Olga Celuch (1980-2010)

21 Apr

    

Qualche anno fa ho pubblicato nel mio blog undici poesie di Olga Celuch, mia carissima amica, stroncata il 5 giugno 2010 da un male incurabile. Aveva solo 30 anni. Presto saranno trascorsi  dieci anni dalla sua scomparsa prematura e sento il bisogno di ricordarla con un più consistente numero di poesie. A tale proposito vorrei riproporre questo giudizio del poeta Antonio Sagredo: « I suoi versi sono dominati da una tensione che per nulla al mondo viene in qualche modo nascosta, e mi fa pensare a Marina Cvetaeva: potrebbe essere dunque una sua figlia che ha ereditato la schiettezza e quel furore non contenuto, che a stento trattiene i sensi più remoti: non ha della russa lo spezzettamento del verso, che assegna a istanti muti lo stimolo del continuare a far poesia con più determinazione e violenza, ma dalla sua possiede invece la delicatezza di dettare ogni suo sentimento – nervosamente dolce – a quel poco di tempo che le è assegnato; è dunque anche la consapevolezza che la fine è prossima, a far scattare l’urgenza di far vedere nel suo verso quanti più mondi possibili che la assaltano… ma lei con grazia riesce a dire quanto è necessario dettare fuori dal suo mondo. La sua vita breve, il suo presagio, noi lo leggiamo sopra e sotto ogni parola, e nulla è lasciato alla verbosità, poiché quanto più l’urgenza della scrittura la opprime, tanto più la domina con la parola tenera, ma decisamente profonda, che testimonia una presenza terrena che non si cancella».

     Olga Celuch conosceva molto bene la lingua italiana e di ogni poesia ha fornito la versione polacca e italiana. Le pubblico con qualche mio ritocco formale.

Non sono mie poesie,

ma attimi e pensieri,

emozioni e passioni

sussurrate coi sassolini

nel ruscello delle parole.

Scritte, perché non annegassero

nel mare del tempo,

perché non svaporassero

nella nebbia della vita.

(O. C.)

Liberare l’anima

Un beato sorriso

fermare-afferrare-imprigionare il tempo

un attimo di oblio

una nota della giusta musica

un soffio di erbe della terra riscaldata

il riposo su una vetta raggiunta

la raccolta delle mandorle all’alba

la terra vista dalla rossa boa

il tramonto dal finestrino del treno in fuga…

più del presente

commuovono i ricordi

liberano l’anima…

Speciale

Quanto sono diversa dagli altri?

Sono migliore dei colpevoli?

La folla è me?

Io e la folla?

Voglio essere unica!

Voglio vivere diversamente!

Non voglio sparire, ma penetrare

nel nucleo del mondo!

Nevica I

Volano i fiocchi lucenti

da un mondo migliore a uno peggiore

e io volo con loro

posando a terra il mio viso

non più di bambina.

Sogno

Sull’albero dei miei pensieri

crescono rami sempre nuovi.

A volte fiorisce,

ma per poco!

Più a lungo cadono le foglie!

Cresce l’infinità dei rami

verso l’azzurra verità!

Quando  nevica

Nevica dal cielo sulla terra

come se durasse da anni.

Non si vede l’azzurro dell’eternità –

il mondo migliore degli dei!

Non si vede il verde della fecondità –

il giardino dei peccati umani!

Tutto si fonde solennemente

in una candida poltiglia!

Dormi

Dormi…

Chiudi le azzurre finestre

della tua anima,

perché la luna non sia indiscreta,

perché non fuggano i sogni.

Dormi…

Buonanotte…

L’uomo

C’è un momento

sulla pustola di questo mondo

quando si fanno purulenti i miei pensieri

gocciolano lentamente

dal cratere impuri

scavano solchi d’incertezza

– l’uomo in sostanza

è buono?

Il nostro palazzo

Nel  palazzo del nostro mondo

si sono tarlati gli ideali,

i vermi hanno mangiato la coscienza,

le cornici dei buoni contegni

si sono coperte di ragnatele,

si sono impolverati nell’armadio

i nostri scheletri morali,

dappertutto è sporco…

Scricchiola… cigola…

Tra poco si spaccherà la trave

che regge il soffitto della tolleranza.

L’amore spirato col vento

Aspetto l’amore

scritto con un verso,

un sentimento

con una canzone cantata,

finché qualcuno non voglia mangiarmi

e portarmi in braccio alle porte del cielo,

finché la mia anima non impari a volare,

e poi tornare sicura sulla terra,

finché il mondo non si metta sottosopra,

e non cadrà il cielo che è su di noi.

Aspetterò l’amore

scaldato con lacrime di gioia,

suggellato da un eterno sorriso.

Fiocco dopo fiocco

Quieta la neve cade

ogni fiocco sono io

ogni fiocco sei tu.

Purché il gelo non diminuisca.

Purché non ci si trasformi

anzitempo

in un’ansiosa pozza di lacrime.

Plenilunio II

Ingenuamente faccio il bagno

nel chiarore della luna piena,

credendo che mi si schiariscano

le idee.

A che mi serve la tua luce

o luna,

se sulla strada della mia vita

aumentano sempre

gli angoli scuri?

Con te

Rimango immobile

tremante

distratta

con brandelli di pensieri

con parole incomprensibili.

Smarrita volo

in un denso

fruscio di emozioni,

che ho paura

di comprendere…

Farfalle di pensieri

I miei pensieri

sussurrano il tuo nome

come farfalle

si posano sulla mia spalla,

ma se giro la testa

per ammirarne la bellezza,

volano via.

Non imparerò mai

Mi affaccio alla finestra

dell’incomprensione.

Piove l’incoerenza.

Raggi d’ingenuità

mi bruciano il viso.

Credo sempre

in quell’arcobaleno

che ogni volta

sparisce, prima che riesca

a contarne tutti i colori.

Altre stelle

Ci sono cose che

non sapremo mai spiegare

come ad esempio te e me

i nostri pensieri

come palloncini

che si alzano senza imbarazzo

nel tuo salotto

aspettando

solo di essere punti.

Seduti su poltrone distanti

tra noi si stende l’oceano

del tappeto…

Mi guardi

mi parli

e io, voglio

non voglio

non posso

non mi lascerò andare.

Apro la finestra,

liberando i pensieri

che colorati volano

incontro ad altre stelle.

Il bacio

Quante volte

ti ho semplicemente baciato

sentendomi infantile.

Quante volte

avevo voglia di baciarti

veramente,

facendo danzare i miei sensi.

Quante volte

ho cercato il coraggio

sapendo che non sarei riuscita

a tirarmi indietro a metà strada

dal paradiso.

La tortura di primavera

Infierisce la primavera

sul mio corpo

si è alleata col fato

contro di me.

La calda pioggerella

della contraddizione ha bagnato

il sentiero

dove ho incontrato K.

Credo che mi risveglierò,

tornerò alla comprensibile

realtà.

Irreale diverrà l’uomo

che minimamente capisco

e sommamente desidero.

Il fuoco

Bacia…

– sussurra l’eco

quando mi fissi

coi tuoi occhi ridenti.

Tocca…

– canta il vento,

quando sei

a portata di mano.

Spoglia…

– danza il fuoco

che mi accendi dentro!

Anomalia

Non nominiamolo.

Che rimanga senza nome.

Che si sviluppi

nel caos dei nostri pensieri

spontaneamente, pian piano.

Forse sparirà

con calma senza un grido.

Non nominiamolo.

Non schediamolo.

Che non sia soggetto a regole

che hanno già deluso

e deluderanno ancora.

Che almeno solo questo

questo qualcosa

senza nome

che ci unisce

sia sottratto alle norme

con cui si determina il mondo.

Alba

Il giorno accende

le gocce di rugiada

illuminando la barca,

spegne i suoni

della natura.

E l’uomo accende …

I suoi rumori.

Solitudine II

È rimasto solo il sole

a donarmi sorrisi

solo il vento

ad accarezzarmi i capelli

il resto è musica

che mi suona dentro…

Basta poco

Ho perso tanto:

la dignità,

anche la speranza,

pensavo – anche me stessa.

Ma non ho perso

la facilità di fare

le cose più semplici,

più vere:

salutare il mare,

sorridere al sole…

Il vigile del fuoco dell’amore

Manca la vicinanza

che ironia!

Lunga tremila km. !

– Si stende come

un chewing gum

masticato

e senza più gusto

né pazienza!

Le e-mail non abbracciano…

Le lettere non accarezzano…

Gli sms non baciano…

Nella voce filtrata

da cavi e fili

dai quali defecano i piccioni,

non si vede l’occhio della sincerità…

Come vivere qui, se

l’amore accende

il fuoco, e noi

siamo troppo lontani

perché esso ci riscaldi!

L’amore accende

il bisogno

          di dare

          calore

          sicurezza.

Di dare… sì, anche

– di dare protezione…

Un attimo di silenzio

di solitudine

in tua

compagnia, quando

il tempo si ferma

il respiro rimane in gola,

non per la bramosia, ma

          per una semplice gioia, quando

tra di noi

ormai c’è soltanto

l’aria…una nostalgia accumulata

una ressa di emozioni

nella gola serrata

dalla commozione!

Il mangiatempo

Manca la vicinanza!

Manca un tenero cuore!

Soltanto ossa dure!

L’uomo è solo

– perché senza amore!

La vita dà sfogo

alla sua disperazione!

Senso poetico

Non c’è quiete

dopo la tempesta!

C’è soltanto

l’acqua schiumosa

delle emozioni…

Si poserà sulla sabbia,

si asciugherà, s’indurirà

comporrà un abbozzo

di poesia che parlerà

della tempesta!

Farò una foto:

sullo sfondo

il mare schiumoso…

Forse coglierò

la poesia dell’attimo!

Si calmerà

il respiro del mare

il flusso laverà

il riflusso spianerà…

Fino alla prossima

tempesta!

Una poesia cattiva

(Colloquio odierno tra me di ieri e me dell’altroieri)

Ho scritto queste parole

in un vortice di emozioni!

Non necessariamente buone,

ma vere!

Non troverà la bontà in sé,

chi non ammetterà le proprie

briciole di male!

“…Perché mi avete salvata?

Come sempre –

nessuno ha chiesto il mio parere!

E io

avrei preferito scomparire!

Non vivere in questo mondo!

Non ci sarebbero stati tanti problemi

e il buco nel bilancio famigliare!

Si sarebbe trovata un’altra pecora nera!

Grazie

non ringraziando! 

È come ricevere un regalo non voluto

con cui non si sa cosa fare!

Una confezione di cioccolatini

da incartare di nuovo

e regalare a un’altra persona

che forse ama

la cioccolata,

anche quella scaduta!

Non sarebbe più semplice, più sincero,

gettarla subito nel secchio?!

È la Vostra vita!

Io ci coesistevo soltanto

volendo…

non volendo…”

Cose mostruose ho riletto

dopo!

Scritte forse con l’ingrato artiglio

del diavolo in persona!

E più di tutto mi dolgono

queste parole,

perché non c’è nessuno al mondo

che venga prima dei miei genitori,

qualcuno per cui potrei

provare un amore

più grande!

Mi scuso

per i pensieri-bestemmie,

perché non sono i miei!

Sarebbe…

Impossibile!

Ti auguro ciò che è più prezioso

Ciò che è più prezioso

irraggiungibile dalla materia

non ha forma,

né peso alcuno,

se non quello grande

della bontà

che ha in sé:

      amore, non bramosia!

      Amicizia, non infatuazione!

      Sensibilità, non pietà!

      Riconciliazione, non indifferenza!

      Perdono, non oblio!

      Comprensione, non compassione!

      Scusa, non appagamento!

      Gratitudine, non ricompensa!

Sono una gradita aggiunta,

ma non i gesti

non le parole

hanno questa potenza

e certamente

neanche tutti i gioielli del mondo!

– Per carità!

Una semplice gioia

un lampo negli occhi!

La sincerità delle intenzioni

è nell’aria

scorre…

Da cuore

a cuore!

Non si può vedere

non si può toccare,

ma si sente!

O uomo

che vivi in questo mondo con me,

voglio che ciò riguardi anche Te

ti auguro

ogni

bene!

La parola è magica

Parole infinite

spazi

di significati

per divertimento

      ammirazione

      rispetto

      modellazione

nelle svariate

sfumature!

Esprimono

nuove riflessioni

vecchi successi

pensieri inquieti

sentimenti

emozioni

che si stringono

nel cuore di un uomo sensibile

ali aperte palpitanti

pronte al volo

farfalle colorate

si stringono

in un vaso di vetro!

Le libera

la parola

dà senso e memoria,

anche vita

eterna,

se scelta

accuratamente

la parola

è magica

ogni parola

le parole…

La poesia della vita

Non sono

non mi sento

poetessa!

Sono distante anche

dai piccoli

poetastri!

Ho una missione:

svolgo una lotta col tempo

che rosicchia

col suo sporco dente

le mura della fortezza

della memoria umana!

La parola la difende

a spada tratta

proteggendo i suoi tesori

con maggiore efficacia

se scritta!

i fatti li racconterà la prosa,

ma le emozioni…

Il dolore e la gioia,

le lacrime e i sorrisi.

I sapori e gli odori,

la metafisicità,

la fugacità degli attimi,

soltanto la poesia

può esprimerli!

E allora siedo,

sto sdraiata o in piedi

e scrivo, scrivo…

verso dopo verso…

creando una barriera

contro la folle

valanga del tempo

che travolge tutto

ciò che trova non scritto

sulla sua strada!

E corre!

E vola!

Sempre più veloce!

Dove corre?

Dove corre?

Nel fondo!

Nel fondo!

Ecco tutta la verità!

Poesia della vita!

La cassetta della vita

La vita…

Non è bella

nè meravigliosa

ci sono solo attimi

momenti come

fragole in una cassetta

      scelta da noi

      tra quelle offerte

      al mercato della sorte!

Dove i frutti scelti

sembrerebbero

belli, succosi,

ma sotto

in ogni cassetta

si nascondono marce sorprese

andate a male

le butto via,

le dimentico!

Da anni mi nutro

di un paio di frutti

succosi!

Li gusto…

Li mastico…

Li vivo…

Aspettando

una nuova fornitura

di dolci attimi!

(C) by Olga Celuch

Nikolaj Rubcov (1936-1971)

18 Apr

   

Il poeta Nikoláj Michájlovich Rubcóv, una delle figure più luminose e tragiche della letteratura sovietica, nacque il 3 gennaio 1936 a Emetsk nella regione di Archangielsk, in una famiglia numerosa. Nel 1942, quando aveva sei anni, la madre morì e il padre fu inviato al fronte. Prima di partire pregò la sorella di prendersi cura dei quattro piccoli figli, ma lei si disse disposta a occuparsi soltanto della figlia maggiore. Nikolaj e il fratellino più giovane Boris finirono in un orfanotrofio, dove in tempo di guerra si pativa la fame. Poco tempo dopo fu separato anche dal fratello e restò completamente solo. Pensava che il padre fosse morto, ma quando la guerra finì ed egli tornò, a insaputa del figlio si sposò nuovamente ed ebbe altri figli. Quelli avuti dal primo matrimonio non lo riguardavano più.

   Uscito dall’orfanotrofio dopo sette anni, voleva iscriversi alla Scuola di Vela a Riga, ma restò deluso, perché per entrare bisognava avere 15 anni e lui ne aveva 14. Allora si iscrisse all’Istituto Tecnico Forestale. Al termine del collegio si recò prima ad Archangielsk, dove lavorò come vigile del fuoco e poi a Kirov, dove studiò solo un anno nell’Istituto Tecnico Minerario. Ebbe inizio la sua lunga peregrinazione. Era solo al mondo. Nel 1955 tentò di migliorare i suoi rapporti col padre, ma il loro incontro non ebbe i risultati che egli sperava. Allora fu arruolato nella Flotta del Nord, e proprio in quel periodo cominciò a scrivere poesie, che vennero pubblicate sempre più spesso.

     Nel 1962 uscì la sua prima raccolta Onde e rocce. Nello stesso anno superò  gli esami di ammissione ed entrò nell’Istituto Letterario, dove incontrò la futura madre della sua unica figlia. A Mosca Nikolaj diventò subito noto tra i giovani poeti. Purtroppo un anno dopo fu cacciato dall’Istituto per una colluttazione non iniziata da lui. Il suo carattere difficile e impulsivo, nonché la dipendenza alcolica, gli complicavano la vita. Senza sosta provocava scandali. Nel 1965 la moglie, stanca del suo continuo stato di ubriachezza e della mancanza di denaro, lo lasciò. Per la verità di tanto in tanto pubblicava qualcosa, ma il compenso era insufficiente a mantenere la famiglia. Ricominciò così il suo preregrinare e per un po’ di tempo visse in Siberia. Nel 1967 la sua raccolta La stella dei campi lo rese celebre. Fu ammesso nell’Unione degli Scrittori e finalmente terminò l’Istituto Letterario.

     Nel 1969 incontrò la poetessa Ljudmila Derbin, che avrebbe avuto un ruolo fatale nella vita del poeta. Era un’ammiratrice dei suoi versi e cominciarono a convivere. Ma era una relazione tormentata: continuamente si separavano, poi non si sa come si riconciliavano. Finalmente l’8 gennaio 1971 decisero di regolarizzare la loro unione e presentarono i necessari documenti per il matrimonio. Purtroppo  dieci giorni dopo, nella notte del 19, nell’appartamento del poeta ebbero una violenta lite in seguito alla quale il poeta morì. Aveva soltanto 35 anni. La donna si costituì subito dicendo  di averlo soffocato. Fu processata e condannata a otto anni di carcere. Sei anni dopo uscì grazie a una amnistia. In seguito dichiarò di non essere certa di averlo ucciso lei poiché,  essendo il poeta sofferente di cuore, poteva essere morto d’infarto. Il giudice però non concesse la revisione del processo, lasciando così senza risposta la domanda: fu omicidio volontario o una tragica fatalità?

Poco prima di morire aveva scritto questi versi profetici:

Morirò nel freddo inizio dell’anno,

Morirò quando le betulle gemeranno

E l’orrore sarà completo a primavera:

Il fiume scroscerà nel cimitero!

Dalla mia tomba allagata

Apparirà la bara triste e dimenticata,

Si spaccherà con un schianto,

E nelle tenebre immersi

Scorreranno orrendi frammenti,

Cosa essi sono io non vedo…

Nell’eternità della pace non credo!

     Quello della morte, della linea di confine con la vita, è un motivo ricorrente nella creazione del poeta. Il suo eroe lirico neanche dopo la morte intende cercare la pace. Le sue poesie, così belle e liriche, ispirate dal folclore russo, sono letteralmente imbevute di luminosa tristezza e di amore per la natura. Anche se non è famoso come Pushkin o Lermontov, il suo posto nella letteratura russa è paragonabile a quello di Aleksandr Blok e Sergej Esenin, e le sue poesie resteranno per sempre nella storia della letteratura sovietica. Ha scritto 5 racccolte:

Onde e rocce, 1962

Liriche, 1965

La stella dei campi, 1967

Salvato dall’anima, 1969

Stormire di pini, 1970

     Il suo temperamento malinconico, poco socievole, lo condannò a vivere nell’ombra, ma dopo la sua tragica morte il critico, filosofo e storico della letteratura Vadim Kozhinov ha definito la poesia di Rubcov incarnazione dello spirito nazionale russo.

     Suoi monumenti si trovano a Vologda, Tot’ma, Cherepovets e Emetsk. Un suo museo è stato creato a Nikolskoye nel distretto di Tot’ma, nell’orfanotrofio che diventò la sua seconda casa. Oggi le sue poesie vengono recitate a memoria nelle scuole e molte sono state musicate e registrate come canti popolari.

     Per me, traduttore e amante della poesia russa, il destino di questo poeta è un’ulteriore triste conferma della tragica sorte che questa poesia ha avuto nel corso dei secoli: uccisioni in duello, assassini, persecuzioni, suicidi. Quanti Poeti con la p maiuscola hanno sofferto e sono morti giovani! Deve esserci un demone-poeta, forse il Demone di Lermontov, che alla nascita di un vero poeta, tranne qualche eccezione, si avvicina invisibile al neonato e gli lancia la sua maledizione!

Poesie di Nikolaj Rubcov tradotte da Paolo Statuti

Sì, io morirò!

Sì, io morirò!

E con questo?

Con un colpo di pistola, anche adesso!

Forse un fabbricante di bare

di buon senso

mi farà una bara speciale…

Ma perché speciale?

Seppellitemi come vi pare!

Le mie misere impronte

calpesteranno

altri vagabondi.

E tutto rimarrà

com’era

sulla Terra,

no, mio caro, non per tutti

allo stesso modo

l’Astro splenderà

sulla Terra di sputi coperta!..

1954

Le betulle

Amo il fruscio delle betulle,

Quando le foglie cadono da esse.

Ascolto – e si rigano le guance,

Al pianto ormai non più avvezze.

Tutto si ricorda non volendo,

E risuona nel sangue e nel cuore.

E’ come un misto di dolore e di gioia,

Come un tenero sussurro d’amore.

Ma più spesso soffia la prosa,

Come il vento in fosche giornate.

Una betulla come queste

Fruscia sulla tomba di mia madre.

Mio padre è stato uccico in guerra,

E da noi la pioggia e il vento

Frusciavano come un alveare,

Come fanno le foglie cadendo…

O mia Russia, amo le tue betulle!

Dai primi anni le ho amate tanto.

Per questo sono colmi di lacrime

Gli occhi non più avvezzi al pianto…

1957

Il mazzo di fiori

Io a lungo

Andrò con la bici.

In un prato lontano

Coglierò dei fiori

E li donerò

Alla ragazza che amo.

Io le dirò:

– Con l’altro insieme

Mi hai scordato presto,

Per questo a mio ricordo

Prendi

Questo omaggio modesto!

Lo prenderà.

Ma di nuovo a tarda ora,

Quando nebbia e tristezza si addenseranno,

Lei passerà

Senza alzare lo sguardo,

Senza neanche un sorriso…

E sia così.

Io a lungo

Andrò con la bici

In un prato lontano.

Io voglio soltanto

Che prenda i miei fiori

La ragazza che amo…

1962

Nei tuoi occhi

Nello sguardo fisso

Dei tuoi occhi

C’è come

Una risposta svagata…

Con noncuranza

Per un abito estivo

Tu scegli oggi

Il colore giallo.

Io sento una voce

Come offuscata,

Io credo poco

In un anello che brilla…

Non so com’è

Col bianco e col verde,

Ma il giallo

Ti sta a meraviglia!

Hai tanto bisogno

Delle pareti natie,

Ma come giungere

Al desiderato momento?

In realtà, forse,

È il colore del tradimento,

Ma il giallo

Ti sta a meraviglia…

1962

Nella stanza

Nella mia stanza c’è luce.

È di una stella notturna.

La mamma prenderà il secchio,

Porterà l’acqua taciturna…

La mia aiola di fiori rossi

È già tutta appassita.

La barca arenata nel fiume

Presto sarà marcita.

L’ombra-merletto d’un salice

Sulla mia parete addormentato.

Domani sotto questo salice

Sarò molto indaffarato!

Dovrò annaffiare i fiori

E al mio destino penserò,

Per arrivare alla stella notturna

Una barca mi costruirò…

1963

Elegia

Metterò da parte il mio magro cibo

E per la pace eterna partirò.

Mi amino e cerchino ancora

Sul mio fiume solitario.

Che in quella parte promettino

Ogni genere di favore.

Non compratemi un’isbà sul burrone

E non coltivatemi alcun fiore…

1964

Una notte in patria

Un’alta quercia. Acqua profonda.

Giacciono quiete le ombre intorno.

E c’è un tale silenzio, come se mai

La  natura fosse stata in frastuono!

C’è un tale silenzio che un tuono

Nessun tetto mai udrà!

Il vento non soffierà sullo stagno

E fuori la paglia non fruscerà.

Ed è raro il grido del rallo…

Sono tornato – il passato è ormai distante!

E allora? Rimanga almeno questo,

Che duri almeno questo istante,

Quando l’anima non è afflitta dalla pena,

E giacciono quiete le ombre intorno,

E c’è un tale silenzio, come se mai

La vita conoscerà frastuono.

E di tutta l’anima, che non si pente

D’immergere tutto in ciò che è caro e profondo,

S’impossessa una lucente tristezza,

Come la luce lunare s’impossessa del mondo…

1967

Salve, Russia – patria mia!..

Salve, Russia – patria mia!

Che gioia provo sotto il tuo fogliame!

Non c’è un canto, ma chiaro sento

Un coro di voci arcane…

Come se il vento mi spingesse avanti,

Per la mia terra – per città e villaggi!

Io ero forte, ma più forte era il vento,

E da nessuna parte potevo fermarmi.

Salve, Russia – patria mia!

Più forte delle tempeste e di ogni libertà

È l’amore per i tuoi fienili,

L’amore per te nel campo azzurro, o isbà.

Per cento palazzi io non darei

La mia casetta col piccolo orto.

Che pace c’era nella mia stanza,

La sera nell’ora del tramonto!

Come tutto lo spazio, terreno e celestiale,

Spirava alla finestra di quiete e felicità,

E alitava di gloriosa antichità,

Ed esultava nella calura e nel temporale!..

1969

Non abbiamo il diritto di riversare…

Non abbiamo il diritto di riversare

Sulla vita la nostra colpa.

Chi va – deve guidare,

Sei andato – allora sopporta!

Io le briglie ho abbandonato.

Dico agli altri andate.

Anch’io andrei e guiderei,

Ma per me non ci sono strade…

1970

Io amo il mio destino…

Io amo il mio destino,

Io fuggo dalle oscurità!

Ficcherò il muso in una crepa di ghiaccio

E mi ubriacherò

Come bestia serale!

Quanti portenti c’erano qui,

Nella terra santa e vetusta,

Lui ricorda solo il cupo bosco!

Lui oggi sonnecchia un po’.

Dal ghiaccio innevato

Sollevo le ginocchia,

Vedo il campo, i cavi sospesi,

Tutto nel mondo intendo!

Ecco Esenin –

            al vento!

Blok un po’ nella nebbia.

Al banchetto è aggiunto

L’umile Chlebnikov sciamano.

Davvero anche loro –

Semplici ombre dolorose?

E non brillano per loro i fuochi

Dei nuovi villaggi nostrani?

Davvero

       Quando sarà il mio turno

Su di me la morte penderà, –

La testa, come frutto maturo,

Dai rametti della vita si staccherà?

Tutti moriremo.

Ma c’è una ragione

Per cui tu sei nato poeta.

E un altro è nato mietitore…

Tutti ce ne andremo.

Ma non è questo il punto…

1970

Elegia della strada

Strada, strada,

Separazione, separazione.

Nota in anticipo

Stradale disperazione.

E la razza paterna,

E le anime che amo,

E il tempo che era migliore,

Tutto è sordo, tutto è lontano.

La gazza del bosco

È la mia sola consolazione.

Strada, strada,

Separazione, separazione.

Stanco nella polvere

Mi trascino come un carcerato,

Lontano si oscura,

Il prato è malato.

E spaventa un po’

Senza amici, senza un chiarore,

Strada, strada,

Separazione, separazione…

1970

Sul lago

Una pace luminosa

È scesa dal cielo

E la mia anima ha visitato!

Una pace luminosa,

Spaziando intorno,

Abbraccia l’acqua e il suolo…

O luminosa

Pace-maliarda!

Con un audace incanto,

Fa’ che tra i tuoi

Bianchi cigni

Il cigno nero diventi bianco!

1971

(C) by Paolo Statuti

Svetlana Chekolaeva

10 Apr

Poesie di Svetlana Chekolaeva tradotte da Paolo Statuti

Duetto

Di nuovo piove – tutto è bagnato,

Delle gocce sento il battito ritmato…

Un duetto di tamburo e violino

Mi ha svegliata di primo mattino.

Per non turbare questi suoni

In silenzio sono andata fuori.

E, in attesa dell’aurora,

Ho ascoltato ogni loro parola.

«Violino, neanche tu puoi dormire?» –

Chiese la pioggia che stava per finire.

«Per ubriacarmi non mi sei mai bastata…

Sapevo che saresti tornata!»

Dietro il loro dialogo l’alba non tarda,

Si è assopita la notte-maliarda.

L’aria del violino è cessata

E subito la pioggia se n’è andata.

2012

Ma io forse sono di un’altra vita

Ma io forse sono di un’altra vita,

Dove la gente crede nella bontà,

E dove l’anima e il cuore dell’Uomo

E i pensieri sono senza impurità?

Sono di là, dove non c’è sofferenza,

Dove il senso dell’onore sanno qual è,

Dove non recitano alcuna parte,

Ma ognuno è accolto così com’è.

Forse io sono di un altro pianeta,

Dove si fa la guerra con i fiori,

Dove l’anima vale più del denaro

E la gente sogna solo a colori;

Dove i bambini hanno mamma e papà,

Una calda casa, tutti contenti,

Senza pianto, bugie, senza inganni,

E non tradiscono amici e parenti…

…Io questo folle mondo non lo capisco,

Dovunque guardi – un conflitto eterno.

Dicono: il sole ha molte macchie,

Ma sono all’esterno, non all’interno.

Pulire l’anima è molto semplice,

E ognuno potrà, se l’avrà voluto.

Decidersi, cambiare non è mai tardi

Si può recuperare il tempo perduto.

Oh, vorrei in una vita con più luce,

Che brillassero di gioia occhi e menti,

Che la gente diventasse più buona

E imparasse a credere nei portenti!

2016

La vera vicinanza

La vera vicinanza non è il sesso, non è il letto,

Ma il respiro vicino di chi tu ami,

Le inquietudini e il trambusto di ogni giorno,

La tenerezza degli sguardi e delle mani.

La vera vicinanza è nell’unione degli animi,

Nella condivisione di successi e avversità;

E se a un tratto si versa l’inchiostro,

È occasione di sorriso e di felicità.

La vera vicinanza non è nel fuoco passionale,

Ma nel sostegno e nello zelo dello sposo,

Quando di notte si alza per cullare,

Per non disturbare il tuo riposo.

La vera vicinanza non è una montagna di fiori,

Ma un sorriso e il caffè a colazione,

È quando tu sei pronto a tutto,

Per costruire un «domani» migliore.

2016

La felicità ama il silenzio

Da tempo tutti conoscono questa verità:

Un giorno perderemo ciò di cui ci vantiamo.

Non per niente la felicità ama il silenzio,

Ma noi a volte lo dimentichiamo.

Gridiamo a destra e a sinistra

Ciò che accade nella nostra vita.

E l’invidia ci sta alle calcagna

E con l’odio nel cuore si affatica.

Non fate mostra della vostra felicità,

Farla tornare – difficilmente potrai!

A volte dietro le dolci frasi

Si celano pensieri affatto contrari.

Custodite la luce della felicità,

Non lasciate che si spenga pian piano.

Nel vortice delle futilità

Non sprecate la felicità invano.

Non considerate la felicità una merce,

Bevetela a cucchiaini solamente.

In un salvadanaio mettete questo dono,

E il vostro capitale crescerà notevolmente!

E per non mettere alla prova il destino,

A ognuno d’ora in poi bisogna ricordare

Che la felicità ama tanto il silenzio.

Non farla sentire, sussurrala… ai tuoi cari!

2017

Non sono una santa. Sono una come tante

Io sono come tutte le donne – tutt’altro che santa,

E non cerco di essere innocente, verificate,

A volte sorrido, sono triste, ridicola e piango,

E prego Dio per la gioia delle persone amate.

Porto la minigonna (anche se ho più di trent’anni),

Bevo vino e a volte anche un forte liquore.

Senza dieta, a colazione mangio solo un panino,

E come ognuna di voi, so che gusto ha il «dolore ».

Ma io sorrido quando voglio tanto piangere,

E cerco, se possibile, di vivere secondo il dovere.

Io non celo pianto e gioia dietro una maschera,

E anche ostacolata voglio il mio contegno mantenere.

Io sono come tutte le donne, tutt’altro che santa.

Mi condannino e mi brucino sul rogo.

Io vado avanti e raggiungo diverse altezze,

Perché amo la felicità che dentro di me trovo.

Sono una semplice donna – mamma, moglie e figlia,

Ma io attraverso l’inferno sulle gambe restando.

Non sono innocente. Ma nemmeno viziata.

Vivete la vostra unica vita «Ah!» esclamando.

2018

Ho in tasca il mare

Ho in tasca il mare,

Il sole ardente brucia le spalle.

Sono su uno yacht. A poppa

Agili scrosciano i delfini.

Profumo di iodio, di gioia, d’estate.

Sento i gridi dei grigi gabbiani.

E inoltre, inoltre

Il mare respira. Il ma-re re-spi-ra!!!

E il mare racconta

Di russalche e sirene,

Di tesori nascosti sul fondo,

Di audaci eroi marini,

«Io ti svelerò un segreto!» –

Mi sussurra il mare in un orecchio. –

«Io sono vivo. Io sono vivo!

E da tanto vivo in una conchiglia».

Un’eco sorda risponde al cuore.

Io sono felice, rido, perché

Ho il mare in tasca.

Se vuoi – lo spartirò con te!

2019

La mia anima vuole tanto la primavera

La mia anima vuole tanto la primavera:

Che canta, che fiorisce, che risuona,

Di cui tutti di colpo s’innamorano –

Che attrae coi tulipani e la minosa!

Sento il mormorio del ruscello

E il disgelo che già gorgheggia.

Un raggio di sole annuncia che marzo

È fra due settimane e mi accarezza.

Moltiplico tre per sette e sorrido,

E un uccello canta: «Non è lontano!»

Scaccio l’angoscia e la sfiducia,

La felicità è a portata di mano.

Febbraio ormai ha i giorni contati.

Già scricchiola la crosta di neve.

La mia anima vuole tanto la primavera:

Bella, tenera, quella che ora viene!

2019

Ferma l’orologio

Ferma l’orologio. E bevi a gocce l’estate –

Denso e dolce liquore di pera.

Chiudi gli occhi. Diventa vento un istante –

Sei avvolto da un’aura leggera.

Fa’ un bel respiro. Metti ordine

Nel cuore, nell’anima, nella mente.

Guarda: in cielo miriadi di stelle,

Come tante caramelle argentee.

La luna è aguzza come una scimitarra.

Ti ammicca come nell’infanzia, guarda!  

Inebria il dolciastro stramonio,

Oltre il fiume il rigogolo canta.

Le fusa del gatto nel fienile,

Scintillano le lucciole dorate.

E un cutter solitario è ormaggiato.

E l’eco di voci ignorate…

Celare un tesoro in un barattolo,

Chiuderlo e fasciarlo con un nastrino,

E nel freddo e nebbioso autunno

Aprirlo piano nel silenzio del mattino.

E tornare nell’ubriacante agosto,

Dove le api fanno il miele di bosco –

Sicuro rimedio per tutti i malanni.

E dove il rigogolo canta nascosto.

Se sei triste, fa’ di limone un infuso,

In un caldo plaid avvolgiti in fretta,

E, lontano da sguardi indiscreti,

Ammira ogni minuto l’estate!

2019

Io non mi pento di nulla

Io non mi pento di nulla,

Né in tutto, né in parte.

Forse, in quei momenti,

Mi sorrideva la felicità…

Forse in quei minuti

Era necessario

Seguire quelle strade,

Benché senza ritorno.

La vita una volta sola viene,

Le gioie sono fugaci…

Il filo sottile si spezzerà,

A un tratto si spegnerà il sole…

Ma da un paese lontano,

Oltre l’illusorio orizzonte,

Io casualmente ricorderò

Le improvvisazioni del destino.

Vivete, amate, rischiate,

Vi va di cantare? cantate!

E non cercate l’essenza

In ogni nota cantata.

Ahimé, il tempo non ritorna,

Né l’acqua che è passata.

Io non mi pento di nulla.

E fate così anche voi!!!

26.06.2019

Date la libertà alle parole

Date la libertà alle parole. Non a quelle offensive, brutali.

Ma a quelle che scaldano l’anima, semplici, abituali,

Nelle quali c’è tenerezza e affetto, parole

Per riscaldare il cuore, come una tazza di latte le gole.

Date la libertà alle parole. Non tacete. Non tardate.

Il tempo è fugace: corre, corre all’impazzata…

Parlate ai cari di sentimenti e del vostro amore,

Perché essi vi ascoltino con tutto il cuore,

E in risposta possano ripeterle anche loro.

Ditele per la notte, a pranzo e all’aurora.

Date la libertà alle parole. Chiamate in questo istante.

Domani può non esserci. E allora con grido assordante

In «dopo» e «fino a» le vostre vite saranno spezzate…

Se c’è cosa dire, vi prego, le parole non lesinate!!!

2019

Apro gli occhi e ho cinque anni

Apro gli occhi e ho cinque anni.

E i problemi non pesano affatto.

All’asilo porto un po’ di caramelle,

Oggi gli auguri tutti mi hanno fatto.

I parenti mi tirano le orecchie,

E ci sarà un brindisi, mi loderanno.

E il «Buratino» col «gas» berremo,

E una bambola mi doneranno.

Soffierò sulla torta con cinque candeline

Nell’abito cinese comprato «sotto banco».

Mi dirà papà: «Su, fa’ un bel sorriso»,

E poi premerà il pulsante ogni tanto.

E dopo andremo nel parco,

Dove il mio pony mi attende,

Dove guarderò a bocca aperta

Il vento che le nubi disperde…

…Ho trentasette anni. E la famiglia accanto.

E musica, torta, brindisi, candele.

Tutti in coro mi fanno gli auguri,

Risuonano parole e frasi sincere.

Trucco, acconciatura e rossetto intonato.

E indosso un nuovo vestito.

Papà fotografa con l’«high phone»,

Io brillo di felicità e sorrido.

Eppure più spesso voglio essere là –

Nel paese dell’infanzia, dov’è il mio pony,

Dove la vita è come acqua di fonte,

E il mondo è davanti, con tutti i miei doni.

Là dove non c’è tradimento e menzogna,

Il gusto è più spesso dolce che amaro.

Dove in un angolo della mia anima

Vive la bimba di cinque anni che tanto amo.

2019

Non costringete le donne ad aspettare

Non costringete le donne ad aspettare!

Per le donne non ha prezzo il tempo.

E l’attesa, tu non ci crederai,

Vale quanto il vostro tradimento.

Per noi conta sentire il calore

Anche ora e in tanti momenti.

Che qualcuno ci prenda sotto l’ala,

Ci stringa al petto e un rifugio diventi,

Senza problemi, dove ci capiscono,

Condividendo gioia e dolore,

Dove belle parole troveranno,

Dove sentiremo un tenero calore.

Dove «noi» conta assai più di «io»,

Dove ha sempre fuoco la passione,

E il suolo per fortuna è beato,

E i problemi non fanno impressione.

Non costringete le donne ad aspettare.

Per le donne l’attesa è una disgrazia.

Trovate il tempo per una carezza

E sostituite la noia con la grazia.

Trovate una paio di belle parole.

Sì! Amare le donne da impazzire.

Un vostro complimento, un fiore…

La dama del cuore si sentità languire.

Ebbene, che vi costa invitarla

Al cinema o anche a teatro,

Comprarle un piccolo regalino

O fare un suo desiderio appagato?

E la pellicola della vita svolgere,

E come all’inizio invaghirsi di lei!…

Non costringete le donne ad aspettare.

Sappiate, la loro pazienza eterna non è…

2020

(C) by Paolo Statuti

Vera Pavlova

4 Apr

    

Vera Anatól’evna Pávlova è nata a Mosca il 4 maggio 1963. Si è diplomata presso l’Istituto Musicale “A.G. Shnitke” e l’Accademia di Musica“Gnesinych”, specializzandosi in storia della musica. Ha cominciato a scrivere poesie a 20 anni, dopo la nascita della prima figlia Natal’ja, oggi cantante lirica. In una intervista ha dichiarato: «La mia prima poesia è stata un messaggio inviato a casa dal reparto maternità dell’ospedale. Avevo appena partorito la mia prima figlia. Fu un genere di felice esperienza mai provata né prima né dopo. La felicità fu così intollerabile, che mi spinse a scrivere una poesia per la prima volta. Da allora scrivo e ricorro alla scrittura ogniqualvolta mi sento intollerabilmente felice o infelice. E poiché la vita mi riserva in abbondanza occasioni per entrambi i sentimenti, negli ultimi ventisei anni ho scritto praticamente senza sosta. Non posso permettermi di stare lontano dalla scrittura. Potrebbe essere chiamata tossico-dipendenza, ma io preferisco chiamarla la mia forma di metabolismo».

   Parlando di sé con estrema franchezza, la sua poesia è rivolta principalmente alla vita privata e intima della donna contemporanea. Linda Torresin scrive: «Musicista prima ancora che poetessa, le armonie – raramente armoniche e più spesso dissonanti – della realtà si rivelano uno strumento efficace per comprendere l’individuo nella sua essenza più profonda. Il legame tra lo spirituale e il terreno è al centro della poesia di Vera Pavlova. La carnalità, il corpo, il rapporto uomo-donna – è questa per la Pavlova la chiave di lettura (concreta e palpitante) della vita».

     È una poesia di breve intenso respiro, scritta tutta d’un fiato. Mi fa venire in mente Ars poetica del poeta polacco Leopold Staff, da me tradotta tanti anni fa:

Un’eco dal cuore sussurra:

«Prendimi prima ch’io languisca,

Che diventi diafana, azzurra,

Che impallidisca, che sparisca!»

Come una farfalla l’afferro,

Non per sbalordire il mondo,

Ma per rendere l’attimo eterno,

Perché tu comprenda a fondo…

     Ha scritto più di venti raccolte di poesie, cinque libretti d’opera e quattro testi per cantata. È stata tradotta in venticinque lingue. Vive tra Mosca e New York.

Poesie di Vera Pavlova tradotte da Paolo Statuti

*  *  *

Un hobby? – Ce l’ho: raccolgo

arcobaleni, meteoriti,

sogni, cartoline del paradiso,

conversazioni al buio,

cartellini NON DISTURBARE,

pareri di esperti,

anelli di fidanzamento

e programmi di concerti.

*  *  *

Alle sette è già buio.

Mi gusto un libro in poltrona.

Una foglia gialla è volata dentro,

ha chiesto asilo.

Da’ ospitalità alla rifugiata

e prendila come segnalibro.

Libro, cosa viene dopo?

Un breve epilogo.

*  *  *

Piego un gesto amorevole come latta

e costruisco una casa, cominciando dal tetto.

Scrivo ciò che voglio leggere.

Dico ciò che voglio sentire.

Scrivo: la tua amarezza è ardente.

Taccio, ti compatisco per il Braille.

Formiche, entrate in casa, trascinando

la tenerezza cento volte più pesante di voi stesse!

*  *  *

Non c’è l’amore? – Lo faremo!

Fatto. Che faremo poi? –

Faremo l’ansia, la tenerezza, il coraggio,

la gelosia, la sazietà, la menzogna.

*  *  *

Un poeta in più c’è ora al mondo,

quando ho visto

vita della vita, morte della morte –

il bambino da me  generato.

È stato così, il mio inizio:

il sangue bruciava l’inguine,

l’anima si librava, il bambino gridava

in braccio all’infermiera.

*  *  *

La bici è assai grande.

La giacchetta è stretta.

Allegro e selvaggio

vado come freccia.

Il fischio della velocità…

Breve, erta,

viscida, spinosa

è la strada per il pronto soccorso.

*  *  *

Da trent’anni compongo un’ode,

evitando grandi temi,

a una coperta. E alla gente

sarò cara,

perché col sorriso di Monna Lisa,

con la semplicità di un sillabario,

ho scritto testi

per gli amanti del gorgheggio.

*  *  *

Non ricordo il suo nome.

Sergej? No, non Sergej.

Lo amavo? Dubito.

E lui mi amava? Poco probabile.

Parole, interni, pose –

tutto cancellato con buona memoria.

Mi ha donato un mazzo di mimosa,

incontrandomi dopo l’aborto.

*  *  *

Non voglio un mattone dal tetto –

io voglio morire alla lunga.

Io voglio morire osservando

il corpo che, goccia a goccia,

secerne la vita stremata.

Lasciarla uscire da me

come attraverso un passino fine-fine

e pian piano respirare con sollievo,

non avendo visto niente sul fondo.

*  *  *

Cittadini marionette,

schivate gli abbracci!

Si aggrovigliano i fili

dalle caviglie e dai polsi, –

non li scioglierà il burattinaio.

si legheranno e si sposeranno.

E allora addio libertà

di pensiero e di movimento.

*  *  *

Solitudine. Risacca.

Sera. Lingua madre dei gabbiani.

Parlo con me stessa.

Ma lei non risponde:

mi boicotta,

con una stupida non parlo, dice,

o che non capisce in nessun modo,

che devo fare?

*  *  *

Dichiaro l’ombrello aperto,

dichiaro la pioggia col sole,

dichiaro il dolore dimenticato,

dichiaro la città natale,

il passato – lavato da brillare,

il futuro – che mi aspetta…

Ti piace il mio ordine del giorno

in questo brutto tempo invernale?

*  *  *

Il senso della vita è più giovane della vita

di trenta-trentacinque anni.

Metà della tua vita confidi

senza capire nulla.

E poi in mezza giornata

capisci tanto,

che a Dio servirà

l’eternità per ascoltarmi.

(C) by Paolo Statuti

Paolo Statuti: Colonna di automezzi

31 Mar

Colonna di automezzi

che attraversi furtiva

le vie di Bergamo, di notte,

come timorosa

della luce del giorno

che più non ti appartiene,

seguita dal mondo intero,

ti seguo anch’io col tricolore

negli occhi appannato

dal dolore.

Soffocati dal virus,

respirate ora a pieni polmoni,

increduli ma felici,

ne sono certo!

19.3.2020

Michaìl Svetlov: L’Italiano

30 Mar

L’Italiano

Sul petto italiano una croce nera,

Semplice, senza rabeschi giaceva,

Da una famiglia povera conservata,

Dal figlio unico era portata…

Giovane che a Napoli sei cresciuto,

In un campo russo cos’hai perduto?

Ma non potevi felice restare

Nel golfo del tuo celebre mare?

Io che ti ho ucciso dall’Italia lontano,

Quante volte ho sognato il vulcano!

Come ho sognato sulle rive del Volga

Almeno una volta un giro in gondola!

Ma io non sono venuto a luglio

A rubarti l’estate – pistola in pugno,

Non ho lanciato le mie granate

Sulla santa terra dell’Urbinate!

Ho sparato dove ho le mie radici

E sono fiero di me e degli amici,

Dove le storie della nostra gente

In un’altra lingua nessuno sente.

I segreti e i meandri del caro Don

Forse uno straniero ha mai studiato?

La nostra terra – la Russia, la Rus’ –

Hai forse arato e seminato?

No! Sei giunto qui con un convoglio

Per colonizzare con cieco orgoglio,

Perché la croce della tua famiglia

Finisse in una fossa di argilla…

Non lascerò che oltre mari stranieri

Sia portata la mia patria venusta!

Io sparo – e un’altra giustizia non sarà

Mai della mia pallottola più giusta!

Tu non sei mai stato né vissuto qui!..

Ma si è disteso sui campi innevati

Il cielo azzurro della tua Italia,

Ora vitreo nei tuoi occhi sbarrati…

1943

(Versione di Paolo Statuti)

Nika Gheorghievna Turbina

27 Mar

Nika Gheórghievna Turbiná

   Nacque a Jalta il 17 dicembre 1974. La madre Maja Nikanorkina era pittrice e il padre Gheorgij  Torbin – attore. Dal padre prese il cognome che in seguito diventò il suo pseudonimo. Ben presto i genitori divorziarono e la bambina crebbe nella famiglia della madre e con la nonna Ljudmila Karpova. Tutta la famiglia era votata all’arte. Fin dai primi anni le leggevano i versi di vari poeti e una grande influenza su di lei ebbero le poesie di Andrej Voznesenskij, amico della madre. Girava la voce che egli fosse il vero padre di Nika, ma sia il certificato di nascita che i ricordi dei conoscenti lo escludono. Anche la madre di Nika scriveva poesie, però senza mai pubblicarle.

   Fin dai primi anni Nika soffriva di asma bronchiale e d’insonnia. Quando aveva 4 anni , guardando di notte da una finestra della sua casa a Jalta, stupì la madre recitando: «Luna crèmisi, luna crèmisi, guardami attraverso la finestra buia. La stanza è nera. Gli angoli sono neri. Nere sono le case. E nera sono io stessa». Cominciò a scrivere poesie prima ancora d’imparare a leggere e a scrivere. Alla stessa età, durante l’insonnia, pregava la madre e la nonna di scrivere le poesie che sussurrava e che, secondo le sue parole, le dettava Dio.

   Nel 1981 la nonna di Nika riuscì a incontrare lo scrittore Julian Semjonov e lo pregò di leggere le poesie della nipotina. Lui le lesse e le trovò geniali, pur con qualche dubbio che le avesse scritte una bambina. Subito telefonò al caporedattore della “Komsomolskaja Pravda” dicendogli: «Ascolta, c’è un vero poeta russo che vive a Jalta». Un corrispondente fu inviato a intervistare Nika e ripartì stupito.

   Si mormorava che non tutte le poesie pubblicate col nome di Nika fossero state scritte da lei e che molte fossero frutto di una sua collaborazione con la madre. A queste insinuazioni la giovane poetessa rispose con questa poesia:

Non io scrivo le mie poesie?

Va bene, non le scrivo io.

Non io grido che non c’è una riga?

Non io.

Non io ho paura dei folti sogni?

Non io.

Non io mi getto nell’abisso delle parole?

Va bene, non io.

Voi vi svegliate al buio,

Senza forza per gridare.

E senza parole…

No, le parole ci sono!

Su, prendete un quaderno

E scrivete voi

Cosa avete visto nel sonno,

Cosa è diventato dolore e luce,

Scrivete di voi stessi.

Allora, amici, vi crederò:

I miei versi non li scrivo io.

1982

   Per un fortuita coincidenza Nika frequentò lo stesso ginnasio dove all’inizio del secolo ventesimo aveva studiato Marina Cvetaeva. Nel 1984, quando non aveva ancora compiuto 10 anni, uscì a Mosca in 30 mila copie la sua prima raccolta di poesie scritte tra i 5 e gli 8 anni, dal titolo Quaderno di appunti, tradotta in 12 lingue. Evghienij Evtuscenko scrisse la prefazione e da allora egli si prese cura della bambina. La portò anche a Venezia, dove Nika fu premiata con il prestigioso “Leone d’oro” per la poesia, che prima di lei aveva ricevuto anche Anna Achmatova.

   A 13 anni visitò New York e Boston per una settimana, recitando le sue poesie. In tale occasione disse: «Ci vuole molta energia. Quando io leggo una mia poesia, rivivo tutta l’emozione con cui l’ho scritta, ogni parola evoca la sofferenza di questa emozione».

   La sua seconda e ultima raccolta dal titolo Gradini in su, gradini in giù… uscì

nel 1990. In quel periodo Evghienij Evtushenko aveva già smesso di proteggerla e di frequentare la famiglia della poetessa – egli pensava che la mamma e la nonna cercassero di ottenere denaro da lui.

   Nika mal sopportava la perdita di popolarità e di interesse del pubblico e aveva l’impressione di essere diventata inutile a tutti. Secondo i ricordi dei conoscenti beveva, aveva frequenti flirt, a lungo viveva fuori casa e si era perfino tagliata le vene. Aveva quasi dimenticato le sue poesie dell’infanzia. In seguito al suo squilibrio mentale fu mandata in Svizzera per curarsi in una clinica psichiatrica e si fidanzò col suo psichiatra che aveva 76 anni.

   Tornata dalla Svizzera, sperando di realizzare il suo sogno di diventare attrice, cominciò a studiare presso l’Istituto Statale Russo di Cinematografia, ma non concluse niente a causa di attacchi di nervi provocati dall’ubriachezza. Un anno dopo, delusa, abbandonò l’istituto. Non riusciva a trovare un lavoro adatto per lei. Finalmente nel 1994 fu ammessa, senza esami, a frequentare l’Università della Cultura di Mosca. La sua insegnate era Aljona Galich, figlia del poeta Aleksandr Galich, che diventò sua intima amica. Nonostante lo squilibrio psichico e la labile memoria, il primo semestre studiava bene, aveva ripreso anche a scrivere poesie – su un qualunque pezzo di carta o perfino col rossetto, se non aveva una matita a portata di mano. Ma alla fine del primo corso, poco prima degli esami, si recò a Jalta dal suo ragazzo Kostja, che frequentava già da qualche anno.

   Per gli esami non tornò. Nel maggio del 1997 ci fu la prova generale della sua morte. Quel giorno Nika era in casa di un amico, entrambi avevano bevuto e per qualche motivo litigarono. Nika corse verso il balcone (come poi disse “per scherzo”), non si fermò e restò sospesa nel vuoto. Lui l’afferò per la mano e lei cercò di risalire, ma non ci riuscì e cadde. Fortunatamente restò attaccata a un albero. Si salvò riportando soltanto la frattura della clavicola e una lesione alla spina dorsale.

   Per iniziativa dell’amica Galich, Nika avrebbe dovuto curarsi in una clinica specialistica americana, ma quando arrivò il consenso di quest’ultima, la madre improvvisamente la portò a Jalta, dove Nika, dopo un violento attacco nervoso fu ricoverata in un ospedale psichiatrico.

   L’11 maggio 2002 Nika si trovava in casa di Inna, una sua conoscente che abitava nella stessa via, aveva bevuto con lei e con un amico e si era addormentata. Inna con l’amico erano usciti per comprare la vodka e Nika, svegliatasi, li aspettava seduta sul davanzale al quinto piano con le gambe all’infuori, che secondo quanto afferma la Galich, era la sua posizione preferita. Escludendo la tesi del suicidio, Nika deve aver fatto un movimento brusco per girarsi e, perso l’equilibrio, restò appesa nel vuoto. Gridò aiuto ma precipitò, riportando gravissimi traumi. Si trattò dunque di una fatale disgrazia, di una tragica fatalità? Anche se fu così, una cosa è certa: non era la prima volta che Nika “scherzava” con la morte. Il suo corpo fu cremato. Soltanto una persona le portò gli ultimi fiori – la sua amica insegnante Aljona Galich. Aveva appena 27 anni.

   Molti fanno notare che la psiche della bambina non aveva restistito al peso della fama e alla prova dell’oblio. Ecco cosa dice in proposito lo scrittore Dmitrij Bykov: «Alcoolizzati, donnaioli e magari anche impostori diventano gli scrittori quando non riescono più a scrivere. Ciò rappresenta un tremendo stress e non c’è modo di compensarlo con un’altra occupazione… la stessa cosa avvenne con la giovane poetessa Nika Turbiná, saltata dalla finestra dopo dieci anni di depressione, e a tanti altri che si sono dati al bere o si sono estraniati, sentendo inaridirsi la propria fonte di Castalia».

   Dopo la morte di Nika l’archivio con i suoi scritti fu consegnato all’amico di famiglia Aleksandr Ratner. Egli nel 2018 ha pubblicato una sua dettagliata biografia dal titolo I segreti della vita di Nika Turbiná, che ha ricevuto il premio “Ernest Hemingway”. Basandosi sui ricordi dei conoscenti, sulle minute e sui manoscritti conservati, egli giunge alla conclusione che molte poesie erano frutto di una collaborazione con la madre, o scritte interamente da quest’ultima e attribuite alla figlia. Egli afferma anche che la famiglia sfruttava la fama e i guadagni di Nika, danneggiando in tal modo la salute e la psiche della bambina.

   Qualunque sia la verità e chiunque le abbia scritte, queste poesie mi hanno colpito. Basterebbe tuttavia che anche solo una parte di esse fosse stata scritta veramente e interamente da Nika, per qualificarla come una geniale e autentica poetessa, come una bambina prodigio, la cui vena poetica andò purtroppo esaurendosi con gli anni, fino alla tragedia finale.

   In un paese dove i tassisti recitano a memoria Pushkin e i poeti più noti possono riempire a volte gli stadi di ascoltatori delle loro poesie, come accadeva ad esempio con Bella Achmadulina, Turbiná sembrava destinata ad attirare su di sé un’attenzione sempre crescente e duratura. Ma, ahimé, la poesia russa è costellata di martiri, quanti omicidi e suicidi si contano in essa! «Perché io soffro?» – si chiede Nika e si risponde: «Perché vivo. Il mondo non è pieno di colore. Da qualche parte la gente viene uccisa, da qualche parte i bambini muoiono, e con le mie poesie voglio aiutare a rimuovere i blocchi che attualmente dividono il mondo».

   Nel 2009, in occasione del trentacinquesimo anniversario della nascita di Nika Turbiná, a Jalta sull’edificio della scuola nr. 12 è stata murata una lapide alla sua memoria. Attualmente la direzione del “Club Amici di Jalta” è in trattative con le autorità cittadine per la creazione di un monumento e di un museo della poetessa.

   Si può ascoltare Turbiná in YouTube. Il suo modo di recitare nel tradizionale stile russo drammatico ed emotivo, fa impressione: le dita contratte davanti a sé, lo sguardo rivolto in alto a cercare l’ispirazione, e una voce risonante che sembra innaturale per il suo fragile fisico di bambina.

                                                                                       Paolo Statuti

Poesie di Nika Turbiná tradotte da Paolo Statuti

Alla mamma

Mi manca

la tua tenerezza,

come a un uccello

che muore – l’aria.

Mi manca

l’inquieto tremito

delle tue labbra,

quando mi sento sola.

Mi manca il sorriso

nei tuoi occhi –

essi piangono,

guardandomi.

Perché in questo mondo

il dolore è così cupo?

Sarà, forse,

perché sei sola?

(1981)

Sono pesanti i miei versi…

Sono pesanti i miei versi –

Pietre in salita.

Le porterò fino alla rupe,

Tenacemente.

Cadrò con la faccia nell’erba,

Le lacrime non basteranno.

Squarcerò la mia strofa –

Il verso scoppierà a piangere.

Con dolore l’ortica

Penetrerà nella mia mano.

Tutta l’amarezza del giorno

Si trasformerà in parole.

(1981)

Chi sono?

Con gli occhi di chi io guardo questo mondo?

Degli amici? dei parenti? degli alberi? degli uccelli?

Con le labbra di chi io colgo la rugiada

Della foglia caduta sulla  strada?

Con le mani di chi io abbraccio il mondo

Così debole e fragile?

Io perdo la mia voce nelle voci

Dei boschi, dei campi, delle piogge,

Della bufera di neve, della notte…

Chi sono?

In cosa cercare me stessa?

Come rispondo a tutte le voci della natura?

(1982)

Io sono l’erba assenzio…

Io sono l’erba assenzio,

Amara sulle labbra,

Amara sulle parole,

Io sono l’erba assenzio.

E lamento sulla steppa.

Circondato dal vento

Stelo sottile,

Spezzato…

Nata dal dolore

Lacrima amara.

A terra cadrà –

Io sono l’erba assenzio…

(1982)

Sono come una bambola rotta…

Sono come una bambola rotta.

Nel petto hanno dimenticato

Di metterle il cuore

E l’hanno lasciata inutile

In un angolo buio.

Io, come una bambola rotta,

Quando spunta il giorno

Sento il soave sussurro del sogno:

“Dormi, mia cara, dormi a lungo.

Voleranno gli anni,

E quando ti sveglierai ,

Di nuovo vorranno

Prenderti in braccio,

Cullarti, giocare,

E batterà il tuo cuore…”

Ma l’attesa è tremenda.

(1983)

*  *  *

Tu ed io

Parliamo lingue diverse.

Le lettere sono le stesse,

Ma le parole sono estranee.

Viviamo su isole diverse,

Eppure stiamo nella stessa casa.

(1983)

Non andrò col tram

Non andrò col tram,

L’autunno copre le rotaie.

Resterò in casa

Alla finestra.

Raccoglierò sul palmo i suoni,

Come i portinai raccolgono al mattino

Le nebbie nei cesti,

Sollecitando il giorno.

Il vento farà roteare le foglie,

Non si poseranno sui gradini.

E sbatterà la finestra

Facendo tintinnare i vetri.

Non andrò col tram,

I suoni precedono l’autunno.

Resterò in casa

Accanto alla finestra rotta.

1983

Non bisogna chiedermi…

Non bisogna

Chiedermi

Perché vivono le poesie malate.

Io capisco,

Sarebbe meglio

Avere una scorta di sane parole.

Ma non posso farci nulla,

Ai sogni non si può chiedere

Perché vengono.

Perché i boia notturni

Hanno sguainato le spade

E si avvicinano a me tutti insieme.

Perché gente cieca e sfinita

Si è affollata alla porta

Della mia memoria non infantile.

Il fuoco ha divorato decine di sorti,

Ma davvero è apparso

Chi prenderà su di sé

Tutto il male?

(198?)

*  *  *

Vi ho ingannati,

Dicendo che un istante può essere l’eternità,

Che quando migrano gli uccelli

Finisce il caldo.

E che ho dimenticato da tempo

Gli scongiuri delle notti incantate,

Che la gioia è così vicina,

Basta sfiorarla per caso –

La tua mano

Solleva la sfera terrestre.

Io vi ho ingannati?

No, ho donato un segreto

Noto a me soltanto.

(1983)

Per i viali del parco…

Per i viali del parco,

come pallina di cristallo,

la tua voce tintinnante

mi ha superato.

È passata sui tetti,

è passata sulle foglie.

Nel fruscio dell’autunno

ha colto la musica.

A un tratto s’è fermata

accanto a quella panchina

dove c’era

un lampione rotto.

La tua pallina di cristallo

ha riso lanciando scintille,

e il lampione rotto

si è illuminato.

(1983 o prima)

Il pesciolino d’oro

Hanno preso nella rete il pesciolino d’oro:

Tutti i suoi doni hanno restituito.

Anche le parole

Che lui diceva sull’amore,

Le abbiamo restituite –

Amaro inizio…

Per quale ragione di nuovo

da una ripida sponda

Noi supplicando guardiamo

Aspettando una parola?

(Italia – Yalta  1985)

Le mie poesie somigliano a un gomitolo…

Le mie poesie somigliano a un gomitolo

Di fili colorati, arruffati da un bambino…

La mattina cerco di sgrovigliarli

In graziosi gomitoli separati,

Ma la sera – che assurdità! –

Il pavimento, le pareti, le strade, le case –

Tutto è confuso!

Le poesie somigliano

A una lunga coperta colorata,

No, alla strada dove

Dovrò rotolare il gomitolo della mia vita…

Che un bambino arruffi pure i fili –

Non si può seguire un solo dritto cammino!

E con un solo colore

Non si può riempire il mondo intero!

Che le parole siano un arcobaleno.

(1985 – 1987)

(C) by Paolo Statuti

Marek Baterowicz: La maledizione

21 Mar

Marek Baterowicz: La maledizione

Una maledizione è scesa sulla Terra

come innumerevole locusta

moltiplicandosi nell’aria

e circolando nelle nostre vene

– pestilenza più crudele di un ciclone,

spietata come tsunami,

sciagura a misura di peste,

flagello peggiore di fame e fuoco,

calamità che tormenta i popoli

come erinni laceranti le loro vittime,

insudicia l’opera della Creazione

con la stoltezza che si è fatta perfidia.

La morte ci colpisce

non distinguendo

gli appestati dai benedetti

credenti

che sperano nel Signore

spaventando la morte con la preghiera.

Questa maledizione non viene da Dio,

ma da noi stessi,

dalla nostra superbia e spina,

l’abbiamo scagliata sulle nostre case e teste

e sui nostri figli.

19 marzo 2020 AD

Marek Baterowicz

(Traduzione di Paolo Statuti)

Urszula Kozioł: MeloMonologo

5 Mar

Urszula Kozioł

MeloMonologo

                               … e perché tu ti burli di questo vuoto

                               se il vuoto non si burla di te

                                                                                      B. L.

Prima di venire al mondo

la sorte mi fa fatto scegliere

o il segno del Cancro o quello dei Gemelli

ho scelto i Gemelli

ma ai limiti del Cancro

fin dai primi istanti la dualità mi attirava

si consolidava in me

prima che i filosofi scoprissero

che non l’unità governa l’universo

(come m’insegnò il prof. Z.B.)

ma il duplice

lo scontro di due contrari

è il motore del moto e del mutamento

(anche la gente non molto istruita

ha saputo

che per ballare bisogna essere in due).

Ho scelto i Gemelli

ai limiti del Cancro

per trovarmi qui e qui

per essere là e là

aprendo gli occhi ho capito anche

che da allora non sarei mai stata sola

perché saremmo state sempre in due

io visibile e io invisibile

io ed io coesistenti

in due

parliamo tra di noi

a volte discutiamo

ma confido in quella

a me invisibile

più svelta di me viene al dunque

è per me la sorella maggiore

mi suggerisce

come cavarmela in questa o quella

situazione imbarazzante

organizza per me sogni straordinari

in cui tutto

sembra vero

benché vero non sia

sembra certo

benché sia incerto

conosciuto

benché in vita mia

mai visto prima

tra eventi illusori

e persone illusorie

mi muovo abilmente

come se non fossi di dove sono

accolgo senza sorpresa

questo e quello

come se tornando a casa mia

trovassi ogni cosa

al suo posto.

Forse è lei a suggerirmi i versi

che scrivo

come se non li scrivessi io

come se dal magma averbale

a richiesta di qualcuno

mi affrettassi a tradurli

in una lingua a me nota

io invisibile

sorprendo me visibile

con le sue possibilità

mentre l’io visibile

trascina a stento sulle gambe

il dorso dolorante

e vaga col pensiero

in terre lontane

un tempo viste e adesso – –

io invisibile

senza le fatiche dei viaggi

senza riflettere senza indugiare

in una frazione di secondo

sono là

dove arrivo col pensiero

so fin dalla culla

come essere qui e qui

nello stesso  tempo

per me invisibile

sono inutili i bagagli

                      i passaporti

                                 i veicoli

l’io visibile e invisibile

non riescono più

a fare a meno l’uno dell’altro

entrambi amano stare insieme

ma al tramonto della vita

da dove è sbucata questa terza

estranea

funesta

a un tratto appesa come freddo macigno

pronto in ogni momento

a piombarci sulla testa

noi due adesso

ci sentiamo a disagio

vicino a lei

tacciono i nostri colloqui

canti e risate

vicino a lei

non esaminiamo più i fatti del giorno

non guardiamo controluce

non cerchiamo trasparenze

non indaghiamo

in quale posto

c’è un difetto o un calo della materia – –

adesso preferisci a segni

accennarmi qualcosa

più che chiedermi

cosa mi ha guidato

nel fare i passi come il cavallo degli scacchi

evitando le pozzanghere

anche se qui non c’erano

a causa di questa terza indesiderata

il ghiaccio ci gela il cuore

e frena le voglie

una volta ho voluto

ho cercato di mostrarmi amica con un verso

con un gesto della mano

a sua volta me l’ha ficcato

in gola stringendomela ma sappiate

sì sappiate

che ero con voi

con te e con te là

insieme

con ognuna i ognuno di voi

forse voi

e anche tu preferisci fingere

di non sentire

e per ogni evenienza insieme

avete finto

avete fatto di tutto

per ammettermi

senza darmi la parola – –

a volte quando io invisibile

a vostra richiesta senza essere menzionata

mi sprofondo in me stessa

per questo non sono affatto

sola al mondo

da quando un semiconosciuto

benché sconosciuto

mi ha inviato un suo libro

per proteggermi

in un momento buio della vita

basta allungare la mano

celarsi nel folto delle lettere

per riavere la luce

rubata al cuore

se a portata di mano

c’è la concreta informazione

che non devo temere

e nemmeno tremare davanti qualcosa

che essendo il vuoto

non esiste

perciò paura e tremito

sono infondati

a pensarci bene

col vuoto non c’è verso di lottare

per questo Don Chisciotte

che fin dall’infanzia

accompagna i miei passi

al posto del vuoto

ha immaginato le pale di un mulino

per dimostrare

che invano

col vuoto si lotta

fino a perdere il fiato

perché nessuno crederà

che lottiamo

per il mero bisogno di lottare

col vuoto

che ci inghiottisce

un boccone alla volta

e nemmeno cancella le tracce

della sua visita qui

e adesso già sparge

le nostre ossa

in un campo deserto

qui dove nessuno ci cerca

e nessuno mi chiama.

(Versione di Paolo Statuti)

Karel Jaromir Erben (1811-1870)

17 Feb
Karel Jaromir Erben

Ballate di Karel Jaromír Erben tradotte da Paolo Statuti

Un mazzo di fiori

Morì la madre e fu seppellita,

orfani i figli restarono;

ogni mattina essi venivano

e la mammina cercavano.

Dei bambini la madre ebbe pietà,

e allora il suo cuore ritornò

e, trasformatosi in un fiorellino,

con esso la tomba adornò.

Sentirono la madre dal profumo

i figli e presero a ballare;

e il fiore – loro consolazione,

cuordimamma vollero chiamare.

Cuordimamma! caro alla nostra patria,

voi semplici nostre leggende!

Sopra una vecchia tomba ti ho colto

e ti porterò tra la gente.

Io farò di te un semplice mazzo,

ti metterò un nastro e infine,

ti mostrerò la strada per la terra

dove hai una famiglia affine.

Si troverà una figlia di mamma

che il tuo profumo sentirà?

E si troverà un giorno un figlio

che al suo petto ti stringerà?

Il piccolo colombo

Vicino al cimitero

tra i fossi va la strada;

la percorre piangendo

una vedova leggiadra.

Per il suo consorte

piangeva, si doleva;

all’ultima dimora

triste lo conduceva.

Da una bianca dimora,

lungo un verde prato,

cammina un bel giovane,

ha il cappello piumato.

“Oh, non piangere così,

vedova bella e giovane!

Non sciupare i tuoi occhi,

ascolta la ragione.

No, non piangere così,

vedova, bella rosa!

Tuo marito è morto,

sii ora la mia sposa”.

Un giorno ha singhiozzato

soltanto un momento,

poi il suo dolore

pian piano si è spento.

Dopo una settimana

a lui più non pensava;

appena un anno dopo

nuove nozze aspettava.

Vicino al cimitero

la strada scorre lieta,

i due promessi sposi 

entrano nella chiesa.

Si svolsero le nozze

allegre e chiassose,

la sposa tra le braccia

dello sposo amorose.

Si svolsero le nozze

con musica e canto,

lui la stringeva a sé,

lei rideva soltanto.

Ridi, ridi, o donna!

il riso ti si addice;

il defunto sepolto

non sente e nulla dice!

Abbraccia il tuo amato.

Oh, non devi temere:

la tomba è così buia 

e lui non può vedere!

Bacia, bacia adesso

quelle labbra frementi,

colui che hai tormentato

non torna tra i viventi!

Corre il tempo, corre,

ciò che non era sarà,

tutto col tempo cambia

e ciò che è sparirà!

Corre il tempo, corre,

un anno è un istante;

solo la colpa resta

come pietra pesante.

Tre anni son passati,

da quando il morto giace,

e sopra la sua tomba

l’erba cresce vivace.

Sopra il tumulo l’erba,

una quercia è vicino,

e sulla quercia siede

un colombo piccino.

Siede immobile, siede,

e tuba con tristezza;

si turba chi lo sente,

il suo cuore si spezza.

Ma non si spezza agli altri

come a una donna sola;

i capelli si strappa,

prega col cuore in gola:

“Non ti dolere così,

la tua voce addolora;

il tuo canto crudele

l’anima mi perfora !

Non ti lagnare così,

la testa fai girare;

oppure tuba tanto,

da farmela scoppiare!

Scorre l’acqua e risuona.

L’onda le onde insegue,

e a tratti fra le onde,

una veste si vede.

Ora emerge una gamba

o una pallida mano;

la disperata moglie

cerca la tomba invano!

L’hanno tirata a riva

e sepolta di nascosto,

dove i quieti sentieri

s’incrociano nel bosco.

Né tomba né una croce

in sorte lei tiene:

solo un grande macigno

per sempre il corpo preme.

Ma un masso non schiaccerà

mai la terra, come

la sua tomba è schiacciata

dalla maledizione!

La strega di mezzodì

Vicino al banco il bambino

urlava a squarciagola.

“Smettila una buona volta,

almeno un’ora sola!

Tra poco è mezzogiorno,

papà ritorna ed io

non riesco a cucinare,

sei un castigo di Dio!

Zitto! hai i soldatini –

Gioca! – qui hai il galletto!”

ma ciò che ha sottomano,

getta via con dispetto.

La madre allora esclama:

”Che strazio, basta così!

Adesso ti porterà via

la strega di mezzodì!

Vieni a prenderlo, o strega,

portalo via lontano!”

Ed ecco che nella stanza

la porta s’apre pian piano.

Un fazzoletto in testa,

bassa e di pelle scura,

Le gambe storte e la gruccia –

entra questa figura!

“Dammi il bambino!” – “O Cristo!

Grazia una peccatrice!”

La morte è già nell’aria

e la strega è felice.

La strega come un’ombra

è sempre più vicino;

la madre, terrorizzata,

afferra il suo bambino.

Lo stringe a sé, indietreggia –

oh, guai al bambino, guai!

La strega è vicina al bimbo,

quasi lo tocca ormai.

Già allunga la sua mano,

stringe le braccia la madre:

“Per la passione di Cristo!” –

grida ma sviene e cade.

Ora suona la campana

la dodicesima volta,

la maniglia ha cigolato,

il padre varca la porta.

La madre giace svenuta,

il bimbo al petto è serrato:

la madre riprende i sensi,

ma il bimbo – è soffocato.