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Nikolaj Gumiljov – Il sesto senso

7 Dic

 

Nikolaj Gumiljov

 

 

Il sesto senso, inserita nella raccolta Il pilastro di fuoco (1921), è l’ultima poesia di Nikolaj Gumiljov e una delle più belle. Oltre ai 5 sensi che sono gli organi biologici, all’uomo è necessario un sesto senso per lo spirito: il senso del bello, del sublime, dell’ideale. Esso non ci è dato dalla nascita, ma origina dalla sofferenza. L’uomo è come una creatura viscida e impotente, il corpo lo tormenta, ma sa che gli crescerano le ali per elevarsi spiritualmente. Sta a lui usarle o meno. Occorre tempo e il contributo del creato e dell’arte. Il poeta sollecita questo momento, si rivolge al Signore pregandolo di accelerarlo. E’ una poesia profetica di Gumiljov. Nella seconda strofa “l’alba rosata” è la sua ispirazione poetica, i “cieli che si gelano” – il tramonto della sua creazione. Poco dopo averla scritta, venne accusato di attività antirivoluzionaria e il 26 agosto 1921 fu fucilato a San Pietroburgo. Aveva 35 anni.

 

Il sesto senso

Amiamo il vino che beviamo

E il buon pane che nel forno aspetta,

E la donna dalla sorte data,

Che pur se affligge, poi ci diletta.

 

Ma che fare dell’alba rosata

Lassù in alto nei cieli gelati.

Dov’è il silenzio e la celeste quiete,

Che fare dei versi immortalati?

 

Non da mangiare, da bere, da baciare.

L’attimo fugge via con rimpianto.

Ci torciamo le mani, ma di nuovo

Passiamo sempre accanto, accanto.

 

Come un bambino, lasciato il suo gioco,

Segue una fanciulla al bagno,

E, non sapendo nulla dell’amore,

Prova di segreta voglia un travaglio;

 

Come una volta nel folto equiseto

Gemeva per la sua impotenza

Una creatura viscida, che delle ali

Non sentiva ancora la presenza;

 

Così per secoli – sarà presto, Signore? –

Sotto lo scalpello dell’arte e del creato

Grida il nostro spirito, la carne si sfibra,

E l’organo del sesto senso è nato.

 

1921

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

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Anna Achmatova

2 Dic

 

Questa poesia mostra tutta la femminilità e la passionalità della grande poetessa russa. La scrisse nel 1911 quando aveva ventidue anni. Nel 1910 aveva sposato il poeta Nikolaj Gumiljov. Nella poesia si tratta di lui?

 

Strinse le mani sotto la scura veletta…

 

Strinse le mani sotto la scura veletta…

“Perché oggi hai quel viso sbiancato?”

– Perché di amara tristezza

Io senza pietà l’ho ubriacato.

 

Come scordare? Egli uscì vacillando,

La bocca dal dolore storta…

Io corsi, quasi volando,

Gli corsi dietro fino alla porta.

 

Ansimando gridai: “E’ stato tutto

Uno scherzo. Morirò se te ne andrai.”

Sorrise tranquillo e tremendo

E disse: “Rientra, o ti raffredderai”

 

1911

 

(Versione di Paolo Statuti)

Arkadij Kutilov

23 Nov

Arkadij Kutilov

 

Poeta, prosatore e pittore russo. E’ nato il 30 maggio 1940 nel villaggio di Rys’ja (regione di Irkutsk) ed è morto a Omsk nel mese di giugno del 1985. E’ uno dei più luminosi e originali poeti russi del XX secolo. Trascorse l’infanzia e l’adolescenza nel villaggio di Bražnikovo, nella regione di Omsk. Un ruolo  particolarmente importante nella sua formazione ebbero la sua insegnante di russo e il bibliotecario, che consigliava il giovane nella scelta dei libri. Nella biblioteca del posto Kutilov trovò una piccola raccolta di Marina Cvetaeva e, grazie a ciò, fece per la prima volta conoscenza con la poesia caduta in disgrazia. La forza e la bellezza dei versi della Cvetaeva fecero nascere in lui un irresistibile interesse per la poesia. Le prime sue composizioni poetiche risalgono al 1957 (fino all’età di diciassette anni la sua passione principale era stata la pittura). Iniziò con versi il cui contenuto era genericamente chiamato “lirica della taigà”. All’inizio degli anni ’60 svolse il servizio militare a Smolensk, dove in veste di poeta principiante entrò nell’ambiente letterario, e partecipò a numerosi seminari. I suoi versi apparvero su diverse riviste locali. Un fatale avvenimento lasciò in lui un marchio che influì sul suo futuro destino. Il poeta e un gruppo di commilitoni presero una sbornia bevendo liquido antigelo. Restò vivo soltanto Kutilov. Per questo motivo dopo la cura che ne seguì, fu congedato. Tornò a Bražnikovo. Su questo periodo il poeta scrisse in una nota autobiografica: «Nel mio stato depressivo, avendo perso interesse per ogni cosa, vivevo nel villaggio, contando sullo scorrere della vita. Il fatto più brillante di quel tempo è stato il momento in cui per la prima volta ho apprezzato seriamente la vodca. Lavoravo come corrisponente per una rivista regionale, bevevo smodatamente, conducevo una vita scapestrata e neanche provavo a migliorare la mia condizione.» Dopo qualche mese fu licenziato dalla rivista per ubriachezza. Nel 1965 sue poesie apparvero sul giornale di Omsk “Il giovane siberiano”. Dopo la morte della madre, avvenuta nel 1967, Arkadij Kutilov con la giovane moglie e il figlio tornò nella regione di Irkutsk, sua terra natale, dedicando molto tempo ai viaggi. Discordie famigliari costrinsero poi  il poeta a tornare a Omsk.

Per un certo tempo condusse una vita nomade di giornalista di campagna, lavorando per diversi giornali, senza mai trattenersi a lungo in un luogo. Iniziò il periodo di vagabondaggio che durerà diciassette anni: la sua casa e il suo studio diventarono le soffitte e le cantine, dormiva nelle stazioni e nei cimiteri.

Triste mondo nel balbettio del transistor,

la gente canta canzoni non proprie…

E nel Paese dei minchioni gemono i cigni,

piangono le pietre e gracidano gli usignoli…

 Fu ritenuto incapace di adattarsi socialmente e psicologicamente malato, e quindi costretto a intraprendere una cura psichiatrica e, conformemente alla legislazione sovietica, fu accusato di parassitismo e vagabondaggio. Nel 1971, trovandosi in carcere, scrisse il racconto “Il granello di polvere”. Dalla metà degli anni ’70 Kutilov scriveva ormai senza alcuna speranza di vedere i suoi lavori pubblicati, e perfino il suo nome era interdetto, a causa dei suoi versi ritenuti sovversivi, degli scandali letterari e politici, delle “mostre” provocatorie di quadri e disegni nel centro della città, del disprezzo del passaporto sovietico, le cui pagine aveva riempito di poesie.

Alla fine di giugno del 1985 il poeta fu trovato morto in un giardinetto di Omsk con gli abiti sporchi e stracciati. Le circostanze della morte non furono mai chiarite. Si dice che sia stato ucciso per motivi politici, in quanto dissidente. Il cadavere fu identificato, ma nessuno richiese la salma all’obitorio. A lungo il luogo esatto della sepoltura del poeta, alla periferia di Omsk, restò sconosciuto. Finalmente nel 2011 riuscì a scoprirlo Nelli Arzamasceva, direttrice del museo “Arkadij Kutilov”. Il poeta Evgenij Evtušenko scrisse di lui: «Nella città di Leonid Martynov è vissuto un altro meritevole poeta, non apprezzato da noi quando era in vita. I suoi versi, sono diversamente giudicati, ma in essi ci sono lampi di genialità.»

La sua unica raccolta di poesie pubblicata, uscita a Omsk nel 1990, ha un titolo che si  addice perfettamente al suo tragico destino – Lo scheletro di una stella:

 La mia stella lavora bene,

la mia cara privata stella…

Si è accesa alquanto di recente,

di recente…Pensavo – per sempre…

Ma si raffredda nel gelido buio,

e di colpo si spegnerà quest’anno…

Il deserto – ai leoni, il bosco – agli uccelli,

e a me – accendete una nuova stella!

Si  ritiene che abbia scritto più di 2000 poesie, testi di prosa stupefacente, e abbia creato un’intera galleria di opere figurative. Purtroppo gran parte di questa produzione non ci è pervenuta.

Le sue poesie sono già tradotte in diverse lingue, non so se anche in italiano. In ogni caso ho pensato di rendere un omaggio personale a questo geniale e infelice poeta russo, forse il più dimenticato del XX secolo, la cui breve vita raminga e turbolenta, e la misera fine mi ricordano Chlebnikov e Esenin. Kutilov è un poeta vero. Il poeta della natura, dell’amore, del paradosso. Nelle sue poesie si alternano intenzionalmente sublime e infimo, generale e particolare, grande e minuto. Egli segue le tracce che risalgono a Tjutchev, Zabolockij, Esenin. Nella sua lirica rivivono antichi miti e leggende popolari, gli animali prendono misteriosi contorni. Ogni sua immagine assume un significato profondo che può capire soltanto un uomo con il cuore illuminato. Egli ha la capacità di dipingere con le parole, usando luminosi e densi colori. Tutta la sua vita è poesia, tra questi due elementi la distanza è ridotta ai minimi termini.

 

 

Poesie di Arkadij Kutilov tradotte da Paolo Statuti 

 

 

Io vedo il suono e il silenzio

Io vedo il suono e il silenzio,

c’è l’antimondo nel mio quaderno…

Io vedo il paese-Africa,

dalla finestra innevata…

 

Io sento il buio e la luce lunare,

e dietro la parete del vicino

sento di notte il decrepito nonno

litigare con la moglie nel sonno.

 

La vecchia, è vero, è morta,

e il nonno mi fa compassione…

Ma così stanno le cose con noi:

noi vediamo ciò che nessuno vede.

 

Noi dell’ardente sangue di Puškin,

per noi – sette venerdì a settimana,

per noi – un usignolo a gennaio,

e d’estate – musica con bufera.

 

E a marzo dai tetti lungo i muri

scorre la voce di Nefertiti…

O mio lettore! io mi batto,

perché tu possa scorgere il mondo.

 

*  *  *

Idee selvatiche ingoio,

leggo Brehm e Diderot…

Tutta la notte siedo, immagino

un piatto, un cucchiaio e un secchio…

 

James Watt è il mio capo diretto,

tutto il mondo non è che merce…

Ho immaginato una teiera,

una bicicletta e un samovar…

 

Un raggio di stella ho scisso in anelli,

ho scoperto una nuova specie di pesci.

Ai confini della musica e del canto

ho immaginato il cigolio di un carro.

 

Io dal cielo le stelle non afferro,

ma scroscia l’estasi creativa…

E io di nuovo immagino

un’ascia, una sega e un water…

 

Io – esclusione di ogni principio,

con distorta visione del mondo…

Col cervello tragicamente guasto,

e niente può più ripararlo!

 

*  *  *

E nell’infanzia tutte le inezie

sono piene di significato e ragione:

la luce del giorno, il buio della notte,

un’ala, un remo e l’altalena…

 

E una scaglia di luccio screziato,

un pulcino ucciso da un nibbio,

e il grido della civetta e un maggiolino,

e un prato dopo averlo rasato.

 

Come nel sangue – una molecola di vino,

come in un cervello sensibile – un verso,

come in una notte di luglio – la luna, –

nella coscienza entra il punto di vista.

 

Il figliastro

 

Una buona volta in un’azzurra sera,

senza pensieri, senza amore e sogni,

a un tratto lascerò la Russia,

cominciando a darle del “tu”…

 

Perché non mi amavi,

mi sopportavi, torcendo la bocca?..

Negli assalti di mite ardore

io con te stringevo un legame.

 

Mi sono arreso alle tue promesse,

aspettavo a lungo una dichiarazione.

Prendi adesso, nell’ora dell’addio,

la mia testa come amuleto!

 

Addio, e dimentica i falsi giudizi.

La gente per essi è portata!

…Gli otturatori della mia doppietta

scatteranno – e tutti sull’attenti!

 

Alla fine di una notte lirica,

quando una mucca muggirà,

i miei occhi sbatteranno le ciglia

e rumorosi nell’azzurro voleranno!

 

Divorzio

 

Se ne va l’amore. Gelo nell’anima.

Sbiadiscono parole e oggetti.

Sul caro volto appare ormai

La maschera postuma di Giulietta.

 

La ragione frena il bollore del sangue…

Il tuo sguardo è più azzurro d’un pugnale…

E, forse, non il dito, ma la gola dell’amore

L’anello nuziale ha serrato.

 

E’ invecchiato settembre e la tua figura,

I tuoi contorni si fanno grossolani…

 

Sembra che mi stiano per fucilare,

E I NOSTRI NON ARRIVERANNO MAI.

 

*  *  *

Vita mia, poesia, amica…

Io nei versi annegavo, ardevo e gelavo…

Gli occhi la tormenta non mi ha cavato,

benché abbia percorso tante verste.

Diranno: è una posa? Sì è possibile…

La vita è fatta di pose e altre inezie.

Che perisca la rosa schiacciata,

e nel marcio spunti un cardo!

Io l’immortalità non aspetto,

a me è più caro – le dita sulle corde –

sedere con le prostitute che parlano

allegramente di me.

 

Bosco d’inverno

 

Si gelano i pini e gli abeti,

il bosco non allieta lo sguardo.

Il bosco ha un abito nuovo –

d’un biancore mortale.

 

Come un vecchio sul letto,

condannato a morire…

Come in una stanza d’ospedale,

solo un medico – l’orso.

 

Questo sembra da lontano,

questo sembra così…

Ma svolazzano le cince

e i fringuelli sui cespugli…

 

E, accostando alle tremule

la guancia, come un figlio,

senti battere forte

la loro anima.

 

Allegato al mio libretto del lavoro

 

Ecco io morirò e subito piangerà

la pazza stirpe di beoni e randagi…

…Io ero un pope, – e ciò è importante.

Io ero un organizzatore, – e non è poco!

 

Io ho scavato con la draga da ubriaco.

Io con l’ascia penetravo nel bosco azzurro.

Io ero pescatore e nel fiume Vitim

il mio zar-pesce nuota ancora.

 

Io ero nella compagnia di mia zia.

E a Smolensk le mucche altrui pascolavo.

Io ero corrispondente di un giornale

e alla tomba due redattori ho scortato.

 

Ho insegnato ai bambini a leggere

e a diventare dittatori della Terra…

E un anno dopo gli allegri marmocchi

mi hanno incendiato la casa!

 

Ho gestito il club di un villaggio.

Ho diretto il dramma “Carnevale all’inferno”…

E il protagonista, dalla scena, col fucile

ha ucciso un papavero del partito.

 

Ero un randagio e mi celavo ai cieli.

Ero in bancarotta – non ho potuto uccidermi…

Ero…ero…ero…Chi non sono stato!

Me stesso?.. Ma come si può esserlo?..

 

*  *  *

Non sono un poeta. La poesia è una cosa sacra.

In essa tutto è lieve, tenero e luminoso…

Dammi un oggetto che toccandolo – canti per me,

o che per lo meno mi bruci le dita.

 

*  *  *

La poesia non è una posa o un ruolo.

E’ una lotta eterna, come la vita sotto il sole,

la poesia è la mia reazione al dolore,

la mia autodifesa e la mia vendetta!

 

* * *

Versi miei, miei santi peccati,

Prolifici come microbo letale…

Sentiti della morte i comuni indizi,

Inchioderò per loro una bara speciale.

 

E questa cassa con garbo e cortesia

Il postero dalla terra riceverà…

E dallo zinco e dal freddo l’esperanto –

Nel cuore del postero la gru canterà!

 

E balzerà la pace da questo canto,

E balzerò anch’io dal funereo torpore…

Il mio compito è concluso con onore:

Il postero piange.

Forse per me…

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

L’Album di Madame Ol’ga Kozlova

7 Nov

Madame Ol’ga Kozlova

 

 

Kosta Chetagurov

 

E’ un manoscritto elegantemente stampato con triplice raffilatura in oro, compilato negli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento e pubblicato nel 1883 in soli 40 esemplari e ripubblicato nel 1889 in 10 copie. Tra gli altri vi lasciarono un proprio ricordo con autografo: A.A. Fet, A.N. Apuchtin, A.N. Pleščeev, A.N. Majkov, N.A. Nekrasov, F.M. Dostojevskij, I.A. Gončarov, A.N. Ostrovskij, M.E. Saltykov-Ščedrin, I.S. Turgenev. La letteratura europea vi è rappresentata dai nomi di V. Hugo, P. Mérimée, Dumas padre e figlio, A. de Lamartine, due diverse traduzioni di A.N. Apuchtin e A.D. Baratynskaja della poesia di S. Prudhomme Il vaso rotto. I testi di prosa e di poesia si alternano con gli acquerelli di I.K. Ajvazovskij, A.P. Boroljudov, P.F. Sokolov e altri noti pittori. Per la musica ci sono annotazioni di P. I. Čajkovskij, G. Verdi, A.G. e N.G. Rubinštejn.

Ol’ga Andreevna Kozlova era la moglie del poeta, traduttore e compositore Pavel Alekseevič Kozlov, nato nel 1841, lo stesso anno della morte di Lermontov. I principali temi della sua poesia sono l’amore, la morte e la bellezza. Divenne famoso soprattutto per le sue esemplari traduzioni di Byron: Manfredi, Don Giovanni, Child Arold, Beppo e per le sue celebri romanze Se avessi saputo…(parole e musica) e Guardando un raggio del rosso tramonto e altre ancora. Viaggiò molto anche come diplomatico: Italia, Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, mai perdendo l’occasione di conoscere noti scrittori, pittori e musicisti.

Dalla metà del 1870 i Kozlov vivevano a Pietroburgo, organizzando in casa pranzi letterari. Lasciare una nota nell’Album della padrona di casa rientrava nel programma degli incontri mondani. Inoltre Ol’ga Andreevna prendeva sempre con sé il suo Album nei viaggi, e gli autografi furono presi ad esempio a Parigi, Bruxelles, Karlsbad, Sorrento. La costanza e l’amore per le arti permisero ad Ol’ga di creare una collezione unica di annotazioni, trasformando l’Album di famiglia in un documento unico, fedele specchio della vita culturale del suo tempo.

Nella vita di Pavel Kozlov ci fu una drammatica storia sentimentale. Per sua sfortuna si innamorò perdutamente della bellissima pianista e mecenate polacca Maria Kalergis. Tra i suoi ammiratori c’erano Liszt, Chopin, Goethe, Norwid… Kozlov era assai più giovane della sua “fiamma”, ma senza esitare la seguì in Europa, bruciando di gelosia. La donna lo eccitava e lo derideva. Questo suo amore fatale fu descritto dal poeta nella romanza Se avessi saputo…(1880). Per Maria, Kozlov si batté in duello con un “odiato rivale”, e restò ferito al petto. Non si riuscì a estrarre la pallottola e ciò costituì la causa indiretta della sua morte prematura nel 1891, all’età di 50 anni.

 

Se avessi saputo…

(parole e musica di Pavel Alekseevič Kozlov)

 

Se avessi saputo, invano la mia forza vitale,

Invano io la giovinezza non avrei perduto…

Il tuo amore è la mia pietra tombale

E ora io perisco…Se avessi saputo!..

 

Tu giuravi, ed io ho smesso di sognare,

Tu piangevi e al pianto non ho più creduto,

Tu pregavi e io ho smesso di pregare;

Se avessi saputo!.. Se avessi saputo!..

 

Buio nella mente; nel petto una pena muta,

Io l’oblio per sempre ho perduto,

L’oblio non c’è! La mia strada è compiuta,

E solo sussurrerò: “Se avessi saputo…”.

 

1880

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Guardando un raggio del rosso tramonto

(musica: Andrej Oppel’, testo: Pavel Kozlov)

 

Guardando un raggio del rosso tramonto,

Noi stavamo sulla riva della Nevà.

Mi stringevate la mano; è fuggito senza ritorno

Quel dolce istante, voi lo avete scordato già.

 

Fino alla tomba giuraste di amare il poeta;

Temendo la gente e chi mormorava,

Voi avete tradito la promessa data,

E il vostro amore per sempre si allontanava.

 

Ma la morte è vicina, vicina è la mia fine;

Quando morirò, nel quieto fruscio del prato

La mia voce risonerà e vi dirà infelice:

Egli di voi viveva e lo avete dimenticato.

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

3 poesie inserite nell’album di Ol’ga Kozlova tradotte da Paolo Statuti

 

Sully Prudhomme

 

Il vaso rotto

Il vaso dov’è morta questa verbena

Per un colpo di ventaglio s’è incrinato;

Il colpo l’ha scalfito appena,

E nessun suono lo ha rivelato.

 

Ma il taglio pur se poco inciso,

Mordendo il cristallo ogni giorno,

Con moto invisibile e deciso

L’ha percorso tutto intorno.

 

La sua fresca acqua è colata via,

Il succhio dei fiori è interrotto;

Nessun dubbio ha più chicchessia,

Non toccarlo, perché è rotto.

 

Spesso anche la mano amata

Sfiorando il cuore lo ferisce;

Poi dal cuore la ferita è ampliata,

Il fiore del suo amore perisce;

 

Sempre intatto agli occhi del mondo,

Sente crescere e piangere a dirotto

La sua ferita sottile e profonda:

Non toccarlo, perché è rotto.

 

Nikolaj Alekseevič Nekrasov

 

Ieri alle sei…

 

Ieri alle sei

Mi trovavo in piazza Sennaja; (1)

Là frustavano una donna con lo knut, (2)

Una giovane contadina sulla schiena.

 

Nessun suono dal suo petto usciva, (3)

Soltanto la frusta sibilava, letale…

E alla Musa io dissi: “Guarda!

La tua sorella carnale!”

 

1848 (?)

 

(1) Piazza del Mercato (del fieno) a Pietroburgo. Nekrasov scrisse questa poesia cercando tra i suoi ricordi, perché le esecuzioni pubbliche non erano mai eseguite in piazza Sennaja, ma in luoghi meno frequentati.

(2) Lo knut fu abolito dallo zar Nicola I nel 1845 e sostituito con il pleite, una frusta più piccola, con tre strisce che terminavano con palle di filo intrecciato. Lo knut era la frusta utilizzata nell’impero russo per flagellare i criminali e gli oppositori politici. Si componeva di un certo numero di corregge di cuoio intrecciate, all’estremità delle quali erano attaccati dei fili di ferro ritorto.

(3) Queste parole non sono un segno di sopportazione e di eroismo, ma di martirio.

 

Aleksej Nikolaevič Apuchtin

 

Al futuro lettore

 

Anche se il nostro verso è invecchiato, ascolta lo stesso

E sappi che dei cantori d’un tempo invano

Cercheresti il canto, il loro sguardo è spento,

La penna è caduta loro di mano!

Ma la morte qualcosa ha lasciato, tra i monumenti

La traccia perenne del passato si cela:

Le corde sono troncate, ma il suono ancora senti,

L’altare è già freddo, ma il fumo ancora si leva.

 

(Fine anni ’60 del secolo XIX)

 

Annotato nell’Album di Madame Ol’ga Kozlova con la data 25 gennaio 1875.

E’ interessante notare che in questa sua quartina del 1886 il poeta Semjon Jakovlevič Nadson si ispirò alla poesia di Apuchtin Al futuro lettore:

 

Semjon J. Nadson

 

*  *  *

Non ditemi «egli è morto». Egli non perisce!

Se l’altare è distrutto – il fuoco ancora arde,

Se la rosa è recisa – essa ancora fiorisce,

Se l’arpa è spezzata – l’accordo ancora piange!..

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

A sua volta Kosta Chetagurov (1859-1906), il più grande poeta dell’Ossezia in lingua osseta, nella sua lirica In memoria di P. I. Čajkovskij, che ho tradotto dal russo, ricordò la suddetta poesia di S.J. Nadson:

 

In memoria di P. I. Čajkovskij

Si è spezzata l’armoniosa incantevole lira,

Distrutto è l’altare e il fastoso santuario, –

Per sempre è volato via «l’usignolo» dal mondo

Verso cieli remoti, in un lido lontano…

 

E nel cuore un greve cordoglio s’è insinuato,

E nell’anima un freddo buio perfino, –

Un colpo prematuro, e così spietato,

Ricevuto improvviso e inatteso dal destino!

 

Capiremo ora di aver perso tanto,

Qualcuno verserà una lacrima ardente?

Nel futuro di un popolo io crederò soltanto

Quando un suo genio rimpiangerà amaramente.

 

Quando la sua profonda tristezza confesserà

E le parole del poeta gli torneranno:

«Se l’arpa è spezzata, – l’accordo ancora piangerà…

Non ditemi: egli è morto, – la sua morte è un inganno!»

 

1893

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

Konstantin Dmitrievich Bal’mont

1 Set

 

Konstantin Bal’mont

 

Konstantin Dmitrievič Bal’mont, poeta, critico e traduttore, fu uno dei primi poeti simbolisti dell’Epoca d’Argento della letteratura russa. Nacque il 15 giugno 1867 nel villaggio di Gumnišci, nei pressi di Vladimir, da una nobile famiglia. Della sua infanzia e adolescenza egli scrisse nella sua autobiografia: «I miei migliori maestri di poesia furono la nostra tenuta, il frutteto, i ruscelli, le paludi, il fruscio delle foglie, le farfalle, gli uccelli e le aurore».

Nel 1884 fu espulso dal ginnasio per essere entrato a far parte di un gruppo rivoluzionario. Quando frequentava la facoltà di Legge all’Università di Mosca, partecipò a una rivolta studentesca e fu espulso anche da lì. Poco dopo fu riammesso agli studi, ma non li terminò. Nel 1889 lasciò l’università per la letteratura. Su ciò che influì maggiormente sul corso della sua vita, Bal’mont scrisse: «E’ difficile elencare le esperienze che hanno lasciato un’impronta nella mia vita, ma ci proverò: la lettura di “Delitto e Castigo” quando avevo 16 anni e poi “I fratelli Karamazov” a 17. Quest’ultimo libro mi ha dato più di ogni altro libro al mondo. Il mio primo matrimonio (quando avevo 21 anni, e che finì col divorzio cinque anni dopo), il mio secondo matrimonio quando ne avevo 28. I suicidi di molti miei amici quando ero giovane. Il mio stesso tentativo di suicidio (a 22 anni), quando mi gettai dalla finestra al terzo piano, riportando fratture multiple, ma che portò a un risveglio senza precedenti della mia mente e della volontà di vivere. La scrittura di poesie (la prima a 9 anni, poi a 17 e 21) e i viaggi in Europa (restai particolarmente impressionato da Inghilterra, Spagna e Italia).

Dopo vari tentativi falliti finalmente riuscì a pubblicare la sua prima raccolta di poesie nel 1890. Ma fu un fiasco e Bal’mont distrusse quasi l’intera edizione. Poi, anziché scrivere, si dedicò alla traduzione, sfruttando anche le sue straordinarie capacità linguistiche e la conoscenza di una dozzina di lingue. Tradusse così in russo, tra gli altri, Poe, Ibsen, Calderon, Verlaine, Baudelaire, Whitman, nonché opere di poeti armeni e georgiani. Nel 1893 pubblicò l’intera opera di Percy B. Shelley in russo. Ma tradusse anche da altre lingue slave, dall’indiano e dal sanscrito. Il successo conseguito come traduttore lo spronò a pubblicare altri suoi lavori, e così nel 1894 vide la luce la raccolta “Sotto i cieli del nord”, in cui cantava l’astratta bellezza di favolosi paesaggi boreali, seguita da “Il silenzio” nel 1898. Queste opere gli procurarono il riconoscimento e il successo tanto attesi.

La poesia simbolista di Bal’mont si esprimeva attraverso allusioni e ritmi melodiosi. Divenne l’impressionista della poesia, del suo mondo fatto di delicate osservazioni e fragili sentimenti. Nel 1903 uscirono le sue raccolta più belle: “Saremo come il sole” e “Soltanto l’amore”. La sua popolarità era ora all’apice. La sua poesia diventò la nuova filosofia che segnò l’inizio dell’Epoca d’Argento. Nella creazione successiva Bal’mont mutò l’intonazione lirica in un tono più aggressivo e alquanto sorprendente. Egli protestava contro l’ingiustizia in generale, ma il suo spirito ribelle esplose nella controversa poesia “Il piccolo sultano”, nella quale egli criticava lo zar, e questo gli procurò l’esilio da San Pietroburgo e il divieto di abitare nelle città sedi di atenei. Allora il poeta lasciò la Russia, divenne un esiliato politico e viaggiò molto nei vari continenti. Nel 1913, in occasione del trecentesimo anniversario della dinastia dei Romanov, a tutti gli emigrati politici fu concessa l’amnistia e Bal’mont poté tornare in Russia. Nel 1917 egli accolse con entusiasmo la Rivoluzione di Febbraio, ma non mostrò lo stesso gradimento per quella di Ottobre. Soprattutto non poteva accettare la nuova politica volta alla soppressione dell’individualità. Egli ricevette un visto temporaneo e nel 1920 lasciò la Russia per sempre. Si stabilì a Parigi con la famiglia. Nell’esilio scrisse 22 libri dei circa 50 che costituiscono il suo patrimonio letterario. La sua poesia però era in declino. Inoltre non riusciva a inserirsi nella comunità degli immigrati russi e si isolò da essi. La nostalgia per la sua terra lo tormentava. Dopo il 1930 i segni dei suoi disturbi mentali si fecero sempre più evidenti, e le sue condizioni furono peggiorate dalla povertà, e soprattutto dal digiuno di scrittura. In realtà finì vittima della pazzia.

Morì il 23 dicembre 1942 nella Francia occupata dai nazisti, all’età di 79 anni e fu sepolto nella piccola città di Noisy-le-Grand. Sulla lapide fu semplicemente scritto: KONSTANTIN BAL’MONT, POETA RUSSO.

Bal’mont ebbe una grande influenza sulla letteratura e poesia russa, liberandole dai vincoli della vecchia scuola e creando nuovi mezzi espressivi. Egli aveva, tra l’altro, una straordinaria abilità di trattare i suoni, combinando le parole in modo da esprimere le impressioni poetiche in modo musicale. A questo proposito, Renato Poggioli, critico specializzato in letteratura russa e illustre studioso di critica comparata, ha scritto: «Egli riduce la poesia soprattutto a suono, ad “amore sensuale della parola”, o, per usare le sue parole, a una “illusione canora”». Il poeta Andrej Belyj lo definì un uomo solitario e vulnerabile, completamente fuori dalla realtà: «Non riusciva ad amalgamare e armonizzare i tesori ricevuti dalla natura, spendendo la sua ricchezza spirituale senza uno scopo preciso». Marina Cvetaeva disse di lui che “avrebbe dato a un bisognoso il suo ultimo pezzo di pane, il suo ultimo ciocco di legna”. Mark Talov, un traduttore russo che nel 1920 si trovò senza un soldo a Parigi, ricordava quante volte, dopo aver lasciato la casa di Bal’mont, egli si trovava del denaro in tasca; il poeta (egli stesso molto povero) preferiva aiutare in modo anonimo, per non mettere in imbarazzo un visitatore. Il poeta Valerij Brjusov scrisse di lui: «Regnava sulla poesia russa all’inizio del Novecento…Genio spontaneo, viaggiatore instancabile, idolo di tutta la sua generazione, distintosi per le sue avventure amorose e azioni stravaganti».

 

Poesie di Konstantin Bal’mont tradotte da Paolo Statuti

 

*  *  *

 

Io libero vento, io soffio senza sosta,

Agito le onde, accarezzo il querceto,

Cullo i campi, cullo l’erba verde,

Tra i rami sospiro, e poi mi acquieto.

 

A primavera, come messo maggese,

Bacio i mughetti, del sogno infatuato,

L’azzurro muto ascolta il vento,

Io soffio, languisco, lieve, assonnato.

 

In amore infedele, mi muto in ciclone,

Spazzo le nubi, increspo il mare,

Sfreccio nelle piane con lungo lamento –

E nello spazio muto inizia a tuonare.

 

Come fata che altra fata accarezza,

Di nuovo lieve e felice sono io,

Mi stringo agli alberi, sul campo respiro

E, sempre libero, io soffio l’oblio.

 

Parole-stiletti

Sono stanco di tenere parole,

Di questi armoniosi conviti,

Di queste melodiche cantilene

E di questi elogi infiniti.

Io voglio strappare l’azzurro

Dei sogni tranquillizzati.

Io voglio edifici in fiamme,

Io voglio uragani infuriati.

 

L’ebbrezza della pace –

La ragione si assopirà.

Si accenda un mare di ardore,

E nel cuore tremi l’oscurità.

Io voglio suoni diversi

Per i miei diversi banchetti,

Esclamazioni prima di morire,

Io voglio parole – stiletti!

 

*  *  *

Voglio essere spavaldo, voglio essere audace,

Intrecciare grappoli di succo pieni.

Voglio ubriacarmi di uno splendido corpo,

Voglio il calore dei tuoi seni!

 

Voglio strapparti gli abiti di dosso,

Noi, due brame in una fonderemo.

O dei andate! O gente andate!

Mi è dolce che insieme staremo!

 

Domani sia pure buio e freddo,

Oggi il cuore a un raggio darò.

Sarò felice! Sarò giovane!

Io lo voglio! Io spavaldo sarò!

 

Rivali

Possiamo andare per vaste pianure,

Sempre per strade separate.

E resterà ciascuno signore assoluto,

Finché non spunterà la stella fatale.

 

Noi possiamo gettare ombre inquiete,

La luna le ingrandirà in lunghezza.

Nella stessa ascesa saremo i gradini,

E pari – finché non ameremo la stessa.

 

Allora noi mentiremo, senza aiutarci mai,

Allora il nostro dio scorderemo.

Noi possiamo, possiamo, molto,

O mio pari, ma solo se due resteremo.

 

A lei che fa giochi d’amore

 

Ci sono baci liberi come sogni,

Beati e lucenti, deliranti.

Ci sono baci freddi come neve.

Ci sono baci anche oltraggianti.

 

Oh, baci dati con violenza,

Oh, baci dati per rivalsa!

Quanto ardenti, quanto strani,

Con vampa di gioia e ripugnanza!

 

Fuggi con timore dalla frenesia,

I miei sogni immensi non hanno nome.

Io sono forte della volontà di amare.

Forte dell’arroganza – indignazione!

 

Fiore italiano

L’amore è la luce che viene a noi di là,

Dal regno stellare, dall’azzurra sommità,

Esso risveglia in noi la brama di prodigio,

E di bellezza.

 

E la bellezza è un raggio che annega,

Lungi dal sole, in un buio di ombre,

Quando esso lo versa

Nelle menti umane.

 

E, se lo spirito umano è saturo di luce,

Che una stella celeste gli manderà,

Esso avido si affretta in risposta,

Là, là.

 

Dare se stessi

Dare se stessi come preda,

Dimenticare le parole – tuo, mio,

Provare della tortura il tormento,

E amarlo come la luce.

 

Non provare né paura né rimorso,

Benedire la propria tristezza,

Benedire la propria disperazione,

Dire – nulla mi dispiace.

 

Essere pari ai miseri, ai differenti,

Prima del grido – essere come un sospiro:

Così si governano le forze possenti,

Così tra la gente tu sarai Dio.

 

La nascita della musica

 

Risonava il mare entro i limiti delle rive,

Quando giovani erano le forze del mondo,

Si formavano turbini di cori melodiosi,

Con mùgghio di corni e di corde un rombo.

 

Era musica il bosco e ogni fossato.

Enorme come luna ogni fiore sbocciava,

Quando la mente le corde sentiva.

Ma nei sogni un’altra campana sonava.

 

Soffiò il vento sulle canne come peana,

Attraverso i fori rinacquero i prati,

E il primo zufolo fu la sovrana

 

Dei venti e della libertà, che i lidi han spianati.

Perché vendetta e spada cantassero con ira,

Con le ossa del nemico io i flauti ho foggiati.

 

Alla gente

Oh, gente, a voi mi rivolgo, a voi tutti,

Sappiate che ero infelice e muto,

Ma, vista dei monti la maestà,

Io tutto ho amato e conosciuto.

 

Ho conosciuto col cuore, non con la mente,

So che il tuono zarista è beato,

Che il fulmine rovina uomini e animali,

Ma il nostro mondo da esso è accecato.

 

Amo tutto ciò che la terra mi diede,

Tutte le trame del bene e del male,

Tutto ho toccato, tutto io imploro,

Di un rivo ridevo, ma mi unisco al mare.

 

E di nuovo preda di raggi infocati,

Dall’alto scende il sonoro torrente.

C’è la saggezza, ma la vita è irrisolta,

Ai saggi e ai morti dico: «Ciò è niente!»

 

C’è qualcosa più alto di ogni scienza,

E io respingo ogni saggio sagace,

Io conosco e sento una cosa soltanto,

Che esso è ubriaco, il vino della pace.

 

Quando con questo vino mi ubriacherò,

Morirò e rinascerò e batterà il mio cuore,

Coi giovani sarò di nuovo mattino…

Oh, gente, io sento soltanto l’amore!

 

Cigno bianco

 

Cigno bianco, cigno immacolato,

I tuoi sogni sempre celando,

Tranquillamente argenteo,

Tu scivoli, l’acqua increspando.

 

Sotto di te – il baratro silenzioso,

Senza risposta, senza saluto,

Ma tu scivoli, immergendoti

Nel fondo di aria e luce intessuto.

 

Sopra di te – l’etere senza fine

Con la fulgida volta stellata.

Tu scivoli via, trasformato

Dalla bellezza rispecchiata.

 

Simbolo di affetto imperturbato,

Non del tutto espresso, timoroso,

Simulacro femmineo-armonioso,

Cigno bianco, cigno immacolato!

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Konstantin Bal’mont (1867-1942): Cigno bianco

24 Ago

 

Ho tradotto oggi questa bella poesia del poeta simbolista russo Konstantin Bal’mont, che propongo con grande piacere ai miei lettori.

 

 

 

 

 

Cigno bianco

 

Cigno bianco, cigno immacolato,

I tuoi sogni sempre celando,

Tranquillamente argenteo,

Tu scivoli, l’acqua increspando.

 

Sotto di te – il baratro silenzioso,

Senza risposta, senza saluto,

Ma tu scivoli, immergendoti

Nel fondo di aria e luce intessuto.

 

Sopra di te – l’etere senza fine

Con la fulgida volta stellata.

Tu scivoli via, trasformato

Dalla bellezza rispecchiata.

 

Simbolo di affetto imperturbato,

Non del tutto espresso, timoroso,

Simulacro femmineo-armonioso,

Cigno bianco, cigno immacolato!

 

1897

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Michail Lermontov: 5 nuove versioni di Paolo Statuti

26 Mag

 

 

                   *  *  *

Come fiamma di stella filante

Per il mondo non servo a niente.

Il cuore come pietra è pesante,

Eppure sotto c’è un serpente.

 

L’ispirazione mi ha salvato

Da ogni frivola vanità;

Ma all’anima non sono scampato

Neanche nella felicità.

 

La felicità che ho implorata,

Alfine è giunta ma, ahimé,

Essa pesante è diventata,

Come la corona per il re.

 

Ho ripudiato i sogni che avevo,

Ed ora vivo solitario –

Come di un vuoto cupo maniero

Il miserevole proprietario.

1832

 

Russalca

                            1

Nel fiume turchino russalca nuotava,

E la luna piena l’illuminava;

Cercava di spruzzare fino alla luna

Delle onde l’argentata schiuma.

 

 

                        

                           2

Il fiume scrosciava e si torceva

Cullando le nubi che rifletteva;

Russalca cantava e le sue parole

Giungevano alle ripide prode.

 

                          3

E lei cantava: «Nei nostri fondali

C’è il bagliore dei raggi solari;

Ci sono pesci dorati e perfino

Città di vetro cristallino.

 

                          4

Là, su un cuscino di sabbia, disteso,

All’ombra di un folto canneto,

Dorme preda della gelosia dell’onda

Un guerriero di una lontana sponda.

 

                          5

Amiamo i ricci di seta pettinare

Quando scende il buio serale,

E nelle ore del giorno la fronte

Baciare del bel giovane più volte.

 

                          6

Ma ai baci ardenti, non ho mai saputo

Perché, rimane gelido e muto;

Egli dorme e col  capo sul mio petto

Non respira e mai parola ha detto!…

 

                          7

Così cantava sul fiume azzurro

Ricolma di travaglio oscuro;

E il fiume tumultuoso scorreva

Cullando le nubi che rifletteva.

1832

 

 

 

Ci lasciammo

 

Ci lasciammo; ma il tuo ritratto

Io custodisco sul mio petto:

Vaga ombra di anni migliori,

All’anima mia reca diletto.

 

Sono preda di nuove passioni,

Ma esso è rimasto ancora mio:

Così un tempio vuoto – resta un tempio,

E un idolo abbattuto – resta dio!

1837

 

Noia e tristezza

Noia e tristezza, nessuna mano tesa

Quando c’è inquietudine nel cuore…

Desiderare è una vana pretesa…

Gli anni passano – il tempo migliore!

 

Amare…ma chi?…per poco – a che è valso?

Amare in eterno chi mai potrà?

Ti guardi dentro – il passato è scomparso:

La gioia, il tormento, tutto è futilità…

 

E la passione? – Una dolce affezione

Che prima o poi il senno risana;

E la vita, se osservi con attenzione,

E’ una burla vuota e balzana.

1840

 

 

 

 

 

Da solo mi metto in cammino…

Da solo mi metto in cammino;

Nella nebbia il selciato splende;

Silenzio. Il deserto ascolta dio,

E stella con stella s’intende.

 

Il cielo è mirabile e solenne!

Dorme la terra nell’azzurro manto…

Perché questo dolore e stento?

Qualcosa aspetto o qualcosa piango?

 

Dalla vita più niente mi aspetto,

E non ho rimpianti del passato;

Io cerco libertà e pace!

Vorrei non pensare, addormentato!

 

Non nel freddo sonno della tomba…

Sarò felice se dormiranno

Le forze vitali nel mio petto,

E il petto respirerà senza affanno;

 

Se notte e giorno al mio udito

La voce dell’amore giungerà,

E su di me una verde quercia,

Chinandosi, per sempre stormirà.

 

1841

 

(C) by Paolo Statuti