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Un poeta grottesco e beffardo: K.I. Galczynski

14 Lug
Konstanty Ildefons Galczynski

Konstanty Ildefons Galczynski

Konstanty Ildefons Gałczyński nacque nella modesta famiglia di un ferroviere nell’anno 1905. Studiò filologia classica e inglese nella Polonia ormai libera e riunificata. Debuttò già nell’anno 1922, ma la prima opera che lo rese famoso fu una dissertazione universitaria, dedicata a un certo poeta inglese della Restaurazione, illustrata con una scelta di poesie di questo poeta nella traduzione polacca. Ben presto si scoprì che il poeta non era mai esistito, e che tutti i dati e i poemi erano stati inventati dallo studente Gałczynski. Era ubriaco di fantasia, ed è forse vero che il suo secondo strano nome, Ildefons, se lo sia dato lui stesso. La sua fantasia era apocalittica e insieme grottesca; le immagini che creava erano vicine ai quadri di Hieronymus Bosch. Ciò appare evidente specie nelle sue poesie della serie “catastrofica”, come anche nelle “Profezie” – piene di garbo e di follia, o nel poema meritatamente famoso – “La fine del mondo”. Esse riassumono e rappresentano i tratti più salienti della poesia di Gałczyński, ma forniscono soprattutto la misura del suo umorismo.
Ed ecco la seconda e forse più rilevante prova dell’originalità di questa poesia. Gałczyński è irresistibilmente spiritoso. Le sue grottesche e vulcaniche visioni, considerazioni e battute sono tutte piene di una grazia inconfondibilmente poetica. In modo molto evidente esse illustrano la parentela costruttiva tra una metafora poetica ed una riuscita battuta umoristica. Gałczyński era un satirico dotato di una mira infallibile. Fu lui che innestò la tecnica del surrealismo nella satira polacca. Basti leggere poesie come: “Un cavallo in platea”, o il ciclo delle esilaranti scenette teatrali “Il teatrino dell’oca verde”.
Queste particolarità lo legano alla importante e più autorevole corrente d’avanguardia nella prosa e drammaturgia polacca. I suoi rappresentanti più noti sono: Stanisław Ignacy Witkiewicz e Witold Gombrowicz. L’ironia è l’effettivo substrato delle loro opere, peraltro così diverse. Essi adoperarono la beffa come ancora di salvezza della loro dignità, nell’imminenza della catastrofe, e con la coscienza dell’assurdità della vita.
Gałczyński invece cercò la salvezza anche nella solidarietà con l’uomo della strada. La sua felice maniera stilistica e la popolarità delle sue poesie, già grande prima della guerra, lo spinsero verso un certo qualunquismo. Egli ruppe con la lingua curata e con la tradizione intellettuale nella poesia, e fu quindi naturale che schernisse coerentemente l’intellighentzia, portatrice di queste tradizioni. Egli divenne così oggetto di tentazioni da parte della destra nazionale polacca, nemica, come tutte le destre, dell’intellighentzia, delle discussioni e dei ragionamenti. Per un breve periodo, fino al termine degli anni trenta, questa corrente affascinò Gałczyński col suo dinamismo artificioso, con lo scherno dell’apparente logorio delle tradizioni democratiche della classe intellettuale, ma particolarmente con l’adesione della gioventù. L’aspirazione ossessiva di Gałczyński fu il legame stretto coi lettori. Egli faceva tutto senza alcun cinismo e sempre con la maestria di un “buon artigiano”, come lui stesso amava definirsi.
Sopraggiunse la guerra. Nel 1939 la Polonia venne assalita e distrutta proprio da quelli che erano serviti da esempio alla destra. Gałczyński che era soldato semplice, finì in un campo di prigionia di rigore. Proprio lì, nell’Altengrabow, nacquero le commoventi poesie alla moglie adorata Natalia e le liriche che mezza Polonia ricopiava e diffondeva clandestinamente. A cinque anni dalla liberazione, egli tornò nella patria socialista e approfittò di una delle reali possibilità sorte col cambiamento di regime: al posto del popolino, poteva avere ora il popolo stesso come interlocutore. Così almeno egli sperava. Le sue poesie, infatti, acquistarono una risonanza assai ampia, sebbene ancora non generale. Malgrado le limitazioni tematiche imposte e il crescente oscuramento dell’atmosfera sociale in quegli anni, Gałczyński riuscì a pubblicare, una dopo l’altra, diverse raccolte di poesie, come: “La carrozza incantata” e “Le vere”, i poemi “Niobe” e “Wit Stwosz”, le commedie “La notte dei miracoli” e “Il ballo degli innamorati”, un nuovo divertentissimo libretto per l’”Orfeo all’inferno”. Scrisse inoltre testi di canzoni popolari, un ciclo di spassosi feuilleton: “Le lettere pazzarelle”, e tradusse Shakespeare. Venne lasciata ai poeti la terra appena sufficiente per un vaso, ma Gałczyński riuscì a cavarne un intero giardino pubblico.
Morì colpito da infarto il 6 dicembre 1953, proprio quando cominciavano a soffiare le prime attese ventate del disgelo nell’atmosfera politica del paese. Di solito, un poeta che muore celebre viene ben presto dimenticato, e bisogna attendere molti anni per la rinascita della sua fama. Gałczyński è uno dei pochissimi scrittori la cui popolarità non solo continua, ma cominciò a crescere subito dopo la morte e, nel suo caso, occorre aggiungere, a crescere con la forza di una valanga.
Grazie a Paolo Statuti, sono state tradotte in italiano alcune opere tra le più amate nella patria del poeta, e va sottolineato che la versione è tale da far capire le bellezze tipiche e le componenti melodiche dello stile di Głaczyński. Chi scrive è stato amico e ammiratore del poeta, ed ha un solo desiderio: che anche i lettori italiani si rendano conto del perché la sua poesia ha ridato a noi polacchi la fiducia nel significato e nella serietà della bella arte dello scrivere.
Jerzy Pomianowski

Konstanty Ildefons Gałczyński tradotto da Paolo Statuti

VISIONI DI SAN ILDEFONS
ovvero
S A T I R A S U L L ‘ U N I V E R S O
LA FINE DEL MONDO
Al mio Amico S.E. SIGNOR TADEUSZ KUBALSKI
come anche alla memoria delle mie zie buon’anime:
Pitonessa, Ramona, Ortoepia, Leonora, Eurasia, Titina,
Ataracsia, Repubblica, Ierusalem, Antropozooteratologia,
Trampolina, Ortodossia – rapite nel fiore degli anni da una
tromba d’aria nelle vie di Bologna
dedica l’inconsolabile
AUTORE
Apparebit repentina
Dies Magna Domini
Fur obscura velut nocte
Improvisos occupans…
cantilena latina
A Bologna in Accademia
l’astronomo Pandafiland
disse, levando la berretta:
– Signori, si profila
la Catastrofe Estrema,
la fine del Cosmo ci aspetta;
tutto vi voglio chiarire:
parallasse e perturbazione,
tra un’ora – è mia opinione –
il mondo dovrà sparire..
A quell’atroce accenno
saltò su Ser Marconi,
colui che avea più senno
fra tutti quei barboni.
E disse: – O adunata
di savi, amici miei,
ciò che udiste è una boiata,
come tre e tre fa sei;
in veste di rettore,
dichiaro che l’autore
di questo sporco intrigo
si merita un castigo,
che solo un invasato
può avere escogitato
una simile impostura.
Chiasso e vocìo nella sala:
ogni sapiente fischiava,
gridava: – Che fregatura!
ci voleva irretire,
corrompere, incantare,
idiotizzare.
Aspetta: ti concio io,
quest’onta nessuno ti scaccia!
Ciò detto uscirono, sbattendo il leggio,
come alla dieta polacca.
Restarono gli scanni scuri
e i Cristi neri sui muri,
e sul pulpito – avvilito,
piccino, rattrappito –
l’astronomo.
Gli doleva assai la testa,
allor prese un calmante,
e per un breve istante
non fece alcuna mossa:
anche lui è di carne e ossa.
Poi su e giù passeggiò alquanto,
cupo – più cupo non puoi –
e borbottò: – Cessa il comando…
Sul muro bianco, dipoi,
segnò cifre e così pure
zodiachi e figure –
per un tempo senza fine,
sibilline.
Poi sopra un blocco notes,
sbirciando il suo quadrante,
tracciò facce curiose
con piglio da gigante.
Quindi, sui palmi appoggiato,
guardò a lungo alla finestra:
Bologna era verde come un prato
ombrato.
Era sera.
E da lontano – pensate! –
giungevan note flautate –
era d’estate.
Stop.
Quando il tempo fu scaduto,
vale a dire alle otto,
il rettore prevenuto
ogni specchio trovò rotto;
e li trovarono spezzati
i pensionati e i tappezzieri,
come anche tutti i barbieri,
e fu la piaga pei peccati.
Che buffo! Il bidello Malvento,
guardandosi allo specchio:
– Ho nel volto un tagliamento!
Gridò. Era nello specchio.
Qui, nelle mie visioni,
una pausa si perdoni.
LE VISIONI RIPRENDONO
Piante, farfalle e gatti
riddavano balzelloni,
biancheggiavano i rondoni
e c’era sangue sui sassi.
Calando le tende trapunte,
anche il rettore tremava,
come un neonato frignava,
e non era un fesso qualunque.
In tutte le strade, oramai:
“Muore Bologna!” – gridavan.
Quel forsennato viavai
la polizia caricava;
coi loro corti randelli –
botte da orbi alla gente,
ahi, ahi! urlavan quelli:
“Si salvi chi è credente!”
Chi lo era diceva “O Dio”,
e chi non – “Morte ai paurosi!”
Salivan sui tetti i curiosi
ed anche il bue, caro mio,
muggiva, muggiva, muggiva.
Per le strade il flagellante,
invocando le sante,
il suo corpo feriva.
Solo gli allegri studenti,
nelle taverne, incoscienti,
in mezzo alle foglie di vite
scrivevan versi alle amiche,
e quelle ch’eran più schive,
dietro una foglia – davvero! –
baciavano sulla bocca.
Ma bravi! Crepa il mondo intero
e qui si fa bisboccia.
Peccate reciprocamente
studenti e madonne,
bevete cognàc – vergogna! –
cantate,
con le chitarre sonate:
“Evviva Bologna,
città delle belle donne!”
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Qui, pausa: crepo d’invidia.
Durante questi portenti
senza capo né coda,
inauditi e sconvolgenti,
l’artigiano G. Lucco
si divertiva parecchio
cantando e sgrossando bare:
cantava Giovanni: “Ti sgrossi,
mia bara, ti sgrossi;
accoglierai una fanciulla
dai capelli rossi”.
E quando sentì d’aver fame,
messo dell’olio sul pane,
mangiò piano, con devozione;
dopo – politico all’erta –
mise gli occhiali a stanghetta
con oculata attenzione,
se no saltavano le lenti;
con la pipa tra i denti
e la mano incallita,
le lettere conficcava
di chi più non c’era:
– Basta…chiudo e me ne vado…
uhm…la fine del creato…
in fondo…non è sgradita…
e già dormiva sereno,
Giovanni, nell’orto, sul fieno.
Ma negli ospedali affollati
eran desti, poverini,
dentro i bianchi lettini,
i malati.
Ognuno là dentro gridava,
tossiva ed imprecava:
– Dove sono i dottori?!
i vasi, le sputacchiere,
gli stecchini e le infermiere?!
Ci aumentano i dolori!
non fateci morire,
ci vogliamo vestire,
dateci una cravatta –
non vogliamo bende e ovatta!
C h e p o r c h e r i a !
ma il coro pian piano scemava,
più d’uno la notte crepava.
Ora il silenzio regnava
nella bianca corsia.
Ed ecco che da un pitale
saltò fuori il Mostro Astrale
e ingoiò le medicine.
Visione quarta: fine.
Davanti all’Accademia,
a mazzetti come viole,
compiangevano la terra,
ciarlavan le fruttaiole:
– Lei vede?
– Non vedo.
– Si vede qua e là.
– Qualcosa viene.
– Di brutto.
– Bla bla!
– Bla bla!
– Ho visto, signora mia,
– andava in sagrestia,
– è vero sì
– è vero sì.
– Proprio.
– E’ sul giornale financo,
– nero su bianco.
– Oh!
– Qui
– Pro
– Quo
– Dio ci punisce…
– Cosa?
– Cosa?
– E questo Cosmo…
– Ahimé il Cosmo perisce…
Emerge come una palla
dal fiume la luna bianca.
Il bosco sul fiume balla
come uno senza cianca.
E il fiume scorre e cela –
la lunga – parola – celeste.
La luna, come una mela,
ad un rametto s’appende.
Ma a che servirà quel disco?
Sarà ciò ch’è previsto.
Non serviran le onde:
l’allarme già s’effonde.
Plebe e Re che posson fare?
Si peggiora ed il timore
si solleva come il mare.
La nuvolaglia scura
galoppa stancamente;
l’ira della Natura
annuncia pigramente.
Alla città s’appressa,
sulla terra oppressa
cadrà assai presto,
enorme, orrenda, avversa.
Da San Michele arriva
un rintocco funesto.
Più morta che viva
Bologna trema.
Banchieri, confessatevi:
vita e soldi perderete!
e voi tra i topi celatevi,
voi che massoni siete.
Vedo avvicinarsi l’Orrore,
il Principe delle Tenebre
conficca al polo la bandiera.
Perché dall’a alla z, sissignore,
la profezia di Pandafil s’avvera.
S’avvera, sì, sì, s’avvera,
tutti i telefoni han tremato,
nella sala degli specchi
corre il Re spaventato.
Pronto
Pronto
Pronto
Sei tu? sei tu, Genoveffa?
Son’io, son’io – Antonio!
Lei sbaglia! Quattro-cinque-zero!
E’ il negozio di bare?
Non si capisce, a quanto pare.
Io sono suo genero!
Stasera i cavalli spedire.
Posta Pinocchio, dodici per 15 lire.
Pronto
E’ la cancelleria reale?
Sei tu, micino?
Alienato!
Sono il ministro della guerra,
Sire,
insorge il proletariato:
P come Pitonessa
Ramona
Ortoepia,
Leonora
Eurasia
Titina
Ataracsia
Repubblica
Ierusalem
Antropozooteratologia
Trampolina
Ortodossia!
IL PROLETARIATO
Mandaron l’esercito in città,
e l’esercito marciò:
Piccolo-flauto – fi-fiù-fi-fi-fiù,
e i tamburi – tara-tarapùm:
– Il Cosmo schiatta passa il Cosmo,
il tapino non sarà più!
Poi seguiva curvato,
pensoso, accerpellato,
con occhiali e scopetta
il compagno Saponetta;
e alla luce dei fari
ripuliva i binari.
Borbottava qualcosa
Sputando le parole:
– Il Cosmo è una gran cosa,
ma l’ordine ci vuole.
E su lui che spazzava,
e su questi binari,
un colombo volava
e batteva le ali.
Sul colombo – la luna
rischiarava il cammino.
Sparivan nella bruma:
quello, rotaie, spazzino…
Laggiù, l’ombra, nei pressi
della città, calava.
E ad essi, solo ad essi
Pandafiland sogghignava;
idillico si fece,
e in estasi pensava:
– Dio mio, che incantevole
scenetta proletaria!
Pensavano ugualmente
i poeti di Bologna:
Spazzino commovente,
far come te bisogna!
Cantavano i poeti:
– Orsù, non disperiamo,
il mondo è spacciato,
ma col proletariato
giochiam, giochiam, giochiamo.
Divertitevi, ragazzi.
Frattanto già tonava,
frattanto lampeggiava
e qualcosa di brutto
in giro s’annunciava.
Non servì il turpiloquio,
né gli insulti alla Madonna:
terminava ormai l’obbrobrio,
il mondo e la vergogna.
Nelle vie di Bologna –
folle peregrine.
Adunate, consigli:
come impedir la fine.
Ma come restar vivi
nel giorno delle stragi!
ribaltavano gli archivi,
teatri, colonnati,
negozi, templi, arene,
diverse ubicazioni,
elefanti e stazioni,
e al cinema le scene.
Ed a Giovanni Lucco
Che dormiva profondo,
crollò la colombaia
e ne fuggì un colombo:
quel colombo benigno,
quello dello spazzino,
cui Pandafil maligno
lanciò quel sorrisino.
Solo quando i pianeti
cambiaron direzione,
fu indetta su due piedi
una contestazione:
C’erano tutti quanti:
vecchi, adulti e minori,
i bianchi, i gialli e i mori,
anche i parlamentari,
ventriloqui e fornai,
Satanassi e Santi.
E ancora i commedianti,
e i poliziotti – tanti;
c’eran preti, un rabbino,
ed anche molte suore.
E in testa era il rettore
in groppa a un bel suino;
senza scarpe passavano
gli esibizionisti,
con gli striscioni i socialisti,
con le bombe i comunisti
sfilavano.
Cosa ovvia – gli anarchici
con diabolici ingranaggi,
i massoni coi compassi,
e i bambini
con graziosi mazzolini;
i più incalliti monarchici
cantavan “Viva il Re”,
e dietro, i neopapisti,
invero un po’ marxisti,
cantavano “scotendo i cieli”:
Evviva bandiera rossa!
Risatine!
La cosa andava bene,
con ordine, tutti insieme:
adunate, comizi imprevisti,
ku klux klan e squadristi,
dum-dum a tracolla;
risoluzioni, pretesti,
rivoluzioni e manifesti.
LA FOLLA
Apparve l’Arcobaleno,
rifugio del mondo
ormai vano:
come bambini impauriti
si presero per mano,
ma turbinavano,
impietriti,
e da tutte le gole
si levarono i gridi:
– NON VO-GLIA-MO LA FI-NE DEL MON-DO!
Per dispetto iniziò il finimondo
Sic!
Incominciarono i malanni
in un orrida atmo-
sfera. Vedi Giovanni,
Apocalisse – Pathmos:
Già i soli peri-
vano e lungi cadevano.
Giù le stelle, come pere,
che gli Ebrei si rivendevano.
La luna in questa buriana
seguì il comune destino,
disse addio alla vita grama
e si tuffò nel vino;
gorgogliava da ogni poro
quella vecchia alcoolizzata,
poi il barile divenne d’oro,
e lei morì annegata.
Sempre più si sgretolava
questo lurido creato,
e schiantandosi affogava
anche il vecchio antico stato.
In quel solenne istante
Pandafil disse raggiante:
– E’ terminato lo scompiglio,
s’immerge il mondo
come l’enorme scafo d’un naviglio
nei flutti dell’etere profondo.
TUTTO QUESTO HO SAPUTO
DAL CIEL TELEFONANDO
E SCRIVERE HO VOLUTO –
ILDEFONS IL SANTO.
FINIS
(1930)

PROFEZIE
Quando il Gran Codanera
a Lisbona arderanno,
e nella stratosfera
tre zeri splenderanno,
sbucherà la Pantera,
verrà l’Empio Colera,
Arturo e Malacoda
la man si stringeranno.
Buio cupo e terrori,
notte come un dragone,
presto usciranno fuori
il baro e l’imbroglione,
banditi e ambasciatori,
sicari e distruttori –
che gioia veder tutti
nell’infero burrone!
Rammentate quel prete
profeta del destino!
La luna forse avrete,
ma sembrerà un porcino.
Voi che cassieri siete,
l’orrore proverete –
vi torrà l’ombelico,
v’andrà nell’intestino.
Vedrete i calabroni,
i tafani regnare,
orribili scorpioni,
zecche, pulci, zanzare;
e vermacci a milioni
dai cassetti dei demòni,
eppur la lucciolina
uscirà per brillare.
Diran, piangendo, i vati
che la luna è un’arancia –
ma alle arance, annoiati,
chi più darà la caccia?
Voi ci avete infettati,
o giambografi amati,
v’oltraggerà la morte –
simpatica vecchiaccia.

La falce darà addosso
A tutti i porci ingordi.
Avranno il naso rosso –
così saranno scorti.
Addio, porcello arrosto!
Addio, ciambelle al mosto! –
balordi, Malacoda
è nel caviale – accorti!
Malacoda scorrazza,
le palle a sonagliera,
davanti – una mazza,
dietro – un culone a pera.
Sic Malacodae gratias,
dei maiali disgrazia,
a VILNO partorito
dalla notte più nera.
Pieno zeppo è il papiro.
Già profonda è la notte.
Predìco per finire:
la siccità è alle porte.
Se ti manca il respiro:
“Pasticche dell’Emiro” –
Malacoda è la base,
confida in lui – è forte.
(1936)

LA MIA POESIA
La mia poesia sembra una notte lunare,
una quiete sconfinata;
quando la fragola dolce nei borri appare
e l’ombra è più grata.
Quando nessuna donna mi sorride
e ogni cosa è sopita,
quando un grillino da un mattone stride:
“che pacchia la vita!”
La mia poesia è un mero prodigio,
è il paese ove d’estate
dormiva rannicchiato un gatto grigio
sul davanzale.
(1937)

ADDIO ALLE LANTERNE
Voi che di notte risplendete
rischiarando i vicoli stretti,
sempre pazienti e uguali siete,
voi – le stelle dei poveretti;
e l’uomo che a caso procede,
di notte, ubriaco, nel gelo,
alzando la testa vi vede,
e mormora: – Son forse in cielo?
ADDIO, MIE CARE LANTERNE.
Voi, qualunque contrada accolga
la vostra luce indulgente,
a Parigi, dove una volta
amai senza ottenere niente;
o a Londra, ove la nebbia rammenta
il sonno e il vento è un ossesso,
e dove la lanterna “addenta
con la luce” – già Eliot l’ha detto.
ADDIO, MIE CARE LANTERNE.
Voi che cantate ogni notte,
finché Venere ancora balena,
voi sotto le quali tre volte
lessi il “Divino Poema”;
voi di paura non tremate,
come sonetti nell’eternità,
voi con la luce perdonate
come donne – popoli e città.
ADDIO, MIE CARE LANTERNE.
(1948)

LA PASQUA DI JOHANN SEBASTIAN BACH

La famiglia è andata ad Hagen.
Sono rimasto solo in questa enorme casa.
Dei miei passi rimbomba l’andante.

Mi fa ridere tutta questa doratura
e questi pellicani scolpiti senza cura,
e quelle nuvole che corrono a levante.
Io amo le nuvole. E le luci cupe.
Come le fortezze. Come le mie quadruple fughe.

Girare per le stanze – che incanto,
con la Signora Musica accanto!
Come bosco d’autunno le rosse candele d’oro.
Oggi è Pasqua. Le campane conversan tra loro.
Oh, felice è il mio cuore!
Nei vecchi cassetti le vecchie missive,
e nei libri le foglie seccate;
che bello frugare tra le carte d’un tempo…
Oh, ore festive piene di dolce fermento!
o estri come colonne d’oro, o cantate!
Vestito di verde velluto
sguazzo, vago per queste stanze,
sui ballatoi e sulle scale;
oh, prima di sera, quante ore ancora, quante,
per borbottare, canterellare, camminare,
scorrere come acqua incantata!
Scuri come la notte i ritratti mi salutano,
e ancor più scuriscono quando m’allontano.
E’ buffo che alcuni m’han chiamato maestro,
dicono che nelle cantate il Cielo ho messo.
Peccato che qui non tutti conoscete il mio merlo,
ah, come questo merlo canta, ah, che bravura!
A lui devo molto. E anche alle grandi nubi.
E ai grandi fiumi. E al tuo seno, o Natura.
Guardate questi giacinti azzurri,
queste sedie di legno nero,
tutti questi mobili dorati,
questa gabbia coi pappagalli, che canticchia,
quelle nubi come vascelli argentati,
che il vento del sud solleva.
Sì. Guardate. Qui dimoriamo.
Qui ricorderanno Johann Sebastian.
Dicono che sono vecchio. Come il fiume.
Che il tempo sempre più mi sfugge di mano.
E’ vero che molte ore ho sprecato.
Non fa niente. Al diavolo! Io suono su corde resistenti
e ci sono ancora le mie cantate, accidenti!
Non il tempo me, ma io lui all’incudine ho legato.
Presto tornerà la famiglia e comincerà il banchetto.
Le mie figlie, prima di sedersi, si acconceranno.
Lo sciame degli ospiti giungerà. Il ballo inizierà.
Mangeranno e berranno a profusione.
E anche il pastore dall’arazzo zufolerà una canzone.
Poi calerà la sera. E io sparirò nel pergolato.
Perché migliore del mio violino, quando ero a Weimar,
delle perle che sogno per mia moglie,
delle sonate dei miei figli, di ogni vaghezza,
è questo attimo di grande dolcezza,
proprio quando, nella pergola, da una sua fessura,
vedo una cosa insolita, vertiginosa, pazzesca a dismisura:
IL CIELO STELLATO DI PRIMAVERA.
(1950)

IN MORTE DI ESTERINA
DEPORTATA
DAI NAZISTI
VENEZIANA

I
Sulle tue trecce il cielo avrei scalato
e di colpo cosa? Un drappo.
Il cuore t’è fuggito come un ratto,
e nemmeno s’è scusato.
Perché racimolare scienza? – mi chiedo.
Ti scuoto: – Dimmi, perché? –
Il cero langue. Sei morta. Siedo
la notte accanto a te.
Risuscitarti non posso. Capisci?
L’ombra la beltà scolora.
Nemmeno l’acqua non vuoi. Non capisci.
Dai cupi fiumi bevi ora.
Già altrove il tuo occhio riluce
d’un bagliore verdigno,
quando vai per la sotterranea palude,
e delle canne odi il bisbiglio.
Oltre i vetri la foresta è affanno
che aumenta, a chi servirà?
Gli uccelli sui nodi stanno
immobili, sciocchi, di legno già.

II
Se un giorno incontrerò tua madre,
dirò che t’ho seppellita –
che avevi le ciocche tirate
e trecce dal cielo fuggite;

che gettai una volta un piccolo ramo
di mughetto ai tuoi piedi, dirò:
caricando il concime parlavamo
del clown dal naso lungo-Pierrot.
III
Tu, foresta, disperati con me,
tu, querceto, faggeto, betulla –
buco nella scarpa, struggiti anche te
sulla bella, sulla morta fanciulla!

Cervi di legno, uccelli di vetro,
lepri di maiolica alate,
aiutatemi a gettare, vi prego,
l’odiosa terra sulle labbra odorate.

La pioggia ha lavato i grossi rami.
Il fiume del cruccio balbetta e scorre.
Coraggio, fratelli: trecce, mani,
bocca e occhi sotterrare occorre.

(1945, frammento)

(C) by Paolo Statuti. Riproduzione riservata

Vitezslav Halek

13 Ago

Vitezslav Halek

  Vítězslav Hálek nacque il 5 aprile 1835 a Dolínek, un paesino della Boemia centrale, dove il padre aveva una locanda. Gli eventi lieti e tristi della vita di campagna si impressero nell’animo di Hálek e si riflessero in gran parte nelle sue opere. L’infanzia trascorsa nella bella piana che si estende presso la confluenza dell’Elba con la Vltava, vagando coi pastori sui prati e nei campi, cantando con essi, ascoltando le favole sotto il vasto cielo, tutto ciò costituì la fonte ispiratrice da cui poi il poeta non cessò mai di attingere.

   Esordì con poesie epico-liriche alla Byron e si cimentò anche, ma con scarsi risultati, nella drammaturgia. Fu uno dei fondatori e l’anima della Umělecká Beseda, una società di artisti, musicisti e letterati che svolse un ruolo molto importante nella evoluzione della vita intellettuale ceca. Ne facevano parte, oltre ad Hálek, J.Neruda, B.Smetana, J.Mánes, S.Pinkas, K.Purkyně. Notevole fu anche la sua attività giornalistica. Come redattore della rivista Národní Listy, ove scrisse alcune centinaia di feuilleton sulla politica, sulla letteratura, sul teatro e descrizioni di viaggi, Hálek fu per quattordici anni una figura di primo piano del giornalismo ceco progressista e, assieme al suo illustre collega di redazione Jan Neruda, riuscì ad instaurare una nuova linea politico-culturale. La sua lotta per i diritti del popolo era alimentata dall’anelito alla libertà e uguaglianza degli uomini, e dall’avversione per i potenti della terra che sbarrano la strada al libero sviluppo sociale e intellettuale dell’umanità.

   Hálek fu anche eccellente prosatore, e dal 1857 al 1874 scrisse tutta una serie di novelle sentimentali e sociali, tra le quali figurano, ad esempio, “Nella tenuta e nella capanna” (Na statku a v chaloupce), “Sotto il colle deserto” (Pod pustým kopcem), “Nel vitalizio” (Na vejminku).

   Ma la parte più preziosa e duratura dell’opera di Hálek è rappresentata dalla produzione poetica. Si cimentò con l’epica, ma senza successo – se eccettuiamo le piccole scene epiche contenute nelle “Favole della nostra campagna” (Pohádky z naší vesnice, 1874) – perché fu sempre e soltanto un lirico.

   Hálek è sinceramente convinto dell’alta missione del poeta, rivelantesi soprattutto nel campo dei valori morali. Egli ama fondere il termine di poeta con quello di profeta. Per lui il cuore dei poeti è puro, incapace di odio; i poeti penetrano a fondo tutti i misteri, e il loro canto guida la nazione verso la terra promessa della bontà, della verità, dell’amore.

   La sua prima raccolta poetica, “Canti serali” (Večerní písně),  pubblicata nel 1858 e in cui sono tracce evidenti del “Libro di canti” di Heine, è una confessione del felice amore per Dorota Horáčková, futura conforte del poeta, espressa con parole così ardenti e con un verso così melodioso, che nell’arido terreno letterario del tempo il libro fu accolto con grande entusiasmo. In esso Hálek effonde tutta l’ebbrezza del suo sentimento, tutto l’anelito del suo cuore. E’ un omaggio non solo all’amata, ma all’amore stesso – sorgente purificatrice della vita umana, principio sacro che deve trionfare su tutti gli ostacoli. L’amore-poesia, questo prezioso binomio, donato all’uomo dalla natura, è il motivo dominante dei “Canti serali”.

   La seconda raccolta lirica, il ciclo in tre parti “Nella natura” (V přirodě), scritto negli anni immediatamente precedenti la morte del poeta (1872-74), costituisce la parte più fresca e viva della sua opera. Se il primo libro (Večerní písně) è il canto del fascino amoroso, un breviario dell’amore, il secondo è anzitutto una celebrazione della natura, intesa come modello insuperabile di società umana. La natura è la poesia più bella e il suo cantore è il poeta. Questo concetto ritorna in una serie di poesie della raccolta, ma è forse espresso nel modo più chiaro e artisticamente felice nella lirica “Nulla sono più d’una rosa”. Hálek valuta giustamente la sua vena poetica, è perfettamente conscio del suo destino di usignolo della poesia, di cantore che non riesce a fare niente di più e niente di meno che effondere i suoi canti “nel momento giusto” per celebrare le bellezze della vita.

   Hálek sa carpire come nessun altro i segreti intimi della natura, sa comprendere il canto degli ucccelli, il linguaggio dei fiori, il fremito delle foglie, il mormorio dei ruscelli e dei boschi. Coglie la bellezza nei minimi dettagli. Il poeta è qui come un bambino. Si rallegra della betulla biancheggiante ai limiti del bosco, dell’ape che si posa nel calice, di un melo fiorito, d’un cerbiatto. Ma la natura non è solo oggetto di stupore, ma è anche l’unica, vera maestra. Solo attraverso essa conosciamo Dio nel giusto modo. Essa ama in ugual misura il fiore più piccolo e la stella più grande. Il fine ultimo per Hálek è la fusione dell’umanità con la natura. Solo così l’uomo può guarire da tutte le aberrazioni, perché la natura è fonte inesauribile di poesia, bellezza e perfezione. Ciò che è contrario ad essa è di per se stesso cattivo e destinato a perire.

   M.F.V.Krejčí, definendo l’idealismo di Hálek, lo paragona ai suoi contemporanei Mánes e Smetana, e trova in loro la stessa sensibilità, lo stesso “compiacimento nello sprigionare dalla natura ceca i toni di un fascino sorridente e non so quale bellezza piacevole, seducente e casta al tempo stesso”.

   Vítězslav Hálek morì a Praga l’8 ottobre 1874 per le conseguenze di una pleurite, in piena lucidità di mente, al culmine della sua fama di più illustre poeta ceco, risparmiato, come era sempre stato suo desiderio, dalla decadenza artistica, dalla banalità, dalla rilassatezza.

 

Le poesie di Hálek qui inserite, tradotte da Paolo Statuti, sono tutte tratte dalla raccolta “Nella natura”

 

 

*  *  *

Ti cerco, ti cerco, o uomo, e ascendo

al più profondo della tua forza,

voglio custodire il tuo nocciolo

e gettare via la tua scorza.

Ti cerco nel rossore dell’alba,

per te la rosa voglio spiccare,

ti cerco a primavera ed espiro

il tepore per il tuo volare.

Ti cerco in ogni fiore dei campi

e ti tesso di polline un manto,

ti cerco nell’ombre del querceto

e voglio che provi il vero pianto.

Ti cerco nell’ape sul pendio

e suggo il miele pel tuo dolore,

ti cerco tra gli uccelli nel cielo

e nel tuo sguardo accendo il chiarore.

Ti cerco nel canto dell’anima,

dove hai diritto d’esser da sempre,

ti cerco, eppure io ti troverò –

quando sarai uomo nuovamente.

 

*  *  *

Io so quando inginocchiarsi per pregare:

quando la terra esulta nei covoni,

quando della mia anima è colmo il mondo

e la mia anima è colma di suoni.

Io so quando confessarsi con dio:

quando la rosa un fiore diviene,

quando dio parla ad ogni animaletto

e un poco anche con me s’intrattiene.

Io so quando la natura è tutta in festa:

quando dei cieli si svela l’incanto,

e la terra con l’anima rigonfia

gioisce dei fiori, di aromi, di canto.

Certo che questo non è nel calendario,

ma il libro dei mondi, ogni uccellino,

ogni fogliolina a primavera lo sa,

quando agli uomini dio è più vicino.

 

*  *  *

Il melo in fiore! Sui rametti

i fringuelli passeggiano,

nel nido tre piccole gole

con la madre gareggiano.

In cima il venticello ondeggia,

rami nel quieto tepore,

e sollecito, trepidante,

si scuote e si desta un fiore.

 

La luce carpisce la foglie,

dove si siede – indorate,

si allungan le piccole gole –

“Ecco, siam ricchi, guardate!”

 

Un fringuello del melo accanto

annuncia una grossa nuova:

la vecchia presto avrà famiglia –

s’è seduta sulle uova.

 

Le piccole gole ascoltano,

il vento nemmeno fiata –

fiori piovono sul mio capo,

e l’anima è inebriata.

*  *  *

Non è l’eroe più grande

chi colpito a sua volta colpisce;

è grande chi fu ingannato

e tuttavia non irretisce.

 

Chi maledice l’amore

non l’ha conosciuto ancora,

perché l’amore sa perdonare

e non sa imprecare.

 

Chi non è capace di sacrificio

non è degno dell’amore,

ed è cattivo, chi apprezza se stesso

più della propria abnegazione.

 

E se l’amore esigesse

la mia vita e il mio cielo –

io andrei come l’agnello,

perché ho amato Te.

 

 

*  *  *

Un giorno dio gioiva molto

e allora creò il cuore umano,

e poi il suo amore vi mise

per eterno ricordo.

 

E quando poi in esso fissò

l’occhio della sua promessa,

di gioia scoppiò in lacrime,

quando vide quella felicità.

 

 

 

Ma in quel pianto una lacrima

si insinuò nel cuore,

e nel più profondo cadde,

come la rugiada nel fiore.

 

Per questo l’amore è grande dolore,

ma un dolore così dolce e gradito,

ed è un peccato che da certi cuori

quel dolore non sia sentito.

 

Per questo l’amore per metà è gioia

e per metà tormento,

quando una lacrima oscilla

e il cuore scoppia in quel momento.

 

*  *  *

Nulla sono più d’una rosa, nulla

più d’un usignolo a fine estate;

i miei petali dopo primavera

e il canto in autunno non cercate.

 

Ma come l’usignolo ha il suo momento

e la rosa nel suo aroma esplode,

così il mio spirito il suo momento avrà

e risuoneranno le sue note.

 

E son pago, ché nel momento giusto

ho diffuso la mia melodia,

nella quale ho raggiunto il conforto,

ho esultato senza nostalgia.

 

Dopo, che accarezzino pure i venti

della mia tomba il verde suolo;

io, quando fiorivano le mie rose,

ero tuttavia un usignolo.

*  *  *

Il tempo ancora non è vecchio:

siede là presso le rocce della patria,

le sbriciola in granelli nell’abisso –

la sua clessidra.

 

Non anni, né giorni, né lune misura,

ma i secoli per l’ampio orizzonte:

per una bella azione un granello,

quando senza sangue la compiamo.

 

E’ un lavoro facile ma difficile,

indagare gli ornamenti dell’umanità;

e vedo l’abisso quasi vuoto

e le rocce in gran quantità.

 

E tuttavia ho una consolazione –

che un bambino assai forte

e fiducioso chiami tutta l’umanità:

“Vieni, aiutami nell’opera!”

 

 

*  *  *

Vogliamo essere in tutto rigorosi,

ma della vita non sappiamo niente,

fino alla tomba la verità ci sfugge,

dopo, pare, vivremo eternamente.

 

Cosa di noi deve restare? La fama

che l’omicidio la storia mantiene,

tanto che l’uomo sembra alleato

non delle persone ma delle iene?

 

 

 

Cosa di noi deve restare? La brama

per la  schiavitù vile e disonesta,

che appena qualcuno si eleva più in alto

già vogliamo che ci schiacci la testa?

 

E’ forse genuina la nostra gioia,

quando così banali ci scopriamo,

da scambiare anche un po’ di generosità

per un atto sublime e sovrumano?

 

Ebbene, forse ciò porta dei vantaggi,

ma un cuore schietto d’essi non s’avvale;

io so soltanto: dev’essere diverso

ciò che dev’essere anche immortale.

 

*  *  *

Non tanto mi duole quando la bellezza

vedo appassire e abbandonare i fiori,

sempre con la primavera ritornerà

e forse anche più bella in nuovi cuori.

 

Ma mi duole quando i miei compagni vedo

ogni fiore dall’anima estirpare,

togliere allo spirito le sue grazie

eppur vivere e volgari diventare.

 

E schernire i cadaveri dei boccioli,

vantarsi perché i sogni hanno ingannato,

quando ormai non c’è più nulla da spennare –

questo gioia e carriera hanno chiamato.

 

Oh, amici, prepararvi così il deserto,

veder morta la vostra giovinezza,

ogni giorno essere sempre più soli –

questo per poco il cuore non mi spezza.

*  *  *

E’ vero! E’ vero!  Il mare è grande –

ed io solo un fiore del prato;

posso bere solo goccioline,

e questo mare è sconfinato.

 

E’ vero! E’ vero! Il cielo è immenso –

ed io un uccello errante;

volo finché l’ala mi sostiene,

ma lo spazio è così distante.

 

E’ vero! L’universo è infinito –

e da mortale io lo attraverso;

lo respiro con ogni respiro,

ma senza età è l’universo.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

Leopold Staff

13 Ago

 Leopold Staff nacque il 14 novembre 1878 a Lwów e morì il 31 maggio 1957 a Skarżysko Kamienne. Debuttò nel 1901 con la raccolta di versi “Sny o potędze” (Sogni di potenza). Seguirono: “Dzień duszy” (Il giorno dell’anima, 1903), „Ptakom niebieskim” (Agli uccelli celesti, 1905), „Gałąź kwitnąca” (Il ramo in fiore, 1908), “Uśmiechy godzin” (I sorrisi delle ore, 1910), “W cieniu miecza” (All’ombra della spada, 1911), “Łabędź i lira” (Il cigno e la lira, 1914). Nelle prime raccolte del giovane poeta troviamo non solo “silenzi, ricordi, sospiri”, come egli scrive in una poesia, ma anche un’intera collezione di motivi e immagini del modernismo. Conformemente alla moda dell’epoca, Staff cantava la tristezza del mondo e dell’anima. Il paesaggio dell’autunno e della notte parlava del mondo interiore dell’uomo, del “mare tenebrarum” dell’anima. Le visioni delle “città buie”, dei “tetri boschi”, dei temporali, delle tenebre, dicono che la vita del subcosciente non è armonia, ma caos, è scontro di istinti che si contrappongono. Scaturisce da queste immagini la coscienza della imperfezione, della disarmonia e addirittura la “bassezza” e la “bestialità” dell’uomo. Ma l’importanza e il posto di Staff nella poesia polacca non furono determinati da questa esperienza malinconica e crepuscolare, ma bensì dalla sua successiva rinuncia a queste immagini e stati d’animo convenzionali che egli stesso del resto aveva coltivato. Un nuovo eroe lirico prende il posto del decadente rassegnato. L’amore per la vita diventa il principale postulato, la nuova parola d’ordine delle nuove tendenze. Dopo il rifiuto del Nirvana e della Morte, Staff – come una notevole parte degli scrittori del tempo, tra cui Żeromski, Brzozowski, Berent, Korczak, si assume il compito di creare nuovi valori esistenziali, un nuovo modello di uomo, un nuovo “mondo di elementi”, rifiutando la debolezza umana e la “paura del mondo”. Tutto ciò trova particolarmente espressione nel poema filosofico “Il maestro Twardowski”, e in alcune liriche famose, come ad es. “Il fabbro”, in cui il protagonista forgia il suo “temprato, valoroso, forte e fiero” cuore, o “Il cavaliere” che si batte per il suo destino umano, o ancora il poema “Adamo” del 1914, in cui l’eroe oltre a lottare per la trasformazione del suo mondo interiore, lotta anche per la trasformazione di quello esteriore.

   Nella raccolta “Ścieżki polne” (Sentieri di campagna), uscita nel 1919, e in molti altri versi scritti dopo la guerra, Staff crea figure ancora più indipendenti, come l’eroe-viandante e l’eroe-artefice, mostrando come nel lavoro-lotta l’uomo conquista la fierezza, l’orgoglio, raggiunge l’armonia e la pienezza della vita.

   Staff portò nella poesia della “Giovane Polonia” – movimento letterario nato alla fine del secolo e durato fino al 1914 circa – una nota di ottimismo, di vitalità che ne ravvivò l’atmosfera decadente. Egli inoltre “tenne a battesimo” i poeti dello “Skamander” – Iwaszkiewicz, Lechoń, Wierzyński, Słonimski e Tuwim, cioè i poeti di quella corrente letteraria che si svolse dopo il 1919 e il cui contributo fu decisivo per la rinascita della poesia polacca dopo l’indipendenza riconquistata nel 1918.

   Nel 1927 uscì la sua raccolta “Ucho igielne” (Cruna d’ago) e nel 1932 – “Wysokie drzewa” (Gli alberi alti). Nel 1936 apparve il volume “Barwa miodu” (Il colore del miele), di cui fa parte la lirica “Ars poetica” che può essere considerata come un compendio del programma poetico di Staff in quel periodo della sua creazione.

   Pur traendo ispirazione anche dal movimento simbolista, Staff mantenne di fronte ad esso la sua indipendenza, affermando che la parola non doveva essere soltanto il mezzo per suggerire un’immagine o una impressione, ma anche il mezzo per raggiungere una piena comprensione tra lettore e poeta. Su quest’uso della parola, più vicino alla concezione propria ai classici, Staff ha eretto l’edificio della sua poesia. Il suo classicismo si nutre ugualmente dei poeti francesi del XVI e XVII secolo, ch’egli ha tradotto. L’architettura di Roma, Venezia, Firenze, la scultura antica, Michelangelo e la pittura del Rinascimento si fondono nella sua poesia con il paesaggio polacco. L’espressione poetica di Staff andò continuamente evolvendosi: egli si compiace di creare nuove parole, rime preziose. “I poeti – ha scritto Mieczysław Jastrun – di solito si fossilizzano nelle proprie abitudini e predilezioni formali, perfezionando la maniera iniziata nella giovinezza. Staff invece ha sempre cambiato, rinnovato i mezzi d’espressione, ha arricchito la sua tematica assieme alle nuove generazioni di poeti”.

   La cultura di Staff fu vasta e veramente europea. Egli compì anche magistrali versioni da varie letterature – dall’italiano ad es. tradusse i Fioretti di san Francesco, prose di Leonardo e poesie di Michelangelo.

   Nel 1946 uscì “Martwa pogoda” (Tempo morto) e nel 1954 “Wiklina” (Il vimine). La sua ultima opera “Dziewięć muz” (Le nove muse) fu pubblicata postuma nel 1958. Soprattutto la raccolta “Il vimine” fu per gli amanti della sua poesia un’autentica sorpresa per la diversità dello stile e della visione del mondo. Ecco cosa scrisse in proposito il poeta Mieczysław Jastrun: “Il mondo di Staff, finora così sicuro, incastonato nella tradizione umanistica, comincia a vacillare. Attraverso i veli squarciati e le forme infrante si vede un più autentico autoritratto del poeta , come se egli avesse rivoltato il suo abito di gala, senza spaventarsi del fatto che proprio lui, che sembrava scolpire il marmo, ha iniziato a intrecciare comuni ceste di vimini e che in quelle ceste ha cominciato a trasportare pietre”.

 

 

Poesie di Leopold Staff tradotte da Paolo Statuti

 

 

 

 

 

Ars poetica

 

Un’eco dal cuore sussurra:

“Prendimi prima ch’io languisca,

Che diventi diafana, azzurra,

Che impallidisca, che sparisca!”

 

Come una farfalla l’afferro,

Non già per sbalordire il mondo,

Ma per render l’attimo eterno,

Perché tu comprenda a fondo.

 

E il verso che viene dal bardo,

Vestito di suoni e d’arcano,

Sia limpido come uno sguardo,

Sia come una stretta di mano.

 

1932

 

Gli alberi alti

 

Oh, degli alberi alti che c’è di più bello,

Forgiati dalla sera nel bronzeo tramonto,

Sul rivo che prende i colori d’un vanello,

E che il verde riflesso fa sembrar più fondo.

 

L’odore dell’acqua, glauco all’ombra, oro al sole,

Nel senzavento assonnato ondeggia a stento,

Mentre i grillini dalle campestri dimore

Tritano la quiete con forbici d’argento.

 

Poi tutto tace, la solitudine affoga,

Già scuro diventa degli alberi l’ombrello,

Dal quale come spettro l’anima si snoda…

Oh, degli alberi alti che c’è di più bello!

 

1936

 

* *  *

Quando il vento a dicembre è più acuto e freddo,

Quando già gozzovigliano le bufere,

E la terra irrigidisce sotto la neve

E la vita e la morte vanno a braccetto;

 

Quando la notte la sua vetta ha toccato

E tutto il mondo grida il suo dolore:

A un tratto sentiamo – noi Iperbòrei –

Quel grido incredibile: “Il Signore è nato!”

 

 

Oh, prodigio! Sempre Dio quando è dicembre

Nasce! Ma è poi vero, nasce realmente,

Se questa voce si rinnova ogni anno?

 

Infelici! ciechi! sordi! In verità

Il Dio eterno nasce dall’Eternità,

E può il mondo generarlo – senza affanno?

 

1927

 

 

 

*  *  *

Ultimo della mia generazione,

Gli amici diletti ho seppelliti.

Ho visto come cambia la vita e come

La vita sono cambiato anch’io.

 

Ho guardato al futuro con serenità,

Ho amato l’uomo e la natura,

Ho venerato la franchezza e la libertà

Fratello delle nubi alla ventura.

 

No, non mi hanno adescato gli osanna,

La fama, una statua marmorea.

Resterà di me una deserta stanza

E una quieta, taciturna gloria.

 

1957

 

Uomo

Leggo la storia

E vedo cosa hai fatto

Per millenni, o Uomo!

Hai ucciso, hai ammazzato,

E continui a meditare

Come farlo meglio.

Mi domando se sei degno

D’essere scritto con la maiuscola.

 

1957

 

 

 

Edward Stachura

12 Lug

Edward Stachura

 

   Edward Stachura, poeta e prosatore –  leggenda, “Sted” per gli amici, nacque il 18 agosto 1937 a Charvieu in Francia e morì suicida a Varsavia il 24 luglio 1979. Nel 1948 assieme alla famiglia partì per la Polonia, come tanti altri polacchi che in quel periodo facevano ritorno in patria. Giunse a Kujawy – una terra a lui sconosciuta, persone sconosciute, anche se consanguinee e fraterne, la lingua polacca che doveva perfezionare. La scuola. La maturità. Poi la tappa decisiva – inizio della carriera letteraria. Si iscrive alla Università Cattolica di Lublino, quindi gli studi interrotti, il trasferimento a Varsavia, le prime pubblicazioni. Riprende a studiare, si laurea in filologia romanza all’Università di Varsavia nel 1965. Comincia ad emergere da questo curriculum uno degli elementi fondamentali che caratterizzeranno la breve intensa vita del poeta, vale a dire il meccanismo della fuga incessante. La fuga da tutto ciò che – già conosciuto, ma non assorbito fino in fondo – si tramuta in lui in vincoli, nella routine, nella detestata Regola, in una prigione sotterranea, ciò che viene chiaramente espresso nel suo poema “La doppietta”, poema appunto della fuga, della caccia e della liberazione  (o anche di una particolare accettazione del mondo).

   Debuttò come poeta nel 1957. Negli anni 1962 e 1963 uscirono rispettivamente la raccolta di racconti ”Un giorno” e quella di poesie “Molto fuoco”. In entrambi questi lavori Stachura mira a superare i limiti fissati dalle convenzioni letterarie, a realizzare l’unità di scrittura e vita. In essa tratta questioni assai semplici, e per questo dimenticate o semplicemente non rilevate dagli altri nella vita quotidiana. E’ la scoperta della vita di tutti i giorni, di ogni suo istante, di ogni minimo frammento dell’esistenza. Ecco cosa scrisse Jarosław Iwaszkiewicz nella sua recensione al volume di racconti “Un giorno”, apparsa sul quotidiano della capitale “Życie Warszawy”: „…la raccolta ha suscitato in me entusiasmo ed emozione. E’ una prosa insolita, con una sintassi quasi elementare, il periodo limpido ha strane ripetizioni, la malinconia e il profondo intimo amore per la vita, la gioia per tutto ciò che essa arreca a questo cosiddetto vagabondo, la percezione del paesaggio polacco e della vita polacca di tutti i giorni, la nostalgia per l’amore e la fede nell’amore – tutto ciò è così giovane e pieno d’incanto…Chi può dire che non sia una bella prosa?”.

   Nel 1966 uscì il secondo volume di racconti “Ondeggiando al vento”, e nel 1968 i poemi “Mi accosto a te” e “Gozzovigli la locusta nel giardino”. Seguirono quindi i romanzi “Vistosità assoluta” e “Il canto della scure”. Quasi ogni opera di Stachura non è un piatto preparato e servito, ma è una sfida e al tempo stesso una testimonianza. Una sfida lanciata ai letterati che limitano il compito del poeta alla composizione di belle frasi. Ed è una testimonianza di lotta per conferire forza alla parola poetica. Altre opere di Stachura che meritano di essere menzionate sono: il romanzo “Missa pagana”, uscito nel 1978, e il dialogo filosofico-poetico “Fabula rasa”, uscito l’anno dopo. Nella sua produzione poetica rientrano anche le traduzioni, principalmente dal francese e di poeti latino-americani, e le canzoni. Quest’ultime nella vita di Sted svolgevano un grande ruolo. Erano come un ago della bilancia , una tappa intermedia che preludeva spesso alla successiva nascita dei suoi poemi più belli. Le canzoni di Edward Stachura – come del resto tutta la sua produzione letteraria – sono un riflesso della singolare personalità dell’autore. Anche qui appare nel ruolo di protagonista il poeta-giramondo, il girovago tra la gente e la natura, il seguace della bellezza della vita, ma anche l’attento osservatore dei suoi lati oscuri. Il mondo di queste canzoni non è il facile mondo della concordia e della gioia, del sentimento e dell’armonia interiore. Se in esse c’è l’amore – da qualche parte sono sempre in agguato su di esso l’abbandono, il rimpianto, l’insicurezza; dietro l’appagamento c’è l’insoddisfazione, dietro il chiarore ci sono le tenebre.

   Stachura era assai spontaneo nei suoi atteggiamenti. Era sensibile alle quesioni morali, ai valori supremi del Bene, della Bellezza e della Verità. Nei suoi scritti c’è solo quello che ha vissuto. Era nemico della menzogna, anche di quella letteraria. Dovunque apparisse – ricordano gli amici – egli portava quella freschezza e quel sorriso senza i quali non si può respirare normalmente, e che sono così rari nel mondo contemporaneo. Era diverso, esigente nei propri confronti e tollerante verso gli altri. Malgrado le apparenze era insolitamente delicato. Ha ingannato molti il suo abbigliamento da vagabondo-ribelle (jeans scoloriti, giaccone, la sciarpa attorno al collo e la chitarra in mano). Era uno di quelli che proclamano apertamente le proprie verità, procurandosi in tal modo molti seguaci, ma soprattutto molti nemici, che del resto hanno sempre circondato le persone geniali. Si opponeva a tutto ciò che è male, che è contro l’uomo. Dichiarava che la fonte di tutti i mali è la ricchezza. Intimamente non amava il denaro e se avesse potuto, ne avrebbe fatto volentieri a meno. Lo usava dunque in minime quantità, disprezzava i facili guadagni, non lo interessavano i suoi diritti d’autore. Se non giungevano i compensi che gli spettavano, accettava il primo lavoro che gli capitava. Il lavoro, e soprattutto il lavoro manuale, i contatti con la gente vera, i numerosi viaggi in Polonia e all’estero (fu tra l’altro in Siria, Libano, Norvegia, Francia, Messico e Stati Uniti) – tutto questo era la fonte d’informazione essenziale per le sue opere. Visse soltanto per la letteratura, che considerava una grande missione. Negli ultimi anni della sua vita aveva “abbagliamenti mistici”, e sempre più inesorabile lo attaccava la malattia mentale. Cominciò a donare le sue cose ai poveri e più volte pensò al suicidio.

   Stachura in Polonia è una leggenda. Gli sono stati intitolati concorsi letterari, incontri poetici e biblioteche pubbliche. Diversi suoi testi sono stati adattati per il teatro e le sue opere sono ripetutamente pubblicate, Nel 1982, a tre anni di distanza dalla morte, la prestigiosa casa editrice di Varsavia “Czytelnik” ha stampato la sua produzione letteraria in 5 volumi, che è diventata subito un bestseller.

   Ecco un brano tratto dai diari dello scrittore:

   “…Hai un cuore, dove c’è posto per qualcuno, quel qualcuno è in questo mondo, cercalo, cercatelo, scrivi un messaggio su un foglietto e domani, quando sarai sul treno, gettalo dal finestrino, ma cosa scrivere? – ciò che ti detta il cuore, niente di più:

                            Messaggio per qualcuno nel mondo

                         Se tu mi darai un po’ – io ti darò molto

                         Se tu mi darai molto – io ti darò molto di più

                         Se tu mi darai tutto – anch’io ti darò tutto

non c’è male, può andare, scrivi questo su un foglietto e domani gettalo dal finestrino del treno, gettalo pensando che deve arrivare a qualcuno, a quel qualcuno, e se deve andare distrutto, perché di certo sarà così, la pioggia, l’umidità del terreno, ecc. ecc., che almeno prima il vento lo trascriva nel cielo, questo messaggio del foglietto e che scorra col vento là, dove deve scorrere e arrivare scorrendo”.

 

Poesie e un racconto di Edward Stachura tradotti da Paolo Statuti

 

La nebbia s’è posata

La nebbia s’è posata e la città si risveglia

tonda fugge via la notte

qualcuno in silenzio qualcuno aspetta

le stelle sono a meno di un passo…

Un cane gironzola randagio nel campo

vola ai quattro venti la nostalgia

e la terra gira la sua incantevole gobba

gira, gira la ruota del destino…

Tu che piangi perché qualcuno possa ridere

basta così

scaccia i cupi pensieri, basta con le lacrime

lascia che tutto scompaia con la nebbia

perché un nuovo giorno è spuntato

un nuovo giorno…

Dal sonno soffocante la città riemerge

laggiù il sole sorge

un tram alla fermata è sbacciato come una rosa

fuggono le ombre nei portoni

tirano i carretti i lattai

sui tetti si alza la nebbia di sogni delle ragazzine

e la terra gira la sua incantevole gobba

gira, gira la ruota del destino…

Tu che piangi perché qualcuno possa ridere

basta così

scaccia i cupi pensieri

abbandona lo sguardo smarrito

che tutto questo sparisca con la notte

perché un nuovo giorno spunta,

perché un nuovo giorno spunta

un nuovo giorno…

 

 

La Bianca Locomotiva

Andava per i prati neri

Andava per il bosco arso

Superava le ceneri dei portoni

Scorreva sul ricordo delle città

La Bianca Locomotiva

Com’è giunta nel paese della morte

Spettro vivente vero prodigio

Qui tra vuoti futili versi

Qui dove c’è solo polvere nera

La Bianca Locomotiva

Oh di chi oh di chi è

Un così bel generoso gesto

Chi me l’ha mandata qui

Per fuggire da qui

Con la Bianca Locomotiva

Oh chi chi può essere

Senza di me chi non sa vivere

E di risuscitare m’implora

Di svegliarmi al caro richiamo

Della Bianca Locomotiva

Andiamo per i prati neri

Andiamo per il bosco arso

Superiamo le ceneri dei portoni

Scorriamo sui ricordi delle città

Con la Bianca Locomotiva

Dove frusciano le api i gorghi il fiume

Dov’è il sole e l’ombra degli alberi

Da quella che nella vita mi aspetta

Alla vita riportami riportami

O Bianca Locomotiva

 

*  *  *

Ho appena trascorso la notte e nessuno mi accoglie

nessuno nessuno mi dice – salve

rimani a colazione e a cena

e che il sonno ti possieda tra questo e quello

Ho appena trascorso la notte  e nessuno mi accoglie

e ho lavorato sodo a cercare

a ricercare queste porte immortali

in cerca di queste porte perdute

Ho appena trascorso la notte e nessuno mi chiede

nessuno nessuno mi chiede – come sei passato

come anche tu sei passato tra il nero fogliame

Ho trascorso la notte dico e sono stanco

non mi ha visitato il fauno né l’angelo custode

e nemmeno la più piccola lucciola

 

Ite Missa Est (Canto per l’uscita)

 

Va’ o uomo, va’, spargi la voce

Tutti voi chiunque siate andate

Sia di colore, sia bianchi e neri

Andate specie voi, o tapinelli

attraverso gli aperti cancelli

 

Per tutti c’è posto sufficiente

Sotto la grande volta celeste

 

Spargetevi per le strade

Per i prati, per le vaste pianure

Per campi, praterie e pasture

Sotto le nubi o sotto il sole

 

Spargetevi nei bassipiani

Spargetevi negli altipiani

Dovunque voi vorrete

Sotto le nubi o sotto il sole

 

Per tutti c’è posto sufficiente

Sotto la grande volta stellata

Sulla terra che né tu né io

Muteremo in melma insanguinata.

 

Questo racconto di Edward Stachura è inserito nella mia antologia di racconti polacchi “Viaggio sulla cima della notte”, pubblicata nel 1988 da Editori Riuniti.

 

Vegliate su di me, amate aurore

 

– E’ lei?

   – Sono io, signora.

   – Accenda pure la luce, tanto non dormo.

   – No, non occorre. Vado in cucina.

   – Oh, Gesù, ha di nuovo i lividi, per questo non vuole accendere la luce.

   – No, non voglio accendere la luce, perché i suoi occhi riposino al buio. Anche se non dorme. Così ho pensato oggi. E non ho i lividi. Vado in cucina per starmene un po’ seduto e mangiare qualcosa.

   – Sulla stufa c’è la minestra, se la riscaldi. Sul fornello, perché la stufa deve essersi spenta da un pezzo.

   – Va bene, grazie. A proposito. I soldi li avrò la settimana prossima. Quindi questa settimana non potrò ancora pagare.

   – Peccato.

   – Perché?

   – Beh, perché anch’io prenderò la pensione la settimana prossima, e non è rimasto molto. Non so se ce la faremo.

   – Non lo sapevo. Domani cercherò di portare qualcosa. Buonanotte, signora.

   – Davvero non ha i lividi, non è per questo che non vuole accendere la luce?

   – No, sul serio. Buonanotte.

   – Non attacchi briga con quella banda dell’altro quartiere. Sono giovani delinquenti e sono capaci di tutto.

   – Certamente.

   – La prego. E non resti in cucina a lungo. Lei dorme così poco. Io sono io. Non ci riesco. Ma lei dovrebbe dormire almeno otto ore al giorno.

   – Certamente.

   – Ecco, vede. Mi dà ragione ma continua a fare di testa sua. Buonanotte.

   – Buonanotte, signora. La stimo molto.

   Me ne andai in cucina e accesi la luce. Misi la minestra sul fornello, attaccai la spina e mi sedetti sullo sgabello. Silenzio. L’intero palazzo dormiva già. Erano quasi le undici e mezza. Tutti già dormivano profondamente. Sui tetti si levavano i sogni. C’era un silenzio meraviglioso. La sveglia ticchettava. Nel pentolino la minestra cominciava a sfrigolare e ad odorare. Mescolai, perché non si attaccasse. Tagliai un po’ di pane, aspettai ancora un po’ per la minestra, quindi posai il pentolino sul tavolo e misi sul fornello l’acqua per il tè.

   Avevo fame. Tornavo da una ronda. Per alcune ore avevo girato e rigirato attorno al punto dove sabato mi avevano pestato quei quattro coi capelli piatti. Per quale motivo, non vale neanche la pena di parlarne. Per niente. Per l’innocenza, come si dice. La sera era vicina, cioè il tardo pomeriggio stava entrando nella sera. Del resto non è importante. Mi hanno pestato tranquillamente su una grande strada, sotto gli occhi di tutti. Nessuno ha mosso un dito. Non ci ho fatto caso. Non so, forse a più di uno sono tremate le mani o un misero rimasuglio di coscienza, forse più di uno ha inghiottito perfino la saliva, per intervenire. Non ci ho fatto caso. Ha vinto la saggezza delle saggezze, l’antica regola infallibile e ben sperimentata, che è meglio non intromettersi. Molto meglio. Forse una moglie tratteneva addirittura il marito per la manica, sussurrando una candida norma di vita: lascia perdere, resta qui, verrà la polizia, ti prenderanno, ti registreranno e ti faranno testimoniare in questura oppure in tribunale, e poi quelli possono vendicarsi, ricordati che hai me e i bambini. Così è stato, oppure non mi sbaglio di molto. Proprio così, mi hanno tranquillamente pestato sulla strada, sotto gli occhi di tutti. Poi se ne sono andati e io mi sono alzato, mi sono tirato su lentamente ed era come se mi tisassi su non dalla terra, ma dall’acqua. Mi sono fatto forza e sono arrivato pian piano alla fontana sulla piazza, dove mi sono lavato con un fazzoletto, che ha cambiato completamente colore. Ero tranquillo come di rado. Una strana calma mi aveva preso, come un lusso. Non so, ma anziché sentirmi peggio, mi sentivo meglio. Mi sentivo bene. Non pensavo ancora alla vendetta , non pensavo a niente. Non mi doleva nulla e non pensavo che domani tutto avrebbe cominciato a dolermi: la testa, le ossa, sarebbero saltati fuori i lividi e nuove macchie scure mi avrebbero turbato la mente. Non pensavo a questo, né alla vendetta, non pensavo a niente. Una certa calma si era impadronita di me ed era come se avessi dimenticato di vivere. Era sabato. Mi sentii così bene abbastanza a lungo. Qualche buona ora estratta dalla corrente. Poi tornai alla pensione e soltanto allora mi ribollì il sangue. Ma era già domenica.

   Oggi è la mezzanotte dal mercoledì al giovedì e sto finendo di mangiare. Ho pulito il piatto con il pane e l’ho messo nel lavandino. Mi sono riseduto sullo sgabello, ho tirato fuori una sigaretta e l’ho accesa lentamente. Ancora mi dolgono le dita della mano  destra, la spalla destra e la schiena. Ma, lentamente, torniamo alle origini. C’è un silenzio meraviglioso. La sveglia ticchetta, come se misurasse non il tempo, ma il silenzio. Per il momento sono libero dal tempo. Per il momento il tempo non m’interessa. M’interessa quella faccia che oggi finalmente ho visto, dopo una giornata di appostamenti e a una certa ora, ma dico tanto per dire, perché per il momento per me il tempo non conta e non conterà finché non avrò sistemato ciò che devo sistemare. Oggi finalmente l’ho visto. Lui. Il primo a gettarmi sull’erba. Erano in due. Non so se anche l’altro mi ha preso a calci. Se era uno di quelli. Hanno camminato un po’ insieme, poi si sono salutati e divisi. Ho seguito il mio uomo. E ho scoperto dove abita, fratello.

   Adesso so ciò che per il momento deve bastarmi, posso quindi fumare tranquillamente, bere il tè e pensare a tutt’altra cosa. A tutta un’altra cosa. Al fatto che ancora non sono sconfitto. Non mi riferisco alla circostanza che mi hanno percosso, che sabato mi hanno pestato e che la settimana prossima, forse anche di sabato, appena arriveranno i soldi e avrò pagato il conto per il vitto e l’alloggio, salderò, pagherò anche l’altro debito: percosso e pestato sarà un altro. Non mi riferisco a questo, benché così possa sembrare. E’ solo apparenza. Ciò che penso adesso, fumando la sigaretta, bevendo lentamente il tè, è una cosa completamente diversa. Posso essere pestato ancora dieci volte e posso riuscire a vendicarmi solo una volta o nemmeno una, e lo stesso dirò che ancora non sono sconfitto, perché non si tratterà di questo. Non di tali percosse. Non di tale lotta. E nemmeno di quella in cui cado e sento l’organo sonare. Perché qui non si tratta nemmeno della morte, – come ti amo, vita mia, – ma proprio della vita, di questo passaggio verso.

   Di questo voglio parlare adesso. E’ un racconto del tutto nuovo.

   Ancora non sono sconfitto. Ancora no, dico. Ancora a lungo no, e poi neanche per sogno. Non ho un cattivo presentimento. Non mi zufolano le orecchie. Finché sarò quello che sono, non sarò sconfitto. Sarò indistruttibile. Lo so. Forse vedrò e udrò ancora molto, forse imparerò ancora parecchio, forse molte cose cambieranno, forse cambierò il mio vestito preferito, forse cambierò parere su due o tre cose, forse cambierò perfino il mio giudizio definitivo su una sola cosa. Tutto questo è possibile, non sono un fanatico, non sono di scorza dura, la mie visioni sono smisurate in tre direzioni, forse mi aspetta il fondo, o forse mi si apriranno davanti grandi spazi e altezze addirittura inimmaginabili, tre direzioni. Non dico di no, tutto questo è possibile, non so cosa mi aspetta, cosa mi accadrà, mi può accadere di tutto, ma sarò sempre e continuamente così come sono.

   Fumo e bevo lentamente il tè. C’è un silenzio meraviglioso. Mi è difficile dire come sono. E come sarò sempre e continuamente. Sarebbe difficile con due parole. Ma anche soltanto con due parole sarebbe possibile. Sarebbe la cosa più facile. Perché quante più parole usassi, tanto peggio sarebbe, tanto più sarebbe impossibile, benché sembri il contrario. Ma così sembra soltanto. E’ solo apparenza con la lingua di fuori. A lungo, ad esempio, ho pensato che quante più ore, giorni, settimane, mesi e anni avrò alle spalle, tanto più saprò e tutto dovrà rischiararsi. A lungo ho pensato così, a lungo mi sono detto che più fossi andato avanti, più cose avrei saputo e tutto si sarebbe schiarito. Perché sembrava come se dovesse essere così. Ma è solo apparenza, con la lingua beffardamente di fuori.

   Perché in realtà non è così. Niente affatto. Mi si è schiarito ben poco con gli anni e ben poso continua a schiarirmisi. Quante nuove macchie scure appaiono. Vegliate su di me, amate aurore, luminosi mattini. Appena capisco una cosa dopo profondo racoglimento, lungo tempo e scorrere di acque, appena capisco una cosa, al suo posto saltano subito fuori dieci nuove macchie scure, dieci ombre si posano subito su chi se n’è liberato. Vegliate su di me, amate aurore, perché sguazzo nell’oscurità che infittisce.

   Ma sempre sarò così come sono. E ripeto che mi è difficile dire come sono. E sarò. Con due parole è difficile, e con molte parole è ancora peggio, perché ad ogni parola si aprirebbero nuovi canali e labirinti  e non finirei mai. Ne uscirebbe fuori un moto perpetuo. Ciò che appunto adesso mi sta succedendo. Una spirale interminabile. Un labirinto.

   Mi si chiarisce ben poco col passare dei giorni, delle settimane, dei mesi e degli anni. Da una parte sono un po’ più saggio, dall’altra sono sempre più stupido, perché vedo che ciò che ho capito dopo profondo raccoglimento e molte perdite non è altro che una piuma fluttuante in confronto a ciò che è e gira. Ben poco mi si schiarisce con l’andare del tempo, parlo, e ho davanti agli occhi cerchi sempre più grandi. Spalanco sempre di più gli occhi, ma non posso abbracciarli.

   Tre domande come esempio. Tre normali semplici domande. Ad esempio, cos’è la musica? Cos’è questa musica? Cos’è che suona? Non chi suona e cosa suona: l’arpa, il violino, la tromba, il tamburo. Non si tratta di questo, soltanto cos’è che suona, che ora vola in alto, ora in basso, ora tutto si sparge, striscia l’intera struttura e di colpo tutto si solleva, il vento, le foglie tornano sugli alberi, i portoni si sollevano, gli archi, le braccia da sole si slanciano in alto, un pianto di gioia scuote le fondamenta. Oh!

   E chi sono quelli che la mattina s’incontrano alla stazione davanti a una birra e ci salutano: «Ciao, Mundek. Dove sei stato tutta la notte?» Dunque chi sono costoro? Dove girano di notte? Dove siete stati tutta la notte?

   E che cos’è, cos’è la forza di un uomo debole?

   Erano tre domande. Soltanto, appena, unicamente tre domande fatte di numeri infiniti. E semplici. O piuttosto, molto semplici. Non ricercate. Non di quelle terribili. Di quelle che penetrano in profondità e rodono il cervello.

   Si sa ben poco. Io so ben poco. E tuttavia penso che altri sappiano ancora di meno. E penso come si possa parlare così come alcuni parlano, quelli che sanno tutto, che hanno una risposta per tutto e che volta per volta generalizzano, tranquillamente, con disinvoltura, per decorazione. Io ascolto. Io ascolto e dubito, anche se sono giovane. Ma io penso che un giovane non ha troppe risposte e che non si può, non è possibile generalizzare volta per volta, perché io penso che la generalizzazione è qualcosa di più della verità, è un’intera catena, e che si può generalizzare una volta sola nella vita, sul letto di morte, ma anche allora è meglio di no.

   Si sa ben poco. Io so ben poco in questa prima ora dopo mezzanotte. Ma so che bisogna imparare, e so che devo essere così come sono. Altrimenti sarò sconfitto. Altrimenti soccomberò. Per me la vita soccomberà. E, lo ripeto, mi è difficile dire come sono. E come devo essere. Con due parole è difficile, e con più parole: è una spirale senza fine.

   E’ passata l’una, cominciano le due. Dovrei andarmene a letto, perché domattina devo cercare di guadagnare qualcosa. Penso che andrò alla torbiera fuori città. Ho visto là i carrettieri che trasportano la torba al vivaio comunale, che poi la sparge sui prati dove il terreno è magro o c’è soltanto sabbia e l’erba non vuol saperne di crescere. Quindi vi si butta sopra un bel po’ di torba e soltanto dopo seminano l’erba. Andrò là. Vi ho conosciuto un vecchio. Gli caricherò il carro e lui dovrà andare soltanto avanti e indietro. Farà sei o sette viaggi. A trenta zloty a corsa, perché è un lavoro a cottimo: in sette ore circa riceve da centottanta a duecentodieci. Se io gli carico il carro, può fare due viaggi extra. Quindi guadagnerà di più, anche togliendo un po’ di zloty per me. E poi non carica lui, anche se la torba non è come il carbone, comunque sia. Recentemente si è lamentato con me, dicendo che a tenere il cavallo in città ci si rimette, non conviene. E’ finita un’era. Si guadagnano duecento zloty al giorno, di cui quasi cento se ne vanno per il cavallo, per tenerlo in forma. La biada: quattrocento zloty al metro. La paglia: centottanta al metro. Il fieno: due zloty al chilo. Non c’è più niente a buon mercato. In campagna è tutta un’altra cosa. In campagna adesso, in genere, si arricchiscono tutti. Adesso sono dei signori. E senza cavalli. Fanno tutto le macchine. In campagna adesso la gente è come se vincesse al lotto.

   L’una e mezza. Dovrei andarmene a letto. Ma è un peccato. E’ un peccato andarsene così, in quello straccio di letto, sotto l’imbottita e sprofondare in un sonno selvaggio, morire per qualche ora, lasciare il nuovo giorno già iniziato, mentre prima di mezzanotte è un peccato lasciare il giorno non ancora finito. E’ un peccato, dico, morire per alcune ore, lasciare tutto questo privo di me, questa vita verso l’alto e verso il basso spaventosa, stupenda, questo mondo bianco e nero. E’ un peccato, dico.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

Miron Bialoszewski

28 Giu


Miron Bialoszewski


   Poeta, prosatore e drammaturgo, una delle figure più rappresentative della letteratura polacca del XX secolo. Nacque a Varsavia il 30 giugno 1922. Durante la guerra studiò filologia polacca presso l’Università clandestina di Varsavia. Debuttò nel 1956 all’età di 34 anni con la raccolta di poesie “Obroty rzeczy” (Circolazione delle cose), curata dal noto critico Artur Sandauer. Fu subito accolta come una delle opere più importanti in quegli anni di svolta politica e letteraria. Essa rivelò infatti un poeta maturo e originale, affascinato dalla vita corrente, dal grigiore quotidiano, dalle semplici consuete cose. E’ l’opera più significativa di Miron Białoszewski, assieme a “Mylne wzruszenia” (Ingannevoli emozioni) e al “Diario dell’Insurrezione di Varsavia” (1970), scritto in prosa dove, 23 anni dopo quello storico e drammatico evento, egli descrive la sua esperienza di insorto.

   Un avvenimento importante nella vita del poeta fu la creazione nel 1955 del teatro sperimentale “Teatr na Tarczyńskiej, con Ludwik Hering e Ludmiła Murawska, dove egli rappresentava i suoi testi teatrali e si esibiva anche come attore. Questo teatro cambiò poi il suo nome in “Teatro a sé stante” e operò fino al 1963.

   Insieme con Tymoteusz Karpowicz (1921-2005), Zbigniew Bieńkowski (1913-1994) e Witold Wirpsza (1918-1985), Białoszewski è considerato il creatore della cosiddetta “poesia linguistica”, nella quale la lingua agisce come strumento di comunicazione ad ogni livello, allo scopo di attirare l’attenzione del lettore sulla pluralità del senso delle parole e sulla loro  combinazione, creando nuovi sorprendenti significati.

   Lo attiravano fenomeni quali il linguaggio deviato, alterato dall’errore, la chiacchiera balbettante, i lapsus, le coincidenze linguistiche accidentali, l’inerzia e l’automatismo. Si richiamava alla lingua parlata, corrente e infantile, verificando incessantemente i limiti del sistema linguistico. I giochi di parole nella sua creazione non sono fine a se stessi, ma rappresentano sempre la ricerca di un modo di descrivere appropriatamente la realtà.

   La sua poesia suscitava stupore. Alcuni lo ammiravano, altri lo criticavano. Figura controversa ed eccentrica, viveva “di tè e pasticche”, nichilista, sregolato, satanista della lingua, tossicomane che per scrivere aveva bisogno di stupefacenti – ecco alcuni degli epiteti usati nei suoi confronti. Il suo linguaggio è semplice, quasi di strada. Le finestre dell’appartamento sono coperte da un panno nero, per non far filtrare la luce del giorno. Non c’è il frigorifero, né la lavatrice, né il telefono, solo le cose più necessarie: un tavolo, una sedia, un armadio, il letto e un giradischi. Adorava la musica ed essa gli fu compagna per tutta la vita. Socievole, ma anche capace di scomparire senza traccia per settimane intere, per poi bussare inaspettatamente alla porta di un amico nel cuore della notte. Artista scomodo che non si adattava ai canoni. Aveva le sue idee sulla letteratura, che coerentemente realizzava. Non si curava dei soldi, anche se a volte gli bastavano appena per un piatto di riso e un bicchiere di latte. Diceva che quello era il prezzo della libertà. Non permetteva a nessuno di leggere le sue annotazioni intime. Soltanto oggi, dopo quasi 30 anni dalla sua morte, è stato pubblicato il suo “Diario segreto” – uno specchio fedele e suggestivo del poeta che con la sua creazione superò la sua epoca di alcune decine di anni.

   Morì d’infarto a Varsavia il 17 giugno 1983.

 

 

 

5 poesie di Miron Białoszewski tradotte da Paolo Statuti

 

Autoritratto sentito

Mi guardano,

dunque forse ho un volto.

Dei volti conosciuti

meno di tutti ricordo il proprio.

Spesso le mie mani

vivono completamente a parte.

Meglio allora non includerle in me stesso?

–  –  –

Dove sono i miei confini?

–  –  –

Eppure sono ricoperto

di movimento o di semivita.

Sempre però

striscia in me

piena o anche non piena,

ma pur sempre l’esistenza.

Porto in me stesso

un qualche mio proprio

posto.

Quando lo perderò,

significherà che non ci sono.

–  –  –

Non ci sono,

dunque non dubito.

 

 

Bussato con un dito

Sul fondo delle pentole

scorrazzano

i ramarri delle vecchie mani.

I cornicioni degli chignon

sotto i cornicioni degli armadi.

I boccioni delle finestre

turati coi tappi dei volti.

Le pietre

guardano

porosamente

dalle diverse rughe

sopra al mento violaceo.

Nella terra –

l’ammonite delle bare.

           –   –

Le rose dei flussi sanguigni

s’inerpicano per le scale

fino al tetto

sulle antenne del gotico.

Le mosche

attorno ai fondali delle lampade

e quelli che verso l’orizzonte

si allontanano

e autunneggiano

nei rametti d’un bozzetto.

 

 

 

 

Studio della chiave

La chiave

ha

l’odore dell’acqua chiodosa

il gusto dell’elettricità

e come frutto

   essa è acerba

   non matura

   essendo in sé tutta

   nocciolo.

 

Ragionamento dell’io sono

sono me stesso

sono stupido

che devo fare

e che devo fare

come posso sapere

e che so forse

cosa sono

so che sono

come sono

ma forse soltanto perché so

che ognuno per se stesso è il più importante

perché anche se non accetta se stesso

lo stesso è come è

 

 

 

 

 

   E’ fatta

   guardo Janek col tubo dell’ossigeno

si addormenta

   che sarà?

   ancora ancora

   penso

   quando sarà

   arrivo

   guardo col tubo dell’ossigeno

si addormenta

   quando sarà

   ancora ancora

   vado via per un attimo

   tornerò ancora

   chiedo al telefono

   – come va Janek?

è fatta

 

(C) by Paolo Statuti

Ewa Lipska

25 Giu

Ewa Lipska


 

   Poetessa e pubblicista, è nata a Cracovia il 10 ottobre 1945. Nella stessa città si è diplomata presso l’Accademia di Belle Arti. Dal 1970 al 1980 responsabile del settore poesia della casa editrice Wydawnictwo Literackie. Dal 1995 al 1997 direttrice dell’Istituto Polacco di Vienna. Cofondatrice e redattrice di diverse riviste letterarie, tra cui il mensile “Pismo”. Vicepresidente del PEN Club polacco. Ha ricevuto diversi importanti premi per la sua creazione letteraria. Le sue poesie sono state tradotte in molte lingue. Autrice di numerose raccolte poetiche, tra le ultime: “Ja” (Io, 2004), “Pogłos” (Rimbombo, 2010), per la quale ha ricevuto il premio “Gdynia”, e “Droga pani Schubert…” (Cara signora Schubert…, 2012).

   Per il suo anno di nascita e per quello del debutto, avvenuto nel 1967 con il volume “Wiersze” (Poesie), Ewa Lipska appartiene al gruppo di poeti della “Nowa Fala”, in polacco “nuova ondata” o “nouvelle vague”, o detta anche “generazione ‘68”, vale a dire gli autori nati intorno alla metà degli anni ’40, come: Stanisław Barańczak, Adam Zagajewski, Ryszard Krynicki, Julian Kornhauser e Krzysztof Karasek (nato nel 1937).

   La poetessa tuttavia rifiuta ogni appartenenza a qualsivoglia gruppo  e da anni manifesta coerentemente la propria individualità creativa, sempre peculiare, come peculiari ed espressivi sono la sua dizione poetica, le metafore, la densità di significato, il paradosso. Qualcuno a tale proposito ha detto che la creazione di Ewa Lipska è nella poesia polacca contemporanea, quello che l’ablativo assoluto è nella sintassi latina, cioè un sintagma a sé stante.

   La sua poesia si concentra sui sentimenti della sofferenza e della paura, sulla fragilità dell’esistenza condannata a morire. Piotr Matywiecki, poeta, critico letterario e saggista scrive: “La poesia di Ewa Lipska si distingue per la sua immaginazione insolitamente vivace. Con sorprendente disinvoltura nel suo mondo si può paragonare una classe scolastica alla storia dell’umanità, il traffico stradale al moto della mente, una malattia a un avvenimento pubblico. (Questo è anche il “metodo” poetico della Szymborska). Si avrebbe voglia di dire la Lipska è una poetessa sociale nel senso che non c’è per lei niente di intimo che non sia al tempo stesso quotidiano, formulabile sociologicamente”.

   Di Ewa Lipska, che è indubbiamente una delle più importanti poetesse polacche contemporanee, vogliate ora leggere alcune sue poesie nella mia versione.

Ewa Lipska tradotta da Paolo Statuti

 

L’esame

L’esame per il posto di re

andò a meraviglia.

Si presentarono alcuni re

e un apprendista re.

Fu scelto re un certo re

che doveva essere re.

Ottenne punti extra per le origini

l’educazione spartana

e per il sorriso

che prese tutti alla gola.

In storia rivelò

notevoli capacità di sorvolare.

La lingua obbligatoria

risultò la sua madrelingua.

Quando toccò il tema dell’arte

avvinse il cuore della commissione.

Uno dei membri della commissione

avvinse un po’ troppo forte.

quello era davvero un re.

Il presidente della commissione

corse a chiamare il popolo

per consegnarlo solennemente

al re.

Il popolo

era rilegato

in pelle.

 

A due voci

– Non sarò più tua moglie.

– Non sarò più tuo marito.

– I bambini non capiranno cos’è accaduto.

– Bisogna mandarli al cinema.

– I segugi dei miei pensieri hanno fiutato

la separazione.

– Una grossa cicatrice dopo questo amore

resterà.

– Lo seppelliremo visto che è giunto

così insensato.

– Le sentinelle dei ricordi metteremo

 presso la bara.

– Quanto si può tenere un cadavere

in casa?

– Quanto si può tenere un cadavere

nel cuore?

– Faremo brevi discorsi.

– Gli augureremo ogni bene.

– Affinché non ritorni.

– Forse ancora una volta…

– Non ci troverà in casa. Andiamo in tintoria.

– Troppo incauti siamo stati con noi stessi.

Prima dell’alluvione fuggivamo verso il fiume.

– Prima della siccità fuggivamo verso il sole.

Eternamente stanchi abusavamo della farmacia.

– Coprivamo le orecchie quando l’orologio ci minacciava

sonando l’allarme sonando l’allarme.

– Ci separavamo per ulteriori incontri

su una funivia. Fissando il baratro

sceglievamo l’amore che ci occorreva.

– Eravamo atterriti dalla profondità del destino.

– Soli come il deserto che non spera più nel cielo.

– E soltanto del nostro amore ancora

la camicetta di seta. Del nostro amore

il pettine.

– E le labbra

che impediscono l’accesso alla parola.

– La sera fa già fresco.

Prendiamo i cappotti dei bambini.

– E andiamogli incontro.

Il cinema è lontano.

 

Il giorno dei Vivi

Nel giorno dei Vivi

i morti giungono alle loro tombe

– accendono le luci al neon

e piantano i crisantemi delle antenne

sui tetti dei multipiani sepolcri

a riscaldamento centralizzato.

Poi

scendono con gli ascensori

verso il quotidiano lavoro:

la morte.

 

Mia sorella

Mia sorella ancora non sa

che il mondo è condannato all’atlante.

E l’atlante è un enorme piatto eternamente affamato.

E’ un giornale di paesi-modelli ritagliati. A volte fuori moda.

Che all’improvviso tutto è chiaro quando si esce dal cinema.

Che le idee aderiscono perfettamente ai manichini.

Che non c’è morte che serva di esempio.

Che la morte è soltanto di natura.

Che volendo guardare il cielo bisogna

portarlo prima alla censura.

Che il più alto sapere è nella biblioteca dello spazio.

Che l’amore è amore. E l’amore è un giardino.

Che in questo giardino bisogna sfuggire l’autunno.

Che in un giardino non si può sfuggire l’autunno.

Che nessuno impedirà più la divisione delle cellule.

Che la vita è finita quando comincia.

Che Isolda è vecchia. Soffre di reumatismi.

Che la storia è una grande pattumiera.

Serve a far sparire le date e a spaventare i bambini.

Che quando la notte per un attimo gli occhi ci adombra

si risvegliano in noi gli uccelli gridando: Terra! Terra!

E allora scopriamo un nuovo continente: l’Uomo

che sulle palpebre la calda mano ci posa…

Ma mia sorella sa già

Che A come Ada.

 

*  *  *

Non mi ha salvata l’alluvione

benché giacessi già sul fondo.

Non mi ha salvata l‘incendio

benché bruciassi per molti anni.

Non mi hanno salvata le disgrazie

benché mi investissero treni e automobili.

Non mi hanno salvata gli aerei

che sono esplosi con me nell’aria.

Si sono abbattute su di me

le mura di grandi città.

Non mi hanno salvata i funghi velenosi

né i precisi tiri dei plotoni d’esecuzione.

Non mi ha salvata la fine del mondo

perché non ne ha avuto il tempo.

Nulla mi ha salvata.

VIVO.

 

Certificato di garanzia

La nostra macchina da matrimonio

si è inceppata all’improvviso.

E benché continuiamo

a pelare i pomodori

a tagliare sottilmente l’aglio

a infarcire la serata

di parole sul sesso

e a mangiare ricordo

dopo ricordo

cerchiamo nervosamente

il certificato di garanzia

che mantiene la parola.

 

 

 

Nessuno

Sono d’accordo su questo paesaggio

che non esiste.

Mio padre regge nella mano il violino.

I bambini leccano il suono.

La corrente d’aria

investe i petali delle rose.

Poi la guerra. Ci perdiamo di vista.

A frasi intere si celano le parole.

La stanza vuota

parcheggiata nell’oscurità

dell’edificio.

Prego lasciare un biglietto

dice nessuno.

 

Natura morta

La natura morta comincia a guastarsi.

Arrugginiscono le viti dei giaggioli. Dalla frutta

di Chardin Courbet Cézanne

si leva un odore nauseante.

La tela perde la vista.

Nel bicchiere una pietra di vino.

Insopportabile il nero.

Profetiche visioni

dei dittatori della moda:

si approssima l’epoca dei lampi.

Piante terrestri anfibi e mammiferi

soffierà via il corno.

Il tempo accadrà sempre più raramente.

Sarà sempre più breve. Sempre di meno.

Dunque togli dalla borsetta il nostro amore.

E affrettati. Un brandello di oltremare

annuncia che faremo in tempo a ridere.

 

Amore

L’amore è un indovino.

Prevede se stesso te e me.

E’ del popolo eletto

e usa una lingua

ad alta tensione.

Nella Biblioteca Nazionale

macchia perfino

i libri poco letti.

In una valanga di cori

scopre un’eco

di euforia e di morte.

E quando ti raggiungerà

cerca di essere in casa.

O qualcosa del genere.

Pur di incontrarvi.

 

 

Sogno

Il sogno mi dava quindici possibilità.

Tre vie d’uscita da una situazione alquanto difficile.

In una di esse bisognava usare la chiave

che tenevo in mano.

Nel sogno proiettavano un film sulla fine del mondo.

Nessuno dei presenti in sala ha chiesto: e dopo?

Le poesie scritte nel sogno erano molto buone.

Quelle non scritte affatto – non erano peggiori.

Il tempo era come doveva essere.

Bisognava con tutto questo andare verso la veglia.

Mi ha sorpassata un gruppo di atleti

che correvano oltre il tempo.

Una vecchietta ha preso un sonnifero

ed è tornata indietro.

La veglia è sopraggiunta inattesa.

Le ho comunicato soltanto il dolore alla testa

posata male sul bianco cuscino.

Forse

Forse ancora mi resterà

sbiadita come inutile verso

una fotografia. L’ultima separazione

il cielo con la pioggia svolgerà su tamburi.

E il giorno verrà il giorno verrà il giorno verrà

nel tuo grigio stinto vestito

nella fotografia così piccola così concisa

che è possibile stringere in una mano.

E più non so più non so più non so

se tu eri o sei o sarai

forse guardi e di rimpianto è il grigiore

forse soltanto con noncuranza gioisci

forse pensi che la vecchiaia già vecchiaia

adesso da me con impeto si affretti.

Tu ti sei fermata e aspetti. Io sono in cammino.

Tu negli occhi aperti ti sei fermata.

Ed io guardare non posso non posso.

Perciò guardo mortalmente ostinata.

 Vetri

Che pena guardare quei vetri oblunghi.

Donne assonnate si tolgono il trucco dal volto.

E accanto cupi passano i viaggiatori.

Dietro di loro c‘è il paesaggio. La truppa marcia.

Nel paesaggio ci sono i tavoli. Sui tavoli c’è il vino.

A un tavolo una ragazza. Nella ragazza c’è il sorriso.

E nel sorriso c’è la tristezza. E tutto è come al cinema

in quei vetri oblunghi. Nella ragazza c’è il sorriso.

 

Fa pena guardare. Donne assonnate.

Nelle donne c’è l’amore. Nell’amore c’è la fine.

E poi ci sono solo vetri oblunghi

e la tristezza. Viaggiatori. Nell’amore c’è la fine.

 

Nei viaggiatori c’è il treno. Battono in essi le ruote.

E nelle ruote c’è l’eternità. Nell’eternità c’è la paura.

E nella paura c’è il silenzio. E nel silenzio il più silenzioso.

Nei viaggiatori c’è il treno. E il continuo gioco delle ruote.

 

Che pena guardare. La truppa marcia.

Nel soldato c’è la pallottola. E nella pallottola c’è la morte.

E nella morte c’è tutto e nulla c’è nella morte.

E nel sorriso c’è la tristezza. Nell’amore c’è la fine.

 

A un tavolo una ragazza. Nella ragazza c’è il cuore.

E nel cuore c’è un soltato. Nel soldato c’è la pallottola.

E piange la ragazza. Passano i viaggiatori.

La fresca notte si specchia nei vetri oblunghi.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

Kazimierz Wierzynski

14 Apr

Prosatore, saggista e soprattutto uno dei maggiori poeti polacchi del

XX secolo

   Nacque a Drohobycz, nella ex Galizia appartenente all’Austria, il 27 agosto 1894, vale a dire due anni dopo e nella stessa città dove nacque e morì Bruno Schulz, l’autore delle note raccolte di racconti e saggi Le botteghe color cannella e Il sanatorio all’insegna della clessidra.

   Negli anni 1910-1912 fece parte di una organizzazione patriottica clandestina della gioventù ginnasiale polacca e nel 1912 si iscrisse alla facoltà di filosofia dell’Università Jaghellonica di Cracovia. Dal 1913 al 1914 studiò slavistica e letteratura tedesca all’Università di Vienna. Partecipò alla prima guerra mondiale e trascorse due anni e mezzo in un campo di prigionia a Riazań, dove imparò la lingua russa. Il 6 dicembre 1919 a Varsavia si svolse una serata letteraria nel corso della quale venne proclamata la nascita del gruppo poetico Skamander. Oltre a Wierzyński ne entrarono a far parte: Julian Tuwim, Antoni Słonimski, Jarosław Iwaszkiewicz e Jan Lechoń. Egli fu uno dei pilastri di questo gruppo, che esercitò un’influenza determinante su tutta la poesia polacca contemporanea, e che postulava, tra l’altro, la semplificazione del linguaggio poetico: “non vogliamo grandi parole, ma vogliamo una grande poesia; allora ogni parola diventerà grande”.

   Nel 1923 il poeta sposò l’attrice Bronisława Koyałłowicz. Negli anni 1924-1926 i Wierzyński visitarono più volte l’Italia e soprattutto Roma, dove viveva la sorella della moglie del poeta. Nel 1933 si separò dalla moglie e l’anno dopo effettuò un viaggio in Germania, registrando le sue impressioni in una serie di reportage pubblicate sulla Gazeta Polska.

   Nel 1938 entrò a far parte dell’Accademia Polacca della Letteratura, al posto del defunto poeta Bolesław Leśmian. Nel dicembre dello stesso anno sposò Halina Sztompkowa, che gli sarà compagna premurosa e fedele fino alla morte. Nel mese di settembre del 1939 i coniugi Wierzyński lasciarono la Polonia e si stabilirono a Parigi. Nel 1941 si trasferirono negli Stati Uniti, dove restarono fino al 1964. Gli ultimi anni della sua vita li trascorse visitando assai spesso l’Italia in compagnia della moglie. Morì a Londra il 13 febbraio 1969.

   Nel 1919, l’anno della riconquistata indipendenza della Polonia dopo 123 anni di schiavitù, il venticinquenne poeta debuttò con la raccolta Wiosna i wino (La primavera e il vino). Fu uno stupefacente successo letterario perché portava qualcosa di assolutamente nuovo, dopo gli umori nostalgici e pessimistici della Giovane Polonia: l’elogio estatico della vita e dell’amore per il mondo, un’esplosione di gioia travolgente. Il poeta è il signore del mondo, il suo disarmante candore e il suo fascino gli aprono tutte le porte. A che servono i soldi se il poeta ha le stelle? A che gli serve una casa se ha la tenda del cielo d’estate, e così via. Due anni dopo uscì, come la prima a Varsavia, la raccolta Wróble na dachu (Passeri sul tetto), di tono e contenuto analoghi alla precedente. Della creazione poetica tra le due guerre la più nota è Laur olimpijski (Il lauro olimpico, Varsavia 1927), premiata con la medaglia d’oro al concorso letterario della IX Olimpiade (Amsterdam 1928). Essa fu subito tradotta in varie lingue, tra cui l’italiano.

   Negli anni trenta la raccolta più rappresentativa è Wolność tragiczna (La tragica libertà, Varsavia 1936), pubblicata dopo la morte di Piłsudski. Essa si può definire un tentativo di presentare la Polonia del tempo attraverso il retaggio insurrezionale-indipendentistico e il testamento spirituale di Piłsudski, il quale era considerato da Wierzyński come un’incarnazione dell’eroe romantico. Va sottolineato che il poeta era ideologicamente legato alla corrente politica di Piłsudski, e ciò influì sulle sue scelte durante e dopo la guerra.

   Nel 1946 uscì a New York la raccolta Krzyże i miecze (Le croci e le spade), che si può definire il manifesto del dissenso di Wierzyński per l’ordine europeo seguito agli accordi di Jalta, che avevano sacrificato l’indipendenza della Polonia. Il poeta valuta la fine della seconda guerra mondiale dalla prospettiva della fedeltà agli ideali del ventennio, agli obiettivi dell’Armata Nazionale (Armia Krajowa) e dal punto di vista degli emigrati polacchi. Mette ripetutamente a confronto l’aspirazione polacca alla libertà e il limpido sacrificio del sangue con il gioco degli interessi e l’ipocrisia della politica. Le croci sono le tombe dei caduti, la spada è il simbolo della lotta, ma essa è simile alla croce e insieme creano un altro senso: di fede e speranza, di convinzione che l’eredità spirituale della lotta e il messaggio di libertà non saranno dimenticati. Wierzyński non aveva alcun dubbio su ciò che succedeva e sarebbe successo nel paese. Il suo ritorno in patria era impossibile e la raccolta Le croci e le spade aveva suggellato questa impossibilità.

   Subito dopo la guerra il poeta vive un periodo molto critico. Rifiutando la nuova Polonia si trova di fronte a una difficile scelta. Resta nell’emigrazione ma tace, gli è impossibile scrivere, attraversa una fase di depressione psichica. Fortunatamente nel 1946 l’allora direttore dell’Orchestra di New York, l’americano di origine polacca Artur Rodziński, propose al poeta di scrivere un libro su Federico Chopin. Wierzyński accettò la proposta, lasciò New York e in un ambiente di grande serenità, a contatto con la natura americana riacquistò la forza di scrivere. Il risultato fu il libro Vita e morte di Chopin (New York, 1949), pubblicato per il centenario della morte del grande compositore polacco con una introduzione di Artur Rubinstein, e la raccolta di poesie Korzec maku (Uno staio di papavero, Londra 1951).

   E’ forse la più bella raccolta di Wierzyński, dal tono più sereno, piena di immagini della natura americana e di riflesso anche di quella polacca. Assistiamo a un cambiamento della forma poetica, alla rinuncia della tradizionale rima. La composizione del verso viene avvicinata al ritmo del linguaggio naturale. La poesia diventa più universale. Wierzyński scopre che il nocciolo del linguaggio poetico è la parola e il difficile contatto di essa con la realtà. Le promesse della raccolta Uno staio di papavero furono brillantemente confermate dalla successiva Tkanka ziemi (Il tessuto della terra, Parigi, 1960). Nella poesia La quinta stagione dell’anno l’autore torna alle stagioni della sua creazione:

 

Un uccello mi è volato attraverso, un uccello,

E ha lasciato la porta aperta,

E la sera stessa al crepuscolo

Sono calate in me le stagioni dell’anno

Vive e morte.

La prima giovanile, allegra,

Ancora la sogno, ancora mi chiama

(Ah, vuote risate, assurdità!),

La seconda fervida, ardente,

Con il rosso labbro ancora mi tocca,

La terza autunnale, la quarta invernale

E la quinta: morte ed eternità.

(Versione di Paolo Statuti)

 

   Negli anni ’60, dopo essersi stabilito in Europa per sempre, il poeta girava “inquieto come una rondine” tra Londra, Parigi e Roma. Le questioni del paese lo assorbivano completamente. La nostalgia per la patria aveva un effetto paralizzante, viveva di ciò che avveniva in Polonia e si rendeva conto della propria impotenza di fronte alla costrizione e al male cui soggiacevano i suoi connazionali. Testimonianza letteraria di questa lotta interiore fu la raccolta di poesie Czarny polonez (La polacca nera), pubblicata a Parigi nel 1968. E’ una dura critica della realtà della Polonia Popolare, dove il poeta non era mai stato. Più volte lo avevano invitato, ma non si era mai deciso ad andare, dicendo che “nel suo paese non si va in visita, si torna o non si torna”. Andarci per un po’ di tempo col passaporto americano e gli inevitabili contatti con i funzionari comunisti sarebbe stato per lui una commedia difficile da recitare. Eppure egli era prossimo al ritorno. Soltanto l’aggravarsi della situazione politica polacca verso la fine degli anni ’60 allontanò la sua decisione in modo irrevocabile. La sua ultima poesia la dedicò a Jan Palach e porta la data 25 gennaio 1969, giorno del funerale del giovane a Praga.

   Tymon Terlecki, storico della letteratura polacca e critico teatrale, afferma: “Wierzyński è stato uno dei lirici polacchi più universali, uno dei più grandi che abbia mai avuto la Polonia. La sua creazione si presenta come storia, come ininterrotta sequenza di slanci rigeneranti. C’era in lui una costante tensione spirituale, una capacità di rinascita, di nuove incarnazioni”.

                                                                             Paolo Statuti

 

Altre raccolte di Kazimierz Wierzyński:

Wielka Niedźwiedzica (L’Orsa Maggiore, 1923)

Gorzki urodzaj (L’amaro raccolto, 1933)

Kurhany (Tumuli, 1938)

Siedem podków (Sette ferri di cavallo, 1954)

Kufer na plecach (Il baule sulle spalle, 1964)

Sen mara (Sogno incubo, 1969)

   

Di Kazimierz Wierzyński vi invito ora a leggere dieci poesie nella mia versione:

Il salto con l’asta

Già s’è staccato, già vola come un portento!

Si stende sull’asta come bandiera al vento,

Giunge alla sbarra e con battito repentino

Si slancia in avanti, come uccello e felino.

Fermatelo, che raggeli come una pietra,

Che butti indietro l’asta – inutile faretra,

Che così rimanga da una nube sommerso,

Come una lieve piuma – nell’aria disperso.

Non perderà le forze, né l’impeto in volo,

Oltre ogni limite si alzerà tutto solo,

E come un’eco risponderà soltanto,

Che il suo traguardo è il cielo – ch’è il nostro vanto.

(da: Il lauro olimpico)

 

Elegia

La lupa correva di qui vorace e indoma,

L’acquedotto passava sugli archi di Roma.

Ponti dietro Cesare e legioni fluenti,

Verbena nei campi, nelle arene – serpenti.

Si snodava, bivaccava una folle immane:

Oggi tocco una pietra di ciò che rimane.

Prendete la mia maschera rosa dal vento,

Fissatela a un teatro come ornamento.

Che dall’orbite vuote una lacrima scenda,

Forse la vista riavrò e farà ch’io comprenda.

Forse sussurreranno ancor le labbra immote

Come per Roma perivo in età remote.

(da: Uno staio di papavero)

 

Poesia scritta per consolazione

Torno da New York sfinito,

Rotto, arrabbiato, stordito,

Alla mia tana, ai boschi e alle rocce.

Per quattro ore,

Per la strada intera,

Sogno una cosa soltanto:

Dormire fino a stasera.

E arrivo ma  prender sonno non posso.

 

Chiudo gli occhi e mi sento: nessuno,

In qualche deserto sperduto,

E non so perché mi viene in mente

La città di Stryj

Sull’omonimo fiume.

 

Ho ancora negli orecchi quel frastuono,

Ma già sento in via Verde

Le cornacchie sugli alberi gridare primavera!

D’estate la festa dei ferrovieri a Olszyna

Coi coriandoli negli occhi mi scorre,

E scorrono le vacanze, la neve sui monti è stesa,

E presso il ginnasio batte l’orologio della chiesa,

E penso: eppure qualcuno da lì mi chiama,

Chi è? Il tempo? Mi guardo dietro: sul campanile

Si vede chiaramente che è un quarto all’una,

Le frecce hanno il profilo di Dante,

La taccola nera ondeggia su di esso

E non so perché scrivo tutto questo:

Per consolarmi che in questa misera poesia,

Qualcosa, malgrado tutto, è ancora mia?

 

(da: Uno staio di papavero)

 

La pittura

 

Ecco la mia frutta:

Le verdi mele di Cézanne,

Aspra giovinezza,

Dura gioia,

Forte rugiada

Di sera e di mattina.

 

Ecco il mio mezzogiorno:

Lugubre requiem,

Si sono accesi i girasoli

Sulla testa

Di san Van Gogh.

 

Ecco i miei sogni:

L’arlecchino rosa di Picasso

Pensoso, come Eudimione,

Mentre sull’architrave greco

Pascola le pecore.

 

Ed ecco il mio tutto:

Guardo quei colori e attraverso essi

Sento sussurri musicali,

Come Chopin

Nella galleria di Dresda.

 

(da: Uno staio di papavero)

 

Le donne che tessono

 

Campigli ha dipinto quattro donne,

Quattro tranquille, pensose donne,

Che siedono e tessono,

Tessono e guardano,

Guardano e vedono,

Qualcosa molto lontano

Dietro il quadro, dietro la cornice,

Nel dodicesimo, tredicesimo secolo,

Nei dimenticati, vecchi pittori,

Che sono morti tanto tempo fa e giacciono

Nei cimiteri sgretolati,

Giacciono e guardano,

Guardano e vedono

Qualcosa molto lontano

Nel disperato ventesimo secolo,

Nello studio parigino dell’Italiano,

Dove quattro dipinte donne

Siedono pensose dietro la cornice,

Siedono e tessono,

Tessono e guardano,

Guardano e vedono

Le stesse cose.

 

(da: Sette ferri di cavallo)

 

Cosa faccio?

 

A marzo:

Sollevo nella neve i capolini agli anemoni,

Accelero la primavera e il bel tempo

Perché al più presto fino alle ginocchia

Erompa l’erba incredibile,

Voglio una cosa nuova

E giovane.

 

A giugno:

Frequento gli uccelli,

Perché – non lo so.

Ciò mi calma.

Cammino nei boschi,

Dicono che i galli forcelli

Amano le uova di formica.

 

A ottobre:

Rastrello le foglie nel giardino,

Le porto nella carriola alla forra.

Mi troverai, Laura, di sera

Sotto l’acero stabilito,

Nella selva del buio bar.

 

A dicembre:

Spalo la neve davanti casa,

Perché arriva fino alla finestra

E si ghiaccia su di essa,

Spargo la cenere sul marciapiede

Perché si scivola e i marinai

Tornano dalla città

Ubriachi.

 

Sempre:

Sto in piedi davanti alla finestra.

Guardo il barometro,

Guardo un funerale,

Guardo la gente nella folla,

Guardo di fronte l’orologiaio

Che con la lente all’occhio pulisce il meccanismo,

Guardo e m’impegno come posso,

Guardo attentamente,

Guardo a lungo

Tutto questo,

E non capisco.

 

(da: Il tessuto della terra)

 

Sul ramo

 

Nessuno grida di gioia per essersi svegliato

Soltanto gli uccelli all’alba, gli uccelli dietro la finestra,

Tutti temono ciò che il giorno porterà loro,

Soltanto noi sul ramo no.

 

Nessuno vuole rinunciare a ciò che possiede

E nel folto letto si aggrappa ai resti del sonno,

Tutti vivono come se dovessero vivere in eterno,

Soltanto noi sul ramo no.

 

(Da: Il baule sulle spalle)

 

Il baule

 

                                              A Maria Dąbrowska

 

In soffitta dorme il mio ritorno,

La valigie, il baule con le borchie di ottone,

Tutta la mia patria,

I passaporti, le cittadinanze,

I visti dell’emigrazione.

 

Il baule, la mia grande proprietà,

Che qui devo custodire,

Normale inizio dell’infelicità

E demente fine.

 

Baule di vecchi bambini ranciditi,

Pronti a rimbambirsi e incretinire ancora

E tra cianfrusaglie che non servono a niente

La selvaggia solitudine, l’amarezza della nostalgia,

Il ciarpame più disperato.

 

L’ululo dei cani oltre la mia terra carpatica,

Il singhiozzo che mi vergogno di confessare –

E trasloco dopo trasloco,

Dall’America in Europa,

Dall’Europa in America,

IL baule sulle spalle,

Le scale scese,

La patria.

 

Tale è il bagaglio. Tale il viaggio,

Tale il mio orario:

Tutti i lati del mondo aperti

E l’uscita da nessuno.

 

Tale è la trappola. Né cosa prendere da qui

Né con che giungere alla fine:

Soffitta mia e ritorno,

Perdizione e amore,

Che non so uccidere

Nè custodire.

 

(Da: Il baule sulle spalle)

 

Detto con un sussurro

 

Se fosse possibile entrare come Claudel

Un giorno in Notre Dame

E uscirne come altro uomo.

 

Potrei incontrare là mia madre,

Mi darebbe la mano raggrinzita,

Direbbe con un sussurro:

Capisco, è la più grande intimità,

Capisco, è l’agghiacciante timidezza,

Intuisco la vergogna

E non chiedo del timore.

 

Ma in fin dei conti cosa fai tu di diverso

Da me, che non ci sono più?

Esci dall’uomo, per vederlo meglio,

Un oscuro profilo tracci sull’abisso del tempo,

Vuoi intuire lui e te stesso,

Più oltre vai, tanto meno c’è ritorno.

 

La ragione dell’uomo non gli ha mostrato il bene,

Il genio non ha scelto ciò che dovrebbe scegliere,

Diciamo umanesimo, pensiamo speranza

E nessuno eleverà mai

La perdizione al di sopra della salvezza.

 

Cosa fai tu di diverso da me?

Vuoi essere testimone di idee non spente,

Vuoi essere la guida di un eterno processo,

Lo sconforto riempi di vana invocazione,

Cerchi soccorso e me

Come io cerco te,

Tu che non sai ma sei

Ed io che so ma

Non sono.

 

(Da: Sogno incubo)

 

 

 

Sento il tempo

 

Soltanto di notte sento il tempo,

Chiedo dove mi sospinge

Attraverso tanto mondo, tante città,

Continuamente cambio indirizzi,

Smarrisco appunti e manoscritti,

Non so dove abito

E non so quanto a lungo,

Perché tutto questo frattanto

Tutto nel frattempo,

In questa bastarda parola,

Ma come saggia

E come crudele,

Nel frattempo dall’inizio,

Nel frattempo fino alla fine,

E tanto è della mia parola

E oltre ad essa

Ormai il vero tempo.

 

Lo sento di notte,

Guardo nel buio e vedo

Come passo tra parentesi,

Dalla nascita alla morte,

Ad ogni indirizzo,

In ogni abitazione,

Nell’enorme mondo,

Tra appunti smarriti

E le timorose parole

Della mia interesistenza.

Invano lo interrogo,

Esso non mi sospinge,

Aspetta tranquillamente,

Niente mi dirà

E se sento qualcosa

E’ soltanto nelle orecchie

Un vuoto fruscio.

 

E’ il tempo in cui non posso entrare,

Cui non posso oppormi,

Cui non appartengo

E che è tutto.

 

(Da: Sogno incubo)

 

Mi sveglio di notte…

Mi sveglio di notte, freddo di paura,
Mi sollevo in pallone,
Vedo la mia vita in basso distesa
E sparsa come vuoti campi di stoppia.

Vedo chiaramente di notte, al buio,
Il treno arriva fumante,
La stazione s’illumina, e sulla banchina
Vedo mio padre e mia madre
Defunti.

Vedo al buio le dimore di Varsavia,
Le dimore di Parigi e l’amore,
Tutto è minuto, bianco,irrigidito,
Come chicchi di riso.

Mi sollevo in pallone sui dintorni
Così ben conosciuti,
Sulla propria impronta.
Conto tutto ciò che è trascorso
E ancora trascorre,
Per estinguersi.

Mi sollevo in pallone su me stesso
E vedo il mio buio nella luce.
Il treno fuma nella stazione.
Freddo di paura, svegliato di notte,
Calcolo tutto ciò non calcolato,
Mi alleno a morire.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti