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Aleksandr Semjonovich Kushner

17 Apr

 

 

Aleksandr Kushner

    

 

Aleksandr Semjonovič Kušner, che Josif Brodskij considerava uno dei migliori poeti lirici russi del XX secolo, è nato il 14 settembre 1936 a Leningrado. Nel 1959 ha terminato la facoltà di filologia presso l’Istituto Pedagogico Statale “Herzen” e per dieci anni ha insegnato lingua e letteratura russa. Membro dell’Unione degli Scrittori dal 1965 e del Pen Club dal 1987. Sposato con Elena Nevzgljadova, filologo e poetessa che pubblica con lo pseudonimo Elena Ušakova. Kušner ha ricevuto diversi prestigiosi premi, tra i quali ricordiamo in particolare, nel 2005, la prima edizione del “Poeta” – premio nazionale russo assegnato per i migliori risultati conseguiti nella poesia contemporanea. Nel 2011 il suo libro “Da questa parte del misterioso confine” alla Fiera del Libro di Mosca è stato dichiarato “Poesia dell’anno”.

Di Aleksander Kušner il linguista Dmitrij Lichaciov ha detto: “Kušner è il poeta della vita in tutte le sue manifestazioni. E’ questo uno dei tratti più salienti della sua poesia”. Secondo il critico e storico della letteratura Lidija Ginsburg, nei suoi versi si realizza il “connubio tra l’esaltazione della vita e la sua tragicità”. Il critico letterario e scrittore Andrej Ar’ev ha scritto: “Nel XX secolo quanti sono stati definiti “l’ultimo”: “l’ultimo della campagna”, “l’ultimo pietroburghese”, “l’ultimo disperato”, “l’ultimo romantico”, “l’ultimo metafisico”. A questo, soltanto Kušner ha sorriso e ha fatto un gesto di noncuranza con la mano, dicendo: “Ogni poeta è l’ultimo. Salvo poi scoprire all’improvviso che è il penultimo”.

Quando nel 2013 uscì la sua raccolta Luce serale, il poeta la commentò così: “E’ un libro di nuove poesie che costituiscono un certo rabesco, si tengono per mano, trovano per sé il necessario vicino. Necessario per una qualche affinità interiore o, al contrario, a causa di un chiaro contrasto. Inoltre in un libro di versi, in questa cooperazione c’è una non premeditata comunanza: in essi si trovano quei pensieri, sentimenti, osservazioni della mente e percezioni del cuore di cui sei vissuto. E si può dire anche: in essi sono fissati i momenti non soltanto felici, ma anche quelli tristi, di malumore. Ma chi li scrive, nel processo di creazione della poesia, si libera dall’angoscia, vince le tenebre. E questa energia, questo impeto di liberazione dal “peso gravoso”, forse sarà utile al lettore.

In più di cinquanta anni ho scritto molti libri. Il primo – Prima impressione uscì nel 1962. Questo è diciottesimo. Forse è un po’ troppo? Oggi si usa limitare la quantità. Un poeta ha stampato due poesie in un anno e la critica lo elogia, lo elogia, io penso, perché leggere due poesie è più facile e si fatica meno che a leggerne dieci. Leggere le poesie è difficile e inoltre manca il tempo. Ma Puškin ha scritto molto. In trentasette anni ha creato tanto, quanto noi a quell’età neanche ce lo sognavamo! E Lermontov, e Blok…Bisogna prendere esempio da loro. Ed ecco ancora cosa è venuto alla luce con gli anni: l’età non è un ostacolo alla creazione di versi. Forse essa aiuta perfino a scriverli, non come in gioventù, ma in modo diverso. Migliori, peggiori – non sta a me giudicare. Il poeta non va in pensione…I versi aiutano a resistere al male della vita e alle sue miserie, i versi ci consolano, restituiscono il desiderio di vivere, “per ragionare e soffrire”.

 

Poesie di Aleksandr Kušner tradotte da Paolo Statuti

 

Là dove sul fondo c’è una chiocciola…

 

Là dove sul fondo c’è una chiocciola

Come tromba d’orchestra,

Dove i chiozzi guizzano veloci

E li aspetta una tragica sorte

 

Nelle fauci dell’implacabile luccio, –

Là le soavi ninfe dimorano,

E ci tendono le mani

E ci chiamano con fievole voce.

 

Esse hanno alcune sottospecie:

Nei ruscelli appaiono le naiadi,

Nel folto dei boschi le driadi,

E nell’azzurro mare le nereidi.

 

Confoderle è sconveniente,

Com’è per il ranuncolo d’acqua,

Quello africano, quello non comune,

E quello velenoso dei prati.

 

La saccenteria non è una cosa oziosa!

Poeta, non risparmiare gli sforzi,

Non trascurare il tuo podere

E sii minuzioso, come Linneo.

 

Sorveglio le nuvole notturne dietro la finestra…

 

Sorveglio le nuvole notturne dietro la finestra,

Scostata la pesante tenda.

Ero felice – e temevo la morte. La temo

Anche adesso, ma non come allora.

 

Morire – significa stormire al vento

Insieme con l’acero, che guarda triste.

Morire – significa entrare alla corte

Di Riccardo o di Arturo.

 

Morire – è schiacciare la noce più dura,

Apprendere tutte le cause e i motivi.

Morire – è diventare contemporaneo di tutti,

Tranne di quelli che sono ancora vivi.

 

E’ una canzone di Schubert…

 

E’ una canzone di Schubert, hai detto.

Io la cantavo sempre, non sapendo di chi fosse.

Con essa, sembra, si può iniziare da capo

La vita, già molto simile a un prodigio!

 

Qualcosa come un usignolo e un triste suono

In un boschetto tedesco – e un suono triste.

La canzone ci è più cara se ha parole semplici,

E senza parole anche meglio, – con forza terrena!

 

Io la cantavo sempre, così senza motivo

E confondendo le parole malamente.

La notturna tenebra tedesca vi incombe,

E la tristezza in essa è così celestiale.

 

E poi per anni la dimenticavo.

E poi di nuovo a un tratto ritornava,

Come coprendomi con l’ombra di una quercia,

Tentandomi a ricominciare da capo.

 

Claude Monet diceva più o meno così…

 

Claude Monet diceva più o meno così:

Recandoti a un plein-air, dimentica il burrone,

Se è un burrone, la quercia, se è una quercia,

E un ripiano sul monte, se è un ripiano.

Pensa semplicemente: ecco un ovale giallastro,

E sotto un triangolino piccolo e rosato,

E vedi strisce, nient’altro che strisce,

Se ti dirai: sono rami, – mentirai.

E non pensare a una somiglianza; non guardare

Né un’onda, né un campo, né un fiume, né un prato, –

Di sé si prenderanno cura loro stessi,

A un tratto appariranno da un beato nonsenso!

 

Fryderyk, voi dovreste immortalare voi stesso…

 

Fryderyk, voi dovreste immortalare voi stesso,

Il pianoforte per questo non basta,

E amando così tanto la vostra musica,

Io vorrei augurarvi anche il canto,

E la sinfonia, l’opera,

Senza soggetto né protagonista non si può!

Bisogna essere simili a Mozart e a Rossini,

Chiedo i timpani e l’oboe.

Fryderyk, amerete il fagotto e la tromba,

Non vi annoiate senza flauto e senza violino?

Io sono pronto a cambiare l’augurio in supplica:

Cercate di evitare errori,

La polonaise è eccellente, l’étude è incantevole,

Senza dubbio la mazurca è stupenda,

Ma da voi anche in Francia si aspettano di più,

E anche tra le opprimenti nevi di Pietroburgo.

Fryderyk sorride. Egli non è adirato,

turbato, irritato, confuso.

In queste esortazioni c’è una ragione,

Il suo vecchio maestro merita

Rispetto. Ecco che anche Mickiewicz

Gli si avvicina con lo stesso consiglio.

Egli allegherà alla lettera un notturno –

E il notturno sarà la migliore risposta.

 

*  *  *

 

Perché il vorticoso Van Gogh

Mi tormenta con un punto oscuro?

Com’è giallo il suo autoritratto!

Bendato l’orecchio ferito,

Con una giubba verde, come una vecchia,

Perché mi segue con lo sguardo?

Perché nel suo caffè a mezzanotte

C’è quel cameriere con la faccia di vizioso?

Brilla un biliardo senza giocatori?

Perché una pesante sedia è messa

Lì per avvelenare la tranquillità,

E aspetti le lacrime o un suono di scarpe?

Perché egli soffia col vento sulla corona?

Perchè dipinge il dottore

Con un assurdo rametto in mano?

In quel suo paesaggio sghembo

Dove va quel carretto leggero

Senza passeggero e senza bagaglio?

 

Ciò che noi chiamiamo anima…

 

Ciò che noi chiamiamo anima,

Che, come nuvola, è di  aria

E splende nell’oscurità notturna

Capricciosa, indocile

O a un tratto, come aeroplano,

Più sottile di una spillo pungente,

Corregge dall’alto

La nostra vita, migliorandola;

 

Ciò che al pari di un uccello

Balena nell’aria azzurra,

Che non brucia nel fuoco,

Che sotto la pioggia non si bagna,

Senza cui non si può respirare,

Né scusare uno sciocco nell’offesa;

Ciò che dovremmo restituire,

Morendo, in un aspetto migliore, –

 

Ed è forse anche ciò

Per cui non dispiace sforzarsi,

Che ci fa anche onore,

A ben considerare.

Veramente è buona,

Di una moda assai vecchia,

Nuvoletta, rondine, anima!

Io sono legato, tu sei libera.

 

Ecco io sto nell’ombra notturna…

 

Ecco io sto nell’ombra notturna

Solo nel giardino deserto.

Ora cigolerà una porta in paradiso,

Ora sbatterà una porta nell’inferno.

 

E a sinistra una musica risuona

E una voce armoniosa canta.

E a destra qualcuno grida e grida

E maledice questa vita.

 

Dalla mattina girando per la stanza…

 

Dalla mattina girando per la stanza,

Con che premura l’anima

Si prepara l’afflizione!

(Così la rondine fa il nido.)

Niente la distoglie

Né dietro la finestra, né nella conversazione.

 

Invano il giorno è splendido e sereno, –

Non l’attira un foglio viscoso,

Né il tavolo, né la pagina di un libro.

Quale mediocre esperto di persone

Ha detto che la felicità le serve?

Soltanto con l’afflizione ci si può elevare.

 

Come il san Sebastiano del Bellini nel giardino…

 

Come il san Sebastiano del Bellini nel giardino

Con una freccia nel petto e nell’anca passeggia

E non prova dolore, e il cespuglio in fiore

Fruscia di amore celestiale e di bontà,

Così anche tu vorresti lasciar fuori dalla bara

Non proprio i tormenti, ma i simboli di essi.

Ma prova a liberare il martire dalle frecce –

Si stupirà, e a un tratto si offenderà anche.

 

Questa polvere, queste barre di vacillanti ringhiere…

La prola “tormenti”, lo ammetto, mi turba:

Non ho mai amato le frasi altosonanti,

Meglio sporchi colombi, i loro brontolii,

Meglio un misero, comune, prosaico piano

E il disteso fruscio dei pioppi urbani.

Non renderò né piaghe, né punture, né ferite –

Divertirò con esse un passante nel regno delle ombre.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Dmitrij Borisovich Kedrin

25 Feb

 

 

  

K. Rodimov: Ritratto di Dmitrij Kedrin

 

La vita e la morte di questo poeta russo di grande talento sono parzialmente avvolte nel mistero. Non ebbe mai un proprio nido, dedicava molto tempo al lavoro, riceveva miseri compensi, riponeva nel cassetto le opere che, malgrado i giudizi favorevoli di Bagrickij, Majakovskij, Gor’kij, Vološin e altri, gli editori non volevano pubblicare adducendo vari pretesti. L’unica raccolta uscita quando il poeta era ancora vivo, fu I testimoni (1940): ben tredici volte il manoscritto gli fu restituito per modifiche, e alla fine restarono soltanto 17 poesie.

Dmitrij Borisovič Kedrin nacque il 4 febbraio 1907 nel villaggio di Berestovo-Bogoduchovskij nel Donbas. Suo nonno era un nobile di origine polacca, la cui figlia minore Ol’ga, madre del poeta, mise al mondo il bambino non sposata. Temendo il disonore e la collera del padre, lasciò il figlio nella famiglia della balia. Il piccolo fu poi adottato dal marito della sorella. Nel 1914 il padre adottivo morì e Dmitrij fu affidato alle cure della madre, di una zia e della nonna. «Tre donne nell’infanzia mi cullavano» – ricordò molti anni dopo il poeta. Dell’educazione letteraria di Dmitrij si occupava la nonna Neonilla, una donna molto colta appassionata di poesia. Fu lei a istillare nell’animo del nipote l’amore per essa: da un suo quaderno leggeva Puškin, Lermontov, Nekrasov ed in originale anche Ševčenko e Mickiewicz. La donna diventò anche la prima ascoltatrice delle poesie di Dmitrij.

Nel 1916, all’età di nove anni, iniziò la scuola commerciale. Lungo la strada che percorreva per recarvisi, si fermava sempre nel viale dove si trovava un bronzo di Puškin. «Dal monumento di Puškin ha avuto inizio la mia inclinazione per l’arte» – affermò in seguito il poeta. In questa scuola non raggiunse il necessario grado d’istruzione, e per questo iniziò a studiare come autodidatta. Amava non solo la storia e la letteratura, ma anche la geografia, la botanica e la filosofia. Nello stesso tempo cominciò seriamente a occuparsi di poesia. Nel 1922 fu ammesso all’Istituto Tecnico Ferroviario, ma non lo terminò a causa della sua debole vista. Nel 1924 fu assunto come reporter dalla casa editrice Generazione futura e al tempo stesso cominciò a lavorare nell’associazione letteraria La Giovane Fucina. Le sue poesie cominciarono a essere pubblicate da diverse riviste. Nelle recensioni veniva sottolineato il suo particolare stile e il suo talento. Il suo motto era: «La poesia ha bisogno della totale nudità del cuore». Nel 1929 fu arrestato per non aver svelato che un suo amico era il figlio di un generale dell’esercito di Denikin. Restò in carcere un anno e tre mesi. Questo fatto e il suo rifiuto di diventare un confidente segreto del NKVD (Commissariato Nazionale per gli Affari Interni) furono molto probabilmente la causa dei successivi problemi del poeta relativi alla mancata pubblicazione delle sue opere.

Nel 1931 si sposò e dopo la nascita della figlia nel dicembre del 1934, la famiglia si trasferì nella borgata di Čerkizovo nei dintorni di Mosca, dove per la prima volta il poeta potrà avere il suo “studio” – un bugigattolo dietro una tenda. Le opere scritte negli anni ’40 hanno carattere lirico, psicologico, su temi storici e intimi. Egli esaltava i creatori della bellezza vera e imperitura. All’enfasi della realtà prebellica il poeta era alquanto indifferente,  per questo il segretario generale dell’Unione degli Scrittori dell’URSS V. Stavskij criticava duramente Kedrin e, seconto il racconto dei famigliari del poeta, lo minacciava anche. I critici gli consigliavano di evitare i temi storici. Malgrado questa ostilità, nel 1939 fu ammesso nell’Unione degli Scrittori.

I vicini e i conoscenti di Čerkizovo dicevano che Kedrin faceva l’impressione di un pensatore taciturno, assorto e chiuso in se stesso: anche quando passeggiava, non rispondeva ai saluti, non conversava con nessuno. Aveva sempre con sé un taccuino e una matita.

All’inizio della guerra voleva recarsi al fronte come volontario, ma non lo arruolarono per via della vista. Restò a Čerkizovo occupandosi di traduzioni di poesie antifasciste di vari popoli dell’URSS, che venivano pubblicate anche dalla Pravda, e scrivendo due libri di versi, la cui stampa però gli fu negata. Riuscì a recarsi al fronte soltanto a maggio del 1943 come corrispondente del giornale dell’aviazione Il falco della Patria. Durante il suo lavoro al fronte spedì alla moglie Ljudmila 75 numeri dove erano stampate anche molte sue poesie.

Il 15 settembre 1945 sul marciapiede della stazione di Jaroslav alcune persone non identificate per poco non spinsero Kedrin sotto il treno, e soltanto l’intervento dei passeggeri all’ultimo istante gli salvò la vita. Tornato la sera a casa, il poeta in preda a un cupo presentimento disse alla moglie: «Sembrerebbe proprio una persecuzione». Gli restavano ancora tre giorni di vita. Il 18 settembre 1945 morì tragicamente sotto le ruote di un treno suburbano nel pressi di Mosca, tornando a Čerkizovo dalla capitale. Aveva soltanto 38 anni come il suo amato Puškin. Nel 2016 Dmitrij Bykov, scrittore, poeta e giornalista,  ricorda che durante il riconoscimento della salma, la vedova di Kedrin notò l’espressione di un “terrore inumano” sul volto del defunto, e ciò secondo lo stesso Bykov farebbe escludere la tesi del suicidio. I documenti del poeta, secondo quanto ricorda la figlia, due settimane dopo furono infilati sotto la porta della sua casa a Čerkizovo. Non ci vuole molto per sospettare che ad uccidere il poeta furono le mani pluriinsanguinate dei servizi segreti dell’URSS, che in vari periodi si sono particolarmente accaniti contro i poeti. Mi chiedo come può la Poesia suscitare tanto odio!…

Tra le opere più rilevanti di Kedrin ricordiamo: il dramma in versi Rembrandt, che negli anni ’70 – ’80 fu rappresentato in diversi teatri russi; l’altro dramma in versi Paraša Žemčukova, famosa attrice e cantante russa del settecento, morta nel 1803 a 34 anni tre settimane dopo il parto; il poema Le nozze, sulla schiacciante forza dell’amore, davanti al quale non ha retto neanche il cuore di Attila, re degli Unni, morto nella notte delle sue nozze, travolto da sentimenti improvvisi e ancora sconosciuti; poesie e ballate dedicate alla storia, agli eroi e ai miti degli antichi popoli. La sua poesia è spesso intrisa di lirismo e di simbolismo. Le parole di Aljona Stariza (la “Giovanna d’Arco” russa) – «Tutti gli animali dormono. Tutti gli uomini dormono. Soltanto gli scrivani condannano», furono scritte al culmine del terrore staliniano e sono citate da tutti gli studiosi della creazione del poeta.

Nel 1942 Kedrin consegnò alla casa editrice Lo scrittore sovietico il manoscritto Poesie russe, ma la raccolta non fu pubblicata a causa dei giudizi negativi dei recensori, uno dei quali lo accusò di «non sentire la parola», un altro di «dipendenza dalle voci altrui», e un altro ancora di «negligenza nelle comparazioni e di confusione del pensiero». Al contrario, un decennio dopo gli storici della letteratura diranno: «la sua poesia degli anni di guerra aveva intonazioni colloquiali, temi storico-epici e profondi stimoli patriottici».

Nel 1944, un anno prima della morte, Kedrin è profondamente amareggiato: «Molti miei amici sono morti in guerra. Il cerchio della solitudine si è chiuso. Presto ne avrò quaranta. Non vedo il mio lettore, non lo sento. E così verso i quaranta anni la vita è bruciata amaramente e assurdamente. Forse è colpa di questa incerta professione che io ho scelto o che ha scelto me: la poesia».

Nel 1967, per il sessantesimo anniversario della nascita del poeta, apparvero numerosi articoli sul suo difficile itinerario  creativo. Anche Mondo Nuovo pubblicò sue poesie inedite. Nel 1984, vigilia della perestrojka, per la prima volta fu stampata un’ampia raccolta delle principali opere di Kedrin con una tiratura di 300 mila copie, che andò presto esaurita. A questa seguì nel 1989 un’altra edizione di 200 mila copie, che non restò a lungo nelle librerie.

 

NB: Per la stesura di questo testo mi sono avvalso di Wikipedia russa.

 

Poesie di Dmitrij Kedrin tradotte da Paolo Statuti

 

Dio

Presto, nell’ora gialla del tramonto,

Quando l’azzurro si spegnerà,

Chiuderò gli occhi avidi un tempo,

E così stanchi al momento.

 

E quando sarò davanti a Dio,

Io senza tremare gli dirò:

«Sai, Dio, ho fatto del male a molti,

E forse del bene a nessuno.

 

Ma è buffo trovarmi col diavolo,

Perché mi cucini nel calderone:

Non c’è nell’inferno tormento tale,

Che in terra non ce ne sia uno peggiore!»

 

L’estate di san Martino

 

Ecco l’estate di san Martino –

Giorni del caldo di commiato.

Riscaldata dal sole tardivo,

La mosca si è rianimata.

 

O sole! Che c’è di più bello

Dopo un giorno di gelo?..

Una trama di tenui ragnatele

Avvolge un rametto troncato.

 

Domani pioverà leggermente

Da una nube che coprirà il sole.

Le ragnatele d’argento

Vivranno tre giorni soltanto.

 

Pietà, autunno! Dacci la luce!

Proteggi dal freddo buio!

Pietà, estate di san Martino:

Le ragnatele siamo noi!

 

Gelo sui vetri

 

Sulle finestre coperte di brina

Il gelo di febbraio ha tracciato

Un intreccio di  erbe bianco latte

E di rose d’argento assonnato.

 

Un paesaggio di estate tropicale

Il gelo sui vetri disegna.

Perché le rose? L’inverno, si vede,

La primavera attende e sogna.

 

La casa

 

La casa è distrutta. A fiotti l’acqua

Sgorga dalle condutture.

Sul selciato masserizie ammucchiate,

La casa è come un morto sezionato.

 

La soffitta è bruciata. Come sipario

La facciata si è mossa.

Lungo i piani s’è divisa in tre,

La vita nelle dimore si mostra.

 

Nella casa ce ne sono tante.

In una più in basso un pianoforte.

Frammenti di note sui ripiani,

La maschera di Liszt a una parete.

 

In un’altra una veduta diversa:

Parati di colore sgargiante,

Un samovar rovesciato…

Là il cuore della casa, qui l’interno.

 

E sulle cose – una vecchia smorta

E un giovane non più fresco di lei.

La prima volta che siedono insieme,

Inquilini di piani diversi!

 

Adesso tutta la loro vita segreta

E’ svelata. Appare ogni peccato…

In ogni caso la bomba è democratica:

Con una sola disgrazia rende tutti uguali!

 

L’usignolo

 

Infelice, malato e viziato

Nell’umido giardino vaneggio.

Fischia l’usignolo di mezzanotte

Sotto una finestrella.

 

Fischia l’uccello maledetto

Nel giardino sotto la finestrella:

«Infelice, viziato e ubriaco,

Quale destino vorresti?

 

Di sorbo è amaro e di mirtillo

Il trentesimo autunno nel sangue.

Tu stesso la sorte ti sei dato,

Accarezzala ora e campa.

 

Ricordi quando nell’infanzia lieta

Una stella si fregava gli occhi

E sul giardino il vento era salato,

Come le labbra di bimbo che piange?

 

Ricordi  quando nelle notti afose,

Solitario tra le stelle e le querce,

Io trillando ti profetizzavo

Successo e amore?..»

 

Taci uccello disumano!

Cupo è il tuo amaro potere:

Di più non si può scendere,

Più in basso non si può cadere.

 

Di sorbo e di amaro mirtillo

I sentieri sono saturi nel bosco.

Io stesso la mia pena mi sono dato

E solo con essa sarò sepolto.

 

Ma quando la terra dalla pala

Rotolerà nella fossa, risonando,

Tu diverrai un corvo, maledetto,

Per avermi così burlato!

 

Io

 

Molto ho visto e molto ho conosciuto,

Ho conosciuto l’odio e l’amore,

Ho avuto tutto e tutto ho perduto

E tutto nuovamente ho ritrovato.

 

Ho conosciuto il gusto della Terra

E, di nuovo avido della vita,

Ho posseduto tutto e di nuovo

Di perdere tutto ho temuto.

 

Il fiore

 

Sono nato perché un vecchio poeta

Parlasse di me con versi dorati,

Perché Dafni e Cloe a 14 anni

Su di me mescolassero i fiati,

Perché la fidanzata stringendosi a me,

Celasse il rossore della promessa.

Sono nato per fremere a maggio

Nei ricci d’oro di una komsomolka.

Bene accolto a corte o in un capanno,

Dall’erba indorato e bagnato di rugiada…

Se la morte passa in una bara comune,

Frettolosa, su ruote sgangherate,

Gli amici sulla bara porranno una corona,

Perché i petali fremano nello sfacimento.

Chi muore nella tomba non è così solo

E sventurato, finché profumeranno i fiori.

Ornando il letto dove un bambino piange

E le pertiche che cingono la tomba,

Io sono nato per consolare e indorare

L’estasi d’amore e della morte il tormento.

 

Ecco la sera della vita

 

Ecco la sera della vita. Tarda sera.

Fa freddo e non c’è fuoco in casa.

La lampada è spenta. Non c’è niente

Per scacciare l’oscurità che aumenta.

 

O raggio dell’alba, guarda alla mia finestra!

Angelo della notte! Abbi pietà di me:

Voglio ancora una volta vedere il sole –

Il sole della prima metà del Giorno!

 

La natura

 

Che fare? Mi siederò su una pietra,

Ascolterò il pianto del rigogolo.

Vedrò le case con le tavole inchiodate,

Abbandonate dagli abitanti.

 

Ancora non è un anno da quando

Hanno taciuto i loro passi.

Ma sembra che la natura sia felice

Che la gente se ne sia andata.

 

I vicini di notte furtivamente

Hanno tolto gli steccati per fare legna,

Sui lisci campi di cricket

Cresce verde l’erba.

 

Dimenticati gli ultimi proprietari,

Tutta la casa s’è inselvatichita,

Sulle pareti, sui tetti, sulle imposte

Il muschio avanza senza fatica.

 

Dal verde selvatico rampicante

La soglia ormai è ostruita,

Dappertutto imperversa la fragola,

Che prima a crescere non riusciva.

 

E se prima nei nidi gli stornelli

Si ambientavano a stento,

Adesso i fringuelli di primavera

Fanno un chiassoso concerto!

 

Sembra che dal nostro secolo

Siano passati secoli di abbrutimento…

Così la natura le tracce dell’uomo

Fa sparire in un momento!

 

L’amore

 

Solletico di labbra e frescura di denti,

Fuoco che vaga nei meandri del corpo,

Sudore tra i seni…E questo è l’amore?

Questo è tutto ciò che volevi tanto?

 

Sì! Passione che acceca la vista!

Ma la notte passa, lieve, come uccello…

E io ho pensato: l’amore è come il vino,

E per sempre puoi ubriacarti con quello!

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

Leonid Nikolaevich Martynov

5 Gen

 

Leonid Martynov, Mosca aprile 1963

 

Leonid Nikolaevič Martynov nacque il 22 maggio 1905 a Omsk. Le sue prime poesie furono pubblicate nella raccolta I futuristi. Negli anni 1921-22 frequentò il gruppo artistico-letterario futurista Il tre di cuori. Nel 1924 divenne corrispondente del giornale La Siberia sovietica. Nel 1932 fu arrestato con l’accusa di propaganda controrivoluzionaria e confinato per tre anni nel Nord del paese (fu riabilitato nel 1989). Trascorse il confino amministrativo a Vologda, lavorando nel giornale Il Nord rosso, dove conobbe la futura moglie Nina Popova. Scontata la pena tornarono insieme a Omsk. Nel 1939 il poeta raggiunse la notorietà con la pubblicazione del libro Poesie e poemi. Nel 1942 fu ammesso nell’Unione degli Scrittori dell’URSS, grazie all’interessamento dello scrittore A. Kalinčenko. La raccolta Il golfo uscì nel 1945. Stroncato dalla critica, per nove anni scrisse senza alcuna speranza di essere pubblicato, e guadagnando con le traduzioni della poesia inglese, ceca, cilena, ungherese, polacca, francese, italiana, iugoslava e di altri paesi.

Il primo libro dopo questo lungo periodo fu Poesie, che uscì nel 1955 e diventò subito un bestseller e fu ristampato due anni dopo. Malgrado il riconoscimento il poeta conduceva una vita appartata, tanto da essere chiamato “un classico silenzioso”.

Nell’arco di dieci anni, dal 1960 al 1970, scrisse un libro di memorie con l’intenzione di chiamarlo Cento capitoli. Il poeta stesso scriveva: “Questo libro riguarda non solo le origini  delle mie poesie, ma essendo veritiero e chiaro, per quanto possibile riguarda l’intero ordine della vita.” Tuttavia il tempo e la censura non permisero di stampare tutti i capitoli insieme. La prima raccolta di novelle autobiografiche Fregate aeree fu pubblicata nel 1974. Per la bellezza dello stile e per l’ampio respiro essa si può definire una enciclopedia della vita artistica di Omsk negli anni 1920-1940. La seconda raccolta di novelle Tratti di somiglianza uscì postuma nel 1982, mentre soltanto nel 2008 furono stampate tutte le restanti novelle dei Cento capitoli.

     Nell’agosto del 1979 morì la moglie Nina e il 21 giugno 1980 morì anche il poeta.

  1. Kazak nel Dizionario della letteratura russa del XX secolo (1996) dice del poeta: “Leonid Martynov scrive poesie narrative e descrittive, ma prevalgono quelle in cui un fatto concreto si presta all’analisi filosofica – sotto forma di immediata riflessione o sotto forma di metafora… Nella ricchezza della lingua figurata di Martynov si riflette anche la civiltà contemporanea e la natura”.

Scrive il critico N. Sokolov: “E’difficile trovare nella poesia russa contemporanea un altro poeta con un sistema filosofico così coerente e preciso, espresso non solo come concezione del mondo, ma consolidato anche nello stile, nei temi e nei soggetti delle opere. In questo senso Leonid Martynov si può paragonare soltanto a M. Lomonosov, il quale altrettanto precisamente, im modo pubblicistico, espresse nelle poesie il suo entusiasmo per l’immensità dell’universo e lo sviluppo della scienza che rivela all’uomo un miracolo dopo l’altro… Nella sua lirica filosofica Martynov si rifà alla tradizione poetica di F. Tjutčev. Benché per il suo fondamento filosofico, per l’orientamento e il dinamismo, la poesia di Martynov sia l’opposto della poesia contemplativa del romanticismo filosofico di Tjutčev, possiamo stabilire una costante comune nel loro sistema poetico. Gli studiosi L. Pumljanskij, B. Buchštab e altri parlano di simboli-antitesi nella poesia di F. Tjutčev: la luce opposta all’oscurità, il calore – al freddo, il rumore – al silenzio, le vette – alle pianure. Il contrasto romantico è caratteristico anche per la poesia di N. Zabolockij e di L. Martynov. Anche in quest’ultimo l’oscurità nelle sue varie manifestazioni è contrapposta alla luce, l’immobilità è sempre abbinata al movimento, che molto spesso è legato all’immagine delle ali, del volo”. A tale proposito va notato che l’immagine “dell’uccello libero” è una di quelle preferite da Martynov ed esprime l’idea della libertà, del movimento, l’evoluzione del pensiero, la ricerca nell’arte.

Gli storici della letteratura russa ricordano spesso il nome di Martynov per il suo intervento durante il Congresso degli scrittori tenuto a Mosca il 31 ottobre 1958 per discutere il caso Pasternak. Martynov era appena tornato dall’Italia e,  invitato a riferire sull’atteggiamento degli italiani verso Pasternak, manifestò la sua irritazione per il “crepitio sensazionale” della stampa estera intorno a un solo nome. Benché in tale occasione Martynov si unisse al coro di quelli che condannavano Pasternak, fu notato che il suo intervento non fu tra i più decisi e aspri. Io personalmente, malgrado il mio grande amore per Pasternak, non me la sento di criticarlo. Non tutti nascono “cuor di leone”, ed è noto che in quel regime disumano chi criticava veniva freddamente eliminato, come Mande’stam, chi non criticava veniva a stento tollerato, come Pasternak, e chi si adeguava ed eventualmente lodava anche, veniva premiato, come appunto Martynov. Ma non si può negare che egli sia stato uno dei maggiori e ultimi poeti russi del XX secolo che hanno respirato l’aria del rinnovamento poetico dell’inizio del secolo, e hanno dato il loro prezioso contributo al proseguimento della tradizione.

P. S.

 

Poesie di Leonid Martynov tradotte da Paolo Statuti

 

L’ebreo errante

Il treno percorre tratti tenebrosi.

Il ponte sull’Acheron comincia a ronzare.

Lungo il fiume gli imbuti dei gorghi.

Panico nei vagoni, attacchi nervosi…

Soltanto un tipo distante da tutto,

Fuma e ride, in piedi sulla piattaforma.

E’ l’ebreo errante.

1926

 

La prima neve

 

Uscì la sera presto,

Disse: – Devo andare…

Non aspettare.

 

Cadeva la prima neve.

La strada

Era tutta bianca.

 

Alla ragazza del chiosco

Ordinò un bicchiere di vino.

 

«Devo andare… – ripeteva mentalmente, –

E non è colpa mia».

 

Più tardi telefonò dalla piazza:

– Dormi?

– No, non dormo.

– Non dormi? E che fai?

Rispose:

– Amo!

 

…Tornò la mattina tardi,

Alle dodici,

E girava per la stanza,

Come se stesse nel bosco.

Nel bosco, dove i rami sono neri

E anche i tronchi sono neri,

E tutti i tendaggi sono neri,

E sono neri anche gli angoli

E le poltrone nere-brune,

Ammassandosi, tacciono…

 

Lei chinava la testa,

E lui a un tratto notò

Ciò che lei stessa forse

Non voleva sapere –

Come mai nel caldo oro

C’era quella ciocca bianca!

 

Egli sfiorò ciò che ora

Sentiva caro per sempre,

E capì

Con l’oro di chi

Aveva pagato la sua notte.

 

Lei chiese:

– Cos’è questo?

Lui rispose:

– E’ la prima neve!

1946

 

*  *  *

In una notte afosa

Conversavo con Dio.

Non avevamo, a quanto pare, molti argomenti.

Io gli dico:

– Mostrami dei miracoli. –

Lui risponde:

– Non s’imbiancano i tuoi capelli,

Non si diradano – ecco dei miracoli!

Non rinsecchiscono le tue braccia e le tue gambe,

Benché io conosca molti tuoi tormenti.

E pensa un po’: camminavi per tali strade,

Vagavi per tali dirupi e convalli,

Dove, come sangue, è salata e purpurea la rugiada…

Tu li hai superati – anche questo è un miracolo!

1949

 

Gli uccelli

Diventare uccello non vorrei,

Essere un usignolo non voglio.

 

Pensa un po’, –

Volando

Mi poserei sul davanzale,

E tu diresti:

«Che razza di uccello

Si affanna sul davanzale,

E bussa col suo corpo volante?»

 

E nella mia maldestra aspirazione

Graffierei il vetro con le penne.

E tutto ciò a cosa porterebbe?

Tu apriresti la finestra,

Io entrerei volando. Ah, che bello!

Nella tua mano cadere inerme.

Tu cacceresti via la gatta,

Penseresti un po’,

Coglieresti al volo un moscerino,

Prenderesti una briciola di pane,

E nel becco me li metteresti a forza.

Dopo avermi nutrito a sazietà,

E, ripetuto:

«Ah, che bello!» –

Mi baceresti con la bocca.

Così diventiamo schiavi.

…Io non sarò mai un uccello!

1952

 

L’eco

 

Che mi è successo?

Io parlo con te sola,

E chissà perché le mie parole

Si ripetono dietro la parete,

E risuonano in questo stesso istante

Nei vicini boschetti e lontane foreste,

Nelle vicine umane dimore

E in ogni luogo andato a fuoco,

E dappertutto tra i viventi.

Sai, sostanzialmente, ciò non è male!

La distanza non è un ostacolo,

Non per ridere non per sospirare.

Assai potente è l’eco.

A quanto pare, tale è l’epoca!

1955

 

*  *  *

Sul litorale dopo la burrasca

Dei tuoi sassi sento il crepitio,

O mare, il più saggio al mondo

Pittore – astrattista!

E non partecipo alla contesa,

Alla discussione troppo futile –

Che hai immaginato o mare

Su questo o quel ciottolo.

1960

 

Il paesaggio

 

Il paesaggio

Sorse davanti a me –

Caotico, non delineato,

Come se non potesse essere diverso,

Come realtà piena di contraddizioni:

Correvano le volute di nubi,

Dappertutto la luce lottava con l’ombra…

 

– Paesaggio, potresti diventare anche migliore!

– Certamente, non c’è alcun dubbio!

 

Quale sono già per me stesso,

Io sono anche la vostra creazione!

Volete il cielo più azzurro,

Il tempo più sereno, più bello –

Osate, affinché il cielo cerchi

Di diventare simile ai  vostri sogni,

Non solo sulla tela,

Ma anche nella realtà.

1967

 

La poesia estremamente complessa

 

La poesia

E’ estremamente complessa,

E con questo moltissimi lottavano,

Gridando che solo la terreneità è necessaria,

Avendo in mente soltanto la spiga del grano.

 

Ma a volte, frugando nella ghiaia verbale,

Anche là dove non spunta neanche un chicco,

 

Noi la scopriamo,

Cioè

Essa è dappertutto, e non è colpa sua,

Se in terra e in cielo ugualmente essa si cela,

Come l’Erebus, coronando il polo Sud,

La poesia non è un rebus, ma è libera

Di echeggiare da qualunque macchia bianca,

Come media e lunga onda,

E sull’onda corta la notizia e il racconto!

1970

 

La busta

 

Io scrivevo versi

in un periodo di tempeste,

Di notte, in preda a una febbre interiore.

e un giorno

Il vento li portò

Come intorno al globo terrestre.

 

Li dimenticai…

Passò anno dopo anno,

E un giorno sul far dell’alba

La postina

Mi consegna una busta

Piena di ritagli di giornali.

 

Vedo:

Di nuovo è nelle mie mani

Il risultato delle mie fatiche notturne,

Ma ora in diverse lingue,

In traduzioni,

Sia pure non troppo fedeli.

1970

 

Il sogno

 

Sono spuntati

Sui vetri

I fiori di neve.

 

– Dov’è la mia pelliccia? – tu chiedi.

– Non capisco cosa dici!

– Dov’è la mia pelliccia, la pelliccia bianca,

La bianca pelliccia nella quiete dei tetti innevati,

Diventa azzurra verso sera,

Rossa pelliccia – di notte presso il fuoco,

Per brillare argentata sotto la luna!

 

Ecco quale miracolo non si sa come

Hai voluto ottenere.

1970

 

Policromia

 

I colori

Appaiono elementari,

Ma neanche le sfumature possono sembrare perse.

Le rondini  –

Anche quelle al tramonto

Diventano trasparenti, ambrate…

 

Anche le nere e cupe cornacchie

Appaiono all’alba

Come policromia,

Propria non soltanto ai germani reali,

Ma anche a ogni semplice anatra.

 

Per l’uomo

E’ lo stesso – non può sembrare sempre uguale,

O sempre nostalgico, o sempre spensierato,

E se così vi sembra,

Sappiate:

Voi delirate!

1974

 

 

(C) by Paolo Statuti 

 

 

 

 

 

Nikolaj Gumiljov – Il sesto senso

7 Dic

 

Nikolaj Gumiljov

 

 

Il sesto senso, inserita nella raccolta Il pilastro di fuoco (1921), è l’ultima poesia di Nikolaj Gumiljov e una delle più belle. Oltre ai 5 sensi che sono gli organi biologici, all’uomo è necessario un sesto senso per lo spirito: il senso del bello, del sublime, dell’ideale. Esso non ci è dato dalla nascita, ma origina dalla sofferenza. L’uomo è come una creatura viscida e impotente, il corpo lo tormenta, ma sa che gli cresceranno le ali per elevarsi spiritualmente. Sta a lui usarle o meno. Occorre tempo e il contributo del creato e dell’arte. Il poeta sollecita questo momento, si rivolge al Signore pregandolo di accelerarlo. E’ una poesia profetica di Gumiljov. Nella seconda strofa “l’alba rosata” è la sua ispirazione poetica, i “cieli che si gelano” – il tramonto della sua creazione. Poco dopo averla scritta, venne accusato di attività antirivoluzionaria e il 26 agosto 1921 fu fucilato a San Pietroburgo. Aveva 35 anni.

 

Il sesto senso

Amiamo il vino che beviamo

E il buon pane che nel forno aspetta,

E la donna dalla sorte data,

Che pur se affligge, poi ci diletta.

 

Ma che fare dell’alba rosata

Lassù in alto nei cieli gelati.

Dov’è il silenzio e la celeste quiete,

Che fare dei versi immortalati?

 

Non da mangiare, da bere, da baciare.

L’attimo fugge via con rimpianto.

Ci torciamo le mani, ma di nuovo

Passiamo sempre accanto, accanto.

 

Come un bambino, lasciato il suo gioco,

Segue una fanciulla al bagno,

E, non sapendo nulla dell’amore,

Prova di segreta voglia un travaglio;

 

Come una volta nel folto equiseto

Gemeva per la sua impotenza

Una creatura viscida, che delle ali

Non sentiva ancora la presenza;

 

Così per secoli – sarà presto, Signore? –

Sotto lo scalpello dell’arte e del creato

Grida il nostro spirito, la carne si sfibra,

E l’organo del sesto senso è nato.

 

1921

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Anna Achmatova

2 Dic

 

Questa poesia mostra tutta la femminilità e la passionalità della grande poetessa russa. La scrisse nel 1911 quando aveva ventidue anni. Nel 1910 aveva sposato il poeta Nikolaj Gumiljov. Nella poesia si tratta di lui?

 

Strinse le mani sotto la scura veletta…

 

Strinse le mani sotto la scura veletta…

“Perché oggi hai quel viso sbiancato?”

– Perché di amara tristezza

Io senza pietà l’ho ubriacato.

 

Come scordare? Egli uscì vacillando,

La bocca dal dolore storta…

Io corsi, quasi volando,

Gli corsi dietro fino alla porta.

 

Ansimando gridai: “E’ stato tutto

Uno scherzo. Morirò se te ne andrai.”

Sorrise tranquillo e tremendo

E disse: “Rientra, o ti raffredderai”

 

1911

 

(Versione di Paolo Statuti)

Arkadij Kutilov

23 Nov

Arkadij Kutilov

 

Poeta, prosatore e pittore russo. E’ nato il 30 maggio 1940 nel villaggio di Rys’ja (regione di Irkutsk) ed è morto a Omsk nel mese di giugno del 1985. E’ uno dei più luminosi e originali poeti russi del XX secolo. Trascorse l’infanzia e l’adolescenza nel villaggio di Bražnikovo, nella regione di Omsk. Un ruolo  particolarmente importante nella sua formazione ebbero la sua insegnante di russo e il bibliotecario, che consigliava il giovane nella scelta dei libri. Nella biblioteca del posto Kutilov trovò una piccola raccolta di Marina Cvetaeva e, grazie a ciò, fece per la prima volta conoscenza con la poesia caduta in disgrazia. La forza e la bellezza dei versi della Cvetaeva fecero nascere in lui un irresistibile interesse per la poesia. Le prime sue composizioni poetiche risalgono al 1957 (fino all’età di diciassette anni la sua passione principale era stata la pittura). Iniziò con versi il cui contenuto era genericamente chiamato “lirica della taigà”. All’inizio degli anni ’60 svolse il servizio militare a Smolensk, dove in veste di poeta principiante entrò nell’ambiente letterario, e partecipò a numerosi seminari. I suoi versi apparvero su diverse riviste locali. Un fatale avvenimento lasciò in lui un marchio che influì sul suo futuro destino. Il poeta e un gruppo di commilitoni presero una sbornia bevendo liquido antigelo. Restò vivo soltanto Kutilov. Per questo motivo dopo la cura che ne seguì, fu congedato. Tornò a Bražnikovo. Su questo periodo il poeta scrisse in una nota autobiografica: «Nel mio stato depressivo, avendo perso interesse per ogni cosa, vivevo nel villaggio, contando sullo scorrere della vita. Il fatto più brillante di quel tempo è stato il momento in cui per la prima volta ho apprezzato seriamente la vodca. Lavoravo come corrisponente per una rivista regionale, bevevo smodatamente, conducevo una vita scapestrata e neanche provavo a migliorare la mia condizione.» Dopo qualche mese fu licenziato dalla rivista per ubriachezza. Nel 1965 sue poesie apparvero sul giornale di Omsk “Il giovane siberiano”. Dopo la morte della madre, avvenuta nel 1967, Arkadij Kutilov con la giovane moglie e il figlio tornò nella regione di Irkutsk, sua terra natale, dedicando molto tempo ai viaggi. Discordie famigliari costrinsero poi  il poeta a tornare a Omsk.

Per un certo tempo condusse una vita nomade di giornalista di campagna, lavorando per diversi giornali, senza mai trattenersi a lungo in un luogo. Iniziò il periodo di vagabondaggio che durerà diciassette anni: la sua casa e il suo studio diventarono le soffitte e le cantine, dormiva nelle stazioni e nei cimiteri.

Triste mondo nel balbettio del transistor,

la gente canta canzoni non proprie…

E nel Paese dei minchioni gemono i cigni,

piangono le pietre e gracidano gli usignoli…

 Fu ritenuto incapace di adattarsi socialmente e psicologicamente malato, e quindi costretto a intraprendere una cura psichiatrica e, conformemente alla legislazione sovietica, fu accusato di parassitismo e vagabondaggio. Nel 1971, trovandosi in carcere, scrisse il racconto “Il granello di polvere”. Dalla metà degli anni ’70 Kutilov scriveva ormai senza alcuna speranza di vedere i suoi lavori pubblicati, e perfino il suo nome era interdetto, a causa dei suoi versi ritenuti sovversivi, degli scandali letterari e politici, delle “mostre” provocatorie di quadri e disegni nel centro della città, del disprezzo del passaporto sovietico, le cui pagine aveva riempito di poesie.

Alla fine di giugno del 1985 il poeta fu trovato morto in un giardinetto di Omsk con gli abiti sporchi e stracciati. Le circostanze della morte non furono mai chiarite. Si dice che sia stato ucciso per motivi politici, in quanto dissidente. Il cadavere fu identificato, ma nessuno richiese la salma all’obitorio. A lungo il luogo esatto della sepoltura del poeta, alla periferia di Omsk, restò sconosciuto. Finalmente nel 2011 riuscì a scoprirlo Nelli Arzamasceva, direttrice del museo “Arkadij Kutilov”. Il poeta Evgenij Evtušenko scrisse di lui: «Nella città di Leonid Martynov è vissuto un altro meritevole poeta, non apprezzato da noi quando era in vita. I suoi versi, sono diversamente giudicati, ma in essi ci sono lampi di genialità.»

La sua unica raccolta di poesie pubblicata, uscita a Omsk nel 1990, ha un titolo che si  addice perfettamente al suo tragico destino – Lo scheletro di una stella:

 La mia stella lavora bene,

la mia cara privata stella…

Si è accesa alquanto di recente,

di recente…Pensavo – per sempre…

Ma si raffredda nel gelido buio,

e di colpo si spegnerà quest’anno…

Il deserto – ai leoni, il bosco – agli uccelli,

e a me – accendete una nuova stella!

Si  ritiene che abbia scritto più di 2000 poesie, testi di prosa stupefacente, e abbia creato un’intera galleria di opere figurative. Purtroppo gran parte di questa produzione non ci è pervenuta.

Le sue poesie sono già tradotte in diverse lingue, non so se anche in italiano. In ogni caso ho pensato di rendere un omaggio personale a questo geniale e infelice poeta russo, forse il più dimenticato del XX secolo, la cui breve vita raminga e turbolenta, e la misera fine mi ricordano Chlebnikov e Esenin. Kutilov è un poeta vero. Il poeta della natura, dell’amore, del paradosso. Nelle sue poesie si alternano intenzionalmente sublime e infimo, generale e particolare, grande e minuto. Egli segue le tracce che risalgono a Tjutchev, Zabolockij, Esenin. Nella sua lirica rivivono antichi miti e leggende popolari, gli animali prendono misteriosi contorni. Ogni sua immagine assume un significato profondo che può capire soltanto un uomo con il cuore illuminato. Egli ha la capacità di dipingere con le parole, usando luminosi e densi colori. Tutta la sua vita è poesia, tra questi due elementi la distanza è ridotta ai minimi termini.

 

 

Poesie di Arkadij Kutilov tradotte da Paolo Statuti 

 

 

Io vedo il suono e il silenzio

Io vedo il suono e il silenzio,

c’è l’antimondo nel mio quaderno…

Io vedo il paese-Africa,

dalla finestra innevata…

 

Io sento il buio e la luce lunare,

e dietro la parete del vicino

sento di notte il decrepito nonno

litigare con la moglie nel sonno.

 

La vecchia, è vero, è morta,

e il nonno mi fa compassione…

Ma così stanno le cose con noi:

noi vediamo ciò che nessuno vede.

 

Noi dell’ardente sangue di Puškin,

per noi – sette venerdì a settimana,

per noi – un usignolo a gennaio,

e d’estate – musica con bufera.

 

E a marzo dai tetti lungo i muri

scorre la voce di Nefertiti…

O mio lettore! io mi batto,

perché tu possa scorgere il mondo.

 

*  *  *

Idee selvatiche ingoio,

leggo Brehm e Diderot…

Tutta la notte siedo, immagino

un piatto, un cucchiaio e un secchio…

 

James Watt è il mio capo diretto,

tutto il mondo non è che merce…

Ho immaginato una teiera,

una bicicletta e un samovar…

 

Un raggio di stella ho scisso in anelli,

ho scoperto una nuova specie di pesci.

Ai confini della musica e del canto

ho immaginato il cigolio di un carro.

 

Io dal cielo le stelle non afferro,

ma scroscia l’estasi creativa…

E io di nuovo immagino

un’ascia, una sega e un water…

 

Io – esclusione di ogni principio,

con distorta visione del mondo…

Col cervello tragicamente guasto,

e niente può più ripararlo!

 

*  *  *

E nell’infanzia tutte le inezie

sono piene di significato e ragione:

la luce del giorno, il buio della notte,

un’ala, un remo e l’altalena…

 

E una scaglia di luccio screziato,

un pulcino ucciso da un nibbio,

e il grido della civetta e un maggiolino,

e un prato dopo averlo rasato.

 

Come nel sangue – una molecola di vino,

come in un cervello sensibile – un verso,

come in una notte di luglio – la luna, –

nella coscienza entra il punto di vista.

 

Il figliastro

 

Una buona volta in un’azzurra sera,

senza pensieri, senza amore e sogni,

a un tratto lascerò la Russia,

cominciando a darle del “tu”…

 

Perché non mi amavi,

mi sopportavi, torcendo la bocca?..

Negli assalti di mite ardore

io con te stringevo un legame.

 

Mi sono arreso alle tue promesse,

aspettavo a lungo una dichiarazione.

Prendi adesso, nell’ora dell’addio,

la mia testa come amuleto!

 

Addio, e dimentica i falsi giudizi.

La gente per essi è portata!

…Gli otturatori della mia doppietta

scatteranno – e tutti sull’attenti!

 

Alla fine di una notte lirica,

quando una mucca muggirà,

i miei occhi sbatteranno le ciglia

e rumorosi nell’azzurro voleranno!

 

Divorzio

 

Se ne va l’amore. Gelo nell’anima.

Sbiadiscono parole e oggetti.

Sul caro volto appare ormai

La maschera postuma di Giulietta.

 

La ragione frena il bollore del sangue…

Il tuo sguardo è più azzurro d’un pugnale…

E, forse, non il dito, ma la gola dell’amore

L’anello nuziale ha serrato.

 

E’ invecchiato settembre e la tua figura,

I tuoi contorni si fanno grossolani…

 

Sembra che mi stiano per fucilare,

E I NOSTRI NON ARRIVERANNO MAI.

 

*  *  *

Vita mia, poesia, amica…

Io nei versi annegavo, ardevo e gelavo…

Gli occhi la tormenta non mi ha cavato,

benché abbia percorso tante verste.

Diranno: è una posa? Sì è possibile…

La vita è fatta di pose e altre inezie.

Che perisca la rosa schiacciata,

e nel marcio spunti un cardo!

Io l’immortalità non aspetto,

a me è più caro – le dita sulle corde –

sedere con le prostitute che parlano

allegramente di me.

 

Bosco d’inverno

 

Si gelano i pini e gli abeti,

il bosco non allieta lo sguardo.

Il bosco ha un abito nuovo –

d’un biancore mortale.

 

Come un vecchio sul letto,

condannato a morire…

Come in una stanza d’ospedale,

solo un medico – l’orso.

 

Questo sembra da lontano,

questo sembra così…

Ma svolazzano le cince

e i fringuelli sui cespugli…

 

E, accostando alle tremule

la guancia, come un figlio,

senti battere forte

la loro anima.

 

Allegato al mio libretto del lavoro

 

Ecco io morirò e subito piangerà

la pazza stirpe di beoni e randagi…

…Io ero un pope, – e ciò è importante.

Io ero un organizzatore, – e non è poco!

 

Io ho scavato con la draga da ubriaco.

Io con l’ascia penetravo nel bosco azzurro.

Io ero pescatore e nel fiume Vitim

il mio zar-pesce nuota ancora.

 

Io ero nella compagnia di mia zia.

E a Smolensk le mucche altrui pascolavo.

Io ero corrispondente di un giornale

e alla tomba due redattori ho scortato.

 

Ho insegnato ai bambini a leggere

e a diventare dittatori della Terra…

E un anno dopo gli allegri marmocchi

mi hanno incendiato la casa!

 

Ho gestito il club di un villaggio.

Ho diretto il dramma “Carnevale all’inferno”…

E il protagonista, dalla scena, col fucile

ha ucciso un papavero del partito.

 

Ero un randagio e mi celavo ai cieli.

Ero in bancarotta – non ho potuto uccidermi…

Ero…ero…ero…Chi non sono stato!

Me stesso?.. Ma come si può esserlo?..

 

*  *  *

Non sono un poeta. La poesia è una cosa sacra.

In essa tutto è lieve, tenero e luminoso…

Dammi un oggetto che toccandolo – canti per me,

o che per lo meno mi bruci le dita.

 

*  *  *

La poesia non è una posa o un ruolo.

E’ una lotta eterna, come la vita sotto il sole,

la poesia è la mia reazione al dolore,

la mia autodifesa e la mia vendetta!

 

* * *

Versi miei, miei santi peccati,

Prolifici come microbo letale…

Sentiti della morte i comuni indizi,

Inchioderò per loro una bara speciale.

 

E questa cassa con garbo e cortesia

Il postero dalla terra riceverà…

E dallo zinco e dal freddo l’esperanto –

Nel cuore del postero la gru canterà!

 

E balzerà la pace da questo canto,

E balzerò anch’io dal funereo torpore…

Il mio compito è concluso con onore:

Il postero piange.

Forse per me…

 

Felicità

 

Tutto in ordine! Si sono sciolti i capelli.

L’oscurità ci protegge.

Che la luna giochi a nascondino.

Ha giocato. E’ spuntata e risuona!

 

Baci, misteri notturni.

E fuma l’acqua, fuma…

Tutto in ordine. In tale ordine

Basta un secondo e verrà la sciagura.

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

L’Album di Madame Ol’ga Kozlova

7 Nov

Madame Ol’ga Kozlova

 

 

Kosta Chetagurov

 

E’ un manoscritto elegantemente stampato con triplice raffilatura in oro, compilato negli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento e pubblicato nel 1883 in soli 40 esemplari e ripubblicato nel 1889 in 10 copie. Tra gli altri vi lasciarono un proprio ricordo con autografo: A.A. Fet, A.N. Apuchtin, A.N. Pleščeev, A.N. Majkov, N.A. Nekrasov, F.M. Dostojevskij, I.A. Gončarov, A.N. Ostrovskij, M.E. Saltykov-Ščedrin, I.S. Turgenev. La letteratura europea vi è rappresentata dai nomi di V. Hugo, P. Mérimée, Dumas padre e figlio, A. de Lamartine, due diverse traduzioni di A.N. Apuchtin e A.D. Baratynskaja della poesia di S. Prudhomme Il vaso rotto. I testi di prosa e di poesia si alternano con gli acquerelli di I.K. Ajvazovskij, A.P. Boroljudov, P.F. Sokolov e altri noti pittori. Per la musica ci sono annotazioni di P. I. Čajkovskij, G. Verdi, A.G. e N.G. Rubinštejn.

Ol’ga Andreevna Kozlova era la moglie del poeta, traduttore e compositore Pavel Alekseevič Kozlov, nato nel 1841, lo stesso anno della morte di Lermontov. I principali temi della sua poesia sono l’amore, la morte e la bellezza. Divenne famoso soprattutto per le sue esemplari traduzioni di Byron: Manfredi, Don Giovanni, Child Arold, Beppo e per le sue celebri romanze Se avessi saputo…(parole e musica) e Guardando un raggio del rosso tramonto e altre ancora. Viaggiò molto anche come diplomatico: Italia, Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, mai perdendo l’occasione di conoscere noti scrittori, pittori e musicisti.

Dalla metà del 1870 i Kozlov vivevano a Pietroburgo, organizzando in casa pranzi letterari. Lasciare una nota nell’Album della padrona di casa rientrava nel programma degli incontri mondani. Inoltre Ol’ga Andreevna prendeva sempre con sé il suo Album nei viaggi, e gli autografi furono presi ad esempio a Parigi, Bruxelles, Karlsbad, Sorrento. La costanza e l’amore per le arti permisero ad Ol’ga di creare una collezione unica di annotazioni, trasformando l’Album di famiglia in un documento unico, fedele specchio della vita culturale del suo tempo.

Nella vita di Pavel Kozlov ci fu una drammatica storia sentimentale. Per sua sfortuna si innamorò perdutamente della bellissima pianista e mecenate polacca Maria Kalergis. Tra i suoi ammiratori c’erano Liszt, Chopin, Goethe, Norwid… Kozlov era assai più giovane della sua “fiamma”, ma senza esitare la seguì in Europa, bruciando di gelosia. La donna lo eccitava e lo derideva. Questo suo amore fatale fu descritto dal poeta nella romanza Se avessi saputo…(1880). Per Maria, Kozlov si batté in duello con un “odiato rivale”, e restò ferito al petto. Non si riuscì a estrarre la pallottola e ciò costituì la causa indiretta della sua morte prematura nel 1891, all’età di 50 anni.

 

Se avessi saputo…

(parole e musica di Pavel Alekseevič Kozlov)

 

Se avessi saputo, invano la mia forza vitale,

Invano io la giovinezza non avrei perduto…

Il tuo amore è la mia pietra tombale

E ora io perisco…Se avessi saputo!..

 

Tu giuravi, ed io ho smesso di sognare,

Tu piangevi e al pianto non ho più creduto,

Tu pregavi e io ho smesso di pregare;

Se avessi saputo!.. Se avessi saputo!..

 

Buio nella mente; nel petto una pena muta,

Io l’oblio per sempre ho perduto,

L’oblio non c’è! La mia strada è compiuta,

E solo sussurrerò: “Se avessi saputo…”.

 

1880

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Guardando un raggio del rosso tramonto

(musica: Andrej Oppel’, testo: Pavel Kozlov)

 

Guardando un raggio del rosso tramonto,

Noi stavamo sulla riva della Nevà.

Mi stringevate la mano; è fuggito senza ritorno

Quel dolce istante, voi lo avete scordato già.

 

Fino alla tomba giuraste di amare il poeta;

Temendo la gente e chi mormorava,

Voi avete tradito la promessa data,

E il vostro amore per sempre si allontanava.

 

Ma la morte è vicina, vicina è la mia fine;

Quando morirò, nel quieto fruscio del prato

La mia voce risonerà e vi dirà infelice:

Egli di voi viveva e lo avete dimenticato.

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

3 poesie inserite nell’album di Ol’ga Kozlova tradotte da Paolo Statuti

 

Sully Prudhomme

 

Il vaso rotto

Il vaso dov’è morta questa verbena

Per un colpo di ventaglio s’è incrinato;

Il colpo l’ha scalfito appena,

E nessun suono lo ha rivelato.

 

Ma il taglio pur se poco inciso,

Mordendo il cristallo ogni giorno,

Con moto invisibile e deciso

L’ha percorso tutto intorno.

 

La sua fresca acqua è colata via,

Il succhio dei fiori è interrotto;

Nessun dubbio ha più chicchessia,

Non toccarlo, perché è rotto.

 

Spesso anche la mano amata

Sfiorando il cuore lo ferisce;

Poi dal cuore la ferita è ampliata,

Il fiore del suo amore perisce;

 

Sempre intatto agli occhi del mondo,

Sente crescere e piangere a dirotto

La sua ferita sottile e profonda:

Non toccarlo, perché è rotto.

 

Nikolaj Alekseevič Nekrasov

 

Ieri alle sei…

 

Ieri alle sei

Mi trovavo in piazza Sennaja; (1)

Là frustavano una donna con lo knut, (2)

Una giovane contadina sulla schiena.

 

Nessun suono dal suo petto usciva, (3)

Soltanto la frusta sibilava, letale…

E alla Musa io dissi: “Guarda!

La tua sorella carnale!”

 

1848 (?)

 

(1) Piazza del Mercato (del fieno) a Pietroburgo. Nekrasov scrisse questa poesia cercando tra i suoi ricordi, perché le esecuzioni pubbliche non erano mai eseguite in piazza Sennaja, ma in luoghi meno frequentati.

(2) Lo knut fu abolito dallo zar Nicola I nel 1845 e sostituito con il pleite, una frusta più piccola, con tre strisce che terminavano con palle di filo intrecciato. Lo knut era la frusta utilizzata nell’impero russo per flagellare i criminali e gli oppositori politici. Si componeva di un certo numero di corregge di cuoio intrecciate, all’estremità delle quali erano attaccati dei fili di ferro ritorto.

(3) Queste parole non sono un segno di sopportazione e di eroismo, ma di martirio.

 

Aleksej Nikolaevič Apuchtin

 

Al futuro lettore

 

Anche se il nostro verso è invecchiato, ascolta lo stesso

E sappi che dei cantori d’un tempo invano

Cercheresti il canto, il loro sguardo è spento,

La penna è caduta loro di mano!

Ma la morte qualcosa ha lasciato, tra i monumenti

La traccia perenne del passato si cela:

Le corde sono troncate, ma il suono ancora senti,

L’altare è già freddo, ma il fumo ancora si leva.

 

(Fine anni ’60 del secolo XIX)

 

Annotato nell’Album di Madame Ol’ga Kozlova con la data 25 gennaio 1875.

E’ interessante notare che in questa sua quartina del 1886 il poeta Semjon Jakovlevič Nadson si ispirò alla poesia di Apuchtin Al futuro lettore:

 

Semjon J. Nadson

 

*  *  *

Non ditemi «egli è morto». Egli non perisce!

Se l’altare è distrutto – il fuoco ancora arde,

Se la rosa è recisa – essa ancora fiorisce,

Se l’arpa è spezzata – l’accordo ancora piange!..

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

A sua volta Kosta Chetagurov (1859-1906), il più grande poeta dell’Ossezia in lingua osseta, nella sua lirica In memoria di P. I. Čajkovskij, che ho tradotto dal russo, ricordò la suddetta poesia di S.J. Nadson:

 

In memoria di P. I. Čajkovskij

Si è spezzata l’armoniosa incantevole lira,

Distrutto è l’altare e il fastoso santuario, –

Per sempre è volato via «l’usignolo» dal mondo

Verso cieli remoti, in un lido lontano…

 

E nel cuore un greve cordoglio s’è insinuato,

E nell’anima un freddo buio perfino, –

Un colpo prematuro, e così spietato,

Ricevuto improvviso e inatteso dal destino!

 

Capiremo ora di aver perso tanto,

Qualcuno verserà una lacrima ardente?

Nel futuro di un popolo io crederò soltanto

Quando un suo genio rimpiangerà amaramente.

 

Quando la sua profonda tristezza confesserà

E le parole del poeta gli torneranno:

«Se l’arpa è spezzata, – l’accordo ancora piangerà…

Non ditemi: egli è morto, – la sua morte è un inganno!»

 

1893

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti