Natal’ja Petrovna Kugusheva

24 Mag

    

Natal’ja Petrovna Kuguševa nacque a Mosca il 24 settembre 1899 in una famiglia principesca che possedeva proprietà nelle province di Penza, Tambov, Tula e Ufa. Trascorse l’infanzia a Mosca, secondo le sue stesse parole, “in quartieri e case particolarmente eleganti”. Non si sa con certezza in quali circostanze cadde da bambina, lesionando la spina dorsale e restando gobba per tutta la vita.

     Nel 1917 terminò il ginnasio a Mosca e fu subito preda della vita letteraria cittadina. Lo scrittore Veniamin Kaverin la ricorda così: “Una ragazza triste e gobba con occhi insolitamente grandi, che si diceva fosse figlia di un principe – una vera poetessa”.

     Nelle memorie sui primi anni ’20, la poetessa Nina Serpinskaja ricorda il cinguettio piacevole e melodioso di Natal’ja Kuguševa, mentre un’altra poetessa e traduttrice che fu moglie di Sergej Esenin, Nadežda Vol’pin, ricorda di Natal’ja “il talento, il bel viso, i tristi occhi azzurri e una voce affascinante leggermente ovattata”.

     Conosceva Sergej Esenin, Boris Pasternak, Rjurik Ivnev, Aleksej Kručonych, Tichon Čurilin. Già nel 1918 fu ammessa nell’Unione dei Poeti Russi, e nel 1920 entrò a far parte del gruppo letterario Laboratorio Verde, esibendosi in concerti di poesia. Nello stesso anno fu membro del gruppo poetico dei ljuministi, fondato da Veniamin Kisin, Dmitrij Majzel’s e Nikolaj Reščikov.

     In quel tempo Natal’ja scrive: “Vado raramente all’Unione – mi annoia. Studio l’esperanto e mi tormenta la malinconia. Odio me stessa e mi sento male fisicamente. Perché tanti mi amano, ma la mia vita privata non trova quiete? Sento la mia mediocrità, qualunque cosa dicano di me. È come se l’anima fosse crocifissa, assetata e implorasse almeno una goccia di acqua viva…Tutto mi annoia, davvero l’intera vita passerà così? Vago da un angolo all’altro e non riesco a ritrovarmi in nessun luogo. Mi guardo allo specchio e odio il mio volto…”.

     Dalla metà degli anni ’20 le sue poesie, pubblicate fino a quel momento in poche antologie, spariscono quasi del tutto. Due libri da lei preparati per la stampa, non videro mai la luce. Solo nel 2011 è uscita in Russia la sua raccolta Giorni arrugginiti (Poesie 1919-1941), Ediz. L’Acquario. Una poesia stampata nel 1929 nella miscellanea “Villa letteraria” fu l’ultima pubblicazione della sua vita.

     Il suo primo marito fu lo scrittore autodidatta Michail Sivačov. Il matrimonio a quanto pare fu abbastanza felice, anche se non si sa molto della vita di Natal’ja in quel periodo. Rimasta vedova nel 1937, si sposò nuovamente con l’ingegnere Guido Gavrilovič Bartel, un sostenitore della cremazione e autore della monografia Funerale col fuoco. Questo secondo matrimonio fu più felice del primo, ma nell’estate del 1941, essendo Bartel tedesco, fu mandato in esilio nel Kazachistan e Natal’ja, da moglie fedele, lo seguì. Furono sistemati in un insediamento di fattorie collettive, vicino a Karaganda. Un mese dopo la poetessa scrisse a un’amica a Mosca: “Guido lavora nei campi. Riceve un chilo di pane. I soldi sono finiti… Dormiamo su un pancaccio. Non c’è un tavolo. Abbiamo comprato due sgabelli, su di uno mangiamo, ma non mi perdo d’animo. Leggo molto, soprattutto poesia, Guido ha portato con sé le opere dei migliori poeti. Ama Blok quanto me e ci rallegriamo con lui…”.

     Tuttavia, questa vita relativamente tollerabile non durò a lungo. Il 5 gennaio 1942 Bartel fu arrestato dal NKVD di Karaganda. La cartolina che la poetessa inviò a Mosca comunicando l’arresto, è piena di lacrime: “Il dolore mi uccide. Mi hanno tolto Guido e non so niente di lui…Per il momento mi faccio forza, non piango… ma non temere, lotterò con me stessa fino all’ultimo…”. Purtroppo Bartel fu condannato a 10 anni in un campo di lavoro forzato e morì nel maggio del 1943. Natal’ja lo apprese solo tre anni dopo. I suoi tentativi di tornare a Mosca furono vani. Formalmente non c’erano ostacoli, in fondo aveva seguito il marito di sua volontà, una zia di Mosca era pronta a registrarla presso di sé, ma la macchina punitiva sovietica non lasciava facilmente libera la vittima finita nei suoi ingranaggi. La poetessa restò nell’inferno del Kazachistan per ben 14 anni. Le sue lettere testimoniano la sua sofferenza: “Bisogna avere un’anima forte e resistente al fuoco per sopportare questa esistenza…A volte mi sembra che tutti siano morti e io sia rimasta sola tra la neve in enormi distese, su una piccola isola”.

     Le uniche cose che la sostennero in quegli anni furono la corrispondenza e le poesie, che dopo una lunga pausa aveva ripreso a scrivere: “Ho molte poesie e la cosa più triste è che se io muoio andranno perse. Qualcuno ci accenderà la stufa… Molte di esse sono mediocri, ma ce ne sono di abbastanza buone, mi dispiace per loro, più di ogni altra cosa nella vita”.

     Nel 1956 le permisero di tornare e si stabilì a Malojaroslavez. Terminò i suoi giorni quasi cieca in una casa di cura nella stazione di Kicino della ferrovia Gor’kij vicino Mosca, il 22 aprile 1964.

     Ho scoperto questa poetessa per puro caso. Le sue poesie mi hanno subito affascinato e invogliato a tradurle. E lasciatemi esprimere una considerazione. Le poetesse dell’epoca d’argento non sono soltanto Anna Achmatova e Marina Cvetaeva, che peraltro io adoro e ho tradotto, ce ne sono anche altre, come ad esempio Varvara Monina e soprattutto Natal’ja Kuguševa che, per ironia del destino, sono rimaste inspiegabilmente e ingiustamente nell’ombra. Un’ombra che a mio avviso dovrebbe essere rimossa, perché anche la loro creazione venga letta e studiata. Il mio piccolo contributo io l’ho dato con questo post.

PS. Per questa biografia della poetessa mi sono servito di un testo trovato in internet nel sito russo Yandex.

Poesie di Natal’ja Kugusheva tradotte da Paolo Statuti

Valzer folle

Chi può prevedere come si svolgerà la partitura

Sotto la bacchetta di un maestro folle?

Il mondo corre. Giri sempre più frenetici

E i passi si confondono, storditi dall’orchestra.

E solo stracci di valzer insopportabili,

Vibrando, sventolano come nastro incenerito,

E il mondo corre. Si strappano via le stelle,

Lo sfrenato vola nel gridare degli strumenti.

Chi può prevedere come si svolgerà la partitura,

E gli accordi del folle valzer chi li ha creati?

Il mondo corre. Giri più frenetici,

Ma i  fagotti di ferro sono i più sfrenati.

1919

In cenci di parole, come nel mantello di Amleto…

In cenci di parole, come nel mantello di Amleto.

Nascondersi e fuggire. Ma da te fuggirai?

L’autunno piange come tromba di rame

Sui tristi uccelli dei campi deserti.

E si trascinano le ronzanti ore

Sotto i dardi delle grevi piogge di foglie.

Si adagiano con uno stile denso e freddo,

Ma della loro pace il cuore si rallegra?

Mi piega il peso delle parole non dette,

E i chiari giorni non salveranno la pace.

Il vento spruzzerà con un remo dorato

Le sonore catene delle mie giornate?…

1920

Con un cesello di bronzo parlare della vita…

Con un cesello di bronzo parlare della vita,

Con una parola severa i secoli inchiodare,

Perché non l’uomo custodisca la sorte,

Ma le stelle, riflesse nelle righe.

Il nome divino dell’amato

Come offerta sgozzare sull’ara dei giorni,

E le antiche Gerusalemmi

Bruciare nel fuoco dal roveto acceso.

Pesanti volumi di storie paterne

Celare sotto le pietre di strade cittadine,

Con la celeste tuba del secolo ripeteranno

Non i fatti polverosi, ma il verso colato nel  bronzo.

Sui trionfi delle nostre anime i posteri porranno

                                                            il loro vessillo,

Porteranno l’anima, non la croce del pellegrino,

E frammenti bruciati di bibbie

Non chiameranno al tremendo giudizio divino.

Sui Cristi morti erigeranno un monumento,

E delle stelle cadute il grano il cuore beccherà,

Nel sangue e nel chiasso delle arene umane

Il pensiero una solida punta tornirà.

1921

*  *  *

Io di te scrivo. E so che queste mie righe

Un giorno qui di me faranno a meno

E saranno un libro con la copertina nera,

Un libro triste sull’amore terreno.

E ricorderai il giaco di rame settembrino

E la freschezza che odora di rose,

E il tintinnio di rame dei rami

Nelle mattine semplici e maestose.

E di me ricorderai gli occhi e le labbra,

Il mio amore e i miei guai,

Della mia anima i peccati,

E tutto scuserai, amerai e capirai.

Non morirò. Con gli occhi di questo libro

Vedrò un dolce e terribile mondo;

Sentirò dei tram lo sferragliare

E della città il ronzio profondo.

E come compagna tenera e attenta

Passerò per la tua vita intera,

E sapranno i posteri sconosciuti

Il mio amore per te com’era.

Passerà il tempo su traverse di punti neri,

Scorreranno le pagine – tempo ferrato, –

Ma di una dolce lirica più diafano è il fresco, –

Come di un vecchio vino il gusto è più stimato.

1923

Addio, amica, La sera è asciutta e chiara…

                                         A Marianna Jampol’skaja

Addio, amica. La sera è asciutta e chiara,

Le foglie arrugginite risuonano,

Annoiandosi, la musica scende dagli alberi,

E dell’orizzonte il bracciale infocato

Si è chiuso freddamente. L’ora austera

E maestosa sul mondo è giunta.

Addio, amica. Guardami negli occhi –

Lì c’è lo stesso freddo, lo stesso fuoco,

Come se tutti i secoli, tutte le vite, tutti gli amori

Io avessi assorbito in un’anima sola

E quest’anima che porto lungo la vita

In quest’ora io la consegno a te.

18 dicembre 1923

Lo stravagante

Non la vita, ma solo così:

Messi una sedia e un tavolino,

Lo stravagante si siede.

Pensieroso e a capo chino.

Respira la polvere dei libri,

Respira il silenzio, e inoltre

Soltanto il pendolo

Gli è compagno la notte.

La città batta pure ai vetri

Con lo stivale ferrato.

Le granate del maltempo

Esplodano pure con boato –

Non varcheranno le pareti.

Non giungeranno fin lì –

Lo stravagante siede da un pezzo

E resterà seduto così.

23 giugno 1926

Il poeta

Il banale strumento dei poeti lirici –

L’inchiostro con l’acqua allungato.

E un mucchio di sonetti incompiuti

Di polvere densa e grigia ammantato.

I topi classici vivono in un angolo,

Come lui affamati. E dal soffitto

Piove sul letto, ma lui è sempre

Spensierato e da Cupido trafitto.

Alle Muse e all’estrosa Cipride

Brinda il cuore come un boccale,

E scrive sulle offese amorose

Un arguto e pungente madrigale.

Quando lo spleen (al poeta ben noto)

Pende su di lui, come nebbia di Londra –

Lui lascia l’inutile luce e un’angoscia

Filosofica a un tratto lo inonda.

Rivede del mondo la saggia grandezza,

E nell’arcana quiete delle ore notturne,

Come l’uccellatore, ricorda il canto

Di un uccello e sente il moto di nubi taciturne.

Preda del presagio di un prodigio,

Dagli occhi umani protegge con cura

Lo stemma dei poeti – Rosa, Croce e Scudo,

Il Sacro Graal e dei cavalieri l’armatura.

Prologo al poema “Oggi”

Il nostro verso risuona come folle aria di tamburello,

Avendo sparse campanelle di gioia a caso.

Non importa chi ameremo nei versi,

Su chi si stenderà l’arco celeste.

Non è repressa la nostra via dall’orbita del mondo

E non ci sono confini.

Cantano le ore. I secoli cambiano i ritmi.

Non importa in quale paese nascere,

Sotto quali leggi.

Mosca. New York. Calcutta. Nizza –

Tutto ci è noto.

E noi trapasseremo coi versi, come con un ariete,

Le pareti terrene.

Ecco veniamo coi migliori doni

E con un corpo saggio.

E nelle piazze che si contendono le gole

E nei fori delle finestre

Getteremo manciate di doni preziosi

Sulla soglia della gente.

Così più forte, o verso, suona e canta, o nostro tamburello,

Col veleno di strofe sonore su qualche destino.

Guardate. Siamo arrivati. Vi abbiamo portato, o gente,

Le gioie e il dolore dei doni più preziosi.

*  *  *

Caro, mio caro, l’autunno

Il corno ha sonato forte.

Cielo e terra ha dipinto Vrubel’

E condannato a morte.

Caro, mio caro, già il sole-falco

La sua preda attende.

E la sera piume scarlatte

Per l’oracolo, solerte prende.

Caro, mio caro, il cui arco

A guardia di frecce roventi sta,

Verso quali paesi la via

L’altrui mira ci mostrerà?

Caro, mio caro, l’autunno

Ci suona un corno sventurato.

E il tamburello di rame del vento

Tra le strade ha indugiato.

Ti chiamerò in silenzio…

                                              Dedicata a R.

Ti chiamerò in silenzio. E forse

Giungerà l’ora, quando –

All’incontro a lungo atteso

Andrò, lo sguardo non chinando.

E tutte le vie saranno aperte

E forse io ricorderò,

Secondo l’antico sanscrito,

Il filo metafisico di un po’

Delle mie lontane incarnazioni

Sulla terra natale e rattristata –

Medusa, pesce, pianta

E una lucertola al sole adagiata.

C’era l’anima. Nelle caverne di notte

I primi fuochi ardevano già.

E l’uomo, uno dei primi,

Apparve nell’irsuta oscurità.

E poi, lentamente e a fatica,

L’uomo, passo dopo passo andava,

Ma a un’ora di ansia stupenda

L’anima di alzò da terra e volava.

Così l’uomo udì la voce divina

E nacque Dio sulla terra inquieta –

Da oriente condusse alla soglia

Dei Magi e dei pastori la cometa.

E saggiamente il ricordo,

Suggellato e casto,

Il cammino dall’ameba al gorilla

E dal gorilla a Cristo è rimasto.

1 giugno 1947

(C) by Paolo Statuti

Varvara Aleksandrovna Monina (1894-1943)

17 Mag

    Questa poetessa dell’epoca d’argento, praticamente sconosciuta anche agli specialisti, nacque a Mosca il 27 ottobre 1894. Si diplomò presso il ginnasio privato francese “E.E. Constant” nel 1914 ed entrò nella facoltà di Storia e Filosofia dei Corsi Superiori Femminili, ma per vari motivi, anche di salute, dovette lasciarla. La sua prima raccolta manoscritta risale al 1914 ed è intitolata Anemoni (simbolo cristiano della sofferenza. La macchia rossa sul fiore rappresenta il sangue di Cristo e la tripla foglia rappresenta la Trinità) ispirata dall’omonimo quadro del pittore polacco V.A. Kotarbinski (1849-1922), del quale la poetessa aveva una riproduzione.

     Amava particolarmente Lermontov. In gioventù era attratta dai temi del dolore e della morte. La ragione è da vedersi anche nella morte in guerra del fidanzato Jakov Gordon nel 1919. Appresa la tragica notizia Varvara disse alla  cugina e intima amica, anche lei poetessa, Olga Michalova: “Non mi ucciderò. Che melodramma sarebbe: la poetessa si è impiccata. Ma morirò, appassirò naturalmente, senza fare resistenza”. E così fu. Malata e sofferente, Varvara divenne l’ombra di se stessa.

    Non alta, esile, capigliatura vaporosa, occhi castani, un viso incantevole. Non aveva bisogno di abbellimenti. Estranea alla civetteria, poteva camminare con enormi stivali di feltro, indifferente al suo aspetto esteriore. Voce melodiosa, andatura elegante. “Cos’hai che ti rende così speciale?” – le chiedevano gli ammiratori, – “Niente, niente”, – rispondeva. Eppure era consapevole del suo fascino particolare.

    Aveva il culto del capriccio. “Io voglio fare di ogni esame un gioco. È terribile che non mi piaccia niente”.

    Era sposata con Sergej Bobrov (1889-1971), poeta, scrittore, traduttore e matematico, uno dei fondatori del futurismo russo. Con lui ebbe due figlie, Marina e Ljubov’. Il matrimonio durò diversi anni, malgrado i continui tradimenti del marito e una estrema povertà.

    Molte sue poesie sono apparse in antologie uscite nella seconda metà degli anni ’20 del secolo scorso. Esse erano bene accolte. Giudizi positivi furono espressi anche da Eduard Bagrickij (1895-1934) e Boris Pasternak (1890-1960)

    Durante la sua vita furono pubblicate le sue traduzioni delle poesie del lettone Jan Rainis (1865-1929). Ha tradotto anche i racconti di Jean Cocteau e le poesie di Charles Baudelaire.

    La cugina Olga Michalova (1898-1978), nelle sue memorie Compagni di Lettere scrive:

    …Ricordo una serata  in cui Varvara si esibì alla Casa Herzen e alcuni giudizi. “Se parlassi oggi, sarebbe puro patos”, – ha iniziato il suo commento il poeta Ezra Levontin. Il poeta e scrittore Ivan Rukavišnikov ha sottolineato i risultati formali. Qualcuno l’ha definita “la migliore poetessa dell’URSS”. Il poeta e critico Ivan Aksjonov ha trovato in Monina una indiscussa originalità, mentre Pasternak ha esclamato: “La cosa migliore di te è l’impressionismo”. Alle serate del poeta, prosatore e critico Georgij Obolduev, Varvara Monina aveva un successo personale costante. Il poeta Ivan Pul’kin ha detto: “ Ci sono molte parole calde nella poesia russa, ma questo calore è del tutto particolare”. Gli elogi, piacevoli, non le montavano la testa. Era sempre esigente con se stessa”.

    Quando iniziò la guerra non partì con le figlie, ma restò nella sua nativa Mosca, dove morì il 9 marzo 1943 di meningite tubercolare.

    Nel 2011 sono uscite a Mosca tre sue raccolte in un volume intitolato Brivido di naufragio lirico. Particolarmente apprezzata è raccolta Il grillo e la luna.

    Sfortunatamente non ho trovato nessuna sua fotografia.

Poesie di Varvara Monina tradotte da Paolo Statuti

Sia come nell’infanzia: calore e sopore…

Sia come nell’infanzia: calore e sopore,

E a guardia di fuori: la pacifica neve,

Che dissuade i ladri dal rompere il vetro,

E solo quando l’aurora spunta il sole riceve.

E di nuovo il cuore ricorderà i cantucci

E i palchetti sul pianoforte, e anche il piano,

E i sanguinari tiratori lettoni

A un tratto spariranno lontano.

Sia come nell’infanzia: i libri trascurati,

Le unghie sporche, i bucati rari,

Non sapere cos’è vivere e morire,

E chiudere, turbandosi, i diari.

luglio-agosto 1918

Delirio col Golgota

Noi non viviamo – noi litighiamo

Con Dio, con la terra, con le sparatorie,

Usando ogni gioia, ogni dolore,

Ogni sorte.

Hai confuso crudeltà e tenerezza, o Dio,

Il respiro, come argento, hai contato.

E un milite , – allora – simile a Te,

Con Te ci trafiggeva il costato.

Ma mi ricorderò di Te, morendo,

Di baciare il tuo respiro per ogni gente,

Perché a tutti la notte di fuoco

Balli sulla ruota nuovamente.

1919

Due conchiglie – le mie orecchie…

Due conchiglie – le mie orecchie,

Due coralli rosa sul petto,

Due tristi pesciolini rossi – le labbra,

E le lacrime – il sale degli amati mari.

Per me il vento ha mutato il rombo in voce

E ha vinto con una rete di fuoco,

Affinché l’uomo amasse la scorrevole figura

Della erede dei re marini.

Oh, occhi azzurri – giovane – fidanzato!

Come l’aria nella conchiglia, soffiami un verso,

Mi è dolce conoscere la musica terrena, –

Ma l’acqua era la mia patria,

La sabbia – il creatore. Con te per sempre.

E se no – che io diventi di nuovo un’onda…

1919

*  *  *

Sul sonoro corpo del pianoforte,

Dove un giaciglio di elegie è posato,

Tutto il cielo dal latrato della luna –

Dell’insonnia –  di un cane è frazionato.

Visibilmente aperto: il giardino

Nel pianto di betulle vaga,

Il giardino in rivoli, nel godimento,

Agli occhi delle ruote salta!

Visibilmente aperto: su sciocchezze,

Tenerezze, su certe mani, –

Agli occhi salta – lui stesso.

E a un tratto, cessata l’immortale

Pace, a un tratto, in movimento,

Tu tendi la mano alla prima

Tenerezza e –

                       Il mio amico

Michail Jur’evič Lermontov,

Il sogno attraversando,

Innervosito,

La pipa del Mašuk* accende.

*Montagna del Caucaso a forma di cono, ai piedi della quale sembra che  si svolse il duello mortale di Lermontov il 15 luglio 1841.

1923

Che sappiamo come, eccitata dall’odore…

Che sappiamo come, eccitata dall’odore,

L’erba cresceva. Che attraverso il lago

La primavera scorreva su quattro zampe

Di nebbie rosate. È poco per noi. Chiediamo

Ancora dirupi, avvallamenti, rami,

Cielo marino di coppe e boccali.

E mani non peggiori – no – le migliori

Per amicizia e tenerezza – le stelle del sud!

Oh, è solo nei sogni? Almeno sette giorni di mare,

Il corno Aj-Petri, il dorso del crepuscolo

A Gurzuf, cupa, vestita di bruno

(A Puškin piaceva così tanto?) – e il marmo,

Diffuso sul mare. E il fresco tremito

Del papavero della steppa. E il pensiero

Di un ramo di sughero. E il crepitio sul noce?

E la vita? La felicità? Salda. Serica.

1923

La luna, il canto del gallo e il grande deserto

Amico mio

Di oscurità e poesia –

Portello della luna –

Non lontano dalle separazioni

Della notte e del gallo.

Non semplicemente vuoto –

Amico mio,

Non tonando sull’abisso –

Amico mio,

Ma nutrendo di tuono,

Con l’ampia generosità

Dei deserti

Amico mio.

Dunque –

A domani!

Scusami.

1924

*  *  *

Butterò giù due parole con un’ala

Su cosa è caro e che più non resta,

Su cosa canta il ferro di cavallo,

Come arpa, sotto la finestra.

Su cosa in nome del cielo

Dei tuoi mari – delle notti –

Ci cantava la magica trottola –

Il grillo in scrosci di ciottoli.

Oh, il mio caro, caro grillo,

È più puro, più dolce del cuore!

Sull’asciugamano della luna –

Scivola e sii il mio cantore!

Asciugherà con un lembo di luna

Il viso spruzzato di fresco.

Ma tutto per me sono cascate –

Di silenzio grillesco.

1925

Non nei sobborghi…

Non come nei sobborghi,

Chiamando la luna dalla loggia,

Incontrando il rigido dicembre, –

Non come fanciulla – già promessa, –

Arrossire, passando

dalle guance alle labbra un sorriso!

– Ma come un rametto, incenerire

Pensierosa. Con flessibilità – rafia.

Come durezza dell’aria –

La pietra degli obelischi.

In raccoglimento, come cacciavite

La vita girerà –

E tu, tutto

Davanti a me, come succo

Sul palmo. Come quieta notizia,

Come sogno.

1925

*  *  *

O quieto scorrere del fiume,

Quando, respinte,

Le piogge ferrigne se ne vanno,

Come stretta di mano troppo evidente,

Rifiuto. Disperazione.

E altre afflizioni…

Capisci, capisci.

Tutto questo entra in un vortice:

Il suono di un ruscello

E una mano che scorre nel languore,

Placa il verso, placa.

Affinché insopportabilmente quieto,

Come scorrono le mani e un fiume,

Sia un sottile volume.

1925-1926

Neve. Casa. Cortile…

Neve. Casa. Cortile –

Blu. Di biancheria. Non oltremare.

La taccola incede. Sul tetto – un corvo

Come duro ferro.

Dall’arpa della veranda

Arrugginita – ardente – stretta

Dal profondo e levigato cortile, –

Del mio pensiero il consigliere?

Della mia altezza il consigliere?

Come fuoco di neve io dall’arpa della veranda,

Che mai

Dirai?

1926

(C) by Paolo Statuti

Potrà un giorno la Russia vivere senza essere oppressa da uno zar?

28 Apr

   In questa poesia da me tradotta del poeta russo emigrato Vladimir Smolenskij, morto a Parigi nel 1961, si sente il suo legame spirituale con la “grande prigione” delle città sovietiche, e la consapevolezza della propria “angusta libertà”. Dal suo buio al buio della patria il poeta lancia il suo grido di rovina e di speranza:

*  *  *

A volte dalla Russia,

Dal mio lontano paese,

Le voci giungono sorde,

Come dal cielo discese.

Ascolto. – Un fioco appello,

O forse un canto o un lamento…

Ma il brusio si fonde col batticuore

E le parole no, io non le sento.

Ma il senso è nelle parole? –

Io capisco tutto dal suono –

Il loro odio e tormento,

Il loro angosciato tono.

Le sento da molti anni,

(Ora più sorde di prima).

Al buio dal buio io lancio

Un grido di speranza e rovina.

E la mia voce si confonde

Con le voci delle cttà,

Sulla loro immensa prigione,

Sulla mia angusta libertà.

(19??)

Boris Ryžij

24 Apr

  

      Il poeta russo Boris Ryžij nacque a Čeljabinsk l’8 settembre 1974 da una famiglia dell’intellighenzia. Il padre era geofisico e la madre medico epidemiologo. Fin dalla tenera età il padre e la sorella Olga gli leggevano le opere di Puškin, Lermontov, Brjusov, Blok, Nekrasov.

Così il poeta ricordava gli anni della scuola superiore: «Ho frequentato una scuola come tante. Era terribile. Si ferivano a vicenda, vincevano a carte ingenti somme e così via…Studiavo con difficoltà e mia sorella scriveva per me i temi di letteratura».

   Nel periodo scolastico si occupava anche di sport e di arti marziali. Nel 1988 vinse un campionato di boxe nella sua categoria. Al tempo stesso scriveva poesie,  romanzi gialli e si interessava anche di musica. Nella decima classe incontrò Irina Kujazeva, il suo primo amore.

   Nel 1991 Boris entrò all’Accademia Mineraria e Geologica degli Urali e nello stesso anno sposò Irina. L’anno seguente ottenne il secondo posto al Festival di Poesia Studentesca. Cominciò a essere pubblicato sempre più spesso.

   A metà gennaio del 1993 Irina diede alla luce il figlio Artemio. La giovane famiglia aveva bisogno di guadagnare per mantenersi, e Boris trovò lavoro come guardiano, mentre la moglie portava a casa i progetti e li trascriveva al computer.

   Fin dalla metà degli anni ’90 il poeta si recava a Mosca e a San Pietroburgo per partecipare a festival e incontri letterari. Verso la fine del decennio incontrò per la prima volta i poeti Evghenij Rein e Evghenij Evtušenko. Rein lo definì «l’ultimo poeta del XX secolo e il poeta più talentuoso della sua generazione».

   Nel 1997 si laureò presso l’Accademia degli Urali, poi entrò in una scuola di specializzazione e ottenne un lavoro come ricercatore presso l’Istituto di Geofisica. Disse di averlo fatto per evitare il servizio militare e non lasciare la moglie e il figlio.

   Nel 1999 a San Pietroburgo uscì la prima raccolta di sue poesie dal titolo E tutto ciò…Per questa raccolta ottenne postumo il premio Palmira del Nord. A ottobre divenne membro della filiale di Ekaterinburg dell’Unione degli Scrittori Russi.

   Ha scritto più di mille poesie, molte delle quali tradotte in diverse lingue. Alcuni suoi testi sono diventati canzoni di successo.

   Il’ja Falikov nel suo libro su Boris Ryžij ha scritto che nel periodo marzo-aprile del 2001, il poeta era depresso e il medico gli aveva prescritto nuovi medicinali. Immagino che il poeta fosse molto depresso, fino al punto di togliersi la vita impiccandosi, la mattina del 7 maggio dello stesso anno. Lasciò scritto: «Ho amato tutti. Tranne gli sciocchi». Aveva solo 26 anni!

   Evghenij Rein ha detto che la sua morte è stata «una tragedia pari al suicidio di Majakovskij, Esenin e Cvetaeva». Secondo Evghenij Evtušenko, «già quando aveva 21 anni, Boris Ryžij aveva predetto la sua morte. E benché egli parlasse di un’altra persona, era chiaro che si riferisse a se stesso. Egli, per sua disgrazia, non ha incontrato sulla sua strada Boris Pasternak, che avrebbe potuto consigliarlo, come fece con me nel 1960, di non predire in nessun modo nei versi la propria tragica fine, poiché la forza della parola è tale, da spingere inevitabilmente i poeti verso una pallottola o un nodo scorsoio…».

   Sulla lapide della tomba del poeta sono incisi gli ultimi versi della sua poesia Dall’album di fotografie, scritta nel 1998:

Anima mia, nel fuoco e nel fumo,

lungo un sentiero azzurro-blu,

mia cara, verso i tuoi cari vola.

   Ahimé, quante pallottole nei petti e quanti nodi scorsoi nei colli dei poeti russi! Erano loro ad amare la morte o la morte ad amare loro? Purtroppo sono vere ambedue le cose…

Poesie di Boris Ryžij tradotte da Paolo Statuti

Irrompe, interrompendo Bach

…Irrompe, interrompendo Bach,

non la biasimo – sottile è la parete mia.

Musica da galera, né amarezza, né paura,

solo ignoranza, sciocchezze, malinconia.

Pazza, sfacciata, come se la morte non ci fosse,

ragazza appiccicosa, gli occhi come due zeri.

…A che mi servono i concerti di Brandeburgo

e perché questa vita? Oh, come saperlo vorrei!

1996

Sopra le case

Sopra le case, le case, le case

pendono nuvole blu –

e rimarranno con noi

per secoli, secoli e ancora più.

Solo vapore, solo bianco nell’azzurro

sul suolo di pietre gremito…

non periremo mai da nessuna parte,

noi più solidi e più teneri del granito.

Che i nostri gusci periscano

con la geometria della vita terrestre –

guardati intorno, baciami sulle labbra,

dammi la mano e con me resta.

E quando noi ci lasceremo,

sulle tue ali porta tu

solo vapore, solo bianco nell’azzurro,

azzurro e bianco nel blu…

1996

Non alzarti, lo copro io

Non alzarti, lo copro io, dormi,

finché la stella autunnale

sulla tua testa risplende

e i fili umidi sembrano cicale.

Accompagnano il silenzio col suono,

ma è un silenzio con un senso preciso,

come se da qualche parte capissero

che il destino di qualcuno è già deciso.

Prolungando questo suono, di nuovo

accorciandolo, sai che la musica esiste,

puoi isolarti, aggiungere una parola,

puoi cantare di te in modo triste.

Della stella autunnale, della strada,

del cielo azzurro e vuoto,

di una zingara che va in prigione,

degli occhi neri di un viso ignoto.

E gli occhi chiusi di Artemio

sognano che io per sempre

sono venuto e non lascerò la casa …

E la stella autunnale risplende.

1998

Alla finestra sullo sfondo del tramonto

Alla finestra sullo sfondo del tramonto

un schifezza gialla germogliava.

Nell’alloggio del grassificio

una certa N., tra gli altri, abitava.

In stato di leggera sbornia,

io le donavo ogni tipo di rosa.

Spogliandomi, lasciando le scarpe,

parlavo tanto per dire qualcosa.

Dalle labbra rosse usciva una volgarità,

il sopracciglio vibrare vedevo.

È imbarazzante per me parlarne,

ma sempre le poesie le leggevo.

Le leggevo sulla vita del poeta,

della sua morte facendo menzione.

E per questo, per questo, per questo

questa N. mi baciava con passione.

Mi baciava e mi amava tanto,

versava il vino con piacere.

Parlava ridendo di cose tristi.

Mikhalkova i film amava vedere.

Da solo mi sono messo in cammino,

barcollavo un po’, un motore frenava.

Vicino al cimitero, al circo, alla prigione,

un idiota in silenzio mi portava.

E, chiesta una sigaretta, ero triste

perché, quale che fosse l’amore,

io un giorno qui non verrò più.

E lei mi aspettava con tale ardore.

1999

Mi manca la tenerezza nei versi

Mi manca la tenerezza nei versi,

e voglio che essa sia evidente,

come inevitabile o come noncuranza.

E io ti bacio precipitosamente.

O mia stupida musa!

Tu, girandoti, nascondi il pianto,

ed io urlo, per questa misera prosa

non struggendo il cuore, il viso non celando.

Come i vecchi, come gli angeli, mia cara,

vivremo soli nel mondo intero.

Alla tua guancia sto attaccato.

Tu singhiozzi, io rimo con «singhiozzato».

1999

Autunno

Le rape dal campo erano già raccolte,

bietole, patate, tutto era già ammassato.

Sullo sfondo del cielo che si distendeva

cadeva la prima neve e il cuore era turbato.

Seguivo la neve, pensando a

chissà cosa, le betulle mi seguivano.

Con l’azzurro si mescolava l’argento,

argento e azzurro si mescolavano.

1999

L’ubriachezza è passata e il mondo non è cambiato

L’ubriachezza è passata e il mondo non è cambiato.

La musica è giunta, le parole sono finite.

Un motivo si è fuso con un altro motivo.

(Una strofa molto ambiziosa.)

…ma forse non c’è bisogno di parole

per tali – quali tali? – somari…

Sotto le nuvole azzurre-blu

sto fermo e le braccia ottusamente distendo,

tutto di musica riempiendomi.

1999

Rammenti la pioggia in via Titov

Rammenti la pioggia in via Titov,

che cessò tuttavia pochi momenti

dopo le lacrime e le parole dette?

Tu questa pioggia non rammenti!

Rammenti che restammo

un’ora tra i cespugli gelati,

e svogliati ci guardavano i tram

coi loro occhi assonnati?

I tram assonnati guardavano intorno,

e l’acqua dai loro musi colava.

Cosa ancora, Irina, non so,

ma di certo una musica sonava.

Cantavano violini invisibili,

o altro che puoi immaginare,

con due amanti in un viale deserto,

la musica non può non sonare.

Starò sulla soglia un po’ di tempo,

poi per sempre salperò a un tratto,

senza musica, percorrendo la strada

che per venire qui abbiamo fatto.

E poiché il cuore non ha scordato

il tuo sguardo, bisogna anche ricordare

di dire grazie per tutto ciò che è stato,

perché non c’è niente da scusare.

2000

Non abbandonarmi

Non abbandonarmi, quando

la stella di mezzanotte brilla,

quando in strada e in casa

tutto va a meraviglia.

Senza un perché, senza ragione,

ma solo così e intanto

lasciami, quando provo dolore

va’ via, lasciami con me soltanto.

Che si svuotino i cieli.

Che i boschi abbiano un cupo colore.

Che prima di addormentarmi

io chiuda gli occhi con terrore.

Che l’angelo della morte, come in un film,

versi un veleno nel vino,

sconvolga la mia vita

e getti croci sul lino.

E tu rimani in disparte –

del ciliegio più bianca, e piano,

senza toccarmi, ridi,

tendendomi la mano.

2000

Non serve niente, neanche la gioia

Non serve niente, neanche la gioia

d’essere amato,

neanche una calda compassione,

il melo in giardino piantato.

Né tristezza di donna, né tristezza,

amarezza, vergogna che avrai.

Con una smorfia – nel fango, e non tornino

mai e poi mai.

Non portavano l’ubriaco a letto.

Ecco il mio verso:

senza di me salpate, basta

– nuvole, cielo, universo!

Lagnatevi, leggete e compatite,

scaldandovi presso un falò,

leggete ad alta voce, ridete, piangete.

Senza di me però.

Niente occorre davvero,

ogni cosa tu possa nominare:

né l’altrui giardino di mele,

né l’amore che un altro può dare,

ciò che ti sostiene dolcemente,

per non lasciarti cadere.

Meglio terribilmente, senza speranza,

meglio col muso nel fango rimanere.

2000

Preghiera di Paolo Statuti

25 Mar

Signore degli astri e dei cieli

dove regni sovrano

noi Ti preghiamo

scendi tra di noi

da’ un’occhiata in giro

c’è una tale confusione

l’uomo ha perso la ragione!

Banditi e terroristi

drogati e spacciatori

mafiosi e camorristi

ladri e sfruttatori

assassini e furfanti –

trasforma tutti in santi.

I grandi della Terra

si credono potenti

e campioni di saggezza

di’ loro che la giustizia

è verità e non furbizia.

In quanti focolari

c’è la fame più nera

e non è mai primavera

dagli il pane quotidiano

e nessuno possa dire

“meglio assai meglio morire”.

Ci sono gli arsenali –

le fornite dispense

per l’inferno della guerra

fanne un mare di concime

per i campi e di quattrini

per scuole ospedali e giardini.

E là dove si combatte

un miracolo compi:

muta granate e bombe

in fuochi d’artificio

in raffiche di fiori

e in tripudio di colori.

C’è tanta gente infine

che ha creduto nell’amore

e ormai non crede più

fagli capire o Signore

che l’amore esiste

ma fiorisce solo al calore.

Se tu farai questo per noi

Signore del Creato

sapremo che ci sei

e che ci hai salvato.

(C) by Paolo Statuti

Nikolaj Gumiljov (1886-1921): “Il tram che si è smarrito” tradotto da Paolo Statuti

22 Mar

    Oggi pubblico nella mia traduzione la poesia “Il tram che si è smarrito”, scritta da Nikolaj Gumiljov nel 1920, un anno prima della sua uccisione, perché accusato di attività antirivoluzionarie. È un’opera simbolica ricca di metafore. In essa il poeta affronta il tema della rivoluzione e della realtà post-rivoluzionaria, verso la quale aveva un atteggiamento di insoddisfazione e di timore. In tono elegiaco la poesia esprime i pensieri cupi dell’autore sulla sua epoca.

   Secondo gli studiosi, il tram indicherebbe il furore della rivoluzione, in cui il poeta si trova coinvolto a malincuore (non sa come sia saltato sul predellino). Egli implora il conducente di fermarsi, ma non è possibile arrestare la corsa sfrenata verso la stazione dove ora vendono teste morte. Sono le teste di chi ha cercato di “nuotare controcorrente”, e qui la poesia si fa profetica, prevedendo la morte del poeta un anno dopo. Mashenka è una metafora della Russia che Gumiljov considera defunta. Nelle ultime strofe egli esprime l’idea che la vera libertà arriva solo dopo la morte, quando una persona va in paradiso, “da dove la luce proviene”. L’opera si conclude con una dichiarazione d’amore rivolta alla Russia-Mashenka.

Il tram che si è smarrito

Camminavo in una strada sconosciuta

e a un tratto un corvo gridare ho udito,

e i suoni di un liuto, e tuoni lontani,

un tram davanti a me volava spedito.

Come di colpo saltai sul predellino,

fu per me un vero mistero,

nell’aria, benché in pieno giorno,

esso lasciava di fuoco un sentiero.

Correva come cupa tempesta,

nell’abisso dei tempi s’era perso…

Fermate, conduttore,

fermate la vettura, adesso.

Troppo tardi. Superato un muro,

un boschetto di palme passammo,

e attraverso la Nevà, il Nilo e la Senna

su tre ponti noi tonammo.

E balenò a un tratto al finestrino,

guardandoci con occhio insistente,

un vecchio pitocco, – di certo lo stesso

morto a Beirut l’anno precedente.

Dove sono? Così languido e turbato

il cuore battendo mi ha detto:

vedi la stazione, dove per l’India

dello Spirito puoi comprare il biglietto?

Un’insegna…le lettere insanguinate

dicono – verdure, – le ho vedute

ma invece di cavolo e navone,

ora teste morte sono vendute.

In camicia rossa, la faccia come poppa,

il boia anche a me tagliò la testa,

essa giaceva insieme alle altre,

sul fondo di una viscida cassetta.

E in un vicolo un recinto di legno,

una casa col tetto sconnesso…

Fermate, conducente,

fermate la vettura, adesso!

Mashenka, tu qui vivevi e cantavi,

per me, tuo sposo, una maglia hai ricamata,

dov’è ora la tua voce e il tuo corpo,

è mai possibile che tu sia spirata?!

Come gemevi tu nella tua stanza,

e all’Imperatrice io mi sono presentato

con una treccia incipriata

e non ti ho più incontrato.

Adesso ho capito: la nostra libertà

è solo da dove la luce proviene,

persone e ombre all’entrata dello zoo

dei pianeti stanno insieme.

E subito il vento è dolce e familiare,

e oltre il ponte in un guanto di acciaio

vola su di me la mano di un cavaliere

e due zoccoli del suo cavallo.

Come fedele fortezza dell’ortodossia,

Isacco nell’alto dei cieli è messo,

là celebrerò una funzione per la salute

di Mashenka e un requiem per me stesso.

Eppure per sempre il cuore è cupo,

Vivere duole, fatico a respirare…

Mashenka, non avrei mai creduto

di poter tanto soffrire e tanto amare.

1920

(C) by Paolo Statuti

Vladimir Orlov: “La casa sotto il tetto celeste” (Trad. Paolo Statuti)

11 Mar

“Cortigiani vil razza dannata…” (G. Verdi: Rigoletto)

Ecco come i poeti russi hanno a cuore la Pace e come possono dare a tutti una lezione di Amore!!!

Vladimir Orlov

La casa sotto il tetto celeste

Come un tetto sulla Terra –

la volta celeste.

E sotto il tetto –

fiumi, monti e foreste.

Oceani, navi,

fiori e radure.

Tutti i paesi e tutte le nazioni

e naturalmente noi due pure.

La nostra enorme casa-sfera

ruota nella celeste volta.

Sotto lo stesso tetto celeste

la nostra vita è raccolta.

La casa sotto il tetto celeste

è grande e vasta.

Per te, i vicini

e i proprietari essa basta.

Siamo responsabili

di uno stupendo bene.

Perché sul pianeta

tutto a te e a me appartiene:

i soffici fiocchi di neve,

le nubi e il torrente,

i sentieri e i fili d’erba

e l’acqua di una sorgente.

La casa ruota intorno al sole,

perché al caldo si possa stare,

perché ogni nostra finestra

esso possa soleggiare.

Per poter vivere nel mondo

senza minacce, senza improperi,

come buoni vicini di casa

o come amici veri.

 

 

 

 

Il’ja Eremburg: “Una bomba distrusse una casa…” tradotta da Paolo Statuti

9 Mar

Jl’ja Erenburg

* * *

Una bomba distrusse una casa come niente.

Fino all’alba ogni morto fu estratto.

Mentre il vento sollevava un drappo,

per un caso fortuito rimasto intatto.

Ai sogni iniziali tornarono le masserizie.

Irriconoscibile, causando apprensione,

alla luce del giorno, solenne e vago,

ci guardava un ozioso polverone.

Tutto intorno: un morto, frantumi di vetro,

cenere, pezzi di bronzo e ghisa perfino.

A un tratto vedemmo sopra un ripiano

un bicchiere con ancora un dito di vino…

Inutile dire che il porfido è resistente,

solo il verde dell’erba si salverà, lui solo,

quando tutti i secoli sono abbattuti

e le parole, come rondini, cadono al suolo!

1940

Valerij Brjusov (1873-1924) tradotto da Paolo Statuti

8 Mar

Pace ai morti!

Pace ai morti! Dormano sereni

Nel silenzio muto e tenebroso.

Su di noi splende il sole dorato,

Davanti – è in fiamme ogni maroso.

Pace ai morti! La cui memoria è sacra,

Ad ogni cuore saranno vicino.

Ma ancora fanno cenni, come un tempo,

Nel loro tenue fumo gridellino.

Pace ai morti! Essi sono arsi,

Le loro labbra un bacio ha bruciato.

Che anche noi allo stesso fine

Conduca pure un sogno insensato!

Pace ai morti! Ma non si levi

Davanti a noi l’ombra desolata!

Ciò che è stato non oscuri

Adesso l’ora infiammata!

Pace ai morti! Ma noi respiriamo,

Finché il sangue pulsa nel cuore,

Noi sentiamo i richiami della vita

E il tuo santo appello, o Amore!

Pace ai morti! anche per noi verranno

Gli ultimi istanti inesorabili,

Ma qui, finché ci resterà lo sguardo,

I nostri occhi cerchino occhi affabili!

(1914)

Il tramonto bussò alle rosse finestre…

Il tramonto bussò alle rosse finestre

E, come battendo sui tasti,

Intonò le sue arie appassionate;

E il vento con furia di violinista

Già melodie di pioggia scrosciante,

Battendo coi rami preparava.

La sinfonia di tristezza e oro,

Di fuochi e suoni un coro compatto,

Sembrava un altro istante divisa:

E il ritmo, in gara col cantante,

Un potente invisibile direttore

Con colpi di martello segnava.

Il flutto batteva negli anfratti,

Frangendo gli scogli, rozzo e ubriaco;

E tutto: i suoni dolci del tramonto,

Lo scintillio del vento, la fontana

Gorgogliante racconti di neve,

L’Oceano copriva con sordo bussare!

(C)by Paolo Statuti

Poesie russe per la pace tradotte da Paolo Statuti

6 Mar

(da: yandex, Стихи о мире)

Nel sito russo yandex ho trovato un ciclo di poesie dal titolo Стихи о мире (Poesie per la pace). Ho scelto e tradotto queste sei. Consideratelo una specie di bombardamento poetico sulle teste ottuse di coloro, ignari che anche i Russi amano la pace e sono contro la guerra. Spero cessi al più presto questa assurda e ingiustificata “caccia alle streghe e agli stregoni” russi, indice di stupidità e d’ignoranza. 

Terentij Travnik

Pro Pace

Non vi sembra sia ora di far pace,

O Slavi, di cessare tanto rancore?

Smettete di uccidervi a vicenda

E affidatevi a parole d’amore!

Anche non lottare è un’arte!

E chi mai ve la negherà?

Nelle menti giuste e sagge

Essa scorre e sempre scorrerà!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Poeta sconosciuto

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Per l’amicizia, i sorrisi e gli incontri

In retaggio ricevemmo questo pianeta.

Ci hanno detto di custodire la pace

E di far sì che la Terra fosse lieta!

Non lasceremo che finisca in cenere

Ciò che tutti chiamano bellezza.

Che sia placido il cielo sulla Terra

E sia eterna dei bimbi l’allegrezza!!!

Ol’ga Maslova

Che regni la pace

Siamo stanchi di guerre e tormenti,

Muoiono soldati e bambini innocenti,

Geme la terra se scoppiano le granate,

E piangono le madri addolorate.

Si ha voglia di gridare: «Gente,

Fermate la guerra, vivete degnamente,

Muore la natura e muore il pianeta,

Chi mai tutto questo rallegra???»

La guerra è dolore, pianto, ecatombe,

Rose e tulipani sulle fraterne tombe.

Nel mondo in fiamme, coperto di brace,

Dove infuria la guerra, nessuno ha più pace.

Io vi scongiuro, a tutti è necessario,

Vinca l’amicizia, cessi ogni sparo,

Regni per sempre una pace radiosa,

Mai più la guerra, così triste e dolorosa!!!

Elena Shalamonova

Non ci serve la guerra-sciagura

Abbiamo soldati in famiglia:

Il bisnonno, il nonno e papà mio.

C’erano dei nonni in guerra,

Dai soldati andrò anch’io.

Ma non per combattere,

Basta guerre e ammazzati!

Io proteggerò il nostro mondo –

Viva il paese dei moderati!

Sulla terra fioriscano i giardini,

Che i bambini crescano sani,

Non ci serve la guerra-sciagura,

Ma la pace – a piene mani!

Natal’ja Najdenova

Che sia la pace

Che sia la pace senza il crepitio

Dei mitra e il rombo delle cannonate,

Che nessun fumo si levi in cielo,

Che il cielo sia come d’estate,

Che i bombardieri che lo solcano

Non volino contro qualche città,

E non muoiano paesi e persone…

La pace alla Terra sempre servirà!

Michail Pljazkovskij

Perché il sole sorrida

Che le guerre spariscano per sempre,

Perché i bambini della terra intera

Dormano sereni nel loro letti,

E per loro sia sempre primavera,

Perché il sole sorrida

Riflesso nelle finestre illuminate

A tutte le persone,

A me e a te!

(C) by Paolo Statuti