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Adolf Rudnicki (1912-1990), prosatore e saggista polacco

7 Nov

 

Adolf Rudnicki

Adolf Rudnicki

 

Con questo testo di Adolf Rudnicki, tratto anch’esso dalla mia antologia di racconti brevi polacchi Viaggio sulla cima della notte (Editori Riuniti, 1988), termino la serie di 5 racconti scelti per il mio blog.

                                                                      Sui monti

  I

Con l’animo in estasi, in uno stato di profonda beatitudine saltavo sui macigni che giacevano sul letto del torrente estinto. La grandezza e il colore delle pietre parlavano dei secoli, tutto lì parlava dell’eternità. Più avanti, in alto, dietro una cortina di granito e di verde, rombava la cascata. Saltavo fuori dal letto del torrente, mi arrampicavo sulla ripida riva inondata dall’ombra fredda e umida, ma non provavo un senso di fresco. Al contrario: ardevo completamente. Il sole lì sembrava non affacciarsi mai. Qua e là apparivano ancora tracce di neve sporca dell’anno prima. Già aspettavano le nuove nevi, non dovevano attendere molto, era ottobre.

Aggrappandomi agli sterpi robusti e ai cespugli mi portavo sul ciglio della riva e allora avevo davanti a me il letto del torrente, e sopra di me le cime delle rocce, così contrastanti con il cielo immacolato. Le pietre del torrente avevano il colore dello zolfo, il verde là era succulento, umido; in alto invece, sugli alberi, abbagliava con tutti i sontuosi colori dell’autunno, dei faggi in particolare. Ogni loro fogliolina ardeva con tutti i soli dell’estate. L’aria era fresca, rugiadosa, silenziosa di un silenzio inverosimile, senza il minimo respiro umano. L’unico uomo accomunato all’intera natura del luogo ero io. Intorno, nel raggio di molti chilometri non c’era alcun essere umano: ero solo.

Ero solo e come nudo. Nudo come il granito sul letto del torrente prosciugato, come la cima della roccia che ardeva al sole, ero solo, nudo e felice oltre l’umana sopportazione.

La mia felicità iniziò nel momento in cui sentii di aver perso l’occhio, che a noi tutti, come la luce agli oggetti, conferisce un volto, che ci fa indossare i costumi dell’attimo, che ci assegna le parti, benché a noi tutti sembri di recitare le parti scritte da noi stessi.

Il mio stato di beatitudine iniziò nel momento in cui sentii che l’ultimo uomo era rimasto dietro di me, e che ero tornato alle rocce, al cielo, al verde, a tutto ciò che era lì, come qualcuno di lì e appartenente a quel luogo. Da quando mi abbandonò l’occhio umano, smisi di avvertire le differenze tra me stesso e i macigni, mi identificai con un pino di montagna, con un faggio, mentre essi s’identificarono con me stesso. Nella pienezza della coscienza viva, vibrante, sentivo l’assoluta mancanza di differenza tra me e il resto della natura, la totale identità di tutto, la totale identità della roccia, del cielo e dell’uomo. Proprio la sensazione dell’identità di tutto aveva portato con sé la pienezza della felicità. Tramutato in roccia, in albero, nell’erba, nel cielo e nella terra, dopo aver tramutato tutto intorno a me, emanando un grande mistero, e accogliendone uno ancora più grande che fluiva verso di me da dietro le pareti dei monti, dal folto del verde con un bisbiglio di spavento e di dolcezza, correvo centuplicato verso la cascata. In quel turbine di frenetiche percezioni mi sentivo come al centro del grande respiro dell’eternità, in un’accecante fessura del tempo, là dove il tempo non c’era più. Era una meravigliosa giornata di sole, ma a me sembrava che regnasse una penetrante, minacciosa, notte scura.

In quell’improvvisa folgore dell’anima, che rischiarava spazi smisurati, elevato al di sopra del tempo, di colpo vidi anche tutta la mia vita, laggiù, nella piccola città. La vidi come essa appariva, e come sarebbe dovuta apparire, capii e vidi, tutto. Sapevo come bisognava vivere, e sapevo che da quel momento sarei vissuto appunto così. Vidi chiaramente tutto ciò che mi rendeva invisibile il vero uomo che laggiù nella piccola città si moveva tra la gente, l’uomo che era il prodotto di false ambizioni, della sporca bramosia e di sentimenti ingannevoli. Ma tale non dovevo essere mai più. Tutta la mia vita purificata, redenta giaceva davanti a me. «Soltanto – imploravo con l’animo in estasi – soltanto non perdere la verità ora conquistata; essa soltanto è in grado di darmi una dimensione divina; soltanto non perdere di vista il grande cerchio!»

Il segreto principale – ardevo completamente – risiede nel fatto che il rapporto dell’uomo verso l’uomo, benché consumi tutte le forze, deve produrre un risultato negativo, perché si basa sul falso. Infatti tutti i nostri legami sono falsi, poiché sono sostitutivi; sostituiscono qualcosa che non possono sostituire. I legami di amicizia devono estinguersi dopo l’esaurimento della durata della loro vita; quando finisce il desiderio, i legami dell’amore devono lasciarsi dietro la cenere, tutto ciò cui mettiamo mano deve finire in cenere, infatti l’invalido si unisce all’invalido per dimenticare la propria invalidità. L’invalido si unisce all’invalido e finché i sensi, le ambizioni, gli interessi agiscono, egli non vede ciò, per cui poi raccoglie una misera messe, per cui poi prende l’avvio un’interminabile catena di drammi. La nostra miseria – mi dicevo – inizia nell’attimo in cui ci stacchiamo dal grande cerchio.

Camminando verso la rombante cascata, mi trovavo nella fessura dell’eternità. Davanti a me non c’erano né tempo, né segreti. Sentivo la paura nell’anima e le lacrime negli occhi.

II

Più tardi mi trovavo in basso, nella piccola città. Ero disteso sul duro letto di ferro nella camera della pensione. Mi ero lasciato dietro le grandi emozioni. Per la verità si erano affievolite molto presto, erano durate in tutto mezz’ora, forse anche meno. Quando cominciavano a spegnersi, interruppi il cammino verso la cascata e tornai indietro. Ai margini del bosco m’imbattei in una fila di turisti, potevano essere una quindicina; lungo gli itinerari battuti si incontravano spesso simili gruppetti. Sempre insieme, neanche un istante qualcuno di loro restava solo. Proprio i loro occhi mi restituirono immediatamente il mio vecchio volto, che non sarebbe dovuto esistere mai più.

Ero disteso sul letto e sentivo che si spegnevano, che pian piano svanivano i resti della recente esaltazione. Sentivo che pian piano rinascevano tutti i sentimenti che non avrei più dovuto provare. Tornava l’antipatia per il vicino alla mia destra, benché sui monti avessi capito che era un piccolo, povero uomo, come tutti del resto. Adesso mi sembrava di nuovo altero, insopportabile, orribile. Riaffiorava l’antipatia per il vicino alla mia sinistra; di nuovo come prima temevo che entrasse e ricominciasse a seccarmi. Comiciavo a detestare anche la pensionante del piano di sotto, era troppo bella. Sul tavolo giaceva una lettera; essa spargeva il veleno della vita, dalla quale ero fuggito.

Già lo sapevo: tra qualche ora avrei ripreso a girare avvelenato tra gli avvelenati, io stesso avvelenato e avvelenante gli altri, non colui che ero, ma proprio colui che non ero: un uomo falso, lontano per sempre mille miglia dall’uomo vero, come tutti coloro, del resto, che anch’essi non erano quelli che erano realmente.

Nascosi la testa nel cuscino.

(Versione di Paolo Statuti)

W górach (Sui monti), tratto dalla raccolta di Adolf Rudnicki 50 opowiadań (50 racconti), Warszawa, PIW, 1966

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Bohdan Czeszko (1923-1988), prosatore, pubblicista, sceneggiatore polacco

7 Nov

 

Bohdan Czeszko

Bohdan Czeszko

 

   Il quarto racconto che pubblico oggi, tratto anch’esso dalla mia antologia di racconti brevi polacchi Viaggio sulla cima della notte (Editori Riuniti, 1988) è di Bohdan Czeszko e s’intitola

 

                                                       Il girasole

                                                                                      A Henryk Tomaszewski

 

Ormai non uscivo quasi più di casa per timore di rimanere ucciso. Alloggiavo in via Krzywe Koło in un locale disabitato al primo piano. Il proprietario dell’appartamento aveva lasciato la città con la famiglia, nella primavera del 1944. Era una vecchia casa. Attorno al cortiletto, all’altezza del primo piano, correva un ballatoio di legno ingombro di roba vecchia degli inquilini. C’erano gabbie di uccelli arrugginite, piante secche in vasi con la terra che sembrava cenere, sedie a sdraio senza più la tela, sedie zoppe, una carrozzina. Vi regnava sempre, anche in piena estate, un fresco umido, e il fondo del cortiletto odorava di erba infracidita. L’interno era quello di un appartamento del secolo scorso. Nell’ingresso c’era un portaombrelli di ferro con la vaschetta zincata per l’acqua; le pesanti tende erano allacciate con cordoni di seta. Immaginavo come i penetranti odori invadessero l’interno degli armadi e dei comò. Aveva cura dei mobili la nuova padrona di casa, – la signora Zofia, – una donna alta, dignitosa e ancora bella nell’autunno della vita. Girava in pantofole di peluche e parlava solo se era assolutamente necessario. Non ho mai visto nei suoi smorti occhi azzurri, con cui mi fissava insistentemente, un barlume d’interesse per la mia esistenza. Mi risparmiava di uscire in strada per comprarmi qualcosa da mangiare, e di questo le ero grato.

Il tempo si vagliava attraverso me veloce come attraverso uno staccio. Lavoravo molto, dovevo terminare una serie di xilografie per le illustrazioni delle Memorie di Jan Chryzostom Pasek. Di recente avevo consegnato una cartella di disegni per gli scritti di Rej a un editore che comprava opere grafiche investendo in esse i guadagni del traffico di valuta e di oro. Mi sfruttava, – oggi lo so, – ma non gli servì comunque a niente, perché ogni cosa finì in cenere durante l’insurrezione. Ero sopravvissuto all’inverno e all’inizio della primavera del ’44. Ero stato due volte contro il muro con le mani sulla testa. In qualche modo mi aveva salvato la protesi e la buona conoscenza del tedesco. Da allora evitavo di uscire in strada. Si può forse fuggire, avendo al posto di una gamba sana un rigido troncone, allacciato al corpo con le cinghie?

I miei nervi, malgrado il lavoro regolare, non si calmavano. Mi tormentava la paura durante le incursioni notturne degli aerei sovietici. Scendevo in cantina, perché i vicini non mi prendessero per un ebreo che si nascondeva. Temevo la divisa blu della polizia. Ma scendevo anche perché le massicce volte di pietra delle fondamenta e la compagnia della gente mi ispiravano fiducia. Malgrado questo però, considerando bene le cose, non nutrivo alcuna speranza. Per colmo di sventura, da un certo istante mi accorsi di avere il terrore dello spazio. Quando di sera mi decidevo a uscire, mi accadeva di trattenermi davanti a una vetrina. Osservavo i libri e le vecchie stampe che tanto amavo, e poi non potevo staccare la mano dalla grata che proteggeva il vetro. Il sudore mi inondava il corpo. Superando con un grande sforzo di volontà la paura feroce, mi staccavo dalla grata che mi sembrava come l’ultima ancora di salvezza. Quando, dunque, di notte sommavo tutto questo e consideravo bene le cose, non nutrivo alcuna speranza di poter resistere.

All’inizio di giugno andai dal barbiere. Da molti anni mi tagliavo i capelli in quella bottega angusta e piena di fumo di tabacco. Una bomba l’aveva risparmiata, colpendo la casa accanto, e tra le macerie crescevano ora le erbacce e i sottili germogli degli arbusti.

Con sollievo, dopo la strada percorsa, mi accomodai sulla poltrona e sottoposi la testa alle forbici, e le orecchie a un torrente di parole. Il buon signor Józef, com’è antica abitudine dei barbieri, cicalava incessantemente e caoticamente. Tesseva una bizzarra trama di storielle e di notizie radiofoniche gonfiate, e ridacchiando sussurrava: «Buona, eh?» ogni volta che finiva la frase. Ascoltavo, oliava i miei poveri nervi. Pensavo: «Solo una vecchia abitudine m’impone di tagliarmi i capelli e di radermi la gola, benché non nutra – considerando bene le cose – alcuna speranza di poter resistere».

In quel momento nella bottega entrò un ragazzino. Poteva avere forse otto anni e il suo aspetto indicava la miseria più nera. Portava una specie di sandali ricavati da un copertone e allacciati con lo spago. Aveva indosso pantaloni di tela di sacco e un giubbetto militare, probabilmente ungherese, che cadeva a brandelli. Nelle mani tese in avanti stringeva un barattolo vuoto.

– Cosa vuoi? – borbottò il signor Józef. – Il venerdì diamo…

– Volevo un po’ d’acqua – disse il ragazzino tendendo ancora di più il barattolo.

– Prendila, il rubinetto è nell’angolo – disse il signor Józef e seguì il ragazzino con lo sguardo, finché non uscì facendo risonare il campanello alla porta.

– Rubano anche con gli occhi – disse.

Scrollai la testa. In effetti, quel ragazzino ormai doveva infischiarsene di tutto. Un istante dopo entrò di nuovo, annunciato dal tenue, cristallino scampanellio.

– Vorrei ancora un po’ d’acqua.

Riempì il barattolo e reggendolo cautamente, fissando l’ondeggiante superficie del liquido, uscì per tornare di nuovo un minuto dopo. Il leggero suono del campanello non mi innervosiva anzi, al contrario, mi calmava, proprio come la luce dorata del sole al tramonto, che filtrava attraverso la vetrina con la scritta esageratamente tortuosa: «arongis e omou rep ereihccurraP».

– Ancora acqua? Ma che ci fai con tutta quest’acqua? Non che mi dispiaccia, ma a che ti serve? – disse il signor Józef.

– Hanno rubato la chiave dell’idrante – disse il piccolo. – Il portiere dice: «L’hai rubata tu», e non vuole darmi l’acqua. A che mi serve la chiave… Ho piantato tra le macerie cinque girasoli. Sono cresciuti. Bisogna annaffiarli.

Quelle parole portarono d’un tratto calore e allegria all’interno della bottega. Il signor Józef sorridendo allungò una mano per prendere lo spruzzatore con l’acqua di colonia e scotendo la testa si mise ad osservare il piccolo che riempiva il barattolo. Si sorrisero. Uscendo il ragazzino si fermò vicino alla mia poltrona e sporse la faccia guardando negli occhi il signor Józef che mi spruzzava la testa.

– Anche a me, per favore – pregò alzando ancora di più il naso.

Il signor Józef schiacciò più volte la pompetta dello spruzzatore, avvolgendo la testa del ragazzino in una nuvoletta di goccioline profumate.

– Aaah – sospirò beatamente il piccolo aspirando l’aria e pian piano, facendo risonare il campanello, uscì.

Sopravvissi all’occupazione, benché prima – considerando bene le cose – non nutrissi alcuna speranza. Assai spesso penso a quel giardiniere, che – credo – aveva risvegliato in me il semplice e ormai spento amore per la vita.

(Versione di Paolo Statuti)

 

Słonecznik (Il girasole), tratto dalla raccolta di Bohdan Czeszko Wybór opowiadań (Racconti scelti), Warszawa, Czytelnik, 1979.

 

(C) by Paolo Statuti

 

  

Julian Kawalec (1916-2014), prosatore, pubblicista e poeta polacco

6 Nov

 

Julian Kawalec

Julian Kawalec

 

Dopo tanta poesia, apro ora una parentesi di prosa, pubblicando alcuni racconti brevi polacchi inseriti nella mia antologia Viaggio sulla cima della notte, edita nel 1988 da Editori Riuniti. Ho scelto i racconti in base al mio gusto personale e lasciandomi guidare dal sentimento della poesia e dai sentimenti umani. Il terzo racconto, davvero brevissimo, è di Julian Kawalec e s’intitola

 

                                                          Le mele

 

   Si incontrarono sulla piazza, accanto al grande monumento. Si scambiarono con calore qualche parola di saluto, perché non si vedevano dalla fine della guerra. Poi entrarono in un piccolo bar, come ce ne sono molti in quella città. Sono bar che non possono non essere notati, tanto attirano con il loro aspetto misero e l’incessante brusio che arreca sollievo. Nei tavolini rotondi di questi bar c’è come una forza grande e buona, alla quale è difficile resistere.

Ordinarono qualcosa da bere. Il magro-brizzolato studiò attentamente il suo gigantesco amico quasi calvo e disse:

– Lo so, lo so, hai perso i genitori, la moglie…

Calò un lungo silenzio. Il magro parlò di nuovo:

– Cosa fai adesso?

Il gigante distolse lo sguardo dalla grigia parete coperta di scure macchie di umidità, di colpo sorrise e si rianimò.

– Sono un venditore di mele – disse. – Vendo le mele: deliziose, renette, limoncelle… – elencò molte varietà di questo frutto, descrivendone anche i pregi. La sua voce era sonora, solenne e bella. Voci simili si sentono nei teatri, ai concorsi di recitazione, nei luoghi dove si esibiscono gli artisti.

Il magro-brizzolato continuava ad osservare il possente amico che parlava di mele in modo così insolito e solenne. E quando quello tacque, gli disse sottovoce:

– Anche tua sorella, Krystyna, è morta, l’ho saputo…

Il gigante, come se non avesse sentito, si sistemò sulla sedia, sollevò la testa quasi calva e riprese a parlare:

– Ogni giorno alle sette mi metto in cammino col mio carretto stracolmo di mele. Vedessi come sono belle… Mi fermo più volentieri all’angolo di una strada o del mercato. Invito la gente a comprare le mele. Comprano. Verso le mele nelle borse. Lo faccio con delicatezza e velocemente. Ho la mano adatta per le mele, io. Per fare questo bisogna avere la mano e la voce. Non tutti riescono ad essere venditori di mele.

Il gigante tacque per un po’ e restò pensieroso. E di nuovo disse:

– A poco a poco la catasta di mele sul carretto si abbassa, si appiattisce, e il mio portafoglio diventa sempre più gonfio. Sai cosa provo allora? Ti metterai a ridere… allora divento triste, mi dispiace per le mele…

Il magro-brizzolato sorrise stranamente e disse:

– Tuo fratello è stato ucciso, ho sentito.

Il gigante infilò la bella mano nella tasca e ne trasse una grossa mela rosata. La tenne sul palmo guardandola a lungo e replicò:

– Una del carretto la lascio sempre per me, non la mangio, la porto nella tasca, ogni tanto la prendo in mano, ogni tanto la guardo per un po’. Mi piace guardare le mele belle. Io ho sempre una mela in tasca, che abitudine stupida, vero?

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Jabłka (Le mele), tratto dalla raccolta Blizny (Le cicatrici), Kraków, WL,1960

 

(C) by Paolo Statuti

Jan Rybowicz (1949-1990), prosatore e poeta polacco

6 Nov

 

Jan Rybowicz

Jan Rybowicz

 

Dopo tanta poesia, apro ora una parentesi di prosa, pubblicando alcuni racconti brevi polacchi inseriti nella mia antologia Viaggio sulla cima della notte, edita nel 1988 da Editori Riuniti. Ho scelto i racconti in base al mio gusto personale e lasciandomi guidare dal sentimento della poesia e dai sentimenti umani. Il secondo racconto è di Jan Rybowicz ed è intitolato

 

                                            A piedi intorno al mondo

 

   L’ottantenne Michał Drozd, che viveva a carico del figlio (un vecchio scapolo di quarantotto anni), una sera, all’inizio della primavera, si alzò dal letto, sul quale stava riposando dopo aver arrancato tutto il giorno per la campagna, s’infilò il cappotto, tagliò una fetta di pane, se la mise in tasca, prese il bastone appoggiato in un angolo della stanza e si avviò verso la porta. Il figlio smise di affilare la sega, guardò attentamente il padre, chiese:

– Dove ve ne andate?

Il padre si fermò con la mano sulla maniglia e senza voltarsi rispose gridando con la voce stridula:

– A piedi intorno al mondo!

Il figlio si limitò a scuotere la testa e tornò alla sua occupazione. Il vecchio restò ancora un attimo immobile, poi risolutamente abbassò la maniglia e in modo goffo varcò la soglia, sbattendo la porta dietro di sé. Uscì dalla casetta. Diede una sbirciata al cielo, aspirando l’aria tiepida e umida. Poi batté il bastone sul tavolato della veranda e a piccoli, rapidi passetti s’incamminò.

Qualche minuto dopo, cantilenando qualcosa, raggiunse l’autostrada E-12 che attraversava il villaggio. Si fermò sul ciglio, per alcune decine di secondi rifletté se andare a sinistra, o a destra. Prendendo a destra, dopo un po’ poteva arrivare alla grande città, dov’era stato qualche anno prima in ospedale. Quel ricordo lo fece decidere. Voltò a sinistra.

Procedeva battendo il bastone sull’asfalto, senza prestare attenzione alle macchine che di tanto in tanto lo superavano. Camminando fantasticava su quei paesi lontani che vedeva alla televisione e che avrebbe visto facendo il giro del mondo.

Dopo un’oretta di marcia gli venne fame. Scese dalla strada nei campi, si sedette sull’erba coperta di rugiada, tirò fuori la fetta di pane. Mangiava lentamente. Più su, lungo la strada, le macchine sfrecciavano facendo sibilare le gomme, spingendo avanti un ventaglio di luce.

Biascicava il pane nella bocca sdentata, con le spalle addossate a un albero e le gambe distese. Guardava l’oscurità davanti a sé, là dove si stendevano i campi coltivati, dove stava per iniziare una nuova vita. Impastava con la mano libera la terra umida, sentiva tra le dita le fibre dell’erba appena nata… Sentì che gli si stava bagnando il sedere. Si mise nella tasca del cappotto il pane sbocconcellato, si sollevò a fatica appoggiandosi al bastone e tornò sulla strada.

Per un certo tempo restò di nuovo immobile, sforzandosi di ricordare da quale parte era arrivato. Una macchina che sopraggiungeva si fermò. Il guidatore, un giovanotto, abbassò il finestrino, sporse la testa.

– Dove ve ne andate, nonno? – chiese sorridente. – Volete un passaggio?

– Dov’è il villaggio di Chodaków? – chiese.

– Là – il giovane indicò con la mano dietro di sé.

Adesso sapeva. Doveva andare dalla parte opposta. Senza parlare si mosse nella stessa direzione dell’auto.

Il giovane lo seguiva lentamente.

– Dove andate, nonno? – chiedeva sporgendo la testa dal finestrino.

Il vecchio, senza rallentare, girando soltanto la testa in direzione dell’auto, rispose:

– A piedi intorno al mondo!

Il giovane scoppiò a ridere.

– Allora volete un passaggio? – ripeté.

Non rispose. Procedeva con caparbietà, battendo il bastone, ansimando leggermente. Il giovanotto continuava a restargli accanto, ma poi senza dire più niente diede gas e scomparve dalla vista del vecchio.

Allora egli si fermò. Si sentiva stanco e per un attimo pensò che fosse meglio tornare. Poi, quando il respiro si normalizzò, si premette ancora più il berretto sulla testa e con decisione riprese il cammino. Se qualcuno in quel momento gli fosse andato dietro (proprio come sto facendo io), avrebbe udito il suo respiro sibilante, l’ostinato stropiccio delle scarpe sull’asfalto e il ritmico battito del bastone: tuc, tuc, tuc, tuc…

 

Una camionetta della polizia che passava per caso lo trovò, due ore dopo, sdraiato sul ciglio della strada, completamente esausto, quasi svenuto, a quindici chilometri dal villaggio.

I poliziotti lo aiutarono ad arrampicarsi sulla vettura, gli versarono un po’ di tè dal thermos. Bevve il tè e prese a guardarsi intorno con gli occhi meravigliati.

– Di dove siete, nonno? – chiese uno dei poliziotti.

– Di Chodaków.

– Dov’è Chodaków? – domandò rivolgendosi al collega.

Quello alzò la testa, con il mento indicò davanti a loro.

– Saranno circa quindici chilometri…

– E voi dove stavate andando, nonno? – chiese il caporale.

– A piedi intorno al mondo – borbottò.

I poliziotti si misero a ridere.

– E perché, i figli vi hanno cacciato via?… Forse vi menano? – domandò il caporale.

– No – scrollò la testa.

L’autista della camionetta mise in moto.

– Vi riportiamo a casa – disse.

Il vecchio non fiatò.

Qualche minuto dopo erano a Chodaków. L’autista fermò la vettura all’incrocio.

– Dove abitate, nonno? – chiese.

– Più avanti… – mugolò.

L’autista proseguì lentamente. Lanciava occhiate furtive al vecchio, che fissava con gli occhi socchiusi la fila di casette illuminata dalla vettura. A un certo punto disse:

– Qui. In questa strada.

L’autista fermò la vettura. Il caporale aiutò il vecchio a scendere. Trattenendolo chiese:

– Vi accompagno a casa?

Il vecchio liberò il gomito con stizza.

– Ci arrivo da solo! – sbuffò.

E si diresse verso casa.

– E la prossima volta non andatevene intorno al mondo! – gli gridò dietro il caporale. – E’ troppo lontano per le vostre gambe!

– Staremo a vedere! – mugugnò il vecchio senza rallentare il passo e senza voltarsi. – Stronzo! – sputò.

In cucina la luce era accesa. Entrò nella veranda, battendo di proposito con forza il bastone raggiunse zoppicando la porta, la spinse. Come al solito, non era chiusa. Si ritrovò nell’atrio rischiarato dalla luce che filtrava dalla porta a vetri della cucina. Mise il catenaccio, entrò in cucina. La porta che dava nell’altra stanza, dove dormiva il figlio, era aperta. Posò il bastone in un angolo, si tolse il cappotto, si sedette sul letto, si levò le scarpe e i calzini. Poi i pantaloni e per ultimi la giacca e il berretto. Strascicò i piedi nudi per spegnere la luce e s’infilò con tutto il golf sotto la pesante imbottita. Giacendo supino, con gli occhi fissi nell’oscurità, cominciò a bisbigliare le preghiere.

Qualche istante dopo gli giunse dall’altra stanza la voce tranquilla del figlio:

– Siete già tornato da quel…giro del mondo?

– Sì – disse con lo stesso tono. – Ma domani andrò di nuovo!

Poi si addormentò.

Quella notte morì.

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Na piechotę dookoła świata (A piedi intorno al mondo), tratto dalla raccolta di Jan Rybowicz Samokontrola i inne opowiadania (Autocontrollo e altri racconti), Warszawa, PIW, 1980.

 

 

(C) by Paolo Statuti

Kazimierz Orlosh (1935), prosatore, drammaturgo e sceneggiatore polacco

5 Nov

 

Kazimierz Orlosh

Kazimierz Orlosh

 

   Dopo tanta poesia, vorrei aprire ora una parentesi di prosa, pubblicando alcuni racconti brevi polacchi inseriti nella mia antologia Viaggio sulla cima della notte, edita nel 1988 da Editori Riuniti. Ho scelto i racconti in base al mio gusto personale e lasciandomi guidare dal sentimento della poesia e dai sentimenti umani. Il primo racconto è di Kazimierz Orłoś ed è intitolato

                                                 Il maestro di musica

   A quel tempo vivevo in una misera abitazione. Le finestre della mia stanzetta in un palazzo alla periferia davano su un cortile a forma di pozzo. Ogni voce dal basso, dalle finestre socchiuse – un grido o il pianto di un bambino, lo schiamazzo di donne litigiose, una radio accesa, perfino una conversazione a bassa voce – si sentivano chiaramente, come se mi trovassi alle spalle delle persone nei loro appartamenti e ascoltassi senza sosta. Il tintinnio delle bottiglie del latte, trasportate su un carrettino di lamiera da uno sciancato, mi svegliava alle cinque di mattina. Il canto del carbonaio ubriaco, che occupava l’appartamento al pianterreno, mi strappava al sonno a mezzanotte. Le risatine del figlio deficiente del portiere – un ragazzo grasso che se ne stava tutto il giorno in cortile – le sentivo a mezzogiorno e la sera. Ero tormentato da tutti quei rumori. Ero al limite della sopportazione.

Il vecchio abitava accanto. Adesso lo so, ma allora, quando già studente avevo preso in affitto quel buco di stanza con le finestre che davano sul cortile, non gli avevo prestato attenzione. Soltanto quella soffocante mattina, mentre sgobbavo su un grosso manuale di fisica, rompendomi il cervello con la teoria dei quanti, e quello cominciò a sonare dietro la parete (mi sembrava di essere in una sala vuota in cui qualcuno tagliasse un vetro col diamante), pensai che molto probabilmente doveva essere quell’uomo incurvato che a volte incontravo sulle scale, quando, ansimante, si fermava per un attimo al mezzanino.

Da dietro la parete sentivo chiaramente il concerto per violino. Dovevo ascoltare ininterrottamente e fino all’ultima nota tutti i fraseggi della Leggenda di Wieniawski, o era forse L’addio alla patria di Ogiński? Sonava motivi sentimentali, noiosi da ascoltare come un lungo discorso o una poesia imparata a memoria. I miei quanti erano già andati a farsi benedire, per giunta dietro la finestra i bambini facevano chiasso, le donne schiamazzavano nelle cucine, il carbonaio ubriaco cantava una canzone da ubriaconi.

Non resistetti e battei più volte il pugno sulla parete. Ma servì a ben poco. Era forse un po’ sordo? Il tenue suono fluiva incessantemente da dietro la parete, come una voce lamentevole, come il canto del muezzin che invita alla preghiera.

Aspettai mezz’ora, poi uscii sul pianerottolo e bussai alla porta del vicino. Ricordo che il pianto dello strumento cessò di colpo, come troncato. Sentii lo strascichio delle pantofole, poi quel vecchio chiese sottovoce: – Chi è?

– Il suo vicino – risposi seccamente.

La porta con la catena si aprì di uno spiraglio. Fiutai un odore di umido, di appartamento non arieggiato, di muffa mista a un odore di naftalina. Il vecchio, la cui faccia pallida e non rasata scorsi nello spiraglio, mi fissava incuriosito con gli occhi piantati a un palmo dal mio naso. Le sue dita sottili stringevano il battente della porta socchiusa. Notai delle macchie brune sulla pelle chiara.

– Signore – dissi bruscamente – la smetta di grattare! Mi scoppia la testa!

Mi guardò per un istante, e poi disse con un filo di voce:

– Sì, certo. Mi scusi. – E chiuse la porta.

E non sonò più, né in quella soffocante domenica, né in nessun’altra. Molto probabilmente mi sarei dimenticato di lui, se un giorno d’autunno non avessi deciso di fare una passeggiata fuori città. Dalla strada asfaltata girai verso i campi e battendo il bastone sulle pietre presi un sentiero che portava a un bosco lontano. Là lo vidi. Dapprima mi sembrò un altro (un’apparizione, un uomo non di questo mondo). Ma era lui di sicuro: la stessa figura incurvata, la faccia pallida e non rasata, gli occhi scuri. Stava seduto su una seggiolina pieghevole di fronte a un improvvisato leggio di rametti, sul quale aveva posato il foglio di musica. Sonava al violino quella stessa Leggenda di Wieniawski, o era forse L’addio alla patria? Mi fermai a cento passi da lui, poi gli andai più vicino. Ascoltavo come sonava e come la voce lamentevole del violino si levava sul campo deserto. Guardavo il margine del bosco, l’azzurro del cielo, gli uccelli neri (di sicuro uno stormo di cornacchie) che volteggiavano sulle stoppie. Quell’uomo sonava piegato sul leggio di rametti, con accanimento, assente, come se vedesse il mondo intero nei neri punti delle note. Il violino piangeva sconsolato. Non c’era nessuno.

Restai lì per un po’, quindi lentamente, senza voltarmi, ripresi a camminare in direzione della strada asfaltata e della nostra casa, nella quale lo schiamazzo delle donne, le grida dei bambini e il canto del carbonaio ubriaco era tutto ciò che potevo sempre sentire.

(Versione di Paolo Statuti)

Nauczyciel muzyki (Il maestro di musica), pubblicato nel dicembre 1972 sulla rivista Literatura.

(C) by Paolo Statuti

Andrzej Bobkowski – il “teppista della libertà”

8 Nov

 

 

   Cento anni fa, il 27 ottobre 1913, nasceva a Wiener Neustadt in Austria Andrzej Bobkowski, scrittore, saggista, drammaturgo, imprenditore, divulgatore di aeromodellismo. Per l’occasione la Biblioteka Jagiellońska di Cracovia ha allestito una mostra dedicata alla figura e all’opera di questo scrittore, chiamato il «teppista della libertà», da quando un giorno disse: «Un uomo libero, un intellettuale, scrittore e poeta davvero libero, che vuole essere libero, avrà fino alla fine di questo mondo qualcosa del teppista».

   Dal 1933 al 1936 studiò all’Istituto superiore commerciale di Varsavia. Debuttò nel 1935 sulla rivista Tempo Dnia (Ritmo del Giorno) con un breve racconto umoristico. Nel 1938 sposò Barbara Birtusówna e nel marzo del 1939 si trasferirono a Châtillon presso Parigi. Dovevano restarci fino all’arrivo dei visti per l’Argentina, dove Bobkowski avrebbe lavorato presso la rappresentanza del PEŻ (Export Polacco del Ferro), ma lo scoppio della guerra mandò a monte i suoi piani. In Francia si manteneva con il commercio. Aprì in società una lavanderia polacca intitolata allo Spirito Santo, descritta in modo divertente nei suoi ricordi. A gennaio del 1940 chiuse la lavanderia e fu assunto come operaio in una fabbrica di munizioni francese. Sei mesi dopo, poco prima dell’entrata dei Tedeschi a Parigi, fu evacuato nel sud della Francia. Iniziò a scrivere l’opera-cardine della sua vita, cioè il diario del tempo di guerra Szkice piórkiem. Francja 1940-1944 (Schizzi a penna. Francia 1940-1944), contenente i pensieri e la descrizione dei viaggi, svolti per lo più in bicicletta. In esso troviamo scritte queste significative parole: «Non credo in nessun ordinamento, me ne infischio di tutte le ideologie…Sarei piuttosto propenso a dire di credere in ogni ordinamento, ideologia o sistema, in cui si parli davvero dell’uomo. Permettere all’uomo di VIVERE – ecco l’unico sistema e l’unica ideologia, e non ORDINARE di vivere, lasciargli la scelta dello scopo della sua vita e non imporgliela dall’alto. E finire poi con l’apoteosi della morte».

   Negli anni 1945-1946 lavorò presso la sezione polacca dell’Unione della Gioventù Cristiana (YMCA), arrotondando lo stipendio con altre occupazioni temporanee, come la conduzione di una libreria polacca e la riparazione delle biciclette. Collaborò fin dai primi numeri con la rivista Kultura, fondata a Parigi nel 1947 da Jerzy Giedroyć (1906-2000). Il 25 giugno 1948 i coniugi Bobkowski emigrarono nell’America Centrale e si stabilirono in Guatemala. La moglie insegnava disegno e creava modelli, mentre il marito cominciò a lavorare nell’ufficio di una fabbrica di scarpe. Nel 1949 egli aprì un negozio di aeromodellismo – il Guatemala Hobby Shop. Raccolse attorno a sé un gruppo di giovani appassionati di modellismo. Nel 1954 prese parte ai campionati mondiali di modelli volanti negli USA, e nel 1956 in Svezia.

   Nel 1957 l’Instytut Literacki di Parigi pubblicò il diario dell’occupazione Schizzi a penna. Nello stesso anno i medici gli riscontrarono un tumore al cervello. Tre settimane dopo la prima operazione scrisse: «So che dovrei cercare di non pensare, di tornare subito alla vita normale, quando il taglio si sarà rimarginato. Ma forse soltanto in superficie. Nel fondo ormai ci sarà sempre la preparazione». Subì altre due operazioni nel 1959 e 1960. Nella primavera del 1961 il suo stato di salute si aggravò, tanto da indurlo a partire per gli Stati Uniti per curarsi e per sciare. Tornato in Guatemala morì il 26 giugno 1961. Fu sepolto nella tomba di famiglia del dottor Quevedo, ai quattro figli del quale insegnava il modellismo. La moglie Barbara  morì il 22 settembre 1982 e fu sepolta accanto al marito.

   Tra le altre opere di Andrzej Bobkowski ricordiamo: il dramma Czarny piasek (La sabbia nera, Parigi, Kultura n. 154) e il volume di racconti Coco de Oro (Parigi, Instytut Literacki, 1970).

 

   Di questo scrittore propongo qui nella mia versione il racconto Lourdes, tratto dalla raccolta Coco de Oro, e già pubblicato nella mia Antologia dei racconti polacchi (Editori Riuniti, Roma, 1988).

 

Lourdes

 

   «Sì – è una strana città», asserisce sempre uno dei miei amici francesi più cari, ogni volta che gli racconto le mie impressioni su Lourdes. E’ un cattolico praticante e non soltanto militante: è addirittura battagliero; conosce Lourdes alla perfezione, perché nel 1940, dopo la fuga da Parigi, vi ha trascorso diversi mesi. So che, se si tratta delle mie convinzioni, il suo austero cattolicesimo mi annovera piuttosto nella categoria specificamente francese di quelli «un po’ cattolici». Ma quando, dopo ogni mio soggiorno a Lourdes, provo a conversare con lui su questo tema non nascondendo l’emozione, si rifugia nel luogo comune della «strana città» e preferisce ricordare le sue escursioni sui Pirenei. Non insisto, perché lo capisco. Lo capisco ancora meglio quando io stesso mi avvicino a Lourdes.

   Quest’anno vi stavo giungendo dalla parte di Pau. La strada sale dolcemente, correndo lungo uno dei fiumi più belli della Francia. Il Gave de Pau scorre in diversi alvei, qua e là si fonde in uno solo, per poi diramarsi di nuovo in una serie di bracci. A tratti profondo e poco elevato, a tratti non profondo e in altura, sguscia via tra verdi isolette ora silenzioso, ora sonoro; qui scuro come un vetro di bottiglia, là azzurro e bianco di schiuma che si infrange sulle pietre, rallenta e accelera, tace di colpo o scroscia. Quanto più ci si avvicina a Lourdes, tanto più l’aria diventa fresca e l’acqua del Gave è più fredda. Il cielo dei Pirenei, sfiorato da una nebbiolina nerastra, spicca nettamente sull’azzurro della base infocata dei monti e ricorda il cielo delle città piene di fabbriche. Tutti gli odori diventano umidi e le more non sono più così dolci come tra Bayonne e Pau. Nello stesso tempo qualcosa si azzittisce nell’anima, si avverte un peso e il colloquio con se stessi cessa di essere semplice. Il pensiero magnificamente pagano, seminato fino a quel momento al sole e annaffiato con il vino, di colpo si sente a disagio. Subentra l’urto di qualcosa contro qualcosa, e lo schianto di questa collisione viene coperto dalla «strana città».

   Già, quante cose si dicono, quante cose si fanno, pur di non ammettere certe emozioni! Anche qui domina la moda, le cui imposizioni nella psiche dell’uomo sono rispettate più rigorosamente di ogni altra. Nei colloqui con se stessi si cerca l’effetto, come nei colloqui con gli altri. Avvicinandomi a Lourdes sento chiaramente i canoni di questa moda, avverto il controllo critico dello sguardo di tutto il secolo dal quale sono spuntato, lo sguardo di serie del materialismo in cui vivo. Anch’io là mi vergogno in anticipo davanti a me stesso di certe supposizioni e ammissioni, e vorrei che alcuni pensieri non sapessero di altri; che quelli autentici, celati nel profondo, non si mostrassero a quelli «normali» e «accettati» e non mi compromettessero davanti ad essi. Cerco di cavarmela con qualche reticenza o con la «strana città», di essere credente come il mio amico francese e tanti altri, e nello stesso tempo di non rinunciare a quei limiti il cui rispetto mi permette di essere nel loro ambito un uomo «contemporaneo»; mi sforzo di passare abilmente tra il secolo intero e il sussurro del cuore, in modo da non urtare niente e nessuno, così come lungo la strada cerco di non urtare nessuno della folla di pellegrini. Accettare senza rinnegare, ammettere senza affermare, essere «illuminato» chinando furtivamente la testa di fronte alla «superstizione» degli ignoranti.

   Lo so e lo sa anche la persona amica che mi accompagna. Entrambi abbiamo già vissuto molte cose insieme, in estate vagabondiamo insieme. Di notte, dormicchiando sotto la piccola tenda, ci diciamo tutto, stringiamo ancora di più i vincoli che ci uniscono. Qui, prima di giungere a Lourdes, ci comportiamo fra di noi come ognuno di noi si comporta con i propri pensieri: ci scarichiamo a vicenda con gli scherzi, spesso perfino con lo scherno. «Non sta bene» manifestare la commozione. Entrambi ricordiamo tutte le recensioni apparse a Parigi dopo il film Bernadette, tratto dal romanzo di Werfel. Il «non sta bene», nei confronti di certe manifestazioni di sentimenti e pensieri, in quest’epoca è più forte che in qualsiasi altra. Il sostanzioso nutrirsi di una certa idea filosofica, il rimpinzarsi di verità, con le quali sempre più spesso si sopperisce alla mancanza del pane quotidiano, ci ostacolano il semplice respiro. E benché intorno l’aria sia sicuramente diversa, noi non vogliamo aspirarla a pieni polmoni.

   Nel crepuscolo che scende fruscia la rugiada nelle chiome degli alberi e dalle foglie più basse gocciola in terra. Sopra la valle della vicina Lourdes pende il bagliore delle luci e sulla strada si sente il battere di passi affrettati. Avremmo voglia di parlare di Bernadette, dire finalmente in modo serio «sai, eppure forse»…scorgerla attraverso il volto di Jennifer Jones nel film e meditare su questo sia pure un solo istante; così come ha meditato sicuramente ognuno, credente o no, uscendo dal cinema. Vorremmo scomporre e ridurre le resistenze che ci nascono dentro, quando involontariamente il film e il volto della geniale attrice si fondono dentro di noi con l’intera storia di questo luogo e – ciò che è peggio – con la sua santità. Come liberarsi dalla convinzione che quel film trasforma la sala cinematografica quasi in una chiesa, e provoca stranissime collisioni dentro tutti coloro che non credono oppure, credendo, appaiono più spesso non credenti? Che il film era valso più delle parole più ardenti e aveva toccato quelli che ascoltano soltanto i linguaggi di un’epoca non convincente? Acconsentire che uno schermo e un volto umano assumano un ruolo di rivelazione e mettano sulle labbra, oggi così assetate, qualcosa che si è soliti cercare altrove? E’ difficile rispondere, ma sentiamo che Werfel, ebreo ceco esiliato, ha compiuto una grande opera; egli avvicina Lourdes, impressiona milioni di coloro che non possono conoscerla davvero e fa ricordare. Senza voler aggiungere nulla, riaccende sia pure per un attimo, ciò che in così tante persone si è spento e impone loro di comportarsi come noi ci comportiamo in questa notte silenziosa. Costringe i riluttanti a schivare i colpi. Su questo terreno e nei confronti della stragrande maggioranza ciò significa già molto. E se soltanto inducesse quelli affatto insensibili a soffocare con ostinazione, e a calpestare ancora più scrupolosamente i resti di un falò che in realtà non si riesce mai a spegnere del tutto, anche in tal caso oggi egli svolgerebbe il suo ruolo. Ci sono tempi in cui tutto conta e per questo sono così difficili.

   Le strade possono essere strane. Werfel fuggì in Francia dopo il 1938. Come molti altri che allora cercavano rifugio in quel paese, incontrò sicuramente una serie di «ostacoli». La Francia non ama ricordare quei tempi. Uno di questi «ostacoli» era l’impossibilità di continuare a fuggire  dopo l’invasione tedesca. Egli finì a Lourdes con lo sguardo fisso alla frontiera-salvezza della Spagna, che non poteva oltrepassare. Allora, sembra, cominciò a credere e fermatosi al punto estremo del più grande sentimento di quei tempi – la paura primordiale – in questo luogo trovò un balsamo. A quanto pare fece il voto che, se fosse riuscito a sopravvivere, avrebbe consacrato il suo primo impegno a Bernadette e al suo miracolo. Come artista lo attirava anzitutto la piccola Lourdes, che oggi si può ritrovare soltanto nei dintorni, nell’umida sera dei prati e dei monti, nel vacillare della nebbia, nelle ragazzine celate sotto grandi scialli, che stringono in mano un lungo bastone e conducono qualche vacca al pascolo… Forse accostò per un istante la fronte alla statua nella grotta, in cui niente è «bello», e le grucce e le protesi sparse intorno sono ormai così simili a vecchie ossa; probabilmente poi percorse i tortuosi sentieri lungo il Gave, arrivando attraverso quelli a se stesso e alla bambina che L’aveva vista.           

   Werfel ha scritto un libro, tradotto già in molte lingue, ma non sarebbe il discendente di una razza che sente l’epoca sempre nel modo migliore, se ciò gli fosse bastato. Dopo molti vani tentativi a Hollywood, riuscì a spingere la sua visione al di là della ristretta portata del libro e a colpire in un raggio più ampio: a raggiungere le folle nei loro templi odierni: le sale cinematografiche. Ne parliamo in questa notte nei pressi di Lourdes; conversando su Werfel divaghiamo oltre quel punto in cui incessantemente si posano i nostri pensieri e si sollevano di nuovo timidamente, non avvezzi alle nicchie coperte di erba. Ma ciò che è ancora più interessante, Werfel pubblicamente non è «andato oltre», non ha ammesso ad alta voce ciò che è avvenuto in lui sette anni fa. Ha conservato fino alla fine la discrezione del suo libro e del suo film, e ha lasciato le conversioni clamorose, con pubblica confessione, a coloro che fino a quel momento le avevano più derise.

   La notte era fredda e si era spento il chiarore su Lourdes. Certe parole che si affacciavano in gola le ricacciavamo indietro, sorseggiando il tè bollente. Espellendo tra le risate il fumo delle sigarette non aspirato fino in fondo, parlavamo di Satana, che tanto ama i luoghi santi.

   Al sole, nella stessa Lourdes, le notturne beffe all’indirizzo del Male non sembrano così stolte. Qualcosa c’è in quel vecchio detto. L’aureola del primo miracolo, il visetto della piccola Bernadette, la sua storia successiva e gli assalti furiosi delle persone colte, ai quali rispondono le miracolose guarigioni: tutto questo aspetto romantico si disgrega adesso in un’atmosfera di luogo di cura religioso, di acque sante. Qualcosa spinge a mescolare gli attriti inevitabili all’eco costante di una pacata riflessione. Nel chiasso delle réclame, nel commercio da fiera del Grande Mistero, nelle esalazioni di vino delle persone che attingono l’acqua miracolosa da una fila di rubinetti, simili alle docce in un bagno modello, in tutto questo c’è lo spietato gioco con la puntata massima del cuore che si è inclini a scommettere a Lourdes. Chi si lascia ingannare da questo e la punta soltanto sul tavolo delle apparenze, quello ha perso e non può non perdere. Lungo la strada che scende verso la grotta i negozi a sinistra e a destra sono come due file di persone che impugnano dei randelli. Quasi fisicamente si avvertono le sorde mazzate inferte da ogni vetrina e insegna, da ogni elogio della merce. A metà strada si cade dritti sotto i colpi di alcune grandi insegne che affermano, lungo tutta la facciata, che lì si trova il negozio di ricordi appartenenti a certi successori di santa Bernadette Soubirous. Non so quali, perché voltai la testa, ma sono sicuro che pretese di piccolo commercio sono indirizzate ancora oggi da quella famiglia alla loro santa parente. Non riesco a liberarmi dall’impressione che da quel negozio mi raggiungano le grossolane parole:  Dis donc Bernadette – ça va pas dans la boutique. Qui all’angolo, presso un affollato bistrò, vendono speciali bottiglie per l’acqua di Lourdes, gridando a gran voce il loro pregio di essere di alluminio, e accanto è seduta una donna con un cesto pieno di fiaschette di cognac con il tappo a bicchierino. «Comprate per il viaggio». Le bottiglie con l’acqua miracolosa, legate tra loro con lo spago assieme a bottiglie di vino, pendono dalle braccia delle persone e tintinnano. Negozi, ricordi, medagliette, negozianti e pellegrini, tutto è come se ci si desse del «tu». Con chi? Manca addirittura il coraggio di rispondere. La preghiera acquista in ciò le caratteristiche di una richiesta urgente di sussidio rivolta alle autorità, elette con i voti della folla qui presente; ed è come se quest’ultima facesse discretamente capire che, poiché è così, allora… Qualcosa come una minaccia che, altrimenti, in caso estremo, la scheda elettorale della fede si potrebbe facilmente annullare.

   Passando di qua, fermandomi, penso alla notte, al libro e al film di Werfel.  A volte vorrei che esistessero senza questa Lourdes. Con insistenza vedo il dorso in pelle del Thaïs di Anatole France, scorro le pagine con la descrizione della città, sorta attorno al pilastro di Pafnuzio. Egli sedeva a gambe incrociate sul capitello e sotto di lui pendevano dalla colonna centinaia di stampelle; donne riconoscenti vi avevano appeso corone e immagini votive. Accanto, sui tappeti distesi, compagnie di acrobati facevano giochi di agilità e si muovevano con eleganza, gli incantatori di serpenti divertivano la folla raccolta intorno; una folla variopinta, vociante, ridente. Vedendo ciò si avrebbe voglia di chiedere all’improvviso, come il povero Pafnuzio tentato al salto mortale nel vuoto, dove una voce gli prometteva il volo dell’uccello: «Chi ride così?». I negozianti smerciano qui la santità, mentre dentro si svolge un’appassionata contrattazione per la più piccola particella di sentimento! una contrattazione vistosa, scorrevole, pagabile con il contante dei sorrisi di superiorità, di quei sorrisi che più tentano l’uomo. E’ così piacevole socchiudere gli occhi e posato su di essi il lorgnon enciclopedico, abbozzare un sorrisetto; ristorarsi con quella charmante impiété di una certa vecchia amica di France, la quale rimpiangendo gli antichi luoghi santi, abbandonati in favore dei nuovi, gli diceva: «E’ difficile negarlo; quella Vergine di Lourdes è compiacente, premurosa, comprensiva, zelante, direi perfino umile. Si moltiplica per essere utile. Guarisce gli ammalati, aiuta i giovani durante gli esami, congiunge in matrimonio e vende la cioccolata. Entre nous, je la trouve un peu intrigante». Che fascino e quanto garbo in queste parole! Ricordo ciò perché amo France, ma qui sento più l’odore della polvere, che dello stimolante tabacco da naso delle bisnonne, con il quale ancora oggi si cerca di preparare la polvere da sparo. Nel frequente gioco del «fingere» dei nostri giorni essa è buona tutt’al più per i fuochi artificiali. Scendo lentamente in direzione della grotta collocando sentimenti e pensieri come figure sulla scacchiera. Nell’intimo ci sono davvero soltanto caselle nere e bianche e in fin dei conti si sa sempre molto bene dove collocare qualcosa in modo tale che almeno questo gioco non diventi una commedia dialettica.

   Più in basso c’è un grande spiazzo, in alto a sinistra una brutta chiesa. A mezzogiorno qui non c’è affollamento. La grotta è piccola, davanti ad essa file di inginocchiatoi. L’odore del gran numero di candele accese e il silenzio. A poca distanza scorre il Gave e a tratti giunge all’orecchio un più sonoro gorgoglio dell’acqua. Il passo incerto delle persone che si avvicinano mute schiaccia con cautela e lievemente i granelli di sabbia sul cemento. Nella grotta c’è la statua su uno sfondo di stampelle, protesi, busti, reperti ortopedici. Qui finisce tutto il mondo escogitato, restano la semplicità e la modestia. Ardono centinaia di candele e dopo un po’ si vede soltanto la loro luce. Lo sguardo fisso delle persone è sconfinato. Occhi che guardano chissà dove una grande lontananza, che la percorrono con la velocità di un raggio, soltanto per raggiungere i piedi presso i quali depongono la loro preghiera. Occhi chiusi che guardano chissà dove una grande profondità alla ricerca di se stessi e che per il momento estraggono da essa soltanto lacrime. Brilla la luce delle candele, si moltiplica e sgorga in miliardi di raggi. Non è un miracolo; è semplicemente il loro bagliore che si disintegra in prismi davanti alla pupilla, nel caldi cristalli del bambino in cui ognuno qui può trasformarsi, sol che lo voglia… No, l’uomo non è solo, a meno che, volutamente, non chiuda egli stesso le porte. L’inquietudine dell’esistenza sorge nelle anime per le quali la morte è la cessazione di tutto, e la vita una cosa fine a se stessa, come un ninnolo sotto una campana di vetro. Dove sono mai in una simile vita le stelle, il sole, il fresco della pioggia e del vento, la semplicità delle lacrime di gioia? Dov’è la contentezza della lontananza e la sua speranza? «La vergogna di pregare», scriveva Nietzsche, perché considerava la preghiera un atto degno soltanto dei poveri di spirito, dei mendicanti, e dei codardi. Bere l’acqua delle sorgenti di montagna, aspirare l’arietta dei prati sul Gave, verdognola e fresca come menta, anche ciò è una vergogna? Eppure si ha bisogno di Dio, così come si ha bisogno dell’ossigeno, e lo spirito non è soltanto ragione, ma anche sentimento. Il senso della moralità, della libertà, della bellezza e della santità non è una funzione dell’intelletto. Libertà, moralità, bellezza, santità… Qui non c’è alcuna definizione, esse si sentono; si sentono, malgrado tutto, i confini dove esse finiscono o iniziano. E forse la cosa peggiore non è che scompaiano le loro manifestazioni esteriori, ma il fatto che si faccia di tutto per cancellare i loro confini nell’uomo. La tensione e il caos delle grandi scelte attraverso cui il mondo passa sono enormi, perché in esse, in fondo, è in gioco il voto dell’anima intera. E’ una votazione perfettamente segreta; si svolge così profondamente , che non di rado l’uomo stesso a lungo non sa su chi sia caduta in effetti la sua scelta. Cartesio affascina, Pascal è paziente come l’acqua che scava sotto la superficie il terreno roccioso. Dicono che masticare le preghiere adesso non si differenzi affatto dal masticare la gomma… Così non è e non sarà.

   Raggiungo la riva opposta del fiume, mi siedo sull’erba umida e mi accendo una sigaretta. Da qui non si vedono più le singole fiammelle delle candele, ma soltanto i contorni della figura nella nebbia luminosa. Accanto a me siedono altre persone, mangiano e bevono. Sul Pic du Jer s’inerpica lentamente un vagoncino della funivia, dalla città giunge il brusio, è più forte il rombo dei pullman che portano la folla in gita sui monti. Qui c’è di nuovo quel mondo onesto che dedica tanta attenzione alla ricerca delle grandi verità, e così poca al semplice sfuggire gli sbagli. Ma sento il suo calore e mi è caro per questo. Non è vecchio in nessuna delle sue cinque parti.

   Dopo mezzogiorno il traffico aumenta. Forse sulla riva si snoderà una processione implorando ad alta voce un miracolo, faranno uscire gli infermi dagli ospedali, dove un uomo, impotente di fronte alle sofferenze di un altro, tenta e ricerca con invidia, svolge una fredda cronaca dei fatti. Di fronte ad essi è difficile tergiversare. Penso a Zola, a questo scrittore-documento, alla sua «Lourdes» che finisce nel compromesso dei «fluidi curativi». Più di tutto l’uomo teme l’evidenza. Ciò che avviene invece davanti alla grotta è lontano dal silenzio del Vangelo, dalla calda intimità della descrizione di Cristo che entra nella casa di Simone. Ma forse anche allora la folla gridava altrettanto a gran voce: «Signore, compi il miracolo!»? Pretendeva e insisteva. Le guarigioni miracolose oggi sono più rare. Chissà se col passare degli anni non diverranno molto rare. La gloria di Lourdes si offuscherà, si trasferirà altrove, come da tanti altri luoghi è giunta qui; ma non per i motivi espressi così argutamente a France dalla sua vecchia amica. Carrel – in un breve studio relativo all’influenza della preghiera sugli ammalati – scrive che l’azione della preghiera dipende dalla sua intensità. Se adesso a Lourdes i miracoli non sono più così frequenti come quaranta o cinquanta anni fa, è perché qui adesso gli infermi non trovano quell’atmosfera di profondo raccoglimento che regnava un tempo. I pellegrini sono diventati turisti e le loro preghiere sono inefficaci. Ciò non è lontano da un’analisi chimica, non è lontano da quella teoria di fisica astronomica che forse un giorno si incrocerà con gli argomenti della Summa theologica di san Tommaso d’Aquino.

   Torno in città. Passo di nuovo tra i negozi, guardo e osservo. Mi fermo assieme agli altri davanti alle vetrine. Comprare forse alcune di quelle medagliette? Ma forse in quel negozio là sono più belle? Le compro così, semplicemente. Qualcuno al quale poi ne darò una, di sicuro l’accetterà con commozione. Non sorriderà con noncuranza al momento di prenderla in mano, perché sentirà in essa proprio la semplicità e la serenità con le quali è stata acquistata. Poi bisogna comprare qualche cartolina, farsi largo fino alla cassetta delle lettere stracolma di corrispondenza. Bisogna dare anche un’occhiata alle vetrine dei negozi di alimentari, che qui hanno più generi in scatola di tutti gli altri che s’incontrano strada facendo. La vita ferve, è semplice; in essa c’è interezza e armonia. Sui volti delle persone, nella massa delle mani affaticate che si allungano allo stesso modo verso il cibo e verso di Lei nella grotta, c’è la gioia e la concordia di una festa spontanea. Molti qui hanno preso una decisione importante e se ne rallegrano a modo loro. Spesso tentenneranno ancora, si burleranno dei comandamenti, ma la maggior parte di loro sarà attratta, al ritorno, dalla libertà di sbagliare e dalla forza del perdono. Percorreranno spesso un cerchio così grande che un suo segmento sembrerà loro la retta di un tracciato del tutto diverso; e inaspettatamente torneranno al punto di partenza, alla prima preghiera degli anni dell’infanzia, alle emozioni dei tempi della prima medaglietta.

   Verso sera ho accceso il fuoco, ai margini del bosco. La notte calava lentamente dai monti e i prati nella valle diventavano sempre più freddi. All’alba si copriranno di nebbia, stupendamente gelata e quasi friabile, come brina. Nel bosco fa ancora caldo. Gli aghi secchi e i  tronchi degli alberi si raffreddano più gradualmente. Ci si può scaldare poggiandoci contro le spalle. Il fumo rinfrescato sui prati scende rapido e si aggrappa all’erba. Lungo la strada in basso la gente cammina verso Lourdes. Guardo il fuoco e penso che don Peyramale, parroco di Lourdes al tempo di Bernadette, aveva ragione: «I credenti non hanno bisogno di alcuna spiegazione; spiegare ai non credenti è una cosa impossibile». Parole dure, ma quanto mai giuste proprio oggi, che tutto diventa una questione di fede. Di quella di don Peyramale, e di una diversa.

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Alcune fotografie di Andrzej Bobkowski

Andrzej Bobkowski con la moglie Barbara

Andrzej Bobkowski con la moglie Barbara

 

pobrane (16)student na rowerze

Manifesto della mostra di Cracovia

Manifesto della mostra di Cracovia

Andrzej Bobkowski con la moglie Barbara
Andrzej Bobkowski con la moglie Barbara

 

 

Racconti polacchi

17 Feb

Tre racconti brevi polacchi 

(tratti dalla mia antologia di racconti polacchi „Viaggio sulla cima della notte”, Editori Riuniti, Roma 1988)

 

Kazimierz Brandys (1916-2000)

La controfigura

   La controfigura è una persona il cui mestiere è soprattutto quello di cadere. La controfigura cade da un balcone o da cavallo, ci sono controfigure specializzate nel lanciarsi in un fiume da un ponte, a bordo di una moto; ho sentito anche di una controfigura ben pagata che sapeva cadere da grandi, vecchi alberi.

   La controfigura si paga non soltanto perché decide di cadere, ma anzitutto perché poi continua a vivere. Oggi che la disparità delle retribuzioni non è stata ancora eliminata, si troverebbero molti candidati alle cadute dietro adeguato compenso, a prescindere dai risultati conseguibili. Tuttavia non sarebbero delle controfigure. La vera controfigura cade senza rischiare e nella posizione prevista: a braccia distese o con la faccia a terra, a seconda delle esigenze. Poi si rialza, si scuote la polvere di dosso e si mette a tavola. Per questo viene pagata.

   Le cadute dipendono dalla vita. Si cade da cavallo perché c’è una battaglia e una freccia ha trafitto un cavaliere; allora la controfigura scivola lentamente dalla sella e il cavallo la trascina sul terreno. Si rotola giù per la scarpata della ferrovia durante una fuga sui tetti di un treno in corsa, oppure da un pendio roccioso direttamente in bocca al lupo. Sono situazioni apprezzate dagli spettatori: quando la controfigura esegue sullo schermo il suo salto, la platea urla sempre. Oggi questo è molto importante. La platea urla incantata. Un buon jazz: la platea urla; un bel tocco di ragazza: la platea urla; un bel tiro: la platea urla. La platea urla anche per un buon colpo nella pancia.

  Per rendere possibile quest’urlo, a volte occorre lavorare molti mesi. La finzione si prepara con grande impiego di energie; sono necessari apparecchiature, cavi e riflettori, elettrotecnici e costumisti, persone che imitano il verso degli animali e macchinari per produrre la neve. Sono necessarie anche le controfigure. Tutto ciò non fa l’effetto del risultato finale. Per l’urlo dei contemporanei lavorano persone stanche, affannandosi tra gli attrezzi e le luci. Ma forse dentro di loro si cela un bisogno impellente di provocare quell’urlo, di estrarlo dalla sostanza grigia della vita. Non ho mai visto un assassino che uccide la vittima, ma so che ciò succede, che ciò è una realtà e che il mondo tollera questo stato di cose con un genere di consenso umilmente canzonatorio. Alla vista del sangue che sgorga o di un corpo preso a calci anch’io lancio un grido verso lo schermo. Amiamo gli scandali. Un colpo mortale, un nudo o il chiasso assordante di una batteria sono estremamente scandalosi perché rivelano la natura scandalosa della vita.

   Alcuni cineasti greci giravano un film sui contrabbandieri, in cui la scena culminante doveva essere un inseguimento a cavallo e la morte del capo (che cade, appunto, da cavallo). La parte del capo era interpretata da un noto attore che si intendeva di equitazione quanto bastava per reggersi in sella, ma non tanto da saper cadere da essa. Una caduta davvero emozionante richiede capacità che non tutti hanno. Saltare bene gli ostacoli è alla portata di ogni cavaliere mediocre, ruzzolare in modo perfetto sanno farlo soltanto pochi. Si misero alla ricerca di una controfigura.

   Si presentarono cinque giovani. Quattro, dopo le prove, furono ricoverati in ospedale, il quinto fu risparmiato. Oltre alle varie ammaccature e lesioni riportate, era una pena constatare che i malcapitati cadevano pure male. Cadevano veramente, cioè senza effetto e senza stile; mentre il pubblico esige l’arte del cadere, cioè una caduta che sia al tempo stesso fortuita e necessaria, e inoltre consapevolmente scelta da colui che cade. Soltanto allora il pubblico lancia un grido di gioia. La situazione ideale richiederebbe una certa consapevolezza anche da parte del cavallo. Ad esempio, ci sono cavalli che nell’attimo in cui il cavaliere cade sanno nitrire in modo impressionante. Lo spettatore allora può stare tranquillo che è successo tutto ciò che doveva succedere, e tutti hanno avuto la giusta consapevolezza. Vorrei osservare, infatti, che la consapevolezza è il massimo della pena richiesto dal pubblico. Non gli basta mai il solo dramma, desidera che i personaggi del dramma abbiano piena coscienza di esso. Nelle narrazioni ingenue e didascaliche lo scopo è raggiunto non quando il cattivo muore, ma quando ha capito di essere cattivo. Il pubblico esce soddisfatto: non si può soccombere meglio.

   Il regista interruppe le riprese, fu deciso di cercare una controfigura all’estero. Due settimane dopo arrivò un uomo tarchiato e taciturno di cerca sessant’anni, un vecchio cosacco del Don, di una famiglia di emigrati bianchi. I cineasti pensarono a un malinteso.

   La controfigura rivolse al regista alcune domande sulle circostanze in cui doveva svolgersi la caduta: in quale punto battere la testa in terra, fin dove lasciarsi trascinare con un piede nella staffa e come distendere le braccia. Le domande sonavano alquanto insolite, – alle controfigure non era mai richiesta una tale precisione, – mentre in questo caso l’augurio generale era soprattutto che il vecchietto non ci rimettesse l’osso del collo.

   Il regista suggerì di provare, ma la controfigura dichiarò che non ce n’era bisogno; pregò di accendere le luci, montò in sella e cominciò a cantare qualcosa al cavallo. Si lanciarono al galoppo.

   Non fu necessario ripetere la scena, perché la caduta si svolse precisamente come richiesto: il vecchietto batté la testa nel punto stabilito. Con lo stivale destro lasciò un solco nel terreno, e con la mano sinistra sfiorò i cespugli esattamente entro l’inquadratura della macchina da presa. Quando la polvere si fu posata, lo videro che conduceva il cavallo al box. Il giorno dopo tornò in aereo a Parigi.

   Era un’eccellente controfigura, con una storia interessante. Non ho in mente la biografia, ma proprio la «storia», il turbamento interiore e il suo risultato finale. Le biografie attestano le possibilità della vita, mentre le possibilità di un uomo sono attestate dalle conclusioni che egli ha tratto dalla sua biografia. Non mi fido dei curriculum troppo fantasiosi, ho il sospetto che un gran numero di fatti attenui l’efficacia del commento. Un vero curriculum è la storia del rapporto di un uomo con se stesso, non del rapporto dei fatti con l’uomo. I fatti sono inevitabili come materiale necessario a creare quel rapporto, ma non sono a sé stanti. Nella massa di eventi che hanno coinvolto la nostra generazione vedo una delle cause dell’ostruzione spirituale di cui in fin dei conti soffriamo tutti, nessuno escluso. Troppo è successo, troppo succede, l’azione trabocca sui margini  destinati alle postille.

   Prendeva 500 dollari a caduta. Ma questo dice poco. Ciò che meglio testimonia chi fosse quell’uomo è il non aver mai eseguito più di due cadute al mese. Raggiunto questo obiettivo, egli respingeva ogni proposta ed è rimasto celebre il suo rifiuto di gettarsi dalla quadriga lanciata a tutta velocità in Ben Hur per un compenso triplo; eppure era già la fine del mese.

   A tale proposito, vorrei attirare l’attenzione del lettore su un certo particolare. Dopo aver ascoltato il breve racconto su questa controfigura, tra dieci possibili ascoltatori probabilmente otto o nove vorrebbero vedere una sua acrobatica prestazione, e forse uno o due avrebbero voglia di conversare un po’ con lui. Già, la maggior parte dei contemporanei si interessa più alle qualifiche specialistiche e professionali di un uomo, che non alle sue qualità psichiche. Importa loro non come è, ma ciò che fa. Alla base di questo rapporto c’è forse la convinzione, nel subconscio, che le persone si differenzino poco tra loro, e che la loro psicologia e moralità individuale siano scarsamente identificabili nella psicologia e moralità media della società, e che ciò che davvero le differenzia siano le funzioni svolte, ovvero i gradini della gerarchia professionale.

   Ma nel caso di questa controfigura a me interessa assai più la sua capacità di autocontrollo, che la perfezione tecnica della caduta. Dirò di più: a me interessa poco in qual modo egli sia arrivato alla sua incredibile destrezza, mentre sarebbe appassionante poter rispondere alla domanda: come e a quale prezzo ha raggiunto la sua saggezza filosofica, che nel secolo della corsa al successo gli consentiva di rifiutare tutto ciò che non fosse realmente indispensabile? Questo semplicissimo modo di difendere la propria libertà è – purtroppo, come la maggior parte delle cose semplici – incredibilmente difficile a mettere in pratica.

  Suppongo che questa controfigura fosse un rappresentante di quella categoria di eletti che vengono al mondo con la sensazione di non doversi aspettare molto dalla vita. Sono mosche bianche nel campo della psicologia. Non appartengono né alla specie dei «debitori» (come ad esempio gli eroi della grande letteratura russa), né a quella dei «creditori», ovvero delle persone convinte che il mondo debba loro qualcosa. Ebbene no. Questa terza specie nasce in parità con il mondo, e non solo non esige niente, ma nemmeno si aspetta molto da esso.

   Non solo sapeva cadere da cavallo, ma riusciva anche a precipitare in un fiume dal ponte, a bordo di una moto. Per fare questo prendeva lo stesso compenso, ma esigeva un’ulteriore garanzia: dopo la caduta una barca a motore doveva soccorrerlo subito. Infatti, appena toccava l’acqua, egli andava immediatamente a fondo. Insomma: non sapeva nuotare.

 

Stanisław Dygat (1914-1978)

L’onomastico

   Il signor Kazimierz Druciany, persona importante e stimata, era di natura molto progressista. Detestava e disprezzava tutto ciò che è arretrato, superato, superstizioso.

   Qualunque cosa si possa pensare o dire in proposito, è certo che questo suo bernoccolo era assolutamente disinteressato e non era legato a nessun calcolo di opportunità esistenziale. Era un progressista e detestava l’arretratezza, questo è tutto.

   Si sforzava anche, come poteva, di combattere ogni manifestazione di regresso e di oscurantismo; a viso aperto e senza transigere si dichiarava contro gli anacronismi di qualunque tipo. Nell’ultimo anno si era convinto che l’onomastico è appunto un esempio particolarmente idiota di anacronismo, una specie di insulso e meschino culto della personalità e, quel che è peggio, legato alle superstizioni del misticismo cristiano.

   Aveva smesso di fare gli auguri agli amici e ai conoscenti nel giorno del loro santo; non accettava gli inviti, si rifiutò perfino, con grande coraggio, di mettere la sua firma sul biglietto di auguri per l’onomastico del suo direttore.

   Il 4 marzo, giorno dell’onomastico del signor Druciany, era una domenica e, come al solito, egli fece una passeggiatina, bevve il caffè al Club Internazionale e dette un’occhiata alla stampa, quindi mangiò un normalissimo pranzo al ristorante. Con un sorriso di commiserazione si disse anche: «E pensare che abitualmente in questo giorno c’erano certi pranzetti solenni, fiori, regalini, baci sulle guance e analoghe scemenze che avviliscono la dignità dell’uomo». Assai soddisfatto di sé tornò a casa con l’intenzione di passare il pomeriggio a leggere un libro. Pensò tuttavia che forse qualcuno, senza telefonare, sarebbe potuto passare a fargli gli auguri. In fin dei conti non c’era motivo di chiudere la porta in faccia a persone cortesi. Dirà: «Io per principio non riconosco alcun onomastico e vi prego molto di non farmi gli auguri. Ma un ospite lo accolgo sempre con piacere». E se capita un ospite non si può non offrirgli qualcosa. Era dell’avviso che le sue regole di vita dovessero essere seguite rigidamente e drasticamente, senza tuttavia comportarsi da villani verso il proprio ambiente. Decise quindi di passare al supermercato e comprare per ogni evenienza un quarto di vodka e qualcosa per uno spuntino. Entrando però si rese conto che, grosso modo, sarebbero dovute venire  circa sei, sette persone, e pensò fosse meglio prenderne mezzo litro.

   Tornato a casa, travasò la vodka in una caraffa e cominciò a preparare le tartine. Mise sul tavolo una bella tovaglia e vi sistemò ogni cosa, quindi si sdraiò sul letto e cominciò a leggere. Un’ora dopo si meravigliò alquanto che nessuno gli avesse ancora telefonato. Allora pensò che molto probabilmente il telefono era guasto, ma il telefono non era guasto. Era sceso il crepuscolo. Alla radio l’orchestra Costelanetz suonava Meditation dall’opera Thaïs di Massenet. Posò il libro e si mise a riflettere. Qualcuno stava salendo le scale, ma non si fermò al suo piano, andò oltre. Il signor Kazimierz senza sapere perché si sentiva triste e malinconico. Guardò per un po’ il telefono e concluse che non suonava per qualche particolare e maligno puntiglio. Alzò il ricevitore e fece un numero.

   «Mietek, sei tu? Non faresti un salto da me? Ci facciamo un bicchierino… Sono un po’ giù e non troppo… Ah, vai a giocare a bridge? Beh, sarà per un’altra volta…»

   «Non si è ricordato nemmeno» – pensò il signor Kazimierz e sorrise amaramente.

   Si mise a camminare per la stanza, si fermò vicino al tavolo, si versò una vodka e svuotò il bicchiere. Si sentì rianimato, ma anche più avvilito. D’un tratto si ricordò dei suoi onomastici quando era bambino. Era pieno di ragazzine e ragazzini, cacao con la panna, giocattoli, lui, il più importante, al primo posto. Di continuo arrivavano zii e zie coi regali, e su tutti emergeva lo zio Stefan Otwinowski, rispettabile e spiritoso (famoso per le sue facezie).

   Mandò giù un altro bicchierino, poi un terzo, un quarto, un quinto…

   Alle dieci di sera gli abitanti del quartiere Mokotów videro con meraviglia il signor Kazimierz Druciany, da tutti così stimato, che se ne andava barcollando per la strada. Offendeva anche i passanti chiamandoli ragazzacci e ladroni, e minacciava di picchiare chiunque avesse osato oltraggiare il suo patrono, san Kazimierz. La guardia che gli aveva chiesto i documenti sorrise con indulgenza:

   – Ah – disse – Kazimierz. Sì, sì. Capisco l’onomastico, ma lei ne ha un po’ abusato. Anch’io del resto mi chiamo Kazimierz…

   – Ah – gridò il signor Kazimierz e piangendo si gettò tra le braccia della guardia – tanti auguri. Ah, forse lei, come fratello nel patrono comune rispetterà in me l’uomo e l’individuo e mi farà gli auguri? L’infanzia non c’è più e nemmeno lo zio Stefan.

   – Tanti auguri – disse la guardia. Lo accompagnò a casa e lo mise a letto.

 

 

 Kazimierz Orłoś (1935 – …….)

 

Il maestro di musica

 

   A quel tempo vivevo in una misera abitazione. Le finestre della mia stanzetta in un palazzo alla periferia davano su un cortile a forma di pozzo. Ogni voce dal basso, dalle finestre socchiuse – un grido o il pianto di un bambino, lo schiamazzo di donne litigiose, una radio accesa, perfino una conversazione a bassa voce – si sentiva chiaramente, come se mi trovassi alle spalle delle persone nei loro appartamenti e ascoltassi senza sosta. Il tintinnio delle bottiglie del latte, trasportate su un carrettino di lamiera da uno sciancato, mi svegliava alle cinque di mattina. Il canto del carbonaio ubriaco, che occupava l’appartamento al pianterreno, mi strappava al sonno a mezzanotte. Le risatine del figlio deficiente del portiere – un ragazzo grasso che se ne stava tutto il giorno in cortile – le sentivo a mezzogiorno e la sera. Ero tormentato da tutti quei rumori. Ero al limite della sopportazione.

   Il vecchio abitava accanto. Adesso lo so, ma allora, quando già studente avevo preso in affitto quel buco di stanza con le finestre che davano sul cortile, non gli avevo prestato attenzione. Soltanto quella soffocante domenica, mentre sgobbavo su un grosso manuale di fisica, rompendomi il cervello con la teoria dei quanti, e quello cominciò a suonare dietro la parete (mi sembrava di essere in una sala vuota in cui qualcuno tagliasse un vetro col diamante), pensai che molto probabilmente doveva essere quell’uomo incurvato che a volte incontravo sulle scale, quando, ansimante, si fermava per un attimo al mezzanino.

   Da dietro la parete sentivo chiaramente il concerto per violino. Dovevo ascoltare ininterrottamente e fino all’ultima nota tutti i fraseggi della Leggenda di Wieniawski, o era forse L’addio alla patria di Ogiński? Suonava motivi sentimentali, noiosi da ascoltare come un lungo discorso o una poesia imparata a memoria. I miei quanti erano già andati a farsi benedire, per giunta dietro la finestra i bambini facevano chiasso, le donne schiamazzavano nelle cucine, il carbonaio ubriaco cantava una canzone da ubriaconi.

   Non resistetti e battei più volte il pugno sulla parete. Ma servì a ben poco. Era forse un po’ sordo? Il tenue suono fluiva incessantemente da dietro la parete, come una voce lamentevole, come il canto del muezzin che invita alla preghiera.

   Aspettai mezz’ora, poi uscii sul pianerottolo e bussai alla porta del vicino. Ricordo che il pianto dello strumento cessò di colpo, come troncato. Sentii lo strascichio delle pantofole, poi quel vecchio chiese sottovoce: – Chi è?

   – Il suo vicino – risposi seccamente.

   La porta fermata con la catena si aprì di uno spiraglio. Fiutai un odore di umido, di appartamento non arieggiato, di muffa mista a un odore di naftalina. Il vecchio, la cui faccia pallida e non rasata scorsi nello spiraglio, mi fissava incuriosito con gli occhi piantati a un palmo dal mio naso. Le sue dita sottili stringevano il battente della porta socchiusa. Notai delle macchie brune sulla pella chiara.

   – Signore – dissi bruscamente – la smetta di grattare! Mi scoppia la testa!

   Mi guardò per un istante, e poi disse con un filo di voce:

   – Sì, certo. Mi scusi. – E chiuse la porta.

   E non suonò più, né in quella soffocante domenica, né in nessun’altra. Molto probabilmente mi sarei dimenticato di lui, se un giorno d’autunno non avessi deciso di fare una passeggiata fuori città. Dalla strada asfaltata girai verso i campi e presi un sentiero che portava a un bosco lontano. Là lo vidi. Dapprima mi sembrò un altro (un’apparizione, un uomo non di questo mondo). Ma era lui di sicuro: la stessa figura incurvata, la faccia pallida e non rasata, gli occhi scuri. Stava seduto su una seggiolina pieghevole di fronte a un improvvisato leggio di rametti, sul quale aveva posato il foglio di musica. Suonava al violino quella stessa Leggenda di Wieniawski, o era forse L’addio alla patria? Mi fermai a cento passi da lui, poi andai più vicino. Ascoltavo come suonava e come la voce lamentevole del violino si levava sul campo deserto. Guardavo il margine del bosco, l’azzurro del cielo, gli uccelli neri (di sicuro una stormo di cornacchie) che volteggiavano sulle stoppie. Quell’uomo suonava piegato sul leggio di rametti, con accanimento, assente, come se vedesse il mondo intero nei punti neri delle note. Il violino piangeva sconsolato. Non c’era nessuno.

   Restai lì per un po’, quindi lentamente, senza voltarmi, ripresi a camminare in direzione della strada asfaltata e della nostra casa, nella quale lo schiamazzo delle donne, le grida dei bambini e il canto del carbonaio ubriaco era tutto ciò che potevo sempre sentire.

 

(Versione di Paolo Statuti) 

(C) by Paolo Statuti