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Poesia e pittura

2 Lug

Poesia e pittura

 

Recentemente ho acquistato un libro dal titolo Poeci patrzą…obrazy, wiersze, komentarze (I poeti guardano…quadri, poesie, commenti, Ed. STENTOR, Varsavia, 2008). E’ un interessante e avvincente viaggio-écfrasi, sapientemente curato dalla professoressa Aneta Grodecka, che da anni organizza cicli di lezioni facoltative per gli studenti di filologia polacca dell’Università Adam Mickiewicz di Poznań, dedicate ai legami tra letteratura e arti figurative. Da questo volume per il momento ho scelto per il mio blog il capitolo “Come guardare Cézanne”. Eccolo nella mia versione.

Nell’estate del 1872 Paul Cézanne si trovava a Pontoise e dipingeva all’aperto in compagnia di Camille Pissarro. Il suo soggiorno in provincia fruttò molti paesaggi, tra i quali il Mulino sulla Couleuvre a Pontoise, che si trova attualmente nella Nuova Galleria Nazionale di Berlino.

 

Paul Cézanne: Il mulino sulla Couleuvre a Pontoise

 

Gli studiosi della creazione di Cézanne considerano diversamente l’influenza di Pissarro sul suo modo di vedere e sulla sua pittura, tuttavia il confronto dei lavori all’aperto dei due maestri mostra piuttosto una diversità delle loro tecniche. In un paesaggio dipinto da Pissarro a Pontoise nel 1867 si vede la “vaporizzazione” impressionistica delle forme, il gioco della luce sui tetti delle case. La presenza in primo piano delle contadine sulla strada accentua la fugacità dell’istante colta nella tela.

 

Camille Pissarro: Paesaggio di Pontoise 

 

Mentre, guardando il paesaggio di Cézanne, dipinto nella stessa località, vediamo lo spazio senza gente e architettonicamente ordinato. Attirano gli sguardi soprattutto i colori che, se osservati a lungo, acquistano una sorprendente vitalità. Ciò è stato descritto a meraviglia dalla scrittrice Virginia Woolf:

Lo stesso pigmento dei quadri di Cézanne rappresenta per noi una sfida, stimola un qualche nervo, risveglia, eccita…Un qualunque paesaggio del maestro suggerisce in noi parole, là dove non sospettavamo l’esistenza di parole, impone delle forme, là dove non abbiamo mai visto niente tranne l’aria.

Questa impressione nasce dalla strategia creativa impiegata dall’artista, che il più delle volte viene definita “pura visibilità”. Essa consisteva nel rifiuto della memoria e della conoscenza del reale, nello scorgere in natura solidi geometrici, forme e colori, nonché i loro rapporti reciproci. Questo modo di guardare fu descritto dal pittore nella nota lettera del 15 aprile 1904 al critico d’arte Émile Bernard:

Bisogna trattare la natura secondo il cilindro, la sfera, il cono, il tutto posto in prospettiva, in modo che ogni lato di un oggetto o di un piano si diriga verso un punto centrale.

La composizione del Mulino sulla Couleuvre si riconduce al sistema di linee orizzontali e verticali. All’orizzonte appaiono i tratti scuri degli alberi, al centro del quadro si vedono le torrette verticali e le scure aperture delle finestre, a sinistra si può distinguere la marcata linea degli alberi. Le case subiscono una lieve deformazione sotto l’influsso dei riflessi colorati, le pareti e i tetti resi con l’aiuto di piccole macchie suscitano l’impressione di un bassorilievo a colori. Dipingendo i loro solidi, l’artista applicava un diverso grado d’intensità del colore, ciò che si nota chiaramente da vicino. Grazie a ciò, secondo la distanza da cui guardiamo il paesaggio di Pontoise, possiamo scorgere o un piano di macchie colorate, o la cittadina situata sull’altura, lo spazio con una sua propria aria e luce.

Entrambi i modi di lettura dell’opera li troviamo nella poesia Cézanne di Kazimierz Wierzyński. In realtà questa poesia non è la diretta descrizione di un concreto quadro, ma rappresenta un esempio riuscito di écfrasi poetica. Wierzyński aveva visto molti quadri del maestro, viaggiando prima della guerra in Francia e in Svizzera (e tra essi anche il paesaggio della Galleria di Berlino), e il suo testo concorda in molti elementi con il Mulino sulla Couleuvre. Possiamo analizzare questo confronto. La prima osservazione del poeta riguarda l’accostamento sulla tela di due piani coloristici: di profondo verde e di freddo azzurro (l’espressione “azzurrità a dirotto” suggerisce un cielo greve, plumbeo e privo di profondità). Altri elementi del paesaggio di Cézanne nella descrizione di Wierzyński sono: il cipresso, l’altura rosso-gialla, il campo coi solchi rossi, la città grigio-argento, le torrette della costruzione culminanti col rosso. L’effetto geometrizzato dello spazio è reso dalla metafora “il domino della città”. Il poeta non si limita a elencare le costruzioni, in certi punti smantella l’ordine matematico di Cézanne, ravvivando la sua visione con elementi antropomorfici (i pioppi sono alteri, la finestra diventa l’occhio della città, le torrette gridano). In tal modo egli attenua l’impressione di torpore della descrizione verbale, anche se al tempo stesso abbandona decisamente la convenzione romantica di “paesaggio delle sensazioni” (1). Sottolinea che il cipresso è l’antica “Niobe-Albero” –  nella rappresentazione del pittore diventa uno degli elementi dello spazio, interpreta dunque il paesaggio esclusivamente come registrazione di un certo modo di vedere, in cui conta non il valore simbolico delle cose, ma la loro forma e i colori. Forse i quadri di Cézanne hanno insegnato a Wierzyński come guardare? Il poeta si è avvicinato al modo di percepire il mondo attraverso il pittore? La sua relazione attesta che egli fu un allievo attento, e forse nello scrivere utilizzò le sue esperienze derivate dai suoi contatti con l’arte del pittore postimpressionista. Del fatto che un pittore possa ispirare anche poeti e scrittori, testimoniano i ricordi di Ernest Hemingway:

Dalla pittura di Cézanne ho imparato qualcosa che ha reso la scrittura di semplici naturali frasi assai insufficienti a dare ai racconti dimensioni, quali mi sforzavo di racchiudere in essi. Da lui ho imparato moltissimo, ma non ero abbastanza eloquente, per spiegare ciò a una persona qualunque.

 

 

 

 

Kazimierz Wierzyński

Cézanne

Nel verde scuro del tuo

Spazio: l’azzurrità a dirotto.

Il cipresso al centro.

Niobe-Albero.

 

Per chi è il rimpianto? Per le rose,

Che a un tratto sfioriscono,

Sulle rosso-gialle alture

Si spengono come a maggio?

 

Guarda, i pioppi alteri

Con che calma si vantano,

Nel rosso solco il campo

Riluce di vigna.

 

Dalla finestra-occhio come argento

Nel domino della grigia città

Il glicine scorre come nastro

E invade le porte.

 

In alto le torrette-banditori

Si levano con grido ardente.

Il cipresso? – Il cipresso

Qui non piange nessuno.

 

(dalla raccolta Uno staio di papavero, 1951)

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

A interessanti osservazioni conduce il confronto della poesia di Kazimierz Wierzyński con l’écfrasi di Stanisław Dąbrowski, che si trova nella sua guida poetica alle gallerie tedesche dal titolo Album niemieckie (Album tedesco). Accanto a differenze nel modo di percepire, appaiono convergenze nella sfera della illustrazione, ad esempio nel paragonare i pioppi a torri, le case alle tessere del domino.

 

Stanisław Dąbrowski (1930-2007)

Paul Cézanne (1839-1906)

Muehle an der Couleuvre bei Pontoise

 

Il paesaggio si alza sotto il cielo grigio

a lunghi livelli, simili a gradini.

Da dietro la chioma di un albero – semivisibili

i muri del mulino biancheggiano stretti,

sopra – il tetto giallo ripido, alto.

che toccava l’azzurro tra le nubi.

Il fiele come ripetuto nastro

scorre tra i verdi del grano (a macchie blu),

presso gli alberi, tra le loro ombre diafane e vuote,

accanto allo stagno, che il suo giallo rossastro riversa

dal recinto alla strada (tutto in macchie di bianco,

sotto il quale la fodera dell’azzurro si è aperta riflessa).

Il mulino si è stretto all’altura. Nella fonda valle

a destra giacciono orizzontali le tessere delle case.

Più in alto il bosco si è steso basso. Sopra il bosco

ficcati in una nube i pioppi somigliano a torri.

 

(dalla raccolta Album tedesco, 1980)

 

(Versione di Paolo Statuti)

______________

(1) Secondo le ricette dei romantici, si identificavano gli stati della natura con gli stati spirituali, il paesaggio diventava metafora delle sensazioni intime del poeta; a Wierzyński interessa risvegliare la coscienza di un osservatore passivo.

Jan Lechoń

2 Nov

 

 

Roman Kramsztyk (1885-1942): Ritratto di Jan Lechoń (1919)

Roman Kramsztyk (1885-1942): Ritratto di Jan Lechoń (1919)

   Jan Lechoń (Leszek Serafinowicz) nacque il 13 giugno 1899. Debuttò a 14 anni con la raccolta Na złotym polu (Nel campo dorato), seguita un anno dopo da Po różnych ścieżkach (Per differenti sentieri). Studiò filologia polacca all’Università di Varsavia e fu co-redattore della rivista Pro arte et studio, co-fondatore del cabaret letterario Pikador (1918) e uno dei creatori del gruppo poetico Skamander (1916).

   La raccolta di versi Karmazynowy poemat (Poema cremisino, 1920) gli portò la celebrità, consolidata quattro anni dopo dalla raccolta Srebrne i czarne (Argentato e nero).

   Negli anni 1930-1939 svolse l’incarico di attaché culturale presso l’ambasciata polacca a Parigi. Dopo la capitolazione francese, si recò in Spagna, Portogallo, Brasile, per trasferirsi poi definitivamente a New York nel 1941. Negli anni 1941-1947 assieme a Kazimierz Wierzyński e Józef Wittlin collaborò a diverse riviste letterarie dell’emigrazione polacca.

   Irena Lorentowicz (1908-1985), pittrice e scenografa, scriveva del poeta: “Vivevano in lui differenti nature. Era arguto e cinico, assai loquace e disperatamente solo. Era l’uomo più socievole che conoscessi e al tempo stesso il più infelice”.

   La sua omosessualità non era un mistero per gli amici, tuttavia egli non ne parlò mai, soltanto in modo assai velato essa trapela dalle sue annotazioni relative alla “carissima persona”.

   Nell’agosto del 1949 cominciò a scrivere il suo Diario, inteso come una specifica terapia contro le frequenti depressioni. Il 30 maggio 1956, pochi giorni prima del suicidio vi annotò: “Non si può descrivere ciò che ho provato oggi… Sono tornato a casa tardi e mi sembrava che fosse tutto nella mia immaginazione, che mi fossi creato dei problemi inesistenti…So che è soltanto stanchezza…Si può sempre trovare nella propria intelligenza e volontà, nel proprio cuore qualcosa che ci aiuterà nella lotta con la vita, con la gente. Ma per la lotta con se stessi c’è solo la preghiera”.

   Nel suo libro Szkice i portrety literackie (Schizzi e ritratti letterari) Kazimierz Wierzyński scrive nel suo commiato dall’amico poeta: “…Caro Leszek, addio…ci ha lasciati un poeta che ha avuto e avrà sempre un posto privilegiato nell’arte della parola polacca…Aveva diciotto anni quando scrisse il Poema cremisino, e già allora ci stupiva la sua maturità. Oggi, a distanza di tanti anni, possiamo dire con certezza che egli apparve come un genio. Scriveva meno di quanto avremmo voluto noi tutti amanti della sua poesia parsimoniosa e controllata, che tra differenti emozioni sceglieva le più importanti e cercava per esse espressioni monumentali…”

   Per Lechoń la poesia era qualcosa ai confini tra letteratura e musica. La concepiva come “poesia pura”. La musicalità doveva distinguere la poesia dalla comune letteratura, darle unicità e irripetibilità.

   Jan Marx, critico, saggista e traduttore, nel suo libro Skamandryci  (Skamandriti), scrive: “Scopo della poesia non è la scoperta della verità, perché essa non esiste. Tutto, specialmente nella sfera dei sentimenti, è un mistero. Scopo della poesia è dunque mostrare il mistero. Ci riescono soltanto i grandi poeti. Penso che Lechoń fosse capace di mostrarlo. Erano soprattutto misteri tribali e la sua poesia è in questa dimensione, è là dove il poeta affronta la tematica nazionale, come continuazione della grande poesia romantica”.

   Nel 1991, dopo la caduta del regime comunista fortemente osteggiato da Lechoń, la salma del poeta venne esumata dal cimitero di New York e riportata in patria. Ora giace nel cimitero di Łaski, vicino Varsavia, assieme ai suoi genitori. Del resto in una sua poesia dell’esilio egli aveva espresso questo desiderio:

 

Ciò che è così difficile credere,

Un giorno può diventare realtà.

Perciò ho pensato: vorrei giacere

Là dove mio padre giace già.

 

 

 

Poesie di Jan Lechoń tradotte da Paolo Statuti

 

Preghiera
Oh! Signore sopra le piogge e sopra la calura!
Seminatore di lune e di stelle nell’etere sospese,
China i cieli verso di noi e dissetaci col silenzio,
Confrontaci stanchi con le taciturne distese.

Oh! annegaci nel vasto abisso dei Tuoi mondi,
Inargentaci come stelle, diluiscici come il mare,
Versaci con l’aria nell’azzurro spazio sconfinato,
Accordaci come eco e ascolta come scompare.

Facci pallido mattino che nel cielo sorge,
Nuvola che scorre pigramente a mezzodì,
Velo della cupa notte che la terra ricopre –
Liberaci dall’anima e da noi salvaci altresì.

 

*  *  *

Mi chiedi cos’è per me del mondo l’essenza?

Ti dirò: amore e morte – senza differenza.

Temo gli occhi azzurri d’uno – dell’altra i mori.

Son queste le mie due morti e i miei due amori.

 

Per il cielo stellato, nella notte nera,

Essi spingono il vento nella stratosfera –

Quel vento che ha costretto la terra con furia

A cedere l’uomo al dolore e alla lussuria.

 

Nella macina si frantumano le ore,

Scaviamo cercando la verità assoluta –

E una sola cosa sappiamo. E niente muta.

Dall’amor difende la morte, e dalla morte l’amore.

 

1922

 

 

 

 

 

 

 

L’incontro

 

Oggi in questa notte, insonne e abbandonato,

Tra i raggi lunari, spinto da un soffio strano…

Non so come a Ravenna mi son ritrovato

E ho visto ciò che da tempo sognavo invano.

 

Le note d’un flauto da una finestra vicino,

La brezza che porta un profumo inebriante –

Ed io come tra mistici fiori cammino,

Sotto la celeste cupola scintillante.

 

“Sarà pago chi beve alla divina fonte!”

Ho chiuso gli occhi come chiamato da Dio –

Udivo solo del fiume lo strano brusio,

Più tardi, più tardi ho visto Dante sul ponte.

 

“Sei tu, Tu, mio maestro! Bianco come un giglio,

Perché mai Ti brucia questo strano sconforto?

Svelami, Ti prego, il segreto del Tuo volto.

Non so niente. Mi son perso. Dammi un consiglio”.

 

Egli disse, o disse l’acqua, oppure la luna,

Caddi in ginocchio, coprendomi il viso triste:

“Non c’è inferno, né cielo, non c’è terra alcuna,

C’è solo Beatrice. E proprio lei non esiste”.

 

                                            dedicata a Maria Bogdzińska

1922

 

 

 

 

 

Il cielo

 

Ho sognato il cielo: l’ho riconosciuto subito

Dal profumo del trifoglio e dal canto del merlo,

Dal cri-cri nell’erba, dal prato che ondeggiava,

E so che era presente Dio, pur senza vederlo.

 

Non vedevo gli angeli, ma le cicogne frusciavano

Con le bianche ali sopra i campi di frumento,

E c’erano anche i platani gli aceri e i faggi

E sonavano come un organo nel brusio del vento.

 

E più tardi come una lucciola gigante

L’argentea luna illuminò l’Acropoli in rovina,

Sulla quale in alto vedevo Paweł Kochański

Che sonava l’”Aretusa” in quella quiete divina.

 

Romanticismo

 

Già la notte d’autunno l’incendio di foglie d’oro spegne

E i levrieri nel vecchio arazzo si addormentano,

Le bisnonne nei ritratti e i sovrani di Polonia

Scompaiono nel buio. Triste è questo momento.

 

Sull’acqua il vento piega dei gobbi salici i bracci,

La bufera e la strada-pantano dietro le finestre.

Misero colui che non può credere alle ondine,

Né agli spiriti, ai presagi, né in Dio Onnipotente!

 

 

 

 

 

 

 

Roma

 

Piove a Roma come un nastro incessante.

Sono un pellegrino. Ma non sono qui per l’Anno Santo.

Sono solo. E un pensiero soltanto come piombo mi pesa:

Sarebbe troppo facile. Non per te è il conforto delle chiese.

 

Ho un pensiero grande e solo a Dio rivolto,

Di capire te, o città, con la tua grandezza rigonfia,

Quella mite mano con cui Aurelio accoglie in Campidoglio,

E la cupola di Pietro,

E quel rododendro che a Villa Borghese germoglia.

 

Jan Lechoń

 

Il poeta fuori moda

 

Mi dicono: „Non tornerà il tempo andato,

presto dalla mente dei giovani sparirà.

Riprendi gli arredi del tuo vecchio teatro,

perché ora un nuovo dramma si reciterà.

Berrò una fiasca di nettare del lontano

passato di tanti giovanili banchetti.

Con la luna sotto il braccio e una rosa in mano

esco, lasciando il resto ai nuovi addetti.

 

(C) by Paolo Statuti 

Kazimierz Wierzyński: Bandiere e marce

21 Set

 

 

   Del grande poeta polacco Kazimierz Wierzyński (v. nel mio blog l’articolo su di lui e le sue poesie nella mia versione) pubblico oggi un suo reportage – anche esso nella mia versione –  intitolato Bandiere e marce, tratto da: Viaggio nella nuova Germania (Gazeta Polska 1934, nr. 135). E’ la descrizione del 1 maggio 1934 a Berlino. Oltre ad essere una concisa acuta analisi del nazismo, questo testo mette in luce lo stile di Wierzyński prosatore e maestro delle forme brevi, come appunto il reportage.

 

   Tutta la Germania marcia, tutta la Germania è coperta da un’unica bandiera. In ogni città rimbomba lo stesso passo greve; colonne brune e nere battono la stessa data: 1 maggio. Ovunque c’è un Tempelhof, ovunque vi si ammassano le folle. Esse sono chiuse in un grande gigantesco quadrato. Un lato di esso è formato da un’enorme tribuna, altri due lati si dipartono da questa in profondità, il quarto lato si perde in una lontananza inaccessibile all’occhio. L’intero spazio è cosparso della migliarola di teste umane, due milioni di Berlinesi in piedi con la faccia rivolta verso l’alta tribuna aspettano. Questa faccia non si può distinguere, si è fusa nell’unica massa di file allineate. All’interno del quadrato i singoli spazi sono delimitati da spaccature, lungo le quali passano le staffette e i veicoli con la croce rossa. E’ il pronto soccorso, prestato qui oggi duemila volte.

   Il lieve movimento che regna in questa massa umana pietrificata non potrà mutare la sua immobilità. La nazione uguagliata nelle sue classi e nella sua origine, nel pensiero e nello stato d’animo si è schierata qui e si guarda come allo specchio. Ha marciato con passo uguale e ben allineata, si è schierata in uguali formazioni, si è confrontata con il proprio simbolo. Il vento distende su di essa gli stendardi, le bandiere sventolano sugli alti pennoni sistemati in lunghe file. La loro vista provoca una grande suggestione. Dal centro della tela rossa spicca un nero artiglio in un cerchio bianco. La forma austera e dura della croce uncinata non riesce a nascondere la sua rapacità. Il vento spinge in alto l’artiglio aggressivo, la nera grinfia s’impossessa della folla come un avvoltoio. La folla ha marciato dietro questo stendardo per vedere e ascoltare il capo. E’ ammassata qui da molte ore, sviene dal caldo e aspetta. Sul palco davanti alle tribune per primo appare Goering. Lungo la strada per il Tempelhof si è unito a un gruppetto di quattro, ha marciato tra un operaio e un ragioniere e così fotografato domani sarà su tutti i giornali. Una buona idea.

   E’ un uomo tarchiato e pesante, come composto di due botti; quella di sotto si muove sulle tozze gambe, quella di sopra agita le grosse braccia, nel mezzo ha una cintura tirata al massimo. Cammina davanti al fronte dei reparti e saluta alzando una mano, forse con zelo eccessivo ma in rapporto all’entusiasmo delle folle.

   Hitler ha un’entrata assai migliore. Il suo arrivo è preceduto da un lontano brusio proveniente dal fondo del quadrilatero. I distanti evviva della folla si gonfiano nell’aria. E’ semplice, disinvolto, sorridente. Tra coloro che seguono il cancelliere c’è Goebbels, leggermente zoppicante da una gamba. E’ sempre accanto a lui, non lo precede mai, ha il suo peso anche tra gli altri. Dalla sommità della tribuna egli annuncia il discorso del cancelliere. Dà le spalle al sole, cosicché la sua faccia è in ombra; come una scura macchia si delinea soltanto il contorno della testa ben modellata.

   Goebbels parla come scrive un calligrafo – in modo chiaro, comprensibile e quasi senza sforzo. L’ho ascoltato quattro volte – era sempre lo stesso. Egli non pratica il clamore delle passioni esuberanti, vuole convincere con un sagace argomento. Non si impone e non aggredisce con impeto, piuttosto dibatte e ragiona. E’ un dialettico intelligente e abile, risveglia l’apparato logico del pensiero e poi lo costringe alle conclusioni e ai giudizi previsti. Lascia all’ascoltatore la libera scelta di un’opinione, ma in precedenza le demolisce tutte, tranne quella desiderata. Il volto asciutto dell’ex filologo è scuro, come arso dal calore, da esso tuttavia risalta la freddezza, o forse la glacialità dei fanatici. Goebbels parla e forse agisce anche a freddo.

   Hitler, comune, semplice uomo, quasi the man of the street, parla invece a caldo. Legge il discorso dal manoscritto, ma lo fa come se improvvisasse. Non ha la padronanza di sé e la precisione di Goebbels, si eccita, alza la voce fino a gridare. Gesticola animatamente, incrocia le braccia sul petto, poggia le mani sui fianchi. Sulla fronte gli cade una ciocca di capelli che scosta con semplicità, senza gesti teatrali e senza gettare la testa all’indietro. Propriamente non si sa a cosa gli serva questo soprappiù di civetteria. Si riscalda lentamente, assieme alla massa. Poi ardono insieme. Nella sua passione c’è l’onestà della fede. Crede in ciò che dice, in se stesso e nelle masse.

   Ascolta il discorso il rigido, docile silenzio dell’intera piazza e di tutta la Germania. Gli altoparlanti cospargono di parole efficaci l’immenso quadrilatero, la radio le getta da una città all’altra, i due milioni di ascoltatori diventano sessanta milioni. Ovunque ascoltano, ovunque marciano, ovunque il nero artiglio s’impossessa della folla.

   Dove va la grande marcia? Verso l’unità della nazione tedesca in un unico libero stato tedesco. Queste parole ascoltate tante volte, che si perdono nel tragitto dal padiglione dell’orecchio al cervello, qui sono sempre una santità mistica.

   Come penetrarla, capirla e presentarla nel modo più obiettivo? Combattuto e distrutto deve essere il Tedesco, il quale ha accettato che la sua nazione fosse considerata secondaria e non uguale alle altre. Contrastato e distrutto deve essere lo spirito che ha acconsentito alla degradazione e si è rassegnato alla disfatta. Per loro non c’è pietà. Ci sono i campi di concentramento, le pire sulla Opernplatz e l’emigrazione. Deve nascere un “nuovo uomo tedesco” che sostenga la “volontà tedesca dell’unità” e ridia “onore al lavoro tedesco”. L’uomo nuovo del totalitarismo tedesco si edifica e si forma nelle grandi organizzazioni, in una grande schiera compatta, in una grande comune marcia della massa. Le cifre più basse di questa grandezza cominciano dai milioni. I due milioni del Tempelhof, i tre milioni della Hitler-Jugend, i venti milioni dell’Arbeitsfront, i sessanta milioni di Tedeschi del Terzo Reich. Questi milioni sono condotti all’unità da un uomo solo: der Führer. Le masse si sono rivelate impotenti e incapaci di creare, quando su di esse si abbattevano una dopo l’altra le inarrestabili crisi del dopoguerra. Le masse non potevano risolvere i propri dubbi, non sapevano rimediare al male di cui soffrivano insieme al resto del mondo. L’importanza educativa dei diritti della libertà si è rivelata inferiore all’importanza della libertà distruttiva del male non contrastato. L’impotenza e lo sconforto intaccavano irresistibilmente e in profondità tutti gli strati della nazione. Le crisi del dopoguerra hanno ucciso nelle masse la fede, lo sforzo e la creatività.

   Trentasette partiti politici e trentasette programmi si sono lottizzati la resistenza schiacciata e l’energia annichilita della nazione. In questi lotti si è riversata una folla di molti milioni, priva di lavoro e di pane. Hitler ha ridotto della metà il numero dei disoccupati e Goebbels può dire con orgoglio e al tempo stesso con ironia: quale democrazia e quale liberalismo sacrificherebbe i diritti dell’individuo per agevolare la vita a milioni? E chi, quale democrazia e quale liberalismo è riuscito a fare questo?! Il Führerprinzip non ha paura di mettere a confronto l’idea con la vita. Wir müssen siegen! Andiamo verso la vittoria con una grande marcia generale.

   Verso quale vittoria? In una stanza della Banca del Reich, dietro una porta imbottita, trema per questa vittoria il Comitato dei creditori e a stento rattoppa gli strappi dell’economia. Gonfiata dall’impetuosa politica dell’occupazione, essa scricchiola da molto tempo e se questo scricchiolio non si sente è perché il passo delle colonne che marciano risuona sonoro e disteso sul selciato.

   Verso quale vittoria? Verso il mistico spirito tedesco in cui si incrociano le correnti degli junker con i radicali, il razzismo con il concordato, la morale protestante con il germanismo pagano-statale, l’aristocrazia nietzschiana con il collettivismo del Gleichschaltung.

   La sostanza dell’hitlerismo non è così chiara e fissata come le sue forme sono capaci e salde. Si agita in esse e si mescola un contenuto molteplice e vario, a somiglianza del quadrilatero in cui i volti umani hanno perso i lineamenti e si sono fusi in un’unica massa di identiche file. I quadrilateri si possono rompere con un comando, spostare secondo gli ordini, si può mutare il loro schieramento come nelle manovre. L’hitlerismo vuole soltanto racchiudere l’intero paese in figure geometriche, suddividere tutta la Germania in centinaia di quadrilateri. Effettua la misurazione delle forze, le ammassa e mobilita. Copre tutti con una sola bandiera, si impossessa di tutti con l’acuminato artiglio. E ordina di marciare, indica l’andatura, guida le colonne compatte verso il futuro.

   Non bada allo slancio naturale, autocreativo della vita. Gli sembra che questa marcia sia incerta e troppo lenta; non giunge abbastanza rapidamente alla meta che gli impone dall’alto l’impetuosa volontà dei capi. L’uomo ha deluso i capi, essi non credono in lui; pensano e sentono per lui. L’hanno riversato in una massa innumerabile, nella quale – diventato irriconoscibile – egli si sparge come una migliarola di teste umane.

   …Arduo e gravoso è questo grande giorno. Tutte queste marce, stendardi, tutti questi milioni e queste masse! E un caldo simile e una tale ressa! L’uomo esce dalla massa e torna a casa soltanto verso sera. Si lava la propria faccia sudata e si guarda nel suo specchio privato.

   Alle dieci di sera in ogni fabbrica e in ogni azienda si svolgerà una festa comune, la festa tedesca di tutta la Germania. Il führer l’ha raccomandata ai datori di lavoro e ai lavoratori.

   L’uomo se ne rallegra, egli è felice quando gli si raccomanda qualcosa, è felice quando può sottomettersi a qualcuno perfino nel divertimento. Ballerà un po’, berrà un po’ di birra, riposerà dopo l’entusiasmo. E’ difficile essere sempre grandi come Napoleone, si può anche ridere un po’ ed essere un po’ tristi come Chaplin.

 

 

(C) by Paolo Statuti

Kazimierz Wierzynski

14 Apr

Prosatore, saggista e soprattutto uno dei maggiori poeti polacchi del

XX secolo

   Nacque a Drohobycz, nella ex Galizia appartenente all’Austria, il 27 agosto 1894, vale a dire due anni dopo e nella stessa città dove nacque e morì Bruno Schulz, l’autore delle note raccolte di racconti e saggi Le botteghe color cannella e Il sanatorio all’insegna della clessidra.

   Negli anni 1910-1912 fece parte di una organizzazione patriottica clandestina della gioventù ginnasiale polacca e nel 1912 si iscrisse alla facoltà di filosofia dell’Università Jaghellonica di Cracovia. Dal 1913 al 1914 studiò slavistica e letteratura tedesca all’Università di Vienna. Partecipò alla prima guerra mondiale e trascorse due anni e mezzo in un campo di prigionia a Riazań, dove imparò la lingua russa. Il 6 dicembre 1919 a Varsavia si svolse una serata letteraria nel corso della quale venne proclamata la nascita del gruppo poetico Skamander. Oltre a Wierzyński ne entrarono a far parte: Julian Tuwim, Antoni Słonimski, Jarosław Iwaszkiewicz e Jan Lechoń. Egli fu uno dei pilastri di questo gruppo, che esercitò un’influenza determinante su tutta la poesia polacca contemporanea, e che postulava, tra l’altro, la semplificazione del linguaggio poetico: “non vogliamo grandi parole, ma vogliamo una grande poesia; allora ogni parola diventerà grande”.

   Nel 1923 il poeta sposò l’attrice Bronisława Koyałłowicz. Negli anni 1924-1926 i Wierzyński visitarono più volte l’Italia e soprattutto Roma, dove viveva la sorella della moglie del poeta. Nel 1933 si separò dalla moglie e l’anno dopo effettuò un viaggio in Germania, registrando le sue impressioni in una serie di reportage pubblicate sulla Gazeta Polska.

   Nel 1938 entrò a far parte dell’Accademia Polacca della Letteratura, al posto del defunto poeta Bolesław Leśmian. Nel dicembre dello stesso anno sposò Halina Sztompkowa, che gli sarà compagna premurosa e fedele fino alla morte. Nel mese di settembre del 1939 i coniugi Wierzyński lasciarono la Polonia e si stabilirono a Parigi. Nel 1941 si trasferirono negli Stati Uniti, dove restarono fino al 1964. Gli ultimi anni della sua vita li trascorse visitando assai spesso l’Italia in compagnia della moglie. Morì a Londra il 13 febbraio 1969.

   Nel 1919, l’anno della riconquistata indipendenza della Polonia dopo 123 anni di schiavitù, il venticinquenne poeta debuttò con la raccolta Wiosna i wino (La primavera e il vino). Fu uno stupefacente successo letterario perché portava qualcosa di assolutamente nuovo, dopo gli umori nostalgici e pessimistici della Giovane Polonia: l’elogio estatico della vita e dell’amore per il mondo, un’esplosione di gioia travolgente. Il poeta è il signore del mondo, il suo disarmante candore e il suo fascino gli aprono tutte le porte. A che servono i soldi se il poeta ha le stelle? A che gli serve una casa se ha la tenda del cielo d’estate, e così via. Due anni dopo uscì, come la prima a Varsavia, la raccolta Wróble na dachu (Passeri sul tetto), di tono e contenuto analoghi alla precedente. Della creazione poetica tra le due guerre la più nota è Laur olimpijski (Il lauro olimpico, Varsavia 1927), premiata con la medaglia d’oro al concorso letterario della IX Olimpiade (Amsterdam 1928). Essa fu subito tradotta in varie lingue, tra cui l’italiano.

   Negli anni trenta la raccolta più rappresentativa è Wolność tragiczna (La tragica libertà, Varsavia 1936), pubblicata dopo la morte di Piłsudski. Essa si può definire un tentativo di presentare la Polonia del tempo attraverso il retaggio insurrezionale-indipendentistico e il testamento spirituale di Piłsudski, il quale era considerato da Wierzyński come un’incarnazione dell’eroe romantico. Va sottolineato che il poeta era ideologicamente legato alla corrente politica di Piłsudski, e ciò influì sulle sue scelte durante e dopo la guerra.

   Nel 1946 uscì a New York la raccolta Krzyże i miecze (Le croci e le spade), che si può definire il manifesto del dissenso di Wierzyński per l’ordine europeo seguito agli accordi di Jalta, che avevano sacrificato l’indipendenza della Polonia. Il poeta valuta la fine della seconda guerra mondiale dalla prospettiva della fedeltà agli ideali del ventennio, agli obiettivi dell’Armata Nazionale (Armia Krajowa) e dal punto di vista degli emigrati polacchi. Mette ripetutamente a confronto l’aspirazione polacca alla libertà e il limpido sacrificio del sangue con il gioco degli interessi e l’ipocrisia della politica. Le croci sono le tombe dei caduti, la spada è il simbolo della lotta, ma essa è simile alla croce e insieme creano un altro senso: di fede e speranza, di convinzione che l’eredità spirituale della lotta e il messaggio di libertà non saranno dimenticati. Wierzyński non aveva alcun dubbio su ciò che succedeva e sarebbe successo nel paese. Il suo ritorno in patria era impossibile e la raccolta Le croci e le spade aveva suggellato questa impossibilità.

   Subito dopo la guerra il poeta vive un periodo molto critico. Rifiutando la nuova Polonia si trova di fronte a una difficile scelta. Resta nell’emigrazione ma tace, gli è impossibile scrivere, attraversa una fase di depressione psichica. Fortunatamente nel 1946 l’allora direttore dell’Orchestra di New York, l’americano di origine polacca Artur Rodziński, propose al poeta di scrivere un libro su Federico Chopin. Wierzyński accettò la proposta, lasciò New York e in un ambiente di grande serenità, a contatto con la natura americana riacquistò la forza di scrivere. Il risultato fu il libro Vita e morte di Chopin (New York, 1949), pubblicato per il centenario della morte del grande compositore polacco con una introduzione di Artur Rubinstein, e la raccolta di poesie Korzec maku (Uno staio di papavero, Londra 1951).

   E’ forse la più bella raccolta di Wierzyński, dal tono più sereno, piena di immagini della natura americana e di riflesso anche di quella polacca. Assistiamo a un cambiamento della forma poetica, alla rinuncia della tradizionale rima. La composizione del verso viene avvicinata al ritmo del linguaggio naturale. La poesia diventa più universale. Wierzyński scopre che il nocciolo del linguaggio poetico è la parola e il difficile contatto di essa con la realtà. Le promesse della raccolta Uno staio di papavero furono brillantemente confermate dalla successiva Tkanka ziemi (Il tessuto della terra, Parigi, 1960). Nella poesia La quinta stagione dell’anno l’autore torna alle stagioni della sua creazione:

 

Un uccello mi è volato attraverso, un uccello,

E ha lasciato la porta aperta,

E la sera stessa al crepuscolo

Sono calate in me le stagioni dell’anno

Vive e morte.

La prima giovanile, allegra,

Ancora la sogno, ancora mi chiama

(Ah, vuote risate, assurdità!),

La seconda fervida, ardente,

Con il rosso labbro ancora mi tocca,

La terza autunnale, la quarta invernale

E la quinta: morte ed eternità.

(Versione di Paolo Statuti)

 

   Negli anni ’60, dopo essersi stabilito in Europa per sempre, il poeta girava “inquieto come una rondine” tra Londra, Parigi e Roma. Le questioni del paese lo assorbivano completamente. La nostalgia per la patria aveva un effetto paralizzante, viveva di ciò che avveniva in Polonia e si rendeva conto della propria impotenza di fronte alla costrizione e al male cui soggiacevano i suoi connazionali. Testimonianza letteraria di questa lotta interiore fu la raccolta di poesie Czarny polonez (La polacca nera), pubblicata a Parigi nel 1968. E’ una dura critica della realtà della Polonia Popolare, dove il poeta non era mai stato. Più volte lo avevano invitato, ma non si era mai deciso ad andare, dicendo che “nel suo paese non si va in visita, si torna o non si torna”. Andarci per un po’ di tempo col passaporto americano e gli inevitabili contatti con i funzionari comunisti sarebbe stato per lui una commedia difficile da recitare. Eppure egli era prossimo al ritorno. Soltanto l’aggravarsi della situazione politica polacca verso la fine degli anni ’60 allontanò la sua decisione in modo irrevocabile. La sua ultima poesia la dedicò a Jan Palach e porta la data 25 gennaio 1969, giorno del funerale del giovane a Praga.

   Tymon Terlecki, storico della letteratura polacca e critico teatrale, afferma: “Wierzyński è stato uno dei lirici polacchi più universali, uno dei più grandi che abbia mai avuto la Polonia. La sua creazione si presenta come storia, come ininterrotta sequenza di slanci rigeneranti. C’era in lui una costante tensione spirituale, una capacità di rinascita, di nuove incarnazioni”.

                                                                             Paolo Statuti

 

Altre raccolte di Kazimierz Wierzyński:

Wielka Niedźwiedzica (L’Orsa Maggiore, 1923)

Gorzki urodzaj (L’amaro raccolto, 1933)

Kurhany (Tumuli, 1938)

Siedem podków (Sette ferri di cavallo, 1954)

Kufer na plecach (Il baule sulle spalle, 1964)

Sen mara (Sogno incubo, 1969)

   

Di Kazimierz Wierzyński vi invito ora a leggere dieci poesie nella mia versione:

Il salto con l’asta

Già s’è staccato, già vola come un portento!

Si stende sull’asta come bandiera al vento,

Giunge alla sbarra e con battito repentino

Si slancia in avanti, come uccello e felino.

Fermatelo, che raggeli come una pietra,

Che butti indietro l’asta – inutile faretra,

Che così rimanga da una nube sommerso,

Come una lieve piuma – nell’aria disperso.

Non perderà le forze, né l’impeto in volo,

Oltre ogni limite si alzerà tutto solo,

E come un’eco risponderà soltanto,

Che il suo traguardo è il cielo – ch’è il nostro vanto.

(da: Il lauro olimpico)

 

Elegia

La lupa correva di qui vorace e indoma,

L’acquedotto passava sugli archi di Roma.

Ponti dietro Cesare e legioni fluenti,

Verbena nei campi, nelle arene – serpenti.

Si snodava, bivaccava una folle immane:

Oggi tocco una pietra di ciò che rimane.

Prendete la mia maschera rosa dal vento,

Fissatela a un teatro come ornamento.

Che dall’orbite vuote una lacrima scenda,

Forse la vista riavrò e farà ch’io comprenda.

Forse sussurreranno ancor le labbra immote

Come per Roma perivo in età remote.

(da: Uno staio di papavero)

 

Poesia scritta per consolazione

Torno da New York sfinito,

Rotto, arrabbiato, stordito,

Alla mia tana, ai boschi e alle rocce.

Per quattro ore,

Per la strada intera,

Sogno una cosa soltanto:

Dormire fino a stasera.

E arrivo ma  prender sonno non posso.

 

Chiudo gli occhi e mi sento: nessuno,

In qualche deserto sperduto,

E non so perché mi viene in mente

La città di Stryj

Sull’omonimo fiume.

 

Ho ancora negli orecchi quel frastuono,

Ma già sento in via Verde

Le cornacchie sugli alberi gridare primavera!

D’estate la festa dei ferrovieri a Olszyna

Coi coriandoli negli occhi mi scorre,

E scorrono le vacanze, la neve sui monti è stesa,

E presso il ginnasio batte l’orologio della chiesa,

E penso: eppure qualcuno da lì mi chiama,

Chi è? Il tempo? Mi guardo dietro: sul campanile

Si vede chiaramente che è un quarto all’una,

Le frecce hanno il profilo di Dante,

La taccola nera ondeggia su di esso

E non so perché scrivo tutto questo:

Per consolarmi che in questa misera poesia,

Qualcosa, malgrado tutto, è ancora mia?

 

(da: Uno staio di papavero)

 

La pittura

 

Ecco la mia frutta:

Le verdi mele di Cézanne,

Aspra giovinezza,

Dura gioia,

Forte rugiada

Di sera e di mattina.

 

Ecco il mio mezzogiorno:

Lugubre requiem,

Si sono accesi i girasoli

Sulla testa

Di san Van Gogh.

 

Ecco i miei sogni:

L’arlecchino rosa di Picasso

Pensoso, come Eudimione,

Mentre sull’architrave greco

Pascola le pecore.

 

Ed ecco il mio tutto:

Guardo quei colori e attraverso essi

Sento sussurri musicali,

Come Chopin

Nella galleria di Dresda.

 

(da: Uno staio di papavero)

 

Le donne che tessono

 

Campigli ha dipinto quattro donne,

Quattro tranquille, pensose donne,

Che siedono e tessono,

Tessono e guardano,

Guardano e vedono,

Qualcosa molto lontano

Dietro il quadro, dietro la cornice,

Nel dodicesimo, tredicesimo secolo,

Nei dimenticati, vecchi pittori,

Che sono morti tanto tempo fa e giacciono

Nei cimiteri sgretolati,

Giacciono e guardano,

Guardano e vedono

Qualcosa molto lontano

Nel disperato ventesimo secolo,

Nello studio parigino dell’Italiano,

Dove quattro dipinte donne

Siedono pensose dietro la cornice,

Siedono e tessono,

Tessono e guardano,

Guardano e vedono

Le stesse cose.

 

(da: Sette ferri di cavallo)

 

Cosa faccio?

 

A marzo:

Sollevo nella neve i capolini agli anemoni,

Accelero la primavera e il bel tempo

Perché al più presto fino alle ginocchia

Erompa l’erba incredibile,

Voglio una cosa nuova

E giovane.

 

A giugno:

Frequento gli uccelli,

Perché – non lo so.

Ciò mi calma.

Cammino nei boschi,

Dicono che i galli forcelli

Amano le uova di formica.

 

A ottobre:

Rastrello le foglie nel giardino,

Le porto nella carriola alla forra.

Mi troverai, Laura, di sera

Sotto l’acero stabilito,

Nella selva del buio bar.

 

A dicembre:

Spalo la neve davanti casa,

Perché arriva fino alla finestra

E si ghiaccia su di essa,

Spargo la cenere sul marciapiede

Perché si scivola e i marinai

Tornano dalla città

Ubriachi.

 

Sempre:

Sto in piedi davanti alla finestra.

Guardo il barometro,

Guardo un funerale,

Guardo la gente nella folla,

Guardo di fronte l’orologiaio

Che con la lente all’occhio pulisce il meccanismo,

Guardo e m’impegno come posso,

Guardo attentamente,

Guardo a lungo

Tutto questo,

E non capisco.

 

(da: Il tessuto della terra)

 

Sul ramo

 

Nessuno grida di gioia per essersi svegliato

Soltanto gli uccelli all’alba, gli uccelli dietro la finestra,

Tutti temono ciò che il giorno porterà loro,

Soltanto noi sul ramo no.

 

Nessuno vuole rinunciare a ciò che possiede

E nel folto letto si aggrappa ai resti del sonno,

Tutti vivono come se dovessero vivere in eterno,

Soltanto noi sul ramo no.

 

(Da: Il baule sulle spalle)

 

Il baule

 

                                              A Maria Dąbrowska

 

In soffitta dorme il mio ritorno,

La valigie, il baule con le borchie di ottone,

Tutta la mia patria,

I passaporti, le cittadinanze,

I visti dell’emigrazione.

 

Il baule, la mia grande proprietà,

Che qui devo custodire,

Normale inizio dell’infelicità

E demente fine.

 

Baule di vecchi bambini ranciditi,

Pronti a rimbambirsi e incretinire ancora

E tra cianfrusaglie che non servono a niente

La selvaggia solitudine, l’amarezza della nostalgia,

Il ciarpame più disperato.

 

L’ululo dei cani oltre la mia terra carpatica,

Il singhiozzo che mi vergogno di confessare –

E trasloco dopo trasloco,

Dall’America in Europa,

Dall’Europa in America,

IL baule sulle spalle,

Le scale scese,

La patria.

 

Tale è il bagaglio. Tale il viaggio,

Tale il mio orario:

Tutti i lati del mondo aperti

E l’uscita da nessuno.

 

Tale è la trappola. Né cosa prendere da qui

Né con che giungere alla fine:

Soffitta mia e ritorno,

Perdizione e amore,

Che non so uccidere

Nè custodire.

 

(Da: Il baule sulle spalle)

 

Detto con un sussurro

 

Se fosse possibile entrare come Claudel

Un giorno in Notre Dame

E uscirne come altro uomo.

 

Potrei incontrare là mia madre,

Mi darebbe la mano raggrinzita,

Direbbe con un sussurro:

Capisco, è la più grande intimità,

Capisco, è l’agghiacciante timidezza,

Intuisco la vergogna

E non chiedo del timore.

 

Ma in fin dei conti cosa fai tu di diverso

Da me, che non ci sono più?

Esci dall’uomo, per vederlo meglio,

Un oscuro profilo tracci sull’abisso del tempo,

Vuoi intuire lui e te stesso,

Più oltre vai, tanto meno c’è ritorno.

 

La ragione dell’uomo non gli ha mostrato il bene,

Il genio non ha scelto ciò che dovrebbe scegliere,

Diciamo umanesimo, pensiamo speranza

E nessuno eleverà mai

La perdizione al di sopra della salvezza.

 

Cosa fai tu di diverso da me?

Vuoi essere testimone di idee non spente,

Vuoi essere la guida di un eterno processo,

Lo sconforto riempi di vana invocazione,

Cerchi soccorso e me

Come io cerco te,

Tu che non sai ma sei

Ed io che so ma

Non sono.

 

(Da: Sogno incubo)

 

 

 

Sento il tempo

 

Soltanto di notte sento il tempo,

Chiedo dove mi sospinge

Attraverso tanto mondo, tante città,

Continuamente cambio indirizzi,

Smarrisco appunti e manoscritti,

Non so dove abito

E non so quanto a lungo,

Perché tutto questo frattanto

Tutto nel frattempo,

In questa bastarda parola,

Ma come saggia

E come crudele,

Nel frattempo dall’inizio,

Nel frattempo fino alla fine,

E tanto è della mia parola

E oltre ad essa

Ormai il vero tempo.

 

Lo sento di notte,

Guardo nel buio e vedo

Come passo tra parentesi,

Dalla nascita alla morte,

Ad ogni indirizzo,

In ogni abitazione,

Nell’enorme mondo,

Tra appunti smarriti

E le timorose parole

Della mia interesistenza.

Invano lo interrogo,

Esso non mi sospinge,

Aspetta tranquillamente,

Niente mi dirà

E se sento qualcosa

E’ soltanto nelle orecchie

Un vuoto fruscio.

 

E’ il tempo in cui non posso entrare,

Cui non posso oppormi,

Cui non appartengo

E che è tutto.

 

(Da: Sogno incubo)

 

Mi sveglio di notte…

Mi sveglio di notte, freddo di paura,
Mi sollevo in pallone,
Vedo la mia vita in basso distesa
E sparsa come vuoti campi di stoppia.

Vedo chiaramente di notte, al buio,
Il treno arriva fumante,
La stazione s’illumina, e sulla banchina
Vedo mio padre e mia madre
Defunti.

Vedo al buio le dimore di Varsavia,
Le dimore di Parigi e l’amore,
Tutto è minuto, bianco,irrigidito,
Come chicchi di riso.

Mi sollevo in pallone sui dintorni
Così ben conosciuti,
Sulla propria impronta.
Conto tutto ciò che è trascorso
E ancora trascorre,
Per estinguersi.

Mi sollevo in pallone su me stesso
E vedo il mio buio nella luce.
Il treno fuma nella stazione.
Freddo di paura, svegliato di notte,
Calcolo tutto ciò non calcolato,
Mi alleno a morire.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti