Tag Archives: poesia russa

Nikolaj Alekseevich Zabolockij

13 Gen

 

 

In un sito russo ho trovato e tradotto un interessante articolo anonimo sul poeta Nikolaj Zabolockij dal titolo «Coperta di baci, incantata…». Lo pubblico nel mio blog insieme con due poesie dello stesso poeta nella mia versione.

La nascita della poesia «Coperta di baci, incantata…» merita di essere conosciuta per la sua particolarità. Leggendola può sembrare che sia stata scritta da un giovane e ardente innamorato. In realtà la scrisse un serio pedante di 54 anni dai modi e dall’aspetto di un contabile. Inoltre fino al 1957, anno in cui Zabolockij pubblicò il suo ciclo «L’ultimo amore», la lirica intima gli era stata del tutto estranea. E a un tratto alla fine della vita ecco questo insolito ciclo lirico.

Nikolaj Alekseevič Zabolockij nacque il 24 aprile 1903 nei pressi di Kazan’. In gioventù studiò all’Istituto Pedagogico di San Pietroburgo ed entrò a far parte del gruppo di avanguardia oberiu. L’atteggiamento verso le donne e i membri del gruppo era puramente consumistico; Zabolockij era tra coloro che «sbraitavano furiosamente contro le donne». Švarc ricordava che Zabolockij e l’Achmatova non si sopportavano a vicenda. «Gallina – non uccello, donnetta – non poetessa» – amava ripetere il poeta. Egli conservò il suo atteggiamento sprezzante verso il sesso femminile per quasi tutta la vita. Ma ciò nonostante il suo matrimonio risultò riuscito e assai solido. Egli sposò una studentessa del suo stesso corso, una bella donna che fu moglie e madre affettuosa, nonché abile casalinga.

Pian piano si allontanò dagli oberiuti, i suoi esperimenti con la parola e l’immagine si ampliarono sostanzialmente e a metà degli anni ’30 egli era già un noto poeta. Ma una delazione contro la sua persona, avvenuta nel 1938, diede un duro colpo alla sua vita e alla sua creazione. Durante l’inchiesta lo torturarono, ma egli non firmò nulla. Forse per questo gli diedero la pena minima di 5 anni. Molti scrittori furono annientati dal gulag: Babel’, Charms, Mandel’stam. Zabolockij sopravvisse, grazie alla famiglia e alla consorte che fu il suo angelo custode. Lo destinarono a Karaganda e la moglie lo seguì con i figli.

Il poeta tornò libero soltanto nel 1946 grazie agli interventi di noti colleghi, in particolare di Fadiejev. Dopo la liberazione, Zabolockij decise di trasferirsi con la famiglia a Mosca. Lo ammisero nell’Unione degli scrittori e il collega Il’enkov gli offrì la sua casa a Peredelkino. In quel periodo tradusse molto. Gradualmente tutto si accomodò: pubblicazioni, notorietà, agiatezza, appartamento a Mosca.

Ma nel 1956 accadde ciò che Zabolockij non si sarebbe mai aspettato – la moglie lo lasciò. Ekaterina Vasil’evna aveva allora 48 anni. Dopo aver vissuto così a lungo al fianco del marito, non vedendo da parte sua né premure, né amorevolezza, si unì allo scrittore e noto rubacuori Vasilij Grossman. «Se lei avesse inghiottito un autobus, – scrisse il figlio di Korniej Čukovskij Nikolaj – Zabolockij si sarebbe meravigliato di meno!»

Passato lo stupore arrivò lo spavento. Il poeta era incapace di cavarsela da solo ed era profondamente afflitto. Il suo dolore lo avvicinò a Natal’ja Roskina, una donna di 28 anni nubile e intelligente. Nello smarrimento per ciò che era avvenuto, egli telefonò a una persona che amava le sue poesie. E’ tutto ciò che egli sapeva di lei. Telefonò a colei che conosceva tutti i suoi versi, anche quelli giovanili. In questo triangolo nessuno era felice. Sia Zabolockij che la moglie e anche Natal’ja Roskina soffrivano. Ma proprio la tragedia provata spinse il poeta a creare il ciclo di poesie liriche «L’ultimo amore», che è considerato uno dei più geniali e commoventi nella lirica russa. Fra tutte le poesie della raccolta spicca quella dal titolo «Confessione» – un vero capolavoro, una tempesta di sentimenti e di emozioni. In questa poesia le due donne del poeta si sono fuse in un’unica immagine.

Ekaterina Vasil’evna tornò dal marito nel 1958. Di questo stesso anno è anche la poesia «Non lasciare l’anima alla pigrizia». La scrisse un uomo già gravemente malato. Un mese e mezzo dopo il ritorno della moglie, Nikolaj Zabolockij non sopravvisse al secondo infarto.

Due poesie di Nikolaj Zabolockij tradotte da Paolo Statuti

 

Confessione

Coperta di baci, incantata,

Portata nel campo dal vento,

Tutta come incatenata,

Tu prezioso mio portento!

Né allegra, né afflitta,

Come da un cupo cielo discesa,

Tu mio canto di nozze,

Tu mia stella pazzesca.

Mi chinerò sui tuoi ginocchi,

Li stringerò con frenesia,

E con le lacrime e con i versi

Ti farò ardere, o amata mia.

Aprimi il tuo nordico volto,

Lasciami entrare negli occhi gravi,

Nelle tue braccia seminude,

Nelle tue nere ciglia orientali.

Ciò che si aggiungerà – non calerà,

Ciò che si avvererà – non si scorderà…

Perché piangi, mio dolce incanto?

O forse a me sembra soltanto?

1957

Non lasciare l’anima alla pigrizia

 

Non lasciare l’anima alla pigrizia!

Per non fare buchi nell’acqua,

Sia di giorno che di notte

Ad essa non si addice la fiacca!

Inseguila nella bufera,

Tra gli alberi schiantati,

Trascinala di tappa in tappa

Tra campi e borri innevati!

Non fare che dorma nel letto

Alla luce dell’aurora,

Tratta male la fannullona

E tienila a freno ognora!

Se per essere indulgente,

Dai disagi la vuoi liberare,

Essa anche l’ultima camicia

Ti toglierà senza esitare.

Tienila sempre ben stretta,

Tormentala continuamente,

Perché essa impari di nuovo

A vivere con te umanamente.

Essa è schiava e anche regina,

Essa è figlia e lavoratrice,

Sia di giorno che di notte

La fatica a lei si addice!

1958

(C) by Paolo Statuti

Boris Pasternak: Due poesie per questo mese di marzo 2016

3 Mar

 

La Pasqua russa

La Pasqua russa

La Pasqua russa

La Pasqua russa

Simon Ushakov, "L'Ultima Cena", 1685

Simon Ushakov, “L’Ultima Cena”, 1685

 

 

Boris Pasternak è già ampiamente presente nel mio blog. Inoltre nel 2014 Gianmario Lucini (CFR) – un amico che non smetterò mai di rimpiangere, ha pubblicato 30 poesie di Pasternak nella mia traduzione. Oggi presento la mia versione di due poesie di Pasternak, come omaggio alla vicina primavera, e come devoto pensiero rivolto alla imminente Settimana Santa. Esse sono tratte entrambe dal ciclo Poesie di Jurij Živago.

 

Marzo

 

Al sole si sudano sette camicie,

E si agita, stordito, il burrone.

Come il lavoro di robusta mandriana,

Fervono le mani della primavera.

 

Langue la neve malata di anemia

Nei rametti inerti di vene azzurrine.

Ma fuma la vita nella stalla delle mucche,

E di salute scoppiano i denti dei forconi.

 

Che notti, che giorni e che notti!

Il ticchettio delle gocce a metà giorno.

I cachettici ghiaccioli dei tetti,

Dei ruscelli insonni il cicaleccio!

 

Tutto è aperto, la scuderia e la stalla.

I colombi nella neve beccano l’avena,

E tutto genera e vivifica

L’odore fresco del letame.

1946

Nella Settimana Santa

 

Intorno ancora la nebbia notturna.

Ancora nel mondo è così presto,

Che il cielo pullula di stelle

E ognuna, come il giorno, è luminosa,

E se solo la terra potesse,

Dormirebbe il giorno di Pasqua

Alla lettura del Salterio.

 

Ancora intorno la nebbia notturna.

Ancora è così presto nel mondo,

Che la piazza giace coricata

Come in eterno da tutti i lati,

E mille anni ancora la separano

Dall’alba e dal calore.

 

Ancora la terra è completamente nuda,

E di notte essa non ha niente

Per far oscillare le campane

E fare eco ai coristi dall’esterno.

 

E dal Giovedì Santo

Fino al Sabato Santo

L’acqua perfora le rive

E intesse mulinelli.

 

E il bosco è spoglio e scoperto,

E sulla Passione di Cristo,

Come folla in preghiera,

Veglia la turba dei tronchi di pino.

 

Ma in città, in un piccolo

Spazio, come a una riunione,

Gli alberi guardano muti

Le grate della chiesa.

E il loro sguardo è preso dal terrore.

E’ comprensibile il loro sgomento.

I giardini escono dai recinti,

Vacilla il sistema terrestre:

Seppelliscono Dio.

 

E c’è la luce nella porta regia,

E il nero manto, e la fila di candele,

Volti rigati dalle lacrime –

E a un tratto la processione viene

Incontro col lenzuolo tombale,

E due betulle presso la porta

Devono tirarsi da parte.

 

E il corteo gira intorno alla chiesa,

Riempie il marciapiede fino al bordo,

E porta dalla strada sul sagrato

La primavera, le ciarle primaverili

E l’aria che sa di prosfora

E di ebbrezza di primavera.

 

E marzo sparge la neve

Nell’atrio sulla folla degli storpi,

Come se qualcuno fosse uscito

Portando l’arca e l’avesse aperta

Distribuendola a tutti.

 

E il canto dura fino all’alba,

E, dopo aver tanto singhiozzato,

Giungono sommessi dall’interno

Nel luogo vuoto sotto i fanali

Il Salterio e l’Apostolo.

 

A mezzanotte taceranno la creatura e la carne,

Avendo udito la voce primaverile,

Che appena tornerà il sereno –

La morte si potrà sconfiggere

Con lo sforzo della resurrezione.

 

1946

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

Velemir Chlebnikov nella poesia di Gennadij Ajghi

11 Dic

 

 

Gennadij Ajghi

Gennadij Ajghi

Velemir Chlebnikov

Velemir Chlebnikov

  

 

Questa è la mia traduzione di un articolo del musicista e storico della letteratura russa Dmitrij Aleksandrovič Paškin, nato nel 1977. L’articolo è del 2002.

 

…Tra gli autori che hanno dedicato i propri versi a Velemir Chlebnikov troviamo anche Gennadij Ajghi, uno dei poeti contemporanei più interessanti. In occasione del centenario della nascita di Chlebnikov, nel 1985 egli scrisse un saggio, pubblicato in Russia soltanto nel 1994, dal titolo Foglie al vento della festa, inserendovi un ciclo di sette strofe basate su un tema unico, con una propria valenza creativa e una profonda autoanalisi. Fanno da contrappunto a questi versi l’immagine degli occhi azzurri: “…e risplende l’anima dagli occhi azzurri…”, “…innumerevoli e solitari – gli occhi di Velemir…”. Tutto il testo del ciclo si tinge di azzurro, fin dalla prima strofa. Una delle fonti di questa immagine la troviamo nella biografia di Chlebnikov: la maggior parte dei contemporanei, descrivendo i lineamenti del poeta, invariabilmente si soffermavano su questo dettaglio degli occhi azzurri; basta ricordare il famoso paragone di David Burljuk “occhi come un paesaggio di Turner…” Per Ajghi gli occhi di Velemir sono limpide stelle; questa comune metafora assume un accento sorprendente, quando il discorso cade proprio su Chlebnikov. Questa profondità, purezza, qualcosa di primordiale, gli era insito, come a nessun altro; persone così diverse tra loro come Nadežda Pavlovič, Anatolij Marienhof, Vadim Šeršenevič, Ivan Gruzinov, – tutti vedevano nei suoi occhi come lo splendore dell’eternità o, più esattamente, una certa atemporalità. V. Šeršenevič: “Chlebnikov fissa lo spazio con i suoi occhi abbagliati”; N. Pavlovič: “Era sorprendente. Proprio gli occhi di un bambino e di un chiaroveggente”…Ma in Gennadij Ajghi gli occhi costantemente si trasformano e assumono i lineamenti del volto…: “e sempre più luminosa è l’immagine, sempre più diafana…” Ciò che colpisce è che il volto di Chlebnikov risulta in qualche modo anche il volto di Ajghi. “In ogni sua pagina-quadro appare il volto del mondo, il volto di Dio…”, scriveva V. Novikov. E nella seconda strofa del ciclo dedicato a Chlebnikov, egli dice: “anch’io sono un po’ il volto!” – Ajghi guarda Chlebnikov e vede se stesso; il poeta a un tratto mostra non semplicemente l’affinità creativa o la comunanza delle concezioni, no, Ajghi vede in sé e in Chlebnikov lo stesso Volto: quello della Poesia, dell’Universo, l’immagine dell’infinito…In Ajghi troviamo un gran numero di richiami a concrete creazioni di Chlebnikov. Un altro refrain del ciclo è rappresentato dalle parole ripetute due volte: “ferito dalle pallottole assonnate di Chlebnikov”… La profondità dell’immagine si decifra soltanto attraverso un richiamo a un contesto storico. Ajghi come studioso era sicuramente a conoscenza della reazione di Majakovskij (riferita da Roman Jakobson), dopo aver letto un frammento del poema Sorelle-folgori di Chlebnikov: “Ah, se sapessi scrivere come Vitja!..” Per Majakovskij una confessione decisamente fenomenale, unica, assolutamente priva di analogie! E ciò fu detto a causa dei seguenti versi di Chlebnikov: “Dalla strada dell’alveare//Pallottole come api.//Vacillano le sedie…” Da queste pallottole risultò ferito anche Ajghi: egli fece esattamente eco alle parole sfuggite a Majakovskij, stendendo attraverso decenni il filo del riconoscimento e dell’entusiasmo per l’acutezza e la precisione della frase poetica di Chlebnikov. Ma il refren conduce oltre; nel finale del ciclo sono indicate le circostanze e il luogo dell’azione: la periferia di Mosca e la necessità di alzarsi il giorno dopo alle nove del mattino. Organizzando con questa indicazione un particolare cronotopo, Ajghi sposta il testo in una realtà del tutto diversa, nel mondo del sonno, gettando un ponte dalla realtà del lavoro notturno, finché è buio, al mondo ultraterreno e sonnolento dell’ispirazione poetica…

Il tema del sonno occupa nella poesia di Ajghi un posto del tutto particolare, è uno specifico stato della coscienza, è la chiave per capire tutta la sua creazione; egli stesso dice: “Il sonno per me è un genere…” Nel ciclo Foglie al vento della festa, non possiamo non rilevare la parola “дорози” (strade) dell’antico slavo, anziché “дороги” (strade) del russo moderno, usata da Chlebnikov nella sua poesia O Rus’, sei tutta un bacio nel gelo.. (1921) e ripresa due volte da Ajghi nella seconda strofa del ciclo tra virgolette. Anche qui egli mostra in primo luogo ancora un’altra fonte chlebnikoviana del suo “colorito” poetico e, in secondo luogo, si serve di un tratto tipico della poetica di Chlebnikov: l’amore per i termini del vecchio slavo, per l’antico russo. Non a caso appare anche la frase sulle “leggi del tempo” e l’immagine della struttura del verso, così importante per la tarda creazione di Chlebnikov.

Il ciclo del giubileo è non solo un omaggio al Budetljanin, ma anche una riflessione sulla creazione poetica nella sua categoria superiore, una riflessione sulla eterna e creativa autoespressione dell’anima. Svelando di poesia in poesia tutti i nuovi tratti della creazione di Chlebnikov, Ajghi al tempo stesso mostra il suo ritratto e il colloquio acquista qualitativamente un’altra dimensione: il discorso si avvia subito in nome di due anime affini che contemplano l’eternità: in nome di Ajghi-Budetljanin, in nome del Poeta. Immergendosi interamente nella propria creazione, Ajghi, come Dante dietro a Virgilio, procede dietro a Chlebnikov – guida, esamina l’occulto, dove trova non tanto un alleato, quanto le stesse profondità dell’Io. “E i suoi sogni – sogni di beatitudine”, scriveva l’autore a proposito di Chlebnikov. Tale beato e puro suo sogno di Velemir, sogno di se stesso e, in fin dei conti, dell’Anima cosmica, primordiale, traspare dai versi di Gennadij Ajghi, asceticamente parchi, ma brucianti come acido cloridico, vaghi e irritanti , come il ricordo dei sogni dell’infanzia.

 

                                                                               Dmitrij Aleksandrovič Paškin

 

Gennadij Ajghi

 

Foglie al vento della festa

(Nel centenario di Velemir Chlebnikov)

 

1

il fuoco come esclamativo di Chlebnikov

2

con l’azzurro dell’anima di Velemir

tagliano infantili – candide

con suono innocente strade *

è la voce di un bambino e il saggio

sguardo di un contadino! e le strade

nello stesso Campo – Russia

si uniscono e divergono:

con l’immagine lontana di Velemir!

anch’io sono un po’ il volto! talvolta

come se dal dolore già quasi musorgskiano!

e tagliano – come curano – la tristezza in taciti campi

nelle strade del volto chinato – in questo minuto

dall’azzurro celato – le strade *

 

3

 

ferito dalle “pallottole assonnate” di Chlebnikov

sussulto – visibile

dagli angoli – creati con impulsi

dalla frana del sonno! – schiarendosi

di bianchezza – interrotta da una quantità

di immagini dell’anima dalla profondità dell’oblio

penetranti – senza volti

 

4

 

ma le stelle

limpide (ed eterne saranno

se

il Tempo si annullerà) limpidi

innumerevoli e solitari –

gli occhi di Velemir

l’Ultimo

il Primo

 

5

 

“l’intelaiatura io ho posto” tu stesso dicevi

delle poetiche travi

di tronchi di metafore che splendono – solide

con suono vasto – naturale

come l’aria – nel tempo della messe!

puro legname “da lavoro”

più del novantapercento

nel quale il tritume degli obbligatori “poetismi”

non c’è – come non c’è il lusso

in una casa di contadini

 

 

6

 

e risplende l’anima dagli occhi azzurri

dalla rete delle illusorie “leggi del tempo”

e sempre più luminosa è l’immagine: sempre più vicina

e più trasparente che ha amato la spiga come un bambino

 

7

 

ferito dalle “pallottole assonnate” chlebnikoviane

finisco di dire – sussultando

per le estremità e i distrutti centri

del sonno che vede e del sonno

che non vede – disperdendo – me

e l’operazione – svegliarsi

il 29 alle 9

di mattina a Mosca – in periferia

 

23-29 settembre 1985, Mosca

 

 

* Nel testo russo: „дорози”, anziché “дороги”.

(Versione di Paolo Statuti)

Velemir Chlebnikov

O Rus’, sei tutta un bacio nel gelo!

O Rus’, sei tutta un bacio nel gelo!

Azzurreggiano le notturne strade. *

Da un lampo azzurro le labbra sono fuse,

Azzurreggiano insieme quello e quella.

Di notte un lampo si sprigiona

A volte dalla carezza di due bocche.

E le pellicce a un tratto avvolge agile,

Azzurreggiando, un lampo senza sensi.

E la notte splende saggiamente e nera.

 

Autunno 1921

 

* Nel resto russo: “дорози”, anziché “дороги”

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

Nikolaj Nekrasov: “Madre”

4 Dic
Nikolaj Nekravov

Nikolaj Nekravov

La madre del poeta

La madre del poeta

 

   Nikolaj Nekrasov nacque il 10 dicembre 1821 a Nemirov, nel governatorato di Podolia. Il padre Aleksej Nekrasov (1788-1862) era ufficiale dell’esercito zarista. Si innamorò di lui la bella e colta Elena Zakrevskaja (1801-1841), figlia di un nobile di origine polacca. I genitori erano contrari al matrimonio di Elena con il non ricco e illetterato ufficiale, ma lei lo sposò ugualmente nel 1817. Non fu una unione felice. Il padre del poeta, un uomo squallido e brutale, dedito al gioco, alla caccia, alle gozzoviglie, era l’esatto contrario della madre del poeta, dal carattere quieto e mite. Nekrasov adorava sua madre, alla quale dedicò molti bellissimi versi, identificandola con la donna-martire russa.

Nel 1838 il giovane Nikolaj fu inviato dal padre a Pietroburgo, alla scuola militare per i figli dei nobili, ma il poeta preferì prepararsi agli esami di ammissione all’università. Come conseguenza il padre lo privò di ogni mezzo di sostentamento, costringendolo a cercare diversi lavori occasionali e temporanei. Tuttavia leggeva con passione scrittori come Puškin, Lermontov, Deržavin, Žukovskij, e cominciò a comporre diversi quadri della vita pietroburghese, prendendo a modello Gogol’ e Dostojevskij. A Pietroburgo restò alcuni anni – anni “di fame e di freddo” e di sacrifici, prima di affermarsi e di entrare con tutti gli onori nel mondo letterario.

Nel 1877, già lottando contro la morte, scrisse una delle sue opere più belle dal titolo Dal poema: “Madre”. Non c’è forse in tutta la letteratura russa una poesia con tale forza espressiva nel manifestare i propri sentimenti verso la madre, nella quale egli vedeva l’ideale umano. Dobbiamo sottolineare a tale proposito, che Nekrasov elevò in generale il ruolo e l’importanza della donna nella vita sociale.

Trascurando se stesso e la salute, di debole costituzione fisica, il giornalista, poeta, critico letterario, redattore ed editore nella stessa persona, non aveva tempo per la sua vita privata. Solo all’inizio del 1870 entrò in relazione con la giovane popolana Viktorova, che egli chiamava Zina, e la sposò poco prima di morire. Era eccitabile di natura, si agitava continuamente, a volte pieno di energia e a volte in preda alla pigrizia e allo spleen. Morì a Pietroburgo nel 1877, all’età di 57 anni. Ai suoi funerali partecipò un’enorme folla in rappresentanza di ogni ceto sociale. Nel cimitero di Novodevic’e il saluto di addio fu pronunciato da Dostojevskij, Plechanov e altri. Quando Dostojevskij paragonò la scrittore a Puškin, si levarono molte voci indignate: “Più in alto, più in alto!”.

E’ indubbio che nessuno dei poeti russi della seconda metà del XIX secolo ebbe in vita una tale fama, nonché tanti amici e nemici, quanti ne ebbe Nekrasov. Egli fu tra i primi a scorgere la nascita del proletariato russo, la fatica morale e fisica dei contadini. I nemici lo accusavano di “macchiare la poesia” con una tematica indegna della parola rimata, cioè con la meditazione sulle sofferenze del popolo, delle donne e dei contadini in particolare. Ma Konstantin Bal’mont, uno dei teorici del simbolismo russo, disse che “Nekrasov occupava un posto pari a quello occupato dai grandi poeti russi del XIX secolo: Puškin, Lermontov, Tjutčev, Kol’zov”. Scrive Ettore Lo Gatto: «“Poeta della vendetta e della tristezza”, egli ha saputo trascinare a sé i cuori dei giovani, che nei quadri tristi della vita russa da lui dipinti, non attingevano pessimismo, ma ardire e certezza di vittoria… Spesso sentimentale e freddo, Nekrasov non mentì mai nell’espressione dell’amore che nutriva per il popolo; spesso retorico, non esagerò mai quando la sua poesia era celebrazione di spirito di sacrificio, di fede in un avvenire migliore».

 

Ecco la mia traduzione, forse inedita in italiano, del poema “Madre” di Nikolaj Nekrasov.

 

Dal poema: “Madre”

 

1

 

Nel nostro secolo beffardo e arrogante,

Non suscita sentimenti umani

La parola “madre”, seppur così grande.

Ma sono avvezzo a sdegnare le usanze.

Io non temo lo scherno così di moda.

Tale musa mi ha dato la sorte:

Essa è libera: schernisce o loda,

Oppure tace, come altera schiava.

In molti anni tra lavoro e trascuranza

Per vergognosa viltà io evitavo

La nobile e tormentata sembianza;

Per la sacra memoria… E’ giunta l’ora!..

 

Il mondo ama gli orpelli e i sonagli,

La folla non riconosce gli amici,

Essa porta lodi, corone e lauri

Solo a chi la sferza duramente;

La corona intrecciata dalla folla

Brucerà la fronte della martire obliata –

Io non le offro una corona tardiva,

Ma voglio che nella notte profonda,

Splenda per voi la sua luce viva,

Simili a lei o cuori infelici!..

 

Forse io di biasimo son degno,

Turbando il tuo sonno, o madre? Perdona!

Ma tutta la vita per la donna io peno.

Al suo riscatto son chiuse le strade;

Per conquistare la sua libertà,

Le forze già mi vengono meno,

Ma tu le insegnerai la ferrea volontà…

Benedicila, o madre: l’ora è scoccata!

Il petto è gonfio di suoni disperati,

E’ ora di offrire loro il mio pensiero!

Il tuo amore, i tuoi tormenti sacri,

La tua lotta, il tuo sacrificio io canto!..

 

2

 

Io lasciai presto la casa natia.

Sedicenne mi guadagnavo il pane,

(Nella capitale cercai la mia via.)

E nel frattempo ogni tanto studiavo.

A vent’anni, con la testa affaticata,

Più morto che vivo soffrivo la fame,

Ma con alterigia ritornai a casa.

Rividi la campagna, i campi, il Volga.

 

Tutto come prima – i campi e le persone…

E sempre lo stesso amato fiume…

Ma con una novità: il battello a vapore!

Ma fu un attimo di vita piena.

Tu gorgogliavi – come ruota del mulino

Girando – o caro corso d’acqua,

E le rive facevano un sonnellino.

Tutto sonnecchiava: zattere e battelli,

E sul fondo del traghetto anche il burlàk;

Egli si sveglierà – e tu Volga rivivrai!

Ho riudito il ritmo lento delle note…

Verrò ancora qui ad ascoltare i nipoti,

Dove sento voi, o padri e figli cari!

Ormai per cos’altro io vivrei mai?

 

A un tratto dal sonno e dal torpore preso,

Nell’afa meridiana entro nel giardino;

In esso le fonti brillano e scrosciano.

Ascoltando il loro canto impetuoso,

I tigli misteriosamente frusciano.

Li amo: sotto la loro chioma verde,

Quieta come la notte e come ombra lieve,

Tu, madre mia, ogni giorno passavi.

 

Presso la lapide dove giaci, o cara,

Ho rammentato, turbandomi e sognando,

Che avrei potuto rivederti ancora,

Ma tardai a venire! E al mio lavoro

Fui destinato e alle brame, alle avversità,

Fui trascinato dall’onda della Nevà…

Non sotto il cielo di famiglia tu giaci –

Là si soffoca, là il sole si cela;

Non giacerà là neanche il tuo poeta…

…………………………………………….

…………………………………………….

…………………………………………….

…………………………………………….

E finalmente entrai nella vecchia casa:

Nuovo il pavimento ed altre cose ancora;

Ma di ciò non mi davo pensiero.

Esaminai, conservati da mio padre,

I tuoi lavori, le carte restate

E una lettera attirò la mia vista.

Una con lo stemma e bellamente orlata,

Piena di parole ardenti e appassionate,

Ora in polacco ora in francese scritta.

 

Rammentavo qualcosa vagamente:

A lungo sospirando ogni secondo,

Leggevi tu nella mia lontana infanzia,

Sola, nel giardino; pur non sapendo niente,

Io capivo che ti causava dolore,

Mia cara, – io di bruciarla fui lieto,

Ancora oggi quella lettera odio.

Notte fonda! Mi affretto in giardino…

La cerco, voglio abbracciarla con ardore…

Dove sei? Accogli il mio saluto, o madre!

Mi risponde solo l’eco indifferente…

Scoppiai a piangere; ah! lei non c’è più!

 

La luna spuntò e inargentò il giardino,

Sotto i tigli immobile restavo,

L’ombra dei quali l’amata tanto amava.

Io l’aspettavo e l’attesa non fu vana…

Ora a lenti, ora a rapidi passi

Ella viene; la lettera nella mano…

Ella viene…lo sguado attento scorre

Su di essa con angoscia e tristezza.

“Tu di nuovo con me! – non volendo esclamo. –

Tu di nuovo con me…” Gira la testa…

Un debole pianto, un sussurro! Io ascolto

Le parole della lettera, che già conosco!

 

3

La lettera

 

Varsavia, 1824

 

O quale notte oggi ho passato!

Oh, figlia mia! che cosa ci hai fatto?

A chi, a chi affidasti il tuo destino?

Quale paese al tuo hai preferito?

Ho sognato: eri braccata dai cani,

Tra le nevi russe tu erravi.

 

Era inverno, una notte maledetta,

Ardeva un falò, acceso da selvaggi,

E presso il fuoco con gli occhi chiusi

Giacevi tu, figlia mia diletta!

 

Nereggiava intorno un bosco atro,

E mugghiava… la notte era lunga,

Tu gemevi, come schiavo con l’aratro,

E alla fine sei impietrita – sei morta!..

 

Oh, quanti sogni…quanti cupi pensieri!

Io lo so, Dio punisce i cuori ribelli,

Io credo ai sogni e piango, come bambina…

Di tutta Varsavia siamo gli zimbelli.

La tua mano egli cercava come la fama,

E di lui ti innamorasti davvero,

Hai preso a cuore un ufficiale, un militare,

Ti invaghisti di un selvaggio! è vero,

Mi sembra che abbia modi decorosi,

Che sia intelligente non posso negare.

Ma la sua indole, l’educazione…

Firmando sa scrivere il suo nome?

Perdona! provo in petto l’indignazione –

Non posso, non devo in silenzio restare!

 

…………………………………..

La natura là è inclemente,

La tua bellezza perderai per sempre;

Alla tua treccia dovrai rinunciare,

Là, perdona: solo “piangere e amare”.

………………………………….

………………………………….

………………………………….

………………………………….

………………………………….

Per l’ultima volta tua madre ti bacia –

Io convincere una fuggiasca non devo;

Il tuo destino è nelle tue mani:

Torna in famiglia, sii fedele ai tuoi avi –

O, maledicendoli l’intera vita,

E per sempre da me smarrita,

Come una rinnegata rimani là,

Spregiata schiava di un moskal’.

………………………………….

Mi svegliai. Le fonti risonavano,

E gli uccelli sui tigli cantavano.

Nella mano la lettera…non tua, mia cara!

Turbato, chinai tristemente il capo.

La natura era ancora addormentata;

La luna si specchiava nello stagno;

Le lappole guardavano immobili,

Come carcerati da una casamatta.

………………………………….

………………………………….

………………………………….

………………………………….

Detti un’occhiata ai libri che mia madre

Aveva portato con sé da lontano,

Delle note in margine leggevo:

In esse il suo spirito scoprivo.

E di nuovo io piangevo, e pensavo

Alla lettera e la lessi di nuovo,

E la dolce anima affranta, in essa

Per la prima volta nella sua bellezza

Mi apparve e inseparabile è rimasta,

O Madre-martire! dal tuo triste figlio;

Te e le tue orme cercavo dappertutto,

Il mio tempo libero a te era dedicato.

 

La tua pallida mano che mi accarezzava,

Quando presso il fuoco che si smorzava

Nell’infanzia io sedevo accanto a te,

A volte al crepuscolo mi apparivi,

E la tua voce al buio sentivo,

Piena di affetto e di melodia,

Con la quale mi narravi le fiabe

Di cavalieri e di re, o madre mia.

 

Poi, quando Dante e Shakespeare leggevo,

Mi sembrò d’incontrare volti noti,

Perché le immagini dei loro mondi

Nella mia mente avevi già impresso tu.

E presi a ricordare, dove col pensiero,

Dove con l’anima, o martire, vivevi,

Quando intorno la violenza trionfava,

E ululavano i cani nel canile,

E la bufera le finestre imbiancava…

………………………………

………………………………

………………………………

………………………………

Scendendo un’invisibile scala

Io verso l’infanzia scendevo, quando

Tu eri ancora la mia bambinaia

E il mio angelo-custode, cara mamma.

 

In un altro paese, anch’esso infelice

Ma meno rigido tu sei nata,

Nel settentrione misero e cupo

A diciott’anni sola ti sei trovata.

Cessò di amare chi spartì la tua sorte,

E tu seguisti in un paese straniero, –

Egli non è più tuo, ma tu lo amavi,

Tu puoi amare solo fino alla morte…

……………………………….

………………………………

………………………………

………………………………

………………………………

………………………………

………………………………

………………………………

Tu alla lettera hai risposto tacendo,

Per la tua strada intrepida sei andata.

………………………………

………………………………

Tuonava il piano, e la tua voce afflitta

Era quella di un’anima sofferente,

Eppure eri tranquilla e sorridente:

“Infelice son’io, vessata da un altro,

Ma di fronte a te, donna di uno schiavo!

Di fronte a uno schiavo curvo sull’aratro,

Il mio destino – è un destino invidiato!

Infelice sei tu, o patria mia! Lo so:

Tutto il paese è prigioniero e trepida,

Ma il paese, dove io amo e muoio,

E’ assai più infelice, più infelice!”

Caos! tendo alla passione, al delirio!

Caos! a stento balena la mente

Del poeta, ma devo compiere il voto

Sacro della gioventù, prima della tomba!

Lo capiranno o no – sarà eseguito!..

 

Tardai a venire! Io come si conviene

Non posso fare il lavoro sospirato,

Ma oserò in un quadro stringato

Il tuo destino, mia cara, contenere.

 

E io potrò!.. L’arte mi aiuterà,

Mi aiuterà la morte – presto le servirò!..

Una piccola lacrima da un grande cuore…

Diventata un oceano sconfinato!..

………………………………..

 

 

Vent’anni di sacrifici hai patito,

Finché il tuo cammino non è finito.

E non invano nella steppa senz’acqua

Scorreva una sorgente per gli assetati.

E non invano splendeva il tuo amore:

Come nei cieli, per quanto oscurati,

Ma se la notte si arrende già all’aurora,

Tutto alla fine un raggio di sole vedrà!

 

E brillò il tuo giorno! Tu hai vinto!

Ai tuoi piedi è il padre dei tuoi figli,

I tuoi da tempo ti hanno perdonata,

Bacia uno schiavo il tuo serto spinato…

Ma…vent’anni!.. Con dolcezza, morendo,

Hai sospirato…e in silenzio sei morta!

Oh, quanta forza hai mostrato, mia cara!

In che modo la vittoria ti ha premiata!..

 

La tua anima splende come diamante,

Frantumato in migliaia di grani

Nella tua grande opera non vista.

Davanti ad essa ho chinato la testa,

Io la canto (dammi le forze, o cielo!..).

Destinata a una lotta modesta,

Tu non potevi sfamare l’affamato,

Tu non potevi lo schiavo liberare.

 

Ma tu gli hai tolto la sua paura,

Grazie a te dal tremito e dalla polvere

Più volte levò lo sguardo al cielo

E la sua anima sentì più sicura…

Forse è meno di una goccia del mare,

Ma vent’anni! Ma a migliaia di cuori

Che sognano una minore sventura,

Sono ora più chiari i confini del male!

 

Il tuo signore gli istinti ereditari

Ora frenava, ora sfogava violento,

Ma se egli nei suoi folli sollazzi

Ai figli non dava il cattivo esempio,

E se la sua sfrenata libertà

Non portò a un punto fatale, –

E’ perché vegliavi tu su di lui,

Quando era preda dell’oscurità…

 

E se io facilmente col tempo ho tolto

Dall’anima mia le funeste tracce

Dell’aver calpestato la ragione,

E lodato l’ignoranza dell’ambiente,

Se io ho lottato con decisione

Per gli ideali del bello e del bene,

E se il canto che io ho composto,

Ha i tratti profondi del vero amore –

O madre mia, lo devo solo a te!

La mia anima tu hai salvato in me!

 

E sono felice! Sei uscita dal mondo,

Ma vivrai nella memoria della gente,

Finché in essa vivrà la mia lira.

Passeranno gli anni – ad essa qualcuno

Dedicherà la sua attenzione.

Saprà anche quale fu il tuo destino;

I resti obliati del poeta visiterà,

Ed anche per te egli sospirerà.

 

(1877)

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le farfalle

12 Ago

 

        

                                                       Il segreto non è correre dietro alle farfalle. E’

                                                       curare il giardino, perché esse vengano da te.

(Mario Quintana)

 

E’ tempo di farfalle. Sorseggiando il caffè in giardino siedo accanto al fioritissimo cespuglio di lavanda, preso d’assalto da bombi e farfalle. Si posano sugli esili steli e li smuovono, provocando l’esalazione odorosa dei fiori. Le farfalle svolazzano festose, instancabili nel loro frenetico volo. I bombi sono più pacati e meno estrosi. Vedo soprattutto cavolaie, cioè farfalle bianche, e macaoni, che in polacco si chiamano “paggi della regina”. Mi ha sempre affascinato il prodigio della nascita di questi insetti alati, la loro meravigliosa metamorfosi da bruco a crisalide. Il bruco che muore nel chiuso di un bozzolo, da cui nasce la farfalla con le sue eleganti e iridescenti ali, simili a minuscoli ventagli rigidi giapponesi. La loro vita è così piena di magia e così operosa: dedicano il poco tempo a disposizione per nutrirsi di polline, per incontrare il sesso opposto e scegliere le piante più adatte per deporre le uova. Non mi stanco di guardarle e di pensare quanto sia sorprendente e generosa la Natura, e quanto noi siamo ciechi e ingrati nei suoi confronti. In omaggio a queste reginette dei giardini ho scelto e tradotto alcune poesie, che pubblico qui insieme con una mia poesiola per bambini.

 

Davìd Samòjlov (1920-1990)

 

La farfalla

 

Ti soffierò via dal palmo della mano,

Per non danneggiare il polline.

Vola via dietro quella duna.

L’estate ormai sta per finire.

 

Sopra i fiori nelle radure,

Sopra una parete di giunchi,

Vivi ancora un po’ la tua illusione

Fienarola, farfalla, anima.

 

Maria Pawlikowska-Jasnorzewska (1891-1945)

 

La farfalla

 

Il vento fa ondeggiare il mirto e il limone,

canta, perché la mimosa non tema.

Sulla rosa una farfalla è volata.

Su di me un bianco aeroplano.

 

La farfalla vola verso terre lontane.

Passa sulla rosa ardente e scura.

Aviatore cieco, aviatore folle

anche me sorvola.

 

Aleksandra Baltissen

 

La farfalla

 

Dal polline coglie le parole,

per danzare

quando sceglie le rime,

– insegna loro a vivere…

 

Verso il sole, verso le nuvole

coi versi turbina

e a storie incomprese

– il mondo mostra…

 

Col sogno, col volo lusinga

e innamorata

con grazia si solleva

– dall’amore chiamata…

Delicata ripiega le ali

degna del vento

come magico linguaggio,

– brilla di poesia del fiore…

 

Wanda Chotomska

 

La farfalla

 

A un uomo seduto in un viale

una farfalla si posò sul giornale.

E l’uomo sorpreso e seccato pensò:

– Perché questa vive proprio non so,

infatti non è né carne né pesce,

a succhiare i fiori soltanto riesce,

non è nemmeno una polpettina,

non fa le uova come una gallina,

e se la chiudi in un alveare,

una goccia di miele non sperare,

non dà il latte come mucca pezzata

e inoltre è troppo colorata…

In quel momento la farfalla aprì le ali

e due poeti le dissero allora:

– Se tu non esistessi in natura,

ti inventeremmo noi, sta pur sicura,

e ti proteggeremmo da costui,

ti proteggeremmo!

 

Paolo Statuti

La farfalla e il fiore

– Biccicalla, Biccicalla,

sei una splendida farfalla –

sussurrava un fiorellino

nel bel mezzo del giardino.

– Dammi un bacio, un bacio ancora,

resta qui fino all’aurora,

non andare, non fuggire,

non costringermi a morire!

Ma la bella farfalletta,

impaziente e leziosetta,

gli rispose sorridendo:

– Ti comprendo, ti comprendo,

ma son fatta per volare,

tutti i fiori devo amare.

Così disse e lesta lesta

si posò sulla ginestra.

Ed il fiore abbandonato

piegò il capo sconsolato,

e pensò con tutto il cuore

di tornarsene al Creatore.

Ma un garofano lì accanto,

visto e udito tutto quanto,

con un nodo nella gola

gli rivolse la parola:

– Ti capisco, amico mio,

perché l’ho provato anch’io,

ma ho imparato anche una cosa

assai utile e preziosa:

se vuoi vivere e star bene,

prendi il mondo come viene…

Da quel giorno il fiorellino,

rassegnatosi al destino,

visse senza ricadute

e pensando alla salute.

 

 

La lavanda nel mio giardino con i bombi e le farfalle bianche

La lavanda nel mio giardino con i bombi e le farfalle bianche

Bombo

Bombo

Farfalla bianca

Farfalla bianca

Macaone

Macaone

 

 

©by Paolo Statuti

Michail Lermontov

1 Mar

Poesie di Michail Lermontov tradotte da Paolo Statuti

 

Preghiera

Non incolparmi, Onnipotente,

E non punirmi, t’imploro,

Se il buio funebre della terra

Con le sue passioni io adoro;

Se di rado nell’anima entra

Il torrente della tua parola viva;

Se nell’errore la mia mente

Vaga lontano dalla tua riva;

Se trabocca dal mio petto

La lava dell’ispirazione;

Se i selvaggi fermenti

Offuscano la mia visione;

Se questa terra mi è angusta,

Di penetrare in te ho paura, ed io

Spesso i canti del peccato

Prego, non te, mio Dio.

 

Ma estingui questa magica fiamma,

Il fuoco che tutto distrugge,

Trasforma il mio cuore in pietra,

Ferma lo sguardo che si strugge,

Dalla tremenda sete di versi

Fa’ ch’io sia libero, o creatore,

E allora sulla via della salvezza

A te di nuovo mi volgerò, o Signore.

1829

 

 

 

La mia casa

La mia casa è sotto la volta celeste,

Dove risuonano i canti soltanto,

Dove ogni scintilla di vita risplende,

Ma per il poeta lo spazio è tanto.

 

Dal tetto egli arriva alle stelle,

E il lungo sentiero tra le mura,

Chi ci abita, non con lo sguardo,

Ma con la sua anima misura.

 

La verità è nel cuore dell’uomo,

Il sacro seme dell’eternità:

Spazio senza fine, secoli interi,

In un baleno esso abbraccerà.

 

E la mia bella casa onnipotente

Per questo sentimento è costruita,

Dovrò soffrire a lungo in essa,

E solo in essa avrà quiete la mia vita.

1830

 

Il mendicante

 

Sulla porta di un santo convento

Un poveretto chiedeva la carità,

Magro, sofferente ed oppresso

Dalla fame, dalla sete, dalla povertà.

 

Chiedeva solo un pezzo di pane,

E lo sguardo mostrava la sua pena,

E qualcuno un sasso posò

Sulla sua mano distesa.

 

Così io imploravo il tuo amore

Con pianto amaro e ardente;

Così i miei sentimenti migliori

Eran delusi da te per sempre!

1830

 

Sole d’autunno

 

Io amo il sole d’autunno, quando

Tra nuvole e nebbie si fa largo,

E getta un pallido morto raggio

Sull’albero cullato dal vento,

E sull’umida steppa. Io amo il sole,

C’è qualcosa nello sguardo d’addio

Del grande astro simile all’occulta pena

Dell’amore tradito; non più freddo

Esso è in sé, ma la natura

E tutto ciò che può sentire e vedere,

Non provano il suo calore; così è

Il cuore: in esso è ancora vivo il fuoco,

Ma la gente un giorno non lo capì,

E da allora negli occhi brillare non deve,

E le guance non sfiorerà in eterno.

Perché di nuovo il cuore sottoporre

A parole di dubbio e allo scherno?

1830 o 1831

 

Il mio demone

 

                               1

 

La somma dei mali è il suo elemento;

Volando tra nembi scuri e foschi,

Egli ama le fatali tempeste,

La spuma dei fiumi e il fruscio dei boschi;

Egli ama le notti cupe,

Le nebbie, la pallida luna,

I sorrisi amari e gli occhi

Che non sanno il sonno né lacrima alcuna.

 

                                 2

 

Le ciarle futili del mondo

Egli è avvezzo ad ascoltare,

Egli deride le parole di saluto

E ogni credente ama beffeggiare;

Estraneo all’amore e alla pietà,

Dal cibo terreno è sfamato,

Ingoia ingordo il fumo dello scontro

E il vapore del sangue versato.

 

                                 3

 

Se nasce un nuovo sofferente,

Lo spirito del padre egli affligge,

Egli è qui col severo sarcasmo

E la rozza gravità dell’effige;

E quando qualcuno già discende

Con l’animo tremante nel sepolcro,

Trascorre con lui l’ultima ora,

Senza dare al malato alcun conforto.

 

                                 4

 

L’altero demone non mi lascerà,

Finché in vita io sarò,

E la mia mente prenderà a illuminare

Come un magnifico falò;

Mostrerà un’immagine di perfezione

E poi per sempre la toglierà

E, datomi un presagio di letizia,

Da lui non avrò mai felicità.

1831

 

No, non sono Byron…

 

No, non sono Byron, sono un altro

Eletto ancora sconosciuto,

Come lui, dal mondo vessato,

Ma con l’anima russa io sono nato.

Cominciai presto, finirò prima,

Non molto compierà la mia mente;

Nella mia anima, come nell’oceano,

Giacciono le mie speranze infrante.

Chi può, o tenebroso oceano,

Conoscere i tuoi segreti? Qualcuno

Narrerà alle folle i miei pensieri?

Io sono Dio – o non sono nessuno!

1832

 

La vela

 

Biancheggia una vela solitaria

Nella nebbia azzurra del mare!..

Cosa cerca nel paese lontano?

Cos’ha lasciato nel paese natale?..

 

Giocano le onde – il vento sibila,

E l’albero si piega e geme…

Ahimé, – la fortuna non cerca

E dalla fortuna non viene!

 

Sotto ha la corrente azzurra,

Sopra – del sole l’effige dorata…

Ma essa, inquieta, cerca la tempesta,

Come se in questa la quiete fosse data!

1832

 

Preghiera

 

O Madre di Dio, sono qui in preghiera

Davanti al tuo volto come intensa luce,

Non la salvezza, non la gratitudine,

Né il pentimento a te mi conduce,

 

Non per la mia anima deserta, l’anima mia

Di ramingo senza patria ti prego nel profondo,

Ma voglio affidare a te una vergine innocente,

A te che proteggi dal gelido mondo.

 

Circonda di felicità chi è degno d’averla,

Dagli compagni benigni in abbondanza,

Una bella giovinezza, una serena vecchiaia,

Al cuore mite dai la pace della speranza.

 

E quando si avvicinerà l’ora dell’addio,

Tu manda per vegliare al letto del dolore,

Sia in chiassoso mattino o in notte silente,

L’anima leggiadra dell’angelo migliore.

1837

 

Il pugnale

Ti amo, mio pugnale d’acciaio intarsiato,

Compagno gelido che abbaglia.

Un georgiano per la vendetta ti forgiò,

Un circasso ti affilò per la battaglia.

 

Una bianca mano a me ti ha donato

In segno di ricordo nella separazione,

E la prima volta non sangue da te colò,

Ma una tersa lacrima-perla di afflizione.

 

E fissando i neri occhi su di me,

Ricolmi di segreto dolore,

Come il tuo acciaio sul tremulo fuoco,

Erano a volte buio, a volte splendore.

 

Datomi per compagno, pegno muto d’amore,

Su di te il viandante può contare:

Come te, come te, amico mio d’acciaio,

La mia anima è salda e non potrà cambiare.

1838

 

 

 

 

 

 

Preghiera

 

In un momento arduo della vita,

Quando la tristezza stringe il cuore:

Una prodigiosa preghiera

Io recito a memoria.

 

C’è un’intensità beata

Nell’armonia della parola viva,

E in essa inesplicabile

Un sacro incanto spira.

 

Dall’anima come un grave peso

La coscienza rotola via distante –

E si vuol credere, e si vuol piangere

Ed è un lieve, così lieve istante…

1839

 

Le nuvole

Nuvole celesti eternamente erranti!

Sulla steppa azzurra come perle infilate,

Dal caro nord verso il meridione

Scorrete, come me, esiliate.

 

 

Cosa vi spinge: Il volere del destino?

Una segreta invidia? Un’ira manifesta?

O vi opprime il peso di un delitto?

O degli amici la venefica maldicenza?

 

No, vi hanno annoiato gli aridi campi…

A voi sono estranee passioni e pene;

In eterno fredde e in eterno libere,

Voi una patria e un esilio non avete.

1840

 

 

 

Il profeta

Dal giorno in cui il giudice eterno

Mi ha dato del profeta l’onniscienza,

Negli occhi degli uomini io leggo

Pagine di rabbia e di violenza.

 

A predicare presi allora i precetti

Della verità e dell’amore alla gente:

Cominciarono a coprirmi d’insulti

E a tirarmi pietre follemente.

 

Mi cosparsi il capo di cenere,

Come un mendico fuggendo la città,

Ed ora come uccello nel deserto io vivo,

Mangiando solo ciò che Dio mi dà;

 

La creatura terrestre m’è sottomessa,

Le leggi del Signore rispettando,

E le stelle mi ascoltano di notte,

Coi raggi lietamente giocando.

 

E quando nella città chiassosa

Entro a volte con passo affrettato,

I vecchi dicono ai bambini

Con un sorrisetto malcelato:

 

«Guardate: ecco un esempio per voi!

Egli superbo da noi è fuggito;

Lo sciocco pensava: ciò che dice Dio

Dalla mia bocca è uscito!

 

 

 

 

Guardatelo, bambini miei:

Che figura pallida e trista!

Guardate com’è magro e nudo,

E come ridono alla sua vista!»

1841

 

Il sogno

 

Nella valle del Daghestan infocata

Col piombo nel petto immobile stavo;

Dalla ferita ancora fumante,

A goccia a goccia il mio sangue versavo.

 

Giacevo solo sulla sabbia della valle;

Sporgenze di rocce premevano intorno,

E il sole bruciava le gialle sommità

E pur me – ma io dormivo, come morto.

 

Rischiarato dai fuochi nel paese natale

Un banchetto sognavo in quel mentre.

Giovani donne inghirlandate

Parlavano di me allegramente.

 

Ma, ignorando la lieta conversazione,

Una di loro sedeva sola e pensosa,

La sua giovane anima era triste

E immersa Dio solo sa in che cosa;

 

E sognava il Daghestan, dove giaceva

Un cadavere a lei noto, nel cui petto

Fumando, anneriva la ferita,

Da cui il sangue colava ormai freddo.

1841

 

La rupe

 

Passò la notte una nube dorata

Sul petto di una rupe immensa;

La mattina si rimise in cammino,

Giocando nell’azzurro immersa;

 

Ma una traccia umida in una ruga

Della millenaria rupe ha lasciata.

E la rupe è lì sola e pensosa,

E nel deserto piange sconsolata.

1841

 

 

 

 

 

 

Tamara

 

Nella profonda gola di Dar’jal,

Dove il Terek fruga nelle nebbie cupe,

Una antico bastione si ergeva,

Nereggiando su una nera nube.

 

In questa torre alta e angusta

La zarina Tamara viveva:

Assai bella, come angelo celeste,

Come demone, perfida e altera.

 

E là nella nebbia di mezzanotte

Brillava un lumino dorato,

Attirava l’attenzione dei viandanti,

Chiamava a un riposo incantato.

 

E si udiva la voce di Tamara:

C’era in essa desiderio e passione,

Una magia onnipotente,

Una inesplicabile persuasione.

 

Verso la voce dell’invisibile peri

Un mercante o un pastore andava:

Davanti a lui si apriva la porta,

Un tetro eunuco lo invitava.

 

In un soffice letto di piume,

Vestita di broccato porporino,

Ella aspettava l’ospite…Frizzanti

Eran pronte due coppe di vino.

 

 

 

S’intrecciavano le dita degli amanti,

Le labbra si toccavano ardenti,

La notte intera risonavano là

Assai strani e selvaggi accenti.

 

Come se in quel vuoto bastione

Cento giovani e cento fanciulle,

Fossero insieme a un banchetto funebre,

O per celebrare nozze notturne.

 

Ma appena la luce del mattino

Si posava sui picchi montani,

Nella torre buio e silenzio

Di nuovo regnavan sovrani.

 

Solo il Terek nella gola Dar’jal,

Il silenzio rombando rompeva;

L’onda urtava contro l’onda,

L’onda dietro l’onda correva;

 

E con pianto il corpo muto

Si affrettavano a portar via;

Alla finestra qualcosa biancheggiava,

E risonava una parola: addio.

 

Ed era un sì tenero lasciarsi,

La voce era dolce e fremente,

Come se estasi d’incontro e carezze

D’amore promettesse per sempre.

1841

 

Da solo mi metto in cammino…

1

Da solo mi metto in cammino;

Nella nebbia la strada risplende;

Silenzio. Il deserto ascolta dio,

E stella con stella s’intende.

 

2

In cielo una festa e un incanto!

La terra dorme nell’azzurro splendore…

Che cosa mi aspetto, di che mi lamento?

Perché mai questo cupo dolore?

 

3

Dalla vita non voglio più niente,

Nulla rimpiango del mio passato;

Cerco soltanto libertà e quiete!

Dormire – questo solo m’è grato!

 

4

Non il freddo sonno della tomba

Io cerco…ma vorrei dormire,

Per placare le forze della vita,

E il respiro nel mio petto lenire;

 

5

Perché un dolce canto d’amore

Accarezzi sempre l’orecchio mio,

E d’una quercia eternamente verde,

E china su di me, io oda il fruscio.

 

1841

 

 

Da solo mi metto in cammino…

Da solo mi metto in cammino;

Nella nebbia il selciato splende;

Silenzio. Il deserto ascolta dio,

E stella con stella s’intende.

 

Il cielo è mirabile e solenne!

Dorme la terra nell’azzurro manto…

Perché questo dolore e stento?

Qualcosa aspetto o qualcosa piango?

 

Dalla vita più niente mi aspetto,

E non ho rimpianti del passato;

Io cerco libertà e pace!

Vorrei non pensare, addormentato!

 

Non nel freddo sonno della tomba…

Sarò felice se dormiranno

Le forze vitali nel mio petto,

E il petto respirerà senza affanno;

 

Se notte e giorno al mio udito

La voce dell’amore giungerà,

E su di me una verde quercia,

Chinandosi, per sempre stormirà.

 

Ci lasciammo

 

Ci lasciammo; ma il tuo ritratto

Io custodisco sul mio petto:

Vaga ombra di anni migliori,

All’anima mia reca diletto.

 

Sono preda di nuove passioni,

Ma esso è rimasto ancora mio:

Così un tempio vuoto – resta un tempio,

E un idolo abbattuto – resta dio!

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

Michail Lermontov

26 Feb

3 poesie di Michail Lermontov tradotte da Paolo Statuti

 

La mia casa

La mia casa è sotto la volta celeste,

Dove risuonano i canti soltanto,

Dove ogni scintilla di vita risplende,

Ma per il poeta lo spazio è tanto.

 

Dal tetto egli arriva alle stelle,

E il lungo sentiero tra le mura,

Chi ci abita, non con lo sguardo,

Ma con la sua anima misura.

 

La verità è nel cuore dell’uomo,

Il sacro seme dell’eternità:

Spazio senza fine, secoli interi,

In un baleno esso abbraccerà.

 

E la mia bella casa onnipotente

Per questo sentimento è costruita,

Dovrò soffrire a lungo in essa,

E solo in essa avrà quiete la mia vita.

 

1830

 

Preghiera

 

In un momento arduo della vita,

Quando la tristezza stringe il cuore:

Una prodigiosa preghiera

Io recito a memoria.

 

C’è un’intensità beata

Nell’armonia della parola viva,

E in essa inesplicabile

Un sacro incanto spira.

 

Dall’anima come un grave peso

La coscienza rotola via distante –

E si vuol credere, e si vuol piangere

Ed è un lieve, così lieve istante…

 

1839

 

 

Il profeta

Dal giorno in cui il giudice eterno

Mi ha dato del profeta l’onniscienza,

Negli occhi degli uomini io leggo

Pagine di rabbia e di violenza.

 

A predicare presi allora i precetti

Della verità e dell’amore alla gente:

Cominciarono a coprirmi d’insulti

E a tirarmi pietre follemente.

 

Mi cosparsi il capo di cenere,

Come un mendico fuggendo la città,

Ed ora come uccello nel deserto vivo,

Mangiando solo ciò che Dio mi dà;

 

La creatura terrestre m’è sottomessa,

Le leggi del Signore rispettando,

E le stelle mi ascoltano di notte,

Coi raggi lietamente giocando.

 

E quando nella città chiassosa

Entro a volte con passo affrettato,

I vecchi dicono ai bambini

Con un sorrisetto malcelato:

 

«Guardate: ecco un esempio per voi!

Egli superbo da noi è fuggito;

Lo sciocco pensava: ciò che dice Dio

Dalla mia bocca è uscito!

 

Guardatelo, bambini miei:

Che figura pallida e trista!

Guardate com’è magro e nudo,

E come ridono alla sua vista!»

 

1841