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Papusza: la poetessa polacca maledetta

26 Feb

Papusza, anni '50

Papusza, anni ’50

Jerzy Ficowski e Papusza nel 1973

Jerzy Ficowski e Papusza nel 1973

 

 

                              „…Non sono una poetessa, sono solo una zingara

                             del bosco, che vive di natura…Sono felice quando                            

                             sento cantare le ruote, quando sento la pioggia

                             che batte sul carro…Questa è la mia musica e a volte 

                             le parole stesse lo diventano…”

                                                                                              (Papusza)

 

      Papusza (Bronisława Wajs) nacque il 17 agosto 1908 o il 10 maggio 1910 a Lublino e morì l’8 febbraio 1987 a Inowrocław a 76 anni. Da bambina apprese a leggere e a scrivere in segreto, sfidando i divieti della tradizione familiare e del clan, aiutata dai ragazzi che frequentavano le scuole e da una commessa ebrea. Cresceva in mezzo alla natura, osservava attentamente gli alberi, i fiori, gli uccelli. Era bellissima. La chiamavano “Papusza”, cioè “bambola”. A sedici anni fu venduta dalla famiglia allo zio Dionizy Wajs, anziano suonatore di arpa, e costretta a sposarlo. I coniugi adottarono un bambino che chiamarono Tarzan, figlio di uno zingaro e di una ragazza gagi (non-Rom).

   Cominciò a scrivere in lingua rom e a cantare ballate, che a volte intitolava semplicemente “canzoni uscite dalla testa di Papusza”: ballate che parlavano della vita sua e del suo popolo, della povertà, della libertà, dell’amore.

   Nel 1949 lo scrittore e poeta Jerzy Ficowski, perseguitato dal regime comunista, si rifugiò nel campo di Zingari dove viveva Papusza. Egli trascorse tra i Rom circa due anni, imparando anche i rudimenti della loro lingua. Il poeta si rese subito conto dello straordinario talento della zingara. Invitò la poetessa a trascrivere i suoi versi e s’impegnò a tradurli in polacco e a farli pubblicare, e infatti alcune poesie apparvero ben presto sulla rivista “Problemy”. Fu l’inizio della notorietà di Papusza, ma anche della ostilità della sua gente nei suoi confronti. Tra l’altro Ficowski sosteneva la politica di sedentarizzazione forzata dei Rom voluta dal regime, e che in pratica cancellava il loro tradizionale modo di vivere, imponendo l’educazione scolastica e lo svolgimento di un lavoro. Due mesi dopo la pubblicazione delle poesie, una delegazione zingara andò a far visita a Papusza, che ora viveva in città, non risparmiandole esplicite minacce. Ben presto fu accusata dagli Zingari di aver tradito i segreti del suo popolo. Nel 1953 uscì lo studio monografico di Ficowski Gli Zingari polacchi e nel 1956 la prima edizione delle poesie di Papusza nella versione dello stesso autore. Queste pubblicazioni inasprirono ancor più l’atteggiamento degli Zingari nei confronti della poetessa, che fu condannata dal Baro Shero, la più grande autorità dei Rom polacchi. Venne dichiarata impura ed espulsa dal clan. Papusza disperata, in un accesso di sconforto e di rabbia, bruciò tutte le sue poesie e non scrisse più nulla. Passò gli ultimi anni in estrema povertà, malata di mente e logorata dal senso di colpa fino alla morte. Finì come una crisalide, cioè, proprio come dice il suo nome, simile a una “pupa”, a una crisalide senza voce.

   Pochi anni prima della morte, in completa solitudine, non sapendo nemmeno dove si trovasse Tarzan, disse: “Aspetto mio figlio. Verrà e mi porterà nel bosco, perché tutta la mia ricchezza è rimasta là. Esso era il mio palazzo per ripararmi dal vento e dalla pioggia…Quando vado nel bosco, là capisco ogni ramo. E quando vedrò attraverso gli alberi il chiarore del lago, capirò anche questo chiarore…”

   Oggi di questa poetessa tradotta in tedesco, inglese, francese, spagnolo, svedese e italiano, sono rimaste soltanto le 26 poesie nella versione polacca di Jerzy Ficowski, e proprio grazie a questo poeta ella continua ad esistere.  Oltre che da quest’ultimo, Papusza fu elogiata da altri illustri poeti polacchi: Julian Tuwim, Julian Przyboś, Wisława Szymborska, Anna Kamieńska, Edward Stachura. Papusza è presente oggi a pieno titolo nella storia della letteratura polacca,  per i suoi meriti artistici e come prima poetessa di etnia zingara di cui sono state pubblicate le opere. Ma per questo ella pagò un prezzo altissimo. Più volte ripeteva: “Sono una stupida, se non avessi imparato a scrivere, sarei stata felice”.

   Jerzy Ficowski – involontaria causa della sua fama e della sua tragedia, nel suo libro I demoni della paura altrui. Ricordi zingareschi (1986), si rivolge così alla poetessa un anno prima che lei morisse: “Cara Sorellina,…so di aver contribuito alla tua notorietà e alla tua disgrazia. La prima in realtà non è per merito mio, la seconda non è in realtà per colpa mia. Ciò malgrado, oggi sento in me il peso della corresponsabilità per tutte le miserie da cui sei stata colpita, benché sappia che esse erano ineluttabili. Perdonami, se puoi”. Forse se non avesse conosciuto Jerzy Ficowski sarebbe morta sconosciuta, ma sana di mente e felice? Chissà – è difficile decifrare il destino dei poeti.                               

                                                                                                         (Paolo Statuti)

 

Alcune poesie di Papusza tradotte da Paolo Statuti  

 

Canto del bosco

Ah, miei boschi!

In tutta la grande terra

non vi cambierei con nulla –

né con l’oro,

né con le pietre preziose,

le pietre preziose che

brillano così belle

e attirano la gente.

 

E le mie cime rocciose

le mie pietre sull’acqua                                    

più care sono dei gioielli

che irradiano la luce.

 

Nel mio bosco di notte

sotto la luna

i fuochi ardono

e irradiano la luce

come pietre preziose,

che adornano le dita alla gente.

 

Ah, miei amati boschi,

che profumate di salute!

Che allevaste i giovani Zingari

come propri boschetti!

 

Il vento agita il cuore come foglia

e non c’è paura di nulla.

I bambini cantano,

sia che abbiano sete o fame,

saltano e ballano, perché

questo il bosco ha insegnato loro.

1952

 

Il bianco inverno è giunto

 

Il bianco inverno è giunto,

la neve, come grande cuscino di muschio,

ha vestito tutti i verdi abeti,

ha piegato i loro rami.

 

Il cavallo sparge la neve coi quattro ferri

e il cuore si china

come i rami d’un piccolo abete.

 

In un cespuglio un gufo accovacciato,

sotto gli abeti gli uccelli –

come tenda li ripara la neve.

Il bosco come un sapiente,

non canta con i venti.

Scintille come stelle di brina

riflesse nelle pupille.

 

Oggi un uccello dorme tra gli sterpi

sotto la neve,

come un tempo il povero Zingarello

che oggi ha trovato una calda casa.

 

Un povero uccello sotto la finestra

intirizzito – chiede un po’ di pane.

Ah, è il mio fratellino del bosco!

Siamo cresciuti insieme nel bosco nero.

Gli darò un po’ di buon pane,

gliene darò a volontà.

 

Vieni qui da me, io verrò da te,

uccello poverino!

Preghiamo entrambi Dio,

che spunti un grande sole,

perché c’è tanta neve come soffice cuscino.

 

Uccello mio, qualcuno ha fatto per te

una calda casetta,

per non gelare sotto il cespuglio,

nelle grandi nevi,

dove non avevi

sogni sereni.

1952

 

Guardo qui, guardo là

 

Guardo qui, guardo là –

tutto ondeggia! Il mondo ride!

Un mare di stelle di notte!

Ciarlano, ammiccano, brillano.

 

Le stelle! Chi le comprende

di notte non vuole prender sonno,

osserva la chiara Via Lattea,

sa che è una via felice,

che chiama verso luoghi buoni.

 

Guardo qui, guardo là –

la luna si lava nelle calde acque,

come giovane Zingarella

nel ruscello del bosco.

Che sta mai succedendo?

Tutto ondeggia.

Il mondo ride.

1951

 

Canzone

 

Tra molti anni,

o forse non molti, prima,

le tue mani il mio canto ritroveranno.

Quando è nato?

Di giorno, o nel sonno?

E ricorderai, e mi penserai –

è stata una favola,

o era tutto vero?

E i miei canti

e tutto il resto

dimenticherai.

1952

 

O bosco, padre mio

 

O bosco, padre mio,

nero padre,

tu mi hai allevato,

tu mi hai lasciato.

Le tue foglie tremano

e io tremo con loro,

tu canti e io canto,

ridi e io rido.

Tu non hai scordato

e io ti ricordo.

Mio Dio, dove andare?

Che fare, dove prendere

favole e canti?

Nel bosco non vado,

il fiume non incontro.

O bosco, padre mio,

nero padre!

1970

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

A un uomo semplice

24 Gen

 

 220px-Robotnik_28.10.1931

  

Il 7 novembre 1929, quando il capo del governo in Polonia era Józef Piłsudzki, il poeta ebreo polacco Julian Tuwim (1894-1953), già presente nel mio blog con alcune poesie, pubblicò sul quotidiano “Robotnik”, organo del Partito Socialista Polacco, una poesia pacifista sul pericolo derivante dalle forze nazionalfasciste. Il poeta denuncia in modo esplicito la menzogna della propaganda di guerra. Indica che è un linguaggio ipocrita, che si serve di argomenti elevati (“patria”, “ragioni storiche”, “onore”) per raggiungere scopi ignobili, che si appella ai sentimenti patriottici, apparentemente per difendere il paese, ma in realtà per proteggere gli interessi della classe al potere, a costo delle distruzioni che ogni guerra porta con sé. La critica di destra reagì violentemente, accusando il poeta di plaudire alla distruzione delle armi (“Scaglia il fucile sull’asfalto”) e alla diserzione. Tuwim rispose così:

“Nella mia poesia mi rivolgo chiaramente a tutti i popoli, affinché in un momento cruciale si oppongano a una guerra di aggressione, che come uomo onesto e ragionevole, considero un crimine. E’ assurdo supporre che io non provi stima e ammirazione per l’eroismo a difesa della indipendenza di un paese”.

                                                                                                 Julian Tuwim

E’ sorprendente l’attualità di questa poesia. La pubblico qui nella mia versione.

 

 

 

“A un uomo semplice” tradotta da Paolo Statuti

 

Quando di nuovo sopra i muri

Incolleranno i proclami,

Quando “al popolo”, “ai soldati”

La stampa l’allarme sonerà

Ed ogni stupido e ignaro

Alla vecchia “canzone” crederà,

Che bisogna andare e sparare,

Uccidere e saccheggiare;

Quando la patria in mille maniere

Cominceranno a declinare

Usando emblemi colorati,

Parlando di “storiche ragioni”,

Di terra, di gloria e di frontiere,

Di padri, avi e bandiere,

Di eroi e di sacrifici;

Quando vescovi, pastori e rabbini

Verranno a benedirti il fucile,

Perché Dio stesso ha sussurrato,

Che per la patria – bisogna lottare;

Quando urleranno le lettere

Sulle prime pagine dei giornali,

E donne focose in due ali

Lanceranno fiori “ai soldatini”. –

– Oh, amico semplice e ignorante,

Compagno di questi e altri confini!

Sappi che suonano l’allarme

I re con i padroni panciuti;

Sappi che sono fandonie – tutte –

Quando ti gridano: “Arma in spalla!”

Per loro il petrolio è sgorgato

E molti dollari ha fruttato;

Nelle loro banche qualcosa non va,

E altrove han fiutato casse colme

O grassi furfanti han visto già

Un dazio più alto sul cotone.

Scaglia il fucile sull’asfalto!

Tuo è il sangue e loro è il petrolio!

E da un paese a un altro

Grida difendendo il tuo sudore:

“Io sono onesto e questo è un imbroglio!”

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Julian Tuwim

3 Ago

 

 

Julian Tuwim

Poeta rinnovatore e stregone

 

   Nacque il 13 settembre 1894 a Łódź. Lì terminò il ginnasio e pubblicò la maggior parte delle sue opere giovanili. Negli  anni 1916-1918 studiò diritto e filosofia all’Università di Varsavia, collaborando al tempo stesso alle nuove riviste “Pro arte et studio” e “Pro arte”, dedicate a problemi artistici d’avanguardia e a diffondere la conoscenza della poesia moderna. Fu uno dei fondatori del cabaret letterario “Pikador” e del movimento “Skamander”, nel cui manifesto si diceva tra l’altro: “Crediamo profondamente nell’oggi di cui tutti ci sentiamo figli…Vogliamo essere i poeti di oggi, in ciò è la nostra fede, il nostro programma…” Facevano parte di questo movimento anche Lechoń, Wierzyński, Słonimski e Iwaszkiewicz, e ad esso si deve la rinascita della poesia polacca dopo l’indipendenza riconquistata nel 1918. Tuwim ne divenne il rappresentante di maggior spicco.

   Così il poeta Adam Ważyk descrive l’impressione destata allora dalle opere di Tuwim: “Nei crocchi della gioventù studentesca da poco rinata alla libertà si rumoreggiava, ci si agitava. Gli anziani chiedevano se quella era poesia o non piuttosto impertinenza. I suoi versi – come una ventata d’aria fresca – spazzavano via le anticaglie simboliste. Ci si spogliò dei costumi per uscire vestiti in abiti qualunque, si finì di riposare in “giacigli”, e d’ora in poi si dormì e ci si ammalò semplicemente a letto, e i poveretti che non l’avevano – in terra. Il mondo reale entrò nella poesia, con i suoi veri dolori, le vere gioie, le vere tristezze”.

   Effettivamente Tuwim portò per la prima volta nella poesia, su vasta scala, la vita delle grandi città moderne, con i loro contrasti sociali e i loro abitanti, l’atmosfera triste e sonnolenta delle cittadine di provincia, che la letteratura nobiliare aveva finora ignorato.

   Attaccando e deridendo la capitalistica caccia al denaro e la grettezza piccolo borghese, Tuwim descrive contemporaneamente il semplice uomo qualunque della periferia, delle botteghe, delle officine, mostrando solidarietà con il destino degli umiliati e degli sfruttati.

   Nel patrimonio poetico di Tuwim occorre ricordare soprattutto le raccolte liriche pubblicate negli anni tra le due guerre, come “Czyhanie na Boga” (Agguato a Dio, 1918), “Sokrates tańczący” (Socrate danzante, 1920), “Siódma jesień” (Il settimo autunno, 1922), “Słowa we krwi” (Parole nel sangue, 1926), “Rzecz czarnoleska” (L’opera di Czarnolas, 1929), “Biblia cygańska” (La Bibbia degli zingari, 1933), “Treść gorejąca” (Argomento ardente, 1936). Un’altra parte importante e significativa della sua creazione è costituita dalle opere satiriche, parzialmente riunite nel volume “Jarmark rymów” (La fiera delle rime, 1934). Tuwim pubblicò anche diverse raccolte di bellissime poesie per bambini, come “La locomotiva”, “L’elefante Trombetti”, “Sofia faccioditestamia”, nonché numerose traduzioni includenti Puszkin, Gogol, Whitman, Rimbaud.

   A nuovi temi corrispondono nella creazione di Tuwim nuovi mezzi di espressione, primo fra tutti – la lingua, che egli studiò profondamente e spesso creò, giungendo a impadronirsi di ogni sfumatura del polacco antico e moderno. Pochi poeti hanno saputo unire all’immagine quella intraducibile magia della parola, per la quale egli paragonò l’opera sua a quella di un alchimista o di uno stregone.

   Alla scoppio della guerra Tuwim, che era di origine ebrea, lasciò la Polonia. Si recò dapprima in Francia, quindi dopo il crollo di quest’ultima – in Brasile, e più tardi negli Stati Uniti. Durante il suo soggiorno in America scrisse il poema “Kwiaty polskie” (Fiori polacchi) – un’opera di vasto respiro, smagliante, piena di lirismo e di digressioni, in cui dominano la nostalgia per la terra dell’infanzia e i sentimenti patriottici. E’ una sintesi di quasi tutti i generi poetici sperimentati da Tuwim, dalla lirica personale e dall’oratoria patriottica, all’epica, al pamphlet e alla satira. Nel 1946 il poeta tornò in Polonia, dove tre anni dopo il poema fu pubblicato, guadagnandosi subito una enorme popolarità.

   Tuwim morì improvvisamente il il 27 dicembre 1953 a Zakopane, tre settimane dopo un altro grande poeta polacco – Konstanty Ildefons Gałczyński.  La figura di Tuwim è stata diversamente considerata e apprezzata, e benché nessuno neghi il suo grande talento, c’è discordanza di pareri e di giudizi sulla sua creazione. Alcuni sono affascinati dal Tuwim appassionato e sentimentale, altri dal Tuwim patetico o sarcastico e arguto. Altri ancora vedono in lui anzitutto il poeta del grande stupore metafisico. Già questa stessa possibilità di scelta e di molteplici interpretazioni conferma la ricchezza della sua eredità poetica.

 

Julian Tuwim tradotto da Paolo Statuti

 

Suum cuique

A chi il lustro lontano,

A chi il sole italiano,

E ancora altri portenti,

A me un tavolino,

La birra dopo il vino

E il lesso sotto i denti.

 

A chi le sinfonie,

Louvre e filarmonie,

Città da capogiro,

A me una cantina,

Una vodka vicina,

Uno sguardo e un sospiro.

 

La pioggia grigia abbraccia

Gli steccati e l’erbaccia.

La strada è una fiumana.

Tempaccio ormai spossato!

Scambiarti non è dato

Solitudine umana!

 

1929

 

E fu così…

 

E fu così: nell’atra notte

Da un ramo sbucò un fiore in boccio.

All’alba s’aprì con gli uccelli;

Sospirai. Era il primo approccio.

 

Quasi un’ora divenne un fiore,

Dormivegliando pigramente.

Lo tolsero dal nido vischioso

Gli uccelli con fruscìo crescente.

 

Quasi un’ora mise le piume,

Cercando tinte nel giardino.

Lo tolse al soffice calice

Il venticello del mattino.

 

Guarda come per te lottano,

Riunendosi in suoni iridati:

Gli uccelli sempre più teneri,

I fiori sempre più odorati!

 

In due meraviglie un creatore

Te senza nome ha ripartito,

E sotto ti trema turbato

Il ramo che t’ha partorito.

 

Dunque chi? Dunque come? Il fiore?

L’uccello? Tace la natura;

Nel cuore del mondo strarìpa

Del viver la folle paura.

 

Allor lo colsi dal rametto –

Dell’albero il primogenito:

Emana un aroma assai dolce,

Canta versi con un gemito.

 

1936

 

 

Venticello

 

Sulle acque trepidi fatti:

Soffia un venticello.

Sulle acque un grande silenzio.

Sono solo.

Di nuovo non vivo, di nuovo non so

Cosa avviene,

Immobile, assorto,

Resto.

Così è già stato. Ansia e speranza

Che conosco da tempo.

 

Qualcosa succederà sulle acque.

La forza trema.

Così è già stato – prima dell’enorme

Primo giorno.

Sugli abissi un volto appare.

Soffia un venticello.

L’eternità torna come sogno

Non tutto sognato.

Non sapevo come ho iniziato la mia storia.

Adesso so.

 

 

Dal poema: “Fiori polacchi”

 

O fiume, che fedele nei tuoi flutti

Le stelle di Varsavia ripetevi

E ogni alba e ogni tramonto,

Come si ripete un bel racconto

(Scorrendo e tremando – di tanto in tanto

Per l’emozione la voce si spezza

Come luce nell’acqua d’un torrente,

Ma con più leggiadria, con più dolcezza

Si svolge allora assieme al pianto),

Oh, fiume, che a memoria sapevi

Del cielo gli immensi azzurri poemi

E strofe di nuvole prese a caso ,

E dell’Iliade le inquiete saghe,

E la Bibbia dello spazio stellato –

Finché, grigia cantante, ti è toccato

Infiammarti con la tua capitale

E ululare, quando l’ululo udisti

Di Varsavia, città-Giobbe polacca!

Quando su di te il soffitto s’è schiantato,

Scorrevi nei bagliori vermigli

Con la stessa imperturbata corrente,

Scorrevi orgogliosa e liberamente,

E le case della città, come torce,

Ma rivolte all’ingiù funereamente,

Ti percorrevano in rosso corteo…

Torneremo, o Vistola, per quel rosso,

Fedelmente riposto sul tuo fondo,

Porteremo un turbine, di sdegno armato,

E un nuovo mattino, con fede vibrante…

Quel turbine – leverà la nostra mano,

Un bagliore, un grido, una strofa e il sangue!

 

 

Litania

 

Ti prego, mio Dio, con fervore,

Ti prego, mio Dio, con tutto il cuore:

Per quelli che sono umiliati,

Per quelli che sperano tremando,

Per l’eterno addio dei morti,

Per la stanchezza dei moribondi,

Per la tristezza dei non compresi,

Per quelli che supplicano invano,

Per quelli derisi, per gli offesi,

Per gli stolti, i gretti e i malvagi,

Per quelli che corrono affannati

Al più vicino ambulatorio,

Per quelli che dalla grande città

Tornano a casa col batticuore,

Per quelli rozzamente trattati,

Per quelli fischiati a teatro,

Per i noiosi, i brutti, gli inetti,

I deboli, i percossi, gli oppressi,

Per quelli senza un sonno sereno,

Per quelli che temono la morte,

Per quelli che aspettano in farmacia

E per quelli che hanno perso il treno,

– PER TUTTI GLI ABITANTI DEL MONDO,

Per i loro guai e i loro affanni,

Le sofferenze, i crucci, i pensieri,

Per le loro ansie e dolori,

Sfortune, nostalgie, dispiaceri,

Per ogni più piccolo palpito,

Che non sia felicità e gioia,

E che essa in eterno a questa gente

Illumini la via benevolmente –

Ti prego, mio Dio, con fervore,

Ti prego, mio dio, con tutto il cuore!

 

 

In regalo alla donna

 

Poiché Dio l’ha creata e satana l’ha stregata,

E’ da sempre e per sempre peccatrice e beata,

Tradimento e fedeltà, perfidia ed incanto,

Delizia e sconforto, sorriso e pianto…

E’ angelo e demonio, miracolo e fantasma,

E vertice sulle nubi e abisso senza fondo.

E’ il principio e la fine del mondo…

(C) by Paolo Statuti

 

Di Julian Tuwin ho tradotto anche due famose poesie per bambini – “La locomotiva” e “Radio uccelli”, inserite nel mio blog nel post “Poesie per bambini”, nonché la famosa poesia “A un uomo semplice” (v. in questo blog).

 

 

 

Poesie polacche per bambini tradotte da Paolo Statuti

29 Feb

Julian Tuwim (1894-1953)

LA LOCOMOTIVA

(Ho tradotto questo capolavoro della poesia polacca per bambini abbastanza liberamente e piuttosto come una “variazione sul tema” o, se preferite, come “trascrizione”. Come ogni traduzione poetica, essa è frutto di un compromesso tra la fedeltà e la libertà del traduttore, inevitabile specie quando si devono rispettare ritmo e rime del testo originale).

 

Nella stazione la locomotiva –

Enorme, pesante,

Di olio grondante.

Soffia, ansima e dalla pancia

Il fuoco avvampa:

Bum – che caldo!

Uh – che caldo!

Puff – che caldo!

Uff – che caldo!

Ansima e sbuffa, sbuffa a malapena,

E di carbone la pancia è strapiena.

I vagoni sono già agganciati,

Grandi, pesanti come carri armati

E ognuno è pieno di adulti e bambini,

In uno cavalli, in un altro bovini,

In un terzo siedono solo grassoni,

Siedono e mangiano grassi capponi.

Nel quarto dodici casseforti,

E nel quinto sette pianoforti,

Nel sesto una bombarda blindata!

Sotto ogni ruota una zeppa ferrata!

Nel settimo tavoli tondi e caraffe,

Nel seguente un orso e due giraffe,

Nel nono tanti maiali ingrassati,

Nel decimo casse e bauli borchiati,

I vagoni sono circa quaranta,

Anzi no, forse anche cinquanta.

E se venissero sia pur mille atleti

E mangiasse ognuno sei pasti completi,

E tutti avessero ogni muscolo teso,

Non reggerebbero tutto quel peso!

A un tratto – un fischio!

A un tratto – fiffiì!

Il vapore – bum!

Le ruote – tutum!

Dapprima

lentamente

come una tartaruga

pesantemente

Si è scossa

si è mossa

sulle rotaie

pigramente.

Uno strappo ai vagoni e tira,

E ruota dietro ruota gira,

Accelera e corre, corre più sicura,

Martella, batte ribatte e tambura.

Dove va? Dove va? Sempre diritto!

Sempre sui binari, a capofitto,

Per monti, per campi vola come un dardo,

Per evitare di giungere in ritardo,

A tempo rimbomba e batte to–to-to:

Tac to-to, tac to-to, tac to-to, tac to-to,

Fluida e lieve  vola lontano,

Come se fosse un aeroplano,

Non una macchina così trafelata,

Ma un’inezia, una baggianata.

E dove, e come, perché così incalza?

Perché to-to, to-to in avanti balza?

Corre, martella, avvampa, bum-bum?

Il vapore l’ha mossa con forza puff-puff,

Puff – il vapore dalla caldaia ai pistoni,

E i pistoni come duecento polmoni

Pompano, pompano e il treno avanza,

Tac to-to tac to-to con forza e baldanza,

E le ruote rombano e batton to-to-to:

Tac to-to, tac to-to, tac to-to, tac to-to!…

 

 

RADIO UCCELLI

Pronto, pronto! Qui radio uccelli dal querceto,

Trasmettiamo il programma consueto.

Prego ognuno di sintonizzarsi,

Discuteremo sul da farsi,

Chiariremo questioni nebulose:

Anzitutto – come stanno le cose?

Inoltre – dov’è nascosto

L’eco nel bosco?

Chi può lavarsi per primo

Nella rugiada al mattino?

Come capire all’istante

Chi è un uccello e chi un intrigante?

Nei loro interventi

Pigoleranno, cinguetteranno,

Fischieranno, strideranno

Gli uccelli seguenti:

Usignoli, passeri, cardellini,

Galli, picchi, cuculi, beccaccini,

Civette, corvi, cince, cappellacce,

Papere, upupe, storni, beccacce,

Gufi, tordi, picchi, beccofrusoni,

Capinere, cicogne, mestoloni,

Rigogoli, marzaiole, fringuelli

E tanti tanti altri uccelli.

Per primo l’usignolo

Così cominciò:

“Pronto, o, to to to to!

Tu tu tu tu tu tu tu

Radio, radijo, dijo, ijo, ijo,

Tijo, trijo, tru lu lu lu lu

Pio pio pijo lo lo lo lo lo

Plo plo plo plo pron-to!”

Al che il passero trillò:

“Ma che musica è mai questa?

Ah! Mi viene il mal di testa

Per capirla, oibò oibò!

Cip cip ciiip!

Cip cip ciiip!

Usignolo guastafeste,

Non siam mica al circo equestre!

Guardate! Ha rizzato le piume!

“Basta! – grida a tutto volume!

Cip cip ciiip,

Cip cip ciiip!”

E trilla, soffia, strilla,

Cippia, scrippia, zirla,

E alla fine infuriata

Risonò una chicchiriata:

“Cucurìcu! Cucurìcu!”

Urla il cuculo: “Che sento!

Un momento! Un momento!

Cucu-rìcu? Cucu-rìcu?

Malandrino! Non consento!

Prendi ricu e vola via,

Ma il cucu è cosa mia!”

Cucu! Cucu! – ripeteva,

Al che il picchio: toc toc toc!

Ed il gufo ora a gridare:

Ma chi sei? Hai bevuto? Puoi andare!

E la quaglia: vieni qui! vieni qui!

Hai qualcosa? butta qui! butta qui!

Ad un tratto, ma che strano!

Trilli, strilli – che baccano:

“Dallo a me! Butta qua! Un rametto?

Una piuma? Uno spago? Un insetto?

Vieni qui, dammi la metà!

Faccio il nido, mi servirà!

Ma guarda che tipo! Non te lo do!

Non me lo dai? Vergogna, oibò!

Ma che roba! Dovresti arrossire!”

E tutti gli uccelli ad inveire.

La polizia dei pennuti fece irruzione

E così finì la trasmissione.

 

Jan Brzechwa  (1900-1966)

Nelle isole Bermude…

Nelle isole Bermude

Non ci sono tartarughe,

Ma c’è un piccolo pulcino

Che trasporta un vitellino.

Ci son oche stravaganti

Che fan uova di diamanti.

Sulle querce e sugli ontani

Crescon mele e aranci strani.

E c’è anche una balena

Che somiglia a una murena.

E salmoni tanto buoni

Nel sughetto di lamponi.

Ed i topi vanno a scuola

Di chitarra e di mandola.

Le formiche hanno il chimono,

Ma quest’isole ci sono?

Non ci sono!

Non ci sono!

 

Bugiardella

Un momento, un momento,

E’ avvenuto un cambiamento:

Mia cugina Serenella

S’è mutata in pavoncella

E ripete tutto il dì:

“Cipi, cipi, cipicì!”

–  Ma che dici, ma va’ via!

Questa è solo una bugia.

Un momento, un momento,

E’ successo un gran portento:

Da un enorme nuvolone

E’ caduto un acquazzone,

Ma di vino, oh oh oh,

E sapeva di bordeaux.

– Ma che dici, ma va’ via!

Questa è solo una bugia.

Non è tutto , un momento!

E’ successo un grande evento:

Dalla zia ieri mattina

Una stupida gallina

E’ saltata, ah ah ah,

Nella pentola sul gas.

– Ma che dici, ma va’ via!

Questa è pura fantasia.

Un momento, aspettate,

Una papera, pensate!

Che voleva fare il bagno

E’ affogata nello stagno,

Ed i pesci dal dolore

Hanno pianto per tre ore.

– Ma che dici, che bugia!

Questa è pura fantasia.

Lo diremo al tuo papà,

Alla mamma e ben ti sta!

 

La tinca, la rana e il granchio

La tinca, la rana e il granchio rosa

Tanto per fare qualcosa,

Decisero di lasciare lo stagno,

Per cantare sotto il castagno.

Eh, sì, ma come?

La tinca

Cantava per finta,

La rana

Come una frana,

E il granchio rosa

Alla ritrosa.

La carpa gonfiò allora le branchie:

“Amici ho un’idea brillante,

Tutti insieme, di botto,

Costruiamo un viadotto!”

Eh, sì, ma come?

La tinca

Costruiva per finta,

La rana

Come una frana,

E il granchio rosa

Alla ritrosa.

Il granchio disse allora:

“Non mangia chi non lavora,

Ho un’idea proprio geniale –

Mettiamoci tutti a fare le scale!”

Eh, sì, ma come?

La tinca

Faceva finta,

La rana

Come una frana,

E il granchio rosa

Alla ritrosa.

Ed ecco il rospo gridò da un fosso:

“La carestia ci è addosso,

Coraggio, amici cari,

Compriamo alimentari!

E per fare quattrini,

Produciamo calzini!”

Eh, sì, ma come?

La tinca

Produceva per finta,

La rana

Come una frana,

E il granchio rosa

Alla ritrosa.

La tinca alla fine sentenzia:

“C’è di mezzo la nostra esistenza,

Lasciammo lo stagno scioccamente,

Torniamo allo stagno immantinente.”

E andaron, ma – che peccato! –

Lo stagno era stato svuotato!

Allora tutti piansero tanto.

Ma bastava quel pianto

A empirlo tutto quanto?

Tanto più che

La tinca

Piangeva per finta,

La rana

Come una frana,

E il granchio rosa

Alla ritrosa.

L’anatra strampalata

Sul ruscello presso la fermata

Viveva un’anatra strampalata,

Che non nuotava con le compagne

Ma andava a piedi per le campagne.

Una volta andò dal barbiere:

“Per favore, un chilo di pere!”

Lì vicino c’era la farmacia:

“Un litro di latte per mia zia”.

Da lì poi andò dallo speziale

Per spedire un vaglia postale.

 

Le anatre dicevan disperate:

“Ma che roba, guardate, guardate!”

 

Faceva le uova sopra il tetto

E sul ciuffo aveva un fiocchetto,

E per indispettire i presenti,

Si pettinava con lo stuzzicadenti.

 

Sia che il tempo fosse brutto o bello,

Lei si portava sempre l’ombrello.

Mangiando una fettuccia lunga e fina,

Diceva: “che buona fettuccina!”

E quando inghiottì due monete,

Diceva: “ve le ridò, non temete!”

 

Le anatre si chiedevano in tante:

“Che ne sarà di questa stravagante?”

 

Ma alla fine arrivò un acquirente,

Che un bell’arrosto già aveva in mente.

 

E così fece con grande bravura,

In una teglia speciale, con cura,

 

Ma servendo il pranzo il cuoco esclamò:

“Ma questa è una lepre oibò oibò!”

E con un contorno d’insalata.

Eh sì era proprio strampalata!

 

Il fiammifero

Diceva il fiammifero orgoglioso:

– Mostratemi uno coraggioso,

Che con me possa competere qua,

Quando a un tratto cala l’oscurità.

Davvero il sole non vale niente

Col suo volto dorato e lucente,

Solo di giorno c’è il suo splendore,

Mentre il mio c’è a tutte le ore!

– Oibò, oibò! –

La candela esclamò.

Il fiammifero rispose fiero:

– Potrei bruciare il mondo intero,

E benché non sia uno che si vanta,

Anche la Vistola – tutta quanta.

Quindi, dopo averci pensato un po’ su,

Saltò nel fiume e non bruciò più.

E così finì la presunzione

Di quel fiammifero fanfarone.

– Oibò, oibò! –

La candela esclamò.

Boghindo, bogondo

 

Boghindo-bogondo, un tavolo rotondo,

E sul tavolino un cestino profondo,

 

Nel cestino una mela, nella mela un vermetto,

E il vermetto indossa un verde giubbetto.

Dice il vermetto: – Nonna e nonno Michele,

Papà e mamma hanno sempre mangiato mele,

Io non ne posso più! Le mele mi hanno stufato!

Ho voglia di bistecca! – E se ne andò al mercato.

Strisciò a lungo e non cambiò idea neanche un istante;

Arrivò in città e andò al ristorante.

Nei ristoranti – le stesse usanze suppergiù:

Arriva il cameriere e gli porge il menù,

Ma nel menù – che spavento e che scalogna!:

Zuppa di mele e gnocchi di mela cotogna,

Mele bollite, mele al forno, torta e frittelle

Di mele e pizza di mele novelle!

Allora, vermetto? La bistecca è andata a fondo?

Boghindo-bogondo, un tavolo  rotondo.

Pettegolezzi di uccelli

 

Il fringuello sulla quercia si posò:

– Di sicuro oggi mi raffredderò!

Avrò forse anche il mal di gola,

Perderò la voce e la parola,

E devo dare un concerto martedì,

Da tempo l’ho promesso al colibrì.

Gemettero tristi le ghiande: – Ahi! Ahi!

– Come farai, fringuello, come farai?

Vola dal picchio, si trova sul faggio,

Che ti batta sulla schiena, coraggio!

La cincia cinguettò in un sol fiato:

– A quanto pare il fringuello è malato!

Il pettirosso andò dallo stornello:

– Lo sai? E’ successo questo e quello,

La cincia proprio ora ha informato

Che il fringuello è gravemente malato.

Lo stornello volò dall’usignolo

– Non si sa molto, ma risulta solo

Che il fringuello da un mese tondo tondo

E’ già semplicemente moribondo.

L’usignolo chiese quindi all’ara

Di preparare subito una bara.

Poi l’ara si rivolse al passero:

– Dammi i chiodi per chiudere la cassa.

Da ciò venne a sapere il colibrì

Che il fringuello sarebbe morto quel dì.

Ma il fringuello che non sapeva niente,

Sulla quercia stava tranquillamente.

Le ghiande lo informarono poco dopo

Che il concerto non avrebbe avuto luogo,

Perché il fringuello era appena morto,

E di certo non sarebbe risorto.

 

(Versione di Paolo Statuti)

(C) by Paolo Statuti