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Un poeta grottesco e beffardo: K.I. Galczynski

14 Lug
Konstanty Ildefons Galczynski

Konstanty Ildefons Galczynski

Konstanty Ildefons Gałczyński nacque nella modesta famiglia di un ferroviere nell’anno 1905. Studiò filologia classica e inglese nella Polonia ormai libera e riunificata. Debuttò già nell’anno 1922, ma la prima opera che lo rese famoso fu una dissertazione universitaria, dedicata a un certo poeta inglese della Restaurazione, illustrata con una scelta di poesie di questo poeta nella traduzione polacca. Ben presto si scoprì che il poeta non era mai esistito, e che tutti i dati e i poemi erano stati inventati dallo studente Gałczynski. Era ubriaco di fantasia, ed è forse vero che il suo secondo strano nome, Ildefons, se lo sia dato lui stesso. La sua fantasia era apocalittica e insieme grottesca; le immagini che creava erano vicine ai quadri di Hieronymus Bosch. Ciò appare evidente specie nelle sue poesie della serie “catastrofica”, come anche nelle “Profezie” – piene di garbo e di follia, o nel poema meritatamente famoso – “La fine del mondo”. Esse riassumono e rappresentano i tratti più salienti della poesia di Gałczyński, ma forniscono soprattutto la misura del suo umorismo.
Ed ecco la seconda e forse più rilevante prova dell’originalità di questa poesia. Gałczyński è irresistibilmente spiritoso. Le sue grottesche e vulcaniche visioni, considerazioni e battute sono tutte piene di una grazia inconfondibilmente poetica. In modo molto evidente esse illustrano la parentela costruttiva tra una metafora poetica ed una riuscita battuta umoristica. Gałczyński era un satirico dotato di una mira infallibile. Fu lui che innestò la tecnica del surrealismo nella satira polacca. Basti leggere poesie come: “Un cavallo in platea”, o il ciclo delle esilaranti scenette teatrali “Il teatrino dell’oca verde”.
Queste particolarità lo legano alla importante e più autorevole corrente d’avanguardia nella prosa e drammaturgia polacca. I suoi rappresentanti più noti sono: Stanisław Ignacy Witkiewicz e Witold Gombrowicz. L’ironia è l’effettivo substrato delle loro opere, peraltro così diverse. Essi adoperarono la beffa come ancora di salvezza della loro dignità, nell’imminenza della catastrofe, e con la coscienza dell’assurdità della vita.
Gałczyński invece cercò la salvezza anche nella solidarietà con l’uomo della strada. La sua felice maniera stilistica e la popolarità delle sue poesie, già grande prima della guerra, lo spinsero verso un certo qualunquismo. Egli ruppe con la lingua curata e con la tradizione intellettuale nella poesia, e fu quindi naturale che schernisse coerentemente l’intellighentzia, portatrice di queste tradizioni. Egli divenne così oggetto di tentazioni da parte della destra nazionale polacca, nemica, come tutte le destre, dell’intellighentzia, delle discussioni e dei ragionamenti. Per un breve periodo, fino al termine degli anni trenta, questa corrente affascinò Gałczyński col suo dinamismo artificioso, con lo scherno dell’apparente logorio delle tradizioni democratiche della classe intellettuale, ma particolarmente con l’adesione della gioventù. L’aspirazione ossessiva di Gałczyński fu il legame stretto coi lettori. Egli faceva tutto senza alcun cinismo e sempre con la maestria di un “buon artigiano”, come lui stesso amava definirsi.
Sopraggiunse la guerra. Nel 1939 la Polonia venne assalita e distrutta proprio da quelli che erano serviti da esempio alla destra. Gałczyński che era soldato semplice, finì in un campo di prigionia di rigore. Proprio lì, nell’Altengrabow, nacquero le commoventi poesie alla moglie adorata Natalia e le liriche che mezza Polonia ricopiava e diffondeva clandestinamente. A cinque anni dalla liberazione, egli tornò nella patria socialista e approfittò di una delle reali possibilità sorte col cambiamento di regime: al posto del popolino, poteva avere ora il popolo stesso come interlocutore. Così almeno egli sperava. Le sue poesie, infatti, acquistarono una risonanza assai ampia, sebbene ancora non generale. Malgrado le limitazioni tematiche imposte e il crescente oscuramento dell’atmosfera sociale in quegli anni, Gałczyński riuscì a pubblicare, una dopo l’altra, diverse raccolte di poesie, come: “La carrozza incantata” e “Le vere”, i poemi “Niobe” e “Wit Stwosz”, le commedie “La notte dei miracoli” e “Il ballo degli innamorati”, un nuovo divertentissimo libretto per l’”Orfeo all’inferno”. Scrisse inoltre testi di canzoni popolari, un ciclo di spassosi feuilleton: “Le lettere pazzarelle”, e tradusse Shakespeare. Venne lasciata ai poeti la terra appena sufficiente per un vaso, ma Gałczyński riuscì a cavarne un intero giardino pubblico.
Morì colpito da infarto il 6 dicembre 1953, proprio quando cominciavano a soffiare le prime attese ventate del disgelo nell’atmosfera politica del paese. Di solito, un poeta che muore celebre viene ben presto dimenticato, e bisogna attendere molti anni per la rinascita della sua fama. Gałczyński è uno dei pochissimi scrittori la cui popolarità non solo continua, ma cominciò a crescere subito dopo la morte e, nel suo caso, occorre aggiungere, a crescere con la forza di una valanga.
Grazie a Paolo Statuti, sono state tradotte in italiano alcune opere tra le più amate nella patria del poeta, e va sottolineato che la versione è tale da far capire le bellezze tipiche e le componenti melodiche dello stile di Głaczyński. Chi scrive è stato amico e ammiratore del poeta, ed ha un solo desiderio: che anche i lettori italiani si rendano conto del perché la sua poesia ha ridato a noi polacchi la fiducia nel significato e nella serietà della bella arte dello scrivere.
Jerzy Pomianowski

Konstanty Ildefons Gałczyński tradotto da Paolo Statuti

VISIONI DI SAN ILDEFONS
ovvero
S A T I R A S U L L ‘ U N I V E R S O
LA FINE DEL MONDO
Al mio Amico S.E. SIGNOR TADEUSZ KUBALSKI
come anche alla memoria delle mie zie buon’anime:
Pitonessa, Ramona, Ortoepia, Leonora, Eurasia, Titina,
Ataracsia, Repubblica, Ierusalem, Antropozooteratologia,
Trampolina, Ortodossia – rapite nel fiore degli anni da una
tromba d’aria nelle vie di Bologna
dedica l’inconsolabile
AUTORE
Apparebit repentina
Dies Magna Domini
Fur obscura velut nocte
Improvisos occupans…
cantilena latina
A Bologna in Accademia
l’astronomo Pandafiland
disse, levando la berretta:
– Signori, si profila
la Catastrofe Estrema,
la fine del Cosmo ci aspetta;
tutto vi voglio chiarire:
parallasse e perturbazione,
tra un’ora – è mia opinione –
il mondo dovrà sparire..
A quell’atroce accenno
saltò su Ser Marconi,
colui che avea più senno
fra tutti quei barboni.
E disse: – O adunata
di savi, amici miei,
ciò che udiste è una boiata,
come tre e tre fa sei;
in veste di rettore,
dichiaro che l’autore
di questo sporco intrigo
si merita un castigo,
che solo un invasato
può avere escogitato
una simile impostura.
Chiasso e vocìo nella sala:
ogni sapiente fischiava,
gridava: – Che fregatura!
ci voleva irretire,
corrompere, incantare,
idiotizzare.
Aspetta: ti concio io,
quest’onta nessuno ti scaccia!
Ciò detto uscirono, sbattendo il leggio,
come alla dieta polacca.
Restarono gli scanni scuri
e i Cristi neri sui muri,
e sul pulpito – avvilito,
piccino, rattrappito –
l’astronomo.
Gli doleva assai la testa,
allor prese un calmante,
e per un breve istante
non fece alcuna mossa:
anche lui è di carne e ossa.
Poi su e giù passeggiò alquanto,
cupo – più cupo non puoi –
e borbottò: – Cessa il comando…
Sul muro bianco, dipoi,
segnò cifre e così pure
zodiachi e figure –
per un tempo senza fine,
sibilline.
Poi sopra un blocco notes,
sbirciando il suo quadrante,
tracciò facce curiose
con piglio da gigante.
Quindi, sui palmi appoggiato,
guardò a lungo alla finestra:
Bologna era verde come un prato
ombrato.
Era sera.
E da lontano – pensate! –
giungevan note flautate –
era d’estate.
Stop.
Quando il tempo fu scaduto,
vale a dire alle otto,
il rettore prevenuto
ogni specchio trovò rotto;
e li trovarono spezzati
i pensionati e i tappezzieri,
come anche tutti i barbieri,
e fu la piaga pei peccati.
Che buffo! Il bidello Malvento,
guardandosi allo specchio:
– Ho nel volto un tagliamento!
Gridò. Era nello specchio.
Qui, nelle mie visioni,
una pausa si perdoni.
LE VISIONI RIPRENDONO
Piante, farfalle e gatti
riddavano balzelloni,
biancheggiavano i rondoni
e c’era sangue sui sassi.
Calando le tende trapunte,
anche il rettore tremava,
come un neonato frignava,
e non era un fesso qualunque.
In tutte le strade, oramai:
“Muore Bologna!” – gridavan.
Quel forsennato viavai
la polizia caricava;
coi loro corti randelli –
botte da orbi alla gente,
ahi, ahi! urlavan quelli:
“Si salvi chi è credente!”
Chi lo era diceva “O Dio”,
e chi non – “Morte ai paurosi!”
Salivan sui tetti i curiosi
ed anche il bue, caro mio,
muggiva, muggiva, muggiva.
Per le strade il flagellante,
invocando le sante,
il suo corpo feriva.
Solo gli allegri studenti,
nelle taverne, incoscienti,
in mezzo alle foglie di vite
scrivevan versi alle amiche,
e quelle ch’eran più schive,
dietro una foglia – davvero! –
baciavano sulla bocca.
Ma bravi! Crepa il mondo intero
e qui si fa bisboccia.
Peccate reciprocamente
studenti e madonne,
bevete cognàc – vergogna! –
cantate,
con le chitarre sonate:
“Evviva Bologna,
città delle belle donne!”
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Qui, pausa: crepo d’invidia.
Durante questi portenti
senza capo né coda,
inauditi e sconvolgenti,
l’artigiano G. Lucco
si divertiva parecchio
cantando e sgrossando bare:
cantava Giovanni: “Ti sgrossi,
mia bara, ti sgrossi;
accoglierai una fanciulla
dai capelli rossi”.
E quando sentì d’aver fame,
messo dell’olio sul pane,
mangiò piano, con devozione;
dopo – politico all’erta –
mise gli occhiali a stanghetta
con oculata attenzione,
se no saltavano le lenti;
con la pipa tra i denti
e la mano incallita,
le lettere conficcava
di chi più non c’era:
– Basta…chiudo e me ne vado…
uhm…la fine del creato…
in fondo…non è sgradita…
e già dormiva sereno,
Giovanni, nell’orto, sul fieno.
Ma negli ospedali affollati
eran desti, poverini,
dentro i bianchi lettini,
i malati.
Ognuno là dentro gridava,
tossiva ed imprecava:
– Dove sono i dottori?!
i vasi, le sputacchiere,
gli stecchini e le infermiere?!
Ci aumentano i dolori!
non fateci morire,
ci vogliamo vestire,
dateci una cravatta –
non vogliamo bende e ovatta!
C h e p o r c h e r i a !
ma il coro pian piano scemava,
più d’uno la notte crepava.
Ora il silenzio regnava
nella bianca corsia.
Ed ecco che da un pitale
saltò fuori il Mostro Astrale
e ingoiò le medicine.
Visione quarta: fine.
Davanti all’Accademia,
a mazzetti come viole,
compiangevano la terra,
ciarlavan le fruttaiole:
– Lei vede?
– Non vedo.
– Si vede qua e là.
– Qualcosa viene.
– Di brutto.
– Bla bla!
– Bla bla!
– Ho visto, signora mia,
– andava in sagrestia,
– è vero sì
– è vero sì.
– Proprio.
– E’ sul giornale financo,
– nero su bianco.
– Oh!
– Qui
– Pro
– Quo
– Dio ci punisce…
– Cosa?
– Cosa?
– E questo Cosmo…
– Ahimé il Cosmo perisce…
Emerge come una palla
dal fiume la luna bianca.
Il bosco sul fiume balla
come uno senza cianca.
E il fiume scorre e cela –
la lunga – parola – celeste.
La luna, come una mela,
ad un rametto s’appende.
Ma a che servirà quel disco?
Sarà ciò ch’è previsto.
Non serviran le onde:
l’allarme già s’effonde.
Plebe e Re che posson fare?
Si peggiora ed il timore
si solleva come il mare.
La nuvolaglia scura
galoppa stancamente;
l’ira della Natura
annuncia pigramente.
Alla città s’appressa,
sulla terra oppressa
cadrà assai presto,
enorme, orrenda, avversa.
Da San Michele arriva
un rintocco funesto.
Più morta che viva
Bologna trema.
Banchieri, confessatevi:
vita e soldi perderete!
e voi tra i topi celatevi,
voi che massoni siete.
Vedo avvicinarsi l’Orrore,
il Principe delle Tenebre
conficca al polo la bandiera.
Perché dall’a alla z, sissignore,
la profezia di Pandafil s’avvera.
S’avvera, sì, sì, s’avvera,
tutti i telefoni han tremato,
nella sala degli specchi
corre il Re spaventato.
Pronto
Pronto
Pronto
Sei tu? sei tu, Genoveffa?
Son’io, son’io – Antonio!
Lei sbaglia! Quattro-cinque-zero!
E’ il negozio di bare?
Non si capisce, a quanto pare.
Io sono suo genero!
Stasera i cavalli spedire.
Posta Pinocchio, dodici per 15 lire.
Pronto
E’ la cancelleria reale?
Sei tu, micino?
Alienato!
Sono il ministro della guerra,
Sire,
insorge il proletariato:
P come Pitonessa
Ramona
Ortoepia,
Leonora
Eurasia
Titina
Ataracsia
Repubblica
Ierusalem
Antropozooteratologia
Trampolina
Ortodossia!
IL PROLETARIATO
Mandaron l’esercito in città,
e l’esercito marciò:
Piccolo-flauto – fi-fiù-fi-fi-fiù,
e i tamburi – tara-tarapùm:
– Il Cosmo schiatta passa il Cosmo,
il tapino non sarà più!
Poi seguiva curvato,
pensoso, accerpellato,
con occhiali e scopetta
il compagno Saponetta;
e alla luce dei fari
ripuliva i binari.
Borbottava qualcosa
Sputando le parole:
– Il Cosmo è una gran cosa,
ma l’ordine ci vuole.
E su lui che spazzava,
e su questi binari,
un colombo volava
e batteva le ali.
Sul colombo – la luna
rischiarava il cammino.
Sparivan nella bruma:
quello, rotaie, spazzino…
Laggiù, l’ombra, nei pressi
della città, calava.
E ad essi, solo ad essi
Pandafiland sogghignava;
idillico si fece,
e in estasi pensava:
– Dio mio, che incantevole
scenetta proletaria!
Pensavano ugualmente
i poeti di Bologna:
Spazzino commovente,
far come te bisogna!
Cantavano i poeti:
– Orsù, non disperiamo,
il mondo è spacciato,
ma col proletariato
giochiam, giochiam, giochiamo.
Divertitevi, ragazzi.
Frattanto già tonava,
frattanto lampeggiava
e qualcosa di brutto
in giro s’annunciava.
Non servì il turpiloquio,
né gli insulti alla Madonna:
terminava ormai l’obbrobrio,
il mondo e la vergogna.
Nelle vie di Bologna –
folle peregrine.
Adunate, consigli:
come impedir la fine.
Ma come restar vivi
nel giorno delle stragi!
ribaltavano gli archivi,
teatri, colonnati,
negozi, templi, arene,
diverse ubicazioni,
elefanti e stazioni,
e al cinema le scene.
Ed a Giovanni Lucco
Che dormiva profondo,
crollò la colombaia
e ne fuggì un colombo:
quel colombo benigno,
quello dello spazzino,
cui Pandafil maligno
lanciò quel sorrisino.
Solo quando i pianeti
cambiaron direzione,
fu indetta su due piedi
una contestazione:
C’erano tutti quanti:
vecchi, adulti e minori,
i bianchi, i gialli e i mori,
anche i parlamentari,
ventriloqui e fornai,
Satanassi e Santi.
E ancora i commedianti,
e i poliziotti – tanti;
c’eran preti, un rabbino,
ed anche molte suore.
E in testa era il rettore
in groppa a un bel suino;
senza scarpe passavano
gli esibizionisti,
con gli striscioni i socialisti,
con le bombe i comunisti
sfilavano.
Cosa ovvia – gli anarchici
con diabolici ingranaggi,
i massoni coi compassi,
e i bambini
con graziosi mazzolini;
i più incalliti monarchici
cantavan “Viva il Re”,
e dietro, i neopapisti,
invero un po’ marxisti,
cantavano “scotendo i cieli”:
Evviva bandiera rossa!
Risatine!
La cosa andava bene,
con ordine, tutti insieme:
adunate, comizi imprevisti,
ku klux klan e squadristi,
dum-dum a tracolla;
risoluzioni, pretesti,
rivoluzioni e manifesti.
LA FOLLA
Apparve l’Arcobaleno,
rifugio del mondo
ormai vano:
come bambini impauriti
si presero per mano,
ma turbinavano,
impietriti,
e da tutte le gole
si levarono i gridi:
– NON VO-GLIA-MO LA FI-NE DEL MON-DO!
Per dispetto iniziò il finimondo
Sic!
Incominciarono i malanni
in un orrida atmo-
sfera. Vedi Giovanni,
Apocalisse – Pathmos:
Già i soli peri-
vano e lungi cadevano.
Giù le stelle, come pere,
che gli Ebrei si rivendevano.
La luna in questa buriana
seguì il comune destino,
disse addio alla vita grama
e si tuffò nel vino;
gorgogliava da ogni poro
quella vecchia alcoolizzata,
poi il barile divenne d’oro,
e lei morì annegata.
Sempre più si sgretolava
questo lurido creato,
e schiantandosi affogava
anche il vecchio antico stato.
In quel solenne istante
Pandafil disse raggiante:
– E’ terminato lo scompiglio,
s’immerge il mondo
come l’enorme scafo d’un naviglio
nei flutti dell’etere profondo.
TUTTO QUESTO HO SAPUTO
DAL CIEL TELEFONANDO
E SCRIVERE HO VOLUTO –
ILDEFONS IL SANTO.
FINIS
(1930)

PROFEZIE
Quando il Gran Codanera
a Lisbona arderanno,
e nella stratosfera
tre zeri splenderanno,
sbucherà la Pantera,
verrà l’Empio Colera,
Arturo e Malacoda
la man si stringeranno.
Buio cupo e terrori,
notte come un dragone,
presto usciranno fuori
il baro e l’imbroglione,
banditi e ambasciatori,
sicari e distruttori –
che gioia veder tutti
nell’infero burrone!
Rammentate quel prete
profeta del destino!
La luna forse avrete,
ma sembrerà un porcino.
Voi che cassieri siete,
l’orrore proverete –
vi torrà l’ombelico,
v’andrà nell’intestino.
Vedrete i calabroni,
i tafani regnare,
orribili scorpioni,
zecche, pulci, zanzare;
e vermacci a milioni
dai cassetti dei demòni,
eppur la lucciolina
uscirà per brillare.
Diran, piangendo, i vati
che la luna è un’arancia –
ma alle arance, annoiati,
chi più darà la caccia?
Voi ci avete infettati,
o giambografi amati,
v’oltraggerà la morte –
simpatica vecchiaccia.

La falce darà addosso
A tutti i porci ingordi.
Avranno il naso rosso –
così saranno scorti.
Addio, porcello arrosto!
Addio, ciambelle al mosto! –
balordi, Malacoda
è nel caviale – accorti!
Malacoda scorrazza,
le palle a sonagliera,
davanti – una mazza,
dietro – un culone a pera.
Sic Malacodae gratias,
dei maiali disgrazia,
a VILNO partorito
dalla notte più nera.
Pieno zeppo è il papiro.
Già profonda è la notte.
Predìco per finire:
la siccità è alle porte.
Se ti manca il respiro:
“Pasticche dell’Emiro” –
Malacoda è la base,
confida in lui – è forte.
(1936)

LA MIA POESIA
La mia poesia sembra una notte lunare,
una quiete sconfinata;
quando la fragola dolce nei borri appare
e l’ombra è più grata.
Quando nessuna donna mi sorride
e ogni cosa è sopita,
quando un grillino da un mattone stride:
“che pacchia la vita!”
La mia poesia è un mero prodigio,
è il paese ove d’estate
dormiva rannicchiato un gatto grigio
sul davanzale.
(1937)

ADDIO ALLE LANTERNE
Voi che di notte risplendete
rischiarando i vicoli stretti,
sempre pazienti e uguali siete,
voi – le stelle dei poveretti;
e l’uomo che a caso procede,
di notte, ubriaco, nel gelo,
alzando la testa vi vede,
e mormora: – Son forse in cielo?
ADDIO, MIE CARE LANTERNE.
Voi, qualunque contrada accolga
la vostra luce indulgente,
a Parigi, dove una volta
amai senza ottenere niente;
o a Londra, ove la nebbia rammenta
il sonno e il vento è un ossesso,
e dove la lanterna “addenta
con la luce” – già Eliot l’ha detto.
ADDIO, MIE CARE LANTERNE.
Voi che cantate ogni notte,
finché Venere ancora balena,
voi sotto le quali tre volte
lessi il “Divino Poema”;
voi di paura non tremate,
come sonetti nell’eternità,
voi con la luce perdonate
come donne – popoli e città.
ADDIO, MIE CARE LANTERNE.
(1948)

LA PASQUA DI JOHANN SEBASTIAN BACH

La famiglia è andata ad Hagen.
Sono rimasto solo in questa enorme casa.
Dei miei passi rimbomba l’andante.

Mi fa ridere tutta questa doratura
e questi pellicani scolpiti senza cura,
e quelle nuvole che corrono a levante.
Io amo le nuvole. E le luci cupe.
Come le fortezze. Come le mie quadruple fughe.

Girare per le stanze – che incanto,
con la Signora Musica accanto!
Come bosco d’autunno le rosse candele d’oro.
Oggi è Pasqua. Le campane conversan tra loro.
Oh, felice è il mio cuore!
Nei vecchi cassetti le vecchie missive,
e nei libri le foglie seccate;
che bello frugare tra le carte d’un tempo…
Oh, ore festive piene di dolce fermento!
o estri come colonne d’oro, o cantate!
Vestito di verde velluto
sguazzo, vago per queste stanze,
sui ballatoi e sulle scale;
oh, prima di sera, quante ore ancora, quante,
per borbottare, canterellare, camminare,
scorrere come acqua incantata!
Scuri come la notte i ritratti mi salutano,
e ancor più scuriscono quando m’allontano.
E’ buffo che alcuni m’han chiamato maestro,
dicono che nelle cantate il Cielo ho messo.
Peccato che qui non tutti conoscete il mio merlo,
ah, come questo merlo canta, ah, che bravura!
A lui devo molto. E anche alle grandi nubi.
E ai grandi fiumi. E al tuo seno, o Natura.
Guardate questi giacinti azzurri,
queste sedie di legno nero,
tutti questi mobili dorati,
questa gabbia coi pappagalli, che canticchia,
quelle nubi come vascelli argentati,
che il vento del sud solleva.
Sì. Guardate. Qui dimoriamo.
Qui ricorderanno Johann Sebastian.
Dicono che sono vecchio. Come il fiume.
Che il tempo sempre più mi sfugge di mano.
E’ vero che molte ore ho sprecato.
Non fa niente. Al diavolo! Io suono su corde resistenti
e ci sono ancora le mie cantate, accidenti!
Non il tempo me, ma io lui all’incudine ho legato.
Presto tornerà la famiglia e comincerà il banchetto.
Le mie figlie, prima di sedersi, si acconceranno.
Lo sciame degli ospiti giungerà. Il ballo inizierà.
Mangeranno e berranno a profusione.
E anche il pastore dall’arazzo zufolerà una canzone.
Poi calerà la sera. E io sparirò nel pergolato.
Perché migliore del mio violino, quando ero a Weimar,
delle perle che sogno per mia moglie,
delle sonate dei miei figli, di ogni vaghezza,
è questo attimo di grande dolcezza,
proprio quando, nella pergola, da una sua fessura,
vedo una cosa insolita, vertiginosa, pazzesca a dismisura:
IL CIELO STELLATO DI PRIMAVERA.
(1950)

IN MORTE DI ESTERINA
DEPORTATA
DAI NAZISTI
VENEZIANA

I
Sulle tue trecce il cielo avrei scalato
e di colpo cosa? Un drappo.
Il cuore t’è fuggito come un ratto,
e nemmeno s’è scusato.
Perché racimolare scienza? – mi chiedo.
Ti scuoto: – Dimmi, perché? –
Il cero langue. Sei morta. Siedo
la notte accanto a te.
Risuscitarti non posso. Capisci?
L’ombra la beltà scolora.
Nemmeno l’acqua non vuoi. Non capisci.
Dai cupi fiumi bevi ora.
Già altrove il tuo occhio riluce
d’un bagliore verdigno,
quando vai per la sotterranea palude,
e delle canne odi il bisbiglio.
Oltre i vetri la foresta è affanno
che aumenta, a chi servirà?
Gli uccelli sui nodi stanno
immobili, sciocchi, di legno già.

II
Se un giorno incontrerò tua madre,
dirò che t’ho seppellita –
che avevi le ciocche tirate
e trecce dal cielo fuggite;

che gettai una volta un piccolo ramo
di mughetto ai tuoi piedi, dirò:
caricando il concime parlavamo
del clown dal naso lungo-Pierrot.
III
Tu, foresta, disperati con me,
tu, querceto, faggeto, betulla –
buco nella scarpa, struggiti anche te
sulla bella, sulla morta fanciulla!

Cervi di legno, uccelli di vetro,
lepri di maiolica alate,
aiutatemi a gettare, vi prego,
l’odiosa terra sulle labbra odorate.

La pioggia ha lavato i grossi rami.
Il fiume del cruccio balbetta e scorre.
Coraggio, fratelli: trecce, mani,
bocca e occhi sotterrare occorre.

(1945, frammento)

(C) by Paolo Statuti. Riproduzione riservata

Vitezslav Halek

13 Ago

Vitezslav Halek

  Vítězslav Hálek nacque il 5 aprile 1835 a Dolínek, un paesino della Boemia centrale, dove il padre aveva una locanda. Gli eventi lieti e tristi della vita di campagna si impressero nell’animo di Hálek e si riflessero in gran parte nelle sue opere. L’infanzia trascorsa nella bella piana che si estende presso la confluenza dell’Elba con la Vltava, vagando coi pastori sui prati e nei campi, cantando con essi, ascoltando le favole sotto il vasto cielo, tutto ciò costituì la fonte ispiratrice da cui poi il poeta non cessò mai di attingere.

   Esordì con poesie epico-liriche alla Byron e si cimentò anche, ma con scarsi risultati, nella drammaturgia. Fu uno dei fondatori e l’anima della Umělecká Beseda, una società di artisti, musicisti e letterati che svolse un ruolo molto importante nella evoluzione della vita intellettuale ceca. Ne facevano parte, oltre ad Hálek, J.Neruda, B.Smetana, J.Mánes, S.Pinkas, K.Purkyně. Notevole fu anche la sua attività giornalistica. Come redattore della rivista Národní Listy, ove scrisse alcune centinaia di feuilleton sulla politica, sulla letteratura, sul teatro e descrizioni di viaggi, Hálek fu per quattordici anni una figura di primo piano del giornalismo ceco progressista e, assieme al suo illustre collega di redazione Jan Neruda, riuscì ad instaurare una nuova linea politico-culturale. La sua lotta per i diritti del popolo era alimentata dall’anelito alla libertà e uguaglianza degli uomini, e dall’avversione per i potenti della terra che sbarrano la strada al libero sviluppo sociale e intellettuale dell’umanità.

   Hálek fu anche eccellente prosatore, e dal 1857 al 1874 scrisse tutta una serie di novelle sentimentali e sociali, tra le quali figurano, ad esempio, “Nella tenuta e nella capanna” (Na statku a v chaloupce), “Sotto il colle deserto” (Pod pustým kopcem), “Nel vitalizio” (Na vejminku).

   Ma la parte più preziosa e duratura dell’opera di Hálek è rappresentata dalla produzione poetica. Si cimentò con l’epica, ma senza successo – se eccettuiamo le piccole scene epiche contenute nelle “Favole della nostra campagna” (Pohádky z naší vesnice, 1874) – perché fu sempre e soltanto un lirico.

   Hálek è sinceramente convinto dell’alta missione del poeta, rivelantesi soprattutto nel campo dei valori morali. Egli ama fondere il termine di poeta con quello di profeta. Per lui il cuore dei poeti è puro, incapace di odio; i poeti penetrano a fondo tutti i misteri, e il loro canto guida la nazione verso la terra promessa della bontà, della verità, dell’amore.

   La sua prima raccolta poetica, “Canti serali” (Večerní písně),  pubblicata nel 1858 e in cui sono tracce evidenti del “Libro di canti” di Heine, è una confessione del felice amore per Dorota Horáčková, futura conforte del poeta, espressa con parole così ardenti e con un verso così melodioso, che nell’arido terreno letterario del tempo il libro fu accolto con grande entusiasmo. In esso Hálek effonde tutta l’ebbrezza del suo sentimento, tutto l’anelito del suo cuore. E’ un omaggio non solo all’amata, ma all’amore stesso – sorgente purificatrice della vita umana, principio sacro che deve trionfare su tutti gli ostacoli. L’amore-poesia, questo prezioso binomio, donato all’uomo dalla natura, è il motivo dominante dei “Canti serali”.

   La seconda raccolta lirica, il ciclo in tre parti “Nella natura” (V přirodě), scritto negli anni immediatamente precedenti la morte del poeta (1872-74), costituisce la parte più fresca e viva della sua opera. Se il primo libro (Večerní písně) è il canto del fascino amoroso, un breviario dell’amore, il secondo è anzitutto una celebrazione della natura, intesa come modello insuperabile di società umana. La natura è la poesia più bella e il suo cantore è il poeta. Questo concetto ritorna in una serie di poesie della raccolta, ma è forse espresso nel modo più chiaro e artisticamente felice nella lirica “Nulla sono più d’una rosa”. Hálek valuta giustamente la sua vena poetica, è perfettamente conscio del suo destino di usignolo della poesia, di cantore che non riesce a fare niente di più e niente di meno che effondere i suoi canti “nel momento giusto” per celebrare le bellezze della vita.

   Hálek sa carpire come nessun altro i segreti intimi della natura, sa comprendere il canto degli ucccelli, il linguaggio dei fiori, il fremito delle foglie, il mormorio dei ruscelli e dei boschi. Coglie la bellezza nei minimi dettagli. Il poeta è qui come un bambino. Si rallegra della betulla biancheggiante ai limiti del bosco, dell’ape che si posa nel calice, di un melo fiorito, d’un cerbiatto. Ma la natura non è solo oggetto di stupore, ma è anche l’unica, vera maestra. Solo attraverso essa conosciamo Dio nel giusto modo. Essa ama in ugual misura il fiore più piccolo e la stella più grande. Il fine ultimo per Hálek è la fusione dell’umanità con la natura. Solo così l’uomo può guarire da tutte le aberrazioni, perché la natura è fonte inesauribile di poesia, bellezza e perfezione. Ciò che è contrario ad essa è di per se stesso cattivo e destinato a perire.

   M.F.V.Krejčí, definendo l’idealismo di Hálek, lo paragona ai suoi contemporanei Mánes e Smetana, e trova in loro la stessa sensibilità, lo stesso “compiacimento nello sprigionare dalla natura ceca i toni di un fascino sorridente e non so quale bellezza piacevole, seducente e casta al tempo stesso”.

   Vítězslav Hálek morì a Praga l’8 ottobre 1874 per le conseguenze di una pleurite, in piena lucidità di mente, al culmine della sua fama di più illustre poeta ceco, risparmiato, come era sempre stato suo desiderio, dalla decadenza artistica, dalla banalità, dalla rilassatezza.

 

Le poesie di Hálek qui inserite, tradotte da Paolo Statuti, sono tutte tratte dalla raccolta “Nella natura”

 

 

*  *  *

Ti cerco, ti cerco, o uomo, e ascendo

al più profondo della tua forza,

voglio custodire il tuo nocciolo

e gettare via la tua scorza.

Ti cerco nel rossore dell’alba,

per te la rosa voglio spiccare,

ti cerco a primavera ed espiro

il tepore per il tuo volare.

Ti cerco in ogni fiore dei campi

e ti tesso di polline un manto,

ti cerco nell’ombre del querceto

e voglio che provi il vero pianto.

Ti cerco nell’ape sul pendio

e suggo il miele pel tuo dolore,

ti cerco tra gli uccelli nel cielo

e nel tuo sguardo accendo il chiarore.

Ti cerco nel canto dell’anima,

dove hai diritto d’esser da sempre,

ti cerco, eppure io ti troverò –

quando sarai uomo nuovamente.

 

*  *  *

Io so quando inginocchiarsi per pregare:

quando la terra esulta nei covoni,

quando della mia anima è colmo il mondo

e la mia anima è colma di suoni.

Io so quando confessarsi con dio:

quando la rosa un fiore diviene,

quando dio parla ad ogni animaletto

e un poco anche con me s’intrattiene.

Io so quando la natura è tutta in festa:

quando dei cieli si svela l’incanto,

e la terra con l’anima rigonfia

gioisce dei fiori, di aromi, di canto.

Certo che questo non è nel calendario,

ma il libro dei mondi, ogni uccellino,

ogni fogliolina a primavera lo sa,

quando agli uomini dio è più vicino.

 

*  *  *

Il melo in fiore! Sui rametti

i fringuelli passeggiano,

nel nido tre piccole gole

con la madre gareggiano.

In cima il venticello ondeggia,

rami nel quieto tepore,

e sollecito, trepidante,

si scuote e si desta un fiore.

 

La luce carpisce la foglie,

dove si siede – indorate,

si allungan le piccole gole –

“Ecco, siam ricchi, guardate!”

 

Un fringuello del melo accanto

annuncia una grossa nuova:

la vecchia presto avrà famiglia –

s’è seduta sulle uova.

 

Le piccole gole ascoltano,

il vento nemmeno fiata –

fiori piovono sul mio capo,

e l’anima è inebriata.

*  *  *

Non è l’eroe più grande

chi colpito a sua volta colpisce;

è grande chi fu ingannato

e tuttavia non irretisce.

 

Chi maledice l’amore

non l’ha conosciuto ancora,

perché l’amore sa perdonare

e non sa imprecare.

 

Chi non è capace di sacrificio

non è degno dell’amore,

ed è cattivo, chi apprezza se stesso

più della propria abnegazione.

 

E se l’amore esigesse

la mia vita e il mio cielo –

io andrei come l’agnello,

perché ho amato Te.

 

 

*  *  *

Un giorno dio gioiva molto

e allora creò il cuore umano,

e poi il suo amore vi mise

per eterno ricordo.

 

E quando poi in esso fissò

l’occhio della sua promessa,

di gioia scoppiò in lacrime,

quando vide quella felicità.

 

 

 

Ma in quel pianto una lacrima

si insinuò nel cuore,

e nel più profondo cadde,

come la rugiada nel fiore.

 

Per questo l’amore è grande dolore,

ma un dolore così dolce e gradito,

ed è un peccato che da certi cuori

quel dolore non sia sentito.

 

Per questo l’amore per metà è gioia

e per metà tormento,

quando una lacrima oscilla

e il cuore scoppia in quel momento.

 

*  *  *

Nulla sono più d’una rosa, nulla

più d’un usignolo a fine estate;

i miei petali dopo primavera

e il canto in autunno non cercate.

 

Ma come l’usignolo ha il suo momento

e la rosa nel suo aroma esplode,

così il mio spirito il suo momento avrà

e risuoneranno le sue note.

 

E son pago, ché nel momento giusto

ho diffuso la mia melodia,

nella quale ho raggiunto il conforto,

ho esultato senza nostalgia.

 

Dopo, che accarezzino pure i venti

della mia tomba il verde suolo;

io, quando fiorivano le mie rose,

ero tuttavia un usignolo.

*  *  *

Il tempo ancora non è vecchio:

siede là presso le rocce della patria,

le sbriciola in granelli nell’abisso –

la sua clessidra.

 

Non anni, né giorni, né lune misura,

ma i secoli per l’ampio orizzonte:

per una bella azione un granello,

quando senza sangue la compiamo.

 

E’ un lavoro facile ma difficile,

indagare gli ornamenti dell’umanità;

e vedo l’abisso quasi vuoto

e le rocce in gran quantità.

 

E tuttavia ho una consolazione –

che un bambino assai forte

e fiducioso chiami tutta l’umanità:

“Vieni, aiutami nell’opera!”

 

 

*  *  *

Vogliamo essere in tutto rigorosi,

ma della vita non sappiamo niente,

fino alla tomba la verità ci sfugge,

dopo, pare, vivremo eternamente.

 

Cosa di noi deve restare? La fama

che l’omicidio la storia mantiene,

tanto che l’uomo sembra alleato

non delle persone ma delle iene?

 

 

 

Cosa di noi deve restare? La brama

per la  schiavitù vile e disonesta,

che appena qualcuno si eleva più in alto

già vogliamo che ci schiacci la testa?

 

E’ forse genuina la nostra gioia,

quando così banali ci scopriamo,

da scambiare anche un po’ di generosità

per un atto sublime e sovrumano?

 

Ebbene, forse ciò porta dei vantaggi,

ma un cuore schietto d’essi non s’avvale;

io so soltanto: dev’essere diverso

ciò che dev’essere anche immortale.

 

*  *  *

Non tanto mi duole quando la bellezza

vedo appassire e abbandonare i fiori,

sempre con la primavera ritornerà

e forse anche più bella in nuovi cuori.

 

Ma mi duole quando i miei compagni vedo

ogni fiore dall’anima estirpare,

togliere allo spirito le sue grazie

eppur vivere e volgari diventare.

 

E schernire i cadaveri dei boccioli,

vantarsi perché i sogni hanno ingannato,

quando ormai non c’è più nulla da spennare –

questo gioia e carriera hanno chiamato.

 

Oh, amici, prepararvi così il deserto,

veder morta la vostra giovinezza,

ogni giorno essere sempre più soli –

questo per poco il cuore non mi spezza.

*  *  *

E’ vero! E’ vero!  Il mare è grande –

ed io solo un fiore del prato;

posso bere solo goccioline,

e questo mare è sconfinato.

 

E’ vero! E’ vero! Il cielo è immenso –

ed io un uccello errante;

volo finché l’ala mi sostiene,

ma lo spazio è così distante.

 

E’ vero! L’universo è infinito –

e da mortale io lo attraverso;

lo respiro con ogni respiro,

ma senza età è l’universo.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

Leopold Staff

13 Ago

 Leopold Staff nacque il 14 novembre 1878 a Lwów e morì il 31 maggio 1957 a Skarżysko Kamienne. Debuttò nel 1901 con la raccolta di versi “Sny o potędze” (Sogni di potenza). Seguirono: “Dzień duszy” (Il giorno dell’anima, 1903), „Ptakom niebieskim” (Agli uccelli celesti, 1905), „Gałąź kwitnąca” (Il ramo in fiore, 1908), “Uśmiechy godzin” (I sorrisi delle ore, 1910), “W cieniu miecza” (All’ombra della spada, 1911), “Łabędź i lira” (Il cigno e la lira, 1914). Nelle prime raccolte del giovane poeta troviamo non solo “silenzi, ricordi, sospiri”, come egli scrive in una poesia, ma anche un’intera collezione di motivi e immagini del modernismo. Conformemente alla moda dell’epoca, Staff cantava la tristezza del mondo e dell’anima. Il paesaggio dell’autunno e della notte parlava del mondo interiore dell’uomo, del “mare tenebrarum” dell’anima. Le visioni delle “città buie”, dei “tetri boschi”, dei temporali, delle tenebre, dicono che la vita del subcosciente non è armonia, ma caos, è scontro di istinti che si contrappongono. Scaturisce da queste immagini la coscienza della imperfezione, della disarmonia e addirittura la “bassezza” e la “bestialità” dell’uomo. Ma l’importanza e il posto di Staff nella poesia polacca non furono determinati da questa esperienza malinconica e crepuscolare, ma bensì dalla sua successiva rinuncia a queste immagini e stati d’animo convenzionali che egli stesso del resto aveva coltivato. Un nuovo eroe lirico prende il posto del decadente rassegnato. L’amore per la vita diventa il principale postulato, la nuova parola d’ordine delle nuove tendenze. Dopo il rifiuto del Nirvana e della Morte, Staff – come una notevole parte degli scrittori del tempo, tra cui Żeromski, Brzozowski, Berent, Korczak, si assume il compito di creare nuovi valori esistenziali, un nuovo modello di uomo, un nuovo “mondo di elementi”, rifiutando la debolezza umana e la “paura del mondo”. Tutto ciò trova particolarmente espressione nel poema filosofico “Il maestro Twardowski”, e in alcune liriche famose, come ad es. “Il fabbro”, in cui il protagonista forgia il suo “temprato, valoroso, forte e fiero” cuore, o “Il cavaliere” che si batte per il suo destino umano, o ancora il poema “Adamo” del 1914, in cui l’eroe oltre a lottare per la trasformazione del suo mondo interiore, lotta anche per la trasformazione di quello esteriore.

   Nella raccolta “Ścieżki polne” (Sentieri di campagna), uscita nel 1919, e in molti altri versi scritti dopo la guerra, Staff crea figure ancora più indipendenti, come l’eroe-viandante e l’eroe-artefice, mostrando come nel lavoro-lotta l’uomo conquista la fierezza, l’orgoglio, raggiunge l’armonia e la pienezza della vita.

   Staff portò nella poesia della “Giovane Polonia” – movimento letterario nato alla fine del secolo e durato fino al 1914 circa – una nota di ottimismo, di vitalità che ne ravvivò l’atmosfera decadente. Egli inoltre “tenne a battesimo” i poeti dello “Skamander” – Iwaszkiewicz, Lechoń, Wierzyński, Słonimski e Tuwim, cioè i poeti di quella corrente letteraria che si svolse dopo il 1919 e il cui contributo fu decisivo per la rinascita della poesia polacca dopo l’indipendenza riconquistata nel 1918.

   Nel 1927 uscì la sua raccolta “Ucho igielne” (Cruna d’ago) e nel 1932 – “Wysokie drzewa” (Gli alberi alti). Nel 1936 apparve il volume “Barwa miodu” (Il colore del miele), di cui fa parte la lirica “Ars poetica” che può essere considerata come un compendio del programma poetico di Staff in quel periodo della sua creazione.

   Pur traendo ispirazione anche dal movimento simbolista, Staff mantenne di fronte ad esso la sua indipendenza, affermando che la parola non doveva essere soltanto il mezzo per suggerire un’immagine o una impressione, ma anche il mezzo per raggiungere una piena comprensione tra lettore e poeta. Su quest’uso della parola, più vicino alla concezione propria ai classici, Staff ha eretto l’edificio della sua poesia. Il suo classicismo si nutre ugualmente dei poeti francesi del XVI e XVII secolo, ch’egli ha tradotto. L’architettura di Roma, Venezia, Firenze, la scultura antica, Michelangelo e la pittura del Rinascimento si fondono nella sua poesia con il paesaggio polacco. L’espressione poetica di Staff andò continuamente evolvendosi: egli si compiace di creare nuove parole, rime preziose. “I poeti – ha scritto Mieczysław Jastrun – di solito si fossilizzano nelle proprie abitudini e predilezioni formali, perfezionando la maniera iniziata nella giovinezza. Staff invece ha sempre cambiato, rinnovato i mezzi d’espressione, ha arricchito la sua tematica assieme alle nuove generazioni di poeti”.

   La cultura di Staff fu vasta e veramente europea. Egli compì anche magistrali versioni da varie letterature – dall’italiano ad es. tradusse i Fioretti di san Francesco, prose di Leonardo e poesie di Michelangelo.

   Nel 1946 uscì “Martwa pogoda” (Tempo morto) e nel 1954 “Wiklina” (Il vimine). La sua ultima opera “Dziewięć muz” (Le nove muse) fu pubblicata postuma nel 1958. Soprattutto la raccolta “Il vimine” fu per gli amanti della sua poesia un’autentica sorpresa per la diversità dello stile e della visione del mondo. Ecco cosa scrisse in proposito il poeta Mieczysław Jastrun: “Il mondo di Staff, finora così sicuro, incastonato nella tradizione umanistica, comincia a vacillare. Attraverso i veli squarciati e le forme infrante si vede un più autentico autoritratto del poeta , come se egli avesse rivoltato il suo abito di gala, senza spaventarsi del fatto che proprio lui, che sembrava scolpire il marmo, ha iniziato a intrecciare comuni ceste di vimini e che in quelle ceste ha cominciato a trasportare pietre”.

 

 

Poesie di Leopold Staff tradotte da Paolo Statuti

 

 

 

 

 

Ars poetica

 

Un’eco dal cuore sussurra:

“Prendimi prima ch’io languisca,

Che diventi diafana, azzurra,

Che impallidisca, che sparisca!”

 

Come una farfalla l’afferro,

Non già per sbalordire il mondo,

Ma per render l’attimo eterno,

Perché tu comprenda a fondo.

 

E il verso che viene dal bardo,

Vestito di suoni e d’arcano,

Sia limpido come uno sguardo,

Sia come una stretta di mano.

 

1932

 

Gli alberi alti

 

Oh, degli alberi alti che c’è di più bello,

Forgiati dalla sera nel bronzeo tramonto,

Sul rivo che prende i colori d’un vanello,

E che il verde riflesso fa sembrar più fondo.

 

L’odore dell’acqua, glauco all’ombra, oro al sole,

Nel senzavento assonnato ondeggia a stento,

Mentre i grillini dalle campestri dimore

Tritano la quiete con forbici d’argento.

 

Poi tutto tace, la solitudine affoga,

Già scuro diventa degli alberi l’ombrello,

Dal quale come spettro l’anima si snoda…

Oh, degli alberi alti che c’è di più bello!

 

1936

 

* *  *

Quando il vento a dicembre è più acuto e freddo,

Quando già gozzovigliano le bufere,

E la terra irrigidisce sotto la neve

E la vita e la morte vanno a braccetto;

 

Quando la notte la sua vetta ha toccato

E tutto il mondo grida il suo dolore:

A un tratto sentiamo – noi Iperbòrei –

Quel grido incredibile: “Il Signore è nato!”

 

 

Oh, prodigio! Sempre Dio quando è dicembre

Nasce! Ma è poi vero, nasce realmente,

Se questa voce si rinnova ogni anno?

 

Infelici! ciechi! sordi! In verità

Il Dio eterno nasce dall’Eternità,

E può il mondo generarlo – senza affanno?

 

1927

 

 

 

*  *  *

Ultimo della mia generazione,

Gli amici diletti ho seppelliti.

Ho visto come cambia la vita e come

La vita sono cambiato anch’io.

 

Ho guardato al futuro con serenità,

Ho amato l’uomo e la natura,

Ho venerato la franchezza e la libertà

Fratello delle nubi alla ventura.

 

No, non mi hanno adescato gli osanna,

La fama, una statua marmorea.

Resterà di me una deserta stanza

E una quieta, taciturna gloria.

 

1957

 

Uomo

Leggo la storia

E vedo cosa hai fatto

Per millenni, o Uomo!

Hai ucciso, hai ammazzato,

E continui a meditare

Come farlo meglio.

Mi domando se sei degno

D’essere scritto con la maiuscola.

 

1957

 

 

 

Edward Stachura

12 Lug

Edward Stachura

 

   Edward Stachura, poeta e prosatore –  leggenda, “Sted” per gli amici, nacque il 18 agosto 1937 a Charvieu in Francia e morì suicida a Varsavia il 24 luglio 1979. Nel 1948 assieme alla famiglia partì per la Polonia, come tanti altri polacchi che in quel periodo facevano ritorno in patria. Giunse a Kujawy – una terra a lui sconosciuta, persone sconosciute, anche se consanguinee e fraterne, la lingua polacca che doveva perfezionare. La scuola. La maturità. Poi la tappa decisiva – inizio della carriera letteraria. Si iscrive alla Università Cattolica di Lublino, quindi gli studi interrotti, il trasferimento a Varsavia, le prime pubblicazioni. Riprende a studiare, si laurea in filologia romanza all’Università di Varsavia nel 1965. Comincia ad emergere da questo curriculum uno degli elementi fondamentali che caratterizzeranno la breve intensa vita del poeta, vale a dire il meccanismo della fuga incessante. La fuga da tutto ciò che – già conosciuto, ma non assorbito fino in fondo – si tramuta in lui in vincoli, nella routine, nella detestata Regola, in una prigione sotterranea, ciò che viene chiaramente espresso nel suo poema “La doppietta”, poema appunto della fuga, della caccia e della liberazione  (o anche di una particolare accettazione del mondo).

   Debuttò come poeta nel 1957. Negli anni 1962 e 1963 uscirono rispettivamente la raccolta di racconti ”Un giorno” e quella di poesie “Molto fuoco”. In entrambi questi lavori Stachura mira a superare i limiti fissati dalle convenzioni letterarie, a realizzare l’unità di scrittura e vita. In essa tratta questioni assai semplici, e per questo dimenticate o semplicemente non rilevate dagli altri nella vita quotidiana. E’ la scoperta della vita di tutti i giorni, di ogni suo istante, di ogni minimo frammento dell’esistenza. Ecco cosa scrisse Jarosław Iwaszkiewicz nella sua recensione al volume di racconti “Un giorno”, apparsa sul quotidiano della capitale “Życie Warszawy”: „…la raccolta ha suscitato in me entusiasmo ed emozione. E’ una prosa insolita, con una sintassi quasi elementare, il periodo limpido ha strane ripetizioni, la malinconia e il profondo intimo amore per la vita, la gioia per tutto ciò che essa arreca a questo cosiddetto vagabondo, la percezione del paesaggio polacco e della vita polacca di tutti i giorni, la nostalgia per l’amore e la fede nell’amore – tutto ciò è così giovane e pieno d’incanto…Chi può dire che non sia una bella prosa?”.

   Nel 1966 uscì il secondo volume di racconti “Ondeggiando al vento”, e nel 1968 i poemi “Mi accosto a te” e “Gozzovigli la locusta nel giardino”. Seguirono quindi i romanzi “Vistosità assoluta” e “Il canto della scure”. Quasi ogni opera di Stachura non è un piatto preparato e servito, ma è una sfida e al tempo stesso una testimonianza. Una sfida lanciata ai letterati che limitano il compito del poeta alla composizione di belle frasi. Ed è una testimonianza di lotta per conferire forza alla parola poetica. Altre opere di Stachura che meritano di essere menzionate sono: il romanzo “Missa pagana”, uscito nel 1978, e il dialogo filosofico-poetico “Fabula rasa”, uscito l’anno dopo. Nella sua produzione poetica rientrano anche le traduzioni, principalmente dal francese e di poeti latino-americani, e le canzoni. Quest’ultime nella vita di Sted svolgevano un grande ruolo. Erano come un ago della bilancia , una tappa intermedia che preludeva spesso alla successiva nascita dei suoi poemi più belli. Le canzoni di Edward Stachura – come del resto tutta la sua produzione letteraria – sono un riflesso della singolare personalità dell’autore. Anche qui appare nel ruolo di protagonista il poeta-giramondo, il girovago tra la gente e la natura, il seguace della bellezza della vita, ma anche l’attento osservatore dei suoi lati oscuri. Il mondo di queste canzoni non è il facile mondo della concordia e della gioia, del sentimento e dell’armonia interiore. Se in esse c’è l’amore – da qualche parte sono sempre in agguato su di esso l’abbandono, il rimpianto, l’insicurezza; dietro l’appagamento c’è l’insoddisfazione, dietro il chiarore ci sono le tenebre.

   Stachura era assai spontaneo nei suoi atteggiamenti. Era sensibile alle quesioni morali, ai valori supremi del Bene, della Bellezza e della Verità. Nei suoi scritti c’è solo quello che ha vissuto. Era nemico della menzogna, anche di quella letteraria. Dovunque apparisse – ricordano gli amici – egli portava quella freschezza e quel sorriso senza i quali non si può respirare normalmente, e che sono così rari nel mondo contemporaneo. Era diverso, esigente nei propri confronti e tollerante verso gli altri. Malgrado le apparenze era insolitamente delicato. Ha ingannato molti il suo abbigliamento da vagabondo-ribelle (jeans scoloriti, giaccone, la sciarpa attorno al collo e la chitarra in mano). Era uno di quelli che proclamano apertamente le proprie verità, procurandosi in tal modo molti seguaci, ma soprattutto molti nemici, che del resto hanno sempre circondato le persone geniali. Si opponeva a tutto ciò che è male, che è contro l’uomo. Dichiarava che la fonte di tutti i mali è la ricchezza. Intimamente non amava il denaro e se avesse potuto, ne avrebbe fatto volentieri a meno. Lo usava dunque in minime quantità, disprezzava i facili guadagni, non lo interessavano i suoi diritti d’autore. Se non giungevano i compensi che gli spettavano, accettava il primo lavoro che gli capitava. Il lavoro, e soprattutto il lavoro manuale, i contatti con la gente vera, i numerosi viaggi in Polonia e all’estero (fu tra l’altro in Siria, Libano, Norvegia, Francia, Messico e Stati Uniti) – tutto questo era la fonte d’informazione essenziale per le sue opere. Visse soltanto per la letteratura, che considerava una grande missione. Negli ultimi anni della sua vita aveva “abbagliamenti mistici”, e sempre più inesorabile lo attaccava la malattia mentale. Cominciò a donare le sue cose ai poveri e più volte pensò al suicidio.

   Stachura in Polonia è una leggenda. Gli sono stati intitolati concorsi letterari, incontri poetici e biblioteche pubbliche. Diversi suoi testi sono stati adattati per il teatro e le sue opere sono ripetutamente pubblicate, Nel 1982, a tre anni di distanza dalla morte, la prestigiosa casa editrice di Varsavia “Czytelnik” ha stampato la sua produzione letteraria in 5 volumi, che è diventata subito un bestseller.

   Ecco un brano tratto dai diari dello scrittore:

   “…Hai un cuore, dove c’è posto per qualcuno, quel qualcuno è in questo mondo, cercalo, cercatelo, scrivi un messaggio su un foglietto e domani, quando sarai sul treno, gettalo dal finestrino, ma cosa scrivere? – ciò che ti detta il cuore, niente di più:

                            Messaggio per qualcuno nel mondo

                         Se tu mi darai un po’ – io ti darò molto

                         Se tu mi darai molto – io ti darò molto di più

                         Se tu mi darai tutto – anch’io ti darò tutto

non c’è male, può andare, scrivi questo su un foglietto e domani gettalo dal finestrino del treno, gettalo pensando che deve arrivare a qualcuno, a quel qualcuno, e se deve andare distrutto, perché di certo sarà così, la pioggia, l’umidità del terreno, ecc. ecc., che almeno prima il vento lo trascriva nel cielo, questo messaggio del foglietto e che scorra col vento là, dove deve scorrere e arrivare scorrendo”.

 

Poesie e un racconto di Edward Stachura tradotti da Paolo Statuti

 

La nebbia s’è posata

La nebbia s’è posata e la città si risveglia

tonda fugge via la notte

qualcuno in silenzio qualcuno aspetta

le stelle sono a meno di un passo…

Un cane gironzola randagio nel campo

vola ai quattro venti la nostalgia

e la terra gira la sua incantevole gobba

gira, gira la ruota del destino…

Tu che piangi perché qualcuno possa ridere

basta così

scaccia i cupi pensieri, basta con le lacrime

lascia che tutto scompaia con la nebbia

perché un nuovo giorno è spuntato

un nuovo giorno…

Dal sonno soffocante la città riemerge

laggiù il sole sorge

un tram alla fermata è sbacciato come una rosa

fuggono le ombre nei portoni

tirano i carretti i lattai

sui tetti si alza la nebbia di sogni delle ragazzine

e la terra gira la sua incantevole gobba

gira, gira la ruota del destino…

Tu che piangi perché qualcuno possa ridere

basta così

scaccia i cupi pensieri

abbandona lo sguardo smarrito

che tutto questo sparisca con la notte

perché un nuovo giorno spunta,

perché un nuovo giorno spunta

un nuovo giorno…

 

 

La Bianca Locomotiva

Andava per i prati neri

Andava per il bosco arso

Superava le ceneri dei portoni

Scorreva sul ricordo delle città

La Bianca Locomotiva

Com’è giunta nel paese della morte

Spettro vivente vero prodigio

Qui tra vuoti futili versi

Qui dove c’è solo polvere nera

La Bianca Locomotiva

Oh di chi oh di chi è

Un così bel generoso gesto

Chi me l’ha mandata qui

Per fuggire da qui

Con la Bianca Locomotiva

Oh chi chi può essere

Senza di me chi non sa vivere

E di risuscitare m’implora

Di svegliarmi al caro richiamo

Della Bianca Locomotiva

Andiamo per i prati neri

Andiamo per il bosco arso

Superiamo le ceneri dei portoni

Scorriamo sui ricordi delle città

Con la Bianca Locomotiva

Dove frusciano le api i gorghi il fiume

Dov’è il sole e l’ombra degli alberi

Da quella che nella vita mi aspetta

Alla vita riportami riportami

O Bianca Locomotiva

 

*  *  *

Ho appena trascorso la notte e nessuno mi accoglie

nessuno nessuno mi dice – salve

rimani a colazione e a cena

e che il sonno ti possieda tra questo e quello

Ho appena trascorso la notte  e nessuno mi accoglie

e ho lavorato sodo a cercare

a ricercare queste porte immortali

in cerca di queste porte perdute

Ho appena trascorso la notte e nessuno mi chiede

nessuno nessuno mi chiede – come sei passato

come anche tu sei passato tra il nero fogliame

Ho trascorso la notte dico e sono stanco

non mi ha visitato il fauno né l’angelo custode

e nemmeno la più piccola lucciola

 

Ite Missa Est (Canto per l’uscita)

 

Va’ o uomo, va’, spargi la voce

Tutti voi chiunque siate andate

Sia di colore, sia bianchi e neri

Andate specie voi, o tapinelli

attraverso gli aperti cancelli

 

Per tutti c’è posto sufficiente

Sotto la grande volta celeste

 

Spargetevi per le strade

Per i prati, per le vaste pianure

Per campi, praterie e pasture

Sotto le nubi o sotto il sole

 

Spargetevi nei bassipiani

Spargetevi negli altipiani

Dovunque voi vorrete

Sotto le nubi o sotto il sole

 

Per tutti c’è posto sufficiente

Sotto la grande volta stellata

Sulla terra che né tu né io

Muteremo in melma insanguinata.

 

Questo racconto di Edward Stachura è inserito nella mia antologia di racconti polacchi “Viaggio sulla cima della notte”, pubblicata nel 1988 da Editori Riuniti.

 

Vegliate su di me, amate aurore

 

– E’ lei?

   – Sono io, signora.

   – Accenda pure la luce, tanto non dormo.

   – No, non occorre. Vado in cucina.

   – Oh, Gesù, ha di nuovo i lividi, per questo non vuole accendere la luce.

   – No, non voglio accendere la luce, perché i suoi occhi riposino al buio. Anche se non dorme. Così ho pensato oggi. E non ho i lividi. Vado in cucina per starmene un po’ seduto e mangiare qualcosa.

   – Sulla stufa c’è la minestra, se la riscaldi. Sul fornello, perché la stufa deve essersi spenta da un pezzo.

   – Va bene, grazie. A proposito. I soldi li avrò la settimana prossima. Quindi questa settimana non potrò ancora pagare.

   – Peccato.

   – Perché?

   – Beh, perché anch’io prenderò la pensione la settimana prossima, e non è rimasto molto. Non so se ce la faremo.

   – Non lo sapevo. Domani cercherò di portare qualcosa. Buonanotte, signora.

   – Davvero non ha i lividi, non è per questo che non vuole accendere la luce?

   – No, sul serio. Buonanotte.

   – Non attacchi briga con quella banda dell’altro quartiere. Sono giovani delinquenti e sono capaci di tutto.

   – Certamente.

   – La prego. E non resti in cucina a lungo. Lei dorme così poco. Io sono io. Non ci riesco. Ma lei dovrebbe dormire almeno otto ore al giorno.

   – Certamente.

   – Ecco, vede. Mi dà ragione ma continua a fare di testa sua. Buonanotte.

   – Buonanotte, signora. La stimo molto.

   Me ne andai in cucina e accesi la luce. Misi la minestra sul fornello, attaccai la spina e mi sedetti sullo sgabello. Silenzio. L’intero palazzo dormiva già. Erano quasi le undici e mezza. Tutti già dormivano profondamente. Sui tetti si levavano i sogni. C’era un silenzio meraviglioso. La sveglia ticchettava. Nel pentolino la minestra cominciava a sfrigolare e ad odorare. Mescolai, perché non si attaccasse. Tagliai un po’ di pane, aspettai ancora un po’ per la minestra, quindi posai il pentolino sul tavolo e misi sul fornello l’acqua per il tè.

   Avevo fame. Tornavo da una ronda. Per alcune ore avevo girato e rigirato attorno al punto dove sabato mi avevano pestato quei quattro coi capelli piatti. Per quale motivo, non vale neanche la pena di parlarne. Per niente. Per l’innocenza, come si dice. La sera era vicina, cioè il tardo pomeriggio stava entrando nella sera. Del resto non è importante. Mi hanno pestato tranquillamente su una grande strada, sotto gli occhi di tutti. Nessuno ha mosso un dito. Non ci ho fatto caso. Non so, forse a più di uno sono tremate le mani o un misero rimasuglio di coscienza, forse più di uno ha inghiottito perfino la saliva, per intervenire. Non ci ho fatto caso. Ha vinto la saggezza delle saggezze, l’antica regola infallibile e ben sperimentata, che è meglio non intromettersi. Molto meglio. Forse una moglie tratteneva addirittura il marito per la manica, sussurrando una candida norma di vita: lascia perdere, resta qui, verrà la polizia, ti prenderanno, ti registreranno e ti faranno testimoniare in questura oppure in tribunale, e poi quelli possono vendicarsi, ricordati che hai me e i bambini. Così è stato, oppure non mi sbaglio di molto. Proprio così, mi hanno tranquillamente pestato sulla strada, sotto gli occhi di tutti. Poi se ne sono andati e io mi sono alzato, mi sono tirato su lentamente ed era come se mi tisassi su non dalla terra, ma dall’acqua. Mi sono fatto forza e sono arrivato pian piano alla fontana sulla piazza, dove mi sono lavato con un fazzoletto, che ha cambiato completamente colore. Ero tranquillo come di rado. Una strana calma mi aveva preso, come un lusso. Non so, ma anziché sentirmi peggio, mi sentivo meglio. Mi sentivo bene. Non pensavo ancora alla vendetta , non pensavo a niente. Non mi doleva nulla e non pensavo che domani tutto avrebbe cominciato a dolermi: la testa, le ossa, sarebbero saltati fuori i lividi e nuove macchie scure mi avrebbero turbato la mente. Non pensavo a questo, né alla vendetta, non pensavo a niente. Una certa calma si era impadronita di me ed era come se avessi dimenticato di vivere. Era sabato. Mi sentii così bene abbastanza a lungo. Qualche buona ora estratta dalla corrente. Poi tornai alla pensione e soltanto allora mi ribollì il sangue. Ma era già domenica.

   Oggi è la mezzanotte dal mercoledì al giovedì e sto finendo di mangiare. Ho pulito il piatto con il pane e l’ho messo nel lavandino. Mi sono riseduto sullo sgabello, ho tirato fuori una sigaretta e l’ho accesa lentamente. Ancora mi dolgono le dita della mano  destra, la spalla destra e la schiena. Ma, lentamente, torniamo alle origini. C’è un silenzio meraviglioso. La sveglia ticchetta, come se misurasse non il tempo, ma il silenzio. Per il momento sono libero dal tempo. Per il momento il tempo non m’interessa. M’interessa quella faccia che oggi finalmente ho visto, dopo una giornata di appostamenti e a una certa ora, ma dico tanto per dire, perché per il momento per me il tempo non conta e non conterà finché non avrò sistemato ciò che devo sistemare. Oggi finalmente l’ho visto. Lui. Il primo a gettarmi sull’erba. Erano in due. Non so se anche l’altro mi ha preso a calci. Se era uno di quelli. Hanno camminato un po’ insieme, poi si sono salutati e divisi. Ho seguito il mio uomo. E ho scoperto dove abita, fratello.

   Adesso so ciò che per il momento deve bastarmi, posso quindi fumare tranquillamente, bere il tè e pensare a tutt’altra cosa. A tutta un’altra cosa. Al fatto che ancora non sono sconfitto. Non mi riferisco alla circostanza che mi hanno percosso, che sabato mi hanno pestato e che la settimana prossima, forse anche di sabato, appena arriveranno i soldi e avrò pagato il conto per il vitto e l’alloggio, salderò, pagherò anche l’altro debito: percosso e pestato sarà un altro. Non mi riferisco a questo, benché così possa sembrare. E’ solo apparenza. Ciò che penso adesso, fumando la sigaretta, bevendo lentamente il tè, è una cosa completamente diversa. Posso essere pestato ancora dieci volte e posso riuscire a vendicarmi solo una volta o nemmeno una, e lo stesso dirò che ancora non sono sconfitto, perché non si tratterà di questo. Non di tali percosse. Non di tale lotta. E nemmeno di quella in cui cado e sento l’organo sonare. Perché qui non si tratta nemmeno della morte, – come ti amo, vita mia, – ma proprio della vita, di questo passaggio verso.

   Di questo voglio parlare adesso. E’ un racconto del tutto nuovo.

   Ancora non sono sconfitto. Ancora no, dico. Ancora a lungo no, e poi neanche per sogno. Non ho un cattivo presentimento. Non mi zufolano le orecchie. Finché sarò quello che sono, non sarò sconfitto. Sarò indistruttibile. Lo so. Forse vedrò e udrò ancora molto, forse imparerò ancora parecchio, forse molte cose cambieranno, forse cambierò il mio vestito preferito, forse cambierò parere su due o tre cose, forse cambierò perfino il mio giudizio definitivo su una sola cosa. Tutto questo è possibile, non sono un fanatico, non sono di scorza dura, la mie visioni sono smisurate in tre direzioni, forse mi aspetta il fondo, o forse mi si apriranno davanti grandi spazi e altezze addirittura inimmaginabili, tre direzioni. Non dico di no, tutto questo è possibile, non so cosa mi aspetta, cosa mi accadrà, mi può accadere di tutto, ma sarò sempre e continuamente così come sono.

   Fumo e bevo lentamente il tè. C’è un silenzio meraviglioso. Mi è difficile dire come sono. E come sarò sempre e continuamente. Sarebbe difficile con due parole. Ma anche soltanto con due parole sarebbe possibile. Sarebbe la cosa più facile. Perché quante più parole usassi, tanto peggio sarebbe, tanto più sarebbe impossibile, benché sembri il contrario. Ma così sembra soltanto. E’ solo apparenza con la lingua di fuori. A lungo, ad esempio, ho pensato che quante più ore, giorni, settimane, mesi e anni avrò alle spalle, tanto più saprò e tutto dovrà rischiararsi. A lungo ho pensato così, a lungo mi sono detto che più fossi andato avanti, più cose avrei saputo e tutto si sarebbe schiarito. Perché sembrava come se dovesse essere così. Ma è solo apparenza, con la lingua beffardamente di fuori.

   Perché in realtà non è così. Niente affatto. Mi si è schiarito ben poco con gli anni e ben poso continua a schiarirmisi. Quante nuove macchie scure appaiono. Vegliate su di me, amate aurore, luminosi mattini. Appena capisco una cosa dopo profondo racoglimento, lungo tempo e scorrere di acque, appena capisco una cosa, al suo posto saltano subito fuori dieci nuove macchie scure, dieci ombre si posano subito su chi se n’è liberato. Vegliate su di me, amate aurore, perché sguazzo nell’oscurità che infittisce.

   Ma sempre sarò così come sono. E ripeto che mi è difficile dire come sono. E sarò. Con due parole è difficile, e con molte parole è ancora peggio, perché ad ogni parola si aprirebbero nuovi canali e labirinti  e non finirei mai. Ne uscirebbe fuori un moto perpetuo. Ciò che appunto adesso mi sta succedendo. Una spirale interminabile. Un labirinto.

   Mi si chiarisce ben poco col passare dei giorni, delle settimane, dei mesi e degli anni. Da una parte sono un po’ più saggio, dall’altra sono sempre più stupido, perché vedo che ciò che ho capito dopo profondo raccoglimento e molte perdite non è altro che una piuma fluttuante in confronto a ciò che è e gira. Ben poco mi si schiarisce con l’andare del tempo, parlo, e ho davanti agli occhi cerchi sempre più grandi. Spalanco sempre di più gli occhi, ma non posso abbracciarli.

   Tre domande come esempio. Tre normali semplici domande. Ad esempio, cos’è la musica? Cos’è questa musica? Cos’è che suona? Non chi suona e cosa suona: l’arpa, il violino, la tromba, il tamburo. Non si tratta di questo, soltanto cos’è che suona, che ora vola in alto, ora in basso, ora tutto si sparge, striscia l’intera struttura e di colpo tutto si solleva, il vento, le foglie tornano sugli alberi, i portoni si sollevano, gli archi, le braccia da sole si slanciano in alto, un pianto di gioia scuote le fondamenta. Oh!

   E chi sono quelli che la mattina s’incontrano alla stazione davanti a una birra e ci salutano: «Ciao, Mundek. Dove sei stato tutta la notte?» Dunque chi sono costoro? Dove girano di notte? Dove siete stati tutta la notte?

   E che cos’è, cos’è la forza di un uomo debole?

   Erano tre domande. Soltanto, appena, unicamente tre domande fatte di numeri infiniti. E semplici. O piuttosto, molto semplici. Non ricercate. Non di quelle terribili. Di quelle che penetrano in profondità e rodono il cervello.

   Si sa ben poco. Io so ben poco. E tuttavia penso che altri sappiano ancora di meno. E penso come si possa parlare così come alcuni parlano, quelli che sanno tutto, che hanno una risposta per tutto e che volta per volta generalizzano, tranquillamente, con disinvoltura, per decorazione. Io ascolto. Io ascolto e dubito, anche se sono giovane. Ma io penso che un giovane non ha troppe risposte e che non si può, non è possibile generalizzare volta per volta, perché io penso che la generalizzazione è qualcosa di più della verità, è un’intera catena, e che si può generalizzare una volta sola nella vita, sul letto di morte, ma anche allora è meglio di no.

   Si sa ben poco. Io so ben poco in questa prima ora dopo mezzanotte. Ma so che bisogna imparare, e so che devo essere così come sono. Altrimenti sarò sconfitto. Altrimenti soccomberò. Per me la vita soccomberà. E, lo ripeto, mi è difficile dire come sono. E come devo essere. Con due parole è difficile, e con più parole: è una spirale senza fine.

   E’ passata l’una, cominciano le due. Dovrei andarmene a letto, perché domattina devo cercare di guadagnare qualcosa. Penso che andrò alla torbiera fuori città. Ho visto là i carrettieri che trasportano la torba al vivaio comunale, che poi la sparge sui prati dove il terreno è magro o c’è soltanto sabbia e l’erba non vuol saperne di crescere. Quindi vi si butta sopra un bel po’ di torba e soltanto dopo seminano l’erba. Andrò là. Vi ho conosciuto un vecchio. Gli caricherò il carro e lui dovrà andare soltanto avanti e indietro. Farà sei o sette viaggi. A trenta zloty a corsa, perché è un lavoro a cottimo: in sette ore circa riceve da centottanta a duecentodieci. Se io gli carico il carro, può fare due viaggi extra. Quindi guadagnerà di più, anche togliendo un po’ di zloty per me. E poi non carica lui, anche se la torba non è come il carbone, comunque sia. Recentemente si è lamentato con me, dicendo che a tenere il cavallo in città ci si rimette, non conviene. E’ finita un’era. Si guadagnano duecento zloty al giorno, di cui quasi cento se ne vanno per il cavallo, per tenerlo in forma. La biada: quattrocento zloty al metro. La paglia: centottanta al metro. Il fieno: due zloty al chilo. Non c’è più niente a buon mercato. In campagna è tutta un’altra cosa. In campagna adesso, in genere, si arricchiscono tutti. Adesso sono dei signori. E senza cavalli. Fanno tutto le macchine. In campagna adesso la gente è come se vincesse al lotto.

   L’una e mezza. Dovrei andarmene a letto. Ma è un peccato. E’ un peccato andarsene così, in quello straccio di letto, sotto l’imbottita e sprofondare in un sonno selvaggio, morire per qualche ora, lasciare il nuovo giorno già iniziato, mentre prima di mezzanotte è un peccato lasciare il giorno non ancora finito. E’ un peccato, dico, morire per alcune ore, lasciare tutto questo privo di me, questa vita verso l’alto e verso il basso spaventosa, stupenda, questo mondo bianco e nero. E’ un peccato, dico.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

Miron Bialoszewski

28 Giu


Miron Bialoszewski


   Poeta, prosatore e drammaturgo, una delle figure più rappresentative della letteratura polacca del XX secolo. Nacque a Varsavia il 30 giugno 1922. Durante la guerra studiò filologia polacca presso l’Università clandestina di Varsavia. Debuttò nel 1956 all’età di 34 anni con la raccolta di poesie “Obroty rzeczy” (Circolazione delle cose), curata dal noto critico Artur Sandauer. Fu subito accolta come una delle opere più importanti in quegli anni di svolta politica e letteraria. Essa rivelò infatti un poeta maturo e originale, affascinato dalla vita corrente, dal grigiore quotidiano, dalle semplici consuete cose. E’ l’opera più significativa di Miron Białoszewski, assieme a “Mylne wzruszenia” (Ingannevoli emozioni) e al “Diario dell’Insurrezione di Varsavia” (1970), scritto in prosa dove, 23 anni dopo quello storico e drammatico evento, egli descrive la sua esperienza di insorto.

   Un avvenimento importante nella vita del poeta fu la creazione nel 1955 del teatro sperimentale “Teatr na Tarczyńskiej, con Ludwik Hering e Ludmiła Murawska, dove egli rappresentava i suoi testi teatrali e si esibiva anche come attore. Questo teatro cambiò poi il suo nome in “Teatro a sé stante” e operò fino al 1963.

   Insieme con Tymoteusz Karpowicz (1921-2005), Zbigniew Bieńkowski (1913-1994) e Witold Wirpsza (1918-1985), Białoszewski è considerato il creatore della cosiddetta “poesia linguistica”, nella quale la lingua agisce come strumento di comunicazione ad ogni livello, allo scopo di attirare l’attenzione del lettore sulla pluralità del senso delle parole e sulla loro  combinazione, creando nuovi sorprendenti significati.

   Lo attiravano fenomeni quali il linguaggio deviato, alterato dall’errore, la chiacchiera balbettante, i lapsus, le coincidenze linguistiche accidentali, l’inerzia e l’automatismo. Si richiamava alla lingua parlata, corrente e infantile, verificando incessantemente i limiti del sistema linguistico. I giochi di parole nella sua creazione non sono fine a se stessi, ma rappresentano sempre la ricerca di un modo di descrivere appropriatamente la realtà.

   La sua poesia suscitava stupore. Alcuni lo ammiravano, altri lo criticavano. Figura controversa ed eccentrica, viveva “di tè e pasticche”, nichilista, sregolato, satanista della lingua, tossicomane che per scrivere aveva bisogno di stupefacenti – ecco alcuni degli epiteti usati nei suoi confronti. Il suo linguaggio è semplice, quasi di strada. Le finestre dell’appartamento sono coperte da un panno nero, per non far filtrare la luce del giorno. Non c’è il frigorifero, né la lavatrice, né il telefono, solo le cose più necessarie: un tavolo, una sedia, un armadio, il letto e un giradischi. Adorava la musica ed essa gli fu compagna per tutta la vita. Socievole, ma anche capace di scomparire senza traccia per settimane intere, per poi bussare inaspettatamente alla porta di un amico nel cuore della notte. Artista scomodo che non si adattava ai canoni. Aveva le sue idee sulla letteratura, che coerentemente realizzava. Non si curava dei soldi, anche se a volte gli bastavano appena per un piatto di riso e un bicchiere di latte. Diceva che quello era il prezzo della libertà. Non permetteva a nessuno di leggere le sue annotazioni intime. Soltanto oggi, dopo quasi 30 anni dalla sua morte, è stato pubblicato il suo “Diario segreto” – uno specchio fedele e suggestivo del poeta che con la sua creazione superò la sua epoca di alcune decine di anni.

   Morì d’infarto a Varsavia il 17 giugno 1983.

 

 

 

5 poesie di Miron Białoszewski tradotte da Paolo Statuti

 

Autoritratto sentito

Mi guardano,

dunque forse ho un volto.

Dei volti conosciuti

meno di tutti ricordo il proprio.

Spesso le mie mani

vivono completamente a parte.

Meglio allora non includerle in me stesso?

–  –  –

Dove sono i miei confini?

–  –  –

Eppure sono ricoperto

di movimento o di semivita.

Sempre però

striscia in me

piena o anche non piena,

ma pur sempre l’esistenza.

Porto in me stesso

un qualche mio proprio

posto.

Quando lo perderò,

significherà che non ci sono.

–  –  –

Non ci sono,

dunque non dubito.

 

 

Bussato con un dito

Sul fondo delle pentole

scorrazzano

i ramarri delle vecchie mani.

I cornicioni degli chignon

sotto i cornicioni degli armadi.

I boccioni delle finestre

turati coi tappi dei volti.

Le pietre

guardano

porosamente

dalle diverse rughe

sopra al mento violaceo.

Nella terra –

l’ammonite delle bare.

           –   –

Le rose dei flussi sanguigni

s’inerpicano per le scale

fino al tetto

sulle antenne del gotico.

Le mosche

attorno ai fondali delle lampade

e quelli che verso l’orizzonte

si allontanano

e autunneggiano

nei rametti d’un bozzetto.

 

 

 

 

Studio della chiave

La chiave

ha

l’odore dell’acqua chiodosa

il gusto dell’elettricità

e come frutto

   essa è acerba

   non matura

   essendo in sé tutta

   nocciolo.

 

Ragionamento dell’io sono

sono me stesso

sono stupido

che devo fare

e che devo fare

come posso sapere

e che so forse

cosa sono

so che sono

come sono

ma forse soltanto perché so

che ognuno per se stesso è il più importante

perché anche se non accetta se stesso

lo stesso è come è

 

 

 

 

 

   E’ fatta

   guardo Janek col tubo dell’ossigeno

si addormenta

   che sarà?

   ancora ancora

   penso

   quando sarà

   arrivo

   guardo col tubo dell’ossigeno

si addormenta

   quando sarà

   ancora ancora

   vado via per un attimo

   tornerò ancora

   chiedo al telefono

   – come va Janek?

è fatta

 

(C) by Paolo Statuti

Ewa Lipska

25 Giu

Ewa Lipska


 

   Poetessa e pubblicista, è nata a Cracovia il 10 ottobre 1945. Nella stessa città si è diplomata presso l’Accademia di Belle Arti. Dal 1970 al 1980 responsabile del settore poesia della casa editrice Wydawnictwo Literackie. Dal 1995 al 1997 direttrice dell’Istituto Polacco di Vienna. Cofondatrice e redattrice di diverse riviste letterarie, tra cui il mensile “Pismo”. Vicepresidente del PEN Club polacco. Ha ricevuto diversi importanti premi per la sua creazione letteraria. Le sue poesie sono state tradotte in molte lingue. Autrice di numerose raccolte poetiche, tra le ultime: “Ja” (Io, 2004), “Pogłos” (Rimbombo, 2010), per la quale ha ricevuto il premio “Gdynia”, e “Droga pani Schubert…” (Cara signora Schubert…, 2012).

   Per il suo anno di nascita e per quello del debutto, avvenuto nel 1967 con il volume “Wiersze” (Poesie), Ewa Lipska appartiene al gruppo di poeti della “Nowa Fala”, in polacco “nuova ondata” o “nouvelle vague”, o detta anche “generazione ‘68”, vale a dire gli autori nati intorno alla metà degli anni ’40, come: Stanisław Barańczak, Adam Zagajewski, Ryszard Krynicki, Julian Kornhauser e Krzysztof Karasek (nato nel 1937).

   La poetessa tuttavia rifiuta ogni appartenenza a qualsivoglia gruppo  e da anni manifesta coerentemente la propria individualità creativa, sempre peculiare, come peculiari ed espressivi sono la sua dizione poetica, le metafore, la densità di significato, il paradosso. Qualcuno a tale proposito ha detto che la creazione di Ewa Lipska è nella poesia polacca contemporanea, quello che l’ablativo assoluto è nella sintassi latina, cioè un sintagma a sé stante.

   La sua poesia si concentra sui sentimenti della sofferenza e della paura, sulla fragilità dell’esistenza condannata a morire. Piotr Matywiecki, poeta, critico letterario e saggista scrive: “La poesia di Ewa Lipska si distingue per la sua immaginazione insolitamente vivace. Con sorprendente disinvoltura nel suo mondo si può paragonare una classe scolastica alla storia dell’umanità, il traffico stradale al moto della mente, una malattia a un avvenimento pubblico. (Questo è anche il “metodo” poetico della Szymborska). Si avrebbe voglia di dire la Lipska è una poetessa sociale nel senso che non c’è per lei niente di intimo che non sia al tempo stesso quotidiano, formulabile sociologicamente”.

   Di Ewa Lipska, che è indubbiamente una delle più importanti poetesse polacche contemporanee, vogliate ora leggere alcune sue poesie nella mia versione.

Ewa Lipska tradotta da Paolo Statuti

 

L’esame

L’esame per il posto di re

andò a meraviglia.

Si presentarono alcuni re

e un apprendista re.

Fu scelto re un certo re

che doveva essere re.

Ottenne punti extra per le origini

l’educazione spartana

e per il sorriso

che prese tutti alla gola.

In storia rivelò

notevoli capacità di sorvolare.

La lingua obbligatoria

risultò la sua madrelingua.

Quando toccò il tema dell’arte

avvinse il cuore della commissione.

Uno dei membri della commissione

avvinse un po’ troppo forte.

quello era davvero un re.

Il presidente della commissione

corse a chiamare il popolo

per consegnarlo solennemente

al re.

Il popolo

era rilegato

in pelle.

 

A due voci

– Non sarò più tua moglie.

– Non sarò più tuo marito.

– I bambini non capiranno cos’è accaduto.

– Bisogna mandarli al cinema.

– I segugi dei miei pensieri hanno fiutato

la separazione.

– Una grossa cicatrice dopo questo amore

resterà.

– Lo seppelliremo visto che è giunto

così insensato.

– Le sentinelle dei ricordi metteremo

 presso la bara.

– Quanto si può tenere un cadavere

in casa?

– Quanto si può tenere un cadavere

nel cuore?

– Faremo brevi discorsi.

– Gli augureremo ogni bene.

– Affinché non ritorni.

– Forse ancora una volta…

– Non ci troverà in casa. Andiamo in tintoria.

– Troppo incauti siamo stati con noi stessi.

Prima dell’alluvione fuggivamo verso il fiume.

– Prima della siccità fuggivamo verso il sole.

Eternamente stanchi abusavamo della farmacia.

– Coprivamo le orecchie quando l’orologio ci minacciava

sonando l’allarme sonando l’allarme.

– Ci separavamo per ulteriori incontri

su una funivia. Fissando il baratro

sceglievamo l’amore che ci occorreva.

– Eravamo atterriti dalla profondità del destino.

– Soli come il deserto che non spera più nel cielo.

– E soltanto del nostro amore ancora

la camicetta di seta. Del nostro amore

il pettine.

– E le labbra

che impediscono l’accesso alla parola.

– La sera fa già fresco.

Prendiamo i cappotti dei bambini.

– E andiamogli incontro.

Il cinema è lontano.

 

Il giorno dei Vivi

Nel giorno dei Vivi

i morti giungono alle loro tombe

– accendono le luci al neon

e piantano i crisantemi delle antenne

sui tetti dei multipiani sepolcri

a riscaldamento centralizzato.

Poi

scendono con gli ascensori

verso il quotidiano lavoro:

la morte.

 

Mia sorella

Mia sorella ancora non sa

che il mondo è condannato all’atlante.

E l’atlante è un enorme piatto eternamente affamato.

E’ un giornale di paesi-modelli ritagliati. A volte fuori moda.

Che all’improvviso tutto è chiaro quando si esce dal cinema.

Che le idee aderiscono perfettamente ai manichini.

Che non c’è morte che serva di esempio.

Che la morte è soltanto di natura.

Che volendo guardare il cielo bisogna

portarlo prima alla censura.

Che il più alto sapere è nella biblioteca dello spazio.

Che l’amore è amore. E l’amore è un giardino.

Che in questo giardino bisogna sfuggire l’autunno.

Che in un giardino non si può sfuggire l’autunno.

Che nessuno impedirà più la divisione delle cellule.

Che la vita è finita quando comincia.

Che Isolda è vecchia. Soffre di reumatismi.

Che la storia è una grande pattumiera.

Serve a far sparire le date e a spaventare i bambini.

Che quando la notte per un attimo gli occhi ci adombra

si risvegliano in noi gli uccelli gridando: Terra! Terra!

E allora scopriamo un nuovo continente: l’Uomo

che sulle palpebre la calda mano ci posa…

Ma mia sorella sa già

Che A come Ada.

 

*  *  *

Non mi ha salvata l’alluvione

benché giacessi già sul fondo.

Non mi ha salvata l‘incendio

benché bruciassi per molti anni.

Non mi hanno salvata le disgrazie

benché mi investissero treni e automobili.

Non mi hanno salvata gli aerei

che sono esplosi con me nell’aria.

Si sono abbattute su di me

le mura di grandi città.

Non mi hanno salvata i funghi velenosi

né i precisi tiri dei plotoni d’esecuzione.

Non mi ha salvata la fine del mondo

perché non ne ha avuto il tempo.

Nulla mi ha salvata.

VIVO.

 

Certificato di garanzia

La nostra macchina da matrimonio

si è inceppata all’improvviso.

E benché continuiamo

a pelare i pomodori

a tagliare sottilmente l’aglio

a infarcire la serata

di parole sul sesso

e a mangiare ricordo

dopo ricordo

cerchiamo nervosamente

il certificato di garanzia

che mantiene la parola.

 

 

 

Nessuno

Sono d’accordo su questo paesaggio

che non esiste.

Mio padre regge nella mano il violino.

I bambini leccano il suono.

La corrente d’aria

investe i petali delle rose.

Poi la guerra. Ci perdiamo di vista.

A frasi intere si celano le parole.

La stanza vuota

parcheggiata nell’oscurità

dell’edificio.

Prego lasciare un biglietto

dice nessuno.

 

Natura morta

La natura morta comincia a guastarsi.

Arrugginiscono le viti dei giaggioli. Dalla frutta

di Chardin Courbet Cézanne

si leva un odore nauseante.

La tela perde la vista.

Nel bicchiere una pietra di vino.

Insopportabile il nero.

Profetiche visioni

dei dittatori della moda:

si approssima l’epoca dei lampi.

Piante terrestri anfibi e mammiferi

soffierà via il corno.

Il tempo accadrà sempre più raramente.

Sarà sempre più breve. Sempre di meno.

Dunque togli dalla borsetta il nostro amore.

E affrettati. Un brandello di oltremare

annuncia che faremo in tempo a ridere.

 

Amore

L’amore è un indovino.

Prevede se stesso te e me.

E’ del popolo eletto

e usa una lingua

ad alta tensione.

Nella Biblioteca Nazionale

macchia perfino

i libri poco letti.

In una valanga di cori

scopre un’eco

di euforia e di morte.

E quando ti raggiungerà

cerca di essere in casa.

O qualcosa del genere.

Pur di incontrarvi.

 

 

Sogno

Il sogno mi dava quindici possibilità.

Tre vie d’uscita da una situazione alquanto difficile.

In una di esse bisognava usare la chiave

che tenevo in mano.

Nel sogno proiettavano un film sulla fine del mondo.

Nessuno dei presenti in sala ha chiesto: e dopo?

Le poesie scritte nel sogno erano molto buone.

Quelle non scritte affatto – non erano peggiori.

Il tempo era come doveva essere.

Bisognava con tutto questo andare verso la veglia.

Mi ha sorpassata un gruppo di atleti

che correvano oltre il tempo.

Una vecchietta ha preso un sonnifero

ed è tornata indietro.

La veglia è sopraggiunta inattesa.

Le ho comunicato soltanto il dolore alla testa

posata male sul bianco cuscino.

Forse

Forse ancora mi resterà

sbiadita come inutile verso

una fotografia. L’ultima separazione

il cielo con la pioggia svolgerà su tamburi.

E il giorno verrà il giorno verrà il giorno verrà

nel tuo grigio stinto vestito

nella fotografia così piccola così concisa

che è possibile stringere in una mano.

E più non so più non so più non so

se tu eri o sei o sarai

forse guardi e di rimpianto è il grigiore

forse soltanto con noncuranza gioisci

forse pensi che la vecchiaia già vecchiaia

adesso da me con impeto si affretti.

Tu ti sei fermata e aspetti. Io sono in cammino.

Tu negli occhi aperti ti sei fermata.

Ed io guardare non posso non posso.

Perciò guardo mortalmente ostinata.

 Vetri

Che pena guardare quei vetri oblunghi.

Donne assonnate si tolgono il trucco dal volto.

E accanto cupi passano i viaggiatori.

Dietro di loro c‘è il paesaggio. La truppa marcia.

Nel paesaggio ci sono i tavoli. Sui tavoli c’è il vino.

A un tavolo una ragazza. Nella ragazza c’è il sorriso.

E nel sorriso c’è la tristezza. E tutto è come al cinema

in quei vetri oblunghi. Nella ragazza c’è il sorriso.

 

Fa pena guardare. Donne assonnate.

Nelle donne c’è l’amore. Nell’amore c’è la fine.

E poi ci sono solo vetri oblunghi

e la tristezza. Viaggiatori. Nell’amore c’è la fine.

 

Nei viaggiatori c’è il treno. Battono in essi le ruote.

E nelle ruote c’è l’eternità. Nell’eternità c’è la paura.

E nella paura c’è il silenzio. E nel silenzio il più silenzioso.

Nei viaggiatori c’è il treno. E il continuo gioco delle ruote.

 

Che pena guardare. La truppa marcia.

Nel soldato c’è la pallottola. E nella pallottola c’è la morte.

E nella morte c’è tutto e nulla c’è nella morte.

E nel sorriso c’è la tristezza. Nell’amore c’è la fine.

 

A un tavolo una ragazza. Nella ragazza c’è il cuore.

E nel cuore c’è un soltato. Nel soldato c’è la pallottola.

E piange la ragazza. Passano i viaggiatori.

La fresca notte si specchia nei vetri oblunghi.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

Kazimierz Wierzynski

14 Apr

Prosatore, saggista e soprattutto uno dei maggiori poeti polacchi del

XX secolo

   Nacque a Drohobycz, nella ex Galizia appartenente all’Austria, il 27 agosto 1894, vale a dire due anni dopo e nella stessa città dove nacque e morì Bruno Schulz, l’autore delle note raccolte di racconti e saggi Le botteghe color cannella e Il sanatorio all’insegna della clessidra.

   Negli anni 1910-1912 fece parte di una organizzazione patriottica clandestina della gioventù ginnasiale polacca e nel 1912 si iscrisse alla facoltà di filosofia dell’Università Jaghellonica di Cracovia. Dal 1913 al 1914 studiò slavistica e letteratura tedesca all’Università di Vienna. Partecipò alla prima guerra mondiale e trascorse due anni e mezzo in un campo di prigionia a Riazań, dove imparò la lingua russa. Il 6 dicembre 1919 a Varsavia si svolse una serata letteraria nel corso della quale venne proclamata la nascita del gruppo poetico Skamander. Oltre a Wierzyński ne entrarono a far parte: Julian Tuwim, Antoni Słonimski, Jarosław Iwaszkiewicz e Jan Lechoń. Egli fu uno dei pilastri di questo gruppo, che esercitò un’influenza determinante su tutta la poesia polacca contemporanea, e che postulava, tra l’altro, la semplificazione del linguaggio poetico: “non vogliamo grandi parole, ma vogliamo una grande poesia; allora ogni parola diventerà grande”.

   Nel 1923 il poeta sposò l’attrice Bronisława Koyałłowicz. Negli anni 1924-1926 i Wierzyński visitarono più volte l’Italia e soprattutto Roma, dove viveva la sorella della moglie del poeta. Nel 1933 si separò dalla moglie e l’anno dopo effettuò un viaggio in Germania, registrando le sue impressioni in una serie di reportage pubblicate sulla Gazeta Polska.

   Nel 1938 entrò a far parte dell’Accademia Polacca della Letteratura, al posto del defunto poeta Bolesław Leśmian. Nel dicembre dello stesso anno sposò Halina Sztompkowa, che gli sarà compagna premurosa e fedele fino alla morte. Nel mese di settembre del 1939 i coniugi Wierzyński lasciarono la Polonia e si stabilirono a Parigi. Nel 1941 si trasferirono negli Stati Uniti, dove restarono fino al 1964. Gli ultimi anni della sua vita li trascorse visitando assai spesso l’Italia in compagnia della moglie. Morì a Londra il 13 febbraio 1969.

   Nel 1919, l’anno della riconquistata indipendenza della Polonia dopo 123 anni di schiavitù, il venticinquenne poeta debuttò con la raccolta Wiosna i wino (La primavera e il vino). Fu uno stupefacente successo letterario perché portava qualcosa di assolutamente nuovo, dopo gli umori nostalgici e pessimistici della Giovane Polonia: l’elogio estatico della vita e dell’amore per il mondo, un’esplosione di gioia travolgente. Il poeta è il signore del mondo, il suo disarmante candore e il suo fascino gli aprono tutte le porte. A che servono i soldi se il poeta ha le stelle? A che gli serve una casa se ha la tenda del cielo d’estate, e così via. Due anni dopo uscì, come la prima a Varsavia, la raccolta Wróble na dachu (Passeri sul tetto), di tono e contenuto analoghi alla precedente. Della creazione poetica tra le due guerre la più nota è Laur olimpijski (Il lauro olimpico, Varsavia 1927), premiata con la medaglia d’oro al concorso letterario della IX Olimpiade (Amsterdam 1928). Essa fu subito tradotta in varie lingue, tra cui l’italiano.

   Negli anni trenta la raccolta più rappresentativa è Wolność tragiczna (La tragica libertà, Varsavia 1936), pubblicata dopo la morte di Piłsudski. Essa si può definire un tentativo di presentare la Polonia del tempo attraverso il retaggio insurrezionale-indipendentistico e il testamento spirituale di Piłsudski, il quale era considerato da Wierzyński come un’incarnazione dell’eroe romantico. Va sottolineato che il poeta era ideologicamente legato alla corrente politica di Piłsudski, e ciò influì sulle sue scelte durante e dopo la guerra.

   Nel 1946 uscì a New York la raccolta Krzyże i miecze (Le croci e le spade), che si può definire il manifesto del dissenso di Wierzyński per l’ordine europeo seguito agli accordi di Jalta, che avevano sacrificato l’indipendenza della Polonia. Il poeta valuta la fine della seconda guerra mondiale dalla prospettiva della fedeltà agli ideali del ventennio, agli obiettivi dell’Armata Nazionale (Armia Krajowa) e dal punto di vista degli emigrati polacchi. Mette ripetutamente a confronto l’aspirazione polacca alla libertà e il limpido sacrificio del sangue con il gioco degli interessi e l’ipocrisia della politica. Le croci sono le tombe dei caduti, la spada è il simbolo della lotta, ma essa è simile alla croce e insieme creano un altro senso: di fede e speranza, di convinzione che l’eredità spirituale della lotta e il messaggio di libertà non saranno dimenticati. Wierzyński non aveva alcun dubbio su ciò che succedeva e sarebbe successo nel paese. Il suo ritorno in patria era impossibile e la raccolta Le croci e le spade aveva suggellato questa impossibilità.

   Subito dopo la guerra il poeta vive un periodo molto critico. Rifiutando la nuova Polonia si trova di fronte a una difficile scelta. Resta nell’emigrazione ma tace, gli è impossibile scrivere, attraversa una fase di depressione psichica. Fortunatamente nel 1946 l’allora direttore dell’Orchestra di New York, l’americano di origine polacca Artur Rodziński, propose al poeta di scrivere un libro su Federico Chopin. Wierzyński accettò la proposta, lasciò New York e in un ambiente di grande serenità, a contatto con la natura americana riacquistò la forza di scrivere. Il risultato fu il libro Vita e morte di Chopin (New York, 1949), pubblicato per il centenario della morte del grande compositore polacco con una introduzione di Artur Rubinstein, e la raccolta di poesie Korzec maku (Uno staio di papavero, Londra 1951).

   E’ forse la più bella raccolta di Wierzyński, dal tono più sereno, piena di immagini della natura americana e di riflesso anche di quella polacca. Assistiamo a un cambiamento della forma poetica, alla rinuncia della tradizionale rima. La composizione del verso viene avvicinata al ritmo del linguaggio naturale. La poesia diventa più universale. Wierzyński scopre che il nocciolo del linguaggio poetico è la parola e il difficile contatto di essa con la realtà. Le promesse della raccolta Uno staio di papavero furono brillantemente confermate dalla successiva Tkanka ziemi (Il tessuto della terra, Parigi, 1960). Nella poesia La quinta stagione dell’anno l’autore torna alle stagioni della sua creazione:

 

Un uccello mi è volato attraverso, un uccello,

E ha lasciato la porta aperta,

E la sera stessa al crepuscolo

Sono calate in me le stagioni dell’anno

Vive e morte.

La prima giovanile, allegra,

Ancora la sogno, ancora mi chiama

(Ah, vuote risate, assurdità!),

La seconda fervida, ardente,

Con il rosso labbro ancora mi tocca,

La terza autunnale, la quarta invernale

E la quinta: morte ed eternità.

(Versione di Paolo Statuti)

 

   Negli anni ’60, dopo essersi stabilito in Europa per sempre, il poeta girava “inquieto come una rondine” tra Londra, Parigi e Roma. Le questioni del paese lo assorbivano completamente. La nostalgia per la patria aveva un effetto paralizzante, viveva di ciò che avveniva in Polonia e si rendeva conto della propria impotenza di fronte alla costrizione e al male cui soggiacevano i suoi connazionali. Testimonianza letteraria di questa lotta interiore fu la raccolta di poesie Czarny polonez (La polacca nera), pubblicata a Parigi nel 1968. E’ una dura critica della realtà della Polonia Popolare, dove il poeta non era mai stato. Più volte lo avevano invitato, ma non si era mai deciso ad andare, dicendo che “nel suo paese non si va in visita, si torna o non si torna”. Andarci per un po’ di tempo col passaporto americano e gli inevitabili contatti con i funzionari comunisti sarebbe stato per lui una commedia difficile da recitare. Eppure egli era prossimo al ritorno. Soltanto l’aggravarsi della situazione politica polacca verso la fine degli anni ’60 allontanò la sua decisione in modo irrevocabile. La sua ultima poesia la dedicò a Jan Palach e porta la data 25 gennaio 1969, giorno del funerale del giovane a Praga.

   Tymon Terlecki, storico della letteratura polacca e critico teatrale, afferma: “Wierzyński è stato uno dei lirici polacchi più universali, uno dei più grandi che abbia mai avuto la Polonia. La sua creazione si presenta come storia, come ininterrotta sequenza di slanci rigeneranti. C’era in lui una costante tensione spirituale, una capacità di rinascita, di nuove incarnazioni”.

                                                                             Paolo Statuti

 

Altre raccolte di Kazimierz Wierzyński:

Wielka Niedźwiedzica (L’Orsa Maggiore, 1923)

Gorzki urodzaj (L’amaro raccolto, 1933)

Kurhany (Tumuli, 1938)

Siedem podków (Sette ferri di cavallo, 1954)

Kufer na plecach (Il baule sulle spalle, 1964)

Sen mara (Sogno incubo, 1969)

   

Di Kazimierz Wierzyński vi invito ora a leggere dieci poesie nella mia versione:

Il salto con l’asta

Già s’è staccato, già vola come un portento!

Si stende sull’asta come bandiera al vento,

Giunge alla sbarra e con battito repentino

Si slancia in avanti, come uccello e felino.

Fermatelo, che raggeli come una pietra,

Che butti indietro l’asta – inutile faretra,

Che così rimanga da una nube sommerso,

Come una lieve piuma – nell’aria disperso.

Non perderà le forze, né l’impeto in volo,

Oltre ogni limite si alzerà tutto solo,

E come un’eco risponderà soltanto,

Che il suo traguardo è il cielo – ch’è il nostro vanto.

(da: Il lauro olimpico)

 

Elegia

La lupa correva di qui vorace e indoma,

L’acquedotto passava sugli archi di Roma.

Ponti dietro Cesare e legioni fluenti,

Verbena nei campi, nelle arene – serpenti.

Si snodava, bivaccava una folle immane:

Oggi tocco una pietra di ciò che rimane.

Prendete la mia maschera rosa dal vento,

Fissatela a un teatro come ornamento.

Che dall’orbite vuote una lacrima scenda,

Forse la vista riavrò e farà ch’io comprenda.

Forse sussurreranno ancor le labbra immote

Come per Roma perivo in età remote.

(da: Uno staio di papavero)

 

Poesia scritta per consolazione

Torno da New York sfinito,

Rotto, arrabbiato, stordito,

Alla mia tana, ai boschi e alle rocce.

Per quattro ore,

Per la strada intera,

Sogno una cosa soltanto:

Dormire fino a stasera.

E arrivo ma  prender sonno non posso.

 

Chiudo gli occhi e mi sento: nessuno,

In qualche deserto sperduto,

E non so perché mi viene in mente

La città di Stryj

Sull’omonimo fiume.

 

Ho ancora negli orecchi quel frastuono,

Ma già sento in via Verde

Le cornacchie sugli alberi gridare primavera!

D’estate la festa dei ferrovieri a Olszyna

Coi coriandoli negli occhi mi scorre,

E scorrono le vacanze, la neve sui monti è stesa,

E presso il ginnasio batte l’orologio della chiesa,

E penso: eppure qualcuno da lì mi chiama,

Chi è? Il tempo? Mi guardo dietro: sul campanile

Si vede chiaramente che è un quarto all’una,

Le frecce hanno il profilo di Dante,

La taccola nera ondeggia su di esso

E non so perché scrivo tutto questo:

Per consolarmi che in questa misera poesia,

Qualcosa, malgrado tutto, è ancora mia?

 

(da: Uno staio di papavero)

 

La pittura

 

Ecco la mia frutta:

Le verdi mele di Cézanne,

Aspra giovinezza,

Dura gioia,

Forte rugiada

Di sera e di mattina.

 

Ecco il mio mezzogiorno:

Lugubre requiem,

Si sono accesi i girasoli

Sulla testa

Di san Van Gogh.

 

Ecco i miei sogni:

L’arlecchino rosa di Picasso

Pensoso, come Eudimione,

Mentre sull’architrave greco

Pascola le pecore.

 

Ed ecco il mio tutto:

Guardo quei colori e attraverso essi

Sento sussurri musicali,

Come Chopin

Nella galleria di Dresda.

 

(da: Uno staio di papavero)

 

Le donne che tessono

 

Campigli ha dipinto quattro donne,

Quattro tranquille, pensose donne,

Che siedono e tessono,

Tessono e guardano,

Guardano e vedono,

Qualcosa molto lontano

Dietro il quadro, dietro la cornice,

Nel dodicesimo, tredicesimo secolo,

Nei dimenticati, vecchi pittori,

Che sono morti tanto tempo fa e giacciono

Nei cimiteri sgretolati,

Giacciono e guardano,

Guardano e vedono

Qualcosa molto lontano

Nel disperato ventesimo secolo,

Nello studio parigino dell’Italiano,

Dove quattro dipinte donne

Siedono pensose dietro la cornice,

Siedono e tessono,

Tessono e guardano,

Guardano e vedono

Le stesse cose.

 

(da: Sette ferri di cavallo)

 

Cosa faccio?

 

A marzo:

Sollevo nella neve i capolini agli anemoni,

Accelero la primavera e il bel tempo

Perché al più presto fino alle ginocchia

Erompa l’erba incredibile,

Voglio una cosa nuova

E giovane.

 

A giugno:

Frequento gli uccelli,

Perché – non lo so.

Ciò mi calma.

Cammino nei boschi,

Dicono che i galli forcelli

Amano le uova di formica.

 

A ottobre:

Rastrello le foglie nel giardino,

Le porto nella carriola alla forra.

Mi troverai, Laura, di sera

Sotto l’acero stabilito,

Nella selva del buio bar.

 

A dicembre:

Spalo la neve davanti casa,

Perché arriva fino alla finestra

E si ghiaccia su di essa,

Spargo la cenere sul marciapiede

Perché si scivola e i marinai

Tornano dalla città

Ubriachi.

 

Sempre:

Sto in piedi davanti alla finestra.

Guardo il barometro,

Guardo un funerale,

Guardo la gente nella folla,

Guardo di fronte l’orologiaio

Che con la lente all’occhio pulisce il meccanismo,

Guardo e m’impegno come posso,

Guardo attentamente,

Guardo a lungo

Tutto questo,

E non capisco.

 

(da: Il tessuto della terra)

 

Sul ramo

 

Nessuno grida di gioia per essersi svegliato

Soltanto gli uccelli all’alba, gli uccelli dietro la finestra,

Tutti temono ciò che il giorno porterà loro,

Soltanto noi sul ramo no.

 

Nessuno vuole rinunciare a ciò che possiede

E nel folto letto si aggrappa ai resti del sonno,

Tutti vivono come se dovessero vivere in eterno,

Soltanto noi sul ramo no.

 

(Da: Il baule sulle spalle)

 

Il baule

 

                                              A Maria Dąbrowska

 

In soffitta dorme il mio ritorno,

La valigie, il baule con le borchie di ottone,

Tutta la mia patria,

I passaporti, le cittadinanze,

I visti dell’emigrazione.

 

Il baule, la mia grande proprietà,

Che qui devo custodire,

Normale inizio dell’infelicità

E demente fine.

 

Baule di vecchi bambini ranciditi,

Pronti a rimbambirsi e incretinire ancora

E tra cianfrusaglie che non servono a niente

La selvaggia solitudine, l’amarezza della nostalgia,

Il ciarpame più disperato.

 

L’ululo dei cani oltre la mia terra carpatica,

Il singhiozzo che mi vergogno di confessare –

E trasloco dopo trasloco,

Dall’America in Europa,

Dall’Europa in America,

IL baule sulle spalle,

Le scale scese,

La patria.

 

Tale è il bagaglio. Tale il viaggio,

Tale il mio orario:

Tutti i lati del mondo aperti

E l’uscita da nessuno.

 

Tale è la trappola. Né cosa prendere da qui

Né con che giungere alla fine:

Soffitta mia e ritorno,

Perdizione e amore,

Che non so uccidere

Nè custodire.

 

(Da: Il baule sulle spalle)

 

Detto con un sussurro

 

Se fosse possibile entrare come Claudel

Un giorno in Notre Dame

E uscirne come altro uomo.

 

Potrei incontrare là mia madre,

Mi darebbe la mano raggrinzita,

Direbbe con un sussurro:

Capisco, è la più grande intimità,

Capisco, è l’agghiacciante timidezza,

Intuisco la vergogna

E non chiedo del timore.

 

Ma in fin dei conti cosa fai tu di diverso

Da me, che non ci sono più?

Esci dall’uomo, per vederlo meglio,

Un oscuro profilo tracci sull’abisso del tempo,

Vuoi intuire lui e te stesso,

Più oltre vai, tanto meno c’è ritorno.

 

La ragione dell’uomo non gli ha mostrato il bene,

Il genio non ha scelto ciò che dovrebbe scegliere,

Diciamo umanesimo, pensiamo speranza

E nessuno eleverà mai

La perdizione al di sopra della salvezza.

 

Cosa fai tu di diverso da me?

Vuoi essere testimone di idee non spente,

Vuoi essere la guida di un eterno processo,

Lo sconforto riempi di vana invocazione,

Cerchi soccorso e me

Come io cerco te,

Tu che non sai ma sei

Ed io che so ma

Non sono.

 

(Da: Sogno incubo)

 

 

 

Sento il tempo

 

Soltanto di notte sento il tempo,

Chiedo dove mi sospinge

Attraverso tanto mondo, tante città,

Continuamente cambio indirizzi,

Smarrisco appunti e manoscritti,

Non so dove abito

E non so quanto a lungo,

Perché tutto questo frattanto

Tutto nel frattempo,

In questa bastarda parola,

Ma come saggia

E come crudele,

Nel frattempo dall’inizio,

Nel frattempo fino alla fine,

E tanto è della mia parola

E oltre ad essa

Ormai il vero tempo.

 

Lo sento di notte,

Guardo nel buio e vedo

Come passo tra parentesi,

Dalla nascita alla morte,

Ad ogni indirizzo,

In ogni abitazione,

Nell’enorme mondo,

Tra appunti smarriti

E le timorose parole

Della mia interesistenza.

Invano lo interrogo,

Esso non mi sospinge,

Aspetta tranquillamente,

Niente mi dirà

E se sento qualcosa

E’ soltanto nelle orecchie

Un vuoto fruscio.

 

E’ il tempo in cui non posso entrare,

Cui non posso oppormi,

Cui non appartengo

E che è tutto.

 

(Da: Sogno incubo)

 

Mi sveglio di notte…

Mi sveglio di notte, freddo di paura,
Mi sollevo in pallone,
Vedo la mia vita in basso distesa
E sparsa come vuoti campi di stoppia.

Vedo chiaramente di notte, al buio,
Il treno arriva fumante,
La stazione s’illumina, e sulla banchina
Vedo mio padre e mia madre
Defunti.

Vedo al buio le dimore di Varsavia,
Le dimore di Parigi e l’amore,
Tutto è minuto, bianco,irrigidito,
Come chicchi di riso.

Mi sollevo in pallone sui dintorni
Così ben conosciuti,
Sulla propria impronta.
Conto tutto ciò che è trascorso
E ancora trascorre,
Per estinguersi.

Mi sollevo in pallone su me stesso
E vedo il mio buio nella luce.
Il treno fuma nella stazione.
Freddo di paura, svegliato di notte,
Calcolo tutto ciò non calcolato,
Mi alleno a morire.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

Urszula Koziol

10 Apr

 

„Tutta la vita ha lottato in modo originale contro i mulini a vento (del semplicismo, dei pregiudizi, degli spauracchi) in nome dello spirito indagatore e dell’alternanza, della verità colta in flagrante e sottoposta alla prova della parola…” (Karol Maliszewski)

 

   Urszula Kozioł, poetessa, prosatrice, autrice di testi teatrali per la gioventù e di radiodrammi, è nata il 20.6.1931 a Rakówka, nei pressi di Biłgoraj. Dopo gli studi di polonistica all’università di Wrocław, ha lavorato come insegnante e animatrice della cultura. Legata alla rivista “Odra” dal 1972 come responsabile del settore letterario. Ha debuttato nel 1957 con la raccolta “Cubi di gomma”. Sposata con Feliks Przybyłak – germanista e traduttore morto nel 2010. Ha pubblicato 18 raccolte di poesie e tre volumi di prosa. Le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue. Ha ricevuto importanti premi letterari, a partire dal premio al festival della poesia di Danzica nel 1957, fino al premio Silesius nel 2011.

   La sua poesia abbina abilmente la riflessione filosofica alla sensualità, rivela i condizionamenti biologici e storici dell’esistenza. Stanisław Barańczak, poeta, critico letterario, prestigioso interprete di Shakespeare e uno dei più importanti creatori della Nouvelle Vague polacca, ha scritto sulla poesia di Urszula Kozioł: „Il mondo dell’uomo e il mondo della natura sono presenti nella poesia di Urszula Kozioł come mondi pericolosamente isolati e ostili: se qualcosa li unisce, è il rapporto di reciproca intransigente lotta, a causa della quale l’uomo coesiste con la natura in uno stato di equilibrio instabile, che in qualsiasi momento può far pendere il piatto della bilancia verso la rovina umana”.

   Il titolo stesso dell’ultima raccolta uscita nel 2010 – “Horrendum” – è un’eloquente immagine del mondo inteso come minaccia. Si potrebbe dire che questo titolo, dato a una raccolta nella quale l’ammirazione per la natura si unisce alla esplicita questione del trascorrere della vita, costituisca una definizione poetica del mondo intero.

   Nelle sue poesie Urszula Kozioł prende la parola su questioni importanti, anche pubbliche. La protagonista della sua lirica è curiosa del mondo, ama i viaggi. Negli anni ’90 si aprirono le frontiere della Polonia. I progetti della poetessa-viaggiatrice poterono essere attuati in misura maggiore. Nel 1974, nel suo articolo “Il viaggio”, scriveva: “Il viaggio ci permette di realizzare quel sogno che forse ci portiamo dietro dall’infanzia, di essere qualcuno diverso da quello che si è di solito, di essere se stessi diversamente”.

                                                                               Paolo Statuti

   Di Urszula Kozioł ho tradotto questo testo sulla sua poesia,  pubblicato dalla rivista “Przystanek literacki” (“Fermata letteraria”) nel 2011.

La parola

    Nella parola la cosa più importante è la forza che la determina, l’imperativo di esistere racchiuso in essa, che evoca dal nulla nuove esistenze: diventa!

   Questo “diventa” è anche alla base di ogni opera d’arte. E dunque anche – soprattutto? – di una poesia. Evocato da nessuna parte. Essendo la proverbiale mosca della bottiglia di Wittgenstein, soltanto con l’aiuto della poesia posso uscire da essa e soltanto grazie ai versi, come tramite una magica formula, posso trasferirmi in un altro terreno, in un altro spazio, uscire oltre il proprio contorno, oltre il tempo anagrafico assegnatomi: esistere oltre me stessa. Un istante più a lungo?

   Presto ho scoperto che accanto al mondo reale esiste un mondo immaginato, scritto – anch’esso in un certo modo reale, ma reale in modo diverso. La parola del verso elimina il concetto di lontananza nel tempo e nello spazio, trasforma “una volta” e “in qualche luogo” in “qui e ora”. Leggendo Saffo o Omero, non avverto la lontananza delle intere epoche che mi separano dall’antichità. Per me un poeta attuale è in ugual misura Pound, Norwid o Hölderlin, mi piace fare una chiacchierata con Circe o con Ulisse o Rimbaud. Mi è stato concesso di crescere vicino a parole scintillanti, gravate al tempo stesso di profondità metafisica e di quel particolare tremendum della poesia di Leśmian, il quale ha calcato, come me, gli stessi ciottoli della terra di Biłgoraj. Presto mi sono entrate profondamente negli orecchi le frasi di Kochanowski e di Słowacki, che mi hanno vivamente interessato e incantato con la loro bellezza. Non era importante per me che questi poeti non esistessero più da tanto tempo. Le parole delle loro poesie restituivano la presenza a ciò che è Assente.

   La parola della poesia è una forma di presenza, di abolizione dello spazio tra lontananza e vicinanza, tra adesso e allora, tra un giorno e oggi.

   La nostra esistenza si estende tra il ricordo e l’oblio. Notte dopo notte il fratello di Tanathos, Ipnos, mi versa sotto la corteccia cerebrale un bicchiere di acqua del fiume Lete, la quale cerca di separarmi da me stessa, dal mio ambiente e dalla mia eredità. In questa forza distruttiva delle acque del Lete, viene in aiuto, come una divinità custode della memoria, la parola del verso: con il suo ritmo, la sua vibrazione e la sua melodia.

   Nell’infanzia amavo ascoltare attentamente la parola anche non ancora ben formata, che solo allora mi giungeva e si precisava nella mia fase ancora balbettante, incerta tra le possibilità che le spettano.

   Mi piaceva accostare  l’orecchio ai pali telegrafici, attraverso i quali – giudicando dalle vibrazioni mantenute in una tonalità di ultrabassi – passavano da una estremità all’altra del mondo le conversazioni di qualcuno, alle quali cercavo di unirmi gridando la mia propria parola.

   In ogni grande opera d’arte in generale, e soprattutto nella poesia, insoliti e affascinanti sono gli stati di raccoglimento che si trasmettono a un destinatario sensibile e in grado di percepire. Non si tratta solo del fatto che la poesia è un tipo di linguaggio condensato, concentrato, che deve trovar posto in poco spazio. Ho in mente piuttosto il messaggio contenuto in essa, che è qualcosa come una illuminazione, dal momento che riesce a mettere il lettore in uno stato che di solito si raggiunge soltanto dopo lunghe meditazioni. Lo distoglie dall’involucro della consuetudine, della evidenza e testualità delle sensazioni e, anche se per un solo istante, conduce nella sfera di ciò che è straordinario, non evidente, e al tempo stesso strano e come se conosciuto da tanto tempo, ma ormai perso. E’ dunque quel “ricordare a se stessi”, di cui parlano i mistici.

   Una poesia che nasce a volte mi sorprende, come se non l’avessi scritta io. Mi trasforma in una copista, in traduttrice di un suggerimento senza parole, che esige una traduzione immediata nel linguaggio e in quella particolare parola, non un’altra. Prendendo docilmente nota, sento allora la presenza di un qualche co-autore immaginario. Chi è? La Musa?

   Alcune poesie provengono dal contrasto tra la somiglianza e la non somiglianza. Altre sono evocate dall’immensità dell’inesplicabile. Dalla mancanza (del sospirato vis à vis?). Dall’eccesso. Dal bisogno di colloquio. Dallo stupore – (che esista qualcosa che al tempo stesso è come se non esistesse).

   Tanto tempo fa, da bambina, scrivere poesie mi sembrava una cosa naturale, semplice. Mi piaceva immergermi nel folto del linguaggio, alla caccia di qualche parola che mi divertiva o mi attirava per la sua diversità. Scrivere una poesia mi sembrava allora una cosa convenzionale, come concordate erano le lingue inventate da noi bambini e i colloqui nascosti ai non iniziati da un buffo cifrato, quando tra le sillabe delle parole inserivamo ad esempio le lettere “co”, e quindi: co-a-co-des-co-so co-non co-ho co-tem-co-po.

Oggi sulla poesia so meno di quando cominciai a scrivere.

Per me è un mistero. Un dono.

Ma dato per sempre?

   Il verso è abbastanza complicato già di per sé, per la sua natura, per la non testualità dell’enunciato e della condensazione della scrittura. Racchiude in sé molto più di quello che si trova al di là di esso. Per questo ora, che il mio “io” si faccia capire dal “tu” di altri, mi preme più dell’aumento della indecifrabilità del messaggio e dell’aumento degli ostacoli nei luoghi degli incontri. Adesso non voglio sbalordire nessuno, voglio comunicare e proprio questo si rivela così difficile, incredibilmente difficile.

                                                                          Urszula Kozioł

 

Propongo ora nella mia versione 20 poesie di questa poetessa che conosco personalmente e che apprezzo molto.

 

Ricetta per un piatto di carne

 

Occorre avere un coltello

occorre una pietra liscia

con la lama accarezzarla finché contraccambierà

il coltello dev’essere quieto e flessibile il luccichio

per assorbire la dura tenerezza e nervatura delle mani

Il resto è semplice

Un ceppo una tavola Una presa di sale

L’erbetta per la gioia degli occhi

E una foglietta di lauro

Il resto è normale

Perché tutto sta negli aromi

(Non scordare la scodella e l’accostamento dei colori)

Il fuoco oggi è cosa facile grazie a Prometeo.

Purché ci sia il coltello e la pietra.

Nonché un collo docile.

 

1956

 

A te

 

Quando la timida farfalla dei tuoi occhi

si posa sulle mie labbra

allora so, cosa provano i fiori.

Chi sei, strano passante

che con lo sguardo in un bocciolo mi trasformi?

I tuoi occhi sono come le foglie d’un giardino d’autunno

e a volte come il lucente dorso del pesce

nell’onda che si frange

o come il cielo, che aspetta il crepuscolo.

Le mie avide labbra succhiano la rugiada dei tuoi sguardi.

Guardami ancora.

Ecco abbasso gli occhi, per non spaventare i tuoi…

 

1957

 

 

 

 

Ipernudità

 

Avevo il mio asilo nel bosco

– ormai lo hai tagliato

Sono andata in altri luoghi

– ormai sono diventati i tuoi.

Dovunque corressi

mi hai tagliato la strada

le case prevenute erano in agguato.

 

Doveva essere un duello

ma hai scelto la congiura

ora tutti accerchiano la stessa preda

senza divieto di caccia

senza la scelta dell’arma.

 

Oggi non hai chi non possa negare un tetto

non hai chi non possa tradire

non additarmi

non hai chi non possa braccare.

E previeni le impronte

prima ch’io arrivi a stamparle nella panica fuga.

Tanto m’è rimasto quanto nella parola taciuta.

Ma tu sei riuscito a irrompere nell’intimo occulto

e ormai neppure di me stessa sono oggi alleata.

Anche se la lingua è ammutita

le mie viscere hanno cento bocche.

Mi tradiscono le glandole il respiro mi abbandona

la pressione sanguigna e il polso cospirano alla mia rovina. –

Tanto hai preso. Eppure ancora non m’hai del tutto carpita.

Se mi vuoi avere – toglimi la morte.

In essa ho ancora asilo.

1967

 

Glossa: Da una gita

 In questo labirinto

dove a ogni svolta una diversa

loda una diversa matassa di filo

lusingando con un sempre

diverso colore

 

ho acquistato

un ago col ditale e un gomitolo per prova

lo svolgo

forse basterà

per rammendare i buchi sul tallone di un semidio

forse per avvolgerlo attorno a un dito

forse per –

 

non è bastato

 

ed ecco mi sono trovata in mezzo a voi

nel labirinto

dove tutti i fili sono troppo corti tranne

il filo della ditta Alfa tranne

il filo della ditta Beta tranne

il filo dei fili

che per il momento sono mancati

 

lo svolgo

o forse per un punto di maglia

un segno sghembo giacché qui mi hanno condotto

 

non è bastato

 

ed ecco mi sono trovata in mezzo

nel labirinto

dove già una diversa Arianna loda una diversa matassa o

un suo surrogato o

qualsiasi cosa anziché –

che sia dunque questo anziché

per tutti lo stesso anziché

 

non è bastato

 

ed ecco mi sono trovata in mezzo a voi

nel labirinto

e quella parete non è alcuna parete

è la parete della parete

e questo sentiero non è alcun sentiero

è il sentiero del sentiero

e quel segno inciso sul muro

è un segno verso nessun luogo

è un segno dello stesso segno

 

come puzza qui

di sudore dell’attesa di sudore del sudare

come rimbomba qui

per lo sgambettio in un posto e in un altro

 

adesso prendiamoci tutti per mano

reggiamoci forte

 

 

adesso sporgiamoci tutti oltre –

sempre oltre quella parete

oltre –

sempre una più lontana

oltre –

sempre in questo ACCANTO

 

non c’è di che avere paura

in ogni caso

in questo labirinto non c’è un altro

labirinto

 

non c’è di che avere paura

in ogni caso

ora non in questo qui c’è un altro

ora questo qui è in un altro.

1969

 

Il largo

A Roma

in largo Argentina alla fermata

da dove si va a San Pietro

 

una ragazzina vagabonda

di età indefinita

o forse una donna di sottopeso avanzato

arrivata probabilmente dall’Asia

(il volto coperto

lo sguardo acceso tradisce un pressante appetito)

tende un bicchiere

di carta della coca-cola

sporco e sciupato come lei stessa

molestando agita le sgraziate membra

sotto il naso del mondo satollo.

 

La palpebra

di una ragazza del posto infastidita

(che sa chiaramente

stare al passo con le ultime tendenze

in fatto di nutrizione e abbigliamento)

non nasconde il disgusto

 

anche una paffuta lady

tipica turista di isole lontane o di fiordi

come pure un’altra

ossuta

d’oltremare bene-

stante tutta riccioli

anche un anziano che inciampica nel bastone ele-

gante alto

schi-

filtoso e-

gregio anche lui e

tutti

– senza dare niente –

distoglie lo sguardo dalla mendicante

come si toglie dalla strada con la punta della scarpa

un insetto schiacciato da una vettura.

 

Il papa

il papa –

 

volendo si potrebbero sentire gli applausi

in piazza San Pietro

nell’ora mozzafiato

dell’udienza generale all’aperto

nello scenario di cupole

e di chiare colonne

ma

ciò non cambia niente qui

nei nodi di strade nei grovigli

del traffico.

 

Gli autobus si fermano

ma non sale quasi nessuno

 

già dalla Stazione Termini

di nuovo

portano gruppi di pellegrini che

tra poco con devozione

baceranno il lucido pollice del piede

di san Pietro nella basilica

 

e questa gita

– giudicando dai ricordini –

viene direttamente da Assisi.

 

Calca

troppa calca.

 

Non andare ancora

aspetta

non storcere gli occhi

il tuo tempo libero

non sia sprecato così facilmente

nel bel tempo stabilito in anticipo

della città eterna

tra edificanti ricordi

 

molta gente

troppa gente

perché

allora un senso di luogo deserto qui dove

guarda

nessuno col suo soprabito

copre a qualcuno le spalle infreddolite

nessuno divide il pane con un affamato

disseta gli assetati

toglie la polvere dai piedi dei pezzenti.

 

Ho fame

non ho argenti

come un istante prima era scritto su un foglietto

poche strade da qui.

 

Il bicchiere sciupato della coca-cola

costantemente vuoto

e lo sguardo acceso sotto le sporche ciocche

che coprono il viso di questa poveretta

giunta non si sa come

 

e non si sa perché

fin qui

dalle parti che in questa luce

sembrano il più remoto angolino

che si trova oltre qualunque recesso

di qualsiasi cuore

 

la sua completa estraneità

mette in dubbio

il buonsenso del mondo indifferente.

 

O anima singhiozza

o suono destati

o sorda sillaba senti

o morta lettera io ti dico alzati

 

cominci finalmente a farsi il verbo

 

primavera, 87

 

*  *  *

una nuvola blu verso sera

con un latteo alone ai bordi

come se il fumo l’avvolgesse delle interne vampate

in basso obliquamente il sole

ad un tratto gli uccelli e le foglie d’una selva

di alberi vistosamente colorati sulla china d’un colle

(i gialli, i castani e il rosso dei vermigli arbusti)

insieme spazzati dall’impeto del vento in alto

per un attimo l’uccello e le foglie non si distinguono

nessuna foglia neanche per idea pensa di cadere in terra

trattengo il respiro

vorrei per sempre stabilirmi in questa finestra

dove in questo istante mi aspetto il temporale

che scoppi finalmente il fulmine

                                                    il cuore

è affamato d’una briciola di spavento

per soffocare l’estasi

il suo eccesso mi fa scoppiare i bordi del respiro

Iowa, 1991

 

Colloquio con Rimbaud

Come bene hai agito andando via da qui

monsieur Rimbaud

perché non è forse meglio infatti

concludere un chiaro accordo

sia pure con l’industria tessile

su questo battello ebbro

carico di cotone

oppure vendere fucili eccetera

piuttosto che senza evidente motivo incantarsi a guardare

come la luce si auto-

moltiplica e auto-

propaga lungo linee angoli e figure

o indagare

se la forma formasissima

si lascia dal punto attraverso la linea

condurre all’esistenza sul piano delle parole

ovvero sino alla fine dei propri giorni

aggrovigliarsi nell’ordito d’un filo misterioso

che non porta spesso in nessun luogo

che per di più nessuno qui

– nel mondo degli affari –

seriamentre si aspetta da te

e impigliarsi in nodi per l’innanzi imprevisti

d’una presunta matassa

mentre la chiara vela

dell’attimo una volta soltanto donato

impercettibilmente fugge nell’oscurità

che si addensa subito dietro l’illusoria linea dell’orizzonte

dove attraverso le fessure dell’esistenza traspare il nulla

o – se si preferisce –

dove si apposta il drago con più teste

( e le sue teste nessuno mai del tutto mozzerà ).

Dunque giustamente hai agito

mandando al diavolo questo luogo insidioso

di mondi incomprensibili

mettendoti in affari su un battello carico di cotone

fatto apposta per avvolgere le parole

con la loro indocile natura

e per soffocare in esse

i troppi pulsanti significati.

al momento giusto sei riuscito a uscire illeso

da qui verso le regioni misurabili dell’evidenza

nelle quali il senso dell’essere

qualcuno ostinandosi

riesce con un dito a scandire su semplici pallottolieri.

III 1995

 

*  *  *

Questa rosa

che è appena sbocciata nel giardino

non conosce alcun sonetto che la riguarda

nemmeno l’ode di Ronsard

                 (mignonne, allons voir si la rose

                 qui ce matin avoit desclose

                 sa robe de pourpre…)

nemmeno sa chi egli fu

non si cura della rima inserita nella delicata strofa

ma sa

che è una rosa.

Al principio balbetta incerta il suo bocciolo

s’inchina

balbetta di nuovo

s’inchina

e poi sempre più fluentemente

raddrizza petalo dopo petalo

raddrizza il profumo

e si copre di rossore

formando di colpo qualcosa come:

                                        mignonne

Adesso già chiaramente

si siede in un doppio quadrato

a-bb-a         a-bb-a

traccia il particolare triangolo

(la corolla)

dell’arco       cdc

(insieme con la sua immagine rispecchiata)

tende quest’arco

 

                      tende

 

scocca la freccia –

e centra il cuore stesso dell’attimo.

 

1996

 

Detto diversamente

 

la mia libertà è la parola che tacerò

o annoterò su un pezzetto di carta

per trasmetterla a te

 

la mia libertà è un fortuito pennarello

stecco o biro presa in mano

per scarabocchiare svogliatamente sulla sabbia

o dietro un biglietto usato

arabeschi

 

o per muovere in avanti con essa le lettere

quasi volessi compitare il mondo

volendo renderlo almeno appena più leggibile

e almeno un po’ così sospingerlo in avanti

 

la mia libertà è la lingua con cui mi rivolgo a te

la lingua in cui accolgo la tua risposta

per incontrarsi con te o discostarsi

 

ma la mia libertà è soprattutto l’attimo

in cui inclino verso di me le parole

con un’angolatura molto particolare se non altro perché

smettano di respingersi a vicenda come scottate

l’attimo in cui durevolmente le unisco tra loro

quasi come vincolo matrimoniale

le imparento coi significati in clan gruppi e strofe

 

e le appacifico appacifico

continuamente le appacifico

perché alfine smettano di divorarsi a vicenda d’ingoiarsi

– com’è loro uso –

e dunque le tolgo dallo stato di selvaggio cannibalismo

di broncio reciproco

 

io donatore

io artefice del pianeta del verso con un gesto regale

lo affranco

lo metto in libertà

soffiando in esso alla fine un briciolo della mia anima

 

(anche se tutto questo dovesse rivelarsi un disastro

la mia poesia ugualmente

sarà come la scatola nera

 

in ogni caso in essa

nella sua strofa

si cela la prova dell’esistenza dell’attimo

il quale al di fuori di essa non c’è in nessun posto

e che forse del resto non è stato mai più

per nessuno tranne me

me sola

 

ed è questa la mia libertà

che appunto posso proprio quest’attimo

prendermi da un ripiano del tempo sconfinato

modellarlo

rinchiudere nell’oblunga scatola nera della strofa

e fermare

trattenere

                   – ma per sempre?

di’

            – per sempre?)

 

I 1996

 

La spada di Damocle…

 

la spada di Damocle su un letto di torture

ecco come sono i miei sogni

 

un masso su un dirupo, cui mi aggrappo convulsamente

si muove come un dente di latte

nella bocca di un bambino

 

ecco com’è la mia veglia

 

malgrado ciò in ogni istante di nuovo

sono pronta a cantare il mio amore per te

sai, che per te

 

e in ogni istante nuovamente

muoio di estasi

per la belleza di questo mondo

 

benché proprio esso mi sfugga di mano

 

2005

 

Lisbona II

quella primavera quando il nasturzio nei fossi cresceva

mi recavo a Lisbona e insistenti voci chiedevano

da dove e dove andavo e se per certo sapevo

che ne avrei fatto di me

 

quella primavera

                  sì proprio là

dove sui colli di Lisbona Pessoa

con gesto ormai inerte si toglieva e ritoglieva

lo stesso cappello

m’innamorai di questa città

che mi guardava con le strette quasi socchiuse

foglie degli eucalipti che avidi

si sono appropriati dei colli del posto

togliendosi di torno le sùghere

 

m’innamorai di questa città come se

vivessi qui da sempre e come se da sempre

sull’antiquato mal ridotto tranvài

penetrassi nelle vene delle sue stradine

volendo ormai soltanto confondermi

con lo sfondo circostante

 

sui muri arroventati

quella primavera

si stendeva tripla come trifoglio

e già riconoscibile l’ombra di Pessoa

che osò giocarsi tutto a dadi con Dio

adesso però mi trafisse

il gelo della sua mano metallica ormai incapace

di reggere qualcosa di più

e tuttavia quella primavera volevo toccarla

e accertare se non ci fosse ancora su di essa la polvere

del Dio immaginato

 

volevo accertare se ciò mi avrebbe aiutato

a rimettere insieme dei mondi perduti

i pezzi staccati

che non credo combacino più.

 

2005

 

 

 

Il mare ci chiede…

 

il mare ci chiede

insistente interroga senza sosta

di nuovo

come se volesse sapere più

di ciò che sa già

di noi e in generale

 

raggiunge con fragore

il tuo ritmo nascosto

il mare

– accanito rapper –

Interroga su qualcosa

su niente

interroga su tutto

e a un tratto si ritira prima che tu trovi una risposta

come se temesse di udirla

 

2007

 

 

Di nuovo non ho scritto

 

Di nuovo oggi ho dimenticato di scrivere il Don Chisciotte

ormai smetto di voler capire

come ho potuto permettere ciò

 

come è potuto sfuggire alla mia attenzione

che sarebbe ora di scrivere

il mio Don Chisciotte

 

è imperdonabile nel corso della vita

neanche una volta scrivere il Don Chisciotte

dite ciò che volete ma

è una cosa che non sta né in cielo né in terra.

 

Come è successo qualcuno me lo dica

che in tutta la vita ho dimenticato del tutto

che dovrei finalmente scrivere il Don Chisciotte.

 

Ridete pure di me

voi mi considerate un esemplare

proprio per un museo di figure di vecchia data

ma a me vengono i brividi

quando mi rendo conto che però

non ho scritto il Don Chisciotte.

 

Datemi un goccio di sherry

o di ciò che avete a portata di mano

perché subito mi prenderà un colpo se ci penso

ma non capite che mai

scriverò il Don Chisciotte

non avete idea di quanto

ciò ha significato per me da sempre.

 

Smettete di interrogarmi

e andate tutti al diavolo

vedo bene che dietro le mie spalle

battete un dito sulla fronte

nessuno di voi stronzi capirà

com’è quando si sa per certo

che mai più, sì, mai più

si scriverà il Don Chisciotte.

 

2010

 In visita

 

busso a me stessa

nessuno

busso alla porta

nessuno

suono

niente

dove sono

dove mi sto cacciando

 

 I segmenti del verso caricato

sui vagoncini delle strofe urtano

contro il battito delle proprie ruote

durante un viaggio faticoso

 

tra parola e parola una stella s’è spenta

tra verso e verso il respiro trattenuto

lo spazio vuoto sbadiglia a lungo tra le dritte parallele

tra strofa e strofa il suono deragliato

le due dritte parallele hanno il riflesso del metallo

sulle rotaie sotto il finestrino l’infinito si avvicina

tra frase e frase cala il crepuscolo

la neve con bianchi cumuli fa il letto ai sogni

tra il carattere e il foglio il colore nero

in esso si stampano le impronte digitali del verso

tra le linee del verso bianche cavità

sotto il loro piano arso si cela un labirinto

tra riga e riga una nicchia di frescura

da una fogliolina di gelso il baco tesse un lungo scialle

tra pensiero e pensiero una bufera di neve

stridono irrigidite dal freddo le costole del silenzio

tra la mano e il foglio la fossa delle Marianne

che il fragore delle lettere non colmerà

negli imbuti della frase muto come nella clessidra

passa in silenzio l’abisso della vita

tra strofa e strofa sbadiglia il cosmo

l’alba spalanca l’orizzonte

 

lungo il suo bordo zoppica una triste lettera

per esprimersi appieno ne manca un’altra

fra te e il verso Armagedone

sotto il cranio stride un’espressione

troncata a metà –

 

A un tratto su di me un soffio fresco

 

Chi mi accompagnerà attraverso il ghiaccio

e di notte mi prenderà per mano

quando mi spaventeranno i sogni

e chi un bicchiere d’acqua

mi porgerà

 

chi mi accompagnerà attraverso il ghiaccio

nell’altra

oscura parte del mondo

dove i ghiacciati gradini

a picco

in nessun luogo mi conducono

attraverso il vuoto

nemico ai miei pensieri

e alla bocca

e che sulle parole e sul corpo

stende appunto un nero sudario

chi mi accompagnerà attraverso il ghiaccio

e chi poserà sulle palpebre

di entrambi gli occhi due monete

per fingersi piatti della bilancia

benché non adatte a pesare alcunché

e siano come entrambi gli occhi

cieche

chi mi accompagnerà attraverso il ghiaccio

 

e se è una lastra di ghiaccio

che si perde nelle profondità

quella forma là non sono più io

ma la parola a stento spettro di parola

e già si è affezionato ad essa

come a una lacrima invetriata

                               un ghiacciolo

A un tratto su di me un soffio fresco.

 

Ballata

         Per O. e J.

 

         Quando il sole il Cancro riscalda,

         E l’usignolo più non canta

         Difficile è il consiglio in tal materia, ci si dovrà separare,

         E nel frattempo i liuti e gli sponsali abbandonare.

                                                                       J. Kochanowski

il tuo bacio così lontano

tra le righe del verso conservo

là dove c’è anche un fiore di mughetto

e una viola frantumata

quel bacio così lontano

– se non è immaginato –

tra le righe del verso conservo

con una fogliolina-piccolina di assenzio

 

perché mai il verso da una fogliolina ornato

compongo benché ci si dovrà separare

verso parti ignote e lontane

rinuncerò a te

tu rinuncerai

a me giacché l’usignolo più non canta

perché il sole vola in altre regioni

posami la mano sulla fronte

per darmi coraggio

quando ciò che è estraneo e nemico

si anniderà nelle gambe del letto

e ci fisserà con occhi odiosi

e ordinerà di separarci

verso parti ignote e lontane

nella loro incomprensibile e abissale

irrevocabile oscurità

lungo spiagge bagnate dal sole

cammino col mio cupo lui

tolgo i fulmini dai suoi sopraccigli

a volte mi prende sotto braccio

si morde le labbra fino a farle sanguinare

pur di non rivelarmi

che è di nuovo innamorato

– come a sproposito innamorato!

dunque giustamente è impacciato

perché così a sproposito innamorato

quando l’usignolo più non canta e

quando nelle gambe del letto l’estraneo e nemico

a un tratto ci fissa con occhi irati

cosa vuole da noi santo Dio

mandarci in parti ignote e lontane

e fa cadere dai ginocchi il frantumato

verso con il bacio ornato di fiori

che forse è immaginato

o forse soltanto seccato

con i fiori di viola e di mughetto

eppure l’usignolo più non canta e

ah perché a un tratto dobbiamo andare

in qualche parte ignota e lontana

e perché il cuore freme di paura –

posami posami la mano sulla fronte

se dobbiamo separarci

– ma perché questo strano orribile pensiero

proviamo a camminare come se nulla fosse

per la spiaggia come consueti lei e lui

camminare –

lei gli toglie un fulmine dai sopraccigli

indovina che è innamorato

– come a sproposito innamorato!

lui si morde le labbra fino a farle sanguinare

a volte si prendono per mano

e reprimono nell’anima il grido dell’uccello

giacché il sole vola in altre regioni

e l’usignolo ormai non canta più

 

Dieci anni prima della fine

 

Il secolo ventesimo è finito

prima di finire

benché non si sappia esattamente quando.

 

Poteva andarsene il giorno in cui

è morto Salvator Dalì

come se il destino dell’epoca si pesasse

sul piatto di baffi così assurdi

come i suoi

studiati con cura fino all’ultimo peluzzo

per opporre resistenza all’orrore celato sotto il segno

dei decenni di mezzo

e inoltre così arrotolati come un messaggio segreto

che tuttavia non si sa a chi destinato.

 

Il secolo ventesimo è passato prima che finisse la corsa.

Doveva prenderlo anzitempo con sé nella tomba

la solerte collezionista di Venezia

Peggy Guggenheim

dopo aver prima attaccato molto dello spirito del tempo

nella sua galleria privata

sotto l’albero di Calder

dove ancora fa le fusa il gatto di Paul Klee

presso la muta chitarra di Braque e di Picasso.

 

Senza Bette Davis senza la divina

Greta Garbo

non c’è che dire ormai è la fine la fine

presto dovremo dire addio all’ultimo mito

le gambe di Marlene Dietrich

– Dio mantienile sane –

perché anche se tu sapessi crearne un milione di così belle

questo secolo non accetterà mai un altro paio di gambe

oltre a quelle

– che quando eri ancora di ottimo umore –

un giorno ti degnasti di foggiare.

 

Svaniscono miti simboli stelle

e i beniamini a misura del secolo.

Tra l’enorme massa di grigie

disconosciute esistenze

ancor più clamorosa doveva essere

la morte del quieto Beckett

tanto più che nessuno simile a lui in questo secolo

apparirà più.

 

A cavallo tra il 1989 e il 1990

si è rotta finalmente la corda

da mezzo secolo troppo tesa del sistema

che si spacciava per paradiso

(benché dovesse esserlo principalmente

per le generazioni future).

 

Questo sistema – fatto curioso –

creato per fini decisamente più alti

dei fini più semplici

che di solito impegnano l’uomo comune

non era idoneo a vivere

alla fine

non tanto negli scontri sulle strade

e non combattendo è caduto

ma piuttosto si è avariato

come una bistecca al sangue messa di continuo da parte

per un’altra occasione

e sempre per dopo

 

o forse è inacidito proprio come una minestra

che era pur buona all’inizio

ma non è stata messa in frigo.

Dunque si è dovuto rinunciare al gusto

(anzi al disgusto).

 

Se le rivoluzioni cominciassero

e finissero con una salva trionfale

 

purtroppo

 

esse amano durare ancora

e durando scrosciare sciabordare e gorgogliare

finché non finiscono in un balbettio

 

amano anche girare su se stesse.

 

In modo non fotogenico come la famiglia degli zar

per cominciare fu uccisa

e sul punto di partire

vilmente e brigantemente i coniugi rumeni

furono eliminati

– con inutile fretta –

mutando i boia in vittime.

 

L’ingresso nella sfera del cosmo in pratica

non ha cambiato quasi niente nella dimensione terrestre

tutto in linea di massima rimane – come prima –

da risolvere in futuro

 

la modifica delle prospettive

dei reciproci riferimenti

ancora non sembra avere importanza

e tuttora nei posti di frontiera

il popolo si azzuffa come prima

 

dagli angoli sono sbucati gli spettri d’un tempo

con un duro manganello

e di nuovo guardano chi possono colpire

benché si pensasse che ciò

non si sarebbe più ripetuto.

 

Da noi a nostra volta è venuto a galla

che il Polacco medio

benché finora fosse capace di essere soprattutto poeta

e rappresentante di ardenti idee

per le quali era solito morire con mirabile voglia

adesso si getta con vigore sul miele

dei piccoli commerci di frontiera con discutibile gusto

perde la faccia e via dicendo

di felicità si rianima l’islam nelle vicinanze

per cui alla Polonia si attaglia di nuovo

il ruolo di baluardo della cristianità – –

 

è il nostro vecchio

ormai ben logoro cavallo

degli scacchi (benché in mancanza d’altro ancora utile al soccorso)

forse su di esso con mutata faccia il Polacco varcherà

finalmente la soglia dell’Europa

che – volendo o no – gli aprirà la porta.

 

La Lituania troppo presto ha tolto le maschere – così adatte! –

ai politici sia delle grandi potenze

sia delle piccole

che risultano forti nel vuoto gesticolare

o nella parola solenne

ma non nel trarre le conclusioni

dalle dichiarazioni rese

 

prima che riuscissimo a saziarci

di speranza

dopo le ampollose chiacchiere ci è rimasta

una spina così infilata nel tallone  che

ad ogni passo si fa sentire

e non c’è modo di toglierla

prima che col tempo si formi il pus

che attenuerà il dolore.

 

Non è escluso che insieme con la morte di Sacharov

insieme col suo respiro nel sonno

– l’ultimo –

sia evaporata la coscienza

istituita in questo angolino della terra

e debba oggi sostituirla l’effetto della sbronza e il singhiozzo.

 

Il vento della storia

nelle raffiche oltremodo veloci ha svelato

le clamorose benché segrete sepolture per lo più di massa

 

il capo osannato ieri nei canti

a dismisura si è rivelato il sanguinario di sempre

ma soltanto adesso lo è diventato ufficialmente

 

i diciassette milioni uccisi per suo volere ieri

senza dubbio di nuovo

non tratterranno il zelante poeta di turno

dal rimare domani l’ennesima cantata

alla sua gloria o contro di essa.

 

Non c’è nessuno con cui Dio possa consolarsi.

 

Tutto fa schifo/ non scriverò più.*

 

primavera 1990

 

 

* Cesare Pavese.

 

*  *  *

anìmula

donnina

poverina

 

già si dividono le nostre strade

 

tu in cielo fiorirai come nuvoletta

io diventerò lo scroscio per l’acqua

 

2005

 

 

ho sognato non tanto Dio

 

ho sognato non tanto Dio

quanto il suo sosia

 

anche lui invisibile

eppure

era facile capire

che c’era

 

e che però

non era affatto lui

 

2007

 

 

Uno strano sogno ha creato una cavità

 

Uno strano sogno ha creato una cavità nel mio cuore

nella quale ha fatto il nido un gufo

il battito feltrato delle sue ali ha impaurito il verso

che stava già per penzolare

sulla punta della mia lingua

 

2007

 

*  *  *

il mio universo personale

comincerà tra poco a uscire di senno

ormai nessuno ha più diritto di venire al mondo

ormai niente qui ha più diritto di succedere

 

2007

 

Scherzo

Ho provato a scrivere una poesia

senza conservanti

già tre giorni dopo

non sapevo più cos’era

cos’era

a lungo dopo ho dovuto

dare  aria alla lingua

 

Canzone di una non amata

 

essere non amata fin dalla mattina

essere non amata di notte dopo mezzanotte

essere non amata nella veglia e nel sonno

non amata dopo la morte in nessun luogo e non qui

perché mai aprire gli occhi e perché addormentarsi

svegliarsi per nessuno

non essere sognata da nessuno

non avvicinarsi alla finestra

non correre verso le scale

per accogliere chi era così desiderato

non avvicinarsi allo specchio non aggiustarsi i capelli

non aspettare le lettere se

non c’è chi possa scrivere

colui che lei amò si è mutato in un’ombra

e chi amò lei

giace sotto la fredda pietra

 

Nero su nero

 

Tu con neri rotoli e turbanti

sì, proprio a te penso – qui in un angolo sicuro –

mentre tu abiti nella nera città-inferno

dove anche il paradiso è nero

e anche i tuoi sogni sono neri

ma la veglia è più nera dei sogni

com’era là – chiedono a una bambina

che con la nonna è riuscita a fuggire

com’era – chiedono

tutto nero – risponde – nero su nero

un orfano di quattro anni è fuggito con estranei

dal nero paradiso dei jihadisti

dritto nelle mani dei volontari-salvatori

appostati per questo al confine con l’inferno

uno dei salvatori ha perso la vita correndo in aiuto

di alcune donne schiavizzate e di bambini

un ragazzino mostra come tagliano le teste

lui ha visto lui lo sa

sa già come si tagliano le teste

rifà il gesto sghembo con un colpo deciso della mano

così, proprio così – ripete il piccolo

tremo tutta al solo guardare alla TV il programma di Ewa Ewart

dal fondo dell’inferno cioè dal paradiso nero (se è in nome del loro Dio)

gli occhi febbrili dei perversi come quelli

di un barbaro primitivo

poco fa hanno distrutto un’altra reliquia di Palmira

poco fa hanno ripetuto uno stupro di gruppo

il loro Dio ha dato il suo placet per questo

e anche per lapidare un’altra e trascinare

una piccola e violentarla sotto gli occhi della madre

le parole si pressano impaurite in un branco balbettante

nessuna vuole nessuna sa dare un nome a ciò che è stato visto

preferisce non essere non sopportare il mostruoso senso

ma dov’è COLUI

che potrebbe avere pietà se ci fosse

se non altro per liberare il nostro pianto imprigionato nella gola

come zolla gelata

2015

L’isola

si dice così

così si dice

sono io

qualcuno mi ha cercata

nessuno

ma qualcuno ha chiamato

nessuno

nessuno è venuto

nessuno

doveva lasciare qualcosa

niente

dovevo incontrarmi con qualcuno

con nessuno

nessuno con nessuno

niente

nessuno a perdita d’occhio

io

isola deserta

isolata

la mia isola deserta tra i grattacieli

2015

Anomalie

Scrivo parole al vento non leggono

scrivo gridando nel deserto non ascoltano

 

scrivo con un dito sull’acqua non guardano

non aprono bocca non battono ciglio

 

Legati ai loro cavetti come bavagli

a lacci stringhe tappi per le orecchie

battono le ciglia sullo smartphone

guardando non vedono ascoltando non sentono

perfettamente equipaggiati dalle teste ai piedi

attaccati ai loro diti veloci

a schermi di vetro impersonali

a pulsanti

a tasti

seguono le istruzioni date loro

accendi

spegni

collègati

ATTENTION!

questo pulsante fa tornare in vita

con l’altro muori

 

inondati dalla radio-onda si disumanano

fanno posto a un surrogato di uomo

d’intelligenza artificiale

e alcuni hanno già inciso sulla lamiera

come essere come diventare un perfetto civilizzato

un robot specializzato

 

17.11.2017

 

Viaggio da un giornale dell’anno ‘83

nei paesi più felici

 

Un felicissimo paese sotto il sole oggi è anche l’Iran.

I genitori sono pazzi di gioia perché i figli muoiono per la fede.

Le donne esultano

(le chimere della liberazione sono state tolte loro

a frustate)

perché sanno trascinarsi a un secondo interrogatorio.

 

I bambini-soldati saltano su una gamba sola felici

di aver fatto in tempo a sacrificare l’altra al capo.

I più infelici tra loro e degni di disprezzo

sono soltanto quelli

che restano vivi e si lasciano prendere prigionieri.

 

Che fortuna che gioia quando l’eloquente tiranno

con schiere di fedeli ispirati riuscirà a contentare il paese

più di quanto non seppe fare il mediocre occupante.

 

Un invasore non entrerebbe mai nell’animo della nazione.

 

Ogni patriota può morire di felicità inculcata per forza

nella testa

addestrato appositamente a tale scopo

con una percentuale del suo reddito personale.

 

Il mondo alle nuvole cosmiche strizza l’occhio.

Più del caos e del disordine dei singoli destini

apprezza l’eleganza del passo cadenzato maschile.

 

Un intreccio di tronfi motivi

– come un tappeto persiano –

con efficacia smorza il rombo dei lamenti rivolti al cielo.

 

Fughe

 

(Prima parte)

 

Leggendo Sofocle so già che

non Creonte oggi vieta alla sorella di seppellire il fratello

ma il fatto

che nessuno riuscirà a sotterrare

chi si è trasformato nel fumo

dei forni crematori

o si è trasformato in ombra

sui muri di Hiroshima

oppure nel tonfo assordante

di un migliaio di profughi annegati

diretti verso il “paradiso”

 

per timore del tiranno

sono sfuggiti in Siria e in altri luoghi

a coloro che seminano l’orrore

e qui

sul mare

quando si illudevano di essere scampati

sono finiti preda di truffatori

spietati avidi di guadagno

anche a costo della loro vita

quegli sventurati

sono saliti – a caro prezzo –

su un barcone rappezzato –

sono annegati

sotto i nostri occhi

ci ha destati dal sonno il loro tonfo assordante

 

o sorella Antigone

 

 

madre figlia amante

non puoi neanche lamentare

la morte dei fratelli tuoi e non tuoi

dei figli tuoi e non tuoi

delle madri tue e non tue

 

li ha inghiottiti il mare

un uomo

nessun uomo è in grado

di seppellire il tonfo assordante di quelli

diventati tonfo assordante

 

nei nostri cuori nel nostro ricordo

quel tonfo ci sveglia di notte

parla col fumo dei forni crematori

parla con l’ombra sui muri di Hiroshima

soltanto una nuvola un muro e il mare

riusciranno a seppellire

i trasformati in fumo ombra e tonfo

e Lui se esistesse

soltanto Lui

potrebbe coprirli col manto

della sua misericordia

e sottrarli alla funesta ora

in cui

“l’uomo all’uomo questa sorte ha riservato”

 

 

(C) by Paolo Statuti

Anna Swirszczynska

31 Mar

Una poetessa innovatrice e femminista

 

   Anna Swir (Świrszczyńska) – Varsavia 1909 – Cracovia 1984, poetessa, prosatrice, autrice di drammi e di libri per la gioventù. Figlia del pittore Jan Świerczyński. A tale proposito va notato che il suo cognome si differenzia leggermente da quello del padre, a causa di un errore anagrafico che la poetessa non ha mai corretto. Avrebbe voluto seguire le orme paterne, ma dovette rinunciare per motivi economici. Conseguita la maturità nel 1927, si iscrisse alla facoltà di lingua e letteratura polacca dell’università di Varsavia.

   Debuttò con la poesia “La neve” nel 1930, pubblicata dalla rivista “La fiammella”, ma come suo vero debutto ella considerava la poesia “Mezzogiorno”, per la quale fu premiata al Torneo di Giovani Poeti nel 1934. Durante l’occupazione svolse attività clandestina nell’ambiente letterario della capitale, prese parte all’Insurrezione di Varsavia (1 agosto-2 ottobre 1944), e lavorò come operaia, cameriera e inserviente d’ospedale.

   Quando era già sessantenne cambiò radicalmente il suo linguaggio poetico e segnò una svolta innovatrice nella poesia polacca. Le sue raccolte “Sono una vera donna” del 1972 e “Ho alzato la barricata” del 1974 furono accolte come un fulmine a ciel sereno. Creò una nuova forma, sentiva che la lingua della sua poesia di prima della guerra non era adatta a descrivere la realtà dell’Insurrezione e il suo  vero essere femminile.

   A proposito delle sue raccolte “Il vento” e “Sono una vera donna” scriveva nell’introduzione autobiografica al volume “Poesie scelte” del 1973: “Se il simbolo della raccolta-debutto poteva essere uno spettacolo teatrale in costume, simbolo di queste due ultime sarà forse il reparto maternità di un ospedale. Cosa è più consono alla poesia? Molti lettori risponderanno di sicuro diversamente da me”.

   Ora nella poesia della Świrszczyńska la donna genera non solo bambini, ma anche il mondo. Essa assume volti diversi: madre, figlia, amante, donna desiderosa, tenera, disperata, piangente per i morti, assistente dei feriti, stravagante o molto pratica. La poetessa raggiunge una tale intensità di sentimenti, una tale descrizione erotica, da essere spesso tacciata di esibizionismo, e lei stessa ammetteva di spingersi fino a questo punto.

   Un critico letterario ha scritto: “E’ vera poesia! Non un nostalgico miagolio o piagnucolio di una donna debole e sola. Nelle poesie di Anna Świrszczyńska la donna ha un corpo che può essere bello o brutto, porta in sé il dolore ma anche la voluttà, è giovane e poi è anche vecchia. Nei suoi versi semplici e chiari la poetessa non si perita di parlare di sesso, di orgasmo senza eufemismi. Il fatto che riesca ad amare intensamente deriva anche dalla sua forza. Tutto senza veli e abbellimenti, senza finzioni o falso pudore. Czesław Miłosz nel suo libro su Anna Świrszczyńska “Chi abbiamo avuto”, ammette di aver dovuto superare alcuni pregiudizi maschili, per capire bene il femminismo della poetessa. Egli, d’accordo con il poeta Miron Białoszewski, la considera una grande rinnovatrice della poetica polacca e una delle maggiori individualità nella storia di tutta la letteratura polacca.

   Si autodefiniva una femminista. Attraverso la poesia voleva liberare la mente femminile dai vincoli della cultura maschile, dal patriarcato. In brevi, chiare e realistiche poesie descrive il destino delle semplici donne. Le sue protagoniste sono donne coraggiose che non ammettono compromessi, contadine, operaie, casalinghe, madri stanche, donne tormentate dalla vita e dai mariti, donne che vincono o perdono, restando tuttavia sempre in conflitto con l’uomo, che la poetessa giudica severamente, spesso con disprezzo e a volte anche con umorismo. Il suo “io” poetico non è languido o sentimentale. Nei suoi versi si sente l’orgoglio di essere donna, di avere il suo corpo di donna. Le sue poesie, soprattutto quelle del ciclo “Sono una vera donna”, costringono a riflettere seriamente sulla femminilità e sui problemi delle donne nel mondo contemporaneo.

                                                                                                Paolo Statuti

Opere di Anna Świrszczyńska:

Poesie e prosa, Varsavia 1936

Orfeo, dramma in 3 atti, 1946

Spari in via Długa, 1948

Arkona – la fortezza di Świętowit, 1948 (per la gioventù)

L’appello sul muro, 1951

Liriche scelte, Varsavia 1958

Racconti di vecchio argomento, 1958 (per la gioventù)

I cornetti del re Giovanni, 1960 (per la gioventù)

Parole nere, Cracovia 1967

Il vento, Varsavia 1970

Sono una vera donna, Cracovia 1972

Storia di vecchi tempi, 1972

Poesie scelte, 1973

Ho alzato la barricata, Varsavia 1974

Felice come la coda del cane, Cracovia 1978

Teatro poetico, Varsavia 1984

Sofferenza e gioia, Varsavia 1985

 

 

10 poesie di Anna Świrszczyńska nella versione di Paolo Statuti

 

Alzando la barricata

Avevamo paura alzando sotto il fuoco

la barricata.

Il bettoliere, l’amante dell’orefice, il barbiere,

tutti paurosi.

Cadde a terra una servetta

sollevando un masso dal selciato, avevamo molta paura,

tutti paurosi –

il portinaio, la mercatina, il pensionato.

Cadde a terra il farmacista

trascinando la porta della latrina,

avevamo ancora più paura, la contrabbandiera,

la sarta, il tranviere,

tutti paurosi.

Cadde un ragazzo del riformatorio

trascinando un sacco di sabbia,

ebbene avevamo paura

davvero.

Benché nessuno ci costringesse,

alzammo la barricata

sotto il fuoco.

1974

 

 

La donna conversa con la sua coscia

Solo grazie alla tua bellezza

posso partecipare

ai riti dell’amore.

Le mistiche estasi,

i tradimenti voluttuosi

come scarlatto rossetto,

il perverso rococò

dei grovigli psicologici,

la dolce nostalgia del corpo

che mozza il respiro nei petti,

i crateri del tormento

che precipita sul fondo del mondo –

li devo a te.

Con che tenerezza devo ogni giorno

sferzarti con la sferza dell’acqua gelata,

giacché proprio tu mi concedi di giungere

alla bellezza e al senno,

che niente può sostituire.

Si schiudono dinanzi a me

nell’attimo dell’amore

le anime degli amanti e le possiedo.

Guardo, come scultore

la sua opera,

i loro volti serrati dalle palpebre,

straziati dall’estasi,

densi

di felicità.

Leggo come angelo

i pensieri nei crani,

sento nel palmo

il cuore umano che batte,

ascolto le parole

che l’uomo all’uomo sussurra

nel più sincero istante della vita.

 

Entro nelle loro anime,

percorro

la strada dell’incanto o dello sgomento

verso contrade inaudite

come fondi di oceani.

Poi, carica di tesori,

torno a lungo

in me stessa.

 

Oh, quante ricchezze,

quante costose verità,

che ingigantiscono in un’eco metafisica,

quante iniziazioni

delicate e sconvolgenti

devo a te, coscia mia.

 

La più compiuta bellezza della mia anima

non mi darebbe alcuno di quei tesori,

se non ci fosse la tua tersa, liscia grazia

di animaletto amorale.

 

1972

 

 

Verso recondito

 

Vivo qui nel lusso,

ho una speciale stanza per ridere.

 

Dopo un giorno senza gente

nella stanza fuisce la notte

come alleviamento.

 

Fiammanti giungle di risatine

sbocciano

e scoppiano estatici soli

di scoppi di risa.

 

La delizia del riso

fa esplodere le pareti

forte come delizia d’amore.

 

Nella piccola stanzetta

scorrono ghignando costellazioni di stelle

e ululanti di risa vie lattee.

 

Posso accoglierle tutte e ospitarle,

poiché vivo qui nel lusso.

Ho una speciale stanza per ridere.

 

1970

 

 

 

 

Separazione

 

Il nostro amore ha languito lunghi anni.

Ed ecco ora la separazione

lo ravviva d’un tratto.

Il nostro amore si leva dai morti

allucinante

come cadavere, rinato per morire

una seconda volta.

 

Ogni notte ci amiamo,

ogni ora ci separiamo,

ogni ora

ci giuriamo fedeltà fino alla morte.

 

Soffriamo intensamente

come si soffre nell’inferno.

Abbiamo entrambi

45 gradi di febbre.

 

Gemendo di odio

strappiamo dall’album la foto delle nozze.

E intere notti fino al chiarore dell’alba

piangendo, amandoci,

sudando di mortale sudore

ci parliamo,

parliamo di noi

la prima e ultima volta nella vita.

 

1972

 

Dico a me stessa: tu carogna

                                                                  Ad Artur Sandauer

Dico al mio corpo:

– Tu carogna – dico.

Tu carogna inchiodata alla sordità,

cieca e sorda

come un catenaccio.

 

Devo batterti fino a farti urlare,

metterti a digiuno per quaranta giorni,

sospenderti

sul più alto abisso del mondo.

 

Forse allora si aprirebbe in te

una finestra

su tutto ciò che intuisco – sia.

su tutto ciò che è chiuso

davanti a me.

 

Dico al mio corpo:

Tu carogna,

temi il dolore e la fame,

temi l’abisso.

 

Tu sorda, cieca carogna – dico

e sputo nello specchio.

 

1978

 

 

Coraggio

 

Non sarò schiava di nessun amore.

A nessuno

darò lo scopo della mia vita,

il mio diritto a una continua crescita

fino all’ultimo respiro.

 

Impastoiata da un oscuro istinto di maternità,

assetata di affetto come un asmatico di aria,

con qualche sforzo costruisco in me

il mio bello umano egoismo,

riservato da secoli

al maschio.

 

Contro di me

sono tutte le civiltà del mondo,

tutti i santi libri dell’umanità

scritti da mistici angeli

con l’eloquente penna del lampo.

Dieci Maometti

in dieci lingue elegantemente muscose

mi promettono la dannazione

sulla terra e nell’eterno cielo.

 

Contro di me

è il mio proprio cuore.

Addestrato da millenni

alla crudele virtù della vittima.

 

 

La molla

 

La più grande felicità che mi dai,

è la felicità che non ti amo.

La libertà.

 

Mi crogiolo vicino a te

nel calore della tua libertà

mansueta della mansuetudine della forza.

 

Tenera

vigile come una molla.

 

In ogni mio abbraccio

sono pronta ad andarmene.

Come nel corpo dell’atleta

il prossimo salto.

 

1972

 

Sono ricolma di amore…

 

Sono ricolma di amore

come un grande albero – di vento,

come una spugna – di oceano,

come una grande vita – di sofferenza,

come il tempo – di morte.

 

 

 

 

 

Colloquio notturno molto triste

 

– Dovresti avere molti amanti.

– Lo so, caro.

– Ho avuto molte donne.

– Ho avuto molti uomini, caro.

– Sono un uomo finito.

– Sì, caro.

– Non fidarti di me.

– Non mi fido, caro.

– Temo la morte.

– Anche io, caro.

– Non lasciarmi.

– No, caro.

– Sono solo.

– Come me, caro.

– Stringiti a me.

– Buonanotte, caro.

 

1972

 

Il lucchetto

 

I nostri corpi

non vogliono separarsi.

Si sono serrati con le braccia

e ci guardano con terrore,

come due bambini guardano un assassino

che si avvicina.

 

Non capiscono niente. Impazziti,

bagnati di lacrime,

tremanti dal singhiozzo,

chiedono, chiedono senza fiato

perché.

E non ascoltano la risposta,

chiedono di nuovo

senza fiato, senza fiato,

gemendo, implorando

pietà.

 

Ma noi

non possiamo aver pietà di loro.

Spezzeremo il lucchetto delle braccia,

strapperemo i capelli arruffati

getteremo

nelle due parti della stanza

due morenti

impotenti brandelli.

 

1972

 

Alla memoria di „Che” Guevara

Vado tra le pallottole,

accanto cammina la mia Leggenda,

essa non morirà.

Vado lungo una valle di scuro pianto,

lungo possenti paesaggi di disperazione.

Chiamo i morti e i vivi,

si alzano,

i vivi simili ai morti, così senza forza,

i morti simili ai vivi, così minacciosi.

Non sanno parlare, non hanno

volto. Io sono

il loro volto, la lingua ardente

della loro gola.

Vado tra le pallottole,

la mia Leggenda procede accanto,

ha il muso di leonessa,

sei ali

come sei cascate

di vittoria.

Quando cadrò strada facendo,

la sua pesante patetica scarpa

oltrepasserà il cadavere

come cosa irrilevante.

Andrà non trattenuta

con la gola di un toro,

da questa gola scaturirà

ieratico un canto

su di me.

La mia Leggenda

condurrà i morti e i vivi

più lontano di me.

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Halina Poswiatowska

27 Mar

Halina Poświatowska

Olga Celuch

Olga Celuch

  Dedico questo mio post alla memoria della indimenticabile amica e poetessa bilingue (italiano e polacco) Olga Celuch, sopraffatta da un male incurabile il 5 giugno 2010. Aveva appena 30 anni.

   “Amo la vita, amico mio, e anche quando essa mi ha ferita al punto che per un breve istante ho desiderato morire, neppure allora l’ho tradita”. (Halina Poswiatowska)

 

   Halina Poświatowska era nata a Częstochowa il 9 maggio 1935. Nel 1945 si ammalò di artrite ed endocardite e di conseguenza di una malattia di cuore a quei tempi incurabile. Ciò le impedì di frequentare regolarmente la scuola, perché si stancava presto e doveva restare in letto.    Tuttavia studiò e superò gli esami come privatista, dapprima al ginnasio “Studio e Lavoro” e poi al liceo femminile “J. Słowacki” a Częstochowa. Nello studio e nella scelta delle letture l’aiutava la madre. Trascorse tutta la sua breve vita tra ospedali e case di cura. Nel 1953 conobbe nel sanatorio di Kudowa il futuro marito, Adolfo Poświatowski, pittore e studente della Scuola Superiore di Cinematografia a Łódź, anch’egli gravemente malato di cuore, e lo sposò il 26 giugno 1954. La morte del marito, avvenuta improvvisamente meno di due anni dopo, fu per Halina un grave colpo e cominciò a vivere nella convinzione di dover subire presto la stessa sorte. I medici, infatti, le davano al massimo sei mesi di vita.

   Nel 1956 debuttò con le due poesie “Felicità” e “L’uomo dell’Annapurna”. Conoscendo lo stato di salute e il talento della giovane poetessa, il prof. Julian Aleksandrowicz, suo amico e medico, si interessò, perché fosse operata al cuore negli Stati Uniti. La cosa andò in porto e per giunta gratuitamente. Nel frattempo la prestigiosa casa editrice di Cracovia “Wydawnictwo Literackie” pubblicava la sua prima raccolta di poesie “Inno idolatrico”.

   Dopo la riuscita operazione, avvenuta il 12 novembre 1958, Halina iniziò gli studi allo “Smith College” di Northampton. Nel 1960 seguì i corsi estivi alla Columbia University di New York, al termine dei quali, nel 1961, tornò a Cracovia. “Non aveva bisogno di tornare in Polonia – dice la sorella – lì stava bene. La borsa di studio di quattro università, viaggi, amici. Ma amava troppo Cracovia, la considerava la città più bella del mondo”.

   Iniziò gli studi alla facoltà di storia e filosofia presso la celebre Università Jaghellonica. Un anno dopo uscì la sua seconda raccolta “La giornata odierna”, seguita dalla terza “Ode alle mani” nel 1966. Infine nel 1967, sempre la stessa casa editrice Wydawnictwo Literackie pubblicò la sua autobiografia in prosa “Racconto per un amico”.

   Nell’autunno dello stesso anno fu nuovamente operata al cuore a Varsavia. Morì pochi giorni dopo, l ’11 ottobre. Forse senza questa operazione sarebbe vissuta ancora qualche anno, ma voleva sentirsi bene e poter lavorare.

   La sua città natale Częstochowa ogni anno organizza un concorso di poesia intitolato ad Halina Poświatowska.

Lascio ora la parola a due autorevoli poeti polacchi che erano amici della poetessa.

Tadeusz Nowak (1930-1991): …Ho conosciuto Halina dopo il suo ritorno dall’America. Era alta, esile, molto bella. Una figura in parte primaverile, in parte autunnale. Forse pensavo a queste due stagioni dell’anno, perché Halina, ricordando che il suo cuore era malato, camminava con cautela, quasi avesse sotto i piedi un sottile strato di ghiaccio, o una gran quantità di foglie appena cadute dagli alberi, di foglie che frusciano e fanno dimenticare la propria voce, la propria anima…Ho rivisto Halina pochi giorni prima della morte. Era con la sorella in una piccola stanzetta. L’ossigeno era a portata di mano. Ricordo che la segretaria del prof. Aleksandrowicz entrò e con un lieto  sorriso comunicò che l’operazione avrebbe avuto luogo qualche giorno dopo. E allora per la prima volta vidi Halina spaventata al pensiero della data così vicina dell’operazione. Una fugace ombra di morte le coprì il viso…le cadde il libro dalle mani…era la Bibbia. Quel giorno Halina stava leggendo “Il cantico dei cantici”…

   Aveva già scritto molte poesie e quasi tutte senza titolo. Cominciavano come i Salmi di Davide, o come lettere d’amore indirizzate a qualcuno. Eppure era una poesia autentica, insolita e bella. Una poesia molto femminile, ma non come in Pawlikowska-Jasnorzewska o in Szymborska. La poesia di Poświatowska era eccitata, rivestita di un qualcosa molto erotico, carnale, ma al tempo stesso straordinariamente eterea. Era una poesia luminosa, chiara…eravamo tutti stupiti dai suoi versi. Non potevamo credere che ci fosse qualcuno che nell’arco di qualche mese, forse di un anno, potesse rivivere – nelle parole, nelle metafore, nelle bellissime immagini – tutta la sua vita”.

Stanisław Grochowiak (1934-1976):

                           Non era bella – in compenso era molto Bella,

                           Non era sensibile – in compenso era troppo Sensibile…

   E’ sorprendente come questa giovane poetessa amasse e stimasse la vita… Era un amore essenzialmente religioso…Questa donna, che ad ogni emozione, ad ogni palpito del cuore rischiava la vita, cantava l’amore indomabile, sensuale…Tutta la sua poesia è una profonda, dolorosa e intensa meditazione sul prodigio del proprio corpo…

 

   Di Halina Poświatowska presento alcune poesie nella mia versione

  

*  *  *

mia principale cura è il trucco dei sopraccigli

li dipingo con raccoglimento

così fanno le donne ormai spaurite

pungendo gli specchi con lo sguardo attento

l’angolo di casa che oltrepasso ogni mattino

la svolta della strada che attraverso

tenui dita di muffa afferrano granelli di sabbia

crescono le crepe sui muri sono enormi le crepe sul pavimento

si frangono si disseminano le strade

il vento le porta in igni lato

il vento gioca con esse a rimpiattino

accostando i capelli alle guance

guardo le pietre che si coprono di erba

 

*  *  *

sempre quando voglio vivere grido

quando la vita mi abbandona

mi afferro ad essa

dico – vita

non andartene ancora

la sua calda mano nella mia mano

la mia bocca al suo orecchio

sussurro

vita

– come se la vita fosse un amante

che vuole andar via –

mi aggrappo al suo collo

grido

morirò se te ne andrai 

 

*  *  *

sulla mia casa

le cui pareti

di caldi sogni impensati 

scriverò la poesia più bella

sui capelli del bambino

che mai si arrufferanno

nelle mie mani di donna

sulle labbra che con cupa brama

non penderanno sopra l’ansia delle mie notti

sull’amore che fiorisce

in ogni parola sussurrata

nel colore delle rose

nel profumo dell’erba falciata

nel rapido cadere di stelle

nell’amaro

annientamento di ali di farfalla

spente nella fiamma della candela

sull’amore –

perfetto nel suo fosco non avverarsi

 

*  *  *

Quando morirò mio caro

quando dal sole mi separerò

e sarò un lungo oggetto piuttosto triste

 

mi stringerai a te

mi abbraccerai

e riparerai ciò che il crudele destino ha guastato?

 

spesso ti penso

spesso ti scrivo

stupide lettere – in esse c’è amore e sorriso 

 

poi nella stufa le metto

la fiamma salta sulle parole

prima che tranquilla finisca in cenere

 

guardando la fiamma mio caro

penso – che avverrà

del mio cuore avido d’amore 

 

ma tu non permettere

che io muoia in un mondo

che è buio freddo 

 

*  *  *

Sono Giulia

ho 23 anni

un giorno ho incontrato l’amore

aveva un gusto amaro

come una tazzina di caffè scuro

ha accelerato

il ritmo del cuore

ha irritato

il mio vivo organismo

ha cullato i sensi

 

se n’è andato

 

Sono Giulia

su un alto balcone

sospesa

grido torna

imploro torna

macchio

le labbra morse

di colore sanguigno

 

non è tornato

 

Sono Giulia

di anni mille

vivo –

 

*  *  *

Se vorrai lasciarmi

non dimenticare il sorriso

puoi dimenticare il cappello

i guanti il notes con gli indirizzi importanti

qualunque cosa infine – per cui dovresti tornare

tornando all’improvviso mi vedrai in lacrime

e non te ne andrai

se vorrai rimanere

non dimenticare il sorriso

puoi non ricordare il mio compleanno

o il luogo del nostro primo bacio

o il motivo della nostra prima lite

se tuttavia vuoi rimanere

non farlo con un sospiro

ma con un sorriso

rimani

*  *  *

Uccello del mio cuore

non affliggerti

ti sfamerò con un chicco di gioia

sfavillerai

uccello del mio cuore

non piangere

ti sfamerò con un chicco di tenerezza

volerai 

uccello del mio cuore

con le ali abbandonate

non dimenarti

ti sfamerò con un chicco di morte

ti addormenterai

 

*  *  *

Ti cerco nel morbido pelo del gatto

nelle gocce di pioggia

nello steccato

mi appoggio al buon recinto

e velata dal sole

– una mosca nella ragnatela –

aspetto…

 

*  *  *

Chiedi – cosa portano sul basto i cammelli da viaggio

essi portano il mio cuore

attraverso il deserto

quando mi lasciasti

restai sola

sotto il giallo sole

la terra è secca

e i cuori della gente vuoti

non per me sgorga

la fonte della tenerezza

a volte ti vedo

ma con le mani tese

tocco soltanto

il mio pensiero di te

chiedi – cosa portano sul basto i cammelli da viaggio

essi portano il mio cuore

attraverso il deserto

 

*  *  *

Il mondo morirà un poco

quando io morirò?

guardo guardo

indossando un collo di volpe

il mondo va

non ho mai pensato

di essere un pelo della sua pelliccia

io ero sempre qui

esso – là

eppure

fa piacere pensare

che il mondo morirà un poco

quando io morirò

 

Tutte le mie morti

quante volte si può morire d’amore

la prima volta fu un amaro sapore di terra

un amaro sapore

un aspro fiore

un rosso garofano ardente

 

la seconda volta – solo un sapore di spazio

un bianco sapore

un fresco vento

la risposta di ruote con sordo rimbombo

 

la terza volta la quarta volta la quinta volta

morivo per abitudine in modo meno elevato

le quattro pareti  supina

e su di me il tuo profilo affilato

 

La morte di Esenin

ricordo la morte di Esenin

in piena estate

in un albergo

la terra fiorita

presso la finestra

sul tavolo

su un pezzo di carta

la larva del cuore

scavata a pezzi

 

immaginare

avvicinarsi

osservare il silenzio della radice

la rabbiosa lotta della radice

il tremito

il desiderio

il peso

 

il fazzoletto era di seta

quindi morbido

sulla salda parete un gancio

da punto interrogativo

in esclamativo s’è rappreso

 

presso la finestra

il cinguettio dei passeri

nessuno sa

come muoiono gli uccelli

una percentuale investita da un’auto

relativamente esigua

gli uccelli si appendono ai rami

gli uccelli nella pioggia

con le piume incollate al fianco

 

lottava col peso dell’attrazione terrestre

portando la sedia presso la finestra

ricordo la morte di Esenin

in piena estate

nel festival delle foglie

sopra il festival dell’erba

dell’orchestra dei grillini

e al soggetto dell’esistenza

il verde aggiunto splende

 

il fazzoletto era di seta

fredda

una sedia

col ricordo giungeva fino al bosco

generazioni di pazienti faggi

s’indurivano nel tronco

crescevano

generazioni di foglie

silenziose

si posavano in terra

con un sottile filo di colore

la larva del cuore

nessuno sa come muoiono gli uccelli  

*  *  *

Saskia

perché sei morta

mancava alle tue dita la perfezione della forma

alla tua bocca – la perfezione della tinta

agli orecchini – la luce?

eri forma e colore

la luce

ti abbracciava come gli occhi di amante

Saskia

Perché sei morta?

 

ecco con grande stupore

guardo la tua scarpina

riscaldo con la mano il freddo della collana

getto le perle ai colombi

perché le mangino come  grano

 

stupidi uccelli

passano accanto

portando nelle gonfie gole

forma colore e luce

tutto ciò

che manca ai tuoi occhi

 

soltanto i gioieli brillano

allo stesso modo – morti

 

 *  *  *

come il fuoco consuma un albero lieve

ugualmente io avvolgo il tuo corpo

morbida e agile come fiamma

 

amandoti con delicatezza

attizzo i tuoi pensieri in fiamma

il mio ardore la loro fredda forma ruba

 

il mio tocco il chiaro cielo dei tuoi occhi

restringe in una scura fiamma

così ti amo amando me stessa

 

la fiamma ripeto la fiamma la fiamma

storpia la bocca ferisce le mani

e ogni forma sotto l’oro infossa

 

 *  *  *

l’addio – l’ala distesa di un uccello

un’ombra

una nuvola a ovest gironzola nel cielo

i pini bruciano

 

i pini spauracchi

ficcati nella scura terra

si mettono a vicenda nei capelli

pettini verdi

 

ma i tuoi capelli – il sonno

ma la tua bocca – la morte

gli occhi – l’ala distesa di un gabbiano

nerezza

 

 *  *  *

a volte

crudelmente nostalgica

appaio alla gente

con la mia faccia d’un tempo

vado sui miei piedi d’un tempo

e li tocco sorridendo

con le mani d’un tempo

 

ma mi tradisce

la trasparenza della pelle

che somiglia alla struttura della carta

e l’immobilità dell’ombra

e dopo il mio passaggio

l’assenza della più lieve traccia sulla neve

 

e a un tratto fulminati sanno

si scostano spauriti

offrendomi un grande spazio bianco

senza orizzonte

 

 

*  *  *

voglio scrivere di te

col tuo nome sorreggere il recinto piegato

il gelato ciliegio 

descrivere la tua bocca

comporre strofe incurvate

delle tue ciglia mentire che sono scure

voglio

impigliare le dita nei tuoi capelli

trovare una fossetta nel collo

dove con un sussurro represso

il cuore smentisce la bocca

voglio

il tuo nome mescolare con le stelle

con il sangue

essere in te

non essere con te

sparire

come goccia di pioggia assorbita dalla notte

 

 

 

 

*  *  *

nelle tue perfette dita

sono soltanto un fremito

un canto di foglie

al tocco delle tue calde labbra

 

l’odore irrita – dice: tu esisti

l’odore irrita – urta il naso

nelle tue perfette dita

sono la luce

 

di verdi lune brucio

sul morto cieco giorno

a un tratto sai – che ho le labbra rosse

 

– con sapore salmastro affluisce il sangue –

 

 

Incontrato

 

sono chiuso

con un’acida spilla

non ho la bocca

nel rigido lenzuolo

oggetto con una gamba urlante

cinque dita

presso l’ascensore

gettato in pasto

 

– non voglio –

prendo a calci

prendo a calci la porta ostinata

tendo le orecchie al paziente mugolio

aspetto

 

curvo su di me

ieri

mi bisbigliava una grande verità

su un cielo verde

sugli angeli danzanti

l’ostia della fede era così tonda

che mi si è piantata in gola

sono sceso in basso

 

prendo a calci

prendo a calci la porta defunta

voglio salire con l’ascensore

fino al piano più alto del cielo

 

* *  *

essa è con noi

ascolta il ronzio d’una vespa

gioca coi miei capelli

nelle tue dita è impigliata

 

il sole

mette mollemente sotto la testa

poi un po’ di erbe

poi un fiore di papavero

come esclamativo

rosso

 

essa contraddice i nostri gesti

ci piega a terra

col profumo

col calore

trattiene per sempre

sulla ruvida crosta terrestre

i tarpati dall’amore – la morte

 

 

Essi ci amano, i cimiteri solitari, essi che sono tanto con noi, che sono quasi dentro di noi. Paradosso reversibile, perché forse siamo noi dentro di loro. Delineando con un dito il contorno del proprio corpo, consideriamo il geranio piantato in basso e la clessidra posta a capo del letto. Il sussurro della betulla inclinata, l’intreccio delle sue avide radici, il succulento verde delle foglie. E baciando per la buona notte la tua fronte sul sopracciglio sinistro, penso alla piccola cappella con la croce di legno messa di traverso. Odore di terra…

 

 (C) by Paolo Statuti