che non sono più tra noi,

Per uguagliare poveri ed agiati,

Sonate in aiuto di chi è solo.

 

Sonate per scacciare vecchi conflitti,

E una causa che non cessa mai;

Sonate per una vita migliore,

Con più miti maniere e più diritti.

 

Sonate per scacciare peccati e flagelli,

La mancanza di fede dei tempi;

Per scacciare le tristi rime,

Ed accogliere tutti i menestrelli.

 

Per scacciare il falso orgoglio e le pene,

La maldicenza e il rancore;

Per accogliere l’amore del vero,

E il comune amore del bene.

 

 

Per scacciare la follia fatale,

E l’angusta brama dell’oro;

Per scacciare le migliaia di guerre

E accogliere lunghe ere di pace.

 

Sonate e accogliete le gesta e con esse

Un cuore e una mano più gentili;

Scacciate via il buio della terra,

E accogliete il Cristo che dev’essere.

 

1850

 

(C)by Paolo Statuti

 

 

 

Vladimir Majakovskij: A Sergej Esenin

8 Dic

 

Sergej Esenin

Sergej Esenin

Vladimir Majakovskij

Vladimir Majakovskij

 

Ve ne siete andato,

come dicono,

all’altro mondo.

Il vuoto…

Volate,

imprimendovi nelle stelle.

Nemmeno una bettola,

nemmeno un acconto.

Lucidità.

No, Esenin,

no,

non vi sto beffando.

Ho l’amarezza

in bocca –

non l’ilarità.

Vedo –

Il polso reciso piegando,

delle vostre

ossa

il sacco oscillate.

– Smettetela!

Fermatevi!

Avete perso la testa?

Lasciare

che le guance

inondi

il gesso mortale?!

Voi

che in ogni occasione

sapevate cavarvela

come nessun altro

al mondo

sapeva.

Perché allora?

Perché?

Costernazione!

I critici barbugliano:

– Tutta colpa

di questo…

di quello…

e – principale ragione –

lo scarso legame,

e il risultato? –

molta birra e molto vino. –

Dicono,

dovevate lasciare

la bohème

e unirvi alla classe,

con la classe voi

non avreste fatto scenate.

Perché, la classe

la sete

spegne con le aranciate?

Anche la classe beve

e come!

Dicono,

se vi avessero affidato

a qualcuno di “Na postù” –

il vostro contenuto

sarebbe stato

assai più pregevole.

Voi

avreste scritto

cento strofe

al giorno,

lunghe

e stucchevoli,

come Doronin.

Ma io penso,

che giunto

a tale paranoia,

vi sareste tolto

la vita prima.

Assai meglio

è morire di vodka,

che di noia!

Non ci sveleranno

mai

le cause di questa morte

nè il laccio,

né il temperino.

Ebbene,

si fosse trovato

l’inchiostro all’”Angleterre”,

non avreste avuto motivo

di tagliarvi

le vene.

Si sono rallegrati i plagiari:

bis!

Poco è mancato

che litigassero

tra loro.

Perché mai

aumentare

il numero dei suicidi?

Meglio

produrre

più inchiostro!

Per sempre

adesso

la lingua

si chiuderà tra i denti.

Pesa

ed è fuori luogo

risvegliare l’arcano.

Per la gente,

per chi crea il linguaggio,

è morto

un rinomato

beone artigiano.

E portano

rottami funebri di versi

di precedenti

funerali

senza niente cambiare.

Nel tumulo

ottuse rime

conficcano come paletti –

ma è così

che un poeta

si deve onorare?

A voi

un monumento non hanno fuso ancora, –

dov’è,

di bronzo sonante

o di granita fattura? –

e nei recinti della memoria

già

hanno portato

di dediche

e di ricordi la lordura.

Il vostro nome

sbavano nei fazzolettini,

la vostra parola

insaliva Sobinov

e intona

sotto una marcia betulla –

“Non una parola,

o ami-ico mio,

non un sospi-i-i-i-ro”

Ah,

parlare in altro modo

con questo

Leonid Lohengrinyč!

Alzarsi qui

come rombante attaccalite:

– Non permetterò

di balbettare

e storpiare i miei versi! –

Rintronarli

con un fischio

a tre dita

alla nonna

e a Dio all’anima alla madre!

Per spazzar via

l’incapace gentaglia,

gonfiando

loro

le vele delle giacche,

perché

preso dal panico

Kogan scappi via,

i passanti

ferendo

con le picche dei baffi.

La lordura

finora

si è poco diradata.

C’è molto da fare –

occorre sbrigarsi.

La vita

bisogna

prima rifarla,

e rifatta –

la si può decantare.

Questo tempo –

è difficile per la penna,

ma ditemi

voi,

mostri e storpiati,

dove,

quando,

quale grande ha mai scelto

una strada

più battuta

e più facile?

La parola

comanda

la forza umana.

Avanti!

Che il tempo

dietro di noi

scoppi come cento granate.

Dei vecchi giorni

il vento

ricordi

soltanto

le chiome arruffate.

Per l’allegria

il nostro pianeta

è male attrezzato.

Bisogna

strappare

la gioia

ai giorni che verranno.

In questa vita

morire

non è arduo.

Vivere

è assai più complicato.

 

1926

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

Vladimir Majakovskij e Sergej Esenin – due grandi poeti in continuo dissidio tra loro, e non poteva essere diversamente: il primo – membro fondatore del LEF (Fronte di Sinistra delle Arti), cantore del proletariato, definito il “gigante fragile”, devoto in amore, modesto e costumato nei rapporti umani, rivoluzionario autentico che si batteva per la libertà totale dell’individuo da ogni oligarchia; il secondo – geniale poeta contadino che non tollerava rivali, “eroe” della bohème moscovita, sfrenato bisessuale con una vita turbolenta e disordinata come pochi…

L’atteggiamento negativo di Esenin verso Majakovskij è stato sottolineato da diversi letterati della cerchia di quest’ultimo. Il critico e storico della letteratura V.B. Šklovskij, ad esempio, afferma che «a Esenin non piaceva Majakovskij e strappava i suoi libri, se li trovava in casa». Il poeta V.S. Roždestvenskij definisce «strani» i rapporti tra i due poeti: «C’era tra loro una ostilità che non si attenuava mai. Per Majakovskij Esenin era un evidente “male lirico”. Polemizzando con quest’ultimo e con il suo entusiastico uditorio, giudicava con ironia

gli incontri poetici del rivale. L’irascibile ed estremamente permaloso Esenin non glielo perdonò mai». Ed ecco una testimonianza del poeta proletario N. Poletaev: «Una volta, durante un ricevimento presso la Casa della Stampa, a capodanno, dopo aver abbondantemente bevuto, Esenin importunava Majakovskij, gridandogli quasi piangendo: «La Russia è mia, capisci? – mia, e tu…tu sei americano! La Russia è mia!» Al che Majakovskij rispose tranquillamente: «Prego, prendila pure! Mangiala col pane!»

Non è un segreto per nessuno che Majakovskij si riteneva un genio, e di conseguenza considerava la creazione degli altri poeti, inclusi i classici della letteratura russa, con un certo disprezzo. Alcuni li criticava apertamente, altri li derideva, altri ancora li tacciava di grafomani, in quanto le loro opere non avevano alcun valore per le generazioni future. Nei confronti di Esenin il suo atteggiamento era assai controverso, riconosceva in lui il talento letterario, ma non poteva accettare la mancanza di idee e di principi in questo “rinomato beone artigiano”, ritenendo che Esenin avrebbe dovuto usare il suo ingegno non per descrivere le bellezze della natura russa, ma per il bene della rivoluzione.

Malgrado ciò, dopo la tragica morte di Esenin, Majakovskij riesaminò il suo giudizio sulla vita e la creazione del poeta contadino, tanto che nella primavera del 1926 scrisse la famosa poesia “A Sergej Esenin”, da cui emergono sentimenti diversi: rammarico, costernazione, comprensione…Non intendo fare qui un’analisi di questa poesia, mi limiterò quindi a richiamare l’attenzione sulla strofa finale, che è una polemica parafrasi delle famose parole  dell’ultima poesia di Esenin: «In questa vita morire non è nuovo,/ma più nuovo non è neanche vivere”. Quando Majakovskij scrisse questa poesia la versione ufficiale della scomparsa di Esenin era il suicidio, ed egli non poteva prevedere che un giorno essa sarebbe stata messa in dubbio. Egli era convinto che Esenin si fosse tolto volontariamente la vita, perché non aveva saputo trovare il suo posto nella nuova società. Oggi, dopo la pubblicazione dei documenti della GPU, dove risulta che il poeta sarebbe stato assassinato, anche l’autenticità della celebre lettera scritta da Esenin col proprio sangue, in mancanza dell’inchiostro, prima di morire, viene messa in discussione, e si pensa che sia stata architettata per avvalorare la tesi del suicidio. Esenin con la sua vita sregolata, con le sue critiche al potere sovietico, con la sua rabbia per quanto riguardava la popolazione contadina che si sentiva delusa e tradita dalla rivoluzione – era diventato un personaggio molto scomodo per il regime. Del resto, alcuni particolari relativi al corpo appeso al tubo del riscaldamento, fanno propendere per la tesi dell’omicidio: la mano era in una posizione innaturale, come se avesse cercato di sollevarsi per non essere strozzato, il laccio non era ben stretto, i graffi sul braccio destro e una contusione sotto l’occhio sinistro, farebbero pensare a una disperata colluttazione con i suoi sicari, anche se probabilmente era ubriaco. L’autopsia rivelerà inoltre che la spina dorsale era spezzata, come se qualcuno gli avesse afferrato le gambe e lo avesse tirato giù con forza mentre era appeso.

E il “suicidio” di Majakovskij? Sospetti e mistero hanno sempre circondato la sua morte. Secondo la tesi più credibile, egli fu istigato al “suicidio” dalla polizia politica di Stalin, se non si trattò invece di un vero e proprio omicidio. Il regista Aleksandr Dovženko, che era con Majakovskij alla vigilia della morte, ricorda: «Eravamo seduti insieme in giardino, tutti e due abbattuti, lui spossato dalle nullità, dai ruffiani, dai cannibali e dagli speculatori…» Con i suoi attacchi ai burocrati che, a suo avviso, “strangolavano” la rivoluzione, nel 1930 Majakovskij aveva perso del tutto i precedenti favori del regime staliniano. Tra le altre cose resta un mistero la pistola fornita al poeta dalla GPU. Egli ne fu sorpreso e voleva restituirla, ma gli agenti insistettero perché la tenesse, facendogli capire che tali erano le “disposizioni”. In conclusione Majakovskij e Esenin, due poeti rivali così diversi tra loro, per ironia della sorte furono accomunati da una morte simile.

Ma quanti altri poeti russi sono morti tragicamente! E’ incredibile quanti abbiano risposto al mio lugubre appello:

 

Kondratyj Ryleev, decabrista, impiccato nel 1826, 31 anni

Aleksandr Griboedov, trucidato a Teheran nel 1829 da fanatici musulmani, 34 anni

Aleksandr Puškin, morto in un duello-farsa nel 1837, 38 anni

Michail Lermontov, morto in duello nel 1841, 26 anni

Nikolaj Gumiljov, fucilato nel 1921, 35 anni

Sergej Esenin, suicidio-farsa nel 1925, 30 anni

Vladimir Majakovskij, suicidio-farsa nel 1930, 37 anni

Nikolaj Kljuev, fucilato nel 1937, 53 anni

Sergej Klyčkov, fucilato nel 1937, 48 anni

Pavel Vasil’ev, fucilato nel 1937, 27 anni

Nikolaj Olejnikov, fucilato nel 1937, 39 anni

Piotr Orešin, fucilato nel 1938, 51 anni

Boris Kornilov, fucilato nel 1938, 31 anni

Osip Mandel’štam, morto in un gulag nel 1938, 47 anni

Marina Cvetaeva, morta suicida nel 1941, 49 anni

Michail Golodnyj, morto nel 1949 in un incidente automobilistico, 46 anni

Nikolaj Rubcov, ucciso nel 1971 dalla fidanzata, 35 anni

Aleksandr Galich, ufficialmente ucciso nel 1977 da una scarica di corrente elettrica

nella sua abitazione di Parigi, ma secondo un’opinione diffusa la sua morte è stata

un omicidio o un suicidio, 59 anni

 

Come spiegarlo? Perché i poeti – è comprensibile. Essi sono più sognatori, impressionabili, irrazionali delle altre persone. Cioè – più vulnerabili. Ma perché proprio i poeti russi? Non c’è nessun altro paese in cui tanti poeti siano deceduti di morte violenta. A mio avviso si possono individuare tre cause. La prima è politica: la crudeltà dei regimi zarista e sovietico, responsabili direttamente o indirettamente. La seconda è psicologica. Qualcuno ha scritto: «L’anima del poeta è irrazionale. L’anima russa è irrazionale. L’anima del poeta russo è dunque doppiamente irrazionale». La terza causa è fatale, cioè è voluta da un tragico fato che come una maledizione agita le sue nere ali sulla poesia russa.

 

                                                                                                                Paolo Statuti

 

(C) by Paolo Statuti

Natale con Boris Pasternak e Il’ja Repin

6 Dic
Jl'ja Repin (1844-1930): La Nascita di Cristo, 1890

Jl’ja Repin (1844-1930): La Nascita di Cristo, 1890

 

Boris Pasternak (1890-1960)

La stella di Natale

L’inverno regnava.

Soffiava il vento della steppa.

Nella grotta sul pendio del colle

Il Bambino tremava dal freddo.

 

Il bue alitava il suo calore.

Gli animali domestici

Stavano fermi e in silenzio,

Sulla greppia un caldo vapore.

 

Scotendosi di dosso il fieno

E il miglio dei giacigli,

I pastori guardavano assonnati

La lontananza di mezzanotte.

 

Lontano: un cimitero innevato,

Steccati, pietre tombali,

Due stanghe nella neve,

Sulle tombe il cielo stellato.

 

E vicino, una stella mai vista,

Come timida lucerna

Nel capanno del guardiano,

Mostrava la via per Betlemme.

 

Ardeva come paglia, distante

Dal cielo e da Dio,

Come riflesso di un incendio,

Come fattoria e granaio in fiamme.

 

Si alzava come cumulo ardente

Di paglia e di fieno

Nell’intero universo,

Turbato dalla nuova stella.

 

Il suo rosso bagliore

Era un segno,

E tre astrologi si affrettavano

Dalla luce attirati.

 

Dietro i cammelli coi regali,

E piccoli asinelli

Scendevano il pendio bardati.

 

Come strana visione il mondo

Futuro sorgeva lontano:

Pensieri di secoli, speranze,

Gallerie e musei, burle

Dei folletti, azioni dei maghi,

Abeti del mondo, sogni d’infanzia.

 

Il tremolio delle candele,

Lo sfarzo degli addobbi colorati…

…Il vento della steppa sempre più furioso…

…Le mele e i piccoli globi dorati…

 

Lo stagno in parte celato dai rami

E in parte visibile tra i nidi

Dei corvi e le cime degli ontani.

 

I pastori vedevano bene gli asini

Lungo l’argine e i cammelli.

– Andiamo a vedere il prodigio, –

Essi dissero, avvolti nelle pelli.

 

Camminando si erano scaldati.

I cani dei pastori abbaiavano

Alle impronte dei piedi sulla neve,

Che portavano alla grotta

Lucenti come fogli argentati.

 

La fredda notte sembrava una fiaba,

Di continuo qualcuno non visto

Si univa alla folla.

I cani si guardavano intorno,

Come temendo qualcosa.

 

Lungo la strada anche gli angeli

Si univano a quelli in cammino,

Incorporei e non visti,

Ma lasciando le impronte dei piedi.

 

Sulla soglia la ressa pigiava.

Spuntava il giorno. Si mostravano i cedri.

– Chi siete? – chiese Maria.

– Siamo pastori e inviati dei cieli,

Siamo qui per adorarvi.

– Tutti insieme non potete.

Aspettate qui.

 

Nella grigia nebbia dell’alba

Si affollavano bovari e pecorai,

Cavalieri e gente a piedi litigavano,

Presso il trogolo di legno

Gli asini scalciavano.

 

Spuntava il giorno. L’alba toglieva

Dal cielo le ultime stelle come brace.

E fra tutti soltanto i Magi

Maria nella grotta fece entrare.

 

Egli dormiva splendente nella greppia,

Come la luna in un cavo di betulla.

Anziché calde pelli le narici del bue

E le labbra dell’asino lo scaldavano.

 

I Magi stavano fermi nell’ombra,

Trovando a stento le parole.

Una mano si protese dal buio

E toccò uno di loro.

Si spostò e vide: dalla soglia guardava

La Vergine la Stella di Natale.

1947

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

(C) by Paolo Statuti