Paolo Statuti: Il bacio

18 Nov

 

                                                 

                                                                                                          A mia figlia

                 

     Il primo bacio era ancora lì, sospeso sopra le loro teste, nel limpido silenzio del tramonto, tra i riflessi ramati dell’acqua e il dolce tepore dei pensieri. Fra un attimo si sarebbe dileguato, raggiungendo l’immenso Mare dei Baci più belli e più desiderati: i primi. Ma il loro bacio…

     Tacevano, temendo di rompere l’incanto di quella sensazione così unica. Si guardavano, chiedendosi tacitamente conferma di quella loro felicità, poi impugnarono i remi e si accinsero a tornare a riva. Remavano già da qualche minuto, quando la barca ebbe uno scossone e si bloccò. I due giovani si interrogarono con gli occhi e impallidirono. «Forse abbiamo urtato contro qualcosa» – pensarono. Prima che riuscissero a capire cosa fosse successo, videro alla loro destra una mano verdognola con le dita palmate affiorare dall’acqua, seguita da un braccio esile e lungo tutto coperto di alghe. Un istante dopo uscì la testa, simile a una matassa arruffata di fili diversi, i cui colori dominanti erano il verde e il marrone. Sotto lo strato di fili s’intravedevano gli occhi sporgenti e rossi come il fuoco, le labbra sottili e slavate. Sul petto scintillavano le squame. Era un abitatore del fondo lacustre. Sul palmo di una mano era posata una scatolina di metallo.

     – Ho udito la musica del vostro bacio – disse ai due giovani stupefatti, che per la prima volta vedevano e sentivano una cosa del genere. – Mi è sembrata così soave e lieta, che ho deciso di rinchiudere il vostro bacio in questa scatolina d’argento, e di custodirlo assieme agli altri che ho scelto prima del vostro. Con me sarà al sicuro e se un giorno il vostro amore si troverà in pericolo, per un istante mettete da parte i rancori, tornate qui, forse il vostro primo bacio potrà aiutarvi.

     Finiti gli studi, entrambi cominciarono a lavorare e si sposarono. Si volevano un bene matto e quindi non facevano molta fatica ad andare d’accordo. Avevano cominciato bene, con una buona ricetta: tolleranza, comprensione, gentilezza, altruismo – pochi ingredienti, ma assai preziosi ed efficaci. Certo, come accade a tutte le coppie di questo mondo, anche nel loro cielo ogni tanto si affacciava una nuvola a turbare la serenità coniugale, ma era sempre una nuvola passeggera e dopo uno scroscione breve, e a volte anche salutare, essa lasciava nuovamente il posto al sole.

     Questo durò qualche anno, ma i casi della vita sono tanti e quasi mai prevedibili. A poco a poco le nuvole diventarono sempre più frequenti e minacciose e alla fine, purtroppo, anche per loro arrivò il momento della resa dei conti. Un giorno tra i due si svolse questo colloquio:

     Lei: – Non hai dimenticato qualcosa?

     Lui: – Mhm… vediamo un po’… oggi non è il tuo compleanno e nemmeno l’onomastico… non è neanche l’anniversario del matrimonio. A tua madre ho telefonato per farle gli auguri… Ho parlato con la maestra di Enrico… a proposito, sai cosa mi ha detto? Che secondo lei trascuriamo nostro figlio…

     – Su che si basa per dire una cosa simile?

     – Mah, non so, forse perché Enrico vede troppa televisione e perché alla sua età non sa ancora chi era Cenerentola… allora, vediamo, cosa posso aver dimenticato…

     – Hai dimenticato di darmi una risposta. Due ore fa ti ha fatto una domanda, ma tu hai abilmente cambiato discorso.

     – Ah, sì, hai ragione, beh, ci ho pensato e la risposta l’avrei, ma non mi sembra opportuna, lasciamo perdere.

     – Neanche per sogno! Su, coraggio: «mi hai mai tradito o desiderato tradirmi?».

     – Sei troppo intelligente per fare una domanda così banale che prima o poi tutte le donne fanno.

     – E invece non sono intelligente, sono una stupida e voglio una risposta!

     – Va bene, come vuoi, non ti ho tradito ma ho desiderato farlo.

     – Quante volte è successo?

     – Beh, adesso non essere pignola, non le ho mica segnate…

     – Più o meno…

     – Mah, diciamo abbastanza spesso in questi ultimi mesi.

     – Me lo sentivo, ne ero certa.

     – E tu?

     – Beh, se la cosa può farti sentire meno in colpa…

     Il bambino: – Mamma, chi era Cenerentola?

     – Lei: – Sono io!… Sì, insomma, era una ragazza buona e bella ma molto infelice… Guarda la televisione invece di ascoltare i nostri discorsi… No, aspetta, hai finito i compiti?

     – Sì, mamma.

     – Allora va’ a giocare con gli altri bambini.

     Il figlio corse via  e lei restò per un attimo a pensare. Cos’altro poteva voler sapere? Nella testa i pensieri turbinavano come foglie in balia del vento. Il vento del burrascoso presente o del sereno passato? Forse entrambi… Avvertiva una vaga sensazione di pericolo, come la presenza di una belva in agguato, pronta a ghermirla. E lui era lì, seduto in poltrona, fumando una sigaretta, sforzandosi di immaginare le prossime parole della moglie e preparandosi a rispondere, come un giocatore di scacchi. Ma lei ormai aveva esaurito la voglia d’indagare e di proseguire quella schermaglia penosa e, tutto sommato, inutile. Provò un desiderio improvviso di uscire di casa, di fuggire a quel senso di oppressione. Aprì la porta, corse giù per le scale e poco dopo era in strada. Si diresse a passo spedito verso la macchina.

     Dopo un attimo di esitazione lui aprì la finestra e chiamò la moglie, ma quasi controvoglia, meccanicamente. Lei guardò su e di colpo si augurò con tutte le forze che lui la seguisse, che corresse da lei e abbracciandola le sussurrasse come un tempo: «Tu sei la mia vita!».

     Prima di accendere il motore volse di nuovo lo sguardo alla finestra. Attese ancora a mettere in moto, guardò di nuovo, poi scese dalla macchina e si mosse verso la cabina telefonica. Il marito pensò: «Ecco, ora telefona a sua madre», ma sentì squillare il telefono:

     – E’ un momento difficile, lo so, ma cerchiamo di essere ragionevoli… esaminiamo la situazione con calma. Scendi giù… lasceremo Enrico da mia madre. Dobbiamo parlare e decidere una volta per sempre… – s’interruppe e poi concluse: – Ti va?

  • Va bene, adesso scendiamo.

     Percorsero un buon tratto di strada in silenzio. Erano ammutoliti dal turbamento o dall’orgoglio? Oppure ciascuno dei due cercava le parole più idonee a iniziare il colloquio, per non provocare subito una reazione negativa nell’altro? Continuavano a fissare muti l’asfalto che scivolava via monotono e indifferente sulla scia dei loro pensieri.

     Guidava già da un’ora e finalmente fermò la vettura in un viottolo sulla riva del lago. Fu lei a parlare per prima:

     – Ricordi quando venivamo qui prima di sposarci? Questo lago mi è sempre piaciuto… nelle sue acque c’è come una forza sana e buona… sento che dobbiamo ricominciare da qui, da questo luogo dove ci siamo scambiati il nostro primo bacio… vieni, noleggiamo una barca.

     Appena staccatisi dalla riva provarono un senso di sollievo, una liberazione improvvisa e un bisogno di remare sempre più in fretta, come per scaricare nello sforzo fisico tutta la loro inquietudine, tutto il loro rammarico. Tacevano e l’amaro silenzio era rotto soltanto dal respiro affannoso che si confondeva col tonfo cadenzato dei remi. Trascorso circa un quarto d’ora smisero di remare. Ansimando posarono i remi sul bordo della barca e si concessero un po’ di riposo. Si guardarono intorno. In un raggio di almeno cinquecento metri non c’era nessuno.

     – Che pace! – esclamò lei – e com’è bello ricordare… Sai, non te l’ho mai detto… quando eravamo ancora fidanzati ho fatto uno strano sogno. Ascolta… Eravamo in barca, proprio come adesso e forse proprio su questo stesso lago…

     E gli raccontò ciò che aveva sognato.

     – E’ una bella favola e a te le favole piacciono molto, vero? – commentò lui.

     – E’ vero e sono convinta che esse aiutino a vivere.

     – Hai ragione, evviva la poesia, evviva la fantasia!… Ho caldo e farei volentieri una nuotata… e tu, non hai voglia di tuffarti?

     – Ma non abbiamo i costumi e poi siamo venuti qui per parlare…

     – A me il costume non serve, per parlare c’è sempre tempo e adesso ho voglia di nuotare.

     – D’accordo… se proprio non resisti spogliati e tuffati, io ti aspetterò qui.

     In pochi istanti l’uomo era già pronto e con una esclamazione di gioia si gettò e scomparve sott’acqua.

     Era piuttosto irritata. Il comportamento del marito le sembrava superficiale e irresponsabile. Non era così che aveva immaginato quella gita in barca, no, si aspettava da lui un contegno più serio e più adeguato alle circostanze.

     Trascorso qualche istante l’uomo riemerse a pochi metri di distanza. Rideva di cuore e gridò:

     – Guarda cosa ho trovato sul fondo… sembra proprio la scatolina del tuo sogno! E’ un po’ arrugginita… Chissà se contiene ancora il nostro primo bacio… Vediamo un po’… ha il coperchio incastrato… non riesco ad aprirla…

     – Fermo, non farlo! – gridò la donna. – Vieni qui, fammela vedere.

     Con quattro bracciate l’uomo raggiunse la barca e sempre ridendo porse la scatolina alla moglie. Lei l’osservò a lungo, rigirandola sul palmo della mano, poi prese a fissare intensamente lo specchio del lago. Il suo sguardo si posava ora sull’acqua, ora sul piccolo oggetto ripescato dal marito. Non sembrava affatto turbata, anzi col trascorrere dei secondi il suo volto s’illuminava, si rasserenava e il sorriso le brillava negli occhi.

     – Lasciamola chiusa – sussurrò. – Immaginiamo che contenga veramente il nostro primo bacio… se l’aprissimo esso svanirebbe per sempre, teniamola con noi così, come un portafortuna.

     Lui aveva smesso di ridere. Ora guardava la moglie e la vedeva diversa, cambiata come per incanto. La vedeva esattamente come anni prima e per un attimo pensò che quella scatolina avesse davvero un potere magico. Sentì una forza irresistibile che lo attirava verso la donna e la baciò con tutta la tenerezza che poteva.

     Da quel giorno il loro amore non corse più alcun serio pericolo, e a poco a poco la scatolina finì nel dimenticatoio, come del resto succede con tutte le cose delle quali alla fine non si ha più bisogno.

(Paolo Statuti)    

Paolo Statuti: Le lettere di Teodoro

17 Nov

     Ogni mattina, alle undici in punto, in un grazioso paesino circondato dai monti, immerso nel verde e attraversato da un piccolo e chiassoso fiumicello, il postino iniziava il suo lavoro sonando di porta in porta. Era un uomo gentile, coscienzioso e diligente, stimato da tutti, pronto a congratularsi se i compaesani ricevevano notizie liete, o a spendere una parola di conforto, se il contenuto delle lettere si rivelava spiacevole o triste. Soprattutto i bambini avevano un debole per lui, perché egli pescando nelle tasche della divisa trovava sempre una caramella o un cioccolatino che porgeva ai piccoli ghiottoni, dopo aver chiesto loro con voce profonda e fintamente severa:

     – Te lo meriti davvero?

     È chiaro che i bambini ogni volta rispondevano di sì, e quindi egli non poteva far altro che sorridere, pensando al tempo stesso: «Bisogna essere proprio ingenui per fare simili domande». Si chiamava Franco, ma data la sua professione e la familiarità con cui lo trattavano, i bambini lo avevano ribattezzato Francobollo, soprannome che egli aveva accettato senza protestare e senza offendersi, considerandolo anzi come un segno di simpatia e di affetto.

     Aveva un carattere tranquillo e bonario, e solo una volta gli era capitato di arrabbiarsi e di alzare la voce. Fu quando alcuni ragazzacci venuti dalla città, approfittando di un suo momento di distrazione, gli avevano sottratto la borsa piena di corrispondenza, e soltanto verso sera lo avevano informato che essa si trovava sull’albero che cresceva accanto a una casetta abbandonata, in un vicolo del paese. Sì, quella volta era andato su tutte le furie – e ne aveva tutte le ragioni, ma la cosa non s’era più ripetuta, perché i monelli erano stati scoperti e severamente puniti e avevano capito la lezione.

     Durante le ore di servizio Francobollo aveva dunque l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere e di scherzare un po’ con la gente. Ma quando finiva il lavoro o tornava a casa, o nei giorni di festa, diventava di colpo malinconico e pensieroso, perché viveva solo. Infatti non si era sposato, e spiegava la cosa dicendo:

     – Purtroppo ho perso l’occasione buona al momento giusto.

     Inoltre in quel paese non aveva neanche un parente o un amico che gli dedicasse un po’ di tempo. Anche i parenti che vivevano lontano lo avevano dimenticato, e così non riceveva mai né una lettera, né una cartolina. A poco a poco questa privazione era diventata un’idea fissa, e più ci pensava, più si rammaricava che il destino gli negasse quel gran piacere della vita che è appunto la corrispondenza. Si sentiva come defraudato di un sacrosanto diritto, e si paragonava ora a un orologiaio che non possieda nemmeno un orologio, ora a un calzolaio senza scarpe o a un cuoco costretto a mangiare patate e soltanto patate…

     Una sera il postino era particolarmente giù di corda. Anche quel giorno aveva consegnato numerose lettere, rendendo felici tante persone, e come al solito non aveva trovato nulla per sé, neanche una cartolina con i soli saluti. All’improvviso ebbe come un lampo di genio e si disse: «Da domani comincerò a scrivermi da solo». Si ricordò che da piccolo era molto affezionato a un cugino che si chiamava Teodoro, e quindi decise che sarebbe stato proprio lui il mittente delle lettere e cartoline che avrebbe ricevuto. Si sentì di colpo leggero e sereno, come se si fosse tolto una grossa pietra dal cuore e se ne andò a dormire, pensando al contenuto della prima lettera da imbucare il giorno dopo.

     E così cominciò quella strana, immaginaria corrispondenza, con cui Francobollo cacciava via la solitudine, riempiendo il vuoto che sentiva nell’animo. Erano lettere dal contenuto più svariato, nelle quali il postino esprimeva i suoi desideri, le sue gioie e contrarietà, ma soprattutto il bisogno di compagnia che provava quando era libero dal lavoro. Erano lettere brevi e semplici, ma piene di calore umano, di quel calore che in fondo ogni uomo, anche il più indurito e insensibile, segretamente desidera. Ecco alcuni esempi presi a caso:

     Caro Franco,

     mi congratulo molto per l’aumento di stipendio che hai avuto. Finalmente potrai comprarti quel vestito che sognavi. Cosa fai domenica? Con questo bel tempo è un peccato restarsene in casa. Perché non vieni a trovarmi? Faremo una bella gita insieme e festeggeremo l’aumento ricevuto con un goccetto di quel vino rosso di cui vai matto…

     Allora ti aspetto. A presto, ti abbraccio,

                                                                                                                        tuo Teodoro

     Carissimo Teodoro,

     oggi ho avuto una giornata piena di piacevoli sorprese, ma la più bella è stata naturalmente la tua lettera. Sei sempre molto gentile e le tue parole non solo mi fanno tanta compagnia, ma sono anche un grande conforto. Sei riuscito poi a trovarmi quel cuccioletto che ti avevo chiesto?…

     Dammi presto tue notizie, ti abbraccio,

                                                                                                                           tuo Franco

     Mio caro cugino,

     ho appreso con grande dispiacere che sei stato molto male, ma sono contento che che tu ti sia ristabilito. Purtroppo non ho potuto farti visita, perché ho dovuto terminare un lavoro assai importante e urgente. Ti occorre qualcosa? Posso esserti utile in qualche modo?… Ti penso spesso,

                                                                                                                        tuo Teodoro

     Il tempo passava e Francobollo aveva già riempito cinque cassetti, e una cassapanca di lettere e cartoline. Da qualche anno non sapeva più cosa fossero malinconia e solitudine, e viveva contento e soddisfatto. Inaspettatamente però, qualcosa venne a turbare quel suo mondo placido, stravagante e fantastico. Fu nel giorno del suo sessantesimo compleanno, che coincideva con l’inizio della pensione. Francobollo era ormai libero dagli obblighi professionali e avrebbe avuto tutte le giornate a disposizione per riposarsi, leggere, fare lunghe passeggiate e, naturalmente, continuare ad occuparsi della sua corrispondenza. Ma stranamente, anziché rallegrarsene, si sentì di colpo smarrito e abbattuto, scontento e deluso. «Perché?» – si chiese. E cercò di rispondersi facendo un bilancio della sua vita. «Cosa ho fatto in fondo? – si disse – ho percorso a piedi centinaia e centinaia di chilometri, consumando tante paia di scarpe. Sempre e soltanto le stesse cose, consegnando migliaia e migliaia di lettere e cartoline, come una macchina a gettoni… Quante vere gioie ho avuto? Ben poche. Se non avessi escogitato questa stupida…» – voleva aggiungere: «corrispondenza con Teodoro», ma si morse le labbra e scoppiò a piangere.

     Quella sera andò a dormire con la bocca amara e col profondo rammarico di non aver fatto nella vita qualcosa di diverso, di più importante, qualcosa d’infinitamente più grande. E con questi pensieri si addormentò e fece un sogno.

     Sarebbe troppo lungo raccontarvelo tutto, ma posso assicurarvi che fu esattamente ciò che quella notte Francobollo sognava di vivere – un’avventura meravigliosa, piena d’imprevisti, di pericoli e di atti di coraggio per recapitare una lettera a un famoso alchimista che viveva in un castello lontano e inaccessibile, e che era l’unico al mondo a conoscere la formula della medicina che avrebbe salvato l’intero paese da una terribile epidemia. Francobollo era tornato sano e salvo con la ricetta dell’alchimista, e per questa sua eccezionale impresa era stato sommerso di medaglie e diplomi e proclamato eroe nazionale. In suo onore avevano sparato anche una salva di ventun colpi di cannone, ma tutto quel frastuono improvviso finì con lo svegliare l’eroe. Aprì gli occhi, ancora sotto l’impressione del trionfo, e capì subito che purtroppo si era trattato solo di un sogno. Si alzò di malavoglia, s’infilò le pantofole e si accinse a prepararsi un tè. Per recarsi in cucina doveva passare per il soggiorno, e così facendo notò sul tavolo al centro della stanza un vaso con un gran mazzo di fiori. Si avvicinò e allora vide che accanto al vaso c’era una lettera. «Che strano –  pensò – non ricordo di averla scritta…» L’aprì e cominciò a leggere, sgranando gli occhi e impallidendo:

     Caro Franco,

     tanti sinceri auguri per il tuo compleanno e complimenti per il tuo eroismo! Hai fatto davvero un bel sogno di gloria, ma a cosa ti è servito? Cosa ne hai ricavato? Niente! – sei ancora più avvilito di prima. E senza alcun motivo. Non ti basta la riconoscenza e la stima che ti sei guadagnato con la tua vita semplice, ma onesta e utile a tutti i tuoi compaesani? Credimi, non hai nulla da invidiare al valoroso protagonista del sogno, perché ciò di cui oggi tu puoi vantarti è la cosa più difficile e preziosa che un uomo possa desiderare: la coscienza di aver fatto sempre il proprio dovere. Continuerò a scriverti, per tenerti compagnia e per toglierti dalla testa pensieri strani, inutili e nocivi. Ti stimo e ti abbraccio,

                                                                                                                        tuo Teodoro

     Francobollo si sedette sentendosi tremare le gambe, prese un foglio di carta e scrisse a caratteri traballanti:

     Caro Teodoro,

     grazie… hai ragione tu… verrò presto a trovarti e parleremo di questa e di altre cose… a proposito, hai ancora un goccio di quel rosso che tu sai? Ne ho proprio bisogno… A presto,

                                                                                             tuo affezionatissimo cugino

     Poi Francobollo imbustò la lettera e scrisse l’indirizzo:

     Al carissimo cugino Teodoro

e sorridendo la mise in un cassetto assieme alle altre.

Paolo Statuti: Il labirinto

16 Nov

Vorrei che i bambini leggessero questa mia fiaba

    

In una parte di questo mondo viveva un bambino di nome Rinaldo, che frequentava la quinta elementare. Anche lui, al pari di ogni essere umano, aveva il suo lato cattivo e il suo lato buono: un po’ presuntuoso, testardello, irrequieto – difetti questi che non lo aiutavano certo nel difficile mestiere della vita, ma in compenso era intelligente, sincero e a volte anche altruista. Non era comunque uno di quelli che si ammazzano sui libri, anzi a dire il vero la sua maestra, la giovane, brava e saggia signora Teresa, non era molto soddisfatta del suo rendimento e gli ripeteva spesso:

     – Tu e la scuola siete come il diavolo e la croce ed è un vero peccato, perché potresti fare assai di più.

     Una mattina Rinaldo si era alzato di cattivo umore e, tanto per cominciare bene la giornata, aveva fatto involontariamente cadere un prezioso vaso di cristallo, mandandolo in frantumi e causando un grosso dispiacere ai genitori. Dopo essersi preso una bella sgridata, era corso in camera sua e si era avvicinato alla finestra… guardava accigliato e scontento il paesaggio e pensava… erano pensieri un po’ arruffati, ma più o meno si trattava di questo: secondo il calendario è già primavera, ma gli alberi non si sono ancora vestiti di foglie… inoltre fa freddo e il sole non ha la forza di bucare le nuvole… la primavera ha un sorriso triste, di sicuro si è avvicinata all’inverno sussurrandogli come sempre sorridente e gentile: «Ora fatti da parte, perché è arrivato il mio turno», ma il vecchio inverno a quanto pare non ha alcuna voglia di cedere il passo alla bella e delicata primavera e – come dice sempre papà – «mena il can per l’aia»… comunque molti uccelli sono già tornati…

     Mentre Rinaldo era immerso in questi pensieri, un tordo – che doveva essere un po’ scapestrato – si posò sul davanzale della finestra, cinguettando allegramente e a squarciagola, e Rinaldo interpretò subito quel canto a modo suo:

     – Sono felice perché sono libero mentre tu hai quella faccia da funerale perché devi sottostare a tanti obblighi… ubbidire studiare fare i compiti… per un giorno pensa a divertirti non andare a scuola oggi… – e con un sonoro zirlo volò via.

     Rinaldo lo seguì con lo sguardo e vide che si posava su un ramo, dove lo attendeva impaziente la compagna, e senza un attimo di indugio i due cominciarono a sfiorarsi coi becchi. Il suo posto  sul davanzale fu preso da una cornacchia:

     – Cra cra cra… buongiorno Rinaldo cra cra cra ha ragione il tordo non andare a scuola oggi… sai… cra cra cra a Collestorto è arrivato il lunapark ci sono tanti giochi divertenti va’ a dare un’occhiata su con la vita cra cra cra muoviti ci vediamo là io ti precedo perché ho un appuntamento con un’amica cra cra cra  – e così gracchiando spiccò il volo in direzione di Collostorto.

     Rinaldo restò un attimo a meditare, valutò la situazione e quindi decise di marinare la scuola. Finì di vestirsi, fece colazione, prese la cartella, chiese alla madre i soldi per comprarsi la merenda e uscì. Giunto alla piazza del paese, anziché andare a destra verso la scuola, voltò a sinistra prendendo la strada per Collestorto, che distava quasi cinque chilomentri.

     Quando arrivò nei pressi del villaggio, la cornacchia lo vide e gli andò incontro, poi gli si mise al fianco, un po’ volando e un po’ saltellando, per indicargli dove si trovava il lunapark. Tra l’ultima fila di case e il bosco c’era un vasto terreno pianeggiante e proprio lì gli Zingari avevano sistemato le giostre. A quell’ora del mattino però, era pressoché deserto e molti giochi erano chiusi. Rinaldo girò per qualche minuto, sempre accompagnato dalla cornacchia, finché giunse davanti a un enorme tendone, sul quale faceva spicco una vistosa scritta: LABIRINTO. Sembrava che non ci fosse nessuno. Rinaldo stava per andarsene, quando chissà da dove sbucò fuori un uomo robusto coi capelli neri e ricci e due anellini d’oro agli orecchi. La sua voce risonava come da una caverna senza fondo e parlando i suoi occhi lampeggiavano:

     – Veramente sarebbe chiuso, ma se vuoi fare un giretto accomodati pure, in via del tutto eccezionale ti faccio entrare gratis, prego, il labirinto è a tua disposizione, vediamo se sei capace di uscirne…

     A quelle parole una strana inquietudine e una vaga sensazione di pericolo s’impadronirono di Rinaldo, ma in quell’attimo d’indecisione la cornacchia gli si posò accanto e lo incoraggiò:

     – Cra cra cra entra non aver paura non ti succederà niente di male cra cra cra vediamo se sei così bravo…

     Punto sul vivo e convinto anche dalla pioggia che cominciò a scrosciare improvvisa, Rinaldo si diresse verso l’entrata del tendone. Era piuttosto innervosito dalle parole dell’uomo e della cornacchia, che sembravano non credere molto nelle sue capacità, e stringendo i pugni dalla rabbia entrò nel labirinto. In quel preciso istante sentì cigolare la porta alle sue spalle, si voltò e fece appena in tempo a intravedere il ghigno dell’uomo dietro la porta, che si chiuse con un secco scatto. Era turbato e incuriosito al tempo stesso. Lì dentro era buio pesto, fece due o tre passi a tastoni e si fermò di colpo, inchiodato da una voce aspra e cupa proveniente da un altoparlante – riconobbe la voce dell’uomo:

     – Attento Rinaldo, voglio dirti la verità, questo non è un labirinto qualsiasi. Esso è come una miniatura del mondo, con i suoi sentieri facili e difficili, con le sue persone amiche e nemiche. È una prova di tenacia e di pazienza. Riuscire o fallire dipende solo da te e, naturalmente, anche dalla fortuna. Bada però, se non ce la farai, resterai per sempre con me, ho appunto bisogno di un aiutante…

     – Va’ al diavolo e fammi uscire subito di qui! – gridò Rinaldo. Ma l’uomo per tutta risposta si fece una risata e aggiunse:

     – Ormai è troppo tardi, nessuno – neanche io – potrà farti uscire da dove sei entrato, puoi solo andare avanti, camminare, cambiare direzione, eventualmente tornare indietro, provare di nuovo, senza avere mai la certezza di riuscire a farcela. Ci rivedremo solo se fallirai, perciò, nel caso in cui tu riuscissi a venirne fuori, ti dico addio fin da ora – e con quel saluto accompagnato da una gelida risata la voce tacque e Rinaldo si sentì accapponare la pelle.

     Davanti a lui, come se si fosse alzato un sipario, apparve una scena inattesa e incredibile. Lunghe file di persone di tutte le età andavano e venivano percorrendo vicoli stretti simili a budelli, camminavano a testa bassa, urtandosi a vicenda come file di formiche che vanno in direzioni opposte. Ogni tanto qualcuno si staccava dalla fila e proseguiva per conto suo, ma sbatteva contro un ostacolo invisibile – probabilmente una parete di vetro – come fanno le mosche imprigionate in una stanza con la finestra chiusa. Rinaldo fermò un ragazzo a caso e gli disse:

      – A quanto pare, state cercando tutti di uscire da questo labirinto, è dunque così difficile?

      – Ogni tanto qualcuno riesce perché ha fortuna o perché riceve un aiuto insperato. Il guaio è che la maggior parte di noi, anziché aiutarsi l’un l’altro e unire le forze, pensa solo a se stesso… purtroppo siamo diventati tutti egoisti – rispose il giovane con un profondo respiro.

     – Grazie e buona fortuna, cercherò di cavarmela da solo – disse Rinaldo, e si diresse lentamente verso uno dei vicoli meno affollati.

     Per non urtare la testa camminava con le braccia tese in avanti. Sbatté contro una parete di vetro, tornò indietro, riprovò in un altro punto, di nuovo un ostacolo… Come abbiamo detto, Rinaldo era ostinato e non si dava facilmente per vinto, ma dopo un’ora di vani tentativi anche la sua testardaggine si era affievolita, lasciando il posto allo sconforto e alla paura. Si sedette su uno scalino e si prese la testa tra le mani, non sapendo più che pesci prendere. A un tratto gli vennero in mente la sua casa e i suoi genitori. Come un film gli scorrevano davanti agli occhi immagini consuete e familiari, ma la sua attenzione si concentrò sulla figura della mamma… ora la vedeva chiaramente, seduta lì accanto a lui, era triste e preoccupata e lo fissava con aria di rimprovero. Rinaldo le prese le mani e sussurrò:

     – Mamma, di te posso fidarmi, aiutami tu…

     La mamma allora lo invitò ad alzarsi e a seguirla, Rinaldo le andò dietro, fino a una stretta apertura in un muro, seminascosta da un pergolato.

     – Ecco, puoi passare di qui – disse la mamma indicandogli il varco – fa’ attenzione, figlio mio, purtroppo io non potrò starti sempre vicino, le leggi della vita non me lo permettono, devi imparare ad andare avanti con le tue forze e, quando ti sentirai in pericolo, ascolta la voce del cuore – essa t’indicherà le persone che ti vogliono veramente bene, pensa intensamente a loro ed esse accorreranno in tuo aiuto, devi avere coraggio, pazienza e fiducia.

     – Sì, mamma, grazie – sussurrò Rinaldo e proseguì oltre.

     Ora la scena era cambiata. Si trovava in una piccola radura circondata da alti alberi e folti cespugli. Il disco del sole stava pian piano scomparendo sotto l’orizzonte, l’aria si era fatta umida e fresca, tutto intorno era sonno e silenzio, si udiva solo il ticchettio della fitta pioggia che cadeva insistente sulle foglie da una nuvola passeggera: cap cap tuc tuc… cap cap tuc tuc… Rinaldo si mosse con l’intenzione di attraversare la radura, ma all’improvviso sentì il vuoto sotto i suoi piedi e si ritrovò in una fossa. Era caduto in una trappola profonda almeno tre metri e con le pareti lisce come il marmo. Non c’era alcuna possibilità di uscirne fuori. Pensa e ripensa, Rinaldo si ricordò delle parole della mamma e la prima persona che gli venne in mente fu il suo compagno di classe Luigi, al quale era particolarmente attaccato e che ammirava molto per la sua spavalderia. Sentì un fruscio provenire dalla bocca della fossa e scorse una testa bionda e ricciuta – era proprio Luigi!

     – Luigi, amico mio! Aiutami ad uscire di qui, buttami uno di quei grossi rami che trovi lì intorno! – gridò Rinaldo.

     Ma il compagno lo guardò maliziosamente e gli rispose soltanto:

     – Prova a farcela da solo, in fin dei conti, come dici sempre tu: «È facile come bere un bicchier d’acqua» – e scomparve.

     Rinaldo restò di nuovo solo e capì di essersi sbagliato sul conto di Luigi. Gli vennero in mente le parole della maestra: «Guardatevi dalle persone finte e dagli amici interessati». La seconda persona alla quale pensò, chissà come e  perché, fu la sua compagna di classe Luisa, che lui si divertiva spesso a offendere e a maltrattare, perché era convinto che «un maschio vale più di dieci femmine». di nuovo sentì un fruscio e questa volta vide affacciarsi una testolina con due lunghe trecce nere. Era proprio lei! Rinaldo provò un senso di vergogna e non ebbe il coraggio di chiederle aiuto. Ma la bambina non aveva bisogno di essere pregata e gli disse:

     – Veramente non te lo meriti, ma io non sono capace di negare il mio aiuto a chi ne ha bisogno – e così dicendo gettò nella buca un grosso ramo.

     Rinaldo si arrampicò lesto come un gatto, raggiungendo in un batter d’occhio il ciglio della fossa. Si guardò intorno, Luisa era scomparsa e ne provò dispiacere. Riprese a camminare con cautela, facendo attenzione a dove metteva i piedi, e tutto a un tratto udì un ruggito, si voltò e a qualche metro di distanza vide un leone con una testa spaventosa. Rinaldo si sentì gelare il sangue e scappò a gambe levate. Correva correva e dietro di sé sentiva sempre più vicino il respiro focoso e famelico della belva. Quando ormai era allo stremo delle forze, inaspettatamente si trovò davanti un alto muro e si sentì perso, ma con un ultimo sforzo disperato accelerò la corsa e, un attimo prima di urtare contro l’ostacolo, si gettò a terra da un lato. Il leone non fece in tempo a frenare il suo slancio e batté violentemente la testa contro il muro, finendo al suolo tramortito. «Questa volta – pensò Rinaldo – mi ha aiutato la fortuna» e la ringraziò con tutto il cuore.

     Da un pezzo era già scesa la notte ma la luna, che sembrava una grossa frittata, spargeva generosamente la sua luce argentea. Cammina e cammina arrivò a un bivio. Non sapendo da che parte andare si disse: «Lasciamo fare di nuovo alla fortuna» – quindi prese una moneta e la lanciò in aria: uscì il sentiero di destra. Proseguì per un po’, tutto sembrava filare liscio come l’olio, nessun ostacolo, e Rinaldo già si rallegrava di aver avuto quella bella idea; ma la sua soddisfazione durò poco, perché di punto in bianco si ritrovò in una fitta inestricabile boscaglia, si voltò per tornare indietro, ma la strada era misteriosamente finita. In quello stesso momento finì impigliato in grandi ragnatele che lo immobilizzavano e stavano per soffocarlo… allora pensò al padre, ed egli gli apparve con un grosso paio di forbici in mano e cominciò a tagliare furiosamente i fili che avvolgevano il figlio, finché Rinaldo fu di nuovo libero. Stava per ringraziare il padre, che però lo precedette dicendogli in tono severo:

     – Hai sbagliato ad affidarti alla fortuna, perché essa è capricciosa, avresti fatto meglio a pensarmi subito. Cerca di non ripetere l’errore, non serve a niente invocare la fortuna, perché essa è sorda e arriva quando le fa comodo e quando meno te l’aspetti, come è successo con il leone. Adesso seguimi.

     Rinaldo gli andò dietro per un breve tratto, poi il padre aggiunse:

     – Va’ sempre dritto. Arrivato alla sorgente volta a sinistra e presegui per circa cento metri, di più non posso dirti. Arrivederci, figlio mio, e sii prudente!

     Rinaldo seguì le indicazioni del padre e giunse sulla riva di un torrente. Stava già pensando di attraversarlo, allorché da dietro un albero sbucò un giovane che lo fissava con lo sguardo allucinato. Fece cenno a Rinaldo di avvicinarsi e gli sibilò in un orecchio:

     – Se non vuoi restare per sempre in questo labirinto, mangia un po’ di quest’erba. È buonissima e ti farà sentire forte e sicuro di te.

     Rinaldo la guardava come ipnotizzato e gli sembrava che bisbigliasse: «Mangiami, mangiami». Si sentiva sempre più attratto da quell’erba misteriosa e stava quasi per cedere alla tentazione… proprio in quel momento però gli venne in mente ciò che tante volte aveva sentito ripetere dai genitori, dalla maestra e alla televisione: «… è una sostanza che rende schiavi e inganna chi la prova, promette una grande felicità ma si rivela una trappola mortale. Se l’assaggi non ne puoi più farne a meno, la vita diventa un inferno e vivi solo per mangiarne ancora, sempre di più, finché maledici il momento che sei nato, fino al giorno in cui il cuore si ferma…» Sì, ricordava bene queste parole ed anche il nome di quell’erba: droga.

     Rinaldo trovò la forza di fuggire via. Correva come se avesse le ali ai piedi. Le gambe gli tremavano e aveva il cuore in gola, e alla fine fu costretto a fermarsi: non ce la faceva più! Si sdraiò sull’erba per riprendere fiato e nel silenzio della notte, rotto solo dal suo respiro affannoso, udì un sommesso e confuso coro di lamenti provenire dalla sua sinistra. Rinaldo aguzzò gli occhi e tese le orecchie. Doveva scoprire di chi erano quelle voci soffocate… si alzò a fatica e cominciò ad avanzare in direzione di quel brusio… si trascinava in avanti e alla fine si rese conto e si sentì rabbrividire: era tornato al punto di partenza! Allora Rinaldo fu preso dallo spavento e dalla disperazione e cadde al suolo privo di sensi. Prima di svenire però, aveva fatto in tempo a rivolgere il suo pensiero alla maestra.

     Quando rinvenne, ancora stordito, tremante di paura e bianco come un cencio lavato, si guardò intorno e restò stupefatto, non credeva ai propri occhi: i raggi del sole rimbalzavano sullo specchio di uno stagno e il vento cantava tra le fronde. Sulla riva era seduta una giovane donna coi capelli che sembravano oro filato. La giovane era immersa in una nuvola di fiori e il sole le baciava il viso. Guardava Rinaldo con gli occhi ridenti e luminosi – somigliava tanto alla sua maestra… Si alzò, si avvicinò a Rinaldo leggera come una piuma, lo prese per mano e lo condusse dritto all’uscita del labirinto. Quando furono all’aperto disse a Rinaldo:

     – Sono molto contenta di averti aiutato… non ti dico addio, perché ci rivedremo presto… – e dopo averlo accarezzato sulla testa, scomparve come per incanto.

     Prima di tornarsene al suo paese, Rinaldo notò che l’uomo del labirinto che aveva incontrato non c’era più, e al suo posto c’era uno completamente diverso e con una faccia allegra e gioviale.

     Il giorno dopo Rinaldo andò a scuola come al solito, entrò nell’aula e salutò i compagni, poi si avvicinò a Luisa e le diede un bacio. Lei gli sorrise e non sembrò affatto sorpresa da quel gesto così inconsueto per Rinaldo. I compagni invece, e soprattutto Luigi, restarono di stucco e la loro meraviglia aumentò col passare del tempo, perché Rinaldo era molto cambiato – naturalmente in meglio.

(Paolo Statuti)

Federico Garcìa Lorca

1 Nov

Federico Garcìa Lorca

Romanza sonnambula

                                            A Gloria Giner

                                                   e a Fernando de los Rìos

Verde come ti voglio o verde.

Verde vento. Verdi rami.

La barca sul mare

e il cavallo sulla montagna.

Con l’ombra alla vita

lei sogna al davanzale,

verde carne, verde chioma.

con occhi di freddo argento.

Verde come ti voglio o verde.

Sotto la luna gitana,

le cose la guardano

e lei non le può guardare.

Verde come ti voglio o verde.

Grandi stelle di brina

vengono con la pece d’ombra

che apre la via dell’alba.

Il fico leviga il suo vento

con lo smeriglio dei rami,

e il monte, gatto randagio,

rizza le sue agave amare.

Ma chi verrà? E da dove…?

Lei è sempre al davanzale,

verde carne, verde chioma,

sognando nell’aspro mare.

– Amico, voglio barattare

il mio cavallo con questa casa,

la mia sella con questo specchio,

il mio coltello con questa coltre.

Amico, vengo sanguinante

dai monti di Cabra.

– Se potessi, ragazzo mio,

questo affare concluderei.

Ma io non sono più io,

né la casa è più la mia.

– Amico, voglio morire

decentemente nel mio letto.

Di ferro, se possibile,

con lenzuola olandesi.

Non vedi la ferita che ho

dal petto alla gola?

– Ci sono trecento rose brune

sulla sua camicia bianca.

Il tuo sangue gocciola

intorno alla tua cintura.

Ma io non sono più io,

né la casa è più la mia.

– Lasciami almeno salire

fino agli alti davanzali;

lasciami salire!, lasciami,

fino ai verdi davanzali.

I parapetti della luna

da dove l’acqua scroscia.

Già salgono i due amici

verso gli alti davanzali.

Lasciando tracce di sangue.

Lasciando tracce di pianto.

Sui tetti vibravano

le campanelle di latta.

Mille tamburini di cristallo

laceravano l’alba.

Verde come ti voglio o verde,

verde vento, verdi rami.

I due amici salivano.

Il vento lasciava

in bocca uno strano gusto

di fiele, di menta e basilico.

Amico! Dov’è, dimmi,

dov’è la tua amara ragazza?

Quante volte ti aspettò!

Quante volte ti aspetterebbe?,

fresco viso, nera chioma,

in questo verde davanzale!

Sopra il cielo della cisterna

si dondola la gitana.

Verde carne, verde chioma,

con occhi di freddo argento.

Un ghiacciolo di luna

la sostiene sull’acqua.

La notte si fa intima

come una piccola piazza.

Le guardie civili ubriache

battevano alla porta.

Verde come ti voglio o verde.

Verde vento, verdi rami.

La barca sul mare

e il cavallo sulla montagna.

2 agosto 1924

(Traduzione di Paolo Statuti)

Bogdan-Igor Antonich

29 Ott

    

Bogdan-Igor Antonič, prosatore, critico letterario e uno dei più importanti poeti ucraini, creatore della moderna lirica del suo paese, nacque a Nowica il 5 ottobre 1909. A 14-15 anni scrisse le prime poesie in polacco che furono pubblicate da riviste quali Segnali, Skamander, Notizie letterarie. A causa della censura restò quasi in ombra fino agli anni ’60 del secolo scorso. Sia il padre che il nonno erano parroci della chiesa di rito greco-cattolico. Ricevette in casa l’istruzione elementare fino al 1920, quando entrò nel ginnasio statale “Regina Sofia” a Sanok che frequentò otto anni, rivelando il suo talento non solo nella poesia, ma anche nel disegno e nella musica, infatti sonava il violino e componeva.

     Nel 1928 iniziò gli studi di filologia polacca e slavistica presso l’Università “Jan Kazimierz” di Lwów, e nel 1933 conseguì la laurea in filosofia. Questa tappa della sua vita ebbe un’influenza decisiva per lo sviluppo della sua attività creativa, perché sebbene l’Università fosse polacca, molti studenti erano ucraini e incoraggiavano il giovane poeta a scrivere nella madrelingua, aiutandolo anche nello studio della lingua letteraria del suo paese.

     Quando era in vita apparvero tre raccolte di poesie: Benvenuto alla vita (1931), Tre anelli (1934) e il Libro del leone (1936). Postumi uscirono nel 1938 Il Vangelo verde e Rotazioni. Da ricordare anche la raccolta La grande armonia, una serie di poesie su temi religiosi, scritta nel 1932 e intesa come sottile esame del suo cammino verso la fede, con tutte le relative verità e incertezze. Durante il periodo sovietico essa fu proibita per il suo contenuto religioso. E’ stata pubblicata per la prima volta nel 1967 a New York. L’editore emigrato e poeta Bohdan Bojczuk ha stampato nel 1977 una raccolta di poesie scelte di Antonič, tradotte dai più noti poeti americani, dal titolo Piazza degli Angeli.

     Nella sua poesia emergono idee indipendentiste, l’armonica unità di uomo e natura, di uomo e cosmo, temi mondani, urbani, la gioia della vita nelle piccole cose, la profondità metafisica, l’incombente apocalisse. Assorbiva avidamente tutti i colori, i toni e i suoni del mondo circostante. Poeta innovatore e di grande talento, è una figura sfolgorante e originale nella letteratura ucraina. Secondo il poeta e critico letterario Dmytro Pawłyczko, “egli passa attraverso i rovi spinosi delle false strade ideologiche nella via che unisce il suo cuore a quello del suo popolo”. Si autodefinì uno “scarabeo sull’albero della poesia ucraina”, che affonda le sue radici nella tradizione risalente a Ševčenko. Nella sua poesia egli abbina i principi dell’immaginismo con un paganismo ispirato dal folclore di Lemko, cioè della regione dov’era nato. Si dichiarò “pagano innamorato della vita” e “poeta dell’ebbrezza di primavera”.

     Benché Antonič non sia un nome familiare nel campo del modernismo, che include grandi poeti slavi quali ad esempio Mandel’stam, Pasternak e Miłosz, come anche i loro equivalenti dell’Europa Occidentale Eliot, Rilke e Lorca, secondo il giudizio di molti critici letterari, egli dovrebbe indiscutibilmente farne parte. Alcuni critici lo hanno paragonato anche a Walt Whitman e a Thomas Dylan.

     Antonič, che nella poesia Autoritratto si definisce “folle poeta pagano” e “bambino ubriaco col sole in tasca”, morì a soli 28 anni in conseguenza di una pleuropolmonite il 6 luglio 1937. Malgrado la sua breve vita, tuttavia, ha lasciato versi incantevoli, pieni di fascino e di magia, veri modelli di arte poetica superiore, unica per le sue scoperte ed esteticamente perfetta, fino ai limiti del possibile. In veste di critico letterario è interessante ricordare che egli fu uno dei primi a scoprire il talento dell’allora giovane futuro premio Nobel Czesław Miłosz. Tradusse tra gli altri in ucraino le opere di Rainer Maria Rilke.

                                                                                       Paolo Statuti

Poesie di Bogdan-Igor Antonič tradotte da Paolo Statuti

Autoritratto

“Io – bambino ubriaco col sole in tasca”.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

“Io – pagano innamorato della vita”.

Rossi aceri, aceri argentati,

sugli aceri la primavera e il vento.

Bellezza insondabile e fugace,

è mai possibile che io non ti canti?

Io che ho venduto la vita al sole

per cento monete di follia vera,

pagano sempre estasiato,

poeta dell’ebbrezza di primavera.

Duetto

Torniamo lentamente alla terra come alla culla.

Verdi grovigli di vegetazione ci legano, due accordi in un intreccio.

La scure tagliente del sole conficcata in un tronco,

la quercia come superbo idolo nelle carezze del libeccio.

Sulla zattera del giorno che ci porta, i corpi caldi e docili

si legano come due sogni, come fiori di fedeltà.

Il muschio ci scalda come pelo di gatto. Fa’ di una stella un sussurro

e del sangue musica e verde. Il cielo al mondo risplende già.

Ai  margini del giorno, oltre il mare di cielo, la brezza del futuro dorme

e le nostre fedeli stelle le nostre sorti aspettano nel gelo,

finché non sarà eseguito l’ultimo ordine della terra. Lasciamo

ciò che è futile, prendiamo solo l’estasi alle stelle nel cielo.

La brama del sangue ferisce. I sopraccigli pungono come frecce,

mentre su di noi un muro di melodia echeggia e si diffonde

come ali dei quattro venti. La nostra sorte è legata ai pianeti.

Tu bruci, vegetale, assetata come la terra. Tu sei la musica del mondo.

La casa dietro una stella

Scorre l’inno delle piante che grida l’irrefrenabile crescita,

e il cuore, come dopo ripetuti sorsi, si ritrova ubriaco.

Ora me ne andrò. Qui ero solo un ospite occasionale.

Ora pregherò altre stelle e aspetterò altri mattini.

I boccioli rigonfi sbocciano in una schiuma viscosa,

come le stelle che s’incollano alle piante con un bacio,

e negli imbuti di viole la notte filtra l’incanto di primavera,

e versa manciate di profumo nel calici dei fiori.

La verde notte delle piante soffoca di estatico languore,

spasmi di voluttà negli arbusti, nelle radici e nelle foglie,

e i semi si gonfiano, la luna fora la terra col suo corno,

finché non si spegne, coperta dal giorno – lucente aquilone.

Le radici  nei teschi dei morti sono annodate e succose,

la vita introduce la trivella nei nidi della morte,

e quercia contro quercia si scaglia – due dee irate,

tronco contro tronco, in una lotta ostinata.

Girano le ruote di luce – imprendibili macine,

ecco l’annunciazione dell’alba e il sole la notte frantuma.

Bevi la settima coppa della gioia! Da’ al cuore luppolo e ali!

O fuoco della poesia vivo e saggio come il verde!

Vivo solo un breve istante. Non so quanto vivrò ancora,

dal verde imparo l’ebbrezza del crescere, lo slancio della linfa.

Forse la mia casa non è qui. Forse è dietro una stella.

Finché sono qui lo sento d’istinto: canto – dunque sono.

Sotto la crosta terrestre acque impetuose gorgogliano,

L’orizzonte è nelle nebbie dietro il mattino, come dietro un muro.

E’ ora di andarmene –  con le dita sulla lira dell’alba,

cantando tempeste verdi e tempeste sovrumane.

A una pianta orgogliosa, cioè a me stesso

Tronchi tarchiati. Vermi e giugno.

Delle stelle spente la polvere d’argento

si sparge sulle foglie di quercia. Il fondo

di fiumi sotterranei. Vibrano i nervi delle piante.

Un fazzoletto di nubi sulla faccia del cielo.

I vermi cantano un inno di putrefazione.

L’arco del mattino, come  sopracciglio assonnato.

Schegge di raggi, come steli di chiarore.

Come verde torretta è la quercia svettante,

s’innalza da una notte di ribes nero,

uccide i vermi e il fuoco della putrefazione

un dio testardo versando fresco nettare.

Come rame vivo dona forza alle piante

l’elettricità della terra,

anche tu, pianta orgogliosa,

che canti questo non sapendo perché,

cadrai come tronco dagli àfidi corroso

sul petto azzurro della terra.

Verde Vangelo

La primavera è come un carosello,

e sul carosello bianchi cavalli vanno.

Un villaggio tra giardini fioriti

e la luna come un rosso tulipano.

Un tavolo di acero, sul tavolo

una brocca slava e nella brocca il sole.

Tu inchinati soltanto alla terra

che è di mille colori come una visione.

I ciliegi

Antonič era uno scarabeo e viveva sui ciliegi,

cantati un tempo da Ševčenko con amore.

O mio paese stellare, biblico e rigoglioso,

patria dell’usignolo e dei ciliegi in fiore!

Dove le sere e i mattini sono come dal Vangelo,

dove il cielo inonda di sole i villaggi bianchi,

e fioriscono i ciliegi con un fiore inebriante,

come al tempo di Ševčenko, inebriando i canti.

I due tulipani

Due tulipani, come tu ed io,

ai due margini di questo nulla

si chiamano invano, solo come l’acqua

scorrono le luci dorate di un tunnel.

Le fiamme rosse dei due fiori

attraversano l’ombra e il silenzio.

Così nascono l’arte e i miti

dalla brama di ciò che è immenso…

Di ciò che è migliore, più grande, più alto,

che si sollevi sul terreno grigiore.

Due uccelli del paradiso – due tulipani

dissolvono la notte per un sogno-chimera.

La fiamma rossa dei due fiori

all’abisso del buio trasparisce,

la rossa fiamma dei tulipani –

fiorisce, arde, sparisce.

La notte

Un libro aperto, la lampada e le falene erranti,

la ruggine dei pensieri sul cuore si è posata.

Sulle pareti l’ombra ricama fiocchi rotondi

in una strana matassa non districata.

La sveglia come calabrone ronza,

Come un gatto nero è la panciuta teiera.

Come sono dolci i segreti che ci attirano

e questa parola più dura della pietra!

Il cielo di latta, la luna di stagno

e della notte i fumi cinerei.

Davvero nel mondo non c’è più posto

per gli irrealizzabili ardenti desideri?

L’aurora

La notte è balzata dagli alberi fruscianti,

fuggendo via sui tetti rosso scuri.

Volteggia un colombo e con le ali

lacera le macchie ruggine delle nubi.

Giunge una musica, luminosa,

come tintinnio di vetro infranto.

Fuma la nebbia dalla testa del mattino

e non ha confini il cielo di cobalto.

E il cuore si stringe più forte,

inquieto e inappagato ognora.

Con le labbra riarse in questo istante

voglio bere tutta l’ebbrezza dell’aurora.

Tre anelli

Un violino alato sulla parete,

una brocca rossa, una scatolina infiorata.

Nel violino dorme un fuoco creativo,

la rugiada della musica è blu e argentata.

Nella scatolina una radice che canta,

un’erba inebriante, cera e granelli,

sul fondo tre stelle splendono,

le luminose pietre di tre anelli.

Nella brocca rossa un liquore di menta,

gocce, lacrime verdi di acero.

Sonate, svegliate la corda alata,

sono pazzo d’amore e di primavera!

Il tetto come coperchio si apre,

la brocca gira, canta la scatolina.

E il sole, come uccello di fuoco,

al recinto si appoggia la mattina.

Il villaggio

                             A Volodimir Lasovs’ki

Le mucche pregano il sole

che sorge come fiammante ciclamino.

Un pioppo snello sempre più sottile,

come se l’albero diventasse un uccellino.

Si stacca la luna dal carro.

Il cielo è vasto e come di paglia.

Nel vento la lontananza è senza fine

e in un grigio fumo è la cresta della boscaglia.

Dai monti volano le foglie degli aceri.

La conocchia, il gallo e la culla.

Il giorno si riversa nella valle,

come latte fresco in una scodella.

Canto della materia indistruttibile

Smarrito nella macchia, avvolto nel vento,

coperto dai canti e del cielo preda,

come saggia volpe siedo sotto la felce fiorita,

e mi raffreddo, n’indurisco in una bianca pietra.

Di fiumi di piante si alza una verde piena,

di ore, di comete, di foglie un fruscio incessante.

M’inghiottirà il diluvio, mi schiaccerà il bianco sole

e il corpo diventerà carbone, finirà in cenere il canto.

Si riverseranno come lava migliaia di secoli,

cresceranno dove vivemmo palme senza nome,

e dal carbone dei nostri corpi fiorirà un fiore nero,

i picconi della miniera risoneranno nel mio cuore.

Rosso nanchino

Ardono come un falò i sortilegi

dei secoli andati – sogni sfavillanti.

Nel rosso nanchino del tramonto

la città dei miei verdi anni.

Chiacchierano le stelle sui pioppi.

La gente si segna per paura,

quando nelle nere sinagoghe

i chassidi accoltellano la luna.

La mia città i segreti

nei ricordi dell’infanzia occulta!

E di nuovo la passata gioventù grida,

come gridano i sortilegi di una volta.

(C) by Paolo Statuti

Janka Kupala

16 Ott

    

Janka Kupala (1882-1942), pseudonimo di Ivan Dominikovič Lucevič. Poeta, drammaturgo, pubblicista, traduttore, è considerato il principale creatore della moderna letteratura bielorussa. E’ uno dei simboli spirituali del suo Paese. Come tutti i classici, Janka Kupala è perennemente attuale e sarà sempre incluso nel novero delle figure più eminenti della Bielorussia. All’inizio del XX secolo, quando la lingua bielorussa viveva un momento difficile, ed era perfino in dubbio la sopravvivenza stessa della nazione, egli fece molto, affinché i bielorussi sentissero la propria individualità nazionale e lottassero per essa .

     Nel 1898 terminò la scuola bielorussa popolare. Scrisse le sue prime poesie in polacco. Pubblicò la prima raccolta poetica Rimpianto nel 1908 a San Pietroburgo. In essa sono ritratte le aspirazioni e le lotte del contadino bielorusso in un tono fondamentalmente pessimistico, che si accentuò nelle raccolte seguenti Il suonatore di gusli (1910) e Sulle orme della vita (1913), pervase da tendenze nazionalistiche. In quest’ultima, a differenza delle due precedenti, si sente l’influenza dell’estetica modernista e simbolista. Tra le sue opere drammatiche ricordiamo soprattutto Paulinka e Il nido distrutto, in cui la difesa dei contadini ha già un colorito liberale-rivoluzionario, dal quale tuttavia il poeta prenderà le distanze, per avvicinarsi, dopo la rivoluzione, alle idee bolsceviche. Il dramma Il nido distrutto, apparso nel settembre del 1913, è l’opera più importante del periodo prerivoluzionario. Nell’esempio di una famiglia di contadini che perde tutti i suoi averi, egli vede la tragedia del suo popolo. Il dramma fu rappresentato solo dopo la rivoluzione nel 1917 e stampato a Vilno nel 1919.

     Alla fine di settembre 1915 si trasferì a Mosca dove iniziò gli studi presso l’Università “A. L. Szaniavskij”. Qui sposò Vladislava Stankevič, che gli fu fedele compagna. Dopo la morte di Kupala trascorse la vita a collezionare il patrimonio letterario del consorte, e creò a Minsk il museo a lui dedicato all’ombra degli alberi dell’omonimo parco.

      A Minsk nel 1919 uscì il primo numero del giornale da lui redatto La campana. Per esso scrisse nuovi versi e pubblicò numerosi articoli sul tema del movimento nazionale bielorusso e della lotta per la libertà. Al tempo stesso tradusse Il canto della schiera di Igor. Nel 1922 contribuì alla creazione dell’Istituto di Cultura Bielorusso. Gli anni successivi videro la repressione dell’intelligentzia e Kupala fu costretto a scrivere poesie elogianti i risultati del socialismo. Subiva spesso interrogatori in merito all’organizzazione controrivoluzionaria “Unione per la Liberazione della Bielorussia”, che in realtà non esisteva. Avvilito dalla persecuzione, il 20 novembre 1930 tentò di suicidarsi. In preda alla disperazione firmò la cosiddetta “Lettera aperta di Janka Kupala”, nella quale rinnegava i suoi ideali nazionali. La sua creazione degli anni ’30, tranne poche eccezioni come un poema dedicato alla memoria di Taras Ševčenko, è priva di valori artistici, eppure (o direi proprio per questo) nel 1941 ottenne il premio Lenin. Queste poesie furono pubblicate nella raccolta L’annuncio del cuore.

     Nel 1941, in seguito all’occupazione tedesca della Bielorussia, Kupala si recò prima a Mosca e poi nel Tatarstan, da dove scriveva poesie-appelli alla nazione, spronandola alla lotta contro gli invasori. Il 28 giugno 1942 morì tragicamente a Mosca, cadendo nella tromba delle scale dell’albergo Mosca, dopo un volo di più di 10 metri. La versione ufficiale è quella del suicidio, ma ci sono particolari e considerazioni che suggeriscono in modo convincente la versione di un ennesimo omicidio del famigerato NKVD. Molti ritengono che negli archivi del Servizio Federale per la Sicurezza esistano documenti che potrebbero fare piena luce sulla morte del poeta.

     Scrisse di lui Ettore Lo Gatto: «Strettamente legato alla tradizione popolare, Janka Kupala ha tuttavia introdotto nella poesia bielorussa perfezione di tecnica, varietà di stile, ricchezza di motivi. Nell’opera drammatica è da rilevare anche la tendenza a far proprie le forme più moderne, quali per esempio il grottesco. Di grandissima importanza è stata l’opera del Kupala per la formazione dell’attuale lingua letteraria bielorussa, nella quale egli ha introdotto numerosi neologismi. A Kupala si richiama l’odierna generazione di poeti bielorussi».

     Le sue ceneri riposano nel  cimitero militare di Minsk, accanto alla tomba dell’altro illustre poeta e scrittore bielorusso, suo coetaneo, Jakub Kolas.

Poesie di Janka Kupala tradotte dal russo da Paolo Statuti

I meli fioriscono…

I meli fioriscono, fioriscono bene,

Con la loro veste di bianca peluria,

Le api sui fiori si posano qua e là

E ronzano, ronzano con goduria.

Ero seduto con lei sotto un melo –

Stanchi della passata settimana –

Il sole inondava l’orizzonte,

Sotto i raggi il prato si arrossava.

Il vento accarezzava il fogliame,

Spargeva il polline con magnanimità,

Il cinguettio per un attimo cessava,

Ma tornava con maggiore intensità.

Un paradiso era il nostro giardino –

E nel giardino io – Adamo, lei – Eva,

E il vento era Dio e mezzano,

E un albero una corona ci faceva.

Gli amici uccelli ci donavano un trillo,

Il sole era il padrino di noi sposi,

L’arcobaleno ci preparava il letto

Con morbidi e verdi cuscini erbosi.

Ci cadeva sugli occhi il fiore del melo,

Come muta nevicata scendeva,

Con la mente volavamo oltre le nubi,

Ci abbracciavamo con la Terra io ed Eva.

Mia dolce compagna, al mio cuore

Tutti i tesori terreni vuoi donare.

E quale tesoro io abbia in casa

Tu stessa non puoi immaginare.

O cara, mio fiore di primavera,

Perenne luce nei terreni dolori,

Saremo, come il sole tra la gente,

Come nei cieli – del mondo i signori!

La mia preghiera

Io pregherò con l’anima che canta,

Pregherò col cuore e con la mente,

Perché la bufera della cupa sorte

Risparmi questa terra e la sua gente.

Io pregherò il sole prodigioso

Di riscaldare d’inverno i poveretti.

Giocando con le spighe di frumento,

Porti luce sotto i miseri tetti.

Pregherò perché le nubi del cielo

Che minacciose giocano con la sorte,

Ai poveri degni di compassione

Né grandine né tuoni portino a volte.

Pregando le stelle mi addolorerò

Che si spengono lasciando il firmamento,

Io sento: se una di esse cade,

Qualcuno se ne va in quel momento.

Con forza pregherò un campo di biade

Che il raccolto premi il sudore versato,

Che nelle povere case ci sia il pane –

Che il popolo veda il sogno avverato.

Io pregherò con l’anima che canta,

Pregherò col cuore e con la mente,

Che delle forze oscure non ruggiscano

Sulla Patria e su di me le tormente.

La bellezza del mondo

O primavera! Tu hai donato

La gioia e una festa giuliva,

Hai illuminato la mia anima

E mi hai dissetato con acqua viva.

Sotto l’ardente azzurra volta

Hai dipinto il tuo verde affresco,

E sulla terra ridestata

Hai tessuto il tuo rabesco.

Guarda l’opera delle tue mani!

Benediscono il tuo operato

La terra, il cielo e il venticello,

Ti rendo omaggio e ti sono grato.

Torna a vivere il focolare!

Rifioriscono le campanelle,

Brilla il fiume, fischiano gli uccelli,

La loro voce sale alle stelle.

E il pensiero vola nell’azzurro

Per confidare a tutti – anche a Dio –

Con quali luminosi doni

La primavera è apparsa al cuore mio.

Vola, o pensiero, sempre più alto,

Fin dove lo sguardo arriverà,

Dammi un canto di acciaio tonante,

Portami una ferrea volontà.

Col canto esalterò l’amore

Nelle terre altrui, tra la mia gente,

Perché esso fiorisca nel mondo

Quando dormiremo eternamente.

La ferrea volontà tanto più

Serve all’amore per ripagare

Il pianto, la fame, la sventura,

Il peso che ha dovuto portare.

La mia scienza

Dio non mi ha dato di leggere i libri,

Non amava questi lussi mio padre.

I canti li ho imparati dai paesani,

L’idioma bielorusso da mia madre.

All’alba dei miei giorni infelici

La terra bielorussa mi ha cresciuto,

E io ascoltavo il brusio dei villaggi

E ai campi rivolgevo il mio saluto.

Le bellezze della terra esaltavano

L’anima mia ed essa volava

Nel cielo azzurro tra gli arcobaleni,

E iride-primavera diventava.

Ebbra d’incanti, ubriaca di canto,

Come un paradisiaco sognare,

Della prossima primavera parlava,

E in essa si versava il mio cantare.

E il fiume impetuoso, il mulino

Con la voce dell’acqua cadenzata

M’ispiravano temi melodiosi,

Nei versi creavano una cantata.

Sull’ampio sentiero gli alberi ombrosi,

Le oche che ogni anno migravano,

Creavano nel cuore pure armonie

E un tenero consenso ispiravano.

E il campo che col suo verde seduce,

La fienagione sotto il manto del sole,

Davano ai miei canti un dolce rabesco

E di parole creavano corone.

Di fruscio delle foglie del vecchio pero,

Di sussurro delle spighe di frumento

L’eco soave nell’anima scorreva

E dei miseri essa udiva il lamento.

La leggenda del bosco primordiale

Parlava di tristezza della vita

E nel mio cuore risvegliava i canti

E dal non essere la mente assopita.

E il sole con le sue eterne faville

Un calore celeste m’infondeva,

E il vento che l’erba dei prati piega,

Le ali di un’aquila mi metteva.

La falce, l’ascia e il correggiato

Mi davano una forza sovrumana,

Nell’afa, nel gelo sono cresciuto forte,

E il mio canto rispondeva alla campana.

Sono cresciuto senza altra scuola,

Cercavo nel buio e il mio dono ho trovato,

E la mia voce è larga come un campo,

Io al canto bielorusso sono destinato.

La mia strada…

La mia strada non è coperta di fiori,

Né rischiarata dal sole ridente,

Tra miseri campi immersi nella nebbia

Essa si dipana mestamente.

La mia strada è in una notte senza fine,

Buio e foschia intorno ad essa,

La lontananza è una chimera offuscata,

Come il sogno e la chimera stessa.

La strada mi sbarrano i nemici coi guai,

Mi tentano a fermarmi e a dormire,

Ma la fede nel futuro con forza

Mi dice che devo proseguire.

Incontrerò un fratello messo in catene,

Che lui stesso non vedrà, no.

«Dove vai per questa strada?» – chiederà.

«Sempre avanti!» – io gli risponderò.

Sempre avanti per aride sabbie

La mia natura indocile andrà,

Finché le albe la illumineranno,

Finché il mio cuore non si fermerà!

(C) by Paolo Statuti

Icchak Kacenelson (1886-1944)

18 Set

Icchak Kacenelson, nato nel 1886 e morto nel campo di concentramento di  Auschwitz nel 1944. Poeta, drammaturgo, pedagogo e traduttore ebreo. Scrisse le sue opere nelle lingue jidysz ed ebraica. Tra le mie carte ho ritrovato la mia vecchia traduzione dal polacco di questa sua struggente poesia, che ora pubblico col pensiero rivolto alla guerra scoppiata il 1 settembre di 80 anni fa e ai milioni di morti da essa causati.

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .  

Mostrati, mio popolo, appari, solleva le braccia

Dalle fosse profonde, che fino all’orlo hai colmato di te

Mucchio su mucchio ricoperto di calce e arso dalla brace –

Alzati! Ed esci dagli strati più fondi della tua tomba!

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

E accorre trafelato il giovane esploratore – ha le armi e

                                                                         le distribuisce.

Per me sono sono bastate. Non importa. E’ tutto per me,

Anche se non nella mia mano…Troppo tardi…tutto è in

                                                                                    ritardo…

No! Non è mai troppo tardi; l’ultimo degli Ebrei – se

E’ capace di uccidere l’assassino – il suo popolo difenderà!

Perché si può pur salvare anche un popolo trucidato…

Salvatevi, fratelli – dicevo, così parlai a loro.

E forse li ho confortati. Ho dato forza a loro e a me.

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

Tra i Polacchi e i Tedeschi ricercavano i soldati della libertà,

Sui quali ricadeva la minima ombra, l’ombra tremenda del

                                                                                         sospetto

Di essere fedeli al popolo…E ancora di più caddero i Russi

Nelle città e nei villaggi. Quante tombe di partigiani!

Noi invece hanno ucciso diversamente, hanno ammazzato

                                                                   i bambini nelle culle

E quelli non ancora usciti dal grembo materno.

Ci hanno trasportati coi treni, destinazione – Treblinka,

E là, prima di asfissiarci, ci hanno detto:

“Spogliatevi qui. Mettete i vestiti tutti insieme

E le scarpe appaiate, lasciate tutto qui.

Queste cose vi serviranno ancora – i vestiti,

Le scarpe…Fra poco tornerete qui e vi riprenderete

                                                                 la vostra roba!

Siete stanchi dal viaggio – eh? Venite da Varsavia?

Da Parigi? Da Praga? Da Salonicco? Andate, vi aspetta

                                                                    un bagno caldo!”

E ne conducono mille alla camera, e altri mille

Aspettano nudi la morte dei primi mille.

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

(Versione di Paolo Statuti)