Fryderyk Chopin nella poesia russa

18 Mag

 

 

Monumento a Fryderyk Chopin nel parco Łazienki di Varsavia

 

 

Bella Achmadulina (1937-2010)

 

La mazurca di Chopin

Quale sorte ci aspettava,

che fortuna ci è toccata,

quando il disco rotante

solo lui ci separava!

 

All’inizio con sibilo, esilmente,

come biscia tolta alle pietre,

ma il viso di Chopin mostrava

sempre più evidente.

 

Ed esile come provetta

che contiene acqua azzurra

era lì la fanciulla-mazurca

e scoteva la testa.

 

Ma come così fragile e perché,

con quel bianco visino polacco,

lei comprese le mie tristezze

e le prese tutte su di sé?

 

Tendeva le braccia e lontano

scompariva lasciando

concentrati quei suoni

nel disco rigato dall’ago.

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Aleksandr Revič (1921-2012)

 

La casa di Chopin

 

Un vecchio albero,

La terra più vecchia,

Il mattino più saggio della sera,

Anche grigio

nelle umide nubi,

Con la tramontana

sui funghi

degli alberi.

Albero polacco

sul campo avvallato,

Da quanti,

Quanti anni

di questo sono malato.

Da una sonora goccia

dell’inizio di aprile

Nella lontana infanzia

per sempre ferito,

E come ritorno

di quel dolore –

Questo albero

e questa campagna.

Vecchio parco di Żelazowa Wola.

Dietro la siepe il campo avvallato.

Non c’è ferro qui

né granito,

Solo il rame risuona

della polonése,

Solo i tigli – a coppie –

Scorrono nel vecchio viale,

Solo un albero,

solo una betulla

La nudità cela pudica,

Sullo stagno facendosi le trecce,

Betulla, dolce betulla,

fanciulla viva.

Scusate, cara signora, –

A voi non sussurro parole,

come in un romanzo,

A voi, innamorata di Chopin –

Giovane, magro e castano.

Mi vergogno che con tali parole

A un tratto mi umilio

davanti a voi

così altera,

Io, innamorato dalla nascita

di questo tremolante riflesso

Degli esili rami

sul freddo specchio.

Datemi la mano, per amor di Dio,

Datemi la mano,

date la mano

Come segno d’incontro

e di addio.

 

1968

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Anna Achmatova (1889 – 1966)

 

Ascoltando la musica

 

Di nuovo mi giunge la polonése di Chopin,

O mio Dio! – quanti ventagli

E occhi abbassati e dolci volti,

Ma è vicina e fruscia l’infedeltà.

L’ombra della musica è balenata

Ma non ha turbato il verde lunare.

Oh, quante volte qui mi sono sentita gelare

E qualcuno terribile alla finestra mi salutava.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

E’ pauroso lo sguardo delle statue senza nasi,

Ma lasciami e per me non lottare

E non pregarmi così amaramente.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

E una voce dell’anno tredici

Di nuovo grida: sono qui, di nuovo tuo…

A me non serve la fama e la libertà,

Troppe cose conosco…ma tace la natura

E aleggiò una tombale umidità.

 

Komarovo 1957

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

(C) by Paolo Statuti

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Poesia

16 Mag

 

Boris Slutzkij

Władysław Broniewski

 

Il grande poeta polacco Władysław Broniewski (1897-1962), già presente nel mio blog con alcune poesie nella mia versione, durante un’intervista confessò: «Non so cos’è la poesia, non so perché c’è e a che serve… So che a volte chi legge dei versi piange…» Già, ma il pianto, voleva aggiungere il poeta, è solo una delle tante reazioni che un verso dovrebbe suscitare nel lettore, e non può essere né la principale, né la più frequente. Penso di interpretare bene il pensiero di Broniewski, dicendo che tra il poeta e il suo lettore si stabilisce una simbiosi, un momento di intima convivenza, il cui l’anima dell’autore si rispecchia in quella di chi legge. Se ciò non avviene, è perché la poesia è troppo avara di sentimenti e impressioni per poter trasmettere qualcosa, o perché il lettore non è in grado di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda del poeta.

Nel 1973 è uscita a Varsavia (Ed. Iskry) una bella antologia dal titolo Dico poesia – penso Polonia, La Polonia nella poesia russa del XX secolo. Da questo volume ho scelto e tradotto questa poesia di Boris Slutzkij (1919-1986), dedicata proprio a Władysław Broniewski.

 

*  *  *

                                 A Władysław Broniewski

                                 per il suo ultimo compleanno.

 

Finché sui versi piangeranno

ora insultando ora esaltando,

finché, come moneta, li custodiranno,

e, come il pane, li chiederanno –

 

non cesserà di risonare,

non smetterà di sbocciare

la nostra opera. Essa non è sparita,

come non sparì la Polonia,

benché tre volte sia stata spartita.

Per chi ama il paragone,

dirò senza esitazione:

a un polacco paragono il verso russo,

alla Polonia – la nostra musa.

 

Finché la incitano e l’innalzano,

essa infuria e ride.

E ciò che è stato,

e ciò che sarà, –

essa sapere non vorrà.

1965

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Peretz Markish (1895-1952)

4 Mag

Peretz Markish

 

 

Peretz Davidovič Markiš, poeta, romanziere e drammaturgo ebreo sovietico che scrisse prevalentemente in lingua yiddish, nacque nella cittadina di Polonne appartenente all’impero russo (oggi Ucraina) da una famiglia di ebrei sefardi. Fino all’età di dieci anni frequentò una scuola elementare ebrea di carattere religioso (cheder) e studiò con il padre insegnante di religione. Da bambino cantò nel coro della locale sinagoga. Fu impiegato di banca e insegnante privato.

Studiò presso l’Università Popolare “A. L. Šaniavskij” a Mosca e come autodidatta. Nel 1912 scrisse i primi versi in russo. Nel 1916 combatté come soldato semplice dell’esercito imperiale russo e restò ferito. Un anno dopo si stabilì presso i genitori a Ekaterinoslav (oggi Dnepropetrovsk) in Ucraina, e nel 1918 a Kiev. In quel periodo esordì con poesie e racconti pubblicati dal giornale Il combattente. La sua prima raccolta poetica Le soglie, uscita a Kiev nel 1919, suggellò la sua reputazione. Il ciclo Il cumulo (1921) fu scritto in risposta ai pogrom ucraini del 1919-20.

Nei primi anni ’20 fu nel gruppo dei poeti yiddish di Kiev, che includeva anche David Hofstein e Leib Kvitko. Essi tendevano a una riforma rivoluzionaria della vita e della poesia. Dopo una serie di pogrom, nel 1921 partì per Varsavia. Successivamente visse in Francia e visitò la Germania, l’Inghilterra, la Francia, la Spagna e la Terra d’Israele. A Varsavia pubblicò con I. J. Singer l’antologia letteraria espressionista La banda. Un secondo numero di essa uscì a Parigi, con la copertina illustrata da Marc Chagall. Nel 1924 fu co-fondatore ed editore dei Fogli letterari a Varsavia.

Nel 1926 Markiš tornò nell’Unione Sovietica, dove scrisse una serie di poesie ottimistiche, inneggiando al regime comunista, quali ad esempio I fratelli (1926) e La mia generazione (1927). Il suo romanzo Generazione dopo generazione (1929), riguardante la genesi della rivoluzione in una piccola città ebrea, fu però tacciato di “sciovinismo ebreo”. Nel 1939 ricevette l’Ordine di Lenin e nel 1942 entrò nel partito comunista sovietico.

Nel 1942 Stalin  ordinò la formazione del Comitato Ebraico Antifascista, allo scopo di influenzare l’opinione pubblica internazionale e sostenere politicamente e materialmente la lotta sovietica contro la Germania nazista, soprattutto da parte dell’Occidente. Solomon Mikhoels, il popolare attore e direttore del Teatro Ebreo Statale di Mosca fu messo a capo del comitato. Tra i suoi membri figuravano Der Nister, Itzik Feffer, Peretz Markiš e Samuel Halkin. I loro testi erano pubblicati anche dai giornali americani. Nel 1946 Markiš ricevette il Premio Stalin e scrisse diverse poesie in suo onore. Tuttavia, il Comitato Ebreo Antifascista, guardato con diffidenza già subito dopo la fondazione, fu accusato di svolgere attività antisovietica. I reati ad esso attribuiti erano: nazionalismo borghese, creazione di una rete clandestina antisovietica, tradimento ai danni dell’URSS, spionaggio per conto degli Stati Uniti e complotto sionista ispirato da questi ultimi. Di conseguenza, Solomon Mikhoels fu ucciso dalla polizia segreta nel gennaio del 1948, per evitare un processo farsa. Altri scrittori, tra i quali Markiš, furono arrestati un anno dopo e fucilati nella cosiddetta “Notte dei Poeti Assassinati” nell’agosto del 1952.

Dopo la morte di Stalin la vedova del poeta Esther e i suoi figli Šimon e David Markiš, si impegnarono per la sua riabilitazione, che avvenne nel novembre del 1955. In seguito a ciò, molte sue poesie furono tradotte da diversi poeti, tra i quali anche Anna Achmatova, e pubblicate nel 1957.

Riporto qui alcuni brani tratti dal volume Schizzi e ritratti (1975) dello studioso di scienze filologiche G. Remenik, dedicato all’opera degli scrittori e poeti ebrei sovietici: “Nella creazione di Peretz Markiš tutto è notevole. Sulle sue labbra la cosa più minuta diventa grande e importante. Ma il più delle volte egli si esprime sulle cose grandiose: sul mondo delle esperienze interiori dell’uomo e della lotta sociale, sul mondo della natura, che nella sua poesia abbraccia l’intero universo… Il suo pathos non conosceva barriere. La sua anima ardente rispondeva a tutti i fenomeni circostanti. Egli è romantico e realista insieme. Parlando dell’universo resta saldamente coi piedi in terra. Il suo fervido sguardo e il pensiero erano rivolti alle stelle, l’animo e il cuore erano ricolmi di gioia di vivere.

Peretz Markiš ha iniziato la sua creazione come lirico e tale è rimasto fino alla fine dei suoi giorni, benché dalla sua penna siano usciti anche ampi quadri epici e romanzi… Nel tessuto metaforico del suo linguaggio poetico si manifesta il suo inimitabile modo di esprimere pensieri e impressioni, passioni e impulsi… La parola poetica degli ultimi anni è satura di meditazioni e pensieri filosofici, volti a studiare a fondo il recondito significato dell’esistenza umana…

I grandi poeti hanno spesso doti profetiche e prevedono il proprio  destino. Anche Markiš scrisse il suo canto del cigno nel 1949, poco prima dell’arresto, ed è la poesia Riempi il bicchiere, che figura tra quelle tradotte e qui presentate. Per le mie versioni ho usato quelle in russo effettuate da vari poeti. Questa volta ho di proposito tralasciato le rime, per evitare eventuali ulteriori modifiche dei testi originali, spesso inevitabili quando il traduttore vuole conservarle.

 

Poesie di Peretz Markiš tradotte da Paolo Statuti

 

Io sono solo un fuscello sperso nei campi…

Io sono solo un fuscello sperso nei campi,

Un germoglio cullato dal respiro del mattino…

O terra! Su di te mi basta essere uno stelo,

Cullato nell’ombra azzurrina,

Per misurarmi con te in grandezza!

Sono solo un venticello, improvviso e fuggente,

Soffiato sull’erba dall’alto…

Essere venticello mi basta, o eternità,

Per essere come te senza fine!

Finché la terra non si separerà dal calore

E il sole ad essa mostrerà il suo disco,

Mi basta essere una tua particella,

E sarei grande come te, o universo!

 

1917  (Dalla versione di L. Rust)

 

Prima di sera

I rami tesi come braccia alle nubi,

Essi ardono di verde fiamma.

Le querce in melodioso silenzio,

Benedicendo il dorato tramonto.

 

Pigre nelle stalle mugghiano le mucche,

Le porte al buio si chiudono dal sonno,

I boschi lontani si tingono di lilla scuro,

E muore il vento con una foglia sulle labbra…

 

1918  (Dalla versione di D. Markiš)

 

Io – l’uomo…

 

Io – l’uomo!

Io – il senso dei mondi,

Io – l’essenza dell’eternità stessa.

Di pietra, di terra,

Di giorni e di notti io sono fatto.

Il viso rivolgo ai cieli:

Tutto il mondo – io stesso!

 

Di lontananze azzurre io sono fatto,

Di tessuto dell’essere,

Di tutti i tempi.

Io stesso – nel tempo,

E il tempo – sono io!..

 

1919  (Dalla versione di D. Markiš)

 

Roma

 

Con chi schermiscono i fioretti delle tue fontane d’argento,

E cosa esige la tua morta gloria?

Oh, cenere di secoli! Nauseanti fumi spargendo,

Le cupole della liturgia sbiadiscono e si offuscano, sfiorite…

Non si vedono colombi sulle tue austere basiliche,

Nei campanili dimorano gli orecchiuti pipistrelli…

Roma, tu ancora bruci! Non è il sole di un’alba morente

Che marcisce, esaurendosi, come memoria d’illustri secoli?

Invano il giorno accende le tiare delle sante cattedrali,

La sera spegne la loro fiamma… E le ombre in logori sai

Al triste suono zoppicano dai cimiteri lontani.

O solenne epitaffio di raggi dorati!

Le cupole, i campanili in balia di venti furiosi…

Con chi, con chi schermiscono i fioretti delle tue fontane?

 

1923  (Dalla versione di D. Brodskij)

 

Il pipistrello

 

Non è più notte, non è ancora giorno,

E la luce dell’alba è ancora ignota,

E il pipistrello, come ombra,

Entra in una crepa tra buio e luce.

Scivola nel sonno,

Come visione di visioni

A un tratto oltrepasserà la svolta dei tempi

Con un zigzag d’ombra fugace.

Esso si affretta a casa.

E’ ora! Ha paura del sole.

Lo tormenta la luce diretta

Della finestrella che acceca come rame.

Sollevato lo scialle di membrana

Sulla scura testa,

Vola lontano chissà dove,

Fischiato dall’azzurro.

Come sia già giorno e non sia più notte –

Il pipistrello non può capire.

C’era la luce. E di nuovo è buio.

Ora vola in basso, ora in alto.

Stanco, abbagliato,

Da un raggio obliquo non riscaldato,

In un attimo vola via

Sull’incerta svolta fra tenebra e luce.

 

1948  (Dalla versione di L. Ozerov)

 

Unione

 

Non è difficile a un rametto incurvarsi, chinarsi

E mostrare ospitalità a un usignolo,

E, ubriaco di canto, assopirsi,

E, forse anche, dimenticare il suo dolore.

E sembra: cantano le verdi fessure,

E i suoni e il rametto si sono abbracciati…

E sorge il canto, dove sono inseparabili

La linfa dell’albero e il sangue del cantore.

Ciò non dispiace al rametto – gli è gradita

L’unione dei cuori che si amano.

Cosa gli resterà, quando all’improvviso

Un frutto si staccherà e il cantore volerà via?

 

1948  (Dalla versione di L. Ozerov)

 

Un suono giunge furtivo dai monti

 

Ascolta l’urlo cupo del vento,

Le folate di singhiozzi, portate dalla mente:

Sono i monti che singhiozzano, coperti di tenebra,

O piange l’impenetrabile tenebra stessa?

Chiedi ai monti: perché essa piange?

Non le piace, forse, il freddo tramonto?

E il vento burlone coi rami pettegola,

E i rami in risposta tristi gli ronzano.

Ma forse, là si è smarrito un viandante,

Che non poteva lottare col vento?

Dai singhiozzi la pace dei monti è turbata,

Striscia sulle cime la fredda notte.

 

1948  (Dalla versione di A. Golemba)

 

Autunno

 

Là le foglie non frusciano in segreta angustia,

E, arricciate, giacciono e sonnecchiano al vento,

Ma ecco una dal sonno si è mossa sulla strada,

Come un topo dorato – a cercare la sua tana.

 

E il giardino non vigila – entri pure chi vuole,

Là bufere, freddo, pioggia sghemba e sferzante,

E – nessuno. Solo la tristezza qui le lacrime sparge,

Ma ecco esitante mi giunge un ronzio.

 

Un’ape cammina in fretta sulla soffice rena.

Dal pesante cerchio il ventre è stretto,

E striscia tra un monticello e un ceppo

E con spasimo a un tratto si rizza sulla testa,

 

E le alucce a un tratto solleva di traverso,

Come ombrello rotto, esse si protendono,

E la morte già si sente nel ronzio affrettato…

Per l’autunno il silenzio passa nel giardino.

 

1948  (Dalla versione di A. Achmatova)

 

La musa

 

Era prima o dopo tutto ciò?

Il sogno scorre come onda.

La mamma è con me fino all’alba,

Come nell’infanzia, con me…

Ricordo che si svegliava, non sapendo

Se dormo e respiro nel silenzio notturno,

Accorreva al mio lettino scalza

E trepida, si chinava su di me…

La calde mani materne

Accarezzano il mio cuore,

E io sento i diletti suoni –

La sua ninnananna.

Non ho la forza di cogliere il canto,

La sguardo materno è celato nella nebbia,

Ma nei motivi lontani e cari

La gioia dell’infanzia, come un tempo, risuona.

La tempesta a volte ulula di notte,

Piena d’incomprensibile astio…

La mamma!.. La mamma, come un tempo con me,

Come nell’infanzia, lei è con me!

 

1948  (Dalla versione di E. Levontin)

 

Riempi il bicchiere!

 

Riempi il bicchiere!

Siamo saliti sul pendio

Più in alto di un uccello e di una nube,

Abbiamo raggiunto la vetta, –

Riempi il bicchiere di vino.

Alziamo i boccali,

Perché l’augurio diventi realtà!

Il canto ha condotto lontano,

Noi l’abisso abbiamo superato,

Toccando cupe profondità, –

Riempi il bicchiere di vino,

Perché i fiumi del potere popolare

Non si asciughino nei secoli!

L’estate è finita all’improvviso,

E’ giunto presto l’autunno,

Anche l’inverno deve arrivare, –

Riempi il bicchiere di vino!

Solleviamo il boccale schiumoso

Per la fioritura della nuova era.

Noi invecchiamo! Non fa niente!

Con noi il nostro secolo vivrà bene,

Dedito interamente alla patria. –

Riempi il bicchiere di vino!

Invidiando per il diritto,

Ricordino i nipoti la nostra fama!

Quanto nel vasto mondo

Fino al triste termine,

Ci è stato dato di vivere e splendere!..

Riempi il bicchiere di vino!

Volgiamo i volti alle stelle –

Che il desiderio si avveri!

 

1949  (Dalla versione di A. Revič)

 

 

(C) by Paolo Statuti

Bella Achmadulina (1937-2010)

23 Apr

 

 

Bella Achmadulina

 

Mi risulta che della nota poetessa russa Bella Achmadulina siano uscite in italiano le seguenti raccolte:

Tenerezza e altri addii, a cura di Serena Vitale, Ed. Guanda, 1971

Poesie scelte (1956 – 1984), a cura di Donata di Bartolomeo, Ed. Fondazione Piazzolla, 1993

Poesia, a cura di Daniela Gatti, Ed. Spirali, 1998

Lo giuro. Antologia poetica, a cura di Serena Vitale, Ed. Interlinea, 2008

 

Il poema Avventura in un negozio d’antiquariato che presento nella mia versione, se non è inserito anche nell’antologia Lo giuro, compare solo nella raccolta curata da Daniela Gatti. E’ una traduzione encomiabile, ma non rimata come il testo originale.

 

Il poema Avventura in un negozio d’antiquariato tradotto da Paolo Statuti

 

Perché? – come in un bosco per riparo,

o per la quiete o solo per oziare, –

senza aver niente da desiderare,

entrai in un negozio d’antiquario.

 

Il proprietario mi guardò di traverso.

Non fosse stato stanco da secoli già

Di curare i fiori della tarda età,

egli non mi avrebbe mai aperto.

 

Lo spaventava una perdita seria

dei calici e del cristallo malato.

La viva infamia di un tempo mutato

gli era insieme nemica e straniera.

 

Mi scelse tra le restanti persone,

e mite preparò un brutto tiro,

e l’odio, mescolandosi al respiro,

sorse in lui come attimo di amore.

 

La gente intanto faceva affari,

e uno straniero, solo lui fra tanti,

toccando il coro di gocce vacillanti,

esaminava vecchi lampadari.

 

– Mancano le vocine, – egli notò, –

di gocce perse in remoti festini, –

e allora si offese come i bambini

e già stufo alla sua casa ritornò.

 

Una vecchia da una fonda sofferenza

tirò fuori un mesto argenteo granello,

per le sue mani era un fardello

l’arcano del bene e dell’esistenza.

 

Che tristezza – tra serre oscurate

guardare l’agonia autunnale

di cose altrui alla luce finale

di fuochi spenti e di facce passate.

 

Ed ecco che nella quiete spogliata,

risonò un richiamo di fragranza:

attendeva risposta nella stanza

il vago gesto di un’anima ignorata.

 

Il trombettiere di un noto dolore

sonò come alla vigilia di un sonetto, –

così esige di una scena l’oggetto,

e corri, come il cane chiamato corre.

 

Queste voci di nessuno mi son note.

O pianto che vuole essere cantato!

Una muta preghiera ha risonato

come grido: – Aiuto! – nella notte.

 

Disperandosi senza più vigore

la muta gola udivo singhiozzare.

Corsi a quel richiamo e per cominciare

dissi: – Non piangere, bimbo del cuore.

 

– Che cercate? – l’antiquario domandava. –

Qui tutto è morto e non adatto al pianto. –

E sperando nel successo, intanto,

Con la spalla premeva e si strusciava.

 

Uniti dall’ostilità, stavamo

spalla a spalla. Risposi in tono secco:

– Con la ferita aperta dell’orecchio,

desidero sentire ciò che amo.

 

Disse adirato: – Andate via in fretta!

E a un tratto tra i dubbi della demenza,

brillò il genio nella mia coscienza

ed esclamai: – Quella scatoletta!

 

– Borsetta? – Scatoletta! – Spinetta?

– Quella scatoletta di legno nero. –

Egli impallidì e gridò severo:

– Tutto potete, ma non la scatoletta.

 

Io vi supplico, io vi scongiuro!

Siete giovane, di benzina odorate!

Se in qualche magazzino voi andate,

troverete plastica di sicuro.

 

– Siete gentile, ma io vi dico:

– La plastica la odio cordialmente. –

E mi adulava: – Siete saggia e attraente.

Amate la fragilità dell’antico.

 

Anche io amo il suo calendario.

Ecco qui il ritratto di un bambino.

Ha un secolo. Lavoro sopraffino.

Ecco, prendetelo, ve lo regalo.

 

Un angelo triste col viso malato.

Ha i ricci e una sguardo celestiale.

Polmonite dopo un temporale.

E il buio dei cieli su lui è calato…

 

Io non mi curo della mia triste vita,

e voi volete assegnarmi la sorte

di piangere per sempre la sua morte

e la madre dal dolore impazzita?

 

– O un servizio per ventisei persone! –

esclamò con la speranza nel cuore. –

Cento pezzi di enorme valore.

Ve li regalo e chiusa è la questione.

 

Che sorpresa e che generosità!

Ma i miei ospiti sono sempre impegnati,

vanno sempre di corsa, sconsiderati.

Con me sola il servizio si annoierà.

 

Come posso cento pezzi divertire?

Ma no, non è per me, ve l’ho gia detto.

No, io apprezzo quell’unico oggetto,

Voi sapete che cosa voglio dire.

 

Come sono stanco! – disse l’antiquario. –

Ho duecent’anni. L’anima è decomposta.

Prendete tutto! La bottega è vostra.

Da tutto questo io mi separo!

 

Ed egli aprì la scatola. Sul terrazzino

dal buio dell’atrio, con mia meraviglia,

apparve una luce e scottò le ciglia,

ed era un femminile visino.

 

Non dai suoi tratti, ma dall’oscurità

che mi annebbiava, dall’afa spaziale

io valutai quanto fosse celestiale,

ancora non visto, nella cecità.

 

Con quel sorriso e quel suo guardare

il viso ispirava un semplice pensiero:

perdere la testa nel buio più nero,

chiedere la sua mano e il Caucaso visitare.

 

E là con lo scintillio della testa

tentare un annoiato tiratore,

tace lo sparo, andare al Creatore,

e in cielo solo Dio o una nube resta.

 

Quando già non ero più bambino, –

confessò l’antiquario con tristezza, –

tra i verdi tigli e la sabbiosa giallezza

io ogni giorno andavo in quel giardino.

 

Oh, dal suo amore più di un anno fui preso,

i sassi del giardino e l’aria baciando,

allorché, dall’inferno venendo o andando,

a un tratto apparve un ospite inatteso.

 

Voi ricordate Annibale certamente,

colui che compì gesta così famose.

Ebbene degli Annibali un pronipote

era chi ci visitò casualmente.

 

Respirando l’oscurità nativa,

egli saltò alla porta. E tutto cambiò.

La domestica spaventata si segnò.

E l’anima mia s’impietriva.

 

Per uno soffio estraneo il cristallo batté.

La credenza rispose coi piatti infranti.

Puzza di bruciato e gelidi istanti.

La candela si spense. Egli si sedé.

 

Quando di nuovo il fuoco fu tornato,

chino su di lei, diverso e strano,

era simile a un schiavo africano,

gli occhi bassi, come cavallo domato.

 

Le sussurrai: – Mi sembra un mostro,

anche se piccolo, lo eviterei.

– Voi credete? – così rispose lei. –

A me non sembra e non è affare vostro.

 

Restò da noi tre giorni, – buono e fraterno, –

ogni consiglio per ordine prendeva.

Ma quando se ne andò il suo sguardo ardeva

e dalla bocca rise il rosso inferno.

 

Da allora una dolorosa allusione

si leggeva sul volto e nel pensiero.

Si aggrottava la fronte a quel mistero,

senza poter dare una spiegazione.

 

Quando dal sonno, dal fondo del calore

affiorava in lei un cieco sorriso,

lei aveva paura che dal suo viso

fosse stato ammesso un errore.

 

No, nel Caucaso io non andai.

Chiesi la sua mano.Udii il suo rifiuto.

Non mi scoraggiai ma risoluto

per la sua mano tre volte io pregai.

 

Nell’anno trentasette improvvisamente,

credo fosse in un mese invernale,

lei morì, senza mandarmi a chiamare,

nel delirio, senza un motivo apparente.

 

Immortale per il dolore e l’amore mio,

conduco questa bottega da fame ,

tratto coi villani, vendo ciarpame

smarrito tra gli uomini e Dio.

 

Ma per me è un sollievo e una fortuna

che egli in un duello sia morto.

– Non è stato ucciso, e io non vi sopporto, –

gli dissi, ma non avete colpa alcuna.

 

Perdonate la voglia delle mani

di possedere. Facciamo un patto:

A me l’oggetto, a voi il ritratto:

come premio, vendetta, piaceri vari.

 

Il vecchio chiese: – Non vi ho turbata

con queste sventure remote?

– No, ho ricordato quel pronipote, –

dissi, – solo per lui sono rattristata.

 

E se a un tratto, in scienze erudito,

il nuovo lettore noterà a sua volta:

– E’ tutta una menzogna a lungo svolta, –

risponderò: – E’ vero, caro amico.

 

La vita sobria sarebbe complicata,

se gli antiquari così agissero

e gli oggetti tutti si animassero,

e se la morte quello avesse incontrata.

 

Ma no, in casa mia il ritratto è al sicuro!

E il fruscio degli  scarpini da ballo!

E le candele! E il suono del cristallo!

E in questo c’entra il pronipote, lo giuro.

 

1964

 

 

 

 

 

 

 

 

Aleksandr Semjonovich Kushner

17 Apr

 

 

Aleksandr Kushner

    

 

Aleksandr Semjonovič Kušner, che Josif Brodskij considerava uno dei migliori poeti lirici russi del XX secolo, è nato il 14 settembre 1936 a Leningrado. Nel 1959 ha terminato la facoltà di filologia presso l’Istituto Pedagogico Statale “Herzen” e per dieci anni ha insegnato lingua e letteratura russa. Membro dell’Unione degli Scrittori dal 1965 e del Pen Club dal 1987. Sposato con Elena Nevzgljadova, filologo e poetessa che pubblica con lo pseudonimo Elena Ušakova. Kušner ha ricevuto diversi prestigiosi premi, tra i quali ricordiamo in particolare, nel 2005, la prima edizione del “Poeta” – premio nazionale russo assegnato per i migliori risultati conseguiti nella poesia contemporanea. Nel 2011 il suo libro “Da questa parte del misterioso confine” alla Fiera del Libro di Mosca è stato dichiarato “Poesia dell’anno”.

Di Aleksander Kušner il linguista Dmitrij Lichaciov ha detto: “Kušner è il poeta della vita in tutte le sue manifestazioni. E’ questo uno dei tratti più salienti della sua poesia”. Secondo il critico e storico della letteratura Lidija Ginsburg, nei suoi versi si realizza il “connubio tra l’esaltazione della vita e la sua tragicità”. Il critico letterario e scrittore Andrej Ar’ev ha scritto: “Nel XX secolo quanti sono stati definiti “l’ultimo”: “l’ultimo della campagna”, “l’ultimo pietroburghese”, “l’ultimo disperato”, “l’ultimo romantico”, “l’ultimo metafisico”. A questo, soltanto Kušner ha sorriso e ha fatto un gesto di noncuranza con la mano, dicendo: “Ogni poeta è l’ultimo. Salvo poi scoprire all’improvviso che è il penultimo”.

Quando nel 2013 uscì la sua raccolta Luce serale, il poeta la commentò così: “E’ un libro di nuove poesie che costituiscono un certo rabesco, si tengono per mano, trovano per sé il necessario vicino. Necessario per una qualche affinità interiore o, al contrario, a causa di un chiaro contrasto. Inoltre in un libro di versi, in questa cooperazione c’è una non premeditata comunanza: in essi si trovano quei pensieri, sentimenti, osservazioni della mente e percezioni del cuore di cui sei vissuto. E si può dire anche: in essi sono fissati i momenti non soltanto felici, ma anche quelli tristi, di malumore. Ma chi li scrive, nel processo di creazione della poesia, si libera dall’angoscia, vince le tenebre. E questa energia, questo impeto di liberazione dal “peso gravoso”, forse sarà utile al lettore.

In più di cinquanta anni ho scritto molti libri. Il primo – Prima impressione uscì nel 1962. Questo è diciottesimo. Forse è un po’ troppo? Oggi si usa limitare la quantità. Un poeta ha stampato due poesie in un anno e la critica lo elogia, lo elogia, io penso, perché leggere due poesie è più facile e si fatica meno che a leggerne dieci. Leggere le poesie è difficile e inoltre manca il tempo. Ma Puškin ha scritto molto. In trentasette anni ha creato tanto, quanto noi a quell’età neanche ce lo sognavamo! E Lermontov, e Blok…Bisogna prendere esempio da loro. Ed ecco ancora cosa è venuto alla luce con gli anni: l’età non è un ostacolo alla creazione di versi. Forse essa aiuta perfino a scriverli, non come in gioventù, ma in modo diverso. Migliori, peggiori – non sta a me giudicare. Il poeta non va in pensione…I versi aiutano a resistere al male della vita e alle sue miserie, i versi ci consolano, restituiscono il desiderio di vivere, “per ragionare e soffrire”.

 

Poesie di Aleksandr Kušner tradotte da Paolo Statuti

 

Là dove sul fondo c’è una chiocciola…

 

Là dove sul fondo c’è una chiocciola

Come tromba d’orchestra,

Dove i chiozzi guizzano veloci

E li aspetta una tragica sorte

 

Nelle fauci dell’implacabile luccio, –

Là le soavi ninfe dimorano,

E ci tendono le mani

E ci chiamano con fievole voce.

 

Esse hanno alcune sottospecie:

Nei ruscelli appaiono le naiadi,

Nel folto dei boschi le driadi,

E nell’azzurro mare le nereidi.

 

Confoderle è sconveniente,

Com’è per il ranuncolo d’acqua,

Quello africano, quello non comune,

E quello velenoso dei prati.

 

La saccenteria non è una cosa oziosa!

Poeta, non risparmiare gli sforzi,

Non trascurare il tuo podere

E sii minuzioso, come Linneo.

 

Sorveglio le nuvole notturne dietro la finestra…

 

Sorveglio le nuvole notturne dietro la finestra,

Scostata la pesante tenda.

Ero felice – e temevo la morte. La temo

Anche adesso, ma non come allora.

 

Morire – significa stormire al vento

Insieme con l’acero, che guarda triste.

Morire – significa entrare alla corte

Di Riccardo o di Arturo.

 

Morire – è schiacciare la noce più dura,

Apprendere tutte le cause e i motivi.

Morire – è diventare contemporaneo di tutti,

Tranne di quelli che sono ancora vivi.

 

E’ una canzone di Schubert…

 

E’ una canzone di Schubert, hai detto.

Io la cantavo sempre, non sapendo di chi fosse.

Con essa, sembra, si può iniziare da capo

La vita, già molto simile a un prodigio!

 

Qualcosa come un usignolo e un triste suono

In un boschetto tedesco – e un suono triste.

La canzone ci è più cara se ha parole semplici,

E senza parole anche meglio, – con forza terrena!

 

Io la cantavo sempre, così senza motivo

E confondendo le parole malamente.

La notturna tenebra tedesca vi incombe,

E la tristezza in essa è così celestiale.

 

E poi per anni la dimenticavo.

E poi di nuovo a un tratto ritornava,

Come coprendomi con l’ombra di una quercia,

Tentandomi a ricominciare da capo.

 

Claude Monet diceva più o meno così…

 

Claude Monet diceva più o meno così:

Recandoti a un plein-air, dimentica il burrone,

Se è un burrone, la quercia, se è una quercia,

E un ripiano sul monte, se è un ripiano.

Pensa semplicemente: ecco un ovale giallastro,

E sotto un triangolino piccolo e rosato,

E vedi strisce, nient’altro che strisce,

Se ti dirai: sono rami, – mentirai.

E non pensare a una somiglianza; non guardare

Né un’onda, né un campo, né un fiume, né un prato, –

Di sé si prenderanno cura loro stessi,

A un tratto appariranno da un beato nonsenso!

 

Fryderyk, voi dovreste immortalare voi stesso…

 

Fryderyk, voi dovreste immortalare voi stesso,

Il pianoforte per questo non basta,

E amando così tanto la vostra musica,

Io vorrei augurarvi anche il canto,

E la sinfonia, l’opera,

Senza soggetto né protagonista non si può!

Bisogna essere simili a Mozart e a Rossini,

Chiedo i timpani e l’oboe.

Fryderyk, amerete il fagotto e la tromba,

Non vi annoiate senza flauto e senza violino?

Io sono pronto a cambiare l’augurio in supplica:

Cercate di evitare errori,

La polonaise è eccellente, l’étude è incantevole,

Senza dubbio la mazurca è stupenda,

Ma da voi anche in Francia si aspettano di più,

E anche tra le opprimenti nevi di Pietroburgo.

Fryderyk sorride. Egli non è adirato,

turbato, irritato, confuso.

In queste esortazioni c’è una ragione,

Il suo vecchio maestro merita

Rispetto. Ecco che anche Mickiewicz

Gli si avvicina con lo stesso consiglio.

Egli allegherà alla lettera un notturno –

E il notturno sarà la migliore risposta.

 

*  *  *

 

Perché il vorticoso Van Gogh

Mi tormenta con un punto oscuro?

Com’è giallo il suo autoritratto!

Bendato l’orecchio ferito,

Con una giubba verde, come una vecchia,

Perché mi segue con lo sguardo?

Perché nel suo caffè a mezzanotte

C’è quel cameriere con la faccia di vizioso?

Brilla un biliardo senza giocatori?

Perché una pesante sedia è messa

Lì per avvelenare la tranquillità,

E aspetti le lacrime o un suono di scarpe?

Perché egli soffia col vento sulla corona?

Perchè dipinge il dottore

Con un assurdo rametto in mano?

In quel suo paesaggio sghembo

Dove va quel carretto leggero

Senza passeggero e senza bagaglio?

 

Ciò che noi chiamiamo anima…

 

Ciò che noi chiamiamo anima,

Che, come nuvola, è di  aria

E splende nell’oscurità notturna

Capricciosa, indocile

O a un tratto, come aeroplano,

Più sottile di una spillo pungente,

Corregge dall’alto

La nostra vita, migliorandola;

 

Ciò che al pari di un uccello

Balena nell’aria azzurra,

Che non brucia nel fuoco,

Che sotto la pioggia non si bagna,

Senza cui non si può respirare,

Né scusare uno sciocco nell’offesa;

Ciò che dovremmo restituire,

Morendo, in un aspetto migliore, –

 

Ed è forse anche ciò

Per cui non dispiace sforzarsi,

Che ci fa anche onore,

A ben considerare.

Veramente è buona,

Di una moda assai vecchia,

Nuvoletta, rondine, anima!

Io sono legato, tu sei libera.

 

Ecco io sto nell’ombra notturna…

 

Ecco io sto nell’ombra notturna

Solo nel giardino deserto.

Ora cigolerà una porta in paradiso,

Ora sbatterà una porta nell’inferno.

 

E a sinistra una musica risuona

E una voce armoniosa canta.

E a destra qualcuno grida e grida

E maledice questa vita.

 

Dalla mattina girando per la stanza…

 

Dalla mattina girando per la stanza,

Con che premura l’anima

Si prepara l’afflizione!

(Così la rondine fa il nido.)

Niente la distoglie

Né dietro la finestra, né nella conversazione.

 

Invano il giorno è splendido e sereno, –

Non l’attira un foglio viscoso,

Né il tavolo, né la pagina di un libro.

Quale mediocre esperto di persone

Ha detto che la felicità le serve?

Soltanto con l’afflizione ci si può elevare.

 

Come il san Sebastiano del Bellini nel giardino…

 

Come il san Sebastiano del Bellini nel giardino

Con una freccia nel petto e nell’anca passeggia

E non prova dolore, e il cespuglio in fiore

Fruscia di amore celestiale e di bontà,

Così anche tu vorresti lasciar fuori dalla bara

Non proprio i tormenti, ma i simboli di essi.

Ma prova a liberare il martire dalle frecce –

Si stupirà, e a un tratto si offenderà anche.

 

Questa polvere, queste barre di vacillanti ringhiere…

La prola “tormenti”, lo ammetto, mi turba:

Non ho mai amato le frasi altosonanti,

Meglio sporchi colombi, i loro brontolii,

Meglio un misero, comune, prosaico piano

E il disteso fruscio dei pioppi urbani.

Non renderò né piaghe, né punture, né ferite –

Divertirò con esse un passante nel regno delle ombre.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alfred Edward Housman (1859-1936)

24 Mar

 

 

Alfred Edward Housman

 

In occasione della prossima Pasqua ho tradotto questa bella poesia di Alfred Edward Housman, uno dei più famosi poeti atei.

 

Inno di Pasqua

Secoli fa crocifisso, se in quel giardino Siriano

Tu dormi, e non sai che sei morto invano,

E neanche nei sogni osservi come tetro fiotto

Sale nel fumo e nel fuoco mai interrotto

L’odio che la tua morte doveva estirpare,

Dormi bene, figlio dell’uomo, non ti svegliare.

 

Ma se, aperto il sepolcro e abbandonato il velo,

Tu siedi alla destra della maestà nel cielo,

E così sedendo ricordi ancora tuttavia

Le tue lacrime, il tuo sangue e l’agonia,

La tua croce e la vita che hai sacrificato,

Scendi qui dal cielo e mostra che ci ha salvato.

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

 

Krzysztof Karasek: I miei pittori

23 Mar

 

 

     Il ciclo I miei pittori del poeta Krzysztof Karasek (ho già pubblicato nel mio blog alcune sue poesie) fa parte della sua ultima raccolta La gioiosa conoscenza (2015). Esso è dedicato alla memoria del padre artista grafico. Il poeta esprime il suo grande interesse per la pittura, e in particolare per i pittori come Paul Cézanne, Claude Monet, Vincent van Gogh, Paul Gauguin, Edward Hopper ed altri ancora. Vede l’affinità esistente tra la pittura e la poesia, e considera le visioni pittoriche come visioni del mondo. Per questo nella Lettera a Paul Cézanne scrive: “Tutto ciò che si può apprendere dai nostri quadri, Cézanne, è quell’artificiosità che colloca gli oggetti e le cose in una nuova luce”. Sia il poeta che il pittore creano composizioni strettamente collegate, le quali da una certa concreta prospettiva permettono di guardare un fenomeno studiato (descritto, dipinto). Con vero piacere e interesse ho tradotto 11 poesie di questo ciclo con l’animo del poeta e del pittore, dando loro appropriata collocazione nel mio blog, dedicato com’è noto, alla poesia, alla pittura e alla musica.

 

Poesie del ciclo I miei pittori tradotte da Paolo Statuti

 

Lettera a Cézanne

Per tanti anni non ti ho pensato, Cézanne,

eppure davvero eri uno degli ostetrici

della mia giovinezza. Sei volato via chissà dove

nello spazio dell’oblio e a un tratto

hai ricordato la tua assenza dentro di me.

 

Avevo vent’anni, cioè più di mezzo secolo fa,

ma ricordo bene cosa scrivevi a Emile Bernard,

nella lettera che mi affascina ancora oggi:

devi trattare gli oggetti come cilindro, sfera, cono,

il tutto messo in prospettiva, in modo

che ogni parte di un oggetto, di un piano

sia diretta verso un punto centrale.

Le linee parallele all’orizzonte danno l’estensione,

cioè una sezione della natura. Le linee perpendicolari

danno la profondità. Per noi uomini la natura è più

in profondità che in superficie, di qui la necessità

di introdurre nelle nostre vibrazioni di luce,

rappresentate dai rossi e dai gialli,

una quantità sufficiente di toni blu,

per far sentire l’aria.

 

e vedo quei cubi, coni, sfere

diventare miei. Si compongono

nella mia visione del mondo

piena di fessure e di fori.

Restringo le linee, tra esse allargo le fessure,

aumento lo spazio tra le linee – tridimensiono –

creandone una terza, come interlinea,

svuotata delle parole, ma riempita di significati.

Desiderando una nuova sintesi,

creo una nuova misura del verso,

inesistente ma concretizzata

nella mia e nella tua mente.

 

Tutto ciò che si può apprendere dai nostri quadri, Cézanne,

è quell’artificiosità che colloca gli oggetti e le cose

in una nuova luce. L’arte è artificiosa, questo truismo

nel modo più evidente mostra la sua mutevolezza,

non c’è in essa niente di naturale e ciò che vedono gli occhi

si rivela, una volta ancora, un inganno della fantasia,

che ci rimanda all’oggetto.

Perché la verità stessa è artificiosa, convenzionale,

vediamo diversamente e ciò ci avvicina alla natura più

della fedeltà di una fotografia. Questo

e un certo tipo di freddezza – diciamo meglio distanza –

che ritroviamo tra la visuale e la natura. E’ come

se dall’oggetto ci separasse un vetro,

che impedisce di vedere con le dita, con la bocca – per fortuna.

Proprio la freddezza, l’intangibilità delle cose

apre davanti a noi nuove possibilità, una nuova loro verità

e un nuovo orizzonte visibile.

 

Ti ringrazio, Cézanne, per la dimenticata lezione

della giovinezza, il cui conto vorrei lasciare aperto.

Sì, bisogna prima scomporre il mondo per poterlo poi

ricomporre. Cioè calcolare se non si è persa nel frattempo

una sua parte, se non ne manca qualcuna,

per dargli un suono diverso e più espressivo.

 

23.09.2014

 

Monet sulla barca

(da Manet)

 

Luglio. La luce con l’oscurità mi moltiplica,

siedo all’ombra.

La visuale dell’occhio si restringe, l’ombra

si divide in penombre.

 

Un rametto del linguaggio rimane staccato,

non voglio spartire con nessuno la luce e l’oscurità.

Desidero l’ombra. Boschetti e cardi

ombrati.

 

La mano fredda, un impacco sugli occhi

che canta. La visuale

che non tormenta più e non brucia.

La luce attenuata del sapere.

 

20.07.2010

 

Alla maniera di Monet

 

Nei portici di bianco ciliegio

quando il futuro delle api è incerto,

le ortensie nel mio giardino si sono scurite.

La morte è la morte,

perché non ha mai gustato i frutti della vita.

Sta sulla soglia di casa,

e davanti casa giocano i bambini.

 

Di primo mattino tutti i colori della luce

prendono la succosità dell’arancia.

Il grande frutto del sole

percorre la volta celeste

fino al completo smarrimento.

E’ l’istante in cui nascono i sogni.

Qua e là il gufo

emette l’aspro frutto della voce,

che fa rizzare i capelli in testa

agli ultimi cercatori di funghi,

gli alberi allungano le braccia come il Re degli elfi

per afferrare il bambino, alberi incappucciati,

alberi fantasmi.

 

Le rose Dio solo sa quanto belle,

si spengono nell’azzurro chiarore

come le fiammelle di gas

dei lampioni di periferia,

i loro petali si agitano al vento

si spengono sull’altare della notte come candele.

Ma guardate, il giorno sull’altura ad est

in un manto di rose

fa cadere la rugiada,

dice Shakespeare.

E a lui bisogna credere.

 

Gauguin, il sole nero

 

Il Cristo giallo, il sole nero, il palpito

del paesaggio. Il prato rosso invaso

dal verde di sangue.

Mescolava i colori come un giocatore le carte,

il suo viaggio nel suo intimo

si approfondiva ad ogni respiro. L’apostata

lo effettuava al contrario della maggior parte di noi –

nel ritorno alla fonte animistica. Non conosceva Nerval,

ma quel sole nero, che abbiamo scoperto nei suoi scuri,

ci attira ancora oggi, il sole nero delle sue pupille,

e brilla più di un’arancia che avvoltoliamo nel sole.

 

Getta via il nero cilindro e i guanti bianchi,

il cambio della nevrosi con la sifilide, le nozze col colore

sono spossanti come quelle con Matilde. Le sue pupille

assorbirono tale dose di colori, che il mondo perse

la compattezza che cercavano di conservare

tutti, da Rembrandt a Monet.

 

Viveva per il colore e il colore

lo trascinò nel suo abissale

vortice giallo, che vide negli occhi

del dio tahitiano. L’abisso:

dal Cristo giallo alla selvaggia, avida

divinità. Vieni con me, lascia il Cristo giallo.

In me c’è il sole nero della rovina,

l’autodistruzione. Gli abbiamo creduto,

anche senza seguirlo. Proprio a causa

di questo sole.

 

11.04.2011

 

Nostro fratello Vincent

                                            

                                           Apollo mi ha colpito.

Hölderling

 

Il colore è un dio minaccioso,

ci riempie fino al bianco degli occhi

abbaglia

ed esterna

(ne sapeva qualcosa Nietzsche,

ma ha portato il segreto

nella tomba);

un dio

che cela con cura il suo nome

dietro una cortina di nuvole

e si mostra

ora nella parola, ora

nella morte, ora

nell’amore.

Un’altra volta nell’ira

(il colore è la speranza suddivisa,

svela il suo segreto agli eletti, ma al tempo stesso

offusca la mente).

 

Lo vedo, in piedi

nel campo,

nel dolore accecante di luglio,

e la sua testa brucia

di luminosa fiamma

(gli occhi fumano),

il colore è un dio minaccioso,

che consuma dall’interno

– chiarore rinasto orfano, superumana

oscurità. – La luce

è un dio crudele,

visibile,

ma non commestibile,

penetra in ogni cellula

e incenerisce

i frutti. Sapendo ciò

siamo tuttavia incapaci

di respingerla: crudele Apollo

che scortica

la nostra giovinezza.

Per questo

amiamo così tanto

la luce scura, gli umidi

recessi del bosco. Amiamo

tutti la nostra notte.

 

4.09.1990

 

Ensor

 

Totem, maschere, spettri

mi guardano, imitando

il luccichio della memoria, li inserisco

tra le linee dell’orologio

appostato sulla parete, così come mi piace,

senza chiaroscuro e flessioni,

 

dico loro di non guardarmi così

con quello sguardo saponato

qui occorre l’arte drammatica, la forza dell’idea,

ma essi, si sono sistemati di traverso sul tavolo

come l’orologio di Dalí e grondano dal piano

come fresco camambert, in modo surrealistico

sistemando gli accenti, ammirando il paesaggio,

immergendo la fantasia nella visione di un sogno,

 

li invito a passeggiare nei vialetti

invasi dalle righe di poeti prestigiosi,

dove da una parte fiorisce

la primula arcadica, e dall’altra

i mezzi stilistici che ammaliano l’epoca

col canto delle sirene.

 

12.11.2008

 

Mondrian

 

Le cinque erano più volte

più volte erano le quattro

più volte erano anche le dodici

E più volte anche

l’ora zero.

 

Più volte le ore si addormentavano

e si svegliavano

più volte Tracciavano

la traiettoria di un qualche destino

e la mezzanotte era mezzanotte benché nessuno la vedesse

Benché proprio allora fossero le cinque

 

Per niente le cinque

Per niente neanche le quattro le dodici

Ed anche l’ora zero

Per niente

 

marzo 2006

 

Soutine: vene di bile, sangue del bianco

 

Il sangue del bianco mescolato con l’agonia dello spazio

ci fa capire questo viaggio. Il panorama danza

come visto da dentro un vortice

che ci attira nel centro.

Gli alberi respinti dalla centrifuga, come dopo un’esplosione,

si aggrappano ai bordi dello stagno. Mi sforzo di dominare

il caos, di ristabilire l’ordine, che non conosce limiti

né possibilità. Gli intensi impasti

esprimono la tirannia del dramma del cielo, che si svolge

tra colore e preghiera, tra sofferenza

e stupore. Tra i grani del rosario

sparsi nella sinagoga di Mińsk e il kaddish

del pesce quaresinale, appeso a un chiodo nello studio,

e che si guasta da una settimana, quanto basta

perché cominci a puzzare,

perché egli lo possa dipingere. Perché niente è finito ancora,

e già comincia.

 

23.07.2008

 

Hopper

 

Dipingeva di primo mattino o al crepuscolo,

quando l’ombra lascia una lunga traccia bagnata,

tagliando la superficie. Proprio allora

appariva lei, Penelope, Josephine Verstille

Nivison, Jo.

 

Lo stato Hopper e lo stato di Platone, lo stato di due.

Sempre varcava le sue frontiere, e quanto più le contestava,

tanto più le smarriva

negli ombrosi giardini del quadro,

dove i colori ondeggiavano come tenda, quando si alza il vento,

o bruciavano, quando cadevano le foglie.

Si chiamava anche Euridice, ma ciò non contava

per chi come lui amava i colori

e le ombre. E proprio il luccichio della sua sterpaglia,

comunque lo guardasse lo attirava

più di tutto. Ombre tra le ombre di un bar notturno,

uomini che siedono una domenica mattina

sul ciglio della strada deserta

tra i fantasmi delle case. Era il re dell’ombra

in un  giardino di crepuscoli e diluvi,

e lei era la sua regina. Una fessura di luce

nella porta socchiusa del fienile, la mattina,

l’ombra diventava la sua Penelope.

 

24.07. 2008

 

Balthus

 

Le donne nella vecchiaia diventano simili

agli uomini, e al contrario gli uomini

si differenziano sempre più.

 

Era una menzogna ben scritta.

Pensava che il superamento di un pendio

si protraesse all’infinito.

 

Tra molte strade ho scelto la meno frequentata

ed è stata una buona scelta.

Solo i buoni ricordi valgono qualcosa.

 

Le nostre lacrime sono salate e il sangue è rosso,

perché dunque le divisioni? Processo creativo?

Raggiungere lo stato di vuoto,

Non cercare nulla. Non vedere nulla.

La casa è là, dove sono i miei debiti.

 

A lei piacciono i gatti?

Sì. Ma senza reciprocità.

 

Wróblewski, prova di fedeltà

 

Wróblewski lo prevedeva, Wróblewski lo sperimentava.

Siamo fucilati.

Eravamo. Saremo.

Ci fucilano e ci immortalano.

E fucileremo i vostri

e i nostri sogni.

Wróblewski lo sapeva bene, Wróblewski ha visto

qualcosa che dovrà essere, che accadrà.

Tempo passato imperfetto, inevitabile,

imprevedibile.

Lo vedo seduto su una pietra con la ferita aperta del libro

sui ginocchi, presso un sentiero di montagna. La gente passa,

lo supera, non vedono che lo legge un defunto. Che libro è?

E dove conduce il sentiero?

 

Wróblewski sulla pietra con la ferita aperta del libro

sui ginocchi, non riconosciuto, defunto.

Il più bel quadro che ha lasciato,

non dipinto.

 

17.07. 2014

 

Nota: Andrzej Wróblewski (1927-1957). Uno dei più illustri artisti polacchi del dopoguerra. Fino al termine della sua breve vita rimase un ribelle alla ricerca di un suo stile personale, tra arte astratta e figurativa. La sua morte ha dell’incredibile: durante una gita sui monti Tatra si è seduto su una pietra per leggere un libro. Probabilmente ebbe un arresto cardiaco e restò seduto a lungo, e nessuno dei passanti pensava che fosse morto.