Stefan Bronisław Flukowski (1902-1972)

15 Nov

Prosatore e poeta polacco legato al gruppo letterario Quadriga, uno dei primi e principali rappresentanti del surrealismo in Polonia. Traduttore di Anatole France, Paul Eluard e dello scrittore svizzero Charles-Ferdinand Ramuz. Studiò filosofia alla Facoltà di Umanistica dell’Università di Varsavia e al tempo stesso diritto. Debuttò nel 1927 sulla rivista “Quadriga”. La sua prima raccolta di poesie – Il sole nella fatica giornaliera uscì nel 1929. La sua creazione era vicina all’Avanguardia di Cracovia. Nel periodo in cui Tadeusz Peiper e Julian Przyboś, tendevano ad esprimere l’eternità nelle immagini del tempo presente e della vita quotidiana, Flukowski al contrario, con la metafora dell’eternità esprimeva la ciclicità del presente. Il poeta si opponeva anche alla innovazione della forma, postulando la semplicità della lingua. La sua poesia manifestava l’apoteosi del lavoro come valore fondamentale del mondo. Motivo costante della sua creazione era il quadro del lavoro quotidiano dell’uomo, come compimento della creazione divina.

Le sue opere possono essere viste come rappresentazione del moderno prospettivismo. Le sue tecniche più caratteristiche sono le variazioni del punto di vista narrativo, le giustapposizioni di pareri e attitudini, l’esposizione della complessità inerente ai caratteri e alle situazioni, e la collisione di differenti lingue, allo scopo di scorgere sprazzi di realtà oltre la lingua. Poiché molti di questi espedienti si possono trovare sia nei drammi, che nella poesia e narrativa di Flukowski, si può concludere che la sua produzione letteraria lo colloca in una indistinta linea di confine tra l’avanguardia e il modernismo.

Ha scritto sei raccolte di poesie, sei drammi, racconti, le biografie di Słowacki e Norwid e il romanzo grottesco Le vacanze del nostromo Jan Kłębuch, che diversi anni fa il mio amico poeta Marian Grześczak (1934-2010) mi consigliò di tradurre. Desideravo farlo ma non trovai un editore interessato. Uscì poco prima dello scoppio della guerra e fu confiscato e bruciato dagli hitleriani. Per i suoi valori artistici e per la problematica intellettuale e morale in esso toccata, questo romanzo – notevole esempio di prosa sperimentale nel periodo tra le due guerre, non ha perso la sua attualità e può essere raccomandata ai lettori dei nostri giorni. Flukowski in questa sua opera affronta il problema del mito: del suo sorgere, delle sue conseguenze, del suo contrasto col pensiero razionale. Attorno a questo tema si svolgono tutte le altre costruzioni narrative e filosofiche di questo interessante romanzo, saturo di uno straordinario simbolismo. Forse si troverà finalmente in Italia un traduttore e una casa editrice interessati a pubblicarlo.

P.S.

Di Stefan Flukowski ho tradotto questo poema:

Johann Sebastian organista

                                                 Al dottor Franciszek Łukaszczyk

Il “pianoforte ben temperato”,

nero, di lacca lucida,

si muove nello spazio come pianeta

con moto regolare, preciso,

ubbidiente alle proprie leggi

dell’armonia assoluta.

Ci vorranno cento anni,

perché diventi un sole

e accenda il fuoco in ciascuno.

Una nube con la chiave d’ebano

scorre sui campi di grano,

un’allodola si alza in volo, vola, vola

e in questa chiave

canta allegra un madrigale.

                            *

Da tre giorni il giovane cammina,

tre giorni diretto a Lubecca

dove vive Buxtehude,

organista assai provetto

e compositore illustre.

Vuole imparare da lui,

desidera apprendere

come quattro o  sei torrenti

tramutare in un fiume solo,

e di esso fare un mare

coronato da un orizzonte  

di cadenze, code, finali…

Il giovane andando a Lubecca

spesso sotto un albero passa le notti.

Non può assopirsi…

Si costruisce un organo

in cima a un tiglio, un olmo, un carpine,

suona.

Comincia con un vecchio ricercare.

L’ha trovato oggi sulla strada,

un bel manoscritto, caduto

dal finestrino di una carrozza italiana,

che l’ha superato a una svolta.

Era vuota, non c’era neanche il cocchiere,

ma correva a meraviglia

tra due filari di olmi e pioppi.

E man mano che si allontanava

era simile a Venezia –

oro e azzurro.

Ha già trovato il tema, già lo possiede,

conduce al tempo stesso quattro voci –

tema quinta risposta

pedale manuale, poi insieme,

dalle semiminime passa alle crome,

dalle crome alle semicrome.

La fuga si svolge ininterrotta,

raddoppia, aggiunge nuove forze:

da forte a fortissimo. presto, presto,

e a un tratto piomba nel paese

del sogno, dell’oblio

insieme con l’organo in cima agli alberi.

Dorme adesso, respiro regolare,

fili d’erba nei capelli,

un coleottero imprigionato nell’orecchio

stride con le quattro zampette a coppia –

tutto intorno rispondono i grilli.

Cammina già da cinque, sei giorni,

è giunto alla strada maestra per Lubecca,

va dal maestro Buxtehude

a studiare composizione,

a penetrare i segreti dell’esecuzione,

il meccanismo dello strumento.

Calura, ma prosegue sempre,

la parrucca infilata nel bastone,

accanto al fagottello col pane.

E non sa nemmeno

che è più alto dei pioppi.

Nelle calze bianche i grossi polpacci

più grossi dei più grossi tronchi,

la parrucca è una nuvola.

                                  *

L’organista

con le calze bianche

                         obeso e incantato

corre là dove ci sono

                         quattro pianoforti,

e ad essi si siede.

                         Suona

un concerto per quattro pianoforti.

È solo… nessuno lo ascolta…

Solo gli uccelli sono ammutiti

e la pioggia ha smesso di cadere.

Il pubblico verrà il seguente

secolo diciannovesimo

negli abiti Luigi Filippo.

Senza sosta sarà scoperta la tastiera

ed egli guizzerà come scòrfano sul palco,

sibilerà un proiettile,

brillerà una baionetta,

prenderà con foga il foglio con le note,

… passa al tono piano…

poi di nuovo con gli accordi

comincia coi cannoni.

Johann Sebastian, organista

– parrucca con cura incipriata –

corre all’interno dell’organo,

salta da un registro all’altro,

incalza con il contrappunto,

insegue con le fughe

Johann Sebastian, organista Johann…

E da tutto questo

               dritta in cielo

la melodia più pura.

Sulle strade

                     a un tratto

la bufera infuria –

strappa i cappelli ai passanti,

li posa sui tetti,

sposta le case solide come roccia,

lacera i dialoghi nelle tragedie,

pesta i cristalli dell’aria

e lancia intermezzi che parlano di sé.

Qualcuno corre sulla strada

inseguendo un cavallo

trasformato in vento,

in uragano, in tornado,

in fattore di velocità.

E possono resistere solo gli alberi

che hanno il più alto indice

di elasticità.

Volano le pietre miliari,

                   i cappelli e

                         i portali delle chiese,

vola la gente,

che in un giorno di mercato

i corali di Johann Sebastian

hanno rapito.

                           *

Johann Sebastian, organista,

siede a tavola con la famiglia.

Dietro la finestra il bel tempo

          indossa gli abiti domenicali,

          con un fiore di visciolo sulla fronte

invita gli uccelli a posarsi sui rami.

                                  Dalla finestra

                         un solerte zeffiro

                  sospinge

i profumi dei prati e del frutteto,

                  rinfresca le fronti,

                          i ragni dagli angoli scaccia.

A tavola un Oceano –

                      otto figli a destra,

                      otto figlie a sinistra –

da una scala di otto toni costruisce

il pianoforte ben temperato.

                             *

Nell’organo arieggiato

un angelo ha perso una piuma,

verrà l’organista                

e la piuma soffierà via

attraverso la canna di stagno

sopra la chiesa

in un gaio mattino domenicale.

Quando la chiesa è vuota

e l’organista

a casa dopo pranzo riposa,

gli angeli coi diavoli

scherzano insieme:

            ora giocano a nascondino

dietro l’altare,

            ora a chiapparella nell’organo.

Allora può succedere

che premeranno il registro più grave

o tutti i toni insieme.

            L’organo rimbomberà

            come nel giudizio universale,

e in un altro momento si lagnerà

con l’armonia di Johann Sebastian.

Nella canna più grossa

siedono il diavolo e il becchino.

Da tre giorni bevono birra,

cantano canzoni scurrili e

mangiano arrosto di montone,

e bevono, e cantano,

mangiano

e bevono

nella canna più grossa

il diavolo e il becchino.

È arrivato l’organista

da un ruscello di cristallo

e con un corale a quattro voci

il canto, la birra e il diavolo,

il becchino e l’arrosto

ha soffiato via sotto la volta,

                    e tutti

hanno visto solo due pipistrelli.

Nell’organo arieggiato

la sera

un angelo dorme profondamente –

ma la mattina  

arriverà l’organista

e comincerà a svegliarlo.

L’angelo destato

sui registri dei toni

salterà fuori dall’organo

e sbatterà contro il soffitto,

respinto dal soffitto

si schiaccerà contro la vetrata,

in estasi si condenserà…

E allora

un novello raggio di sole

gli ridarà un bel colorito

e lo riscalderà.

Un vecchio manticere

con una donna viveva nel peccato,

si ubriacava e truffava,

rubò una stella a un angelo,

che si era appisolato in un boccale

e la nascose nel mantice.

Johann Sebastian

le toccate, le fughe e i corali

a modo suo rafforzò,

la stella schizzò via

lontano oltre la luna.

                          *

Appena sorto il sole,

l’organista Johann Sebastian

corre nell’enorme organo,

salta da un registro all’altro,

insegue tema con tema.

Tuonano le fughe, le toccate,

si accavallano messe e corali.

Non vede nemmeno

che su di lui c’è già un altro sole:

l’Opera Omnia di Johann Sebastian.

(C) by Paolo Statuti

Aleksandr Blok – I dodici (nuova versione di Paolo Statuti)

24 Ago

i

Mi piace il suo viso severo e la sua testa di fiorentino del Rinascimento (M. Gorkij)

Oggi mi sento un genio” – così disse Aleksandr Blok, solitamente modesto, terminando il suo poema “I dodici”, il 29 gennaio 1918.

   Aleksandr Blok – il più grande poeta simbolista russo – nacque a Pietroburgo nel 1880. Esordì con il ciclo Ante lucem(1898-1900), di cui facevano parte poesie pubblicate più tardi nel volume Versi sullaBellissima Dama(1905). In questi versi Blok, seguendo le dottrine del poeta filosofo Vladimir Solovjov (1853-1900), canta la quintessenza umana della femminilità eterna, invoca la Sposa celeste in un rapimento estatico, saturo di sensualità, di teneri sospiri, di sensazioni ineffabili.

   Il fallimento della rivoluzione del 1905 infranse nel poeta le speranze di un rinnovamento spirituale e politico della società, e a partire dal 1906 la sua voce rivela delusione e amarezza. L’ironia, unita a un sentimento di rivolta e di insofferenza, trova posto nella sua anima ormai libera dall’estasi e dai sogni giovanili.

   Nel dramma La baracca dei saltimbanchirappresentato a Pietroburgo nel 1906, egli deride con spietato sarcasmo, in un susseguirsi di immagini grottesche ed illusorie, le sue precedenti esperienze mistiche.

   Nei versi del ciclo Il mondo terribile, la Sposa celeste è ormai una creatura terrena, una prostituta. Pietroburgo è uno squallido aggregato di bettole fumose e sporche, di vecchi straccioni mendicanti, di vagabondi, di relitti alla deriva. Nel dramma La sconosciutail sacro tempio si trasforma in una casa di tolleranza.

   L’amore ideale, nebuloso, ormai svanito, lascia il posto all’amore per la Russia, che egli vede come entità concreta e divina, come una creatura sofferente.

   “La Russia resta sempre la stessa: un’entità lirica”, scriveva alla madre nel 1909, ed aggiungeva: “Qualunque cosa accada, essa resterà sempre la Russia dei sogni”.

   Da questo amore, dall’entusiasmo suscitato in lui dagli avvenimenti del 1917 e soprattutto dalle giornate di Ottobre, nacquero due poemi: I dodiciGli Sciti, entrambi scritti nel gennaio 1918.

   Blok sentì la “musica” della rivoluzione, presagì l’ineluttabilità del cataclisma che avrebbe spazzato via tutte le ingiustizie del “mondo terribile”, del vecchio mondo. Nei “Dodici” sono mirabilmente amalgamate le emozioni ed i presentimenti dell’imminente lotta sociale. Nei giorni in cui lavorava a questo poema, il poeta incontrò alcuni noti esponenti del partito comunista e così si espresse: “A voi interessa la politica, il partito, mentre noi poeti cerchiamo l’anima della rivoluzione. Essa è stupenda, e qui siamo tutti con voi”.

   A confermare il carattere “sacro” della rivoluzione appare in chiusura l’immagine del Cristo, quasi in contraddizione con tutto il contenuto del poema. Cristo che avanza davanti alle dodici guardie rosse, simboleggianti gli apostoli, è un puro simbolo poetico che sta ad esprimere la benedizione etico-religiosa della rivoluzione da parte del poeta. Tutto il poema è in movimento continuo, movimento irrefrenabile che ha un’unica direzione: “Avanti!”. La ricchissima gamma di contrasti lessicali, la sequela di immagini come lampi al magnesio, le dissonanze, gli elementi polifonici che si fondono in un’armonia superiore, tutto ciò concorre a creare quel ritmo incalzante, terribile, continuo e che si fa particolarmente solenne nelle strofe finali. In questa creazione il genio musicale e pittorico di Blok raggiunge il vertice.

   In seguito, passato l’ardente entusiasmo dei primi mesi della rivoluzione, oppresso e deluso dall’arido e pedantesco apparato burocratico che lo circondava, avvilito da difficoltà ed incomprensioni, il poeta si abbandonò ad un cupo pessimismo. Stanco e isolato si spense il 7 agosto del 1921.

I dodici

(Traduzione di Paolo Statuti)

1

Buia sera.

Neve bianca.

Vento,vento!

Le gambe sfianca.

Che bufera –

Sulla terra intera!

Di neve e vento

Un girotondo.

Ghiaccio è il fondo.

Bufera maledetta!

Ogni passante

Scivola – ah, poveretta!

Tra due case

Una fune è tesa.

Sulla fune – un cartello:

“Tutto il potere alla Costituente!”

Una vecchia piange – ahimé,

Non capirà mai cos’è,

Perché quel cartello.

Che spreco quel telo –

Quante pezze con quello

Per i piedi dei ragazzi vedo…

La vecchia, come una gallina,

Salta un mucchio di neve.

– Oh, Benedetta Madonnina!

– Coi bolscevichi la vita è breve!

Punge il vento!

Gelo maledetto!

Un borghese al crocevia

Cela il naso nel colletto.

E quello chi è? – Ha i capelli lunghi

E parla sottovoce:

– Traditori!

– Va la Russia al Creatore! –

Forse un letterato –

Un oratore…

E là con la zimarra –

In disparte vi tenete…

Passata è l’allegria,

Compagno – prete?

Ricordi com’era?

Sulla pancia sporgente

La croce splendeva

Per la gente…

Là una dama con l’astracàn

Ad un’altra s’è rivolta:

– Ah, che pianti, che pianti…

Ma è scivolata

Paff – che sederata!

Ahi, ahi!

Tiratemi su!

Vento allegro,

Tormenta e scherza.

Rivolta i lembi,

I passanti sferza,

Sbatte e strappa

Il grande cartello:

“Tutto il potere alla Costituente”…

E le parole porta:

…Abbiamo fatto una riunione…

…In questa costruzione…

…Abbiam discusso –

Abbiam deciso:

Dieci – per un’ora, venticinque – per la notte…

…Di meno – non accettare…

…Andiamo a riposare…

Tarda sera.

La strada è vuota.

Un vagabondo

Ha la schiena a ruota,

E sibila il vento…

Ehi, poveraccio!

Vieni qua –

Baciamoci…

Pane!

Chi va là?

Passa!

Cielo, nero cielo.

Rabbia, triste rabbia

Bolle in petto…

Nera rabbia, santa rabbia…

Compagno, sta’

In guardia!

2

Passeggia il vento, svolazza la bufera.

Va dei dodici la schiera.

Armati vanno avanti,

Intorno – fuochi, così tanti…

Berretto sgualcito, tra i denti – un mozzicone,

Sembran fuggiti dalla prigione!

Libertà, libertà,

E la croce via di qua!

Tra-ta-ta!

Compagni, che freddo cane!

– Vanja e Katja sono insieme…

– Nella calza i soldi tiene!

– Ricco Vanja è diventato…

– Era con noi e adesso è soldato!

– Vanja, figlio di puttana, suvvia,

Prova a baciare la mia!

Libertà, libertà,

E la croce via di qua!

Katja con Vanja è occupata –

Occupata a far cosa?..

Tra-ta-ta!

Intorno – fuochi, così tanti…

Avanti, sempre avanti…

Il passo sia rivoluzione!

Il nemico è pronto all’azione!

Compagno, coraggio, il fucile agguanta!

Spariamo sulla Russia Santa –

La Russia-icona,

Delle isbe,

Culona!

E la croce via di qua!

3

Oh, partirono i ragazzi,

Per servir la guardia rossa –

Per servir la guardia rossa –

E finire in una fossa!

Ah tu, amarezza,

Vita gentile!

Lacero il cappotto,

Austriaco il fucile!

Per la sorte dei borghesi

Mille fuochi sono accesi,

Fuoco, sangue e furore –

Oh, proteggici, Signore!

4

Neve. Grida il vetturino,

Vanja con Katja vicino –

La luce del fanale

Sulle stanghe…

Ah, ah, crepa!…

Nel cappotto militare

Un balordo egli pare,

Arriccia, arriccia

il baffo nero

E scherza a cuor leggero…

Vanja è così – forte e tenace!

Vanja è così – assai loquace!

La sciocca Katja abbraccia,

E a parlare attacca…

Getta indietro la testolina,

Denti come perline…

Oh, Katja, m’è sempre piaciuta

La tua faccia paffuta…

5

Sul tuo collo, Katja,

Lo sfregio d’un coltello.

Sotto il petto, Katja,

Hai un graffio novello!

Balla un po’, amore mio!

Che gambe, santo Dio!

Biancheria di pizzo portavi –

Portala ancora!

Con gli ufficiali trescavi –

Tresca, tresca anche ora!

Eh, eh, tresca adesso!

Il cuore salta in petto!

L’ufficiale, Katja, rammenti –

Non evitò una coltellata…

L’hai scordato, accidenti?

La memoria s’è offuscata?

Eh, eh, non negare,

A letto ti voglio portare!

Ghette cenere avevi,

Solo dolci raffinati,

Tra i cadetti tu sceglievi –

Ora  scegli tra i soldati?

Eh, eh, pecca allora, dai!

Più leggero il cuore avrai!

6

…Di nuovo passa come furia,

Il vetturino vola, urla, ingiuria…

Fermo! Andrjej, da’ una mano!

Corri dietro a quel marrano!…

Tra-tarara-ta-ta-ta-ta!

Quanta neve s’è levata!…

Scappa Vanja – il bellimbusto…

Alza il cane! Mira giusto!…

Tra-tarara! Or vedrai…

……………………………….

Le donne altrui più non avrai!…

E’ scappato! Aspetta, carogna,

Finirai in una fogna!

E Katja dov’è? – Morta ammazzata!

Ha la testa crivellata!

Katja, sei contenta? – Tu taci…

Come una bestia giaci!…

Il passo sia rivoluzione!

Il nemico è pronto all’azione!

7

 Va dei dodici la schiera,

Con passo deciso.

Il povero assassino

Si nasconde il viso…

Più veloce, senza fiato

Corre come un ossesso.

Lo scialle sul collo annodato –

Mai più sarà se stesso…

– Oh, compagno, sei afflitto?

– Hai la faccia smarrita!

– Pjetja, sembri un relitto,

Vorresti Katja in vita?

– Oh, compagni, ricordate,

Quella pupa io l’amavo…

Notti buie, ubriache

Con la pupa io passavo…

– Per lo sguardo audace

Dei suoi occhi di fuoco,

Per quel neo procace

Sulla spalla destra,

Io, balordo non poco,

Ahimé, ho perso la testa!

– Cane, vuoi sonare l’organetto,

Pjetja, sei forse una donnetta?

– O forse vuoi sputare

Tutto ciò che hai nel petto?

– Controllati, fai pena,

– Raddrizza la schiena!

– Nessuno ormai con te

Il suo tempo perderà!

Oggi più grave è il fardello

Che ciascuno porterà!

E Pjetja ha rallentato,

Or più non s’affretta…

La testa ha sollevato,

Or di nuovo lieto sembra…

Eh, ah!

Godere non è peccato!

Serrate ben le porte,

Verranno saccheggi e morte!

Aprite la botte –

Gli straccioni vanno a frotte!

8

Ah tu, amarezza!

Noia mesta,

Funesta!

Il tempo

Passerò, passerò…

La testa

Gratterò, gratterò…

Le sementi

Sguscerò, sguscerò…

Col mio coltello

Scannerò, scannerò!..

Vola, passerotto borghese!

Il sangue voglio bere

Per la mia bella,

Per le sue ciglia nere…

Pace, Signore, per l’anima della tua schiava…

Noia!

9

Tace la voce della città,

Il gendarme più non cammina,

Tace la torre sulla Nevà –

Non c’è più vino in cantina!

Il borghese al crocevia

Cela il naso nel colletto.

Un pelo irsuto lo strofina –

E’ un mite cane reietto.

Come il cane è affamato,

Tace, non fa domande.

Come il cane, il vecchio mondo

Ha la coda tra le gambe.

10

E’ scoppiata la tempesta,

Ovunque sconquasso!

Non vedi più una testa

A distanza d’un passo!

Di neve un grande anello,

Di neve un mulinello…

– Gesù, che bufera!

– Pjetja, sii sincero!

Da cosa t’ha protetto

Quel santume benedetto?

Svegliati finalmente,

Rischiara la tua mente –

Il sangue ti ha macchiato

Di Katja che hai amato!

– Il passo sia rivoluzione!

Il nemico è pronto all’azione!

Avanti, avanti ancora,

Chi lavora!

11

…E vanno senza nome di santo

Dodici fanti.

Decisi sono a tutto,

Senza rimpianti…

D’acciaio i fucili

Per il nemico nell’ombra…

I vicoli la bufera

Di neve inonda…

Nel soffice manto –

Lo stivale affonda…

Negli occhi è scossa

La bandiera rossa.

Lungo e invariato

E’ il passo cadenzato.

Si desterà

Il feroce nemico…

La tormenta li inghiotte

Giorno e notte

Senza tregua…

Avanti ancora,

Chi lavora!

12

…Vanno con passo gagliardo…

– Esci dalla tua tana! –

Davanti – il rosso stendardo,

Infuria la tramontana…

Davanti – un cumulo gelato,

– Chi va là? Fuori, carogna!…

E’ solo un cane affamato

Che si gratta la rogna…

– Via dai piedi, cane immondo,

O proverai la baionetta!

E a te, vecchio mondo,

La stessa fine spetta!

…Mostri i denti per la fame,

La tua coda nascondi,

Solo al mondo, senza pane…

– Chi va là? Ehi, rispondi!

– Chi è che regge lo stendardo?

– Oh, il cielo com’è scuro!

– S’ode un passo codardo,

Si cela dietro un muro.

– Fuggire or che vale?

Meglio vivo restare!

– Ehi, compagno, finirai male,

Mi costringi a sparare!

Tra-ta-ta! – L’eco soltanto

Dalle case risponde…

La bufera ride intanto

Tra le candide sponde…

Tra-ta-ta!

Tra-ta-ta…

…E vanno con passo gagliardo,

Dietro – un cane affamato,

Davanti – con lo stendardo

Di sangue imbrattato,

Dai proietti risparmiato,

Con passo dolce e lieve

Tra mille perle di neve,

Il capo ornato di cisto –

Chi li guida? – Gesù Cristo.

(C) by Paolo Statuti.

Una poesia di Volodja Serebrennikov tradotta da Paolo Statuti

9 Ago

* * *

Con la luna, confusa nella melma,

attraverso il bosco, quasi celato,

scorreva il fiume come sonno di deserto,

di sabbia e calura colmato,

e la luce, come albero, dondolava

nell’acqua, semilatente,

girava, correva, non si fermava

e in nessun luogo era presente,

dietro il buio, come dietro una tenda,

mi tagliava il cammino

e si dileguava, come incallito

contrabbandiere e clandestino.

Il vento improvviso, come un calpestio,

ed era Dio non voglia –

credere all’esperienza e sapere

che era gialla ogni foglia.

(C) by Paolo Statuti

Doppie traduzioni di Paolo Statuti

13 Lug

     A volte, forse per il lento inevitabile offuscamento della mia materia grigia, a distanza di qualche anno, dimentico di aver già tradotto una determinata poesia, e così dalla mia testa esce una nuova versione. Se non erro è successo “solo” per due poesie di Fjodor Tjutčev, una poesia di Anna Achmatova e una di Bella Achmadulina. Ho pensato di proporre ai miei lettori queste mie “distrazioni”, perché può essere interessante constatare come lo stesso traduttore, non volendo, possa tradurre la medesima poesia in modo diverso.

Fjodor Tjutčev

Silentium!

Taci e nascondi se puoi
I sentimenti e i sogni tuoi!
Che dal fondo del tuo cuore
Essi spuntino con splendore,
Come di notte le stelle:
Taci e ammirali come perle.
Come a un cuore ti puoi scoprire?
Come un altro ti può capire?
Capirà come vivi davvero?
Il pensiero detto non è più vero.
Scavando offuschi le fonti:
Cibati e il pensiero nascondi!
In te stesso vivi da solo!
Nell’animo hai tutto un mondo
Di occulti e incantati pensieri;
Li soffoca il chiasso esteriore,
La luce del giorno li acceca:
Ascolta il loro canto e taci.

Silentium!

Taci, cèlati e nascondi

I tuoi sentimenti più profondi,

Che nel fondo del tuo cuore

Brillano e fuggono alle prime ore,

Silenti, come stellari faci –

Sappi ammirarli e taci.

Come il tuo animo si mostrerà?

Come ad un altro si svelerà?

Di che tu vivi saprà capire?

Pensiero espresso è già mentire.

Sappi le fonti pure mantenere,

Sappi nutrirti di esse e tacere.

Sappi vivere solo in te stesso!

In te c’è un intero universo

Di pensieri magici e arcani

Che il rumore esterno rende vani,

Che la luce del giorno non fa vedere –

Sappi ascoltarne il canto e tacere!..

1830

Sera autunnale

C’è nella luce delle sere autunnali
Un amorevole, misterioso addio…
Un sinistro bagliore, degli alberi le tinte.
Delle foglie porporine il lieve fruscio;
L’azzurro velato e silenzioso
Sulla terra orfana tristemente,
E, come presagio di vicine tempeste,
A volte un vento freddo e veemente;
Languore, spossatezza, e su tutto
Quel dolce sorriso dell’appassimento,
Che in un essere ragionevole si chiama
Il nobile pudore del patimento.

Sera d’autunno

Nel chiarore delle sere autunnali
C’è un dolce misterioso incanto:
Il tetro brillìo degli alberi screziati,
Il mesto fruscìo delle foglie amaranto.
L’azzurro offuscato e silenzioso,
Sulla terra che orfana diventa,
E, come presagio di vicine bufere,
A volte un freddo impetuoso vento.
Stanchezza, sfinimento – e su tutto
Il mite sorriso dell’appassire,
Che in un essere ragionevole si chiama
Il nobile pudore del soffrire.

1830

Anna Achmatova

Ascoltando la musica

Di nuovo mi giunge la polonése di Chopin,

O mio Dio! – quanti ventagli

E occhi abbassati e dolci volti,

Ma è vicina e fruscia l’infedeltà.

L’ombra della musica è balenata

Ma non ha turbato il verde lunare.

Oh, quante volte qui mi sono sentita gelare

E qualcuno terribile alla finestra mi salutava.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

E’ pauroso lo sguardo delle statue senza nasi,

Ma lasciami e per me non lottare

E non pregarmi così amaramente.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

E una voce dell’anno tredici

Di nuovo grida: sono qui, di nuovo tuo…

A me non serve la fama e la libertà,

Troppe cose conosco…ma tace la natura

E aleggiò una tombale umidità.

Con la musica

La polonése di Chopin di nuovo sta passando,

O mio Dio! – quanti ventagli

E tenere labbra e sguardi chinati,

Ma è vicino e fruscia il tradimento.

L’ombra della musica alla parete è balenata,

Ma il verde lunare non ha turbato.

Oh, quante volte io qui mi freddavo

E qualcuno orrendo alla finestra mi salutava.

……………………………………………….

E’ orribile lo sguardo di statue senza nasi,

Ma vattene e non lottare per me,

Non pregare per me così amaramente.

……………………………………………….

E la voce del tredicesimo anno

Di nuovo grida: sono qui, di nuovo tuo…

Non m’importa la libertà, né la gloria,

Troppo io so… ma tace la natura

E ha soffiato l’umidità sepolcrale.

1957 Komarovo

Bella Achmadulina

La mazurca di Chopin

Quale sorte ci aspettava,

che fortuna ci è toccata,

quando il disco rotante

solo lui ci separava!

All’inizio con sibilo, esilmente,

come biscia tolta alle pietre,

ma il viso di Chopin mostrava

sempre più evidente.

Ed esile come provetta

che contiene acqua azzurra

era lì la fanciulla-mazurca

e scoteva la testa.

Ma come così fragile e perché,

con quel bianco visino polacco,

lei comprese le mie tristezze

e le prese tutte su di sé?

Tendeva le braccia e lontano

scompariva lasciando

concentrati quei suoni

nel disco rigato dall’ago.

La mazurca di Chopin

Quale sorte ci è capitata,

che fortuna ci riservava,

quando niente ci divideva,

tranne il disco che girava!

Dapprima un lieve sibilo,

come biacco dai sassi respinto,

ma il viso di Chopin

era sempre più distinto.

E sottile come una buretta,

immersa in un liquido amaranto,

c’era la fanciulla-mazurca,

la testolina dondolando.

come poteva con quelle spallucce

e la bianca faccetta dimessa,

apprendere i miei tormenti

e prenderli su di essa?

Mi ha teso le braccia

e poi mi ha lasciato,

avendo concentrato i suoni

nel cerchio dall’ago tracciato.

(C) by Paolo Statuti

Sergej Esenin: “La confessione di un teppista” tradotta da Paolo Statuti

24 Apr

Non tutti sanno cantare,

Non tutti sanno come una mela

Cadere ai piedi altrui.

Questa è la più grande confessione

Che un teppista possa fare.

Io vado spettinato a bella posta,

La testa sulle spalle come lume a petrolio.

L’autunno sfrondato delle anime vostre

Mi piace nell’oscurità illuminare.

Mi piace quando le pietre delle ingiurie

Mi colpiscono, come grandine di bufera ruttante,

Io allora stringo più forte con le mani

Della mia chioma la vescica ondeggiante.

È così bello allora ricordare

Lo stagno coperto d’erba e la voce roca dell’ontano,

Là dove vivono mio padre e mia madre,

Che se ne fregano di ciò che scrive la mia mano,

Ai quali io sono caro come il campo e la carne,

Come la pioggia che in primavera rende soffice il prato.

Essi verrebbero a infilzarvi col forcone

Per ogni insulto che mi avete lanciato.

Poveri, poveri contadini!

Voi, certo, vi siete imbruttiti

E temete Dio e lo spirito palustre.

Oh, se voi solo capiste

Che vostro figlio in Russia

È il poeta più illustre!

Non si coprivano di brina i vostri cuori

Quando bagnava i piedi nudi nelle pozze autunnali?

Adesso egli cammina col cilindro

E costosi stivali.

Ma vive in lui lo stesso spirito scherzoso

Del campagnolo birichino.

A ogni mucca sull’insegna delle macellerie

Già da lontano lui fa un inchino.

E, incontrando i cocchieri sulla piazza,

Ricorda i campi e l’odore del letame,

Ed è pronto a reggere la coda di un cavallo,

Come la coda di un abito nuziale.

Io amo la patria.

Io amo molto la patria!

Benché coperta di tristezza come quercia rugginosa.

Mi piacciono i grugni sudici dei maiali

E il verso sonoro dei rospi nella notte silenziosa.

Sono dolcemente malato di ricordi dell’infanzia,

Sogno la nebbia e delle sere d’aprile ogni ora.

Il nostro acero si accovacciava

Per scaldarsi al fuoco dell’aurora.

Oh, quante uova dai nidi delle cornacchie

Io rubavo, arrampicandomi su di esso!

È sempre com’era, con la corona verde?

E la corteccia è dura ancora adesso?

E tu, mio caro,

Fedele cane pezzato?!

La vecchiaia ti ha reso ceco e brontolone,

Ti trascini nel cortile con la coda ciondoloni,

Col fiuto non trovi più la porta né la stalla.

O, come sono care tutte le scappatelle,

Come quando a mia madre una crosta di pane rubavo,

E insieme un morso ciascuno

Senza imbrogliare la mangiavamo.

Io sono quello di sempre.

Il mio cuore è sempre lo stesso.

Come nella segala i fiordalisi, fioriscono gli occhi come viole.

Stendendo di versi stuoie dorate,

Ho voglia di dirvi tenere parole.

Buona notte!

Buona notte a voi tutti!

Ha smesso di sonare nell’erba la falce dell’alba…

Oggi ho una gran voglia

Di pisciare sulla luna dalla finestra.

O luce azzurra, luce così azzurra!

In questo azzurro neanche morire è un dispiacere.

Che importa se sembro un cinico

Che si è messo una lanterna sul sedere!

Buon, vecchio, stremato Pegaso,

Ho forse bisogno dei tuoi soffici trotti?

Sono arrivato come severo maestro,

A decantare e glorificare i ratti.

Come agosto, la mia zucca versa

Il vino dei burrascosi capelli.

Voglio essere una vela gialla

Verso il paese dove navighiamo.

Novembre 1920

(C) by Paolo Statuti

Afanasij Fet (1820-1892)

31 Mar

Poesie tradotte da Paolo Statuti

* * *

Come moscerini all’alba,

Di suoni alati un turbinare;

Un dolce amabile sogno

Nel cuore vorrebbe restare.

Ma il fiore dell’ispirazione

È triste tra le spine abituali;

Aspirazioni passate e lontane

Sono come barlumi serali.

Ma il ricordo del passato,

Sgomento nel cuore ancora cova…

Oh, potessi con l’anima esprimermi

Senza dire una sola parola!

*  *  *

Un sussurro, un timido respiro,

I trilli dell’usignolo, l’argento

E il quieto ondeggiare

Di un ruscello sonnolento,

La luce notturna, le ombre notturne,

L’ombra incessante;

Una serie di magici mutamenti

Di un diletto sembiante.

Porpora di rosa in nuvole di fumo,

Barlume di ambra,

E baci, e lacrime

E l’alba, l’alba!..

*  *  *

Che frescura sotto il folto tiglio –

I raggi dell’afa qui non sono entrati,

E a migliaia pendono su di me

E oscillano ventagli profumati.

E là, lontano, brilla l’aria ardente,

Cullandosi, come se appisolata.

Stridente e secca, come narcotico

La voce dei grilli continua immutata.

Dietro i rami le volte azzurre del cielo,

Come leggermente di fumo velate,

E, come sogni della natura che riposa,

Le nubi passano e ripassano a ondate.

(C) by Paolo Statuti

Rafael Alberti: Elegia per un poeta che non trovò la sua morte. Federico Garcia Lorca

25 Mar

Non era la tua morte quella che hai avuto.

Malamente, di proposito, ha sbagliato il cammino.

Dove vai? Gridando, non importa quanto alleggerito,

non ho fermato il tuo destino.

Morte mia svegliati presto! Alzati! Per le vie,

i tetti e le torri trema un presentimento.

A tutti i costi il fiume chiama la periferia,

a tutti i costi l’oscurità avverte il vento.

Io, per le isole prigioniero, non sapendo che la tua morte

ti aveva dimenticato, lasciando che la mia vivesse.

Dolore di averti visto, dolore di vederti

come io sarei stato, se mi corrispondesse!

Saresti dovuto morire senza portare a tua gloria

dell’ultimo lampo negli occhi l’orrore

davanti al sangue che ha duplicato la tua memoria,

ogni fiore e senza proiettile il chiarissimo cuore.

Ma se la mia morte è morta, lasciandomi la tua,

se forse lo aspettava una vita più bella e lunga vissuta,

cercherò di meritarla, finché non restituirò

alla terra la luce di una mietitura compiuta.

(Trad. Paolo Statuti)

Josif Brodskij

16 Mar

Un po’ di luna di miele

                                A M.B.

Ricordati ognora

come l’acqua la banchina sfiora

e come elastica l’acqua appare –

come salvagente in mare.

Come i gabbiani gridano,

e i panfili il cielo guardano,

e le nubi in alto volano,

come le anatre si librano.

Possa nel tuo cuore

trepidare con calore,

come un pesce, anche un solo seme

della nostra vita insieme.

E lo scricchio delle ostriche udire,

un arbusto che si erge scoprire.

E la passione, giunta alle labbra,

ti aiuti a capire,

senza aiuto di parola alcuna,

come delle onde la spuma,

giungendo a terra con baldanza,

generi le creste in lontananza.

(Trad. Paolo Statuti)

San Serafino di Sarov

12 Mar

     San Serafino di Sarov (1759-1833) è stato un monaco cristiano e mistico russo, considerato dalle Chiese ortodosse uno dei più importanti. A 35 anni circa si ritirò a vita contemplativa in una capanna di legno all’interno del bosco di Sarov, vivendo come eremita per 15 anni. La leggenda vuole che un orso si fosse affezionato particolarmente al santo, tanto da obbedire ad ogni ordine che questi gli impartiva. Nel 1807 fece voto di silenzio per la durata di tre anni. Nel 1810 tornò nel monastero di Sarov, rinchiudendosi in una piccola cella da cui non si allontanava mai, neppure per i pasti e per la Comunione, che gli erano portati da altri monaci. Nel 1815 iniziò a permettere ai fedeli di fargli visita e di farsi confessare. Nel 1825 terminò la vita da esicasta e iniziò a offrire la sua esperienza ai monaci e ai laici. Ogni giorno centinaia di pellegrini erano ascoltati dal monaco, ricevendo consigli per l’avvenire. Qualcuno lo ha paragonato a Padre Pio da Pietrelcina. Ecco alcuni suoi pensieri che ho tradotto dal russo.

“Bevi dove beve il cavallo. Il cavallo non berrà mai l’acqua inquinata. Fa’ il letto dove si corica la gatta. Mangia il frutto toccato dal verme. Cogli tranquillo i funghi sui quali si posano i moscerini. Pianta l’albero dove la talpa scava la terra. Costruisci la casa dove gli uccelli nidificano al caldo. Coricati e alzati con le galline – avrai il seme d’oro del giorno. Abbi ancora più verde – avrai gambe forti e cuore resistente come un leone. Nuota più spesso – ti sentirai sul terreno come un pesce nell’acqua. Guarda più spesso il cielo, non sotto i piedi – i tuoi pensieri saranno chiari e leggeri. Taci più di parlare – e nel tuo animo regnerà il silenzio, e lo spirito sarà pacifico e sereno”.

Michael Leunig

26 Dic

Michael Leunig

     Michael Leunig, nato a Melbourne il 2 giugno 1945, è un disegnatore, poeta, artista e filosofo australiano. Nella sua creazione ricorre spesso l’idea di un proprio mondo sacro e innocente, così come ricorre l’immagine del fragile ecosistema della natura umana, nel suo rapporto col più ampio mondo naturale. La sua citazione preferita è quella del noto psicologo per l’infanzia Donald Winnicot, il quale ha detto che gli artisti sono lacerati da un “dilemma interiore”. Essi, ha detto Winnicot, hanno un “urgente bisogno di comunicare e un bisogno ancora più urgente di non essere trovati”. Leunig sa cogliere un sospiro, un pensiero e trasferirlo sulla carta. Egli penetra in tutti gli aspetti della condizione umana in modo brillante, onesto e terapeutico. Egli pensa con la mente e col cuore. Il suo lavoro è al tempo stesso semplice e serio, riflessivo e provocatorio. Si presta a diverse interpretazioni ed è stato ampiamente utilizzato in campo didattico, musicale, teatrale, spirituale e psicoterapeutico.

     Sul significato della vita Leunig dice “conosci te stesso, senti te stesso, cura te stesso, cresci te stesso, sii te stesso, esprimi te stesso”.

     Egli è assai noto anche per i suoi disegni satirici, dove vediamo figure umane con nasi enormi o con teiere sulla testa, grottescamente ricciute e molte anatre, che si muovono nel mondo fantasioso e stravagante del poeta. Frequenti sono anche le satire di fenomeni sociali, quali ad esempio la mania di Americanizzare, l’ingordigia, il consumismo. I lettori e i critici prestano particolare attenzione alle sue parodie di fatti politici, che provocano spesso accese polemiche. Nel 2008 scrisse che “gli artisti non devono mai evitare il confronto con la società o lo stato.” Nel 2003 si oppose all’invasione dell’Iraq. Ha espresso più volte il suo disaccordo col governo d’Israele e ha condannato apertamente l’assassinio dello sceicco Ahmed Yassin, l’occupazione di Gaza, e per questo è stato ingiustamente accusato di antisemitismo. Nell 2006 ha scritto: “Una mia amica ebrea, scampata all’Olocausto, dice che non potrebbe mai vivere in Israele, perché lo considera una stato totalitario.”

     Per dare un’esempio del suo stile satirico ecco una strofa dove descrive una mamma così occupata a far scorrere il suo cellulare in Instagram, da non accorgersi che il bambino è caduto dalla carrozzina:

Scorre scorre in Instagram la mammina

e il bimbo è caduto dalla carrozzina,

egli giace a terra solo e ha sospirato:

come un telefono vorrei essere amato.

     Leunig ha ricevuto diversi prestigiosi premi. Dal 1974 ha pubblicato più  di 30 libri, molti dei quali di poesie con le sue illustrazioni. Nel 1999 è stato dichiarato “tesoro vivente australiano” dall’Ente “Patrimonio Nazionale dell’Australia.

Poesie di Michael Leunig tradotte da Paolo Statuti

*  *  *

When the heart

Is cut or cracked or broken,

Do not clutch it;

Let the wound lie open.

Let the wind

From the good old sea blow in

To bathe the wound with salt,

And let it sting.

Let a stray dog lick it,

Let a bird lean in the hole and sing

A simple song like a tiny bell,

And let it ring.

* *  *

Quando il cuore

È spezzato o colpito,

Non serrarlo;

Lascialo così ferito.

Che il vento

Vi soffi dal buon vecchio mare

E bagni la ferita di sale,

E lascialo bruciare.

Lascia che un cane randagio lo lecchi,

E che un uccello sul foro intoni

Una semplice aria come campanella,

E lascia che il cuore risuoni.

*  * *

Into weariness and woe

I am bound to simply go,

Understanding less and less

Of this existential mess.

Not to stagger or to stoop

But to bear this bowl of soup

With careful steadiness and cheer;

This soup I made, this bowl so dear,

This time on earth, these bits I found,

The trembling heart, the shaky ground,

The fading light, the wistful moon,

My winding path, my wooden spoon.

*  *  *

In questo stancarmi e penare

Io sono costretto ad andare,

Non capendo un bel niente

Del caos qui esistente.

Non vacillando né piegandomi però,

Questa ciotola di zuppa reggerò

Con fermezza e allegria;

La zuppa e la ciotola – opera mia,

Il tempo sulla terra passato,

Il cuore tremante, il suolo vibrato,

La luce che cessa, la luna pensosa,

Il mio cucchiaio di legno,

La mia strada tortuosa.

SCRAPS

Little scraps of peace and quiet,

Hope, conversation, handshakes –

All in dribs and drabs.

A few crumbs of fun,

A tiny flake of beauty,

One teaspoon of enthusiasm –

Offcuts of each other.

A skerrick of community,

A bit of a kiss.

A snippet of eye contact,

A snippet of hospitality,

A snippet of patience,

A shred of honour,

A wisp of good humour,

A sample of compassion –

Leftovers, oddments,

Remnants of the glorious situation.

A fragment of God,

Not much, really.

Sorry, time’s up.

BRICIOLE

Pezzetti di pace e di quiete,

Di speranza, dialogo, strette di mano –

Un po’ alla volta.

Poche briciole di svago,

Una scaglia di bellezza,

Un cucchiaino di entusiasmo –

Scarti di ciascuno.

Una minuscola comunità,

Un briciolo di bacio.

Un po’ di sguardo,

Un po’ di ospitalità,

Un po’ di pazienza,

Un’inezia di onore,

Un pizzico di buon umore,

Un assaggio di compassione –

Avanzi, rimanenze,

Resti della gloriosa situazione.

Un frammento di Dio,

Non è molto in realtà.

Spiacente, tempo scaduto.

AUTUMN

If I get old

I’ll turn to gold

And orange, brown or red;

The wind will blow

And I’ll let go

And float out of my bed;

I’ll flutter up across the sky

Beyond this world of grief;

Away up high I’m going to fly:

A great big autumn leaf.

AUTUNNO

Se io vecchio diventerò

In oro mi trasformerò

E arancione, rosso o violetto;

Il vento prenderà a soffiare

E mi lascerò andare

Trasportato fuori dal letto;

Svolazzerò attraverso il cielo

Oltre questo mondo esiziale;

Lontano e in alto dove anelo:

Sopra un’enorme foglia autunnale.

MAGPIE

Magpie, magpie, dive on me,

Swoop down from your holy tree;

As I pass the flower bed

Stick your beak into my head.

Magpie, magpie make a hole,

Through my head into my soul:

As I pass beneath the Sun

Bring my troubled head undone.

Magpie, magpie it is spring

Is my soul a happy thing?

As I pass around the tree

Make a hole so you can see.

LA GAZZA

Gazza, gazza, gettati su di me,

Piomba giù dal tuo albero santo;

Ficca il tuo becco nel mio cranio

Mentre io ti passo accanto.

Gazza, gazza, bucami la testa,

Fino all’anima la voglio forata:

Mentre passo sotto il sole

Porto la mia testa annullata.

Gazza, gazza è primavera

È il mio cuore contento?

Mentre io ti passo accanto

Bucami per vedermi dentro.

(Trad. Paolo Statuti)