Poesia di Evgenij Evtushenko

10 Set

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko (1932-2017)

 

Preghiera prima di un poema

 

Il poeta in Russia è più che poeta.

Qui è dato nascere poeta

solo a chi è vero cittadino,

chi non ha rifugio né quiete.

Qui il poeta è lo specchio del tempo

e il falso prototipo del futuro.

Il poeta sicuro tira le somme

di ciò che fino a lui è accaduto.

Ed io? La mia cultura non basta…

E non serve profetizzare…

Lo spirito russo è su di me

e mi dice devi provare.

In ginocchio e a bassa voce,

pronto alla vittoria e alla morte,

o grandi poeti della Russia

vi affido umilmente la mia sorte…

Dammi, o Puškin, il tuo canto,

la tua lingua libera e veemente,

il tuo destino affascinante –

che anch’io infiammi la gente.

Dammi, o Lermontov, lo sguardo astioso,

dammi il tuo sdegno velenoso

e la cella della tua anima chiusa,

dove respira, nel silenzio reclusa,

la sorella della tua animosità –

la lampada della segreta bontà.

Dammi, Nekrasov, placato il mio ardore,

la pena della tua musa intagliata –

nei portici, negli atri, nei binari

e nei boschi e nei campi riversata.

Dammi la forza della tua espressione,

la tua azione così tormentosa,

per trascinare la Russia intera

come i bardotti con la fune penosa.

Dammi, o Blok, la profetica nebbia,

dammi altresì due ali spioventi,

perché, svelando l’eterno enigma,

nel corpo la musica io senta.

Dammi, Pasternak, il cambio dei giorni,

dammi dei rami il turbamento,

l’unione di odori e ombre

col secolare tormento,

perché ciò che borbotta il giardino

fiorisca ancora e maturi,

e sempre il fuoco della tua candela

in me arda e perduri.

Esenin dammi la tenerezza

per le betulle, gli animali, la gente

e per ogni altra cosa al mondo,

che tu come me ami impotente.

Dammi, Majakovskij,

la corpulenza,

il furore,

il tuo basso,

la severa intransigenza per la feccia,

affinché io possa

attraverso il tempo passare

e ai compagni-posteri

di questo parlare…

1964

Lermontov

Per chi piange sotto le slitte

il ghiaccio di Pietroburgo rassodato?

Dove galoppa a mezzanotte

un cavaliere dalla neve sferzato?

Si guarda intorno come un lebbroso,

la bocca serrata dall’odio.

Nelle pupille castane due Pushkin

morti fissati come da un chiodo.

Attraverso voi, bufere di Pietroburgo,

egli il suo destino ha letto,

ancor prima della pallottola di Martynov,

con quella di D’Anthès nel petto.

Ma nella notte – da amici e marmaglia,

dai caduti nell’ignavia e nella malora,

si precipita come ombra di vendetta

dietro l’ombra non vendicata ancora.

Non è un ragazzo, la sua maturità

è fredda come nuda lama.

Figlia della pietà è la musa,

ma l’odio è la sua balia.

E occorre sistemare in duello,

benché dopo aver tanto perso

trovare degni padrini

è assai difficile adesso.

Ma la voce del cittadino Pushkin

spinge verso la barriera: “Va’!”

…I poeti in Russia con la pallottola

di D’Anthès nel petto nascono* già.

* La censura aveva cambiato in nacquero.

(C) by Paolo Statuti

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