Ludwig van Beethoven ha il suo “Orfeo ed Euridice”?

12 Ott

 

 

Orfeo negli Inferi

 

 

E’ noto che il mito di Orfeo ed Euridice, immortalato da Virgilio nelle Georgiche e da Ovidio nel capitolo X delle Metamorfosi, ispirò molti poeti e musicisti. Soprattutto Ovidio ha fornito ad esempio il tema per le seguenti opere: l’Orfeo ed Euridice di Christoph Willibald Gluck (1714-1787), rappresentata per la prima volta a Vienna il 5 ottobre 1762; le 12 sinfonie secondo le Metamorfosi di Ovidio, del compositore e violinista austriaco Karl Dittersdorf (1739-1799), composte nel 1785 circa; L’anima del filosofo, ossia Orfeo ed Euridice, dramma in musica in 4 (o 5) atti, composto da Joseph Haydn (1732-1809) nel 1791 e mai messo in scena. La prima rappresentazione ebbe luogo il 9 giugno 1951 al Teatro della Pergola di Firenze con Maria Callas, Boris Christov, diretta da Erich Kleiber; le Six Metamorphoses after Ovid, musicate da Benjamin Britten (1913-1976) nel 1951.

Tra questi compositori credo di poter annoverare anche Ludwig van Beethoven (1770-1827). Ciò che mi induce a farlo è il suo Concerto per pianoforte e orchestra n. 4, op. 58, composto tra il 1805 e il 1806, detto Concerto dell’allodola, con riferimento soprattutto al primo tempo Allegro moderato. Da sempre la voce cristallina di questo uccello ispira poeti, scrittori e musicisti. Shakespeare la chiamò “messaggera dell’alba”, sapendo che canta al sorgere del sole, e a lei è dedicato uno dei passi più emozionanti di Romeo e Giulietta. Charles Baudelaire invidiava all’allodola la capacità di ”spiccare il volo al mattino verso i cieli, di planare sulla vita e comprendere senza sforzo il linguaggio dei fiori e delle cose mute.”

Ma torniamo al concerto n. 4. Il secondo tempo Andante con moto è una delle composizioni più drammatiche di tutta la letteratura da concerto. La sua tensione emozionale è talmente forte e suggestiva, che involontariamente suggerisce digressioni figurative. Il poeta contemporaneo di Beethoven H. Clasing adattò a questa musica la sua poesia A Psiche (mi sarebbe piaciuto tradurla, ma purtroppo non sono riuscito a trovare né il poeta né la poesia). La tradizione vuole che Beethoven abbia composto l’Andante ispirato da un quadro che rappresentava Orfeo implorante Plutone e Persefone, sovrani degli Inferi. Quindi è solo una supposizione. Ma secondo me, con questo drammatico dialogo, condotto come un recitativo tra l’impietoso unisono degli archi e il canto supplichevole del pianoforte, dialogo che suscita una così profonda impressione, Beethoven ha voluto, senza ombra di dubbio, esprimere l’accorata supplica di Orfeo.

Quando compose questo concerto Beethoven aveva 35 anni e certamente aveva assistito a una rappresentazione dell’Orfeo ed Euridice di Gluck, restandone profondamente colpito. Inoltre conosceva bene le opere di Ovidio, comprese le Metamorfosi.

   Riporto qui il frammento della preghiera di Orfeo ai sovrani degli Inferi, , tratto dal cap. X delle Metamorfosi, nella versione di G. Paduano:

 

…”Dei del mondo sotterraneo, nel quale

cadiamo noi tutti che siamo nati mortali,

se mi è lecito, se permettete che io, lasciando

i meandri del falso, dica la verità, non sono venuto

qui per vedere il Tartaro buio, o incatenare il triplo collo

del mostro meduseo che ha per vello i serpenti;

causa del mio viaggio è la mia sposa, su cui una vipera

calpestata ha diffuso il suo veleno e ne ha troncato la

vita ancora crescente.

Avrei voluto essere in grado di sopportare e, non

negherò, l’ho tentato,

ma Amore ha vinto! E’ un dio ben noto alla luce del sole;

che lo sia anche qui, ne dubito, ma lo credo;

se non è falsa la fama dell’antico ratto,

anche voi Amore ha unito: per questi luoghi orribili,

per questo enorme Caos e i silenzi del vasto regno, vi prego,

ritessete il destino precipitoso della mia Euridice!

Tutti vi siamo dovuti e, dopo un breve indugio,

presto o tardi tutti ci affrettiamo alla stessa sede.

Qui tutti siamo diretti, questa è la casa ultima:

voi tenete il più lungo dominio sul genere umano.

Anche lei, quando avrà compiuto un giusto numero d’anni,

vi sarà sottoposta: vi chiedo di darmela in prestito e non in dono.

Se i fati mi negano la grazia per la mia sposa,

ho deciso di non tornare: godete la morte di entrambi!”

 

  Nel secondo Atto, scena prima, dell’Orfeo ed Euridice di Gluck, Orfeo, accompagnandosi con la sua lira, si appella alle entità abitatrici degli Inferi, chiedendo loro di restituirgli Euridice. Egli viene prima interrotto da orrende grida di “No!” da parte loro, ma poi gradualmente intenerite dalla dolcezza del suo canto, esse gli dischiudono i neri cardini delle porte dell’Ade. Tutto questo si sente nell’Andante con moto. Per concludere faccio un’ipotesi forse azzardata, che cioè l’intero Concerto n. 4 sia dedicato ad Orfeo ed Euridice, con il primo tempo Allegro moderato che potrebbe rappresentare la storia di Orfeo, fino alla morte di Euridice, mentre nel terzo tempo Rondò (Vivace) si potrebbe immaginare la scena che si svolge nei Campi Elisi, in cui Orfeo, estasiato dalla bellezza del luogo, attende l’arrivo di Euridice.

Molti grandi pianisti hanno interpretato questo concerto. Difficile fare una scelta, posso soltanto segnalare alcuni di loro che hanno particolarmente deliziato il mio orecchio: Clara Haskil, Claudio Arrau, Maurizio Pollini, Mitsuko Uchida, Arthur Rubinstein, Emil Gilels, Daniel Barenboin. Come sapete tutte queste esecuzioni sono facilmente reperibili in YouTube.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

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Rasul Rza

9 Ott

 

 

Rasul Rza, Nazim Hikmet e Suleyman Rustam

  

 

Razul Rza (vero nome Rasul Ibrahim oghlu Rzayev), dichiarato poeta nazionale dell’Azerbaigian nel 1960, è nato il 19 maggio 1910 nella città di Goychay. Ha studiato all’Università Comunista Transcaucasica e si è diplomato all’Istituto Cinematografico di Mosca. E’ stato ministro del suo paese per la Cinematografia (1945-48), presidente dell’Unione degli Scrittori (1938-39) e più volte membro del Soviet supremo dell’Azerbaigian. Premio Stalin nel 1951.

La sua prima poesia – Oggi uscì a Tbilisi nel 1927. Negli anni 1941-45 partecipò alla guerra come corrispondente e scrisse poesie e romanzi d’ispirazione prevalentemente patriottica. E’ autore anche di testi per bambini e di saggi. Ha tradotto nella sua lingua opere di H.W. Longfellow, G.G. Byron, Lope de Vega, P. Eluard, A. Puškin, M. Lermontov, N. Nekrasov, T. Ševčenko, A. Blok, V. Majakovskij (che esercitò una forte influenza sulle sue prime opere poetiche) e molti altri poeti.

Negli anni ’60 cominciò a scrivere con un tono più filosofico, mettendo in evidenza nei suoi romanzi il pensiero analitico, l’approccio filosofico alla vita di ogni giorno. Le sue liriche e le prose tradivano ora una concreta e sottile critica del regime sovietico, e per questo per un certo periodo gli fu proibito di scrivere. Morì a Baku il 1 aprile 1981.

Rasul Rza è considerato un innovatore nella letteratura azerbaigiana. Tutta la sua vita è stata una continua ricerca di forme e mezzi poetici sempre più perfetti. Non ha mai avuto paura di sperimentare. Era profondamente convinto che solo seguendo strade non ancora battute, dove sono frequenti non solo conquiste e scoperte, ma anche insuccessi, si può avanzare. Un chiaro esempio al riguardo è rappresentato dal ciclo di 30 poesie I colori. In esso Rasul Rza crea originali e insolite metafore, dove la bellezza dell’immagine poetica si accoppia alla profondità del pensiero filosofico. Attraverso la percezione dei differenti colori e delle loro sfumature, si arriva ad ampie generalizzazioni filosofiche. Secondo il poeta stesso, i colori attraversano la nostra vita e risvegliano il ricordo di sentimenti assopiti.

In questo ciclo il poeta consapevolmente si allontana dalla struttura e dalla composizione della poesia tradizionale, e crea modelli del tutto nuovi di espressione poetica. Egli sembra invitare il lettore a una collaborazione, rendendolo partecipe della percezione figurata della realtà. La semplicità della forma e la profondità del pensiero sono la principale caratteristica di questi Colori, un ciclo alla maniera emozionale dell’impressionismo, che il poeta Jl’ja Selvin’skij definisce “un passaggio dalla pittura alla filosofia…che oscura il fascino coloristico di Arthur Rimbaud, che ha visto i colori nelle lettere”.

Il ciclo è stato tradotto in molte lingue. Tra gli ammiratori della poesia di Rasul Rza c’è anche Nazim Hikmet, secondo il quale in quest’opera l’autore “ha superato se stesso”. Il poeta turco ha sempre seguito con grande interesse la creazione di Rasul Rza. E da parte sua, anche quest’ultimo ha sempre mostrato affetto e interesse per Nazim Hikmet. Nel ciclo in questione il colore Giallo paglierino è dedicato proprio al poeta turco.

 

“I colori” tradotti da Paolo Statuti dal russo (Traduttori: Boris Sluzki, David Samojlov, Junna Moriz, Leon Tomm, Alla Achundova)

 

Rasul Rza

I colori

Ouverture

Bianco, nero, giallo, verde, rosso,

ogni colore è il messaggero di qualcosa,

messaggero di tristezza e di speranza,

messaggero di lutto e di sogno.

Ogni colore ha un senso, ogni colore

ha un particolare contenuto.

Chi per primo ha stabilito, quando?

Chi per primo ha suggerito, quando?

Che il nero è lutto, il rosso è festa,

il giallo è odio e inimicizia?

Chissà quando, perché e chi

li ha distinti così e non diversamente.

Il rosso è il sangue,

ma anche la pietra di un anello,

e il pianto sul viso.

Il nero è il lutto e il dolore,

e l’amore – fino in fondo,

e l’inimicizia – fino in fondo.

Il bianco copre l’occhio come macchia

e può accecare chi vede.

Ma il bianco con un fiore orna la tavola

e allieta l’uomo.

Uno vede le foglie verdi verdi,

un altro rosse rosse.

Ma le foglie rimangono foglie –

pur se diventano verdi, rosse, gialle.

I colori arrivano nei nostri cuori,

simili a un vento freddo o caldo.

I canti arrivano nei nostri cuori,

I colori destano

i nostri ricordi,

i colori destano

i nostri sentimenti.

Simili a un colore freddo o caldo.

Se tu non puoi vedere di più,

un colore sarà un semplice colore.

Anche nei colori, come nella musica,

c’è un’armonia particolare.

Anche nei sentimenti, come nella musica,

c’è un’armonia particolare.

La speranza, la sofferenza, hanno un colore.

I suoni e i colori hanno riempito la Terra.

Se pensi a ciò,

frusciano le pagine dei colori,

si ravvivano i colori del mondo,

del sangue, del fuoco,

della notte e del giorno,

della lotta eterna,

del destino umano.

 

Bianco

 

Il sorriso di un bambino addormentato.

La speranza, se si può sperare.

Un favore disinteressato.

Quando un malato sente: “Non è cancro”.

E tutto ciò che crea la felicità umana…

E anche la menzogna detta per consolare.

E l’amicizia fra tutti gli uomini.

 

La gioia che danno le sfumature del bianco

 

La gioia.

L’arcobaleno.

La patria.

Il rametto di ciliegio in fiore.

La neve non ancora sciolta.

La faccia di un bambino sporca di latte

e la sua gioia quando immerge

il cucchiaino nella pappa.

I dubbi che si dissolvono come nebbia.

Lo scioglimento di un nodo.

Una bianca colomba che ha steso le ali.

E da sempre –

Le opere degne dell’uomo.

 

L’amore che danno le sfumature del bianco

 

Il significato della vita.

L’argento dello specchio dell’anima.

La chiave del cuore –

l’unica chiave del miracolo.

Ciò che non si vende e non si valuta

col denaro.

Il canto segreto di ogni anima.

Il dono della benevolenza

e del sentimento.

 

Avorio

 

L’antico pettine del nonno.

Le amare sorti dell’Africa.

La voce di un facile guadagno.

Il destino dei neri.

La leggenda delle leggende.

I sogni che si avverano.

Il profitto ricavato

con l’altrui rovina.

Le sbarre di una prigione.

Il cappio insaponato.

Il filo spinato usato come frusta.

Il pretesto per sparare agli elefanti –

inesauribile pretesto.

Il mondo della bramosia.

Le sette sfere una dentro l’altra,

scolpite in sette anni.

E nei paesi che gemono dal dolore –

i Sakina, i Salman, gli Ahmed.

 

Grigio

 

Quelli che mettono radici in ogni suolo.

Quelli di cui si dice: né agli altri, né a se stessi.

Le ombre di una folla di erranti senza volto.

La cenere della sigaretta spenta,

finita tra le dita morte.

Le rose appassite avvolte nel cellofane.

Il riso sulle labbra e la tristezza negli occhi.

Il segno gelido della solitudine

rappreso nei capelli.

Il tempo insignificante,

l’abito di un’orfana,

portato fino al totale logorio.

Una piccola goccia che cade a stento,

e riempie il calice della pazienza.

Le parole ripetute e logore

di verità correnti.

 

Argento

 

Armi antiquate, colore disarmato

e colore scoperto nel deposito della memoria.

La canizie del mio primo maestro

e la schiuma

che ha reso d’argento

l’onda.

Il nostro ricordo delle nonne e dei nonni,

di Shamil (1) e delle sue vittorie.

Lo specchio donato alla fidanzata,

il mattino

col vento, insieme col fogliame.

La canizie:

prezzo del sangue, del sudore

della stanchezza, delle notti insonni.

Un lontano

filo di fumo cinerino,

che fa sperare a un viandante il riposo.

Il peso della neve sugli alberi del nord,

tutti i toni di canuto e grigio,

il canuto che è ancora giovane,

come la testa ribelle

di una persona,

che malgrado tutto

crede nei suoi

diritti.

Ed ecco il fratello minore

dell’oro – l’argento.

 

Pistacchio

 

Il mare all’inizio della primavera.

La primavera nel dormiveglia,

il primo verde.

I becchi aperti dei pistacchi.

Le labbra di bella donne

in un ghazal (2).

Le labbra, i ghazal e una voce

vicina. E le strette foglie

del salice. E della prima giovinezza

i mille ricordi.

 

Verde

 

Pianure e montagne in primavera.

Il grano spuntato.

Il sole penetrato nella risacca dell’oceano.

 

Il picciolo della prima foglia

che ha cominciato

a crescere.

I paesaggi di Cézanne.

La lucciola del semaforo sulla linea

ferroviaria.

Un sorso d’acqua, quando la sete tormenta.

La preoccupazione di ognuno per tutti.

 

Azzurro

 

Il mare senza onde.

L’amore senza tristezze.

La profondità del cielo.

Degas e le sue “Ballerine”.

Il sole disegnato da un bambino.

La serenità negli occhi umani.

La grandezza delle anime umane.

 

Il conforto dato dalle sfumature dell’azzurro

 

La giustificazione della docilità –

la peggiore sofferenza.

La speranza che arriverà

il cammello

col carico rimasto a Tabriz.

Brandelli di azzurro del cielo

nei tetti bucati delle capanne.

Le ombre di piccoli arbusti

sull’ardente sabbia del deserto.

La velenosa dolcezza dell’illusione.

E, infine,

il pensiero, viscido come serpe: “Terribile!

Sì, ma…

Non è affare mio!”

 

Turchino

 

Il dolore di un amore lontano,

rimasto nella memoria per sempre.

Le onde del mare.

La luce di una lampada color smeraldo,

che cade spontaneamente,

come la neve, sulla parete azzurra.

La tristezza di un dito senza nome

di una povera ragazza dal viso

bello e triste,

desiderio di una piccola gemma al dito.

Baku vista da Cafar Cabbarli (3).

E soltanto due dei miliardi di occhi

generati dal mondo.

 

Giallo

 

L’onda dei campi con le spighe mature.

Il volto di una donna il cui bambino è invalido.

Gli alberi nei brandelli dorati dell’autunno.

L’ombra della fame sulle guance di un uomo.

Una manciata di metallo sonante –

per l’amore.

Il singhiozzo delle corde,

un piacevole sogno.

Il tormento degli occhi rappresi nell’attesa.

I narcisi.

Il colore di un notturno di Debussy.

I tori

che vanno ingenuamente al macello.

Due mani umane.

Il pane quotidiano.

 

Giallo paglierino

 

Desiderio delle nude pareti

tra le quali sei nato.

La verità vestita di tragico.

Nazim Hikmet (4).

Nazim nei raggi obliqui del tramonto.

Nazim col suo amore malato.

Il duello del cuore col dolore.

E nel fienile la paglia dell’orzo

che a una famiglia non basta

neanche per due giorni.

E un raggio d’inverno

che tra le nuvole

è apparso per un attimo.

Amari ricordi.

Una ferita invisibile

che brucia e brucia,

insistente, come la persuasione.

L’edera, nella quale non c’è

la volontà di attaccarsi al mondo.

La corda

già tesa

alle dita irrigidite.

Un cantore che ha smarrito il canto

e, infine,

la paglia delle spighe:

l’ultimo amore di un grande uomo

e la sua ultima tristezza.

 

Oro

 

Il breve sonno di un ergastolano.

Il segno dell’amore portato al dito.

Il bordo delle nuvole in una notte di luna.

La generosità della terra.

I girasoli di Van Gogh.

La bellezza di una frase fiorita.

Escrementi seccati nel deserto senza erba.

Un mucchio di grano.

Il bagliore dei capelli.

L’unica lacrima di un eroe.

Il vino indorato dal tempo.

Il tempo stesso.

Il trono che sonnecchia in un museo.

Il prezzo della testa di un evaso.

Il fratello maggiore dell’argento,

gemello del delitto – l’oro.

 

Fulvo

 

Un perfido coltello nella schiena.

Un braccialetto – manetta d’oro.

Il verde nel blu carico.

Il fratellastro che provoca la separazione.

Il filo di paglia di chi affoga.

La chioma di un albero nel deserto riarso.

E il fulvo

più comune –

con le braccia

e con le gambe.

 

Arancione

 

Le novelle di Sherazade.

La neve che ha sorbito i tramonti.

Una pelliccia del Chorosan.

L’afa senza corrente d’aria.

Il muggito di una mucca,

alla quale hanno tolto il vitellino.

Un gattino viziato

sulla ciotola del latte.

L’immagine della persona amata, vista

per un istante.

 

Color dattero

 

Il deserto e la carovana.

Il Corano

antico e stampato in oro di mio nonno.

La lotta delle colonie –

la sua inestinguibile fiamma.

L’arida calura sui campi di riso.

Tronchi come proboscidi di elefanti,

che nascondono in un’alta tenda

frutti succosi.

Una pena inconsolabile.

Il volto con una lacrima dimenticata.

Occhi, occhi, occhi.

 

Marrone

 

La disputa del sole con la sabbia ardente.

Il ricordo di Balzac.

Un tizzone di cuore in fiamme.

Il focolare senza più il colore e il gusto del fuoco.

Le tracce dei piedi di Gauguin a Tahiti.

Oceani di diafane lacrime.

Milioni di modeste tombe.

L’uomo, uomo, uomo

che ride, che piange, onnisciente.

 

Nero

 

Un nemico spregevole.

La paura del subcosciente.

Chi striscia per timore, non per malattia.

L’alba nel giorno dell’esecuzione.

La menzogna.

I pensieri impuri.

Oltre a questo, nel mondo troverai

molto nero in un altro senso.

Un nero, ma senza sapore di sangue.

Occhi neri, sopraccigli neri.

 

Viola

 

Il profumo della primavera in inverno.

L’ombra della neve primaverile.

Il timore d’improvvise separazioni.

Gli occhi azzurri oscurati dalla rabbia.

Il suono di una corda che si è rotta.

Una testa chinata, come una viola.

Uno stormo di gru che vola via

sulla distesa dei campi

nella foschia.

E ancora:

il gomitolo di filo di mia nonna

sul pavimento.

 

Violaceo

 

Il naso di un beone accanito.

Nel primo giorno di scuola la macchia

sul quaderno che ha fatto piangere.

L’inchiostro sulle mani di un bambino.

Le ninfee al sole su uno specchio d’acqua.

Il crepuscolo. Giardini al crepuscolo.

 

Cobalto

 

L’azzurro sotto il peso di una tristezza nera.

Una tavola riccamente imbandita.

La furia nascosta del mare.

Un lago di filo sul tappeto.

Il mesto colore di un bacio

non ricambiato.

I semicerchi di occhiaie scure.

I giuramenti di anime sleali.

 

Rosa

 

La rivoltante diffamazione degli usignoli.

La felicità che non costa molto.

L’idillio della campagna

E il citrullo che l’ha descritto.

La schiuma della birra.

Un amico grossolano e adulatore.

Le piume nell’aria di un flamingo ferito.

Omar Khayyan (5) nel pieno di un duello

col vino

(così pensano di lui gli sciocchi).

Il vino dell’alba tra la notte e il giorno.

Un grosso volume

di prosa grigio rosa.

La fragranza delle foglie.

Il vortice di una rosa dischiusa.

Il rossore delle guance per la passione e il lavoro.

E ancora:

il santo colore della timidezza.

 

Rosso chiaro

 

L’immagine indimenticabile

del fonditore

che versa il metallo nelle forme.

Il papavero che fiorisce sui monti,

E nelle case

il dono inestinguibile

di Prometeo.

Un uomo che vince la paura.

Un’idea di questo colore.

Il coltello di un malfattore.

La tragedia di Ovidio.

Una rivolta armata sotto la pioggia.

Bandiere trionfanti

in una sfilata.

La furia di un popolo

nel combattimento decisivo.

Il breve senso di una parola sincera.

E ancora:

il ricordo degli anni dell’infanzia.

Il minareto del mio villaggio.

 

La sfumatura rosso chiaro – la speranza

 

E’ la strada più breve

per la stella più lontana.

E’ il viso aperto di un uomo

e gli occhi,

pieni di fiducia nella gente.

 

Convinzioni date dalle sfumature del rosso

 

Il sentiero della speranza, della pazienza.

Grappoli saturi di sole.

Una piazza, la folla e un canto.

L’impotenza delle pallottole e della cattiveria.

Il sapore della rovina.

Il nome di uomo.

Il primo figlio di un padre

tormentato dalla coscienza.

L’amore per l’umanità.

La verità – tutta fino in fondo.

 

Porpora

 

Andavano due persone.

Hanno superato valli e montagne.

Ma non trovavano la loro strada.

La mezzanotte coprì le valli e i monti.

Quando il sole sorse all’orizzonte,

i due videro la loro strada.

 

Bordò

 

Lo scialle nuziale di mia nonna.

L’odore dello šašlyk berbero.

I ferri del cavallo Guirat (6), caldi dopo lo scontro.

Il ceppo sotto la mannaia del macellaio.

Il velo dell’alba sulla bara della notte.

Le labbra femminili.

Anche le unghie.

 

Non toccare, vernice fresca!

 

I sorrisi appiccicosi,

e le agili scimmie.

I camaleonti,

e gli applausi moderati,

leggeri…

La sabbia commestibile.

Una comoda gruccia.

La panna nera.

La fuliggine bianca.

Il saio bianco.

L’agata bianca.

Il surrogato dell’amore.

E la gente,

di seguito,

in camicie, pantaloni,

abiti e guanti di pelli diverse.

E la menzogna che sembra

verità.

Il momento in cui l’anima è vuota.

I sospiri.

Le pulci scambiate per elefanti.

Lo steccato che ha nascosto il casolare.

E tutti quelli

che si affrettano,

dai tempi remoti,

alle nozze dal funerale

e dal funerale alle nozze.

 

1960-1962

 

Note:

 

  • Shamil (1797-1871), spiritualmente e militarmente anima e capo della resistenza delle popolazioni musulmane caucasiche contro la penetrazione russa.
  • Ghazal, forma metrica molto usata nella letteratura persiana e, per suo influsso, in quella turca classica e indostana.
  • Cafar Cabbarli (1899-1934), poeta e drammaturgo azerbaigiano.
  • Nazim Hikmet (1902-1963), poeta turco.
  • Omar Khayyan, astronomo, matematico e poeta persiano, morto nel 1123 circa.
  • Guirat è il cavallo di Keroglu nell’opera in 5 atti (1937) del compositore azerbaigiano Uzeir Hadjibeyov.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

Paolo Statuti: Poesie inedite

3 Ott

 

 

Il tempo

Il tempo è il tempo:

ti prende alla gola

senza soffocarti

ti pugnala

senza ferirti

ti lusinga

e svanisce

temo il tempo

che sempre più somiglia

a un relitto arrugginito

nel profondo gelo

dell’oceano.

1981

 

Nato con la camicia

80 anni fa…

Forse sono nato con la camicia, forse…

di certo so che avevo occhi

di un azzurro inquieto –

come disse mia madre –

mani destinate a scrivere

e a dipingere,

orecchie sensibili

a parole e suoni…

 

Ora sono qui

in una camera d’ospedale,

con un orecchio sordo

che cercano di riparare,

e mi giungono ovattate

le parole del medico di turno:

“Come sente, signor Paolo?”

“Sento un fruscio di bosco,

ma non gli uccelli,

sento la brezza marina

ma non il grido dei gabbiani,

sento il mormorio del mare

ma non il fragore delle onde.

“Beh, lei può dirsi ancora fortunato” –

afferma il dottore.

 

Fuori della finestra

le nuvole scorrono pigre,

al cielo grigio

fa da tappeto

un bosco scuro,

guardo gli alberi

insolitamente immobili –

la quiete prima della tempesta?

 

I colori dell’Amore

L’Amore è giallo

come l’oro

l’Amore è verde

come il prato

l’Amore è azzurro

come il cielo

l’Amore è rosso

come il fuoco

l’Amore è nero

come una notte

senza luna

e senza stelle.

 

 

Norcia

C’era una chiesa a Norcia,

ora non c’è più –

come aggredisce questo non…più!

E’ come una ventata gelida

da una finestra aperta all’improvviso,

come un boato che gela il sorriso,

come una scossa che nel sonno

ti butta giù dal letto.

Guardo le due foto,

prima e dopo:

quella prima non mi dice niente,

quella dopo mi stringe il cuore

e mi costringe a chiudere gli occhi,

perché ora “niente” significa tutto!

 

Natale 2015

In cielo gli angeli si sgolano

per dire che il Messia è rinato,

ma sulla Terra nessuno li sente:

troppo distratti,

troppo occupati…

 

L’anima è rimasta sola

e aspetta,

non perde la speranza

d’incontrare anche un solo

caldo sguardo,

sia pure casuale,

d’incontrarlo proprio qui –

sul sentiero della vita:

un caldo sguardo

che ad amare invita.

 

Aleppo 2016

Aleppo…Aleppo…

perdona se non trovo parole

più fragorose

delle bombe lanciate su di te,

più lamentose

del pianto infantile,

più dolorose della fame,

più lugubri della morte…

Parole per descrivere

la barbarie e la crudeltà

dei tuoi carnefici,

il martirio della tua città,

che guarda ormai soltanto

con le orbite vuote

delle finestre sventrate,

nella polverosa nudità

delle sue macerie…

Ma io, Aleppo, ancora ti sento,

con un filo di voce

dalla tua bocca insanguinata

si leva un grido soffocato:

– Vergogna uomo, vergogna,

dunque per questo,

per questo sei nato?!

 

Compleanno dilemmatico

Oggi

svegliandomi ho pensato:

è un anno in più

o un anno  in meno?

Be’, dipende dal punto di vista,

ma in fin dei conti

è un anno come gli altri…

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Eppure no:

le campane, gli uccelli, il gallo,

oggi li ho sentiti più vicino –

nel cielo, nel vento, nel giardino,

mi hanno quasi stordito

gridandomi a squarciagola:

“Auguri! Auguri, caro artista!”

Li ho ringraziati con un bel sorriso,

ma nel cuore mi sono chiesto:

è un giorno lieto o un giorno mesto?

(1.6.2016)

 

La lacrima

La lacrima

è l’unità di misura della sofferenza.

Messe tutte insieme le lacrime

formano un altro mare salato

sulla superficie della Terra.

Esso non si vede ma è molto grande

e ogni giorno è alimentato

da chi soffre,

quale personale tributo

alla stupidità e crudeltà

umana.

 

Il mio angelo custode

E’ un angelo versatile:

quando dipingo

mi sceglie i colori,

quando traduco

mi suggerisce le parole,

soprattutto i sinonimi.

Quando mi trovo in pericolo

mi salva dal peggio.

Io ho bisogno di lui,

ma anche lui di me –

altrimenti sarebbe

un angelo disoccupato.

 

 

(C) by Paolo Statuti

Urszula Kozioł

2 Ott

 

Nel mio blog musashop.wordpress.com ho già pubblicato tempo fa diverse poesie della poetessa polacca Urszula Kozioł, mia carissima amica. Quelle che pubblico oggi nella mia versione sono le ultime da lei scritte nel 2017.

 

Prima del commiato

“Canto a me e alle Muse…”

(Jan Kochanowski)

 

Credo nelle cose che non si vedono

nella musica che non si sente

credo nelle parole non dette

che rimangono nell’ipotesi

e in quelle impensabili

anche se da qualche parte esistono

 

Credo nel grido del silenzio

e nella capacità di superare il limite

del tempo e del territorio

tramite un verso

che sa sollevarsi

e da una lingua a un’altra

facilmente trasferirsi con “piedi di piombo”

 

Credo che l’inesistente

mi trasformerà e illuminerà

perché io scompaia più silenziosa

da questo mondo

senza spaventare una farfalla

pensierosa sopra un fiore

(perché forse presto proprio essa

si tramuterà in me)

 

Lettere dell’alfabeto

Il mondo effettivo scompare

in mondi paralleli

io già vivo più nel virtuale

che nel reale

 

Mando lettere a nessuno

invento risposte

cerco di attingere fiducia

dal fruscio degli appunti

 

Qua e là gironzolo ed erro

nel letamaio delle parole imbrattate

prive di senso fino ad essere lettere nude

 

Come riunire queste lettere di nuovo

come riordinarle

come spostarle da parola a parola

 

La finestra

“Solitudine – a che serve la gente, cos’è il cantore per la gente?…”

(Adam Mickiewicz)

 

Gli amici sono già corsi da persone più allegre

non si sognano di chiedersi come vivo

 

I miei morti erano affiatati

io non servo loro più a niente

 

Non devo affatto ritirarmi nel deserto

per riflettere sul mio destino

 

Il mio deserto sono queste quattro pareti

la porta alla quale nessuno bussa

il telefono muto

Il mio deserto è la città piena di frastuono

essa mi ha voltato le spalle coi grattacieli

(che mi hanno tolto l’orizzonte

ancora ieri visibile dalla finestra della cucina)

 

Metamorfosi

 

Camminando mi sorprendo

a muovere le labbra muta

ma non so che cosa

ostinatamente taccio a me stessa

 

e a un tratto senza preavviso

da se stesso si svincola un verso

come dalla propria crisalide

adagio e a fatica la cicala

esce buffamente un piedino dopo l’altro

un occhio dopo l’altro

alla luce

libera dai gangli le alucce

le distende

e canta subito

a gran voce col loro aiuto

 

Tra le linee

 

Le linee del cuore e della vita

sul mio palmo

si scostano tra loro

corrono come rotaie

verso un binario morto

 

tra loro

si è stesa l’assenza delle parole

e in ciascuna separatamente

un segno di reticenze

di irriflessioni

 

tra loro un grande NIENTE

ha messo radici

 

tra loro banchi

di sabbia fittizia

 

un qualunque soffio anche il più lieve

già mi versa la polvere negli occhi

 

non posso trovare me stessa

mi sono smarrita

 

Invece di una poesia

 

Faccio passi incerti

seguendo il moto ondulato

di sparse particelle di linguaggio

e di singole lettere

trepidamente aggomitolate

ancora non messe in ordine

né in un alfabeto

né in una parola

nessuna sa ancora

con quale altra

e in quale riga deve disporsi

secondo il suggerimento

e secondo la formazione a delta

presa in cielo da oche e gru

al momento di volare via.

 

Battito d’ali

 

Già pensavo che per sempre

il cuore si fosse seccato

che attraverso questi aridi deserti

il verso vivo non passerà

un vento improvviso mi ha strappato

all’immobilità

mi sono aggrappata a una parola

per non cadere

 

adesso questa parola ha richiamato un’altra

e già entrambe insieme

chiamavano altre e altre ancora

alla fine sono riuscita a raggiungere il suolo

sotto i piedi del verso

ho toccato il fondo

e finalmente sotto i suoi piedi

ho ripreso fiato

 

               *

Le parole hanno preso il loro posto

l’ultima della prima riga

si è unita all’ultima

della terza riga

e tra loro due

si è sparsa l’assenza di parole

bianca come un velo

o piuttosto come una benda

e da sotto questo candore improvviso

si è alzato un frullo

e invisibili ali

mi battevano sugli occhi

 

                *

Le parole vorticarono

e una dopo l’altra con improvviso slancio

scomparvero in una nuvola lattea

e  ho sentito

che mi rubavano un frammento di anima

e lo portavano non si sa dove

e non si sa dove l’hanno lasciato

e di nuovo il cuore si è seccato

non so per quanto tempo

e ho sentito gli inarrestabili piedi

di un verso che svaniva

che di nuovo mi abbandonava

e – non saprò per quanto tempo –

di nuovo mi ha strappato la penna di mano

 

Ai margini del crepuscolo

 

“L’orologio batte la mezzanotte,

scompari malinconia”

(Jan Kochanowski)               

 

Sono annegata nelle lacrime

mi ha trafitta il momento nero

dell’uomo amato

non sono riuscita ad uscirne

 

mai mi sono salvata per miracolo

sono precipitata in un burrone

mi hanno perso di vista

hanno ripreso le ricerche un anno dopo

nessuno sa con quale risultato

per questo resto nel dubbio

vivo non vivo – –

 

recentemente

mi sono impigliata in un fato

si è visto che non era il mio

sono finita qui per errore

ormai non stava bene ritirarsi

non provengono da ciò questi sogni

altrui che si ripetono

e non mi appartengono? –

 

mi soprende la presenza nei miei sogni

di tante persone

mai viste prima

e anche di luoghi

di paesaggi nei quali

– che strano! – mi sento a casa mia

riconosco le strade, le case

so quale tram prendere

e per quale guado senza pericolo

passare dall’altra parte del fiume

 

i sogni bucati favoriscono

le immagini inventate

di sicuro si insinuano tra le fessure

mi stupiscono

le insolite costruzioni

nonché le vetrate in cattedrali deserte

mai essendo desta le ho incontrate così…

neanche simili persone…

 

Discuto con loro ma non so di che

corro corro

per non perdere il treno

benché mi invitino a restare

vogliono offrirmi qualcosa

forse ballare un po’ – –

 

Questo mondo parallelo chiaramente

vuole assuefarmi a sé

suscitare curiosità

anche se al tempo stesso fa tremare

perché mi è difficile conciliarmi

con lo stato così confuso della mia anima

che furtivamente da me già si allontana

verso spazi abissali

che non hanno né il lato destro

né il sinistro

né la parte bassa né quella alta

 

né il centro né l’estremità

e sono assolutamente

definitivamente incomprensibili

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Statuti: Poesie di un diciottenne

1 Ott

 

Paolo Statuti a 18 anni

                          Paolo Statuti a 18 anni

 

Tra le mie vecchie carte ingiallite ho ritrovato alcune poesie scritte quando avevo 18 anni. Con una certa emozione ho deciso di pubblicarle, non perché abbiano un particolare valore letterario, ma per soddisfare l’eventuale curiosità di qualche mio lettore/lettrice che voglia conoscere meglio il mio animo “a ritroso”, quando ero combattuto tra dubbi e speranze e avevo più di un problema esistenziale, poi felicemente risolto nel corso degli anni dalla mia “buona stella”, che mi ha sempre guidato e che spero continuerà a guidarmi fino al supremo addio alla vita mortale.

 

Il pipistrello

O pipistrello, umile e spregiato,

che vaghi sovrano nella notte,

tu emani un fascino strano.

Avanzi, arretri, avanzi –

frenetica danza volante,

ti guardo, ti ammiro, ti chiamo.

ma fuggi lontano…lontano.

 

La fontanella

Fontanella, sei rimasta sola!

Ora tutti dormono, è tardi.

Ma tu scorri scorri e canti;

Fontanella, tu non dormi?

Oh, suvvia, rispondi!

Ma tu scorri scorri e canti.

 

Meditazione

O verde paradiso

sconosciuti tesori ammiro

ovunque io vaghi

muto essere perduto

nell’infinito mare della vita.

 

Ho sognato di avere le ali

Ho sognato di avere le ali

e nel cielo tendevo la mano

verso il sole, la luna, le stelle,

mentre mille graziose fiammelle

mi giravano intorno –

ma era sogno, nient’altro che sogno.

E guardavo e ridevo,

ero lieto e beato,

ma era sogno, nient’altro che sogno.

Dalla culla qualcuno mi ha dato

di gioire soltanto nel sonno.

 

Autunno

Un fresco venticello accarezza l’anima

e stacca dai rami lamine d’oro;

intorno – un lungo rincorrersi,

un muoversi disordinato,

un allegro girotondo di foglie.

Dappertutto splendore di vivi colori.

Un venticello scherzoso

accarezza l’anima,

risveglia una gioia nascosta,

suscita un senso di pace

e di soave abbandono.

 

Un giorno andrò

Un giorno andrò

oltre le pallide scogliere

ad abitare l’isola dei sogni.

Un giorno me ne andrò

lontano da qui,

e quando il mondo avrò girato

qualcuno chiederà: che fai?

non vedi quanta melma hai calpestato?

Sei tutto lordo, puzzi e non lo sai.

Allora tornerò sui passi miei,

finché la riva del mare avrò trovato;

là l’onda mi cullerà,

mentre le pallide scogliere

splenderanno al sole,

e dal grande mare azzurro

fino alle verdi sponde

si leveranno mille canti al cielo

e tutto sarà pace e melodia

intorno a me,

nell’isoletta mia.

 

Tempo di pioggia

Nuvole nere

gravano sulle case,

sulle strade…

un senso di disagio

regna nell’aria,

il pensiero che qualcosa accade;

improvviso uno scroscio

cade dal cielo:

luccichio dell’asfalto,

odore di terra bagnata,

grigiore di vita: piove.

 

E’ tardi! è tardi!

Ah, il sole com’è bello,

risplende e m’inondano il viso

i raggi suoi lucenti.

O sera, tarda un po’ a venire;

voglio vedere ancora la luce

prima di morire,

voglio vedere le tenebre

fuggire dinanzi al bagliore,

prima che mi divorino il cuore,

e giù giù nell’infinito abisso

mi trascinino per sempre.

Ah! il triste fato che ci fa perire.

Perché?

Perché non restare avvinti

a questa sacra terra

a godere per sempre le sue bellezze,

ad ascoltare il canto delle sue voci

ardenti di passione,

e addormentarsi presso limpide sorgenti

al dolce suono di una canzone?

 

E’ tardi! è tardi!

Si fa scuro, amici,

restate qui,

impedite alle tenebre di accostarsi;

vi amo, amo ogni cosa,

e sopra ogni cosa

questo sole che già si spegne

là nel cielo,

mentre sulle pupille stanche,

lento si stende

il velo che non mente.

 

E’ tardi! è tardi!

già sento le campane sonare tristi

e il vento soffiare impetuoso

intorno al mio letto.

 

E’ tardi! è tardi!

non odo più…non vedo più…

non soffro più…addio!

 

La lucciola

Luccioletta tra le foglie

fresche e umide della sera,

tu porti un po’ di luce ancora;

e non ti stanchi di girare

nel tuo mondo

fatto di piccole cose scure.

Luccioletta, non aver timore,

vola quanto più puoi,

ché breve è la tua vita.

Io ti sto vicino,

ti seguo senza far rumore,

ti guardo e non oso toccarti,

ho paura che la luce si spenga,

ho paura di restare solo per sempre;

luccioletta tra le foglie

fresche e umide della sera.

 

Presso i ruderi del Palatino

Il disco lunare lassù

tra i neri cipressi

veglia sulla quiete solenne

delle antiche vestigia romane.

Vaghe ombre erranti

in un mondo di caos,

tali sembrate, o ruderi

cari alla memoria,

sembianze di un mondo perduto.

Voi rammentate il tempo degli avi

e vi ergete a giudici severi

di un mondo in rovina.

Voi rimpiangete le antiche glorie.

Il mio cuore si unisce a voi

in un supremo grido di speranza:

che torni l’antica virtù

tra le care vestigia romane.

 

Alla luna

O luna così lontana e così vicina

che passi triste e sola

lassù nel cielo di trina,

dimmi che cosa vedi

dalla celeste sede

dagli dei a te destinata:

vedi la mesta storia

e il peregrin servaggio

delle umane genti,

vedi la vaga luce tua diffusa

sulla notte fredda e oscura,

vedi la nebbia lieve

che pian piano ti avvolge,

finché la vista mia

più non ti ravvisa.

O luna ascolta la mia preghiera,

aiutami a portare

il peso greve della vita,

fino al giorno in cui mi sarà dato

di volare lassù

a farti compagnia.

 

Bacco

Bacco frizza e brilla lieto

balla e ride divertito

beve beve e mai non crolla

tutti esorta a farsi un litro.

Regna Bacco dio del vino

sulla massa dei beoni

Ah! che gioia che piacere

bere bere bere bere

ridon tutti fanno festa

gira un poco alfin la testa

ma non fateci attenzione

dice Bacco che è il più saggio:

ecco alfine un’occasione

per cacciar la delusione

la tristezza e l’allergia

oggi regna l’allegria

chi non beve fugga via

non c’è posto per gli astemi

non c’è vino per gli scemi

qui c’è Bacco e così sia.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

Joanna Kulmowa

25 Set

 

 

  

 

Joanna Maria Kulmowa è nata a Łódź il 25 marzo 1928. Della sua infanzia parla con tenerezza, anche se afferma che essa avrebbe avuto un corso più felice se “lei fosse stata meno piagnucolona”. Si ricorda come anima solitaria, amante della natura e “bambina eternamente sconsolata”. Trascorse gli anni della guerra prima a Varsavia e poi a Milanówek. Nel 1945 tornò a Łódź. Sognava la carriera teatrale. Conseguito il diploma all’Accademia d’Arte Drammatica nel 1952, studiò regia all’Accademia Teatrale di Varsavia fino al 1955. Nel 1954 la censura le impedisce di pubblicare i suoi testi. Per puro miracolo non viene espulsa dalla scuola superiore per avere eseguito i canti di Natale durante il campeggio invernale studentesco. Un’altra volta viene redarguita da membri del partito, per aver recitato all’Accademia la poesia A un uomo semplice di Julian Tuwim (v. nella mia versione in musashop.wordpress.com).

Durante gli studi lavorò come aiuto regista nei teatri Contemporaneo e Nazionale e come regista nel Teatro Polacco di Poznań e nel Teatro di Danzica. All’inizio degli anni ’60 fondò col musicologo Stefan Sutkowski la Sala da Camera presso la Filarmonica Nazionale.

Come lei stessa ricorda, cominciò a scrivere versi quasi per gioco, quando dettò una poesiola per la nonna malata; la dettò, perché ancora non sapeva scrivere. La sua prima composizione poetica uscì nel 1945 sulla rivista di Łódź L’Amico con il titolo Storiella di un moscerino che nella minestra nuotava. Ma lei considera come suo vero debutto poetico gli Appunti di Zakopane dedicati a Tuwim (Nuova cultura, 1954).

Nel 1952 conobbe il suo futuro marito Jan Kulma, regista, filosofo e musicista. La Kulmowa ricorda: “Facevamo passeggiate nel parco e poi esse si trasformarono in relazione amorosa”. Oltre alla comune passione per il teatro,  li univa l’attaccamento allo stesso libro: Il vento tra i salici di Kenneth Grahame, nell’infanzia lui era stato il Tasso e la piccola Joanna il Topo.

Nel 1961 i due coniugi si trasferirono nella campagna di Strumiany, nei pressi di Szczecin. La Kulmowa scrive: “Io amavo il bosco, Jan cercava silenzio e tranquillità per la sua filosofia”. Descrisse così questo periodo della sua vita nel libro Passeggiate a Strumiany: “Anche 35 anni di permanenza in un luogo sono una passeggiata, se non nello spazio – nel tempo. Nel 1968 rischiarono la confisca della loro casa, quando la poetessa si rifiutò di sottoscrivere la decisione del partito di espellere dall’Unione dei Letterati Polacchi lo storico e saggista Paweł Jasienica e lo scrittore e compositore Stefan Kisielecki. Nel 1996 Joanna e Jan lasciarono Strumiany e si trasferirono a Varsavia, donando alla Biblioteca dell’Università di Szczecin molti preziosi ricordi: libri, quadri, mobili antichi.

Nel periodo dello stato di guerra prese parte col marito al boicottaggio degli attori e per questo persero l’unica fonte di sostentamento – la regia. Allora Jan trovò lavoro presso il suo parroco come organista. Negli anni 1996-1998 Joanna Kulmowa fu presidente della Associazione degli Scrittori Polacchi.

La sua creazione comprende 24 raccolte di poesie, in gran parte per bambini,

più di 20 testi drammatici e radiofonici  e 5 libri di prosa, tra i quali ricordiamo i romanzi metafisici e ricchi di fantasia poetica Arri, Leocadia! (1965) e La stazione “Mai nella vita” (1967), nei quali esprime ai giovani lettori le sue riflessioni sui contenuti fondamentali dell’esistenza umana e sugli aspetti del mondo contemporaneo. Ma i numeri non rendono la ricchezza del suo linguaggio, la straordinaria semplicità e originalità, né il lirismo, il calore e l’arguzia di Joanna Kulmowa. Scrive Jan Miodek, linguista e professore di scienze umanistiche: “Con assoluta certezza annovero Joanna Kulmowa tra i maggiori maestri polacchi della parola, per la sua ricerca di parole uniche, irripetibili, autentiche. Tutta la sua creazione poetica è come un lavoro artigianale che il poeta deve eseguire abilmente, proprio come un artigiano”.

Tra le poesie per adulti ricordiamo in particolare: Poesie scelte (1988), Il mio supplemento (1990), Richiesta d’infinito (2015), 37 Joanna Kulmowa (2017). In essi la poetessa cerca di conoscere l’Inconoscibile, di esprimere l’Inesprimibile e di toccare l’Intangibile.

Come autrice per l’infanzia Joanna Kulmowa è definita dai critici la Astrid Lindgren polacca. In quasi ogni sua opera la scrittrice esalta la vita e la forza dell’immaginazione, incantata dal mondo naturale e cercando in esso le impronte divine. In uno dei suoi libri scrive: “Io fin dall’inizio sentivo, e poi sapevo, che la mia vita sarebbe stata una lunga serie di miracoli, e ogni giorno mi sveglio con un presentimento metafisico, e ogni sera mi addormento con la stessa fede infantile che domani accadrà qualcosa di straordinario. E ciò accade! Continuamente faccio la conoscenza di persone non comuni, prendo parte ad avvenimenti inattesi”.

Nel 1968 in una sua lettera allo scrittore Kornel Filipowicz, Wisława Szymborska scriveva a proposito di Joanna Kulmowa: “…una mia cara amica e una poetessa grossolanamente sottovalutata”. Oggi questa scrittrice e poetessa è giustamente apprezzata non solo in Polonia per i suoi notevoli meriti letterari, e può vantare il titolo di “first lady” polacca nel campo della letteratura per l’infanzia e per la gioventù. Ha ricevuto diversi prestigiosi premi e riconoscimenti, e le sue opere sono tradotte in molte lingue.

 

Poesie di Joanna Kulmowa tradotte da Paolo Statuti

 

Chagall

La fidanzata, la fidanzata,

guarda, l’asinello raglia sul prato.

Io non andrò, là tre candele,

tre angeli che cadono.

 

Non aspettiamo neanche un istante,

il cielo intreccia corone di pioggia.

Qui si soffoca per troppe farfalle.

Tu ancora vivi? Ancora vivo.

 

Il fidanzato, il fidanzato,

per me suona il morto Herszel.

Cose terribili in questo villaggio.

Tu ancora vivi? Ancora vivo.

 

Va’ in cielo. Là riposerai.

Solo non guardare. Non pensare.

Voleremo di sbieco, di sbieco,

finché non ci troveremo mai.

 

1959

 

L’infallibile opinione

Oltreoceano in Pennsylwania

lontano da qui eccome!

un tale lasciò in deposito

la sua infallibile opinione.

L’assicurò per una somma ingente

foderandola con dodici tele

poi chissà dove se ne andò.

Si smarrì e non tornò.

Ma l’infallibile opinione trapelava

ed era più insidiosa della lebbra

e scoppiò a un tratto in Pennsylvania

un’epidemia d’infallibili opinioni.

I virus a tiro rapido e precisi

correvano in città come vento velenoso

che diventò davvero mortale

e per molti indecisi fu l’eterno riposo.

Di certo sarebbe morta tutta la nazione

per via di quell’appestamento –

ma qualcuno finalmente alla buon’ora

scoprì la fonte di quel funesto evento.

Se non avesse buttato via quell’opinione

non sarebbe rimasta pietra su pietra.

Grazie a Dio l’infallibilità va in malora.

Anche con l’assicurazione.

 

1967

 

 

Lazzaro

 

Cos’è?

Una rappresentazione?

Perché io mi strappi di dosso il sudario?

“Guardate come scompare la rigidità cadaverica!”

E voi

sapete freddarvi?

Sapete che significa inerzia?

 

Già in polvere lentamente mi mutavo –

questo dalla polvere di nuovo mi forma.

Non voglio i vostri occhi sgranati.

Ridatemi il sudario.

 

Per questo morire nel sudore della fronte,

per questo faticare mortalmente,

per burlarsi di me?

 

Ecco come si tratta Lazzaro

per la vostra gioia.

Pietosamente lo risuscita dai morti.

Crudelmente lo fa morire due volte.

 

1988

 

Le poesie

 

Le sospetto di pochezza e imponderabilità

mi sospetto di logorrea

grondante al pensiero di mordere il mondo.

 

Non me ne vogliono per questo

accettano di essere la mia saliva

sono disposte a farlo.

 

Saltano fuori dalla bocca

con la formula magica di una lepre

volgendo la lingua in metafora

chiudendo una rondine in una gabbia di tre sillabe.

 

Sgambetto nella mia breve distanza coi piedini dei versi.

 

Mi affretto.

Tengono il passo con me.

Tengono il passo con le mie parole.

 

1988

 

Giuda

 

Ho creduto alle parole e ai miracoli,

non sapevo fare niente, tranne aver fiducia.

Allora Lui mi chiamò: – Giuda,

tu mi ami più sinceramente degli altri.

 

Posò una mano sulla mia testa,

dicendo attraverso il calore e il tatto:

– Ho scelto te, perché sei un UOMO,

Ascolta, ascolta, tu bello di bruttezza.

– Ricorda, da te voglio questo:

aprimi la via del martirio,

non secondo me, ma contro di me

tu devi fare la tua scelta.

 

E la morte del Tuo corpo,

è il Tuo trionfo e il mio  peccato.

Per cosa ho ascoltato la Tua dottrina,

ah, io devoto, piccolo uomo innamorato?

 

Dunque cedere alle Tue esigenze

significa il proprio essere degradare?

Dovevo pur uccidere, perché tu potessi,

o Idea, tramite me te stessa diventare!

 

1988

 

Lettera ad Andersen

 

Io la ringrazio

signor Hans Christian

per le favole molto infantili.

 

Per lo spazzacamino che amava la pastora.

Per l’usignolo –

perché aveva un cuore vivo.

Per il vetrino della regina della Neve.

E per la triste sorte del soldatino di stagno.

Per la principessa sul chicco di pisello.

 

Per l’Ombra

che dappertutto mi accompagna.

E per ogni brutto anatroccolo

il quale adesso sa

che diventerà

un cigno.

 

La polvere

 

E io amo la polvere.

Amo la polvere

e basta.

 

Perché quando il sole entra nella stanza

accende granellini danzanti

e balleranno così bene senza musica

i dorati fili

le dorate scintille

i dorati dorati puntini.

E quando si coprirà di polvere il ripiano

si possono con un dito fare righe e cerchietti

e una navicella disegnare e le onde

e andare su di esse quanto più lontano

fino al paese sul tavolo

dov’è la polvere dorata sul campo

e sulla strada dorate nubi danzanti.

 

E in quet’oro

il sole tramonta.

 

Non crescere troppo per il sogno

 

Sembra che per questo si cresce troppo,

che il tempo cambia più del bisogno,

Tu non cambiare, rimani così,

non crescere troppo per il sogno.

 

Anche se non ti ci trovavi bene,

anche se con esso stavi male,

cambialo un poco, un tantino,

ma non gettarlo a mare.

 

Diranno che sei ancora bambino,

forse ti rifaranno il verso,

ma tu non badare a loro,

sii così come sei, non diverso.

 

E anche se non riuscissi a cavartela

nel mondo che cambia più del bisogno,

non preoccuparti, resta come sei,

non crescere troppo per il sogno.

 

 

Come sono

 

Come sono?

A volte alta alta

lacero le nubi coi rami della testa

di aghi

e di scorza di pino mi vesto.

 

A volte

piccola piccolina

una coccinella davvero

sotto gli arbusti di mirtilli giro

e penso che sia il bosco intero.

 

A volte

sono una fiamma, un lago ardente

canto

odoro di falò.

 

A volte sono

un mare verde chiaro.

Negli occhi isole lontane e vicine.

 

E a volte ancora –

il più volentieri il più spesso –

sono come il cielo stesso

il più vasto

che abbraccia tutto ed è ovunque.

 

Nella notte aperta con la chiave di violino

 

O Dio che hai creato gli usignoli senza peccato

e il silenzio della notte per loro nelle fronde

perdonaci per lo stridio dei megafoni

per il torrente inquinato

e per non essere degni di questo mondo.

 

Per aver tutto intorbidito

stordito

logorato

e per tacere solo quando morti

perdonaci.

 

Lasciaci sulla nota dell’usignolo

quando il silenzio sull’acqua trilla e cinguetta.

Fa’ che io di nuovo impari il vento la pioggia la quiete

nella notte per l’eternità aperta

dalla chiave di violino

dell’usignolo.

 

2015

 

*  *  *

 

Si è stretto un poeta a una nuvola.

Il mondo chiassoso passa accanto.

Si è stretto il poeta si è smarrito.

Sta la gente ai bordi e niente vede

stupida.

 

Istupidite stanno le auto

i tram.

E sulla città il frastuono tace cessa.

La città tace in sé oltre se stessa.

 

Una nuvola soltanto c’è

non più in alto

non più lontana.

 

E nella nuvola brilla

la  p a r o l a.

 

2017

 

Pensi a me

 

Sono passati inverno primavera estate autunno

e tu pensi a me

o mio bosco lontano.

 

Quando le api ronzano sui gelsomini

tu pensi a me

con la resina dei pini.

 

Quando il faggio arrossisce

tu pensi a me

con il rosso che marcisce.

 

Quando la quercia nuda le foglie indossa

tu pensi a me

con amarezza e con forza.

 

Dovunque la morte mi porterà

sarò con te

sarò te

o bosco.

 

2017

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Tytus Czyżewski

15 Set

 

 

Leon Chwistek: Ritratto di Tytus Czyżewski

 

Tytus Czyżewski: Nudo con gatto

 

Tytus Czyżewski: Natura morta

Tytus Czyżewski, poeta, pittore, critico d’arte, drammaturgo, nacque nel 1880 nei pressi di Limanowa. Studiò all’Accademia di Belle Arti di Cracovia. Negli anni 1907-1909 e 1910-1912 soggiornò a Parigi, dove restò affascinato dalla pittura di Cézanne e dal cubismo. Nel 1914 si stabilì a Cracovia. Nel 1917 aderì al gruppo degli Espressionisti polacchi, che nel 1919 prese il nome di Formisti e svolse un ruolo di primo piano nella storia dell’avanguardia polacca. Con Leon Chwistek e Karol Winkler diresse la rivista “I Formisti”, dove pubblicava articoli e poesie. Prese parte ai primi incontri dei futuristi polacchi e contribuì alla creazione dei club futuristi di Cracovia “L’organetto” e “La noce moscata”. Nel 1922 partì per Parigi e lavorò presso l’Ambasciata polacca. Viaggiò molto, visitando anche Francia, Spagna e Italia. Nel 1930 si stabilì a Varsavia. Dal 1934 fece parte della redazione della “Voce degli Artisti”. Durante l’occupazione tedesca scrisse la raccolta di poesie “L’antidoto”, che andò perduta durante l’Insurrezione di Varsavia. Morì a Cracovia il 6 maggio 1945. Nelle prime raccolte poetiche “L’occhio verde” e “Notte-giorno” Czyżewski espose le idee del futurismo e dadaismo, manifestando la sua passione per la natura, gli istinti biologici e la civiltà delle metropoli. Con l’andare del tempo nelle sue opere acquistò sempre più spazio il folclore polacco ed europeo. Il suo interesse per lo spirito popolare è evidente anche nella sua ultima raccolta di versi “Lajkonik nelle nuvole” (1936), da cui è tratta la “Poesia sulla pittura”. La poesia di Czyżewski, così come anche la sua pittura, si ispirano alle correnti di avanguardia nell’arte degli inizi del XX secolo. La sua creazione letteraria e artistica costituisce un ricco e coerente insieme.

 

 

Tytus Czyżewski

 

Poesia sulla pittura

“Tutta la pittura – dai dipinti

greci a Pompei, fino a Cortot

passando per Poussin, è come

se fosse uscita dalla stessa

“tavolozza”.

                                                     Auguste Renoir (“Pensieri”)

 

A Pompei ho visto gli affreschi

nella Villa dei Misteri.

Là i fondi viola sono in armonia

Col nero dei capelli

Con la luce color rosa opaco

Dei perlacei corpi femminili.

La pittura è armonia

Di raffinate gamme di colori,

Che vivono negli occhi del pittore

Come vive una nuvola in cielo,

Come riflesso di un giglio rosa pallido

Nell’acqua azzurra di uno stagno,

Come vive la luce di un’ala di farfalla

Sul fondo di un azzurro scuro

D’un cielo sereno

La pittura è diletto musicale

Dei toni più rari, più semplici

Con cui il pittore crea l’immagine del mondo.

Congiunge sulla superficie della tela

Le più rare, più semplici armonie

Così come

Le congiunge nella sua possente

Ricchezza

L’armonia della natura

Impenetrabile per l’uomo.

E il pittore i suoni, i toni e la forma

Sceglie

Dal ricco giardino di fiori

E crea un mondo nuovo

Sulla sua tela

Il mondo dell’armonia interiore

Che sente e che

Vive in lui.

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

(C) by Paolo Statuti