Arkadij Kutilov

23 Nov

Arkadij Kutilov

 

Poeta, prosatore e pittore russo. E’ nato il 30 maggio 1940 nel villaggio di Rys’ja (regione di Irkutsk) ed è morto a Omsk nel mese di giugno del 1985. E’ uno dei più luminosi e originali poeti russi del XX secolo. Trascorse l’infanzia e l’adolescenza nel villaggio di Bražnikovo, nella regione di Omsk. Un ruolo  particolarmente importante nella sua formazione ebbero la sua insegnante di russo e il bibliotecario, che consigliava il giovane nella scelta dei libri. Nella biblioteca del posto Kutilov trovò una piccola raccolta di Marina Cvetaeva e, grazie a ciò, fece per la prima volta conoscenza con la poesia caduta in disgrazia. La forza e la bellezza dei versi della Cvetaeva fecero nascere in lui un irresistibile interesse per la poesia. Le prime sue composizioni poetiche risalgono al 1957 (fino all’età di diciassette anni la sua passione principale era stata la pittura). Iniziò con versi il cui contenuto era genericamente chiamato “lirica della taigà”. All’inizio degli anni ’60 svolse il servizio militare a Smolensk, dove in veste di poeta principiante entrò nell’ambiente letterario, e partecipò a numerosi seminari. I suoi versi apparvero su diverse riviste locali. Un fatale avvenimento lasciò in lui un marchio che influì sul suo futuro destino. Il poeta e un gruppo di commilitoni presero una sbornia bevendo liquido antigelo. Restò vivo soltanto Kutilov. Per questo motivo dopo la cura che ne seguì, fu congedato. Tornò a Bražnikovo. Su questo periodo il poeta scrisse in una nota autobiografica: «Nel mio stato depressivo, avendo perso interesse per ogni cosa, vivevo nel villaggio, contando sullo scorrere della vita. Il fatto più brillante di quel tempo è stato il momento in cui per la prima volta ho apprezzato seriamente la vodca. Lavoravo come corrisponente per una rivista regionale, bevevo smodatamente, conducevo una vita scapestrata e neanche provavo a migliorare la mia condizione.» Dopo qualche mese fu licenziato dalla rivista per ubriachezza. Nel 1965 sue poesie apparvero sul giornale di Omsk “Il giovane siberiano”. Dopo la morte della madre, avvenuta nel 1967, Arkadij Kutilov con la giovane moglie e il figlio tornò nella regione di Irkutsk, sua terra natale, dedicando molto tempo ai viaggi. Discordie famigliari costrinsero poi  il poeta a tornare a Omsk.

Per un certo tempo condusse una vita nomade di giornalista di campagna, lavorando per diversi giornali, senza mai trattenersi a lungo in un luogo. Iniziò il periodo di vagabondaggio che durerà diciassette anni: la sua casa e il suo studio diventarono le soffitte e le cantine, dormiva nelle stazioni e nei cimiteri.

Triste mondo nel balbettio del transistor,

la gente canta canzoni non proprie…

E nel Paese dei minchioni gemono i cigni,

piangono le pietre e gracidano gli usignoli…

 Fu ritenuto incapace di adattarsi socialmente e psicologicamente malato, e quindi costretto a intraprendere una cura psichiatrica e, conformemente alla legislazione sovietica, fu accusato di parassitismo e vagabondaggio. Nel 1971, trovandosi in carcere, scrisse il racconto “Il granello di polvere”. Dalla metà degli anni ’70 Kutilov scriveva ormai senza alcuna speranza di vedere i suoi lavori pubblicati, e perfino il suo nome era interdetto, a causa dei suoi versi ritenuti sovversivi, degli scandali letterari e politici, delle “mostre” provocatorie di quadri e disegni nel centro della città, del disprezzo del passaporto sovietico, le cui pagine aveva riempito di poesie.

Alla fine di giugno del 1985 il poeta fu trovato morto in un giardinetto di Omsk con gli abiti sporchi e stracciati. Le circostanze della morte non furono mai chiarite. Si dice che sia stato ucciso per motivi politici, in quanto dissidente. Il cadavere fu identificato, ma nessuno richiese la salma all’obitorio. A lungo il luogo esatto della sepoltura del poeta, alla periferia di Omsk, restò sconosciuto. Finalmente nel 2011 riuscì a scoprirlo Nelli Arzamasceva, direttrice del museo “Arkadij Kutilov”. Il poeta Evgenij Evtušenko scrisse di lui: «Nella città di Leonid Martynov è vissuto un altro meritevole poeta, non apprezzato da noi quando era in vita. I suoi versi, sono diversamente giudicati, ma in essi ci sono lampi di genialità.»

La sua unica raccolta di poesie pubblicata, uscita a Omsk nel 1990, ha un titolo che si  addice perfettamente al suo tragico destino – Lo scheletro di una stella:

 La mia stella lavora bene,

la mia cara privata stella…

Si è accesa alquanto di recente,

di recente…Pensavo – per sempre…

Ma si raffredda nel gelido buio,

e di colpo si spegnerà quest’anno…

Il deserto – ai leoni, il bosco – agli uccelli,

e a me – accendete una nuova stella!

Si  ritiene che abbia scritto più di 2000 poesie, testi di prosa stupefacente, e abbia creato un’intera galleria di opere figurative. Purtroppo gran parte di questa produzione non ci è pervenuta.

Le sue poesie sono già tradotte in diverse lingue, non so se anche in italiano. In ogni caso ho pensato di rendere un omaggio personale a questo geniale e infelice poeta russo, forse il più dimenticato del XX secolo, la cui breve vita raminga e turbolenta, e la misera fine mi ricordano Chlebnikov e Esenin.

 

 

Poesie di Arkadij Kutilov tradotte da Paolo Statuti 

 

 

Io vedo il suono e il silenzio

Io vedo il suono e il silenzio,

c’è l’antimondo nel mio quaderno…

Io vedo il paese-Africa,

dalla finestra innevata…

 

Io sento il buio e la luce lunare,

e dietro la parete del vicino

sento di notte il decrepito nonno

litigare con la moglie nel sonno.

 

La vecchia, è vero, è morta,

e il nonno mi fa compassione…

Ma così stanno le cose con noi:

noi vediamo ciò che nessuno vede.

 

Noi dell’ardente sangue di Puškin,

per noi – sette venerdì a settimana,

per noi – un usignolo a gennaio,

e d’estate – musica con bufera.

 

E a marzo dai tetti lungo i muri

scorre la voce di Nefertiti…

O mio lettore! io mi batto,

perché tu possa scorgere il mondo.

 

*  *  *

Idee selvatiche ingoio,

leggo Brehm e Diderot…

Tutta la notte siedo, immagino

un piatto, un cucchiaio e un secchio…

 

James Watt è il mio capo diretto,

tutto il mondo non è che merce…

Ho immaginato una teiera,

una bicicletta e un samovar…

 

Un raggio di stella ho scisso in anelli,

ho scoperto una nuova specie di pesci.

Ai confini della musica e del canto

ho immaginato il cigolio di un carro.

 

Io dal cielo le stelle non afferro,

ma scroscia l’estasi creativa…

E io di nuovo immagino

un’ascia, una sega e un water…

 

Io – esclusione di ogni principio,

con distorta visione del mondo…

Col cervello tragicamente guasto,

e niente può più ripararlo!

 

*  *  *

E nell’infanzia tutte le inezie

sono piene di significato e ragione:

la luce del giorno, il buio della notte,

un’ala, un remo e l’altalena…

 

E una scaglia di luccio screziato,

un pulcino ucciso da un nibbio,

e il grido della civetta e un maggiolino,

e un prato dopo averlo rasato.

 

Come nel sangue – una molecola di vino,

come in un cervello sensibile – un verso,

come in una notte di luglio – la luna, –

nella coscienza entra il punto di vista.

 

Il figliastro

 

Una buona volta in un’azzurra sera,

senza pensieri, senza amore e sogni,

a un tratto lascerò la Russia,

cominciando a darle del “tu”…

 

Perché non mi amavi,

mi sopportavi, torcendo la bocca?..

Negli assalti di mite ardore

io con te stringevo un legame.

 

Arresomi alle tue promesse,

aspettavo a lungo una dichiarazione.

Prendi adesso, nell’ora dell’addio,

la mia testa come amuleto!

 

Addio, e dimentica i falsi giudizi.

La gente per essi è portata!

…I grilletti della mia doppietta

traktrak – e si metteranno sull’attenti!

 

Alla fine di una notte lirica,

quando una mucca muggirà,

i miei occhi sbatteranno le ciglia

e rumorosi nell’azzurro voleranno!

 

Divorzio

 

Se ne va l’amore. Gelo nell’anima.

Sbiadiscono parole e oggetti.

Sul caro volto appare ormai

La maschera postuma di Giulietta.

 

La ragione frena il bollore del sangue…

Il tuo sguardo è più azzurro d’un pugnale…

E, forse, non il dito, ma la gola dell’amore

L’anello nuziale ha serrato.

 

E’ invecchiato settembre e la tua figura,

I tuoi contorni si fanno grossolani…

 

Sembra che mi stiano per fucilare,

E I NOSTRI NON ARRIVERANNO IN TEMPO.

 

*  *  *

Vita mia, poesia, amica…

Io nei versi annegavo, ardevo e gelavo…

Gli occhi la tormenta non mi ha cavato,

benché abbia percorso tante verste.

Diranno: è una posa? Sì è possibile…

La vita è fatta di pose e altre inezie.

Che perisca la rosa schiacciata,

e nel marcio spunti un cardo!

Io l’immortalità non aspetto,

a me è più caro – le dita sulle corde –

sedere con le prostitute che parlano

allegramente di me.

 

Bosco d’inverno

 

Si gelano i pini e gli abeti,

il bosco non allieta lo sguardo.

Il bosco ha un abito nuovo –

d’un biancore mortale.

 

Come un vecchio sul letto,

condannato a morire…

Come in una stanza d’ospedale,

solo un medico – l’orso.

 

Questo sembra da lontano,

questo sembra così…

Ma svolazzano le cince

e i fringuelli sui cespugli…

 

E, accostando alle tremule

la guancia, come un figlio,

senti battere forte

la loro anima.

 

Allegato al mio libretto del lavoro

 

Ecco io morirò e subito piangerà

la pazza stirpe di beoni e randagi…

…Io ero un pope, – e ciò è importante.

Io ero un organizzatore, – e non è poco!

 

Io ho scavato con la draga da ubriaco.

Io con l’ascia penetravo nel bosco azzurro.

Io ero pescatore e nel fiume Vitim

il mio zar-pesce nuota ancora.

 

Io ero nella compagnia di mia zia.

E a Smolensk le mucche altrui pascolavo.

Io ero corrispondente di un giornale

e alla tomba due redattori ho scortato.

 

Ho insegnato ai bambini a leggere

e a diventare dittatori della Terra…

E un anno dopo gli allegri marmocchi

mi hanno incendiato la casa!

 

Ho gestito il club di un villaggio.

Ho diretto il dramma “Carnevale all’inferno”…

E il protagonista, dalla scena, col fucile

ha ucciso un papavero del partito.

 

Ero un randagio e mi celavo ai cieli.

Ero in bancarotta – non ho potuto uccidermi…

Ero…ero…ero…Chi non sono stato!

Me stesso?.. Ma come si può esserlo?..

 

*  *  *

Non sono un poeta. La poesia è una cosa sacra.

In essa tutto è lieve, tenero e luminoso…

Dammi un oggetto che toccandolo – canti per me,

o che per lo meno mi bruci le dita.

 

*  *  *

La poesia non è una posa o un ruolo.

E’ una lotta eterna, come la vita sotto il sole,

la poesia è la mia reazione al dolore,

la mia autodifesa e la mia vendetta!

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

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Pavlo Tycina

19 Nov

 

 

Pavlo Tycina

 

 

Pavlo Tycina è uno dei più illustri poeti ucraini del XX secolo. Fu anche traduttore, pubblicista, uomo politico, direttore dell’Istituto di Letteratura dell’Accademia delle Scienze dell’URSS (1936-39 e 1941-43), presidente del Consiglio Supremo dell’URSS (due mandati), ministro dell’Istruzione (1943-48).

Nacque nel villaggio di Pisky il 23 gennaio 1891 e morì a Kiev il 16 settembre 1967. Studiò in seminario (1907-1913). Dovette interrompere gli studi superiori a Kiev a causa dei burrascosi eventi degli anni 1917-1920. Nel 1923 si trasferì a Charkov, allora capitale della Repubblica Ucraina, dove partecipò attivamente alla vita letteraria della città. Tra l’altro diresse la sezione letteraria del teatro di Kiev “Taras Szevczenko”. Debuttò con la raccolta di poesie Clarinetti solari (1919), caratterizzata da un personale stile poetico chiamato “clarinettismo” e da una peculiare versione ucraina del simbolismo. Tra le altre sue raccolte giovanili ricordiamo ancora: Anziché sonetti e ottave (1920), L’aratro (1920), Nell’orchestra cosmica (1921), Vento dall’Ucraina (1924). Nei suoi versi ha amalgamato organicamente le due correnti letterarie mondiali del barocco e del simbolismo. Tratti principali: sintassi innovativa, gioco delle antitesi e delle parabole, costruzione asindetica della lingua.

Con l’intensificarsi delle repressioni politiche e poliziesche dello stalinismo, il poeta attraversò una profonda crisi creativa. Le successive raccolte poetiche mostrarono un adeguamento alla dottrina del realismo socialista e una chiara accettazione del regime sovietico e della propaganda del partito comunista.

Florian Nieuważny che ha curato l’edizione polacca delle poesie di Tycina, nella prefazione scrive: «Tycina è dotato di orecchio assoluto, che percepisce ogni vibrazione del ritmo “nell’orchestra cosmica”, e soprattutto nella natura, e cerca l’armonia di quel “ritmoluce” tra musica, bellezza e bontà. Questi tre elementi creano nella sua opera una lega omogenea, formano la sua irripetibile espressione. Principale motivo di questa poesia, soprattutto nel primo periodo creativo, è la musicalità…i valori musicali pervadono il contenuto, il significato e le immagini, le colorano e impregnano musicalmente, tanto che il ritmo dei suoi versi è un ritmo di immagini, un ritmo di cose vedute…»

Sono grato all’amico ucraino Sergej Demin, letterato e grande amante della poesia, per avermi fatto conoscere questa mia “anima gemella”, dotata anch’essa di tre ali: poesia, musica e pittura. Sull’impegno politico di Pavlo Tycina e sul suo “premio Stalin” preferisco sorvolare, considerando questo poeta l’ennesima vittima, consapevole o meno, consenziente o meno, di quel regime disumano che quando non uccideva, constringeva a “profanare” la propria genialità. Del resto sono convinto che se Tycina non si fosse adeguato avrebbe fatto la fine di Gumiljov, Mandel’stam, Kljuev, Esenin e tanti altri. Ecco alcune sue poesie nella mia versione. Le ho tradotte dal russo, ma servendomi anche degli originali ucraini.

 

Poesie del poeta ucraino Pavlo Tycina tradotte da Paolo Statuti

 

Sentivate lo stormire del tiglio…

Sentivate lo stormire del tiglio…

a primavera in una notte di luna?

 

L’amata dorme, l’amata dorme…

Va’, svegliala e bacia i suoi occhi!

L’amata dorme…

 

Sentivate? – così il tiglio stormisce.

 

Sapete come dormono gli spiriti del bosco?

Essi tutto vedono attraverso  le nebbie.

 

Ecco la luna, le stelle, gli usignoli…

«Io sono tuo» – sussurrano i cieli

 

E gli usignoli!..

 

Sì, voi già sapete come dormono i boschi!

 

1911

 

*  *  *

Di arpe, di arpe

dorate echeggiano i boschetti

Autosonanti:

Viene la primavera

Profumata,

Di fiori-perle

ornata.

Con canti, con canti –

Come il mare di vascelli pallido-iridati

si è coperto l’azzurro:

Verrà la lotta

Infocata!

Si riderà, si piangerà

Come fonte di perle…

Starò lì, guarderò –

dovunque ruscelli-campanule, l’allodola

dal tono dorato:

Viene la primavera

Profumata,

Di fiori-perle

Ornata.

Mia cara, mia diletta –

cammini colma di tristezza

o di felicità.

Oh, apri

le spighe delle ciglia!

Si riderà, si piangerà

Come fonte di perle…

 

1914

 

Tutto il prato è fiorito…

Dorato di pioggia tutto il prato è fiorito,

E lontano, come tanti acquerelli, –

Le case azzurrine, il bosco assopito…

Ah, cuore, canta!

Canta dall’ultimo calice, –

Dell’autunno ci ha baciati

La stupenda tristezza.

 

Solitario tra campi estranei,

Sto come vittima abbandonata, – so

Che la natura ascolta la mia pena,

Attraverso il riso e il pianto.

Come bellissima principessa –

Essa è piena di antica mestizia,

Che a tutti con cura cela.

 

Qui io prego. Silenzio dopo la tempesta –

Come davanti al quadro di una madonna.

Sui villaggi scorrono, abbracciate, le campane, –

Rabeschi di lacrime.

Da dietro le nubi fluisce nostalgico

Il richiamo delle gru che migrano,

Come petali di rose di broccato…

 

Ecco un salice che guarda lontano,

E coglie le corde della pioggia.

Sembra che sussurrino i giovani rami:

Tristezza, tristezza…

Così per anni, senza sosta, senza confine,

Io pizzico le corde dell’Eternità,

Come il salice, con lo sguardo fisso lontano.

 

1915

 

*  *  *

Ho rivolto al cielo una preghiera:

Dio, Dio, ferma questo sangue!

Ferma la discordia, consiglia,

Guarda i bambini e piangi.

Ma solo gli astri ho visto:

Ariete, Andromeda, Leone.

Solo i mari ondeggiavano,

E Dio pensava e il nettare beveva.

 

Ho rivolto al cielo un lamento:

Dio, Dio, non odo la tua voce!

Rispondi coi tuoni e col fuoco,

Nella bufera mostra che ci sei.

Ma solo l’avido occhio del silenzio

Nella morsa delle nubi ardeva.

Passavano i giorni e le notti cupe,

Ma Dio pensava e il nettare beveva.


Pastelli

I

E’ sfrecciato un leprotto.

Guarda stupito –

Albeggia!

Si siede, giocherella,

Apre gli occhi alle pratoline.

E ad est il cielo profuma.

I galli il nero manto della notte

Di fili di fuoco rivestono.

– Il sole –

E’ sfrecciato un leprotto.

 

II

 

Ha bevuto un buon vino

Il ferreo giorno.

Fiorite, o prati! –

: io vado – è giorno –

Pascolate, greggi! –

: dalla mia amata – è giorno –

Ondeggiate, o spighe!

: di giorno.

Ha bevuto un buon vino

Il ferreo giorno.

 

III

 

Una ninnananna di zufoli

Là dove il sole è tramontato.

In punta di piedi è scesa la sera.

Ha acceso le stelle,

Sull’erba ha steso la nebbia

E, accostato un dito alla bocca, –

Si è coricata.

Una ninnananna di zufoli

Là dove il sole è tramontato.

 

IV

 

Copritemi, copritemi:

Io sono la notte, una vecchia,

Malata.

Da secoli nei sogni

La mia nera strada.

Stendetemi un letto di menta,

E che il pioppo stormisca.

Copritemi, copritemi:

Io sono la notte, una vecchia,

Malata.

1917

 

L’aratro

Il vento.

Non il vento – la tempesta!

Abbatte, sradica, schianta…

Dietro le nere nubi

(con lampi e tuoni)

dietro le nere nubi un milione di milioni

di braccia muscolose.

 

Gira. E nella terra affonda

(sia città, strada o prato),

nella terra l’aratro…

E sulla terra persone, animali, giardini,

e sulla terra gli dei e le loro dimore:

oh passa, passa su di noi,

giudica!

 

E c’era chi fuggiva.

Nelle caverne, nei boschi, nei laghi.

– Quale forza sei tu? –

chiedevano.

 

E nessuno di loro gioiva, né cantava

(il vento spronava un focoso cavallo –

un focoso cavallo –

di notte).

E soltanto i loro occhi sbarrati e morti

rispecchiavano la bellezza del nuovo giorno.

Gli occhi.

 

1919

 

La bella Fornarina

Passeggia lungo il Tevere Raffaello

nel mese di luglio o di agosto.

– o azzurro, o sogno del cuore,

il mio amore è corrisposto? –

 

In lui il cuore martella. Ascolta:

in quel canto che tristezza!

– sì o no, tra gli scogli sola,

l’onda culla la barchetta –

 

Nel suo candido splendore

lei è sempre più vicina.

O fanciulla dimmi il tuo nome! –

(e lei timida): Fornarina.

 

Poi tace. Raffaello allora

le tocca le mani con bramosia.

Lei piange e lui nel suo abbraccio:

Madonna mia!

 

1921

 

Gira Faust…

 

Gira Faust per l’Europa

Col suo libro di orazioni,

Seminando le sue menzogne,

Prende in giro i semplicioni,

E chi incontra? : Prometeo.

 

– Salve, salve, portafuoco!

Sei ribelle come una volta?

Io lodarti non posso:

Si può mai con la rivolta

Allietare la povera gente?

 

I misteri del cielo io studio,

La filosofia è il mio pane,

Io soltanto con le cifre frugo

Nei fatti della morte e della fame.

Ma tu, tu, che fai?

 

Io ho nell’anima il cilicio,

La religione non schivo,

Non mi ribello, solo libri

E sempre scrivo, scrivo, scrivo,

Ma tu, dimmi, che fai?

 

Vuoi il mondo riformare?

Perché quel volto avvilito?

– Allora tu non sei Faust,

Ma un signore ben nutrito!

Oh se avessi qui un martello!

 

– Ah, ti ribelli? E sia pure,

Non sono Faust? – Lo sapevo già,

Bene, perdona, abbi pietà!

Gira Faust per l’Europa

Col suo libro di preghiere.

 

1923

La bella Fornarina

11 Nov

 

La Fornarina di Raffaello

 

   Oggi torno alla pittura, trascurata ma sempre cara e mai dimenticata, con questo celebre quadro di Raffaello che l’anno prossimo compirà esattamente 500 anni. Fu infatti dipinto dal divino pittore nel 1518, due anni prima della sua morte, avvenuta come noto nel 1520. Identificata come Margherita Luti, la bella giovane romana, figlia di un fornaio, fu amata da Raffaello, che la immortalò in questo ritratto. L’opera è conservata nella Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma. Il poeta ucraino Pavel Tycina (1891-1967) le ha dedicato questa sua poesia dal tono romantico, dove descrive l’incontro della fanciulla con il grande Urbinate. Eccola nella mia versione.

 

La bella Fornarina

Passeggia lungo il Tevere Raffaello

nel mese di luglio o di agosto.

– o azzurro, o sogno del cuore,

il mio amore è corrisposto? –

 

In lui il cuore martella. Ascolta:

in quel canto che tristezza!

– sì o no, tra gli scogli sola,

l’onda culla la barchetta –

 

Nel suo candido splendore

lei è sempre più vicina.

O fanciulla dimmi il tuo nome! –

(e lei timida): Fornarina.

 

Poi tace. Raffaello allora

le tocca le mani con bramosia.

Lei piange e lui nel suo abbraccio:

Madonna mia!

 

1921

 

(C) by Paolo Statuti

L’Album di Madame Ol’ga Kozlova

7 Nov

Madame Ol’ga Kozlova

 

 

Kosta Chetagurov

 

E’ un manoscritto elegantemente stampato con triplice raffilatura in oro, compilato negli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento e pubblicato nel 1883 in soli 40 esemplari e ripubblicato nel 1889 in 10 copie. Tra gli altri vi lasciarono un proprio ricordo con autografo: A.A. Fet, A.N. Apuchtin, A.N. Pleščeev, A.N. Majkov, N.A. Nekrasov, F.M. Dostojevskij, I.A. Gončarov, A.N. Ostrovskij, M.E. Saltykov-Ščedrin, I.S. Turgenev. La letteratura europea vi è rappresentata dai nomi di V. Hugo, P. Mérimée, Dumas padre e figlio, A. de Lamartine, due diverse traduzioni di A.N. Apuchtin e A.D. Baratynskaja della poesia di S. Prudhomme Il vaso rotto. I testi di prosa e di poesia si alternano con gli acquerelli di I.K. Ajvazovskij, A.P. Boroljudov, P.F. Sokolov e altri noti pittori. Per la musica ci sono annotazioni di P. I. Čajkovskij, G. Verdi, A.G. e N.G. Rubinštejn.

Ol’ga Andreevna Kozlova era la moglie del poeta, traduttore e compositore Pavel Alekseevič Kozlov, nato nel 1841, lo stesso anno della morte di Lermontov. I principali temi della sua poesia sono l’amore, la morte e la bellezza. Divenne famoso soprattutto per le sue esemplari traduzioni di Byron: Manfredi, Don Giovanni, Child Arold, Beppo e per le sue celebri romanze Se avessi saputo…(parole e musica) e Guardando un raggio del rosso tramonto e altre ancora. Viaggiò molto anche come diplomatico: Italia, Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, mai perdendo l’occasione di conoscere noti scrittori, pittori e musicisti.

Dalla metà del 1870 i Kozlov vivevano a Pietroburgo, organizzando in casa pranzi letterari. Lasciare una nota nell’Album della padrona di casa rientrava nel programma degli incontri mondani. Inoltre Ol’ga Andreevna prendeva sempre con sé il suo Album nei viaggi, e gli autografi furono presi ad esempio a Parigi, Bruxelles, Karlsbad, Sorrento. La costanza e l’amore per le arti permisero ad Ol’ga di creare una collezione unica di annotazioni, trasformando l’Album di famiglia in un documento unico, fedele specchio della vita culturale del suo tempo.

Nella vita di Pavel Kozlov ci fu una drammatica storia sentimentale. Per sua sfortuna si innamorò perdutamente della bellissima pianista e mecenate polacca Maria Kalergis. Tra i suoi ammiratori c’erano Liszt, Chopin, Goethe, Norwid… Kozlov era assai più giovane della sua “fiamma”, ma senza esitare la seguì in Europa, bruciando di gelosia. La donna lo eccitava e lo derideva. Questo suo amore fatale fu descritto dal poeta nella romanza Se avessi saputo…(1880). Per Maria, Kozlov si batté in duello con un “odiato rivale”, e restò ferito al petto. Non si riuscì a estrarre la pallottola e ciò costituì la causa indiretta della sua morte prematura nel 1891, all’età di 50 anni.

 

Se avessi saputo…

(parole e musica di Pavel Alekseevič Kozlov)

 

Se avessi saputo, invano la mia forza vitale,

Invano io la giovinezza non avrei perduto…

Il tuo amore è la mia pietra tombale

E ora io perisco…Se avessi saputo!..

 

Tu giuravi, ed io ho smesso di sognare,

Tu piangevi e al pianto non ho più creduto,

Tu pregavi e io ho smesso di pregare;

Se avessi saputo!.. Se avessi saputo!..

 

Buio nella mente; nel petto una pena muta,

Io l’oblio per sempre ho perduto,

L’oblio non c’è! La mia strada è compiuta,

E solo sussurrerò: “Se avessi saputo…”.

 

1880

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Guardando un raggio del rosso tramonto

(musica: Andrej Oppel’, testo: Pavel Kozlov)

 

Guardando un raggio del rosso tramonto,

Noi stavamo sulla riva della Nevà.

Mi stringevate la mano; è fuggito senza ritorno

Quel dolce istante, voi lo avete scordato già.

 

Fino alla tomba giuraste di amare il poeta;

Temendo la gente e chi mormorava,

Voi avete tradito la promessa data,

E il vostro amore per sempre si allontanava.

 

Ma la morte è vicina, vicina è la mia fine;

Quando morirò, nel quieto fruscio del prato

La mia voce risonerà e vi dirà infelice:

Egli di voi viveva e lo avete dimenticato.

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

3 poesie inserite nell’album di Ol’ga Kozlova tradotte da Paolo Statuti

 

Sully Prudhomme

 

Il vaso rotto

Il vaso dov’è morta questa verbena

Per un colpo di ventaglio s’è incrinato;

Il colpo l’ha scalfito appena,

E nessun suono lo ha rivelato.

 

Ma il taglio pur se poco inciso,

Mordendo il cristallo ogni giorno,

Con moto invisibile e deciso

L’ha percorso tutto intorno.

 

La sua fresca acqua è colata via,

Il succhio dei fiori è interrotto;

Nessun dubbio ha più chicchessia,

Non toccarlo, perché è rotto.

 

Spesso anche la mano amata

Sfiorando il cuore lo ferisce;

Poi dal cuore la ferita è ampliata,

Il fiore del suo amore perisce;

 

Sempre intatto agli occhi del mondo,

Sente crescere e piangere a dirotto

La sua ferita sottile e profonda:

Non toccarlo, perché è rotto.

 

Nikolaj Alekseevič Nekrasov

 

Ieri alle sei…

 

Ieri alle sei

Mi trovavo in piazza Sennaja; (1)

Là frustavano una donna con lo knut, (2)

Una giovane contadina sulla schiena.

 

Nessun suono dal suo petto usciva, (3)

Soltanto la frusta sibilava, letale…

E alla Musa io dissi: “Guarda!

La tua sorella carnale!”

 

1848 (?)

 

(1) Piazza del Mercato (del fieno) a Pietroburgo. Nekrasov scrisse questa poesia cercando tra i suoi ricordi, perché le esecuzioni pubbliche non erano mai eseguite in piazza Sennaja, ma in luoghi meno frequentati.

(2) Lo knut fu abolito dallo zar Nicola I nel 1845 e sostituito con il pleite, una frusta più piccola, con tre strisce che terminavano con palle di filo intrecciato. Lo knut era la frusta utilizzata nell’impero russo per flagellare i criminali e gli oppositori politici. Si componeva di un certo numero di corregge di cuoio intrecciate, all’estremità delle quali erano attaccati dei fili di ferro ritorto.

(3) Queste parole non sono un segno di sopportazione e di eroismo, ma di martirio.

 

Aleksej Nikolaevič Apuchtin

 

Al futuro lettore

 

Anche se il nostro verso è invecchiato, ascolta lo stesso

E sappi che dei cantori d’un tempo invano

Cercheresti il canto, il loro sguardo è spento,

La penna è caduta loro di mano!

Ma la morte qualcosa ha lasciato, tra i monumenti

La traccia perenne del passato si cela:

Le corde sono troncate, ma il suono ancora senti,

L’altare è già freddo, ma il fumo ancora si leva.

 

(Fine anni ’60 del secolo XIX)

 

Annotato nell’Album di Madame Ol’ga Kozlova con la data 25 gennaio 1875.

E’ interessante notare che in questa sua quartina del 1886 il poeta Semjon Jakovlevič Nadson si ispirò alla poesia di Apuchtin Al futuro lettore:

 

Semjon J. Nadson

 

*  *  *

Non ditemi «egli è morto». Egli non perisce!

Se l’altare è distrutto – il fuoco ancora arde,

Se la rosa è recisa – essa ancora fiorisce,

Se l’arpa è spezzata – l’accordo ancora piange!..

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

A sua volta Kosta Chetagurov (1859-1906), il più grande poeta dell’Ossezia in lingua osseta, nella sua lirica In memoria di P. I. Čajkovskij, che ho tradotto dal russo, ricordò la suddetta poesia di S.J. Nadson:

 

In memoria di P. I. Čajkovskij

Si è spezzata l’armoniosa incantevole lira,

Distrutto è l’altare e il fastoso santuario, –

Per sempre è volato via «l’usignolo» dal mondo

Verso cieli remoti, in un lido lontano…

 

E nel cuore un greve cordoglio s’è insinuato,

E nell’anima un freddo buio perfino, –

Un colpo prematuro, e così spietato,

Ricevuto improvviso e inatteso dal destino!

 

Capiremo ora di aver perso tanto,

Qualcuno verserà una lacrima ardente?

Nel futuro di un popolo io crederò soltanto

Quando un suo genio rimpiangerà amaramente.

 

Quando la sua profonda tristezza confesserà

E le parole del poeta gli torneranno:

«Se l’arpa è spezzata, – l’accordo ancora piangerà…

Non ditemi: egli è morto, – la sua morte è un inganno!»

 

1893

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

Sully Prudhomme (1839-1907)

26 Ott

Sully Prudhomme

 

Il poeta e saggista francese René François Armand Prudhomme è stato il primo Premio Nobel per la Letteratura nel 1901. Questa la motivazione del conferimento del premio:

   “in riconoscimento della sua composizione poetica, che dà prova di un alto idealismo, perfezione artistica ed una rara combinazione di qualità tra cuore ed intelletto”.

   Mi piace sottolineare le parole “rara combinazione di qualità tra cuore ed intelletto”, in un’epoca in cui questa combinazione purtroppo è scomparsa quasi del tutto, lasciando da solo l’intelletto – freddo perché privo del calore del cuore. Ecco la sua poesia Le vase brisé nella mia versione. Da notare che essa è stata musicata da César Franck.

 

Il vaso rotto

Il vaso dov’è morta questa verbena

Per un colpo di ventaglio s’è incrinato;

Il colpo l’ha scalfito appena,

E nessun suono lo ha rivelato.

 

Ma il taglio pur se poco inciso,

Mordendo il cristallo ogni giorno,

Con moto invisibile e deciso

L’ha percorso tutto intorno.

 

La sua fresca acqua è colata via,

Il succhio dei fiori è interrotto;

Nessun dubbio ha più chicchessia,

Non toccarlo, perché è rotto.

 

Spesso anche la mano amata

Sfiorando il cuore lo ferisce;

Poi dal cuore la ferita è ampliata,

Il fiore del suo amore perisce;

 

Sempre intatto agli occhi del mondo,

Sente crescere e piangere a dirotto

La sua ferita sottile e profonda:

Non toccarlo, perché è rotto.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Ludwig van Beethoven ha il suo “Orfeo ed Euridice”?

12 Ott

 

 

Orfeo negli Inferi

 

 

E’ noto che il mito di Orfeo ed Euridice, immortalato da Virgilio nelle Georgiche e da Ovidio nel capitolo X delle Metamorfosi, ispirò molti poeti e musicisti. Soprattutto Ovidio ha fornito ad esempio il tema per le seguenti opere: l’Orfeo ed Euridice di Christoph Willibald Gluck (1714-1787), rappresentata per la prima volta a Vienna il 5 ottobre 1762; le 12 sinfonie secondo le Metamorfosi di Ovidio, del compositore e violinista austriaco Karl Dittersdorf (1739-1799), composte nel 1785 circa; L’anima del filosofo, ossia Orfeo ed Euridice, dramma in musica in 4 (o 5) atti, composto da Joseph Haydn (1732-1809) nel 1791 e mai messo in scena. La prima rappresentazione ebbe luogo il 9 giugno 1951 al Teatro della Pergola di Firenze con Maria Callas, Boris Christov, diretta da Erich Kleiber; le Six Metamorphoses after Ovid, musicate da Benjamin Britten (1913-1976) nel 1951.

Tra questi compositori credo di poter annoverare anche Ludwig van Beethoven (1770-1827). Ciò che mi induce a farlo è il suo Concerto per pianoforte e orchestra n. 4, op. 58, composto tra il 1805 e il 1806, detto Concerto dell’allodola, con riferimento soprattutto al primo tempo Allegro moderato. Da sempre la voce cristallina di questo uccello ispira poeti, scrittori e musicisti. Shakespeare la chiamò “messaggera dell’alba”, sapendo che canta al sorgere del sole, e a lei è dedicato uno dei passi più emozionanti di Romeo e Giulietta. Charles Baudelaire invidiava all’allodola la capacità di ”spiccare il volo al mattino verso i cieli, di planare sulla vita e comprendere senza sforzo il linguaggio dei fiori e delle cose mute.”

Ma torniamo al concerto n. 4. Il secondo tempo Andante con moto è una delle composizioni più drammatiche di tutta la letteratura da concerto. La sua tensione emozionale è talmente forte e suggestiva, che involontariamente suggerisce digressioni figurative. Il poeta contemporaneo di Beethoven H. Clasing adattò a questa musica la sua poesia A Psiche (mi sarebbe piaciuto tradurla, ma purtroppo non sono riuscito a trovare né il poeta né la poesia). La tradizione vuole che Beethoven abbia composto l’Andante ispirato da un quadro che rappresentava Orfeo implorante Plutone e Persefone, sovrani degli Inferi. Quindi è solo una supposizione. Ma secondo me, con questo drammatico dialogo, condotto come un recitativo tra l’impietoso unisono degli archi e il canto supplichevole del pianoforte, dialogo che suscita una così profonda impressione, Beethoven ha voluto, senza ombra di dubbio, esprimere l’accorata supplica di Orfeo.

Quando compose questo concerto Beethoven aveva 35 anni e certamente aveva assistito a una rappresentazione dell’Orfeo ed Euridice di Gluck, restandone profondamente colpito. Inoltre conosceva bene le opere di Ovidio, comprese le Metamorfosi.

   Riporto qui il frammento della preghiera di Orfeo ai sovrani degli Inferi, , tratto dal cap. X delle Metamorfosi, nella versione di G. Paduano:

 

…”Dei del mondo sotterraneo, nel quale

cadiamo noi tutti che siamo nati mortali,

se mi è lecito, se permettete che io, lasciando

i meandri del falso, dica la verità, non sono venuto

qui per vedere il Tartaro buio, o incatenare il triplo collo

del mostro meduseo che ha per vello i serpenti;

causa del mio viaggio è la mia sposa, su cui una vipera

calpestata ha diffuso il suo veleno e ne ha troncato la

vita ancora crescente.

Avrei voluto essere in grado di sopportare e, non

negherò, l’ho tentato,

ma Amore ha vinto! E’ un dio ben noto alla luce del sole;

che lo sia anche qui, ne dubito, ma lo credo;

se non è falsa la fama dell’antico ratto,

anche voi Amore ha unito: per questi luoghi orribili,

per questo enorme Caos e i silenzi del vasto regno, vi prego,

ritessete il destino precipitoso della mia Euridice!

Tutti vi siamo dovuti e, dopo un breve indugio,

presto o tardi tutti ci affrettiamo alla stessa sede.

Qui tutti siamo diretti, questa è la casa ultima:

voi tenete il più lungo dominio sul genere umano.

Anche lei, quando avrà compiuto un giusto numero d’anni,

vi sarà sottoposta: vi chiedo di darmela in prestito e non in dono.

Se i fati mi negano la grazia per la mia sposa,

ho deciso di non tornare: godete la morte di entrambi!”

 

  Nel secondo Atto, scena prima, dell’Orfeo ed Euridice di Gluck, Orfeo, accompagnandosi con la sua lira, si appella alle entità abitatrici degli Inferi, chiedendo loro di restituirgli Euridice. Egli viene prima interrotto da orrende grida di “No!” da parte loro, ma poi gradualmente intenerite dalla dolcezza del suo canto, esse gli dischiudono i neri cardini delle porte dell’Ade. Tutto questo si sente nell’Andante con moto. Per concludere faccio un’ipotesi forse azzardata, che cioè l’intero Concerto n. 4 sia dedicato ad Orfeo ed Euridice, con il primo tempo Allegro moderato che potrebbe rappresentare la storia di Orfeo, fino alla morte di Euridice, mentre nel terzo tempo Rondò (Vivace) si potrebbe immaginare la scena che si svolge nei Campi Elisi, in cui Orfeo, estasiato dalla bellezza del luogo, attende l’arrivo di Euridice.

Molti grandi pianisti hanno interpretato questo concerto. Difficile fare una scelta, posso soltanto segnalare alcuni di loro che hanno particolarmente deliziato il mio orecchio: Clara Haskil, Claudio Arrau, Maurizio Pollini, Mitsuko Uchida, Arthur Rubinstein, Emil Gilels, Daniel Barenboin. Come sapete tutte queste esecuzioni sono facilmente reperibili in YouTube.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

Rasul Rza

9 Ott

 

 

Rasul Rza, Nazim Hikmet e Suleyman Rustam

  

 

Razul Rza (vero nome Rasul Ibrahim oghlu Rzayev), dichiarato poeta nazionale dell’Azerbaigian nel 1960, è nato il 19 maggio 1910 nella città di Goychay. Ha studiato all’Università Comunista Transcaucasica e si è diplomato all’Istituto Cinematografico di Mosca. E’ stato ministro del suo paese per la Cinematografia (1945-48), presidente dell’Unione degli Scrittori (1938-39) e più volte membro del Soviet supremo dell’Azerbaigian. Premio Stalin nel 1951.

La sua prima poesia – Oggi uscì a Tbilisi nel 1927. Negli anni 1941-45 partecipò alla guerra come corrispondente e scrisse poesie e romanzi d’ispirazione prevalentemente patriottica. E’ autore anche di testi per bambini e di saggi. Ha tradotto nella sua lingua opere di H.W. Longfellow, G.G. Byron, Lope de Vega, P. Eluard, A. Puškin, M. Lermontov, N. Nekrasov, T. Ševčenko, A. Blok, V. Majakovskij (che esercitò una forte influenza sulle sue prime opere poetiche) e molti altri poeti.

Negli anni ’60 cominciò a scrivere con un tono più filosofico, mettendo in evidenza nei suoi romanzi il pensiero analitico, l’approccio filosofico alla vita di ogni giorno. Le sue liriche e le prose tradivano ora una concreta e sottile critica del regime sovietico, e per questo per un certo periodo gli fu proibito di scrivere. Morì a Baku il 1 aprile 1981.

Rasul Rza è considerato un innovatore nella letteratura azerbaigiana. Tutta la sua vita è stata una continua ricerca di forme e mezzi poetici sempre più perfetti. Non ha mai avuto paura di sperimentare. Era profondamente convinto che solo seguendo strade non ancora battute, dove sono frequenti non solo conquiste e scoperte, ma anche insuccessi, si può avanzare. Un chiaro esempio al riguardo è rappresentato dal ciclo di 30 poesie I colori. In esso Rasul Rza crea originali e insolite metafore, dove la bellezza dell’immagine poetica si accoppia alla profondità del pensiero filosofico. Attraverso la percezione dei differenti colori e delle loro sfumature, si arriva ad ampie generalizzazioni filosofiche. Secondo il poeta stesso, i colori attraversano la nostra vita e risvegliano il ricordo di sentimenti assopiti.

In questo ciclo il poeta consapevolmente si allontana dalla struttura e dalla composizione della poesia tradizionale, e crea modelli del tutto nuovi di espressione poetica. Egli sembra invitare il lettore a una collaborazione, rendendolo partecipe della percezione figurata della realtà. La semplicità della forma e la profondità del pensiero sono la principale caratteristica di questi Colori, un ciclo alla maniera emozionale dell’impressionismo, che il poeta Jl’ja Selvin’skij definisce “un passaggio dalla pittura alla filosofia…che oscura il fascino coloristico di Arthur Rimbaud, che ha visto i colori nelle lettere”.

Il ciclo è stato tradotto in molte lingue. Tra gli ammiratori della poesia di Rasul Rza c’è anche Nazim Hikmet, secondo il quale in quest’opera l’autore “ha superato se stesso”. Il poeta turco ha sempre seguito con grande interesse la creazione di Rasul Rza. E da parte sua, anche quest’ultimo ha sempre mostrato affetto e interesse per Nazim Hikmet. Nel ciclo in questione il colore Giallo paglierino è dedicato proprio al poeta turco.

 

“I colori” tradotti da Paolo Statuti dal russo (Traduttori: Boris Sluzki, David Samojlov, Junna Moriz, Leon Tomm, Alla Achundova)

 

Rasul Rza

I colori

Ouverture

Bianco, nero, giallo, verde, rosso,

ogni colore è il messaggero di qualcosa,

messaggero di tristezza e di speranza,

messaggero di lutto e di sogno.

Ogni colore ha un senso, ogni colore

ha un particolare contenuto.

Chi per primo ha stabilito, quando?

Chi per primo ha suggerito, quando?

Che il nero è lutto, il rosso è festa,

il giallo è odio e inimicizia?

Chissà quando, perché e chi

li ha distinti così e non diversamente.

Il rosso è il sangue,

ma anche la pietra di un anello,

e il pianto sul viso.

Il nero è il lutto e il dolore,

e l’amore – fino in fondo,

e l’inimicizia – fino in fondo.

Il bianco copre l’occhio come macchia

e può accecare chi vede.

Ma il bianco con un fiore orna la tavola

e allieta l’uomo.

Uno vede le foglie verdi verdi,

un altro rosse rosse.

Ma le foglie rimangono foglie –

pur se diventano verdi, rosse, gialle.

I colori arrivano nei nostri cuori,

simili a un vento freddo o caldo.

I canti arrivano nei nostri cuori,

I colori destano

i nostri ricordi,

i colori destano

i nostri sentimenti.

Simili a un colore freddo o caldo.

Se tu non puoi vedere di più,

un colore sarà un semplice colore.

Anche nei colori, come nella musica,

c’è un’armonia particolare.

Anche nei sentimenti, come nella musica,

c’è un’armonia particolare.

La speranza, la sofferenza, hanno un colore.

I suoni e i colori hanno riempito la Terra.

Se pensi a ciò,

frusciano le pagine dei colori,

si ravvivano i colori del mondo,

del sangue, del fuoco,

della notte e del giorno,

della lotta eterna,

del destino umano.

 

Bianco

 

Il sorriso di un bambino addormentato.

La speranza, se si può sperare.

Un favore disinteressato.

Quando un malato sente: “Non è cancro”.

E tutto ciò che crea la felicità umana…

E anche la menzogna detta per consolare.

E l’amicizia fra tutti gli uomini.

 

La gioia che danno le sfumature del bianco

 

La gioia.

L’arcobaleno.

La patria.

Il rametto di ciliegio in fiore.

La neve non ancora sciolta.

La faccia di un bambino sporca di latte

e la sua gioia quando immerge

il cucchiaino nella pappa.

I dubbi che si dissolvono come nebbia.

Lo scioglimento di un nodo.

Una bianca colomba che ha steso le ali.

E da sempre –

Le opere degne dell’uomo.

 

L’amore che danno le sfumature del bianco

 

Il significato della vita.

L’argento dello specchio dell’anima.

La chiave del cuore –

l’unica chiave del miracolo.

Ciò che non si vende e non si valuta

col denaro.

Il canto segreto di ogni anima.

Il dono della benevolenza

e del sentimento.

 

Avorio

 

L’antico pettine del nonno.

Le amare sorti dell’Africa.

La voce di un facile guadagno.

Il destino dei neri.

La leggenda delle leggende.

I sogni che si avverano.

Il profitto ricavato

con l’altrui rovina.

Le sbarre di una prigione.

Il cappio insaponato.

Il filo spinato usato come frusta.

Il pretesto per sparare agli elefanti –

inesauribile pretesto.

Il mondo della bramosia.

Le sette sfere una dentro l’altra,

scolpite in sette anni.

E nei paesi che gemono dal dolore –

i Sakina, i Salman, gli Ahmed.

 

Grigio

 

Quelli che mettono radici in ogni suolo.

Quelli di cui si dice: né agli altri, né a se stessi.

Le ombre di una folla di erranti senza volto.

La cenere della sigaretta spenta,

finita tra le dita morte.

Le rose appassite avvolte nel cellofane.

Il riso sulle labbra e la tristezza negli occhi.

Il segno gelido della solitudine

rappreso nei capelli.

Il tempo insignificante,

l’abito di un’orfana,

portato fino al totale logorio.

Una piccola goccia che cade a stento,

e riempie il calice della pazienza.

Le parole ripetute e logore

di verità correnti.

 

Argento

 

Armi antiquate, colore disarmato

e colore scoperto nel deposito della memoria.

La canizie del mio primo maestro

e la schiuma

che ha reso d’argento

l’onda.

Il nostro ricordo delle nonne e dei nonni,

di Shamil (1) e delle sue vittorie.

Lo specchio donato alla fidanzata,

il mattino

col vento, insieme col fogliame.

La canizie:

prezzo del sangue, del sudore

della stanchezza, delle notti insonni.

Un lontano

filo di fumo cinerino,

che fa sperare a un viandante il riposo.

Il peso della neve sugli alberi del nord,

tutti i toni di canuto e grigio,

il canuto che è ancora giovane,

come la testa ribelle

di una persona,

che malgrado tutto

crede nei suoi

diritti.

Ed ecco il fratello minore

dell’oro – l’argento.

 

Pistacchio

 

Il mare all’inizio della primavera.

La primavera nel dormiveglia,

il primo verde.

I becchi aperti dei pistacchi.

Le labbra di bella donne

in un ghazal (2).

Le labbra, i ghazal e una voce

vicina. E le strette foglie

del salice. E della prima giovinezza

i mille ricordi.

 

Verde

 

Pianure e montagne in primavera.

Il grano spuntato.

Il sole penetrato nella risacca dell’oceano.

 

Il picciolo della prima foglia

che ha cominciato

a crescere.

I paesaggi di Cézanne.

La lucciola del semaforo sulla linea

ferroviaria.

Un sorso d’acqua, quando la sete tormenta.

La preoccupazione di ognuno per tutti.

 

Azzurro

 

Il mare senza onde.

L’amore senza tristezze.

La profondità del cielo.

Degas e le sue “Ballerine”.

Il sole disegnato da un bambino.

La serenità negli occhi umani.

La grandezza delle anime umane.

 

Il conforto dato dalle sfumature dell’azzurro

 

La giustificazione della docilità –

la peggiore sofferenza.

La speranza che arriverà

il cammello

col carico rimasto a Tabriz.

Brandelli di azzurro del cielo

nei tetti bucati delle capanne.

Le ombre di piccoli arbusti

sull’ardente sabbia del deserto.

La velenosa dolcezza dell’illusione.

E, infine,

il pensiero, viscido come serpe: “Terribile!

Sì, ma…

Non è affare mio!”

 

Turchino

 

Il dolore di un amore lontano,

rimasto nella memoria per sempre.

Le onde del mare.

La luce di una lampada color smeraldo,

che cade spontaneamente,

come la neve, sulla parete azzurra.

La tristezza di un dito senza nome

di una povera ragazza dal viso

bello e triste,

desiderio di una piccola gemma al dito.

Baku vista da Cafar Cabbarli (3).

E soltanto due dei miliardi di occhi

generati dal mondo.

 

Giallo

 

L’onda dei campi con le spighe mature.

Il volto di una donna il cui bambino è invalido.

Gli alberi nei brandelli dorati dell’autunno.

L’ombra della fame sulle guance di un uomo.

Una manciata di metallo sonante –

per l’amore.

Il singhiozzo delle corde,

un piacevole sogno.

Il tormento degli occhi rappresi nell’attesa.

I narcisi.

Il colore di un notturno di Debussy.

I tori

che vanno ingenuamente al macello.

Due mani umane.

Il pane quotidiano.

 

Giallo paglierino

 

Desiderio delle nude pareti

tra le quali sei nato.

La verità vestita di tragico.

Nazim Hikmet (4).

Nazim nei raggi obliqui del tramonto.

Nazim col suo amore malato.

Il duello del cuore col dolore.

E nel fienile la paglia dell’orzo

che a una famiglia non basta

neanche per due giorni.

E un raggio d’inverno

che tra le nuvole

è apparso per un attimo.

Amari ricordi.

Una ferita invisibile

che brucia e brucia,

insistente, come la persuasione.

L’edera, nella quale non c’è

la volontà di attaccarsi al mondo.

La corda

già tesa

alle dita irrigidite.

Un cantore che ha smarrito il canto

e, infine,

la paglia delle spighe:

l’ultimo amore di un grande uomo

e la sua ultima tristezza.

 

Oro

 

Il breve sonno di un ergastolano.

Il segno dell’amore portato al dito.

Il bordo delle nuvole in una notte di luna.

La generosità della terra.

I girasoli di Van Gogh.

La bellezza di una frase fiorita.

Escrementi seccati nel deserto senza erba.

Un mucchio di grano.

Il bagliore dei capelli.

L’unica lacrima di un eroe.

Il vino indorato dal tempo.

Il tempo stesso.

Il trono che sonnecchia in un museo.

Il prezzo della testa di un evaso.

Il fratello maggiore dell’argento,

gemello del delitto – l’oro.

 

Fulvo

 

Un perfido coltello nella schiena.

Un braccialetto – manetta d’oro.

Il verde nel blu carico.

Il fratellastro che provoca la separazione.

Il filo di paglia di chi affoga.

La chioma di un albero nel deserto riarso.

E il fulvo

più comune –

con le braccia

e con le gambe.

 

Arancione

 

Le novelle di Sherazade.

La neve che ha sorbito i tramonti.

Una pelliccia del Chorosan.

L’afa senza corrente d’aria.

Il muggito di una mucca,

alla quale hanno tolto il vitellino.

Un gattino viziato

sulla ciotola del latte.

L’immagine della persona amata, vista

per un istante.

 

Color dattero

 

Il deserto e la carovana.

Il Corano

antico e stampato in oro di mio nonno.

La lotta delle colonie –

la sua inestinguibile fiamma.

L’arida calura sui campi di riso.

Tronchi come proboscidi di elefanti,

che nascondono in un’alta tenda

frutti succosi.

Una pena inconsolabile.

Il volto con una lacrima dimenticata.

Occhi, occhi, occhi.

 

Marrone

 

La disputa del sole con la sabbia ardente.

Il ricordo di Balzac.

Un tizzone di cuore in fiamme.

Il focolare senza più il colore e il gusto del fuoco.

Le tracce dei piedi di Gauguin a Tahiti.

Oceani di diafane lacrime.

Milioni di modeste tombe.

L’uomo, uomo, uomo

che ride, che piange, onnisciente.

 

Nero

 

Un nemico spregevole.

La paura del subcosciente.

Chi striscia per timore, non per malattia.

L’alba nel giorno dell’esecuzione.

La menzogna.

I pensieri impuri.

Oltre a questo, nel mondo troverai

molto nero in un altro senso.

Un nero, ma senza sapore di sangue.

Occhi neri, sopraccigli neri.

 

Viola

 

Il profumo della primavera in inverno.

L’ombra della neve primaverile.

Il timore d’improvvise separazioni.

Gli occhi azzurri oscurati dalla rabbia.

Il suono di una corda che si è rotta.

Una testa chinata, come una viola.

Uno stormo di gru che vola via

sulla distesa dei campi

nella foschia.

E ancora:

il gomitolo di filo di mia nonna

sul pavimento.

 

Violaceo

 

Il naso di un beone accanito.

Nel primo giorno di scuola la macchia

sul quaderno che ha fatto piangere.

L’inchiostro sulle mani di un bambino.

Le ninfee al sole su uno specchio d’acqua.

Il crepuscolo. Giardini al crepuscolo.

 

Cobalto

 

L’azzurro sotto il peso di una tristezza nera.

Una tavola riccamente imbandita.

La furia nascosta del mare.

Un lago di filo sul tappeto.

Il mesto colore di un bacio

non ricambiato.

I semicerchi di occhiaie scure.

I giuramenti di anime sleali.

 

Rosa

 

La rivoltante diffamazione degli usignoli.

La felicità che non costa molto.

L’idillio della campagna

E il citrullo che l’ha descritto.

La schiuma della birra.

Un amico grossolano e adulatore.

Le piume nell’aria di un flamingo ferito.

Omar Khayyan (5) nel pieno di un duello

col vino

(così pensano di lui gli sciocchi).

Il vino dell’alba tra la notte e il giorno.

Un grosso volume

di prosa grigio rosa.

La fragranza delle foglie.

Il vortice di una rosa dischiusa.

Il rossore delle guance per la passione e il lavoro.

E ancora:

il santo colore della timidezza.

 

Rosso chiaro

 

L’immagine indimenticabile

del fonditore

che versa il metallo nelle forme.

Il papavero che fiorisce sui monti,

E nelle case

il dono inestinguibile

di Prometeo.

Un uomo che vince la paura.

Un’idea di questo colore.

Il coltello di un malfattore.

La tragedia di Ovidio.

Una rivolta armata sotto la pioggia.

Bandiere trionfanti

in una sfilata.

La furia di un popolo

nel combattimento decisivo.

Il breve senso di una parola sincera.

E ancora:

il ricordo degli anni dell’infanzia.

Il minareto del mio villaggio.

 

La sfumatura rosso chiaro – la speranza

 

E’ la strada più breve

per la stella più lontana.

E’ il viso aperto di un uomo

e gli occhi,

pieni di fiducia nella gente.

 

Convinzioni date dalle sfumature del rosso

 

Il sentiero della speranza, della pazienza.

Grappoli saturi di sole.

Una piazza, la folla e un canto.

L’impotenza delle pallottole e della cattiveria.

Il sapore della rovina.

Il nome di uomo.

Il primo figlio di un padre

tormentato dalla coscienza.

L’amore per l’umanità.

La verità – tutta fino in fondo.

 

Porpora

 

Andavano due persone.

Hanno superato valli e montagne.

Ma non trovavano la loro strada.

La mezzanotte coprì le valli e i monti.

Quando il sole sorse all’orizzonte,

i due videro la loro strada.

 

Bordò

 

Lo scialle nuziale di mia nonna.

L’odore dello šašlyk berbero.

I ferri del cavallo Guirat (6), caldi dopo lo scontro.

Il ceppo sotto la mannaia del macellaio.

Il velo dell’alba sulla bara della notte.

Le labbra femminili.

Anche le unghie.

 

Non toccare, vernice fresca!

 

I sorrisi appiccicosi,

e le agili scimmie.

I camaleonti,

e gli applausi moderati,

leggeri…

La sabbia commestibile.

Una comoda gruccia.

La panna nera.

La fuliggine bianca.

Il saio bianco.

L’agata bianca.

Il surrogato dell’amore.

E la gente,

di seguito,

in camicie, pantaloni,

abiti e guanti di pelli diverse.

E la menzogna che sembra

verità.

Il momento in cui l’anima è vuota.

I sospiri.

Le pulci scambiate per elefanti.

Lo steccato che ha nascosto il casolare.

E tutti quelli

che si affrettano,

dai tempi remoti,

alle nozze dal funerale

e dal funerale alle nozze.

 

1960-1962

 

Note:

 

  • Shamil (1797-1871), spiritualmente e militarmente anima e capo della resistenza delle popolazioni musulmane caucasiche contro la penetrazione russa.
  • Ghazal, forma metrica molto usata nella letteratura persiana e, per suo influsso, in quella turca classica e indostana.
  • Cafar Cabbarli (1899-1934), poeta e drammaturgo azerbaigiano.
  • Nazim Hikmet (1902-1963), poeta turco.
  • Omar Khayyan, astronomo, matematico e poeta persiano, morto nel 1123 circa.
  • Guirat è il cavallo di Keroglu nell’opera in 5 atti (1937) del compositore azerbaigiano Uzeir Hadjibeyov.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti