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Michail Lermontov: 5 nuove versioni di Paolo Statuti

26 Mag

 

 

                   *  *  *

Come fiamma di stella filante

Per il mondo non servo a niente.

Il cuore come pietra è pesante,

Eppure sotto c’è un serpente.

 

L’ispirazione mi ha salvato

Da ogni frivola vanità;

Ma all’anima non sono scampato

Neanche nella felicità.

 

La felicità che ho implorata,

Alfine è giunta ma, ahimé,

Essa pesante è diventata,

Come la corona per il re.

 

Ho ripudiato i sogni che avevo,

Ed ora vivo solitario –

Come di un vuoto cupo maniero

Il miserevole proprietario.

1832

 

Russalca

                            1

Nel fiume turchino russalca nuotava,

E la luna piena l’illuminava;

Cercava di spruzzare fino alla luna

Delle onde l’argentata schiuma.

 

 

                        

                           2

Il fiume scrosciava e si torceva

Cullando le nubi che rifletteva;

Russalca cantava e le sue parole

Giungevano alle ripide prode.

 

                          3

E lei cantava: «Nei nostri fondali

C’è il bagliore dei raggi solari;

Ci sono pesci dorati e perfino

Città di vetro cristallino.

 

                          4

Là, su un cuscino di sabbia, disteso,

All’ombra di un folto canneto,

Dorme preda della gelosia dell’onda

Un guerriero di una lontana sponda.

 

                          5

Amiamo i ricci di seta pettinare

Quando scende il buio serale,

E nelle ore del giorno la fronte

Baciare del bel giovane più volte.

 

                          6

Ma ai baci ardenti, non ho mai saputo

Perché, rimane gelido e muto;

Egli dorme e col  capo sul mio petto

Non respira e mai parola ha detto!…

 

                          7

Così cantava sul fiume azzurro

Ricolma di travaglio oscuro;

E il fiume tumultuoso scorreva

Cullando le nubi che rifletteva.

1832

 

 

 

Ci lasciammo

 

Ci lasciammo; ma il tuo ritratto

Io custodisco sul mio petto:

Vaga ombra di anni migliori,

All’anima mia reca diletto.

 

Sono preda di nuove passioni,

Ma esso è rimasto ancora mio:

Così un tempio vuoto – resta un tempio,

E un idolo abbattuto – resta dio!

1837

 

Noia e tristezza

Noia e tristezza, nessuna mano tesa

Quando c’è inquietudine nel cuore…

Desiderare è una vana pretesa…

Gli anni passano – il tempo migliore!

 

Amare…ma chi?…per poco – a che è valso?

Amare in eterno chi mai potrà?

Ti guardi dentro – il passato è scomparso:

La gioia, il tormento, tutto è futilità…

 

E la passione? – Una dolce affezione

Che prima o poi il senno risana;

E la vita, se osservi con attenzione,

E’ una burla vuota e balzana.

1840

 

 

 

 

 

Da solo mi metto in cammino…

Da solo mi metto in cammino;

Nella nebbia il selciato splende;

Silenzio. Il deserto ascolta dio,

E stella con stella s’intende.

 

Il cielo è mirabile e solenne!

Dorme la terra nell’azzurro manto…

Perché questo dolore e stento?

Qualcosa aspetto o qualcosa piango?

 

Dalla vita più niente mi aspetto,

E non ho rimpianti del passato;

Io cerco libertà e pace!

Vorrei non pensare, addormentato!

 

Non nel freddo sonno della tomba…

Sarò felice se dormiranno

Le forze vitali nel mio petto,

E il petto respirerà senza affanno;

 

Se notte e giorno al mio udito

La voce dell’amore giungerà,

E su di me una verde quercia,

Chinandosi, per sempre stormirà.

 

1841

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

“Il novizio” di M. Lermontov tradotto da Paolo Statuti

23 Mag

Ai lettori del mio blog offro oggi la mia versione del celebre poema “Il novizio” di M. Lermontov. Buona lettura e un caro saluto.

 

 

 

Michail Jur’evič Lermontov

 

Mcyri (1)

                                                         Ho gustato con la punta del bastone un po’ di miele,

                                                         e già devo morire.  (1 Re)

1

 

Sappiate che alcuni anni orsono,

Là dove unendosi con un tuono,

Si abbracciano come due parenti

Di Aragva e Kurà le correnti,

C’era un convento. Da oltre il monte

Anche adesso il viandante scorge

Le colonne della porta lesa,

Le torri e la volta della chiesa;

Dove più non si spande il denso

Profumato fumo dell’incenso,

Non si ode il canto a tarda sera

Di chi leva per noi una preghiera.

Solo un vecchio prossimo alla fine,

Custodisce ora le rovine,

Da tutti e dalla morte obliato,

Cura il cimitero impolverato

Che narra le glorie del passato,

E la storia di quel sovrano

Che ormai lo scettro aveva invano,

E allora senza esitazione

Lasciò alla Russia la sua nazione.

————

E Dio la Georgia benedì!

E da allora quel paese fiorì

All’ombra di fragranti giardini,

Senza più temere i nemici,

Protetta da fucili amici.

——————

(1) Mcyri nella lingua georgiana significa «monaco non ancora ordinato», una sorta

di «novizio». (Nota di M. Ju. Lermontov).

2

Un giorno un russo generale,

Di ritorno nella capitale,

Portava con sé in servaggio

Un fanciullo malato, che al viaggio

Arduo non aveva resistito.

Poteva avere sei anni; spaurito

E selvaggio come un cerbiatto,

Come giunco flessibile al tatto.

Ma allora il tormentoso male

Destò in lui la forza ancestrale

Degli antenati. Senza lamento

Egli soffriva e nessun pianto

Dalle sue labbra infantili usciva,

Con un gesto il cibo respingeva

E in silenzio e altero si spegneva.

Un monaco mosso a compassione

Offrì a lui la sua protezione,

E tra le mura di un convento

Trovò rifugio e salvamento.

Gli svaghi infantili non amava,

Dapprima da tutti si straniava,

Solo e silenzioso vagando,

Guardava l’oriente sospirando,

Afflitto da oscura nostalgia

Per la lontana terra natia.

Poi alla sua prigione si abituò,

Il linguaggio straniero imparò,

Da un santo padre fu battezzato

E ai voti era già preparato,

Lontano dal mondo chiassoso,

Come giovane e pio religioso,

Quando all’improvviso una notte

Sparì. Con la sua nera coltre

Il bosco copriva i monti e il piano.

Tre giorni lo cercarono invano

E finalmente lo trovarono

Nella steppa, stordito e sgomento.

E lo riportarono al convento.

Era così pallido e smagrito,

Debole quasi avesse patito

Un male o la fame più nera,

Alle domande non rispondeva

E tutte le sue forze perdeva.

E ormai era prossimo a spirare;

Allora un frate prese a pregare

Ardentemente esortandolo;

E il giovane il capo sollevando,

Orgoglioso con queste parole

A quel pietoso frate rispose:

3

 

«Sei giunto qui per compassione

A udire la mia confessione.

Ti ringrazio. E’ sempre bene

Alleviare il petto dalle pene

Confidandosi con qualcuno;

Non ho fatto male ad alcuno,

Perciò che vi giova ascoltarmi,

Posso mai l’anima mia svelarvi?

Poco ho vissuto e in una prigione.

Per due una sola stagione,

Ma ricolma di angosce amare,

Io darei se lo potessi fare.

Mi ha dominato un solo pensiero,

Una sola impetuosa brama:

Come un verme in me celata,

Mi ha roso l’anima e l’ha bruciata.

Essa i miei sogni chiamava

Dalle preghiere e invitava

Nel magico mondo di lotte,

Dove nelle nubi si celano le rocce

E l’uomo è libero come uccello.

Io questa brama nel mio avello

Ho nutrito di pianto e tormento;

Davanti al cielo in questo momento

Con forza la confesso di nuovo

E per essa non chiedo perdono.

4

 

O vecchio! più volte ho sentito

Che alla morte mi hai rapito –

Perché mai?…Tenebroso e solo

Come foglia caduta al suolo,

Crebbi tra queste mura oscure.

Nel mio animo come bambino

E monaco per mio destino.

Mai pronunciai le parole sante

«Padre» e «madre» un istante.

Certo, o vecchio, invano eri contento

Ch’io dimenticassi nel convento

Queste parole – prezioso dono,

Di cui mi ha cullato il dolce suono.

Altri avevano patria, un focolare,

Per me nulla potevo trovare,

Nemmeno una pietra sepolcrale!

Allora senza inutile pianto

A me giurai questo soltanto:

Che per un attimo, non so quando,

Il mio petto che arde da tanto

A un altro stringere con bramosia,

Anche ignoto, ma della terra mia.

Ma, ahimé! questi sogni adesso

Di godere non mi è concesso ,

Sono morti al loro fiorire,

Schiavo e orfano dovrò morire.

                           5

 

No, la tomba non mi spaventa,

Là dove dorme la sofferenza

Nella fredda quiete infinita,

Ma non voglio lasciare la vita.

Sono giovane, giovane…Ma tu

Conosci i sogni della gioventù?

Non sai o hai dimenticato

Come hai odiato e amato;

Come il cuore in petto esultava

Vedendo il sole che brillava

Dall’alto di una torre avvolta

Dall’aria fresca e, dove talvolta,

In un profondo foro nel muro,

Un colombo si cela al sicuro,

Figliolo di terra straniera,

Spaventato dalla bufera?

Dalle bellezze del mondo affranto,

Tu, ormai così debole e stanco,

Non sei più spinto dai desideri.

Che importa? Tu sei quello di ieri!

Puoi scordare ciò che hai avuto,

Tu vivesti, – anch’io avrei potuto!

                           6

 

Tu vuoi sapere cosa io scorsi

In libertà? – Campi rigogliosi,

Colli dagli alberi coperti,

Cresciuti intorno come serti,

In lieta compagnia fruscianti

Come fratelli in cerchio danzanti.

E masse di rocce annerite,

Quando il torrente le divide,

E ciò che pensavano indovinai:

Il cielo questa sorte mi rese!

Da tempo nell’aria sono tese

Le braccia di pietra e anche adesso

Si tendono e bramano l’amplesso;

Ma passano gli anni, come tu sai,

Ed esse non si riuniranno mai.

E ancora ho visto creste montuose

Come visioni misteriose,

Quando nell’ora mattutina

Fumavano come tante are

Le cime nell’aria turchina,

E nube dietro nube lasciare

Insieme il loro asilo presente,

Dirigendosi verso oriente –

come una bianca carovana

Di uccelli da una terra lontana!

E ho visto nella nebbia distante

Il Caucaso come un diamante,

Il Caucaso possente e canuto;

E il mio cuore per un minuto

Si è fatto leggero e festante.

E in segreto io mi dicevo

Che un tempo anch’io là vivevo,

Nella mia memoria ricordavo

E il passato era sempre più chiaro…

                           7

 

Ricordai il mio paterno tetto,

La nostra forra e come un tappeto

L’aul disteso tutto intorno;

Il rombo dei cavalli al ritorno,

E la sera, ormai più lontani,

Il noto abbaiare dei cani.

E rammentai i vecchi abbronzati,

Dalla luna più illuminati,

Seduti con le facce comprese

Nell’unica piazza del paese;

E le belle guaine luccicanti

Dei lunghi pugnali…a me davanti,

Come in sogno in ordine impreciso,

Tutto questo apparve all’improvviso.

E mio padre? Egli come vivo,

E come per lottare vestito,

Mi apparve e allora ricordai

Il bagliore del suo fucile,

Lo sguardo severo e virile,

E le giovani mie sorelle…

I loro occhi come stelle,

Le parole e i volti raggianti

E sulla mia culla i loro canti…

Là un torrente scrosciava in fondo

Al burrone, ma poco profondo;

E sulla riva dorata giocondo

Me ne andavo a giocare a mezzodì

E le rondini seguivo da lì,

Quando prima dei temporali

Sfioravano l’onde con le ali.

E ricordai la casa serena,

E davanti al camino la sera

Raccontavamo come viveva

Nei tempi passati la gente,

Quando il mondo era più attraente.

                           8

 

Ecco come ho passato il mio tempo

Fuori da questo sacro convento:

Tre giorni di vita così lieta!

Senza essi sarebbe più tetra

Della tua vecchiaia, o anacoreta.

Io prefisso mi ero da tanto

Di ammirare i campi distanti,

Della terra scoprire gli incanti,

Sapere se liberi o reclusi

Noi siamo nati e siamo vissuti.

E in una notte spaventosa,

Quando la tempesta furiosa

Vi atterriva e intenti a pregare

Eravate davanti all’altare,

Io son fuggito. Oh, la procella

Per abbracciare come sorella!

Dietro alle nuvole correvo,

Con la mano il fulmine coglievo…

Dimmi, tra queste mura, ahimé,

Cosa potevate darmi, anziché

L’amicizia breve eppur vera

Tra un cuore impetuoso e la bufera?…

                           9

 

Correvo. Dove andavo, dov’ero?

Non so! Non una stella nel cielo

Illuminava la strada scura.

Con sublime gioia respiravo

Nel mio affranto, tormentato petto

Dei boschi la soave frescura,

Niente più! Corsi con diletto

E alfine stanco mi coricai

Tra alte piante e ascoltai:

Di certo nessuno m’inseguiva.

La tempesta ormai era finita.

Una bianca luce mi appariva,

Tra cielo e terra si stendeva

Qual ricamo di seta e lontane

In essa le cime montane;

Giacevo silenzioso e immoto.

A tratti uno sciacallo remoto

Piangeva come un infante,

E brillando come diamante,

Una serpe strisciava su un muro;

Ma io mi sentivo al sicuro:

Come bestia, anch’io alla gente

Ero estraneo come un serpente.

                           10

 

Un torrente in basso alla mia destra

Rumoreggiava, dalla tempesta

Ingrossato, e il suo fragore

Era simile a umano clamore.

Anche senza affatto parlare,

Quel colloquio m’era familiare,

L’eterna disputa e il mormorare

Col caparbio ammasso di pietre.

Ora risonava nella quiete,

Ora taceva tutto a un tratto;

Ed ecco nella nebbia in alto

Un coro di uccelli risonò,

E l’oriente intero s’indorò;

Un vento leggero da levante

Agitava le roride piante;

Si mossero i fiori nel sonno,

Ed anche io, incontro al giorno

Levai il capo guardandomi intorno;

Provai spavento, non lo nascondo:

Giacevo su un abisso profondo

Dove scorreva un’onda rabbiosa,

Vidi anche una scala rocciosa,

Percorsa dal demone soltanto,

Quando, precipitato dall’Alto,

Disparve nell’infernale antro.

                           11

 

Un giardino divino a me intorno

Di piante iridescenti adorno,

Con tracce di celestiale pianto,

E ricci di vite come un manto

Avvolgevano alberi e liane

Col verde diafano del fogliame;

E i grappoli , a ciondoli preziosi

Simili, pendevano orgogliosi,

E sopra di essi ogni tanto

Volavano gli uccelli esitando.

Mi ritrovai a terra disteso

E di nuovo l’orecchio ho teso

A voci che non ho compreso;

Sonavano magiche e in segreto

Tra i rovi, come togliendo il velo

Ai misteri di terra e cielo;

Tutte le voci della natura

Eran lì, non mancava nessuna

Nell’ora solenne del peana

– Soltanto l’altera voce umana.

Tutto ciò che provai in quel momento

E i pensieri – tutto è ormai spento;

Ma lo vorrei ancora narrare,

Nella mente farlo tornare.

Quel giorno il cielo era così puro,

Che un occhio attento avrebbe potuto

Il volo di un angelo seguire;

Era così fondo e cristallino,

Era colmo d’identico turchino!

In esso con l’animo e lo sguardo

Io annegai, finché il caldo

Al mio sognare non pose fine,

E la sete non si fece sentire.

                           12

 

Dall’alto allora verso il torrente

Tenendomi agli arbusti pendenti,

Di lastra in lastra, come potevo,

Io lentamente e cauto scendevo.

Di tanto in tanto si staccava

Da sotto i piedi un sasso e piombava,

Lasciando dietro un solco fumante;

Poi risonava saltellante,

Finché non scompariva nel gorgo;

Pendevo sull’abisso profondo,

Ma una giovane vita è forte

E non mi spaventava la morte!

Appena sceso da quell’altezza,

Dell’acqua montana la freschezza

Sentii accarezzarmi il viso,

E in essa mi gettai deciso.

A un tratto – dei passi silenziosi…

Io tra gli arbusti mi nascosi,

Colto da improvviso tremore,

Levai lo sguardo con timore

E presi ad ascoltare attento:

Un vicino e dolce accento

Di giovane voce georgiana,

Così naturale esso era,

Così libero e grato mi giungeva,

Come se amici nomi soltanto

Lei pronunciasse nel suo canto.

Esso era semplice, ma nella mente

S’è insinuato e quando scende

L’oscurità mi risuona lieto,

Cantato da spirito segreto.

 13

 

Reggendo la brocca sulla testa,

La georgiana per una stretta

Viottola scendeva agile, diretta

Alla riva del fiume e scendendo

Ogni tanto inciampava ridendo.

E il suo abito era modesto

E camminava con passo lesto,

Le lunghe falde del suo velo

Scostando. Il suo viso e il seno

La grande calura dell’estate

Ricopriva di ombre dorate;

Eran rosse le guance e la fronte

E le pupille così profonde,

Così colme di segreti d’amare,

Che si turbò il mio pensare.

Ricordo la brocca che sonava

Quando il getto d’acqua vi entrava,

Scorrendo in essa allegramente,

E un fruscio…null’altro nella mente.

E quando mi destai dal torpore

E il sangue si riversò dal cuore,

Lei, ahimé, era ormai lontana;

Tranquilla e snella camminava,

Portando il suo peso sulla testa,

Come il pioppo, re della sua terra!

Non lontano dalla nebbia fasciate,

Due casupole come inchiodate

Alla roccia, come coppia amica;

Dal piatto tetto d’una di esse

Un fumo azzurrino saliva.

E vedo come fosse adesso

Che pian piano si apre un ingresso…

E di nuovo torna a chiudersi poi!…

Io lo so, tu capire non puoi

La mia tristezza e malinconia;

E se tu provassi com’essa sia,

Io mi dorrei, dunque è meglio per te

Che il loro ricordo muoia con me.

                           14

 

Stremato dalle notturne ore

Alfine un sonno consolatore

Mi chiuse gli occhi all’improvviso…

E di nuovo in sogno ho rivisto

Della georgiana il giovane volto.

E da una strana tristezza colto

Di nuovo mi si strinse il cuore.

E a lungo provai a respirare –

E mi svegliai. La luna intanto

Splendeva e una nube soltanto

Furtivamente la seguiva,

Come preda alla quale ambiva,

Pronta a un abbraccio bramoso.

Il mondo era buio e silenzioso;

Soltanto come frangia argentata

La vetta d’un monte innevata

Davanti a me splendeva lontano,

E le sponde lambiva il torrente.

Nella stessa casetta  in quel mentre

Un focherello andava e veniva:

Così in cielo  di notte finiva

Di brillare d’una stella il raggio!

Volevo…ma mi mancò il coraggio

Di salire. L’unica mia meta

Era rivedere la mia terra –

Solo questo volevo e soffocai

La fame come non potrei mai.

e mi misi di nuovo in cammino

Silenzioso e intimidito.

Ma presto nel folto boschivo

Dei monti ho perso la veduta

E la mia strada ho perduta.

                           15

 

Invano a volte infuriato

Strappavo con gesto disperato

Il pruno dall’edera nascosto:

Intorno c’era solo il bosco,

Sempre più folto e spaventoso,

E il buio della notte bramoso

Con milioni di occhi guardava

Attraverso il muro frondoso…

Poi cominciò a girarmi il capo;

Sugli alberi mi arrampicavo,

Ma fino alla volta celeste

C’eran sempre del bosco le creste.

Allora a terra precipitai

E con furore singhiozzai.

Il petto della terra mordevo

E il mio pianto sulla terra bagnata

Scorreva come ardente rugiada…

Ma, credimi, l’aiuto umano

Non volevo…Sempre fui estraneo

Alla gente…come una belva;

E se anche soltanto un grido

Mio malgrado mi avesse tradito,

Mi sarei tolto la favella.

                           16

 

Quando ero un fanciullo sereno

Io non conobbi mai il pianto;

Ma qui io piansi senza freno.

Chi poteva vedermi? Soltanto

Il bosco cupo e la luna in alto!

Rischiarata dalla luna piena,

Coperta di muschio e di arena,

Cinta da impenetrabile muro

Davanti a me, io te lo giuro,

A un tratto vidi una radura.

E in essa due fuochi e un’ombra scura,

Un fascio di faville si alzava,

E vidi una belva che balzava

Dal folto, e poi sulla rena supina

Giocava come una bambina.

Regina del deserto essa era –

L’eterna possente pantera.

Rodeva un osso mugolando;

Lo sguardo sanguigno volgendo

Alla luna piena e, frattanto,

Il suo pelo si faceva d’argento.

Afferrato un ramo forcuto

Attesi dello scontro il minuto;

A un tratto la brama di lottare

E il sangue mi bruciarono il cuore…

Sì, la mano del mio destino

Mi ha imposto un altro cammino…

Ma oggi dico senza timore,

Che nella cara terra avita

Avrei avuto un’eroica vita.

                           17

 

Attesi. Nel buio notturno

Essa il nemico fiutava e un urlo

Prolungato, come un lamento,

Risonò improvviso, con rabbia

Prese poi a scavare la sabbia,

Si rizzò minacciosa e si chinò,

Il primo salto il cuore mi gelò

E vidi della morte il viso…

Ma il mio colpo l’ha preceduta,

Esso fu rapido e preciso.

Il mio bastone come una scure

La larga e forte fronte le spaccò,

E come un uomo si lamentò.

Cadde a terra. Ma dopo un istante,

Malgrado la fronte sanguinante,

Come un’ondata minacciosa

La lotta riprese impetuosa!

                           18

 

Essa si slanciò sul mio petto,

Ma in gola le infilai più lesto,

Con un vero colpo da maestro,

La mia arma…Con un urlo straziante

Si gettò con le forze rimaste,

Allacciati come due anelli,

Abbracciati come fratelli,

Cademmo insieme e sul terreno

La lotta riprese senza freno.

Ma anche io in quel momento,

Come la pantera del deserto,

Ero selvaggio e cattivo,

Come essa ardevo e ruggivo,

Quasi fossi nato da una belva,

Sotto il fresco tetto d’una selva.

Era come se la lingua umana

Avessi a un tratto dimenticata,

E scagliai un terribile grido,

Come se da quand’ero bambino

Fossi avvezzo a quel suono felino…

Ma il mio nemico ormai cedeva,

Si agitava, il respiro perdeva,

Mi strinse per l’ultima volta…

Ma la sua vista era stravolta,

Ancora un lampo e finalmente

Essa si spense completamente;

Ma col suo nemico vincente

Aveva incontrato la morte,

Come si addice a un milite forte!…

                           19

 

Sul petto le tracce son restate

Delle sue unghie affilate;

Sono ancora aperte le ferite,

Ma della terra il manto mite

Ad esse sollievo porterà,

E la morte per sempre sanerà.

Ad esse allora non detti peso,

E, dopo essermi ripreso,

Nel bosco mi rimisi in cammino…

Ma invano lottai col mio destino:

Esso mi derideva perfino!

20

 

Uscii dal bosco. Il giorno si destava

Nel suo splendore e cessava

La danza degli astri del commiato

Nella sua luce. Il bosco annebbiato

Parlava. Da un aul lontano

Il fumo si levava. Un vago

Rombo era portato dal vento…

Mi sedei prestando ascolto attento;

Poi tornò un silenzio profondo.

Io rivolsi lo sguardo intorno:

Mi sembrava un paese a me noto.

E provai spavento e delusione

D’esser di nuovo nella prigione;

Ero lì, ahimé, nuovamente,

Dopo aver sognato vanamente,

Dopo aver sopportato e sofferto,

E mi chiesi: perché tutto questo?…

Perché giovane ed errabondo,

Gettato appena uno sguardo al mondo,

Nel sonoro mormorio del bosco

Lieto della libertà che conosco,

Dovessi portare con me sotterra

La nostalgia della mia terra,

Delle speranze la deplorazione

E della vostra pietà il disonore!…

Ancora, dall’incertezza roso,

Pensavo fosse un sogno mostruoso…

Ma ecco il suono d’una campana

Mi giunse all’orecchio lontana –

E allora tutto si fece chiaro…

Oh! lo riconobbi all’istante!

Più volte dai miei occhi d’infante

Aveva cacciato i seducenti

E vividi sogni dei parenti,

Della terra libera e stepposa,

D’una cavalla agile e impetuosa,

Di scontri tra pareti rocciose

Dove io solo ero il vincitore!…

Era come se uno sconosciuto

Con un ferro avesse battuto

Nel mio petto il tormentato cuore.

E allora ebbi un vago sentore

Che non avrei mai più varcato

Le porte del mio paese amato.

                           21

 

Sì, ho meritato la mia sorte!

Un cavallo veloce e forte,

Sbalzato un cattivo cavaliere,

Da lungi verso le sue frontiere

Troverà diretta e breve via…

E io al suo confronto? – di nostalgia

Invano il mio petto è ripieno,

Di un ardore impotente e alieno,

Di sogno, di male della ragione.

Su di me un marchio la prigione

Ha lasciato…Tale è il fiore

Del carcere: cresciuto con timore

E pallido tra pareti spoglie,

A lungo le sue giovani foglie

Non lasciò spuntare, aspettando

I raggi vivificanti. E quando

Una buona mano s’impietosì

Di lui, in un giardino egli finì,

A far compagnia alle rose,

E da ogni parte nell’aria

La gioia di essere respirava.

Ma non appena sorse l’aurora,

Un solo suo raggio infocato

Bruciò il fiore nel carcere nato.

                           22

 

E come esso, mi bruciò il fuoco

Del giorno crudele e tormentoso.

La testa affaticata, invano

Nell’erba seccata io celavo:

L’arido fogliame come serto

Di spine la fronte mi cingeva,

E sul mio viso si posava e ardeva

Il fuoco della terra stessa.

Un fascio di scintille in alto

Rotava; dalle rocce biancastre

Un denso vapore si levava.

Sulla sfera del mondo gravava

Un sonno di desolazione.

Se almeno della quaglia il grido,

O della libellula il  trillo,

O di corrente si fosse udito

Il mormorio…Soltanto una serpe

Nelle seccate erbe frusciante,

Col suo giallo dorso brillante,

Quasi fosse una lama affilata

Coperta da una scritta dorata,

Solcando la friabile  rena

Scivolava lenta e serena;

Poi giocherellando su quella,

Si attorcigliava in tre anella;

O, come se a un tratto scottata,

Si contorceva, saltellava,

Nei lontani rovi si celava…

                           23

 

E il cielo era tutto splendore

E quiete. Attraverso il vapore

Lontane – due montagne scure.

Dietro ad una il nostro monastero

Risplendeva come un maniero.

In basso l’Aragva e il Kurà,

Avvolti da cimose argentate

Lambivano nuove isolette

Di fruscianti arbusti coperte,

E scorrevano lievi e festanti…

Ma da me erano distanti!

Mi volli alzare – davanti a me

Tutto girava rapidamente;

Volevo gridare – ma muta e inerte

La mia lingua ora si faceva…

Io stavo morendo. Mi struggeva

Il delirio dell’ora estrema.

Mi pareva

Di giacere sull’umido fondo

Di un fiume rapido e profondo –

E intorno una nebbia misteriosa.

E un’eterna sete spegnendo,

La corrente fredda come ghiaccio

Gorgogliando nel petto affluiva…

Addormentarmi non volevo, –

Tale era il piacere che godevo…

E sopra di me assai alta

Un’onda inseguiva un’altra,

Il sole dalle onde rimbalzava

E più dolce della luna brillava…

E sciami di tinche variopinte

A volte dai raggi erano avvinti.

Ne ricordo una tra le tante:

Più affabile di tutte le altre

Mi lusingava. Di delicate

E sottili squame dorate

Tutta la schiena era coperta.

Più volte mi volò sulla testa,

E dei suoi occhi verdi lo sguardo

Era triste, tenero e maliardo…

Io non capivo quel portento:

La sua voce sottile e d’argento

Parole strane mi diceva,

E cantava, e poi di nuovo taceva.

Diceva: «Bambino caro,

Resta con me se ti piace:

Nell’acqua c’è libera vita,

C’è fresco e una beata pace.

                  

 

 

                   *

 

Io chiamerò le mie sorelle:

Rallegreremo in girotondo

Il tuo spirito così stanco

E il tuo sconsolato mondo.

                   *

 

Dormi, morbido è il tuo letto,

Sotto diafana coltre dormirai.

Gli anni e i secoli passeranno,

Parole magiche ascolterai.

                   *

 

Oh, mio caro! sarò sincera:

Io ti amo perdutamente,

Ti amo come la mia vita,

Come la libera corrente…»

A lungo ascoltai la sua voce;

La corrente sonora e veloce

Sembrava unire il suo mormorio

Alle parole del pesciolino.

Poi sentii mancarmi il respiro.

Negli occhi sparì il lume divino,

Il delirio cedé allo sfinimento.

                           24

 

Così fui trovato in quel momento…

Il resto lo conosci a memoria.

Se credi o no alla mia storia

Per me non fa alcuna differenza.

Ho una sola sofferenza:

Il mio corpo freddo e ammutito

Non marcirà nel paese avito,

E il racconto del mio tormento

Non attrarrà in questo convento

L’attenzione mesta di qualcuno

Sul mio nome rimasto oscuro.

                           25

 

Addio, padre…la tua mano tendi:

La mia nel fuoco brucia, lo senti…

La fiamma dall’infanzia è durata,

E visse nel mio cuore celata;

Ormai essa non ha più alimento,

Ed è cessato il suo tormento,

E di nuovo a colui tornerà,

Che a ciascuno con equità

Dona sofferenza e virtù…

Ma a me cosa ne viene? – Lassù

Oltre le nubi trovi pure sollievo

Il mio spirito così inquieto…

Ahimé! – per soli pochi minuti

Tra le ripide e scure rupi,

Dove giocavo da bambino,

Io darei tutto il paradiso…

                           26

 

Quando alfine dovrò spirare,

E non dovrai a lungo aspettare,

Fa’ ch’io riposi nel giardino, lì

Nel luogo dove un giorno fiorì

Un giallo arbusto di mimosa…

L’erba là è folta e odorosa,

Un’aria dolce e fresca senti

E le foglie dorate e trasparenti

Giocano coi raggi solari!

Là, orsù, fammi riposare.

Dal nimbo del giorno turchino

L’ultima volta sarò rapito.

Da lì anche il Caucaso si vede!

Forse esso dalle sue vette

Mi manderà un saluto di addio,

Sulle ali di un vento fresco…Ed io,

Prima del mio ultimo respiro,

Sentirò di nuovo il suono natio!

E penserò che un caro amico

O un fratello su di me chino,

Mi terga con pietoso sorriso

Il sudore mortale dal viso,

E che mi canti sommessamente

Un noto canto della mia gente…

E ciò pensando io mi assopirò,

E mai nessuno maledirò!…»

1839

(Versione di Paolo Statuti)

(C) by Paolo Statuti

 

Nikolaj Alekseevich Zabolockij

13 Gen

 

 

In un sito russo ho trovato e tradotto un interessante articolo anonimo sul poeta Nikolaj Zabolockij dal titolo «Coperta di baci, incantata…». Lo pubblico nel mio blog insieme con due poesie dello stesso poeta nella mia versione.

La nascita della poesia «Coperta di baci, incantata…» merita di essere conosciuta per la sua particolarità. Leggendola può sembrare che sia stata scritta da un giovane e ardente innamorato. In realtà la scrisse un serio pedante di 54 anni dai modi e dall’aspetto di un contabile. Inoltre fino al 1957, anno in cui Zabolockij pubblicò il suo ciclo «L’ultimo amore», la lirica intima gli era stata del tutto estranea. E a un tratto alla fine della vita ecco questo insolito ciclo lirico.

Nikolaj Alekseevič Zabolockij nacque il 24 aprile 1903 nei pressi di Kazan’. In gioventù studiò all’Istituto Pedagogico di San Pietroburgo ed entrò a far parte del gruppo di avanguardia oberiu. L’atteggiamento verso le donne e i membri del gruppo era puramente consumistico; Zabolockij era tra coloro che «sbraitavano furiosamente contro le donne». Švarc ricordava che Zabolockij e l’Achmatova non si sopportavano a vicenda. «Gallina – non uccello, donnetta – non poetessa» – amava ripetere il poeta. Egli conservò il suo atteggiamento sprezzante verso il sesso femminile per quasi tutta la vita. Ma ciò nonostante il suo matrimonio risultò riuscito e assai solido. Egli sposò una studentessa del suo stesso corso, una bella donna che fu moglie e madre affettuosa, nonché abile casalinga.

Pian piano si allontanò dagli oberiuti, i suoi esperimenti con la parola e l’immagine si ampliarono sostanzialmente e a metà degli anni ’30 egli era già un noto poeta. Ma una delazione contro la sua persona, avvenuta nel 1938, diede un duro colpo alla sua vita e alla sua creazione. Durante l’inchiesta lo torturarono, ma egli non firmò nulla. Forse per questo gli diedero la pena minima di 5 anni. Molti scrittori furono annientati dal gulag: Babel’, Charms, Mandel’stam. Zabolockij sopravvisse, grazie alla famiglia e alla consorte che fu il suo angelo custode. Lo destinarono a Karaganda e la moglie lo seguì con i figli.

Il poeta tornò libero soltanto nel 1946 grazie agli interventi di noti colleghi, in particolare di Fadiejev. Dopo la liberazione, Zabolockij decise di trasferirsi con la famiglia a Mosca. Lo ammisero nell’Unione degli scrittori e il collega Il’enkov gli offrì la sua casa a Peredelkino. In quel periodo tradusse molto. Gradualmente tutto si accomodò: pubblicazioni, notorietà, agiatezza, appartamento a Mosca.

Ma nel 1956 accadde ciò che Zabolockij non si sarebbe mai aspettato – la moglie lo lasciò. Ekaterina Vasil’evna aveva allora 48 anni. Dopo aver vissuto così a lungo al fianco del marito, non vedendo da parte sua né premure, né amorevolezza, si unì allo scrittore e noto rubacuori Vasilij Grossman. «Se lei avesse inghiottito un autobus, – scrisse il figlio di Korniej Čukovskij Nikolaj – Zabolockij si sarebbe meravigliato di meno!»

Passato lo stupore arrivò lo spavento. Il poeta era incapace di cavarsela da solo ed era profondamente afflitto. Il suo dolore lo avvicinò a Natal’ja Roskina, una donna di 28 anni nubile e intelligente. Nello smarrimento per ciò che era avvenuto, egli telefonò a una persona che amava le sue poesie. E’ tutto ciò che egli sapeva di lei. Telefonò a colei che conosceva tutti i suoi versi, anche quelli giovanili. In questo triangolo nessuno era felice. Sia Zabolockij che la moglie e anche Natal’ja Roskina soffrivano. Ma proprio la tragedia provata spinse il poeta a creare il ciclo di poesie liriche «L’ultimo amore», che è considerato uno dei più geniali e commoventi nella lirica russa. Fra tutte le poesie della raccolta spicca quella dal titolo «Confessione» – un vero capolavoro, una tempesta di sentimenti e di emozioni. In questa poesia le due donne del poeta si sono fuse in un’unica immagine.

Ekaterina Vasil’evna tornò dal marito nel 1958. Di questo stesso anno è anche la poesia «Non lasciare l’anima alla pigrizia». La scrisse un uomo già gravemente malato. Un mese e mezzo dopo il ritorno della moglie, Nikolaj Zabolockij non sopravvisse al secondo infarto.

Due poesie di Nikolaj Zabolockij tradotte da Paolo Statuti

 

Confessione

Coperta di baci, incantata,

Portata nel campo dal vento,

Tutta come incatenata,

Tu prezioso mio portento!

Né allegra, né afflitta,

Come da un cupo cielo discesa,

Tu mio canto di nozze,

Tu mia stella pazzesca.

Mi chinerò sui tuoi ginocchi,

Li stringerò con frenesia,

E con le lacrime e con i versi

Ti farò ardere, o amata mia.

Aprimi il tuo nordico volto,

Lasciami entrare negli occhi gravi,

Nelle tue braccia seminude,

Nelle tue nere ciglia orientali.

Ciò che si aggiungerà – non calerà,

Ciò che si avvererà – non si scorderà…

Perché piangi, mio dolce incanto?

O forse a me sembra soltanto?

1957

Non lasciare l’anima alla pigrizia

 

Non lasciare l’anima alla pigrizia!

Per non fare buchi nell’acqua,

Sia di giorno che di notte

Ad essa non si addice la fiacca!

Inseguila nella bufera,

Tra gli alberi schiantati,

Trascinala di tappa in tappa

Tra campi e borri innevati!

Non fare che dorma nel letto

Alla luce dell’aurora,

Tratta male la fannullona

E tienila a freno ognora!

Se per essere indulgente,

Dai disagi la vuoi liberare,

Essa anche l’ultima camicia

Ti toglierà senza esitare.

Tienila sempre ben stretta,

Tormentala continuamente,

Perché essa impari di nuovo

A vivere con te umanamente.

Essa è schiava e anche regina,

Essa è figlia e lavoratrice,

Sia di giorno che di notte

La fatica a lei si addice!

1958

(C) by Paolo Statuti

Boris Pasternak: Due poesie per questo mese di marzo 2016

3 Mar

 

La Pasqua russa

La Pasqua russa

La Pasqua russa

La Pasqua russa

Simon Ushakov, "L'Ultima Cena", 1685

Simon Ushakov, “L’Ultima Cena”, 1685

 

 

Boris Pasternak è già ampiamente presente nel mio blog. Inoltre nel 2014 Gianmario Lucini (CFR) – un amico che non smetterò mai di rimpiangere, ha pubblicato 30 poesie di Pasternak nella mia traduzione. Oggi presento la mia versione di due poesie di Pasternak, come omaggio alla vicina primavera, e come devoto pensiero rivolto alla imminente Settimana Santa. Esse sono tratte entrambe dal ciclo Poesie di Jurij Živago.

 

Marzo

 

Al sole si sudano sette camicie,

E si agita, stordito, il burrone.

Come il lavoro di robusta mandriana,

Fervono le mani della primavera.

 

Langue la neve malata di anemia

Nei rametti inerti di vene azzurrine.

Ma fuma la vita nella stalla delle mucche,

E di salute scoppiano i denti dei forconi.

 

Che notti, che giorni e che notti!

Il ticchettio delle gocce a metà giorno.

I cachettici ghiaccioli dei tetti,

Dei ruscelli insonni il cicaleccio!

 

Tutto è aperto, la scuderia e la stalla.

I colombi nella neve beccano l’avena,

E tutto genera e vivifica

L’odore fresco del letame.

1946

Nella Settimana Santa

 

Intorno ancora la nebbia notturna.

Ancora nel mondo è così presto,

Che il cielo pullula di stelle

E ognuna, come il giorno, è luminosa,

E se solo la terra potesse,

Dormirebbe il giorno di Pasqua

Alla lettura del Salterio.

 

Ancora intorno la nebbia notturna.

Ancora è così presto nel mondo,

Che la piazza giace coricata

Come in eterno da tutti i lati,

E mille anni ancora la separano

Dall’alba e dal calore.

 

Ancora la terra è completamente nuda,

E di notte essa non ha niente

Per far oscillare le campane

E fare eco ai coristi dall’esterno.

 

E dal Giovedì Santo

Fino al Sabato Santo

L’acqua perfora le rive

E intesse mulinelli.

 

E il bosco è spoglio e scoperto,

E sulla Passione di Cristo,

Come folla in preghiera,

Veglia la turba dei tronchi di pino.

 

Ma in città, in un piccolo

Spazio, come a una riunione,

Gli alberi guardano muti

Le grate della chiesa.

E il loro sguardo è preso dal terrore.

E’ comprensibile il loro sgomento.

I giardini escono dai recinti,

Vacilla il sistema terrestre:

Seppelliscono Dio.

 

E c’è la luce nella porta regia,

E il nero manto, e la fila di candele,

Volti rigati dalle lacrime –

E a un tratto la processione viene

Incontro col lenzuolo tombale,

E due betulle presso la porta

Devono tirarsi da parte.

 

E il corteo gira intorno alla chiesa,

Riempie il marciapiede fino al bordo,

E porta dalla strada sul sagrato

La primavera, le ciarle primaverili

E l’aria che sa di prosfora

E di ebbrezza di primavera.

 

E marzo sparge la neve

Nell’atrio sulla folla degli storpi,

Come se qualcuno fosse uscito

Portando l’arca e l’avesse aperta

Distribuendola a tutti.

 

E il canto dura fino all’alba,

E, dopo aver tanto singhiozzato,

Giungono sommessi dall’interno

Nel luogo vuoto sotto i fanali

Il Salterio e l’Apostolo.

 

A mezzanotte taceranno la creatura e la carne,

Avendo udito la voce primaverile,

Che appena tornerà il sereno –

La morte si potrà sconfiggere

Con lo sforzo della resurrezione.

 

1946

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

Velemir Chlebnikov nella poesia di Gennadij Ajghi

11 Dic

 

 

Gennadij Ajghi

Gennadij Ajghi

Velemir Chlebnikov

Velemir Chlebnikov

  

 

Questa è la mia traduzione di un articolo del musicista e storico della letteratura russa Dmitrij Aleksandrovič Paškin, nato nel 1977. L’articolo è del 2002.

 

…Tra gli autori che hanno dedicato i propri versi a Velemir Chlebnikov troviamo anche Gennadij Ajghi, uno dei poeti contemporanei più interessanti. In occasione del centenario della nascita di Chlebnikov, nel 1985 egli scrisse un saggio, pubblicato in Russia soltanto nel 1994, dal titolo Foglie al vento della festa, inserendovi un ciclo di sette strofe basate su un tema unico, con una propria valenza creativa e una profonda autoanalisi. Fanno da contrappunto a questi versi l’immagine degli occhi azzurri: “…e risplende l’anima dagli occhi azzurri…”, “…innumerevoli e solitari – gli occhi di Velemir…”. Tutto il testo del ciclo si tinge di azzurro, fin dalla prima strofa. Una delle fonti di questa immagine la troviamo nella biografia di Chlebnikov: la maggior parte dei contemporanei, descrivendo i lineamenti del poeta, invariabilmente si soffermavano su questo dettaglio degli occhi azzurri; basta ricordare il famoso paragone di David Burljuk “occhi come un paesaggio di Turner…” Per Ajghi gli occhi di Velemir sono limpide stelle; questa comune metafora assume un accento sorprendente, quando il discorso cade proprio su Chlebnikov. Questa profondità, purezza, qualcosa di primordiale, gli era insito, come a nessun altro; persone così diverse tra loro come Nadežda Pavlovič, Anatolij Marienhof, Vadim Šeršenevič, Ivan Gruzinov, – tutti vedevano nei suoi occhi come lo splendore dell’eternità o, più esattamente, una certa atemporalità. V. Šeršenevič: “Chlebnikov fissa lo spazio con i suoi occhi abbagliati”; N. Pavlovič: “Era sorprendente. Proprio gli occhi di un bambino e di un chiaroveggente”…Ma in Gennadij Ajghi gli occhi costantemente si trasformano e assumono i lineamenti del volto…: “e sempre più luminosa è l’immagine, sempre più diafana…” Ciò che colpisce è che il volto di Chlebnikov risulta in qualche modo anche il volto di Ajghi. “In ogni sua pagina-quadro appare il volto del mondo, il volto di Dio…”, scriveva V. Novikov. E nella seconda strofa del ciclo dedicato a Chlebnikov, egli dice: “anch’io sono un po’ il volto!” – Ajghi guarda Chlebnikov e vede se stesso; il poeta a un tratto mostra non semplicemente l’affinità creativa o la comunanza delle concezioni, no, Ajghi vede in sé e in Chlebnikov lo stesso Volto: quello della Poesia, dell’Universo, l’immagine dell’infinito…In Ajghi troviamo un gran numero di richiami a concrete creazioni di Chlebnikov. Un altro refrain del ciclo è rappresentato dalle parole ripetute due volte: “ferito dalle pallottole assonnate di Chlebnikov”… La profondità dell’immagine si decifra soltanto attraverso un richiamo a un contesto storico. Ajghi come studioso era sicuramente a conoscenza della reazione di Majakovskij (riferita da Roman Jakobson), dopo aver letto un frammento del poema Sorelle-folgori di Chlebnikov: “Ah, se sapessi scrivere come Vitja!..” Per Majakovskij una confessione decisamente fenomenale, unica, assolutamente priva di analogie! E ciò fu detto a causa dei seguenti versi di Chlebnikov: “Dalla strada dell’alveare//Pallottole come api.//Vacillano le sedie…” Da queste pallottole risultò ferito anche Ajghi: egli fece esattamente eco alle parole sfuggite a Majakovskij, stendendo attraverso decenni il filo del riconoscimento e dell’entusiasmo per l’acutezza e la precisione della frase poetica di Chlebnikov. Ma il refren conduce oltre; nel finale del ciclo sono indicate le circostanze e il luogo dell’azione: la periferia di Mosca e la necessità di alzarsi il giorno dopo alle nove del mattino. Organizzando con questa indicazione un particolare cronotopo, Ajghi sposta il testo in una realtà del tutto diversa, nel mondo del sonno, gettando un ponte dalla realtà del lavoro notturno, finché è buio, al mondo ultraterreno e sonnolento dell’ispirazione poetica…

Il tema del sonno occupa nella poesia di Ajghi un posto del tutto particolare, è uno specifico stato della coscienza, è la chiave per capire tutta la sua creazione; egli stesso dice: “Il sonno per me è un genere…” Nel ciclo Foglie al vento della festa, non possiamo non rilevare la parola “дорози” (strade) dell’antico slavo, anziché “дороги” (strade) del russo moderno, usata da Chlebnikov nella sua poesia O Rus’, sei tutta un bacio nel gelo.. (1921) e ripresa due volte da Ajghi nella seconda strofa del ciclo tra virgolette. Anche qui egli mostra in primo luogo ancora un’altra fonte chlebnikoviana del suo “colorito” poetico e, in secondo luogo, si serve di un tratto tipico della poetica di Chlebnikov: l’amore per i termini del vecchio slavo, per l’antico russo. Non a caso appare anche la frase sulle “leggi del tempo” e l’immagine della struttura del verso, così importante per la tarda creazione di Chlebnikov.

Il ciclo del giubileo è non solo un omaggio al Budetljanin, ma anche una riflessione sulla creazione poetica nella sua categoria superiore, una riflessione sulla eterna e creativa autoespressione dell’anima. Svelando di poesia in poesia tutti i nuovi tratti della creazione di Chlebnikov, Ajghi al tempo stesso mostra il suo ritratto e il colloquio acquista qualitativamente un’altra dimensione: il discorso si avvia subito in nome di due anime affini che contemplano l’eternità: in nome di Ajghi-Budetljanin, in nome del Poeta. Immergendosi interamente nella propria creazione, Ajghi, come Dante dietro a Virgilio, procede dietro a Chlebnikov – guida, esamina l’occulto, dove trova non tanto un alleato, quanto le stesse profondità dell’Io. “E i suoi sogni – sogni di beatitudine”, scriveva l’autore a proposito di Chlebnikov. Tale beato e puro suo sogno di Velemir, sogno di se stesso e, in fin dei conti, dell’Anima cosmica, primordiale, traspare dai versi di Gennadij Ajghi, asceticamente parchi, ma brucianti come acido cloridico, vaghi e irritanti , come il ricordo dei sogni dell’infanzia.

 

                                                                               Dmitrij Aleksandrovič Paškin

 

Gennadij Ajghi

 

Foglie al vento della festa

(Nel centenario di Velemir Chlebnikov)

 

1

il fuoco come esclamativo di Chlebnikov

2

con l’azzurro dell’anima di Velemir

tagliano infantili – candide

con suono innocente strade *

è la voce di un bambino e il saggio

sguardo di un contadino! e le strade

nello stesso Campo – Russia

si uniscono e divergono:

con l’immagine lontana di Velemir!

anch’io sono un po’ il volto! talvolta

come se dal dolore già quasi musorgskiano!

e tagliano – come curano – la tristezza in taciti campi

nelle strade del volto chinato – in questo minuto

dall’azzurro celato – le strade *

 

3

 

ferito dalle “pallottole assonnate” di Chlebnikov

sussulto – visibile

dagli angoli – creati con impulsi

dalla frana del sonno! – schiarendosi

di bianchezza – interrotta da una quantità

di immagini dell’anima dalla profondità dell’oblio

penetranti – senza volti

 

4

 

ma le stelle

limpide (ed eterne saranno

se

il Tempo si annullerà) limpidi

innumerevoli e solitari –

gli occhi di Velemir

l’Ultimo

il Primo

 

5

 

“l’intelaiatura io ho posto” tu stesso dicevi

delle poetiche travi

di tronchi di metafore che splendono – solide

con suono vasto – naturale

come l’aria – nel tempo della messe!

puro legname “da lavoro”

più del novantapercento

nel quale il tritume degli obbligatori “poetismi”

non c’è – come non c’è il lusso

in una casa di contadini

 

 

6

 

e risplende l’anima dagli occhi azzurri

dalla rete delle illusorie “leggi del tempo”

e sempre più luminosa è l’immagine: sempre più vicina

e più trasparente che ha amato la spiga come un bambino

 

7

 

ferito dalle “pallottole assonnate” chlebnikoviane

finisco di dire – sussultando

per le estremità e i distrutti centri

del sonno che vede e del sonno

che non vede – disperdendo – me

e l’operazione – svegliarsi

il 29 alle 9

di mattina a Mosca – in periferia

 

23-29 settembre 1985, Mosca

 

 

* Nel testo russo: „дорози”, anziché “дороги”.

(Versione di Paolo Statuti)

Velemir Chlebnikov

O Rus’, sei tutta un bacio nel gelo!

O Rus’, sei tutta un bacio nel gelo!

Azzurreggiano le notturne strade. *

Da un lampo azzurro le labbra sono fuse,

Azzurreggiano insieme quello e quella.

Di notte un lampo si sprigiona

A volte dalla carezza di due bocche.

E le pellicce a un tratto avvolge agile,

Azzurreggiando, un lampo senza sensi.

E la notte splende saggiamente e nera.

 

Autunno 1921

 

* Nel resto russo: “дорози”, anziché “дороги”

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

Nikolaj Nekrasov: “Madre”

4 Dic
Nikolaj Nekravov

Nikolaj Nekravov

La madre del poeta

La madre del poeta

 

   Nikolaj Nekrasov nacque il 10 dicembre 1821 a Nemirov, nel governatorato di Podolia. Il padre Aleksej Nekrasov (1788-1862) era ufficiale dell’esercito zarista. Si innamorò di lui la bella e colta Elena Zakrevskaja (1801-1841), figlia di un nobile di origine polacca. I genitori erano contrari al matrimonio di Elena con il non ricco e illetterato ufficiale, ma lei lo sposò ugualmente nel 1817. Non fu una unione felice. Il padre del poeta, un uomo squallido e brutale, dedito al gioco, alla caccia, alle gozzoviglie, era l’esatto contrario della madre del poeta, dal carattere quieto e mite. Nekrasov adorava sua madre, alla quale dedicò molti bellissimi versi, identificandola con la donna-martire russa.

Nel 1838 il giovane Nikolaj fu inviato dal padre a Pietroburgo, alla scuola militare per i figli dei nobili, ma il poeta preferì prepararsi agli esami di ammissione all’università. Come conseguenza il padre lo privò di ogni mezzo di sostentamento, costringendolo a cercare diversi lavori occasionali e temporanei. Tuttavia leggeva con passione scrittori come Puškin, Lermontov, Deržavin, Žukovskij, e cominciò a comporre diversi quadri della vita pietroburghese, prendendo a modello Gogol’ e Dostojevskij. A Pietroburgo restò alcuni anni – anni “di fame e di freddo” e di sacrifici, prima di affermarsi e di entrare con tutti gli onori nel mondo letterario.

Nel 1877, già lottando contro la morte, scrisse una delle sue opere più belle dal titolo Dal poema: “Madre”. Non c’è forse in tutta la letteratura russa una poesia con tale forza espressiva nel manifestare i propri sentimenti verso la madre, nella quale egli vedeva l’ideale umano. Dobbiamo sottolineare a tale proposito, che Nekrasov elevò in generale il ruolo e l’importanza della donna nella vita sociale.

Trascurando se stesso e la salute, di debole costituzione fisica, il giornalista, poeta, critico letterario, redattore ed editore nella stessa persona, non aveva tempo per la sua vita privata. Solo all’inizio del 1870 entrò in relazione con la giovane popolana Viktorova, che egli chiamava Zina, e la sposò poco prima di morire. Era eccitabile di natura, si agitava continuamente, a volte pieno di energia e a volte in preda alla pigrizia e allo spleen. Morì a Pietroburgo nel 1877, all’età di 57 anni. Ai suoi funerali partecipò un’enorme folla in rappresentanza di ogni ceto sociale. Nel cimitero di Novodevic’e il saluto di addio fu pronunciato da Dostojevskij, Plechanov e altri. Quando Dostojevskij paragonò la scrittore a Puškin, si levarono molte voci indignate: “Più in alto, più in alto!”.

E’ indubbio che nessuno dei poeti russi della seconda metà del XIX secolo ebbe in vita una tale fama, nonché tanti amici e nemici, quanti ne ebbe Nekrasov. Egli fu tra i primi a scorgere la nascita del proletariato russo, la fatica morale e fisica dei contadini. I nemici lo accusavano di “macchiare la poesia” con una tematica indegna della parola rimata, cioè con la meditazione sulle sofferenze del popolo, delle donne e dei contadini in particolare. Ma Konstantin Bal’mont, uno dei teorici del simbolismo russo, disse che “Nekrasov occupava un posto pari a quello occupato dai grandi poeti russi del XIX secolo: Puškin, Lermontov, Tjutčev, Kol’zov”. Scrive Ettore Lo Gatto: «“Poeta della vendetta e della tristezza”, egli ha saputo trascinare a sé i cuori dei giovani, che nei quadri tristi della vita russa da lui dipinti, non attingevano pessimismo, ma ardire e certezza di vittoria… Spesso sentimentale e freddo, Nekrasov non mentì mai nell’espressione dell’amore che nutriva per il popolo; spesso retorico, non esagerò mai quando la sua poesia era celebrazione di spirito di sacrificio, di fede in un avvenire migliore».

 

Ecco la mia traduzione, forse inedita in italiano, del poema “Madre” di Nikolaj Nekrasov.

 

Dal poema: “Madre”

 

1

 

Nel nostro secolo beffardo e arrogante,

Non suscita sentimenti umani

La parola “madre”, seppur così grande.

Ma sono avvezzo a sdegnare le usanze.

Io non temo lo scherno così di moda.

Tale musa mi ha dato la sorte:

Essa è libera: schernisce o loda,

Oppure tace, come altera schiava.

In molti anni tra lavoro e trascuranza

Per vergognosa viltà io evitavo

La nobile e tormentata sembianza;

Per la sacra memoria… E’ giunta l’ora!..

 

Il mondo ama gli orpelli e i sonagli,

La folla non riconosce gli amici,

Essa porta lodi, corone e lauri

Solo a chi la sferza duramente;

La corona intrecciata dalla folla

Brucerà la fronte della martire obliata –

Io non le offro una corona tardiva,

Ma voglio che nella notte profonda,

Splenda per voi la sua luce viva,

Simili a lei o cuori infelici!..

 

Forse io di biasimo son degno,

Turbando il tuo sonno, o madre? Perdona!

Ma tutta la vita per la donna io peno.

Al suo riscatto son chiuse le strade;

Per conquistare la sua libertà,

Le forze già mi vengono meno,

Ma tu le insegnerai la ferrea volontà…

Benedicila, o madre: l’ora è scoccata!

Il petto è gonfio di suoni disperati,

E’ ora di offrire loro il mio pensiero!

Il tuo amore, i tuoi tormenti sacri,

La tua lotta, il tuo sacrificio io canto!..

 

2

 

Io lasciai presto la casa natia.

Sedicenne mi guadagnavo il pane,

(Nella capitale cercai la mia via.)

E nel frattempo ogni tanto studiavo.

A vent’anni, con la testa affaticata,

Più morto che vivo soffrivo la fame,

Ma con alterigia ritornai a casa.

Rividi la campagna, i campi, il Volga.

 

Tutto come prima – i campi e le persone…

E sempre lo stesso amato fiume…

Ma con una novità: il battello a vapore!

Ma fu un attimo di vita piena.

Tu gorgogliavi – come ruota del mulino

Girando – o caro corso d’acqua,

E le rive facevano un sonnellino.

Tutto sonnecchiava: zattere e battelli,

E sul fondo del traghetto anche il burlàk;

Egli si sveglierà – e tu Volga rivivrai!

Ho riudito il ritmo lento delle note…

Verrò ancora qui ad ascoltare i nipoti,

Dove sento voi, o padri e figli cari!

Ormai per cos’altro io vivrei mai?

 

A un tratto dal sonno e dal torpore preso,

Nell’afa meridiana entro nel giardino;

In esso le fonti brillano e scrosciano.

Ascoltando il loro canto impetuoso,

I tigli misteriosamente frusciano.

Li amo: sotto la loro chioma verde,

Quieta come la notte e come ombra lieve,

Tu, madre mia, ogni giorno passavi.

 

Presso la lapide dove giaci, o cara,

Ho rammentato, turbandomi e sognando,

Che avrei potuto rivederti ancora,

Ma tardai a venire! E al mio lavoro

Fui destinato e alle brame, alle avversità,

Fui trascinato dall’onda della Nevà…

Non sotto il cielo di famiglia tu giaci –

Là si soffoca, là il sole si cela;

Non giacerà là neanche il tuo poeta…

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E finalmente entrai nella vecchia casa:

Nuovo il pavimento ed altre cose ancora;

Ma di ciò non mi davo pensiero.

Esaminai, conservati da mio padre,

I tuoi lavori, le carte restate

E una lettera attirò la mia vista.

Una con lo stemma e bellamente orlata,

Piena di parole ardenti e appassionate,

Ora in polacco ora in francese scritta.

 

Rammentavo qualcosa vagamente:

A lungo sospirando ogni secondo,

Leggevi tu nella mia lontana infanzia,

Sola, nel giardino; pur non sapendo niente,

Io capivo che ti causava dolore,

Mia cara, – io di bruciarla fui lieto,

Ancora oggi quella lettera odio.

Notte fonda! Mi affretto in giardino…

La cerco, voglio abbracciarla con ardore…

Dove sei? Accogli il mio saluto, o madre!

Mi risponde solo l’eco indifferente…

Scoppiai a piangere; ah! lei non c’è più!

 

La luna spuntò e inargentò il giardino,

Sotto i tigli immobile restavo,

L’ombra dei quali l’amata tanto amava.

Io l’aspettavo e l’attesa non fu vana…

Ora a lenti, ora a rapidi passi

Ella viene; la lettera nella mano…

Ella viene…lo sguado attento scorre

Su di essa con angoscia e tristezza.

“Tu di nuovo con me! – non volendo esclamo. –

Tu di nuovo con me…” Gira la testa…

Un debole pianto, un sussurro! Io ascolto

Le parole della lettera, che già conosco!

 

3

La lettera

 

Varsavia, 1824

 

O quale notte oggi ho passato!

Oh, figlia mia! che cosa ci hai fatto?

A chi, a chi affidasti il tuo destino?

Quale paese al tuo hai preferito?

Ho sognato: eri braccata dai cani,

Tra le nevi russe tu erravi.

 

Era inverno, una notte maledetta,

Ardeva un falò, acceso da selvaggi,

E presso il fuoco con gli occhi chiusi

Giacevi tu, figlia mia diletta!

 

Nereggiava intorno un bosco atro,

E mugghiava… la notte era lunga,

Tu gemevi, come schiavo con l’aratro,

E alla fine sei impietrita – sei morta!..

 

Oh, quanti sogni…quanti cupi pensieri!

Io lo so, Dio punisce i cuori ribelli,

Io credo ai sogni e piango, come bambina…

Di tutta Varsavia siamo gli zimbelli.

La tua mano egli cercava come la fama,

E di lui ti innamorasti davvero,

Hai preso a cuore un ufficiale, un militare,

Ti invaghisti di un selvaggio! è vero,

Mi sembra che abbia modi decorosi,

Che sia intelligente non posso negare.

Ma la sua indole, l’educazione…

Firmando sa scrivere il suo nome?

Perdona! provo in petto l’indignazione –

Non posso, non devo in silenzio restare!

 

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La natura là è inclemente,

La tua bellezza perderai per sempre;

Alla tua treccia dovrai rinunciare,

Là, perdona: solo “piangere e amare”.

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Per l’ultima volta tua madre ti bacia –

Io convincere una fuggiasca non devo;

Il tuo destino è nelle tue mani:

Torna in famiglia, sii fedele ai tuoi avi –

O, maledicendoli l’intera vita,

E per sempre da me smarrita,

Come una rinnegata rimani là,

Spregiata schiava di un moskal’.

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Mi svegliai. Le fonti risonavano,

E gli uccelli sui tigli cantavano.

Nella mano la lettera…non tua, mia cara!

Turbato, chinai tristemente il capo.

La natura era ancora addormentata;

La luna si specchiava nello stagno;

Le lappole guardavano immobili,

Come carcerati da una casamatta.

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Detti un’occhiata ai libri che mia madre

Aveva portato con sé da lontano,

Delle note in margine leggevo:

In esse il suo spirito scoprivo.

E di nuovo io piangevo, e pensavo

Alla lettera e la lessi di nuovo,

E la dolce anima affranta, in essa

Per la prima volta nella sua bellezza

Mi apparve e inseparabile è rimasta,

O Madre-martire! dal tuo triste figlio;

Te e le tue orme cercavo dappertutto,

Il mio tempo libero a te era dedicato.

 

La tua pallida mano che mi accarezzava,

Quando presso il fuoco che si smorzava

Nell’infanzia io sedevo accanto a te,

A volte al crepuscolo mi apparivi,

E la tua voce al buio sentivo,

Piena di affetto e di melodia,

Con la quale mi narravi le fiabe

Di cavalieri e di re, o madre mia.

 

Poi, quando Dante e Shakespeare leggevo,

Mi sembrò d’incontrare volti noti,

Perché le immagini dei loro mondi

Nella mia mente avevi già impresso tu.

E presi a ricordare, dove col pensiero,

Dove con l’anima, o martire, vivevi,

Quando intorno la violenza trionfava,

E ululavano i cani nel canile,

E la bufera le finestre imbiancava…

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Scendendo un’invisibile scala

Io verso l’infanzia scendevo, quando

Tu eri ancora la mia bambinaia

E il mio angelo-custode, cara mamma.

 

In un altro paese, anch’esso infelice

Ma meno rigido tu sei nata,

Nel settentrione misero e cupo

A diciott’anni sola ti sei trovata.

Cessò di amare chi spartì la tua sorte,

E tu seguisti in un paese straniero, –

Egli non è più tuo, ma tu lo amavi,

Tu puoi amare solo fino alla morte…

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Tu alla lettera hai risposto tacendo,

Per la tua strada intrepida sei andata.

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Tuonava il piano, e la tua voce afflitta

Era quella di un’anima sofferente,

Eppure eri tranquilla e sorridente:

“Infelice son’io, vessata da un altro,

Ma di fronte a te, donna di uno schiavo!

Di fronte a uno schiavo curvo sull’aratro,

Il mio destino – è un destino invidiato!

Infelice sei tu, o patria mia! Lo so:

Tutto il paese è prigioniero e trepida,

Ma il paese, dove io amo e muoio,

E’ assai più infelice, più infelice!”

Caos! tendo alla passione, al delirio!

Caos! a stento balena la mente

Del poeta, ma devo compiere il voto

Sacro della gioventù, prima della tomba!

Lo capiranno o no – sarà eseguito!..

 

Tardai a venire! Io come si conviene

Non posso fare il lavoro sospirato,

Ma oserò in un quadro stringato

Il tuo destino, mia cara, contenere.

 

E io potrò!.. L’arte mi aiuterà,

Mi aiuterà la morte – presto le servirò!..

Una piccola lacrima da un grande cuore…

Diventata un oceano sconfinato!..

………………………………..

 

 

Vent’anni di sacrifici hai patito,

Finché il tuo cammino non è finito.

E non invano nella steppa senz’acqua

Scorreva una sorgente per gli assetati.

E non invano splendeva il tuo amore:

Come nei cieli, per quanto oscurati,

Ma se la notte si arrende già all’aurora,

Tutto alla fine un raggio di sole vedrà!

 

E brillò il tuo giorno! Tu hai vinto!

Ai tuoi piedi è il padre dei tuoi figli,

I tuoi da tempo ti hanno perdonata,

Bacia uno schiavo il tuo serto spinato…

Ma…vent’anni!.. Con dolcezza, morendo,

Hai sospirato…e in silenzio sei morta!

Oh, quanta forza hai mostrato, mia cara!

In che modo la vittoria ti ha premiata!..

 

La tua anima splende come diamante,

Frantumato in migliaia di grani

Nella tua grande opera non vista.

Davanti ad essa ho chinato la testa,

Io la canto (dammi le forze, o cielo!..).

Destinata a una lotta modesta,

Tu non potevi sfamare l’affamato,

Tu non potevi lo schiavo liberare.

 

Ma tu gli hai tolto la sua paura,

Grazie a te dal tremito e dalla polvere

Più volte levò lo sguardo al cielo

E la sua anima sentì più sicura…

Forse è meno di una goccia del mare,

Ma vent’anni! Ma a migliaia di cuori

Che sognano una minore sventura,

Sono ora più chiari i confini del male!

 

Il tuo signore gli istinti ereditari

Ora frenava, ora sfogava violento,

Ma se egli nei suoi folli sollazzi

Ai figli non dava il cattivo esempio,

E se la sua sfrenata libertà

Non portò a un punto fatale, –

E’ perché vegliavi tu su di lui,

Quando era preda dell’oscurità…

 

E se io facilmente col tempo ho tolto

Dall’anima mia le funeste tracce

Dell’aver calpestato la ragione,

E lodato l’ignoranza dell’ambiente,

Se io ho lottato con decisione

Per gli ideali del bello e del bene,

E se il canto che io ho composto,

Ha i tratti profondi del vero amore –

O madre mia, lo devo solo a te!

La mia anima tu hai salvato in me!

 

E sono felice! Sei uscita dal mondo,

Ma vivrai nella memoria della gente,

Finché in essa vivrà la mia lira.

Passeranno gli anni – ad essa qualcuno

Dedicherà la sua attenzione.

Saprà anche quale fu il tuo destino;

I resti obliati del poeta visiterà,

Ed anche per te egli sospirerà.

 

(1877)

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le farfalle

12 Ago

 

        

                                                       Il segreto non è correre dietro alle farfalle. E’

                                                       curare il giardino, perché esse vengano da te.

(Mario Quintana)

 

E’ tempo di farfalle. Sorseggiando il caffè in giardino siedo accanto al fioritissimo cespuglio di lavanda, preso d’assalto da bombi e farfalle. Si posano sugli esili steli e li smuovono, provocando l’esalazione odorosa dei fiori. Le farfalle svolazzano festose, instancabili nel loro frenetico volo. I bombi sono più pacati e meno estrosi. Vedo soprattutto cavolaie, cioè farfalle bianche, e macaoni, che in polacco si chiamano “paggi della regina”. Mi ha sempre affascinato il prodigio della nascita di questi insetti alati, la loro meravigliosa metamorfosi da bruco a crisalide. Il bruco che muore nel chiuso di un bozzolo, da cui nasce la farfalla con le sue eleganti e iridescenti ali, simili a minuscoli ventagli rigidi giapponesi. La loro vita è così piena di magia e così operosa: dedicano il poco tempo a disposizione per nutrirsi di polline, per incontrare il sesso opposto e scegliere le piante più adatte per deporre le uova. Non mi stanco di guardarle e di pensare quanto sia sorprendente e generosa la Natura, e quanto noi siamo ciechi e ingrati nei suoi confronti. In omaggio a queste reginette dei giardini ho scelto e tradotto alcune poesie, che pubblico qui insieme con una mia poesiola per bambini.

 

Davìd Samòjlov (1920-1990)

 

La farfalla

 

Ti soffierò via dal palmo della mano,

Per non danneggiare il polline.

Vola via dietro quella duna.

L’estate ormai sta per finire.

 

Sopra i fiori nelle radure,

Sopra una parete di giunchi,

Vivi ancora un po’ la tua illusione

Fienarola, farfalla, anima.

 

Maria Pawlikowska-Jasnorzewska (1891-1945)

 

La farfalla

 

Il vento fa ondeggiare il mirto e il limone,

canta, perché la mimosa non tema.

Sulla rosa una farfalla è volata.

Su di me un bianco aeroplano.

 

La farfalla vola verso terre lontane.

Passa sulla rosa ardente e scura.

Aviatore cieco, aviatore folle

anche me sorvola.

 

Aleksandra Baltissen

 

La farfalla

 

Dal polline coglie le parole,

per danzare

quando sceglie le rime,

– insegna loro a vivere…

 

Verso il sole, verso le nuvole

coi versi turbina

e a storie incomprese

– il mondo mostra…

 

Col sogno, col volo lusinga

e innamorata

con grazia si solleva

– dall’amore chiamata…

Delicata ripiega le ali

degna del vento

come magico linguaggio,

– brilla di poesia del fiore…

 

Wanda Chotomska

 

La farfalla

 

A un uomo seduto in un viale

una farfalla si posò sul giornale.

E l’uomo sorpreso e seccato pensò:

– Perché questa vive proprio non so,

infatti non è né carne né pesce,

a succhiare i fiori soltanto riesce,

non è nemmeno una polpettina,

non fa le uova come una gallina,

e se la chiudi in un alveare,

una goccia di miele non sperare,

non dà il latte come mucca pezzata

e inoltre è troppo colorata…

In quel momento la farfalla aprì le ali

e due poeti le dissero allora:

– Se tu non esistessi in natura,

ti inventeremmo noi, sta pur sicura,

e ti proteggeremmo da costui,

ti proteggeremmo!

 

Paolo Statuti

La farfalla e il fiore

– Biccicalla, Biccicalla,

sei una splendida farfalla –

sussurrava un fiorellino

nel bel mezzo del giardino.

– Dammi un bacio, un bacio ancora,

resta qui fino all’aurora,

non andare, non fuggire,

non costringermi a morire!

Ma la bella farfalletta,

impaziente e leziosetta,

gli rispose sorridendo:

– Ti comprendo, ti comprendo,

ma son fatta per volare,

tutti i fiori devo amare.

Così disse e lesta lesta

si posò sulla ginestra.

Ed il fiore abbandonato

piegò il capo sconsolato,

e pensò con tutto il cuore

di tornarsene al Creatore.

Ma un garofano lì accanto,

visto e udito tutto quanto,

con un nodo nella gola

gli rivolse la parola:

– Ti capisco, amico mio,

perché l’ho provato anch’io,

ma ho imparato anche una cosa

assai utile e preziosa:

se vuoi vivere e star bene,

prendi il mondo come viene…

Da quel giorno il fiorellino,

rassegnatosi al destino,

visse senza ricadute

e pensando alla salute.

 

 

La lavanda nel mio giardino con i bombi e le farfalle bianche

La lavanda nel mio giardino con i bombi e le farfalle bianche

Bombo

Bombo

Farfalla bianca

Farfalla bianca

Macaone

Macaone

 

 

©by Paolo Statuti