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Igor’ Severjanin

9 Lug
Igor' Severjanin

Igor’ Severjanin

Igor’ Severjanin, pseudonimo di Igor’ Vasil’evič Lotarëv, nacque a San Pietroburgo il 16 maggio 1887. A causa dei difficili rapporti tra i genitori, trascorse l’adolescenza a Sojvol, nei pressi di Čerepoviec, nella tenuta di uno zio. Nelle sue prime poesie si avverte l’influenza dei poeti K. Fofanov e M. Lochvizkaja (v. nel mio blog). A differenza di molti poeti dell’Età d’argento, Severjanin evitò i simbolisti. Nel 1911 creò a Pietroburgo il gruppo letterario degli “egofuturisti”. Il programma formulato dallo stesso fondatore prevedeva la valorizzazione del proprio io, la ricerca del nuovo senza rinnegare il vecchio, immagini audaci, epiteti, assonanze e dissonanze, sensati neologismi, ecc. Severjanin stesso creò moltissimi neologismi poetici. In seguito Majakovskij ammetterà di aver imparato molto da lui nel campo della creazione delle parole. Ben presto Severjanin si separò dagli egofuturisti e per un breve periodo aderì al cubofuturismo. Nel 1913 pubblicò il primo volume di versi La coppa ribollente di tuoni, con una prefazione di F. Sologub. Il titolo era preso da un verso di F. Tjutčev. In questi versi Severjanin sosteneva che il mondo si salverà grazie alla bellezza e alla poesia. Il libro ebbe molto successo e in due anni fu ripubblicato ben 7 volte.
Severjanin coltivava consapevolmente la propria immagine di raffinato poeta-idolo. Appariva nelle serate di poesia con un’orchidea all’occhiello, declamava con un ritmo melodioso che sottolineava la musicalità dei versi. Era noto per la sua eleganza, per i suoi capelli impomatati con la scriminatura al centro, gli occhi scuri e malinconici e un lillà sempre nelle mani. “Il poeta e la sua fama” è il tema che occupa un posto importante nella creazione di Severjanin, che si autodefinì “il genio”. Tuttavia l’eroe lirico della sua poesia differiva sostanzialmente dal poeta stesso. Il suo amico intimo G. Šengel’ ricordava: «Igor’ possedeva una mente demoniaca…la sua capacità introspettiva e intuitiva aveva dell’incredibile, con un piglio tolstoiano penetrava nell’animo, e sempre si sentiva più intelligente del suo interlocutore…». Severjanin affermò il diritto del poeta di essere apolitico e di scrivere come più gli è congeniale, senza alcuna dipendenza dagli eventi sociali. Nel mezzo della prima guerra mondiale apparve la sua raccolta Ananassi nello champagne (1915).
Il 14 febbraio 1918 al Museo Politecnico di Mosca, nel corso di una serata controversa, negli umori del pubblico e nei ricordi dei presenti, Igor’ Severjanin – malgrado la sua fama di “borghese” – venne eletto “Re dei Poeti”, precedendo Majakovskij che arrivò secondo. Quest’ultimo salì sul palco gridando: «Abbasso i re – ora non sono più di moda!». «I miei ammiratori – ricorda Severjanin – protestavano…Irritato, mi allontanai». Allora Majakovskij gli disse: «Non te la prendere, io ce l’ho con loro, non ho insultato te. Non è questo il momento di occuparsi di piccolezze!» E’ nota tuttavia la reciproca antipatia tra i due poeti, che del resto era inevitabile, considerando la loro natura e la loro poetica.
Dopo la Rivoluzione del 1917, Severjanin fu uno dei primi poeti a lasciare la Russia e nel 1918 si trasferì in Estonia. Qui nel 1921 sposò Felissa Kruut e continuò la sua attività letteraria. In Estonia uscì la raccolta Verbena (1920), a Berlino Menestrello (1922), L’usignolo e La tragedia del Titano (1923), a Bucarest Il pianoforte di Leandro (1935). Nel 1925 pubblicò il romanzo autobiografico in versi Le campane della cattedrale dei sentimenti. Tradusse tra gli altri Baudelaire, Verlaine, A. Mickiewicz e i poeti estoni.
Severjanin ha scritto molto, ma la sua creazione è estremamente varia e contraddittoria. Le sue poesie migliori sono quelle in cui predominano il lirismo, la musicalità e la satira. Nei suoi versi che esprimono, talora con un compiaciuto esibizionismo, i temi del singolo individuo come unica realtà e del culto dell’istante, è molto ben tratteggiata la noncuranza e la frivolezza della borghesia russa, incurante della rivoluzione incombente.

Poesie di Igor’ Severjanin tradotte da Paolo Statuti

Quando di notte…

Quando di notte tutto tace,
Voglio i fuochi, voglio l’allegria,
Voglio il chiasso, la gaiezza,
Che il lampadario l’ombre cacci via!

Il palazzo è silenzioso, il palazzo è deserto,
Senza suono sussurra una serie di leggende…
Il senso è doloroso, il tema è lungo
Come serpi di neri nastri rasenti…

E il cuore piange, e il cuore soffre,
Sta per spezzarsi, e tu aspetterai…
Vuoi il vino, allegria, melodie,
Ma la notte è chiusa – dove li troverai?

Brillate, o pensieri! Ridete, o sogni!
Lanciati, o musa, in un’estatica danza!
E per noi – un miraggio? Minacce?
L’arte è con noi – e Dio è la speranza!…
1909

Ouverture

Ananassi e champagne! Ananassi e champagne!
Gustoso e frizzante fermento!
Ho qualcosa di Norvegia, ho qualcosa di Spagna!
L’ispirazione mi assale! Sto già scrivendo!

Stridono gli aerei! Corrono le vetture!
Fischiano i treni! Volano le slitte alate!
Là chi è percosso! Qui chi è baciato!
Ananassi e champagne – polso delle serate!

Tra ragazze nervose, tra donne mordaci
La tragedia della vita cambio in sogni e farse…
Ananassi e champagne! Ananassi e champagne!
Da Mosca – a Nagasaki! Da New York – a Marte!
Gennaio 1915

Poesia della stranezza della vita

Si incontrano per separarsi…
S’innamorano per disamorarsi…
Mi va di scoppiare a ridere,
E di scoppiare a piangere – e non vivere!

Giurano per violare il giuramento…
Sognano per maledire i sogni…
Oh, triste colui che comprende
Quanto i piaceri siano vani!…

In campagna si vuole la città…
In città – un luogo appartato…
E ovunque volti di uomini
Senza l’anima umana…

Come spesso la bellezza è deforme
E nella deformità la bellezza è presente…
Come spesso la pochezza è nobile
E iniqua la bocca innocente.

Come non scoppiare a ridere,
Non scoppiare a piangere, come vivere,
Quando è possibile lasciarsi,
Quando è possibile cessare d’amarsi?!

Febbraio 1916

Classiche rose

Come fresche e belle eran le rose
Del mio giardino! Che fascino arcano!
Come pregavo: o gelide notti,
Non toccatele con la fredda mano!

Ivan Mjatlev, 1843

Nei tempi in cui sciamavano i sogni
Nei cuori della gente, chiari e trasparenti,
Come fresche e belle erano le rose
Del mio amore, dei miei lieti momenti!

Son trascorsi gli anni e scorron le lacrime…
Non c’è il paese, né chi viveva in esso…
Dei ricordi del tempo passato
Come fresche e belle son le rose adesso!

Ma i giorni vanno – già cessa la tempesta.
La Russia cerca la strada di casa…
Come fresche e belle saranno le rose
Gettate dal mio paese sulla mia bara!

1925

Tutti dicono la stessa cosa

A S. V. Rachmaninov

Gli usignoli del giardino claustrale,
Come tutti gli usignoli del Signore,
Dicono che una sola è la gioia –
Ed essa è nell’amore…

Anche i fiori del prato claustrale,
Con la grazia nei fiori innata,
Dicono che l’unico merito –
E’ sfiorare la bocca amata…

Il lago del bosco claustrale,
Tutto di azzurro colmato,
Dice: non c’è sguardo più azzurro
Di quello di chi ama ed è amato…

1927

 

Giorno di primavera

 

Giorno di primavera dorato e caldo,

Tutto il paese dal sole è abbagliato.

Io di nuovo io, io di nuovo giovane,

Io di nuovo felice e innamorato.

L’anima canta e gioisce nel campo,

Io do del tu ai forestieri.

Che distesa! Che libertà!

Che canti e fioriti pensieri!

Presto, nel calesse attraverso i borri,

Presto, nei prati scorrazzare!

Guardare le donne rubiconde,

Il nemico come amico baciare.

Stormite querceti di primavera,

Cresci erba, fiorisci lillà diletto!

Colpevoli non ci sono – tutti sono giusti

In questo giorno benedetto.

 

 

(C) by Paolo Statuti

Monumenti a confronto: Aleksandr Puškin e Vladimir Majakovskij

14 Mag

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Vladimir Majakovskij – l’istrione buono, il gigante scomodo, il profeta della verità, nel 1930 doveva aver fiutato aria di morte, per scrivere il suo poema-testamento, il suo messaggio ai posteri. Esso è un’infocata protesta contro tutto ciò che egli considera sbagliato, sconsiderato, inutile. Egli vuole che il lettore lo ascolti, che la sua poesia sia tramandata alle generazioni future. Il poeta protesta per il bene della gente. Si definisce “fognaiolo”, cioè colui che pulisce le fogne del mondo, che ne mostra il lato più sporco e ripugnante, e urla “a tutta voce” contro l’assoluta indifferenza dei contemporanei e la loro inerzia per la conquista di una vita migliore.
Il poema “A tutta voce” si può equiparare alla celebre poesia “Mi sono eretto un monumento” di Aleksandr Puškin. Entrambi i poeti volevano lasciare la loro impronta, entrambi lottavano per la libertà e la giustizia. Majakovskij contro la “melma” del mondo, Puškin contro la “plebaglia”. E’ significativo che i due componimenti poetici siano stati scritti alle soglie della morte dei due grandi poeti, e che entrambi abbiano pagato con la vita la loro utopistica aspirazione.
Eccoli nella mia traduzione.

Mi sono eretto un monumento non di opera umana…
(Я памятник себе воздвиг нерукотворный…)

Exegi monumentum
Mi sono eretto un monumento non di opera umana,
Non s’infesterà il sentiero che vi si avvicina,
Con la testa indocile s’è innalzato più alto
Della colonna alessandrina.

No, non morirò del tutto – l’anima nella diletta lira
Sfuggirà le ceneri, la putrefazione certamente –
E sarò famoso, finché nel mondo sublunare
Anche un solo poeta sarà presente.

Parleranno di me in tutta la grande Rus’,
E mi nomineranno nei loro propri linguaggi,
Il fiero nipote degli Slavi, il Finlandese, il Tunguso
E il Calmucco, figlio delle steppe selvagge.

E a lungo al mio popolo io sarò caro,
Che in un tempo crudele ho lodato la Libertà,
Che ho acceso i buoni sentimenti con la lira
E verso i caduti ho invitato alla pietà.

Ascolta, o Musa, il comando divino,
Non temendo le offese, non chiedendo corone,
L’elogio e la calunnia accogli indifferente
E con gli sciocchi non entrare in discussione.

1836

A tutta voce
(Во весь голос)

(Prima introduzione al poema)

Egregi
compagni posteri!
Scavando
nello sterco impietrito
del presente,
studiando le tenebre odierne,
voi,
forse,
chiederete anche di me.
E, forse, dirà
il vostro erudito,
con la mente
piena di questioni,
che viveva da qualche parte un tale
cantore dell’acqua bollita
e nemico acerrimo dell’acqua corrente.
Professore,
togliti gli occhiali-bicicletta!
Io stesso racconterò
del tempo
e di me dirò.
Io, fognaiolo
e portacqua,
dalla rivoluzione
richiamato,
io per il fronte ho lasciato
i signorili giardini
della poesia –
capricciosa megera.
Che giardino guarda e ammira,
figlia,
la casa,
pulisci
e stira –
io da sola l’ho piantato,
solo io l’annaffierò.
Chi versa strofe dai catini,
chi spruzza
dalla bocca –
leziosi Mitrejki,
saccenti Kudrejki –
come raccapezzarsi!
Per la melma non c’è quarantena –
mandolinano tutto il giorno:
«Tara-tena, tara-tena,
ten-n-n…»
Non è un grande onore,
se tra le rose
alzano i miei busti
nei giardinetti,
dove scatarra la tubercolosi,
dove un teppista abbraccia una puttana
e la sifilide impera.
Anch’io
della propaganda
ho le tasche piene,
anch’io
potrei scrivere
romanze su di voi, –
è più redditizio
e più allettante.
Ma io
me stesso
ho domato,
e con il piede pesante
ho schiacciato la gola
della mia canzone.
Ascoltate,
compagni posteri,
l’agitatore,
lo strillone-caporione.
Soffocando
i torrenti della poesia,
io avanzerò
tra volumi di liriche,
da vivo
ai vivi parlando.
Verrò da voi
in un futuro comunista,
non come
il melodioso bardo eseniano.
La mia poesia giungerà
attraverso i crinali dei secoli
e attraverso le teste
dei governi e dei poeti.
La mia poesia giungerà alla meta,
ma essa vi giungerà,
non come una freccia
lanciata da Cupido a sorte,
non come arriva
a un numismatico una consunta moneta
e non come arriva la luce delle stelle morte.
La mia poesia
con la fatica
sfonderà la mole degli anni
e apparirà
ponderosa,
rude,
visibile,
come ancora oggi
è visibile l’acquedotto,
eretto
dagli schiavi di Roma.
Nei tumuli di libri,
di versi seppelliti,
ritrovando per caso la ferraglia delle strofe,
voi
con rispetto
prendetela in mano,
come vecchia
arma fatale.
Io
l’oreccchio
con la parola
non sono avvezzo a carezzare;
il delicato orecchio di ragazza
nei riccioli
dal doppio senso sfiorato
non arrossirà.
Dopo aver disteso in parata
le mie pagine-plotoni,
io passerò
il fronte delle strofe.
I versi stanno
pesanti come piombo,
pronti anche alla morte
e alla gloria immortale.
I poemi sono morti,
canna contro canna
dei titoli puntati
e squarciati.
L’arma
del genere
preferito,
è pronta
a lanciarsi con un grido,
s’è irrigidita
la cavalleria delle facezie,
avendo alzate delle rime
le lance acuminate.
E tutte
le truppe fino ai denti armate,
che venti anni nelle vittorie
hanno passato,
fino all’ultima
pagina
io affido a te,
proletario del pianeta.
Il nemico
della classe operaia –
è anche il mio nemico,
giurato e di vecchia data.
Ci hanno chiesto
di andare
con la bandiera rossa
anni di lavoro
e giorni di fame.
Noi aprivamo
di Marx
ogni volume,
come in casa
propria
apriamo le persiane,
ma anche senza lettura
noi sapevamo
da che parte andare,
contro chi lottare.
A noi
la dialettica
non l’ha insegnata Hegel.
Essa al suono delle lotte
nei versi è penetrata,
quando
sotto le pallottole
i borghesi fuggivano da noi,
come noi
un tempo
fuggivamo da loro.
Che
dietro ai geni
come vedova sconsolata
si trascini la gloria
in una funebre marcia –
muori, o mio verso,
muori, come semplice soldato,
come ignoti
all’attacco sono morti i nostri!
Io sputo sopra
il bronzo dei monumenti
io sputo sopra
il viscido marmo.
Grondiamo di gloria –
noi tutti noi, –
che il nostro
monumento comune
sia il socialismo
eretto
nelle lotte.
O posteri,
controllate i galleggianti dei dizionari:
dal Lete
emergeranno
i resti di parole
come «prostituzione»,
«tubercolosi»,
«blocco».
Per voi
che
siete sani e destri,
il poeta
leccava
gli sputi dei tisici
con la ruvida lingua del manifesto.
Con la coda degli anni
io divento la somiglianza
di mostri
fossili con la coda.
Compagna vita,
su,
presto bruciamo,
bruciamo
in cinque anni
il resto dei giorni.
A me
neanche un rublo
hanno portato i versi,
di ebano
non è arrivato un mobile in casa.
E tranne
una camicia fresca di bucato,
dirò sinceramente,
a me non serve niente.
Entrato
Nella Commissione di Controllo
dei luminosi
anni che verranno,
io sulla banda
di poeti
scrocconi e furfanti
solleverò
come tessera bolscevica,
i miei
libri di partito –
tutti quanti.

1929-1930

(C) by Paolo Statuti

Poesia e musica

18 Mar

Poesie russe sugli strumenti musicali tradotte da Paolo Statuti

Vladimir Majakovskij (1893-1930)

Il violino e un po’ nervosamente

Il violino coi nervi tesi, supplicando,
a un tratto scoppiò in pianto
così infantilmente,
che il tamburo non resse:
“Bene, bene, bene!”
E lui stesso si stancò,
non finì di ascoltare il violino,
sgattaiolò in fretta
e se ne andò.
L’orchestra estraneamente guardava
il violino che si sfogava nel pianto
senza parole
senza tempo,
e solo chissà dove
uno stupido piatto
strepitava:
“Cos’è?”
“Com’è?”
E quando il flicorno –
cornoramato,
sudato,
gridò:
“Scemo,
piagnone,
asciugati!” –
io mi alzai,
barcollando, mi arrampicai tra le note,
tra i leggii curvi per lo spavento,
chissà perché gridai:
“Mio Dio!”,
mi buttai al collo di legno:
“Sai una cosa, violino?
Noi ci somigliamo tremendamente:
ecco anch’io
urlo –
ma non so dimostrare nulla!”
I musicisti ridono:
“S’è invischiato e come!
E’ venuto dalla fidanzata di legno!
Che testa!”
Ma io – me ne frego!
Io – sono un bel tipo.
“Sai una cosa, violino?
Dai –
Vivremo insieme!
Sì?”

Mirra Lochvizkaja (1869-1905)

Il violoncello

Un cieco sonava. L’anima rapita dall’incanto.
Si levava il petto – di nuovo si abbassava.
L’archetto, come lama, inferiva i suoi colpi,
E come sangue da un taglio il canto si versava.

E si sentiva nel lamento del violoncello
Il coro dei dèmoni, che si dimenano nell’ira.
I miei sogni volavano nell’eternità, –
Egli m’invitava in una nebbia di stelle priva.

Egli mi chiamava alla follia dell’oblio,
Dove si estingue del pianto il sacro gioire.
Ronzava l’archetto. La serpe univa gli anelli.
Oh, lasciami vivere! Oh, lascia ancora soffrire!

Ljudmila Desjatnikova (1964-2001)

* * *
Viene meno il suono, il „la” è tenuto in silenzio.
Il pianoforte si addolora, dal fremito oppresso.
E solo la musica, a chi tocca, deciderà.
Dalla gravitazione delle stanze – nell’universo.

La creazione delle dita e delle stanche corde,
L’ombra delle voci di villaggi illusori,
Dei fiumi mattutini la risacca lilla
E lo slancio degli orti, dove ali e non radici trovi.

Risuona ancora, non lasciarci atterrare,
Risuona ancora, cambia vestiti in abbondanza,
Affinché ognuno possa levarsi in volo o schiantarsi
Nelle tremende sommità della musica-speranza.