Sergej Esenin: “La confessione di un teppista” tradotta da Paolo Statuti

24 Apr

Non tutti sanno cantare,

Non tutti sanno come una mela

Cadere ai piedi altrui.

Questa è la più grande confessione

Che un teppista possa fare.

Io vado spettinato a bella posta,

La testa sulle spalle come lume a petrolio.

L’autunno sfrondato delle anime vostre

Mi piace nell’oscurità illuminare.

Mi piace quando le pietre delle ingiurie

Mi colpiscono, come grandine di bufera ruttante,

Io allora stringo più forte con le mani

Della mia chioma la vescica ondeggiante.

È così bello allora ricordare

Lo stagno coperto d’erba e la voce roca dell’ontano,

Là dove vivono mio padre e mia madre,

Che se ne fregano di ciò che scrive la mia mano,

Ai quali io sono caro come il campo e la carne,

Come la pioggia che in primavera rende soffice il prato.

Essi verrebbero a infilzarvi col forcone

Per ogni insulto che mi avete lanciato.

Poveri, poveri contadini!

Voi, certo, vi siete imbruttiti

E temete Dio e lo spirito palustre.

Oh, se voi solo capiste

Che vostro figlio in Russia

È il poeta più illustre!

Non si coprivano di brina i vostri cuori

Quando bagnava i piedi nudi nelle pozze autunnali?

Adesso egli cammina col cilindro

E costosi stivali.

Ma vive in lui lo stesso spirito scherzoso

Del campagnolo birichino.

A ogni mucca sull’insegna delle macellerie

Già da lontano lui fa un inchino.

E, incontrando i cocchieri sulla piazza,

Ricorda i campi e l’odore del letame,

Ed è pronto a reggere la coda di un cavallo,

Come la coda di un abito nuziale.

Io amo la patria.

Io amo molto la patria!

Benché coperta di tristezza come quercia rugginosa.

Mi piacciono i grugni sudici dei maiali

E il verso sonoro dei rospi nella notte silenziosa.

Sono dolcemente malato di ricordi dell’infanzia,

Sogno la nebbia e delle sere d’aprile ogni ora.

Il nostro acero si accovacciava

Per scaldarsi al fuoco dell’aurora.

Oh, quante uova dai nidi delle cornacchie

Io rubavo, arrampicandomi su di esso!

È sempre com’era, con la corona verde?

E la corteccia è dura ancora adesso?

E tu, mio caro,

Fedele cane pezzato?!

La vecchiaia ti ha reso ceco e brontolone,

Ti trascini nel cortile con la coda ciondoloni,

Col fiuto non trovi più la porta né la stalla.

O, come sono care tutte le scappatelle,

Come quando a mia madre una crosta di pane rubavo,

E insieme un morso ciascuno

Senza imbrogliare la mangiavamo.

Io sono quello di sempre.

Il mio cuore è sempre lo stesso.

Come nella segala i fiordalisi, fioriscono gli occhi come viole.

Stendendo di versi stuoie dorate,

Ho voglia di dirvi tenere parole.

Buona notte!

Buona notte a voi tutti!

Ha smesso di sonare nell’erba la falce dell’alba…

Oggi ho una gran voglia

Di pisciare sulla luna dalla finestra.

O luce azzurra, luce così azzurra!

In questo azzurro neanche morire è un dispiacere.

Che importa se sembro un cinico

Che si è messo una lanterna sul sedere!

Buon, vecchio, stremato Pegaso,

Ho forse bisogno dei tuoi soffici trotti?

Sono arrivato come severo maestro,

A decantare e glorificare i ratti.

Come agosto, la mia zucca versa

Il vino dei burrascosi capelli.

Voglio essere una vela gialla

Verso il paese dove navighiamo.

Novembre 1920

(C) by Paolo Statuti

Afanasij Fet (1820-1892)

31 Mar

Poesie tradotte da Paolo Statuti

* * *

Come moscerini all’alba,

Di suoni alati un turbinare;

Un dolce amabile sogno

Nel cuore vorrebbe restare.

Ma il fiore dell’ispirazione

È triste tra le spine abituali;

Aspirazioni passate e lontane

Sono come barlumi serali.

Ma il ricordo del passato,

Sgomento nel cuore ancora cova…

Oh, potessi con l’anima esprimermi

Senza dire una sola parola!

*  *  *

Un sussurro, un timido respiro,

I trilli dell’usignolo, l’argento

E il quieto ondeggiare

Di un ruscello sonnolento,

La luce notturna, le ombre notturne,

L’ombra incessante;

Una serie di magici mutamenti

Di un diletto sembiante.

Porpora di rosa in nuvole di fumo,

Barlume di ambra,

E baci, e lacrime

E l’alba, l’alba!..

*  *  *

Che frescura sotto il folto tiglio –

I raggi dell’afa qui non sono entrati,

E a migliaia pendono su di me

E oscillano ventagli profumati.

E là, lontano, brilla l’aria ardente,

Cullandosi, come se appisolata.

Stridente e secca, come narcotico

La voce dei grilli continua immutata.

Dietro i rami le volte azzurre del cielo,

Come leggermente di fumo velate,

E, come sogni della natura che riposa,

Le nubi passano e ripassano a ondate.

(C) by Paolo Statuti

Rafael Alberti: Elegia per un poeta che non trovò la sua morte. Federico Garcia Lorca

25 Mar

Non era la tua morte quella che hai avuto.

Malamente, di proposito, ha sbagliato il cammino.

Dove vai? Gridando, non importa quanto alleggerito,

non ho fermato il tuo destino.

Morte mia svegliati presto! Alzati! Per le vie,

i tetti e le torri trema un presentimento.

A tutti i costi il fiume chiama la periferia,

a tutti i costi l’oscurità avverte il vento.

Io, per le isole prigioniero, non sapendo che la tua morte

ti aveva dimenticato, lasciando che la mia vivesse.

Dolore di averti visto, dolore di vederti

come io sarei stato, se mi corrispondesse!

Saresti dovuto morire senza portare a tua gloria

dell’ultimo lampo negli occhi l’orrore

davanti al sangue che ha duplicato la tua memoria,

ogni fiore e senza proiettile il chiarissimo cuore.

Ma se la mia morte è morta, lasciandomi la tua,

se forse lo aspettava una vita più bella e lunga vissuta,

cercherò di meritarla, finché non restituirò

alla terra la luce di una mietitura compiuta.

(Trad. Paolo Statuti)

Josif Brodskij

16 Mar

Un po’ di luna di miele

                                A M.B.

Ricordati ognora

come l’acqua la banchina sfiora

e come elastica l’acqua appare –

come salvagente in mare.

Come i gabbiani gridano,

e i panfili il cielo guardano,

e le nubi in alto volano,

come le anatre si librano.

Possa nel tuo cuore

trepidare con calore,

come un pesce, anche un solo seme

della nostra vita insieme.

E lo scricchio delle ostriche udire,

un arbusto che si erge scoprire.

E la passione, giunta alle labbra,

ti aiuti a capire,

senza aiuto di parola alcuna,

come delle onde la spuma,

giungendo a terra con baldanza,

generi le creste in lontananza.

(Trad. Paolo Statuti)

San Serafino di Sarov

12 Mar

     San Serafino di Sarov (1759-1833) è stato un monaco cristiano e mistico russo, considerato dalle Chiese ortodosse uno dei più importanti. A 35 anni circa si ritirò a vita contemplativa in una capanna di legno all’interno del bosco di Sarov, vivendo come eremita per 15 anni. La leggenda vuole che un orso si fosse affezionato particolarmente al santo, tanto da obbedire ad ogni ordine che questi gli impartiva. Nel 1807 fece voto di silenzio per la durata di tre anni. Nel 1810 tornò nel monastero di Sarov, rinchiudendosi in una piccola cella da cui non si allontanava mai, neppure per i pasti e per la Comunione, che gli erano portati da altri monaci. Nel 1815 iniziò a permettere ai fedeli di fargli visita e di farsi confessare. Nel 1825 terminò la vita da esicasta e iniziò a offrire la sua esperienza ai monaci e ai laici. Ogni giorno centinaia di pellegrini erano ascoltati dal monaco, ricevendo consigli per l’avvenire. Qualcuno lo ha paragonato a Padre Pio da Pietrelcina. Ecco alcuni suoi pensieri che ho tradotto dal russo.

“Bevi dove beve il cavallo. Il cavallo non berrà mai l’acqua inquinata. Fa’ il letto dove si corica la gatta. Mangia il frutto toccato dal verme. Cogli tranquillo i funghi sui quali si posano i moscerini. Pianta l’albero dove la talpa scava la terra. Costruisci la casa dove gli uccelli nidificano al caldo. Coricati e alzati con le galline – avrai il seme d’oro del giorno. Abbi ancora più verde – avrai gambe forti e cuore resistente come un leone. Nuota più spesso – ti sentirai sul terreno come un pesce nell’acqua. Guarda più spesso il cielo, non sotto i piedi – i tuoi pensieri saranno chiari e leggeri. Taci più di parlare – e nel tuo animo regnerà il silenzio, e lo spirito sarà pacifico e sereno”.

Michael Leunig

26 Dic

Michael Leunig

     Michael Leunig, nato a Melbourne il 2 giugno 1945, è un disegnatore, poeta, artista e filosofo australiano. Nella sua creazione ricorre spesso l’idea di un proprio mondo sacro e innocente, così come ricorre l’immagine del fragile ecosistema della natura umana, nel suo rapporto col più ampio mondo naturale. La sua citazione preferita è quella del noto psicologo per l’infanzia Donald Winnicot, il quale ha detto che gli artisti sono lacerati da un “dilemma interiore”. Essi, ha detto Winnicot, hanno un “urgente bisogno di comunicare e un bisogno ancora più urgente di non essere trovati”. Leunig sa cogliere un sospiro, un pensiero e trasferirlo sulla carta. Egli penetra in tutti gli aspetti della condizione umana in modo brillante, onesto e terapeutico. Egli pensa con la mente e col cuore. Il suo lavoro è al tempo stesso semplice e serio, riflessivo e provocatorio. Si presta a diverse interpretazioni ed è stato ampiamente utilizzato in campo didattico, musicale, teatrale, spirituale e psicoterapeutico.

     Sul significato della vita Leunig dice “conosci te stesso, senti te stesso, cura te stesso, cresci te stesso, sii te stesso, esprimi te stesso”.

     Egli è assai noto anche per i suoi disegni satirici, dove vediamo figure umane con nasi enormi o con teiere sulla testa, grottescamente ricciute e molte anatre, che si muovono nel mondo fantasioso e stravagante del poeta. Frequenti sono anche le satire di fenomeni sociali, quali ad esempio la mania di Americanizzare, l’ingordigia, il consumismo. I lettori e i critici prestano particolare attenzione alle sue parodie di fatti politici, che provocano spesso accese polemiche. Nel 2008 scrisse che “gli artisti non devono mai evitare il confronto con la società o lo stato.” Nel 2003 si oppose all’invasione dell’Iraq. Ha espresso più volte il suo disaccordo col governo d’Israele e ha condannato apertamente l’assassinio dello sceicco Ahmed Yassin, l’occupazione di Gaza, e per questo è stato ingiustamente accusato di antisemitismo. Nell 2006 ha scritto: “Una mia amica ebrea, scampata all’Olocausto, dice che non potrebbe mai vivere in Israele, perché lo considera una stato totalitario.”

     Per dare un’esempio del suo stile satirico ecco una strofa dove descrive una mamma così occupata a far scorrere il suo cellulare in Instagram, da non accorgersi che il bambino è caduto dalla carrozzina:

Scorre scorre in Instagram la mammina

e il bimbo è caduto dalla carrozzina,

egli giace a terra solo e ha sospirato:

come un telefono vorrei essere amato.

     Leunig ha ricevuto diversi prestigiosi premi. Dal 1974 ha pubblicato più  di 30 libri, molti dei quali di poesie con le sue illustrazioni. Nel 1999 è stato dichiarato “tesoro vivente australiano” dall’Ente “Patrimonio Nazionale dell’Australia.

Poesie di Michael Leunig tradotte da Paolo Statuti

*  *  *

When the heart

Is cut or cracked or broken,

Do not clutch it;

Let the wound lie open.

Let the wind

From the good old sea blow in

To bathe the wound with salt,

And let it sting.

Let a stray dog lick it,

Let a bird lean in the hole and sing

A simple song like a tiny bell,

And let it ring.

* *  *

Quando il cuore

È spezzato o colpito,

Non serrarlo;

Lascialo così ferito.

Che il vento

Vi soffi dal buon vecchio mare

E bagni la ferita di sale,

E lascialo bruciare.

Lascia che un cane randagio lo lecchi,

E che un uccello sul foro intoni

Una semplice aria come campanella,

E lascia che il cuore risuoni.

*  * *

Into weariness and woe

I am bound to simply go,

Understanding less and less

Of this existential mess.

Not to stagger or to stoop

But to bear this bowl of soup

With careful steadiness and cheer;

This soup I made, this bowl so dear,

This time on earth, these bits I found,

The trembling heart, the shaky ground,

The fading light, the wistful moon,

My winding path, my wooden spoon.

*  *  *

In questo stancarmi e penare

Io sono costretto ad andare,

Non capendo un bel niente

Del caos qui esistente.

Non vacillando né piegandomi però,

Questa ciotola di zuppa reggerò

Con fermezza e allegria;

La zuppa e la ciotola – opera mia,

Il tempo sulla terra passato,

Il cuore tremante, il suolo vibrato,

La luce che cessa, la luna pensosa,

Il mio cucchiaio di legno,

La mia strada tortuosa.

SCRAPS

Little scraps of peace and quiet,

Hope, conversation, handshakes –

All in dribs and drabs.

A few crumbs of fun,

A tiny flake of beauty,

One teaspoon of enthusiasm –

Offcuts of each other.

A skerrick of community,

A bit of a kiss.

A snippet of eye contact,

A snippet of hospitality,

A snippet of patience,

A shred of honour,

A wisp of good humour,

A sample of compassion –

Leftovers, oddments,

Remnants of the glorious situation.

A fragment of God,

Not much, really.

Sorry, time’s up.

BRICIOLE

Pezzetti di pace e di quiete,

Di speranza, dialogo, strette di mano –

Un po’ alla volta.

Poche briciole di svago,

Una scaglia di bellezza,

Un cucchiaino di entusiasmo –

Scarti di ciascuno.

Una minuscola comunità,

Un briciolo di bacio.

Un po’ di sguardo,

Un po’ di ospitalità,

Un po’ di pazienza,

Un’inezia di onore,

Un pizzico di buon umore,

Un assaggio di compassione –

Avanzi, rimanenze,

Resti della gloriosa situazione.

Un frammento di Dio,

Non è molto in realtà.

Spiacente, tempo scaduto.

AUTUMN

If I get old

I’ll turn to gold

And orange, brown or red;

The wind will blow

And I’ll let go

And float out of my bed;

I’ll flutter up across the sky

Beyond this world of grief;

Away up high I’m going to fly:

A great big autumn leaf.

AUTUNNO

Se io vecchio diventerò

In oro mi trasformerò

E arancione, rosso o violetto;

Il vento prenderà a soffiare

E mi lascerò andare

Trasportato fuori dal letto;

Svolazzerò attraverso il cielo

Oltre questo mondo esiziale;

Lontano e in alto dove anelo:

Sopra un’enorme foglia autunnale.

MAGPIE

Magpie, magpie, dive on me,

Swoop down from your holy tree;

As I pass the flower bed

Stick your beak into my head.

Magpie, magpie make a hole,

Through my head into my soul:

As I pass beneath the Sun

Bring my troubled head undone.

Magpie, magpie it is spring

Is my soul a happy thing?

As I pass around the tree

Make a hole so you can see.

LA GAZZA

Gazza, gazza, gettati su di me,

Piomba giù dal tuo albero santo;

Ficca il tuo becco nel mio cranio

Mentre io ti passo accanto.

Gazza, gazza, bucami la testa,

Fino all’anima la voglio forata:

Mentre passo sotto il sole

Porto la mia testa annullata.

Gazza, gazza è primavera

È il mio cuore contento?

Mentre io ti passo accanto

Bucami per vedermi dentro.

(Trad. Paolo Statuti)

Il Milite Ignoto

28 Ott

      Amiche e Amici miei, il 4 novembre – ricorrenza del Giorno dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, è anche la Giornata del Milite Ignoto, che nel  mondo rappresenta idealmente tutti coloro che dal fronte non fecero più ritorno a casa. Tra le vecchie carte ho ritrovato la mia traduzione di una commovente “Lettera alla Madre”, scritta da un soldato polacco dalla Scozia nel periodo tra il 1940 e il 1942. L’autore è rimasto ignoto. Di lui non sappiamo niente, tranne una cosa: era un Poeta. Vi propongo oggi la sua “Lettera” quale omaggio a tutti i caduti in guerra, e quale monito per chi pensa ancora che la guerra sia un “male necessario” e non invece soltanto un “crimine contro l’umanità”.

Lettera alla Madre

(dalla Scozia)

Gli alberi vanno verso il cielo. È la musica del maltempo

(sottili corde di pioggia – il  vento le fa vibrare).

Sull’erba sembrano nuvole le tende piantate,

la luna scorre sulle ciglia, (la luna, o lacrime amare?).

Oh, quanta strada hanno i venti per giungere alla patria,

oh, com’è distante – o Mamma – il tuo volto…

La tristezza è sempre grigia e il crepuscolo ricco di rimpianto

(quel colle è come in Polonia, ma dalla nebbia è avvolto)…

Se un giorno tornerò – ti racconterò, o Mamma,

della Scozia e del mare grande come un canto,

saprai che la nostalgia corrode ovunque allo stesso modo,

che ugualmente ovunque ribolle l’ira giovanile e quanto!

Ho conosciuto cieli diversi, orizzonti diversi,

spalanco il mondo, il sangue mi aspetta,

sarò fedele alla parola del sacro giuramento,

nel cuore c’è la Polonia, negli occhi ci sei Tu, o mia diletta…

Mamma – gli alberi vanno verso il cielo – una fitta pioggia

è caduta – le gocce brillano – è il nostro rosario santo,

rileggo prima di addormentarmi le tue vecchie lettere,

(forse il vento della Scozia piange – o forse è il tuo pianto?).

(C)  by Paolo Statuti

Il ghetto di Varsavia

16 Ott

Il ghetto ebraico di Varsavia – Eroismo e dignità umana

     Esattamente 80 anni fa, il 16 ottobre 1940, il regime nazista istituì il ghetto ebraico nella città vecchia di Varsavia. Oggi desidero rendere omaggio alla memoria di quelli che allora impugnarono le armi nell’Insurrezione del 1943, lottando per la dignità umana. Lo farò lasciando la parola a due poeti e a uno scrittore polacchi, che come tanto altri hanno dedicato pagine commoventi e appassionate al tragico destino degli Ebrei durante la II guerra mondiale.

     Il 19 aprile del 1943 era Domenica delle Palme. Durante la notte con un massiccio spiegamento di forze i Tedeschi avevano accerchiato la zona del ghetto di Varsavia, dove vivevano ancora settantamila persone. La stragrande maggioranza – alcune centinaia di migliaia – era già scomparsa nelle camere a gas di Treblinka, Bełżec ed altri campi di sterminio. Il giorno di Lunedì Santo, alle sei di mattina, reparti delle SS, della Wehrmacht e della polizia tedesca entrarono nel ghetto. Da alcune case all’incrocio tra via Nalewki e via Gęsia essi vennero accolti da un violento fuoco. I difensori del ghetto sparavano dai nascondigli, lanciavano contro il nemico bottiglie incendiarie. I Tedeschi, colti di sorpresa, fuggivano. Molti di loro restarono uccisi. Questo fu l’inizio.

     Ma l’impari lotta non poteva durare a lungo. Malgrado il grande coraggio e l’eroismo dimostrati contri il nemico, e nonostante l’aiuto in uomini e armi fornito dalla Polonia Clandestina, i Tedeschi alla fine domarono la rivolta. Essa durò fino all’8 maggio, allorché cadde, dopo un’accanita difesa, l’ultimo ricovero sotterraneo di via Miła. I nazisti incendiarono casa dopo casa, senza pietà per nessuno, uccidendo anche donne e bambini.

     Il destino di Varsavia – città indomita – cominciò a compiersi in quell’aprile del 1943. Dopo la gloriosa Insurrezione nell’agosto del 1944, l’intera capitale diventò un mare di rovine e di cenere, come il vecchio quartiere degli Ebrei. Per commemorare il martirologio degli Ebrei e il tragico destino del ghetto di Varsavia ho scelto la poesia Tuttora di Wisława Szymborska, un brano del romanzo Il pane gettato ai morti dello scrittore Bogdan Wojdowski e la poesia Ghetto del poeta Tadeusz Kubiak. Tutti e tre i testi sono nella mia versione.

Wisława Szymborska

Tuttora

Dentro i piombati vagoni

attraversano i nomi

il paese. Dove andranno,

e se mai scenderanno,

non chiedete, non dirò, non so.

Il nome Natan contro il ferro picchia,

il nome Izaak demente canticchia,

il nome Sara un po’ d’acqua chiede

per il nome Aaron che muore di sete.

Nome David, non saltare in corsa.

Sei un nome che vuol dir sconfitta,

non dato a nessuno, senza forza,

che è duro avere in questa terra afflitta.

Il figlio abbia un nome slavo,

perché qui contano i capelli,

scindono il buono dall’ignavo

secondo il nome e gli occhi di quelli.

Non saltare. Sia Lech il figlio.

Non saltare. Non è il momento questo.

La notte risuona come un ghigno

e alle ruote rifà il verso funesto.

Il fumo umano è spinto dal vento,

da un gran dolore – solo un lamento,

una lacrima, il cuore leggero.

Corre il treno nel bosco nero.

Taratran sui binari. Il bosco è senza uscita.

Taratran. Nel bosco il trasporto delle grida.

Taratran. Di notte ascolto tra le ruote,

taratran, come il silenzio il silenzio scuote.

Bogdan Wojdowski  –  da: Il pane gettato ai morti

     In queste pagine è evidenziaro il senso stesso dell’Insurrezione. Uomini condannati a morte dall’hitlerismo, che a decine di migliaia andavano nei campi di sterminio, docili e rassegnati – alla fine impugnarono le armi. Non volevano morire in ginocchio. Sapevano di non avere alcuna probabilità di sopravvivere, ma sapevano anche di scrivere con la loro eroica morte un’altra luminosa pagina della storia di questa guerra, e di farlo in nome di milioni di confratelli perseguitati, umiliati e uccisi.

     «La folla si riversava in mezzo alla strada.

     E durò fino a tardi. I soldati sorvegliavano i portoni per impedire che qualcuno fuggisse, gridando nell’oscurità i numeri delle case come parole d’ordine… Avanzavano lentamente e sembrava che uscissero dalle viscere della terra. I lampioni gettavano una luce livida sui volti. La marea di gente scorreva e durò a lungo quella notte. Il giorno dopo l’operazione fu intensificata. Quel giorno vennero impiegati i cani.

     I cani lupo alsaziani abbaiavano, i Tedeschi ridacchiavano e quelli che fuggivano si reggevano il posteriore. Intere famiglie di abitantidel ghetto erano stanate dai nascondigli e dai rifugi e quelli che venivano presi, chiamandosi a vicenda, correvano in preda al panico, raggiungendo le colonne e nascondendosi nella calca per non essere percossi dai diligenti uomini della scorta, Con i sacchi gettati sulle spalle, nei quali custodivano i loro miseri beni, trasportando con zelo fagotti, valigie, bagagli, piegati sotto il peso, camminavano docilmente, per non innervosire la scorta che osservava con inquietudine la folla, aspettandosi lamentele e resistenza. Da sotto gli elmetti lampeggiavano guizanti e vigili occhiate, e le mani erano posate sulle armi automatiche, col dito spasmodicamente ricurvo in prossimità del grilletto. I cani correvano con le lingue di fuori, latrando nervosamente. Alcune guardie, nel timore di provocare scompiglio tra le file, si tenevano a distanza e spesso nella confusione porgevano premurosamente il braccio ai vecchi che si trascinavano faticosamente dietro il corteo, perdevano il bagaglio, si lamentavano.

     – Si rendono conto di dove stanno andando? Così mansueti – disse Uri. – Come un gregge. Ormai è la fine.

     Zio Jehuda si afferrò convulsamente la camicia.

     – Ancora non è la fine – replicò. – Crepassi in questo momento, ancora non è la fine!

     Tutto il giorno erano rimasti sdraiati nel solaio sotto il tetto e la lamiera riscaldata dal sole da lontano bruciava la pelle. Ogni movimento richiedeva un grande sforzo; trascorsero il tempo fino alla sera sonnecchiando, in un silenzio assoluto, non muovendosi di lì per paura delle pattuglie. Nel solaio c’erano delle strette fessure-finestrelle che fornivano un briciolo d’aria fresca… Per scendere le scale e introdursi nel nascondiglio dovevano aspettare il crepuscolo. Ma qualcuno li disturbò.

     Di notte sentirono un uomo che correva per la stradina, era uno sfuggito a una retata in via Żelazna. Andava avanti e indietro, indugiava. Si fermò, tornò di corsa verso il portone; per la foga ruzzolò su una catasta di ciarpame ammucchiato all’interno. Si rialzò, guardava le finestre vuote e ansimava.

     Poi entrò urlando in tutte le scale e nell’edificio distrutto gli Ebrei tremanti nei nascondigli sentirono chiaramente, parola per parola, il suo terribile grido.

     – Ebrei, ascoltatemi, Ebrei! Sono di Łachwa, via Klonowa 12… Non lasciatevi incantare dai Tedeschi, essi vi preparano la morte. Non andate docilmente al massacro! Tutto ciò che vi dicono è una menzogna. La verità è un’altra ed è spaventosa. Ebrei, ve la dico io la verità. Sono scappato da Łachwa per dirvi qual è la verità! Là in provincia è già cominciato. E adesso tocca a voi. Dov’è Kobryń? Dov’è Stołpce? Szerokie? Dov’è Kleck? Non ci sono più… non c’è anima viva, hanno portato tutti al macello!

     Gridava con la voce rauca, ansimando, e le parole sgorgavano come sangue.

     – Oh, Ebrei, fratelli, sono tutti vuoti i villaggi dove batteva il cuore ebreo. Non c’è speranza, non c’è scampo. E’ suonata l’ultima ora. Prendete le armi… armatevi! Che aspettate? Meglio morire con un coltello in mano, con una scure, piuttosto che là…

     Camminava come uno spettro, uno spettro urlante, per tutti i piani e gli androni, finché non accorse una guardia.

     – Fratelli! Ci gettano nelle fosse nudi e sparano alle spalle. Riempiono di terra le fosse e il sangue scorre nel campo. Come fango molliccio. C’è il sangue su quelle tombe. La terra si muove su quelle tombe. I feriti muoiono soffocati come bestie in quelle tombe. Seppelliscono vive le donne ebree coi loro piccoli … C’è un tale fumo. Soffocano e bruciano. Costruiscono grandi forni. Bruciano gli Ebrei in quei forni. In cielo si leva il fumo, da ogni parte si vede il fumo… Lo-jamisz ammud heonon jomam… Ebrei, ricordate!

     Una pattuglia di guardie accorse e le luci delle torce elettriche ondeggiavano, frugavano sulle pareti, sulle finestre e sul selciato. Imprecavano. Zio Gedali tre piani più in alto ripeteva sottovoce le antiche parole e serrava fortemente le palpebre.

     – Lo-jamisz ammud heonon jomam…

     L’uomo stava immobile trafitto dai fasci dai fasci di luce e gridava. Non si nascondeva, non scappava. Alle fine lo raggiunsero, lo strinsero in un angolo del cortile e tra le imprecazioni lo massacrarono vicino al bidone dei rifiuti, senza neanche uno sparo; ancora a lungo un mucchietto di stracci macchiati di sangue rappreso restò là sul cemento…

     Tra le file della colonna si aggiravano le pattuglie, perquisendo in fretta e furia donne e uomini… Sui marciapiedi sorvegliati e vuoti correvano le staffette coi rapporti dei sottufficiali per tutto il percorso della colonna. Le SS coi cani al guinzaglio si tenevano a una certa distanza. Le persone spinte attraverso la città avevano lo sguardo docile e ottuso. Avanzavano sotto il peso dei bagagli, senza protestare.

     Verso mezzogiorno vennero rimosse le sentinelle, il movimento cessò. Sulla via piena di bagagli abbandonati restarono le ultime guardie; una di loro si tolse l’elmetto, si asciugò il sudore sulla fronte e osservò incurante il vicolo tranquillo e deserto. Le voci di quelli condotti via giungevano fievolmente dalla parte di Leszno…

     Sotto il tetto la sete tormentava. Scesero. Furtivamente, uno alla volta s’introdussero nel nascondiglio. Per primi andarono Uri, Jehuda e Gedali, e Naum con David per ultimi…

     La, nel nascondiglio, si svolse tra loro questa conversazione.

     Zio Gedali:

     – Restare vivi significa molto.

     Uri:

     – Ci sputo sopra su una simile vita!

     Zio Gedali:

     – Basta sopravvivere, per dare una testimonianza.

     Uri:

     – Testimonianza? A chi importa? E a chi E a chi importerà?

     Naum:

     – Il gregge condotto al macello resta in vita finché non cala la mannaia. Portano gli Ebrei al macello e loro per paura affermano che bisogna finire docilmente sotto la mannaia per poterrestare in vita.

     Uri:

     – Lottare per salvare la vita.

     Zio Jehuda:

     – Lottare significa morire.

     Naum disse che era d’accordo con lui. Già, le strade sono due. Agire e resistere portano alla morte sicura. Fuggire, nascondersi, permettono solo di rimandarla. Che fare?

     – Temporeggiamo, per un pò.

     Uri:

     – C’è il bosco.

     Naum:

     – Dovrei finire nel bosco? Patire la fame? E lasciare che mi diano la caccia come a una lepre?

     Uri:

     – Qui mi danno la caccia da due anni… Là, nel bosco, posso procurarmi un’arma e colpire i Tedeschi, e non soltanto difendere questa vita schifosa affilando le unghie come un topo nella tana.

     Zio Gedali:

     – Sempre la stessa cosa… lottare, lottare!

     Gridarono tutti insieme coprendo la sua voce.

     Poi disse:

     – Non è un disonore cedere alla forza.

     Gridarono:

     – È un disonore!

     Ed ecco la poesia di Tadeusz Kubiak (1924-1979), un drammatico grido di rabbia e di disperazione, un appassionato incitamento alla rivolta e al riscatto della dignità umana, in risposta alla violenza nazista.

Ghetto

Ai fiaccati, ai corrosi dalle fiamme,

ai massacrati in un cigolio di gelide armi,

la rabbia

ha serrato

le mani insanguinate

in pugni.

Ad una percossa, che si chiama Chaja,

ad uno soffocato, che era Salomone –

per i quali nessuna casa

in nessun paese

fu la loro casa.

Che mai in nessun portone

torneranno

e busseranno,

ma scorreranno nell’oceano furioso

fino in capo al mondo.

Per i quali – giacigli, bottegucce e pigioni,

dimore estranee e grigie,

dovevano rimpiazzare ciò che era più caro:

il cielo sul mare di Genezareth.

Quello calpestato,

che nel lurido tugurio

pesando il pesce e il pane a etti,

quando il fucile

suona

sulla porta

come violino,

la sua pallottola – la sua morte aspetta.

Chi è caduto anche se una volta

picchiato col fucile,

chi sputava sangue in una fogna

quando si alzerà –

le selci della strada

riuscirà a strappare,

se colpire col pugno non basterà.

Chi è stato insultato,

schiaffeggiato,

quando toccherà la pietra,

quando la stringerà –

qualunque cosa accada,

non lo spaventerà più,

non lo spezzerà.

Non c’è nessuna scelta.

Ai massacrati,

ai torturatori

per l’ultima volta questa sera

brilli negli occhi il sole che tramonta.

Non aspettare la notte silenziosa

e non sognare il mattino che arriva…

Ma con la vendetta

gridare in risposta

alla violenza –

lanciare,

lanciare

anche una sola granata!

(C) by Paolo Statuti

Julia Pikalova

9 Set

      Amiche e Amici di facebook, la settimana scorsa la fortuna mi ha arriso. Ho conosciuto infatti una straordinaria poetessa e pianista – Julia Pikalova. Nata a Mosca, si è laureata in lettere all’Università di San Pietroburgo. Inoltre si è diplomata in Amministrazione del Business presso l’Università Statale della California. Ha fatto una brillante carriera presso importanti società internazionali. Da sette anni si dedica anche alla poesia. I suoi versi vengono pubblicati dalle riviste letterarie in Russia, Ucraina, Belgio, Canada, Danimarca. Vive in Italia. Nel prossimo mese di novembre uscirà a Mosca la sua prima raccolta contenente 500 poesie. Da qualche anno è tornata a esercitarsi al pianoforte e dal 2017 si esibisce con successo nel festival Milano Amateurs & Orchestra, che ha vinto due volte. Io l’ho ascoltata in Youtube nei concerti per pianoforte di Mozart, Grieg e Saint-Saens, interpretati in modo eccellente. Sono lieto e onorato di essere il suo primo traduttore italiano. La poesia di Julia Pikalova mi ha subito colpito per la sua musicalità, profondità e per le sue immagini pittoriche. I versi di Julia Pikalova nascono dall’osservazione emozionale di fatti culturali: un quadro, una composizione musicale, una poesia. E’ la risposta poetica di un’anima incline all’arte. La poetessa sa trovare le parole giuste per esprimere la bellezza e l’inquietudine del mondo circostante.

Poesie di Julia Pikalova tradotte da Paolo Statuti

BEETHOVEN. IL QUARTO CONCERTO PER PIANOFORTE

Cessa l’udito terreno, ma cresce la musica interiore.

Ti laceri e la gente – è sempre più selvatico – dice.

Questa musica – libera, libera o muori.

Così Orfeo implorava nell’Ade per la sua Euridice.

Così Orfeo implorava. Cessa l’udito. Sogghigna la gente.

Il Quarto è scritto, ma il Terzo vogliono eseguire.

Questa musica libera, libera! – no, non la danno,

E finché vivrai nel tuo spartito dovrà morire.

Ehi, davvero non sapete? Ai cieli non è gradita!

L’udito terreno, umano – è un ostacolo per voi, vili uomini!

Cessa l’udito. Cessa l’udito! Ma il Quarto tu lo eseguirai:

E’ l’ultima tua uscita – in alto, oltre la scala dei toni.

IL VENTO!

Ecco il vento! Sì, il vento!

Ecco il lago s’è mosso!

All’alba ha sfondato le cornici,

Mi ha chiamato e le ali mi ha messo.

Con strepito incontra le onde,

Manda al diavolo la trama nuvolosa,

Ed io nel turbine selvaggio

Volo ed esulto gioiosa!

Che passioni mai provate!

Quali furiosi drammi!..

E non so come tornare

Indietro nelle cornici sfondate.

IL SALVATORE

Il cuore gioioso è ferito,

La mente si offusca per amore:

Patria mia – Rachmaninov –

Che nel mio sangue scorre.

Quanti anni si possano sfogliare –

Ci solleva, appena arrivato,

Il suo indomito slancio

E il suo spirituale afflato.

Atteso il futuro in anticipo,

Volendo il triste fato sviare,

La mia patria sconfinata

Su di un’ala LUI vuol portare.

E vola, vola più disteso,

Tutta in sè presente,

Dilagante e libero

Un motivo fedele e credente,

E il mio paese che soffre

Nella stipa e nel catrame,

Dalla colpa si libera

Sulla sua ala immane.

SHOSTAKOVICH NEL 1940

Dell’anima inquieta, giovane in eterno,

Risuona un motivo dimenticato.

Diversamente vibrano le corde,

L’agitazione senza aver domato,

E dentro te con un mite sorriso

Tu guardi felice: io sono di me stesso!..

Così in inverno respira il breve giorno,

Tra due notti strettamente messo.

ROSA CANINA

                     A tal punto profumava la rosa,

                     Che si è fatta perfino parola…

                                             A. Achmatova

Prima dell’alba questo mondo

dalla nebbia è ancora avvolto;

sonnecchiano anche gli amanti,

la luce degli occhi ancora spenta.

Io di nuovo sono di guardia permanente:

in certi momenti

solo i poeti insonni sanno quanto esso sia attraente!

E quando me ne andrò

e resterà il cieco mattino –

ormai spese per i versi tutte le parole,

voglio essere un’ape che vola nella bianca rosa,

che vola in profondità,

fino al suo stesso cuore.

IL BOSCO. IMPRESSIONISMO

Oggi l’azzurro sul bosco di nuovo

splende così terso, lavato.

Ma il bosco l’abbiamo visto in lacrime,

tremante per quanto ha provato.

Più volte ha smesso di singhiozzare

ma era a disagio, pietà suscitando.

L’alba sugli aceri e sui tigli

è cresciuta riflessa nel pianto,

ha scaldato con zampilli porporini

le corone, i tronchi, le radici…

E i profumi al sole sono esplosi

più indocili e più felici!

E le foglie come carte vincenti

verdi e senza ingannare.

Il cielo si è gettato nel lago

e il lago è diventato un mare.

NOTTE (“e giunge la prima riga”)

… e giunge la prima riga –

tu non sai quanto crudele:

BIANCHE NUBI NOTTURNE

AFFLUIVANO DA NORD-EST,

sommergevano il lago fino in fondo –

fino al fondo dell’occhio stesso –

fino all’inferno, –

e c’era un tale silenzio,

come se il mondo fosse finito adesso.

DIO E IL LAGO

Dio stanco di creare riposava,

bruciando d’imperitura pietà,

e trattenendo il respiro guardava

il lago oltre gli azzurri monti.

Egli quest’angolo aveva a cuore

e, chiusi gli occhi, ascoltava con amore

le campane sulle rive lontane,

e il lago era pieno di suono

e il suono si spandeva incessante.

Il lago, occhio azzurro e grande,

guardava in alto mite e tranquillo,

assente, indifferente, indolente

e rifletteva le nuvole e Dio,

che per un attimo non pensava a niente.

LE DUE PIETA’ DI MICHELANGELO

“Non ha l’ottimo artista alcun concetto / ch’un marmo solo in sé non circoscriva…” 

Michelangelo, RIME (151)

Davanti alla pietà di lei il mondo ammutisce

E si stupisce. Interminabile istante.

Un tale dolore non ha nome, ma del marmo

E’ più chiaro il chiarissimo sembiante.

Lei, addolorata, nei secoli ti glorificherà.

Nella grandezza modesta. Giovane come te.

“E il sommo genio non aggiungerà

Un solo pensiero a ciò che il marmo ha in sé…” * –

Tu capirai poi, vivendo nel suo tormento.

Tutto scorre. La fine non termina mai.

La  t u a  pietà. Tu abbandoni le braccia.

Nessuno vede il volto che tu hai.

Ma a quelli di noi che non sperano più,

Con le braccia già pronte a cadere,

Tu dirai: Lui invisibile il mondo sosterrà,

Che nessuno avrà la forza di sostenere.

* Nella traduzione dal russo della frase di Michelangelo

IL RUSCELLO

Non so più se ancora, se ancora

L’arrivo dell’estate mi è così caro…

Il ruscello in primavera tanto allegro,

Sul fondo scintillava così avaro.

Ancora di recente fresco e sonante,

Nell’afa è quasi svenuto spossato

E qualcosa debolmente ha balbettato,

Come quando si addormenta un infante.

TRAMONTO

quasi ondata di sogni porporini

il tramonto dietro i vetri s’è versato

la luce delle insegne vi è annegata,

come ombra senza più sangue

e, nella scarlatta nebbia tremando,

il carro di Febo già si allontanava

e la città? la città correva sempre,

e la città il cielo non guardava

*  * *

Stupendo giorno per leggere la poesia.

Fredda pioggia sul freddo lago.

Nessun peschereccio e anche i gabbiani

Sono al riparo. Per la grande umidità

I rabeschi trasudano sulla parete

Della villa accanto: l’umidità svela

Dov’erano le finestre – tranne quelle

Coperte tempo fa dalle imposte, poiché

Non c’era nessuno che le aprisse;

Oltre gli scuri quadrati delle antiche finestre

Tu immagini il vuoto all’interno.

Qui passavano i soldati romani,

Per questa stessa riva

Davanti a me nella grigia caligine,

E io cerco di figurarmi come di notte

Queste rive erano buie.

Solo i punti isolati dei falò

Tentavano di disperdere la nebbia generale,

Prima che i frutti della civiltà

Si insinuassero in questo paese, come le rime,

E, illuminate le notti coi fanali, noi

Li spaventassimo.

ll giorno è finito. La pioggia ha smesso.

I fanali si accendono come lunghe catene,

Versando la luce e cadendo nel verso,

E come fiocchi di neve sbattono le falene,

Nei raggi, le ali pesanti di umidità,

C’è odore di un’ignota sciagura:

La prevedi, ma che rispondere non si sa.

E stando sull’acqua che si oscura,

Io le proprie spalle abbraccio.

LA LETTERA

Sapevo che prima che il giorno finisse,

Abituandoti alla distruttività della frase,

Mi avresti rinnegato tre volte,

Deciso e chiaro tre volte di seguito;

La parola sulla bocca si faceva dura…

Ma non voglio dare definizioni:

Anch’io so cos’è la paura,

Ricordo l’orto dove i ginocchi ho piegato

E per questo tre volte stimo te

Che sei stato alla pari con me,

Te che a metà strada tornasti qua,

Te che a metà strada tornasti qua,

Dove la parola “predan”* non indica

Tradimento in fondo, ma fedeltà,

Sì, fedeltà! E il suo fondamento

E’ questa lettera che invita: le braccia distendi,

A pegno di sublimità, ma prima – i tormenti:

Il Tuo Triplice Tradimento.

* La parola “predan” che è nel testo originale, in russo ha due significati: tradito e fedele (devoto), mentre le parole “predatel’stvo” (tradimento) e “predannost” (fedeltà, devozione), anch’esse nel testo originale, sono simili.

SNAPSHOT

Nelle mie proprietà silenzio:

Non un soffio, non un fiato,

Le ore scorrono a strati

E i ricordi hanno mescolato.

Tace seducente l’acqua,

Getta la rete il pescatore,

Punge la prima stella il cielo

Che ancora non perde il chiarore.

VERRÀ

                          L’amore è balzato fuori davanti

                          a noi,

                               come a un tratto

                          balza fuori l’assassino

                               in un vicolo, e colpisce

                          entrambi!

                                Così colpisce il fulmine, così

                           colpisce la lama finnica!

                                               M. Bulgakov, “Il maestro e Margherita”

Oh, che brividi provo!

Notti e giorni io in lotta sto.

Io do tutto ai quaderni,

I quaderni a te darò.

Rovine, trofei, stelle

Mi scorrono attraverso, guarda!

Il mio verso migliore non è nato,

Esso da dentro mi arde.

Mi arde e non si fredderà,

Scoprire illimitato.

I mei occhi dorati

L’insonnia ha contornato.

Insonnia – amica mia. Con essa

Io non mi stancherò di guardare

Come mi getterò al tuo collo,

Le labbra per cercare.

E grande sarà la sete –

Io a lungo ti ho attesa!

E il verso – un giorno verrà,

Come lama finnica a sorpresa.

08.08

Nel calendario due volte otto è arrivato,

Ciò che è vivo di caldo si ubriaca –

Ma un pugno di foglie agosto ha già gettato

E l’autunno sorride e si prepara.

SELFIE

Io sono chi vi scrive profezie

E che le avvera tutte una ad una.

O Dio, che notudine, che magie!

Che luna forte, che luna!

RINGRAZIAMENTO

Grazie che oggi non tutto il giorno

è stato buio come di recente,

grazie che oggi io qui vado,

che vado, che, anche se per niente,

io vado, che strada, farmacia e fanale*

saranno lì anche domani,

che della paura nulla sia rimasto

nel gesto di torcersi le mani,

che gli aghi degli occhi non pungono,

che lo sguardo distratto scivola via,

che l’intelletto, mio censore, tace,

che non ho debiti con la poesia…

oh, no! – grazie che il mio fiato amaro,

suo malgrado, di creare è capace.

* È un verso di una celebre poesia di Aleksandr Blok satura di disperazione.

TUTTO CIÒ CHE L’ANIMA RIEMPIE

Tutto ciò che l’anima riempie

invano cerca l’espressione

ma la matita è impotente

e indugia sopra un bianco burrone

le mie più tenere parole

sono grezze e approssimate

… oggi la neve ha baciato

le mie labbra angosciate

SE NE VA L’ESTATE VAGABONDA

Se ne va l’estate vagabonda,

a lungo non resta.

Già lo spazzino spia il volo

della sua veste,

si cela il grande corpo della terra

in una cappa rappezzata…

Io in estate non arrivo a niente,

ma verrà di nuovo, se è andata?

Ma nell’orto di rosse mele croccanti

si può entrare in segreto,

e attraverso l’ottica di una lacrima

il mondo è luminoso e mansueto.

NEL PRATO UNO SVOLAZZO DI FIORI

Nel prato uno svolazzo di fiori!

Trepido-lilla, azzurro-chiari

e sconcerto-rosa – caccia di memorie

per lunghi sonni invernali…

In seguito tutto è già noto,

indulgente con me io non sarò.

Non temo né il tempo né il luogo –

un giorno anche loro scriverò.

Fluiranno dietro la cupa fronte

memorie sacre e passate –

farfalle coi nomi latini,

in un album anzitempo appuntate.

NAPOLI

In un solo paiolo

                                   essere ed esistenza:

Palazzi, corti, teatri e rioni malfamati.

Versa Napoli il tuo brodo,

Di te non siamo sazi ancora!

Chi ti beve –

                       perde il senno.

Non è ciò che vogliamo da tempo?

Pronte a salpare le case stanno

E i lenzuoli come vele al vento.

Un inchino alla porta per non sbattere la testa.

Il gettone per il dio dell’ascensore è pronto.

Napoli, versa!

                         Abbiamo pochi primi assaggi,

Quando nel pesante aroma anneghiamo.

Stranieri dietro una porta di cartone.

Stranieri nei garage e nei vicoli.

E tu, amico mio,

                              che bevi la città con me –

Tu col tuo cuore che sussulta e risuona.

Delle fragranti strade la vite aggrovigliata

E le piazze ci guardano con uno strano sguardo,

Ma io, chiusi gli occhi, posso andare.

Lo so:

             tu mi cammini accanto.

ISTAMBUL

Dicembre. Ma l’aria odora di marzo, di masùt, di pesce, di halvà.

Nel porto c’è chiasso, il vigile fischia con voluttà.

Bancarelle, primavera, vetro, castagne, gabbiani, caciotta,

E la lente concava del cielo con tutto l’azzurro è rivolta

In basso, sul Bosforo, su di noi, sui templi contro i colli pressati,

A salvare noi, reggendo il peso del cielo, chiamati.

La capitale-aùl*, remota antichità e novità…

Tutto ciò che Istambul aveva, ora con me rimarrà:

La mole della città straniera e del cielo straniero veduto,

Dove spremono la melagrana, come il mio cuore hanno spremuto.

* Aùl: Villaggio di montanari del Caucaso e di alcune altre tribù nomadi dell’Asia Centrale.

CAMMINARE  SULL’ACQUA

All’alba un luccichio di ragnatele.

     Come l’aria, appena cullate,

            E il lago in una nebbia rosata,

                    E nella nebbia le isole velate.

E nella nebbia – la tua riva lontana,

       E nessuno intorno a remare,

               E sembra che l’uscita è smarrita,

                       Ma l’uscita è sull’acqua camminare.

MITO SUL MITO. ORFEO

col respiro ardente sulla guancia mi sveglierai –

e sarà NOI, non diventerà TU ed IO.

e poi tu – ti affrancherai, tu – scorderai,

tu – sceglierai di scordare! all’oscurità

non potrai disubbidire, non oserai.

oh, all’inizio ci sarà l’Ade!

ma coi giorni – anche il ricordo dissiperai,

conta solo indietro non guardare.

adesso che dalle logore pergamene

trapelerà sempre meno chiaro il mio aspetto,

scenderai per me nel regno dei morti?..

sai che è un mito, Orfeo, riportami indietro!

CIACCONA *

                                  “Non voglio più gelarmi di paura,

                                   Meglio mettere di Bach la Ciaccona,

                                   E poi verrà la persona…”

                                                                 A. Achmatova

1.

Barocco è una parola elegante,

E accanto ad essa il buio e la peste –

Forse a riscuotere il tributo

Nelle vostre case irromperanno presto.

Non sembra siano contaminate –

Ma la lavandaia non era contagiosa? –

La manica degli abbienti – di batista

E degli indigenti – di stoffa non preziosa.

Oggi siete vivo e vegeto?

Cercate di vivere senza scosse!

La lavandaia ha le mani porpora.

La lavandaia ha le mani rosse.

2.

Ti porterà il tuo principe

Alle terme coi suoi musicisti.

Tua moglie attenderà coi figli:

Sei un genio, ma i tuoi cari nutrisci.

Il tempo per le cure, la fine

Non si può prevedere.

Ma non riceverai un dispaccio,

Ma non ti avviserà un corriere.

Di notte sotto un tetto non tuo

La tua casa tu sogni forse…

Ma la lavandaia ha le mani porpora.

La lavandaia ha le mani rosse.

3.

Ed ecco il ritorno a Köthen.

Dei vicini lo sguardo inquieto.

Domanda il caro figlio “Chi è là?” –

A chi è tornato non indietro.

Maria, Maria, Mari…

Soltanto due mesi separati.

Barocco è una parola elegante,

Elegante, demoni dannati!

Ora mai più ti abbraccerà,

Ora niente più ti sussurrerà…

La prenderà un ospite silenzioso…

E le tue spalle col peso incurverà.

Allora dalla scenografia terrena

Varchi la soglia che ti ha derubato:

Non c’è la morte, ma delle variazioni

C’è il torrente che a Dio t’ha portato!

………………………………………………..

………………………………………………..

………………………………………………..

………………………………………………..

4.

La felicità futura propagandata,

E le pareti ascoltano le mosse, **

La lavandaia ha le mani porpora,

La lavandaia ha le mani rosse.

E le labbra si serrano severe,

Le persone hanno il viso stravolto,

E in una piccola anticamera

Dell’inquilino c’è solo il cappotto.

E non c’è né il bene, né la legge…

Ma c’è un virtuoso udito,

La cesellata parola ciaccona

E lo spirito dal dolore forbito.

  * Questa poesia si basa su fatti reali. A luglio del 2020 ricorreva il trecentesimo anniversario della morte di Maria Barbara, prima moglie di Johann Sebastian Bach. Il decesso fu rapido e inaspettato. Bach accompagnava il principe Leopoldo coi suoi musicisti nel suo viaggio alle terme di Karlsbad (oggi Karlovy Vary). Quando Bach era partito Maria Barbara stava bene, ma quando tornò due mesi dopo, seppe che era morta il 7 luglio. La causa della morte non si conosce. Si ritiene che la celebre ciaccona (inclusa nella partita per violino n. 2) sia stata scritta da Bach in memoria di Maria Barbara.

** “le pareti ascoltano le mosse”, “Dell’inquilino c’è solo il cappotto” – tutto questo si può vedere nell’alloggio-museo dove abitò Achmatova. Il cappotto apparteneva al marito della poetessa Nikolaj Punin, che da lì fu portato via alla polizia segreta. Morì in un lager nel 1953. In questo appartamento Achmatova scrisse il suo Requiem. Un particolare interessante: sia la Ciaccona di Bach, che il Requiem di Mozart sono in re minore. Achmatova amava e ascoltava la Ciaccona di Bach. Del resto la ritroviamo in diverse sue poesie.

SENZA PAROLE

                         Il libro dovrebbe scriverlo il lettore.

                          Il miglior lettore legge con gli occhi chiusi.

                                                                          M. Cvetaeva

Sentire – i sussurri di un arbusto,

     Sentire – dei ghiacci il crepitio,

          Il rombo dei profondi minerali.

In poesia è nel giusto

     Chi sa senza parole:

          Metteranno in musica.

Egli è privo di parola, uno spirito.

      Egli abbraccia – ognuno,

            Egli condurrà – due.

Io mi trasformo – in udito,

      Io mi trasformo in riso,

            Io mi trasformo – in verso.

Con tutti i battiti di palpebre,

     Con tutta la fluidità delle mani,

           L’essenziale è affermare:

Io tra mille fiumi, o amico,

     La voce del tuo fiume

           So trovare.

*  *  *

bruciano boschi e città

conservatori musei

intorno come al solito

folla di fannulloni e babbei

un’orda di blogger incapaci

orde di follower curiosi

bruciano boschi e città

bruciano inermi e orgogliosi

il mio globo azzurro in fiamme

come porpora si stende

sto di guardia e mi sembra

una parola al fuoco resistente

non una fesseria del blogger

né le ciglia malaccorte –

ma il secondo volume

refrattario delle anime morte.*

* Gogol’ bruciò il manoscritto del secondo volume del suo romanzo Le anime morte, ma Bulgakov ha scritto: “I manoscritti non bruciano”.

SAN PIETROBURGO

Ai bordi del mare del nord,

Spalancata ad ogni vento,

Con la consueta logica discute

L’antica città, il tempio aperto.

Dove lo sguardo Aurore e Apolli

E’ rivolto al freddo e lo disprezza:

Invano la neve innamorata

Le loro spalle di marmo accarezza.

A niente, girato mezzo mondo,

Ti ho mai paragonata –

O mia gelida Palmira,

O mia Italia innevata.

MAI

Anima mia, ti stancherai una volta

Di rinforzare le mie fragili ossa?

Io ogni giorno mi spezzo di brama,

Di muta immutabile angoscia.

Ma ogni giorno tu mi inciti di nuovo

E un lavoro non visibile mi dai,

In cerca di un’unica parola

Che si troverà  –  mai.

LA CREAZIONE DEL MONDO

La terra era informe e vuota

E lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

Il poeta sul foglio ancora vergine

Si estenua con qualunque possibilità.

Egli prende tutto da niente,

E di nuovo si tormenta sull’universo,

Ma la sua forza apparente

Cambierà in misera impotenza:

Si rincorrono le onde, libere e orgogliose,

E nelle loro profondità – onde, onde di nuovo,

E questa diavoleria dell’acqua

Non si arrende alla diavoleria della parola.

E il mutismo è pieno e profondo.

Ma ha vibrato la membrana presentendo

Ed emerge la prima riga

Dal rombo dell’oceano mondiale,

Mute si schiudono le labbra:

“Egli pensava sul giovane pianeta.

La terra era informe e vuota

E lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.”

ITALIA

A Paolo Statuti

Italia! Della tua erede

In nessun luogo un’impronta rimane.*

Vengono verso di me due cigni bianchi,

E io non ho neanche un po’ di pane.

Assorbo il cielo, che spande generoso

Sulle onde azzurri riflessi.

Io ti canto, ma non saranno

Da te compresi i miei versi.

Lo so: qualunque cosa io faccia,

Per te non sarò in nessuna parte…

E i cigni – due bianche candele –

Si dondolavano ad arte,

E i cigni salutavano alteri,

Gli elastici colli movendo.

A un tratto un nodo in gola:

Essi mi stavano capendo!

  • L’erede è il poeta straniero che non lascia impronte, perché l’Italia non lo capisce.

AMORE

Amore – fiorellino selvatico:

in primavera bucaneve o mughetto,

e più vicino all’estate papavero scarlatto;

gli basta molto poco,

non è superbo come uno di serra,

ma a volte mercanteggiano anche lui –

e allora non vive a lungo.

Amore – bestiolina sempre affamata,

occhi che brillano come perline,

dall’ombra è pronto a balzare fuori

più veloce del pensiero per un boccone

caduto a terra per caso – o più profondo

nell’ombra, se lo spaventa un suono o un gesto.

Amore – bambino inerme,

geloso, sensibile e radioso,

e se còccolo – ride,

e piange – se orfano,

ma anche allora vive la speranza

nei suoi occhi fiduciosi.

Amore – fiorellino, bambino, bestiolina:

esile stelo e sottile vocina;

sognalo o non sognarlo,

la sua nascita – un puro caso,

tra i soliti giorni puoi trovarlo.

E al mondo uno più tenero non c’è.

E al mondo uno più vitale non c’è.

ALLA PRIMA

                    Al pittore, scultore e grafico

                    Aleksandr Kostin

a puntasecca.

sbagliare non è dato.

ogni fruscio è un tratto.

e la punta

scivola da sé duttile e discontinua,

come il tuo respiro accelerato.

scivola da sé –

col sogno dell’ideale.

punge da dentro la tempia.

e se all’inizio c’era l’ansia –

la lastra l’assorbe in sé.

e riesce bene alla prima soltanto

a chi è fedele al cammino assegnato.

e tu sai

chi invisibile guidava la tua mano,

ma non si può nominare.

LA BAMBINA CON LA TRECCIA

                  Alla memoria delle vittime dell’attentato terroristico

                    nella metro di San Pietroburgo il 3 aprile 2017

L’obolo per il trasporto sotterraneo.

Come al solito il sole resta in attesa      

Là, di sopra.

La bambina con la treccia*

È esclusa dal pagamento del trasporto.

Lei nel vagone fatale

Ti sorrideva  come un miraggio, come la fortuna,

E solo con la manica ti ha sfiorato appena:

Tu ancora da nessuno ti eri congedato.

E rimbombarono le regole del gioco:

Nessuna differenza tra cattivo e buono.

Con te accanto i mondi in frantumi,

Ma il tuo no, era solo respinto,

E il guidatore fino all’ultimo ha condotto

La catena dei vagoni nel fracasso e nel fumo.

Altri, pagato l’obolo,

Viaggeranno in altri vagoni,

E tu ti sei alzato.

Di sopra negli schermi le solite persone

Mentono con le facce artefatte.

Invano chiedi: silenzio, consòlami! –

Non c’è silenzio più fragoroso, dopo un’esplosione!

Il volto della bambina è appena balenato,

Quasi fosse una visione, eppure

Sentirai per sempre sulla pelle

Come la sua manica ti ha sfiorato.

*In russo treccia è kosà, ma questa parola significa anche grande falce. Qui la bambina rappresenta la morte in veste giovanile e la treccia rappresenta la falce.

LA PASSEGGIATA

                          Già salpa. Dove possiamo andare?..

                                                                     A.S. Puškin

dove andare? – hai chiesto come automa

uscendo per una passeggiata

e ti sei immerso nella folla che finché

non piove scorre lenta sulla strada

dove – non fa lo stesso? cappella parco

e un’ampia svolta dove dai cornicioni

si affacciano i musetti delle chimere

dove friggono le frittelle in padelloni

dove vendono scialli e magliette

dove la caviglia slogano le antiche pietre

dove i passanti non hanno occhi profondi

e nella memoria nessuna traccia troverete

dove si stuzzicano i manifesti rivali

dove i colombi sono grassi e imponenti

e dove un flautista è sotto il vetusto muro

e fatti sette passi più non lo senti

scorre la vita col suo tessuto sottile

e da esso l’eternità traspare

tu intanto in un baretto ti sei seduto

e mangi da un piatto da usare e gettare

scorre la vita

e il suo tessuto è sottile

e tu sei da questa parte per ora

dove andare – si sa e non pensare

finché l’olio di una frittella

le dita ti ungerà

e il cristallo di una vetrina

un cupo sembiante rifletterà

2.

A un tratto mi ha bussato il ritmo:

“un piatto da usare e gettare”…

Sembrerebbe, ma che sciocchezza!

Lascia perdere e fa’ qualcosa di utile.

Ma il ritmo insisteva, tanto che mi toccò

riflettere su cosa mi spingeva a fare.

Allora, a occhi chiusi, ho cercato

d’immaginare: chi mangiava, e cosa, e dove,

e come era finito là…

                                E a poco a poco

i quartieri del centro storico

di tutte le città europee insieme

si delinearono sotto le palpebre.

Ma per cosa – ancora non lo sapevo.

Tra l’altro c’era un verso sul tessuto

dal quale traspariva qualcosa –

per meglio dire, si oscurava, ma l’oscurità

trasparire non può? E allora

la lingua ha aiutato: traspare l’eternità! *

Ed è subito seguito il resto:

Pushkin, le antiche pietre, le chimere,

le FRITTELLE, le frittelle, oh sì.

“Se voi sapeste da quale fogna

crescono i versi, senza provare vergogna.” **

* Nel testo russo: просВЕЧивает ВЕЧность. Qui la poetessa gioca con la sillaba ВЕЧ presente in entrambe le parole (N.d.T.)

** Da una poesia di Anna Achmatova (N.d.T.)

MILITARI

ma quale – accidenti!

quale mai primavera

può arrivare

MILITARI

ma quale – accidenti!

quale mai primavera

può arrivare

se ogni tanto siamo più intransigenti

se la guerra

è penetrata nei sogni e nei pori pure

e sulla facciata serpeggiano deliziose spaccature!

ora ci è noto

il codice segreto

e le mani prudono dall’eccitazione!

su,

su mettiamo in circolazione

l’arma della totale distruzione!  

EXEGI MONUMENTUM

La mia voce è più ferma e più quieta,

Aspre canzoni alla gente non canto.

Un giorno anche su di me un articolo,

Diciamo – preambolo, scriveranno,

Ma sarò per il popolo un poeta caro

Che cantava il silenzio e tristi momenti,

Perché a scuola nessuno dei suoi quieti canti

Hanno costretto a tenere a mente.

*  *  *

Noi tardavamo a gustare questo miele.

Noi nella seminebbia ci toccavamo col respiro

e un intero lungo istante

salvavamo dalla molesta eternità

protetto contro gli inverni col solo dorso

il calore delle sole labbra, noi, combaciati,

tacevamo, e il tempo con tutta la sua forza

alle nostre spalle infuriava invano

VERTICE DELL’ESTATE

Vertice dell’estate. Mezzodì. Dormiveglia.

Il mondo oggi ha fatto a meno di  me.

Come si sta bene, che quiete in casa!

Entra una vespa – ecco il fatto del giorno.

Attraverso le ciglia della pigrizia estiva

Vedo gli indizi di un percepibile bene:

I petali sulla tovaglia, le ombre,

E una mela, da stamattina dimenticata.

STREAM OF CONSCIOUSNESS

Before you slip into unconsciousness I’d like to have another kiss, another flashing chance at bliss, another kiss, another kiss…

The Doors

In un torrente di sussurro e mormorio

e di lunghe vocali,

e di estasi, di tremito,

e di occhi, forse fatali

nella loro felicità e follia

(il cervello – dalla corrente staccato!),

senza soggetti e predicati,

e anche – di punti privato,

e anche – senza pause (oh, deliquio

di un linguaggio ardente!)

le labbra che tacevano – dissaldate

dall’incontro di ebbrezza fremente

le parole mute – da digital

nella voce si sono lanciate,

sono vissute e sopravvissute,

adesso così affamate

non le sfameremo con le ore, coi giorni,

cogli anni, con la vita,

ed ecco noi perdiamo la ragione:

“di’! dimmi!” –

risuona com un guasto del cuore…

quando succederà,

come tra due uccelli

il nostro colloquio sarà!

IL POETA E LA GENTE

                                                      Io ero pronto ad amare il mondo intero,

                                                      ma nessuno mi ha capito e io ho imparato

                                                      a odiare.(M. Lermontov, Un eroe del nostro tempo)

Intorno gli occhi: così la solitudine è più viva.

Non mi rifletterò in nessuno, passando,

Tra idiomi e consonanze altrui

Le mie parole rapprese ingoiando.

Occhi-occhi, schermi trasparenti,

Delle dolciastre labbra il dolciastro accento

E Lermontov troppo presto è scomparso,

Per trovare su questo un commento.

Astrazione, frustrazione, chimera –

La vicinanza umana, dalle tu un nome,

Ma in alto c’è ancora la fede

Nella grande d’amore illusione!

Oh, io ho provato, salendo in alto:

Respirare è più arduo, ma in compenso

Nessuno telefonerà e nessuno scriverà.

Io questo amo e al colonnello penso.*

Qui, in alto – senza trambusto e con rigore.

Amare la gente è più facile da lontano.

Ed io a un tratto capisco Dio,

E perché ci dice: “ancora vi amo”.

*Riferimento al romanzo di Gabriel Garcia Màrques: Nessuno scrive al colonnello.

IL PONTILE

Si versa sopra i vecchi tigli

La luce della luna informe

I quieti singhiozzi del lago

Li sente solo chi non dorme.

Nel fumo argenteo della luna

Taccio presso un tiglio gentile.

Le barche – cuccioli ciechi –

Sfiorano il loro pontile.

Di notte nel paradiso solitario

Né voci e nemmeno un fuoco…

Dalla cara lontananza

Oh, ricordami almeno un poco!

ESCATOLOGICO

          “Più oltre – il silenzio”

                          Shakespeare

Quante volte, sorpresa all’improvviso,

ero tutta presa dal ritmo lontano.

Due brevi segnali, poi tre più lunghi,

sempre diversi, cercavo di capire invano.

Può essere un disperato  s o s,

o un pesante sonno che riposo non porta.

Io so soltanto che è una cosa seria,

ma sempre più pause di volta in volta.

Tre rapidi segnali… due non cadenzati…

Io guardo, ascolto, non desisto.

Ma sempre meno giungono all’udito,

sempre più con la memoria ho visto.

Anche se tu non dovessi morire affatto –

lascerai la strada, nel passato volando,

e i saggi pedagoghi della Cina

a sonare Chopin insegneranno,

e poi spariranno i mari e i monti,

e la terra intera – transitorio evento,

e nella memoria aguzzerà lo sguardo

dalla Rho Ophiuchi un osservatore attento.

E allora, come là: svegliati e canta,

tenera è la notte, la vita è bella e piace!

Ma un sordo e pieno silenzio m’invade,

e proprio esso non mi dà pace.

NON FARÒ IN TEMPO

Non farò in tempo! No!

Il giovane vento in fretta fuggirà,

Il tuo aereo nella Cassiopea

Come stella imprevista brillerà,

Nel fondo dei calici dei fiori

Stilleranno gocce di dolce umidore –

Ma non comincia la matita la corsa

Sulla carta di bianco candore.

L’attimo non realizzato sparirà,

Il mio silenzio incolpando…

Oh, chi oggi è più inutile di me

E  più di me affranto?

Ecco che la punta della grafite

Potrà veramente ferire!

E piomberà un tale silenzio

Che non potrò soffrire.

CONCERTO NELLA CATTEDRALE DI SOFIA

Sofia, Sofia, organo volante

La porta spalancata, la volta vibrante,

     E violini – estasi, ciclone!

     Attenti a non volare via! Attenzione!

     Attenti a non volare via! Attenzione!

La musica, ignorando la terra, spaziava,

Il cielo i suoi navigli rovesciava,

     Il mondo da un fulgido fuoco illuminato,

     E il vento ballava in esso sfrenato,

     E il vento ballava in esso sfrenato.

La musica, respirando l’ozono, si spandeva,

L’anima cresceva, ma contenerla tutta non poteva.

     Essa passò volando e sparì lontano,

     Io sorridevo e il pianto scorreva pian piano.

     Io sorridevo e il pianto scorreva pian piano.

LA MISSIONE

Linea, linea e punto e virgola.

Era lo stupido segnale di contatto,

ma l’astronauta, sorvolando il mondo,

ormai non ha più alcun rimpianto:

si libra e della missione se ne buggera,

la terra dall’oblò gli appare chiara,

e là, in un punto, il bianco d’una vela,

e come la terra anch’essa solitaria,

e là, in basso, ridicoli omettini

senza mappa, nè vela né timone

navigano pian piano su mari e fiumi

per il mondo – del creatore donazione,

e là, in basso, fissano incantati il cielo,

captando buone nuove e ogni suono,

chiedendo la strada nell’eterno silenzio

per le lontane stelle, se esse ci sono –

ma tutto è coperto dal telo nuvoloso,

e nei cieli ora nulla più appare,

e l’astronauta, chiuso ogni contatto,

dal Mestolo dell’Orsa* beve la pioggia stellare.

* L’Orsa Maggiore ha la forma di un mestolo.

BEETHOVEN*

Tu ordinerai ai servi di non aprire a Beethoven

lo bloccherai nel messenger e nei vari siti

alcuni combattono altri estraggono bitcoin

alcuni fanno intrighi altri si sono smarriti

i due precedenti insieme non centrano la vena

la verità storico-isterica i suoi diritti protesta

sul ponte non distrutto entra l’armata francese a Vienna

e io guardo da lì il Danubio e mi gira la testa

Tu ti costringerai a partire pur con il crepacuore

ma conserverai le lettere col settimo sigillo

io sto sul ponte l’autunno è terribile e muto

“Tu chiedi come io vivo ma preferisco non dirlo”

Napoleone fa saltare le mura fortificate

com’è vile chi trova un uomo già a terra e lo finisce

e sotto il ponte il sangue blu da Vienna

fluisce fluisce

meglio il blackout di un piccolo sussurro e le dicerie

un nero quadrato ogni cosa che vuoi conterrà

perduto tutto l’ultimo ride bene del tempo

che ci ha mentito dicendo che tutto sparirà

troveranno le Tue lettere tra un secolo e mezzo

le tradurranno e pubblicheranno io le leggo ora

peccato che non ho detto io: dell’uomo intero

ci resterà parte del discorso** la testa gira ancora

cosa hai provato Tu troncando i cari rapporti

è stata la Tua grave disgrazia o la colpa ahimé

sempre scorre scorre a Vienna il sangue blu

e Tu vivrai finché esso si verserà in Te

la distruzione la rovina tamburi e sciacalli

la città la terra l’anima nel fuoco nel fuoco

significa che lui troverà sostegno in sé

e ne darà anche me un poco

io sto appoggiata alla ringhiera e comincio

appena a distinguere nei fragorosi tuoni

“solo coi suoni – ah non sono forse immodesto

pensando che più delle parole mi ubbidiscono i suoni”

solo coi suoni nell’oscurità informe brancolando

e che lui non senta neanche una stereocannonata

né il silenzio ma così è più semplice e più fedele

perché la musica sopra tutto è sempre stata

*Le parole in corsivo sono tratte dalle lettere di Beethoven a Josephine Deym, rinvenute negli anni ’50 del XX secolo negli archivi della famiglia Deym. Dalla corrispondenza di Beethoven sono tratte anche altre parole quali: sostegno in sé, distruzione, rovina, tamburi.

**”Parte del discorso” è  il titolo di una raccolta poetica di Josif Brodskij.

LE TRE SORELLE

il giorno è morto.

i miei occhi sono acuti,

ma entrando nel crepuscolo sono scoraggiata.

     per prime sorgono tre sorelle:

     bianca, azzurra, dorata.

la povera sfera

inebriata vola veloce;

ferita – dalle mie mani sarà curata.

     come sorelle germane io le amo –

     bianca, azzurra, dorata.

e quando

del cielo indivisibile

di superare i confini mi sarà dato,

     nell’universo dilagherà il mio io –

     bianco, azzurro, dorato.

IL CIELO DA ME STA VOLANDO       

L’abitudine volpesca del vento.

Il bosco mi accerchia improvviso.

Le foglie maligne, pungenti

Si avventano sul mio viso!

.Ma oltre la portata dello sguardo,

Oltre la morte fogliata –

Ecco la benedetta luce

Della prima nevicata.

Dunque ancora non è la fine.

Il labbro sta scintillando.

Piego la testa all’indietro –

Il cielo da me sta volando.

LEGAMI

                «…Nel paese dove si formano chimerici legami

                E le torri si ergono di palazzi lontani!»

                Mandel’shtam

                «Per quali strade di fatica e prodigio, ma essa è. Io sono!»

                Cvetaeva

Perché tra fantasia e menzogna

Non noti le frontiere così chiare?

Ti è noto il tremito scintillante

Che sull’orlo delle ciglia sembra indugiare?

Dalla lente delle lacrime incantevole

Trapelerà il mondo più reale di ieri.

Non temere, tocca il dono, prendi

Del prodigio e della fatica i sentieri –

E vedrai dalla finestra all’istante

Formarsi chimerici legami,

Dei neuroni il gioco stravagante!..

L’ultimo verso adesso è colmato

Da una insostenibile rivelazione,

Che sulla punta della penna ha indugiato.

CANZONE DEL POETA

L’involucro labile e sparuto

All’incontro col paesaggio conduco.

L’universo che sempre più dilaga

In una rete di metafore racchiudo.

Si propaga? – non fa niente –

Stringerò più forte le estremità…

                  L’involucro sparuto si spaventa!

                  Il tuo aiuto, o mia musa, verrà?

Sto davanti al lago soleggiato,

Pari ai cieli esso è profondo –

E mi immergo e lo penetro tutto,

E riemergo in un altro mondo,

E indietro, di nuovo, nuovamente,

E cucio, cucio le estremità…

                    L’involucro sparuto si tormenta!

                    Il tuo aiuto, o mia musa, verrà?

STELLE CADENTI

ringraziare i tramonti e le aurore,

e le quiete fuggevoli ore

     non contare,

e ai cieli chiedere le cadenti stelle,

come i  bambini chiedono le care caramelle,

     e – afferrare.

L’ACCORDO

Tu pensavi, un tuo solito canto?

E non avrà nessuna conseguenza?

Tu pensavi, non dovrai conservare

Il volto dell’esistenza?

Lasciati convincere.

Il fardello sarà leggero:

Ti daremo questi monti,

Le nubi e il lago intero.

. . . . . . . ..

Che cosa io imploravo allora,

Ancora oggi non ricordo.

E il cielo ha mandato un acquazzone –

A suggello del nostro accordo.

LA FEDE

a metà di un giorno senza fine

come sul fondo di un fiume non terso

il mio genio mi ha lasciata

e da allora non un verso non un verso

dura sorte dura sorte dura sorte

ma di ciò a nessuno darò la colpa

egli sopra un’ala mi ha messa

e se poi non mi ha protetta non importa

la gratitudine è al di sopra dell’angoscia

ed è un sostegno per la schiena stanca…

solo un fruscio lungo il fiume

serpeggia maligno e verso di me avanza

sguazzano sei ali membranose

la sua pelle è iridescente

dice ti aiuterò io a dimenticare

non è niente dice non è niente

guarda intorno nessun’anima nessuna

il cielo le spalle ti ha voltato

firma dice firma

ripudia dice ripudia ciò che è stato

guardami più allegra

perché ti geli in questo tacere?

non rimpiangere dice non rimpiangere

di nessuno dice rimpianto devi avere

appena lo strapperai dall’anima

una nuova voce verrà vedrai

firma dice firma

mai dico mai

a un gesto di stizza della mia mano

il serpente nell’erba o nel sogno scompare

il vento soffia sul fiume assonnato

è il mio genio che da me vedo tornare

SOTTO LE PALPEBRE

Poco m’importa se la pioggia autunnale

La terra per metà ha coperto con veli.

Sotto le palpebre è la mia incolumità:

Mondi, mari e velieri,

Le gru e gli arcobaleni

Nella festiva celeste sommità.

In me è vivo il verde vento

Di questo maggio sfrenato:

E delle labbra l’enigma monello,

Delle braccia l’invito spalancato,

E il passo – ultima linea retta! –

Tutto ciò che desidero io vedo,

E gli occhi inutili chiusi ho lasciato.

*  *  *

non temete, amici miei,

perché non bisognerà,

di qualunque sguardo i poeti

prolungano le estremità

ecco il cielo, ed ecco una stella

un miracolo davvero

appariremo là quando

da qua moriremo

VERSI LIBERI

Io non amo i versi liberi, ma a volte

Essi fluiscono come i fiumi,

Ed è piacevole sentire la favella in bocca.

Prova ad alta voce – bello, vero?

Mutando le parole in massime,

Le condanni all’immortalità.

Ebbene, di che tratta questo verso?

Esso è la vita: tu, come dire, perdonami se mi confido

così con te. Elegante  prefazione, ma l’essenza nella solenne

corrente si è dissolta. Tutto era così notevole, amico mio, tu andavi

verso le cime, dove l’aria è dolce, ed ecco – su un colle hai piantato

una bandierina…Va bene. Ma tutto sommato sei deluso,

vero? Ti sei accorto che non è di questo calibro la tua pistolina?..

Coraggio, torniamo al fedele verso libero!

E sono scorse ondate di grandi parole,

E sulla cima è piantata la tua bandiera,

E la favella fluisce nella bocca,

E nessun turbamento tutto sommato,

Nessun turbamento.

No.

Ma questo verso

Ha un nome solo – verso libero.

I FRINGUELLI

                             …tremando d’infinito…                                            

                                            Paolo Statuti

tu ricordi, ricordi, com’erano tenui,

prima dell’alba gli ultimi momenti?

noi semisvegli ci tenevamo stretti

e i fringuelli ci chiamavano insistenti

e cinguettavano: “senti – senti, dell’alba

è ancora fresco – fresco il manto”,

e si dilatavano le nostre anime,

d’infinito tremando

LORCA

Siamo tutti lupi del fosco bosco

           dell’Eternità

               M. Cvetaeva, Il poeta e il tempo

Che ci può fare il tuo ferro,

Un colpo tra gli occhi dritto?

Noi siamo lupi di un bosco  e t e r n o,

Il tempo per noi non è un editto.

Tu colpisci per primo,

Miri alle nostre menti.

Ulula, attualità-carogna:

Saremo noi i vincenti.

(C) by Paolo Statuti

Confidenze di Czesław Miłosz tradotte da Paolo Statuti

1 Set

     Sembrerebbe che tutti gli uomini dovessero gettarsi l’uno nelle braccia dell’altro, gridando che la vita è impossibile, ma non un solo grido uscirebbe dalla loro gola. La sola cosa che più o meno sanno fare è di buttar giù le parole sulla carta o i colori sulla tela, perfettamente consci che le cosiddette letteratura e arte siano dei surrogati.

                                                                    *

     No, il mondo non è buono e non lo sarà mai, nessuno dentro di sé sfuggirà allo sdoppiamento in coscienza e corpo, in soggetto e oggetto, nessuno cesserà di essere prigioniero in una cantina e di aspettare, finché non sarà chiamato fuori e decapitato dalla falce della morte. Ma quanto più la società è indipendente dai suoi capi, ciò che dovrebbe portare al trionfo della libertà sulla necessità, tanto più è sottoposta all’azione delle forze demoniache sprigionate da se stessa.

                                                                    *

     Tutto lo stile del mio secolo cerca di tenersi al passo con una deprimente e ridicola laidezza. Nei disegni, nei dipinti, nel teatro, nella poesia si avverte lo stile dell’assurdo, di un amaro, pervicace scherno di se stessi, della condizione umana.

     In questo stile tutto si fonde. La solitudine dell’uomo nell’universo, la diseredazione della sua fantasia dallo spazio che conduce a Dio; le immagini ininterrotte di ciò che avviene sulla superficie dell’intero pianeta; l’odio neo-manicheo per la materia; la sfida di Prometeo in nome delle sofferenze umane, senza un destinatario, perché diretta al nulla. Per questo, considerata tale mescolanza d’ingredienti, lo stile è altresì ambivalente, e quasi ogni messaggio che trasmette si può parimenti interpretare vuoi come sconforto metafisico, vuoi come maledizione scagliata sugli uomini che maltrattano altri uomini, ovverosia sulla cattiva società.

     Non amo l’assurdo e non intendo ossequiarlo servendomi dello stile dell’assurdo, anche se mi assicurano che tale stile nasce dalla protesta. Nell’umore nero patibolare c’è troppa confessione d’impotenza totale, da tempi immemorabili la beffa essendo stata l’unica rivincita degli umiliati, degli oppressi, degli schiavi. La sensibilità odierna si è a tal punto logorata e appiattita, che se non la stimolassimo con l’aiuto di colpi alla Grand Guignol, la

la nostra voce non sarebbe udita pressoché da nessuno, comunque sia lo spregio della moda mi ha protetto, generalmente parlando, dalle concessioni. È possibile che il bisogno di ordine sia in me eccezionalmente sentito, che nei miei gusti ci sia del classico, o che abbia perfino le abitudini di un ragazzo bonario e ingenuo, il che si spiegherebbe con la mia educazione cattolica. Penso tuttavia che in questo bisogno di ordine, nell’avversione a replicare all’assurdo con una smorfia dannata, io sia un essere del tutto comune, salvo che meno di altri mi vergogno dei richiami del cuore.

     Non amo lo stile dell’assurdo, ma non amo neppure l’ordine naturale, che è sottomissione alla forza cieca, alla forza di gravità, e quindi un controsenso che offende il mio spirito. Come entità corporale appartengo a questo ordine, ma non lo accetto. E a sangue freddo affermo che, malgrado oggi la nostra immaginazione non si lasci abbindolare dalla ripartizione dell’esistenza nelle tre sfere del Cielo, della Terra e dell’Inferno, tale ripartizione è inevitabile. L’uomo in se stesso è contraddittorio, perché sta nel mezzo. Considero fandonie ciò che alcuni cattolici, volendo ingraziarsi i non credenti, narrano sulla bontà del mondo. Sono d’accordo invece con Simone Weil, quando dice che, non senza ragione, il diavolo porta il titolo di Principe di questo Mondo.

                                                                     *

     Quando ero studente, la sobrietà del pensiero e lo scetticismo riguardo alle splendide parole d’ordine che promettevano soluzioni definitive, irritavano e facevano arrossire ognuno di noi, bisognava reprimerle come segno di debolezza. E senza dubbio, ora che guardo la cosa in prospettiva, devo riconoscere che il buonsenso è sempre uscito sconfitto quando affermava che il bene è soltanto nella cerchia dell’individuo, e non si applica alle questioni riguardanti la collettività umana. Ha perso tuttavia soltanto rispetto a un termine relativamente breve, e qui è risultato che in verità solo l’individuo è reale, non i movimenti delle masse, ove egli volontariamente si perde  per fuggire da se stesso. Non ho mai ritenuto di essere uno scrittore politico e non ho l’ambizione di salvare l’America o il mondo. Qui e adesso cerco soltanto di trovare una risposta alla domanda: che cosa ho appreso in America e che cosa di questo è per me particolarmente prezioso. Voglio riassumere la questione in tre pro e contro: sono pro – il  cosiddetto uomo comune, sono contro – l’arroganza degli intellettualisti; sono pro – la tradizione biblica, contro – la ricerca del Nirvana individuale o collettivo; sono pro – la scienza e la tecnica, contro – l’illusione dell’innocenza primordiale.

     Vivendo nella California avveniristica ho ricavato, penso, vantaggi autoeducativi. Qui in certo qual modo occorre venire a patti col proprio orgoglio. Ogni letterato nei suoi momenti di ottimismo si considera un genio e se vive nel suo esiguo paese, che si differenzia per la lingua dai paesi vicini, può godere di svariati lusinghieri giudizi su se stesso. Scrivendo in America in polacco (perché un poeta può usare soltanto la lingua della sua infanzia), mi privo di questo vantaggio. Ma in realtà non si tratta di lingua, come nemmeno in Francia di essere straniero. I rapporti tra il poeta e i lettori sono più diversi qui che là da dove provengo, per effetto del territorio e della massa umana, ma del resto essi furono assai diversi anche nei paesi slavi. Devo dunque semplicemente constatare di essere uno dei tanti poeti nel Golfo di San Francisco. La maggior parte di loro scrive in inglese, ma c’è anche chi scrive in spagnolo, in greco, in tedesco, in russo. Benché qualcuno di loro goda di notorietà, nei rapporti con la gente è un anonimo, e dunque nuovamente uno dei tanti, in un senso diverso e più ampio. Qualunque cosa appaghi la nostra ambizione, costituisce un assai efficace divertissement, cui, a giudizio di Pascal, continuamente l’uomo ricorre, pur di celare l’inutilità delle sue brighe e la paura della morte. In America è difficile avere un divertissement, ma esso è tanto più importante, visto che ci muoviamo in essa come molecole di «folla solitaria». In una situazione alquanto simile dovevano sentirsi gli abitanti della Roma cosmopolita-greco-ebrea-latina. Con questo non voglio affatto dire di considerarmi superiore a certe inezie, quali il desiderio di fama e di approvazione. Ma l’America ti mette semplicemente con le spalle al muro e ti obbliga ad una certa qual stoica virtù: eseguire ciò che fai possibilmente nel modo migliore e, nello stesso tempo, conservare nei riguardi di ciò un distacco che trae origine dalla consapevolezza dell’ignoranza, dell’infantilismo, dell’incompiutezza proprie e degli uomini in generale.

                                                                   *

     Volevo condurre una vita stimabile e degna, tra amici e parenti, nella terra natale, nella città che avrei potuto chiamare mia. Sui brevi momenti di gioia goduti nella cerchia dei colleghi, quasi dei filòmati, ho edificato poi per anni e anni una vita immaginaria, tale e quale avrei potuto avere fra paesaggi e volti familiari, laddove a nessuno bisognava spiegare chi sei e cosa fai. E il mio destino, l’esilio, ho mal sopportato. L’esilio ha due peculiarità deprimenti: l’anonimato e la falsa apparenza. L’anonimato, quasi avessi cambiato il cognome, recide agli occhi altrui il legame tra quello che fosti e quello che sei, e di conseguenza ti costringe a complicate pratiche di adattamento, in quanto non puoi più richiamarti a nessun tuo precedente successo, come ad esempio le poesie scritte una volta in polacco. È una cosa avvilente per le tue ambizioni, ma ancora peggiore è la falsa apparenza. Intendo qui l’immagine parziale che si crea per effetto di qualche saggio su di te nella stampa estera, che è tale da far «cascare le braccia». Dovetti imparare a vivere come un esule, volontariamente escluso dalla «buona compagnia» degli intellettualisti occidentali, perché avevo osato ferire le loro sacrosante convinzioni, che io considero una collezione di equivoci storici, geografici e politici.

     Quando ero un giovane di Vilno sono partito alla conquista del mondo, solo per vedermi – malgrado il “successo” apparente – come uno zoppo che ha appreso l’arte di muoversi con le grucce. Perché mai un uomo solo, incrinato, senza un suo posto sulla terra, non dovrebbe trattare se stesso con clemenza, ed anche con biasimo, ma un biasimo amichevole?

(I passi citati sono stati tratti dai seguenti libri: Visioni sul Golfo di San Francisco, Doveri privati, La terra di Ulro).