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Un poeta grottesco e beffardo: K.I. Galczynski

14 Lug
Konstanty Ildefons Galczynski

Konstanty Ildefons Galczynski

Konstanty Ildefons Gałczyński nacque nella modesta famiglia di un ferroviere nell’anno 1905. Studiò filologia classica e inglese nella Polonia ormai libera e riunificata. Debuttò già nell’anno 1922, ma la prima opera che lo rese famoso fu una dissertazione universitaria, dedicata a un certo poeta inglese della Restaurazione, illustrata con una scelta di poesie di questo poeta nella traduzione polacca. Ben presto si scoprì che il poeta non era mai esistito, e che tutti i dati e i poemi erano stati inventati dallo studente Gałczynski. Era ubriaco di fantasia, ed è forse vero che il suo secondo strano nome, Ildefons, se lo sia dato lui stesso. La sua fantasia era apocalittica e insieme grottesca; le immagini che creava erano vicine ai quadri di Hieronymus Bosch. Ciò appare evidente specie nelle sue poesie della serie “catastrofica”, come anche nelle “Profezie” – piene di garbo e di follia, o nel poema meritatamente famoso – “La fine del mondo”. Esse riassumono e rappresentano i tratti più salienti della poesia di Gałczyński, ma forniscono soprattutto la misura del suo umorismo.
Ed ecco la seconda e forse più rilevante prova dell’originalità di questa poesia. Gałczyński è irresistibilmente spiritoso. Le sue grottesche e vulcaniche visioni, considerazioni e battute sono tutte piene di una grazia inconfondibilmente poetica. In modo molto evidente esse illustrano la parentela costruttiva tra una metafora poetica ed una riuscita battuta umoristica. Gałczyński era un satirico dotato di una mira infallibile. Fu lui che innestò la tecnica del surrealismo nella satira polacca. Basti leggere poesie come: “Un cavallo in platea”, o il ciclo delle esilaranti scenette teatrali “Il teatrino dell’oca verde”.
Queste particolarità lo legano alla importante e più autorevole corrente d’avanguardia nella prosa e drammaturgia polacca. I suoi rappresentanti più noti sono: Stanisław Ignacy Witkiewicz e Witold Gombrowicz. L’ironia è l’effettivo substrato delle loro opere, peraltro così diverse. Essi adoperarono la beffa come ancora di salvezza della loro dignità, nell’imminenza della catastrofe, e con la coscienza dell’assurdità della vita.
Gałczyński invece cercò la salvezza anche nella solidarietà con l’uomo della strada. La sua felice maniera stilistica e la popolarità delle sue poesie, già grande prima della guerra, lo spinsero verso un certo qualunquismo. Egli ruppe con la lingua curata e con la tradizione intellettuale nella poesia, e fu quindi naturale che schernisse coerentemente l’intellighentzia, portatrice di queste tradizioni. Egli divenne così oggetto di tentazioni da parte della destra nazionale polacca, nemica, come tutte le destre, dell’intellighentzia, delle discussioni e dei ragionamenti. Per un breve periodo, fino al termine degli anni trenta, questa corrente affascinò Gałczyński col suo dinamismo artificioso, con lo scherno dell’apparente logorio delle tradizioni democratiche della classe intellettuale, ma particolarmente con l’adesione della gioventù. L’aspirazione ossessiva di Gałczyński fu il legame stretto coi lettori. Egli faceva tutto senza alcun cinismo e sempre con la maestria di un “buon artigiano”, come lui stesso amava definirsi.
Sopraggiunse la guerra. Nel 1939 la Polonia venne assalita e distrutta proprio da quelli che erano serviti da esempio alla destra. Gałczyński che era soldato semplice, finì in un campo di prigionia di rigore. Proprio lì, nell’Altengrabow, nacquero le commoventi poesie alla moglie adorata Natalia e le liriche che mezza Polonia ricopiava e diffondeva clandestinamente. A cinque anni dalla liberazione, egli tornò nella patria socialista e approfittò di una delle reali possibilità sorte col cambiamento di regime: al posto del popolino, poteva avere ora il popolo stesso come interlocutore. Così almeno egli sperava. Le sue poesie, infatti, acquistarono una risonanza assai ampia, sebbene ancora non generale. Malgrado le limitazioni tematiche imposte e il crescente oscuramento dell’atmosfera sociale in quegli anni, Gałczyński riuscì a pubblicare, una dopo l’altra, diverse raccolte di poesie, come: “La carrozza incantata” e “Le vere”, i poemi “Niobe” e “Wit Stwosz”, le commedie “La notte dei miracoli” e “Il ballo degli innamorati”, un nuovo divertentissimo libretto per l’”Orfeo all’inferno”. Scrisse inoltre testi di canzoni popolari, un ciclo di spassosi feuilleton: “Le lettere pazzarelle”, e tradusse Shakespeare. Venne lasciata ai poeti la terra appena sufficiente per un vaso, ma Gałczyński riuscì a cavarne un intero giardino pubblico.
Morì colpito da infarto il 6 dicembre 1953, proprio quando cominciavano a soffiare le prime attese ventate del disgelo nell’atmosfera politica del paese. Di solito, un poeta che muore celebre viene ben presto dimenticato, e bisogna attendere molti anni per la rinascita della sua fama. Gałczyński è uno dei pochissimi scrittori la cui popolarità non solo continua, ma cominciò a crescere subito dopo la morte e, nel suo caso, occorre aggiungere, a crescere con la forza di una valanga.
Grazie a Paolo Statuti, sono state tradotte in italiano alcune opere tra le più amate nella patria del poeta, e va sottolineato che la versione è tale da far capire le bellezze tipiche e le componenti melodiche dello stile di Głaczyński. Chi scrive è stato amico e ammiratore del poeta, ed ha un solo desiderio: che anche i lettori italiani si rendano conto del perché la sua poesia ha ridato a noi polacchi la fiducia nel significato e nella serietà della bella arte dello scrivere.
Jerzy Pomianowski

Konstanty Ildefons Gałczyński tradotto da Paolo Statuti

VISIONI DI SAN ILDEFONS
ovvero
S A T I R A S U L L ‘ U N I V E R S O
LA FINE DEL MONDO
Al mio Amico S.E. SIGNOR TADEUSZ KUBALSKI
come anche alla memoria delle mie zie buon’anime:
Pitonessa, Ramona, Ortoepia, Leonora, Eurasia, Titina,
Ataracsia, Repubblica, Ierusalem, Antropozooteratologia,
Trampolina, Ortodossia – rapite nel fiore degli anni da una
tromba d’aria nelle vie di Bologna
dedica l’inconsolabile
AUTORE
Apparebit repentina
Dies Magna Domini
Fur obscura velut nocte
Improvisos occupans…
cantilena latina
A Bologna in Accademia
l’astronomo Pandafiland
disse, levando la berretta:
– Signori, si profila
la Catastrofe Estrema,
la fine del Cosmo ci aspetta;
tutto vi voglio chiarire:
parallasse e perturbazione,
tra un’ora – è mia opinione –
il mondo dovrà sparire..
A quell’atroce accenno
saltò su Ser Marconi,
colui che avea più senno
fra tutti quei barboni.
E disse: – O adunata
di savi, amici miei,
ciò che udiste è una boiata,
come tre e tre fa sei;
in veste di rettore,
dichiaro che l’autore
di questo sporco intrigo
si merita un castigo,
che solo un invasato
può avere escogitato
una simile impostura.
Chiasso e vocìo nella sala:
ogni sapiente fischiava,
gridava: – Che fregatura!
ci voleva irretire,
corrompere, incantare,
idiotizzare.
Aspetta: ti concio io,
quest’onta nessuno ti scaccia!
Ciò detto uscirono, sbattendo il leggio,
come alla dieta polacca.
Restarono gli scanni scuri
e i Cristi neri sui muri,
e sul pulpito – avvilito,
piccino, rattrappito –
l’astronomo.
Gli doleva assai la testa,
allor prese un calmante,
e per un breve istante
non fece alcuna mossa:
anche lui è di carne e ossa.
Poi su e giù passeggiò alquanto,
cupo – più cupo non puoi –
e borbottò: – Cessa il comando…
Sul muro bianco, dipoi,
segnò cifre e così pure
zodiachi e figure –
per un tempo senza fine,
sibilline.
Poi sopra un blocco notes,
sbirciando il suo quadrante,
tracciò facce curiose
con piglio da gigante.
Quindi, sui palmi appoggiato,
guardò a lungo alla finestra:
Bologna era verde come un prato
ombrato.
Era sera.
E da lontano – pensate! –
giungevan note flautate –
era d’estate.
Stop.
Quando il tempo fu scaduto,
vale a dire alle otto,
il rettore prevenuto
ogni specchio trovò rotto;
e li trovarono spezzati
i pensionati e i tappezzieri,
come anche tutti i barbieri,
e fu la piaga pei peccati.
Che buffo! Il bidello Malvento,
guardandosi allo specchio:
– Ho nel volto un tagliamento!
Gridò. Era nello specchio.
Qui, nelle mie visioni,
una pausa si perdoni.
LE VISIONI RIPRENDONO
Piante, farfalle e gatti
riddavano balzelloni,
biancheggiavano i rondoni
e c’era sangue sui sassi.
Calando le tende trapunte,
anche il rettore tremava,
come un neonato frignava,
e non era un fesso qualunque.
In tutte le strade, oramai:
“Muore Bologna!” – gridavan.
Quel forsennato viavai
la polizia caricava;
coi loro corti randelli –
botte da orbi alla gente,
ahi, ahi! urlavan quelli:
“Si salvi chi è credente!”
Chi lo era diceva “O Dio”,
e chi non – “Morte ai paurosi!”
Salivan sui tetti i curiosi
ed anche il bue, caro mio,
muggiva, muggiva, muggiva.
Per le strade il flagellante,
invocando le sante,
il suo corpo feriva.
Solo gli allegri studenti,
nelle taverne, incoscienti,
in mezzo alle foglie di vite
scrivevan versi alle amiche,
e quelle ch’eran più schive,
dietro una foglia – davvero! –
baciavano sulla bocca.
Ma bravi! Crepa il mondo intero
e qui si fa bisboccia.
Peccate reciprocamente
studenti e madonne,
bevete cognàc – vergogna! –
cantate,
con le chitarre sonate:
“Evviva Bologna,
città delle belle donne!”
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Qui, pausa: crepo d’invidia.
Durante questi portenti
senza capo né coda,
inauditi e sconvolgenti,
l’artigiano G. Lucco
si divertiva parecchio
cantando e sgrossando bare:
cantava Giovanni: “Ti sgrossi,
mia bara, ti sgrossi;
accoglierai una fanciulla
dai capelli rossi”.
E quando sentì d’aver fame,
messo dell’olio sul pane,
mangiò piano, con devozione;
dopo – politico all’erta –
mise gli occhiali a stanghetta
con oculata attenzione,
se no saltavano le lenti;
con la pipa tra i denti
e la mano incallita,
le lettere conficcava
di chi più non c’era:
– Basta…chiudo e me ne vado…
uhm…la fine del creato…
in fondo…non è sgradita…
e già dormiva sereno,
Giovanni, nell’orto, sul fieno.
Ma negli ospedali affollati
eran desti, poverini,
dentro i bianchi lettini,
i malati.
Ognuno là dentro gridava,
tossiva ed imprecava:
– Dove sono i dottori?!
i vasi, le sputacchiere,
gli stecchini e le infermiere?!
Ci aumentano i dolori!
non fateci morire,
ci vogliamo vestire,
dateci una cravatta –
non vogliamo bende e ovatta!
C h e p o r c h e r i a !
ma il coro pian piano scemava,
più d’uno la notte crepava.
Ora il silenzio regnava
nella bianca corsia.
Ed ecco che da un pitale
saltò fuori il Mostro Astrale
e ingoiò le medicine.
Visione quarta: fine.
Davanti all’Accademia,
a mazzetti come viole,
compiangevano la terra,
ciarlavan le fruttaiole:
– Lei vede?
– Non vedo.
– Si vede qua e là.
– Qualcosa viene.
– Di brutto.
– Bla bla!
– Bla bla!
– Ho visto, signora mia,
– andava in sagrestia,
– è vero sì
– è vero sì.
– Proprio.
– E’ sul giornale financo,
– nero su bianco.
– Oh!
– Qui
– Pro
– Quo
– Dio ci punisce…
– Cosa?
– Cosa?
– E questo Cosmo…
– Ahimé il Cosmo perisce…
Emerge come una palla
dal fiume la luna bianca.
Il bosco sul fiume balla
come uno senza cianca.
E il fiume scorre e cela –
la lunga – parola – celeste.
La luna, come una mela,
ad un rametto s’appende.
Ma a che servirà quel disco?
Sarà ciò ch’è previsto.
Non serviran le onde:
l’allarme già s’effonde.
Plebe e Re che posson fare?
Si peggiora ed il timore
si solleva come il mare.
La nuvolaglia scura
galoppa stancamente;
l’ira della Natura
annuncia pigramente.
Alla città s’appressa,
sulla terra oppressa
cadrà assai presto,
enorme, orrenda, avversa.
Da San Michele arriva
un rintocco funesto.
Più morta che viva
Bologna trema.
Banchieri, confessatevi:
vita e soldi perderete!
e voi tra i topi celatevi,
voi che massoni siete.
Vedo avvicinarsi l’Orrore,
il Principe delle Tenebre
conficca al polo la bandiera.
Perché dall’a alla z, sissignore,
la profezia di Pandafil s’avvera.
S’avvera, sì, sì, s’avvera,
tutti i telefoni han tremato,
nella sala degli specchi
corre il Re spaventato.
Pronto
Pronto
Pronto
Sei tu? sei tu, Genoveffa?
Son’io, son’io – Antonio!
Lei sbaglia! Quattro-cinque-zero!
E’ il negozio di bare?
Non si capisce, a quanto pare.
Io sono suo genero!
Stasera i cavalli spedire.
Posta Pinocchio, dodici per 15 lire.
Pronto
E’ la cancelleria reale?
Sei tu, micino?
Alienato!
Sono il ministro della guerra,
Sire,
insorge il proletariato:
P come Pitonessa
Ramona
Ortoepia,
Leonora
Eurasia
Titina
Ataracsia
Repubblica
Ierusalem
Antropozooteratologia
Trampolina
Ortodossia!
IL PROLETARIATO
Mandaron l’esercito in città,
e l’esercito marciò:
Piccolo-flauto – fi-fiù-fi-fi-fiù,
e i tamburi – tara-tarapùm:
– Il Cosmo schiatta passa il Cosmo,
il tapino non sarà più!
Poi seguiva curvato,
pensoso, accerpellato,
con occhiali e scopetta
il compagno Saponetta;
e alla luce dei fari
ripuliva i binari.
Borbottava qualcosa
Sputando le parole:
– Il Cosmo è una gran cosa,
ma l’ordine ci vuole.
E su lui che spazzava,
e su questi binari,
un colombo volava
e batteva le ali.
Sul colombo – la luna
rischiarava il cammino.
Sparivan nella bruma:
quello, rotaie, spazzino…
Laggiù, l’ombra, nei pressi
della città, calava.
E ad essi, solo ad essi
Pandafiland sogghignava;
idillico si fece,
e in estasi pensava:
– Dio mio, che incantevole
scenetta proletaria!
Pensavano ugualmente
i poeti di Bologna:
Spazzino commovente,
far come te bisogna!
Cantavano i poeti:
– Orsù, non disperiamo,
il mondo è spacciato,
ma col proletariato
giochiam, giochiam, giochiamo.
Divertitevi, ragazzi.
Frattanto già tonava,
frattanto lampeggiava
e qualcosa di brutto
in giro s’annunciava.
Non servì il turpiloquio,
né gli insulti alla Madonna:
terminava ormai l’obbrobrio,
il mondo e la vergogna.
Nelle vie di Bologna –
folle peregrine.
Adunate, consigli:
come impedir la fine.
Ma come restar vivi
nel giorno delle stragi!
ribaltavano gli archivi,
teatri, colonnati,
negozi, templi, arene,
diverse ubicazioni,
elefanti e stazioni,
e al cinema le scene.
Ed a Giovanni Lucco
Che dormiva profondo,
crollò la colombaia
e ne fuggì un colombo:
quel colombo benigno,
quello dello spazzino,
cui Pandafil maligno
lanciò quel sorrisino.
Solo quando i pianeti
cambiaron direzione,
fu indetta su due piedi
una contestazione:
C’erano tutti quanti:
vecchi, adulti e minori,
i bianchi, i gialli e i mori,
anche i parlamentari,
ventriloqui e fornai,
Satanassi e Santi.
E ancora i commedianti,
e i poliziotti – tanti;
c’eran preti, un rabbino,
ed anche molte suore.
E in testa era il rettore
in groppa a un bel suino;
senza scarpe passavano
gli esibizionisti,
con gli striscioni i socialisti,
con le bombe i comunisti
sfilavano.
Cosa ovvia – gli anarchici
con diabolici ingranaggi,
i massoni coi compassi,
e i bambini
con graziosi mazzolini;
i più incalliti monarchici
cantavan “Viva il Re”,
e dietro, i neopapisti,
invero un po’ marxisti,
cantavano “scotendo i cieli”:
Evviva bandiera rossa!
Risatine!
La cosa andava bene,
con ordine, tutti insieme:
adunate, comizi imprevisti,
ku klux klan e squadristi,
dum-dum a tracolla;
risoluzioni, pretesti,
rivoluzioni e manifesti.
LA FOLLA
Apparve l’Arcobaleno,
rifugio del mondo
ormai vano:
come bambini impauriti
si presero per mano,
ma turbinavano,
impietriti,
e da tutte le gole
si levarono i gridi:
– NON VO-GLIA-MO LA FI-NE DEL MON-DO!
Per dispetto iniziò il finimondo
Sic!
Incominciarono i malanni
in un orrida atmo-
sfera. Vedi Giovanni,
Apocalisse – Pathmos:
Già i soli peri-
vano e lungi cadevano.
Giù le stelle, come pere,
che gli Ebrei si rivendevano.
La luna in questa buriana
seguì il comune destino,
disse addio alla vita grama
e si tuffò nel vino;
gorgogliava da ogni poro
quella vecchia alcoolizzata,
poi il barile divenne d’oro,
e lei morì annegata.
Sempre più si sgretolava
questo lurido creato,
e schiantandosi affogava
anche il vecchio antico stato.
In quel solenne istante
Pandafil disse raggiante:
– E’ terminato lo scompiglio,
s’immerge il mondo
come l’enorme scafo d’un naviglio
nei flutti dell’etere profondo.
TUTTO QUESTO HO SAPUTO
DAL CIEL TELEFONANDO
E SCRIVERE HO VOLUTO –
ILDEFONS IL SANTO.
FINIS
(1930)

PROFEZIE
Quando il Gran Codanera
a Lisbona arderanno,
e nella stratosfera
tre zeri splenderanno,
sbucherà la Pantera,
verrà l’Empio Colera,
Arturo e Malacoda
la man si stringeranno.
Buio cupo e terrori,
notte come un dragone,
presto usciranno fuori
il baro e l’imbroglione,
banditi e ambasciatori,
sicari e distruttori –
che gioia veder tutti
nell’infero burrone!
Rammentate quel prete
profeta del destino!
La luna forse avrete,
ma sembrerà un porcino.
Voi che cassieri siete,
l’orrore proverete –
vi torrà l’ombelico,
v’andrà nell’intestino.
Vedrete i calabroni,
i tafani regnare,
orribili scorpioni,
zecche, pulci, zanzare;
e vermacci a milioni
dai cassetti dei demòni,
eppur la lucciolina
uscirà per brillare.
Diran, piangendo, i vati
che la luna è un’arancia –
ma alle arance, annoiati,
chi più darà la caccia?
Voi ci avete infettati,
o giambografi amati,
v’oltraggerà la morte –
simpatica vecchiaccia.

La falce darà addosso
A tutti i porci ingordi.
Avranno il naso rosso –
così saranno scorti.
Addio, porcello arrosto!
Addio, ciambelle al mosto! –
balordi, Malacoda
è nel caviale – accorti!
Malacoda scorrazza,
le palle a sonagliera,
davanti – una mazza,
dietro – un culone a pera.
Sic Malacodae gratias,
dei maiali disgrazia,
a VILNO partorito
dalla notte più nera.
Pieno zeppo è il papiro.
Già profonda è la notte.
Predìco per finire:
la siccità è alle porte.
Se ti manca il respiro:
“Pasticche dell’Emiro” –
Malacoda è la base,
confida in lui – è forte.
(1936)

LA MIA POESIA
La mia poesia sembra una notte lunare,
una quiete sconfinata;
quando la fragola dolce nei borri appare
e l’ombra è più grata.
Quando nessuna donna mi sorride
e ogni cosa è sopita,
quando un grillino da un mattone stride:
“che pacchia la vita!”
La mia poesia è un mero prodigio,
è il paese ove d’estate
dormiva rannicchiato un gatto grigio
sul davanzale.
(1937)

ADDIO ALLE LANTERNE
Voi che di notte risplendete
rischiarando i vicoli stretti,
sempre pazienti e uguali siete,
voi – le stelle dei poveretti;
e l’uomo che a caso procede,
di notte, ubriaco, nel gelo,
alzando la testa vi vede,
e mormora: – Son forse in cielo?
ADDIO, MIE CARE LANTERNE.
Voi, qualunque contrada accolga
la vostra luce indulgente,
a Parigi, dove una volta
amai senza ottenere niente;
o a Londra, ove la nebbia rammenta
il sonno e il vento è un ossesso,
e dove la lanterna “addenta
con la luce” – già Eliot l’ha detto.
ADDIO, MIE CARE LANTERNE.
Voi che cantate ogni notte,
finché Venere ancora balena,
voi sotto le quali tre volte
lessi il “Divino Poema”;
voi di paura non tremate,
come sonetti nell’eternità,
voi con la luce perdonate
come donne – popoli e città.
ADDIO, MIE CARE LANTERNE.
(1948)

LA PASQUA DI JOHANN SEBASTIAN BACH

La famiglia è andata ad Hagen.
Sono rimasto solo in questa enorme casa.
Dei miei passi rimbomba l’andante.

Mi fa ridere tutta questa doratura
e questi pellicani scolpiti senza cura,
e quelle nuvole che corrono a levante.
Io amo le nuvole. E le luci cupe.
Come le fortezze. Come le mie quadruple fughe.

Girare per le stanze – che incanto,
con la Signora Musica accanto!
Come bosco d’autunno le rosse candele d’oro.
Oggi è Pasqua. Le campane conversan tra loro.
Oh, felice è il mio cuore!
Nei vecchi cassetti le vecchie missive,
e nei libri le foglie seccate;
che bello frugare tra le carte d’un tempo…
Oh, ore festive piene di dolce fermento!
o estri come colonne d’oro, o cantate!
Vestito di verde velluto
sguazzo, vago per queste stanze,
sui ballatoi e sulle scale;
oh, prima di sera, quante ore ancora, quante,
per borbottare, canterellare, camminare,
scorrere come acqua incantata!
Scuri come la notte i ritratti mi salutano,
e ancor più scuriscono quando m’allontano.
E’ buffo che alcuni m’han chiamato maestro,
dicono che nelle cantate il Cielo ho messo.
Peccato che qui non tutti conoscete il mio merlo,
ah, come questo merlo canta, ah, che bravura!
A lui devo molto. E anche alle grandi nubi.
E ai grandi fiumi. E al tuo seno, o Natura.
Guardate questi giacinti azzurri,
queste sedie di legno nero,
tutti questi mobili dorati,
questa gabbia coi pappagalli, che canticchia,
quelle nubi come vascelli argentati,
che il vento del sud solleva.
Sì. Guardate. Qui dimoriamo.
Qui ricorderanno Johann Sebastian.
Dicono che sono vecchio. Come il fiume.
Che il tempo sempre più mi sfugge di mano.
E’ vero che molte ore ho sprecato.
Non fa niente. Al diavolo! Io suono su corde resistenti
e ci sono ancora le mie cantate, accidenti!
Non il tempo me, ma io lui all’incudine ho legato.
Presto tornerà la famiglia e comincerà il banchetto.
Le mie figlie, prima di sedersi, si acconceranno.
Lo sciame degli ospiti giungerà. Il ballo inizierà.
Mangeranno e berranno a profusione.
E anche il pastore dall’arazzo zufolerà una canzone.
Poi calerà la sera. E io sparirò nel pergolato.
Perché migliore del mio violino, quando ero a Weimar,
delle perle che sogno per mia moglie,
delle sonate dei miei figli, di ogni vaghezza,
è questo attimo di grande dolcezza,
proprio quando, nella pergola, da una sua fessura,
vedo una cosa insolita, vertiginosa, pazzesca a dismisura:
IL CIELO STELLATO DI PRIMAVERA.
(1950)

IN MORTE DI ESTERINA
DEPORTATA
DAI NAZISTI
VENEZIANA

I
Sulle tue trecce il cielo avrei scalato
e di colpo cosa? Un drappo.
Il cuore t’è fuggito come un ratto,
e nemmeno s’è scusato.
Perché racimolare scienza? – mi chiedo.
Ti scuoto: – Dimmi, perché? –
Il cero langue. Sei morta. Siedo
la notte accanto a te.
Risuscitarti non posso. Capisci?
L’ombra la beltà scolora.
Nemmeno l’acqua non vuoi. Non capisci.
Dai cupi fiumi bevi ora.
Già altrove il tuo occhio riluce
d’un bagliore verdigno,
quando vai per la sotterranea palude,
e delle canne odi il bisbiglio.
Oltre i vetri la foresta è affanno
che aumenta, a chi servirà?
Gli uccelli sui nodi stanno
immobili, sciocchi, di legno già.

II
Se un giorno incontrerò tua madre,
dirò che t’ho seppellita –
che avevi le ciocche tirate
e trecce dal cielo fuggite;

che gettai una volta un piccolo ramo
di mughetto ai tuoi piedi, dirò:
caricando il concime parlavamo
del clown dal naso lungo-Pierrot.
III
Tu, foresta, disperati con me,
tu, querceto, faggeto, betulla –
buco nella scarpa, struggiti anche te
sulla bella, sulla morta fanciulla!

Cervi di legno, uccelli di vetro,
lepri di maiolica alate,
aiutatemi a gettare, vi prego,
l’odiosa terra sulle labbra odorate.

La pioggia ha lavato i grossi rami.
Il fiume del cruccio balbetta e scorre.
Coraggio, fratelli: trecce, mani,
bocca e occhi sotterrare occorre.

(1945, frammento)

(C) by Paolo Statuti. Riproduzione riservata

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Bulàt Okudgiava (1924-1997)

15 Ago

Bulàt Okudgiava

   Nel suo articolo „Cantautori in franchigia”, pubblicato da “La Fiera Letteraria” il 2 aprile 1972, Jerzy Pomianowski scrive: “Bulàt Okudgiava – valoroso soldato nel corso della II guerra mondiale, apprezzato prosatore – è senz’altro poeta d’importanza nazionale. Egli scrive le sue canzoni non perché gli sia mancato il successo editoriale, non perché sia un poeta di minore ingegno, ma perché ha consapevolmente scelto questa forma di contatto intimo con il suo pubblico esigente… Okudgiava non ha inciso ancora nessun disco nell’Unione sovietica, ma là circolano migliaia di suoi nastri. Egli è diventato talmente popolare nel suo paese, che qualche volta gli è stato concesso di viaggiare all’estero con la sua chitarra. Prima in Polonia, poi in Francia, Germania e così via. Non c’è nulla da fare: è chiaro – anche per certi burocrati, che questo dissidente, questo contestatore, fa per il buon nome del suo popolo più di tutti gli inviati speciali della letteratura ufficiale… Okudgiava, come altri noti cantautori dell’Europa Orientale (Osiecka, Matvieieva, Galic, Vysotskij, ecc.), esprimono la voce della maggioranza progressista del loro popolo, maggioranza non silenziosa ma canora, maggioranza leggente e pensante. Essi hanno preso la chitarra e cantano proprio perché non temono nessun confronto diretto con il loro pubblico. Questo succede quando si ha in comune con esso non solo la lingua, ma anche le idee…la loro è vera poesia impegnata, è vera poesia cantata…”

Presento qui 12 testi di Bulàt Okudgiava da me tradotti in modo consono alla musica e quindi tali da poter essere cantati anche in italiano.

 

 

 

L’ultimo filobus

Allor che il dolore mi affligge di più,

allor che il coraggio scompare,

dall’ultimo bus, dal mio filobus blu,

mi lascio

portare.

O ultimo bus, su raccogli anche me!

Tu quando la nave sprofonda,

i naufraghi prendi e porti con te,

in salvo

sull’onda.

O ultimo bus fammi dunque salir!

Di notte col freddo io amo

i tuoi passeggeri che pronti a morir

si danno

una mano.

Più volte con loro l’angoscia passò,

uniti in un dolce tepore…

Oh, quanta bontà nel silenzio si può

sentire

nel cuore.

Il filobus naviga per la città,

e Mosca è un fiume in piena,

sparisce il dolor che impazzire mi fa,

si placa

la pena.

 

 

 

 

La canzone di mastro Grisha

A casa nostra,

a casa nostra,

a casa nostra –

quantità, quantità…

Noi rancore a nessuno mostriamo,

e seppure il successo è lontano, che fa?

Resistiamo…

Resistiamo,

resistiamo,

resistiamo –

perché no, perché no?

Giungerà mastro Grisha frattanto,

con le mani fidate aggiusta, lo so,

tutto quanto…

Tutto quanto,

tutto quanto,

tutto quanto –

verrà qui, verrà qui…

In chi altro sperare tu puoi?

Ogni giorno che passa parliamo così

tra di noi…

Tra di noi,

tra di noi,

tra di noi –

su e giù, su e giù

soffia il vento, il tetto già scricchiola…

Presto, i pugni fa vedere tu,

mastro Grisha,

mastro Grisha,

mastro Grisha,

mastro Grisha…

 

I pittori

Immergetevi o pittori coi pennelli

Nell’aurora, nel trambusto dell’Arbat,

Perché siano i pennelli

Così belli,

Come foglie,

                   quando ottobre

                                             arriverà.

Immergete quei pennelli nell’azzurro,

Dipingete con passione e con ardor,

Come quando via Tverskaja percorriamo,

Lo facciamo

                  ogni volta

                                  con amor.

Che sussultino gli asfalti risvegliati!

E cominci quel che ancor non cominciò!..

Dipingete

               e sarete

                           ben pagati…

Senza chiederci:

                          è riuscito oppure no?

Come giudici illustrateci la sorte,

La stagione che a ciascuno toccherà,

Cosa fa se siamo estranei…

                                             Dipingete!

Poi qualcuno

                    ciò che è oscuro spiegherà.

 

 

 

 

Francois Villon

Finché la terra girerà e chiara la luce sarà,

Dà o Signore ad ognuno ciò ch’egli non ha:

Al saggio dà una testa, al vile un cavallo per sé,

Dà al fortunato il denaro…

                                            E non scordarti di me.

Finché la terra girerà, – Dio, appartiene a te! –

Dona a chi brama il comando il sospirato poter,

Al prodigo dà respiro finché la notte non vien,

Ed a Caino il rimorso…

                                     Senza scordarti di me.

Lo so: tu puoi ogni cosa, saggio – lo credo – sei tu,

Credeva anche il soldato che or non vive più,

Come ciascun orecchio crede al tuo labbro, Signor,

Come noi stessi crediamo senza comprendere ancor!

O Dio, Signore ascolta, tu che occhi verdi hai!

Finché la terra girerà (e questo è strano anche a lei),

Fin quando fuoco e tempo essa avrà ancora con sé,

Dona a ciascuno qualcosa…

                                              E non scordarti di me.

 

Il soldatino di cartapesta

Viveva un tempo un soldatino –

Proprio una bellezza.

Ma era un gioco da bambino,

Era di cartapesta.

– Il mondo, – disse, – cambierà,

Per tutti sarà festa. –

E appeso a un filo intanto sta

Perché è di cartapesta.

 

– Per voi nel fuoco morirò

Con l’anima contenta. –

Ma voi rideste: – oh, oh, oh! –

E’ solo cartapesta.

A lui nessuno parlò mai

Di ciò che aveva in testa,

– Ah, sì? Perché? – Perché lo sai:

Era di cartapesta.

Ma lui il destino maledì,

La calma e la bellezza,

E chiese: – fuoco! Fuoco! – un dì,

Ed era cartapesta!

– Nel fuoco? Ebbene, va’, se vuoi. –

Andò, la lancia in resta,

E si bruciò – per cosa poi? –

Era di cartapesta.

 

Il re

Nel cortile dove un tempo s’ascoltavano canzoni,

E due salti ci piaceva far,

Di Ljon’ka i ragazzi ammiravano le azioni

E decisero: – Il nostro re sarà -.

Era un re, come un re, era forte e se qualcosa

Qualche volta un amico scoraggiò,

Lui gli tese allor la sua mano generosa,

La sua mano regale e lo salvò.

Ma un giorno…Cos’è? Un gran fuoco si sprigiona,

Un boato all’alba si avvertì,

Il nostro Re, come un re, col berretto per corona

Prese su e alla guerra finì.

 

Poi ancora le canzoni, poi il sol brillò di nuovo,

Ma nessuno che pianga per il Re,

(Scusate) quel Re era proprio solo-solo,

Mai trovò una regina per sé.

Non importa quel ch’io faccia, non importa dove vada

(Per lavoro o per passeggiar),

A me sembra che quel Re passerà per la mia strada,

Che di nuovo tra noi egli sarà.

Perché in guerra – tutti sanno – non si scherza, lì si spara,

Ma per Ljon’ka la terra non è.

(Chiedo scusa) ma per me Mosca bella, Mosca cara

Non è tale senza un tale come re.

 

Il gatto nero

Nel cortile c’è una porta

“Di servizio” ed un bel dì

In quell’antro la sua corte

Un Gatto Nero stabilì.

Egli ride sotto i baffi,

Ama il buio e cosa fa?…

Fanno chiasso tutti i gatti,

Lui in silenzio se ne sta.

Già da tempo i topi scansa

E sogghigna più che mai,

Ora a noi lui dà la caccia,

E il salame mangerà.

Mai non chiede, non pretende,

Fissa l’occhio qui e lì.

Ma ugualmente ognun lo serve

E gli dice anche merci.

 

Neanche un suono non gli scappa –

Mangia, beve e niente più,

Le sue unghie, quando raspa,

Sulla gola senti tu.

E per questo manca il sole

Nella casa in cui abitiam.

Una lampada ci vuole…

Ma il denar chi ce lo dà?

 

La canzone della mia vita

Come un fuoco bruciò il mio primo amore,

E con esso pagai il secondo amore.

Poi al terzo amore –

Mi tremò la mano

Inchiavando il mio cuore

E scappai lontano.

Della prima guerra non è reo nessuno.

La seconda guerra è colpa di qualcuno.

Ma la terza guerra –

L’ho voluta io,

L’ho voluta io,

Fu uno sbaglio mio.

Come nebbia arrivò la mia prima illusione,

Un veleno sembrò la seconda illusione.

Ma alla terza illusione

Vacillò la terra,

Fu una punizione

Peggio della guerra.

 

 

 

Mosca di notte

                                                     A Bella Achmadulina

Quando con voce ancora incerta la tromba a un tratto squillerà,

E come falchi nella notte parole ardenti voleran,

Come la pioggia all’improvviso udremo risonare ancor

La melodia della speranza diretta solo dall’amor.

Negli anni dei saluti amari, allor che il piombo su di noi

Colpiva inesorabilmente le nostre spalle, i nostri eroi,

E i comandanti erano rochi…Portava avanti i nostri cuor

La melodia della speranza diretta solo dall’amor.

Il clarinetto era bucato, la tromba – storta qua e là,

Ma il trombettiere, così bello, sembrava una divinità!

Ed il flautista era elegante…Per sempre ci consolerà

La melodia della speranza diretta solo dall’amor.

 

Canzone dell’Arbat

Come un fiume tu sei. Hai uno strano nome!

Il tuo asfalto, o Arbat, trasparente appar.

Oh, Arbat, mia Arbat,

                                     tu – mia vocazione,

Tu – mia gioia, mio amor, mia infelicità.

La tua gente non fa sogni di grandezza,

Al lavoro su e giù corre su di te.

Oh, Arbat, mia Arbat,

                                     tu – la mia salvezza,

Come un tempio tu stai sempre avanti a me.

Il mio amore per te è un eterno male,

Pur amando il mio cuor mille strade ancor.

Oh, Arbat, mia Arbat,

                                     terra mia natale,

Di percorrerti mai…mai mi stancherò!

 

 

La canzone degli stivali

Sentite gli stivali rimbombar,

E il grido degli uccelli su nel ciel,

Le donne non si stancan di guardar…

Sapete dove guardano e perché?

Rimbombano i tamburi: ba-ra-ban!

Soldato, lei aspetta il tuo commiato…

La nebbia il tuo plotone inghiottirà,

E sembrerà più chiaro ciò ch’è stato.

Dov’è che si nasconde il nostro ardire

Quando alle case ritorniamo infine?

Le donne ce lo rubano e sul petto

Lo cullano con infinito affetto.

Le nostre donne dove sono mai?

A casa certo le ritroverai.

Sorrisi e tante feste ti faranno,

Ma in casa ci sarà puzza d’inganno.

Ma noi al passato grideremo: è falso!

E al domani grideremo: luce!

Ma il corvo là nei campi non è sazio,

E ad una nuova guerra ci conduce.

 

Stivali ancora sentirai passar,

E sarà folle il volo degli uccelli,

Le donne come allora guarderan

Le teste dei mariti e dei fratelli.

 

 

La canzone del vecchio suonatore di pianino

 

Pianino-cantastorie,

E’ dolce il tuo refrain!

Pianino-cantastorie,

Dove chiami anche me?

 

 

Io mi trascino a stento,

La strada è lunga ancor;

Le gambe più non sento,

Ed ho una spina nel cuor.

 

Lavoro è lavoro

Lavor sempre sarà…

Purché basti il sudore

Per tutta la mia età!

 

Pagar perché sbagliasti –

Lavoro anch’esso è…

Purché il sorriso basti

Quando verranno da te.

 

Lavoro è lavoro…

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jerzy Ficowski

20 Feb

La difesa dei valori umani

Jerzy Ficowski

   Jerzy Ficowski appartiene alla schiera dei maggiori poeti polacchi del secondo dopoguerra, e soprattutto di quelli più attentamente letti e seguiti dai lettori. Nato il 4 settembre 1924 a Varsavia, ancora giovanissimo prese parte attiva alla lotta contro l’occupante nazista. Combatté nei ranghi dell’Armia Krajowa, l’armata clandestina fedele al governo polacco in esilio a Londra, e sulle barricate durante l’insurrezione di Varsavia (agosto e settembre 1944).

   Studiò filosofia e sociologia all’Università di Varsavia. Debuttò come poeta nell’anno 1946. Già il suo primo volume di poesie Soldatini di piombo (1948) gli attirò l’attenzione della critica letteraria. Divenne però famoso per le sue ricerche sulla vita degli zingari: Gli zingari polacchi, un volume di studi storici e sociologici che uscì presso la casa editrice statale PIW nel 1953, frutto del suo errare per molti mesi con un gruppo di zingari girovaghi. Conoscendo alla perfezione la loro lingua, egli riuscì a scoprire Papuša, una poetessa zingara analfabeta, e a tradurre e pubblicare le sue poesie in una edizione bilingue. Lottò per anni per i diritti di questo popolo e pubblicò in seguito vari libri dedicati al loro folklore, alla loro mitologia e ai costumi, diventando membro della Gipsy Lore Society d’Inghilterra. A tale proposito va ricordato che Ficowski è anche autore di una bella raccolta di fiabe zigane, tradotte in italiano da Paolo Statuti e stampate dalla casa editrice e/o nel 1985 con il titolo Il rametto dell’albero del sole.

   Ottimo conoscitore della pittura moderna, pubblicò tra l’altro le Fiabe macovschiane, illustrate con disegni di Thaddée Makowski, noto pittore polacco-francese, e Lettera a Marc Chagall, libro tradotto in molte lingue e illustrato dallo stesso Chagall.

   Alternando l’attività poetica con seri studi storico-letterari, Ficowski si è occupato anche dell’opera di Bruno Schulz, uno dei maggiori prosatori polacchi (Le botteghe color cannella, Il sanatorio all’insegna della clessidra), assassinato dai nazisti in una strada della natia Drohobycz durante la guerra. Fu Ficowski a divulgare le sue lettere e a scrivere la più acuta monografia di questo autore: Le regioni della grande eresia, 1967.

   Con tutto ciò, Ficowski non ha disdegnato la cosiddetta poesia di largo consumo: fu infatti l’autore dei testi delle canzoni di maggior successo, fu anzi uno dei rinnovatori di questo genere letterario; cosa del resto non tanto rara nella Polonia contemporanea, dove i compositori e i cantanti più celebrati raggiungono la fama proprio cantando testi dei più grandi poeti classici e di quelli più recenti. Va ricordato a tale proposito, che neppure i poeti della generazione precedente (Tuwim, Hemar, Słonimski, Gałczyński) si rifiutarono di scrivere anche per la piazza o perfino per il cabaret. Ficowski ha però aggiunto una nota nuova al lavoro del paroliere: ha portato in questa materia tradizionale le conquiste della post-avanguardia poetica. Così, insieme con Agnieszka Osiecka, egli ha creato un diverso metro con cui valutare la canzone; dopo di loro è difficile in Polonia essere banali anche in questo campo.

   Ficowski è sempre stato in prima fila tra gli scrittori impegnati nel senso più vero di questa parola, come tenace difensore degli oppressi e dei perseguitati. Negli anni della reazione gomulkiana e del regime di Gierek, prese parte al movimento della contestazione e, in consonanza con le migliori tradizioni della poesia polacca, intervenne spesso come poeta a difesa dei diritti umani e soprattutto del diritto alla libertà di parola. Di conseguenza, negli anni Settanta dovette pubblicare le proprie poesie presso case editrici “fuori censura”, cioè nel samizdat polacco, come noto assai attivo e diffuso. Così fu pubblicato anche il suo poema ormai famoso La lettura delle ceneri, dedicato alla memoria dei tre milioni di ebrei polacchi sterminati dai nazisti.

   Ficowski con la sua inventiva e perseveranza, con la profonda conoscenza sia delle tradizioni letterarie, sia del vivo folklore, contribuì in modo straordinario ad uno dei più tipici fenomeni polacchi: far parte di coloro che fanno della poesia una cosa indispensabile ai Polacchi, al pari del loro pane quotidiano.

   Jerzy Ficowski è morto a Varsavia il 9 maggio 2006.

                                                                        Jerzy Pomianowski

Jerzy Ficowski tradotto da Paolo Statuti

Sette parole

                                                      “Mammina! Però sono stato buono!

                                                       E’ buio!”

                                                        (parole di un bambino rinchiuso

                                                        nella camera a gas a Bełżec nel 1942 –

                                                        Testimonianza di Rudolf Reder,

                                                        unico prigioniero scampato –

                                                        Bełżec 1946)

Tutto è stato sfruttato

tutti sono morti ma tutto rimane

un mucchio di capelli caduti dalle teste

per la fabbrica di materassi di Amburgo

denti d’oro strappati

sotto l’anestesia della morte

Tutto è stato sfruttato

è servita anche quella voce

contrabbandata fin qui sul fondo di qualche memoria

come calce non spenta con le lacrime

e a volte il lager si apre nel profondo

e scoppia da esso il buio perpetuo

come fermarlo

anche il lamento del bambino che fu che fu

benché la memoria impallidisca

non di orrore

ma perché impallidisce da trent’anni

E tacciono milioni di silenzi

trasformati in un numero di sette cifre

e grida grida un posto vuoto

Voi che non mi temete

perché sono piccolo e non ci sono più

non rinnegatemi

lasciatemi il ricordo di me

quelle parole post-ebraiche

quelle parole post-umane

solo quelle sette parole

 

Come guastare la festa ai cannibali

da lungo tempo medito

come guastare la festa

ai cannibali

attendere

che si arrostiscano

sotto l’aureo coperchio del sole

macché sono troppo immuni

dal proprio arrosto

 

non lasciarsi

mangiare

è un piano troppo magro

e poco realistico

dal momento

che sei già

sulle loro bocche

mangiarli

sarebbe

insipido

allora forse cominciare

a render loro gli uomini disgustosi

ma come sarebbe possibile

quindi restano

nelle loro comode giungle

con le fauci

piene di umanità

 

L’ora è maturata

E’ notte l’ora è maturata

uccideremo i morti

se per caso qualcosa è rimasta

la ridurremo al niente

se è rimasto un osso

non lo riconosceremo

se sono ascesi al cielo

manderemo alti uccelli

per ucciderli a beccate

se una loro parola un loro gesto

albergarono tra noi

azioneremo

i cattivi conduttori della memoria

se è rimasto di loro un segno

ne faremo il marchio di fabbrica

p es di un topicida

se hanno lasciato orfani

preverremo la separazione

in nome del vincolo familiare

perché i morti sono contagiosi

perché i morti sono troppo loquaci

perché i morti non hanno niente

a nostra discolpa

E’ notte l’ora è maturata

uccideremo i morti

non si possono lasciare

in preda all’eternità

 

Exodus 1947

C’era una volta una nave fiabesca,

l’ubriaco vascello di Rimbaud,

contrade di acque multicolori,

di cieli-pavoni, di lune succose

e il verde fluttuante delle maree,

soavi come una parola – atollo.

Piangevano i bambini un gabbiano

gettato con le conchiglie nella sabbia.

Oggi il fondo del mare non illumina

sotto i tremuli passi degli erranti –

con la forra gialla come ambra,

che si stende fra rupi scoscese

di acqua frusciante come cedro.

Alla Terra Promessa

lungo il fondo non ti condurrà Geova.

Chiazzato di spuma delle maree

attraverso le ciglia grevi di gocce

saluta da diciassette miglia

la terra strappata ai tuoi occhi

dai colpi dei vittoriosi fucili.

L’Exodus vaga per i mari,

il vascello che cerca la casa,

che alla notte li ha strappati

e fatti uscire dalla casa di schiavitù,

riconsegna i corpi dei morti

ai delfini, e lo sguardo ramingo

dei vivi – rimanda agli alcioni.

I gabbiani tornano ai nidi.

Lo sguardo di chi ha fame – greve per i torti.

Ed essi crescono. C’è la marea.

E percuote con l’onda cieca

i placidi sonni costieri

delle città satolle.

 

Ti narrerò una storia

ti narrerò una storia

prima che emerga purgata di noi

cioè della sabbia

discretamente conservata

come carcassa di plesiosauro

sotto il deserto del gobi

narrerò ancora una calda

dai forni di auschwitz

narrerò ancora una gelida

dalle nevi di kolyma

storia di sporche mani

storia di mani amputate

essa manca nei manuali

per non sporcare

le bianche macchie

sulla mappa del tempo e dei tempi

ti narrerò questa storia

mai scritta

che giunge di rado

alla esumazione dei sogni

come prova ho il silenzio

sforacchiato così a fondo

per questo parlo sottovoce

narrerò una storia

ma non ripeterla

 

La base della divisione

Aveva solo le parole

gli hanno piegato le parole

sul dorso

sparolato partecipò

alla divisione

equa come la mannaia

il manico per il boia

la lama per il condannato

Voleva chiedere

in base a che cosa

ma la base era

il ceppo per il collo

ormai avvezzo

già una volta

gli hanno troncato l’albero

 “Vanno i carri colorati” (“Jadą wozy kolorowe” – parole di Jerzy Ficowski e musica di Stefan Rembowski) è una canzone di grande successo, interpretata dalla nota cantante Maryla Rodowicz e premiata nel 1970 dalla TV polacca al Festival della Canzone di Opole. Ho modificato leggermente il testo originale per adattarlo alla musica.

 

Vanno i carri colorati

Van di carri colorati lunghe schiere

vanno i carri colorati nelle sere

forse il vento predirà la loro sorte

dalle foglie che si posano contorte

prima che la vostra impronta sia sparita

raccontatemi gitani come da voi è

molto e poco abbiamo è la verità

rosso e verde lampi e l’oscurità

da noi è blu da noi è violetto

da noi è bello da noi è brutto

ma colori sempre in grande quantità

van di carri colorati lunghe schiere

oh! Potessi coi gitani rimanere

me ne andrei presso la musica sognando

quelle vecchie viole in estasi ascoltando

con il vento caldo cucirò le tele

che mi date per guarir la mia infelicità

molto e poco noi daremo in verità

rosso e verde lampi e oscurità

blu daremo col violetto

vi daremo bello e brutto

ma colori sempre in grande quantità

 

son partita allora al limite del mondo

con le trecce i venti fanno un girotondo

e del bosco picche e fiori raccoglievo

dove nascono le musiche correvo

con gli zingari in regioni nuvolose

e colori alla gente gratis oggi do

molto e poco prenderete in verità

rosso e verde lampi e oscurità

chi il blu vuole chi il violetto

chi le impronte del carretto

a colui che coi gitani partirà

a lui il blu od il violetto

a lui l’eco del carretto

a colui che coi gitani partirà

 

5  VIII  1942

                                Alla memoria di Janusz Korczak

Che faceva il Vecchio Dottore

sul carro bestiame

diretto a treblinka il 5 agosto

per qualche ora di circolazione sanguigna

lungo lo sporco fiume del tempo

non lo so

che faceva il Caronte volontario

traghettatore senza remo

donava forse ai bambini l’ultimo

respiro affannato

lasciando per sé

solo il gelo lungo la schiena

non lo so

mentiva loro forse

con piccole dosi

soporifere

o toglieva dalle testoline sudate

i timorosi pidocchi della paura

non lo so

ma per questo ma poi ma là

a treblinka

tutto il loro spavento tutto il pianto

erano contro di lui

ah ormai era solo questione

di minuti cioè della vita intera

era poco era tanto

io là non c’ero non lo so

vide il Vecchio Dottore a un tratto

che i bambini

erano invecchiati

come lui

erano sempre più vecchi

dovevano giungere alla canizie della cenere

dunque quando l’àscaro o l’esse-esse

colpì il Dottore

vide che egli

diventava bambino come quelli

sempre più piccolo

finché non nacque

allora insieme al Vecchio Dottore

è pieno di loro in nessun luogo

lo so

 

 

 

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Boleslaw Lesmian (1877-1937)

18 Feb

 

 

Boleslaw Lesmian

Il maestro prediletto 

  

   Julian Tuwim, il poeta più ammirato nella Polonia prebellica, con grande serietà baciava la mano a un gracile, piccolo e modesto notaio di provincia, ogni volta che lo incontrava nei caffè e nelle strade di Varsavia. Questo notaio scriveva poesie, ma non tutti ancora lo sapevano. Del resto durante la sua vita egli pubblicò soltanto tre volumi di versi, e a distanza di tempo l’uno dall’altro.

   Quando nel 1918, subito dopo cioé la riconquista dell’indipendenza del paese, i poeti della generazione di Tuwim entrarono nell’arena letteraria, Leśmian era noto solo come autore di un volumetto di versi. Essendo nato nel 1877, questi giovani brillanti e avidi di gloria avrebbero potuto considerarlo una figura d’altri tempi. Egli divenne invece il loro maestro prediletto e uno dei patroni della nuova poesia.

   Bolesław Leśmian può essere considerato il più eminente poeta polacco del XX secolo. Egli ha il merito soprattutto di aver fecondato per molto tempo la poesia polacca con la dimostrazione inconfutabile che la informativa poetica non deriva solo dal significato semantico delle parole, e con la sua affascinante fantasia.

   Guidato dalla sua infallibile intuizione poetica, Leśmian penetrò ed esplorò nei meandri dell’immaginazione contemporanea, vi rintracciò le paure e i dubbi più inquietanti, per cattivarseli poi assegnando loro vecchi nomi familiari , riecheggianti le fiabe e i canti della campagna. Non sono molti i poeti che in modo tanto spontaneo e viscerale riuscirono a trattare soggetti così prossimi alla filosofia, soggetti che un contemporaneo di Leśmian – S.I.Witkiewicz – chiamò “perplessità metafisiche”. Se vogliamo, la poesia “Trasformazioni” è qualcosa di più di una variazione sul tema dell’incantevole dinamismo della natura.

   Ma neppure in altre sue liriche, dove emergono di volta in volta pensieri formulati con la forza di un aforismo filosofico, si trova traccia di rigidi luoghi comuni o elaborazioni pseudopoetiche, proprio grazie al suo modo di parlare così personale e originale, che si richiama sempre ai toni e agli etimi della parlata viva del popolo polacco. I suoi versi sono tanto espliciti, che quando parlo di Leśmian con un italiano, sento l’assoluta necessità di darne un esempio sonoro, rendendo in tal modo inutile ogni possibile elogio. Vi sono poeti di cui è impossibile scoprire tutti i segreti, senza leggerne l’opera in originale. Tale considerazione mi sembrava finora che valesse particolarmente per Leśmian.

   Non dimenticherò mai l’impressione ricevuta quando, ancora ragazzo, per la prima volta lessi l’inizio di una delle sue più tipiche poesie:

“Nad brzegami zagęstwionych nicości

Szumi wiara w wiekuiste sitowie…”

(„Ai bordi dei nulla inselvatichiti

Fruscia la fede nel giunco eterno”.

   Mi suonò come un sortilegio misterioso, come una vera e propria formula magica. Ripetevo questa frase nebulosa rendendomi conto solo parzialmente del significato delle parole. Solo più tardi riuscii a capire tutte le intricate implicazioni filosofiche di questo brano di Leśmian. Fu proprio la struttura musicale, cioè metasemantica, a suggerirmi il significato preciso della frase.

   Verdiani, scrivendo su Leśmian, dice giustamente: “…in lui la rottura con il passato non avvenne per gradi; fu immediata e istintiva per originalità di vena e di linguaggio. Il fantastico, a lui così congeniale, è nella sua lirica portato fino all’assurdo e pur costantemente ricondotto a verosimiglianza, anzi a realtà, mentre il sogno e l’incubo, senza precisi confini tra di loro, si lasciano nei suoi versi richiamare docilmente ad una coerente quotidianità…”

   L’influenza di Leśmian non solo non cessa, ma è in continuo aumento. E ciò si deve al modo in cui egli riuscì a concretizzare le sue costruzioni sottili e astratte. Oltre alla sensualità del suo linguaggio, contribuisce a questa concretezza il rigore musicale dei suoi versi. E’ possibile comprendere le sue poesie in tutta la loro ampiezza, solo rendendosi conto in che modo ritmo, rima, cadenza musicale e sintonia attribuiscono carattere tattile al contenuto evanescente.

   Le traduzioni di Paolo Statuti mi sembrano un felice tentativo di illustrare al lettore italiano come sia importante per la comprensione di Leśmian (e forse di tanti altri poeti) questo equilibrio tra piano musicale e piano semantico nelle sue opere. Del resto, esse sono assolutamente originali, e non a caso la loro popolarità ha dimostrato che in Polonia la poesia in genere è in grado di sopravvivere, anche nell’epoca dei divertimenti più assordanti.

                                                                                Jerzy Pomianowski

 

Opere di Bolesław Leśmian:

“Sad rozstajny” (Il frutteto al bivio), 1912; “Łąka” (Il prato), 1920; “Napój cienisty” (Il filtro d’ombra), 1936. Postumo uscì il volume “Dzejba leśna” (La trama boschiva), 1937. Pubblicò anche una bellissima raccolta di fiabe polacche: “Klechdy polskie”, 1913, molti scritti critici e i racconti di E.A. Poe nella sua versione.

 

 

Poesie di Bolesław Leśmian tradotte da Paolo Statuti

 

Trasformazioni

 

Soffocante era il buio e di brama – una morsa,

E il fiordaliso, schiarito da un lampo muto,

Trafisse le pupille ad un capriolo in corsa

Nel bosco, sorpreso da un occhio sconosciuto –

E il fiore, azzurrandolo, saltava capriolamente,

E alla fiordaliso guardava il mondo avidamente.

 

Un papavero, là, nel campo senza fine

Si scoprì, e con un grido privo di suono

Si trasanguò in un gallo in piume porporine,

E la scarlatta cresta scosse con frastuono,

E cantò nella notte con terrore insano,

Fino all’eco dei galli veri da lontano.

 

L’orzo, indoratosi d’anelito addensato,

Rizzò le spighe dalla rabbia avvelenate,

Si traschiacciò scricchiando in un riccio dorato,

E corse via pungendo verdi  barricate,

Guaì, e ai fiori tenne il broncio, inciprignito,

E nessuno saprà mai ciò che ha visto e sentito.

 

Ed io – per quale ortica or l’anima mi brucia,

E tra i campi, furtive, le mie gambe vanno?

Perché ora i fiori mi guardan con sfiducia?

Forse qualcosa oscura di me – chissà – sanno?

Che ho fatto per premermi le mani sulla testa?

Chi ero quella notte di cui più nulla resta?

 

 Erotico dal ciclo “Nella frasconaia di lamponi”

 

Stanca s’agita la mia gelosia nel letto:

Chi ha baciato, furtivo, come me, il tuo seno?

Tra le carezze che desti, ancor non m’hai detto,

Ci fu solo per me una carezza almeno?

 

Pur così, il mio sdegno non plachi coi pianti!

Umilio il mio corpo e degli affetti il fulgore,

Ma tu mi rispondi che ti faccio orrore,

Che son come mille uomini ripugnanti

 

E nuda fuggi via. Nella stanza di fronte

Allora in lacrime consumarti ti sento,

E so che in quel tuo giaciglio d’un momento

Sembri un’annegata sul fondo d’una fonte.

 

Corro là. Il pianto ammutisce. Silenzio arcano,

Attorcigliata come un serpe, nel martirio

Non dai segni di vita – ti manca il respiro,

Ed ecco, d’un tratto, mi tiri per la mano.

 

Fradicia di lacrime, stremata dalle asprezze,

Folle ti sollevo dalle bianche correnti,

Le dita dei piedi stese dalle carezze

Come care alle labbra sono e come urgenti!

 

Erotico dal ciclo “Nella frasconaia di lamponi”

 

Nel distacco sei cambiata? Oh, no, sei la stessa!

Ma qualche fiore dai tuoi capelli è fuggito,

La sua mancanza, è vero, non sciupa il tuo viso,

Ma il mio cuore in segreto avanti al tuo si spezza…

 

L’animo tuo osa sognare che immerso

In volte stellari, durerà ancora e ancora –

Ma il corpo? Chi vi penserà nell’universo,

Chi in esso crederà, tranne me che l’adora?

 

Quando dalla bocca, rinata dallo sforzo,

Riverserai carezze in un sussurro ardente,

Io pregherò per l’eternità del tuo corpo

Con le labbra mute sul tuo seno-sorgente.

 

 Il gobbo

 Mica male, in fondo, muore

Un gobbo: giornata radiosa.

Visse gobbo, sissignore,

E la morte è pur gobbosa.

 

Muore nella nebbia densa,

Risolvendo un’ardua fola,

Vuota fu la sua esistenza,

Trascinò la gobba sola.

 

Con la gobba mendicava,

Per sognare gli serviva,

E sul dorso la cullava,

Col suo sangue la nutriva.

 

Lui la morte ora blandisce,

Tende il collo nel suo antro.

Sol la gobba s’ingobbisce,

Vive e ingrassa senza vanto.

 

Sopravvisse al suo cammello

Per un tempo pari al grasso,

Il defunto – il nero avello,

Lei – farfalle vede a spasso.

 

Essa dice al deceduto,

Dal suo grave peso oppresso:

“Perché sei così cocciuto?

Perché stai lì di traverso?

 

Di’, la nebbia t’ha stremato?

Col sonno schiacciasti i piedi?

Perché in groppa m’hai portato,

Se a metà ti fermi e cedi?

 

Che pena nel dorso entrare!

Perché nell’ombra te ne vai?

Vecchio pigro, che vuoi fare,

Dove ancor mi porterai?”

 

I due tapinelli

 

Spesso nell’anima risuona dolente il canto

Per quei due tapinelli che si amavano tanto.

 

Ma nel giardino la loro prima confessione

Del forzato distacco fu anche la cagione.

 

Stettero a lungo lontani per altrui volere,

E il tempo passò – solo lui non si può riavere.

 

Poi si riunirono, e i fiori colsero ancora,

Ma s’ammalarono come nessuno finora!

 

Sotto un pioppo – due letti con due ombre malate,

Sotto un pioppo – le ultime amorevoli occhiate.

 

Morirono senza colpa, senza una carezza,

Senza sorrisi, né lacrime di tenerezza.

 

Il rosso delle labbra divenne viola allora,

E impallidirono come nessuno finora!

 

E volevano amarsi pur nella fossa nera,

Ma l’amore era morto, l’amore più non c’era.

 

S’inginocchiarono tenendosi per la mano,

Per pregare per tutto, ma Dio era lontano.

 

Primavera ed estate raggiunsero a fatica,

Per tornar sulla terra – ma la terra era sparita.

Dal ciclo: “La trama boschiva”

 

Che ho fatto, che il tuo volto è sbiancato?

Che ho detto, che hai tutto indovinato?

Come tacendo la strada guardi!

Non posso più, non posso più amarti!

La sera spegne i tizzi del sole.

Labbra e occhi ormai sono parole…

Sopra noi fruscia il bosco e risponde

Con le fronde, con le fronde, con le fronde!

Per la valle il mio cuore scorrazza

Con un’altra – chi sarà? – ragazza,

E tu mi segui senza più stima

Nel tuo incanto degli occhi di prima –

Incerta vai come un’ombra, vagando –

Smunta, insensibile al tuo pianto –

E la strada spazzi davanti a noi

Con le chiome, con le chiome, con le chiome!

 

La ragazza

Dodici fratelli palparono il muro da lor sognato,

D’una ragazza udendo il pianto smarrito dall’altro lato.

S’innamoraron di quel suono, dell’idea che avevan d’essa,

E della bocca che intuiron dalla canzone sommessa…

Si guardarono e: “Piange, dunque esiste!” – Dissero soltanto,

Fecero una croce sul mondo – e il mondo sprofondò pensando…

 

Coi martelli sul muro presero a battere con frastuono!

E la notte non capiva chi era il martello e chi l’uomo.

“Presto, prima che la morte vesta di ruggine quel Fiore!” –

Disse un fratello agli altri undici, battendo con furore.

Vana fatica, inutile sforzo dei pugni ammanigliati!

Dettero in pasto i propri corpi al sogno che li aveva tentati!

Si schiantano i petti e le ossa, il loro volto si scolora…

E nella notte eterna finiron tutti alla stessa ora!

Ma le ombre dei morti – mio Dio – non lasciarono i martelli!

Solo: ora scorre un altro tempo, e i colpi non son più quelli…

E suona avanti! E suona indietro! Ad ogni colpo in su rimbomba!

E la notte non capiva chi era il martello e chi l’ombra.

“Presto, prima che la morte vesta di ruggine quel Fiore!” –

Disse un’ombra alle altre undici, battendo con furore.

Ma crollarono le ombre, e cede l’ombra al buio che avanza!

E morirono ancora, ché non si muore mai abbastanza…

Mai abbastanza, e mai così, come il moribondo ha voluto!…

Finì la loro storia – scomparsi la traccia e il contenuto!

Ma i valorosi martelli – mio Dio – al lutto han resistito!

Battevano anch’essi, e sembrava bronzeo il muro colpito!

Zuppi d’umano sudore, rombavan dall’alba alla sera!

E la notte non capiva se era il martello o non era.

“Presto, prima che la morte vesta di ruggine quel Fiore!” –

Disse un martello agli altri undici, battendo con furore.

 

E il muro crollò, scotendo con gli echi le strade e le piazze!

Ma oltre il muro – nulla di nulla! Né occhi, né Ragazze!

Né bocche di nessuno! E di nessuno il destino nei fiori!

C’era solo una voce – una voce – e nient’altro all’infuori

Del pianto e del dolore, dell’ignoto e del buio profondo!

Ecco il mondo! Cattivo mondo! Perché non c’è un altro mondo?

Di fronte ai sogni bugiardi, di fronte ai prodigi sprecati

I forti martelli son caduti come dei prodi soldati.

E fu il terrore dei silenzi! E il vuoto nella volta azzurra!

Perché ti  burli di quel vuoto, se il vuoto di te non si burla?

 

Urszula Kochanowska

 

Quando dopo morta arrivai in paradiso,

Dio mi guardò a lungo accarezzandomi il viso.

“Urszula, sembri ancora viva, lo sai?

Farò per te tutto ciò che tu vorrai.”

“Oh – gli risposi – fa’ che nel tuo bel cielo

Ogni cosa sia come là dove io vivevo!”

E tacqui alzando gli occhi con timore,

Spaventata che di ciò io pregavo il Signore.

Sorrise, fece un cenno con la mano e allora

Apparve una casa uguale alla mia dimora.

E i tavoli, le sedie, il mio stesso letto,

Eran così simili, che provai un gran diletto!

E disse: ”Ecco qui i mobili e i vasi di fiori,

E ora aspetta che arrivino i tuoi genitori!

Quando metterò le stelle in cielo a riposare,

Qualche volta busserò e ti verrò a trovare!”

E mi lasciò, e io senza perdere un momento –

Apparecchio la tavola, pulisco il pavimento,

E il vestito più bello e più rosa mi metto

E il sonno eterno scaccio, e veglio, e aspetto…

La stanza nell’oro dell’alba è già avvolta,

Quando sento dei passi e dei colpi alla porta…

Mi alzo di scatto! Il vento soffia sonoro!

Il cuore si arresta…No! E’ Dio, non sono loro!…

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

Paolo Statuti – La traduzione della poesia

15 Gen

La traduzione poetica

   Le mie prime traduzioni di poesia risalgono all’inizio degli anni ’70, quando frequentavo la facoltà di Lingue e Letterature Straniere Moderne (ramo slavo) all’Università di Roma. Un giorno chiesi all’assistente del mio professore Angelo Maria Ripellino, quale fosse secondo lui la migliore traduzione italiana del poema “I dodici” di Aleksandr Blok. Egli me ne indicò un paio ma poi, vista forse la mia faccia poco convinta, aggiunse con una velata punta d’ ironia: “Se queste versioni non la soddisfano, può sempre tradurselo da sé”. Accolsi senza indugio l’invito e il risultato fu una nuova versione del poema, che piacque subito e venne pubblicata dalla “Fiera Letteraria” (F.L. n. 18, 13.6.1971). Al poema di Blok hanno fatto seguito numerosi altri “tentativi” personali, a detta di molti pienamente riusciti. Tra i primi successi conseguiti in questo campo, mi piace ricordare l’antologia di poeti polacchi contemporanei, annessa alla “Guida alla moderna letteratura polacca” di Jerzy Pomianowski (Bulzoni Editore, Roma 1973), nella quale figurano 60 poesie di autori diversi nella mia versione.

   Oltre ai poeti polacchi, tra gli altri da me tradotti ci sono: Edgar Allan Poe, Thomas Moore, santa Teresa d’Avila, J. Wolker, Karel Havliček Borovsky, A. Blok, V. Chlebnikov, E. Bagrickij, W. Chodasewicz, V. Inber. L’ultimo mio importante lavoro è uscito a novembre del 2010: Marek Baterowicz, Canti del pianeta, Ed. Empirìa, Roma. Attualmente mi sto cimentando con la poesia di Boris Pasternak, un poeta che amo molto e che mi consente in modo ideale di affinare il mio impegno e il mio entusiasmo.

   Considero un testo poetico da tradurre come un testo musicale da interpretare, ma mentre il virtuoso concertista deve fare appello unicamente alla sua tecnica e sensibilità artistica, il traduttore deve, in aggiunta, utilizzare un diapason diverso da quello del testo originale, nella speranza di raggiungere, per quanto è possibile, lo stesso effetto e gli stessi pregi nella sua propria lingua. Non ricordo chi disse: “La traduzione è il rovescio di un tappeto: i rabeschi sbiadiscono. E tuttavia i traduttori si sforzano di rendere la vivezza dei colori e le sfumature dei toni”. Ad esempio, traducendo “Il corvo” di Edgar Allan Poe, ho cercato di riprodurre il più fedelmente possibile il suggestivo e arduo gioco di rime, assonanze, allitterazioni, la musica allucinante e patetica che pervade questa funebre canzone del rimpianto, lascio ad altri giudicare se ci sono riuscito.

   Si è scritto e si scrive molto sull’arte della traduzione poetica, e sulle possibilità e qualità della stessa esistono pareri diversi. Alcuni, come ad esempio Vladimir Nabokov nel suo articolo “Problems in translation: Onegin in English”, ritengono che ogni traduzione poetica sia una mistificazione, e che sia meglio limitarsi a fornire il senso generale, preferendo la traduzione letterale o addirittura in prosa. P.B. Shelley, perennemente insoddisfatto della sua traduzione del “Faust” di Goethe, nella sua opera “Defense of Poetry”, si dichiara più a favore della imitazione, che della traduzione letterale. Egli intende l’imitazione come nuova creazione poetica e per questo raccomanda che il traduttore sia anche poeta, raccomandazione fatta anche da altri, come ad esempio il poeta russo Nikolaj Gumiliov nel suo articolo “Le traduzioni poetiche”. Questa a mio parere è una condizione molto importante, anche se ovvia. Però, secondo Shelley, il successo è un fatto casuale. Più spesso accade che il traduttore “adombra con il grigio velo delle sue parole la vivida poesia dell’originale e modifica il testo al punto che nelle mani del lettore non rimane altro che un caput mortuum”. In altre parole, qui più che la figura del traduttore-traditore, appare quella del traduttore-uccisore. Malgrado questi timori, Shelley come si sa, tradusse dal tedesco, dall’italiano e dal latino, sempre con grande passione, anche se non sempre pienamente soddisfatto.

   Oltre a questi pareri così autorevoli, ma piuttosto pessimistici, ce ne sono altri, secondo i quali, a certe condizioni, è possibile creare delle buone traduzioni poetiche. Artur Sandauer, critico letterario, saggista e traduttore polacco, scrive che “compito della traduzione poetica non è quello di abbigliare semplicemente il contenuto dell’originale con la veste di un’altra lingua, ma quello di crearne una nuova, quanto più possibile simile a quella del testo da tradurre…Il lavoro del traduttore della poesia consisterà quindi nel suscitare un’impressione simile a quella del testo originale…Costretti dalle condizioni della traduzione, che è sempre un sistema di compromessi, a volte rinunciamo ai valori secondari a favore dei principali…purché sia salva la generale identità di senso e stile”. Vorrei riportare ora un bel brano di una lezione dello scrittore polacco Jan Parandowski, dedicata alla traduzione letteraria: “Il traduttore, se vuole essere degno dei suoi autori, non può fare a meno delle proprie capacità creative, dell’inventiva, dello slancio, dell’intuito…Quanta bellezza lo attende per la sua fatica…E quanto è bella la fatica stessa!…E’ un fatto straordinario, una insolita e inebriante avventura. Scegliere la cadenza delle frasi, decidere quale tra dieci sinonimi sia proprio quello che rende il testo comprensibile…e gli dà una nuova vita – non di un automa, ma di una creatura come generata nella libertà dello sforzo creativo”. Proprio queste parole dello scrittore polacco spiegano, tra l’altro, perché io ami tanto tradurre la poesia.

   Mi rendo conto che realizzare una traduzione che uguagli perfettamente l’originale è pura utopia, o un caso molto fortunato, come dice Shelley. Personalmente cerco di ricreare con fedeltà il testo poetico, sia pure con certi inevitabili mancamenti. Mi piace conservare le rime, anche se ciò costringe a volte ad allontanarsi dall’originale e a creare nuove immagini, pur restando esse consone al pensiero del poeta e allo spirito del testo da tradurre. Sì, mi piace mantenere le rime perché esse, se non sono banali, costituiscono un’ulteriore sfida, un’ulteriore soddisfazione, e aiutano a conservare la musicalità del verso, come ad esempio in Pasternak.

   Da questo punto di vista, vorrei attirare l’attenzione di chi mi legge sulle difficoltà lessicali e fonetiche della bellissima e magica poesia “Trasformazioni” del poeta polacco Boleslaw Lesmian.

 

Boleslaw Lesmian (1877-1937)[044]

Trasformazioni

 

Soffocante era il buio e di brama – una morsa,

E il fiordaliso, schiarito da un lampo muto,

Trafisse le pupille ad un capriolo in corsa

Nel bosco, sorpreso da un occhio sconosciuto –

E il fiore, azzurrandolo, saltava capriolamente,

E alla fiordaliso guardava il mondo avidamente.

 

Un papavero, là, nel campo senza fine

Si scoprì, e con un grido privo di suono

Si trasanguò in un gallo in piume porporine,

E la scarlatta cresta scosse con frastuono,

E cantò nella notte con terrore insano,

Fino all’eco dei galli veri da lontano.

 

L’orzo, indoratosi d’anelito addensato,

Rizzò le spighe dalla rabbia avvelenate,

Si traschiacciò scricchiando in un riccio dorato,

E corse via pungendo verdi  barricate,

Guaì, e ai fiori tenne il broncio, inciprignito,

E nessuno saprà mai ciò che ha visto e sentito.

 

Ed io – per quale ortica or l’anima mi brucia,

E tra i campi, furtive, le mie gambe vanno?

Perché ora i fiori mi guardan con sfiducia?

Forse qualcosa oscura di me – chissà – sanno?

Che ho fatto per premermi le mani sulla testa?

Chi ero quella notte di cui più nulla resta?

 

   Nella mia traduzione ho cercato di ricreare ritmo, rime, metro e suono. A volte uniformandomi allo stesso Lesmian, ho dovuto inventare dei neologismi, come ad esempio “capriolamente”, “si trasanguò”, “si traschiacciò”, o usare parole non comuni, come “scricchiando” anziché scricchiolando o “inciprignito” anziché accigliato, o creare delle allitterazioni, molto frequenti nel testo polacco:…la scarlatta cresta scosse…si traschiacciò scricchiando…chissà – sanno.  Per via della rima, infine, ho cambiato  alcune parole (poche, in verità), ricorrendo quindi al “compromesso” di cui parla Sandauer.

   Potrei dilungarmi ancora su questo tema, ma mi sembra sufficiente quanto già scritto. Per concludere toccherò ancora una volta il tasto della musicalità, raccontandovi cosa avvenne a Nairobi verso la fine degli anni ’70, quando ero impiegato dell’Alitalia presso l’ufficio di rappresentanza per il Kenya. Un giorno l’Ambasciata Polacca organizzò per me un incontro di poesia. Qualcuno leggeva il testo polacco, mentre io leggevo la mia versione italiana. La sala era al completo e l’incontro riuscì bene. Al termine dello stesso l’ambasciatore  mi ringraziò e aggiunse: – Non capisco una parola d’italiano, ma il suono delle sue versioni mi è piaciuto molto.

                                                                                    Paolo Statuti