Jan Lechoń

2 Nov

 

 

Roman Kramsztyk (1885-1942): Ritratto di Jan Lechoń (1919)

Roman Kramsztyk (1885-1942): Ritratto di Jan Lechoń (1919)

   Jan Lechoń (Leszek Serafinowicz) nacque il 13 giugno 1899. Debuttò a 14 anni con la raccolta Na złotym polu (Nel campo dorato), seguita un anno dopo da Po różnych ścieżkach (Per differenti sentieri). Studiò filologia polacca all’Università di Varsavia e fu co-redattore della rivista Pro arte et studio, co-fondatore del cabaret letterario Pikador (1918) e uno dei creatori del gruppo poetico Skamander (1916).

   La raccolta di versi Karmazynowy poemat (Poema cremisino, 1920) gli portò la celebrità, consolidata quattro anni dopo dalla raccolta Srebrne i czarne (Argentato e nero).

   Negli anni 1930-1939 svolse l’incarico di attaché culturale presso l’ambasciata polacca a Parigi. Dopo la capitolazione francese, si recò in Spagna, Portogallo, Brasile, per trasferirsi poi definitivamente a New York nel 1941. Negli anni 1941-1947 assieme a Kazimierz Wierzyński e Józef Wittlin collaborò a diverse riviste letterarie dell’emigrazione polacca.

   Irena Lorentowicz (1908-1985), pittrice e scenografa, scriveva del poeta: “Vivevano in lui differenti nature. Era arguto e cinico, assai loquace e disperatamente solo. Era l’uomo più socievole che conoscessi e al tempo stesso il più infelice”.

   La sua omosessualità non era un mistero per gli amici, tuttavia egli non ne parlò mai, soltanto in modo assai velato essa trapela dalle sue annotazioni relative alla “carissima persona”.

   Nell’agosto del 1949 cominciò a scrivere il suo Diario, inteso come una specifica terapia contro le frequenti depressioni. Il 30 maggio 1956, pochi giorni prima del suicidio vi annotò: “Non si può descrivere ciò che ho provato oggi… Sono tornato a casa tardi e mi sembrava che fosse tutto nella mia immaginazione, che mi fossi creato dei problemi inesistenti…So che è soltanto stanchezza…Si può sempre trovare nella propria intelligenza e volontà, nel proprio cuore qualcosa che ci aiuterà nella lotta con la vita, con la gente. Ma per la lotta con se stessi c’è solo la preghiera”.

   Nel suo libro Szkice i portrety literackie (Schizzi e ritratti letterari) Kazimierz Wierzyński scrive nel suo commiato dall’amico poeta: “…Caro Leszek, addio…ci ha lasciati un poeta che ha avuto e avrà sempre un posto privilegiato nell’arte della parola polacca…Aveva diciotto anni quando scrisse il Poema cremisino, e già allora ci stupiva la sua maturità. Oggi, a distanza di tanti anni, possiamo dire con certezza che egli apparve come un genio. Scriveva meno di quanto avremmo voluto noi tutti amanti della sua poesia parsimoniosa e controllata, che tra differenti emozioni sceglieva le più importanti e cercava per esse espressioni monumentali…”

   Per Lechoń la poesia era qualcosa ai confini tra letteratura e musica. La concepiva come “poesia pura”. La musicalità doveva distinguere la poesia dalla comune letteratura, darle unicità e irripetibilità.

   Jan Marx, critico, saggista e traduttore, nel suo libro Skamandryci  (Skamandriti), scrive: “Scopo della poesia non è la scoperta della verità, perché essa non esiste. Tutto, specialmente nella sfera dei sentimenti, è un mistero. Scopo della poesia è dunque mostrare il mistero. Ci riescono soltanto i grandi poeti. Penso che Lechoń fosse capace di mostrarlo. Erano soprattutto misteri tribali e la sua poesia è in questa dimensione, è là dove il poeta affronta la tematica nazionale, come continuazione della grande poesia romantica”.

   Nel 1991, dopo la caduta del regime comunista fortemente osteggiato da Lechoń, la salma del poeta venne esumata dal cimitero di New York e riportata in patria. Ora giace nel cimitero di Łaski, vicino Varsavia, assieme ai suoi genitori. Del resto in una sua poesia dell’esilio egli aveva espresso questo desiderio:

 

Ciò che è così difficile credere,

Un giorno può diventare realtà.

Perciò ho pensato: vorrei giacere

Là dove mio padre giace già.

 

 

 

Poesie di Jan Lechoń tradotte da Paolo Statuti

 

Preghiera
Oh! Signore sopra le piogge e sopra la calura!
Seminatore di lune e di stelle nell’etere sospese,
China i cieli verso di noi e dissetaci col silenzio,
Confrontaci stanchi con le taciturne distese.

Oh! annegaci nel vasto abisso dei Tuoi mondi,
Inargentaci come stelle, diluiscici come il mare,
Versaci con l’aria nell’azzurro spazio sconfinato,
Accordaci come eco e ascolta come scompare.

Facci pallido mattino che nel cielo sorge,
Nuvola che scorre pigramente a mezzodì,
Velo della cupa notte che la terra ricopre –
Liberaci dall’anima e da noi salvaci altresì.

 

*  *  *

Mi chiedi cos’è per me del mondo l’essenza?

Ti dirò: amore e morte – senza differenza.

Temo gli occhi azzurri d’uno – dell’altra i mori.

Son queste le mie due morti e i miei due amori.

 

Per il cielo stellato, nella notte nera,

Essi spingono il vento nella stratosfera –

Quel vento che ha costretto la terra con furia

A cedere l’uomo al dolore e alla lussuria.

 

Nella macina si frantumano le ore,

Scaviamo cercando la verità assoluta –

E una sola cosa sappiamo. E niente muta.

Dall’amor difende la morte, e dalla morte l’amore.

 

1922

 

 

 

 

 

 

 

L’incontro

 

Oggi in questa notte, insonne e abbandonato,

Tra i raggi lunari, spinto da un soffio strano…

Non so come a Ravenna mi son ritrovato

E ho visto ciò che da tempo sognavo invano.

 

Le note d’un flauto da una finestra vicino,

La brezza che porta un profumo inebriante –

Ed io come tra mistici fiori cammino,

Sotto la celeste cupola scintillante.

 

“Sarà pago chi beve alla divina fonte!”

Ho chiuso gli occhi come chiamato da Dio –

Udivo solo del fiume lo strano brusio,

Più tardi, più tardi ho visto Dante sul ponte.

 

“Sei tu, Tu, mio maestro! Bianco come un giglio,

Perché mai Ti brucia questo strano sconforto?

Svelami, Ti prego, il segreto del Tuo volto.

Non so niente. Mi son perso. Dammi un consiglio”.

 

Egli disse, o disse l’acqua, oppure la luna,

Caddi in ginocchio, coprendomi il viso triste:

“Non c’è inferno, né cielo, non c’è terra alcuna,

C’è solo Beatrice. E proprio lei non esiste”.

 

                                            dedicata a Maria Bogdzińska

1922

 

 

 

 

 

Il cielo

 

Ho sognato il cielo: l’ho riconosciuto subito

Dal profumo del trifoglio e dal canto del merlo,

Dal cri-cri nell’erba, dal prato che ondeggiava,

E so che era presente Dio, pur senza vederlo.

 

Non vedevo gli angeli, ma le cicogne frusciavano

Con le bianche ali sopra i campi di frumento,

E c’erano anche i platani gli aceri e i faggi

E sonavano come un organo nel brusio del vento.

 

E più tardi come una lucciola gigante

L’argentea luna illuminò l’Acropoli in rovina,

Sulla quale in alto vedevo Paweł Kochański

Che sonava l’”Aretusa” in quella quiete divina.

 

Romanticismo

 

Già la notte d’autunno l’incendio di foglie d’oro spegne

E i levrieri nel vecchio arazzo si addormentano,

Le bisnonne nei ritratti e i sovrani di Polonia

Scompaiono nel buio. Triste è questo momento.

 

Sull’acqua il vento piega dei gobbi salici i bracci,

La bufera e la strada-pantano dietro le finestre.

Misero colui che non può credere alle ondine,

Né agli spiriti, ai presagi, né in Dio Onnipotente!

 

 

 

 

 

 

 

Roma

 

Piove a Roma come un nastro incessante.

Sono un pellegrino. Ma non sono qui per l’Anno Santo.

Sono solo. E un pensiero soltanto come piombo mi pesa:

Sarebbe troppo facile. Non per te è il conforto delle chiese.

 

Ho un pensiero grande e solo a Dio rivolto,

Di capire te, o città, con la tua grandezza rigonfia,

Quella mite mano con cui Aurelio accoglie in Campidoglio,

E la cupola di Pietro,

E quel rododendro che a Villa Borghese germoglia.

 

Jan Lechoń

 

Il poeta fuori moda

 

Mi dicono: „Non tornerà il tempo andato,

presto dalla mente dei giovani sparirà.

Riprendi gli arredi del tuo vecchio teatro,

perché ora un nuovo dramma si reciterà.

Berrò una fiasca di nettare del lontano

passato di tanti giovanili banchetti.

Con la luna sotto il braccio e una rosa in mano

esco, lasciando il resto ai nuovi addetti.

 

(C) by Paolo Statuti 

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