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Il teatro d’opera cinese

27 Set

Opera cinese1

Opera cinese

Teatro cinese

Di Jerzy Waldorff-Preyss, noto scrittore e musicologo polacco, già presente nel mio blog, ho tradotto questo articolo sull’Opera cinese, inserito nel suo volume Le orecchie ribelli (1968).

 

Jerzy Waldorff-Preyss

 

L’Opera dell’imperatore Huang

 

Mi hanno chiesto di scrivere un giudizio critico dell’Opera Cinese di Sichuan, esibitasi in Polonia. Ho rifiutato.

Devo spiegare perché.

Inizierò da un aneddoto a suo tempo arrivato a Varsavia da Parigi. Dunque quando in questa città si esibì un noto teatro cinese, prima che si alzasse il sipario, si presentò sul palcoscenico il suo direttore, e rivolse queste parole al pubblico francese presente in sala: “Gentili signore e signori! Il nostro spettacolo non avrà molto in comune con i vostri. Il teatro cinese esiste da tanto tempo e impiega tutta una serie di simboli convenzionali, che da molte generazioni sono ben compresi dai nostri spettatori, ma a voi forse risulteranno alquanto oscuri. Ad esempio quando da noi dietro le quinte suona il flauto, significa che sulla scena piove. Per questo, desiderando facilitare la vostra comprensione, al flauto abbiamo aggiunto un tamburello”.

Già…il teatro cinese, la musica cinese sono non soltanto del tutto diversi da ciò che noi chiamiamo arte europea, ma sono anche notevolmente più antichi e importanti.

La musica europea, considerando anche l’antica Grecia, esiste più o meno da 3000 anni, mentre quella cinese – da 5000 anni. La nostra è stata fonte di emozioni e a volte solo di svago. L’ altra – garanzia di esistenza dello stato. Quando da noi, parlando della sua storia, si ricordano i grandi compositori: Bach, Beethoven, Mozart o Chopin – in Cina si elencano gli imperatori e le dinastie che hanno governato quel paese. Infatti là si crede che dalla buona o cattiva musica dipende la storia felice o infelice della nazione. Per questo gli imperatori cinesi avevano il titolo e le prerogative di primi compositori. La musica in Cina è così strettamente legata all’intera vita sociale, che il flauto di bambù, dal quale si ricava il suono fondamentale della gamma cinese, era al tempo stesso l’unità di misura ufficiale. Per tale motivo l’Ufficio Imperiale della Musica (proprio così! esisteva questo distinto ministero cinese…) è diventato l’Ufficio Imperiale dei Pesi e delle Misure.

Ma esaminiamo con maggiore attenzione questo argomento così interessante.

L’imperatore Fu Hsi che regnò dall’anno 2852 a.C – il filosofo che scoprì “l’armonia musicale tra il Cielo e la Terra”, fu anche l’inventore della cetra e del flauto cinesi. L’imperatore Huang Ti che regnò dal 2697 a.C., stabilì la scala dei suoni, che in una parte della Cina fu usata fino agli inizi del XX secolo, cioè fino quasi ai nostri giorni.

A questo punto dobbiamo considerare un altro fatto sorprendente: il progresso nell’arte – da noi inteso come una serie di continui e rapidi mutamenti – nell’arte cinese fino a poco tempo fa non esisteva affatto. Nella Cina meridionale si usava una scala musicale composta di cinque suoni, cioè pentatonica. Nel nord del paese invece, si applicava la scala di sette suoni, cioè eptatonica. E questa distinzione musicale è durata ininterrottamente…3000 anni, mentre tutta la nostra musica, da Monteverdi a Brahms, basata sulla scala maggiore-minore, conta appena 300 anni.

I governi di singoli imperatori diventarono governi dinastici e a volte essi regnarono per moltissimo tempo. La prima dinastia fu la Xia e governò il paese dal 2205 a.C. al 1766 a.C. cioè quasi 450 anni. La dinastia Xhou – quasi 1000 anni! Le successive furono: Chen, Han, Sui, Tang, Song, Yuan, Ming, Qing, e ciascuna di esse portò qualcosa di nuovo – positivo o negativo – alla musica.

Durante la dinastia Zhou vissero i due più grandi filosofi cinesi fondatori di due religioni, Lao Tse e Kung Tse – meglio noto in europa con il nome di Confucio. Proprio quest’ultimo era così appassionato di musica, che quando una volta ascoltò una melodia molto bella, restò profondamente commosso e per tre mesi non poté sentire il gusto della carne. Evidentemente amava molto questo alimento, per usarlo come paragone con lo straordinario fascino dei suoni.

L’imperatore Huang Ti della dinastia Chen lasciò pagine cupe nella storia della musica del suo paese. Era tremendamente vanitoso e voleva che la cultura cinese iniziasse da lui, agli occhi delle future generazioni. A tale scopo ordinò di bruciare tutti i libri riguardanti l’arte e di distruggere tutti gli strumenti musicali. Ma questo non diede l’atteso risultato. Quando morì Huang Ti, la vecchia cultura rinacque e già 500 anni dopo – che in Cina non significa quasi niente – l’imperatore Ming Huang della dinastia Tang manteneva alla sua corte 14 orchestre che davano concerti a porte chiuse, e un numero complessivo di 1350 suonatori e cantanti, che si esibivano nei giardini. Questo stesso benedetto sovrano fondò nel 714 d.C. la prima scuola operistica in Cina, che segnò l’inizio dell’opera cinese.

Noi Europei ci troviamo di nuovo in difficoltà. La nostra opera si compone di canto, recitazione, balletto e musica strumentale. Quella cinese include anche la declamazione, la pantomima e le acrobazie a un livello così vertiginoso, che gli acroboti europei del circo, rispetto agli artisti cinesi dell’opera, sembrano maldestri dilettanti. Anche l’orchestra…

La nostra si divide nei quattro tradizionali gruppi di strumenti: quintetto d’archi, strumenti a fiato di legno, ottoni e timpani. L’orchestra cinese distingue otto classi di strumenti, raggruppati secondo il materiale di cui sono fatti. E i materiali sono: metallo, pietra, seta, bambù, lagenaria, argilla, pelle e legno.

Purtroppo non sono mai stato in Cina. So soltanto da un amico che i teatri d’opera in questo paese sono affatto diversi da quelli europei. Non si trovano in ampie piazze e non attirano con eleganti facciate.

“Ho saputo  – egli mi raccontava – che quel giorno dovevamo andare all’Opera. Siamo entrati in una strada stretta e rumorosa come tutte. Non avrei saputo distinguere l’una dall’altra, e se mi fossi staccato dalle guide cinesi mi sarei sicuramente smarrito! Dalla prima strada svoltammo nella successiva. Poi ancora un’altra. Poco dopo si aprì davanti a noi una porticina e ci trovammo in uno stretto cortile. Salimmo una ventina di scalini ed entrammo in una specie di piccola galleria, da essa passammo in un piccolo buio corridoio, poi ancora una porticina simile, un cortiletto, un corridoietto, una piccola galleria e a un tratto vedemmo di fronte a noi una porta così stretta che pensai: qui dietro deve esserci una dispensa privata. Ma quando quella porta si aprì, apparve una grande sala piena di gente, ed era  appunto la sala dell’opera dove eravamo diretti.”

Questo il racconto dell’amico. Io vidi la prima volta l’opera cinese al Teatro Polacco di Varsavia. Se ricordo bene, era l’Opera di Pechino. Quella che in seguito si esibì da noi era l’Opera di Sichuan. Enorme, benché per gli Europei una differenza difficile da notare: nord e sud di un grande paese. Due stili di recitazione, due generi di musica basati su scale diverse.

Potevo soltanto affermare che in entrambi i casi il pubblico polacco era ugualmente affascinato. Quando del resto l’Opera di Pechino si recò a Parigi al festival teatrale internazionale, anche in quella annoiata città fu definita l’evento teatrale più sbalorditivo mai visto.

La straordinarietà del teatro cinese risiede – io penso – soprattutto nella precisione da noi irraggiungibile e nella delicatezza del canto, della recitazione e della musica, nonché nella stupefacente bellezza dei costumi. Sembra che uccelli del paradiso cinguettino nella gabbia dalle grezze tende, poiché l’opera cinese tradizionale non conosce le decorazioni.

Uscendo dall’edificio del teatro dopo gli spettacoli cinesi, pensavo tra me che, confrontando i loro piccoli strumenti col nostro pianoforte, esso è uno strumento degno di un rinoceronte, e in confronto al loro canto le arie della Madame Butterfly fanno venire in mente i muggiti dei marinai ubriachi.

Adesso capite perché ho rifiutato di recensire la rappresentazione del teatro di Sichuan? La critica di un’arte così diversa e tanto più antica e raffinata della nostra, sarebbe stata un’impudenza.

 

(C) by Paolo Statuti

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