Aleksandr Semjonovich Kushner

17 Apr

 

 

Aleksandr Kushner

    

 

Aleksandr Semjonovič Kušner, che Josif Brodskij considerava uno dei migliori poeti lirici russi del XX secolo, è nato il 14 settembre 1936 a Leningrado. Nel 1959 ha terminato la facoltà di filologia presso l’Istituto Pedagogico Statale “Herzen” e per dieci anni ha insegnato lingua e letteratura russa. Membro dell’Unione degli Scrittori dal 1965 e del Pen Club dal 1987. Sposato con Elena Nevzgljadova, filologo e poetessa che pubblica con lo pseudonimo Elena Ušakova. Kušner ha ricevuto diversi prestigiosi premi, tra i quali ricordiamo in particolare, nel 2005, la prima edizione del “Poeta” – premio nazionale russo assegnato per i migliori risultati conseguiti nella poesia contemporanea. Nel 2011 il suo libro “Da questa parte del misterioso confine” alla Fiera del Libro di Mosca è stato dichiarato “Poesia dell’anno”.

Di Aleksander Kušner il linguista Dmitrij Lichaciov ha detto: “Kušner è il poeta della vita in tutte le sue manifestazioni. E’ questo uno dei tratti più salienti della sua poesia”. Secondo il critico e storico della letteratura Lidija Ginsburg, nei suoi versi si realizza il “connubio tra l’esaltazione della vita e la sua tragicità”. Il critico letterario e scrittore Andrej Ar’ev ha scritto: “Nel XX secolo quanti sono stati definiti “l’ultimo”: “l’ultimo della campagna”, “l’ultimo pietroburghese”, “l’ultimo disperato”, “l’ultimo romantico”, “l’ultimo metafisico”. A questo, soltanto Kušner ha sorriso e ha fatto un gesto di noncuranza con la mano, dicendo: “Ogni poeta è l’ultimo. Salvo poi scoprire all’improvviso che è il penultimo”.

Quando nel 2013 uscì la sua raccolta Luce serale, il poeta la commentò così: “E’ un libro di nuove poesie che costituiscono un certo rabesco, si tengono per mano, trovano per sé il necessario vicino. Necessario per una qualche affinità interiore o, al contrario, a causa di un chiaro contrasto. Inoltre in un libro di versi, in questa cooperazione c’è una non premeditata comunanza: in essi si trovano quei pensieri, sentimenti, osservazioni della mente e percezioni del cuore di cui sei vissuto. E si può dire anche: in essi sono fissati i momenti non soltanto felici, ma anche quelli tristi, di malumore. Ma chi li scrive, nel processo di creazione della poesia, si libera dall’angoscia, vince le tenebre. E questa energia, questo impeto di liberazione dal “peso gravoso”, forse sarà utile al lettore.

In più di cinquanta anni ho scritto molti libri. Il primo – Prima impressione uscì nel 1962. Questo è diciottesimo. Forse è un po’ troppo? Oggi si usa limitare la quantità. Un poeta ha stampato due poesie in un anno e la critica lo elogia, lo elogia, io penso, perché leggere due poesie è più facile e si fatica meno che a leggerne dieci. Leggere le poesie è difficile e inoltre manca il tempo. Ma Puškin ha scritto molto. In trentasette anni ha creato tanto, quanto noi a quell’età neanche ce lo sognavamo! E Lermontov, e Blok…Bisogna prendere esempio da loro. Ed ecco ancora cosa è venuto alla luce con gli anni: l’età non è un ostacolo alla creazione di versi. Forse essa aiuta perfino a scriverli, non come in gioventù, ma in modo diverso. Migliori, peggiori – non sta a me giudicare. Il poeta non va in pensione…I versi aiutano a resistere al male della vita e alle sue miserie, i versi ci consolano, restituiscono il desiderio di vivere, “per ragionare e soffrire”.

 

Poesie di Aleksandr Kušner tradotte da Paolo Statuti

 

Là dove sul fondo c’è una chiocciola…

 

Là dove sul fondo c’è una chiocciola

Come tromba d’orchestra,

Dove i chiozzi guizzano veloci

E li aspetta una tragica sorte

 

Nelle fauci dell’implacabile luccio, –

Là le soavi ninfe dimorano,

E ci tendono le mani

E ci chiamano con fievole voce.

 

Esse hanno alcune sottospecie:

Nei ruscelli appaiono le naiadi,

Nel folto dei boschi le driadi,

E nell’azzurro mare le nereidi.

 

Confoderle è sconveniente,

Com’è per il ranuncolo d’acqua,

Quello africano, quello non comune,

E quello velenoso dei prati.

 

La saccenteria non è una cosa oziosa!

Poeta, non risparmiare gli sforzi,

Non trascurare il tuo podere

E sii minuzioso, come Linneo.

 

Sorveglio le nuvole notturne dietro la finestra…

 

Sorveglio le nuvole notturne dietro la finestra,

Scostata la pesante tenda.

Ero felice – e temevo la morte. La temo

Anche adesso, ma non come allora.

 

Morire – significa stormire al vento

Insieme con l’acero, che guarda triste.

Morire – significa entrare alla corte

Di Riccardo o di Arturo.

 

Morire – è schiacciare la noce più dura,

Apprendere tutte le cause e i motivi.

Morire – è diventare contemporaneo di tutti,

Tranne di quelli che sono ancora vivi.

 

E’ una canzone di Schubert…

 

E’ una canzone di Schubert, hai detto.

Io la cantavo sempre, non sapendo di chi fosse.

Con essa, sembra, si può iniziare da capo

La vita, già molto simile a un prodigio!

 

Qualcosa come un usignolo e un triste suono

In un boschetto tedesco – e un suono triste.

La canzone ci è più cara se ha parole semplici,

E senza parole anche meglio, – con forza terrena!

 

Io la cantavo sempre, così senza motivo

E confondendo le parole malamente.

La notturna tenebra tedesca vi incombe,

E la tristezza in essa è così celestiale.

 

E poi per anni la dimenticavo.

E poi di nuovo a un tratto ritornava,

Come coprendomi con l’ombra di una quercia,

Tentandomi a ricominciare da capo.

 

Claude Monet diceva più o meno così…

 

Claude Monet diceva più o meno così:

Recandoti a un plein-air, dimentica il burrone,

Se è un burrone, la quercia, se è una quercia,

E un ripiano sul monte, se è un ripiano.

Pensa semplicemente: ecco un ovale giallastro,

E sotto un triangolino piccolo e rosato,

E vedi strisce, nient’altro che strisce,

Se ti dirai: sono rami, – mentirai.

E non pensare a una somiglianza; non guardare

Né un’onda, né un campo, né un fiume, né un prato, –

Di sé si prenderanno cura loro stessi,

A un tratto appariranno da un beato nonsenso!

 

Fryderyk, voi dovreste immortalare voi stesso…

 

Fryderyk, voi dovreste immortalare voi stesso,

Il pianoforte per questo non basta,

E amando così tanto la vostra musica,

Io vorrei augurarvi anche il canto,

E la sinfonia, l’opera,

Senza soggetto né protagonista non si può!

Bisogna essere simili a Mozart e a Rossini,

Chiedo i timpani e l’oboe.

Fryderyk, amerete il fagotto e la tromba,

Non vi annoiate senza flauto e senza violino?

Io sono pronto a cambiare l’augurio in supplica:

Cercate di evitare errori,

La polonaise è eccellente, l’étude è incantevole,

Senza dubbio la mazurca è stupenda,

Ma da voi anche in Francia si aspettano di più,

E anche tra le opprimenti nevi di Pietroburgo.

Fryderyk sorride. Egli non è adirato,

turbato, irritato, confuso.

In queste esortazioni c’è una ragione,

Il suo vecchio maestro merita

Rispetto. Ecco che anche Mickiewicz

Gli si avvicina con lo stesso consiglio.

Egli allegherà alla lettera un notturno –

E il notturno sarà la migliore risposta.

 

*  *  *

 

Perché il vorticoso Van Gogh

Mi tormenta con un punto oscuro?

Com’è giallo il suo autoritratto!

Bendato l’orecchio ferito,

Con una giubba verde, come una vecchia,

Perché mi segue con lo sguardo?

Perché nel suo caffè a mezzanotte

C’è quel cameriere con la faccia di vizioso?

Brilla un biliardo senza giocatori?

Perché una pesante sedia è messa

Lì per avvelenare la tranquillità,

E aspetti le lacrime o un suono di scarpe?

Perché egli soffia col vento sulla corona?

Perchè dipinge il dottore

Con un assurdo rametto in mano?

In quel suo paesaggio sghembo

Dove va quel carretto leggero

Senza passeggero e senza bagaglio?

 

Ciò che noi chiamiamo anima…

 

Ciò che noi chiamiamo anima,

Che, come nuvola, è di  aria

E splende nell’oscurità notturna

Capricciosa, indocile

O a un tratto, come aeroplano,

Più sottile di una spillo pungente,

Corregge dall’alto

La nostra vita, migliorandola;

 

Ciò che al pari di un uccello

Balena nell’aria azzurra,

Che non brucia nel fuoco,

Che sotto la pioggia non si bagna,

Senza cui non si può respirare,

Né scusare uno sciocco nell’offesa;

Ciò che dovremmo restituire,

Morendo, in un aspetto migliore, –

 

Ed è forse anche ciò

Per cui non dispiace sforzarsi,

Che ci fa anche onore,

A ben considerare.

Veramente è buona,

Di una moda assai vecchia,

Nuvoletta, rondine, anima!

Io sono legato, tu sei libera.

 

Ecco io sto nell’ombra notturna…

 

Ecco io sto nell’ombra notturna

Solo nel giardino deserto.

Ora cigolerà una porta in paradiso,

Ora sbatterà una porta nell’inferno.

 

E a sinistra una musica risuona

E una voce armoniosa canta.

E a destra qualcuno grida e grida

E maledice questa vita.

 

Dalla mattina girando per la stanza…

 

Dalla mattina girando per la stanza,

Con che premura l’anima

Si prepara l’afflizione!

(Così la rondine fa il nido.)

Niente la distoglie

Né dietro la finestra, né nella conversazione.

 

Invano il giorno è splendido e sereno, –

Non l’attira un foglio viscoso,

Né il tavolo, né la pagina di un libro.

Quale mediocre esperto di persone

Ha detto che la felicità le serve?

Soltanto con l’afflizione ci si può elevare.

 

Come il san Sebastiano del Bellini nel giardino…

 

Come il san Sebastiano del Bellini nel giardino

Con una freccia nel petto e nell’anca passeggia

E non prova dolore, e il cespuglio in fiore

Fruscia di amore celestiale e di bontà,

Così anche tu vorresti lasciar fuori dalla bara

Non proprio i tormenti, ma i simboli di essi.

Ma prova a liberare il martire dalle frecce –

Si stupirà, e a un tratto si offenderà anche.

 

Questa polvere, queste barre di vacillanti ringhiere…

La prola “tormenti”, lo ammetto, mi turba:

Non ho mai amato le frasi altosonanti,

Meglio sporchi colombi, i loro brontolii,

Meglio un misero, comune, prosaico piano

E il disteso fruscio dei pioppi urbani.

Non renderò né piaghe, né punture, né ferite –

Divertirò con esse un passante nel regno delle ombre.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Alfred Edward Housman (1859-1936)

24 Mar

 

 

Alfred Edward Housman

 

In occasione della prossima Pasqua ho tradotto questa bella poesia di Alfred Edward Housman, uno dei più famosi poeti atei.

 

Inno di Pasqua

Secoli fa crocifisso, se in quel giardino Siriano

Tu dormi, e non sai che sei morto invano,

E neanche nei sogni osservi come tetro fiotto

Sale nel fumo e nel fuoco mai interrotto

L’odio che la tua morte doveva estirpare,

Dormi bene, figlio dell’uomo, non ti svegliare.

 

Ma se, aperto il sepolcro e abbandonato il velo,

Tu siedi alla destra della maestà nel cielo,

E così sedendo ricordi ancora tuttavia

Le tue lacrime, il tuo sangue e l’agonia,

La tua croce e la vita che hai sacrificato,

Scendi qui dal cielo e mostra che ci ha salvato.

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

 

Krzysztof Karasek: I miei pittori

23 Mar

 

 

     Il ciclo I miei pittori del poeta Krzysztof Karasek (ho già pubblicato nel mio blog alcune sue poesie) fa parte della sua ultima raccolta La gioiosa conoscenza (2015). Esso è dedicato alla memoria del padre artista grafico. Il poeta esprime il suo grande interesse per la pittura, e in particolare per i pittori come Paul Cézanne, Claude Monet, Vincent van Gogh, Paul Gauguin, Edward Hopper ed altri ancora. Vede l’affinità esistente tra la pittura e la poesia, e considera le visioni pittoriche come visioni del mondo. Per questo nella Lettera a Paul Cézanne scrive: “Tutto ciò che si può apprendere dai nostri quadri, Cézanne, è quell’artificiosità che colloca gli oggetti e le cose in una nuova luce”. Sia il poeta che il pittore creano composizioni strettamente collegate, le quali da una certa concreta prospettiva permettono di guardare un fenomeno studiato (descritto, dipinto). Con vero piacere e interesse ho tradotto 11 poesie di questo ciclo con l’animo del poeta e del pittore, dando loro appropriata collocazione nel mio blog, dedicato com’è noto, alla poesia, alla pittura e alla musica.

 

Poesie del ciclo I miei pittori tradotte da Paolo Statuti

 

Lettera a Cézanne

Per tanti anni non ti ho pensato, Cézanne,

eppure davvero eri uno degli ostetrici

della mia giovinezza. Sei volato via chissà dove

nello spazio dell’oblio e a un tratto

hai ricordato la tua assenza dentro di me.

 

Avevo vent’anni, cioè più di mezzo secolo fa,

ma ricordo bene cosa scrivevi a Emile Bernard,

nella lettera che mi affascina ancora oggi:

devi trattare gli oggetti come cilindro, sfera, cono,

il tutto messo in prospettiva, in modo

che ogni parte di un oggetto, di un piano

sia diretta verso un punto centrale.

Le linee parallele all’orizzonte danno l’estensione,

cioè una sezione della natura. Le linee perpendicolari

danno la profondità. Per noi uomini la natura è più

in profondità che in superficie, di qui la necessità

di introdurre nelle nostre vibrazioni di luce,

rappresentate dai rossi e dai gialli,

una quantità sufficiente di toni blu,

per far sentire l’aria.

 

e vedo quei cubi, coni, sfere

diventare miei. Si compongono

nella mia visione del mondo

piena di fessure e di fori.

Restringo le linee, tra esse allargo le fessure,

aumento lo spazio tra le linee – tridimensiono –

creandone una terza, come interlinea,

svuotata delle parole, ma riempita di significati.

Desiderando una nuova sintesi,

creo una nuova misura del verso,

inesistente ma concretizzata

nella mia e nella tua mente.

 

Tutto ciò che si può apprendere dai nostri quadri, Cézanne,

è quell’artificiosità che colloca gli oggetti e le cose

in una nuova luce. L’arte è artificiosa, questo truismo

nel modo più evidente mostra la sua mutevolezza,

non c’è in essa niente di naturale e ciò che vedono gli occhi

si rivela, una volta ancora, un inganno della fantasia,

che ci rimanda all’oggetto.

Perché la verità stessa è artificiosa, convenzionale,

vediamo diversamente e ciò ci avvicina alla natura più

della fedeltà di una fotografia. Questo

e un certo tipo di freddezza – diciamo meglio distanza –

che ritroviamo tra la visuale e la natura. E’ come

se dall’oggetto ci separasse un vetro,

che impedisce di vedere con le dita, con la bocca – per fortuna.

Proprio la freddezza, l’intangibilità delle cose

apre davanti a noi nuove possibilità, una nuova loro verità

e un nuovo orizzonte visibile.

 

Ti ringrazio, Cézanne, per la dimenticata lezione

della giovinezza, il cui conto vorrei lasciare aperto.

Sì, bisogna prima scomporre il mondo per poterlo poi

ricomporre. Cioè calcolare se non si è persa nel frattempo

una sua parte, se non ne manca qualcuna,

per dargli un suono diverso e più espressivo.

 

23.09.2014

 

Monet sulla barca

(da Manet)

 

Luglio. La luce con l’oscurità mi moltiplica,

siedo all’ombra.

La visuale dell’occhio si restringe, l’ombra

si divide in penombre.

 

Un rametto del linguaggio rimane staccato,

non voglio spartire con nessuno la luce e l’oscurità.

Desidero l’ombra. Boschetti e cardi

ombrati.

 

La mano fredda, un impacco sugli occhi

che canta. La visuale

che non tormenta più e non brucia.

La luce attenuata del sapere.

 

20.07.2010

 

Alla maniera di Monet

 

Nei portici di bianco ciliegio

quando il futuro delle api è incerto,

le ortensie nel mio giardino si sono scurite.

La morte è la morte,

perché non ha mai gustato i frutti della vita.

Sta sulla soglia di casa,

e davanti casa giocano i bambini.

 

Di primo mattino tutti i colori della luce

prendono la succosità dell’arancia.

Il grande frutto del sole

percorre la volta celeste

fino al completo smarrimento.

E’ l’istante in cui nascono i sogni.

Qua e là il gufo

emette l’aspro frutto della voce,

che fa rizzare i capelli in testa

agli ultimi cercatori di funghi,

gli alberi allungano le braccia come il Re degli elfi

per afferrare il bambino, alberi incappucciati,

alberi fantasmi.

 

Le rose Dio solo sa quanto belle,

si spengono nell’azzurro chiarore

come le fiammelle di gas

dei lampioni di periferia,

i loro petali si agitano al vento

si spengono sull’altare della notte come candele.

Ma guardate, il giorno sull’altura ad est

in un manto di rose

fa cadere la rugiada,

dice Shakespeare.

E a lui bisogna credere.

 

Gauguin, il sole nero

 

Il Cristo giallo, il sole nero, il palpito

del paesaggio. Il prato rosso invaso

dal verde di sangue.

Mescolava i colori come un giocatore le carte,

il suo viaggio nel suo intimo

si approfondiva ad ogni respiro. L’apostata

lo effettuava al contrario della maggior parte di noi –

nel ritorno alla fonte animistica. Non conosceva Nerval,

ma quel sole nero, che abbiamo scoperto nei suoi scuri,

ci attira ancora oggi, il sole nero delle sue pupille,

e brilla più di un’arancia che avvoltoliamo nel sole.

 

Getta via il nero cilindro e i guanti bianchi,

il cambio della nevrosi con la sifilide, le nozze col colore

sono spossanti come quelle con Matilde. Le sue pupille

assorbirono tale dose di colori, che il mondo perse

la compattezza che cercavano di conservare

tutti, da Rembrandt a Monet.

 

Viveva per il colore e il colore

lo trascinò nel suo abissale

vortice giallo, che vide negli occhi

del dio tahitiano. L’abisso:

dal Cristo giallo alla selvaggia, avida

divinità. Vieni con me, lascia il Cristo giallo.

In me c’è il sole nero della rovina,

l’autodistruzione. Gli abbiamo creduto,

anche senza seguirlo. Proprio a causa

di questo sole.

 

11.04.2011

 

Nostro fratello Vincent

                                            

                                           Apollo mi ha colpito.

Hölderling

 

Il colore è un dio minaccioso,

ci riempie fino al bianco degli occhi

abbaglia

ed esterna

(ne sapeva qualcosa Nietzsche,

ma ha portato il segreto

nella tomba);

un dio

che cela con cura il suo nome

dietro una cortina di nuvole

e si mostra

ora nella parola, ora

nella morte, ora

nell’amore.

Un’altra volta nell’ira

(il colore è la speranza suddivisa,

svela il suo segreto agli eletti, ma al tempo stesso

offusca la mente).

 

Lo vedo, in piedi

nel campo,

nel dolore accecante di luglio,

e la sua testa brucia

di luminosa fiamma

(gli occhi fumano),

il colore è un dio minaccioso,

che consuma dall’interno

– chiarore rinasto orfano, superumana

oscurità. – La luce

è un dio crudele,

visibile,

ma non commestibile,

penetra in ogni cellula

e incenerisce

i frutti. Sapendo ciò

siamo tuttavia incapaci

di respingerla: crudele Apollo

che scortica

la nostra giovinezza.

Per questo

amiamo così tanto

la luce scura, gli umidi

recessi del bosco. Amiamo

tutti la nostra notte.

 

4.09.1990

 

Ensor

 

Totem, maschere, spettri

mi guardano, imitando

il luccichio della memoria, li inserisco

tra le linee dell’orologio

appostato sulla parete, così come mi piace,

senza chiaroscuro e flessioni,

 

dico loro di non guardarmi così

con quello sguardo saponato

qui occorre l’arte drammatica, la forza dell’idea,

ma essi, si sono sistemati di traverso sul tavolo

come l’orologio di Dalí e grondano dal piano

come fresco camambert, in modo surrealistico

sistemando gli accenti, ammirando il paesaggio,

immergendo la fantasia nella visione di un sogno,

 

li invito a passeggiare nei vialetti

invasi dalle righe di poeti prestigiosi,

dove da una parte fiorisce

la primula arcadica, e dall’altra

i mezzi stilistici che ammaliano l’epoca

col canto delle sirene.

 

12.11.2008

 

Mondrian

 

Le cinque erano più volte

più volte erano le quattro

più volte erano anche le dodici

E più volte anche

l’ora zero.

 

Più volte le ore si addormentavano

e si svegliavano

più volte Tracciavano

la traiettoria di un qualche destino

e la mezzanotte era mezzanotte benché nessuno la vedesse

Benché proprio allora fossero le cinque

 

Per niente le cinque

Per niente neanche le quattro le dodici

Ed anche l’ora zero

Per niente

 

marzo 2006

 

Soutine: vene di bile, sangue del bianco

 

Il sangue del bianco mescolato con l’agonia dello spazio

ci fa capire questo viaggio. Il panorama danza

come visto da dentro un vortice

che ci attira nel centro.

Gli alberi respinti dalla centrifuga, come dopo un’esplosione,

si aggrappano ai bordi dello stagno. Mi sforzo di dominare

il caos, di ristabilire l’ordine, che non conosce limiti

né possibilità. Gli intensi impasti

esprimono la tirannia del dramma del cielo, che si svolge

tra colore e preghiera, tra sofferenza

e stupore. Tra i grani del rosario

sparsi nella sinagoga di Mińsk e il kaddish

del pesce quaresinale, appeso a un chiodo nello studio,

e che si guasta da una settimana, quanto basta

perché cominci a puzzare,

perché egli lo possa dipingere. Perché niente è finito ancora,

e già comincia.

 

23.07.2008

 

Hopper

 

Dipingeva di primo mattino o al crepuscolo,

quando l’ombra lascia una lunga traccia bagnata,

tagliando la superficie. Proprio allora

appariva lei, Penelope, Josephine Verstille

Nivison, Jo.

 

Lo stato Hopper e lo stato di Platone, lo stato di due.

Sempre varcava le sue frontiere, e quanto più le contestava,

tanto più le smarriva

negli ombrosi giardini del quadro,

dove i colori ondeggiavano come tenda, quando si alza il vento,

o bruciavano, quando cadevano le foglie.

Si chiamava anche Euridice, ma ciò non contava

per chi come lui amava i colori

e le ombre. E proprio il luccichio della sua sterpaglia,

comunque lo guardasse lo attirava

più di tutto. Ombre tra le ombre di un bar notturno,

uomini che siedono una domenica mattina

sul ciglio della strada deserta

tra i fantasmi delle case. Era il re dell’ombra

in un  giardino di crepuscoli e diluvi,

e lei era la sua regina. Una fessura di luce

nella porta socchiusa del fienile, la mattina,

l’ombra diventava la sua Penelope.

 

24.07. 2008

 

Balthus

 

Le donne nella vecchiaia diventano simili

agli uomini, e al contrario gli uomini

si differenziano sempre più.

 

Era una menzogna ben scritta.

Pensava che il superamento di un pendio

si protraesse all’infinito.

 

Tra molte strade ho scelto la meno frequentata

ed è stata una buona scelta.

Solo i buoni ricordi valgono qualcosa.

 

Le nostre lacrime sono salate e il sangue è rosso,

perché dunque le divisioni? Processo creativo?

Raggiungere lo stato di vuoto,

Non cercare nulla. Non vedere nulla.

La casa è là, dove sono i miei debiti.

 

A lei piacciono i gatti?

Sì. Ma senza reciprocità.

 

Wróblewski, prova di fedeltà

 

Wróblewski lo prevedeva, Wróblewski lo sperimentava.

Siamo fucilati.

Eravamo. Saremo.

Ci fucilano e ci immortalano.

E fucileremo i vostri

e i nostri sogni.

Wróblewski lo sapeva bene, Wróblewski ha visto

qualcosa che dovrà essere, che accadrà.

Tempo passato imperfetto, inevitabile,

imprevedibile.

Lo vedo seduto su una pietra con la ferita aperta del libro

sui ginocchi, presso un sentiero di montagna. La gente passa,

lo supera, non vedono che lo legge un defunto. Che libro è?

E dove conduce il sentiero?

 

Wróblewski sulla pietra con la ferita aperta del libro

sui ginocchi, non riconosciuto, defunto.

Il più bel quadro che ha lasciato,

non dipinto.

 

17.07. 2014

 

Nota: Andrzej Wróblewski (1927-1957). Uno dei più illustri artisti polacchi del dopoguerra. Fino al termine della sua breve vita rimase un ribelle alla ricerca di un suo stile personale, tra arte astratta e figurativa. La sua morte ha dell’incredibile: durante una gita sui monti Tatra si è seduto su una pietra per leggere un libro. Probabilmente ebbe un arresto cardiaco e restò seduto a lungo, e nessuno dei passanti pensava che fosse morto.

 

 

 

Julian Kornhauser

19 Mar

 

 

Julian Kornhauser

 

 

Poeta, prosatore, critico letterario, traduttore della letteratura serbo-croata, professore di Filologia slava all’Università Jaghiellonica di Cracovia, è uno dei principali rappresentanti della Nouvelle Vague polacca degli anni ’70 e una delle figure di primo piano nella vita letteraria polacca dell’ultimo mezzo secolo. Come critico letterario è ricordato soprattutto nella veste di appassionato difensore dei valori tradizionali della poesia, restando in acceso e ironico contrasto con la generazione dei poeti riuniti intorno alla rivista trimestrale underground “bruLion”, i quali cercavano la libertà come assoluto e propugnavano la rivolta e la contestazione, respingendo la tradizione patriottica e culturale.

E’ nato il 20 settembre 1946 a Gliwice. Il suo debutto poetico risale al 1967 sulla rivista Poesia e sull’Almanacco dei giovani. Dal 1968 al 1975 membro del gruppo Adesso. Negli anni 1981-83 è stato uno dei redattori del mensile Scrittura. Ha pubblicato 18 raccolte di poesia, tre romanzi e numerosi saggi, tra i quali ricordiamo quelli sull’opera di Zbigniew Herbert dal titolo Il sorriso della sfinge.

Fin dalla sua prima sorprendente raccolta Verrà la festa anche per i pigri (1972), dove troviamo inquietanti e fantasmagorici quadri surreali, ispirati dalle visioni di Bruegel e Goya, ha trovato un suo personale linguaggio con l’impiego di un’ampia gamma di mezzi e temi poetici: dalla cronaca di scene di vita a insolite visioni sature di elementi simbolici. E’ rimasto sempre fedele all’idea di letteratura impegnata, dove la poesia è banco di prova del mondo e sensibile apparato di conoscenza dell’uomo.

La sua poesia, che alcuni definiscono anche come “annotazioni sonore della realtà”, è ricca di colori. E’ profondamente personale e sorprendentemente universale. Lirico delicato, sensibile alla bellezza della vita quotidiana, capace di trasformare in materia poetica il ciarpame esistenziale. La sua penultima raccolta Origami si compone di miniature paesaggistiche, annotazioni contemplative e sommesse, dove il poeta cerca di esprimere le impercettibili relazioni tra ciò che è fragile, fugace, e ciò che costituisce l’eterna Natura. Egli riesce sempre ad essere un osservatore raccolto e un acuto pensatore.

Il poeta e critico letterario Bartosz Suwiński scrive: “La poesia di Julian Kornhauser è fragile e delicata come porcellana, è semplice, sobria e coraggiosa, si presta a continue interpretazioni. Essa impiega registri diversi per raccontare poeticamente la realtà. Concede la parola a individui indifesi, esclusi, dimenticati, ed essi a un tratto reclamano dignità. La forza della sua poesia risiede nella franchezza del suo poetare, captando ciò che viene dalla gente, dal mondo. E’ dalla parte dell’uomo. Vede chiaramente e senza pregiudizi. E’ una poesia fatta soprattutto di osservazioni intime, piene di serenità e raccoglimento”.

Penso che Julian Kornhauser, oltre che della propria opera, può essere fiero anche della sua prole: la figlia Agata è la moglie dell’attuale presidente polacco Andrzej Duda, mentre il figlio Jakub, poeta anche lui, è dottore in scienze umanistiche e insegna all’Università Jaghiellonica di Cracovia.

 

Poesie di Julian Kornhauser tradotte da Paolo Statuti

 

Vietnam

                                                                    Ecco il succo rosso scorre sull’erba verde,

                                                                    il succo rosso penetra nella terra nera,

                                                                    e sedici milioni di uomini uccidono…

                                                                    uccidono, uccidono.

                                                                                                             Carl Sandburg

 

Lanciate di più, lanciate più

sogno, in cui non c’è pallottola né fuoco,

in cui il gas è profumo

del paradiso promesso, lanciate più

rami respiranti e trasparenti

frutti, il corpo della giungla è spaccato,

nel fango dei mattini affondano le decisioni

e i rapporti, nella ragazza martoriata

matura il mondo, matura l’uccello

rigonfio, ritagliato dall’Europa e dal progresso,

dall’ora sognata e da un messaggio d’amore,

in entrambe le parti della giungla fiorisce

la benzina, in entrambe le parti del mondo

scoppia il fegato, e l’uomo plasma

di sangue il suo futuro e il suo odio,

non nascono i bambini, le madri non sono più

quelle care signore dalle seriche bianche

mani, e nessuno di questi

intelligenti assassini piange

nemmeno le piante uccise col gas.

 

Poesia

 

La poesia non mi serve per respirare

né per amare, né per mordermi le labbra, per sciogliermi

nella città, per il dolore, per gridare, uccidere. La poesia

non mi serve affatto, mi stringe al collo

con un pugno di carta, gocciola il sangue

secco degli aforismi, gli occhi grigi dei postulati si chiudono,

si aprono, il sordo grido del corteo da dietro

la barricata, che viene alzata, crea

in essa piccole dimore per gli evacuati.

Oh no, la poesia mi guarda come un animaletto

spaventato, sbattete la porta, e andrà a pezzi

la realtà, la modesta stanza di un lirico

naturale, che coltiva la polemica per

tempi migliori. Poesia, sporco asciugamano di albergo

che passa di mano in mano e odora

sempre dello stesso sapone da bucato. Che bello

mantenersi con la morte, che si allena

per le lunghe distanze al Madison Square Garden,

e credere che sia una metafora che assicura

un’onesta immortalità.

 

La pergola

 

Al lavoro vado a piedi

comincio alle sei e mezza

accendo la luce della macchina

se è rimasto il lavoro del giorno prima lo termino

se qualcosa non mi riesce mi innervosisco

smetto riposo penso

ciò che non riesce oggi riuscirà domani

lacune non ci sono

l’uomo come il ferroviere

batte sulla ruota e non chiede perché

come nella vita

il pomeriggio vado nel mio terreno

mi rallegro quando tutto germoglia

dalla pergola vedo l’alveare

 

Colpi

 

Quando il poeta scrive,

scrive per gli altri.

Ma gli altri non si rivolgono a lui,

cercano quelli delle prime pagine dei giornali.

Pieno di odio,

si getta su di loro.

Morde, prende a calci, impreca.

Vuole essere notato,

scrive sempre più furiosamente e di più.

Quanto più a lungo lotta,

tanto meno è per gli altri,

e tanto più è per se stesso.

 

Split

 

Attraverso a piedi la città

di notte, fino al porto.

Cade una calda e fitta pioggerella.

Sento davanti a me soltanto

i passi del mare.

 

La mietitura

 

Leggo le poesie di un nuovo poeta.

Notte, calura estiva, temporale.

Leggo, provando un vago timore

davanti alle sue parole, immensità delle graminacee

silenziosità del mare.

Sento in esse un grido di aiuto, ma

so che ormai non riuscirò a darlo.

Le mie futili parole contro le sue parole.

La mia incertezza e la sua mietitura.

 

Ricordare

 

Hai gli occhi, dunque guarda.

Non perdere neanche una fogliolina di questo mondo,

né un solo nervetto della sua delicata pellicola,

 

guarda e ricorda:

quella è una quercia che non lascerà mai la terra,

quella è una stella che regge con un filo i tuoi sogni,

 

quella è una casa, tronfia come saggio gufo,

e quella è una mamma che toglie le patate dal tegame.

 

Librerie

 

passeggiare tra le librerie

sfogliare i libri

copertine a colori come donne incinte

difficilmente si armonizzano

gli autori sorridono per le alette

le loro note si gonfiano

milioni di parole come piccoli insetti che conquistano i boschi

mi godo le interiezioni

fisso i titoli

non c’è fine all’insolito errare delle illusioni

i ripiani si piegano sotto il peso di sentenze e idee

la ragazza che cura gli affari ha un’aria annoiata

nelle librerie non c’è più anima

è scomparso quel lieve fruscio irritante dei fogli

che conduceva al vestibolo del paradiso del mistero dell’essere

i libri non profumano

le copertine non aprono i portoni

ciò che si sente stride

ciò che si vede si frantuma come vetro

i libri

giardini trascurati con gli aculei pungenti del biancospino

entro in essi rischiando

e mi divora il selvaggio canto delle pagine

 

Era è passato

 

era è passato

tra era ed è passato una piccola fessura bianca

uno stretto varco una pausa senza significato

eppure tante cose sono avvenute

slanci e cadute di sentimenti

previsioni danzanti nei sogni

incontri al vertice e ai margini del bosco

era ciò che è ardente flessibile in una luce improvvisa

era sciocco insidioso ma pieno di contenuto ignoto

è passato perché non ha tremato nelle fondamenta

piccolo era piccolo è passato

era a lungo

è passato due volte

e in mezzo l’erba secca colpita dalla falce del sole

il convento sul fiume l’inquietante rombo del treno

la ghiaia sottile che scende a valle

 

La passata di prugne

 

E’ il libro della primavera,

aperto da una fetta di pane.

Uno spirito buono

che aziona la lama del coltello.

Si siede sulle labbra

come respiro di una primula,

dorme dolcemente

dalla mattina alla sera.

Se cade sulle dita

per disattenzione,

non scappa –

si arrampica sulla corda della bocca.

 

Morte del poeta

 

Sulla rivista Poesia di Belgrado una breve menzione

sulla morte di Miloš Komadina (1955-2004).

Ricordo questo biondo esile ragazzo,

la cui raccolta del debutto Un normale mattino

mi arrivò nel 1978.

Non conosco le sue vicende di questi anni,

non so con chi si è schierato nella guerra civile.

Trent’anni fa scrisse:

Ho abbattuto un albero verde.

Ho tagliato i rami.

Ho tolto la corteccia.

Ho ricavato le tavole.

Ho trovato dei bravi mastri,

tutta la casa è in agitazione,

fanno la bara per me.

Come suona strano adesso:

Ho trovato i becchini,

Hanno scavato la fossa.

L’hanno messo nella bara della sua poesia

e l’hanno coperta di terra sillabotonica?

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Krzysztof Karasek

10 Mar

 

Krzysztof Karasek

 

 

Poeta, saggista, critico letterario. E’ nato a Varsavia il 19 febbraio 1937. Figlio dell’artista plastico Roman Karasek. Ha frequentato l’Accademia di Educazione Fisica e ha studiato filosofia all’Università di Varsavia. Ha pubblicato più di 20 raccolte di poesie. Il suo debutto poetico risale al 1966 sul mensile Poesia. Ha fatto parte della redazione di prestigiose riviste letterarie e ha ricevuto importanti premi per la sua creazione poetica, benché Karasek mantenga le distanze dai riconoscimenti: «… non importa chi riceve un qualunque premio di poesia. Perfino il premio Nobel può essere motivo di vergogna. Ad esempio si dice che Quasimodo, dopo aver ricevuto il Nobel, che allora avrebbe meritato di più Ungaretti, uscì dalla sala impacciato e quasi scappando. La mancanza di popolarità bisogna guadagnarsela. Io ho lavorato per essa troppo a lungo per rinunciarvi a favore dei premi» – ha confessato un giorno al poeta Jarosław Mikołajewski.

Il grande poeta Zbigniew Herbert (1924 – 1998) elogiò la sua poesia: «Krzysztof Karasek a mio avviso è il poeta di maggior spicco della Nouvelle Vague polacca. La sua è una poesia matura, intellettualmente e letterariamente assai ben costruita. Usando un liguaggio sportivo – egli “ha preceduto di una lunghezza” gli altri poeti della stessa generazione». Ryszard Kapuściński (1932 – 2007), scrittore di profonda cultura, critico e notissimo pubblicista, ha detto: «La poesia di Karasek è altamente creativa e in continuo movimento, con una straordinaria immaginazione esplorativa, alla ricerca del senso dell’esistenza, del mondo, della poesia stessa. La colloco tra le maggiori realizzazioni della poesia polacca contemporanea, e perfino europea». A sua volta il poeta e critico letterario Janusz Drzewucki afferma che un’ampia gamma di voci poetiche e una certa eterogeneità hanno caratterizzato la sua creazione fin dall’inizio: «La lirica di questo autore è da sempre polifonica. Egli si serve di poetiche, stili, idiomi di ogni genere. Sa essere poeta pubblicistico, riflessivo, tradizionale e di avanguardia, sa essere univoco ed equivoco, del mondo circostante lo attira sia l’aspetto fisico che metafisico». Nella prefazione alla raccolta L’assolata tinozza dell’infanzia (2013), il poeta e critico Grzegorz Kociuba ha scritto: «La forza di questo libro è l’intimità, la liricità intesa anche tradizionalmente… Non è soltanto l’ennesima raccolta di un autore contemporaneo, ma è il libro di un grande poeta che non getta le sue parole al vento!». Karasek parla dalla posizione del saggio che conosce la vita, la osserva attentamente e a volte anche argutamente.

Il poeta è affascinato dalla pittura. Nel ciclo I miei pittori, dedicato alla memoria del padre, è attratto in particolare da Paul Cézanne, Claude Monet, Vincent van Gogh, Paul Gauguin, Edward Hopper. Vede la parentela tra pittura e poesia, le visioni pittoriche sono visioni sintetiche del mondo. Per questo nella poesia Lettera a Paul Cézanne scrive: «Tutto ciò che si può apprendere dai nostri quadri, Cézanne, è quell’artificiosità che colloca gli oggetti e le cose in una nuova luce». Sia il pittore che il poeta creano composizioni coesistenti, che da una sola concreta prospettiva permettono di osservare il fenomeno descritto o dipinto. La sua gamma tematica è assai ampia. Vale la pena ricordare che una parte delle sue opere poetiche si basa sui sogni, che non necessariamente tratta come visioni incomprensibili, ma come una serie di quadri collegati con la realtà e col subconscio.

Nella sua penultima raccolta La gioiosa conoscenza (2015), emerge la convinzione che il processo di conoscenza del mondo sia una gioia. In una delle sue ultime interviste dichiara: «Ritengo che la gioia della creazione, dell’amore, dell’amicizia e della loro reciproca sperimentazione siano questioni per le quali valga la pena di vivere e forse anche di morire. E’ la manifestazione di qualcosa di sacro, è la gioia come una festa. Ci sono persone che vivono nei cimiteri e altri che vivono per la gioia». Della sua ultima raccolta dal titolo enigmatico E’ giunto un uomo per frustare il mare (2017) dice: «Mi hanno chiesto tante volte il perché di questo titolo, alla fine ho cominciato a rispondere che è così, affinché ognuno possa dire la sua».

In uno degli ultimi incontri con i suoi elettori ha detto: «La vera poesia è il linguaggio che possiede una straordinaria dinamica. Parole incompatibili tra loro trovano il proprio posto, l’ordine è messo in dubbio. La poesia smentisce il nostro concetto di letteratura. In quest’ultima ogni opera ha un inizio, una parte centrale e una fine. In una buona composizione poetica tutto è inizio, parte centrale e fine».

Krzysztof Karasek rivolge una particolare attenzione alla poesia dei giovani. La sua sete di letteratura è inestinguibile. A tale proposito egli afferma: «In generale nella poesia mi incuriosiscono due poetiche. La prima si ha quando un verso è assai benfatto, delicato, accurato come in Herbert o Ungaretti. La seconda si ha quando agisce come se qualcuno ti infilasse nel posteriore un generatore elettrico, quando cioè è dotata di energia e ti elettrizza. Nei giovani la cosa più importante è l’imprevedibilità. Se sono diversi dagli altri. Se hanno una voce personale. E ogni volta che apro la raccolta di un giovane, spero sempre di trovare un nuovo Rimbaud».

 

Poesie di Krzysztof Karasek tradotte da Paolo Statuti

 

Deutsches requiem  (frammento)

Ho visto la maschera mortuaria di Gottfried Benn

le orbite coperte di gesso del tempo

la fronte

che sosteneva il giogo della vita. E la bocca

dove covava ancora una piccola scintilla di rivolta

e di speranza – l’orgoglio deluso

e la dignità sconfitta; l’amarezza del resoconto

di un testimone oculare.

 

Tutta l’anima tedesca è concentrata in quella fronte,

in quegli occhi incavati come vetro in fondo al fiume,

l’anima di Novalis e Hölderlin, di Beethoven

e di Hegel. Mistiche tenebre

versate con ogni attrezzo della materia, e

l’anima nuda collocata nella scura fonte

di una eredità romantica; la cieca ragione

e la biologia impazzita, che crearono la superbia

di Nietzsche e l’amara saggezza di Kant

 

colavano da quella bocca, adesso vuota e sterile

come frammento di paesaggio dissanguato

o sonno di fiume frantumato contro l’orizzonte;

con un solo getto traboccavano dall’esofago

e cadevano ai piedi di un testimone casuale.

 

1982

 

Dalla lettera di Bertolt Brecht al figlio

 

Quando la parola sangue è assente in un verso?

 

La parola sangue è assente in un verso quando il sangue

è sospeso in aria, quando diventa pioggia. Quando le vene

non lo reggono più nell’ardente involucro del corpo e lo

mettono in libertà e nel futuro.

 

La parola sangue è assente, quando il vero sangue si

riversa sulle strade, allora malvolentieri si parla di sangue,

la parola sangue scompare dalle enciclopedie e dai dizionari,

i manuali diventano più pallidi, i giornali si ammalano di

anemia, le pagine di storia scompaiono in circostanze

misteriose, la sintassi diventa oggetto di scherni;

 

la parola sangue diventa antiestetica, non risponde alle

necessità delle convenzioni e delle poetiche, del lessico

e della sintassi, non risponde alle “reali” esigenze della

lingua, mentre l’uomo qualunque non distingue più un fiore

da una ferita da sparo (si dice allora: i papaveri sono fioriti

nel tempo sbagliato – poiché è inverno – oppure:

il succo di pomodoro si è sparso sulla spiaggia di una città

litorale – perché finisce l’estate, e le acque del golfo

si sono tinte di rosso).

 

La parola sangue è assente, quando coloro che hanno fatto

versare il sangue, non parlano più di prezzo, ma soltanto

dei profitti ottenuti grazie a questo sangue.

 

Impara a seguire il seme del sangue nelle pagine dei manuali

di storia e di grammatica, nelle fessure tra le frasi di un verso

irregolare, nelle fessure tra le parole. Impara a leggere dalla

sua presenza e assenza le impronte delle ruote della storia.

Lo schianto delle ossa spezzate e il grido della frase torturata,

che si è iniettata di sangue.

1982

 

Agli animali piace la guerra

 

Agli animali piace la guerra,

il suo sapore, la forza che gira nell’aria.

Gli uccelli muoiono nel suo alito,

annerita la forma e il becco –

scheletro steso sull’aria,

sui tendini del vento.

 

Il polso staccato dall’osso,

le braccia vuote, private di muscoli e vene,

la mano, attraverso cui trapela la forma della luce

la circolazione sanguigna della cenere –

agli animali piace la guerra.

 

In qualche luogo nel folto

si sono rapprese le loro voci beffarde,

la caccia è iniziata,

la battuta si avvicina alla fonte.

Agli animali piace la guerra –

l’uomo va a caccia della propria carne,

lascia a loro l’intangibilità di gesti e sogni,

il sonno sprofonda in un udito ansioso,

di mani che non possono reggere il proprio amore.

 

La mia donna grida nel sonno

non potendo trattenere con le mani sfuggenti

la luce che si spegne.

A lei sembra

che dal giardino arrivino animali a cavallo,

in ordine ansioso

trova nella stanza una volpe, una talpa, una puzzola,

un lupo dorme nel suo letto

e mostra i denti.

1988

 

Desidero un buio splendente

 

O verso, mia unica patria

o patria dell’uccello e patria dell’albero

nelle cui foglie la pioggia

di stelle cadenti segue

la pianura con sguardo smarrito

Quando le nubi scorrono di notte sulla città

esco sul balcone e guardo il cielo

Non vedo le stelle e nemmeno la luna

Non vedo neanche il cielo

Tutto ha coperto

Qualche mano sporca

Tutto

è inondato dal piatto paesaggio

di riflessi filtranti della città

e della neve sporca

Nel chiarore spariscono le forme e la gente

la tenebra uguaglia i loro mondi

muoiono in essa alberi e uccelli

come caduti dalle stelle sull’asfalto

muore in essa perfino l’oscurità

Non è la mia patria, grido

non è la mia casa

 

Sono un buio splendente

 

E se essere un cavallo

 

allora solo giallo come in Gauguin,

oppure fulvo,

come nell’Apocalisse,

con una rosa ponsò all’orecchio,

non il mio

ma del cavallo, come un bicchiere

odorare di vodca e di fienile,

guardare il mondo con gli occhi degli oggetti,

essere un cavallo

giallo

oppure fulvo,

con una rosa ponsò

Eccetera.

 

Ciò si chiama vivere non nel proprio corpo.

 

Consigli per Orfeo

 

la luce rivela la grammatica dell’ombra,

l’oscurità denuda la logica della conoscenza,

la fede ci rimanda al passato.

Vediamo confusamente, nel caos,

il tempo cede, lo spazio si rapprende,

il visibile genera l’invisibile,

l’invisibile apre la pianura

dove camminano Shakespeare e Rimbaud.

Dunque non guardare dietro

la luce è una pioggia scura che bevono i morti,

non dire che non lo sapevi. La gente è ammutita

per questo sapere, con cui tutti, noi stessi

dobbiamo vivere. Il chiarore

è una goccia, lo lecca da sotto le palpebre

la neve mattutina mentre

l’orizzonte, come la riga in mano al pittore

s’incurva. Tua è l’aria,

l’oblio e la sorpresa. E ancora

l’istante, quando passa. Era,

dunque è. Nutriti di esso

ma non guardare, non girarti, proprio lui

ti divorerà, quando a dispetto dei miti

la fisserai. Va’

dove le sirene portano il loro dolce canto,

tieni gli occhi rivolti ai sacri altari, non tremare

quando la disonestà ti bacia la bocca. Guarda

attentamente, fino al più crudele sapere, che ti porti

come eco la volta celeste, il suo bagliore

come gelida luce dell’alba ti abbronzerà il viso.

 

Dalla vita degli insetti

 

E di nuovo, come nell’infanzia

torno nel paese dei grilli.

Sono più vecchio, ma nelle orecchie

risuona sempre

la buona novella.

La conversazione tra di noi

 

ancora non è finita.

 

Il tempo prima e il tempo dopo

dorme negli armadi

e negli orologi.

Niente può cambiare la posizione delle macchie

sulla pelle di leopardo.

Se non vuoi essere selvaggina

diventa cacciatore.

 

Non fare domande

se non conosci la risposta.

Una grande bocca deve avere grandi orecchie.

Forse esiste una farfalla con tre ali,

un naso di guttaperca,

un volto di ceralacca,

ma io non l’ho visto.

 

Quando ero piccolo

andavo in biblioteca

e al libro restituito strappavo

l’ultima pagina

per lasciare spazio alla fantasia

di un lettore sconosciuto.

 

Lui dormiva nel libro.

Lo leggeva a dispetto delle frasi.

In ordine alfabetico si avvicinava

e si allontanava.

Conoscevo il suo nome.

Ma questo non bastava per conoscere la vita.

 

Niente può cambiare la posizione delle macchie

sulla pelle di leopardo.

Per questo permettetemi di andarmene.

 

Sérénité

 

Un rametto di lillà nelle tenebre

rischiara la mia mente.

E’ la mia infanzia angelica,

la malerba diabolica.

Il rullo di tamburo della notte

e lo sciame di api sulla stoppia calpestata,

bellezza e minaccia, cui pensava forse

Breton, quando scriveva le parole:

“la bellezza sarà convulsa

o non sarà”,

esigono l’elegia.

 

Una farfalla si è alzata sulla brughiera

di questa sera

portando su di sé un pulviscolo di luce,

e gli stukas in picchiata sulla strada,

per la quale siamo fuggiti ad Est

e poi di nuovo ad Ovest,

riempivano le mie orecchie come galoppo

dei cavalieri dell’Apocalisse.

 

E’ una pallida sera, quasi notte,

sto sul balcone di casa a Varsavia,

una buia sera di maggio,

fisso le luci che si spengono nei grattacieli

e ricordo quando qui c’era un campo

e vedevo l’aereo che un attimo dopo si schiantò,

trent’anni prima,

e i volti nelle aperture

fissi su di  me

fino ai limiti dello stupore.

 

Cerco di nuovo i segni dell’infanzia

e ricordo l’aurora boreale

in Mazovia,

ancora trenta anni prima,

le ondeggianti tende del cielo,

dei verdi e delle rose.

Nell’aria si leva il profumo dell’assenza,

mi dice: mai più,

e io gli rispondo: non perdere la speranza.

 

Quello stesso profumo richiama gli echi

delle notti di maggio della giovinezza,

quando lo zaino sotto la testa

e qualche spicciolo in tasca

erano il senso

del mondo che franava nel sonno.

 

Sì, ti ricordo o buia sera,

sì, ti ricordo o pallida notte.

O sera, quando il cuore fugge verso l’amore,

o notte, che svuoti la promessa del giorno.

Vedevi come immergo le mani nelle tue acque

e come mi sforzo di afferrare un pesce

che nuota lentamente, ammutito come uccello

nella tua corrente.

 

Ti riconosco o pallida notte,

ti riconosco o buia sera.

 

Quasi vi tocco.

 

2005

 

Seppellito nella pelle d’insetto

 

L’amore è un vecchio canto umano;

è qualcosa di così potente,

che forse mantiene le stelle

nel firmamento.

Ma per amare

ci vuole coraggio.

Ascoltavo i gatti di sera,

cantavano tutti Rossini.

La mollica deve essere tolta,

io mangio soltanto la crosta

disse una certa sapientona.

Più di tutto conta conoscere i propri limiti.

E cercare di superarli.

Non permettere che l’anima

si stanchi prima del corpo.

La felicità consiste nell’avere

una buona salute

e una debole memoria?

Tutto ciò che è perfetto, cresce lentamente.

Abbiamo cominciato con Mozart,

finiamo col “Crepuscolo degli dei”.

 

2008

 

Il Lofoten

 

I morti sottoterra.

I vivi di sopra.

E noi in mezzo.

 

Spogliato del sonno. Domenica delle Palme.

Siedo nella veranda dell’amico Paweł Skrzeczkowski

A Kazimierz sulla Vistola.

Sotto di me il pozzo,

E in esso l’acqua. L’acqua della vita.

Il fumo del sigaro riempie lo spazio

Della mia veduta.

Riempie anche me.

Sospeso in aria come una nuvola

Sul Mercato, volo, navigo.

Fedele ai miei demoni.

 

La danza di una grande pipa.

A ritmo di gavotta.

La musica è matematica, tutto

Proviene da essa.

Mi ripeto la frase di Rameau.

E un’altra, di Ortega y Gasset:

Nessuno può capire il genere umano,

Se non vede che matematica e poesia

Hanno le stesse radici.

 

Purzyc si è comprato una casa nel Lofoten,

A che gli serve?

Lo stesso spazio, spopolato,

Lo trovi sul fondo di una scatola di fiammiferi.

Che c’entra con lo spazio

Del pensiero? Che c’entra

Con lo spazio della mia pipa?

 

Kazimierz e il Lofoten.

Qualcuno cammina

O è sospeso in aria.

E’ un angelo

O il passeggero di un boeing.

I versi uniscono il cielo alla terra,

Ma lo spazio rimane.

 

E il tempo, che stilla dalle mammelle

E dagli orologi.

Non sono mai andato nel Lofoten

E forse non ci andrò mai.

Ma questo nome, questa parola.

Si sogna

Come le Floride incredibili

Nel Battello ebbro di Rimbaud.

In realtà là non ci sono affatto,

le ha immaginate Miriam,

traducendo la poesia,

perché così gli andava.

 

Ebbene. Le Floride incredibili,

Il Lofoten sono piuttosto fantasmi di sogni

Non avverati.

Eppure sono necessari,

se vogliamo vivere

e significare qualcosa.

 

La vecchiaia è nella testa, non nelle gambe.

Ci crescono gli anni, ma né tu né io

invecchiamo. Come quelli che vivono

per abitudine.

Ci crescono i chili.

Scompaiono gli amici.

Cresce l’erba della vita.

 

2009

 

Nasturzi punici

 

Come molti vecchi penso anch’io

che siamo soltanto di passaggio

in un mondo senza Dio.

Mi sputo in faccia quando penso

che mi piacevano un tempo

gli ululati dei poeti americani.

La poesia non è una stronzata.

Qui ogni spettro è l’estratto di un tabù.

Se ti accade di sognare una qualche sillaba,

cessa di battere l’orologio del cuore.

Sento qualcuno che riempie la vasca

tre traverse da qui, e loro dicono

che ho problemi di udito.

In ogni modo tutto ciò che è vero

lo devo a mia madre.

C’è la superstizione che si spegne l’incendio

gettando nel fuoco una salamandra.

Aristotele chiamava i lombrichi i budelli della terra.

Se i poeti, come vuole Platone, sono grilli,

finiremo tutti nelle ortiche.

 

2016

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

Dmitrij Borisovich Kedrin

25 Feb

 

 

  

K. Rodimov: Ritratto di Dmitrij Kedrin

 

La vita e la morte di questo poeta russo di grande talento sono parzialmente avvolte nel mistero. Non ebbe mai un proprio nido, dedicava molto tempo al lavoro, riceveva miseri compensi, riponeva nel cassetto le opere che, malgrado i giudizi favorevoli di Bagrickij, Majakovskij, Gor’kij, Vološin e altri, gli editori non volevano pubblicare adducendo vari pretesti. L’unica raccolta uscita quando il poeta era ancora vivo, fu I testimoni (1940): ben tredici volte il manoscritto gli fu restituito per modifiche, e alla fine restarono soltanto 17 poesie.

Dmitrij Borisovič Kedrin nacque il 4 febbraio 1907 nel villaggio di Berestovo-Bogoduchovskij nel Donbas. Suo nonno era un nobile di origine polacca, la cui figlia minore Ol’ga, madre del poeta, mise al mondo il bambino non sposata. Temendo il disonore e la collera del padre, lasciò il figlio nella famiglia della balia. Il piccolo fu poi adottato dal marito della sorella. Nel 1914 il padre adottivo morì e Dmitrij fu affidato alle cure della madre, di una zia e della nonna. «Tre donne nell’infanzia mi cullavano» – ricordò molti anni dopo il poeta. Dell’educazione letteraria di Dmitrij si occupava la nonna Neonilla, una donna molto colta appassionata di poesia. Fu lei a istillare nell’animo del nipote l’amore per essa: da un suo quaderno leggeva Puškin, Lermontov, Nekrasov ed in originale anche Ševčenko e Mickiewicz. La donna diventò anche la prima ascoltatrice delle poesie di Dmitrij.

Nel 1916, all’età di nove anni, iniziò la scuola commerciale. Lungo la strada che percorreva per recarvisi, si fermava sempre nel viale dove si trovava un bronzo di Puškin. «Dal monumento di Puškin ha avuto inizio la mia inclinazione per l’arte» – affermò in seguito il poeta. In questa scuola non raggiunse il necessario grado d’istruzione, e per questo iniziò a studiare come autodidatta. Amava non solo la storia e la letteratura, ma anche la geografia, la botanica e la filosofia. Nello stesso tempo cominciò seriamente a occuparsi di poesia. Nel 1922 fu ammesso all’Istituto Tecnico Ferroviario, ma non lo terminò a causa della sua debole vista. Nel 1924 fu assunto come reporter dalla casa editrice Generazione futura e al tempo stesso cominciò a lavorare nell’associazione letteraria La Giovane Fucina. Le sue poesie cominciarono a essere pubblicate da diverse riviste. Nelle recensioni veniva sottolineato il suo particolare stile e il suo talento. Il suo motto era: «La poesia ha bisogno della totale nudità del cuore». Nel 1929 fu arrestato per non aver svelato che un suo amico era il figlio di un generale dell’esercito di Denikin. Restò in carcere un anno e tre mesi. Questo fatto e il suo rifiuto di diventare un confidente segreto del NKVD (Commissariato Nazionale per gli Affari Interni) furono molto probabilmente la causa dei successivi problemi del poeta relativi alla mancata pubblicazione delle sue opere.

Nel 1931 si sposò e dopo la nascita della figlia nel dicembre del 1934, la famiglia si trasferì nella borgata di Čerkizovo nei dintorni di Mosca, dove per la prima volta il poeta potrà avere il suo “studio” – un bugigattolo dietro una tenda. Le opere scritte negli anni ’40 hanno carattere lirico, psicologico, su temi storici e intimi. Egli esaltava i creatori della bellezza vera e imperitura. All’enfasi della realtà prebellica il poeta era alquanto indifferente,  per questo il segretario generale dell’Unione degli Scrittori dell’URSS V. Stavskij criticava duramente Kedrin e, seconto il racconto dei famigliari del poeta, lo minacciava anche. I critici gli consigliavano di evitare i temi storici. Malgrado questa ostilità, nel 1939 fu ammesso nell’Unione degli Scrittori.

I vicini e i conoscenti di Čerkizovo dicevano che Kedrin faceva l’impressione di un pensatore taciturno, assorto e chiuso in se stesso: anche quando passeggiava, non rispondeva ai saluti, non conversava con nessuno. Aveva sempre con sé un taccuino e una matita.

All’inizio della guerra voleva recarsi al fronte come volontario, ma non lo arruolarono per via della vista. Restò a Čerkizovo occupandosi di traduzioni di poesie antifasciste di vari popoli dell’URSS, che venivano pubblicate anche dalla Pravda, e scrivendo due libri di versi, la cui stampa però gli fu negata. Riuscì a recarsi al fronte soltanto a maggio del 1943 come corrispondente del giornale dell’aviazione Il falco della Patria. Durante il suo lavoro al fronte spedì alla moglie Ljudmila 75 numeri dove erano stampate anche molte sue poesie.

Il 15 settembre 1945 sul marciapiede della stazione di Jaroslav alcune persone non identificate per poco non spinsero Kedrin sotto il treno, e soltanto l’intervento dei passeggeri all’ultimo istante gli salvò la vita. Tornato la sera a casa, il poeta in preda a un cupo presentimento disse alla moglie: «Sembrerebbe proprio una persecuzione». Gli restavano ancora tre giorni di vita. Il 18 settembre 1945 morì tragicamente sotto le ruote di un treno suburbano nel pressi di Mosca, tornando a Čerkizovo dalla capitale. Aveva soltanto 38 anni come il suo amato Puškin. Nel 2016 Dmitrij Bykov, scrittore, poeta e giornalista,  ricorda che durante il riconoscimento della salma, la vedova di Kedrin notò l’espressione di un “terrore inumano” sul volto del defunto, e ciò secondo lo stesso Bykov farebbe escludere la tesi del suicidio. I documenti del poeta, secondo quanto ricorda la figlia, due settimane dopo furono infilati sotto la porta della sua casa a Čerkizovo. Non ci vuole molto per sospettare che ad uccidere il poeta furono le mani pluriinsanguinate dei servizi segreti dell’URSS, che in vari periodi si sono particolarmente accaniti contro i poeti. Mi chiedo come può la Poesia suscitare tanto odio!…

Tra le opere più rilevanti di Kedrin ricordiamo: il dramma in versi Rembrandt, che negli anni ’70 – ’80 fu rappresentato in diversi teatri russi; l’altro dramma in versi Paraša Žemčukova, famosa attrice e cantante russa del settecento, morta nel 1803 a 34 anni tre settimane dopo il parto; il poema Le nozze, sulla schiacciante forza dell’amore, davanti al quale non ha retto neanche il cuore di Attila, re degli Unni, morto nella notte delle sue nozze, travolto da sentimenti improvvisi e ancora sconosciuti; poesie e ballate dedicate alla storia, agli eroi e ai miti degli antichi popoli. La sua poesia è spesso intrisa di lirismo e di simbolismo. Le parole di Aljona Stariza (la “Giovanna d’Arco” russa) – «Tutti gli animali dormono. Tutti gli uomini dormono. Soltanto gli scrivani condannano», furono scritte al culmine del terrore staliniano e sono citate da tutti gli studiosi della creazione del poeta.

Nel 1942 Kedrin consegnò alla casa editrice Lo scrittore sovietico il manoscritto Poesie russe, ma la raccolta non fu pubblicata a causa dei giudizi negativi dei recensori, uno dei quali lo accusò di «non sentire la parola», un altro di «dipendenza dalle voci altrui», e un altro ancora di «negligenza nelle comparazioni e di confusione del pensiero». Al contrario, un decennio dopo gli storici della letteratura diranno: «la sua poesia degli anni di guerra aveva intonazioni colloquiali, temi storico-epici e profondi stimoli patriottici».

Nel 1944, un anno prima della morte, Kedrin è profondamente amareggiato: «Molti miei amici sono morti in guerra. Il cerchio della solitudine si è chiuso. Presto ne avrò quaranta. Non vedo il mio lettore, non lo sento. E così verso i quaranta anni la vita è bruciata amaramente e assurdamente. Forse è colpa di questa incerta professione che io ho scelto o che ha scelto me: la poesia».

Nel 1967, per il sessantesimo anniversario della nascita del poeta, apparvero numerosi articoli sul suo difficile itinerario  creativo. Anche Mondo Nuovo pubblicò sue poesie inedite. Nel 1984, vigilia della perestrojka, per la prima volta fu stampata un’ampia raccolta delle principali opere di Kedrin con una tiratura di 300 mila copie, che andò presto esaurita. A questa seguì nel 1989 un’altra edizione di 200 mila copie, che non restò a lungo nelle librerie.

 

NB: Per la stesura di questo testo mi sono avvalso di Wikipedia russa.

 

Poesie di Dmitrij Kedrin tradotte da Paolo Statuti

 

Dio

Presto, nell’ora gialla del tramonto,

Quando l’azzurro si spegnerà,

Chiuderò gli occhi avidi un tempo,

E così stanchi al momento.

 

E quando sarò davanti a Dio,

Io senza tremare gli dirò:

«Sai, Dio, ho fatto del male a molti,

E forse del bene a nessuno.

 

Ma è buffo trovarmi col diavolo,

Perché mi cucini nel calderone:

Non c’è nell’inferno tormento tale,

Che in terra non ce ne sia uno peggiore!»

 

L’estate di san Martino

 

Ecco l’estate di san Martino –

Giorni del caldo di commiato.

Riscaldata dal sole tardivo,

La mosca si è rianimata.

 

O sole! Che c’è di più bello

Dopo un giorno di gelo?..

Una trama di tenui ragnatele

Avvolge un rametto troncato.

 

Domani pioverà leggermente

Da una nube che coprirà il sole.

Le ragnatele d’argento

Vivranno tre giorni soltanto.

 

Pietà, autunno! Dacci la luce!

Proteggi dal freddo buio!

Pietà, estate di san Martino:

Le ragnatele siamo noi!

 

Gelo sui vetri

 

Sulle finestre coperte di brina

Il gelo di febbraio ha tracciato

Un intreccio di  erbe bianco latte

E di rose d’argento assonnato.

 

Un paesaggio di estate tropicale

Il gelo sui vetri disegna.

Perché le rose? L’inverno, si vede,

La primavera attende e sogna.

 

La casa

 

La casa è distrutta. A fiotti l’acqua

Sgorga dalle condutture.

Sul selciato masserizie ammucchiate,

La casa è come un morto sezionato.

 

La soffitta è bruciata. Come sipario

La facciata si è mossa.

Lungo i piani s’è divisa in tre,

La vita nelle dimore si mostra.

 

Nella casa ce ne sono tante.

In una più in basso un pianoforte.

Frammenti di note sui ripiani,

La maschera di Liszt a una parete.

 

In un’altra una veduta diversa:

Parati di colore sgargiante,

Un samovar rovesciato…

Là il cuore della casa, qui l’interno.

 

E sulle cose – una vecchia smorta

E un giovane non più fresco di lei.

La prima volta che siedono insieme,

Inquilini di piani diversi!

 

Adesso tutta la loro vita segreta

E’ svelata. Appare ogni peccato…

In ogni caso la bomba è democratica:

Con una sola disgrazia rende tutti uguali!

 

L’usignolo

 

Infelice, malato e viziato

Nell’umido giardino vaneggio.

Fischia l’usignolo di mezzanotte

Sotto una finestrella.

 

Fischia l’uccello maledetto

Nel giardino sotto la finestrella:

«Infelice, viziato e ubriaco,

Quale destino vorresti?

 

Di sorbo è amaro e di mirtillo

Il trentesimo autunno nel sangue.

Tu stesso la sorte ti sei dato,

Accarezzala ora e campa.

 

Ricordi quando nell’infanzia lieta

Una stella si fregava gli occhi

E sul giardino il vento era salato,

Come le labbra di bimbo che piange?

 

Ricordi  quando nelle notti afose,

Solitario tra le stelle e le querce,

Io trillando ti profetizzavo

Successo e amore?..»

 

Taci uccello disumano!

Cupo è il tuo amaro potere:

Di più non si può scendere,

Più in basso non si può cadere.

 

Di sorbo e di amaro mirtillo

I sentieri sono saturi nel bosco.

Io stesso la mia pena mi sono dato

E solo con essa sarò sepolto.

 

Ma quando la terra dalla pala

Rotolerà nella fossa, risonando,

Tu diverrai un corvo, maledetto,

Per avermi così burlato!

 

Io

 

Molto ho visto e molto ho conosciuto,

Ho conosciuto l’odio e l’amore,

Ho avuto tutto e tutto ho perduto

E tutto nuovamente ho ritrovato.

 

Ho conosciuto il gusto della Terra

E, di nuovo avido della vita,

Ho posseduto tutto e di nuovo

Di perdere tutto ho temuto.

 

Il fiore

 

Sono nato perché un vecchio poeta

Parlasse di me con versi dorati,

Perché Dafni e Cloe a 14 anni

Su di me mescolassero i fiati,

Perché la fidanzata stringendosi a me,

Celasse il rossore della promessa.

Sono nato per fremere a maggio

Nei ricci d’oro di una komsomolka.

Bene accolto a corte o in un capanno,

Dall’erba indorato e bagnato di rugiada…

Se la morte passa in una bara comune,

Frettolosa, su ruote sgangherate,

Gli amici sulla bara porranno una corona,

Perché i petali fremano nello sfacimento.

Chi muore nella tomba non è così solo

E sventurato, finché profumeranno i fiori.

Ornando il letto dove un bambino piange

E le pertiche che cingono la tomba,

Io sono nato per consolare e indorare

L’estasi d’amore e della morte il tormento.

 

Ecco la sera della vita

 

Ecco la sera della vita. Tarda sera.

Fa freddo e non c’è fuoco in casa.

La lampada è spenta. Non c’è niente

Per scacciare l’oscurità che aumenta.

 

O raggio dell’alba, guarda alla mia finestra!

Angelo della notte! Abbi pietà di me:

Voglio ancora una volta vedere il sole –

Il sole della prima metà del Giorno!

 

La natura

 

Che fare? Mi siederò su una pietra,

Ascolterò il pianto del rigogolo.

Vedrò le case con le tavole inchiodate,

Abbandonate dagli abitanti.

 

Ancora non è un anno da quando

Hanno taciuto i loro passi.

Ma sembra che la natura sia felice

Che la gente se ne sia andata.

 

I vicini di notte furtivamente

Hanno tolto gli steccati per fare legna,

Sui lisci campi di cricket

Cresce verde l’erba.

 

Dimenticati gli ultimi proprietari,

Tutta la casa s’è inselvatichita,

Sulle pareti, sui tetti, sulle imposte

Il muschio avanza senza fatica.

 

Dal verde selvatico rampicante

La soglia ormai è ostruita,

Dappertutto imperversa la fragola,

Che prima a crescere non riusciva.

 

E se prima nei nidi gli stornelli

Si ambientavano a stento,

Adesso i fringuelli di primavera

Fanno un chiassoso concerto!

 

Sembra che dal nostro secolo

Siano passati secoli di abbrutimento…

Così la natura le tracce dell’uomo

Fa sparire in un momento!

 

L’amore

 

Solletico di labbra e frescura di denti,

Fuoco che vaga nei meandri del corpo,

Sudore tra i seni…E questo è l’amore?

Questo è tutto ciò che volevi tanto?

 

Sì! Passione che acceca la vista!

Ma la notte passa, lieve, come uccello…

E io ho pensato: l’amore è come il vino,

E per sempre puoi ubriacarti con quello!

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

Adam Ziemianin

19 Feb

Adam Ziemianin

 

Adam Ziemianin, poeta e giornalista polacco, è nato a Muszyna il 12 maggio 1948. Ha studiato presso l’Istituto Superiore per Insegnanti e alla facoltà di Filologia polacca dell’Università Jaghellonica. Nel 1977 ha iniziato a lavorare come giornalista nel periodico Il ferroviere. Ha debuttato nel 1968 sul settimanale Vita letteraria con la poesia San Giovanni di Kasina Wielka. Nella prima metà degli anni ’70 fu legato al gruppo poetico Tylicz. Nel 1975 è uscita la sua prima raccolta di poesie Torna il sereno sulla nostra casa. Il noto critico letterario Ryszard Matuszewski la considerò uno dei debutti più interessanti di quell’anno. Suoi lavori sono stati tradotti in inglese, tedesco, russo e italiano. Ha ricevuto diversi importanti premi letterari.

Ha pubblicato molte raccolte di poesie. Scrive il critico Ryszard Kołodziej: „Ziemianin parla di ciò che per lui è essenziale, che sperimenta nella vita di tutti i giorni. Le sue poesie piacciono per la loro delicatezza e per la simpatia verso il prossimo, nonché per la ricchezza delle associazioni, colorite, quando occorre, da un leggero umorismo, da una ironia senza cinismo e superbia.” Sensibile al dettaglio, dotato del dono dell’osservazione, penetra nella vita della Polonia dei palazzoni, dei tram e degli autobus, della gente semplice che non conosce il lusso. La costruzione trasparente, la chiarezza del contenuto attirano l’interesse dei compositori, e infatti Ziemianin è conosciuto anche come autore di testi di canzoni di successo.

 

Poesie di Adam Ziemianin tradotte da Paolo Statuti

 

 

Preghiera per ridere

 

Ridere mi serve

in questi strani tempi

un ridere sano

come acqua di fonte

 

che mi culli

in questo grande viaggio

e mi conduca

in una buffa locanda

 

Che risuoni e stanchi

fino all’affanno

ridere mi serve

più di ogni cosa

 

che tremino

dal ridere le pareti

che per sempre

io ne sia ubriaco

 

non un crudele

non un cinico

un ridere mi serve

molto umano

 

Siena

 

Qui gli scaltri uccelli

Cantano in italiano

E sul noce

– Benché sia ancora maggio –

I pugnetti dei frutti

Già si svegliano a Siena

 

Mi sveglio con loro felice

Nel cielo gli aquiloni italiani

Voglio in silenzio sospirare per Te

Questo soltanto mi viene in mente

Perché un grillo davvero

Si è posato su un ulivo

 

Guardo – in basso – questa città

Tutta di color mostarda

Dall’alto del sole dell’est

– una lacrima avverto nell’occhio –

E nella testa s’intromette

Quella mia nota quiete polacca

 

Le lettere bruciano

 

L’attizzatoio le ultime lettere leggeva

Col lungo naso frugava nella cenere

E volavano nell’aria le parole bruciacchiate

Se ancora significavano qualcosa – non lo so

 

“…solo vieni alla stazione – ti prego”

Ma la stazione era già carbonizzata

E l’ora del treno incenerita

Brani di lettere volavano come angeli neri

 

Le parole lette al mattino di nuovo

Erano anch’esse come neri fiocchi di neve

L’attizzatoio sgranava gli occhi

Ma niente di più poteva leggere

 

“…solo vieni alla stazione – ti prego”

Ma nessuno sapeva più per cosa

Perché si era carbonizzato l’orario e il treno

Ma l’attizzatoio solo lui non desisteva

 

Una notte così fedele

 

Una notte così fedele

come una cagna nera

i suoi denti scintillano

folli stelle

 

La luna a un abete

si è impigliata con un corno

le sarà difficile

rintanarsi dietro il monte

 

E sul balcone

qualcuno pallido come un cencio

gioca con se stesso

a carte scoperte

 

La donna di cuori

è caduta dal mazzo

ma bisogna contare

sui venti propizi

 

Silenzio nella stazione termale

in questa stagione dell’anno

il locale “Al Galletto”

è già quasi vuoto

 

Tra gli ultimi ospiti

si siede settembre

il villaggio a chiave

hanno chiuso le gru

 

                 Il tuo seno

   (Per ordine del cuore, del fuoco,

            dell’aria e dell’acqua)

 

Il tuo stupendo seno rigonfio baciavo

I tuoi capelli ondeggiavano nell’erba

L’aria si piegava del tutto

A volte s’inchinava solo su un ginocchio

 

Nella preghiera le libellule immobili

Meditavano su una foglia o su se stesse

Per ordine del cuore del fuoco dell’aria e dell’acqua

Salivamo insieme le calde scale

 

Come caprioli spaventati correvano le nostre mani

Perché per mano ci conduceva la bianca ascia del sole

Tagliava i rami ai pini essi in cielo si slanciavano

Sempre più folli nella fuga dalla morte

 

E a un tratto esplose la radura davanti a noi

Gli occhi spalancati si stupivano loro stessi

Dicevi come nella febbre mostrando le campanule

Che le loro impronte conducono dritte in cielo

 

La casa verde

 

La mia casa mi è sempre più lontana

Tutte le chiavi si sono smarrite

La casa dietro il fiume

La casa verde di via del Giardino

 

Eppure là è rimasto tutto

L’orologio di papà l’anello di mamma

La moneta d’argento con Piłsudski

Il ditale dorato di nonna Anna

E gli incontri sotto il balcone

Quando la vite vergine toccava la testa

Quando arrivavi così bella

Col passo leggermente di maggio

 

E scoprivamo la lingua delle peonie

Lingua fiorita e rigogliosa

Jan Sopel sonava alla fisarmonica

La nota melodia inebriante

 

“Questa è l’ultima domenica

Domani ci lasceremo…”

Come faceva poi Jan a sapere

Che sarebbe stata l’ultima

 

Dall’orto

 

io newton del villaggio

insegno alle mie mele a cadere

non lontano dall’albero

 

ed ecco la dorata renetta

che siede nelle pieghe

del manto regale

e i meli selvatici tambureggiano

nel locale di servizio

 

ma i problemi maggiori

li ho con la renetta grigia

spaventata dal buffone

del re con il racconto

della sorella peccatrice nell’Eden

 

non riesco a convincerla

che il paradiso non ci sarà più

 

Soli come le stelle

 

A volte così umanamente

O Dio ci compatisci

Perché anche Tu

Non sempre puoi aiutarci

 

Non perché la Tua divinità

O il potere divino hai perso

Ma troppo chiaramente vedi

Che noi siamo così piccoli

 

Ti metti dunque

Le nostre faccende in tasca

Ed è come se dimenticassi

Che siamo qui sulla Terra

 

Soli come le stelle

Che mettesti in movimento

O come i fragili rami

Cui il vento ha rubato la forza

 

E i Tuoi santi precetti

I piani così straordinari

Spesso ci sono incomprensibili

Dunque come rispettarli?

 

Tu sai benissimo

Perché mandi la tempesta

E sai anche chi è paziente

E chi non sopporta a lungo

 

C’è tanta pazienza

Nella Tua condotta divina

A volte ci sentiamo persi

Tu lo sai benissimo – o Signore

 

E il mondo gira

Sempre più folle

Come fosse sfuggito a un tratto

Ad ogni controllo

 

Colloquio senza parole

 

Con te anche tacere

E’ così interessante

Quando siedi tutta bella

Con il tuo piccolo caffè

 

E sollevi la tazzina

Non troppo in alto

Quasi volessi controllare

Se c’è ancora un perché

 

I tuoi cari capelli

I tuoi occhi color caffè

Come ti ammiro

In questo tacito colloquio

 

La confessione

 

L’autunno si confessa con l’alveare

Che sta vuoto ai bordi dell’apiario

Gli è così difficile ricordare qualcosa

Perché quali mai peccati può avere

 

 

(C) by Paolo Statuti