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Denise Levertov

11 Feb

Denise Levertov

 

Nacque il 14 ottobre 1923 in Inghilterra, a Illford (Essex). Il padre era un ebreo bielorusso convertito al cristianesimo e diventato pastore anglicano. La madre era un’insegnante gallese che amava recitare ad alta voce ai famigliari brani di Joseph Conrad, Charles Dickens e Lev Tolstoj. Non frequentò mai la scuola e si formò in casa. Fin dai primi anni dimostrò entusiasmo per la scrittura, studiò balletto, arte, pianoforte e Francese, oltre alle materie fondamentali. “Prima di avere cinque anni, ero già un’artista e avevo un destino” – ricordò in seguito. A cinque anni infatti dichiarò che sarebbe diventata scrittrice. A dodici anni mandò alcune sue poesie a T.S. Eliot, che le rispose con una lunga lettera di incoraggiamento.

Il suo debutto poetico ebbe luogo nel 1940 sulla rivista “Poetry”, mentre la sua prima raccolta La doppia immagine uscì nel 1946. In una sua nota, scritta per una antologia, la Levertov si descriveva come “ex volontaria per lavorare la terra nel periodo bellico, domestica a ore, bambinaia, che ha sposato recentemente un militare americano e spera di trasferirsi negli Stati Uniti.” Il militare era Mitchell Goodman, un ex ufficiale artigliere e aspirante scrittore, che sposò nel 1947 e dal quale divorziò nel 1975. La poetessa confessò ai genitori che non era “romanticamente innamorata” di lui, ma che egli almeno non sembrava una persona ordinaria e trascurata, e aveva un carattere realmente buono.

Nel 1948 lasciò col marito l’Inghilterra per stabilirsi negli USA, dove insegnò letteratura in varie università e fu naturalizzata cittadina americana nel 1956. I suoi inizi come poetessa americana furono accolti favorevolmente dalla critica. Le sue prime due raccolte pubblicate negli USA hanno ancora forma e linguaggio tradizionali, ma in seguito fu sempre più affascinata dall’idioma americano e subì l’influenza dei poeti della Montagna Nera, specialmente il mistico Charles Olson e William Carlos William. Il suo primo libro americano di poesie Qui e adesso mostra gli inizi di questa trasformazione. Negli anni ’60 e ’70 divenne più attiva politicamente nella vita e nel lavoro. Si fece conoscere come poetessa femminista e rivoluzionaria, come voce poetica della rivolta sociale contro l’ingiustizia, la guerra nucleare e più tardi contro la guerra del Vietnam. In risposta a quest’ultima, aderì alla “War Resisters League”, e nel 1968 firmò la “Writers and Editors War Tax Protest”, promettendo di non pagare le tasse per protesta contro la guerra. Parla come donna, e il suo impegno politico, le sue vicissitudini amorose, la solitudine in una grande città, la compagnia delle persone care, costituiscono il tessuto delle sue poesie. Lentamente la natura attira sempre più la sua lirica.

Verso la fine della vita ha pubblicato due raccolte di poesie scelte, una intitolata La vita intorno a noi (1997) ha per oggetto l’attenzione che dovremmo rivolgere agli alberi, a un campo di grano, agli animali, agli uccelli, ovvero a tutta la natura, che l’uomo ha sconsideratamente sfruttato, tanto da anticiparne la distruzione. Per Denise Levertov la contemplazione dei paesaggi, degli alberi, delle acque, del canto degli uccelli, delle stagioni, ha un’enorme importanza come liberazione dagli affanni umani, come apertura a una diversa dimensione, al “colore dell’eternità”. La poetessa rivoluzionaria, diventando poetessa “ecologica”, ha raggiunto le più personali percezioni di forma e colore, e riflessioni sull’esistenza. In molti suoi versi una montagna vista da lontano, in diverse ore del giorno e in differenti formazioni di nebbie e di nuvole, diventa la metafora di una Presenza che sfugge alle denominazioni della nostra lingua. L’altra raccolta, pubblicata anch’essa nel 1997, ha come titolo La corrente e lo zaffiro, e come sottotitolo Poesie scelte su temi religiosi. In essa Denise Levertov ha riunito 38 poesie tratte da sette precedenti raccolte, con l’intento di “tracciare il mio cammino – come lei stessa scrisse nella prefazione – dall’agnosticismo alla fede cristiana, un cammino che include molti dubbi e domande, ma anche molte affermazioni.” Ricordiamo che la poetessa si era convertita al Cristianesimo nel 1984, e alla fede cattolica nel 1989.

Il poeta polacco premio Nobel Czesław Miłosz fu legato da profonda amicizia con Denise Levertov e tradusse molti suoi versi. Ecco cosa scrive della sua poesia: “Forse per questo amo tradurre le sue poesie, perché in esse c’è tanto  g u a r d a r e . Il più delle volte sono brevi annotazioni di un particolare della natura, di un paesaggio, e ogni volta si sente che le cose di questa Terra sono per lei in certo qual modo simboliche. Come se tendessero a diventare un segno.

Scrisse e pubblicò più di venti libri di poesie, nonché raccolte di saggi e di traduzioni. Morì il 20 dicembre 1997 a 74 anni e fu sepolta nel Lake View Cemetery a Seattle.

Poesie di Denise Levertov tradotte da Paolo Statuti

 

 

I muti

 

I gemiti degli uomini

quando incrociano una donna sulla strada

o sulle scale della metro

 

per dirle che è una femmina

e che il loro corpo lo sa,

 

sono una specie di motivo,

una canzone alquanto brutta, cantata

da un uccello con la lingua tagliata

 

ma intesa come musica?

 

O sono il muggito soffocato

di sordomuti intrappolati in un edificio che

si riempie lentamente di fumo?

 

Forse entrambi.

 

Sembra che questi gemiti

siano tutto ciò che possono fare,

ma una donna, suo malgrado,

 

sa che è una forma di omaggio:

se fosse priva di grazia

la incrocerebbero in silenzio:

 

perciò non è solo per dire,

che lei è un caldo buco. E’ una parola

 

in una lingua-rammarico, niente a che vedere

con la primitiva lingua delle caverne;

una lingua angustiata, malata, depressa

 

in disfacimento. Lei vorrebbe

respingere questo omaggio

disgustoso, e non può,

 

esso gira e ronza nel suo orecchio,

cambia il ritmo dei suoi passi,

i manifesti strappati nei corridoi rombanti

 

lo ripetono,

vibra e ringhia come un treno in arrivo.

A un tratto il suo polso

 

accelera,

ma i vagoni rallentano e stridono

alla fermata mentre il suo comprendonio

 

traduce quel suono nelle parole:

“Vita dopo vita dopo vita passa

 

senza poesia,

senza decoro,

senza amore.”

 

Una  sera di febbraio a New York

 

Quando i negozi chiudono, una luce invernale

apre l’aria al blu violaceo,

luccicano di brina attraverso il fumo

i grani di mica, il sale del marciapiede.

Quando gli uffici chiudono, liberati autonomi

i piedi modellano le strade

in fretta e furia; i palloncini delle teste

scorrono e s’immergono su di essi; i corpi

non sono realmente là.

Quando le luci si accendono e il cielo si oscura,

una donna con i tacchi storti dice ad un’altra

mentre vanno insieme di buon passo:

“Sai che ti dico, io più di tutto

     amo la vita. Io amo la vita! Anche se un giorno

     sarò vecchia e avrò l’affanno o zoppicherò! Sai?

    Se mi trascinerò…- anche allora…” Il resto si perde.

I molteplici confusi toni

del cambio delle marce, una danza

in tutte le direzioni, un fiume a quattro rami.

La prospettiva del cielo

incuneata tra i viali, lasciata allo sbocco delle strade,

il cielo ad ovest, il cielo ad est: più vita stasera!

Un po’ di tempo libero nei sobborghi dell’inverno.

 

Cosa si ottiene vivendo vicino a un lago

 

Che è largo

e calmo e delicatamente

animato, largo e

piano, rispecchiante l’intangibile

distesa del cielo

sulla sua fresca, fredda, serena

superficie che noi possiamo

toccare, penetrare, gustare.

Che è largo e ininterrotto salvo che

qui una vela, là

una costellazione di uccelli acquatici –

un prato di acqua

diresti,

una radura in un bosco

di forme e voci ingarbugliate,

di ansiose intenzioni, di urgenti

ricordi: un profondo, puro

respiro per colmare

l’anima, un gesto

interiore, le braccia

allargate per echeggiare

quella muta

generosa estensione

che chiamiamo lago.

 

Un cigno sotto la neve    

 

Sul ghiaccio che si oscurava, sottile, spaccato

sembrava esserci una palla di neve a forma di cuore,

Fortemente gelata, il suo bianco

identico al bianco non calpestato

sulla riva del lago. Da vicino, la sua triste faccia –

la maschera e il becco – diventavano più chiari, il lungo

cilindro del collo, e i piedi piatti, bilanciati,

stanchi, immobili. Una traccia di acqua nera dietro,

un gesto di abbandono. Soffici nell’aria calma, i fiocchi

cadevano di continuo. Silenzio

profondo, profondo. Il breve giorno

si è fermato, interminabile.

 

Il segreto

 

Due ragazze scoprono

il segreto della vita

nella inattesa riga

di una poesia.

 

Io che non conosco

il segreto ho scritto

la riga. Loro

mi hanno detto

 

(tramite terzi)

che l’hanno trovato,

ma senza dire qual era

e nemmeno

 

in quale riga si trovava. Di sicuro

adesso, passata una settimana,

hanno dimenticato

 

il segreto,

 

la riga e il titolo

della poesia. Le amo

per aver trovato ciò

che io non posso trovare,

 

e perché mi amano

per la riga che ho scritto,

e per averla dimenticata,

cosicché

 

un migliaio di volte, finché la morte

non le visiterà, possono

scoprirlo di nuovo, in altre

righe,

 

in altri

fatti. E perché

vogliono conoscerlo,

perché

 

credono che esista

una tale segreto, sì,

per questo le amo

più di tutto.

 

Vivendo

 

Il fuoco nella foglia e l’erba

così verde sembra

che ogni estate sia l’ultima estate.

 

Il vento soffia, le foglie

tremando al sole,

ogni giorno l’ultimo giorno.

 

Una salamandra rossa

così fredda e così

facile da prendere, come in sogno

 

muove i suoi piedi delicati

e la lunga coda. Tengo

la mia mano aperta perché vada via.

 

Ogni minuto l’ultimo minuto.

 

Una donna incontra un vecchio amante

 

Lui col quale correvo, mano nella mano,

tirando calci alla foglie coriacee lungo l’Oak Hill Path

trenta anni fa,

 

mi è apparso davanti con la faccia turbata, pallido,

quasi irriconoscibile, esitante,

zoppicante.

 

Lui che non ricordo di averlo sentito ridere sonoramente,

ma vedo che sorride nell’occhio della mente, contento di sé,

piangeva sulla mia spalla.

 

Lui che sembrava sempre

prendere e mai dare, che così a lungo

non potevo dimenticare,

 

ricordava tutto ciò che io da tempo ho dimenticato.

 

Lo scrittore e il lettore

 

Quando una poesia mi giunge

quasi pronta come facendosi strada

verso la luce attraverso il braccio, la mano e la penna,

su un foglio; o quando

abbozzo dopo abbozzo, lentamente

cresce, mutandosi in se stessa,

ed esige di completare  ciò che manca,

di togliere ciò che è inutile –

finché in grado di respirare da sola

può lasciarmi –

 

allora provo timore

per essere stata scelta di nuovo per questo compito,

e anche gioia e lo strano e noto

segno del destino.

 

Ma quando leggo o ascolto

una poesia perfetta, creata

da qualcun altro, qualcuno forse di cui

non ho mai sentito parlare prima – una poesia

che mi arreca irresistibili visioni, la musica

che non mi aspettavo di sentire,

un brivido, la sensazione

di una nuova ansia e speranza, una poesia

vibrante di propria

forza vitale –

 

allora dimentico

l’isolato timore, la limitata gioia,

provando ciò che provano i cantori in un coro,

partecipando con umiltà e fervore

all’armonia che loro stessi creano,

nelle onde e nel fruscio dell’oceano di musica,

e tacciono, per ascoltare, quando la melodia

rotea su di loro in un placido silenzio.

 

Per esempio

 

Spesso non è niente di speciale: può essere

un treno che sferraglia né veloce né lento

da Melbourne a Sydney, e la luce che cala.

Abbiamo attraversato un largo fiume ricordato

da un racconto sulla fanciullezza e un amore fatale,

scritto in una prosa come vodka, limpida e bruciante –

cala la luce e allora

accanto ai binari

una macchia di eucalipti, un irrilevante

frammento di bosco, guarda dalla tua parte,

non te, attraverso te, attraverso il treno,

al di là di esso – fissa coi rami e coi cenci di corteccia,

qualcosa al di là del tuo passaggio. Non è,

questo brandello di veduta più bello

di un milione di altri, né meno bello di tanti altri;

qui tu non hai nessun passato, nessun ricordo,

e non metterai mai piede tra queste indistinte

provvisorie presenze. Forse lascerai questo continente

e non tornerai mai più; ma esso rimarrà con te:

anni dopo, ogni volta

che la sua confusa immagine guizzerà nella tua testa,

ti strapperà il vecchio grido:

O Terra, amata Terra!

– come molte altre pallide

costellazioni di paesaggi fanno, o un frammento

di pietra muscosa, o una vecchia tettoia

dove una volta ti sei riparata da una pioggia scrosciante

nell’Essex, appoggiata a una ruota o alle stanghe

di un carro polveroso, e ti sei mossa quando hai sentito

un merlo cantare di nuovo, benché la pioggia

non fosse del tutto cessata; e, come pensasti che ci fosse,

nella buia parte dove minacciose nubi

erano ancora ammassate, c’era un’esile traccia

di arcobaleno; e di fronte l’attesa luce

del mezzogiorno dell’Inghilterra dell’Est, e le foglie

goccianti e lucenti. Le pozzanghere, le erbacce

lungo il cammino nettate dalla loro polvere. O terra,

di nuovo in me quel grido –

Erde, du liebe…

 

La serva di Emmaus (Un dipinto di Diego Velázquez)

 

Lei ascolta, ascolta, trattenendo il respiro.

Quella voce di sicuro

è la sua – l’unico

che l’ha guardata, una volta,

confusa tra la folla, come nessuno mai

l’ha guardata?

L’ha vista?

Le ha parlato?

Di sicuro le sue mani

hanno preso il piatto col pane dalle sue proprio ora?

Le mani che posava sui moribondi e li guariva?

Di sicuro quel volto – ?

L’uomo crocifisso per sedizione e bestemmie.

L’uomo il cui corpo è scomparso dal sepolcro.

L’uomo che alcune donne hanno visto

questa mattina vivo?

 

Coloro che hanno portato questo straniero a casa

alla loro tavola

non riconoscono ancora con chi essi siedono.

Ma lei nella cucina,

prendendo distrattamente la brocca del vino

da portare,

una giovane serva Nera, che ascolta avidamente,

si gira e vede

una luce intorno a lui

ed è certa.

 

Contrabbando

 

L’albero della conoscenza era l’albero della ragione.

Ecco perché il suo gusto

ci ha cacciati dall’Eden. Quel frutto

c’era per essere seccato e ridotto in polvere

e usato un pizzico ogni tanto, come condimento.

Dio forse aveva in mente di parlarci in seguito

di questo nuovo piacere.

Noi ci siamo riempiti la bocca di esso,

ci siamo rimpinzati di ma di se di come e di nuovo

di ma, senza conoscere meglio.

E’ tossico in grandi quantità; le esalazioni

turbinavano nelle nostre teste e intorno a noi

formando una densa nuvola induritasi come acciaio,

un muro tra noi e Dio. Lui Che era il Paradiso.

Non che Dio sia irragionevole – ma la ragione

in tali dosi è diventata una tirannia

e ci ha rinchiusi entro i suoi limiti, una cella lucida

che riflette i nostri volti. Dio vive

nell’altra parte di questo specchio,

ma attraverso una fessura, là dove la barriera

non tocca perfettamente il suolo, riesce ancora

 

a penetrare – come luce filtrata,

scaglie di fuoco, una melodia udita

e poi perduta, e udita di nuovo.

 

 

 

(C) Paolo Statuti

 

 

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Sara Teasdale (1884-1933)

6 Set

 

 

Sara Teasdale

 

 

Traducendo questa poesia ho visto l’anima di Sara…

 

Sara Teasdale

I have loved hours at sea

I have loved hours at sea, gray cities,

The fragile secret of a flower,

Music, the making of a poem

That gave me heaven for an hour;

 

First stars above a snowy hill,

Voices of people kindly and wise,

And the great look of love, long hidden,

Found at last in meeting eyes.

 

I have loved much and been loved deeply –

Oh when my spirit’s fire burns low,

Leave me the darkness and the stillness,

I shall be tired and glad to go.

 

Io ho amato le ore al mare

 Io ho amato le ore al mare, le città grigie,

Il fragile segreto di un fiore,

La musica, le poesie scritte

Che mi hanno dato il cielo per poche ore;

 

Le prime stelle sopra una collina imbiancata,

Le voci sagge e gentili che ho ascoltato,

E il grande sguardo dell’amore, a lungo nascosto,

E nell’incontro degli occhi infine trovato.

 

Profondo è l’amore che ho dato e avuto –

Oh, quando il fuoco del mio spirito andrà a scemare,

Lasciami l’oscurità e la quiete,

Io sarò stanca e felice di andare.

 

(Versione di Paolo Statuti)

Henry Wadsworth Longfellow (1807-1882)

23 Lug

Henry Wadsworth Longfellow

 

   210 anni fa nasceva a Portland il poeta Henry Wadsworth Lonfellow, rappresentante del romanticismo, considerato accanto a Walt Whitman il principale poeta americano.

 

5 poesie di Henry Wadsworth Longfellow tradotte da Paolo Statuti

 

Uccelli migratori

Nere ombre scendono

Dagli alti abeti,

Che contro il cielo alzano

Compatte pareti;

 

E dalle corone

Degli olmi ombrosi

Come marea il buio sommerge

I campi intorno a noi spaziosi.

 

E’ una notte d’incanto,

E dappertutto

Empie l’aria un caldo lieve vapore,

E sembrano vicini i suoni distanti,

 

E in alto, nella luce

Della notte stellata,

Volano rapidi gli uccelli migratori

Nell’atmosfera aspersa di rugiada.

 

Io sento il battito

Delle loro penne passare,

Dalla terra del nevischio e della neve

Un caldo prato essi vanno a cercare.

 

E sento il grido

Delle loro voci in alto

Che scende come in sogno dal cielo,

Ma le loro forme non vedo.

 

No! E’ un’illusione!

Quei suoni che fluiscono

In mormorii di gioia e di afflizione

Non vengono dalle ali degli uccelli.

 

Essi sono le schiere

Di canti dei poeti,

Mormorii di pena, peccato e piacere,

Il suono di parole alate.

 

E’ il grido

Delle anime che alte volano,

Con le penne che battono a stento,

Cercando un clima più propenso.

 

Dal loro volo distante,

Attraverso regni di magia,

Esso cade nel nostro mondo della notte,

Con il mormorante suono della poesia.

 

 

Un salmo della vita

 

Non dirmi in tristi versi

Che la vita è un sogno vuoto!

Che l’anima che sogna è morta,

E le cose sembrano ciò che non sono.

 

La Vita è reale! La Vita è sincerità!

E la tomba non è il suo traguardo;

Sei polvere e polvere tornerai –

Questo l’anima non riguarda.

 

Non al godimento, né al dispiacere,

La nostra fine o via è destinata;

Ma ad agire, e che ogni domani

Ci trovi più oltre l’odierna giornata.

 

Il lavoro è lungo e il Tempo scorre,

E il nostro animo, benché prode e forte,

Come soffocato tamburo batte

Le marce funebri fino alla morte.

 

Nel campo di battaglia del mondo,

Nel bivacco della Vita, ogni momento,

Non essere come muto bestiame!

Sii un eroe nel combattimento !

 

Non fidarti del Futuro, benché lusinghiero!

Che il Passato seppellisca la sua opera!

Agisci, agisci nel Presente che vive!

Il cuore dentro, e Dio al di sopra!

 

Le vite dei grandi ci spingono

A fare delle nostre vite un portento,

E, morendo, a lasciare dietro di noi

Le nostre impronte sulle sabbie del tempo;

 

Le impronte , che forse un altro –

Un fratello solo e naufragato,

Navigando sul maestoso mare della vita,

Vedendo, di nuovo si sentirà rincuorato.

 

Dunque stiamo desti e facciamo,

Con il cuore per ogni evento;

Sempre realizzando, sempre perseguendo,

A lavorare e aspettare impariamo.

 

 

Excelsior

 

Le ombre della sera eran già vicine,

Quando attraverso un villaggio alpino

Un giovane tra neve e ghiaccio passava,

E un vessillo con un motto strano portava:

Excelsior!

 

La fronte era triste, ma il suo sguardo

Balenava come sguainato brando,

E sonava come tromba d’argento

Di quella lingua l’ignoto accento:

Excelsior!

 

In case felici egli vedeva il chiarore

Dei focolari, la luce e il calore;

Sopra, spettrali ghiacciai notò,

E dalle labbra un gemito sgorgò:

Excelsior!

 

Un vecchio disse: “Non tentare la sorte –

Il buio scende, la tempesta è alle porte,

Il torrente è profondo e veloce!”

Ma della tromba chiara replicò la voce:

Excelsior!

 

Disse una fanciulla: “Fermati, o diletto,

E riposa la tua testa sul mio petto!”

Un lacrima brillò nei suoi occhi blu,

Ma gemendo rispose una volta di più:

Excelsior!

 

“Attento al ramo secco che si protende!

Attento alla valanga incombente!” –

Fu la buonanotte di un paesano,

Ma la voce rispose dall’alto e lontano:

Excelsior!

 

Mentre, volgendo al cielo lo sguardo,

I devoti monaci di san Bernardo

Recitavano la loro preghiera,

La voce gridò nell’aria vibrando:

Excelsior!

 

Un viandante, dal suo cane fedele

Fu trovato semisommerso dalla neve,

Stringendo nella mano, ormai morto,

Il vessillo con quello strano motto:

Excelsior!

 

Là nella fredda e grigia luce della sera,

Senza vita, ma bello, egli giaceva,

E dal cielo, serena e distante,

La voce scendeva come stella filante:

Excelsior!

 

 

Elegia

 

Cupo è il mattino nella foschia; nello stretto sbocco del porto

Immobile giace il mare, sotto un tendaggio di nubi;

Come in sogno brillano le vele nel lontano orizzonte,

Simili a torri di una città costruita ai margini del mare.

 

Lente, solenni e calme esse solcano l’oceano;

Con loro i miei pensieri fluiscono sull’immenso abisso,

Sempre più avanti spinti da inappagati desideri,

Fino alle isole Esperidi, fino alle rive dell’Ausonia.

 

Le vele sono svanite, sono scomparse nell’oceano;

Il mare ha inghiottito le torri della città!

Tutte sono svanite, tranne quelle ancorate nella rada

Senza vele, dalla foschia trapelano così grandi.

 

Svaniti sono anche i pensieri, le oscure inappagate brame;

Inghiottite sono le torri di nubi dall’oceano dei sogni;

Mentre in un paradiso di quiete il mio cuore si rifugia,

Legato con le catene dell’amore, ancorato alla fede!

 

 

Il fabbro del villaggio

 

Sotto un frondoso castagno

Sta la fucina del villaggio;

Forte e vigoroso è il fabbro,

Le mani grandi e venate;

E i muscoli delle braccia

Saldi come sbarre temprate.

 

Lunghi i capelli, crespi e neri,

La faccia dal fuoco abbrunita;

La fronte di sudore intrisa,

Guadagna solo onestamente,

E guarda il mondo negli occhi,

Perché a nessuno deve niente.

 

Ogni settimana fino alla sera,

Senti il suo mantice soffiare;

Senti il suo pesante martello

E dei colpi il ritmo cadenzato,

Come fa la campana del paesello,

Quando la sera il sole è già calato.

 

I bambini che tornano da scuola

Si fermano e amano guardare

La fiamma che si leva dal forno,

E udire del mantice il mugghiare,

E prendere le scintille che intorno

Si alzano come stoppia dall’aia.

 

La domenica si reca in chiesa,

E siede tra i suoi ragazzi;

Ascolta il sermone del pastore,

Ascolta la voce della figliola,

Che canta nel coro della scuola,

E ciò rallegra il suo cuore.

 

Gli ricorda la voce della madre

Che ora canta in Paradiso!

E pensa a lei una volta ancora

Che giace nella sua buia dimora;

E con la sua ruvida mano

Asciuga una lacrima dal viso.

 

Tra pene, gioie e fatiche severe,

Percorre la strada della vita;

Ogni mattina un nuovo dovere,

E ogni sera lo vede compiuto,

Ha tentato, ha fatto qualcosa,

E la notte sereno riposa.

 

Grazie, grazie , o nobile amico,

Per la lezione che tu ci hai dato!

Così nella fucina della vita

I nostri destini devono essere foggiati;

E ogni ardente azione, ogni pensiero,

Sull’incudine devono essere lavorati.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

Edgar Lee Masters (1868-1950)

3 Lug

Edgar Lee Masters

 

   La poesia George Gray, inclusa nella celebre antologia Spoon river (1916, edizione definitiva) del poeta americano Edgar Lee Masters, è la voce di un uomo defunto che medita sul disegno della sua lapide. La barca di marmo è il simbolo più appropriato della sua vita –

un mezzo di potenziale movimento e avventura, inciso sulla pietra. George Gray ha trascorso una vita futile cercando sicurezza e comodità. Evitando la delusione, il dolore e il rischio, egli ha trascurato tutto ciò che poteva dare un senso alla sua vita. Egli ci sussurra di non fare lo stesso errore, ma di vivere la vita nella sua pienezza, affinché al termine di essa non ci si debba pentire di non aver fatto le cose che avremmo voluto fare, e di non essere diventati chi avremmo desiderato diventare. Ecco questa poesia nella mia versione.

 

George Gray

Ho studiato molte volte

Il marmo che fu inciso per me –

Una barca con la vela serrata ferma nel porto.

In verità raffigura non la mia destinazione

Ma la mia vita.

L’amore mi fu offerto, ma evitai la delusione;

Il dolore bussò alla mia porta, ma mi spaventai;

L’ambizione mi chiamava, ma non volevo rischiare.

Eppure sognavo di dare un senso alla mia vita.

E adesso so che dobbiamo alzare la vela

E abbandonarci ai venti del destino

Dovunque essi portino la barca.

Dare un senso alla vita può causare la pazzia,

Ma la vita priva di senso è una tortura

D’inquietudine e vuoto desiderio –

E’ una barca che vagheggia il mare, ma ne ha paura.

 

 

(C) by Paolo Statuti

Thomas Merton Poeta

17 Ott

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La tomba di Thomas Merton nell'abbazia di Getsemani

La tomba di Thomas Merton nell’abbazia di Getsemani

 

Quest’anno è ricorso il centenario della nascita di Thomas Merton: prosatore, poeta, monaco trappista, uno degli scrittori più prolifici e più spirituali del XX secolo, autore di opere edificanti e meditative e di poesie d’ispirazione mistica. Nacque il 31 gennaio 1915 a Prades, in Francia. Il padre era un pittore neozelandese e la madre una quacchera americana. Trascorse l’infanzia e la giovinezza in Francia e in Inghilterra. Rientrato negli Stati Uniti, si laureò in lettere alla Columbia University con una tesi su “La Natura e l’Arte in William Blake”. Abbandonata la giovanile simpatia per il comunismo, nel 1938 si convertì al cattolicesimo. Prima della conversione era stato un buon bevitore e un buon pianista di jazz, gaudente con la passione per la poesia e il romanzo, vagabondo amatore, in realtà con la nostalgia del cielo e con un conto in sospeso con Dio.

Nel 1941, dopo aver rinunciato a un posto da insegnante al Collegio S. Bonaventura, nello stato di New York, entrò nell’abbazia trappista di Nostra Signora di Getsemani, nel Kentucky, dove col nome di Father Louis fu ordinato sacerdote nel 1949. Incoraggiato dal suo abate, descrisse l’itinerario che lo aveva portato a convertirsi e a scegliere la vita monastica. Nacque così la celebre autobiografia La montagna dalle sette balze (1948), che vendette nel giro di un anno più di 600.000 copie, non solo per la ricchezza dell’itinerario spirituale, ma anche perché – negli anni della nascente guerra fredda – era una lettura edificante. Ad essa fecero seguito altre opere di grande successo. Per anni i suoi temi principali furono la contemplazione, la preghiera e la ricerca della santità, ma c’erano anche prese di posizione critiche e battagliere, come ad esempio il suo attacco al razzismo proprio nella summenzionata autobiografia. Thomas Merton era un tenacissimo oppositore della guerra in Vietnam e aveva usato parole molto dure contro il suo Paese, gli Stati Uniti. Era “padre spirituale” dell’organizzazione pacifista cattolica americana Catholic Peace Fellowship e nei suoi libri Semi di distruzione, Fede e violenza, Fede protesta e resistenza, Diario di un testimone colpevole, aveva espresso la sua maturazione cristiana e le sue scelte: il primato della nonviolenza, la lotta contro il razzismo, l’ecumenismo, il dialogo con l’Oriente, il discepolato di Gandhi, la difesa e la promozione dell’obiezione di coscienza. Malgrado il voto del silenzio fu amico di Giovanni XXIII, Martin Luther King, Dorothy Day, Erich Fromm, Jacques Maritain, Joan Baez, Bob Dylan, Henry Miller e Boris Pasternak e intrattenne con loro una fitta corrispondenza. Quando morì il grande poeta russo, annotò sul suo diario: “Pasternak è morto lunedì. La sua storia è finita. Ora non resta che comprenderla”.

Proprio durante la guerra del Vietnam, Merton maturò un profondo interesse

per il monachesimo buddista e nel 1968 intraprese un lungo viaggio in oriente, incontrando anche il Dalai Lama che gli manifestò profonda stima.

Morì a Bangkok il 10 dicembre 1968, durante un convegno di monaci e monache benedettini e di monaci buddisti. Aveva svolto una relazione su “monachesimo e marxismo”. Nel pomeriggio avrebbe dovuto rispondere alle domande. Visto che tardava ad arrivare, un monaco andò a cercarlo nella sua stanza d’albergo e lo trovò morto, disteso di schiena con il ventilatore di un metro e mezzo in diagonale sul corpo. Da un esame della polizia risultò che «un filo elettrico difettoso era installato nel ventilatore. La corrente elettrica era abbastanza forte da causare la morte di una persona, se questa avesse toccato la parte metallica». Per una fatale coincidenza Merton era morto nello stesso anno in cui erano stati uccisi sia Martin Luther King che Robert Kennedy, entrambi decisi fautori, come lui, della integrazione razziale e della parità dei diritti civili per tutte le minoranze.

Notevole è stato il contributo di Thomas Merton al dialogo interreligioso. Affermava che sarebbe stato un cattolico migliore conoscendo i “lampi” di verità presenti non solo nei protestanti o nei mistici russi, ma anche quelli presenti nell’islamismo, induismo e buddismo.

Anche nella trappa conservò inquietudini e ansie ribelli, diviso tra monastero ed eremo, letteratura e contemplazione, interventi impegnati e silenzio, protesta politica e vocazione mistica. Un uomo dalle mille sfaccettature, un pensatore impossibile da catalogare e classificare, una figura che continua a provocare, suscitando interpretazioni sempre nuove.

Con i suoi libri tradotti in tutto il mondo, è stato maestro di spiritualità e profeta anticipatore del Concilio. Ha lasciato una eredità proiettata verso il futuro: i suoi versi, i suoi scritti, le sue proteste saranno fonti per la generazioni di domani.

Presento qui alcune poesie di Thomas Merton nella mia versione.

 

 

 

Poesie di Thomas Merton tradotte da Paolo Statuti

 

 

 

San Malachia

 

A novembre, nei giorni in cui si ricordano i morti,

Quando l’aria profuma di freddo come la terra,

San Malachia, che è molto vecchio, si alza,

Scosta la sottile tenda degli alberi e sorge sul nostro suolo.

Sul suo mantello tante gocce d’acqua, sul suo volto –

La barba di tutti i mari di Poseidone.

(Ha il pastorale o il tridente nella mano?)

Dietro la finestra gotica piange, e il vuoto convento

Geme come conchiglia dell’oceano.

Due campane con flebile voce

Accolgono il vecchio forestiero

E la torre osserva le sue acque.

“Mi hanno mandato per vedere la mia festa,” (la sua caverna parla!)

Devo scuotermi le gocce dai riccioli e restare nel transetto,

O lasciarvi e riposare nel silenzio della mia storia?”

E risonarono le campane e noi aprimmo le antifone

E gli scriccioli e le allodole volarono via dalle pagine.

I nostri pensieri diventarono agnelli e i cuori si agitarono come mari.

Un monaco pensò che dovessimo cantargli

Un inno dell’età della pietra

O qualcosa nella lingua dei giganti.

Così scegliemmo per lui il canto del gigante Gregorio:

Oceani di Scrittura cantarono l’ossuta Irlanda.

Allora gli ultimi fiori salvati

(Coltivati sotto vetro dopo il crollo dei giardini)

Alzarono le loro piccole lampade sull’altare di Malachia,

Per fissare i suoi occhi di legno prima dell’inizio della Messa.

La pioggia sospirò sui fianchi della chiesa di pietra.

Le tempeste veleggiarono tutto il giorno in flotte da combattimento.

Alle cinque, quando cercammo di vedere il sole, l’ospite muto

Si alzò, sospirò e scosse il fango dai piedi

E col suo tridente agitò i nostri alberi

E lasciò il sottobosco, scotendo qualche goccia sul terreno.

E cadono lingue ramate, cadono lingue di fuoco

Le foglie a centinaia cadono al suo passare,

Mentre la notte distende la sua oscurità corazzata

Su questa spuria Pentecoste.

E il Melchizedek della fine del nostro anno

Che è giunto senza una causa, se ne va senza traccia,

E la pioggia viene cigolando sulla nostra foresta

Come le porte di una prigione.

Prima lezione sull’uomo

 

L’uomo comincia nella zoologia.

Egli è il più triste degli animali.

Egli guida una grande vettura rossa chiamata ansia.

Sogna di notte

Di prendere tutti gli ascensori.

Smarrito nelle hall,

Non trova mai la porta giusta.

L’uomo è il più triste degli animali.

Mangiatore di fiocchi la mattina,

Bevitore di latte.

Riempie la pelle di caffè

E perde la pazienza con gli altri della sua specie.

Egli disegna il suo peccato sul muro,

Su tutte le réclame nei sottopassaggi.

Egli disegna i baffi a tutte le donne,

Perché può trovare la sua gioia

Soltanto nella zoologia.

Ogni volta che vuole telefonare alla Gioia,

Risponde un numero sbagliato.

Quindi egli ama le armi.

Conosce i nomi di tutti i fucili.

Guida una grande Cadillac nera chiamata morte.

Adesso mette la sua ansia nello spazio.

Fa volare le sue inquietudini intorno a Venere,

Ma senza alcun vantaggio.

Nello spazio dove da tanto tempo c’è solo il vuoto,

Egli guida un grande globo bianco chiamato morte.

Cari bambini

Ora che avete imparato la prima lezione sull’uomo,

Svolgete questo tema:

“L’uomo è il più triste degli animali.

Egli comincia nella zoologia

E si smarrisce

Nelle proprie cattive notizie.”

Canto funebre per l’altero mondo

 

Dov’è quel meraviglioso ladro

Che rubò l’intero raccolto all’adirato sole

E saccheggiò il terreno col suo luminoso sguardo?

Dove egli giace morto, la quieta terra lo disfa

E il vento ondeggia nella rivalsa della terra:

Campi di orzo, avena e segala.

Dov’è quel milionario

Che sperperò la luminosa primavera?

Le cui menzogne sonavano nel cielo d’estate

Come scadenti chitarre?

Che spese le fortune dorate dell’autunno

E morì nudo come un albero?

Il suo cuore giace aperto come una tesoreria,

Riempita di erba e abbondanti fiori.

Dov’è quel folle giocatore

Tra i centesimi del cui sangue sono caduti

I pesanti dollari della sua vita terminata?

Dov’è finito?

Le api irate passeggiano, luminose come gioielli

Su quel fiorente, scuro sole:

La ferita da pallottola nel suo immobile polmone.

Oh tu che provi odio per il giocatore o per il suo nemico,

Ricorda come le api

Visitano i morti che hanno pazientato

E prendono il miele dal loro sangue pietoso.

Tu che hai giudicato il giocatore o il suo nemico

Ricorda questo, prima del funerale dell’altero mondo.

Nel silenzio

 

Non dire niente.

Ascolta le pietre della parete.

Non dire niente, esse cercano

di pronunciare il tuo

nome.

Ascolta

le pareti vive.

Chi sei?

Chi

sei? Sei il silenzio

di chi?

Chi (sii quieto)

sei (come quiete sono

queste pietre). Non

pensare a cosa sei

ancora meno a

ciò che un giorno potrai essere.

Piuttosto

sii ciò che sei (ma chi?)

sii l’impensabile

che non conosci.

Oh non dire niente, mentre

sei ancora vivo,

e tutte le cose vivono intorno a te

parlando (io non sento)

al tuo essere,

parlando tramite l’ignoto

che è in te e in loro stesse.

“Cercherò come loro

di essere il mio proprio silenzio:

e ciò è difficile. Il mondo

intero è segretamente in fiamme. Le pietre

bruciano, perfino le pietre mi bruciano.

Come può un uomo non dire niente o

ascoltare tutte le cose che bruciano?

Come può osare di sedersi con esse

quando tutto il loro silenzio è in fiamme?”

Lo sconosciuto

 

Quando nessuno ascolta

I quieti alberi

Quando nessuno nota

Il sole in uno stagno

Dove nessuno avverte

La prima goccia di pioggia

O vede l’ultima stella

O saluta il primo mattino

Del mondo gigante

Dove la pace inizia

E la collera finisce:

Un uccello siede immobile

Osservando il lavoro di Dio:

Una foglia che ingiallisce,

Due petali che cadono,

Dieci cerchi sul laghetto.

Una nuvola sopra l’altura,

Due ombre nella valle

E la luce colpisce nel segno.

Ora l’alba ordina la cattura

Della più grande fortuna,

L’abbandono

Di una non meno stupenda preda!

Più preciso e più chiaro

Di ogni maestro della parola,

Tu intimo Sconosciuto

Che non ho mai visto,

Più profondo e più limpido

Del fragoroso oceano,

Prendi il mio silenzio

Tienimi nella Tua Mano!

Ora l’azione è una perdita

E la sofferenza è incompiuta

Le leggi diventano prodighe

I confini sono cancellati

Perché l’invidia è diseredata

E la passione è niente.

Guarda, l’immensa Luce è sospesa nel silenzio

La nostra più limpida luce è Lui.

Canto

 

Quando la pioggia canta sommessa e ha inghiottito la mia casa

E il vento avanza attraverso gli alberi,

I cedri fanno festa al temporale con le enormi zampe.

Il silenzio è più rumoroso di un ciclone

Nella rozza porta, mio rifugio.

E là io inghiottisco la mia aria da solo

Con canti puri e solitari

Mentre gli altri sono in riunione.

Le loro finestre si rattristano e disapprovano

E il vetro si corruga per via dell’acqua

Finché non vedo più il loro parlare

Ed essi non conoscono più il mio teatro.

I fiumi rivestono le loro case

E celano la loro nuda saggezza.

Le loro conversazioni

Vanno in profondità come sottomarini:

Le sommergo, con le loro scialbe espressioni, nella mia tempesta.

Ma io bevo la pioggia, bevo il vento

Notevoli poemi

Che evaporano dalla fredda foresta:

Sollevo verso il vento i miei occhi pieni di acqua,

La mia faccia e la mente assetate di refrigerio.

E così io vivo sulla mia terra, sulla mia isola

E parlo a Dio, al mio Dio, qui sulla soglia –

Quando la pioggia canta sommessa e ha inghiottito la mia casa

E i venti si fanno strada attraverso gli alberi.

 

La sera

 

Ora, nel mezzo della limpida sera,

La luna parla lucente alla collina.

I campi di grano suonano la loro musica,

Lodano il quieto cielo.

E lungo la strada, da cui le stelle tornano a casa,

Gli strilli dei bambini

Che giocano all’aria aperta, a un miglio o più,

Giungono al nostro deserto udito,

Chiari come l’acqua.

Dicono che il cielo è fatto di vetro,

Che la luna sorride come una sposa.

Dicono che amano i frutteti e i meli,

Gli alberi, le loro innocenti sorelle, vestite di fiori,

Che ancora indossano, nel crepuscolo che si adombra,

I bianchi abiti della prima comunione del mattino.

E nel cielo blu dove il fuoco lancia gli ultimi bagliori

Essi nominano i pianeti che di nuovo giungono

Con parole che fioriscono

Sulle sottili voci, lievi come steli di gigli.

E nel cielo blu dove il fuoco lancia gli ultimi bagliori,

Riflessi nel mormorio di un pioppo,

Un piccolo vigile uccello

Canta come uno scroscio.

(C) by Paolo Statuti

Mary Elizabeth Frye (1905-2004)

1 Nov
Mary Elizabeth Frye

Mary Elizabeth Frye

Mary Elizabeth Frye è nota oggi unicamente per aver scritto la poesia “Sulla mia tomba non versare il tuo pianto” – un’elegia consolatoria con una genesi interessante.

Quando questa poesia fu dichiarata la più popolare in Gran Bretagna in un sondaggio svolto nel 1996, Mary Elizabeth Frye, rimasta orfana all’età di tre anni, casalinga e fioraia di Baltimora senza studi, superò molte torri d’avorio letterarie nel giudizio del popolo inglese.  Il suo nome come autrice di questa poesia restò sconosciuto fino al 1990, quando lei stessa rivelò di averla scritta. Ciò fu confermato nel 1998, dopo accurate ricerche, dalla nota giornalista americana Abigail Van Buren. Fu composta nel 1932. La triste situazione di una giovane ebrea tedesca, Margaret Schwarzkopf, che viveva allora con la Frye, ispirò la poetessa. La giovane era profondamente preoccupata per sua madre, che era troppo vecchia e malata per poter lasciare la Germania, mentre lei a sua volta non poteva recarsi dalla madre, a causa del violento antisemitismo scoppiato nel suo paese. Quando ricevette la notizia che la madre era morta, disperata e con il cuore infranto disse alla Frye che non avrebbe mai avuto la possibilità di “versare una lacrima sulla tomba della madre”. La poetessa allora scrisse la poesia di getto su un ritaglio di una busta della spesa. Fu la sua prima e ultima poesia di rilievo, scritta in un impeto di profonda commozione.

Essa fu pubblicata da The Times e da The Sunday Times il 5 novembre 2004, nel giorno del funerale dell’autrice.

Questa poesia viene spesso letta durante le esequie e in occasione di particolari cerimonie commemorative, come fu per la navetta spaziale Challenger, l’attentato terroristico di Lockerbie e quello delle torri gemelle a New York.

 

Ecco la poesia nella mia versione:

 

Sulla mia tomba non versare il tuo pianto

Sulla mia tomba non versare il tuo pianto,

Non sono morta; io dormo soltanto.

Io sono nel vento che alita lieve,

E nei diamanti di soffice neve,

Io sono nel sole che matura il grano,

E nella pioggia che cade pian piano.

E quando ti desti di primo mattino

Io sono nel frullìo d’un uccellino.

Io sono nella dolce luce d’una stella

Che brilla ed è sempre più bella.

Non piangere su questa mia dimora,

Io sono altrove; non sono morta ancora.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Emily Elizabeth Dickinson (1830-1886)

18 Lug
Emily Dickinson

Emily Dickinson

Tre poesie sulla Natura tradotte da Paolo Statuti

C’è un altro cielo…
C’è un altro cielo,
Sempre bello e sereno,
E là il sole ha una diversa luce,
Per quanto possa essere buio;
Lascia che i boschi si secchino, Austin,
Lascia che i campi tacciano –
Qui c’è un piccolo bosco,
E le sue foglie sono sempre verdi;
Qui c’è un giardino più luminoso,
Dove non c’è mai la brina;
Nei suoi fiori sempre freschi
Io sento chiaro il ronzio dell’ape:
Ti prego, fratello caro,
Vieni nel mio giardino!

“Natura” è ciò che vediamo…

“Natura” è ciò che vediamo –
La collina – il meriggio –
Lo scoiattolo – l’eclissi – il calabrone –
Ma no – la natura è il cielo –

Natura è ciò che sentiamo –
L’uccellino – il mare –
Il tuono – il grillo –
Ma no – la natura è l’armonia –

Natura è ciò che conosciamo –
Ma non possiamo esprimere –
La nostra saggezza è impotente
Di fronte alla sua semplicità.

C’è una luce in primavera…

C’è una luce in primavera
Non presente nell’anno
In nessun altro momento –
Quando marzo giunge con affanno

Sopra i campi solitari
Un colore si distende
Che la scienza non può intendere
Ma la natura umana sente.

Si attarda sopra il prato,
Mostra l’albero più lontano
Sopra il più lontano pendio
Quasi ti parla pian piano.

Poi quando gli orizzonti si muovono
O i meriggi si allontanano
Senza la formula del suono
Esso ci lascia e noi restiamo –

Una qualità della perdita
Turba l’animo contento
Come un improvviso commercio
Contamina un sacramento.

(C) by Paolo Statuti