Lina Kostenko

4 Mar

Lina Kostenko

   Lina Kostenko, poetessa, scrittrice e traduttrice ucraina, è nata a Ržiščiv nella regione di Kiev il 19 marzo 1930. E’ stata uno dei principali esponenti del gruppo di poeti ucraini che iniziarono l’attività letteraria a cavallo tra gli anni ’50 e ‘60 del secolo scorso. Le sue prime raccolte Raggi della Terra (1957) e Le vele (1958) furono subito apprezzate dai lettori e dalla critica, e il terzo volume Viaggi del cuore (1961) confermò il successo della giovane poetessa, consacrandola quale figura di spicco nella poesia ucraina. Tuttavia, a partire dal 1961, fu sempre più oggetto di denigrazione da parte delle autorità del regime, per la sua apoliticità e dissidenza.

   Nel 1963, durante una seduta del Comitato Centrale del Partito Comunista Ucraino il segretario dello stesso dichiarò che le contorsioni verbali della poetessa conducevano alla deformazione e all’oscuramento del contenuto ideologico e artistico dei suoi componimenti poetici. Questo intervento segnò l’inizio della messa al bando di diversi giovani poeti di talento.

   Nel 1965 sottoscrisse una lettera di protesta contro l’arresto di alcuni intellettuali ucraini. In seguito ad altri suoi interventi in difesa di personalità perseguitate, per lunghi anni il suo nome scomparve dalla stampa dell’Ucraina sovietica. Soltanto nel 1977, dopo una estenuante opposizione al regime, che incluse anche scioperi della fame, finalmente uscì la raccolta Sulle rive del fiume eterno e nel 1979 il romanzo storico in versi Marusia Čuraj, con tirature che arrivarono a centinaia di migliaia di copie.

   La Kostenko è autrice anche di poemi drammatici di grande successo, quali Duma sui fratelli non di Azòv (1984), Neve a Firenze (1989), Berestečko (1998). Ricordiamo anche il romanzo-saggio Incontro di Puškin post mortem (1998). Ha ricevuto numerosi importanti premi nazionali e internazionali. Le sue opere sono state tradotte in molte lingue. Come traduttrice è presente particolarmente nella poesia ceca e polacca.

   La figlia Oxana Pachlovska, avuta dal primo marito, lo scrittore polacco Jerzy Jan Pachlowski, è docente di Ucrainistica all’Università di Roma – La Sapienza e italianista in Ucraina. Nel suo poderoso saggio Civiltà letteraria ucraina (Carocci editore, 1998), così scrive della madre: «La Kostenko rappresenta per tanti versi un fenomeno letterario unico…E’ un pilastro della tradizione poetica nazionale, ma è nel contempo una innovatrice ardimentosa di moduli decisamente modernisti…Il filo conduttore che unisce tutte le sue opere, dalle miniature liriche ai poemi di respiro epico, è l’interiorizzazione del tempo e della storia nella dimensione umana… Nella poesia della Kostenko l’anima dell’uomo è dilaniata dal paradosso pascaliano: è sospesa tra mortalità e immortalità, tra fragilità e onnipotenza…Tutta la sua opera creativa si concentra nella ricerca e nell’affermazione della parola come unico modo reale e concreto di fermare il tempo e di testimoniare la storia. La parola è la sublimazione dell’esperienza umana, una specie di cronaca etica dell’umanità che “materializza” il tempo, lo rende indelebile…».

   Ho tradotto le poesie che seguono dal russo, servendomi anche degli originali ucraini.

Poesie di Lina Kostenko tradotte da Paolo Statuti

La musica

Apro il primo albore con la chiave di violino.

La nera notte è intarsiata di tenerezza.

L’orizzonte con la mano scarlatta scorre

il giorno

             come pentagramma dell’eternità.

Che sarà oggi? Quale lieto frammento

della mia cocente sorte?

Il mondo mi ha stretta tra le fredde braccia

e ricava da me un bemolle.

Amore modesto –  il mio corno.

E il seguito? –

                        il primo violino del rimpianto.

E io sul fondo quotidiano

                                           batterò come un tamburo.

Provo una grande leggerezza. Una grande difficoltà.

Voglio sentire la musica, musica, musica!

Sassofono, trombone, fagotto.

La musica mi bacia sul braccio come un cavallo

col suo buon labbro vellutato.

L’anima, imbrattata da un fatto spiacevole

                                              si lava sotto l’antenna.

Si può direttamente da una manciata d’aria

attingere un notturno di Chopin.

(Questa poesia l’ho tradotta dal polacco, perché non ho trovato né il testo originale né la traduzione russa)

Il riso

Sulla strada – sento da una finestra –

una donna ride con un falso riso.

Forse è triste, ma la donna vuole

avere un motivo per ridere.

E guardo i fiumi di strade buie,

e le teste degli allegri lampioni,

coi piccoli caschi di zinco,

e sul mio alto parapetto

i castagni versano i bianchi fiori…

E guardo e penso ai versi.

Se sono tristi – lo siano pure.

Ma non ridano con un falso riso,

o la franca gente chiuderà le finestre.

O sole serale, grazie per il giorno!

O sole serale, grazie per il giorno!

O sole serale, grazie per la fatica.

Per l’Eden rischiarato dei boschi

e per la centaurea nel grano fiorita.

Per la tua alba e il tuo zenit,

e per i miei occhi che hai bruciato.

Per il domani che vuole rinverdire,

per il tempo che ieri hai sonato.

Per ciò che io posso e che devo.

Per il cielo, per l’infantile riso.

O sole serale, grazie per tutti quelli

che hanno l’animo pulito.

Per il sangue nel mondo non sparso.

Per il domani che aspetta ispirazioni.

O sole serale, grazie per il giorno,

per il bisogno di parole, come di orazioni.

Fanno paura le parole silenziose

Fanno paura le parole silenziose,

quando a un tratto si sono celate,

quando non sai da dove cominciare,

perché tutte le hanno già usate.

Qualcuno con esse ha pianto e sofferto.

Con esse ha iniziato e finito il cammino.

Miliardi sono gli uomini e le parole,

E tu vuoi dirle, come se fossi il primo!

Tutto è ripetuto: bellezza e mostruosità.

Tutto è già stato: sentieri e viali.

Solo la poesia non si ripete mai,

e tocca le corde delle anime immortali.

Le ali

E’ vero, agli alati il suolo non serve.

Non c’è terra, ci sarà la volta celeste.

Non c’è un campo, ci sarà la libertà.

Non c’è una coppia, ci saranno le nubi.

In questo è la verità dell’uccello.

E per l’uomo? Com’è per l’uomo?

Vive sulla terra. Non sa volare.

Ma ha le ali. Ma ha le ali!

E sono ali non di penne e piume,

Ma di verità, di onore, di fede.

Chi le ha come fedeltà in amore.

Chi come eterna aspirazione.

Chi come onestà nel lavoro.

Chi come generosità e premura.

Chi come canti o speranza.

O come poesia, o come sogni.

L’uomo non sa volare…

Ma ha le ali. Ma ha le ali!

Che sia lieve…

Che sia lieve. Come tratto di penna.

Che sia eterno. Come fulgida memoria.

Questa bianca luce – scorza di betulla,

nei giorni neri debolmente bianca.

Oggi ha già provato a nevicare.

Oggi l’autunno soffocava dal fumo.

Che sia amaro. Come il ricordo di Te.

Che sia lucente, come ricordo stupendo.

Che non si svegli il telefono della tristezza.

Che il dolore non si desti con le lettere.

Che sia lieve. E’ stato solo un sogno,

Che ha sfiorato le memoria con le labbra.

E ha sorriso la primavera: E’ ora!

E ha sorriso la primavera: – E’ ora! –

dietro alla Nera Strada, dietro al Grande Prato –

guardo: tutti i miei avi e proavi –

vanno dietro al tempo, come dietro all’aratro.

Biada dietro biada, biade e ancora biade,

dietro alla Nera Strada, dietro al Grande Prato,

loro sono già nella nebbia – come nebbia –

vanno dietro al tempo, come dietro all’aratro.

Come pesa il passo dell’eternità! –

dietro alla Nera Strada, dietro al Grande Prato.

Così arbitraria, così libera e giovane –

davvero anch’io vado già dietro all’aratro?!

E cosa arerò? Quali biade seminerò?

Dietro alla Nera Strada, dietro al Grande Prato.

Davvero anch’io nella nebbia – sono nebbia –

e vado dietro al tempo, come dietro all’aratro?

*  *  *

Sento la pioggia…Giunta furtiva scroscia.

Un suono di latta, di liete gocce i passi.

Attimi, attimi, solo attimi e attimi,

e a un tratto guardo, e sono già anni e anni!

Forse anche secoli. Nessuno lo sa più

nelle nebulose dell’anima o del cielo –

nel manto della pioggia, diafana come vetro,

io vado dai vivi e i morti rivedo.

Bacio tutti i boschi. Ringrazio il violinista.

Vi ha sonato bene una volta la mia presenza.

Io sono albero, neve, ogni cosa che amo.

E forse è in questo tutta la mia essenza.

(C) by Paolo Statuti

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Poesia

17 Feb

Alphonse Mucha: La poesia

Mi guardavano, io ero la Poesia,

mi studiavano, io ero la Poesia,

mi amavano, io ero la Poesia,

ma non mi capivano,

perché per loro capirmi significa

 immergersi in un abisso

di ipotesi

senza conclusione

mentre assai più semplice

è la mia intenzione.

Pablo Neruda (1904-1973) – La Poesia

Fu a quell’età…La poesia arrivò

per cercarmi. Non so, non so da dove

uscì, dall’inverno o da un fiume.

Non so né come né quando,

no, non erano voci, non erano

parole e neanche il silenzio,

ma mi chiamava da una strada,

dai rami della notte,

a un tratto tra gli altri,

tra fuochi violenti

o rincasando solo,

stava lì senza volto

e mi toccava.

Non sapevo che dire, la mia bocca

non sapeva

dare un nome,

i miei occhi erano ciechi

e qualcosa batteva nell’anima,

febbre o ali smarrite,

e mi sentii solo

a decifrare

quel bruciore,

e scrissi la prima riga incerta,

incerta, senza corpo, pura

sciocchezza,

puro sapere

ciò che ignoro del tutto,

e ho visto a un tratto il cielo

sgranato

e aperto,

pianeti,

piantagioni vibranti,

l’ombra attraversata,

perforata

da frecce, fuoco e fiori,

la  notte opprimente, l’universo.

Ed io, minimo essere,

ebbro dell’immenso vuoto

costellato,

a somiglianza, a immagine

del mistero,

sentii che ero pura parte

di un abisso,

rotando con le stelle,

il mio cuore volò via nel vento.

(Versione di Paolo Statuti)

Antonio Tabucchi (1943-2012) – La stanza del poeta

Sono un poeta,

sono un attore,

ma la mattina mi sveglio, mi vesto,

mi infilo le scarpe,

esco per strada e sono come tutti,

e nella strada passano passanti,

e io li guardo, e sorrido perché passano,

e anch’io passo e nessuno mi nota.

Ma poi,

nella solitudine della mia stanza,

apro le botole dell’anima,

guardo nel buio dei sotterranei,

ci sono topi,

ruscelli di diamante,

bellezze, miasmi e rancori:

lo faccio per me, lo faccio per voi,

perché ci vuole qualcuno che guardi,

e questi sono i poeti,

che cercano le stelle in fondo ai pozzi.

Leopold Staff (1878-1957)

Ars poetica

Un’eco dal cuore sussurra:

«Prendimi prima che io languisca,

Che diventi diafana, azzurra,

Che impallidisca, che sparisca!»

Come una farfalla l’afferro,

Non già per stupire il mondo,

Ma per rendere l’attimo eterno,

Perché tu comprenda a fondo.

E il verso che viene dal bardo,

Vestito di suoni e d’arcano,

Sia limpido come uno sguardo,

Sia come una stretta di mano.

(Versione di Paolo Statuti)

Paolo Statuti (1936-      )

Poesia

Se non sai cos’è la poesia,

immagina d’esser sordo

e udire scendere

dal cielo un accordo…

immagina d’esser cieco

e vedere accendersi

il fuoco del tramonto…

immagina d’esser muto

e poter dire:

tu piccola stella

risplendi, tremando

d’infinito…

Il porto di Vanino

23 Gen
Un lager staliniano

I

    „Il porto di Vanino” era uno dei canti più popolari tra i detenuti dei gulag. E’ noto anche col nome di “Kolyma”, chiamata il “lager della morte”. Non si conosce l’autore, forse il poeta Boris Ruč’jov (1913-1973), che nel 1937 fu arrestato e trascorse dieci anni nei lager staliniani, per essere poi riabilitato nel 1956. Non si conosce neanche la data esatta in cui il canto fu creato. Il porto di Vanino, nella Siberia orientale, era il punto di transito per i detenuti diretti a Kolyma. In questo porto si svolgeva il trasbordo dai convogli ai vaporetti che proseguivano per i gulag di destinazione. Di questo canto esistono molte versioni. Questa da me tradotta è una di esse. Chissà se anche Mandelstam la cantava?

Il porto di Vanino

Ricordo il porto di Vanino,

E la cupa vista della nave,

E noi che scendevamo la scala

Nella stiva buia e glaciale.

Sull’acqua la nebbia scendeva,

Ruggiva la furia del mare,

Ruggiva di fronte a Magadan –

Di Kolyma la capitale.

Non un canto, ma un lamento

Da ogni petto si levava.

“Addio per sempre terra natia” –

La nave struggente gracchiava.

Noi reclusi soffrivamo il rollio,

Come fratelli ci abbracciavamo,

E solo a volte dalle lingue

Sorde imprecazioni lanciavamo.

Maledetta sei tu Kolyma,

Chiamata pianeta – meraviglia.

Per la scala scendevi là,

Da dove ritorno non c’era.

Trecento miglia di taigà,

Dove vivono belve soltanto.

Dove i veicoli non vanno,

E si trascinano i cervi inciampando.

Io so che tu non mi aspetti,

Le mie lettere non leggi nemmeno.

Tu non verrai a incontrarmi,

O verrai senza riconoscermi,

Io temo.

(Versione di Paolo Statuti)

Vladimir Lazarev (1936)

20 Gen

Ho sognato la musica

                                             A Evgenij Svetlanov (1)

Ho sognato la musica…

Puri suoni coglievo

Sui rami mossi dal vento,

Dove gli usignoli si posavano

La tormenta fendendo.

Ho sognato la musica…

Tutto è musica, in fondo;

E, occorrendo penetrazione,

Della musica è nato il volto,

Affrettando l’emozione.

Ho sognato la musica…

E l’anima, scossa nel profondo,

Nel tempo del disgelo entrava…

Ho sognato la musica. Essa

Lievemente di aspetto mutava:

Come nuvola e come onda,

Come giorno di neve e notte cieca,

Ora dolce, ora salata,

Ora nei meandri verde,

Ora azzurro-dorata.

(1) Evgenij Svetlanov (1928-2002), pianista, compositore e direttore d’orchestra russo. (N.d.T.)

(Traduzione dal russo di Paolo Statuti)

Michail Panfjorov (Karara)

17 Gen

Michail Panfjorov (Karara), poeta e pittore russo, nato nel 1961

Michail Panfjorov

All’uomo serve soltanto Dio

All’uomo serve soltanto Dio,

Egli ogni dubbio scioglierà.

E ciò quando lo stile sarà elevato,

E la vita più reale di una fiaba sarà.

E ciò quando il male sarà scomparso.

Verrà l’amore della comprensione.

Sarà il trionfo delle anime umane

E la luce di una viva compassione.

E serve una casa che non poggi sulla sabbia.

E un giardino che fiorendo stupisca.

Senza la fede sei preda dell’angoscia.

Ma nella corsa la quiete non si acquista.

Bisogna mostrare la propria sorgente.

Dalle fonti i fiumi prendono spunto.

Prega con l’anima, perché Dio ti aiuti.

Senza di lui l’uomo è un defunto.

E allora sarà compreso il cammino,

I simboli secolari saranno spiegati.

Recita così: “Oh, Signore, perdonami!”

E saranno istanti illuminati!

Successi e amici verranno poi,

Verrà chi l’anima spensierata vuole.

E il tempo della vita non scorrerà invano,

E ci sarà una luce splendente, tanto sole!

Cosa serve all’uomo sulla terra?

Credo non ciò che è meschino e volgare!

Non lasciarti immergere nel buio

Senza questo amore, così universale.

2014      (Versione di Paolo Statuti)

Natale 2018

17 Dic

Natale 2018

Quest’anno

ascolta il Bambinello

costruisci un Natale più bello

con le tue stesse mani

un Natale per oggi e per domani

fallo in modo tale

che resista a ogni temporale

con materiali di qualità

e vedrai che non crollerà

a nessun terremoto

a nessun maremoto

il tuo lavoro non andrà perso

se sarà un Natale diverso

però usa mattoni

di sole buone azioni

il cemento più buono

la calce del perdono

finestre di speranza

porte di fratellanza

legno di pazienza

tegole di riconoscenza

piastrelle di gentilezza

intonaco di carezza

e poi arredalo di amore

e così il Signore

a lavoro ultimato

sarà rallegrato

e con un sorriso speciale

ti sussurrerà Buon Natale!

(Paolo Statuti)

Dominik Żyburtowicz

1 Dic

D

Dominik Żyburtowicz

   Dominik Żyburtowicz, uno dei più apprezzati giovani poeti polacchi, è nato a Drawsko Pomorskie nel 1983. Ha studiato economia al Politecnico di Koszalin e ha debuttato con una serie di poesie nell’antologia Pesca.Debutti poetici 2010, Ed.Biuro Literackie, Wrocław 2010. La sua prima raccolta Velieri è uscita a Poznań nel 2015 e contiene poesie scritte nell’arco di molti anni (la più vecchia è del 2005). Il volume è suddiviso in più parti con tematiche diverse, trattate con una profonda sensibilità lirica. Nel 2017 il poeta ha pubblicato la seconda raccolta dal titolo Spaceboy. «In essa il “ragazzo stellare”, smarrito, che ha in sé la sincera fiducia e lo stupore del Piccolo Principe, è il tipo dell’eterno viandante, che pur avendo un posto concreto sulla terra, sente il desiderio inappagato di un mondo “chissà dove”» – scrive Katarzyna Wójcik in un suo articolo dedicato a questa raccolta.

   Żyburtowicz ha ricevuto diversi prestigiosi premi letterari, tra i quali quelli intitolati a Jan Śpiewak e Anna Kamieńska, Rafał Wojaczek e Władysław Broniewski. E’ stato tradotto in inglese e spagnolo.

   Di lui ha scritto il poeta e redattore di riviste letterarie Roman Honet: «Tende a ciò che è fondamentale: l’amore, la morte, la fiducia nella vita. Per Żyburtowicz anche la morte si rivela una illuminazione, diventa un episodio nell’eterna presenza, con essa non termina nulla. «Se dopo la morte l’amore esiste, è certamente la primavera, la luce» – dice il poeta. Il ritorno dei morti si compie quando «vedi una luminosa polvere su tutte le tue cose». Ma non è un sedimento, una polvere di decomposizione, una polvere tombale, ma la traccia di una esplosione stupefacente – una polvere che fa venire in mente le molecole che volano dopo lo scoppio dello spazio e dei primi secondi dell’universo, minute prove di poderose nascite».

   In occasione di un dibattito sul tema Poesia per una nuova era, Żyburtowicz ha detto: “Io sono per la poesia orientata esistenzialmente. Sono per la comunicazione, sarebbe auspicabile che l’arte poetica giungesse al maggior numero possibile di destinatari. A questo aggiungo la metafisica, ma quella nuova, sorprendente. Non mi appaga il contenuto di molti versi che si leggono al giorno d’oggi. Vedo temi banali, questioni forse anche importanti, ma a lungo andare noiose. Si nota una forma che tende alla perfezione, la cura per la bellezza della lingua e l’aspirazione alla novità. Anche questo è importante, ma mi manca il vigore, la potenza del mondo costruito nel verso e della filosofia. Ciò non toglie però che ci siano molti poeti dotati di questa forza creativa. Essi sanno bene cosa devono fare con la poesia, e per questo sono Poeti della Nuova Era».

Poesie di Dominik  Żyburtowicz tradotte da Paolo Statuti

Come le mele cadono lontano

                                          A mia madre – Maria Żyburtowicz

quando sei lontana (e adesso è sempre così),

il ragazzo corre al mare, in esso il ragazzo aspetta

tutti i sonnolenti cutter, là dove tu ti trovi,

sfiori le mie labbra con un dito, mi accarezzi come la neve,

sento la minestra della domenica che mangiavo come una bestia

e la pioggia rosata nel giorno della donna –

(il tuo pianto sorridente)

quando sei lontana (e adesso è sempre così),

a ogni altra madre rubo un pezzetto

e lo metto lungo la riva da cui ti allontani

prima dell’alba, cogliendo le mele –

di solito la mattina dopo la tua scomparsa

mi sveglia a letto proprio il loro profumo

Vienna 2007

I luoghi dove maturano i frutti

1.

Il giovane che pescava sulla riva del fiume, lo strano

caldo tocco di colei che si tolse l’abito dicendo: adesso

tu. E il branco di conigli che andava verso i cespugli.

2.

Le navi di carta scompaiono nella spuma marina, oggi

entrano nel porto i velieri – ma il ragazzo non lo sa,

resta impietrito, vedendo un vascello.

3.

La vecchietta che chiede aiuto, tutta la settimana

sposto i mobili che scricchiolano come ossa (muore

domenica). Le chiudo gli occhi. Telefono. Aspetto.

4.

Estate 1999. Lontano dalla riva pesco con mio padre, a un tratto

mi porge la canna. Quando lui si stringe il cuore – lo so,

la vita mi dice qualcosa molto importante.

Ci sono in noi dei luoghi dove il mondo si apre,

e non ci sono altre uscite, solo quelle davanti,

quindi devi convenire: il frutto all’interno, Dio

matura solo quando lo guardi, lo tocchi.

2007

La lingua dimenticata

quando ancora non sapevo parlare

sul davanzale venivano gli uccelli

conversavano nella lingua che conoscevo

benché i loro nomi fossero un mistero

oggi so che sono le rondini

che disegnano il quaderno di musica in giardino

ma ciò di cui parlavano allora

è sparito nella mia prima parola

Vienna 2007

Da vicino

Dormivo.

Mi ha svegliato un pipistrello,

colpendo con forza

la finestra dell’ospedale.

Forse ha confuso qualche linea notturna,

o l’ha ingannato il buio dei sogni locali.

O forse la notte

mi ha abbordato

nella propria persona.

Se è così,

sono vicino.

2011

L’odore dell’uomo si vede solo in sogno

Sogno un bosco pieno di animali.

E un solo comune senso animalesco

che filtra tra gli alberi.

Quando entro

sanno di me.

Il vento cessa, la volpe si gira.

Niente di simile ho visto di giorno.

Col binocolo osservo uccelli, caprioli, cinghiali.

Mi addormento tra giovani betulle.

E soltanto in sogno – di nuovo:

il vento cessa, la volpe si gira.

Tutto il bosco sa di me.

2011

Gli angeli del sole

Uno di loro lo vedevo

subito dopo il funerale come l’amore,

che in forma liberata

penetrava nei cuori dei piangenti.

Come l’amore che aleggiava

nei presentimenti, nei sogni, nei ricordi

e alla finestra mostrando il volto del lutto, sussurrava: guarda,

qui è la tua strada.

Qui è il mondo.

Io veglierò su di te

per un certo tempo.

Un altro angelo lo vedevo all’ospedale (reparto neonatale),

nel giorno di san Giovanni dodici maschietti cantarono insieme:

sole, sole!

E là, al liceo,

dove nella luce di giugno per l’esitazione e la paura

a un tratto fiorì un melo – in quel posto

c’era un

angelo. Di sicuro.

Anche nelle anime di chi crea

c’è un angelo: quando il chiarore, la corda di luce

inonda l’abitazione, quando corre

sui mobili sulla parete sui libri

– e si vede di più. (Conosceva bene questo sole van Gogh,

l’innamorato John Donne oppure Franck O’Hara).

Ma il più bello è l’angelo dell’amare.

– O fanciulla-osanna,

e tu, o fanciullo di sensibili pianeti,

avete qualcosa da aggiungere?

– L’arcobaleno.

2012

Gli uccelli

Quelli che non sono morti, ma per vari motivi

per noi è come se lo fossero. Come se il sole

tramontasse in noi e non volesse sorgere. Tu inganna,

inganna questo tempo – per primo

tendi la mano. Se così farai,

arriveranno vivi portenti, portenti, e riderai,

risusciterà la gente.

Perché per conservare l’amicizia, anzitutto

bisogna imparare a perdonare

le parole stolte, a curare le bruciature, a lavorare

su se stessi ed esigere che faccia così

anche l’altra parte. Dopo un anno

di silenzio ci siamo riconciliati,

su una grande piazza, dietro i campi,

in uno spazio deserto. (Tale spazio

è un ottimo tifoso per quelli in discordia,

per quelli soli). Mentre andavamo il vento

ci osservava dall’alto, finché lui stesso non si esercitò

in abbracci e strette di mano.

Era passato l’inverno.

2014

I delfini dell’oceano

Per vedere bisogna concentrarsi molto.

Le molecole che circolano nello spazio

prima erano nella mia testa..

Sono tornate per comporsi, ammassarsi.

O delfino solare,

di nuovo mi hai notato

in questa parte di Polonia,

sei così bello quando esci dalle nuvole

palleggiando accanto al treno.

Ti vedo.

Mi vedi.

In un nuovo luogo,

in un nuovo paese. Fermo sul ponte

ammiro i grattacieli. Il vento

che corre attraverso è il vento da

tutti i continenti. Dunque c’è

un tale luogo civitas universum

percepibile in un lampo di genio.

Come un’altra superficie

della vita.

La terra che si crea.

Dimensione aperta.

2011/2018

Le preghiere degli innamorati

                                   O what can ail thee, knight-at-arms,

                                   Alone and palely loitering?

                                                    John Keats – La belle dame seans merci

Adesso lo so: la voce

non si propaga solo nel suono,

ma anche in una grandine di vigorosi,

vigorosi pensieri che ti colpiscono.

Finché non squilla il telefono. I caprioli

all’alba si avvicinano al recinto,

mentre tutta la notte scrivevo di te.

Dove, per quali canali

passano le preghiere degli innamorati,

che gli animali, gli alberi, i fiori

voltandosi un istante

vogliono ascoltare?

Gli innamorati conoscono bene uno strumento abilitato:

il violino di piume che portano gli uccelli.

Guardando bene, si vedono le piume cadere

e formare autostrade agli innamorati.

Un’ellisse di telescopi e di notti stellate;

il treno che corre dalle mie labbra alle tue,

dalle tue labbra alle mie, attraverso città

e campagne polacche, nelle cui estremità respiriamo.

L’embrione ancora esiste d’inverno, sotto il ghiaccio. Ma già

si vedono le prime fessure nella fodera di luce. E dietro?

Il nudo dio dell’iride.

Tutto ciò che guardi, Chuchanna, si copre di sangue stellare,

poiché è lo sguardo di occhi innamorati, e neanche

gli esperti di fisica quantistica sono arrivati a tanto

nelle loro ricerche. Linfa,

sangue, cellule invisibili di nubi, case, autostrade. Qualcosa

romba nel nucleo del pianeta e finalmente possiamo confermare:

l’amore è il tremito della Testaterrestre.

Perché i più forti al mondo sono i nostri primi baci, quando

dormiamo nello stesso sogno di volare, e nei cieli interiori

si aprono scatole di diamanti.

Come se l’universo,

le sue supernove

aspettassero questa energia. L’amoroso

nutrimento dei soli?

                                      Oh!

Un tunnel sul tetto dell’albergo. Che nelle fredde parti

della materia oscura

scorrano le nostre cascate prostellari.

2016/2018

Il treno Rachmaninov – Amore

La fluida realtà dell’amore,

osservata da un’altra dimensione.

Spostare

con un dito invisibile treni di vetro

sullo schermo di vetro

della Rapsodia di Rachmaninov.

2018