Poesia e pittura

2 Lug

Poesia e pittura

 

Recentemente ho acquistato un libro dal titolo Poeci patrzą…obrazy, wiersze, komentarze (I poeti guardano…quadri, poesie, commenti, Ed. STENTOR, Varsavia, 2008). E’ un interessante e avvincente viaggio-écfrasi, sapientemente curato dalla professoressa Aneta Grodecka, che da anni organizza cicli di lezioni facoltative per gli studenti di filologia polacca dell’Università Adam Mickiewicz di Poznań, dedicate ai legami tra letteratura e arti figurative. Da questo volume per il momento ho scelto per il mio blog il capitolo “Come guardare Cézanne”. Eccolo nella mia versione.

Nell’estate del 1872 Paul Cézanne si trovava a Pontoise e dipingeva all’aperto in compagnia di Camille Pissarro. Il suo soggiorno in provincia fruttò molti paesaggi, tra i quali il Mulino sulla Couleuvre a Pontoise, che si trova attualmente nella Nuova Galleria Nazionale di Berlino.

 

Paul Cézanne: Il mulino sulla Couleuvre a Pontoise

 

Gli studiosi della creazione di Cézanne considerano diversamente l’influenza di Pissarro sul suo modo di vedere e sulla sua pittura, tuttavia il confronto dei lavori all’aperto dei due maestri mostra piuttosto una diversità delle loro tecniche. In un paesaggio dipinto da Pissarro a Pontoise nel 1867 si vede la “vaporizzazione” impressionistica delle forme, il gioco della luce sui tetti delle case. La presenza in primo piano delle contadine sulla strada accentua la fugacità dell’istante colta nella tela.

 

Camille Pissarro: Paesaggio di Pontoise 

 

Mentre, guardando il paesaggio di Cézanne, dipinto nella stessa località, vediamo lo spazio senza gente e architettonicamente ordinato. Attirano gli sguardi soprattutto i colori che, se osservati a lungo, acquistano una sorprendente vitalità. Ciò è stato descritto a meraviglia dalla scrittrice Virginia Woolf:

Lo stesso pigmento dei quadri di Cézanne rappresenta per noi una sfida, stimola un qualche nervo, risveglia, eccita…Un qualunque paesaggio del maestro suggerisce in noi parole, là dove non sospettavamo l’esistenza di parole, impone delle forme, là dove non abbiamo mai visto niente tranne l’aria.

Questa impressione nasce dalla strategia creativa impiegata dall’artista, che il più delle volte viene definita “pura visibilità”. Essa consisteva nel rifiuto della memoria e della conoscenza del reale, nello scorgere in natura solidi geometrici, forme e colori, nonché i loro rapporti reciproci. Questo modo di guardare fu descritto dal pittore nella nota lettera del 15 aprile 1904 al critico d’arte Émile Bernard:

Bisogna trattare la natura secondo il cilindro, la sfera, il cono, il tutto posto in prospettiva, in modo che ogni lato di un oggetto o di un piano si diriga verso un punto centrale.

La composizione del Mulino sulla Couleuvre si riconduce al sistema di linee orizzontali e verticali. All’orizzonte appaiono i tratti scuri degli alberi, al centro del quadro si vedono le torrette verticali e le scure aperture delle finestre, a sinistra si può distinguere la marcata linea degli alberi. Le case subiscono una lieve deformazione sotto l’influsso dei riflessi colorati, le pareti e i tetti resi con l’aiuto di piccole macchie suscitano l’impressione di un bassorilievo a colori. Dipingendo i loro solidi, l’artista applicava un diverso grado d’intensità del colore, ciò che si nota chiaramente da vicino. Grazie a ciò, secondo la distanza da cui guardiamo il paesaggio di Pontoise, possiamo scorgere o un piano di macchie colorate, o la cittadina situata sull’altura, lo spazio con una sua propria aria e luce.

Entrambi i modi di lettura dell’opera li troviamo nella poesia Cézanne di Kazimierz Wierzyński. In realtà questa poesia non è la diretta descrizione di un concreto quadro, ma rappresenta un esempio riuscito di écfrasi poetica. Wierzyński aveva visto molti quadri del maestro, viaggiando prima della guerra in Francia e in Svizzera (e tra essi anche il paesaggio della Galleria di Berlino), e il suo testo concorda in molti elementi con il Mulino sulla Couleuvre. Possiamo analizzare questo confronto. La prima osservazione del poeta riguarda l’accostamento sulla tela di due piani coloristici: di profondo verde e di freddo azzurro (l’espressione “azzurrità a dirotto” suggerisce un cielo greve, plumbeo e privo di profondità). Altri elementi del paesaggio di Cézanne nella descrizione di Wierzyński sono: il cipresso, l’altura rosso-gialla, il campo coi solchi rossi, la città grigio-argento, le torrette della costruzione culminanti col rosso. L’effetto geometrizzato dello spazio è reso dalla metafora “il domino della città”. Il poeta non si limita a elencare le costruzioni, in certi punti smantella l’ordine matematico di Cézanne, ravvivando la sua visione con elementi antropomorfici (i pioppi sono alteri, la finestra diventa l’occhio della città, le torrette gridano). In tal modo egli attenua l’impressione di torpore della descrizione verbale, anche se al tempo stesso abbandona decisamente la convenzione romantica di “paesaggio delle sensazioni” (1). Sottolinea che il cipresso è l’antica “Niobe-Albero” –  nella rappresentazione del pittore diventa uno degli elementi dello spazio, interpreta dunque il paesaggio esclusivamente come registrazione di un certo modo di vedere, in cui conta non il valore simbolico delle cose, ma la loro forma e i colori. Forse i quadri di Cézanne hanno insegnato a Wierzyński come guardare? Il poeta si è avvicinato al modo di percepire il mondo attraverso il pittore? La sua relazione attesta che egli fu un allievo attento, e forse nello scrivere utilizzò le sue esperienze derivate dai suoi contatti con l’arte del pittore postimpressionista. Del fatto che un pittore possa ispirare anche poeti e scrittori, testimoniano i ricordi di Ernest Hemingway:

Dalla pittura di Cézanne ho imparato qualcosa che ha reso la scrittura di semplici naturali frasi assai insufficienti a dare ai racconti dimensioni, quali mi sforzavo di racchiudere in essi. Da lui ho imparato moltissimo, ma non ero abbastanza eloquente, per spiegare ciò a una persona qualunque.

 

 

 

 

Kazimierz Wierzyński

Cézanne

Nel verde scuro del tuo

Spazio: l’azzurrità a dirotto.

Il cipresso al centro.

Niobe-Albero.

 

Per chi è il rimpianto? Per le rose,

Che a un tratto sfioriscono,

Sulle rosso-gialle alture

Si spengono come a maggio?

 

Guarda, i pioppi alteri

Con che calma si vantano,

Nel rosso solco il campo

Riluce di vigna.

 

Dalla finestra-occhio come argento

Nel domino della grigia città

Il glicine scorre come nastro

E invade le porte.

 

In alto le torrette-banditori

Si levano con grido ardente.

Il cipresso? – Il cipresso

Qui non piange nessuno.

 

(dalla raccolta Uno staio di papavero, 1951)

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

A interessanti osservazioni conduce il confronto della poesia di Kazimierz Wierzyński con l’écfrasi di Stanisław Dąbrowski, che si trova nella sua guida poetica alle gallerie tedesche dal titolo Album niemieckie (Album tedesco). Accanto a differenze nel modo di percepire, appaiono convergenze nella sfera della illustrazione, ad esempio nel paragonare i pioppi a torri, le case alle tessere del domino.

 

Stanisław Dąbrowski (1930-2007)

Paul Cézanne (1839-1906)

Muehle an der Couleuvre bei Pontoise

 

Il paesaggio si alza sotto il cielo grigio

a lunghi livelli, simili a gradini.

Da dietro la chioma di un albero – semivisibili

i muri del mulino biancheggiano stretti,

sopra – il tetto giallo ripido, alto.

che toccava l’azzurro tra le nubi.

Il fiele come ripetuto nastro

scorre tra i verdi del grano (a macchie blu),

presso gli alberi, tra le loro ombre diafane e vuote,

accanto allo stagno, che il suo giallo rossastro riversa

dal recinto alla strada (tutto in macchie di bianco,

sotto il quale la fodera dell’azzurro si è aperta riflessa).

Il mulino si è stretto all’altura. Nella fonda valle

a destra giacciono orizzontali le tessere delle case.

Più in alto il bosco si è steso basso. Sopra il bosco

ficcati in una nube i pioppi somigliano a torri.

 

(dalla raccolta Album tedesco, 1980)

 

(Versione di Paolo Statuti)

______________

(1) Secondo le ricette dei romantici, si identificavano gli stati della natura con gli stati spirituali, il paesaggio diventava metafora delle sensazioni intime del poeta; a Wierzyński interessa risvegliare la coscienza di un osservatore passivo.

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Jarosław Marek Rymkiewicz (1935)

25 Giu

 

Via Mandel’stam

Ma dov’è questa via Non c’è questa via

Vanno sulla neve i lavoratori dello zar

 

Ma dov’è questa via Lo sappiamo noi tre

Là dove le ossa sono sottoterra come anelli nell’albero

 

Là dove negli anelli scorre il sangue Non importa di chi

Come in Schubert canta un lungo collo bianco

 

Là dove dalle ossa spuntano verdi rami

Dall’eternità ci separa solo uno stretto marciapiede

 

Là dove egli cammina cibando cardellini e merli

Come in Schubert nei canti i lunghi bianchi capelli

 

Come il lungo collo bianco vaso del nostro sangue

Come il sangue a neri fiotti dalla bocca e dagli orecchi

 

Là dove con Dio a braccetto ogni giorno egli passeggia

Nel suo giaccone logoro e scucito

 

Lo segue un enkavudista (1) ubriaco fradicio

Mentre Dio e Schubert suonano con due pianoforti

 

1981

 

(1) Appartenente al famigerato NKVD russo – Commissariato del Popolo per gli Affari Interni,   vera e propria “fabbrica di morte”.

 

(Versione di Paolo Statuti)

Jarosław Iwaszkiewicz (1894-1980)

23 Giu

 

Johannes Brahms

 

Il valzer di Brahms

Il valzer di Brahms in La bemolle maggiore

è il leitmotiv della mia vita.

Lo sonavo a lei che doveva tornare e non tornò.

Lo sonavo a lei per la quale ero cattivo.

Lo sonavo a te – allora, quando una volta per sempre

mi stesi ai tuoi piedi, come infinito calpestato.

Lo suono ogni volta che nell’esecuzione aureoalata

mi sfiori con un sorriso fugace, che per te è

come il riflesso di nuvole sull’acqua.

E per me è la gioia più profonda.

E lo suono quando so che sei da me lontana

col pensiero, quando sei altrove allegra e ami altri

felice, fugace come al solito…

E proprio allora esso risuona nel modo più delicato.

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Aleksander Gierymski: I pini di Villa Borghese a Roma

7 Giu

Aleksander Gierymski: I pini di Villa Borghese a Roma

 

La poetessa Marzanna Bogumiła Kielar (v. nel mio blog) mi ha inviato in omaggio una copia della sua ultima raccolta Navigazioni, uscita quest’anno. Da essa ho scelto la poesia Jan Cybis e un quadro di Gierymski. Eccola nella mia versione:

Jan Cybis e un quadro di Gierymski

Per anni tendere solo a questo e a niente di più, scriveva.

Dipingere le cornacchie che volano sulla campagna, perché non si dica

“che bel dipinto”, ma perché chi guarda il quadro dica

“le cornacchie volano sulla campagna”.

 

Non darei I pini di Villa Borghese

per tutta la pittura di Renoir.

In questo quadro gli alberi crescono pacatamente, le ombre cadono

senza esitare,

senza indugi. Come se chi li ha dipinti

 

vedesse chiara la propria visione e scorresse – con l’erba, coi pini,

con la sabbia,

con l’iridescente cielo rosa pallido

sopra di lui.

 

Alcuni pensano che qui si tratti di sottomessa ripetizione di ciò

che hanno davanti agli occhi.

No.

Qui si tratta, scriveva,

 

di essere come un lago, in cui si riflettono i monti –

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

IL pittore Aleksander Gierymski è già presente nel mio blog, mentre per Jan Cybis (1897-1972), pittore, pedagogo e critico d’arte, ho scritto questo breve testo basandomi sulle sue Annotazioni di pittura. Diari 1954-1966 (PIW, Varsavia 1980). Fu uno dei principali rappresentanti della corrente coloristica nella pittura polacca degli anni ’30 e nell’arte del dopoguerra, e cofondatore del gruppo di giovani pittori Kapisti creato nel 1923 e facente capo a Józef Pankiewicz (1866-1940). I coloristi prediligevano i paesaggi e i ritratti. Per essi il colore era più importante della costruzione, era decisivo per creare l’aura dell’opera. Realizzavano la forma e la luce col colore. Cybis diceva: “L’artista ottiene lo spazio grazie alla vibrazione basata sulla temperatura dei colori e la ripartizione lineare… Io sento un paesaggio più che vederlo, cioè lo sento come suono colorato”. Dipingeva acquerelli e schizzi dal vero e poi nello studio li ricreava ad olio. I colori nella loro denominazione di fabbrica per Cybis non esistevano. Se li usava puri, era solo per un piccolo accento o per sottolineare il disegno. Eppure i suoi quadri sono sempre pieni di colore luminoso. Affermava: “Non esistono colori belli o brutti, esistono solo quelli usati bene oppure no.” Prendeva quelli che aveva sottomano. Forse in questo era d’accordo con Picasso: “Quando non ho il colore rosso, uso il verde”. I suoi fiori sono sempre lontani dalla fedeltà botanica, eppure generalmente riconoscibili. Essi pulsano di vitalità sensuale. Cybis non illustra, ma crea un “equivalente” che risveglia la fantasia. In lui il gioco pittorico è sempre basato su somiglianze e contrasti. Nelle nature morte gli oggetti adiacenti si influenzano reciprocamente, si spartiscono i colori, la propria luce, completano a vicenda le forme, e ciò crea una particolare armonia. Si abbandonava totalmente all’istinto e alla spontaneità. Ritoccava senza sosta con un piacere maniacale di costruire e distruggere. La tela bianca lo spaventava. “Bisogna non avere paura di dipingere male” – sosteneva.

 

Tre quadri di Jan Cybis.

 

Jan Cybis: Parigi

 

Jan Cybis: Natura morta

 

Jan Cybis: Fiori

 

(C) by Paolo Statuti

La musica nella poesia polacca

22 Mag

 

 

Zbigniew Herbert

Canto del tamburo

Sono scomparsi gli zufoli dei pastori

l’oro delle trombe domenicali

i verdi echi i corni

anche i violini sono scomparsi –

è rimasto soltanto il tamburo

e il tamburo ci suona ancora

la marcia festiva la marcia funebre

semplici sentimenti vanno a tempo

sulle rigide gambe il tamburino suona

e un solo pensiero una sola parola

quando il tamburo chiama il ripido abisso

portiamo spighe o la lapide

che il saggio tamburo si predirà

quando il passo batte sulla pelle dei selciati

quel passo altero che trasformerà il mondo

in un corteo e in un solo grido

finalmente va l’umanità intera

finalmente ognuno ha trovato il passo

la pelle di vitello due bacchette

hanno distrutto torri e solitudine

e il silenzio è calpestato

e la morte non fa paura quando è densa

la colonna di polvere sul corteo

si aprirà il mare obbediente

scenderemo giù nel baratro

nei vuoti inferni e più in alto

del cielo verifichiamo la falsità

e liberato dagli spaventi

in sabbia si muterà l’intero corteo

portato dal vento beffardo

e così l’ultima eco passerà

lungo l’indocile muffa della terra

resterà solo il tamburo il tamburo

dittatore di musiche disperse

 

1957

 

Krzysztof Karasek

Spiegazione degli ultimi quartetti di Beethoven

                                                                                           A Paweł Mykietyn

 

Per essere folli bisogna avere conoscenze altolocate.

Quando le persone smettono di darsi del lei,

il resto è inevitabile.

 

Ho vissuto tanto da vedere i figli più vecchi dei genitori.

Grazie a ciò mi sono convinto che pensiamo le stesse cose.

Per quanto riguarda il mio lavoro, per esso ho rischiato la vita,

e la mia ragione è depressa.

Questo è Van Gogh.

 

Non c’è storia d’amore più triste

di quella di Giulietta e Romeo.

Morirò come il cigno, cantando

(Bianca dall’Otello).

Perché i nostri sogni sono sempre eterni?

 

Tre sono le streghe: fede,

speranza, amore.

La terza ora, ora delle streghe.

 

Il caso può essere sinonimo di Dio,

quando non permette troppe confidenze.

Must es sein? Must sein.

 

14.03.2012

Jerzy Liebert

 

Musica mattutita

 

Lontano e così leggero,

Il vento culla alberi e cielo,

Gli uccelli l’azzurro dalle gole

Spandono a gocce nella quiete.

 

Il silenzio come vaso colmo

Fino all’orlo di dolce fluido,

Versa l’azzurro nei calici

Dell’acacia e del gelsomino.

 

L’azzurro si fonde con l’argento,

Sprizza un intenso aroma,

Gratta agli uccelli le linguette

E nuove gocce suonano.

 

1925

 

 Rafał Wojaczek

 

Di nuovo musica

 

Di nuovo musica: chi ci pensa così intensamente,

che il cuore perde la memoria e batte altrove.

E il noto, benché sempre inatteso, timore

fa sì che i nostri corpi si trovino di nuovo.

 

E di nuovo con le labbra impaurite chiedi abilmente

il mio favore e curi la mia lingua addentata.

Ai freddi piedi permetti che lo spavento li guidi,

perché se avrai fiducia, lui stesso ti mostrerà il modo.

 

E di nuovo sei così premurosa e docilmente

fedele a quell’oblio che la musica

ti offre: l’invito ad accompagnarla col sangue.

E di nuovo la morte ci prende con sé per i suoi scopi.

 

1972

 

Bogdan Jaremin

 

Indirizzi di musica della signora Ishizu

 

La giapponese Ishizu non conosceva il tuo indirizzo.

Scriveva: Gould, Toronto, sentiva i suoni della mezzanotte.

 

E si apriva senza resistenza

il chiarore della musica

che ci attira dalla parte del bene comune

l’oscurità della musica

che giustifica il cammino verso l’ignoto

la preghiera della musica

che implora la pietà di Dio per ogni creatura

la fede della musica

che promette il seme al grembo chtonico della donna

la dispensa della musica

che nutre i sogni dei solitari oppressi dallo sconforto

la profondità della musica

da cui emerge un’isola sotto i piedi che affondano

 

Apritevi porte delle orecchie, apriti pietra del cuore

sollevati ferrea palpebra della notte,

svelati indirizzo del senzatempo.

 

2015

 

(Tutti le poesie sono nella versione di Paolo Statuti)

 

(C) by Paolo Statuti

Fryderyk Chopin nella poesia russa

18 Mag

 

 

Monumento a Fryderyk Chopin nel parco Łazienki di Varsavia

 

 

Bella Achmadulina (1937-2010)

 

La mazurca di Chopin

Quale sorte ci aspettava,

che fortuna ci è toccata,

quando il disco rotante

solo lui ci separava!

 

All’inizio con sibilo, esilmente,

come biscia tolta alle pietre,

ma il viso di Chopin mostrava

sempre più evidente.

 

Ed esile come provetta

che contiene acqua azzurra

era lì la fanciulla-mazurca

e scoteva la testa.

 

Ma come così fragile e perché,

con quel bianco visino polacco,

lei comprese le mie tristezze

e le prese tutte su di sé?

 

Tendeva le braccia e lontano

scompariva lasciando

concentrati quei suoni

nel disco rigato dall’ago.

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Aleksandr Revič (1921-2012)

 

La casa di Chopin

 

Un vecchio albero,

La terra più vecchia,

Il mattino più saggio della sera,

Anche grigio

nelle umide nubi,

Con la tramontana

sui funghi

degli alberi.

Albero polacco

sul campo avvallato,

Da quanti,

Quanti anni

di questo sono malato.

Da una sonora goccia

dell’inizio di aprile

Nella lontana infanzia

per sempre ferito,

E come ritorno

di quel dolore –

Questo albero

e questa campagna.

Vecchio parco di Żelazowa Wola.

Dietro la siepe il campo avvallato.

Non c’è ferro qui

né granito,

Solo il rame risuona

della polonése,

Solo i tigli – a coppie –

Scorrono nel vecchio viale,

Solo un albero,

solo una betulla

La nudità cela pudica,

Sullo stagno facendosi le trecce,

Betulla, dolce betulla,

fanciulla viva.

Scusate, cara signora, –

A voi non sussurro parole,

come in un romanzo,

A voi, innamorata di Chopin –

Giovane, magro e castano.

Mi vergogno che con tali parole

A un tratto mi umilio

davanti a voi

così altera,

Io, innamorato dalla nascita

di questo tremolante riflesso

Degli esili rami

sul freddo specchio.

Datemi la mano, per amor di Dio,

Datemi la mano,

date la mano

Come segno d’incontro

e di addio.

 

1968

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Anna Achmatova (1889 – 1966)

 

Ascoltando la musica

 

Di nuovo mi giunge la polonése di Chopin,

O mio Dio! – quanti ventagli

E occhi abbassati e dolci volti,

Ma è vicina e fruscia l’infedeltà.

L’ombra della musica è balenata

Ma non ha turbato il verde lunare.

Oh, quante volte qui mi sono sentita gelare

E qualcuno terribile alla finestra mi salutava.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

E’ pauroso lo sguardo delle statue senza nasi,

Ma lasciami e per me non lottare

E non pregarmi così amaramente.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

E una voce dell’anno tredici

Di nuovo grida: sono qui, di nuovo tuo…

A me non serve la fama e la libertà,

Troppe cose conosco…ma tace la natura

E aleggiò una tombale umidità.

 

Komarovo 1957

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

(C) by Paolo Statuti

Poesia

16 Mag

 

Boris Slutzkij

Władysław Broniewski

 

Il grande poeta polacco Władysław Broniewski (1897-1962), già presente nel mio blog con alcune poesie nella mia versione, durante un’intervista confessò: «Non so cos’è la poesia, non so perché c’è e a che serve… So che a volte chi legge dei versi piange…» Già, ma il pianto, voleva aggiungere il poeta, è solo una delle tante reazioni che un verso dovrebbe suscitare nel lettore, e non può essere né la principale, né la più frequente. Penso di interpretare bene il pensiero di Broniewski, dicendo che tra il poeta e il suo lettore si stabilisce una simbiosi, un momento di intima convivenza, il cui l’anima dell’autore si rispecchia in quella di chi legge. Se ciò non avviene, è perché la poesia è troppo avara di sentimenti e impressioni per poter trasmettere qualcosa, o perché il lettore non è in grado di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda del poeta.

Nel 1973 è uscita a Varsavia (Ed. Iskry) una bella antologia dal titolo Dico poesia – penso Polonia, La Polonia nella poesia russa del XX secolo. Da questo volume ho scelto e tradotto questa poesia di Boris Slutzkij (1919-1986), dedicata proprio a Władysław Broniewski.

 

*  *  *

                                 A Władysław Broniewski

                                 per il suo ultimo compleanno.

 

Finché sui versi piangeranno

ora insultando ora esaltando,

finché, come moneta, li custodiranno,

e, come il pane, li chiederanno –

 

non cesserà di risonare,

non smetterà di sbocciare

la nostra opera. Essa non è sparita,

come non sparì la Polonia,

benché tre volte sia stata spartita.

Per chi ama il paragone,

dirò senza esitazione:

a un polacco paragono il verso russo,

alla Polonia – la nostra musa.

 

Finché la incitano e l’innalzano,

essa infuria e ride.

E ciò che è stato,

e ciò che sarà, –

essa sapere non vorrà.

1965

 

(C) by Paolo Statuti