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Cyprian Kamil Norwid: Il nostro epos, Il passato, L’oscurità

1 Mar

In aggiunta alle poesie di Norwid da me tradotte e pubblicate nel mio blog, propongo oggi la mia traduzione di queste altre tre poesie: Il nostro epos, Il passato, L’oscurità

Cyprian Kamil Norwid

               IL NOSTRO EPOS

                         1848

                             I

Dalle tue gesta a leggere ho imparato,

O cavaliere! – e a te leverò il mio canto.

Alto, le spalle rivolte al sole

Che, sulla corazza guizzando,

Indora la tua figura rattristata,

E gioca con la staffa abbandonata…

                             II

I tuoi tratti cantare non posso –

In molti hai riversato il tuo aspetto.

Ma il cuore? – anch’io sento l’ansia

Dell’eroismo…amico mio diletto!

Delle tue gesta l’ardore e lo zelo

Io ancora sento e ad essi ancora anelo.

                             III

Da bambino, sul foglio ingiallito

(Il suo colore non ho scordato)

Chino, con la testa tra le mani,

Oh! quanto etere ho aspirato

Dalla lettura, dal libro che leggevo!

E quando la candela si spegneva,

O qualcuno dei grandi chiamava,

Che tristezza intorno nasceva!

O quando solo poche righe ancora

Mancavano per la fine della storia!…

                              IV

Se ti amavo e se scrivo il vero,

Te lo dice la memoria che ho nutrita,

Io scrivo poco e poco pecco creando:

Scrivo e canto fedele alla mia vita…

                               V

Proprio così!… di nuovo mi stai davanti

Come allora, con la corrosa armatura,

E risvegli mestizia, che irrita come serpe,

Ah! Dulcinea – mia dolce creatura!

                               VI

Proprio così!…qui non vien da ridere, no! –

Forse a chi guarda, forse ai lettori,

Ma a noi? noi che con entrambe

Le mani lottiamo coi malfattori,

Liberando la principessa virtuosa –

Resta il dolore, l’afa e la strada tortuosa.

                               VII

E il riso? – poi nella storia – i posteri

Ridano pure di noi così limitati,

Mentre loro sono felici e immensi,

E puri e di splendore adornati…

                              VIII

E loro? – non traditi da nessuno,

In paradiso volano raggianti

Con le loro Beatrici – innamorati –

Con le corone e i preziosi manti,

Sorridono agli astri affabilmente,

E un Osanna! per loro si sente.

                               IX

Benedicili, o Signore.  .  .  .  .  .  .  .  .

                                X                         

                     …e noi – cavalieri erranti,

Senza scudieri, fascia rossa sul petto,

Per umidi boschi e boschi di querce,

Tiriamo da lontano il nostro carretto

Impigliato: in grate di ferro rugginoso,

In porte aperte come cannone furioso…

                                XI

Un giorno un branco di draghi si scalda

Su zolle e avvelenate radici;

Un altro un nano con uno sterpo

Stuzzica a un cavallo le narici;

Altrove una fanciulla invoca aiuto;

E altrove un grigio serpe biforcuto…

                                XII

Per così tanti sentieri io andavo

Con la grande lancia che spezza i rami,

Solo tu lo sai, o Don Chisciotte,

Tu che questo mio ricordo ami,

Perché la marmaglia dalle cento facce

Riderà indegna delle tue tracce!

                                XIII

E la mia Dulcinea – oh! cavaliere

Intrepido – la sua persona così amata

Non mi si è mai rivelata;

– A meno che brezze gentili e lievi

Il velo dal viso non scosteranno,

E un serto di stelle mostreranno

Sui capelli, o l’anello di opale,

O una scarpina che gioca con la ruta

In fiore, piccola, così piccola,

Come una conchiglia mai veduta…

                                XIV

È tutto!… gli uccelli spesso mi cantavano

Che già risvegliata e senza più malia,

Esce dalla torre in mezzo ai draghi;

Che regge una lampada, e i mostri,

Non sopportando la luce fuggono,

Sbattono le ali in antri desolati

E imprecano, gridano, ululano…

                                XV

E allora? – gli uccelli, posatisi

Sullo scudo o sul mio elmo cantano

Ciò che vogliono – ma lo spirito sa

Che mentono, la verità è soltanto

Per noi Don Chisciotti, noi gli eletti –

Contro draghi, veleni, e proietti.

                      L’OSCURITÀ

                                 I

Tu lamenti l’oscurità del mio linguaggio;

– Hai mai acceso una candela tu stesso?

O il tuo servo ti ha sempre portato

La luce?… – ascoltami allora adesso.

                                 II

Lo stoppino, acceso dalla scintilla, brucia

E riscalda la cera, che come sfera s’è alzata,

E al suo polo la fiamma a un tratto annega;

La sua luce si fa pallida – velata –

                                 III

Ora – pensi, ora si spegne, perché dal basso

Il fluido riscaldato ingoierà la luce –

Fede ci vuole – cenere e scintilla non bastano…

Hai avuto fede?… allora guarda come brucia!…

                                 IV

Così sono le mie parole, o bonuomo,

Ma tu neghi loro un briciolo di attenzione,

Prima che riscaldino la freddezza dell’epoca –

Lanciano in cielo una fiamma… in espiazione.

                        IL PASSATO

                                  1

Passato, morte e dolore non li ha creati Dio,

Ma chi la legge vuole stracciare,

E quindi vive nel timore

E, sentendo il male, vuole dimenticare!

                                  2

Ma non è come un bambino che sul carro

Grida: “Oh! la quercia dove

Corre?… corre nel bosco…”

– Mentre sta ferma ed è il carro che si muove.

                                   3

Il passato è anche l’oggi, anche se l’oggi lontano:

Dietro le ruote un villaggio vedrai,

Non qualcosa da qualche parte,

Dove la gente non è stata mai!…

(Traduz. di Paolo Statuti)

Poesie di Grigorij Khubulava tradotte da Paolo Statuti

27 Feb

     Grigorij Khubulava – poeta, filosofo in medicina. È nato nel 1982 a San Pietroburgo. Nel 2005 ha terminato la facoltà di filosofia. Tre anni dopo ha discusso la tesi di laurea sul tema «Aspetti conoscibili della creazione poetica». Nel 2017 ha discusso la tesi di dottorato sul tema «Analisi filosofico-antropologica della comunicazione tra medico e paziente». Insegna filosofia. Oltre ad articoli filosofici, pubblica anche quelli di contenuto critico-letterario. È autore di cinque raccolte poetiche.

Nel cuore dorme una scheggia di ghiaccio

*  *  *

Nel cuore dorme una scheggia di ghiaccio,

La neve scricchiola rumorosa,

Al crepuscolo da un granello di gelo

Sul vetro è nato un cristallo-rosa.

Sulle labbra i respiri si fermano,

Come vapore nel silenzio dissolti.

Vedi? Il cristallo arde e non si consuma

Nel fuoco solare dai mille volti.

E per nome ti chiama con voce

Che l’essere ha trafitto,

Eterno, solo, onnipresente

Chiaramente nella sua fiamma sentito.

Attraverso lo spazio, inondato di luce,

Il riflesso dell’alba si nasconde,

Tu tremi, finché in questo splendore

In te ora qualcosa si fonde.

Senti nell’aria azzurra e fredda

Una forestiera piccante calura,

Il mondo è colmo di un’eco antica:

«Seguimi, tu che non hai paura!»

Non ci sono salde promesse

*  *  *

Non ci sono salde promesse,

Rifugio non potrai trovare:

Né solide rocce o eterni edifici,

Dalla barca sull’acqua avanzare –

Dov’è più sicuro. Troppo facile

Tradire se il cuore è ignorato…

Io sono Cefas – Tuo fedele Apostolo

Che Ti ha rinnegato.

Ascolta il frullio di lievi ali

*  *  *

Listen to the hummingbird

Don’t listen to me…

Leonard Cohen

Ascolta il frullio di lievi ali

Quando il tramonto appare,

Il sospiro che ho scordato –

Loro, non me devi ascoltare.

Ascolta il flauto della libellula

Sul tuo giardino-orto,

Basso blu scuro di temporale,

A lui presta ascolto.

Che raccontino l’amore,

Ascolta con attenzione.

A che ti servono le mie parole? –

Imponderabile confusione.

L’aroma della cannella e del chiodo di garofano

*  *  *

La cannella e il chiodo di garofano,

Come suono di nota melodia,

È la vita – alchimista e pasticcere

Offre una cattiva apatia.

La cioccolata dell’amore grattugerà,

Tutte le speranze peserà con cura,

La gioia diverrà un boccone amaro

In una magica preziosa mistura.

Al tuo pezzo aggiungi dubbio frullato,

Per esso un giorno la morte pagherà,

Mangi, ma non sarai mai sazio,

Tornerai e non dirai che basterà!

La sua cortina stesa nella nebbia

*  *  *

La sua cortina stesa nella nebbia,

Dalle nubi la mezzanotte sta a guardare,

Sonnecchia sul fiume la luna,

Appoggiata a un raggio stellare,

Nel vapore latteo l’aria densa

In fine mussola è trasformata

E fiocamente la mia leggera

Barca è illuminata.

Anch’io non capisco e non so

Da chi e dove navigo,

Accesomi, mi spengo, scompaio

Ad occhi aperti come sogno vago.

Quieta la corrente mormora

Dietro la poppa fremente:

“C’è in tutti la predestinazione,

La tua riva è vicina ed evidente…”

E intesi questi suoni

Nel cammino da fare,

La volontà risveglia le braccia,

Aiutandomi a remare.

La bici s’impolvera sul balcone

*  *  *

La bici s’impolvera sul balcone,

Gli sci spezzati, una sedia sfondata…

Fermati. Nessuno ti corre dietro,

Riposati e intorno dà un’occhiata.

Allora conoscerai tante cose

Che, morto te, vivranno ancora,

Non temere, non si udrà la voce:

«Fummo, siamo e saremo come ora».

Ma è così, non dubitare di questo,

La vita cessa, trattenerla non posso,

E presto anche il tuo corpo inerte

Diventerà un oggetto d’osso.

Il mondo ci guarda quieto e freddo,

Un nodo in gola si forma scivoloso,

E il focherello dell’anima libera

Arde sullo stoppino oleoso.

La vita lascia invisibili tracce

*  *  *

La vita lascia invisibili tracce,

Il tempo è immobile come un airone,

Tu apri il rubinetto e nel getto d’acqua

Conta le gocce il sole-stregone.

Senti com’è amara la tua libertà?

Ogni anno che passa ciò è più ordinario.

Regge la tazza di caffè la tua mano.

Sul muro s’oscura della luce il contrario.

Culli il passato, serbandone il ricordo.

Un posto vuoto per esso più non si trova,

La gioia del deliquio all’inizio del giorno

È più dolce d’ogni melodia o parola.

Chi ha detto che la sorte è sempre crudele,

Il cuore lacerando in una vana caccia?

La felicità – piccolo petalo caduto

Trema sulla tua mano come rossa macchia.

Mormora come il mare d’inverno

*  *  *

Mormora come il mare d’inverno

La pioggia che dal tetto di ferro scende,

Si lamenta sottovoce: «Mio Dio!»,

Ma ora più nessuno la sente.

Dorme il fogliame bagnato, scuro,

Dormono sul bosco le nubi turchine,

Dorme nel giardino di notte la vita

Spogliata, col dorso sull’erba e le spine.

Della clavicola l’acqua incolore

Riempie la fonda fossetta,

Addormentati… e domani, come sempre,

Né disgrazia, né miracolo ti aspetta.

Amore, io non dirò: “Sono tuo”

*  *  *

Amore, io non dirò: “Sono tuo”,

Appartenere è l’arte di un oggetto,

Ma chi conobbe la tua voce,

Non avrà più pace nel petto.

Più vecchio del fuoco, più diafano del ghiaccio

Con la tenera mano hai chiamato,

E se diverrai un fiume: “Io sono l’acqua”,

Dirò sottovoce beato.

Vive nella dura gabbia l’uccello

*  *  *

… E la gabbia vuota dietro.

Mandel’štam

Vive nella dura gabbia l’uccello ,

Becca il grano e la polvere fiuta,

Grida, canta e impreca

In una lingua sconosciuta.

Dei suoi occhi è rimasto il bianco,

Di neve imponderabile ordito,

Ed è probabile che non ingannerete

Il suo inesperto udito.

Lui la perfidia detesta,

Io temo la sua libertà,

E che la gabbia è il mio petto,

Difficilmente qualcuno vedrà.

(C) by Paolo Statuti

Adam Mickiewicz: Tre ballate e due romanze tradotte da Paolo Statuti

19 Feb

   Pubblico nel mio blog tre ballate e due romanze da me tradotte successivamente all’uscita del mio volume “10 Ballate”, pubblicato nel 2020. In tal modo completo la prima edizione delle Ballate e Romanze di Adam Mickiewicz, stampata esattamente 200 anni fa nel 1822.

                  AGLI AMICI

Inviando loro la ballata “Mi piace”

Kowno, 27 dicembre

Uno, due, tre… è già mezzanotte,

Intorno un silenzio arcano,

Soffia il vento sui muri del convento

E i cani abbaiano lontano.

Il cero già finisce di bruciare,

A tratti la fiamma si attenua,

Poi si rafforza e di nuovo languisce,

Balena, si smorza e balena.

Non era così tremenda quest’ora,

Quando il cielo mi era clemente:

Quanti dolci ricordi mi riporta!

Ma a che serve ora? a niente!

Ora cerco la gioia in questo libro,

Ma il libro mi annoia, ahimé;

La mente a cari temi mi conduce,

Ora sogno, ora torno in me.

A volte quando l’estasi illude,

Chi amo e i fratelli vedo;

Salto su, guardo, ma sulla parete

Solo la mia ombra intravedo.

Prendo la penna allora e nel silenzio,

Nei miei pensieri mi smarrisco,

Scrivo qualcosa per gli amici,

Scrivo, ma non so se finisco.

Forse una poesia sulla primavera

O forse una invernale;

Scriverò di amore e di spavento,

Di Maryla e del mondo spettrale.

Se cerca la sua fama nel pennello,

Le faccia il ritratto, un pittore,

Il vate con la rima immortale

Decanti i pregi del cuore.

Benché il mio intelletto sia cosciente,

Non la gloria cerco, ma il sollievo;

Io vi dirò, purché lo rammenti,

Quali gioie con lei avevo.

Lei non pronunciava frasi amorose,

Maryla non ne era capace;

Pur dicendole cento volte ti amo,

Non diceva nemmeno mi piace.

E allora a Ruta a mezzanotte,

Quando tutti vanno a dormire,

Con questa ballata, come un addio,

Io l’ho voluta impaurire.

1819

            IL GUANTO

             (da Schiller)

Davanti all’arena di corte,

Dove le belve aspetta la morte,

Siede il re tra i grandi del regno.

Tutti aspettano un suo segno;

Sui balconi agghindate

Siedono le dame emozionate.

Il re fa un gesto con la mano,

Una gabbia si apre e pian piano

Un leone imponente

Avanza,

Alza la fronte fiera,

Lo sguardo intorno gira,

Scuote la criniera,

Sbadiglia annoiato,

A lungo si stira

E a terra è già sdraiato.

Il re fa un gesto di nuovo,

Di nuovo si alza una grata,

A rapidi passi, avida di caccia

Una tigre si affaccia,

Guarda da lontano

E lampeggiano i denti bianchi,

Allunga la lingua,

Batte la coda sui fianchi

E gira intorno al leone,

Grugnisce irritata

E mugolando

Al suo fianco è già sdraiata.

Il re di nuovo fa un gesto,

Di nuovo una grata si alza

E una coppia di leopardi

All’infuori balza;

Di lotta ansiosa,

Sulla tigre si avventa rabbiosa,

Si avvinghiano con furia

Ma la lotta non dura –

Il leone solleva la testa,

Ruggisce e il silenzio ritorna.

La tigre ansima e gira intorno

E ansimando si arresta,

Poi al suolo si sdraia di nuovo.

La leggiadra Marta a un tratto,

Da un balcone leziosa

Un suo guanto getta e il guanto

Tra le belve si posa.

Marta ad Emrod si rivolge:

“Chi mi ama davvero tanto,

E me l’ha detto mille volte,

Ora mi riporti il mio guanto”.

Emrod senza temere

Si avvicinò alle fiere,

Guardato con orrore

Da cavalieri e signore.

Il guanto prese

E tornò sul balcone.

Sul viso di Marta sorridente

Gettò il guanto dicendo:

“Al vostro incanto sono indifferente”.

Poi si voltò e andò via per sempre.

aprile 1820

                   TUKAJ

 ovvero  PROVE DI AMICIZIA

      Ballata in quattro parti

                         I

«Io sto morendo.  –  Io non piango.

Sia questo il vostro conforto:

Prima o poi la morte ci aspetta,

Non soffre più colui che è morto.

Possedevo terre e castelli,

Ero celebre e potente,

La mia porta era sempre aperta

Per ogni amico e conoscente.

O forza! o creatura umana!

Grande nome, ricche dimore,

Grande nulla! semplice fumo!

Muoio quando la vita è in fiore!

Quando cercando il sapere

In capo al mondo mi spingevo

E gli occhi sui libri stancavo,

Un tesoro di scienza avevo.

O scienza! o creatura umana!

Grande nome, grande onore,

Grande nulla! semplice fumo!

Muoio quando la vita è in fiore!

Sincero e con l’anima pura

La santa fede rispettavo,

Prodigo premiavo la virtù,

La mia offerta in chiesa portavo!

O fede! o creatura umana!

Santo nome, santa devozione!

Santo nulla! semplice fumo!

Muoio quando la vita è in fiore!

O Creatore! così severo,

Se mi dai questa breve età,

A che pro ho servi fedeli?

A che pro premio la fedeltà?

Tu doni l’amante all’amante,

Ma la morte non li vuole insieme.

E ho così tanti amici !

Statemi bene, statemi bene!»

Circondato dai suoi cari,

Tukaj, tra gemiti e lamenti,

Salutato il mondo per sempre,

Ha chiuso gli occhi ormai spenti.

A un tratto un fulmine sul tetto,

Tremano i muri della stanza,

Un vecchio a tutti sconosciuto

Vola dentro con arroganza.

La testa bianca come neve,

Le guance da rughe solcate,

La barba che arriva ai ginocchi,

Le mani a un bastone poggiate.

«Tukaj!» – e lo toglie dal letto.

«Vieni con me» – gli ordina – «vieni!»

Attraversano molte stanze

E superano i terrapieni.

Vanno. Cade una fitta pioggia.

A tratti l’argento lunare

Dissolve la nebbia addensata,

A tratti in essa scompare.

Superano i boschi fangosi,

Paludi e gole profonde

Di Hnilice la buia foresta,

Del lago le livide onde.

Là dove la selva è più folta,

Nero in basso, la cresta d’oro,

La fronte coperta di pietre,

Si erge il monte Zarnowo.

In ginocchio su una tomba,

Le braccia al cielo rivolte,

Il vecchio spalancò la bocca,

Gridò e fischiò ben tre volte.

«Tukaj, guarda, ecco il sentiero!

Oltre il sentiero, non lontano,

C’è l’eremo del saggio Polel *,

Il saggio al saggio tende la mano.

Nota è la tua scienza e la virtù,

Dio alla terra ti ha legato

Con tant amabili vincoli,

Ma una breve vita ti ha dato.

Non temere inutilmente,

Scopri le mie possibilità,

Vivi per la moglie e gli amici,

Per sempre, per l’immortalità.

Io per primo a un occhio mortale

La strada oso indicare,

Ma come la legge dispone,

Solo per due lo posso fare.

Scegli dunque un’altra persona

Che stimi e di cui diresti

Che in ogni difficile prova

Come di te ti fideresti.

______________________________________

* Divinità degli antichi slavi  (N.d.T.)

Scegli bene – sarai immortale!

Scegli male – avrai la tomba».

«O vecchio! queste tue visioni

Un velo oscuro adombra.

Dimmi… » – «L’ho detto e lo ripeto:

Scegli qualcuno e sii accorto.

Ascolta la tua testa e il cuore.

Ciò riguarda l’anima e il corpo!

Uno fedele o non fedele,

Immortalità o per sempre morto!…

Di chi fidarti veramente?… »

Tukaj al vecchio non risponde,

Chi può leggere nella mente?

Come puoi fidarti dei servi?…

«Forse la consorte o l’amante?»

«Sì…» – però tace rattristato;

«Sì… » – ma non ha continuato.

I pensieri si accavallano,

«Certo, la moglie… sì, l’amante!»

Ma la paura lo confonde

E arrossisce dubitante;

I pensieri si accavallano,

Ecco, forse ora risponde,

Ora… ma nient’altro egli aggiunge.

«Muori allora! osavi chiedere?

Tu osavi desiderare?

Tu di nessuno hai fiducia,

Perché al mondo voler restare?»

Lui pensa. – «Nessuno fra tanti?

La moglie, un amico, un’amante?» –

Lui pensa. – Ma all’improvviso

La volta del cielo si annera,

Tuona, trema la terra intera,

Brucia e ribolle la palude,

Si fonde nel fuoco la rupe,

Spariscono le valli e il lago.

Tra fulmini, fischi e stridori,

Grazie a forze superiori,

Tukaj nel suo letto ritornò,

Circondato dai famigliari.

Una voce da lontano tuonò:

«Non hai nessuno, l’hai ammesso,

Di cui potresti in ogni prova

Fidarti come di te stesso!»

                      II

«Io ce l’ho un amico, ce l’ho!»

Grida a un tratto Tukaj morente.

Scompare il pallore dal viso

E l’occhio di nuovo si accende.

Tukaj è strappato alla tomba,

Da sé solo lascia il suo letto

E cammina con le sue forze,

Come da nulla fosse affetto.

E camminando egli vede

Sul cuscino una pergamena,

Dove un segreto accordo

Un diavolo ha scritto appena.

Tukaj , curioso, lo prende,

Si siede, si accomoda e legge:

«Il giorno in cui la luna nuova

Sul piccolo bosco vedrai,

Cerca una pietra sotto la quale

C’è una radice che strapperai.

Quando verrà da te la morte,

Ordina di tagliarti in quarti,

Di far bollire la radice,

Per ungere bene i tuoi arti:

Rinascerà l’anima e il corpo,

Ti alzerai nell’età fiorente

E, grazie al balsamo, potrai

Morire e nascere per sempre».

Poi istruzioni da osservare:

Come testa e gambe tagliare,

Che acqua usare per bollire,

Quali erbe per l’unguento.

E nel poscritto, per finire,

C’era questo avvertimento:

«Se è usata un’altra persona

Per compiere questa unzione,

Dai nostri inganni sviata,

A un altro l’erbe mostrerà,

O nel momento stabilito

Il tuo corpo egli non unge:

Allora il balsamo non servirà

E tu fra i demoni finirai.

Se tu sei d’accordo, adesso,

A conferma di quanto detto,

Mefistofele, nostro messo,

Ti darà una copia del patto.

Sta’ attento ai nostri inganni,

Farci causa non ti servirà.

Scritto nell’Erebo, sabato.

Firmato di suo proprio pugno:

Nihil obstat: Lucifero,

Copia conforme: Hadramelach».

Tukaj, scontento, ora pensava,

Il poscritto non si aspettava.

Poggia il mento sulla mano,

Contrariato il naso corruga,

Più volte la fronte si asciuga,

Prende il tabacco e l’annusa,

Ora abbassa lo sguardo a terra,

Oro lo rivolge al soffiitto.

Prende il foglio, lo soppesa,

Lo guarda e riguarda stizzito,

Lo rilegge ancora una volta,

Di nuovo incerto lo soppesa,

Poi sul tavolo un pugno sferra,

Sospira, bofonchia, protesta,

Mette le mani sulla testa,

A un tratto salta su irruente,

Agita la mano: «E sia!»

Poi tace e siede nuovamente,

Si rialza e di nuovo pensa,

Cammina, si siede di nuovo.

Con lui bisogna aver pazienza,

Perché coi diavoli non si scherza.

Pensa: o la vita eterna,

O eternamente dannato.

Non dice niente, pensa tra sé,

E solo un suo labbro ha tremato.

È il momento della risposta.

Tukaj dalla folla si scosta

E tutto solo si rinchiude

Nello studio della ragione.

E là il contratto di nuovo,

Prima di accettarlo e firmarlo,

Nelle pinze dell’ attenzione

Mette stringendole ben bene.

I vari pensieri colano

Nel crogiolo della somiglianza;

Taglia con cura le differenze,

La stessa idea frantuma in grani,

La fonde come fosse cera,

Finché arriva alla conclusione.

Dopo averla esaminata,

Dice dopo lunga riflessione:

«Quali che siano gli inganni

Di cui ho sentito parlare,

Se sono pochi oppure tanti,

Avranno triplice natura.

Se tu vuoi sviare qualcuno,

Devi costringerlo o consigliarlo;

O convincerlo con un dono,

O spaventarlo, o costringerlo.

Ciò detto in poche parole

Sarà dunque un sillogismo:

È destinato alla rovina

Chi è curioso, avido o pauroso.

Ma chi in questo triplice caso

Non cederà in un cimento,

Di costui, come di te stesso,

Puoi fidarti in ogni momento».

Tukaj, ora contento di sé,

Cerca la sabbia e l’atramento,

Va a firmare il patto infame,

Ma senza fretta, a passo lento.

È già buio per la srittura,

Nell’inchiostro una muffa scura;

Due candele doveva usare

E due calamai colmare.

Il gomito ora gli doleva;

Nella penna un pelo vedeva

E il becco era molto usato.

La scosse, lo prese sull’unghia.

Dopo una lunga riflessione,

Finalmente scrive: E SIA.

Voleva mettere il suo nome,

Ma prima di scrivere la T,

Di nuovo pensa una mezz’ora.

La testa e la penna scuoteva

E niente di più ha aggiunto;

Solo dopo la lettera T

Ha messo ancora qualche punto….

Quando già vede tutto scritto,

Di nuovo vuol verificare;

Non ridete di lui, va capito –

Coi diavoli non puoi scherzare.

Ma con suo grande stupore

A un tratto la «S» di SIA

Comincia a ronzare e frusciare

E a gonfiare tutti i bordi.

Gira, bela e aumenta il gonfiore,

Come fa la pasta lievitata.

La metà inferiore in quel mentre

Si tramuta in costole e ventre,

E nella metà superiore

Sembra un pentolone la testa.

Il collo come di una vespa,

Naso a uncino, barba caprina,

Una zampa è di cavallo,

Una zampa è di gallina,

Guarda con gli occhi di bovino,

Ha le ali come un mulino…

Insomma ve lo garantisco –

Era il messaggero Mefisto.

Tukaj non poteva sapere

Se doveva farlo sedere,

Ma quello gli salta addosso,

Spavaldo gli afferra un dito,

Fa un taglio con un coltellino

E bagna nel sangue il pennino;

Gli ficca la penna nella mano,

Guida la mano lentamente,

Quando UKAJ è già tracciato,

Si forma TUKAJ interamente.

Il diavolo sogghigna e scompare…

Bravo chi lo potrà trovare!

Aprile 1820

  IL TUMULO DI MARYLA

             ROMANZA

    (da un canto lituano)

lo Straniero, la Fanciulla,

Janek, la Madre, l’Amica

             Straniero

Là presso un ramo del Niemen,

Là dove il terreno è più verde,

Di chi è quel tumulo ben curato?

In basso è tutto adornato

Di biancospino e ribes nero;

I lati sono coperti d’erba,

La testa è ornata di fiori

E vicino a sè ha un pado.

Là portano tre sentieri:

Uno viene da destra,

Un altro dalla casa di fronte,

Il terzo da sinistra.

Di qui passava la mia chiatta

E a una fanciulla ho domandato:

Di chi è quel tumulo ben curato?

              Fanciulla

Se a tutto il villaggio chiederai,

Una sola risposta avrai:

Maryla viveva in quella casa

Ed ora in questa tomba riposa.

Le tracce che vedi a destra

Sono di un giovane amante;

Questo è il sentiero della madre,

E di qua la sua amica viene.

Ma ormai l’alba è vicina,

Verranno anche stamattina;

Nasconditi dietro questo rovo,

Ascolterai il loro dolore,

Coi tuoi occhi vedrai.

Guarda a destra… ecco il giovane.

Guarda, anche la madre si avvicina,

E da sinistra ecco l’amica.

Camminano lentamente,

Portano i fiori

E piangono.

                 Janek

Maryla! a quest’ora!

Ancora non ci siamo incontrati,

Ancora non ci siamo abbracciati,

Maryla! è già sorta l’aurora!

Ti aspetto sospirando,

Stai ancora dormendo?

O con me sei adirata?

Ah, Maryla, mia adorata!

Perché e dove ti nascondi?

No, non sai che l’alba è sorta,

Con Janek non sei adirata,

Ma sei morta, tu sei morta!

Del tumulo sei prigioniera,

Non sarà più com’era,

Non ci vedremo più!

Prima, quando mi coricavo,

Mi dicevo: al risveglio la rivedrò

E nel sonno ti sognavo!

Ora dormirò lontano dalla gente,

Non desidero più niente.

Oh, chiudere gli occhi per sempre!

Ero giudizioso, quand’ero felice;

Mi lodavano i vicini, anche loro,

Mi lodava mio padre,

Ora io l’addoloro,

Nè con la gente, né con Dio!

Che il grano vada pure perso,

Che il fieno sia rovinato,

Che il vicino ci sia avverso,

Che i lupi sbranino il bestiame!

Maryla non c’è, non c’è!

Mio padre tutto mi procura,

La casa e l’attrezzatura,

A patto che io mi sposi;

M’invogliano i mezzani,

Non c’è Maryla, non c’è!

Ma non mi hanno convinto.

Non posso, no, non posso;

Padre mio, lo so che farò:

Lontano me ne andrò,

Cercatemi pure,

Nessuno mi troverà,

Ormai ho deciso,

L’esercito russo mi avrà

E in guerra sarò ucciso.

Non c’è Maryla, non c’è!

                Madre

Perché non mi sveglio presto?

Nel campo dovrei già lavorare.

Tu non ci sei, mia cara,

E non mi puoi svegliare!

Tutta la notte ho patito,

Ben poco ho dormito.

Il mio Simon è andato

Prima dell’alba, per compassione

Non mi ha svegliato,

È uscito senza colazione:

Falcia, falcia tutto il giorno,

Da qui a casa io non torno.

Perché dovrei tornare?

Chi dirà che il pranzo è pronto?

Chi con noi si siederà?

Ah, nessuno ora lo farà!

Finché te avevamo,

Come in cielo ci sentivamo.

Quanti ragazzi e ragazze,

Com’era lieta la festa del grano,

E la semina così chiassosa.

Senza di te la casa è vuota!

Chi passa non si ferma.

I cardini arrugginiscono,

Il cortile s’infesta, ahimé!

Lasciati da Dio e dalla gente,

Non c’è Maryla, non c’è!

              Amica

Qui, ricordo, al mattino

Sulla riva ci fermavamo

A parlare a lungo

Di chi amavamo.

Ciò non accadrà mai più.

Dove sei Maryla, dimmi, orsù!

Chi con me si confiderà,

Con chi io mi confiderò?

Ah, se con te, amica mia,

Gioia e tristezza non spartisco,

La tristezza resta tristezza,

L’allegria non è allegria.

             Straniero

Questo sente lo straniero,

Sul viso una lacrima s’è versata,

Lui la lacrima asciuga

E prosegue la sua strada.

novembre 1820

      IL SUONATORE DI LIRA

              ROMANZA

      (da un canto popolare)

Un vecchio come un colombo bianco,

Con la barba fino alla vita,

E due giovani che lo sorreggono

Passano accanto al nostro campo.

Egli canta e la sua lira suona

Accompagnata dai pifferi.

Lo chiamo e lo invito a sedersi

E onorarci con la sua persona.

«Vieni, festeggiamo la semina,

O vecchio, divertiti con noi!

Ciò che Dio ci manda dividiamo,

Dormirai nel villaggio, se vuoi».

Ha sorriso e, inchinatosi,

Si è seduto ringraziando,

Vicino si siedono i ragazzi

E guardano chi sta ballando.

Pifferi e tamburelli echeggiano,

Mucchi di ramaglia bruciano;

Saltano le giovani e le vecchie

Bevono: la semina festeggiano.

All’improvviso cessa il clamore,

Tutti abbandonano il fuoco,

Corrono sia giovani che anziani

A salutare il vecchio cantore.

«Salve, o cantore, sii il benvenuto,

Sei giunto in un bel momento!

Sei stanco, vieni da lontano?

Riposa e buon divertimento!».

Lo portano a un tavolo di zolle

E al centro lo fanno sedere.

«Su, prendi qualcosa da mangiare,

O una tazza di miele vuoi bere?

Vediamo i pifferi e la lira,

Di udirvi saremo contenti,

Ti riempiremo la sacca e un cesto

E ti saremo riconoscenti».

Batté le mani: «Silenzio, prego,

Silenzio! – ripeté – sedete,

Sonerò qualcosa volentieri,

Ma che sonarvi?» – «Ciò che volete!».

Prese la lira e con un bicchiere

Di miele il petto si scaldò.

I ragazzi presero i pifferi,

Toccò le corde e così cantò:

«Lungo il Niemen io vado vagando,

Passo da un villaggio all’altro,

Attraverso campi e boscaglie

Le mie canzoni cantando.

Tutti mi venivano vicino,

Ma nessuno, ahimé, mi capiva.

Asciugo le lacrime, sospiro

E mi rimetto in cammino.

Chi mi comprenderà avrà pietà,

Si torcerà le bianche dita,

Verseremo una lacrima insieme

E là il mio viaggio finirà».

Ma a un tratto smise di sonare

Guardando la gente sul prato,

I suoi occhi egli fissa in un punto:

Qualcuno se ne stava appartato.

Là una pastorella intrecciava

E disfaceva una corona,

E un giovane in piedi accanto a lei

Con i fiori giocherellava.

Calmo era il viso della fanciulla,

Lo sguardo era mansueto e fiero.

Non sembrava né triste né allegra,

Ma profondo era il pensiero.

E come vibra un filo d’erba

Anche in assenza di vento,

Sul suo petto vibrava la veste,

Pur nessun sospiro udendo.

Dal seno con la mano lei toglie

Una fogliolina seccata,

Sussurra qualcosa e la getta

Con una stizza malcelata.

Gira la testa, poi si allontana

Con lo sguardo al cielo rivolto,

Dagli occhi una lacrima è sgorgata

E un rossore ha coperto il volto.

Il vecchio tace e tocca le corde,

La fissava ora con dolore,

Il suo sguardo di falco sembrava

Voler scrutare a fondo il suo cuore.

Di nuovo prende la lira e il caldo

Miele nel suo petto scende;

I ragazzi prendono i pifferi

E di nuovo il canto si distende:

«Per chi intrecci la corona

Di rose, di gigli e timo?

Felice sarà la persona

Che in dono la riceverà.

Essa è per colui che ami?

Le tue lacrime e il rossore

Svelano per chi intrecci

Quella nuziale corona.

Uno avrà la corona

Di rose, di gigli e timo;

Ti ama un’altra persona,

Ma l’avrà uno soltanto,

Lascia il tuo rossore e il pianto

A colui che rendi triste,

E il fortunato abbia

La tua leggiadra corona!

Si levò allora un brusio,

I presenti sussurravano:

«La cantava uno del villaggio»,

Ma chi era non ricordavano.

Il vecchio triste alza una mano:

«Ascoltate! – egli dice – è così,

Me la cantava un infelice,

Forse uno che viveva qui.

Una volta viaggiando visitai

Królewiec e proprio allora

Da Litwa con una imbarcazione

Giunse un giovane pastore.

Era assai triste ma i motivi

Della tristezza mi ha celato.

Era fuggito dai suoi compagni

E la casa aveva lasciato.

Io spesso lo vedevo – all’aurora

O quando la luna brillava –

Nei campi o in riva al mare

Sempre tutto solo vagava.

Tra le rocce come una roccia,

Nella pioggia, al gelo, nel vento.

All’acqua affidava il suo pianto,

E ai venti il suo lamento.

Era triste e un giorno l’incontrai,

Da allora con me sempre restò.

Senza parlare accordai la lira

E a cantare cominciai.

Movendo la testa accennava

Che il mio canto gli piaceva.

Mi strinse la mano, l’abbracciai

E il pianto di entrambi scendeva.

Ci conoscevamo meglio adesso,

Eravamo amici sinceri.

Come al solito egli taceva,

Ma neanch’io parlavo spesso.

Poi, dal dolore logorato,

Perse del tutto le sue forze;

Io gli ero compagno e servitore,

Nella malattia l’ho curato.

Egli si spegneva lentamente,

Un giorno mi chiamò al capezzale

E mi disse: «La fine è vicina,

Niente potrà salvarmi, niente.

Inutilmente gli anni ho trascorso:

Questo è il mio unico torto,

Senza rammarico lascio il mondo,

Ma da tempo ero già morto.

Da quando queste rocce selvagge

Nascosto mi hanno tenuto,

Il mondo per me era nulla,

Solo di ricordi ho vissuto.

Ma tu mi sei rimasto fedele!

Non so come ricompensarti,

Sono povero e tu lo sai bene,

Ma ciò che ho voglio lasciarti.

Voglio che resti a te la canzone

Che spesso cantavo nel pianto;

Tu conosci bene le parole

E il tono di voce altrettanto.

Ho una ciocca di capelli biondi

E una foglia di cipresso;

Conserva ogni cosa con amore,

È tutto ciò in mio possesso.

Se lungo il Niemen incontrerai

Colei che non ho più riveduto,

Canta per lei la mia canzone,

E saprà di avermi perduto.

Ti ringrazierà, ti inviterà.

Dimmi… » – Ma gli occhi si spensero

E il nome della Santa Vergine

Sulle sue labbra restò a metà.

Morendo voleva dire ancora

Qualcosa, ma riuscì solamente

A indicare il cuore, volgendo

All’amata terra la sua mente».

Il vecchio tacque. Stringendo la foglia

A lungo ancora guardava,

Ma dalla folla era già lontana

La pastorella che cercava.

Solo la veste riconosceva,

Lo scialle il viso le copriva,

Prima che sparisse vide ancora

Che un giovane per mano la teneva.

Chiese al vecchio la folla turbata:

«Dicci, che cosa è accaduto?»

Egli taceva, eppure sapeva,

Ma per la folla restò muto.

1820-1821

             I TRE FRATELLI BUDRYS

                  (ballata lituana)

Il vecchio Budrys ha tre figli forti come i Lituani,

Un giorno dice loro: «Ascoltate,

Tenete pronti i vostri cavalli e le selle,

Le spade e le lance affilate.

Perché mi hanno detto a Vilna che preparano

Tre spedizioni in tre direzioni:

Olgierd contro la Rus’, Skirgiełł contro Lachy,

E il principe Kiejstut contro i Teutoni.

Siete sani e forti, andate a servire il paese,

Gli dei lituani vi aiuteranno;

Quest’anno io non vado, benché ancora potrei,

Siete tre e quali siete sapranno.

Uno di voi seguirà Olgierd contro i Russi.

Oltre l’Ilmen, fin sotto Novogród;

Là troverà code di zibellino e arazzi,

Là i mercanti hanno soldi e assai di più.

Un altro di voi si unisca alle schiere di Kiejstut,

Di una strage di Teutoni si vanti;

Lì sono ricchi d’ambra, hanno stoffe pregiate

E pianete ornate di brillanti.

Il terzo di voi segua Skirgiełł oltre il Niemen.

Là invano buoni attrezzi cercherà,

Ma in compenso può trovare buone spade e scudi,

E da lì una nuora mi porterà.

Perché là vivono le amanti più avvenenti,

Tanto allegre come gattine,

Il viso più bianco del latte e le ciglia nere,

Gli occhi brillano come stelline.

Da lì, mezzo secolo fa, quand’ero giovane,

Una di loro ho preso per moglie;

E anche se è morta, ancora oggi io la ricordo

E il mio sguardo dovunque la coglie».

Ciò detto, benedì i tre figli e li abbracciò;

Saltarono in sella, giovani e forti.

Dopo l’autunno e l’inverno non tornano ancora,

Budrys già pensa che sono morti.

Nella bufera di neve un uomo armato vola

E sotto il manto cela qualcosa.

«Ehi, porti un sacco pieno di rubli di Novogród?»

 – «No, padre, è la mia futura sposa».

Nella bufera di neve un uomo armato vola

E sotto il manto cela qualcosa.

«Figlio mio, tu mi porti un sacco pieno d’ambra!».

– «No, padre, è la mia futura sposa».

Nella bufera di neve un terzo uomo vola.

Il manto è gonfio di ricchezza altrui,

Ma prima di vederla, il vecchio Budrys ordina:

«Preparate le nozze anche per lui».

1827-1828

Paolo Statuti: Questa notte ho sognato

18 Feb

* * *

Questa notte ho sognato

tre stupende fanciulle.

Si sono così presentate:

– Siamo le tre “S”

di un altro pianeta:

la Saggezza, la Solidarietà

e la Soddisfazione,

sulla Terra ci hanno portate

la vostra ottusità,

il vostro egoismo

e la vostra scontentezza.

L’Universale Saggezza

ha perso la Pazienza,

per voi l’Eterno Amore

è già esaurito,

aspettatevi ora

un tremendo castigo.

Sorpreso e spaventato

ho replicato:

– Benvenute tra noi,

allora che intendete fare?

– Sarà difficile per noi guarirvi,

più facile sarebbe

nera la neve far diventare,

ma poiché la Speranza

è sempre l’ultima a morire,

riunitevi per fare penitenza,

distruggete tutti gli armamenti,

sciogliete i Patti militari,

portate in Africa vagoni di alimenti,

rispettate le piante e gli animali,

riportate la Natura

a come un tempo era,

la sua forza non provocate,

siate finalmente

una comunità umana

che ragiona, che ama,

ecco lo scopo della nostra missione

nella vostra triste situazione.

Così dicendo sono scomparse.

Da lontano giungeva

un cupo suono

e la pioggia scrosciava

incessante, ho provato un brivido

e ho pensato: “Mio Dio,

anch’io qui sono!”

Una poesia di Michael Drayton tradotta da Paolo Statuti

14 Feb
by Unknown artist,painting,1599

Michael Drayton (1563-1631)

Since there’s no help, come let us kiss and part…

    Since there’s no help, come let us kiss and part. 

    Nay, I have done, you get no more of me; 

    And I am glad, yea glad with all my heart, 

    That thus so cleanly I myself can free. 

    Shake hands for ever, cancel all our vows, 

    And when we meet at any time again, 

    Be it not seen in either of our brows 

    That we one jot of former love retain. 

    Now at the last gasp of Love’s latest breath, 

    When, his pulse failing, Passion speechless lies; 

    When Faith is kneeling by his bed of death, 

    And Innocence is closing up his eyes— 

    Now, if thou wouldst, when all have given him over, 

    From death to life thou might’st him yet recover!

Se così dev’essere, baciamoci e lasciamoci…

Se così dev’essere, baciamoci e lasciamoci.

Di me che ti ho dato non avrai più niente;

E sono felice con tutto il mio cuore,

Perché torno libero onestamente.

Stringiamoci la mano, senza più voti,

E se ci incontreremo prima della tomba,

Dell’amore che un tempo tra noi c’è stato

Non rimanga più nulla, nemmeno l’ombra.

Ora che l’Amore esala l’ultimo fiato

E la Passione ormai giace tacendo,

Con la Fede inginocchiata al suo capezzale,

E l’Innocenza che gli occhi sta chiudendo –

Ora, se tu volessi, anche se è una storia finita,

Tu potresti farlo ritornare dalla morte alla vita!

(C) by Paolo Statuti

Konstantin Simonov (1915-1979): Aspettami ed io tornerò…

25 Gen

Il poeta e la fidanzata

Aspettami ed io tornerò… nella versione di Paolo Statuti

     Konstantin Simonov, poeta, romanziere e drammaturgo russo, scrisse questa struggente poesia nel 1941, quando era corrispondente in prima linea per il quotidiano Stella rossa. È dedicata alla sua fidanzata, l’attrice Valentina Serova ed è senz’altro la sua lirica più famosa. Fu pubblicata dalla Pravda nel febbraio del 1942, quando le forze naziste furono respinte da Mosca. I soldati la copiavano e la spedivano alle loro mogli e fidanzate. Simonov venne sommerso da migliaia di lettere; in una di queste un soldato gli scrisse: «Tutti conosciamo a memoria “Aspettami”, dice esattamente come ci sentiamo». Simonov è conosciuto principalmente per la sua creazione sulle sofferenze che la guerra provoca, sia agli uomini al fronte che alle loro famiglie. Il suo romanzo più noto è Giorni e notti (1944) che tratta dell’eroismo delle forze sovietiche durante l’assedio di Stalingrado. Vinse per sei volte il Premio nazionale di Poesia russa.

Aspettami ed io tornerò…

Aspettami ed io tornerò.

Aspettami con fermezza,

Quando una gialla pioggia

Ispirerà la tristezza,

Aspetta se la neve infuria,

Se l’afa ti toglie il fiato,

Se gli altri non si aspettano,

Dimenticando il passato.

Aspetta se da lontano

Uno scritto non arriverà

E se chi aspetta con te,

Di aspettare si stancherà.

Non augurare il bene

A colui che sa a memoria

Che aspettare è vano,

E di scordare è ormai ora.

Che mio figlio e mia madre

Credano ormai ben poco

Che io sia ancora vivo.

Se gli amici intorno al fuoco

Berranno l’amaro vino

Per l’anima mia, aspetta,

Di brindare insieme a loro

No, tu non avere fretta.

Aspettami ed io tornerò,

In barba alle morti, a ognuna,

E chi non mi aspettava più

Dica pure: – Che fortuna!

Chi non mi avrà aspettato

Non potrà mai capire,

In che modo la tua attesa

Non mi ha lasciato morire.

Come sono sopravvissuto,

Lo sapremo noi due soltanto, –

Perché hai saputo aspettare

Come nessun altro ha fatto.

1941

(C) by Paolo Statuti

Nikolaj Zinov’ev e Grigorij Khubulava

22 Gen

Due poeti russi viventi conosciuti per caso e da me tradotti

Nikolaj Zinov’ev (1960 – )

La poesia deve avere un senso occulto,

Perché ogni verso in essa sia pungente

E perché una donna con la secchia

Si rechi al pozzo serenamente.

Perché i versi siano senza tristezza,

E rattristino fino al pianto,

E perché ci siano alle spalle

La morte stessa e Cristo accanto.

Perché dèstino lamento e canto

E il fogliame che fruscia sulla via,

E perché ci sia in essi l’incapacità –

Quella che supera la maestria.

*  *  * 

Nella steppa, di polvere coperto,

Sedeva e piangeva un poveretto.

Passando di lì il Creatore

Si è fermato e poi gli ha detto:

“Io sono amico di poveri e umiliati,

Io proteggo la misera gente,

Io conosco molte magiche parole.

Io sono il tuo Dio Onnipotente.

A me affligge il tuo triste aspetto,

Da che pena ti posso liberare?”

E l’uomo disse: “Io sono russo”,

E Dio con lui prese a singhiozzare.

Grigorij Khubulava (1982 – )

*  *  *

Nel cuore dorme una scheggia di ghiaccio,

La neve scricchiola rumorosa,

Al crepuscolo da un granello di gelo

Sul vetro è nato un cristallo-rosa.

Sulle labbra i respiri si fermano,

Come vapore nel silenzio dissolti.

Vedi? Il cristallo arde e non si consuma

Nel fuoco solare dai mille volti.

E per nome ti chiama con voce

Che l’essere ha trafitto,

Eterno, solo, onnipresente

Chiaramente nella sua fiamma sentito.

Attraverso lo spazio, inondato di luce,

Il riflesso dell’alba si nasconde,

Tu tremi, finché in questo splendore

In te qualcosa ora si fonde.

Senti nell’aria azzurra e fredda

Una forestiera piccante calura,

Il mondo è colmo di un’eco antica:

«Seguimi, tu che non hai paura!»

*  *  *

Non ci sono salde promesse,

Rifugio non potrai trovare:

Né solide rocce o eterni edifici,

Dalla barca sull’acqua avanzare –

Dov’è più sicuro. Troppo facile

Tradire se il cuore è ignorato…

Io sono Cefas – Tuo fedele Apostolo

Che Ti ha rinnegato.

*  *  *

Listen to the hummingbird

Don’t listen to me…

Leonard Cohen

Ascolta il frullio di lievi ali

Quando il tramonto appare,

Il sospiro che ho scordato –

Loro, non me devi ascoltare.

Ascolta il flauto della libellula

Sul tuo giardino-orto,

Basso blu scuro di temporale,

A lui presta ascolto.

Che raccontino l’amore,

Ascolta con attenzione.

A che ti servono le mie parole? –

Imponderabile confusione.

(C) by Paolo Statuti

Il Requiem tedesco di Johannes Brahms

13 Gen

Ein Deutsches Requiem (Requiem tedesco)

di Johannes Brahms

   La più famosa musica funebre di tipo non liturgico è senza dubbio

il Requiem tedesco op. 45 di Johannes Brahms, completato nel 1868.

La morte della madre, nel febbraio del 1865, diede l’impulso decisivo

per la composizione. È sicuramente l’opera corale di Brahms più bella

e significativa. Per il testo il compositore si rifece alla traduzione di

Lutero dell’Antico e del Nuovo Testamento. Egli associò liberamente

le parti scelte: dall’esaltazione degli afflitti alle riflessioni sulla vanità

della vita terrena, alla consolazione della vita eterna che ci è stata

promessa, fino alla esaltazione dei morti nel Signore. La tromba non

chiama al Giudizio, ma annuncia la Resurrezione. Questo Requiem

che io chiamerei “dell’umanità”, anziché “tedesco”, non ha nulla di

funereo. È, al contrario, un meraviglioso inno alla speranza e un profondo

canto d’amore per Dio. Se dovesse capitarvi di essere depressi, sfiduciati,

tristi, ascoltate attentamente questa musica, seguendola con il testo che

ho preparato, servendomi della Bibbia edita dalla Libreria Editrice

Fiorentina, nella traduzione di Fulvio Nardoni. La numerazione del CD,

indicata a destra dei brani della Bibbia, coincide con la suddivisione fatta

da Brahms. Esistono molte belle esecuzioni. Io ho quella della New

Philarmonia Orchestra diretta da Lorin Maazel.

                               (Paolo Statuti)

Johannes Brahms – Requiem tedesco

Mt. 5,4          Beati gli afflitti, perché saranno consolati.          I   –   1

                                                                                                            (coro)      

Sal. 126,        Chi va, se ne va piangendo, portando

5-6                  il seme da gettare; chi torna, ritorna

                        cantando, portando i propri covoni.

1 Pt. 1, 24      Poiché ogni carne è come l’erba e la sua           II   –   2

                        gloria è tutta come il fiore dell’erba. Si               (coro)

                        secca l’erba e cade il fiore.

Gc. 5, 7         Siate dunque pazienti, o fratelli, fino alla

                       venuta del Signore. Osservate: il contadino

                       attende il frutto prezioso della terra, e con

                       pazienza aspetta, finché non abbia ricevuto

                       le piogge della prima stagione e quelle della

                       stagione più tarda.

1 Pt. 1, 24      Poiché ogni carne è come l’erba e la sua

                        gloria è tutta come il fiore dell’erba. Si

                        secca l’erba e cade il fiore. Ma la parola

                        del Signore dura in eterno.

Is. 35, 10        E coloro che sono stati liberati dal Signore            II   –   3

                        torneranno e verranno a Sion con canti

                        e con gioia indistruttibile sui loro volti; gioia

                        e letizia giungeranno, e fuggiranno dolore

                        e lamento.

Sal. 39,           Fammi conoscere la mia fine, Signore, e                III  –   4

5-8                  qual è il numero dei miei giorni, perché             (baritono

                        sappia quanto fragile io sono. Ecco, a palmo        e coro)

                        a palmo Tu mi hai dato i miei giorni e la mia

                        vita è come un niente davanti a Te. Sì, tutto

                        parvenza è ogni uomo che vive! Passa l’uomo

                        come un fantasma, parvenza è il suo agitarsi:

                        ammassa beni e non sa a chi toccheranno.

                        Ed ora che cosa aspetto io, Signore? La mia

                        speranza è in Te.

Sap. 3, 1         Le anime dei giusti sono in mano di Dio e              III  –  5

                        nessun tormento li tocca.

Sal. 84            Quanto son care le Tue dimore,                                IV  –  6

2-3, 5              o Signore delle Schiere!                                              (coro) 

                       Brama e langue l’anima mia

                       desiderando gli atri del Signore;

                       il mo cuore e le mie membra esultano

                       pensando a Iddio vivente.

                       Beati quelli che stanno nella Tua Casa!

                       di continuo Ti posson lodare.

Gv. 16,           Così anche voi siete nella tristezza; ma io                V  –  7

22-23             vi vedrò di nuovo e ne gioirà il vostro cuore         (soprano

                       e nessuno vi potrà più togliere la vostra gioia.       e coro)

Sir. 51,           Ecco, guardate: per breve tempo ho avuto

35                   fatica e lavoro, e ho trovato grande

                        consolazione.

Is. 66, 13        Come qualcuno viene consolato dalla madre,

                        così Io vi consolerò.

Eb. 13, 14       Non abbiamo infatti qui una stabile dimora,          VI  –  8

                         ma siamo in cerca di quella futura.                         (baritono

                                                                                                                  e coro)

1. Cor. 15,       Ecco che a voi dico un mistero: Tutti certo              VI  –  9

51-55               non saremo già morti, ma tutti saremo

                          trasformati, in un attimo, in un batter

                          d’occhio, al suono dell’ultima tromba.

                          Squillerà, infatti, la tromba e i morti

                          risorgeranno incorruttibili e noi saremo

                          trasformati… Allora avrà compimento la

                          parola che fu scritta: «La morte è stata

                          assorbita in vittoria. Dov’è, o morte, la tua

                          vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?»

Ap. 4, 11          Degno Tu sei, Signore e Dio nostro, di ricevere        VI  –  10

                          la gloria, l’onore e la potenza, perché Tu hai

                          creato tutte le cose e per la Tua volontà erano

                          e sono state create.

Ap. 14, 13        Beati i morti che fino ad ora son morti nel               VII  –  11

                          Signore! Sì, dice lo Spirito, affinché si riposino          (coro)

                          dalle loro fatiche, poiché le loro opere li

                          accompagnano.                                           

Anja Oganjan: Poesie tradotte da Paolo Statuti

10 Dic

Di questa poetessa di origine armena non so niente, ma ho trovato in internet queste sue poesie e le ho tradotte, perché mi sono piaciute.

Poesie di Anja Oganjan tradotte da Paolo Statuti

Resterò per te solo un ricordo

Resterò per te solo un ricordo,

La più tenera e lontana memoria.

Come una gara un tempo perduta,

O “la mossa del cavallo” che dà la vittoria.

Resterò per te un batter d’occhio,

La fiamma che arde più luminosa.

L’intima interminabile ispirazione,

E l’unica chiave adatta a ogni cosa.

Non cercarmi nei volti, nella fiumana,

Vivi con altre in modo facile e brillante.

Nascondi lontano i miei sfioramenti,

In un luogo profondo e distante.

Io resterò per te solo un ricordo,

Cadrò da te come ombra stremata.

Meglio essere un vano desiderio,

Che “ancora una” che intralcia la strada.

La fanciulla coi fiori

Sulla strada, con un cesto, zoppicante,

Con un sorriso semplice, di buon cuore,

Si avvicinò a noi una giovane fanciulla,

Dicendo: «Compratemi almeno un fiore».

Oh, come guardava fissamente,

Fu subito chiaro – un animo puro.

In vita, si vedeva che aveva sofferto,

Ma non sapeva ancora molto di sicuro.

Nel suo cesto giacevano con cura

Tulipani, tre margherite, nove rose.

Là due mazzetti uniti in uno,

E in alto una coppia di mimose.

E in tutto il suo aspetto mostrava

Una giovinezza ancora immatura,

Ma pur se la vita l’affliggeva,

Aveva nel Cielo la fede più pura.

Mi si strinse il cuore per la tristezza

E dissi a mio marito: «Per favore,

A questi occhi che ignorano la gioia,

Сompra almeno questi dannati fiori».

Lui pagò una somma per tutto il cesto

E, presami per mano, alla fanciulla lanciò

Uno sguardo paterno e, tacendo,

Di nuovo il cesto nelle sue mani posò.

Tali innocenti lacrime tu non vedrai mai,

Io l’abbracciai con un sospiro profondo,

E mi sembrò che una fanciulla più triste

Di lei non ci fosse in tutto il mondo.

Poi  anch’io scoppiai in singhiozzi,

E ce ne andammo al più presto…

Ma io poi tutta la vita li ricordavo:

Le lacrime, la fanciulla, i fiori, il cesto.

Il cielo

Vedi il cielo? Sconfinata lontananza,

Chilometri di deserta altezza.

Là tutto è semplice, là tu sei tu,

In cielo non c’è angoscia né tristezza.

Nelle nubi, dove alla luce solare

Frusciano le ali che volano in alto.

Tu stai fermo come preso nella rete,

Il cielo ti sussurra: «Sorridi soltanto».

Là libertà senza complesse soluzioni,

Senza offese, niente non pronunciato.

Là volano oltre tutti i rimpianti,

Senza catene di cemento armato.

Vedi il cielo? Sconfinata lontananza,

Come se accanto – con la mano non toccare,

In cielo non c’è angoscia, né tristezza,

Bisogna solo imparare a volare.

Il pianoforte scordato

Aria fredda, serata tranquilla,

Risonava scordato un piano.

Hai preso con te vino e candele,

Ma io con angoscia guardavo lontano.

Tu mi scaldavi fredde le mani,

«Mie» – sussurravi a te stesso.

Ed io il distacco invocavo,

Contanto i giorni, come in un recesso.

Tu facevi programmi e ridevi,

Ed io con angoscia guardavo lontano.

Io intepidivo – tu t’innamoravi,

Risonava scordato un piano.

Tutto passa

Tutto passa prima o poi –

Ciò che è buono e ciò non tanto.

Le liete serate e la lunga strada,

E le notti insonni d’estate.

La vita, certo, è un lungo istante,

Ma… questo è un buon segno:

Tu grida, se soffoca il grido,

Tutto passa – passerà anche questo.

Aprile

In un attimo da tutti abbandonata.

Non è una sensazione stramba?

Senti un po’ le gambe vacillare,

Nello scenario la tempesta romba.

E dietro le tende, sulla strada –

Solo il cigolio dell’altalena.

Aprile tiene alquanto il broncio

E singhiozza appena appena.

Stefan Bronisław Flukowski (1902-1972)

15 Nov

Prosatore e poeta polacco legato al gruppo letterario Quadriga, uno dei primi e principali rappresentanti del surrealismo in Polonia. Traduttore di Anatole France, Paul Eluard e dello scrittore svizzero Charles-Ferdinand Ramuz. Studiò filosofia alla Facoltà di Umanistica dell’Università di Varsavia e al tempo stesso diritto. Debuttò nel 1927 sulla rivista “Quadriga”. La sua prima raccolta di poesie – Il sole nella fatica giornaliera uscì nel 1929. La sua creazione era vicina all’Avanguardia di Cracovia. Nel periodo in cui Tadeusz Peiper e Julian Przyboś, tendevano ad esprimere l’eternità nelle immagini del tempo presente e della vita quotidiana, Flukowski al contrario, con la metafora dell’eternità esprimeva la ciclicità del presente. Il poeta si opponeva anche alla innovazione della forma, postulando la semplicità della lingua. La sua poesia manifestava l’apoteosi del lavoro come valore fondamentale del mondo. Motivo costante della sua creazione era il quadro del lavoro quotidiano dell’uomo, come compimento della creazione divina.

Le sue opere possono essere viste come rappresentazione del moderno prospettivismo. Le sue tecniche più caratteristiche sono le variazioni del punto di vista narrativo, le giustapposizioni di pareri e attitudini, l’esposizione della complessità inerente ai caratteri e alle situazioni, e la collisione di differenti lingue, allo scopo di scorgere sprazzi di realtà oltre la lingua. Poiché molti di questi espedienti si possono trovare sia nei drammi, che nella poesia e narrativa di Flukowski, si può concludere che la sua produzione letteraria lo colloca in una indistinta linea di confine tra l’avanguardia e il modernismo.

Ha scritto sei raccolte di poesie, sei drammi, racconti, le biografie di Słowacki e Norwid e il romanzo grottesco Le vacanze del nostromo Jan Kłębuch, che diversi anni fa il mio amico poeta Marian Grześczak (1934-2010) mi consigliò di tradurre. Desideravo farlo ma non trovai un editore interessato. Uscì poco prima dello scoppio della guerra e fu confiscato e bruciato dagli hitleriani. Per i suoi valori artistici e per la problematica intellettuale e morale in esso toccata, questo romanzo – notevole esempio di prosa sperimentale nel periodo tra le due guerre, non ha perso la sua attualità e può essere raccomandata ai lettori dei nostri giorni. Flukowski in questa sua opera affronta il problema del mito: del suo sorgere, delle sue conseguenze, del suo contrasto col pensiero razionale. Attorno a questo tema si svolgono tutte le altre costruzioni narrative e filosofiche di questo interessante romanzo, saturo di uno straordinario simbolismo. Forse si troverà finalmente in Italia un traduttore e una casa editrice interessati a pubblicarlo.

P.S.

Di Stefan Flukowski ho tradotto questo poema:

Johann Sebastian organista

                                                 Al dottor Franciszek Łukaszczyk

Il “pianoforte ben temperato”,

nero, di lacca lucida,

si muove nello spazio come pianeta

con moto regolare, preciso,

ubbidiente alle proprie leggi

dell’armonia assoluta.

Ci vorranno cento anni,

perché diventi un sole

e accenda il fuoco in ciascuno.

Una nube con la chiave d’ebano

scorre sui campi di grano,

un’allodola si alza in volo, vola, vola

e in questa chiave

canta allegra un madrigale.

                            *

Da tre giorni il giovane cammina,

tre giorni diretto a Lubecca

dove vive Buxtehude,

organista assai provetto

e compositore illustre.

Vuole imparare da lui,

desidera apprendere

come quattro o  sei torrenti

tramutare in un fiume solo,

e di esso fare un mare

coronato da un orizzonte  

di cadenze, code, finali…

Il giovane andando a Lubecca

spesso sotto un albero passa le notti.

Non può assopirsi…

Si costruisce un organo

in cima a un tiglio, un olmo, un carpine,

suona.

Comincia con un vecchio ricercare.

L’ha trovato oggi sulla strada,

un bel manoscritto, caduto

dal finestrino di una carrozza italiana,

che l’ha superato a una svolta.

Era vuota, non c’era neanche il cocchiere,

ma correva a meraviglia

tra due filari di olmi e pioppi.

E man mano che si allontanava

era simile a Venezia –

oro e azzurro.

Ha già trovato il tema, già lo possiede,

conduce al tempo stesso quattro voci –

tema quinta risposta

pedale manuale, poi insieme,

dalle semiminime passa alle crome,

dalle crome alle semicrome.

La fuga si svolge ininterrotta,

raddoppia, aggiunge nuove forze:

da forte a fortissimo. presto, presto,

e a un tratto piomba nel paese

del sogno, dell’oblio

insieme con l’organo in cima agli alberi.

Dorme adesso, respiro regolare,

fili d’erba nei capelli,

un coleottero imprigionato nell’orecchio

stride con le quattro zampette a coppia –

tutto intorno rispondono i grilli.

Cammina già da cinque, sei giorni,

è giunto alla strada maestra per Lubecca,

va dal maestro Buxtehude

a studiare composizione,

a penetrare i segreti dell’esecuzione,

il meccanismo dello strumento.

Calura, ma prosegue sempre,

la parrucca infilata nel bastone,

accanto al fagottello col pane.

E non sa nemmeno

che è più alto dei pioppi.

Nelle calze bianche i grossi polpacci

più grossi dei più grossi tronchi,

la parrucca è una nuvola.

                                  *

L’organista

con le calze bianche

                         obeso e incantato

corre là dove ci sono

                         quattro pianoforti,

e ad essi si siede.

                         Suona

un concerto per quattro pianoforti.

È solo… nessuno lo ascolta…

Solo gli uccelli sono ammutiti

e la pioggia ha smesso di cadere.

Il pubblico verrà il seguente

secolo diciannovesimo

negli abiti Luigi Filippo.

Senza sosta sarà scoperta la tastiera

ed egli guizzerà come scòrfano sul palco,

sibilerà un proiettile,

brillerà una baionetta,

prenderà con foga il foglio con le note,

… passa al tono piano…

poi di nuovo con gli accordi

comincia coi cannoni.

Johann Sebastian, organista

– parrucca con cura incipriata –

corre all’interno dell’organo,

salta da un registro all’altro,

incalza con il contrappunto,

insegue con le fughe

Johann Sebastian, organista Johann…

E da tutto questo

               dritta in cielo

la melodia più pura.

Sulle strade

                     a un tratto

la bufera infuria –

strappa i cappelli ai passanti,

li posa sui tetti,

sposta le case solide come roccia,

lacera i dialoghi nelle tragedie,

pesta i cristalli dell’aria

e lancia intermezzi che parlano di sé.

Qualcuno corre sulla strada

inseguendo un cavallo

trasformato in vento,

in uragano, in tornado,

in fattore di velocità.

E possono resistere solo gli alberi

che hanno il più alto indice

di elasticità.

Volano le pietre miliari,

                   i cappelli e

                         i portali delle chiese,

vola la gente,

che in un giorno di mercato

i corali di Johann Sebastian

hanno rapito.

                           *

Johann Sebastian, organista,

siede a tavola con la famiglia.

Dietro la finestra il bel tempo

          indossa gli abiti domenicali,

          con un fiore di visciolo sulla fronte

invita gli uccelli a posarsi sui rami.

                                  Dalla finestra

                         un solerte zeffiro

                  sospinge

i profumi dei prati e del frutteto,

                  rinfresca le fronti,

                          i ragni dagli angoli scaccia.

A tavola un Oceano –

                      otto figli a destra,

                      otto figlie a sinistra –

da una scala di otto toni costruisce

il pianoforte ben temperato.

                             *

Nell’organo arieggiato

un angelo ha perso una piuma,

verrà l’organista                

e la piuma soffierà via

attraverso la canna di stagno

sopra la chiesa

in un gaio mattino domenicale.

Quando la chiesa è vuota

e l’organista

a casa dopo pranzo riposa,

gli angeli coi diavoli

scherzano insieme:

            ora giocano a nascondino

dietro l’altare,

            ora a chiapparella nell’organo.

Allora può succedere

che premeranno il registro più grave

o tutti i toni insieme.

            L’organo rimbomberà

            come nel giudizio universale,

e in un altro momento si lagnerà

con l’armonia di Johann Sebastian.

Nella canna più grossa

siedono il diavolo e il becchino.

Da tre giorni bevono birra,

cantano canzoni scurrili e

mangiano arrosto di montone,

e bevono, e cantano,

mangiano

e bevono

nella canna più grossa

il diavolo e il becchino.

È arrivato l’organista

da un ruscello di cristallo

e con un corale a quattro voci

il canto, la birra e il diavolo,

il becchino e l’arrosto

ha soffiato via sotto la volta,

                    e tutti

hanno visto solo due pipistrelli.

Nell’organo arieggiato

la sera

un angelo dorme profondamente –

ma la mattina  

arriverà l’organista

e comincerà a svegliarlo.

L’angelo destato

sui registri dei toni

salterà fuori dall’organo

e sbatterà contro il soffitto,

respinto dal soffitto

si schiaccerà contro la vetrata,

in estasi si condenserà…

E allora

un novello raggio di sole

gli ridarà un bel colorito

e lo riscalderà.

Un vecchio manticere

con una donna viveva nel peccato,

si ubriacava e truffava,

rubò una stella a un angelo,

che si era appisolato in un boccale

e la nascose nel mantice.

Johann Sebastian

le toccate, le fughe e i corali

a modo suo rafforzò,

la stella schizzò via

lontano oltre la luna.

                          *

Appena sorto il sole,

l’organista Johann Sebastian

corre nell’enorme organo,

salta da un registro all’altro,

insegue tema con tema.

Tuonano le fughe, le toccate,

si accavallano messe e corali.

Non vede nemmeno

che su di lui c’è già un altro sole:

l’Opera Omnia di Johann Sebastian.

(C) by Paolo Statuti