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Papusza: la poetessa polacca maledetta

26 Feb

Papusza, anni '50

Papusza, anni ’50

Jerzy Ficowski e Papusza nel 1973

Jerzy Ficowski e Papusza nel 1973

 

 

                              „…Non sono una poetessa, sono solo una zingara

                             del bosco, che vive di natura…Sono felice quando                            

                             sento cantare le ruote, quando sento la pioggia

                             che batte sul carro…Questa è la mia musica e a volte 

                             le parole stesse lo diventano…”

                                                                                              (Papusza)

 

      Papusza (Bronisława Wajs) nacque il 17 agosto 1908 o il 10 maggio 1910 a Lublino e morì l’8 febbraio 1987 a Inowrocław a 76 anni. Da bambina apprese a leggere e a scrivere in segreto, sfidando i divieti della tradizione familiare e del clan, aiutata dai ragazzi che frequentavano le scuole e da una commessa ebrea. Cresceva in mezzo alla natura, osservava attentamente gli alberi, i fiori, gli uccelli. Era bellissima. La chiamavano “Papusza”, cioè “bambola”. A sedici anni fu venduta dalla famiglia allo zio Dionizy Wajs, anziano suonatore di arpa, e costretta a sposarlo. I coniugi adottarono un bambino che chiamarono Tarzan, figlio di uno zingaro e di una ragazza gagi (non-Rom).

   Cominciò a scrivere in lingua rom e a cantare ballate, che a volte intitolava semplicemente “canzoni uscite dalla testa di Papusza”: ballate che parlavano della vita sua e del suo popolo, della povertà, della libertà, dell’amore.

   Nel 1949 lo scrittore e poeta Jerzy Ficowski, perseguitato dal regime comunista, si rifugiò nel campo di Zingari dove viveva Papusza. Egli trascorse tra i Rom circa due anni, imparando anche i rudimenti della loro lingua. Il poeta si rese subito conto dello straordinario talento della zingara. Invitò la poetessa a trascrivere i suoi versi e s’impegnò a tradurli in polacco e a farli pubblicare, e infatti alcune poesie apparvero ben presto sulla rivista “Problemy”. Fu l’inizio della notorietà di Papusza, ma anche della ostilità della sua gente nei suoi confronti. Tra l’altro Ficowski sosteneva la politica di sedentarizzazione forzata dei Rom voluta dal regime, e che in pratica cancellava il loro tradizionale modo di vivere, imponendo l’educazione scolastica e lo svolgimento di un lavoro. Due mesi dopo la pubblicazione delle poesie, una delegazione zingara andò a far visita a Papusza, che ora viveva in città, non risparmiandole esplicite minacce. Ben presto fu accusata dagli Zingari di aver tradito i segreti del suo popolo. Nel 1953 uscì lo studio monografico di Ficowski Gli Zingari polacchi e nel 1956 la prima edizione delle poesie di Papusza nella versione dello stesso autore. Queste pubblicazioni inasprirono ancor più l’atteggiamento degli Zingari nei confronti della poetessa, che fu condannata dal Baro Shero, la più grande autorità dei Rom polacchi. Venne dichiarata impura ed espulsa dal clan. Papusza disperata, in un accesso di sconforto e di rabbia, bruciò tutte le sue poesie e non scrisse più nulla. Passò gli ultimi anni in estrema povertà, malata di mente e logorata dal senso di colpa fino alla morte. Finì come una crisalide, cioè, proprio come dice il suo nome, simile a una “pupa”, a una crisalide senza voce.

   Pochi anni prima della morte, in completa solitudine, non sapendo nemmeno dove si trovasse Tarzan, disse: “Aspetto mio figlio. Verrà e mi porterà nel bosco, perché tutta la mia ricchezza è rimasta là. Esso era il mio palazzo per ripararmi dal vento e dalla pioggia…Quando vado nel bosco, là capisco ogni ramo. E quando vedrò attraverso gli alberi il chiarore del lago, capirò anche questo chiarore…”

   Oggi di questa poetessa tradotta in tedesco, inglese, francese, spagnolo, svedese e italiano, sono rimaste soltanto le 26 poesie nella versione polacca di Jerzy Ficowski, e proprio grazie a questo poeta ella continua ad esistere.  Oltre che da quest’ultimo, Papusza fu elogiata da altri illustri poeti polacchi: Julian Tuwim, Julian Przyboś, Wisława Szymborska, Anna Kamieńska, Edward Stachura. Papusza è presente oggi a pieno titolo nella storia della letteratura polacca,  per i suoi meriti artistici e come prima poetessa di etnia zingara di cui sono state pubblicate le opere. Ma per questo ella pagò un prezzo altissimo. Più volte ripeteva: “Sono una stupida, se non avessi imparato a scrivere, sarei stata felice”.

   Jerzy Ficowski – involontaria causa della sua fama e della sua tragedia, nel suo libro I demoni della paura altrui. Ricordi zingareschi (1986), si rivolge così alla poetessa un anno prima che lei morisse: “Cara Sorellina,…so di aver contribuito alla tua notorietà e alla tua disgrazia. La prima in realtà non è per merito mio, la seconda non è in realtà per colpa mia. Ciò malgrado, oggi sento in me il peso della corresponsabilità per tutte le miserie da cui sei stata colpita, benché sappia che esse erano ineluttabili. Perdonami, se puoi”. Forse se non avesse conosciuto Jerzy Ficowski sarebbe morta sconosciuta, ma sana di mente e felice? Chissà – è difficile decifrare il destino dei poeti.                               

                                                                                                         (Paolo Statuti)

 

Alcune poesie di Papusza tradotte da Paolo Statuti  

 

Canto del bosco

Ah, miei boschi!

In tutta la grande terra

non vi cambierei con nulla –

né con l’oro,

né con le pietre preziose,

le pietre preziose che

brillano così belle

e attirano la gente.

 

E le mie cime rocciose

le mie pietre sull’acqua                                    

più care sono dei gioielli

che irradiano la luce.

 

Nel mio bosco di notte

sotto la luna

i fuochi ardono

e irradiano la luce

come pietre preziose,

che adornano le dita alla gente.

 

Ah, miei amati boschi,

che profumate di salute!

Che allevaste i giovani Zingari

come propri boschetti!

 

Il vento agita il cuore come foglia

e non c’è paura di nulla.

I bambini cantano,

sia che abbiano sete o fame,

saltano e ballano, perché

questo il bosco ha insegnato loro.

1952

 

Il bianco inverno è giunto

 

Il bianco inverno è giunto,

la neve, come grande cuscino di muschio,

ha vestito tutti i verdi abeti,

ha piegato i loro rami.

 

Il cavallo sparge la neve coi quattro ferri

e il cuore si china

come i rami d’un piccolo abete.

 

In un cespuglio un gufo accovacciato,

sotto gli abeti gli uccelli –

come tenda li ripara la neve.

Il bosco come un sapiente,

non canta con i venti.

Scintille come stelle di brina

riflesse nelle pupille.

 

Oggi un uccello dorme tra gli sterpi

sotto la neve,

come un tempo il povero Zingarello

che oggi ha trovato una calda casa.

 

Un povero uccello sotto la finestra

intirizzito – chiede un po’ di pane.

Ah, è il mio fratellino del bosco!

Siamo cresciuti insieme nel bosco nero.

Gli darò un po’ di buon pane,

gliene darò a volontà.

 

Vieni qui da me, io verrò da te,

uccello poverino!

Preghiamo entrambi Dio,

che spunti un grande sole,

perché c’è tanta neve come soffice cuscino.

 

Uccello mio, qualcuno ha fatto per te

una calda casetta,

per non gelare sotto il cespuglio,

nelle grandi nevi,

dove non avevi

sogni sereni.

1952

 

Guardo qui, guardo là

 

Guardo qui, guardo là –

tutto ondeggia! Il mondo ride!

Un mare di stelle di notte!

Ciarlano, ammiccano, brillano.

 

Le stelle! Chi le comprende

di notte non vuole prender sonno,

osserva la chiara Via Lattea,

sa che è una via felice,

che chiama verso luoghi buoni.

 

Guardo qui, guardo là –

la luna si lava nelle calde acque,

come giovane Zingarella

nel ruscello del bosco.

Che sta mai succedendo?

Tutto ondeggia.

Il mondo ride.

1951

 

Canzone

 

Tra molti anni,

o forse non molti, prima,

le tue mani il mio canto ritroveranno.

Quando è nato?

Di giorno, o nel sonno?

E ricorderai, e mi penserai –

è stata una favola,

o era tutto vero?

E i miei canti

e tutto il resto

dimenticherai.

1952

 

O bosco, padre mio

 

O bosco, padre mio,

nero padre,

tu mi hai allevato,

tu mi hai lasciato.

Le tue foglie tremano

e io tremo con loro,

tu canti e io canto,

ridi e io rido.

Tu non hai scordato

e io ti ricordo.

Mio Dio, dove andare?

Che fare, dove prendere

favole e canti?

Nel bosco non vado,

il fiume non incontro.

O bosco, padre mio,

nero padre!

1970

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

Una fiaba zigana

15 Lug

 

Illustrazioni delle favole zigane, opera della nota illustratrice polacca Olga Siemaszko (1911-2000) Quella relativa alla favola qui pubblicata è la terza da sinistra in alto.

Illustrazioni delle favole zigane, opera della nota illustratrice polacca Olga Siemaszko (1911-2000) Quella relativa alla favola qui pubblicata è la terza da sinistra in alto.

 

   Nel lontano 1985 tradussi per la casa editrice e/o di Roma una bella raccolta di fiabe zigane intitolata “Il rametto dell’albero del sole” dello scrittore e poeta polacco Jerzy Ficowski. Per i bambini (ma forse non solo per loro) dei miei lettori ho scelto la fiaba La scatola incantata, nella quale si narra in modo fantasioso e poetico come è nato il violino e con esso la musica zigana.

 

La scatola incantata

   Al confine di un’abetaia con un faggeto vivevano, durante l’estate, dei poveri Zingari. D’inverno si trasferivano coi loro fagottelli in un vecchio mulino abbandonato, per avere un tetto sulla testa nelle giornate di gelo. A primavera tornavano al confine dell’abetaia con il faggeto e là, su una radura, piantavano la loro tenda piena di toppe e sfilacciata dai venti.

   Erano in due: lo Zingaro e la Zingara, sua moglie. Benché fossero già trascorsi sette inverni e sette primavere, estati e autunni, essi non avevano bambini e desideravano tanto avere un figlioletto. Un giorno la Zingara andò nell’abetaia in cerca di pigne. Le raccoglieva da terra e le metteva in un grande fazzoletto, raccoglieva e volgeva lo sguardo intorno. Vedeva lungo stretti viottoli, strettini come un’unghia, una lunga fila le formiche, che portavano dei bianchi involti in cui dormivano i loro bambini – le piccole formichine. «Fortunate formiche!…» sospirò la Zingara e riprese a raccogliere le pigne. Vedeva in un cespuglio di ginepro un fringuello che porgeva con il becco nere mosche ai suoi piccini. «Fortunato fringuello!…» sospirò la Zingara e riprese a raccogliere le pigne. Vedeva un riccio che portava a spasso quattro piccoli riccetti. «Fortunato riccio!…» sospirò la Zingara, quindi si mise il fazzoletto pieno di pigne sulle spalle e tornò alla sua tenda al confine dell’abetaia con il faggeto. Versò in terra le pigne e accese un grande fuoco, perché cominciava a rinfrescare; il vento soffiava e dall’abetaia giungeva un brusio, mentre dal faggeto – un fruscio. La Zingara si sedette vicino al fuoco e accanto a lei si sedette lo Zingaro.

   – Non c’era alcun bisogno di accendere un fuoco così grande, – disse lo Zingaro alla moglie. – Per noi due ne sarebbe bastato uno molto più piccolo.

   – Sì, è vero, – rispose la Zingara. – Ma se avessimo dei bambini, starebbero seduti attorno al fuoco e il calore basterebbe per ognuno. Allora non mi dispiacerebbe gettare tutte insieme nel fuoco le pigne dell’abetaia.

   Le pigne bruciavano creando un grande fuoco. Le rosse fiamme battevano le ali dorate, come se volessero volare via. Ma non potevano. Quando il falò si spense, lo Zingaro e la Zingara andarono a dormire nella tenda e fecero entrambi lo stesso sogno: sognarono un figlioletto – un marmocchio dai capelli neri.

   All’alba la Zingara si svegliò e andò col suo fazzoletto nel faggeto a raccogliere la faggina, con cui faceva bellissime collanine, infilando un pelo di coda di cavallo nelle piccole noci di faggio. Poi vendeva le collanine al mercato, perché facevano passare il mal d’ossa a quelli che le portavano al collo. Di faggina ce n’era in abbondanza, ma la Zingara ne raccolse appena tre manciate. Aveva visto una donna che guardava dalla cavità di un vecchio faggio. Era l’anima dell’albero e si chiamava Matuja. Si sporse dalla cavità e disse alla Zingara:

   – Non aver paura di me, sono l’anima di questo albero e non ti proibisco di raccogliere le piccole noci di faggio. Dimmi ciò che desideri, e io esaudirò ogni tuo desiderio.

   – O anima del faggio! – disse la Zingara spaventata. – Vorrei avere un figlioletto.

   – Avrai un figlioletto, – rispose Matuja. – Fa’ ciò che ti dirò. Quando andrai in paese a predire il futuro, cerca una zucca e allorché l’avrai trovata, staccala dalla radice e portala nella tua tenda. Ricorda però che la zucca deve essere grande e matura come la luna quando sorge. Svuotala, versaci il latte e poi bevilo fino in fondo, fino all’ultima goccia. Se farai questo ti nascerà un bambino bello e fortunato. E quando sarà cresciuto, che vada in giro per il mondo a cercare la fortuna che gli è predestinata. Perché non debba girare a mani vuote, ti do questa piccola scatola di legno di faggio, che un giorno forse gli potrà essere utile…

   Così dicendo, Matuja diede alla Zingara una scatola di legno e scomparve, e in un batter d’occhio la cavità dell’albero si coprì di corteccia di faggio.

   Tutta contenta la Zingara tornò di corsa alla sua tenda al confine dell’abetaia con il faggeto, e corse così in fretta, che lungo la strada perse metà della faggina raccolta. Portò dal villaggio una panciuta zucca, la svuotò, ci versò dentro un pentolone di latte di capra, che aveva ricevuto in cambio di una collanina contro il mal d’ossa. Bevve il latte fino all’ultima goccia, come le aveva ordinato Matuja. Aspettando la nascita del figlioletto, era così assorta nei pensieri, che per errore infilava nelle piccole noci di faggio i suoi capelli. Se ne accorse solo quando le collanine si spezzarono e le minuscole noci si sparsero sul muschio. Cominciò allora a infilarle di nuovo, ma per distrazione prese un filo di ragnatela, che era ancora più sottile e fragile del capello. Le piccole noci volarono via in tutte le direzioni, ma la Zingara non si afflisse per questo, perché una grande gioia regnava al confine dell’abetaia con il faggeto; era venuto al mondo un piccolo Zingarello.

   Lo Zingaro e la Zingara lavarono il marmocchietto nel ruscello che  aveva la sorgente nel faggeto e scorreva fino all’abetaia, e ancora oltre, fino al mare, che era al di là di essa. Fattogli il bagno, gli misero nome Bachtalo, che vuol dire Fortunato.

   Da quel momento accanto al fuoco sulla radura si riscaldavano in tre – lo Zingaro, la Zingara e lo Zingarello. E ciascuno aveva la sua porzione di caldo. I genitori del piccolo erano felici, ma poveri. Vissero un anno dopo l’altro, soffrendo il freddo e la fame. La Zingara non aveva di che vestire il figlioletto nei gelidi mesi invernali, quando si trasferivano, come sempre, nel vecchio mulino abbandonato. Passarono gli anni ma, chissà perché la profezia di Matuja ancora non si  avverava e il ragazzo era fortunato solo di nome.

   Trascorsero così venti anni. Una mattina Bachtalo uscì presto dalla tenda, si accomiatò dai genitori e se ne andò per il mondo in cerca di fortuna. Prese con sé la piccola scatola di faggio per la buona sorte e un bastoncino per difendersi dai cani rabbiosi. Attraversava i boschi, sceglieva strade tortuose, e gli animali che incontrava nella macchia gli suggerivano amichevolmente in quale parte del mondo fosse meglio andare. Perché Bachtalo viveva in armonia con gli animali fin dalla più tenera età e capiva i loro più diversi linguaggi: il volpino e il lupesco, lo scoiattolano e il tassese. Bachtalo andava per i boschi ma, benché cercasse in terra, nel cavo degli alberi e sui rami più alti, non riusciva a trovare la sua fortuna in nessun luogo. Finché un giorno un vecchio tasso gli disse che doveva andare a sud. Perché lì viveva un ricco re dei boschi che aveva promesso di rendere felice colui che avesse fatto qualcosa che il mondo non aveva ancora visto.

   – E in qual modo questo re lo renderà felice? – chiese Bachtalo.

   Il vecchio tasso rispose:

   – Il re ha promesso di dare sua figlia in moglie e metà del suo regno a un prode giovane. Io stesso avevo pensato di tentare la fortuna. Se la cosa mi fosse riuscita, avrei ottenuto la principessa e molti sudditi. Ma ci ho rinunciato, perché ormai sono troppo vecchio e le orecchie mi sono diventate completamente grigie. Tu, Bachtalo, sei giovane, – aggiunse il tasso, – e dovresti provare. Forse riuscirai a esaudire il desiderio del re, diventando così il marito di sua figlia… Dirigiti a sud.

   – D’accordo. Ti ringrazio, – disse Bachtalo e partì. Attraversò una abetaia e un faggeto, una selva di pini e un’altra di aceri, finché arrivò in una vasta radura, dov’era la capitale del re dei boschi. Al centro di essa spiccava la grande tenda rossa in cui viveva il re con la sua figliola. Bachtalo entrò nella tenda reale e disse:

   – Sono lo Zingaro Bachtalo. Sono giunto, o re, per esaudire il tuo desiderio…

   Ma senza tanti complimenti, i servitori del re lo buttarono fuori dalla tenda, perché il sovrano era occupato ad ascoltare il fruscio del bosco, e quindi non aveva tempo.

   – Sappi, – disse un servo allo Zingaro, – che ogni giorno dalle cinque alle sette il re ascolta il fruscio del bosco e perciò non può essere disturbato. Torna domattina presto.

   Bachtalo andò a cercarsi un giaciglio nel bosco e pensò che avrebbe dovuto vedere la principessa, prima di trovarsi di nuovo davanti al re.

   La luna stava spuntando sul bosco, panciuta e grande come una zucca, e illuminava il lago, dove proprio in quel momento la figlia del re dei boschi stava facendo il bagno. Bachtalo pensò che era molto bella, e non si sbagliava, perché era bella davvero.

   La mattina seguente Bachtalo si recò dal re e gli disse:

   – Ho sentito, o re, che vuoi dare tua figlia in moglie a colui che farà qualcosa che il mondo ancora non ha visto. Sappi dunque che io voglio sposare tua figlia, dimmi soltanto ciò che devo fare.

   Udite quelle parole il re andò su tutte le furie e gridò:

   – Ma cos’hai in quella testa?! Mi chiedi cosa devi fare? Lo sai bene che darò mia figlia soltanto a colui che creerà una cosa tale, che nessuno ne ha mai vista una simile! Per questa stupida domanda finirai in prigione!

   In quello stesso istante gli piombarono addosso i valletti del re e il povero Zingaro finì in una buia fossa sotto le radici di una vecchia quercia. Chiusero la fossa con una pesante pietra e Bachtalo restò solo al buio. E anche se ci spuntava una qualche luna, sottoterra essa doveva essere certamente nera, perché non si vedeva affatto. Le talpe andavano da Bachtalo per riscaldarlo con la loro calda pelliccetta. Bachtalo non riusciva a vedere neanche loro in quella oscurità, ma le aveva riconosciute dalla voce, perché conosceva il talpese.

   Non si sa da quanto tempo si trovava lì, quando all’improvviso il sotterraneo s’illuminò di una luce dapprima verdognola e poi bianca, e al ragazzo apparve Matuja. Aveva lunghi capelli argentei come un ruscello.

   Gli si rivolse sussurrando, e in un primo momento Bachtalo pensò che non fosse un sussurro, ma il vento, o qualcuno che sopra la sua testa raccoglieva le fascine e le pigne nel bosco. Ma un istante dopo Bachtalo cominciò a capire le parole sussurrate da Matuja. Ed esse erano:

   – Non aver paura e non affliggerti, Bachtalo. Uscirai di qui e sposerai la figlia del re dei boschi. Sono Matuja e prima ancora che tu venissi al mondo ho promesso che avresti avuto fortuna. Sono venuta per mantenere la promessa. Hai sempre con te la piccola scatola di legno di faggio, vero?

   – Ce l’ho, – rispose Bachtalo socchiudendo gli occhi per la troppa luce, – ma non mi è servita a niente. Ho raccolto ossicini di pipistrello, che portano fortuna, e li ho messi nella scatola. Ho colto il quadrifoglio e ho messo dentro anche quello, ma si è seccato ed è finito in polvere. E la fortuna non s’è mai vista.

   – Non affliggerti, Bachtalo, – riprese a sussurrare Matuja. – Ce l’hai un rametto di faggio?

   – Ce l’ho, – rispose Bachtalo, – e non mi è servito a niente, perché non ho incontrato nessun cane, da cui mi sarei dovuto difendere. Ma anche se l’avessi incontrato e cacciato via, – questo avrebbe forse significato avere fortuna?

   – Non affliggerti, – rispose Matuja. – Prendi una ciocca dei miei capelli e tagliala.

   Bachtalo lo fece, e lei disse ancora:

   – E adesso fissa una parte della ciocca sulla tua scatola e la parte restante legala al bastoncino di faggio. Da questo momento la piccola scatola allieterà o rattristerà la gente, secondo il tuo desiderio.

   Matuja si mise la scatola sul palmo della mano, se l’accostò alla bocca e ci rise dentro sottovoce. Poi cominciò a piangere e qualche sua lacrima cadde nella scatola.

   – Adesso prendi il bastoncino e passalo avanti e indietro sui miei capelli che hai fissato sulla scatola.

   Bachtalo provò a fare come lei diceva ed ecco che dalla scatola cominciarono a fluire dolcissime note. Matuja scomparve. Nel sotterraneo era tornato il buio, ma Bachtalo non smetteva di suonare. All’inizio suonò un adagio triste. Lo sentirono nelle profondità della terra le cieche talpe e pensarono: è giunto l’autunno, le tristi nebbie vagano sopra il bosco e le foglie dorate cadono nelle pozzanghere. Ma poi Bachtalo cominciò a suonare un allegro vivace che riscaldò l’aria nel sotterraneo; si sentivano gli uccelli svolazzare e il cinguettio di migliaia di piccole gole.

   D’un tratto la fossa della prigione si rischiarò. Bachtalo pensò che fosse tornata Matuja, e che quella fosse la sua luce. Ma no! Era la luce del giorno. Il re dei boschi aveva udito il suono e aveva ordinato ai suoi servitori di togliere la pesante pietra e di far uscire il prigioniero dal sotterraneo.

   Quando Bachtalo si trovò davanti al re gli disse:

   – Guarda, o re, e ascolta! Ecco una cosa che il mondo non ha mai visto e non ha mai udito.

   E comiciò a suonare con la sua piccola scatola. Iniziò con una triste melodia. Il re scoppiò a piangere e dalle sue lacrime – come dopo la pioggia – spuntarono centinaia di funghi. Poi suonò un’allegra canzone. Il re sorrise e assieme a lui sorrisero i cortigiani, la famiglia reale e il bosco intero. Il sorriso più bello però era sul viso della principessa, e in quel medesimo giorno sulla radura del re vennero celebrate le nozze. Bachtalo condusse con sé la madre e il padre dal confine del faggeto con l’abetaia, e tutti insieme mangiarono, bevvero e fecero festa per tre giorni. E Bachtalo suonò le più allegre canzoni. Il re dei boschi smise di ascoltare i fruscii del bosco dalle cinque alle sette, perché la musica della scatola incantata era cento volte più bella di ogni fruscio.

   Ed è così che venne al mondo il violino.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

Jerzy Ficowski

20 Feb

La difesa dei valori umani

Jerzy Ficowski

   Jerzy Ficowski appartiene alla schiera dei maggiori poeti polacchi del secondo dopoguerra, e soprattutto di quelli più attentamente letti e seguiti dai lettori. Nato il 4 settembre 1924 a Varsavia, ancora giovanissimo prese parte attiva alla lotta contro l’occupante nazista. Combatté nei ranghi dell’Armia Krajowa, l’armata clandestina fedele al governo polacco in esilio a Londra, e sulle barricate durante l’insurrezione di Varsavia (agosto e settembre 1944).

   Studiò filosofia e sociologia all’Università di Varsavia. Debuttò come poeta nell’anno 1946. Già il suo primo volume di poesie Soldatini di piombo (1948) gli attirò l’attenzione della critica letteraria. Divenne però famoso per le sue ricerche sulla vita degli zingari: Gli zingari polacchi, un volume di studi storici e sociologici che uscì presso la casa editrice statale PIW nel 1953, frutto del suo errare per molti mesi con un gruppo di zingari girovaghi. Conoscendo alla perfezione la loro lingua, egli riuscì a scoprire Papuša, una poetessa zingara analfabeta, e a tradurre e pubblicare le sue poesie in una edizione bilingue. Lottò per anni per i diritti di questo popolo e pubblicò in seguito vari libri dedicati al loro folklore, alla loro mitologia e ai costumi, diventando membro della Gipsy Lore Society d’Inghilterra. A tale proposito va ricordato che Ficowski è anche autore di una bella raccolta di fiabe zigane, tradotte in italiano da Paolo Statuti e stampate dalla casa editrice e/o nel 1985 con il titolo Il rametto dell’albero del sole.

   Ottimo conoscitore della pittura moderna, pubblicò tra l’altro le Fiabe macovschiane, illustrate con disegni di Thaddée Makowski, noto pittore polacco-francese, e Lettera a Marc Chagall, libro tradotto in molte lingue e illustrato dallo stesso Chagall.

   Alternando l’attività poetica con seri studi storico-letterari, Ficowski si è occupato anche dell’opera di Bruno Schulz, uno dei maggiori prosatori polacchi (Le botteghe color cannella, Il sanatorio all’insegna della clessidra), assassinato dai nazisti in una strada della natia Drohobycz durante la guerra. Fu Ficowski a divulgare le sue lettere e a scrivere la più acuta monografia di questo autore: Le regioni della grande eresia, 1967.

   Con tutto ciò, Ficowski non ha disdegnato la cosiddetta poesia di largo consumo: fu infatti l’autore dei testi delle canzoni di maggior successo, fu anzi uno dei rinnovatori di questo genere letterario; cosa del resto non tanto rara nella Polonia contemporanea, dove i compositori e i cantanti più celebrati raggiungono la fama proprio cantando testi dei più grandi poeti classici e di quelli più recenti. Va ricordato a tale proposito, che neppure i poeti della generazione precedente (Tuwim, Hemar, Słonimski, Gałczyński) si rifiutarono di scrivere anche per la piazza o perfino per il cabaret. Ficowski ha però aggiunto una nota nuova al lavoro del paroliere: ha portato in questa materia tradizionale le conquiste della post-avanguardia poetica. Così, insieme con Agnieszka Osiecka, egli ha creato un diverso metro con cui valutare la canzone; dopo di loro è difficile in Polonia essere banali anche in questo campo.

   Ficowski è sempre stato in prima fila tra gli scrittori impegnati nel senso più vero di questa parola, come tenace difensore degli oppressi e dei perseguitati. Negli anni della reazione gomulkiana e del regime di Gierek, prese parte al movimento della contestazione e, in consonanza con le migliori tradizioni della poesia polacca, intervenne spesso come poeta a difesa dei diritti umani e soprattutto del diritto alla libertà di parola. Di conseguenza, negli anni Settanta dovette pubblicare le proprie poesie presso case editrici “fuori censura”, cioè nel samizdat polacco, come noto assai attivo e diffuso. Così fu pubblicato anche il suo poema ormai famoso La lettura delle ceneri, dedicato alla memoria dei tre milioni di ebrei polacchi sterminati dai nazisti.

   Ficowski con la sua inventiva e perseveranza, con la profonda conoscenza sia delle tradizioni letterarie, sia del vivo folklore, contribuì in modo straordinario ad uno dei più tipici fenomeni polacchi: far parte di coloro che fanno della poesia una cosa indispensabile ai Polacchi, al pari del loro pane quotidiano.

   Jerzy Ficowski è morto a Varsavia il 9 maggio 2006.

                                                                        Jerzy Pomianowski

Jerzy Ficowski tradotto da Paolo Statuti

Sette parole

                                                      “Mammina! Però sono stato buono!

                                                       E’ buio!”

                                                        (parole di un bambino rinchiuso

                                                        nella camera a gas a Bełżec nel 1942 –

                                                        Testimonianza di Rudolf Reder,

                                                        unico prigioniero scampato –

                                                        Bełżec 1946)

Tutto è stato sfruttato

tutti sono morti ma tutto rimane

un mucchio di capelli caduti dalle teste

per la fabbrica di materassi di Amburgo

denti d’oro strappati

sotto l’anestesia della morte

Tutto è stato sfruttato

è servita anche quella voce

contrabbandata fin qui sul fondo di qualche memoria

come calce non spenta con le lacrime

e a volte il lager si apre nel profondo

e scoppia da esso il buio perpetuo

come fermarlo

anche il lamento del bambino che fu che fu

benché la memoria impallidisca

non di orrore

ma perché impallidisce da trent’anni

E tacciono milioni di silenzi

trasformati in un numero di sette cifre

e grida grida un posto vuoto

Voi che non mi temete

perché sono piccolo e non ci sono più

non rinnegatemi

lasciatemi il ricordo di me

quelle parole post-ebraiche

quelle parole post-umane

solo quelle sette parole

 

Come guastare la festa ai cannibali

da lungo tempo medito

come guastare la festa

ai cannibali

attendere

che si arrostiscano

sotto l’aureo coperchio del sole

macché sono troppo immuni

dal proprio arrosto

 

non lasciarsi

mangiare

è un piano troppo magro

e poco realistico

dal momento

che sei già

sulle loro bocche

mangiarli

sarebbe

insipido

allora forse cominciare

a render loro gli uomini disgustosi

ma come sarebbe possibile

quindi restano

nelle loro comode giungle

con le fauci

piene di umanità

 

L’ora è maturata

E’ notte l’ora è maturata

uccideremo i morti

se per caso qualcosa è rimasta

la ridurremo al niente

se è rimasto un osso

non lo riconosceremo

se sono ascesi al cielo

manderemo alti uccelli

per ucciderli a beccate

se una loro parola un loro gesto

albergarono tra noi

azioneremo

i cattivi conduttori della memoria

se è rimasto di loro un segno

ne faremo il marchio di fabbrica

p es di un topicida

se hanno lasciato orfani

preverremo la separazione

in nome del vincolo familiare

perché i morti sono contagiosi

perché i morti sono troppo loquaci

perché i morti non hanno niente

a nostra discolpa

E’ notte l’ora è maturata

uccideremo i morti

non si possono lasciare

in preda all’eternità

 

Exodus 1947

C’era una volta una nave fiabesca,

l’ubriaco vascello di Rimbaud,

contrade di acque multicolori,

di cieli-pavoni, di lune succose

e il verde fluttuante delle maree,

soavi come una parola – atollo.

Piangevano i bambini un gabbiano

gettato con le conchiglie nella sabbia.

Oggi il fondo del mare non illumina

sotto i tremuli passi degli erranti –

con la forra gialla come ambra,

che si stende fra rupi scoscese

di acqua frusciante come cedro.

Alla Terra Promessa

lungo il fondo non ti condurrà Geova.

Chiazzato di spuma delle maree

attraverso le ciglia grevi di gocce

saluta da diciassette miglia

la terra strappata ai tuoi occhi

dai colpi dei vittoriosi fucili.

L’Exodus vaga per i mari,

il vascello che cerca la casa,

che alla notte li ha strappati

e fatti uscire dalla casa di schiavitù,

riconsegna i corpi dei morti

ai delfini, e lo sguardo ramingo

dei vivi – rimanda agli alcioni.

I gabbiani tornano ai nidi.

Lo sguardo di chi ha fame – greve per i torti.

Ed essi crescono. C’è la marea.

E percuote con l’onda cieca

i placidi sonni costieri

delle città satolle.

 

Ti narrerò una storia

ti narrerò una storia

prima che emerga purgata di noi

cioè della sabbia

discretamente conservata

come carcassa di plesiosauro

sotto il deserto del gobi

narrerò ancora una calda

dai forni di auschwitz

narrerò ancora una gelida

dalle nevi di kolyma

storia di sporche mani

storia di mani amputate

essa manca nei manuali

per non sporcare

le bianche macchie

sulla mappa del tempo e dei tempi

ti narrerò questa storia

mai scritta

che giunge di rado

alla esumazione dei sogni

come prova ho il silenzio

sforacchiato così a fondo

per questo parlo sottovoce

narrerò una storia

ma non ripeterla

 

La base della divisione

Aveva solo le parole

gli hanno piegato le parole

sul dorso

sparolato partecipò

alla divisione

equa come la mannaia

il manico per il boia

la lama per il condannato

Voleva chiedere

in base a che cosa

ma la base era

il ceppo per il collo

ormai avvezzo

già una volta

gli hanno troncato l’albero

 “Vanno i carri colorati” (“Jadą wozy kolorowe” – parole di Jerzy Ficowski e musica di Stefan Rembowski) è una canzone di grande successo, interpretata dalla nota cantante Maryla Rodowicz e premiata nel 1970 dalla TV polacca al Festival della Canzone di Opole. Ho modificato leggermente il testo originale per adattarlo alla musica.

 

Vanno i carri colorati

Van di carri colorati lunghe schiere

vanno i carri colorati nelle sere

forse il vento predirà la loro sorte

dalle foglie che si posano contorte

prima che la vostra impronta sia sparita

raccontatemi gitani come da voi è

molto e poco abbiamo è la verità

rosso e verde lampi e l’oscurità

da noi è blu da noi è violetto

da noi è bello da noi è brutto

ma colori sempre in grande quantità

van di carri colorati lunghe schiere

oh! Potessi coi gitani rimanere

me ne andrei presso la musica sognando

quelle vecchie viole in estasi ascoltando

con il vento caldo cucirò le tele

che mi date per guarir la mia infelicità

molto e poco noi daremo in verità

rosso e verde lampi e oscurità

blu daremo col violetto

vi daremo bello e brutto

ma colori sempre in grande quantità

 

son partita allora al limite del mondo

con le trecce i venti fanno un girotondo

e del bosco picche e fiori raccoglievo

dove nascono le musiche correvo

con gli zingari in regioni nuvolose

e colori alla gente gratis oggi do

molto e poco prenderete in verità

rosso e verde lampi e oscurità

chi il blu vuole chi il violetto

chi le impronte del carretto

a colui che coi gitani partirà

a lui il blu od il violetto

a lui l’eco del carretto

a colui che coi gitani partirà

 

5  VIII  1942

                                Alla memoria di Janusz Korczak

Che faceva il Vecchio Dottore

sul carro bestiame

diretto a treblinka il 5 agosto

per qualche ora di circolazione sanguigna

lungo lo sporco fiume del tempo

non lo so

che faceva il Caronte volontario

traghettatore senza remo

donava forse ai bambini l’ultimo

respiro affannato

lasciando per sé

solo il gelo lungo la schiena

non lo so

mentiva loro forse

con piccole dosi

soporifere

o toglieva dalle testoline sudate

i timorosi pidocchi della paura

non lo so

ma per questo ma poi ma là

a treblinka

tutto il loro spavento tutto il pianto

erano contro di lui

ah ormai era solo questione

di minuti cioè della vita intera

era poco era tanto

io là non c’ero non lo so

vide il Vecchio Dottore a un tratto

che i bambini

erano invecchiati

come lui

erano sempre più vecchi

dovevano giungere alla canizie della cenere

dunque quando l’àscaro o l’esse-esse

colpì il Dottore

vide che egli

diventava bambino come quelli

sempre più piccolo

finché non nacque

allora insieme al Vecchio Dottore

è pieno di loro in nessun luogo

lo so

 

 

 

 

 

 

 

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