Tag Archives: poesia russa

Fryderyk Chopin nella poesia russa

18 Mag

 

 

Monumento a Fryderyk Chopin nel parco Łazienki di Varsavia

 

 

Bella Achmadulina (1937-2010)

 

La mazurca di Chopin

Quale sorte ci aspettava,

che fortuna ci è toccata,

quando il disco rotante

solo lui ci separava!

 

All’inizio con sibilo, esilmente,

come biscia tolta alle pietre,

ma il viso di Chopin mostrava

sempre più evidente.

 

Ed esile come provetta

che contiene acqua azzurra

era lì la fanciulla-mazurca

e scoteva la testa.

 

Ma come così fragile e perché,

con quel bianco visino polacco,

lei comprese le mie tristezze

e le prese tutte su di sé?

 

Tendeva le braccia e lontano

scompariva lasciando

concentrati quei suoni

nel disco rigato dall’ago.

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Aleksandr Revič (1921-2012)

 

La casa di Chopin

 

Un vecchio albero,

La terra più vecchia,

Il mattino più saggio della sera,

Anche grigio

nelle umide nubi,

Con la tramontana

sui funghi

degli alberi.

Albero polacco

sul campo avvallato,

Da quanti,

Quanti anni

di questo sono malato.

Da una sonora goccia

dell’inizio di aprile

Nella lontana infanzia

per sempre ferito,

E come ritorno

di quel dolore –

Questo albero

e questa campagna.

Vecchio parco di Żelazowa Wola.

Dietro la siepe il campo avvallato.

Non c’è ferro qui

né granito,

Solo il rame risuona

della polonése,

Solo i tigli – a coppie –

Scorrono nel vecchio viale,

Solo un albero,

solo una betulla

La nudità cela pudica,

Sullo stagno facendosi le trecce,

Betulla, dolce betulla,

fanciulla viva.

Scusate, cara signora, –

A voi non sussurro parole,

come in un romanzo,

A voi, innamorata di Chopin –

Giovane, magro e castano.

Mi vergogno che con tali parole

A un tratto mi umilio

davanti a voi

così altera,

Io, innamorato dalla nascita

di questo tremolante riflesso

Degli esili rami

sul freddo specchio.

Datemi la mano, per amor di Dio,

Datemi la mano,

date la mano

Come segno d’incontro

e di addio.

 

1968

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Anna Achmatova (1889 – 1966)

 

Ascoltando la musica

 

Di nuovo mi giunge la polonése di Chopin,

O mio Dio! – quanti ventagli

E occhi abbassati e dolci volti,

Ma è vicina e fruscia l’infedeltà.

L’ombra della musica è balenata

Ma non ha turbato il verde lunare.

Oh, quante volte qui mi sono sentita gelare

E qualcuno terribile alla finestra mi salutava.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

E’ pauroso lo sguardo delle statue senza nasi,

Ma lasciami e per me non lottare

E non pregarmi così amaramente.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

E una voce dell’anno tredici

Di nuovo grida: sono qui, di nuovo tuo…

A me non serve la fama e la libertà,

Troppe cose conosco…ma tace la natura

E aleggiò una tombale umidità.

 

Komarovo 1957

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

(C) by Paolo Statuti

Annunci

Poesia

16 Mag

 

Boris Slutzkij

Władysław Broniewski

 

Il grande poeta polacco Władysław Broniewski (1897-1962), già presente nel mio blog con alcune poesie nella mia versione, durante un’intervista confessò: «Non so cos’è la poesia, non so perché c’è e a che serve… So che a volte chi legge dei versi piange…» Già, ma il pianto, voleva aggiungere il poeta, è solo una delle tante reazioni che un verso dovrebbe suscitare nel lettore, e non può essere né la principale, né la più frequente. Penso di interpretare bene il pensiero di Broniewski, dicendo che tra il poeta e il suo lettore si stabilisce una simbiosi, un momento di intima convivenza, il cui l’anima dell’autore si rispecchia in quella di chi legge. Se ciò non avviene, è perché la poesia è troppo avara di sentimenti e impressioni per poter trasmettere qualcosa, o perché il lettore non è in grado di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda del poeta.

Nel 1973 è uscita a Varsavia (Ed. Iskry) una bella antologia dal titolo Dico poesia – penso Polonia, La Polonia nella poesia russa del XX secolo. Da questo volume ho scelto e tradotto questa poesia di Boris Slutzkij (1919-1986), dedicata proprio a Władysław Broniewski.

 

*  *  *

                                 A Władysław Broniewski

                                 per il suo ultimo compleanno.

 

Finché sui versi piangeranno

ora insultando ora esaltando,

finché, come moneta, li custodiranno,

e, come il pane, li chiederanno –

 

non cesserà di risonare,

non smetterà di sbocciare

la nostra opera. Essa non è sparita,

come non sparì la Polonia,

benché tre volte sia stata spartita.

Per chi ama il paragone,

dirò senza esitazione:

a un polacco paragono il verso russo,

alla Polonia – la nostra musa.

 

Finché la incitano e l’innalzano,

essa infuria e ride.

E ciò che è stato,

e ciò che sarà, –

essa sapere non vorrà.

1965

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Peretz Markish (1895-1952)

4 Mag

Peretz Markish

 

 

Peretz Davidovič Markiš, poeta, romanziere e drammaturgo ebreo sovietico che scrisse prevalentemente in lingua yiddish, nacque nella cittadina di Polonne appartenente all’impero russo (oggi Ucraina) da una famiglia di ebrei sefardi. Fino all’età di dieci anni frequentò una scuola elementare ebrea di carattere religioso (cheder) e studiò con il padre insegnante di religione. Da bambino cantò nel coro della locale sinagoga. Fu impiegato di banca e insegnante privato.

Studiò presso l’Università Popolare “A. L. Šaniavskij” a Mosca e come autodidatta. Nel 1912 scrisse i primi versi in russo. Nel 1916 combatté come soldato semplice dell’esercito imperiale russo e restò ferito. Un anno dopo si stabilì presso i genitori a Ekaterinoslav (oggi Dnepropetrovsk) in Ucraina, e nel 1918 a Kiev. In quel periodo esordì con poesie e racconti pubblicati dal giornale Il combattente. La sua prima raccolta poetica Le soglie, uscita a Kiev nel 1919, suggellò la sua reputazione. Il ciclo Il cumulo (1921) fu scritto in risposta ai pogrom ucraini del 1919-20.

Nei primi anni ’20 fu nel gruppo dei poeti yiddish di Kiev, che includeva anche David Hofstein e Leib Kvitko. Essi tendevano a una riforma rivoluzionaria della vita e della poesia. Dopo una serie di pogrom, nel 1921 partì per Varsavia. Successivamente visse in Francia e visitò la Germania, l’Inghilterra, la Francia, la Spagna e la Terra d’Israele. A Varsavia pubblicò con I. J. Singer l’antologia letteraria espressionista La banda. Un secondo numero di essa uscì a Parigi, con la copertina illustrata da Marc Chagall. Nel 1924 fu co-fondatore ed editore dei Fogli letterari a Varsavia.

Nel 1926 Markiš tornò nell’Unione Sovietica, dove scrisse una serie di poesie ottimistiche, inneggiando al regime comunista, quali ad esempio I fratelli (1926) e La mia generazione (1927). Il suo romanzo Generazione dopo generazione (1929), riguardante la genesi della rivoluzione in una piccola città ebrea, fu però tacciato di “sciovinismo ebreo”. Nel 1939 ricevette l’Ordine di Lenin e nel 1942 entrò nel partito comunista sovietico.

Nel 1942 Stalin  ordinò la formazione del Comitato Ebraico Antifascista, allo scopo di influenzare l’opinione pubblica internazionale e sostenere politicamente e materialmente la lotta sovietica contro la Germania nazista, soprattutto da parte dell’Occidente. Solomon Mikhoels, il popolare attore e direttore del Teatro Ebreo Statale di Mosca fu messo a capo del comitato. Tra i suoi membri figuravano Der Nister, Itzik Feffer, Peretz Markiš e Samuel Halkin. I loro testi erano pubblicati anche dai giornali americani. Nel 1946 Markiš ricevette il Premio Stalin e scrisse diverse poesie in suo onore. Tuttavia, il Comitato Ebreo Antifascista, guardato con diffidenza già subito dopo la fondazione, fu accusato di svolgere attività antisovietica. I reati ad esso attribuiti erano: nazionalismo borghese, creazione di una rete clandestina antisovietica, tradimento ai danni dell’URSS, spionaggio per conto degli Stati Uniti e complotto sionista ispirato da questi ultimi. Di conseguenza, Solomon Mikhoels fu ucciso dalla polizia segreta nel gennaio del 1948, per evitare un processo farsa. Altri scrittori, tra i quali Markiš, furono arrestati un anno dopo e fucilati nella cosiddetta “Notte dei Poeti Assassinati” nell’agosto del 1952.

Dopo la morte di Stalin la vedova del poeta Esther e i suoi figli Šimon e David Markiš, si impegnarono per la sua riabilitazione, che avvenne nel novembre del 1955. In seguito a ciò, molte sue poesie furono tradotte da diversi poeti, tra i quali anche Anna Achmatova, e pubblicate nel 1957.

Riporto qui alcuni brani tratti dal volume Schizzi e ritratti (1975) dello studioso di scienze filologiche G. Remenik, dedicato all’opera degli scrittori e poeti ebrei sovietici: “Nella creazione di Peretz Markiš tutto è notevole. Sulle sue labbra la cosa più minuta diventa grande e importante. Ma il più delle volte egli si esprime sulle cose grandiose: sul mondo delle esperienze interiori dell’uomo e della lotta sociale, sul mondo della natura, che nella sua poesia abbraccia l’intero universo… Il suo pathos non conosceva barriere. La sua anima ardente rispondeva a tutti i fenomeni circostanti. Egli è romantico e realista insieme. Parlando dell’universo resta saldamente coi piedi in terra. Il suo fervido sguardo e il pensiero erano rivolti alle stelle, l’animo e il cuore erano ricolmi di gioia di vivere.

Peretz Markiš ha iniziato la sua creazione come lirico e tale è rimasto fino alla fine dei suoi giorni, benché dalla sua penna siano usciti anche ampi quadri epici e romanzi… Nel tessuto metaforico del suo linguaggio poetico si manifesta il suo inimitabile modo di esprimere pensieri e impressioni, passioni e impulsi… La parola poetica degli ultimi anni è satura di meditazioni e pensieri filosofici, volti a studiare a fondo il recondito significato dell’esistenza umana…

I grandi poeti hanno spesso doti profetiche e prevedono il proprio  destino. Anche Markiš scrisse il suo canto del cigno nel 1949, poco prima dell’arresto, ed è la poesia Riempi il bicchiere, che figura tra quelle tradotte e qui presentate. Per le mie versioni ho usato quelle in russo effettuate da vari poeti. Questa volta ho di proposito tralasciato le rime, per evitare eventuali ulteriori modifiche dei testi originali, spesso inevitabili quando il traduttore vuole conservarle.

 

Poesie di Peretz Markiš tradotte da Paolo Statuti

 

Io sono solo un fuscello sperso nei campi…

Io sono solo un fuscello sperso nei campi,

Un germoglio cullato dal respiro del mattino…

O terra! Su di te mi basta essere uno stelo,

Cullato nell’ombra azzurrina,

Per misurarmi con te in grandezza!

Sono solo un venticello, improvviso e fuggente,

Soffiato sull’erba dall’alto…

Essere venticello mi basta, o eternità,

Per essere come te senza fine!

Finché la terra non si separerà dal calore

E il sole ad essa mostrerà il suo disco,

Mi basta essere una tua particella,

E sarei grande come te, o universo!

 

1917  (Dalla versione di L. Rust)

 

Prima di sera

I rami tesi come braccia alle nubi,

Essi ardono di verde fiamma.

Le querce in melodioso silenzio,

Benedicendo il dorato tramonto.

 

Pigre nelle stalle mugghiano le mucche,

Le porte al buio si chiudono dal sonno,

I boschi lontani si tingono di lilla scuro,

E muore il vento con una foglia sulle labbra…

 

1918  (Dalla versione di D. Markiš)

 

Io – l’uomo…

 

Io – l’uomo!

Io – il senso dei mondi,

Io – l’essenza dell’eternità stessa.

Di pietra, di terra,

Di giorni e di notti io sono fatto.

Il viso rivolgo ai cieli:

Tutto il mondo – io stesso!

 

Di lontananze azzurre io sono fatto,

Di tessuto dell’essere,

Di tutti i tempi.

Io stesso – nel tempo,

E il tempo – sono io!..

 

1919  (Dalla versione di D. Markiš)

 

Roma

 

Con chi schermiscono i fioretti delle tue fontane d’argento,

E cosa esige la tua morta gloria?

Oh, cenere di secoli! Nauseanti fumi spargendo,

Le cupole della liturgia sbiadiscono e si offuscano, sfiorite…

Non si vedono colombi sulle tue austere basiliche,

Nei campanili dimorano gli orecchiuti pipistrelli…

Roma, tu ancora bruci! Non è il sole di un’alba morente

Che marcisce, esaurendosi, come memoria d’illustri secoli?

Invano il giorno accende le tiare delle sante cattedrali,

La sera spegne la loro fiamma… E le ombre in logori sai

Al triste suono zoppicano dai cimiteri lontani.

O solenne epitaffio di raggi dorati!

Le cupole, i campanili in balia di venti furiosi…

Con chi, con chi schermiscono i fioretti delle tue fontane?

 

1923  (Dalla versione di D. Brodskij)

 

Il pipistrello

 

Non è più notte, non è ancora giorno,

E la luce dell’alba è ancora ignota,

E il pipistrello, come ombra,

Entra in una crepa tra buio e luce.

Scivola nel sonno,

Come visione di visioni

A un tratto oltrepasserà la svolta dei tempi

Con un zigzag d’ombra fugace.

Esso si affretta a casa.

E’ ora! Ha paura del sole.

Lo tormenta la luce diretta

Della finestrella che acceca come rame.

Sollevato lo scialle di membrana

Sulla scura testa,

Vola lontano chissà dove,

Fischiato dall’azzurro.

Come sia già giorno e non sia più notte –

Il pipistrello non può capire.

C’era la luce. E di nuovo è buio.

Ora vola in basso, ora in alto.

Stanco, abbagliato,

Da un raggio obliquo non riscaldato,

In un attimo vola via

Sull’incerta svolta fra tenebra e luce.

 

1948  (Dalla versione di L. Ozerov)

 

Unione

 

Non è difficile a un rametto incurvarsi, chinarsi

E mostrare ospitalità a un usignolo,

E, ubriaco di canto, assopirsi,

E, forse anche, dimenticare il suo dolore.

E sembra: cantano le verdi fessure,

E i suoni e il rametto si sono abbracciati…

E sorge il canto, dove sono inseparabili

La linfa dell’albero e il sangue del cantore.

Ciò non dispiace al rametto – gli è gradita

L’unione dei cuori che si amano.

Cosa gli resterà, quando all’improvviso

Un frutto si staccherà e il cantore volerà via?

 

1948  (Dalla versione di L. Ozerov)

 

Un suono giunge furtivo dai monti

 

Ascolta l’urlo cupo del vento,

Le folate di singhiozzi, portate dalla mente:

Sono i monti che singhiozzano, coperti di tenebra,

O piange l’impenetrabile tenebra stessa?

Chiedi ai monti: perché essa piange?

Non le piace, forse, il freddo tramonto?

E il vento burlone coi rami pettegola,

E i rami in risposta tristi gli ronzano.

Ma forse, là si è smarrito un viandante,

Che non poteva lottare col vento?

Dai singhiozzi la pace dei monti è turbata,

Striscia sulle cime la fredda notte.

 

1948  (Dalla versione di A. Golemba)

 

Autunno

 

Là le foglie non frusciano in segreta angustia,

E, arricciate, giacciono e sonnecchiano al vento,

Ma ecco una dal sonno si è mossa sulla strada,

Come un topo dorato – a cercare la sua tana.

 

E il giardino non vigila – entri pure chi vuole,

Là bufere, freddo, pioggia sghemba e sferzante,

E – nessuno. Solo la tristezza qui le lacrime sparge,

Ma ecco esitante mi giunge un ronzio.

 

Un’ape cammina in fretta sulla soffice rena.

Dal pesante cerchio il ventre è stretto,

E striscia tra un monticello e un ceppo

E con spasimo a un tratto si rizza sulla testa,

 

E le alucce a un tratto solleva di traverso,

Come ombrello rotto, esse si protendono,

E la morte già si sente nel ronzio affrettato…

Per l’autunno il silenzio passa nel giardino.

 

1948  (Dalla versione di A. Achmatova)

 

La musa

 

Era prima o dopo tutto ciò?

Il sogno scorre come onda.

La mamma è con me fino all’alba,

Come nell’infanzia, con me…

Ricordo che si svegliava, non sapendo

Se dormo e respiro nel silenzio notturno,

Accorreva al mio lettino scalza

E trepida, si chinava su di me…

La calde mani materne

Accarezzano il mio cuore,

E io sento i diletti suoni –

La sua ninnananna.

Non ho la forza di cogliere il canto,

La sguardo materno è celato nella nebbia,

Ma nei motivi lontani e cari

La gioia dell’infanzia, come un tempo, risuona.

La tempesta a volte ulula di notte,

Piena d’incomprensibile astio…

La mamma!.. La mamma, come un tempo con me,

Come nell’infanzia, lei è con me!

 

1948  (Dalla versione di E. Levontin)

 

Riempi il bicchiere!

 

Riempi il bicchiere!

Siamo saliti sul pendio

Più in alto di un uccello e di una nube,

Abbiamo raggiunto la vetta, –

Riempi il bicchiere di vino.

Alziamo i boccali,

Perché l’augurio diventi realtà!

Il canto ha condotto lontano,

Noi l’abisso abbiamo superato,

Toccando cupe profondità, –

Riempi il bicchiere di vino,

Perché i fiumi del potere popolare

Non si asciughino nei secoli!

L’estate è finita all’improvviso,

E’ giunto presto l’autunno,

Anche l’inverno deve arrivare, –

Riempi il bicchiere di vino!

Solleviamo il boccale schiumoso

Per la fioritura della nuova era.

Noi invecchiamo! Non fa niente!

Con noi il nostro secolo vivrà bene,

Dedito interamente alla patria. –

Riempi il bicchiere di vino!

Invidiando per il diritto,

Ricordino i nipoti la nostra fama!

Quanto nel vasto mondo

Fino al triste termine,

Ci è stato dato di vivere e splendere!..

Riempi il bicchiere di vino!

Volgiamo i volti alle stelle –

Che il desiderio si avveri!

 

1949  (Dalla versione di A. Revič)

 

 

(C) by Paolo Statuti

Bella Achmadulina (1937-2010)

23 Apr

 

 

Bella Achmadulina

 

Mi risulta che della nota poetessa russa Bella Achmadulina siano uscite in italiano le seguenti raccolte:

Tenerezza e altri addii, a cura di Serena Vitale, Ed. Guanda, 1971

Poesie scelte (1956 – 1984), a cura di Donata di Bartolomeo, Ed. Fondazione Piazzolla, 1993

Poesia, a cura di Daniela Gatti, Ed. Spirali, 1998

Lo giuro. Antologia poetica, a cura di Serena Vitale, Ed. Interlinea, 2008

 

Il poema Avventura in un negozio d’antiquariato che presento nella mia versione, se non è inserito anche nell’antologia Lo giuro, compare solo nella raccolta curata da Daniela Gatti. E’ una traduzione encomiabile, ma non rimata come il testo originale.

 

Il poema Avventura in un negozio d’antiquariato tradotto da Paolo Statuti

 

Perché? – come in un bosco per riparo,

o per la quiete o solo per oziare, –

senza aver niente da desiderare,

entrai in un negozio d’antiquario.

 

Il proprietario mi guardò di traverso.

Non fosse stato stanco da secoli già

Di curare i fiori della tarda età,

egli non mi avrebbe mai aperto.

 

Lo spaventava una perdita seria

dei calici e del cristallo malato.

La viva infamia di un tempo mutato

gli era insieme nemica e straniera.

 

Mi scelse tra le restanti persone,

e mite preparò un brutto tiro,

e l’odio, mescolandosi al respiro,

sorse in lui come attimo di amore.

 

La gente intanto faceva affari,

e uno straniero, solo lui fra tanti,

toccando il coro di gocce vacillanti,

esaminava vecchi lampadari.

 

– Mancano le vocine, – egli notò, –

di gocce perse in remoti festini, –

e allora si offese come i bambini

e già stufo alla sua casa ritornò.

 

Una vecchia da una fonda sofferenza

tirò fuori un mesto argenteo granello,

per le sue mani era un fardello

l’arcano del bene e dell’esistenza.

 

Che tristezza – tra serre oscurate

guardare l’agonia autunnale

di cose altrui alla luce finale

di fuochi spenti e di facce passate.

 

Ed ecco che nella quiete spogliata,

risonò un richiamo di fragranza:

attendeva risposta nella stanza

il vago gesto di un’anima ignorata.

 

Il trombettiere di un noto dolore

sonò come alla vigilia di un sonetto, –

così esige di una scena l’oggetto,

e corri, come il cane chiamato corre.

 

Queste voci di nessuno mi son note.

O pianto che vuole essere cantato!

Una muta preghiera ha risonato

come grido: – Aiuto! – nella notte.

 

Disperandosi senza più vigore

la muta gola udivo singhiozzare.

Corsi a quel richiamo e per cominciare

dissi: – Non piangere, bimbo del cuore.

 

– Che cercate? – l’antiquario domandava. –

Qui tutto è morto e non adatto al pianto. –

E sperando nel successo, intanto,

Con la spalla premeva e si strusciava.

 

Uniti dall’ostilità, stavamo

spalla a spalla. Risposi in tono secco:

– Con la ferita aperta dell’orecchio,

desidero sentire ciò che amo.

 

Disse adirato: – Andate via in fretta!

E a un tratto tra i dubbi della demenza,

brillò il genio nella mia coscienza

ed esclamai: – Quella scatoletta!

 

– Borsetta? – Scatoletta! – Spinetta?

– Quella scatoletta di legno nero. –

Egli impallidì e gridò severo:

– Tutto potete, ma non la scatoletta.

 

Io vi supplico, io vi scongiuro!

Siete giovane, di benzina odorate!

Se in qualche magazzino voi andate,

troverete plastica di sicuro.

 

– Siete gentile, ma io vi dico:

– La plastica la odio cordialmente. –

E mi adulava: – Siete saggia e attraente.

Amate la fragilità dell’antico.

 

Anche io amo il suo calendario.

Ecco qui il ritratto di un bambino.

Ha un secolo. Lavoro sopraffino.

Ecco, prendetelo, ve lo regalo.

 

Un angelo triste col viso malato.

Ha i ricci e una sguardo celestiale.

Polmonite dopo un temporale.

E il buio dei cieli su lui è calato…

 

Io non mi curo della mia triste vita,

e voi volete assegnarmi la sorte

di piangere per sempre la sua morte

e la madre dal dolore impazzita?

 

– O un servizio per ventisei persone! –

esclamò con la speranza nel cuore. –

Cento pezzi di enorme valore.

Ve li regalo e chiusa è la questione.

 

Che sorpresa e che generosità!

Ma i miei ospiti sono sempre impegnati,

vanno sempre di corsa, sconsiderati.

Con me sola il servizio si annoierà.

 

Come posso cento pezzi divertire?

Ma no, non è per me, ve l’ho gia detto.

No, io apprezzo quell’unico oggetto,

Voi sapete che cosa voglio dire.

 

Come sono stanco! – disse l’antiquario. –

Ho duecent’anni. L’anima è decomposta.

Prendete tutto! La bottega è vostra.

Da tutto questo io mi separo!

 

Ed egli aprì la scatola. Sul terrazzino

dal buio dell’atrio, con mia meraviglia,

apparve una luce e scottò le ciglia,

ed era un femminile visino.

 

Non dai suoi tratti, ma dall’oscurità

che mi annebbiava, dall’afa spaziale

io valutai quanto fosse celestiale,

ancora non visto, nella cecità.

 

Con quel sorriso e quel suo guardare

il viso ispirava un semplice pensiero:

perdere la testa nel buio più nero,

chiedere la sua mano e il Caucaso visitare.

 

E là con lo scintillio della testa

tentare un annoiato tiratore,

tace lo sparo, andare al Creatore,

e in cielo solo Dio o una nube resta.

 

Quando già non ero più bambino, –

confessò l’antiquario con tristezza, –

tra i verdi tigli e la sabbiosa giallezza

io ogni giorno andavo in quel giardino.

 

Oh, dal suo amore più di un anno fui preso,

i sassi del giardino e l’aria baciando,

allorché, dall’inferno venendo o andando,

a un tratto apparve un ospite inatteso.

 

Voi ricordate Annibale certamente,

colui che compì gesta così famose.

Ebbene degli Annibali un pronipote

era chi ci visitò casualmente.

 

Respirando l’oscurità nativa,

egli saltò alla porta. E tutto cambiò.

La domestica spaventata si segnò.

E l’anima mia s’impietriva.

 

Per uno soffio estraneo il cristallo batté.

La credenza rispose coi piatti infranti.

Puzza di bruciato e gelidi istanti.

La candela si spense. Egli si sedé.

 

Quando di nuovo il fuoco fu tornato,

chino su di lei, diverso e strano,

era simile a un schiavo africano,

gli occhi bassi, come cavallo domato.

 

Le sussurrai: – Mi sembra un mostro,

anche se piccolo, lo eviterei.

– Voi credete? – così rispose lei. –

A me non sembra e non è affare vostro.

 

Restò da noi tre giorni, – buono e fraterno, –

ogni consiglio per ordine prendeva.

Ma quando se ne andò il suo sguardo ardeva

e dalla bocca rise il rosso inferno.

 

Da allora una dolorosa allusione

si leggeva sul volto e nel pensiero.

Si aggrottava la fronte a quel mistero,

senza poter dare una spiegazione.

 

Quando dal sonno, dal fondo del calore

affiorava in lei un cieco sorriso,

lei aveva paura che dal suo viso

fosse stato ammesso un errore.

 

No, nel Caucaso io non andai.

Chiesi la sua mano.Udii il suo rifiuto.

Non mi scoraggiai ma risoluto

per la sua mano tre volte io pregai.

 

Nell’anno trentasette improvvisamente,

credo fosse in un mese invernale,

lei morì, senza mandarmi a chiamare,

nel delirio, senza un motivo apparente.

 

Immortale per il dolore e l’amore mio,

conduco questa bottega da fame ,

tratto coi villani, vendo ciarpame

smarrito tra gli uomini e Dio.

 

Ma per me è un sollievo e una fortuna

che egli in un duello sia morto.

– Non è stato ucciso, e io non vi sopporto, –

gli dissi, ma non avete colpa alcuna.

 

Perdonate la voglia delle mani

di possedere. Facciamo un patto:

A me l’oggetto, a voi il ritratto:

come premio, vendetta, piaceri vari.

 

Il vecchio chiese: – Non vi ho turbata

con queste sventure remote?

– No, ho ricordato quel pronipote, –

dissi, – solo per lui sono rattristata.

 

E se a un tratto, in scienze erudito,

il nuovo lettore noterà a sua volta:

– E’ tutta una menzogna a lungo svolta, –

risponderò: – E’ vero, caro amico.

 

La vita sobria sarebbe complicata,

se gli antiquari così agissero

e gli oggetti tutti si animassero,

e se la morte quello avesse incontrata.

 

Ma no, in casa mia il ritratto è al sicuro!

E il fruscio degli  scarpini da ballo!

E le candele! E il suono del cristallo!

E in questo c’entra il pronipote, lo giuro.

 

1964

 

 

 

 

 

 

 

 

Aleksandr Semjonovich Kushner

17 Apr

 

 

Aleksandr Kushner

    

 

Aleksandr Semjonovič Kušner, che Josif Brodskij considerava uno dei migliori poeti lirici russi del XX secolo, è nato il 14 settembre 1936 a Leningrado. Nel 1959 ha terminato la facoltà di filologia presso l’Istituto Pedagogico Statale “Herzen” e per dieci anni ha insegnato lingua e letteratura russa. Membro dell’Unione degli Scrittori dal 1965 e del Pen Club dal 1987. Sposato con Elena Nevzgljadova, filologo e poetessa che pubblica con lo pseudonimo Elena Ušakova. Kušner ha ricevuto diversi prestigiosi premi, tra i quali ricordiamo in particolare, nel 2005, la prima edizione del “Poeta” – premio nazionale russo assegnato per i migliori risultati conseguiti nella poesia contemporanea. Nel 2011 il suo libro “Da questa parte del misterioso confine” alla Fiera del Libro di Mosca è stato dichiarato “Poesia dell’anno”.

Di Aleksander Kušner il linguista Dmitrij Lichaciov ha detto: “Kušner è il poeta della vita in tutte le sue manifestazioni. E’ questo uno dei tratti più salienti della sua poesia”. Secondo il critico e storico della letteratura Lidija Ginsburg, nei suoi versi si realizza il “connubio tra l’esaltazione della vita e la sua tragicità”. Il critico letterario e scrittore Andrej Ar’ev ha scritto: “Nel XX secolo quanti sono stati definiti “l’ultimo”: “l’ultimo della campagna”, “l’ultimo pietroburghese”, “l’ultimo disperato”, “l’ultimo romantico”, “l’ultimo metafisico”. A questo, soltanto Kušner ha sorriso e ha fatto un gesto di noncuranza con la mano, dicendo: “Ogni poeta è l’ultimo. Salvo poi scoprire all’improvviso che è il penultimo”.

Quando nel 2013 uscì la sua raccolta Luce serale, il poeta la commentò così: “E’ un libro di nuove poesie che costituiscono un certo rabesco, si tengono per mano, trovano per sé il necessario vicino. Necessario per una qualche affinità interiore o, al contrario, a causa di un chiaro contrasto. Inoltre in un libro di versi, in questa cooperazione c’è una non premeditata comunanza: in essi si trovano quei pensieri, sentimenti, osservazioni della mente e percezioni del cuore di cui sei vissuto. E si può dire anche: in essi sono fissati i momenti non soltanto felici, ma anche quelli tristi, di malumore. Ma chi li scrive, nel processo di creazione della poesia, si libera dall’angoscia, vince le tenebre. E questa energia, questo impeto di liberazione dal “peso gravoso”, forse sarà utile al lettore.

In più di cinquanta anni ho scritto molti libri. Il primo – Prima impressione uscì nel 1962. Questo è diciottesimo. Forse è un po’ troppo? Oggi si usa limitare la quantità. Un poeta ha stampato due poesie in un anno e la critica lo elogia, lo elogia, io penso, perché leggere due poesie è più facile e si fatica meno che a leggerne dieci. Leggere le poesie è difficile e inoltre manca il tempo. Ma Puškin ha scritto molto. In trentasette anni ha creato tanto, quanto noi a quell’età neanche ce lo sognavamo! E Lermontov, e Blok…Bisogna prendere esempio da loro. Ed ecco ancora cosa è venuto alla luce con gli anni: l’età non è un ostacolo alla creazione di versi. Forse essa aiuta perfino a scriverli, non come in gioventù, ma in modo diverso. Migliori, peggiori – non sta a me giudicare. Il poeta non va in pensione…I versi aiutano a resistere al male della vita e alle sue miserie, i versi ci consolano, restituiscono il desiderio di vivere, “per ragionare e soffrire”.

 

Poesie di Aleksandr Kušner tradotte da Paolo Statuti

 

Là dove sul fondo c’è una chiocciola…

 

Là dove sul fondo c’è una chiocciola

Come tromba d’orchestra,

Dove i chiozzi guizzano veloci

E li aspetta una tragica sorte

 

Nelle fauci dell’implacabile luccio, –

Là le soavi ninfe dimorano,

E ci tendono le mani

E ci chiamano con fievole voce.

 

Esse hanno alcune sottospecie:

Nei ruscelli appaiono le naiadi,

Nel folto dei boschi le driadi,

E nell’azzurro mare le nereidi.

 

Confoderle è sconveniente,

Com’è per il ranuncolo d’acqua,

Quello africano, quello non comune,

E quello velenoso dei prati.

 

La saccenteria non è una cosa oziosa!

Poeta, non risparmiare gli sforzi,

Non trascurare il tuo podere

E sii minuzioso, come Linneo.

 

Sorveglio le nuvole notturne dietro la finestra…

 

Sorveglio le nuvole notturne dietro la finestra,

Scostata la pesante tenda.

Ero felice – e temevo la morte. La temo

Anche adesso, ma non come allora.

 

Morire – significa stormire al vento

Insieme con l’acero, che guarda triste.

Morire – significa entrare alla corte

Di Riccardo o di Arturo.

 

Morire – è schiacciare la noce più dura,

Apprendere tutte le cause e i motivi.

Morire – è diventare contemporaneo di tutti,

Tranne di quelli che sono ancora vivi.

 

E’ una canzone di Schubert…

 

E’ una canzone di Schubert, hai detto.

Io la cantavo sempre, non sapendo di chi fosse.

Con essa, sembra, si può iniziare da capo

La vita, già molto simile a un prodigio!

 

Qualcosa come un usignolo e un triste suono

In un boschetto tedesco – e un suono triste.

La canzone ci è più cara se ha parole semplici,

E senza parole anche meglio, – con forza terrena!

 

Io la cantavo sempre, così senza motivo

E confondendo le parole malamente.

La notturna tenebra tedesca vi incombe,

E la tristezza in essa è così celestiale.

 

E poi per anni la dimenticavo.

E poi di nuovo a un tratto ritornava,

Come coprendomi con l’ombra di una quercia,

Tentandomi a ricominciare da capo.

 

Claude Monet diceva più o meno così…

 

Claude Monet diceva più o meno così:

Recandoti a un plein-air, dimentica il burrone,

Se è un burrone, la quercia, se è una quercia,

E un ripiano sul monte, se è un ripiano.

Pensa semplicemente: ecco un ovale giallastro,

E sotto un triangolino piccolo e rosato,

E vedi strisce, nient’altro che strisce,

Se ti dirai: sono rami, – mentirai.

E non pensare a una somiglianza; non guardare

Né un’onda, né un campo, né un fiume, né un prato, –

Di sé si prenderanno cura loro stessi,

A un tratto appariranno da un beato nonsenso!

 

Fryderyk, voi dovreste immortalare voi stesso…

 

Fryderyk, voi dovreste immortalare voi stesso,

Il pianoforte per questo non basta,

E amando così tanto la vostra musica,

Io vorrei augurarvi anche il canto,

E la sinfonia, l’opera,

Senza soggetto né protagonista non si può!

Bisogna essere simili a Mozart e a Rossini,

Chiedo i timpani e l’oboe.

Fryderyk, amerete il fagotto e la tromba,

Non vi annoiate senza flauto e senza violino?

Io sono pronto a cambiare l’augurio in supplica:

Cercate di evitare errori,

La polonaise è eccellente, l’étude è incantevole,

Senza dubbio la mazurca è stupenda,

Ma da voi anche in Francia si aspettano di più,

E anche tra le opprimenti nevi di Pietroburgo.

Fryderyk sorride. Egli non è adirato,

turbato, irritato, confuso.

In queste esortazioni c’è una ragione,

Il suo vecchio maestro merita

Rispetto. Ecco che anche Mickiewicz

Gli si avvicina con lo stesso consiglio.

Egli allegherà alla lettera un notturno –

E il notturno sarà la migliore risposta.

 

*  *  *

 

Perché il vorticoso Van Gogh

Mi tormenta con un punto oscuro?

Com’è giallo il suo autoritratto!

Bendato l’orecchio ferito,

Con una giubba verde, come una vecchia,

Perché mi segue con lo sguardo?

Perché nel suo caffè a mezzanotte

C’è quel cameriere con la faccia di vizioso?

Brilla un biliardo senza giocatori?

Perché una pesante sedia è messa

Lì per avvelenare la tranquillità,

E aspetti le lacrime o un suono di scarpe?

Perché egli soffia col vento sulla corona?

Perchè dipinge il dottore

Con un assurdo rametto in mano?

In quel suo paesaggio sghembo

Dove va quel carretto leggero

Senza passeggero e senza bagaglio?

 

Ciò che noi chiamiamo anima…

 

Ciò che noi chiamiamo anima,

Che, come nuvola, è di  aria

E splende nell’oscurità notturna

Capricciosa, indocile

O a un tratto, come aeroplano,

Più sottile di una spillo pungente,

Corregge dall’alto

La nostra vita, migliorandola;

 

Ciò che al pari di un uccello

Balena nell’aria azzurra,

Che non brucia nel fuoco,

Che sotto la pioggia non si bagna,

Senza cui non si può respirare,

Né scusare uno sciocco nell’offesa;

Ciò che dovremmo restituire,

Morendo, in un aspetto migliore, –

 

Ed è forse anche ciò

Per cui non dispiace sforzarsi,

Che ci fa anche onore,

A ben considerare.

Veramente è buona,

Di una moda assai vecchia,

Nuvoletta, rondine, anima!

Io sono legato, tu sei libera.

 

Ecco io sto nell’ombra notturna…

 

Ecco io sto nell’ombra notturna

Solo nel giardino deserto.

Ora cigolerà una porta in paradiso,

Ora sbatterà una porta nell’inferno.

 

E a sinistra una musica risuona

E una voce armoniosa canta.

E a destra qualcuno grida e grida

E maledice questa vita.

 

Dalla mattina girando per la stanza…

 

Dalla mattina girando per la stanza,

Con che premura l’anima

Si prepara l’afflizione!

(Così la rondine fa il nido.)

Niente la distoglie

Né dietro la finestra, né nella conversazione.

 

Invano il giorno è splendido e sereno, –

Non l’attira un foglio viscoso,

Né il tavolo, né la pagina di un libro.

Quale mediocre esperto di persone

Ha detto che la felicità le serve?

Soltanto con l’afflizione ci si può elevare.

 

Come il san Sebastiano del Bellini nel giardino…

 

Come il san Sebastiano del Bellini nel giardino

Con una freccia nel petto e nell’anca passeggia

E non prova dolore, e il cespuglio in fiore

Fruscia di amore celestiale e di bontà,

Così anche tu vorresti lasciar fuori dalla bara

Non proprio i tormenti, ma i simboli di essi.

Ma prova a liberare il martire dalle frecce –

Si stupirà, e a un tratto si offenderà anche.

 

Questa polvere, queste barre di vacillanti ringhiere…

La prola “tormenti”, lo ammetto, mi turba:

Non ho mai amato le frasi altosonanti,

Meglio sporchi colombi, i loro brontolii,

Meglio un misero, comune, prosaico piano

E il disteso fruscio dei pioppi urbani.

Non renderò né piaghe, né punture, né ferite –

Divertirò con esse un passante nel regno delle ombre.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dmitrij Borisovich Kedrin

25 Feb

 

 

  

K. Rodimov: Ritratto di Dmitrij Kedrin

 

La vita e la morte di questo poeta russo di grande talento sono parzialmente avvolte nel mistero. Non ebbe mai un proprio nido, dedicava molto tempo al lavoro, riceveva miseri compensi, riponeva nel cassetto le opere che, malgrado i giudizi favorevoli di Bagrickij, Majakovskij, Gor’kij, Vološin e altri, gli editori non volevano pubblicare adducendo vari pretesti. L’unica raccolta uscita quando il poeta era ancora vivo, fu I testimoni (1940): ben tredici volte il manoscritto gli fu restituito per modifiche, e alla fine restarono soltanto 17 poesie.

Dmitrij Borisovič Kedrin nacque il 4 febbraio 1907 nel villaggio di Berestovo-Bogoduchovskij nel Donbas. Suo nonno era un nobile di origine polacca, la cui figlia minore Ol’ga, madre del poeta, mise al mondo il bambino non sposata. Temendo il disonore e la collera del padre, lasciò il figlio nella famiglia della balia. Il piccolo fu poi adottato dal marito della sorella. Nel 1914 il padre adottivo morì e Dmitrij fu affidato alle cure della madre, di una zia e della nonna. «Tre donne nell’infanzia mi cullavano» – ricordò molti anni dopo il poeta. Dell’educazione letteraria di Dmitrij si occupava la nonna Neonilla, una donna molto colta appassionata di poesia. Fu lei a istillare nell’animo del nipote l’amore per essa: da un suo quaderno leggeva Puškin, Lermontov, Nekrasov ed in originale anche Ševčenko e Mickiewicz. La donna diventò anche la prima ascoltatrice delle poesie di Dmitrij.

Nel 1916, all’età di nove anni, iniziò la scuola commerciale. Lungo la strada che percorreva per recarvisi, si fermava sempre nel viale dove si trovava un bronzo di Puškin. «Dal monumento di Puškin ha avuto inizio la mia inclinazione per l’arte» – affermò in seguito il poeta. In questa scuola non raggiunse il necessario grado d’istruzione, e per questo iniziò a studiare come autodidatta. Amava non solo la storia e la letteratura, ma anche la geografia, la botanica e la filosofia. Nello stesso tempo cominciò seriamente a occuparsi di poesia. Nel 1922 fu ammesso all’Istituto Tecnico Ferroviario, ma non lo terminò a causa della sua debole vista. Nel 1924 fu assunto come reporter dalla casa editrice Generazione futura e al tempo stesso cominciò a lavorare nell’associazione letteraria La Giovane Fucina. Le sue poesie cominciarono a essere pubblicate da diverse riviste. Nelle recensioni veniva sottolineato il suo particolare stile e il suo talento. Il suo motto era: «La poesia ha bisogno della totale nudità del cuore». Nel 1929 fu arrestato per non aver svelato che un suo amico era il figlio di un generale dell’esercito di Denikin. Restò in carcere un anno e tre mesi. Questo fatto e il suo rifiuto di diventare un confidente segreto del NKVD (Commissariato Nazionale per gli Affari Interni) furono molto probabilmente la causa dei successivi problemi del poeta relativi alla mancata pubblicazione delle sue opere.

Nel 1931 si sposò e dopo la nascita della figlia nel dicembre del 1934, la famiglia si trasferì nella borgata di Čerkizovo nei dintorni di Mosca, dove per la prima volta il poeta potrà avere il suo “studio” – un bugigattolo dietro una tenda. Le opere scritte negli anni ’40 hanno carattere lirico, psicologico, su temi storici e intimi. Egli esaltava i creatori della bellezza vera e imperitura. All’enfasi della realtà prebellica il poeta era alquanto indifferente,  per questo il segretario generale dell’Unione degli Scrittori dell’URSS V. Stavskij criticava duramente Kedrin e, seconto il racconto dei famigliari del poeta, lo minacciava anche. I critici gli consigliavano di evitare i temi storici. Malgrado questa ostilità, nel 1939 fu ammesso nell’Unione degli Scrittori.

I vicini e i conoscenti di Čerkizovo dicevano che Kedrin faceva l’impressione di un pensatore taciturno, assorto e chiuso in se stesso: anche quando passeggiava, non rispondeva ai saluti, non conversava con nessuno. Aveva sempre con sé un taccuino e una matita.

All’inizio della guerra voleva recarsi al fronte come volontario, ma non lo arruolarono per via della vista. Restò a Čerkizovo occupandosi di traduzioni di poesie antifasciste di vari popoli dell’URSS, che venivano pubblicate anche dalla Pravda, e scrivendo due libri di versi, la cui stampa però gli fu negata. Riuscì a recarsi al fronte soltanto a maggio del 1943 come corrispondente del giornale dell’aviazione Il falco della Patria. Durante il suo lavoro al fronte spedì alla moglie Ljudmila 75 numeri dove erano stampate anche molte sue poesie.

Il 15 settembre 1945 sul marciapiede della stazione di Jaroslav alcune persone non identificate per poco non spinsero Kedrin sotto il treno, e soltanto l’intervento dei passeggeri all’ultimo istante gli salvò la vita. Tornato la sera a casa, il poeta in preda a un cupo presentimento disse alla moglie: «Sembrerebbe proprio una persecuzione». Gli restavano ancora tre giorni di vita. Il 18 settembre 1945 morì tragicamente sotto le ruote di un treno suburbano nel pressi di Mosca, tornando a Čerkizovo dalla capitale. Aveva soltanto 38 anni come il suo amato Puškin. Nel 2016 Dmitrij Bykov, scrittore, poeta e giornalista,  ricorda che durante il riconoscimento della salma, la vedova di Kedrin notò l’espressione di un “terrore inumano” sul volto del defunto, e ciò secondo lo stesso Bykov farebbe escludere la tesi del suicidio. I documenti del poeta, secondo quanto ricorda la figlia, due settimane dopo furono infilati sotto la porta della sua casa a Čerkizovo. Non ci vuole molto per sospettare che ad uccidere il poeta furono le mani pluriinsanguinate dei servizi segreti dell’URSS, che in vari periodi si sono particolarmente accaniti contro i poeti. Mi chiedo come può la Poesia suscitare tanto odio!…

Tra le opere più rilevanti di Kedrin ricordiamo: il dramma in versi Rembrandt, che negli anni ’70 – ’80 fu rappresentato in diversi teatri russi; l’altro dramma in versi Paraša Žemčukova, famosa attrice e cantante russa del settecento, morta nel 1803 a 34 anni tre settimane dopo il parto; il poema Le nozze, sulla schiacciante forza dell’amore, davanti al quale non ha retto neanche il cuore di Attila, re degli Unni, morto nella notte delle sue nozze, travolto da sentimenti improvvisi e ancora sconosciuti; poesie e ballate dedicate alla storia, agli eroi e ai miti degli antichi popoli. La sua poesia è spesso intrisa di lirismo e di simbolismo. Le parole di Aljona Stariza (la “Giovanna d’Arco” russa) – «Tutti gli animali dormono. Tutti gli uomini dormono. Soltanto gli scrivani condannano», furono scritte al culmine del terrore staliniano e sono citate da tutti gli studiosi della creazione del poeta.

Nel 1942 Kedrin consegnò alla casa editrice Lo scrittore sovietico il manoscritto Poesie russe, ma la raccolta non fu pubblicata a causa dei giudizi negativi dei recensori, uno dei quali lo accusò di «non sentire la parola», un altro di «dipendenza dalle voci altrui», e un altro ancora di «negligenza nelle comparazioni e di confusione del pensiero». Al contrario, un decennio dopo gli storici della letteratura diranno: «la sua poesia degli anni di guerra aveva intonazioni colloquiali, temi storico-epici e profondi stimoli patriottici».

Nel 1944, un anno prima della morte, Kedrin è profondamente amareggiato: «Molti miei amici sono morti in guerra. Il cerchio della solitudine si è chiuso. Presto ne avrò quaranta. Non vedo il mio lettore, non lo sento. E così verso i quaranta anni la vita è bruciata amaramente e assurdamente. Forse è colpa di questa incerta professione che io ho scelto o che ha scelto me: la poesia».

Nel 1967, per il sessantesimo anniversario della nascita del poeta, apparvero numerosi articoli sul suo difficile itinerario  creativo. Anche Mondo Nuovo pubblicò sue poesie inedite. Nel 1984, vigilia della perestrojka, per la prima volta fu stampata un’ampia raccolta delle principali opere di Kedrin con una tiratura di 300 mila copie, che andò presto esaurita. A questa seguì nel 1989 un’altra edizione di 200 mila copie, che non restò a lungo nelle librerie.

 

NB: Per la stesura di questo testo mi sono avvalso di Wikipedia russa.

 

Poesie di Dmitrij Kedrin tradotte da Paolo Statuti

 

Dio

Presto, nell’ora gialla del tramonto,

Quando l’azzurro si spegnerà,

Chiuderò gli occhi avidi un tempo,

E così stanchi al momento.

 

E quando sarò davanti a Dio,

Io senza tremare gli dirò:

«Sai, Dio, ho fatto del male a molti,

E forse del bene a nessuno.

 

Ma è buffo trovarmi col diavolo,

Perché mi cucini nel calderone:

Non c’è nell’inferno tormento tale,

Che in terra non ce ne sia uno peggiore!»

 

L’estate di san Martino

 

Ecco l’estate di san Martino –

Giorni del caldo di commiato.

Riscaldata dal sole tardivo,

La mosca si è rianimata.

 

O sole! Che c’è di più bello

Dopo un giorno di gelo?..

Una trama di tenui ragnatele

Avvolge un rametto troncato.

 

Domani pioverà leggermente

Da una nube che coprirà il sole.

Le ragnatele d’argento

Vivranno tre giorni soltanto.

 

Pietà, autunno! Dacci la luce!

Proteggi dal freddo buio!

Pietà, estate di san Martino:

Le ragnatele siamo noi!

 

Gelo sui vetri

 

Sulle finestre coperte di brina

Il gelo di febbraio ha tracciato

Un intreccio di  erbe bianco latte

E di rose d’argento assonnato.

 

Un paesaggio di estate tropicale

Il gelo sui vetri disegna.

Perché le rose? L’inverno, si vede,

La primavera attende e sogna.

 

La casa

 

La casa è distrutta. A fiotti l’acqua

Sgorga dalle condutture.

Sul selciato masserizie ammucchiate,

La casa è come un morto sezionato.

 

La soffitta è bruciata. Come sipario

La facciata si è mossa.

Lungo i piani s’è divisa in tre,

La vita nelle dimore si mostra.

 

Nella casa ce ne sono tante.

In una più in basso un pianoforte.

Frammenti di note sui ripiani,

La maschera di Liszt a una parete.

 

In un’altra una veduta diversa:

Parati di colore sgargiante,

Un samovar rovesciato…

Là il cuore della casa, qui l’interno.

 

E sulle cose – una vecchia smorta

E un giovane non più fresco di lei.

La prima volta che siedono insieme,

Inquilini di piani diversi!

 

Adesso tutta la loro vita segreta

E’ svelata. Appare ogni peccato…

In ogni caso la bomba è democratica:

Con una sola disgrazia rende tutti uguali!

 

L’usignolo

 

Infelice, malato e viziato

Nell’umido giardino vaneggio.

Fischia l’usignolo di mezzanotte

Sotto una finestrella.

 

Fischia l’uccello maledetto

Nel giardino sotto la finestrella:

«Infelice, viziato e ubriaco,

Quale destino vorresti?

 

Di sorbo è amaro e di mirtillo

Il trentesimo autunno nel sangue.

Tu stesso la sorte ti sei dato,

Accarezzala ora e campa.

 

Ricordi quando nell’infanzia lieta

Una stella si fregava gli occhi

E sul giardino il vento era salato,

Come le labbra di bimbo che piange?

 

Ricordi  quando nelle notti afose,

Solitario tra le stelle e le querce,

Io trillando ti profetizzavo

Successo e amore?..»

 

Taci uccello disumano!

Cupo è il tuo amaro potere:

Di più non si può scendere,

Più in basso non si può cadere.

 

Di sorbo e di amaro mirtillo

I sentieri sono saturi nel bosco.

Io stesso la mia pena mi sono dato

E solo con essa sarò sepolto.

 

Ma quando la terra dalla pala

Rotolerà nella fossa, risonando,

Tu diverrai un corvo, maledetto,

Per avermi così burlato!

 

Io

 

Molto ho visto e molto ho conosciuto,

Ho conosciuto l’odio e l’amore,

Ho avuto tutto e tutto ho perduto

E tutto nuovamente ho ritrovato.

 

Ho conosciuto il gusto della Terra

E, di nuovo avido della vita,

Ho posseduto tutto e di nuovo

Di perdere tutto ho temuto.

 

Il fiore

 

Sono nato perché un vecchio poeta

Parlasse di me con versi dorati,

Perché Dafni e Cloe a 14 anni

Su di me mescolassero i fiati,

Perché la fidanzata stringendosi a me,

Celasse il rossore della promessa.

Sono nato per fremere a maggio

Nei ricci d’oro di una komsomolka.

Bene accolto a corte o in un capanno,

Dall’erba indorato e bagnato di rugiada…

Se la morte passa in una bara comune,

Frettolosa, su ruote sgangherate,

Gli amici sulla bara porranno una corona,

Perché i petali fremano nello sfacimento.

Chi muore nella tomba non è così solo

E sventurato, finché profumeranno i fiori.

Ornando il letto dove un bambino piange

E le pertiche che cingono la tomba,

Io sono nato per consolare e indorare

L’estasi d’amore e della morte il tormento.

 

Ecco la sera della vita

 

Ecco la sera della vita. Tarda sera.

Fa freddo e non c’è fuoco in casa.

La lampada è spenta. Non c’è niente

Per scacciare l’oscurità che aumenta.

 

O raggio dell’alba, guarda alla mia finestra!

Angelo della notte! Abbi pietà di me:

Voglio ancora una volta vedere il sole –

Il sole della prima metà del Giorno!

 

La natura

 

Che fare? Mi siederò su una pietra,

Ascolterò il pianto del rigogolo.

Vedrò le case con le tavole inchiodate,

Abbandonate dagli abitanti.

 

Ancora non è un anno da quando

Hanno taciuto i loro passi.

Ma sembra che la natura sia felice

Che la gente se ne sia andata.

 

I vicini di notte furtivamente

Hanno tolto gli steccati per fare legna,

Sui lisci campi di cricket

Cresce verde l’erba.

 

Dimenticati gli ultimi proprietari,

Tutta la casa s’è inselvatichita,

Sulle pareti, sui tetti, sulle imposte

Il muschio avanza senza fatica.

 

Dal verde selvatico rampicante

La soglia ormai è ostruita,

Dappertutto imperversa la fragola,

Che prima a crescere non riusciva.

 

E se prima nei nidi gli stornelli

Si ambientavano a stento,

Adesso i fringuelli di primavera

Fanno un chiassoso concerto!

 

Sembra che dal nostro secolo

Siano passati secoli di abbrutimento…

Così la natura le tracce dell’uomo

Fa sparire in un momento!

 

L’amore

 

Solletico di labbra e frescura di denti,

Fuoco che vaga nei meandri del corpo,

Sudore tra i seni…E questo è l’amore?

Questo è tutto ciò che volevi tanto?

 

Sì! Passione che acceca la vista!

Ma la notte passa, lieve, come uccello…

E io ho pensato: l’amore è come il vino,

E per sempre puoi ubriacarti con quello!

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

Leonid Nikolaevich Martynov

5 Gen

 

Leonid Martynov, Mosca aprile 1963

 

Leonid Nikolaevič Martynov nacque il 22 maggio 1905 a Omsk. Le sue prime poesie furono pubblicate nella raccolta I futuristi. Negli anni 1921-22 frequentò il gruppo artistico-letterario futurista Il tre di cuori. Nel 1924 divenne corrispondente del giornale La Siberia sovietica. Nel 1932 fu arrestato con l’accusa di propaganda controrivoluzionaria e confinato per tre anni nel Nord del paese (fu riabilitato nel 1989). Trascorse il confino amministrativo a Vologda, lavorando nel giornale Il Nord rosso, dove conobbe la futura moglie Nina Popova. Scontata la pena tornarono insieme a Omsk. Nel 1939 il poeta raggiunse la notorietà con la pubblicazione del libro Poesie e poemi. Nel 1942 fu ammesso nell’Unione degli Scrittori dell’URSS, grazie all’interessamento dello scrittore A. Kalinčenko. La raccolta Il golfo uscì nel 1945. Stroncato dalla critica, per nove anni scrisse senza alcuna speranza di essere pubblicato, e guadagnando con le traduzioni della poesia inglese, ceca, cilena, ungherese, polacca, francese, italiana, iugoslava e di altri paesi.

Il primo libro dopo questo lungo periodo fu Poesie, che uscì nel 1955 e diventò subito un bestseller e fu ristampato due anni dopo. Malgrado il riconoscimento il poeta conduceva una vita appartata, tanto da essere chiamato “un classico silenzioso”.

Nell’arco di dieci anni, dal 1960 al 1970, scrisse un libro di memorie con l’intenzione di chiamarlo Cento capitoli. Il poeta stesso scriveva: “Questo libro riguarda non solo le origini  delle mie poesie, ma essendo veritiero e chiaro, per quanto possibile riguarda l’intero ordine della vita.” Tuttavia il tempo e la censura non permisero di stampare tutti i capitoli insieme. La prima raccolta di novelle autobiografiche Fregate aeree fu pubblicata nel 1974. Per la bellezza dello stile e per l’ampio respiro essa si può definire una enciclopedia della vita artistica di Omsk negli anni 1920-1940. La seconda raccolta di novelle Tratti di somiglianza uscì postuma nel 1982, mentre soltanto nel 2008 furono stampate tutte le restanti novelle dei Cento capitoli.

     Nell’agosto del 1979 morì la moglie Nina e il 21 giugno 1980 morì anche il poeta.

  1. Kazak nel Dizionario della letteratura russa del XX secolo (1996) dice del poeta: “Leonid Martynov scrive poesie narrative e descrittive, ma prevalgono quelle in cui un fatto concreto si presta all’analisi filosofica – sotto forma di immediata riflessione o sotto forma di metafora… Nella ricchezza della lingua figurata di Martynov si riflette anche la civiltà contemporanea e la natura”.

Scrive il critico N. Sokolov: “E’difficile trovare nella poesia russa contemporanea un altro poeta con un sistema filosofico così coerente e preciso, espresso non solo come concezione del mondo, ma consolidato anche nello stile, nei temi e nei soggetti delle opere. In questo senso Leonid Martynov si può paragonare soltanto a M. Lomonosov, il quale altrettanto precisamente, im modo pubblicistico, espresse nelle poesie il suo entusiasmo per l’immensità dell’universo e lo sviluppo della scienza che rivela all’uomo un miracolo dopo l’altro… Nella sua lirica filosofica Martynov si rifà alla tradizione poetica di F. Tjutčev. Benché per il suo fondamento filosofico, per l’orientamento e il dinamismo, la poesia di Martynov sia l’opposto della poesia contemplativa del romanticismo filosofico di Tjutčev, possiamo stabilire una costante comune nel loro sistema poetico. Gli studiosi L. Pumljanskij, B. Buchštab e altri parlano di simboli-antitesi nella poesia di F. Tjutčev: la luce opposta all’oscurità, il calore – al freddo, il rumore – al silenzio, le vette – alle pianure. Il contrasto romantico è caratteristico anche per la poesia di N. Zabolockij e di L. Martynov. Anche in quest’ultimo l’oscurità nelle sue varie manifestazioni è contrapposta alla luce, l’immobilità è sempre abbinata al movimento, che molto spesso è legato all’immagine delle ali, del volo”. A tale proposito va notato che l’immagine “dell’uccello libero” è una di quelle preferite da Martynov ed esprime l’idea della libertà, del movimento, l’evoluzione del pensiero, la ricerca nell’arte.

Gli storici della letteratura russa ricordano spesso il nome di Martynov per il suo intervento durante il Congresso degli scrittori tenuto a Mosca il 31 ottobre 1958 per discutere il caso Pasternak. Martynov era appena tornato dall’Italia e,  invitato a riferire sull’atteggiamento degli italiani verso Pasternak, manifestò la sua irritazione per il “crepitio sensazionale” della stampa estera intorno a un solo nome. Benché in tale occasione Martynov si unisse al coro di quelli che condannavano Pasternak, fu notato che il suo intervento non fu tra i più decisi e aspri. Io personalmente, malgrado il mio grande amore per Pasternak, non me la sento di criticarlo. Non tutti nascono “cuor di leone”, ed è noto che in quel regime disumano chi criticava veniva freddamente eliminato, come Mande’stam, chi non criticava veniva a stento tollerato, come Pasternak, e chi si adeguava ed eventualmente lodava anche, veniva premiato, come appunto Martynov. Ma non si può negare che egli sia stato uno dei maggiori e ultimi poeti russi del XX secolo che hanno respirato l’aria del rinnovamento poetico dell’inizio del secolo, e hanno dato il loro prezioso contributo al proseguimento della tradizione.

P. S.

 

Poesie di Leonid Martynov tradotte da Paolo Statuti

 

L’ebreo errante

Il treno percorre tratti tenebrosi.

Il ponte sull’Acheron comincia a ronzare.

Lungo il fiume gli imbuti dei gorghi.

Panico nei vagoni, attacchi nervosi…

Soltanto un tipo distante da tutto,

Fuma e ride, in piedi sulla piattaforma.

E’ l’ebreo errante.

1926

 

La prima neve

 

Uscì la sera presto,

Disse: – Devo andare…

Non aspettare.

 

Cadeva la prima neve.

La strada

Era tutta bianca.

 

Alla ragazza del chiosco

Ordinò un bicchiere di vino.

 

«Devo andare… – ripeteva mentalmente, –

E non è colpa mia».

 

Più tardi telefonò dalla piazza:

– Dormi?

– No, non dormo.

– Non dormi? E che fai?

Rispose:

– Amo!

 

…Tornò la mattina tardi,

Alle dodici,

E girava per la stanza,

Come se stesse nel bosco.

Nel bosco, dove i rami sono neri

E anche i tronchi sono neri,

E tutti i tendaggi sono neri,

E sono neri anche gli angoli

E le poltrone nere-brune,

Ammassandosi, tacciono…

 

Lei chinava la testa,

E lui a un tratto notò

Ciò che lei stessa forse

Non voleva sapere –

Come mai nel caldo oro

C’era quella ciocca bianca!

 

Egli sfiorò ciò che ora

Sentiva caro per sempre,

E capì

Con l’oro di chi

Aveva pagato la sua notte.

 

Lei chiese:

– Cos’è questo?

Lui rispose:

– E’ la prima neve!

1946

 

*  *  *

In una notte afosa

Conversavo con Dio.

Non avevamo, a quanto pare, molti argomenti.

Io gli dico:

– Mostrami dei miracoli. –

Lui risponde:

– Non s’imbiancano i tuoi capelli,

Non si diradano – ecco dei miracoli!

Non rinsecchiscono le tue braccia e le tue gambe,

Benché io conosca molti tuoi tormenti.

E pensa un po’: camminavi per tali strade,

Vagavi per tali dirupi e convalli,

Dove, come sangue, è salata e purpurea la rugiada…

Tu li hai superati – anche questo è un miracolo!

1949

 

Gli uccelli

Diventare uccello non vorrei,

Essere un usignolo non voglio.

 

Pensa un po’, –

Volando

Mi poserei sul davanzale,

E tu diresti:

«Che razza di uccello

Si affanna sul davanzale,

E bussa col suo corpo volante?»

 

E nella mia maldestra aspirazione

Graffierei il vetro con le penne.

E tutto ciò a cosa porterebbe?

Tu apriresti la finestra,

Io entrerei volando. Ah, che bello!

Nella tua mano cadere inerme.

Tu cacceresti via la gatta,

Penseresti un po’,

Coglieresti al volo un moscerino,

Prenderesti una briciola di pane,

E nel becco me li metteresti a forza.

Dopo avermi nutrito a sazietà,

E, ripetuto:

«Ah, che bello!» –

Mi baceresti con la bocca.

Così diventiamo schiavi.

…Io non sarò mai un uccello!

1952

 

L’eco

 

Che mi è successo?

Io parlo con te sola,

E chissà perché le mie parole

Si ripetono dietro la parete,

E risuonano in questo stesso istante

Nei vicini boschetti e lontane foreste,

Nelle vicine umane dimore

E in ogni luogo andato a fuoco,

E dappertutto tra i viventi.

Sai, sostanzialmente, ciò non è male!

La distanza non è un ostacolo,

Non per ridere non per sospirare.

Assai potente è l’eco.

A quanto pare, tale è l’epoca!

1955

 

*  *  *

Sul litorale dopo la burrasca

Dei tuoi sassi sento il crepitio,

O mare, il più saggio al mondo

Pittore – astrattista!

E non partecipo alla contesa,

Alla discussione troppo futile –

Che hai immaginato o mare

Su questo o quel ciottolo.

1960

 

Il paesaggio

 

Il paesaggio

Sorse davanti a me –

Caotico, non delineato,

Come se non potesse essere diverso,

Come realtà piena di contraddizioni:

Correvano le volute di nubi,

Dappertutto la luce lottava con l’ombra…

 

– Paesaggio, potresti diventare anche migliore!

– Certamente, non c’è alcun dubbio!

 

Quale sono già per me stesso,

Io sono anche la vostra creazione!

Volete il cielo più azzurro,

Il tempo più sereno, più bello –

Osate, affinché il cielo cerchi

Di diventare simile ai  vostri sogni,

Non solo sulla tela,

Ma anche nella realtà.

1967

 

La poesia estremamente complessa

 

La poesia

E’ estremamente complessa,

E con questo moltissimi lottavano,

Gridando che solo la terreneità è necessaria,

Avendo in mente soltanto la spiga del grano.

 

Ma a volte, frugando nella ghiaia verbale,

Anche là dove non spunta neanche un chicco,

 

Noi la scopriamo,

Cioè

Essa è dappertutto, e non è colpa sua,

Se in terra e in cielo ugualmente essa si cela,

Come l’Erebus, coronando il polo Sud,

La poesia non è un rebus, ma è libera

Di echeggiare da qualunque macchia bianca,

Come media e lunga onda,

E sull’onda corta la notizia e il racconto!

1970

 

La busta

 

Io scrivevo versi

in un periodo di tempeste,

Di notte, in preda a una febbre interiore.

e un giorno

Il vento li portò

Come intorno al globo terrestre.

 

Li dimenticai…

Passò anno dopo anno,

E un giorno sul far dell’alba

La postina

Mi consegna una busta

Piena di ritagli di giornali.

 

Vedo:

Di nuovo è nelle mie mani

Il risultato delle mie fatiche notturne,

Ma ora in diverse lingue,

In traduzioni,

Sia pure non troppo fedeli.

1970

 

Il sogno

 

Sono spuntati

Sui vetri

I fiori di neve.

 

– Dov’è la mia pelliccia? – tu chiedi.

– Non capisco cosa dici!

– Dov’è la mia pelliccia, la pelliccia bianca,

La bianca pelliccia nella quiete dei tetti innevati,

Diventa azzurra verso sera,

Rossa pelliccia – di notte presso il fuoco,

Per brillare argentata sotto la luna!

 

Ecco quale miracolo non si sa come

Hai voluto ottenere.

1970

 

Policromia

 

I colori

Appaiono elementari,

Ma neanche le sfumature possono sembrare perse.

Le rondini  –

Anche quelle al tramonto

Diventano trasparenti, ambrate…

 

Anche le nere e cupe cornacchie

Appaiono all’alba

Come policromia,

Propria non soltanto ai germani reali,

Ma anche a ogni semplice anatra.

 

Per l’uomo

E’ lo stesso – non può sembrare sempre uguale,

O sempre nostalgico, o sempre spensierato,

E se così vi sembra,

Sappiate:

Voi delirate!

1974

 

 

(C) by Paolo Statuti