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Potrà un giorno la Russia vivere senza essere oppressa da uno zar?

28 Apr

   In questa poesia da me tradotta del poeta russo emigrato Vladimir Smolenskij, morto a Parigi nel 1961, si sente il suo legame spirituale con la “grande prigione” delle città sovietiche, e la consapevolezza della propria “angusta libertà”. Dal suo buio al buio della patria il poeta lancia il suo grido di rovina e di speranza:

*  *  *

A volte dalla Russia,

Dal mio lontano paese,

Le voci giungono sorde,

Come dal cielo discese.

Ascolto. – Un fioco appello,

O forse un canto o un lamento…

Ma il brusio si fonde col batticuore

E le parole no, io non le sento.

Ma il senso è nelle parole? –

Io capisco tutto dal suono –

Il loro odio e tormento,

Il loro angosciato tono.

Le sento da molti anni,

(Ora più sorde di prima).

Al buio dal buio io lancio

Un grido di speranza e rovina.

E la mia voce si confonde

Con le voci delle cttà,

Sulla loro immensa prigione,

Sulla mia angusta libertà.

(19??)

Anja Oganjan: Poesie tradotte da Paolo Statuti

10 Dic

Di questa poetessa di origine armena non so niente, ma ho trovato in internet queste sue poesie e le ho tradotte, perché mi sono piaciute.

Poesie di Anja Oganjan tradotte da Paolo Statuti

Resterò per te solo un ricordo

Resterò per te solo un ricordo,

La più tenera e lontana memoria.

Come una gara un tempo perduta,

O “la mossa del cavallo” che dà la vittoria.

Resterò per te un batter d’occhio,

La fiamma che arde più luminosa.

L’intima interminabile ispirazione,

E l’unica chiave adatta a ogni cosa.

Non cercarmi nei volti, nella fiumana,

Vivi con altre in modo facile e brillante.

Nascondi lontano i miei sfioramenti,

In un luogo profondo e distante.

Io resterò per te solo un ricordo,

Cadrò da te come ombra stremata.

Meglio essere un vano desiderio,

Che “ancora una” che intralcia la strada.

La fanciulla coi fiori

Sulla strada, con un cesto, zoppicante,

Con un sorriso semplice, di buon cuore,

Si avvicinò a noi una giovane fanciulla,

Dicendo: «Compratemi almeno un fiore».

Oh, come guardava fissamente,

Fu subito chiaro – un animo puro.

In vita, si vedeva che aveva sofferto,

Ma non sapeva ancora molto di sicuro.

Nel suo cesto giacevano con cura

Tulipani, tre margherite, nove rose.

Là due mazzetti uniti in uno,

E in alto una coppia di mimose.

E in tutto il suo aspetto mostrava

Una giovinezza ancora immatura,

Ma pur se la vita l’affliggeva,

Aveva nel Cielo la fede più pura.

Mi si strinse il cuore per la tristezza

E dissi a mio marito: «Per favore,

A questi occhi che ignorano la gioia,

Сompra almeno questi dannati fiori».

Lui pagò una somma per tutto il cesto

E, presami per mano, alla fanciulla lanciò

Uno sguardo paterno e, tacendo,

Di nuovo il cesto nelle sue mani posò.

Tali innocenti lacrime tu non vedrai mai,

Io l’abbracciai con un sospiro profondo,

E mi sembrò che una fanciulla più triste

Di lei non ci fosse in tutto il mondo.

Poi  anch’io scoppiai in singhiozzi,

E ce ne andammo al più presto…

Ma io poi tutta la vita li ricordavo:

Le lacrime, la fanciulla, i fiori, il cesto.

Il cielo

Vedi il cielo? Sconfinata lontananza,

Chilometri di deserta altezza.

Là tutto è semplice, là tu sei tu,

In cielo non c’è angoscia né tristezza.

Nelle nubi, dove alla luce solare

Frusciano le ali che volano in alto.

Tu stai fermo come preso nella rete,

Il cielo ti sussurra: «Sorridi soltanto».

Là libertà senza complesse soluzioni,

Senza offese, niente non pronunciato.

Là volano oltre tutti i rimpianti,

Senza catene di cemento armato.

Vedi il cielo? Sconfinata lontananza,

Come se accanto – con la mano non toccare,

In cielo non c’è angoscia, né tristezza,

Bisogna solo imparare a volare.

Il pianoforte scordato

Aria fredda, serata tranquilla,

Risonava scordato un piano.

Hai preso con te vino e candele,

Ma io con angoscia guardavo lontano.

Tu mi scaldavi fredde le mani,

«Mie» – sussurravi a te stesso.

Ed io il distacco invocavo,

Contanto i giorni, come in un recesso.

Tu facevi programmi e ridevi,

Ed io con angoscia guardavo lontano.

Io intepidivo – tu t’innamoravi,

Risonava scordato un piano.

Tutto passa

Tutto passa prima o poi –

Ciò che è buono e ciò non tanto.

Le liete serate e la lunga strada,

E le notti insonni d’estate.

La vita, certo, è un lungo istante,

Ma… questo è un buon segno:

Tu grida, se soffoca il grido,

Tutto passa – passerà anche questo.

Aprile

In un attimo da tutti abbandonata.

Non è una sensazione stramba?

Senti un po’ le gambe vacillare,

Nello scenario la tempesta romba.

E dietro le tende, sulla strada –

Solo il cigolio dell’altalena.

Aprile tiene alquanto il broncio

E singhiozza appena appena.

Michaìl Svetlov: L’Italiano

30 Mar

L’Italiano

Sul petto italiano una croce nera,

Semplice, senza rabeschi giaceva,

Da una famiglia povera conservata,

Dal figlio unico era portata…

Giovane che a Napoli sei cresciuto,

In un campo russo cos’hai perduto?

Ma non potevi felice restare

Nel golfo del tuo celebre mare?

Io che ti ho ucciso dall’Italia lontano,

Quante volte ho sognato il vulcano!

Come ho sognato sulle rive del Volga

Almeno una volta un giro in gondola!

Ma io non sono venuto a luglio

A rubarti l’estate – pistola in pugno,

Non ho lanciato le mie granate

Sulla santa terra dell’Urbinate!

Ho sparato dove ho le mie radici

E sono fiero di me e degli amici,

Dove le storie della nostra gente

In un’altra lingua nessuno sente.

I segreti e i meandri del caro Don

Forse uno straniero ha mai studiato?

La nostra terra – la Russia, la Rus’ –

Hai forse arato e seminato?

No! Sei giunto qui con un convoglio

Per colonizzare con cieco orgoglio,

Perché la croce della tua famiglia

Finisse in una fossa di argilla…

Non lascerò che oltre mari stranieri

Sia portata la mia patria venusta!

Io sparo – e un’altra giustizia non sarà

Mai della mia pallottola più giusta!

Tu non sei mai stato né vissuto qui!..

Ma si è disteso sui campi innevati

Il cielo azzurro della tua Italia,

Ora vitreo nei tuoi occhi sbarrati…

1943

(Versione di Paolo Statuti)

Marija Furmanskaja

2 Ott

storia di un'anima

 

Storia di un’anima

“Un giardino in autunno…Una panchina bagnata.

E le foglie spazza via a fatica

Lo stanco custode nel suo giaccone liso,

E sotto la panchina c’è un’anima attrappita…

 

Sì, sì – un’anima come tante, solo che

E’ bagnata e il freddo la fa tremare,

E ricorda il proprietario che aspramente

Disse: «Anima, tu non mi fai campare…

 

Tu soffri per ogni zanzara uccisa,

Ti contrai per il pianto di un bambino,

Al primo gatto dai la mia colazione –

Vivere con te è un triste destino…

 

Da tempo sono stanco di piangere.

Ti prego, va’, senza te io felice sarei».

E se ne andò nel fango di settembre,

E la pioggia piangeva assieme a lei.

 

Vagava a lungo nei cortili bagnati,

Nelle finestre e negli occhi guardava.

L’autunno batteva su di lei coi rami,

E sonoro con la sorte il maltempo litigava.

 

Un giardino in autunno. Una panchina bagnata.

E le foglie di nuovo frusciano cadendo…

Il custode nel giubbotto ha finito il lavoro,

E sotto la panchina l’anima sta morendo…”

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

Andrej Dmitrievich Dement’ev

8 Set

Foto di Andrej Dement’ev scattata l’anno scorso dalla giornalista e traduttrice russa Eva Garajeva durante un incontro col poeta

 

 

   Andrej Dmitrievič Dement’ev, uno dei più noti e apprezzati poeti e scrittori russi della seconda metà del XX secolo, nacque a Tver’ (attuale Kalinin) il 16 luglio 1928. Compì i suoi studi presso la facoltà di storia e lettere dell’Università di Kalinin (1948-1949) e poi presso l’Istituto di Lettere “A. M. Gor’kij” a Mosca (1949-1952). Debuttò come poeta nel 1948 con la poesia Studenti, pubblicata sul giornale di Kalinin La verità proletaria. Da Kalinin Andrej cominciò a inviare i suoi versi a Mosca, incontrando il consenso di noti poeti. Sergej Narovčatov e Michail Lukonin raccomandarono Andrej, affinché venisse ammesso all’Istituto di Lettere. Nel 1952 con il diploma di letterato professionista, tornò a Kalinin entrando nella redazione del giornale La verità di Kalinin, dove restò due anni, poi trascorse tre anni nella redazione del giornale della gioventù Cambiamento. A iniziare dal 1955 pubblicò alcune raccolte poetiche prevalentemente liriche, benché non mancassero in esse tematiche di attualità.

Dement’ev ebbe quattro mogli. Nel 1969 dalla terza di esse nacque il figlio Dmitrij, il quale purtroppo non fu l’orgoglio della famiglia. Svogliato a scuola, a lungo non poté decidersi su quale cammino intraprendere nella vita. Si sposò giovane ed ebbe un figlio. Poi la tragedia. Dmitrij nel 1996 si suicidò con un colpo di pistola. Fu un terribile trauma per il poeta.

Negli anni ’70 crebbe notevolmente la fama di Andrej Dement’ev come poeta in tutta l’Unione Sovietica. Oggi è difficile credere quanto fossero popolari in quel tempo i poeti. Per ascoltarli declamare i loro versi si riempivano gli stadi. Ricordiamo le parole di una poesia di Evgenij Evtušenko: “Poeta in Russia è più che poeta”, per significare lo straordinario ruolo svolto da sempre dai poeti nella società russa. Anche Andrej Dement’ev in un certo senso fu assai più di un poeta. Una grande notorietà ad esempio gli portò la sua collaborazione con i compositori, che misero in musica più di 100 sue poesie, e molte canzoni sono ancora oggi assai popolari. Dal 1981 al 1992 il poeta fu caporedattore del periodico Gioventù. Durante la perestrojka la rivista raggiunse la tiratura astronomica di tre milioni e trecentomila copie. Fu anche deputato e segretario dell’Unione degli Scrittori dell’URSS. Negli anni ’80 collaborò con diversi programmi alla TV e alla Radio. Periodicamente le sue opinioni discordavano da quelle della direzione, e allora egli cambiava aria, senza badare che era ormai avanti con gli anni e che qualcuno lo considerava un “retaggio del passato regime”. Nel 1992 insieme con la quarta moglie Anna Pugač soggiornò in Israele come direttore della TV russa per il Medio Oriente. Bisogna dire che Dement’ev ebbe una vita abbastanza burrascosa e soltanto il quarto matrimonio, quando divenne sua moglie Anna Pugač, collaboratrice della rivista Gioventù e trent’anni più giovane di lui, portò nel suo cuore la serenità a lungo sospirata.

Ancora prima della perestrojka e del permesso di stampare “tutto” (con restrizioni), Dement’ev si batté perché vedessero la luce le opere di Vladimir Vojnovič, Bella Achmadulina, Jurij Poljakov, Arkadij Arkanov e molti altri, diventati classici della letteratura russa. Spesso lo interrogavano, lo minacciavano, ma egli si sforzava di vivere onestamente, come gli aveva insegnato suo padre, un agronomo ingiustamente accusato di attività controrivoluzionaria nel 1941, condannato a 5 anni di lager, e poi scagionato per mancanza di prove nel 1960.

Pubblicò più di 40 raccolte di poesie, per una delle quali – Azzardo gli fu dato il premio statale dell’URSS. Per la sua creazione ha ricevuto numerosi premi prestigiosi e le sue poesie sono state tradotte in molte lingue.

Il poeta è deceduto in un ospedale di Mosca il 26 giugno di quest’anno in seguito a complicazioni dopo un’infreddatura. Il 16 luglio avrebbe compiuto 90 anni. E’ sepolto nel cimitero di Kuntsevo accanto al figlio.

Nella sua creazione Dement’ev esprime il suo romanticismo, il suo umanesimo e la sua pietà. Nei suoi versi troviamo l’amore, i sentimenti, un accentuato patriottismo, il rifiuto degli aspetti negativi dell’epoca attuale, un’amara ironia, lirismo, ottimismo, il piacere delle elementari gioie della vita, l’amore per la natura. Lo slavista, critico letterario e traduttore tedesco Wolfgang Kozack (1927- 2003) afferma: “Dement’ev scrive versi tradizionali, di facile comprensione, intrisi di musicalità…La sua poesia si sofferma su un quesito o su un problema che viene esaminato da diversi punti di vista, in versi spesso costruiti secondo il principio del parallelismo (anafore e altre forme di ripetizione). La lirica di Dement’ev è legata alla natura; egli esamina anche questioni etiche e i rapporti tra le persone, inoltre per lui ciò che è più importante nell’uomo sono le qualità morali.”

P. S.

Andrej Dement’ev

30 Ago

 

Non dolerti mai di niente

Mai e poi mai non dolerti di niente,

Se non puoi cambiare ciò che è accaduto.

Come un vecchio biglietto spiegazza la tristezza,

E spezza il filo con ciò che è perduto.

 

Non dolerti mai di ciò che è successo.

O di ciò che ormai non può capitare.

Purché il lago dell’anima non s’intorbidi

E le speranze nell’anima tu veda volare.

 

Non dolerti della tua bontà e dei tuoi interessi,

Anche se per essi in risposta un sogghigno avrai.

Qualcuno è stato un genio, qualcuno un capo…

Non dolerti se non hai avuto i loro guai.

 

Mai e poi mai non dolerti di niente –

Se hai iniziato tardi o presto hai terminato.

Qualcuno suoni pure il flauto divinamente,

Ma i canti alla tua anima egli ha rubato.

 

Mai e poi mai non dolerti di niente –

Né dei giorni persi, né dell’amore morto.

Che un altro suoni il flauto come un genio,

A uno più geniale tu hai prestato ascolto.

 

1977

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Andrej Dement’ev

27 Ago

 

 

L’aspettativa

 

Passavo davanti alle stazioni locali

Sul treno

In un chiaro giorno.

E come braccia in una danza

Scorrevano le betulle intorno.

 

Non sapevo dove andavo:

Dalla tristezza, dalla speranza, a una festa?

Se correvo incontro all’estate,

O se fuggivo da essa.

 

E il treno mi pareva

Il mio destino incostante,

Dove tutto allora mi riguardava

E tutto sognavo sfavillante.

 

Pensavo anche che, forse,

Quel bosco ti celava.

Il mio presentimento di portenti

Il nostro treno ora superava.

 

E allora uscii e andai

Verso le betulle,

Nel silenzio della distesa.

E il treno nemmeno sentì

La mia gioia inattesa.

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Andrej Dement’ev

25 Ago

 

 

E’ importante fare in tempo

 

E’ importante fare in tempo

A  dire una parola di conforto,

Affinché il cuore sussulti!

Tutto può annientare la morte.

 

E’ importante fare in tempo

A godere per l’altrui felicità,

A offrire un braccio sicuro!

E sapere che ciò non finirà.

 

Ma noi dimentichiamo a volte

Di esaudire in tempo un preghiera,

Non vedendo che un torto vitale

Invisibile ci aliena.

 

E la colpa giunta in ritardo

Poi le nostre anime accusa.

Bisogna imparare ad ascoltare

Colui la cui vita è nuda.

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

Andrej Dement’ev (1928-2018)

22 Ago

  

 

L’oroscopo

Nella vita precedente ero un mandriano.

Ho pascolato vacche fino alla vecchiaia.

Forse per questo il senso della mandria

Ancora oggi mi agita l’animo.

 

E in questa vita io sono un poeta.

Pascolo una mandria di rime

Nelle bianche pasture dei quaderni,

In mancanza di pascoli di libri.

 

Il business li ha presi con avidità.

E subito un deficit s’è formato.

Non ha alcun senso essere rinomati

In un paese in cui la banalità balla.

 

E chi sarò nella prossima vita

Che mi aspetta oltre la morte?

Non ha importanza…Ma sappiate,

Là non stringerò la mano alla vanità.

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Quando l’amore per sempre se ne vuole andare…

10 Ago

 

Andrej Dement’ev

 

Quando l’amore per sempre se ne vuole andare,

Nell’addio non trattarlo male.

Tu dal passato sei libero,

Ma il suo ricordo rimane.

 

Ti prego,

Sii generoso.

Lascia l’astuzia e la falsità.

Quando l’amore per sempre se ne vuole andare,

Accompagnalo con dignità.

 

Sii degno della felicità trascorsa,

Delle premure e degli affronti.

Noi col passato nel presente

Dobbiamo saldare i nostri conti.

 

Sii degno del tuo amore.

Quando arriva e quando scompare.

Nella felicità

Noi non ci distinguiamo.

Nel dolore –

Dobbiamo diversamente pagare.

 

 

(Versione di Paolo Statuti)