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Poesia ceca

11 Mar

František  Hrubín

Frantisek Hrubin

Frantisek Hrubin

 

   Poeta, prosatore, drammaturgo e traduttore, considerato un classico della letteratura ceca del ‘900, nacque a Praga il 17 settembre 1910 e morì a České Budějovice il 1 marzo 1971. Dopo la maturità, conseguita nel 1932, si iscrisse alla Facoltà di filosofia e pedagogia dell’Università di Carlo a Praga, ma dopo due anni abbandonò gli studi. Dal 1935 al 1945 lavorò presso la Biblioteca Comunale di Praga e per un breve periodo al Ministero dell’Informazione. Nel 1939 si sposò e dal matrimonio nacquero la figlia Jitka e il figlio Vítek. Nel 1946 si dedicò interamente alla creazione letteraria.

   Debuttò come poeta nel 1933 con la raccolta “Zpíváno z dálky” (Cantato da lontano), seguita da “Krásná po chudobě” (Bella dopo la povertà, 1935) e “Země po polednách” (La terra dopo il meriggio, 1937). Nella sua “Storia della poesia ceca contemporanea”, A. M. Ripellino definisce Hrubín “il poeta del paesaggio” e lo introduce così: “Sin dai primi volumi egli si rivelò lirico di inebriante dolcezza vocale e di quieta estasi, intento a fermare nel verso, come in un delicato pastello, il paesaggio della regione che siede in grembo al fiume Sázava, dove si svolse la sua infanzia. Un vibratile contorno di luci inquadra le pitture verbali di Hrubín, tramate con fili di fragile sensualismo…Hrubín ritrae la natura, rifugio e nido di poveri, attraverso i filtri d’una bellezza musicale congiunta col pudore della povertà. Poveri e vagabondi sono i personaggi di questa poesia che trova talvolta accenti di gratitudine a Dio per tutti i doni del creato. Il contatto con la natura, specchio di vita incorrotta, equivale per Hrubín, come per Zahradníček, a un ritorno alle sorgenti della tradizione e della stirpe…”

   Nelle opere seguenti: “Včeli plást” (Il favo delle api, 1940), “Země sudička” (La Terra-Parca, 1941), “Cikády “ (Cicale, 1943), “Mávnutí křídel” (Sventolio di ali, 1944), “create sotto l’influsso di tragici eventi – scrive ancora Ripellino – il paesaggio non è più soltanto un accordo di impressioni foniche  e di impasti di colori, ma una realtà mistica che suggerisce al poeta un senso di vita ininterrotta dalla culla alla tomba e di comunione patriarcale tra vivi e morti…”   La guerra e il periodo dell’occupazione tedesca gli ispirarono i versi più sofferti: “Chleb s ocelí” (Pane e acciaio, 1945) e “Jobova noc” (La notte di Giobbe, 1945). Tra le altre sue raccolte poetiche ricordiamo in particolare: “Hiroshima” (1948) – un’accorata invocazione contro la guerra, “Zpěv lásky k života” (Canto d’amore per la vita, 1955), “Můj zpěv” (Il mio canto, 1956) – un ritorno alla sua ispirazione intimistica, una visione poetica della natura, piena di meditazione lirica, “Proměna” (Trasformazioni, 1957) – un canto di speranza per un nuovo ordine e una nuova armonia tra l’uomo e la natura, “Romance pro křídlovku” (Romanza per flicorno, 1962) – una delle sue opere migliori – una bella storia d’amore autobiografica per una ragazza morta prematuramente negli anni ’30.

   Nella seconda metà degli anni ’40 Hrubín cominciò a scrivere delicate poesie per bambini, illustrate da Jíří Trnka, e fu il fondatore del famoso giornaletto per l’infanzia “Mateřídouška” (Il timo). Dei suoi drammi lirici che segnarono l’inizio di una nuova stagione del teatro ceco, vanno ricordati soprattutto: “Srpnová neděle” (Una domenica d’agosto, 1958), “Křišt’álová noc” (Notte di cristallo, 1961) e “Kráska a zvíře” (La bella e la bestia), rappresentato postumo nel 1972.

   Dal 1948 al 1956 le autorità comuniste gli permisero di pubblicare soltanto testi per bambini e traduzioni. Nel 1956, durante il II Congresso degli scrittori cecoslovacchi, Hrubín e il poeta Jaroslav Seifert – futuro premio Nobel per la letteratura (1984) – sfidarono apertamente il regime, chiedendo non solo la riabilitazione di coloro che erano stati imprigionati, ma anche il riconoscimento del diritto degli scrittori di essere la “coscienza della nazione”, cioè di potere intervenire pubblicamente, qualora fossero minacciati i diritti umani e la libertà dei cittadini. Il partito reagì furiosamente, vedendo in ciò una minaccia per il suo “ruolo guida”, e ottenne che l’Associazione degli scrittori ritirasse il proprio punto di vista. Al termine della burrascosa seduta lo scrittore Josef Hiršal e il poeta Jíří Wolker accompagnarono Hrubín a casa. Quando la moglie aprì la porta, esclamarono insieme: “Avete in casa un leone, signora Hrubín!”

   Ma per il poeta iniziò l’inferno. Il ministro della cultura, lo stalinista e fanatico del realismo socialista Václav Kopecký definì traditori Seifert, Hrubín e alcuni altri malcontenti. “Spesso di notte qualcuno telefonava e ci insultava. Papà soffriva molto. Trascorse un anno di tormenti, un anno di insonnia” – ricorda la figlia del poeta Jitka. Dopo una lunga estenuante pressione psicologica, Hrubín rilasciò una breve dichiarazione. Benché ancora oggi ciò venga spiegato in vari modi, il partito allora diede una categorica e univoca interpretazione: “il poeta si era cosparso il capo di cenere”. Il presidente Antonín Zápotocký ringraziò Hrubín per le sue “parole virili” . Ecco cosa doveva fare in quel tempo un poeta coraggioso, se voleva dormire e sopravvivere!

 

 

Poesie di František Hrubín tradotte da Paolo Statuti

 

 

 

 

 

L’ora degli innamorati

Ti avvolgevi sul dito la paglia,

là sul dito, dove sognavi un anello d’oro.

Io conversavo ancora col sole

e tu già impallidivi nella luna.

 

Dietro di noi d’un tratto cominciò a stormire.

E posasti la testa dall’ombra

sulle sue foglie.

Capello dopo capello da essa ti prendeva.

 

Soltanto per essa l’ardente ortica,

la gelosia della terra, nell’erba celata,

con una gemma bruciante

ti si attaccò a un polpaccio.

Gridasti

e la luna spaurita saltò via.

La terra si mise tra di voi.

 

E lentamente si girò su un fianco,

finché – finché ci coprì entrambi

di erba e di foglie. Smarriti

come noi quella notte erano

migliaia. Un grande silenzio di pesce

sotto le squame del sussurro scorreva là

con le mute labbra della luna.

 

E ci sembrava che con il cuore

già toccassimo il nostro fondo.

Ma intanto in noi si apriva

una nuova profondità.

 

 

 Notte di capodanno

   La morte:

Ti porto il sonno, lungo, profondissimo.

Attorno a te in punta di piedi

passerebbero le guerre, poi anni felici

danzando spargerebbero solo la tua polvere.

 

   Il poeta:

 

Non mi incanterai! Io non voglio perdere

neanche uno di questi minuti. So

che ognuno di essi alzerò di una piuma

e inoltre profondo, profondo in me stesso porrò.

 

Apro la finestra fino a mezzanotte – tutta

la piazza sotto la neve.

Tutto dorme, gli amici e i nemici.

Pace, silenzio intorno – ed io battaglia in esso.

 

Che sia, figli miei, sempre così in futuro,

pace ovunque, nei secoli.

Soltanto una guerra: nelle notti solitarie

le lotte, le grandi lotte dell’uomo.

 

In queste lotte l’uomo si rafforza

con le vittorie e le sconfitte.

Se solo un istante cedessimo,

il tempo si chiuderebbe su di noi per sempre.

 

 

Canto d’amore per la vita

 

Un giorno vi lascerò, azzurre distese di acque,

voi, colli, lontano basso gradino verso i monti,

voi, notti di agosto, che chiamano gli amanti d’un tempo,

voi, tigli coi paramenti fruscianti, prati splendenti,

verbasco, al cui confronto impoverisce la fiamma dei ceri,

un giorno vi lascerò per sempre, non ci sarà più nulla.

 

Per me non ci sarà nulla, ma da sotto le nubi dell’estate

il sole stenderà la sua luce in una bella regione del mondo,

i flicorni nelle esequie fin nei sogni delle donzelle ancora

scuoteranno con un brivido l’estraneo cordoglio festivo,

le tirate dei grilli ancora risoneranno con gloria nell’erba,

che non saprà mai della mia testa delirante,

ancora i flicorni trarranno un giovane respiro dai polmoni,

di questo però per sempre per me non ci sarà nulla.

 

Tutto un giorno lascerò, o tristezza, o inebriante errare,

ma tutto il paese canta, che sempre vivrà dolcemente,

ancora due confonderanno la luna col sole,

a vicenda si toglieranno dagli occhi il luccichio delle stelle,

ancora gli ontani con la cresta agiteranno le sponde,

che corrono dietro il fiume, dove sognavo con tenerezza,

ancora i mari delle vie Lattee ribolliranno  e di spuma

i sognatori tesseranno un nuovo sogno cosmico

e gli occhi degli osservatòri s’immergeranno più a fondo

nella notte immensa, ai maghi gli specchi distruggeranno,

ancora il viandante per le alture incontrerà le sue stelle,

ancora la luna come donna in un leggiadro torpore

da quella tremenda lontananza attirerà l’uomo a sé.

E se, o autunno, io lasciassi cento volte di più,

con la tua marmaglia di venti lacrimosi non voglio stare,

che tutto per me finisca, tutta l’ingiustizia, il dolore

che scavava nel cuore come larve, il maltempo nella corteccia,

che per me finisca la beata pena dell’amore,

ancora maggio fiorirà attraverso i veli delle api,

la terra dietro gli aratri si solleverà e si abbasserà

come ali, dalle schiavitù si accenderanno le rivolte

e il povero ai ricchi, a un’orda di pecore delle rocce,

contenderà la terra, alla quale tutto il sudore ha dato,

ancora la foresta, l’oceano si opporranno alle strade,

ancora il futuro risveglierà nell’uomo le vertigini,

nel mondo ancora un cerchio sempre più ampio

sarà occupato dalla voce umana, e che lanci da ogni lato

geli e tenebre la morte, eterna parca del mondo.

 

Prima ch’io abbandoni tutto, che mi trascini di nuovo

ciò di cui ho finora vissuto, la voce metallica delle gesta

e la gioia profonda per l’opera strappata alla morte,

l’inclinazione per l’uomo che spezza le catene,

e la passione con cui ho scritto questo fervido canto,

sempre di nuovo vincere il grave dolore per la morte,

che mi trascini di nuovo l’amore per la vita, per la terra,

questo amore, sanza il quale sarei muto come un sasso,

l’amore con cui contemplo le azzurre distese di acque

e i colli lontano basso gradino verso i monti,

e le notti di agosto, che chiamano gli amanti d’un tempo,

e i tigli coi paramenti fruscianti, i prati splendenti,

che io senta sempre più vicino, e tutto il genere umano,

rombare l’oceano del futuro, da esso che io respiri

profondamente tutta l’ampia libertà dei miei figli!

*  *  *

Il mio canto sia pur pieno di dubbi, pieno di tristezza,

che singhiozzi, oppure gioisca fervente,

tu sii una di quelle onde che si affrettano,

che trascinano verso il futuro.

 

E sempre, sempre sii pieno dell’uomo,

se imprigionato, oh sia il cuore l’umana prigione;

che qualunque cosa lo ferisca, lo spaventi pure,

purché non risuoni in un deserto!

 

La pioggia

 

Pioggia, perenne pioggia, pioggia senza nome,

come suicida estratto dal fiume,

triste pioggia senza fine, pioggia per Verlaine

dei rottami nello scarico si lava la polvere.

 

Cosa brilla in essi del bagliore solare

e quanti splendidi nomi danno loro i bambini.

Così nel ricordo risplenderà improvviso

il nostro giorno più comune e respinto.

 

Tempi di farfalle

 

Dove siete, voi tempi scherzosi di farfalle,

quando sognavo di avere le ali?

Oggi in me c’è un altro uomo

che non vuole volare soltanto qua e là.

 

O farfalle, rincorretevi come un tempo,

ma su di me non potete più contare.

Ingenuo, chi il ricordo oggi ridesta,

perduto, chi in esso un giorno s’è fermato.

 

Quante nuove tombe da allora,

quante nuove culle!

Ingenuo, chi sulle ali delle pièridi

vorrebbe volare un secolo intero.

 

Uomo ingenuo – davvero non ha la forza

di togliersi le ali smisurate, dalle cui membrane

la bufera e le stelle si versano di notte

sui deserti, foreste vergini e sull’oceano?

 

Uomo ingenuo – davvero non ha la volontà

di mettere le ali alla sua vita là,

dove i sogni gli hanno disteso il futuro,

là, dove non sarà più solo?

 

Pastello paradisiaco

 

Gli aghi di pino ti schiacciavo col palmo

sul corpo nudo. Odorava di bosco.

Io – fiume scorrevo attraverso te.

Cielo corporeo. Cielo senza cieli.

 

E uscivano gli animali

nelle notti ardenti dalla tua boscaglia

e bevevano di me…

E il cuore, una pietra sul mio fondo,

in stagni muscosi s’è commosso

per la tristezza umana –

 

che la mia superficie dalle stelle

non distingue gli occhi delle belve,

che attraverso te scorro

e non so da dove né dove.

 

Ma la mattina dal vivaio delle erbe

si alzava il sole ancora rorido.

Con le voci che hai donato ai tuoi uccelli,

e con la mutezza dei miei pesci

ci siamo stretti al suo fuoco.

 

Soltanto nella boscaglia

là in qualche luogo vicino al tuo cuore

gridavano le belve gelate dalle stelle.

 

E in quella estate il sole ha bruciato

la tua voce e con le voci nei rami

e la mutezza dei pesci col fiume ha bevuto

fino a quel cuore – pietra.

 

E un giorno su di esso cominciò a nevicare…

 

E il tocco del primo fiocco lo percorse

come il primo bacio – quella volta.

 

 

 

 

La città nel plenilunio

Dorme la città, città di gente regale,

anche nella sua più piccola pietra, cresciuta

così in alto, fino alle campane delle sue torri.

Nel silenzio, che al ritorno ha percorso il vecchio ponte,

 

dorme profondamente. Fa’, o Dio, che dorma,

come non ha dormito da tanto! Ma veglia sul

suo sonno, in cui la corrente l’ha portata

di molte notti più vicino, di quanto fosse prima.

 

Un antico canto senza labbra sale in alto

e la tua cattedrale profondamente immersa

con l’equipaggio dei re fende il mare della notte –

 

Aiutali, o Dio, nel loro viaggio!

La città dorme, le nostre case vegliano in essa

e da ogni parte corre da essa la terra.

 

Una notte con Verlaine

 

Una notte di febbraio senza fine

lo stridulo sferzare delle sirene.

Il respiro delle città si è spezzato.

Nelle cantine gruppi di lumache hanno portato

le loro case vuote.

Buio, soltanto buio.

 

Nella mia valigetta d’emergenza

alcune poesie di Verlaine.

Aspettavi che la luce spenta si spegnesse di nuovo.

Dopo quell’ululato il silenzio si condensò così,

che tra le pagine si levò

la candida luna di una poesia –

la candida luna,

sorella delle lune.

 

Col freddo chiarore asciugò la mia fronte,

attraversò la parete come fitta nebbia

e saliva le scale deserte,

finché il tremito d’un foglioso boschetto

rivestì la casa deserta.

 

Allora sgusciò dai tetti grinzosi:

la candida luna.

E il suo chiarore

si sparse nei boschi,

si sparse in noi.

 

Un rombo in lontananza. Mentre le case

finivano in polvere,

saliva e si alzava la volta

di una cattedrale d’usignolo

la candida luna di Verlaine,

in alto,

libera

e silenziosa –

 

pace nei secoli.

 

 

Romanza per flicorno (frammento)

 

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

                                                 Questa notte/ 28 agosto 1930/

 

              „Non mi morite!” mi dicesti questa mattina.

Io morire?

              Siedo alla finestra e devo vegliare.

E tu dormi lontano in un luogo straniero

in un carro con le tendine.

 

                                           Io morire?

Già oggi ho più giorni, in cui lieto fisserò

l’azzurro soleggiato e là mi frantumerò

in migliaia di canti,

                                ma già oggi

ho anche più notti, in cui alla gente

e a me stesso sarò di peso.

 

                                        Già oggi

ho questa notte in più a Jílové.

                                                    Un giorno in agosto

tornerò da Praga, eviterò me stesso,

eviterò la statua di fango, che ho

scoperto nel profondo sotto l’orizzonte della gente,

e mi troverò sopra una tavola stridente.

                                                                       Viscidi

minuti scavalcheranno sempre più alti

mucchietti di cicche e un’orda

di uomini stranieri si palperanno

coi tentacoli dei bicchierini.

                                         A un tratto uno si alzerà

e mi prenderà per il bavero:

                                     “Tu non mi riconosci?”

                                                                         “No!”

                                                                          “Io sono Viktor!”

 

Ci abbracceremo e usciremo  

sulla piazza addormentata. “Andiamo là!” dirà

e mi condurrà a un carro con le tendine.

“Ssst! Che la vecchia…!” Avvierà il trattore

e sempre col dito sulle labbra, come se

nulla potesse svegliare la donna, se non

la voce umana, col capo mi farà cenno di salire.

 

Percorreremo una stretta stradina,

le casupole ficcheranno il naso nella nostra corsa,

ma ciò riguarderà noi!

Poi il fracasso della macchina strapperà dal fiume

i massi e li verserà sulle nostre teste,

ma esse saranno insensibili, anche se dentro

saremo lacerati,

                             poi abbatteremo

il trono di pino del silenzio, e l’odore del fieno

copriremo col puzzo dello scappamento,

                                                                        le rocce,

che già da millenni si coprono di muschio,

si inselvatichiscono e dalle fratte della memoria

di un rozzo paese emergono e restano con noi

sul villaggio, per trangugiare da esso la vita.

 

Col branco di queste avide rocce a un tratto irrompiamo

sull’inerme Lešany.

                                    E sulla piazza del villaggio

(Viktor sta già invecchiando, io sulla quarantina)

per un attimo saremo assordati dal silenzio.

 

E prenderemo a costruire di ombre e di capogiri

un carosello ubriaco, a ricavare dalla polvere

i passi di antichi ballerini e ognuno a modo suo

a cantare il finale d’una triste romanza –

 

(- seppellitemi nel cimitero di Netvořice,

giacciono e giaceranno là tutti noi,

non dico subito, non dico tra un mese,

non dico tra dieci, né tra venti anni -)

 

– fisseremo lo sguardo sulle lappole

nel fossato sotto la taverna, Viktor su di esse

punterà appieno le luci dei fari,

guarderemo, se di là non uscirà,

snella, con nobile andatura, scalza,

con gli occhi muscosi, con i seni, sulla cui

rotonda luce non doveva mai sorridere

una bocca infantile, e ognuno a modo suo

urleremo il finale d’una triste romanza –

 

(- il flicorno ai funerali mi suoni un assolo,

non dico subito, non dico tra un mese,

non dico tra dieci, nemmeno tra venti anni,

e poi gettatelo dietro di me nella tomba! -)

 

– e i nostri pensieri all’improvviso appassiranno

e si raggrinzeranno  come foglie forate,

la notte invecchierà e alla fine del boschetto

l’orologio delle stelle ci indicherà l’alba,

la nebbia sul fiume si romperà nel bagliore

e farà emergere la mezzaluna coma da una fiaba,

come splendente conchiglia bicorne.

 

I grilli striduli cominceranno sui cembali

a suonare inaudite, stupende canzonacce

e Viktor griderà: “Devo tornare per lui!”

Salterà sul trattore: “Per il flicorno!”

Entrerà nella nebbia argentea, e la luna

anche con quei fragori e schianti lo inghiottirà

tutto per sempre e spanderà la luce e il silenzio

di antichi flicorni sulle mute colline..

 

Allora la mia anima con un fil di voce dirà:

“Fuggiamo, dalla luna viene un chiarore funesto,

non crederle, affrettiamoci, fuggiamola,

corriamo via, fuggiamo, se dobbiamo vivere!”

Questo dirà con terrore e delle sue ali

le lacere piume coglieranno la polvere della piazza,

il mio cuore, come se quasi non battesse,

sarà come le foglie raggrinzite e forate,

e mi darò alla fuga e vagherò nella pineta,

come vagavo anni fa verso sera

con questo terribile peso.

 

                                             Per sempre avrò in più

il grave momento di una notte di agosto,

quando volevo che rivivesse la sua prefigurazione,

e quando Viktor puntò le luci dei fari

sulle lappole nel fossato sotto la taverna

e tu da lì, snella, con nobile

andatura, scalza, con gli occhi muscosi,

e con i seni, sulla cui rotonda luce mai

sorriderà una bocca infantile,

                                                    tu da lì

non uscisti.

 

                       Per sempre avrò in più quella notte,

in cui ti chiamavo dai vapori lunari

e la cenere sul cuore rovente voleva serbare la forma

di qualcosa che non c’è più, mentre tu vivevi

e vivi, non spettro, non ombra, che si leva dal feretro,

non fuoco fatuo, né bianco busto di sonnambula,

ma amore, che nel sangue delle vene e dei vasi

selvaggiamente pulsa.

                                         Per sempre avrò in più

un uomo, dal cui fardello di amore e morte

e dal fardello della vita prorompe un canto.

 

                                                    agosto – novembre 1961

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

Poesia ceca: Vilem Zavada

19 Feb

                                                                           Ad Antonio Sagredo

Vilém Závada

 

Vilem Zavada

Vilem Zavada

   Per il centesimo post del mio blog, che dedico all’amico poeta e slavista Antonio Sagredo, ho rispolverato con grande piacere la mia tesi di laurea dal titolo: Vilém Závada – Disfacimento e rigenerazione (Università degli Studi di Roma, Anno accademico 1974-75, relatore: prof. A.M. Ripellino).

   Conobbi personalmente il poeta a Praga nell’aprile del 1974 e l’impressione che ne riportai, unita a quella ricavata da quanto letto su di lui, mi suggerì l’immagine d’un vulcano perennemente attivo e al tempo stesso di una delicata distesa di fiori sotto un cielo sereno. Un animo in perenne tumulto che si esterna e si concretizza in una continua messe di poesie demolitrici e insieme rigeneratrici. Uno sguardo profondo e vigile, come dinanzi a un pericolo eternamente incombente.

   Vilém Závada, poeta, scrittore di libri per l’infanzia e traduttore da molte lingue, nacque il 22 maggio 1905 a Hrabová presso Ostrava – città di montacarichi e di ferriere eruttanti nembi di fumo di giorno, e vampate di fuoco di notte, città situata in una regione di verdi prati, di campi di patate e fulve distese di frumento. Entrambi questi mondi lasceranno profonde tracce nella personalità umana e poetica di Závada.

   Nel 1923 conseguì la maturità presso il liceo classico di Ostrava. Ebbe fortuna con il professore di ceco – lo scrittore Vojtěch Martínek, che con le sue lezioni destò in lui l’interesse per la letteratura ceca e il desiderio di dedicarsi allo studio delle lettere. Entrò alla facoltà di filosofia dell’Università di Carlo a Praga. Come studente di filosofia e di storia della letteratura, l’esordiente poeta si occupa in particolare dell’opera di Václav Šolc e di Otokar Březina. Sul primo scrive la sua tesi di laurea, il secondo lo entusiasma con i fuochi d’artificio delle metafore e con la vastità del cosmo poetico, come indica il suo studio “Sulle orme di O. Březina” (1929). Terminati gli studi, si iscrisse alla scuola statale per bibliotecari, conseguendo il diploma nel 1927. Nell’ottobre dello stesso anno, con l’aiuto di Seifert, ottenne il posto di segretario presso la casa editrice Aventinum.

   Grazie a Nezval, Závada entrò a far parte del Devětsil, associazione di artisti cechi di avanguardia fondata a Praga il 5 ottobre 1920, che ebbe all’inizio tendenze proletarie e successivamente poetistiche. Anima di questo gruppo era Karel Teige, uomo estremamente dotato e colto, che manteneva legami con le avanguardie in Francia e in Unione Sovietica, nonché in altre parti del mondo.

   Nel maggio del 1924 Teige scrisse il suo programma poetistico. In esso tra l’altro si affermava: “Il poetismo esclude dalla poesia sentimento e ragione, fa appello alla immaginazione creativa, alla fantasia: le restituisce tutto il suo diritto, ma per questo esige da essa prestazioni elevate…Il poetismo non vuole essere una corrente, e in nessun caso neanche un metodo estetico, ma un “modus vivendi”, “igiene spirituale e morale”, “stimolo di vita” e quindi, in fin dei conti – vita”.

   Ma al tempo in cui Závada entrava con Halas a far parte del Devětsil, il programma poetistico andava esaurendosi. Teige stesso cominciava a inclinare più verso i problemi dell’arte figurativa e verso l’architettura, benché amasse sempre di più la poesia.

   Alla fine del 1927 il ventiduenne poeta esordì con la raccolta “Panichida” (Requiem), apparsa contemporaneamente a “Sepie” (Seppie) di Halas. Nei due poeti, come anche in V. Holan che, dopo il gioco poetistico “Blouznivý vějíř” (Il ventaglio delirante, 1926), giunse poi a quella confessione della sua tragica generazione che è la raccolta “Triumf smrti” (Il trionfo della morte, 1930), tornano incessantemente le immagini allucinanti della morte bellica, ancora più cupe e spettrali, in quanto emerse dalle esperienze infantili.

   A differenza dalla spensieratezza verbale, dalla voglia di giocare poetistica, la poesia di Závada esige un maggior rigore, è spietata con se stessa laddove vuole esprimere tutta la tristezza del suo tempo. Essa è direttamente costruita sul conflitto, sull’antinomia di esistenza e coscienza; da un lato la materia è descritta in tutte le sue forme, ma specialmente nella sua deperibilità e distruzione, dall’altro si manifesta l’anima, prigioniera della materia stessa. Mediante l’analogia il poeta confronta, intreccia e collega nozioni e concetti del campo sociale e spirituale.

   Dal mondo delle miniere e degli stabilimenti siderurgici deriva la predominante sonorità dei suoi versi: sono intenzionalmente non melodici, ammassa disarmonici gruppi di consonanti, il ritmo è incerto, la rima è spesso sostituita da un’assonanza.

   La seconda raccolta di poesie – “Siréna” – esce nel dicembre del 1932. Ritornano in essa, con maggiore intensità, le stesse pessimistiche, cupe e strazianti allucinazioni di nullità già trovate in “Panichida”. Scrive A.M. Ripellino nella sua “Storia della poesia ceca contemporanea”: “Per Závada il mondo è la riproduzione concreta di un allegorico inferno, torbido e spettrale luogo di pena, angusto spazio profanato dagli spiriti della bruttezza e della volgarità…Colpisce in Závada, come in Halas, l’ampiezza del barocco: barocco nel senso della vanità e dell’inferno, nel materialismo e insieme nell’estasi dell’anima dinanzi al mistero, nel culto del disfacimento corporale e nel fanatismo della morte…Da questo cerchio di maledizione Závada non riesce a svincolarsi, nonostante la sua ansia di riscatto e la fede nella trascendenza divina”.

   In “Siréna” si avverte Baudelaire. Sentiamo la sua influenza non solo nel culto così esuberante della putrescenza, della ripugnanza. Questo poeta che considera l’immaginazione “regina di tutte le facoltà”, riesce parimenti ad imbrigliarla, si ribella al gusto classicheggiante, ma ne accetta le forme. Anche in Závada, allo sbrigliato andamento di “Panichida”, segue in “Siréna” una rigorosa disciplina metrica e strofica. Il poeta sottoporrà questa raccolta a una redazione molto critica e la pubblicò di nuovo nel 1950. Sotto molti aspetti è un’opera nuova. Egli non solo toglierà una serie di poesie, ma modificherà anche stilisticamente molti altri versi, privandoli soprattutto della loro descrittività, illuminandoli semanticamente.

   Nel 1937 uscì la terza raccolta di Vilém Závada – “Cesta pěšky” (Strada a piedi). In essa le immagini apocalittiche delle prime due raccolte assumono il volto concreto del mondo colpito dalla crisi economica. Si avverte la sensazione angosciosa delle prossime scosse e catastrofi sociali. Ma la stessa consapevolezza del pericolo gravante sul mondo e sulla patria, stimola in lui uno slancio lirico di fiducia nella vita. Egli si libera dal senso di eterna maledizione, dai fantasmi della disperazione, rifugiandosi nell’amore e nella natura. Qui egli supera il profondo scetticismo delle prime due raccolte e trova una nuova missione per la sua poesia, e ciò gli consente di terminare la raccolta con i versi: “Suono il corno della fiducia/sulla terra nelle serate nuvolose”.

   Per il volume “Hradní věž” (La torre del castello), uscita nel 1940, e considerata da molti il libro della maturazione poetica, fu assegnato a Závada un premio nazionale. In questa poesia nata durante l’occupazione nazista, il poeta per eludere più facilmente la censura, si esprime con allusioni, con parabole. Egli cerca sostegno nei valori più essenziali della vita umana, nell’amore della madre, nella salda coesione della famiglia. Tipico in questa raccolta è il simbolo dello scalpellino, che dal più duro materiale roccioso deve faticosamente ricavare i blocchi per il corale d’una cattedrale gotica. La bellezza deve essere innalzata, scolpita nella solida pietra.

   Nella seconda metà degli anni di guerra il poeta compone una raccolta in cui con tutte le forze vuole uscire dalle tenebre dell’occupazione. Lo indica già il titolo simbolico “Povstání z mrtvých” (La risurrezione dei morti). Questo libro significò al momento della sua pubblicazione, nella primavera del 1946, il primo passo nell’epoca socialista, “l’ora grave” della rigenerazione nello sviluppo poetico di Závada. La risurrezione della vita e dell’umanità dalle rovine della distruzione – è il patos di questa raccolta.

   Nel 1950 Závada pubblica la raccolta “Město světla” (La città della luce). Qui il poeta caratterizza così il suo metodo creativo: “Io direi che non scrivo. Per me l’arte poetica non consiste nello scrivere. In me la poesia nasce da alcune impressioni a lungo maturate. Devo partorire la poesia come una madre il bambino. Le singole impressioni si sviluppano gradatamente come una fotografia, e solo a sviluppo ultimato si traducono in versi. Per me non si tratta di sedersi al tavolo e iniziare da qualche idea fugace a fare poesia”. La poesia per Závada è più il frutto di un lungo, paziente lavoro, che il risultato d’una ispirazione improvvisa. Ora il poeta brama un mondo in cui l’uomo, reso infermo dalla guerra, guarisca quanto prima con l’ozono dell’amore e della fratellanza, in cui la gente cominci finalmente a sfruttare “i suoi pozzi solari”. Il lirico scopre l’incanto della realtà quotidiana e le sue note si fanno più limpide, più melodiche, soprattutto nella lirica intima e della natura, e nel suo canto, un tempo così amaramente malinconico, brilla anche un estro scherzoso.

   La raccolta “Polní kvítí” (Fiori di campo), pubblicata nel 1955, formalmente e artisticamente è una decisa reazione al passato. In armonia col titolo, il poeta ama ora le note semplici, assai familiari, che appaiono sature di fervido accento umano. L’amore per la vita e per l’uomo è la fonte stessa e il senso di queste strofe di Závada. Anche se, a detta di alcuni critici, nonostante tutta la loro concretezza e attrattiva, i versi di “Polní kvítí” sono eccessivamente semplificati e alquanto compiacevolmente soggetti alle ricette in voga della poesia socialista, essi tuttavia, almeno in diverse parti della raccolta, ci appaiono come l’espressione sincera e appassionata di un poeta che crede fermamente nella capacità dell’uomo di elevarsi e perfezionarsi, ed è una chiara dimostrazione di “affetto” poetico.

   In “Jeden život” (Una vita), raccolta uscita nel 1962, Závada tenta, sfruttando pienamente le sue capacità d’immergersi a fondo nell’intimo umano, di creare una parabola, il cui senso sia il quadro più completo dell’uomo del ventesino secolo. L’intera raccolta conferma la grande importanza della terra natia e delle esperienze infantili per il poeta. Ritroviamo l’antica bipolarità della poesia zavadiana. Da un lato la terra carbonifera, la nera regione sulla quale è eternamente nuvolo, dall’altro la terra ubertosa, con le distese di grano, coi boschi silenziosi e le serate tranquille. Si può dire che “Jeden život”, più che l’apertura d’una nuova strada, rappresenta la sintesi e la chiusura di una particolare fase evolutiva del poeta – quella che conduce a una più profonda comprensione della vita.

   Nel tessuto della penultima raccolta di Závada – “Na prahu” (Sulla soglia, 1970) risaltano particolarmente due immagini, che sotto forme diverse si richiamano ai suoi inizi poetici: lacrime e sole. “E sono rimasto per sempre un corpo fatto pianto”, confessa l’autore nella poesia introduttiva. Il sole sorge invece come principio ristoratore e vivificante. Ciò che più colpisce in questa raccolta di Závada è il suo non sminuito coraggio di guardare in faccia l’inesorabile destino. La vicinanza della morte elimina le illusioni, ma accresce allo stesso tempo l’amore per la vita. Il poeta sottolinea che “il mondo non è luogo di feste né di sagre…” Ma alla transitorietà umana sopravvive il moto dell’eterno rinnovamento della vita: “Cade foglia dietro foglia – l’albero è lì e non si cruccia/Lui stesso in autunno le spargerà per il fogliame della nuova primavera/Scorre via lo sconforto delle acque e le rive non si dolgono/di perdere nel mare il volto e il nome/Se ne andranno gli uomini – ma le strade resteranno/Passa l’acqua dei fiumi – ma la fonte continua a sgorgare”.

   L’ultima raccolta pubblicata da Vilém Závada è “Živote, díky” (Grazie, vita, 1977). Soffusa di moderato ottimismo, è un sereno bilancio esistenziale, un lirico addio, con un sincero ringraziamento alla vita e al lavoro creativo dell’uomo.

   Concludo lasciando la parola al poeta stesso: “Non vorrei mai restarmene in disparte. Non vorrei nemmeno sedere su una panchina a beffeggiare. E nemmeno vorrei essere in un tempio di adepti del demonio. So che nella nostra vita c’è anche molta assurdità, ma c’è in essa anche un senso preciso, c’è in essa anche molto desiderio di ordine. Forse questo desiderio a taluni sembrerà ingenuo, ma io vorrei più volentieri passare il tempo con le persone ingenue, che essere furbo e per di più glacialmente indifferente. L’arte può avere un effetto benefico o non averlo affatto. Sarei felice se i miei versi aiutassero anche solo di un’inezia le forze sane della vita”.

   Vilém Závada è morto a Praga il 30 novembre 1982.

 

                                                                                                   Paolo Statuti

 

Poesie di Vilém Závada tradotte da Paolo Statuti

 

 

Pastello

 

L’autunno

scuote via le foglie

per l’offerta funebre.

 

Il cielo è aperto come un ombrello.

Sotto di esso mi rannicchio e sento

la grande migrazione dell’amore

dai boulevard,

dai lidi della carnagione illuminata

verso il focolare fiammeggiante,

fino al cuore.

 

Solo le zanzare fievolmente ancora ronzano,

come se lontano in qualche luogo

nella nebbia piangessero bambini per il freddo.

 

(Panichida)

 

Notturno rinascimentale

 

O cielo maligno come il sorriso di Monna Lisa

inarca un argine sul purgatorio umano

Sotto le pieghe classiche della toga azzurrina

l’Olimpiano nella polvere come un serpe si contorce

 

Sazio ormai del dolce incanto della linfa faunesca

adora il vitello d’oro l’autore delle bellezze

commosso dal paradiso di uccelli nei boschetti presso Assisi

Per contagio dei cieli gli si intenerisce la voce adulatoria

 

La malvasia di denso sangue lo aizza come un’arpia

a lungo fino all’alba dopo le orge delle glandole

Potesse annientarlo il serafico tallone di Maria!

 

O poeta che peschi il cielo negli specchi

non temere le sfere dove sfavilla il gelo

In basso i limpidi vetri ti appanna il fiato umano

 

(Siréna)

 

I funerali del poeta

(In memoriam di Otokar Březina)

 

Il Giovedì santo

da chiese di campagna e cattedrali

volano gli scampanii fino a Roma

La quieta marcia funebre

del funereo corteo

che si avvia

nella terra del poeta

al cimitero

comincia a risonare

come il gracidio di raganelle

la settimana santa

perché l’anima del campanaro

è volata via fino all’eterna Roma

 

Il cielo

indossato il crinito mantello della pioggia

piange

Jakub Deml in paramenti neri e dorati

celebra la solenne messa da morto

e piange

Un luttuoso corteo di poeti

accompagna il suo ammiraglio all’estrema dimora

e piange

 

E le lacrime scorrono

sui volti cinerei

e le lacrime fluiscono

sulla terra raggrinzita

così lentamente

così lentamente

come aprendosi la strada tra le rughe delle vecchie

che piangono così sottovoce

perché sanno

che ormai col pianto non otterranno nulla

perché sanno

che col pianto non cambieranno nulla

 

Ma nel fulgore

del sorriso spirituale del poeta

il pianto si muta in arcobaleno

che insegna di pace

sventola sul bastione del cielo

 

E il poeta

avvolto nel vessillo dell’iride

che è il tricolore nazionale

della sua patria celeste

sommessamente dice:

 

V’ho portato la mia staffetta

ed ora me ne vado

Perché piangete?

 

E la brezza

che incensa la sua bara

pian piano sussurra:

 

Dio lo invidiava agli uomini

per questo lo ha chiamato a sé

riservandogli un aureo seggio

nello stato maggiore degli angeli

 

E la Terra

che dietro di lui per sempre si chiude

i superstiti afflitti consola:

 

Increduli perché piangete?

Non è morto

ma dorme

e nel mio cupo palazzo

avrà pace eterna

 

Ogniqualvolta vi sentirete morire

il vostro cavaliere vi verrà in aiuto

con il cuore e con lo spirito

 

Ma come credere ai consolatori

se essi stessi piangono?

 

(Siréna)

 

 

 

 

 

Le rose

 

E’ per legge o per celia

che le rose han sempre un così bel profumo?

Le rose sono forse una splendida rima

alla fine d’un misterioso poema,

 

oppure un prodigio occulto

materializzato d’un altro mondo.

Così poco si sa di esso,

e fioriscono ogni estate.

 

(Cesta pěšky)

 

Il lettore di poesia

 

Cielo azzurrino per le campànule pratensi

 

Verso sera siedi sull’erba

e vorresti leggere

quando il vento volta la pagina

e sui ginocchi

hai il libro aperto del cielo

 

Là le poesie delle nubi scorrono

nell’azzurro infinito

In esse il balenio delle stelle

Da esse una lacrima cade sulla terra

Al di sopra vedi avvampare

la maestà celeste

Vorresti leggere oltre

quando il vento volta la pagina

e sui ginocchi

hai il libro aperto della terra

 

Nella brughiera tra le pinete

si elevano al cielo dallo zolfo

di massi erranti i menhiri

misteriose metafore

di dolore pietrificato

nella poesia del paesaggio turchinamente inscurito

 

Tutto da capo vorresti leggere

quando il vento volta la pagina

e sui ginocchi

hai il libro aperto della poesia

 

Dietro la luce delle frasi melodiose

senti il singulto del buio vibrare

e negli spazi bianchi tra le righe

nei versi che indietreggiano

dinanzi alla gloria del cielo e al servaggio della terra

le pause di fronte al mistero

 

(Hradní věž)

 

La caduta

 

Volano nel buio sfavillanti meteore

staccatesi da stelle languenti.

Nel solenne irradiamento delle città

il polverio di luce prima del temporale.

 

E un vento nero spazza via dalle strade

con la sabbia i manifesti strappati

e il fogliame degli uomini turbinanti

e in cartocci contorto,

con un vermetto nel cuore.

 

Cadono i regni,

cadono i governi,

non volano in silenzio,

tuonano le cannonate.

 

E intanto dalle tane e dai sotterranei

dei bianchi,

neri

e bruni continenti

una nuova umanità si accalca

ed occhi febbrili cercano.

 

E qui dal buio materno,

dalle nebulose dei pallidi volti

in cielo nuove stelle salgono

e splendono.

 

(Město světla)

 

Senza nome

 

Il mio nome non è sui manifesti,

e neppure salgo sulla scena.

In abiti comuni cammino,

vivo come la gente comune

 

che ha costruito in tempi remoti

castelli e poderosi baluardi,

sepolcri per le salme degli eroi,

acquedotti e cattedrali,

 

in guerra avanzava con le sue armi

e negli scontri era salda come roccia.

I suoi nemici uccideva in battaglia

finché la terra intera sussultava.

 

Lacerata tornava alla sua casa,

e come a un mutamento ne segue un altro,

spaccava di nuovo pietre nella cava

per le città distrutte dalla guerra.

 

Ad essa nessuno ha eretto una statua,

un monumento di bronzo colato.

Benché sprezzasse del tutto la fama,

un monumento si creò con le sue mani.

 

Quel monumento – montagne rimboscate,

barricate intrise di sangue,

nei verdi campi bianchi casolari

e la terra coltivata come un giardino.

 

Il mio nome non è sui manifesti,

e neppure salgo sulla scena.

In abiti comuni cammino,

vivo come la gente comune,

 

ma fieramente traspare dal mio volto,

nei miei occhi risplende immutata

quella forza di migliaia d’ignoti,

la fama della gente senza nome.

 

(Polní kvítí)

 

                                                                                                                                                             Miosotidi

 

Così m’hai bruciato con gli occhi,

che sono come terra nei ruderi.

Vedi come ciò da me fuma

e come il fuoco verso di te s’impenna?

 

Nuovamente di te sono tutta incantata.

Sei giunto come un grande fiume.

L’acqua mi ha corroso le ginocchia

e mi porta chissà dove lontano.

 

Il fiume scorre sempre più oltre

e l’acqua si rigira e gira,

ma sulla riva dietro di essa son rimaste

miosotidi azzurre di occhi infantili.

 

(Polní kvítí)

 

 

Autunnale

 

L’autunno è quasi senza soldi.

Già ottobre attinge dagli ultimi.

Alla fine organizza un ballo

e di nuovo sarà un tripudio.                                                                                                                                                                                                  

 

Foglia con foglia giunge truccata

e volteggia come sul parquet.

Vedi le spalle nude di donne

nel chiassoso abito da ballo?

 

I capelli arruffati sul capo,

dall’alto cadono, ma cadono

e scompaiono nel buio sull’erba,

prima che termini la mascherata.

 

Come cadono le foglie autunnali

sempre chissà dove qualcosa cade.

Come pietrine sonore risuona

anche quella serenata per piano.

 

Di folle musica geme il bosco.

Come metallo tintinnano le foglie.

Dall’alto percuote i tasti

la mano focosa del pianista.

 

(Jeden život)

 

 

Erba nei ruderi

 

Cadono gli dei gli angeli i titani

Cadono i re i principi i tiranni

Cadono le stelle cade la fuliggine cade la neve

La terra è una nuvola caduta di polvere pietrificata

E il mare un cielo precipitato liquefatto

Non c’è altra fine che la decomposizione e la caduta

 

Ma nei ruderi verdeggia eternamente l’erba

Su di essa all’alba scintillano goccioline

limpide come rugiada pure come lacrime

Gli uomini si amano nelle guerre e nei terremoti

e la fonte della vita scaturisce anche dal fondo dell’inferno

Nessuno arresterà ciò che è maturo per la caduta

Nessuno fermerà ciò che si fa strada a fatica verso il sole

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

Vitezslav Halek

13 Ago

Vitezslav Halek

  Vítězslav Hálek nacque il 5 aprile 1835 a Dolínek, un paesino della Boemia centrale, dove il padre aveva una locanda. Gli eventi lieti e tristi della vita di campagna si impressero nell’animo di Hálek e si riflessero in gran parte nelle sue opere. L’infanzia trascorsa nella bella piana che si estende presso la confluenza dell’Elba con la Vltava, vagando coi pastori sui prati e nei campi, cantando con essi, ascoltando le favole sotto il vasto cielo, tutto ciò costituì la fonte ispiratrice da cui poi il poeta non cessò mai di attingere.

   Esordì con poesie epico-liriche alla Byron e si cimentò anche, ma con scarsi risultati, nella drammaturgia. Fu uno dei fondatori e l’anima della Umělecká Beseda, una società di artisti, musicisti e letterati che svolse un ruolo molto importante nella evoluzione della vita intellettuale ceca. Ne facevano parte, oltre ad Hálek, J.Neruda, B.Smetana, J.Mánes, S.Pinkas, K.Purkyně. Notevole fu anche la sua attività giornalistica. Come redattore della rivista Národní Listy, ove scrisse alcune centinaia di feuilleton sulla politica, sulla letteratura, sul teatro e descrizioni di viaggi, Hálek fu per quattordici anni una figura di primo piano del giornalismo ceco progressista e, assieme al suo illustre collega di redazione Jan Neruda, riuscì ad instaurare una nuova linea politico-culturale. La sua lotta per i diritti del popolo era alimentata dall’anelito alla libertà e uguaglianza degli uomini, e dall’avversione per i potenti della terra che sbarrano la strada al libero sviluppo sociale e intellettuale dell’umanità.

   Hálek fu anche eccellente prosatore, e dal 1857 al 1874 scrisse tutta una serie di novelle sentimentali e sociali, tra le quali figurano, ad esempio, “Nella tenuta e nella capanna” (Na statku a v chaloupce), “Sotto il colle deserto” (Pod pustým kopcem), “Nel vitalizio” (Na vejminku).

   Ma la parte più preziosa e duratura dell’opera di Hálek è rappresentata dalla produzione poetica. Si cimentò con l’epica, ma senza successo – se eccettuiamo le piccole scene epiche contenute nelle “Favole della nostra campagna” (Pohádky z naší vesnice, 1874) – perché fu sempre e soltanto un lirico.

   Hálek è sinceramente convinto dell’alta missione del poeta, rivelantesi soprattutto nel campo dei valori morali. Egli ama fondere il termine di poeta con quello di profeta. Per lui il cuore dei poeti è puro, incapace di odio; i poeti penetrano a fondo tutti i misteri, e il loro canto guida la nazione verso la terra promessa della bontà, della verità, dell’amore.

   La sua prima raccolta poetica, “Canti serali” (Večerní písně),  pubblicata nel 1858 e in cui sono tracce evidenti del “Libro di canti” di Heine, è una confessione del felice amore per Dorota Horáčková, futura conforte del poeta, espressa con parole così ardenti e con un verso così melodioso, che nell’arido terreno letterario del tempo il libro fu accolto con grande entusiasmo. In esso Hálek effonde tutta l’ebbrezza del suo sentimento, tutto l’anelito del suo cuore. E’ un omaggio non solo all’amata, ma all’amore stesso – sorgente purificatrice della vita umana, principio sacro che deve trionfare su tutti gli ostacoli. L’amore-poesia, questo prezioso binomio, donato all’uomo dalla natura, è il motivo dominante dei “Canti serali”.

   La seconda raccolta lirica, il ciclo in tre parti “Nella natura” (V přirodě), scritto negli anni immediatamente precedenti la morte del poeta (1872-74), costituisce la parte più fresca e viva della sua opera. Se il primo libro (Večerní písně) è il canto del fascino amoroso, un breviario dell’amore, il secondo è anzitutto una celebrazione della natura, intesa come modello insuperabile di società umana. La natura è la poesia più bella e il suo cantore è il poeta. Questo concetto ritorna in una serie di poesie della raccolta, ma è forse espresso nel modo più chiaro e artisticamente felice nella lirica “Nulla sono più d’una rosa”. Hálek valuta giustamente la sua vena poetica, è perfettamente conscio del suo destino di usignolo della poesia, di cantore che non riesce a fare niente di più e niente di meno che effondere i suoi canti “nel momento giusto” per celebrare le bellezze della vita.

   Hálek sa carpire come nessun altro i segreti intimi della natura, sa comprendere il canto degli ucccelli, il linguaggio dei fiori, il fremito delle foglie, il mormorio dei ruscelli e dei boschi. Coglie la bellezza nei minimi dettagli. Il poeta è qui come un bambino. Si rallegra della betulla biancheggiante ai limiti del bosco, dell’ape che si posa nel calice, di un melo fiorito, d’un cerbiatto. Ma la natura non è solo oggetto di stupore, ma è anche l’unica, vera maestra. Solo attraverso essa conosciamo Dio nel giusto modo. Essa ama in ugual misura il fiore più piccolo e la stella più grande. Il fine ultimo per Hálek è la fusione dell’umanità con la natura. Solo così l’uomo può guarire da tutte le aberrazioni, perché la natura è fonte inesauribile di poesia, bellezza e perfezione. Ciò che è contrario ad essa è di per se stesso cattivo e destinato a perire.

   M.F.V.Krejčí, definendo l’idealismo di Hálek, lo paragona ai suoi contemporanei Mánes e Smetana, e trova in loro la stessa sensibilità, lo stesso “compiacimento nello sprigionare dalla natura ceca i toni di un fascino sorridente e non so quale bellezza piacevole, seducente e casta al tempo stesso”.

   Vítězslav Hálek morì a Praga l’8 ottobre 1874 per le conseguenze di una pleurite, in piena lucidità di mente, al culmine della sua fama di più illustre poeta ceco, risparmiato, come era sempre stato suo desiderio, dalla decadenza artistica, dalla banalità, dalla rilassatezza.

 

Le poesie di Hálek qui inserite, tradotte da Paolo Statuti, sono tutte tratte dalla raccolta “Nella natura”

 

 

*  *  *

Ti cerco, ti cerco, o uomo, e ascendo

al più profondo della tua forza,

voglio custodire il tuo nocciolo

e gettare via la tua scorza.

Ti cerco nel rossore dell’alba,

per te la rosa voglio spiccare,

ti cerco a primavera ed espiro

il tepore per il tuo volare.

Ti cerco in ogni fiore dei campi

e ti tesso di polline un manto,

ti cerco nell’ombre del querceto

e voglio che provi il vero pianto.

Ti cerco nell’ape sul pendio

e suggo il miele pel tuo dolore,

ti cerco tra gli uccelli nel cielo

e nel tuo sguardo accendo il chiarore.

Ti cerco nel canto dell’anima,

dove hai diritto d’esser da sempre,

ti cerco, eppure io ti troverò –

quando sarai uomo nuovamente.

 

*  *  *

Io so quando inginocchiarsi per pregare:

quando la terra esulta nei covoni,

quando della mia anima è colmo il mondo

e la mia anima è colma di suoni.

Io so quando confessarsi con dio:

quando la rosa un fiore diviene,

quando dio parla ad ogni animaletto

e un poco anche con me s’intrattiene.

Io so quando la natura è tutta in festa:

quando dei cieli si svela l’incanto,

e la terra con l’anima rigonfia

gioisce dei fiori, di aromi, di canto.

Certo che questo non è nel calendario,

ma il libro dei mondi, ogni uccellino,

ogni fogliolina a primavera lo sa,

quando agli uomini dio è più vicino.

 

*  *  *

Il melo in fiore! Sui rametti

i fringuelli passeggiano,

nel nido tre piccole gole

con la madre gareggiano.

In cima il venticello ondeggia,

rami nel quieto tepore,

e sollecito, trepidante,

si scuote e si desta un fiore.

 

La luce carpisce la foglie,

dove si siede – indorate,

si allungan le piccole gole –

“Ecco, siam ricchi, guardate!”

 

Un fringuello del melo accanto

annuncia una grossa nuova:

la vecchia presto avrà famiglia –

s’è seduta sulle uova.

 

Le piccole gole ascoltano,

il vento nemmeno fiata –

fiori piovono sul mio capo,

e l’anima è inebriata.

*  *  *

Non è l’eroe più grande

chi colpito a sua volta colpisce;

è grande chi fu ingannato

e tuttavia non irretisce.

 

Chi maledice l’amore

non l’ha conosciuto ancora,

perché l’amore sa perdonare

e non sa imprecare.

 

Chi non è capace di sacrificio

non è degno dell’amore,

ed è cattivo, chi apprezza se stesso

più della propria abnegazione.

 

E se l’amore esigesse

la mia vita e il mio cielo –

io andrei come l’agnello,

perché ho amato Te.

 

 

*  *  *

Un giorno dio gioiva molto

e allora creò il cuore umano,

e poi il suo amore vi mise

per eterno ricordo.

 

E quando poi in esso fissò

l’occhio della sua promessa,

di gioia scoppiò in lacrime,

quando vide quella felicità.

 

 

 

Ma in quel pianto una lacrima

si insinuò nel cuore,

e nel più profondo cadde,

come la rugiada nel fiore.

 

Per questo l’amore è grande dolore,

ma un dolore così dolce e gradito,

ed è un peccato che da certi cuori

quel dolore non sia sentito.

 

Per questo l’amore per metà è gioia

e per metà tormento,

quando una lacrima oscilla

e il cuore scoppia in quel momento.

 

*  *  *

Nulla sono più d’una rosa, nulla

più d’un usignolo a fine estate;

i miei petali dopo primavera

e il canto in autunno non cercate.

 

Ma come l’usignolo ha il suo momento

e la rosa nel suo aroma esplode,

così il mio spirito il suo momento avrà

e risuoneranno le sue note.

 

E son pago, ché nel momento giusto

ho diffuso la mia melodia,

nella quale ho raggiunto il conforto,

ho esultato senza nostalgia.

 

Dopo, che accarezzino pure i venti

della mia tomba il verde suolo;

io, quando fiorivano le mie rose,

ero tuttavia un usignolo.

*  *  *

Il tempo ancora non è vecchio:

siede là presso le rocce della patria,

le sbriciola in granelli nell’abisso –

la sua clessidra.

 

Non anni, né giorni, né lune misura,

ma i secoli per l’ampio orizzonte:

per una bella azione un granello,

quando senza sangue la compiamo.

 

E’ un lavoro facile ma difficile,

indagare gli ornamenti dell’umanità;

e vedo l’abisso quasi vuoto

e le rocce in gran quantità.

 

E tuttavia ho una consolazione –

che un bambino assai forte

e fiducioso chiami tutta l’umanità:

“Vieni, aiutami nell’opera!”

 

 

*  *  *

Vogliamo essere in tutto rigorosi,

ma della vita non sappiamo niente,

fino alla tomba la verità ci sfugge,

dopo, pare, vivremo eternamente.

 

Cosa di noi deve restare? La fama

che l’omicidio la storia mantiene,

tanto che l’uomo sembra alleato

non delle persone ma delle iene?

 

 

 

Cosa di noi deve restare? La brama

per la  schiavitù vile e disonesta,

che appena qualcuno si eleva più in alto

già vogliamo che ci schiacci la testa?

 

E’ forse genuina la nostra gioia,

quando così banali ci scopriamo,

da scambiare anche un po’ di generosità

per un atto sublime e sovrumano?

 

Ebbene, forse ciò porta dei vantaggi,

ma un cuore schietto d’essi non s’avvale;

io so soltanto: dev’essere diverso

ciò che dev’essere anche immortale.

 

*  *  *

Non tanto mi duole quando la bellezza

vedo appassire e abbandonare i fiori,

sempre con la primavera ritornerà

e forse anche più bella in nuovi cuori.

 

Ma mi duole quando i miei compagni vedo

ogni fiore dall’anima estirpare,

togliere allo spirito le sue grazie

eppur vivere e volgari diventare.

 

E schernire i cadaveri dei boccioli,

vantarsi perché i sogni hanno ingannato,

quando ormai non c’è più nulla da spennare –

questo gioia e carriera hanno chiamato.

 

Oh, amici, prepararvi così il deserto,

veder morta la vostra giovinezza,

ogni giorno essere sempre più soli –

questo per poco il cuore non mi spezza.

*  *  *

E’ vero! E’ vero!  Il mare è grande –

ed io solo un fiore del prato;

posso bere solo goccioline,

e questo mare è sconfinato.

 

E’ vero! E’ vero! Il cielo è immenso –

ed io un uccello errante;

volo finché l’ala mi sostiene,

ma lo spazio è così distante.

 

E’ vero! L’universo è infinito –

e da mortale io lo attraverso;

lo respiro con ogni respiro,

ma senza età è l’universo.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

Jiri Wolker

16 Feb


Jiri Wolker

 

   Subito dopo la fine della prima guerra mondiale un gruppo di giovani scrittori cechi, prevalentemente poeti, dettero vita a una corrente che fu chiamata «proletaria». Ne facevano parte, tra gli altri, Stanislav K. Neumann, Josef Hora, Jindřich Hořejší, Jaroslav Seifert, futuro Premio Nobel (1984) e, naturalmente, Jiří Wolker nato nel 1900 a Prostějov in Moravia – il rappresentante più tipico di questo indirizzo letterario. Essi sostenevano che poesia e letteratura dovessero tendere ad aiutare la classe proletaria nella lotta per il proprio riscatto sociale.

   Entusiasmati dagli avvenimenti russi, questi poeti desideravano cantare la rivolta contro quanto frenava o impediva la libera espressione delle attività lavorative e creatrici dell’uomo. Tale poesia attingeva la sua tematica dall’ambiente proletario e si riallacciava, sotto l’aspetto espressivo, alla tradizione popolare e alla poesia sociale.

   Nel 1921 Wolker dava alle stampe il suo primo volume di poesie «Host do domu» («Un ospite in casa») (1), cui faceva seguito, nello stesso anno, il poema «Svatý Kopeček» («La collinetta santa») (2).

   Dopo i funesti anni di guerra, questa poesia significava un sospiro di felicità e aveva il potere di riconciliare l’uomo anche con la morte:

                       Per l’uomo

                       è la terra come soffice letto.

                       Ti addormenti. Il cielo suona

                       l’avemaria,

                       il paese è bianco come di latte,

                       il cuore beve, la testa giace,

                       le nubi vanno senza briglie,

                       trascinandosi dietro il cielo.

   «Le fanciulle somigliano a tabernacoli», «il cielo tramite una goccia di rugiada poggia il suo palmo sul fiore», «la finestra è una nave di vetro», «gli occhi della fanciulla sono una piazzetta domenicale» – sono alcune delle numerosissime, originali immagini poetiche impiegate da Wolker e dettate dalla sua ricca, esuberante fantasia.            Scrive A. Wildová Tosi nel suo saggio «Affinità e dissonanze tra “Zone” di Apollinaire e “Svatý Kopeček” di Jiří Wolker»: « “Host do domu” è permeato di visioni da leggenda popolare, è pieno di santi e di angeli, ispirati al poeta dalla pittura degli ex-voto appesi sotto i portici del santuario di Svatý Kopeček, o venduti sulle bancarelle davanti alla chiesa. E’ un libro in cui la realtà della vita quotidiana è vista con gli occhi di un bambino, al quale un qualsiasi umile oggetto sembra ancora un miracolo ».

   Ma era un’epoca piena di incognite, di incertezze e tentennamenti anche per il giovane Wolker. Egli scrive all’amico poeta Antonín Matěj Píša: «Sono contento della tua amicizia. E’ un bene che ci siano persone che si è sempre sicuri di poter trovare. E soprattutto in questi tempi di terribile precarietà, in cui ogni cosa muta e si trasforma mille volte in un solo istante, – è necessario avere un punto d’appoggio sicuro, una stanzetta tranquilla, certezza, amore, e un sostegno, – due amici buoni e fedeli». E in un’altra lettera: «…ogni minuto che passa segna una tappa del doloroso distacco dall’adolescenza, dell’ingresso nell’età adulta…ogni istante ha un sapore diverso, un dolore diverso e il senso di una nuova scoperta. Vivo in una grande inquietudine e le poesie che ora scrivo per sopravvivere sono spezzate come mosaici». Il poeta sta vivendo la sua «ora grave» (3), la trasformazione del ragazzo in uomo: «…ho seppellito un cuore, ma di un secondo sono ancora privo…». Questo secondo cuore deve battersi: «I giovani artisti non vogliono solo criticare la realtà. Non vogliono neppure dipingere un futuro fiabesco. Vogliono battersi per il domani e la lotta è per essi il principale rapporto tra il presente e questo domani».

   Dice A.M. Ripellino nella sua Storia della poesia ceca contemporanea: …«Nel secondo libro “Těžká hodina”, i contrasti che s’erano timidamente annunziati verso la fine di “Host do domu” si fanno stridenti. Alla favola beata del primo libro egli sostituisce un controcanto mesto…il poeta penetra ormai nel groviglio di contraddizioni e ingiustizie da cui la società è afflitta…Wolker si rifugia nel socialismo – ampliamento della solidarietà cristiana del primo volume…».

   Il 20 agosto 1921 Wolker scrive a un altro amico, il poeta K. Biebl: «Frattanto mi tormento sempre più con me stesso. A Kopeček, nella verde solitudine, ho lottato molto. Perché, dovete sapere, è avvenuto ciò che scriveva Hora. Infrango l’illusione per poter cantare la vita». «Svatý Kopeček» – opera di commiato e di rottura – è la testimonianza letteraria più eloquente di questo periodo di trasformazione, di indurimento interiore.

   Anche B. Meriggi nel suo saggio «Jiří Wolker da “Host do domu” a “Těžká hodina”» si sofferma su questo momento di rottura nell’arte del poeta: «In “Host do domu” sono già abbozzati i motivi tormentosi e contrastanti di “Těžká hodina”. Perfino il concetto della divinità prelude già alla seconda raccolta di poesie: non è infatti, il dio di “Host do domu”, un dio inteso misticamente nella profondità del cuore e del sentimento, ma è un dio umanizzato che va in giro per il mondo «come un mendicante, con la bisaccia e il bastone, a chiedere agli uomini di aprire il cuore all’amore».

   Alla fede in un regno celeste, troppo vago e lontano, Wolker contrappone ora la fede in una concreta società umana basata sull’amore fraterno. «Oggetto della nostra fede non sono dio e gli dei, ma l’uomo e il mondo. Il medioevo credé ardentemente nell’astratto. Noi crediamo ardentemente nel concreto», scriverà il poeta nella sua conferenza «Proletářské umění» (“L’arte proletaria”). Egli cerca di abbandonare la lirica per l’epica, e il 1 luglio 1921 scrive a Píša: «M’apro la strada verso l’epica. Mi sembra che il tempo presente la voglia, essendo saturo di lirica. Saturo di un tipo di uomo che parla continuamente soltanto di sé…La lirica è stasi e l’epica è azione».

   Nella «Ballata del sogno» si nota la contrapposizione simbolica cuore-mani, che rispecchia il passaggio dalla fede nella forza redentrice dell’amore alla fiducia nella validità di concrete azioni miranti a trasformare la società. L’amore stesso non è più concepito come l’appagamento di una inclinazione personale, ma come un enorme abbraccio che stringe tutto il mondo.

   Rileva ancora A.M. Ripellino: «L’irruzione di elementi spettrali nell’universo di Wolker crea un clima favorevole alla ballata…Wolker trovò l’elemento orrido e irrazionale, che è il presupposto di ogni ballata, nella miseria delle classi diseredate e nelle allucinazioni della propria malattia». Dal mondo tranquillo e silenzioso delle cose e della natura, il poeta è passato in quello travagliato e rumoroso degli uomini che si battono, e che evocano nella sua fantasia l’immagine del soldato e della lotta. La «Ballata del sogno» si chiude, ad esempio, con la visione di una marcia bellicosa: «Dalle fabbriche gli operai vanno incontro al domani, – con loro Jan e Maria, – i santi stringono un giglio, – gli uomini martelli e spade; – quando un grande sogno cade, – molto sangue scorre».

   L’immagine del mondo migliore per il quale bisogna condurre la lotta appare già in tutta la sua concretezza nel sogno di Jan nella stessa ballata: «Scomparsi i palazzi, i solai malandati, – i mendicanti infelici ed affamati, – in un mondo senza miseria, senza brame, – andavano buone e semplici folle umane, – audaci come montatori. – sagge come ingegneri, – che creano ponti di strofe e di note – e soprattutto di cemento armato, – per unire terre e dimore, – per legare cuore al cuore».

   Nel mezzo del suo intenso lavoro di creazione sopraggiunge la malattia, ma la morte non spaventa il poeta:

 

Quando morrò, nulla accadrà nel mondo, nulla cambierà,

ma io perderò la mia miseria e muterò del tutto,

sarò forse albero, forse bambino, o forse mucchio di pietre, chissà,

la morte non temo, non è cattiva, di vita grave la morte è solo un flutto.

 

   Wolker affronta la lunga, penosa malattia, virilmente, senza romanticismi, senza autocommiserazioni, solo addolorato profondamente dalla solitudine cui il male lo condanna. Il disperato bisogno del poeta di avere accanto a sé un essere attraverso il quale stabilire un contatto con il resto del mondo, è alla base delle angosciose invocazioni che egli di continuo lancia alla madre dal sanatorio, affinché lo vada a trovare. E sul letto di morte, ai compagni che «vanno a combattere per la giustizia, – …vanno a combattere e nessuno manca», egli dirà: «Perché non posso venire con voi, compagni? – Perché debbo morire, mentre avrei voluto cadere?». Il 3 gennaio 1924 Jiří Wolker si spense nella sua casa, a Prostějov, dove era stato trasportato agonizzante il 30 dicembre, stroncato da una grave forma di tubercolosi. Aveva fatto in tempo a scrivere il proprio epitaffio:

Qui giace Jiří Wolker, poeta che amava il mondo

e che per la giustizia andò a battersi.

Prima d’aver potuto sguainare il cuore,

morì, giovane di ventiquattro anni.

                                                                       Paolo Statuti

 

(1) Titolo improntato a un detto ceco: un ospite in casa è dio in casa.

(2) Era il nome di un santuario che sorge su una collina boscosa non lontano da Olomouc

    (negli anni cinquanta il nome fu laicizzato in «Kopeček», e tuttora si chiama così).

    La nonna materna di Wolker vi possedeva una villetta, nella quale fino al 1922 il poeta

    trascorreva l’estate assieme alla famiglia.

(3) In ceco: «Těžká hodina». Va notato che il diminutivo «těžká hodinka» è usato in ceco

     per indicare il travaglio del parto.

Cinque poesie di Wolker nella mia versione

 

O poeta va lontano

 

O poeta, va’ lontano!

Getta via tutto – solo con la vanga torna

per vangare questo campo dal cimitero all’orizzonte!

A sera semina qui amore ed umiltà,

perché sbocci un mattino d’oro e radioso,

cui mancherebbero i poeti,

perché ogni uomo

saprebbe piangere e cantare.

1920

 

 Le cose

 

Amo le cose, compagne silenziose,

perché tutti le trattano

come se non fossero vive,

ed esse invece vivono e ci fissano

come cani fedeli intensamente

e soffrono

che nessun uomo parli loro.

Son troppo timide per attaccar discorso,

tacciono, aspettano, tacciono,

eppure

vorrebbero tanto conversare un po’!

 

Per questo amo le cose

e con esse tutti il mondo.

1920

 

Nel giardino dei miei amori

 

Nel giardino dei miei amori mi strappavo con mani furenti

centinaia di fiori di leggiadro aspetto.

Pensavo: Così almeno non li sciuperan della sorte i venti

ed io li intreccerò per farmene un mazzetto.

 

Ma ora sto qui pensieroso e parlar non posso.

L’ aroma d’un fiore gli occhi mi chiude.

Dolce veleno. La morte già mi punta gli occhi addosso

e presto m’immergerà nella sua palude.

1918

 

La cassetta postale

 

Una cassetta postale all’angolo della via

non è una cosa qualunque.

Fiorisce d’azzurro,

la gente l’apprezza molto,

le si affida interamente,

letterine d’amore vi getta da ambo i lati,

da un lato tristi, dall’altro allegre.

 

Come polline son le lettere bianche

e aspettano treni, navi e persone,

perché come fa il vento e il calabrone le spargano lontano,

– là, dove sono i cuori,

gli stimmi rossi

celati nel calice rosa.

 

E allor che le lettere giungeranno in essi,

vi cresceranno frutti

dolci oppure amari.

 

Innamorato

 

Un povero – ero io stesso –

un dì le ha chiesto:

«Che mi darà, signorina, dei suoi preziosi beni,

chiusi nelle labbra rosse e nei bianchi seni?».

 

Sulla strada c’è fango

e il cuore è digiuno,

si deve amare qualcuno,

l’uomo è solo e spaurito;

tra la gente s’è smarrito.

 

Provo e riprovo,

le parole non trovo,

che porrei, o donna, nel tuo palmo vuoto,

umile e devoto,

come la mamma pone sul desco

i piatti per cenare.

Povero e ricco non si possono stimare.

 

Era così bella,

guardava e non vedeva.

Occhi d’oro ella aveva,

come vetrine d’oreficeria,

che urlano alla strada

mendicante e ladra.

1921

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

Karel Havlicek Borovsky – Elegie tirolesi

21 Gen

Karel Havlicek Borovsky

Karel Havlíček Borovsky, morto nel 1856 a 35 anni, fu esiliato a Bressanone dopo aver subito due processi a causa dei suoi articoli contro la tirannia austriaca che soffocava la sua patria. Le “Elegie tirolesi” – un gioiello della poesia ceca – possono essere considerate assieme a “Le mie prigioni” di Silvio Pellico la più pesante requisitoria contro il dispotismo austriaco davanti al tribunale della storia.

   “Nella notte dal 15 al 16 dicembre, alle due, sono stato svegliato. Presso il mio letto c’era il commissario capo di polizia Dedera con il barone Voith e un gendarme armato di fucile. Mia moglie, poveretta, era terrorizzata. Mi intimarono di vestirmi subito e di partire, poiché per ordine del ministero dovevo essere condotto in una località in residenza coatta. Tra le lacrime dei miei familiari, di mia madre, mia sorella, mia moglie (esse non credevano a quell’ordine misterioso e temevano qualcosa di peggio) abbandonai la casa paterna; provavo più dolore che collera!…” – è un brano di una lettera inviata dall’esilio a František Palacky (1) da Karel Havlíček Borovsky (1821-1856), poeta e giornalista, strenuo difensore del popolo ceco in un periodo tormentato della sua storia.

   Dopo il fallimento dei moti rivoluzionari scoppiati nel 1848 nell’impero asburgico, come del resto in gran parte dei paesi europei, si verificò un inasprimento dei rapporti tra governo e sudditi. Così come c’era stato un “Metodo Metternich”, in Austria c’è ora un “Metodo Schwarzenberg”, o meglio un “Metodo Bach”, onnipossente ministro degli Interni, ex-deputato liberale della Costituente austriaca, il quale incarna la politica reazionaria del momento. Si instaura un regime di terrorismo poliziesco: censura severissima, impossibilità di viaggiare fuori e dentro il regno, perquisizioni domiciliari, spionaggio, agenti provocatori.

   Anche in Boemia – considerata ora una semplice provincia della monarchia, i patrioti più in vista vengono imprigionati e deportati. Bisognerà attendere la sconfitta subita dall’Austria nel 1859 sui campi di battaglia italiani per vedere la caduta del gabinetto Bach e il ripristino della legalità.

   Havlíček consacrò la maggior parte della sua attività all’educazione politica del popolo e alla lotta

contro la debolezza della nazione, contro l’assolutismo e gli alti prelati che se ne facevano complici. Quando pressoché tutto il mondo soggiace alla minaccia, egli tiene alta la testa, combatte apertamente e nel modo più energico. Mai, dopo il 1620 (2), si era udita a Praga una voce tanto virile e sincera.

   Entrato a 19 anni in seminario a Praga, ne viene espulso un anno dopo, a causa soprattutto delle sue convinzioni panslaviste. Nel 1843 è a Mosca, ove trascorre un anno e mezzo in qualità di precettore, e da dove rientra in Boemia guarito dalle sue illusioni sull’impero degli zar. Al posto del vago sogno panslavo, riportava in patria l’odio per l’assolutismo zarista, una fierezza nazionale accresciuta, e la ferma decisione di combattere il vecchio patriottismo sdolcinato e idilliaco sia nella vita pubblica che in letteratura.

   Oltre che poeta, Havlíček fu maestro incomparabile di giornalismo. A 24 anni gli venne affidata la direzione del giornale politico ufficiale “Pražské Noviny” (Il giornale di Praga) e del suo supplemento letterario “Ceská Včela” (L’ape ceca), e si conquistò così un vasto seguito di lettori.

   Nel 1848 fondò un grande quotidiano ceco indipendente – “Národní Noviny” (Il giornale nazionale), e per meglio attaccare la reazione creò un supplemento satirico di questo giornale – “Šotek” (Il folletto). Il suo spirito brillante, il sarcasmo mordace, la lingua chiara, virile, ricca di locuzioni popolari, la logica convincente, portarono una nuova aria salutare, aprendo nuove prospettive e preparando la via a una nuova generazione poetica. Egli era persuaso che la poesia dovesse mettersi al servizio di un’idea: non l’arte per l’arte, non grandi parole vuote, ma la verità.

   Havlíček è assai noto anche come autore di epigrammi. Ne ha lasciati circa duecento, un buon numero dei quali diretti contro la Chiesa e la sua gerarchia. Era questo un genere che che si adattava singolarmente al suo spirito, ed in cui raggiunse una rara maestria. Di essi diceva: “Sono dei piccoli vasi in cui verso la mia collera, perché non laceri il mio cuore”.

   Nel gennaio del 1850 il “Giornale Nazionale” fu soppresso dal governo. Fu un duro colpo per Havlíček: non solo perse la possibilità di essere ascoltato dalla nazione, ma venne anche a trovarsi con la sua famiglia senza mezzi di sussistenza. Ma non si dette per vinto. Pochi mesi dopo fondò a Kutná Hora un piccolo foglio che usciva due volte la settimana, intitolato “Slovan” (Lo Slavo). In una serie di articoli reclamava la nazionalizzazione della Chiesa con l’introduzione del ceco nel culto, l’abolizione del celibato dei preti, la separazione della Chiesa dallo Stato, il matrimonio civile, e protestava contro l’unificazione delle funzioni ecclesiastiche e didattiche in una sola persona.

   Ma egli doveva fatalmente soccombere in questa lotta troppo impari. Dopo l’ennesimo avvertimento delle autorità, comprese che queste non erano disposte a tollerare ulteriormente il suo giornale, e nell’agosto del 1851 ne cessò egli stesso la pubblicazione. Nello stesso anno subì un secondo processo, ma la giuria dovette nuovamente assolverlo. “Voi avete mancato di rispetto al governo!” – gli gridò il presidente della corte – “Era appunto questa la mia intenzione, perché un governo simile non merita rispetto!” – replicò Havlíček. Uscito dall’aula fu acclamato dalla popolazione di Kutná Hora. Ma ormai la sua sorte era segnata. Il 16 dicembre 1851, come egli stesso descrisse nella lettera a Palacky, venne prelevato di notte dalla polizia e inviato in residenza coatta a Brixen (Bressanone).

   Qui, strettamente sorvegliato, lontano dalla moglie Julie e dalla piccola Zdenka, dalla sua nazione, dai rari amici che gli erano rimasti fedeli, minato dagli affanni e dalla tisi, in un clima troppo rigido, egli trascorse quattro anni. Durante questo periodo compose le sue opere più belle, scritte col gusto e con i metri della poesia popolare, ma concepite con spirito realistico e con l’occhio rivolto alla situazione presente: “Křest svatého Vladimira” (Il battesimo di san Vladimiro), “Tyrolské elegie” (Elegie tirolesi) e “Král Lávra” (Il re Lávra).

   Quando, finalmente, nel gennaio del 1856 gli permisero di lasciare Brixen, egli era ormai un uomo finito. Nel suo paese trovò la moglie nella tomba, un popolo terrorizzato, avvilito, vecchi amici che lo rinnegarono o finsero di non conoscerlo. La tisi lo sopraffece il 29 luglio 1856, all’età di 35 anni. Morì nello stesso letto in cui era morta sua moglie. Pochi istanti prima di spegnersi chiese della carta, e fino all’ultimo fece dei movimenti con la mano destra, come se volesse scrivere.

   Josef Václav Frič (3) così ricorda i funerali di Havlíček nelle sue “Memorie”: “Il 1 agosto 1856 lo portavamo alla sepoltura sulle nostre spalle. C’era una grande partecipazione di popolo…Il feretro di Havlíček era ornato da una sola corona di lauro e di spine che Božena Němcová (4) aveva fatto preparare da suo figlio giardiniere, e che lei stessa aveva posto sulla bara…Portammo il feretro (ricevetti poi l’ordine di non prendere parte in futuro a nessun funerale senza uno speciale permesso) fino alla ex Porta Nuova…Ma lì fummo circondati da robusti artigiani e operai che, facendosi largo a gomitate, si erano avvicinati alla bara, provocando non poca confusione. “Affidateci il nostro martire” – urlavano – “Vogliamo avere noi il piacere di portarlo fino a Olšany (5). Allora Palacky, che non sopportava il chiasso, cominciò ad esortarli con voce vibrante…La cosa si stava mettendo male; alla fine gridai: “Amici, non vorrete, spero, che il defunto ci cada in terra…indietro!” Le mie parole ebbero effetto – ognuno mise ragionevolmente da parte il proprio ardore eccessivo, e il risultato fu che il carro proseguì al passo verso Olšany, dove attorno alla tomba già preparata erano devotamente raccolte migliaia di persone”.

   In quella circostanza anche il giornale tedesco  “Bohemia” elogiò la figura del defunto: “Ieri pomeriggio si sono svolti i funerali dell’ex-redattore del Giornale Nazionale, Karel Havlíček…Con Havlíček è calato nella tomba un grande talento, il maggiore e primo pubblicista che abbia avuto la letteratura ceca…”

   Nelle “Elegie tirolesi” l’autore racconta, in chiave satirica, la storia del suo prelevamento notturno, il suo addio alla famiglia atterrita, il suo viaggio in carrozza in compagnia dei gendarmi, verso una destinazione ignota. Dietro la maschera sorridente e sorniona, negli accenti melodiosi della poesia popolare ceca, si avverte il ghigno doloroso dell’uomo che ha pagato col suo sangue il diritto all’ironia, la sofferenza crudele di un uomo offeso nei suoi sentimenti più sacri, l’odio di un patriota contro il despota.

Note:

1. František Palacky (1798-1876). Figura politica di primissimo piano. Fu capo del partito conservatore. Legò il suo nome a un’opera monumentale – La “Storia della nazione ceca in Boemia e Moravia”, che abbraccia tutte le vicende del popolo boemo dalle sue origini fino al 1526.

2. Anno in cui avvenne la battaglia della Montagna Bianca che, distruggendo la libertà e l’indipendenza delle terre ceche, dette contemporaneamente avvio alla Guerra dei Trent’anni.

3. Josef Václav Frič (1829-1890). Poeta, giornalista, agitatore politico boemo. Nel 1848 si batté fino all’ultimo sulle barricate, ed affrontò poi coraggiosamente le amare esperienze del carcere e dell’esilio.

4. Božena Němcová (1820-1862). Scrittrice boema. La sua opera più nota è il romanzo “Babička” (La nonna) – uno dei libri più cari al lettore ceco, e che incontrò molta fortuna anche all’estero.

5. Noto cimitero di Praga.

                                                                                                                                                Paolo Statuti

Elegie tirolesi – Colloqui con la luna

Traduzione di Paolo Statuti

I

Luna cara, brilla ancora,

la tua luce dai:

che ne pensi tu di Brixen?

oh, che faccia fai!

Dove corri? è presto, aspetta

non scappare,

solo un attimo vorrei

con te parlare.

 Non son nato in questi luoghi –

io parlo, non introno;

qui mi trovo per far pratica,

“treu und bieder” (1) non sono.

II

Là da me siam musicanti,

la tromba io sonavo,

e con quella i signori di Vienna

dal sonno svegliavo.

E allor per ritrovare

la pace perduta,

mi mandaron di notte gli sbirri

a mia insaputa.

Le due eran già sonate,

mi vengono intorno,

e un gendarme molto compito

mi dà il buongiorno.

Col gendarme – l’egregia scorta,

tutti bardati,

l’ombelico fasciato ben stretto,

i galloni – dorati.

“Si alzi, signor redattore,

niente paura,

lo so, è notte, ma non siam ladri –

è la procedura.

Tanti saluti da Vienna,

da Bach un abbraccio,

vuol sapere se lei sta bene,

ecco un suo dispaccio”.

 Io pure a stomaco vuoto

sono distinto:

“Perdoni, imperial commissione,

se sono discinto”.

Invece Džok, il mio mastino,

è assai scortese,

con l’ habeas corpus (2) è abituato –

è un cane inglese.

Per un soffio non offende

l’autorità,

rivolto a loro da sotto il letto:

Grr! Arf, arf! – gli fa.

Gli gettai allora contro

il codice imperiale;

subito fu muto come un pesce,

uff, meno male!

III

Sono un suddito ordinato –

m’ero intirizzito –

anzitutto m’infilai le calze,

sì bene assistito.

Solo allor lessi il messaggio –

ce l’ho qui con me;

se capisci il tedesco ufficiale,

leggilo da te.

Scrive Bach come un dottore

che non è buona

l’aria di casa, e che è bene

ch’io cambi zona;

in Boemia è troppo caldo,

il clima è odioso,

molto puzzo d’imposizioni (3) –

assai dannoso.

E per questo ora fuori

la carrozza aspetta,

perché a spese del regio governo

io parta in fretta.

E ai gendarmi ha comandato

di insistere molto,

se per modestia la sua proposta

non avessi accolto.

IV

Che fare se devo avere

l’usanza grulla

di non potere ai gendarmi armati

negare nulla?

Dedera implorava: “Presto!

prima o poi

qualcuno si sveglia e chiederà

d’unirsi a noi”.

Mi disse che non dovevo

portare armi,

perché loro avevano il compito

di scortarmi.

Per la Boemia incognito

devo viaggiare,

per sottrarci ai noiosi che han sempre

incarichi da dare.

Mi diede ancor Dedera

saggi avvertimenti,

ai quali debbono attenersi

di Bach i pazienti.

M’incantò quella Sirena –

misi le scarpe,

il gilè, la giacca e la pelliccia,

calzoni a parte.

Già da tempo aspettavano

le guardie affrante:

“cari amici! pazientate, ecco –

partiamo all’istante”.

V

O luna, queste donne

tu conosci a fondo,

e sai qual croce con esse abbiamo

in questo mondo.

A quanti tristi commiati

tu fosti presente!

Tu sai meglio d’ogni novellista

come si si sente.

Madre, moglie, figlioletta –

piccola Zdena –

intorno, nel loro pianto muto,

era una pena!

Anche se ho una pellaccia

e sono gagliardo,

quella volta mi si strinse il cuore,

s’offuscò lo sguardo.

Calcai il berretto con forza

sugli occhi,

prima che una lacrima sfuggisse

ai poliziotti,

impalati presso l’uscio

fino a quel momento,

perché avesse la triste scena

un regio ornamento.

VI

Nel frastuono delle ruote –

dritti verso  Jihlava;

dietro, perché nulla perdessimo

la scorta trottava.

La chiesetta di Borová,

là sul monticello,

dai boschi mi guarda tristemente:

“Sei tu, bricconcello?”

“Sotto di me è la tua culla,

t’ho visto battezzato;

con zelo facevi il chierichetto

al vecchio curato”.

“T’ho visto in giro pel mondo;

poi con la torcia andare

e la strada ai ragazzi del posto

illuminare”.

“Vedi come il tempo è andato:

ben più di un anno!…

ma, figliolo! chi sono quei mostri

che or dietro ti vanno?”

VII

Attraversammo Jihlava;

– allo Špilberk (4) andavo? –

e dopo Linz, – allora è Kufstein? (4) –

così pensavo.

Solo quando ci lasciammo

Kufstein sulla destra,

cominciò a sembrarmi più amena

la flora alpestra.

Brutto viaggio, se non sai

ove sei diretto:

l’allegro strombettìo dei postiglioni

è un inganno abietto.

Sugna e cambio di cavalli

in ogni posto:

ungessero e cambiassero di più

a Vienna, piuttosto! –

Il telegrafo è senz’altro

un’Invenzione –

esso annunciava il nostro arrivo

in ogni regione,

affinché la polizia –

madre premurosa –

potesse accenderci la stufa

prima d’ogni cosa.

Budějovice non posso

dimenticare,

colà Dedera quattro bottiglie

svolle comprare.

Forse perché patriota

si sentiva?

Forse perchè così scordassi

la terra nativa?

Ma quel vino finì presto;

bevo al momento

quello italiano: hanno lo stesso

inquieto fermento.

VIII

O luna, or lasciamo l’elegia

e prendiam l’eroico accento,

perché quello che sto per narrarti

fu un caos tremendo.

La strada da Reichenhall a Weidring

tu la conosci abbastanza –

non può cambiarla nessuna imperial

ordinanza.

Montagne, rocce più enormi ancora

della stoltezza tra le nazioni,

e come le fauci dell’armata –

cupi burroni.

Notte scura come Madre Chiesa,

veniam giù con dannata fretta;

grida Dedera: “Tira!” il cocchiere

non sta più a cassetta.

I cavalli al vento, la carrozza

sobbalza e a rompicollo scende,

il postiglione chissà dove

la pipa si accende.

La strada vien giù a serpentina,

la vettura come un dardo vola,

forse intende gettarci per sempre

in fondo alla gola.

Ah, che gusto provai quell’istante!

oh, gioia di tutte le gioie,

vedere i gloriosi gendarmi

tremar come foglie.

Mi ricordai – io leggo la bibbia –

di Giona la triste novella,

quando lo gettarono in acqua

per calmar la procella.

“Facciamo la conta”, dico, “tra noi

dev’esserci un gran peccatore,

costui si getti giù per far pace

col Signore”.

Detto fatto! Alle guardie mancò il tempo

di far l’esame di coscienza,

ma contrite si gettarono

dalla diligenza.

Ah, tu mondo, mondo alla rovescia!

il seguito nel fosso è finito;

e tutto solo nella carrozza –

il signor bandito.

Ah, governo, governo alla rovescia!

i popoli al guinzaglio vuoi portare,

e quattro cavalli senza briglie

non sai governare!

Senza redini, senza cocchiere,

nel buio, l’abisso sfiorando:

solo come il vento con le Alpi

andai galoppando.

Di affidar la mia vita ai cavalli

impazziti, perché temere?

son suddito di Vienna: di peggio

che può accadere?

Così, un caldo sigaro in bocca

e un freddo coraggio nel cuore,

più in fretta dello zar giunsi alla posta

di buon’umore.

Là  –  campione di delinquenti –

senza custodi cenai come un re,

finché zoppi e coi nasi sbucciati

essi giunsero da me.

Io dormii bene, ma per le guardie

quella notte a Weidring fu assai dura:

frizioni di spirito alla schiena,

sui nasi – tintura.

Qui finisce questa epopea,

tutto è sacrosanta verità,

fino ad oggi a Weidring Dahlrupp (5)

ve lo dirà.

IX

Da Weidring fino a Brixen –

pace assoluta;

le autorità dettero a Dedera

di me la ricevuta.

In Boemia poi quel foglio

è ritornato,

ed io qui dall’aquila a due teste

restai attanagliato.

Prefetto, Sottoprefetto

e Gendarmeria

hanno messo in questa Siberia

a difesa mia.

Brixen, 20. 6. 1852

1. “Fedele e probo”: sono parole dell’inno nazionale austriaco di allora.

2. Legge del 1679 che garantisce la libertà personale in Inghilterra e in Nordamerica.

3. Allusione alla “Costituzione imposta”, proclamata il 4 marzo 1849, che annullava le conquiste del 1848.

4. Note prigioni per detenuti politici.

5. Dahlrupp era il mastro di posta a Weidring.

(C) by Paolo Statuti