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Lev Adol’fovich Ozerov

8 Ott

    

Autocaricatura del poeta

Poeta, traduttore e saggista russo. È nato a Kiev il 23 agosto 1914 ed è morto a Mosca il 18 marzo 1996. Suo padre – Adol’f Gol’dberg (vero cognome del poeta) era farmacista. A Kiev terminò la scuola settennale e il primo corso di Filologia presso la locale Università. Poi tentò diverse occupazioni: allievo di un disegnatore, decoratore, corrispondente e perfino violinista in un’orchestra. Egli ricordava così le difficoltà di quel periodo: «Nato nel 1914, sono sopravvissuto a tutti gli anni di guerra e a tre carestie. Particolarmente sofferta fu quella in Ucraina negli anni 1930-1933. Eravamo appesi a un filo. Come siamo rimasti vivi è un mistero. A quel tempo avevo terminato la scuola di violino e di direttore d’orchestra, disegnavo, avevo già cominciato a scrivere, stavo ottenendo i primi consensi, ma a causa della fame ho dovuto rinunciare a tutto e mettermi a lavorare come manovale nell’Arsenale di Kiev. Trasportavo i materiali dalla catena di montaggio al magazzino, la forza c’era e spingevo il carrello. A casa erano contenti, perché portavo un pugno di polenta e una coda di pesce…

     Nel 1934, a 20 anni, il futuro poeta si trasferì a Mosca, dove si iscrisse all’Istituto di Filosofia, Storia e Letteratura. Si laureò nel 1939. Partecipò alla Grande Guerra Patriottica come giornalista corrispondente. Dal 1943 fino alla morte ha diretto il seminario di poesia e traduzione artistica presso l’Istituto Letterario “A.M. Gor’kij”.

     Le sue prime poesie pubblicate risalgono al 1932. Ha scritto 20 raccolte poetiche, la prima delle quali – Sulle rive del Dnepr – uscì nel 1940, mentre l’ultimo suo libro – Ritratti senza cornici – fu pubblicato postumo nel 1999. Le sue poesie sono state tradotte in più di 20 lingue. A lui si devono anche molte traduzioni poetiche, principalmente dall’ucraino, lituano, yiddish e altre lingue dei popoli dell’URSS. Inoltre è autore di    numerosi libri e appassionati articoli sulla poesia e sui poeti, tra i quali: P. Tycina, A.A. Fet, F. Tjutčev, B. Pasternak, N. Zabolockij, A. Achmatova. L’articolo Le poesie di Anna Achmatova, pubblicato il 23 giugno 1959 nella Gazzetta Letteraria, fu la prima recensione, dopo molti anni di silenzio. Anna lo definì “rottura di un blocco”. Lev Ozerov ha fatto molto anche per preservare e pubblicare il patrimonio creativo di poeti della sua generazione morti in guerra o durante gli anni della repressione staliniana. Inoltre aiutò diversi giovani promettenti poeti, dando consigli o scrivendo la recensione delle loro prime raccolte.

     Molte espressioni poetiche di Oserov sono entrate nel linguaggio quotidiano, si sono trasformate in detti. Uno dei suoi aforismi più famosi é: “I talenti hanno bisogno di aiuto, la mediocrità sfonda da sé”.

     Ozerov fu anche un geniale caricaturista e i suoi schizzi-ritratti di noti letterati suoi colleghi affascinano tuttora per la foga, la concisione lineare e al tempo stesso perché riproducono perfettamente i tratti dei modelli.

     Per Ozerov comporre versi era un fatto naturale, come respirare e camminare. Essi scaturivano da tutto ciò che vedevano i suoi occhi sorprendenti, che sentiva la sua anima sorprendente. Quasi ogni sua poesia è una sorpresa.

     Nel suo libro Lexicon der russischen Literatur ab 1917  il critico, traduttore e slavista tedesco Wolfgang Kasack scrive: «La poesia di Ozerov è un tentativo di abbracciare l’essere nel suo insieme, attraverso la descrizione di fenomeni individuali spesso legati alla natura. I. Sel’vinskij vede in lui un “disegnatore eccezionale”, G. Zobin – “il poeta della vista”. L’osservazione di fenomeni apparentemente insignificanti diventano il punto di partenza, entrano nell’analisi dei fondamenti semantici della vita».

     Il critico letterario e scrittore Vladimir Ognjov dice: «Lev Ozerov è forse uno di quei pochi poeti che non fondono, ma incidono, coniano una parola che ha avuto a malapena il tempo di raffreddarsi dalle emozioni immediate. Il verso di Ozerov è conciso, tende alla compiutezza lineare».

     Molti si sorprenderanno che attalmente questo poeta sia noto solo a rari intenditori e ai fortunati come me che lo hanno incontrato per caso o per un celato volere del destino. Spero che questo mio modesto lavoro contribuisca a dissipare almeno un po’ della nebbia che ingiustamente lo avvolge.

Poesie di Lev Ozerov tradotte da Paolo Statuti

Quando negli ultimi giorni di maggio…

Quando negli ultimi giorni di maggio

Il Dnepr le isole lascia,

Con un cinguettio, ancora cieco,

Dal guscio il fogliame si affaccia,

Quando fa oscillare i fili

Il corvo balbuziente,

L’acqua scorre con la Tarasowskaja*,

Cessa la pioggia, fresco e pace si sente,

Quando tutto si muove, tutto è vivo,

E l’azzurro ha suoni illimitati, –

Nel momento della piena primaverile, –

Il tono e il semitono mi sono grati,

E un capello che vola al vento,

E questi ponti risonanti,

E il bisbiglìo, e una voce forte.

E l’intero universo, e tu – davanti.

*La via di Kiev dove abitava il poeta.

1932

Vista sul Dnepr

Anche prima di morire ricorderò questa rupe,

E tutta in fiamme adagiata Podol,

E la gioia che qui ho provato

Vedendo le stelle e un’azzurra nube

Che scorreva da sud. Io guardavo là,

Dove senza posa l’acqua scura

I fuochi di Podol e la luna frangeva,

Dove un motoscafo a carbone avanzava,

Là, dove chiara la sabbia si stagliava.

Sapevo: tale forza questa notte aveva,

Era così convincente che restai

Muto e a casa non tornai.

E tanto più ero lì, tanto più capivo

Che non c’era alcuna pena in me;

Che giorno per giorno andrà tutto bene

In casa; che c’era la rupe e su di sé

Gli alberi scuri, bisbiglianti tra loro;

Che la notte era più quieta e premurosa.

E mi sembrava allora di sentire

Il futuro più di ogni cosa.

1935

Concerto d’organo

Sonava un timido vecchio,

Tarchiato, testa dura.

Io capii: la sincerità non è un grido,

La poesia non è solo scrittura.

Ascolto: nel mio petto frusciano

E chinano le spighe le creste,

Borbottano i pini e romba

L’organo polifonico terrestre.

E come la terra, l’organo ruggisce,

Come se camminassi con Bach

Di vulcano in vulcano

Smarriti in questa sonorità.

Vibra la cattedrale aghiforme,

Cantano i prati e le radure con loro,

E la vocina vetrosa di un fanciullo

Fende l’armonioso coro.

E nella sonante cupola azzurra

Fluiscono dell’organo i sospiri.

Ecco esso ci ha chiamati,

E noi accorriamo dai nostri ritiri.

Il cupo gemito del fondo terrestre,

E dei secoli il fragore risvegliato,

E una luce uguale da ogni parte,

E in essa il pensiero purificato.

Qui tutto è – ruggito della natura

E del tuono i nuclei rotolati.

Qui tutto è – né grida, né parole,

Né solitudine, né caseggiati.

Qui regna Bach, qui egli calpesta

Delle passioncelle umane l’inezia,

Egli allarga l’orizzonte

E guarda il futuro con fierezza.

Oh, se solo avessi un tale slancio,

Un potere così spavaldo,

Affinché, generato nei versi,

Nei cuori avesse il suo traguardo,

Affinché la gente sentisse in loro

Non solo la forza delle cantate,

Ma la voce del futuro, dei viventi,

Delle generazioni non ancora nate!..

1937

Ma che ti sei inventata! Ma che previsioni!..

Ma che ti sei inventata! Ma che previsioni!

Incomprensione, ignorare, litigare,

Sull’ignoto gli occhi fissati,

Ciò che era calmo vuoi di nuovo agitare.

Tu sei stanca! Stiamo zitti per un po’.

Il tempo, come un granello di sabbia, si fa granito.

Questo dice in te il cammino percorso

E dice quello non ancora seguito.

Non oso dare l’anima allo scherno umano.

So che la brace dura più del fuoco.

Io non posso elevarmi sul mio amore,

Perché il mio amore mi sovrasta non poco.

1964

*  *  *

Tutta la vita io mi accingo a vivere.

Tutta la vita passa nell’aspettare

E soltanto in brevi incontri,

Quando è impossibile giudicare,

Cosa significa essere o non essere

Tra il separarsi così amaro

E il conoscersi così fiero –

Io vivo, ma a vivere non mi preparo.

1964

*  *  *

No, non la luce si accende alle finestre,

Ciascuna di esse di miele è ripiena,

E risuonano filamenti di luce,

E di fuochi arde una catena.

Ciò che erano fuochi alle finestre,

Nei cieli sono diventati stelle.

Che fai, o cuore, con noi?

Come descrivere quelli e quelle?

Dov’è l’inizio delle poesie?

Nel rombo della piazza? Nel tacere?

Bottega di trasfigurazioni

In me per giorni e notti intere.

Là fuoco e acqua aspettano l’incontro,

Là un monte si unirà a un monte,

Là in brani di comune linguaggio

L’ordine armonioso in me s’infonde.

1965

Anni venti

Il fogliame ribolle come i nostri anni venti,

Quando Majakovskij e Aseev in amicizia

Scrivevano versi sull’amore e la baldanza,

Burberi e turbolenti;

Quando Pasternak in un borbottio estasiato,

Impetuoso, pacificatore-allarmato,

Componeva i suoi versi e subito li bruciava,

Facendosi strada attraverso la vita a bracciate;

Quando per Esenin con rossi accesi

Ardevano volentieri tutte le albe di Rjazan’,

E Chlebnikov i suoi numeri sfogliava

E in miseria cantava, dai bambini accarezzato.

Il fogliame ribolle, come gli anni iniziali,

Dalla nebbia dell’oblio allontanati,

E nuove generazioni sono nate,

Ma il fogliame ribolle come gli anni lontani,

Gli anni iniziali, gli anni venti:

Noi poveri eravamo, noi eravamo opulenti.

Il vento è incolore?..

Il vento è incolore? Egli vuole in volti vari

Tutto il mondo mostrare da dentro e da fuori.

Il vento è verde se è nel fogliame,

Il vento è purpureo se nel fuoco rimane.

*  *  *

Qui agisce non la memoria. Qualcos’altro,

Sconosciuto, che ha dell’affanno,

Lievissimo, come soffio d’interiezione,

Volatile, come gesto della mano.

Qui agisce non la memoria. Qualcosa simile

All’oblio. Qualcosa che ha della sventura,

Quando in schiavitù aspiri alla libertà

E la tua vita maledici a dismisura.

Qui agisce non la memoria, ma l’estro,

Le cieche passioni, il peso della preoccupazione,

Quando il balenio di una farfalla è un evento,

E una brezza umida – una rivoluzione.

Dante lascia Firenze

Si girò per l’ultima volta, quasi

Volesse dall’ombra i piedi staccare,

Ma l’ombra non lo lasciava. Brusco

Voltò lo sguardo, senza ricordare

Né amici né parenti. I giorni dorati

Erano finiti. L’esilio era iniziato.

Ma egli non sapeva a cos’era destinato

Nell’esilio – al superbo ordine di terzine.

Tre volte in tre libri. Era solo alfine.

(C) by Paolo Statuti

Potrà un giorno la Russia vivere senza essere oppressa da uno zar?

28 Apr

   In questa poesia da me tradotta del poeta russo emigrato Vladimir Smolenskij, morto a Parigi nel 1961, si sente il suo legame spirituale con la “grande prigione” delle città sovietiche, e la consapevolezza della propria “angusta libertà”. Dal suo buio al buio della patria il poeta lancia il suo grido di rovina e di speranza:

*  *  *

A volte dalla Russia,

Dal mio lontano paese,

Le voci giungono sorde,

Come dal cielo discese.

Ascolto. – Un fioco appello,

O forse un canto o un lamento…

Ma il brusio si fonde col batticuore

E le parole no, io non le sento.

Ma il senso è nelle parole? –

Io capisco tutto dal suono –

Il loro odio e tormento,

Il loro angosciato tono.

Le sento da molti anni,

(Ora più sorde di prima).

Al buio dal buio io lancio

Un grido di speranza e rovina.

E la mia voce si confonde

Con le voci delle cttà,

Sulla loro immensa prigione,

Sulla mia angusta libertà.

(19??)

Anja Oganjan: Poesie tradotte da Paolo Statuti

10 Dic

Di questa poetessa di origine armena non so niente, ma ho trovato in internet queste sue poesie e le ho tradotte, perché mi sono piaciute.

Poesie di Anja Oganjan tradotte da Paolo Statuti

Resterò per te solo un ricordo

Resterò per te solo un ricordo,

La più tenera e lontana memoria.

Come una gara un tempo perduta,

O “la mossa del cavallo” che dà la vittoria.

Resterò per te un batter d’occhio,

La fiamma che arde più luminosa.

L’intima interminabile ispirazione,

E l’unica chiave adatta a ogni cosa.

Non cercarmi nei volti, nella fiumana,

Vivi con altre in modo facile e brillante.

Nascondi lontano i miei sfioramenti,

In un luogo profondo e distante.

Io resterò per te solo un ricordo,

Cadrò da te come ombra stremata.

Meglio essere un vano desiderio,

Che “ancora una” che intralcia la strada.

La fanciulla coi fiori

Sulla strada, con un cesto, zoppicante,

Con un sorriso semplice, di buon cuore,

Si avvicinò a noi una giovane fanciulla,

Dicendo: «Compratemi almeno un fiore».

Oh, come guardava fissamente,

Fu subito chiaro – un animo puro.

In vita, si vedeva che aveva sofferto,

Ma non sapeva ancora molto di sicuro.

Nel suo cesto giacevano con cura

Tulipani, tre margherite, nove rose.

Là due mazzetti uniti in uno,

E in alto una coppia di mimose.

E in tutto il suo aspetto mostrava

Una giovinezza ancora immatura,

Ma pur se la vita l’affliggeva,

Aveva nel Cielo la fede più pura.

Mi si strinse il cuore per la tristezza

E dissi a mio marito: «Per favore,

A questi occhi che ignorano la gioia,

Сompra almeno questi dannati fiori».

Lui pagò una somma per tutto il cesto

E, presami per mano, alla fanciulla lanciò

Uno sguardo paterno e, tacendo,

Di nuovo il cesto nelle sue mani posò.

Tali innocenti lacrime tu non vedrai mai,

Io l’abbracciai con un sospiro profondo,

E mi sembrò che una fanciulla più triste

Di lei non ci fosse in tutto il mondo.

Poi  anch’io scoppiai in singhiozzi,

E ce ne andammo al più presto…

Ma io poi tutta la vita li ricordavo:

Le lacrime, la fanciulla, i fiori, il cesto.

Il cielo

Vedi il cielo? Sconfinata lontananza,

Chilometri di deserta altezza.

Là tutto è semplice, là tu sei tu,

In cielo non c’è angoscia né tristezza.

Nelle nubi, dove alla luce solare

Frusciano le ali che volano in alto.

Tu stai fermo come preso nella rete,

Il cielo ti sussurra: «Sorridi soltanto».

Là libertà senza complesse soluzioni,

Senza offese, niente non pronunciato.

Là volano oltre tutti i rimpianti,

Senza catene di cemento armato.

Vedi il cielo? Sconfinata lontananza,

Come se accanto – con la mano non toccare,

In cielo non c’è angoscia, né tristezza,

Bisogna solo imparare a volare.

Il pianoforte scordato

Aria fredda, serata tranquilla,

Risonava scordato un piano.

Hai preso con te vino e candele,

Ma io con angoscia guardavo lontano.

Tu mi scaldavi fredde le mani,

«Mie» – sussurravi a te stesso.

Ed io il distacco invocavo,

Contanto i giorni, come in un recesso.

Tu facevi programmi e ridevi,

Ed io con angoscia guardavo lontano.

Io intepidivo – tu t’innamoravi,

Risonava scordato un piano.

Tutto passa

Tutto passa prima o poi –

Ciò che è buono e ciò non tanto.

Le liete serate e la lunga strada,

E le notti insonni d’estate.

La vita, certo, è un lungo istante,

Ma… questo è un buon segno:

Tu grida, se soffoca il grido,

Tutto passa – passerà anche questo.

Aprile

In un attimo da tutti abbandonata.

Non è una sensazione stramba?

Senti un po’ le gambe vacillare,

Nello scenario la tempesta romba.

E dietro le tende, sulla strada –

Solo il cigolio dell’altalena.

Aprile tiene alquanto il broncio

E singhiozza appena appena.

Michaìl Svetlov: L’Italiano

30 Mar

L’Italiano

Sul petto italiano una croce nera,

Semplice, senza rabeschi giaceva,

Da una famiglia povera conservata,

Dal figlio unico era portata…

Giovane che a Napoli sei cresciuto,

In un campo russo cos’hai perduto?

Ma non potevi felice restare

Nel golfo del tuo celebre mare?

Io che ti ho ucciso dall’Italia lontano,

Quante volte ho sognato il vulcano!

Come ho sognato sulle rive del Volga

Almeno una volta un giro in gondola!

Ma io non sono venuto a luglio

A rubarti l’estate – pistola in pugno,

Non ho lanciato le mie granate

Sulla santa terra dell’Urbinate!

Ho sparato dove ho le mie radici

E sono fiero di me e degli amici,

Dove le storie della nostra gente

In un’altra lingua nessuno sente.

I segreti e i meandri del caro Don

Forse uno straniero ha mai studiato?

La nostra terra – la Russia, la Rus’ –

Hai forse arato e seminato?

No! Sei giunto qui con un convoglio

Per colonizzare con cieco orgoglio,

Perché la croce della tua famiglia

Finisse in una fossa di argilla…

Non lascerò che oltre mari stranieri

Sia portata la mia patria venusta!

Io sparo – e un’altra giustizia non sarà

Mai della mia pallottola più giusta!

Tu non sei mai stato né vissuto qui!..

Ma si è disteso sui campi innevati

Il cielo azzurro della tua Italia,

Ora vitreo nei tuoi occhi sbarrati…

1943

(Versione di Paolo Statuti)

Marija Furmanskaja

2 Ott

storia di un'anima

 

Storia di un’anima

“Un giardino in autunno…Una panchina bagnata.

E le foglie spazza via a fatica

Lo stanco custode nel suo giaccone liso,

E sotto la panchina c’è un’anima attrappita…

 

Sì, sì – un’anima come tante, solo che

E’ bagnata e il freddo la fa tremare,

E ricorda il proprietario che aspramente

Disse: «Anima, tu non mi fai campare…

 

Tu soffri per ogni zanzara uccisa,

Ti contrai per il pianto di un bambino,

Al primo gatto dai la mia colazione –

Vivere con te è un triste destino…

 

Da tempo sono stanco di piangere.

Ti prego, va’, senza te io felice sarei».

E se ne andò nel fango di settembre,

E la pioggia piangeva assieme a lei.

 

Vagava a lungo nei cortili bagnati,

Nelle finestre e negli occhi guardava.

L’autunno batteva su di lei coi rami,

E sonoro con la sorte il maltempo litigava.

 

Un giardino in autunno. Una panchina bagnata.

E le foglie di nuovo frusciano cadendo…

Il custode nel giubbotto ha finito il lavoro,

E sotto la panchina l’anima sta morendo…”

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

Andrej Dmitrievich Dement’ev

8 Set

Foto di Andrej Dement’ev scattata l’anno scorso dalla giornalista e traduttrice russa Eva Garajeva durante un incontro col poeta

 

 

   Andrej Dmitrievič Dement’ev, uno dei più noti e apprezzati poeti e scrittori russi della seconda metà del XX secolo, nacque a Tver’ (attuale Kalinin) il 16 luglio 1928. Compì i suoi studi presso la facoltà di storia e lettere dell’Università di Kalinin (1948-1949) e poi presso l’Istituto di Lettere “A. M. Gor’kij” a Mosca (1949-1952). Debuttò come poeta nel 1948 con la poesia Studenti, pubblicata sul giornale di Kalinin La verità proletaria. Da Kalinin Andrej cominciò a inviare i suoi versi a Mosca, incontrando il consenso di noti poeti. Sergej Narovčatov e Michail Lukonin raccomandarono Andrej, affinché venisse ammesso all’Istituto di Lettere. Nel 1952 con il diploma di letterato professionista, tornò a Kalinin entrando nella redazione del giornale La verità di Kalinin, dove restò due anni, poi trascorse tre anni nella redazione del giornale della gioventù Cambiamento. A iniziare dal 1955 pubblicò alcune raccolte poetiche prevalentemente liriche, benché non mancassero in esse tematiche di attualità.

Dement’ev ebbe quattro mogli. Nel 1969 dalla terza di esse nacque il figlio Dmitrij, il quale purtroppo non fu l’orgoglio della famiglia. Svogliato a scuola, a lungo non poté decidersi su quale cammino intraprendere nella vita. Si sposò giovane ed ebbe un figlio. Poi la tragedia. Dmitrij nel 1996 si suicidò con un colpo di pistola. Fu un terribile trauma per il poeta.

Negli anni ’70 crebbe notevolmente la fama di Andrej Dement’ev come poeta in tutta l’Unione Sovietica. Oggi è difficile credere quanto fossero popolari in quel tempo i poeti. Per ascoltarli declamare i loro versi si riempivano gli stadi. Ricordiamo le parole di una poesia di Evgenij Evtušenko: “Poeta in Russia è più che poeta”, per significare lo straordinario ruolo svolto da sempre dai poeti nella società russa. Anche Andrej Dement’ev in un certo senso fu assai più di un poeta. Una grande notorietà ad esempio gli portò la sua collaborazione con i compositori, che misero in musica più di 100 sue poesie, e molte canzoni sono ancora oggi assai popolari. Dal 1981 al 1992 il poeta fu caporedattore del periodico Gioventù. Durante la perestrojka la rivista raggiunse la tiratura astronomica di tre milioni e trecentomila copie. Fu anche deputato e segretario dell’Unione degli Scrittori dell’URSS. Negli anni ’80 collaborò con diversi programmi alla TV e alla Radio. Periodicamente le sue opinioni discordavano da quelle della direzione, e allora egli cambiava aria, senza badare che era ormai avanti con gli anni e che qualcuno lo considerava un “retaggio del passato regime”. Nel 1992 insieme con la quarta moglie Anna Pugač soggiornò in Israele come direttore della TV russa per il Medio Oriente. Bisogna dire che Dement’ev ebbe una vita abbastanza burrascosa e soltanto il quarto matrimonio, quando divenne sua moglie Anna Pugač, collaboratrice della rivista Gioventù e trent’anni più giovane di lui, portò nel suo cuore la serenità a lungo sospirata.

Ancora prima della perestrojka e del permesso di stampare “tutto” (con restrizioni), Dement’ev si batté perché vedessero la luce le opere di Vladimir Vojnovič, Bella Achmadulina, Jurij Poljakov, Arkadij Arkanov e molti altri, diventati classici della letteratura russa. Spesso lo interrogavano, lo minacciavano, ma egli si sforzava di vivere onestamente, come gli aveva insegnato suo padre, un agronomo ingiustamente accusato di attività controrivoluzionaria nel 1941, condannato a 5 anni di lager, e poi scagionato per mancanza di prove nel 1960.

Pubblicò più di 40 raccolte di poesie, per una delle quali – Azzardo gli fu dato il premio statale dell’URSS. Per la sua creazione ha ricevuto numerosi premi prestigiosi e le sue poesie sono state tradotte in molte lingue.

Il poeta è deceduto in un ospedale di Mosca il 26 giugno di quest’anno in seguito a complicazioni dopo un’infreddatura. Il 16 luglio avrebbe compiuto 90 anni. E’ sepolto nel cimitero di Kuntsevo accanto al figlio.

Nella sua creazione Dement’ev esprime il suo romanticismo, il suo umanesimo e la sua pietà. Nei suoi versi troviamo l’amore, i sentimenti, un accentuato patriottismo, il rifiuto degli aspetti negativi dell’epoca attuale, un’amara ironia, lirismo, ottimismo, il piacere delle elementari gioie della vita, l’amore per la natura. Lo slavista, critico letterario e traduttore tedesco Wolfgang Kozack (1927- 2003) afferma: “Dement’ev scrive versi tradizionali, di facile comprensione, intrisi di musicalità…La sua poesia si sofferma su un quesito o su un problema che viene esaminato da diversi punti di vista, in versi spesso costruiti secondo il principio del parallelismo (anafore e altre forme di ripetizione). La lirica di Dement’ev è legata alla natura; egli esamina anche questioni etiche e i rapporti tra le persone, inoltre per lui ciò che è più importante nell’uomo sono le qualità morali.”

P. S.

Andrej Dement’ev

30 Ago

 

Non dolerti mai di niente

Mai e poi mai non dolerti di niente,

Se non puoi cambiare ciò che è accaduto.

Come un vecchio biglietto spiegazza la tristezza,

E spezza il filo con ciò che è perduto.

 

Non dolerti mai di ciò che è successo.

O di ciò che ormai non può capitare.

Purché il lago dell’anima non s’intorbidi

E le speranze nell’anima tu veda volare.

 

Non dolerti della tua bontà e dei tuoi interessi,

Anche se per essi in risposta un sogghigno avrai.

Qualcuno è stato un genio, qualcuno un capo…

Non dolerti se non hai avuto i loro guai.

 

Mai e poi mai non dolerti di niente –

Se hai iniziato tardi o presto hai terminato.

Qualcuno suoni pure il flauto divinamente,

Ma i canti alla tua anima egli ha rubato.

 

Mai e poi mai non dolerti di niente –

Né dei giorni persi, né dell’amore morto.

Che un altro suoni il flauto come un genio,

A uno più geniale tu hai prestato ascolto.

 

1977

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Andrej Dement’ev

27 Ago

 

 

L’aspettativa

 

Passavo davanti alle stazioni locali

Sul treno

In un chiaro giorno.

E come braccia in una danza

Scorrevano le betulle intorno.

 

Non sapevo dove andavo:

Dalla tristezza, dalla speranza, a una festa?

Se correvo incontro all’estate,

O se fuggivo da essa.

 

E il treno mi pareva

Il mio destino incostante,

Dove tutto allora mi riguardava

E tutto sognavo sfavillante.

 

Pensavo anche che, forse,

Quel bosco ti celava.

Il mio presentimento di portenti

Il nostro treno ora superava.

 

E allora uscii e andai

Verso le betulle,

Nel silenzio della distesa.

E il treno nemmeno sentì

La mia gioia inattesa.

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Andrej Dement’ev

25 Ago

 

 

E’ importante fare in tempo

 

E’ importante fare in tempo

A  dire una parola di conforto,

Affinché il cuore sussulti!

Tutto può annientare la morte.

 

E’ importante fare in tempo

A godere per l’altrui felicità,

A offrire un braccio sicuro!

E sapere che ciò non finirà.

 

Ma noi dimentichiamo a volte

Di esaudire in tempo un preghiera,

Non vedendo che un torto vitale

Invisibile ci aliena.

 

E la colpa giunta in ritardo

Poi le nostre anime accusa.

Bisogna imparare ad ascoltare

Colui la cui vita è nuda.

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

Andrej Dement’ev (1928-2018)

22 Ago

  

 

L’oroscopo

Nella vita precedente ero un mandriano.

Ho pascolato vacche fino alla vecchiaia.

Forse per questo il senso della mandria

Ancora oggi mi agita l’animo.

 

E in questa vita io sono un poeta.

Pascolo una mandria di rime

Nelle bianche pasture dei quaderni,

In mancanza di pascoli di libri.

 

Il business li ha presi con avidità.

E subito un deficit s’è formato.

Non ha alcun senso essere rinomati

In un paese in cui la banalità balla.

 

E chi sarò nella prossima vita

Che mi aspetta oltre la morte?

Non ha importanza…Ma sappiate,

Là non stringerò la mano alla vanità.

 

 

(Versione di Paolo Statuti)