Mirka Szychowiak

10 Gen

 

 

    Scrutando il cielo della poesia polacca ho scoperto un’altra stella. Si chiama Mirka Szychowiak. Ha debuttato nel 2005 ed ha al suo attivo 5 raccolte di poesie e una di racconti. Ha già vinto diversi premi letterari. Il poeta, prosatore e critico Karol Maliszewski scrive: «Questo genere di versi è atteso con nostalgia, con essi si tira un sospiro di sollievo». Il poeta Bohdan Zadura a sua volta afferma: «La lingua di queste poesie esprime ciò che pensa la testa e ciò che sente il cuore…Mirka Szychowiak comunica con il mondo. Ha nei confronti di esso tanta sensibilità, quanta ne occorre per non cadere nel sentimentalismo, tanto distacco quanto basta per manifestargli qualcosa di più della comprensione». Ecco invece cosa dice la poetessa: «La poesia è dappertutto, ma io non la cerco, è lei che mi trova, perché io la partorisca. La gravidanza poetica si sviluppa nella mia testa, finché la poesia non assume una forma precisa. Allora la scrivo, fino all’ultima parola».

In una sua recente e-mail Mirka Szychowiak mi ha confessato: «Oggi posso dire che fuggendo da Wrocław ho trovato nella campagna di Księżyce la mia vera casa, dove posso avere tutti gli animali che voglio e dove tutto è mio. Ho sempre scritto qualcosa, ma soltanto in questa campagna è nata la poetessa Mirka Szychowiak. Ho debuttato relativamente tardi e mi chiedono perché. Penso che non si possa mettere fretta. Ognuno ha il suo momento. Il mio è giunto quando doveva giungere. Se avessi dovuto debuttare prima, l’avrei fatto. In una intervista ho detto che la scrittura consiste nell’attesa (anche). Le gestazioni letterarie non sono uguali per tutti – il parto avviene in tempi diversi. I parti prematuri sono pericolosi…Non ho intenzione di essere del tutto adulta o di sentirmi come una matrona impettita; non voglio perdere le occasioni di entrare in contatto con ciò che è apparentemente futile, brutto, emarginato. Perché Mirka Szychowiak cerca la bellezza proprio dove essa non è in prima fila, ma è profondamente nascosta da qualche parte».

 

 

Poesie di Mirka Szychowiak tradotte da Paolo Statuti

 

Non c’è male

Non c’ero là, ma sento un dolce

odore. Così dovrebbe profumare

il veleno. Si può prendere di gusto,

ben bene sparire ai propri occhi,

anziché fingere che si vuole qualcosa.

Com’è imbarazzante questa vita.

Pigolio

 Cala l’acqua, i giorni sempre più mortali,

i paesaggi piangono soli. Chi innesterà e spargerà

questa forza, raccoglierà le gocce, perché non io?

Niente si può dividere a metà, niente ormai vuole essere

intero e vivo. Ciò che era mio l’hanno preso senza chiedere.

Cose trovate per caso, solo questo ora ho. Un paesaggio

arido, fiumi vuoti e qualche uccello impaurito

coi sintomi della malattia dell’orfano. Siamo così

diversi da tutto ciò che amo.

Suolo

 La sera la gente torna a casa e si spopola

la riva del fiume – il nostro preferito

locale notturno. E’ bello immergersi

nell’acqua fino al collo e sgranocchare le stelle

che galleggiano come ciccioli dorati.

Veniamo qui, quando non abbiamo più niente

da riparare. Gli strati protettivi

stesi sulla riva, aderiamo morbidamente.

Sotto di noi la parte assonnata del cielo.

Riflesso

 Il pesce di cristallo, solo e morto

riposa sul ripiano deserto.

Verso in esso un frammento di oceano;

la sabbia si posa sul fondo del ventre

e si ammassa, partorendo nel dolore una duna.

Non mi rallegra questa frode,

dovrei liberarlo e lasciarlo

in pace. Tutto solo, come me.

Sul fondo del deserto due pesci

– uno piange, l’altro vuole.

Né, né

 Il cielo annerito sputa le note

– un requiem da tempo promesso alle stelle.

Bruciano così in fretta, che la notte si acceca.

Il fuoco irrompe dalla finestra aperta,

distribuisce biglietti per il concerto di ieri.

Ciò che l’ha rapita non pretende un riscatto

– il prezzo della paura è incalcolabile.

Là in alto duole molto, vuole soffocare.

Né dormire né cadere né niente.

 

Circostanze

 Mi sono trasferita nel mondo macchiata

di sangue, con la cintura di sicurezza recisa.

Pioveva in quel momento? Di notte, o forse

all’alba, il mio corpo si costruiva dall’inizio.

Loro sapevano più di me, ma ora non si sa

a chi chiedere. Da quando sento che esso non

mi appartiene, voglio modificare il curriculum.

Oltre il corpo deve esserci una qualche storia.

I testimoni se ne sono andati, prendendo il ricordo di me,

l’hanno lasciato nella polvere, alla rinfusa, adulto.

E da quando non cresco più, ricordo sempre meno.

Accanto

 Rumore nei corridoi delle vene, intorno le piantagioni

dei tendini; il corpo vestito di tutto punto

non permette di vedere ciò che avviene in se stesso.

Si vive con questo corpo insieme e separati,

con lo stesso nome, per lo più tacendo.

Quali sono le abitudini di ciò che hai dentro,

dormite insieme, o uno di voi veglia,

controlla il polso, la temperatura e il respiro?

Ciò è vivo nel vivo, vicino e sconosciuto;

qualcuno a volte deve entrarci e governare,

guarda da vicino, tocca e spezza, e tu

nemmeno sai a chi duole di più.

Solo la testa sembra essere comune

e il sangue è lo stesso, versato come fiume.

Il resto è lontano, benché proprio sotto la pelle

– una cassaforte con la serratura arrugginita.

Allora

 E’ certo che quel giorno arriverà.

Lo chiamo un lungo sogno, allora è più facile

mescolarlo con la paura in agguato.

I timori camminano al centro, costringono

allo scontro frontale. Io partecipo, ma nessuno

m’ incontrerà col decesso scritto in faccia.

Per ora penso a cosa prendere e a cosa lasciare,

a chi affidare gli apparecchi del linguaggio,

a cosa distruggere, o considerare come prova

che qui c’ero anch’io. E chi conserverà questo?

Quando qualcuno farà segno di voler ricordare,

si tornerà sull’argomento.

Ho per te un piccolo nobel

 Finalmente hai la pace.

Ti giungono soltanto i suoni

che accrescono il sapore del silenzio.

La febbre non ha minato i tessuti

e ciascuno può rigenerarsi.

Lo so, è stata dura.

Per l’acuto catarro delle vie vitali

non s’è ancora trovata la giusta diagnosi.

Ma tu non hai sofferto oziosamente.

Da ciò che scavava un tunnel

nella tua testa – hai ricavato un antidoto;

per esso ti do un piccolo nobel.

Posso portare qui altri?

Di quelli non contorti, frastornati,

che sgranocchiano pillole come caramelle.

Racconta loro di te – di quella più recente,

che ha sconfitto il drago. Questo basta.

Trasbordo

 La rabbia è un carburante, per il quale

ho uno sconto – occhi chiusi e piede sul gas.

Non vede dove corre, chi va, non

sente se si staccherà un pezzo, neanche

si fermerà, non cercherà di rimettere a posto

ciò che è caduto. La testa si riempie come

un pallone si riempie di aria – sei sempre più grande,

ma come più leggera, meno sensibile al fuoco

che da sotto con insistenza cerca

di staccarti da terra. C’è una scelta,

un’altra strada e un altro luogo, per scaricare

l’eccesso di carburante, togliere il piede dal gas,

lasciare il bagaglio e andare a piedi?

Entrare in qualche modo in una gita

a piedi, consumare le suole e aprire

gli occhi, vedere tutto questo e tutto

guardare e reggere la testa, affinché

non scappi, affinché non rimanga sola

in questo bordello.

 

 

Thomas Stearns Eliot: Gente vuota

20 Dic

 

T.S. Eliot (1888-1965)

T.S. Eliot (1888-1965)

 

 

Gente vuota

da: Wikipedia, l’enciclopedia libera

 

«We are the hollow men                          «Noi gente vuota

We are the stuffed men                            Noi gente impagliata

Leaning together                                       Ci sosteniamo a vicenda

Headpiece filled with straw… »               La testa imbottita di paglia… »

 

   Thomas Stearns Eliot scrisse questa poesia nel 1925 durante un periodo di assenza dal lavoro a causa di un esaurimento nervoso.

Gli uomini vuoti si presentano direttamente attraverso un monologo drammatico: essi non hanno identità, personalità, non riescono a stare in piedi da soli e sussurrano parole vuote As wind in dry grass Or rats’ feet over broken glass (“Come il vento sull’arida erba O i piedi di topo sul vetro in frantumi”). Questi sono il correlativo oggettivo dell’uomo moderno, quegli stessi viventi moribondi che affollavano la “Terra desolata”, “forma senza foggia, ombra incolore, forza paralizzata, gesto immobile”. E’ gente vuota e di paglia. Essa non riesce a sostenere lo sguardo degli occhi degli uomini virtuosi, poiché questi per loro sono come Sunlight on a broken column (“La luce del sole su una colonna spezzata”), sottolineando una morte prematura.

La gente vuota vive in un deserto, in una terra morta, arida come loro sia psicologicamente che religiosamente a causa della mancanza di acqua. In questa terra crescono solo cactus, che danno frutti spinosi, le spine del mondo moderno. Qui hanno costruito immagini di pietra che in realtà sono solo falsi idoli che ricevono The supplication of a dead man’s hand Under the twinkle of a fading star (“La supplica della mano di un morto Nel luccichio di una stella che si spegne”). Poi gli uomini si svegliano soli e innalzano preghiere a quella pietra infranta, sottolineando la mancanza di comunicazione, empatia e condivisione dei sentimenti.

 

Nella vuota valle di stelle morenti, una mascella spezzata di regni perduti (declino del mondo moderno), non ci sono anime, né occhi, la gente brancola insieme senza parlare, riunita sulla spiaggia del fiume ingrossato. Non torneranno ad essere anime a meno di una speranza miracolosa come la Rosa di molte foglie del Paradiso che appare vana. La gente vuota si trova bloccata in questa situazione di inerzia e paralisi, di debolezza della volontà, incapace di affrontare il salto esistenziale di Kierkegaard.

 

«Between the idea                                       «Tra l’idea

And the reality                                              E la realtà

Between the motion                                    Tra il movimento

And the act                                                    E l’azione

Falls the Shadow… »                                    Si posa l’Ombra… »

 

L’ombra rappresenta una life-in-death (vita nella morte) che ha avuto la possibilità di riconoscere  la differenza tra salvezza e dannazione, ma ha rigettato questa possibilità e ha scelto di non scegliere tra le due, e vivrà per sempre in un Limbo. Irrompe così una voce esterna che dice Perché Tuo è il Regno Perché Tuo è La vita è Perché Tuo è il…, ma “il mondo finisce non con un boato ma con un guaito”.

 

Presento qui la mia versione di questa celebre poesia.

 

Gente vuota

 

Mistah Kurtz – he dead.

A penny for the Old Guy

 

I

 

Noi gente vuota

Noi gente impagliata

Ci sosteniamo a vicenda

Le teste imbottite di paglia. Ahimé!

Le nostre aride voci

Quando sussurrano

Sono sommesse e insignificanti

Come il vento sull’arida erba

O i piedi di topo sul vetro in frantumi

Nella nostra arida cantina

 

Forma senza foggia, ombra incolore,

Forza paralizzata, gesto immobile;

 

Quelli che sono entrati guardando dritto

Nell’altro Regno della morte

Ci ricordano – se lo fanno – non come anime

Perse e violente, ma soltanto

Come gente vuota

Gente impagliata.

 

II

 

Non oso incontrare gli occhi nei sogni

Nel regno sognato della morte

Essi non appaiono:

Là, gli occhi sono

La luce del sole su una colonna spezzata

Là, è un albero che ondeggia

E le voci

Quando il vento canta

Sono più distanti e solenni

Di una stella che si spegne.

 

Che io non sia più vicino

Nel regno sognato della morte

Che indossi anch’io

Tali ricercati travestimenti

Pelo di topo, piume di corvo, bastoni incrociati

In un campo

Facendo come fa il vento

Non più vicino –

 

Non l’incontro finale

Nel cupo regno

 

 

III

 

Ecco la terra morta

Ecco la terra dei cactus

Qui le statue di pietra

Sono sorte, qui esse ricevono

La supplica della mano di un morto

Nel luccichio di una stella che si spegne.

 

Ed è così anche

Nell’altro regno della morte?

Ci svegliamo soli

Nell’ora in cui

Tremiamo di tenerezza

Le labbra che vorrebbero baci

Pregano a una pietra spezzata.

 

IV

 

Gli occhi non sono qui

Non ci sono occhi qui

In questa valle di stelle morenti

In questa valle vuota –

Spezzata mascella dei nostri regni perduti

 

In questo ultimo luogo d’incontro

Brancoliamo insieme

Evitiamo di parlare

Riuniti sulla spiaggia del fiume ingrossato

 

Ciechi, se

Gli occhi non riappaiono

Come perenne stella

Rosa di molte foglie

Del cupo regno della morte

La speranza soltanto

Di gente vuota.

 

 

 

V

 

Giriamo intorno al frutto spinoso

Frutto spinoso frutto spinoso

Giriamo intorno al frutto spinoso

Alle cinque del mattino.

 

Tra l’idea

E la realtà

Tra il movimento

E l’azione

Si posa l’Ombra

                                Perché Tuo è il Regno

 

Tra la concezione

E la creazione

Tra l’emozione

E la reazione

Si posa l’Ombra

                                La vita è assai lunga

 

Tra il desiderio

E lo spasimo

Tra la potenzialità

E l’esistenza

Tra l’essenza

E il suo frutto

Si posa l’Ombra

                                   Perché Tuo è il Regno

 

Perché Tuo è

La vita è

Perché Tuo è il

 

In questo modo il mondo finisce

In questo modo il mondo finisce

In questo modo il mondo finisce

Non con un boato ma con un guaito.

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

Madre Teresa di Calcutta: Anche allora è Natale

10 Dic

 

 natale

 

Anche allora è Natale

 

Ogni volta che sorridi

a un tuo fratello

e gli tendi le mani,

anche allora

è Natale.

 

Ogni volta che taci

per ascoltare chi ha bisogno,

anche allora

è Natale.

 

Ogni volta che rinunci

a regole che come una morsa

schiacciano gli uomini

nella loro solitudine,

anche allora

è Natale.

 

Ogni volta che dai

un po’ di speranza ai “carcerati”,

a quelli che sono oppressi

dal peso fisico, morale

e spirituale della povertà,

anche allora

è Natale.

 

Ogni volta che riconosci

umilmente quanto esigue sono

le tue possibilità e quanto grande

è la tua debolezza,

anche allora

è Natale.

 

Ogni volta che permetti a Dio

di amare gli altri tramite te,

 

Anche allora è Natale.

 

 

(Versione di Paolo Statuti dal polacco)

Paolo Statuti: Giovanni il fornaio

5 Dic

 fornaio

 

Giovanni il fornaio

 

     Giovanni era un fornaio molto in gamba. Nessuno sapeva fare il pane e i dolci come lui, e quindi tutto il paese era suo cliente fisso. Era solo, perché i parenti vivevano lontano e perché, nonostante le numerose buone occasioni di sposarsi, aveva preferito restare scapolo. Forse proprio a causa della sua solitudine, e di qualche altro motivo a noi sconosciuto, col trascorrere degli anni, benché fosse ancora forte e giovane, Giovanni si era fatto triste e taciturno. Gli abitanti del paese dicevano di lui:

– Giovanni è cambiato, non è più quello di una volta.

E così il tempo passava, il suo pane era sempre eccellente, ma quel lavoro ormai non lo attirava più. Spesso la sera si sedeva sotto un albero e guardava la luna. La guardava e a un tratto cominciava a sembrargli un cornetto. Osservava i ciottoli sul sentiero che conduceva a casa sua, e all’improvviso cominciava a vedere dei panini. Guardava le ruote dei carri che passavano sulla strada e immaginava che fossero dei ciambelloni. Insomma, dopo un periodo di semplice noia, ora era addirittura ossessionato dal suo lavoro, non riusciva più a vivere sereno. I soldi non lo interessavano, perché a quanto pareva non lo rendevano felice. Cosa poteva fare dunque?

Una mattina gli abitanti del luogo andarono alla bottega di Giovanni per comprare come al solito pane e ciambelle, ma con loro grande sorpresa trovarono chiuso e un biglietto sulla porta. Con una calligrafia incerta e traballante il biglietto diceva:

«Amici, non prendetevela a male, non potevo restare, il mio lavoro non mi piaceva più. Troverete di certo un altro fornaio altrettanto bravo. Sono partito senza salutarvi, ma lo faccio ora.

Perdonatemi. Addio

Vostro Giovanni»

 

Nessuno voleva credere ai propri occhi. Pensarono che fosse una decisione avventata e passeggera, e che Giovanni sarebbe tornato presto. Ma dopo qualche giorno di vana attesa, si misero l’anima in pace e cominciarono a cercare un nuovo fornaio. Venne messo un avviso sulla piazzetta del paese. Si presentarono in molti, giovani e meno giovani, esperti e meno esperti, e furono messi alla prova. Facevano del loro meglio, ma nessuno riusciva a fare il pane come Giovanni. A qualcuno veniva duro, a qualcun altro – colloso, a qualcun altro ancora – troppo asciutto. Erano già trascorse due settimane dalla partenza di Giovanni e nessuno aveva mangiato più un pezzo di pane. Erano tristi e sfiduciati. Sembrava un problema senza soluzione.

La mattina del quindicesimo giorno arrivò in paese un vecchio con una lunga barba bianca e una grossa cesta sulle spalle. Gridava con voce sorda e profonda:

Venite, venite, gustate

I miei panini prelibati!

Venite, venite, assaggiate!

E resterete incantati!

 

Tutti gli si avvicinarono incuriositi, speranzosi e, naturalmente, molto affamati. Il pane aveva un aspetto meraviglioso, e che profumo! In un attimo la cesta si svuotò e il vecchio allora sogghignando si accomiatò dai paesani, che non smettevano di  ringraziarlo e gli chiesero di portarne di più e di tornare tutti i giorni. Il vecchio disse soltanto:

– Verrò, non temete, ma domani anziché in soldi, mi pagherete in oro.

Tornati alle loro case, assaggiarono il pane e restarono davvero incantati, come prometteva la strofetta del vecchio. Oh, com’era buono, soffice e fragrante! «Neanche Giovanni – pensavano – sarebbe capace di farne uno migliore». La sera andarono a dormire non vedendo l’ora di mangiare di nuovo quel pane prodigioso.

All’alba corsero tutti sulla strada ad aspettare il vecchio. Egli non si fece attendere a lungo. Arrivò con la cesta ricolma e in un baleno vendette tutto il pane che aveva portato. Gli abitanti del paese erano inebetiti e affascinati e, come d’accordo, pagarono con anelli e monete d’oro. Il vecchio li ringraziò e sogghignando aggiunse:

– Tornerò domani, ma in cambio del pane dovrete darmi i vostri attrezzi da lavoro: aratri, zappe, rastrelli, ecc, ecc.

E così avvenne. Ma dopo un po’ di quell’andare e venire, il vecchio disse che si era stancato, e che quindi si sarebbe sistemato nella bottega di Giovanni.

Col passare dei giorni il vecchio diventava sempre più esigente, e il popolo, ormai completamente stregato, viveva solo per mangiare il suo pane e si era ridotto in miseria. Tutto gli aveva portato via quello stregone: soldi, oro, attrezzi, cavalli, buoi, pecore…Ancora qualche giorno e avrebbero dormito sull’erba, perché certamente il vecchio avrebbe preteso da loro anche le case. Ormai solo un miracolo poteva salvarli dalla completa rovina.

Giovanni, dopo aver abbandonato il paese, era andato al porto e si era imbarcato come marinaio. Per un po’ si era divertito, ma poi si era stancato anche di quel lavoro, e al primo scalo della nave era rimasto a terra. Allora si era messo a fare il muratore, ma dopo una settimana era stufo anche di quel lavoro. Provò altri due o tre mestieri, ma sembrava che nulla riuscisse a soddisfarlo. Finché un bel giorno, stanco di provare, ripensò alla sua bottega, al suo buon pane, alla farina bianca come la neve, alla brava gente del paese e cominciò a sentire nostalgia della sua terra.

Decise quindi di tornare. Si mise in cammino e finalmente una sera vide da lontano il suo paese. Continuò a camminare e, quando giunse in prossimità delle prime case, restò sorpreso e turbato dal silenzio che regnava e alla vista di tutte le finestre buie. «Possibile – si chiese – che non sia accesa neanche una lampada? Eppure non è tanto tardi!» Fatto ancora qualche passo, si guardò intorno e restò allibito: le strade e i prati erano pieni di gente addormentata, e com’erano magri! «Ma che diavolo sta succedendo qui?!» – si chiese Giovanni. Ma non svegliò nessuno e decise di lasciar passare la notte. La mattina dopo alla luce del sole avrebbe cercato di svelare il mistero. Si sdraiò sotto un albero e si addormentò.

All’alba si svegliò e non udì cantare neanche un gallo, non vide nessuno che andava a lavorare nei campi, non sentì i soliti colpi di martello del fabbro, tutto sembrava morto. Oh, com’era cambiato il suo paese! All’improvviso udì il cigolio di una porta che si apriva, e a quel rumore tutta la gente si svegliò, si alzò e si mise a correre come impazzita verso quella porta. Giovanni si voltò per vedere dove corressero in quel modo, e pieno di rabbia si accorse che si trattava della porta del suo forno.

– Chi è quel farabutto che se n’è impadronito?! Ah, ma ora ci penso io! – esclamò Giovanni e si lanciò dietro alla folla che si andava ammassando davanti alla sua bottega.

Tutti urlavano e imploravano, ma il vecchio dava il pane solo a quelli che possedevano ancora qualcosa, ed essi ormai erano pochi… Giovanni stette per un po’ a guardare la scena, poi digrignando i denti si fece largo tra la folla, e come una furia e con gli occhi di fuori piombò davanti al vecchio, il quale non si turbò minimamente. Guardò Giovanni dall’alto in basso e sorrise beffardo. In quel preciso istante la folla, come riacquistando improvvisamente la ragione, lo riconobbe e cominciò a gridare:

– Giovanni! Giovanni! Finalmente sei tornato! Salvaci tu da questa diavoleria e da questo stregone! Ci ha preso tutto quello che avevamo e ci ha ridotti in miseria!

Giovanni li ascoltò e si girò di nuovo verso il vecchio. Quello però non gli diede il tempo  di aprir bocca e gli chiese:

– Chi sei, giovanotto? Perché mi disturbi? Non vedi che sto lavorando per dar da mangiare a questa povera gente?

– Chi sono?!… Povera gente?! – urlò Giovanni. – Sono il proprietario di questa bottega e sei tu che li hai ridotti in questo stato! Ma ora ti faccio vedere io… – e stava per avventarsi sul vecchio, quando udì una voce cavernosa che proveniva dal fondo della bottega. Era la voce di un rospo, diventato da non molto l’aiutante del cattivo fornaio:

– Giovanni, non è bello battersi con una persona anziana, perché tu sei giovane e forte. Fate una gara per vedere chi di voi due fa il pane migliore. La sfida può aver luogo questa sera. Chi vincerà resterà nel paese e in questa bottega, e chi perderà morirà soffocato dallo stesso pane che avrà preparato.

– Va bene – esclamò Giovanni – io sono pronto. A stasera!

Giovanni però era preoccupato. Sarebbe riuscito a fare un pane migliore di quello del vecchio? Quando giunse la sera, si sistemarono a breve distanza l’uno dall’altro, e circondati dal popolo emozionato e affamato si misero al lavoro. Il rivale di Giovanni era tranquillo, sicuro di sé e ridacchiava, aiutato dal rospo che saltellava di qua e di là, portandogli farina, acqua, lievito, sale e alcune sostanze misteriose.

Giovanni invece era solo. Cominciò ad avere paura. Come poteva competere con quel vecchiaccio? A un tratto alzò gli occhi al cielo e vide la luna. Sembrava che gli sorridesse e lo incoraggiasse, dicendogli:

– Non temere, ti aiuterò io!

Giovanni guardava sempre la luna e, senza rendersene conto, versò la farina.

«Come la luna – si ripeteva – come la luna deve essere: una pagnotta bella come la luna… Cosa ci vuole ancora? Ah, sì! Ci vogliono alcune gocce di acqua di stelle» – pensò Giovanni, e subito una pioggerellina di limpida e lucente acqua stellare cadde sulla farina. «Ed ora cosa manca? Ah, già, il sale!» – Giovanni piangeva e le sue lacrime salate finirono nella farina. «E adesso? Cosa ci vuole adesso? Ma certo! Ci vuole il profumo del bosco!» – e Giovanni scorse vicino ai suoi piedi un’erba mai vista prima e assai profumata. La raccolse e la mise nella farina. «E adesso, cosa manca ancora? Ah, sì! Manca un vento caldo e leggero che faccia lievitare la pasta!» – e in quel preciso istante si levò un vento come lui lo desiderava.

Il suo pane era pronto. Anche il vecchio aveva terminato. Ora bisognava soltanto cuocerlo, dopo di che avrebbero saputo chi era il vincitore. Ormai tutti gli abitanti si erano  allontanati dal vecchio e si erano fatti intorno a Giovanni. Lo guardavano commossi e pieni di speranza. I loro cuori battevano forte, lo incoraggiavano:

– Forza, Giovanni, dai! Forza, Giovanni!

I due contendenti improvvisarono dei rudimentali forni di mattoni, quindi accesero il fuoco e misero a cuocere il pane. Mezz’ora dopo il pane del vecchio era già cotto: che incanto! Così dorato, e che profumo emanava! Ma anche il pane di Giovanni era cotto, e quando il vecchio lo vide, impallidì e cominciò a tremare di paura, imitato subito dal rospo.

Il pane di Giovanni era simile alla luna, con riflessi scintillanti che abbagliavano la vista. Il profumo che si diffondeva da esso avrebbe fatto risuscitare anche un morto. Il vecchio temé di aver perso, ma non voleva ancora crederci. Infuriato, prese il suo pane, ne staccò un grosso pezzo per assaggiarlo e, dimenticando la profezia del rospo, se lo mise in bocca e si soffocò. Il rospo, invece, scoppiò letteralmente dalla rabbia. Tutti, Giovanni compreso, erano raggianti di gioia, la luna sorrideva felice e dalla folla si levò un coro di voci:

– Viva Giovanni! Viva il nostro salvatore!

Da quel giorno Giovanni riprese ad amare il suo lavoro e non smise più di fare il fornaio. Aveva capito che era quello il suo mestiere – un mestiere tanto bello e così utile alla gente.

E infatti, cosa c’è di più bello e utile del pane?

 

 

(C) by Paolo Statuti

Paolo Statuti: L’ombrello

1 Dic

lombrello

     L’ombrello

                                                                                “Gli ombrelli sono come gli esseri

                                                                             umani, non vivono sempre giovani,

                                                                                                e così anche per lui arrivò

                                                                                        il momento della vecchiaia…”

                                                                                                                                                                                                                        

Era trascorso soltanto qualche giorno da quando era nato nella piccola fabbrica di un bravo artigiano, e già si trovava nel negozio di un onesto, anziano commerciante, assieme a tanti altri compagni in attesa  di un acquirente. Era, come tutti, giovane, forte e pieno di belle speranze, come uno studente che ha appena terminato gli studi, e si accinge ad affrontare la vita. Leggendo la grande insegna  «OMBRELLI» fuori del negozio, si era detto: «Mi sembra proprio un buon trampolino di lancio!»  Infatti non si sbagliava, perché quel commerciante aveva molti clienti e nessun ombrello restava a lungo nel suo negozio.

Il nostro amico era ansioso di vivere, di mostrare tutto il suo coraggio e la sua resistenza contro l’eterna «nemica» degli ombrelli: la pioggia. Aveva voglia di battersi, di lottare con essa, e le occasioni in quel paese non mancavano di certo, perché pioveva molto spesso e come! E quindi un ombrello era indispensabile, come un paio di scarpe o il cappotto.

Era nato  «maschio», di nylon nero, con un bel manico di mogano e la punta di acciaio cromato. Insomma, oltre ad essere giovane e forte, era anche bello, e perciò non dovette attendere a lungo…

Un giorno entrò nel negozio un distinto signore con la barba e gli occhiali, che lo notò subito e lo acquistò.

– Sembra una persona seria e tranquilla… forse è un professore e ho l’impressione che sarò trattato con tutti i riguardi… auguro anche a voi una fortuna simile. Arrivederci, dunque, in una di queste strade! – disse l’ombrello ai compagni, varcando la soglia del negozio, al braccio del suo nuovo padrone.

Fatto appena qualche passo ebbe subito la prima grande soddisfazione della sua vita, perché scoppiò un violento temporale e l’uomo si affrettò ad aprire l’ombrello. Che emozione! Che gioia! I goccioloni cozzavano contro la stoffa tesa e resistente, trasformandosi in leggeri spruzzi di minuscole goccioline. Ma sotto la cupoletta nera non filtrava nulla. Se non fosse stato per il suono martellante e continuo, e per la strada bagnata che si riempiva via via di pozzanghere e rigagnoli, l’uomo avrebbe potuto pensare che piovesse solo nella sua fantasia. Egli apprezzò molto la qualità dell’ombrello e si rallegrò di averlo acquistato.

Passarono alcuni giorni. L’uomo con la barba e gli occhiali – che era proprio un professore – si era già affezionato al suo nuovo compagno e lo trattava assai bene. Dopo averlo usato, lo scoteva, lo lasciava aperto per farlo asciugare, poi lo riponeva nel fodero e lo metteva delicatamente nel portaombrelli. Il nostro amico era contento e fiero del suo lavoro ed era anche soddisfatto dell’ambiente in cui viveva. Era un appartamento spazioso e pieno di luce. La moglie del professore e le loro due figlie, ormai in età da marito, erano persone ammodo e andavano abbastanza d’accordo. Abbastanza – perché, come succede anche nelle migliori famiglie, ogni tanto tra loro volava qualche parolina poco simpatica. Molte cose in proposito, che non staremo a ripetere per discrezione, erano state riferite al nostro ombrello da quei tre pettegoli di ombrellini «femmine», con cui doveva convivere nel portaombrelli. Cicalavano in continuazione ed erano sempre pronti a malignare. Qualche volta lo stuzzicavano anche, ma lui aveva deciso di prenderla con filosofia. Faceva finta di niente e cercava di essere tollerante e comprensivo, come in genere  bisogna fare con le donne, anche con quelle migliori.

Il professore era una persona meticolosa e precisa, ma purtroppo era anche un tipo distratto, e così un giorno dimenticò l’ombrello sul tram e, quando se ne accorse, era troppo tardi. Riuscì a rintracciare la vettura, ma ormai l’ombrello non c’era più. Infatti, lo aveva trovato un ragazzo che, invece di consegnarlo al conducente com’era suo dovere, se l’era portato a casa. Rientrando con il suo immeritato trofeo, aveva esclamato:

– Mamma, sono fortunato, guarda che bell’ombrello ho trovato!

– Con te non durerà molto! – gli aveva risposto la donna.

A quelle parole il nostro amico provò un brivido dal manico alla punta e pensò: «Povero me, in che mani sono capitato!»  Il ragazzo lo portò in camera sua e lo gettò in un angolo, dove giaceva un altro ombrello col manico spezzato, le stecche penzolanti e la stoffa strappata. Appena vide il nuovo arrivato, gli mormorò con un fil di voce:

– Povero te! Guarda come mi ha ridotto quel terremoto!… – e così dicendo era spirato.

Ben presto il nostro ombrello che, come sappiamo, fino a quel momento era vissuto senza eccessivi problemi, dovette sperimentare di persona che nella vita ci sono anche periodi difficili e tristi, e che occorrono coraggio e pazienza per superarli.

Il giovane gliene faceva di tutti i colori. Ad esempio, camminando o correndo lo sbatacchiava sulle panchine o addosso agli alberi, lo trascinava per terra, lo lanciava in aria e lo riprendeva al volo, ma a volte la cosa non gli riusciva e il poveretto si abbatteva al suolo con un gemito.

Quando poi lo apriva per ripararsi dalla pioggia, lo agitava di qua e di là, procurandogli un forte giramento di testa.

Dopo qualche settimana di quel trattamento, l’ombrello era già tutto ammaccato, aveva la punta storta e consumata e il manico scheggiato. Ma a quanto pare anche gli ombrelli devono avere un loro santo in paradiso, perché un giorno al nostro protagonista la fortuna piovve come dal cielo: il ragazzo oltre ad essere un campione di disordine, era anche molto distratto e lo dimenticò sull’autobus. L’ombrello tirò un sospiro di sollievo e cominciò a sperare in un futuro migliore. L’autista lo portò all’Ufficio oggetti smarriti, e così finì  assieme a tanti altri colleghi che, per la verità, lo accolsero con una certa freddezza. Erano tutti ombrelli che avevano conosciuto la vita, che avevano avuto esperienze più o meno allegre, più o meno piacevoli. La maggior parte di loro era ancora abbastanza giovane e in grado di opporsi validamente alla pioggia, ma non erano più come una volta, quando erano entrati nei negozi ansiosi di vivere e di lottare. Nel deposito ce n’erano di tutti i tipi e di tutte le tinte: buoni, scadenti, sani, malati, grandi, piccoli, tristi, allegri, neri, rossi, gialli, ecc, ecc.

Il nostro ombrello, dopo ciò che aveva passato, era tra quelli malandati e stanchi, ma aveva ancora fiducia nella vita e voglia di lavorare, e quindi considerò subito il suo soggiorno nel deposito come un provvidenziale e salutare riposo. Vi restò quasi un mese e fu un periodo molto istruttivo e interessante. Dai racconti dei colleghi ebbe modo di accrescere le sue conoscenze sul carattere e sui sentimenti contrastanti, non solo degli ombrelli, ma anche degli uomini. Prepotenza, invidia, egoismo, come pure: benevolenza, modestia e altruismo – erano le parole che ricorrevano più spesso, e l’ombrello si meravigliava che sulla terra potessero esserci tante varianti di «buoni e cattivi».

Per quanto riguardava poi i rapporti tra uomo e ombrello, tutti erano concordi nel ritenere i peggiori difetti umani la negligenza e la distrazione. Quante sofferenze dovevano patire gli ombrelli a causa di esse!

Un giorno la direzione dell’Ufficio oggetti smarriti decise di vendere all’asta tutti gli ombrelli, e il nostro amico venne acquistato da un calzolaio, che lo rimise bene in ordine, tanto da farlo tornare come nuovo. Se lo portava sempre dietro, come un Inglese, e durante il lavoro lo appendeva a un chiodo sulla parte, accanto alla porta d’ingresso. Da quella posizione l’ombrello poteva comodamente osservare la gente che entrava e ascoltare i loro discorsi. Era un’altra interessante esperienza di vita. Inoltre, quando era nuvolo o pioveva, la gente entrava con l’ombrello e questa per il nostro amico era una buona occasione per fare nuove conoscenze.

Assieme al calzolaio visse lunghi anni sereni e felici. Ma gli ombrelli sono come gli  esseri umani, non vivono sempre giovani, e così anche per lui arrivò il momento della vecchiaia. Quando sentì di non poter più rendersi utile, si accomiatò per sempre dalla pioggia con queste parole:

– Tu puoi essere molto utile o molto dannosa, ma sei pur sempre un’avversaria degna di gran rispetto. Con te ho passato molte ore burrascose, ma anche piacevoli ed emozionanti. Ora devo lasciarti. Cerca di non fare troppi danni e ricordati di me ogni tanto. Addio…

– Ti ringrazio – rispose la pioggia, che in quel momento aveva qualche lacrima in più – e mi dispiace perdere un avversario leale e coraggioso come te. Ognuno di noi due ha il suo lavoro da svolgere, ma non c’è ragione di essere nemici. Ti ricorderò, ne puoi essere certo. Addio!

– E’ vero, non c’è ragione di essere nemici… addio… – sospirò l’ombrello e finì in una vecchia cassa nella cantina della bottega, dove restò a lungo, dimenticato da tutti… tranne che dalla pioggia.

(C) by Paolo Statuti

Paolo Statuti: L’albero di Natale

1 Dic

Dedico questa mia favola scritta e pubblicata negli anni ’80 a tutti i bambini del mondo e in special modo a quelli che soffrono a causa dell’ingiustizia e dell’indifferenza umana. 

 

Buon Natale ai bambini di tutto il mondo!!!

Buon Natale ai bambini di tutto il mondo!!!

 

L’albero di Natale

 

     Era piuttosto basso e tozzo, ed era finito nella casa di un operaio povero e per giunta senza lavoro. Aveva poche palline e nessuna lampadina, ma in compenso era illuminato dagli occhi sgranati di quattro vispi ragazzini. Di tanto in tanto, correndogli intorno, essi lo urtavano facendolo vacillare, ed egli doveva compiere un miracolo di equilibrio per non cadere. Cominciava già a perdere qualche ago e ad ingiallire un po’. Insomma, non era più sano e forte come nei giorni in cui cresceva nel bosco, ma aveva ancora energie sufficienti per svolgere degnamente la sua parte; e poi non era lì per rimpiangere il passato, ma per cercare di abbellire e rallegrare il presente.

In quella casa aveva già assistito a diverse scene e scenette, taluna lieta, tal’altra meno, testimone sempre attento e sensibile, ma la cosa che più lo aveva colpito era stata una conversazione del giorno prima tra i genitori dei quattro bambini, dopo che questi ultimi erano andati a letto. Il papà era serio e avvilito e la mamma aveva gli occhi lucidi…

– Non possiamo permetterci di comprare regali, lo sai che ce la passiamo male – diceva il babbo.

– Lo so – aveva risposto la mamma – ma è un peccato, domani è la Vigilia, in fondo sono stati bravi e si aspettano certamente qualcosa sotto l’albero.

– Sì, ma dove andiamo a prendere i soldi…

Il colloquio era proseguito per un po’, quindi i genitori erano andati a dormire.

L’alberello era rimasto molto male, sia per i bambini che per se stesso – che albero di Natale sarebbe stato senza regali! Ah, che delusione, che dispiacere per quelle povere creature! Bisognava subito trovare una soluzione.

Se qualcuno fosse entrato nella stanza in quel momento, avrebbe visto una cosa del tutto insolita: un alberello che dal punto in cui si trovava, vicino alla finestra, cercava di richiamare l’attenzione degli altri colleghi del palazzo di fronte, che splendevano carichi di palline e di luci colorate. Attraverso il vento gelido e sferzante inviava loro la stessa domanda:

– Non avrò niente, potete aiutarmi?

Ma tutti gli rispondevano allo stesso modo:

– Noi avremo tanti regali la notte di Natale e vorremmo fare qualcosa per te, ma non sappiamo come… se avessimo mani e piedi potremmo venirti in aiuto, ma così…

Dopo questo tentativo poco fortunato, l’alberello diventò ancora più triste. Intanto era giunta la notte di Natale, ed egli cominciava già a rassegnarsi all’amaro destino. Gli  era rimasto appena un filino di speranza… ed esso non era infondato. A sua insaputa, infatti, qualcosa stava avvenendo. Il vento, amico da sempre di tutti gli alberi, aveva raccolto il suo messaggio e si era meso subito al lavoro. Aveva aumentato la sua velocità, soffiando come non mai, ed era giunto nel bosco dove il nostro alberello era nato, raccontando ciò che aveva visto e sentito.

In ogni bosco c’è uno spirito buono e uno cattivo. A Natale però, quest’ultimo per secolare tradizione è impossibilitato a perpetrare le sue malefatte, e così lo spirito buono ha mano libera e può agire senza alcun ostacolo. Egli dunque ordinò al vento di tacere e di fermarsi, poi alzò gli occhi alla luna e disse:

– Un nostro fratello sta soffrendo e noi abbiamo il dovere di aiutarlo. O luna, nostra amata regina e fedele compagna, permettimi di impiegare la mia magia in questo triste frangente.

La luna sorrise e lasciò cadere un bigliettino d’argento con la sua risposta:

«Quell’albero e quei bambini

meritano tanti regalini»

Lo spirito buono ringraziò la regina e si avviò verso la povera casa. Ormai mancava poco alla mezzanotte. Tutto intorno si udiva il riso e il cicalare dei bambini, tutte le luci erano accese e una dolce musica riempiva l’aria. Lo spirito fece un rapido giro, si rese subito conto della situazione e scelse gli alberi più ricchi. Si avvicinò e diede loro precise istruzioni, poi si rivolse al vento dicendogli cosa doveva fare, e soltanto allora volò a casa dei bambini poveri e si sedette accanto all’alberello per gustarsi la scena.

Gli alberi prescelti, che non si aspettavano quel compito così inconsueto e delicato, erano molto emozionati e forse anche un po’ titubanti… Ma sapevano che non c’era tempo da perdere. Gli orologi segnavano le 23.50. Avevano soltanto dieci minuti. Attorno a loro erano già raccolti, felici e impazienti, i piccoli destinatari dei pacchetti colorati e così invitanti… Ad un tratto i bambini si fecero seri e attenti… Udivano una voce profonda e accorata che pareva provenire dai propri alberi, e per una segreta ragione – solo loro la sentivano:

   – Nella casa di fronte ci sono quattro bambini poveri che non hanno neanche un dono, scegliete un regalo per loro e mettetelo fuori della finestra. Siate gentili e solidali, donate loro un po’ della vostra gioia…

Udite quelle parole, essi restarono sorpresi e interdetti, guardarono i genitori e i parenti che, ignari di quanto stava accadendo, ridevano e chiacchieravano animatamente… nessuno in quel momento poteva consigliarli, e poi era una questione strettamente personale, dovevano decidere da soli e rispondere a quell’invito pressante, a quella voce misteriosa che poteva essere la voce dell’albero, ma che a ben pensarci sembrava piuttosto la voce del cuore… Sì, pensarono, doveva essere proprio così. Ciascuno di loro prese un pacchetto e di nascosto lo mise fuori della finestra. Nessuno si accorse di nulla. In quel momento stesso il vento passò allegro e sibilante e raccolse i loro regali, quindi cambiò direzione e si precipitò alla finestra dei quattro fratellini, con un soffio poderoso la spalancò, entrò e depose i doni ai piedi dell’albero.

Alla vista di quella meraviglia i nostri quattro piccoli amici presero a gridare:

– Mamma, papà, correte, correte!

E’ difficile descrivere la felicità che s’impadronì di tutti, compresi i rametti dell’alberello.

Ma non erano i soli ad essere contenti. Quella notte i bambini generosi non pensarono di aver perso dei regali, ma di avere scoperto una gioia ancora sconosciuta – la gioia di donare.

 

(C) by Paolo Statuti

Jan Brzechwa: Pulce Birbantella

11 Nov

 

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   Pulce Birbantella (Titolo originale: Pchła Szachrajka) di Jan Brzechwa (v. nel mio blog) è una favola in versi presente in Polonia nella biblioteca di ogni bambino, ma è letta con piacere anche dai grandi. Pulce Birbantella è una piccola elegantona. Oltre al fascino, possiede molti altri attributi utili per la sua vita avventurosa. E’ assai intelligente, furba e vivace, in grado di cavarsela in ogni situazione pericolosa e di trarre vantaggi dai suoi “scherzi”. Approfitta dell’ingenuità del prossimo, si spaccia per chi in realtà non è. Utilizzando queste “doti”, mette in atto le sue spericolate monellerie. L’autore, ispirandosi ai comportamenti umani negativi, ha creato una figura apparentemente amichevole, ma in realtà guastata e maliziosa. Alla fine Pulce viene scoperta e abbandonata da tutte le amiche, e finisce in prigione. Quindi paga per i suoi errori, ma al tempo stesso ciò le serve come lezione, e da Pulce sconsiderata qual era diventa coscienziosa e matura. Questa esilarante e saggia favola occupa un posto di primo piano tra i libri di Jan Brzechwa. Pochi come lui sanno mettere alla berlina i difetti umani, fornendo nel contempo molti saggi consigli. Questo testo, scritto nel 1946, è stato tradotto in molte lingue. Ecco la mia versione.

 

Pulce Birbantella

 

Tra le favole ecco quella

della Pulce Birbantella.

Sembra assurdo ma è avvenuto,

che qualcun così minuto,

per di più di nessun conto,

abbia fatto in questo mondo

tanti scherzi e birbonate,

che nemmeno immaginate.

 

Dimorava la Pulcetta

nella comoda casetta

di due piani con cantina

che già fu di sua cugina:

quattro stanze e un salottino,

c’era pure un bel giardino.

Niente al mondo le mancava

e la gente l’invidiava.

Un landò aveva ancora

e due pony la signora,

e una mucca americana,

una pecora australiana,

un cagnetto, un canguro

e due gatti grigio scuro.

Scarafaggi tutti insieme

in cucina a pance piene,

e alla Pulce un grillino

sviolinava il suo violino,

e così in quell’andazzo

la sua vita era un sollazzo.

Dice: “Al club voglio recarmi

e alle pulci trastullarmi”.

E vestita assai elegante,

sorridente e raggiante,

Pulce va con la carrozza

colorata gialla e rossa,

va con grande alacrità,

ha un gilè di taffettà,

di velluto gli scarpini,

ed i guanti porporini.

 

Ma il club è assai affollato,

farsi strada è complicato.

Birbantella grida allora:

“Fate largo a una signora!”.

Tra la folla premurosa ,

passa Pulce baldanzosa.

Giunta al tavolo si siede,

posa i soldi che possiede.

“Io tre soldi punterei…

sopra il verde” – dice lei.

E le pulci van su e giù,

quelle rosse e quelle blu,

una vince, un’altra perde.

“E io punto ancora verde!”.

 

Salterina, saltarella,

tra le pulci Birbantella

sceglie sempre il suo colore,

ed allora un signore

dice alzando la sua mano:

“Questo verde è molto strano!”.

Prima ancora che capisse,

lei si disse e si ridisse:

“Da qui è meglio scappar via

e tornare a casa mia”.

 

Da quel giorno la beffarda

da quel club stette alla larga,

e pensò dove poteva

fare ancor ciò che voleva:

“Sono Pulce, sono audace,

e farò ciò che mi piace!”.

E incontrò in quell’istante

un bellissimo elefante,

che felice sgambettava

e per poco  la schiacciava.

 

“Ciao, che cosa fai di bello?”.

Pulce gli agita l’ombrello:

“Sono Pulce e non tua zia,

chiedo un po’ di cortesia!”.

E lui replica così:

“Riverisco, sono Jombo,

e provengo da Colombo”.

 

Birbantella molto seria:

“E io sono di Madera,

ho una grande piantagione,

dove cresce il peperone,

dove cresce il pomodoro,

e ci pianto anche l’avorio,

cento tigri fan la guardia,

attenzione con chi parla!”.

 

L’elefante un po’ confuso

disse piano: “Oh, mi scuso!”.

E in ginocchio le confessò:

“Io ti sposo, e lo farò,

cerco proprio una così,

Oh, mia cara, dimmi di sì”.

 

E allora in risposta,

lei gli fece una proposta:

“La tua tromba è imponente,

ma la tromba solamente.

Se però vuoi, con piacere,

ti farò mio trombettiere”.

 

Tutti sanno che le pulci

alla larga stan dai dolci,

ma Pulcetta era assai ghiotta

dei cannoli alla ricotta,

molto amava le ciambelle,

marzapane e pastarelle,

il torrone, i confetti,

le crostate e gli amaretti.

La carrozza è già arrivata,

scende Pulce estasiata.

 

Nel negozio tutti quanti

la ricevono coi guanti,

ed aspettano già in posa

che lei ordini qualcosa.

“Dei cannoli, per favore,

con la crema e il liquore,

trenta penso basteranno,

di più, forse, non mi andranno!”.

Un cannolo solamente

mangia Pulce avidamente,

tutti gli altri restano lì.

“Uno solo pago, merci!”.

Ringraziato con sussiego,

le rispondon: “Prego, prego!”.

Esce e in fretta si allontana

la carrozza con la dama.

Son stupiti i camerieri

e si chiedon seri seri:

“Trenta paste ha ordinato,

e una sola l’è bastato?

Oh! – gli occhi hanno sbarrati –

Tutti quanti li ha svuotati!

Che imbrogliona, che impostora,

e fa pure la signora!”.

Per la rabbia al padrone

si bruciò un panettone,

e gridò: “Comprate svelti

un veleno per gli insetti,

se qui torna, spudorata,

farà ancora una mangiata!”.

 

Un bel dì fece una festa.

Tanti ospiti Pulcetta

invitò a casa sua:

quattro ragni, un cacatua,

una mosca e un grillino,

cinque bombi e un maggiolino,

tre formiche ed un lombrico,

una vespa con l’amico,

un moscone assai contento,

e iniziò il divertimento.

Una torta coi canditi

portan ora ben vestiti

due solenni scarafaggi,

con diversi beveraggi

in minuscoli ditali,

e ciambelle come occhiali.

Ad un tratto Pulce dice:

“Grazie a voi sono felice,

voi mi fate un grande onore

e perciò dal «Trovatore»

canterò in italiano

quattro arie per soprano.

Tutti gridano: “Evviva!

canta pure «Casta diva»!”.

 

Dalle labbra piccoline

escon note cristalline,

e si mettono in ascolto

nel silenzio più raccolto.

La sua voce era divina

e stringeva la manina

sul suo cuore rattristato,

tutti eran senza fiato

per la forte emozione,

ma finì l’esibizione.

“Ah, che voce! Ah, che incanto!”.

“Se volete, ancora canto”.

“Certo! Certo!” – e presto detto

attaccò dal «Rigoletto»

l’aria di Sparafucile.

Con che forza, con che stile,

E che basso, miei signori,

Birbantella tirò fuori.

“Meno male che finisce,

questa Pulce mi assordisce!” –

gridò il grillo spazientito.

Poi il fatto fu chiarito:

Non cantava la Pulcetta,

ma un grammofono a cassetta,

dove dentro era nascosta

una vespa facciatosta.

Messo aveva il «Rigoletto»

per errore o per dispetto.

Disse il grillo: “Io, in futuro,

qui non torno di sicuro!”.

 

A Pulcetta non piaceva

restar sola, perciò aveva

sette amiche molto belle,

eran giovani e snelle,

tutte ancora signorine,

come sette francesine

abbigliate ed eleganti,

alla moda pettinate,

con le calze satinate.

Ed insieme a carnevale

frequentavano le sale,

e con lor pettegolava.

Pulce a turno visitava

un’amica e criticava

con lei tutte le restanti.

Era noto a tutti quanti

che aveva un gran successo,

e – ciò avviene molto spesso –

le sue amiche eran gelose

e dicevano invidiose:

“Pulce  è un tipo molto strambo,

ma cos’ha che piace tanto?

Forse quelle sue moine,

quegli stecchi di gambine,

o gli azzurri cappellini

o i guanti porporini,

quel sorriso che lusinga,

i suoi scherzi, la sua lingua?”.

Questi erano i commenti

delle amiche coi parenti.

Ma da gente assai fidata

giunse a Pulce una soffiata.

Quale fu la sua reazione!

Bianco il viso e arancione,

la gambetta agitava,

e la casa traballava.

“Che sfacciate, che insolenti,

arroganti e prepotenti,

questa me la pagheranno,

molto presto, entro l’anno!”.

 

Ecco cosa escogitò:

alle amiche sue inviò

questo semplice biglietto:

“Giovedì cara ti aspetto,

Ti offrirò un buon caffè

con la panna oppure un tè”.

 

Alle amiche lo spedì

e le aspetta giovedì.

Già le vede arrivare

senza nulla sospettare,

tutte allegre ed eleganti,

una dietro e l’altra avanti.

 

Pulce corre loro incontro

col sorriso più giocondo:

“Che piacere che mi fate,

care amiche, prego entrate!”.

Tutte sembrano modelle,

risplendenti come stelle.

I vestiti di alta moda

e qualcuno con la coda.

Sono tutti di modiste

conosciute e brave artiste.

“C’è uno specchio, per chi vuole”

– dice Pulce alle signore.

Grida una: “Io mi guardo!”.

Ma per poco ha un infarto:

guarda guarda e le appare

una mucca con collare.

“Che vuol dire? Mamma mia!

Può venir l’apoplessia!”.

Corre un’altra più spedita,

ma rimane allibita.

“Anche io, che spavento,

una mucca ora mi sento!”.

Guardan tutte una ad una,

quella bionda e quella bruna,

e si dicono piangendo:

“E’ orrendo! E’ orrendo!

Questo è un altro suo dispetto,

è di Pulce uno scherzetto,

come può trattarci male

quell’ingrata, quella tale,

questa non la perdoniamo,

presto, presto, andiamo, andiamo!”.

 

Senza dir neppure ciao,

le fan tutte maramao.

 

Non sapevano spiegarsi

il perché di quel mutarsi,

il perché di quel testone,

ma ecco a voi la spiegazione:

lei lo specchio aveva tolto,

e poi senza pensar troppo,

una mica aveva messa

con la mucca dietro ad essa,

e ciascuna era d’avviso

di vedere il proprio viso.

 

 

In carrozza la Pulcetta

sembra una reginetta.

Mantellina sulle spalle,

gonnellina di percalle,

camicetta di batista,

una spilla di ametista.

Nel negozio entra e dice:

“Voglio un abito da attrice.

Penserei ad una seta

colorata e non consueta”.

E il commesso: “Glielo giuro,

qui la trova di sicuro,

guardi questa seta a fiori,

che finezza e che colori:

bianco, giallo paglierino,

verde chiaro, celestino,

o un azzurro, un lillà,

ciò che cerca troverà”.

Nel negozio Pulce allora

si fermò per qualche ora,

molte stoffe osservava,

le sceglieva, le scartava.

Disse infine: “Mi dispiace,

questa seta non mi piace,

chi lo sa, forse tra un anno,

i disegni cambieranno”.

Nel negozio nulla spese,

Ma era stata assai cortese,

e perciò fino al landò

il commesso l’accompagnò.

Riordinando i tessuti,

gridò: “Diavoli cornuti!

Questa seta era fiorita

e adesso è in tinta unita!”.

Pulce i fiori ha rubato,

e il commesso è disperato:

“Se la prendo, quella peste,

io la concio per le feste!”.

In carrozza la Pulcetta

sembra una reginetta.

Ecco arresta il carrozzino

proprio là dov’è il giardino.

In segreto tira fuori

tutti quanti quei bei fiori:

bianchi, gialli paglierini,

verdi chiari, celestini,

con gli azzurri e coi lillà,

pianta Pulce di qua e di là,

ciclamini e anche narcisi,

roselline ed elicrisi,

e – finito quel trapianto –

tutti esclamano: “Che incanto!”.

 

Come gli altri, anche tu sai,

che una donna quasi mai

compra e legge un giornale,

e per Pulce ciò pur vale.

 

Ma un dì – lo credereste?

Tra le piccole richieste,

legge che una certa Franca,

che abitava in viale Francia,

imparare vuol l’inglese.

E Pulcetta, è palese,

trama subito qualcosa,

e vestita color rosa,

di velluto gli scarpini

ed i guanti porporini,

va di corsa in viale Francia

a trovare quella Franca.

Con la sua parlantina,

somigliando a un’inglesina,

non sapendo cosa fare,

lei di nuovo vuol scherzare.

 

Suona dunque alla sua porta,

e le apre l’inquilina.

“Molto lieta, stamattina

ho veduto l’inserzione,

sono qui per la lezione”.

Dice Franca: “Prego, entri,

senza fare complimenti,

son felice, benvenuta,

lei dal cielo m’è piovuta!

Ho in America un parente

e l’inglese è occorrente,

se un bel giorno lui – chi lo sa?-

sua erede farmi vorrà.

Ho il quaderno e la matita,

dell’inglese son patita,

oggi è sabato e perciò

da lunedì comincerò”.

 

Pulce niente conosceva

dell’inglese e ripeteva

due parole imparate

e mai più dimenticate,

quando era una bambina,

dalla zia Giuseppina.

 

E iniziò così lo studio:

le parole Pulce detta

Franca scrive e le balbetta,

senza sosta Pulce inventa,

Franca ascolta ed è contenta:

tirli – tutto, pirli – niente,

tirlipirli – esattamente.

Fiki – campo, miki – vino,

fikimiki – contadino.

Limpa – ruota, pimpa – fretta,

pimpalimpa – bicicletta…”

Franca pronta e zelante

le trascrive tutte quante,

le ripete ogni sera,

Pulce è lieta e molto fiera.

 

Dice a Franca: “Complimenti!

Penso siano sufficienti

le lezioni che ha già prese,

la pronucia è in un mese

pari a quella del re inglese.

 

Solo un’altra settimana

durò ancora la panzana.

Franca a corso ormai finito,

tocca il cielo con un dito,

ma rimane piedi in terra,

come nata in Inghilterra.

Anche pulce è soddisfatta,

e in tal modo si accomiata:

“Sono fiera, cara Franca,

Pimpalimpa, Fikimanca!”.

 

Franca entra in un caffè,

dove tanta gente c’è,

perché è molto frequentato.

Dice: “Prego, un gelato!”.

Le sue amiche son curiose,

e per renderle invidiose

usa solo in inglese

le parole già apprese

dalla Pulce Birbantella.

Ora lei vuol farsi bella,

e risponde all’occasione

nella lingua di Albione.

 

Nel locale ad un tratto

ebbe luogo questo fatto,

molto strano veramente:

ogni pulce lì presente

salta lesta e si avvicina

dove siede l’”inglesina”.

Le sue amiche tutte quante

si disperdono all’istante.

 

E le pulci, è accertato,

si dividono il gelato.

Franca scappa atterrita

dalle pulci inseguita,

ma le saltan sul vestito,

sulle calze, sopra il viso,

sulle mani e sulla testa.

Di quel fatto così strano

poi svelarono l’arcano:

Pulce – è chiaro – non potendo

insegnare,  non sapendo

quella lingua complicata,

delle pulci la parlata

ha insegnato a Franca e quelle

si sentiron sue sorelle.

 

Pulce dopo lo scherzetto

si nascose in un boschetto,

si nascose e per un po’

alla casa non ritornò.

Era giunto il carnevale,

quando ogni scherzo vale.

“Tutti vogliono ballare,

quindi un ballo voglio dare  –

pensa Pulce – ma attenzione!

Lo darò dal calabrone”.

Mandò quindi questo invito:

“Cari sabato vi aspetto” –

sottoscritto dal suddetto.

Recitata la preghiera,

già dormiva quella sera,

perché era molto stanco,

Calabrone, proprio tanto.

E del sonno sul più bello,

suona allegra il campanello

una folla d’invitati,

tutti alquanto scalmanati.

Calabrone si sorprende,

un invito da uno prende:

“La mia firma è contraffatta” –

dice e aggiunge contrariato:

“Qui qualcuno vi ha ingannato!”.

Ma le dame eleganti

gli sorridono festanti.

Calabrone a malincuore,

li fa entrare con onore,

senza farsi più pregare.

Pulce vuole già ballare.

Veste l’ultimo modello

pieghettato e molto bello,

ha di seta le scarpette,

senza indugio già si mette

proprio al centro della stanza

e inizia la sua danza.

 

I signori son stupiti,

incantati e incuriositi.

Pregan tutti: “Dicci il nome,

dicci il nome, calabrone!

Ma lui tace, non risponde,

pensa solo e ne ha ben donde:

“Nel mio frigo non c’è niente

da offrire a questa gente,

potrei fare a palate

solo gnocchi di patate”.

Pulce or con eleganza

balla una contraddanza.

 

Piega e china la testina,

fa al suo partner una moina.

Le figure son perfette,

lievi come nuvolette.

Poi l’orchestra fa una sosta,

calabrone già si apposta,

vuole tendere un agguato

a chi l’ha così ingannato.

Ma Pulcetta furbacchiona

ha capito l’antifòna.

Gli altri vogliono ballare

ma lei pensa di scappare,

e lasciando quella festa,

salta via dalla finestra.

In carrozza è già al sicuro,

e facendo uno scongiuro

torna a casa e, presto detto,

poco dopo è già nel letto.

 

Ad un tratto a Pulcettina,

dalla sera alla mattina,

 

viene voglia di viaggiare,

e si mette in riva al mare.

Una nave presto arriva,

e Pulcetta persuasiva

dice a tutti i marinai:

“Ho una voglia grande assai

di girare il mondo intero,

di viaggiar con voi io spero”.

“Certo sì, cara signora,

sarà qui la sua dimora”.

E Pulcetta, senza ingaggio,

in un sabato di maggio,

incomincia il lungo viaggio.

Molto spesso si abbronzava

e i marosi ammirava.

Poi un giorno il comandante

gridò: “Terra a levante!”.

 

“Fermi qui, per cortesia,

della terra ho nostalgia” –

dice Pulce al capitano,

lui le fa il baciamano,

fa calare una barchetta,

si allontana già Pulcetta.

Un gabbiano l’accompagna.

 

Vede Pulce una campagna,

ed in mezzo un bel castello,

con davanti un gran cancello.

Dieci torri fan da cinta,

molte guardie con la grinta

si domandano chi sia

che cammina sulla via,

e a caval le vanno incontro

per poter rendersi conto.

Al castello è già scortata

e sarà interrogata.

Entra in una grande sala,

dove i paggi fanno ala.

Il suo cuore batte forte

in presenza della corte.

Candelabri e vetrate

e pareti colorate,

ed il re Bajbajo siede,

tambureggia con un piede,

ha un mantello di castoro,

e la sua corona d’oro.

 

Birbantella assai gentile

fa un inchino signorile:

“Principessa Biancoviso –

dice poi con un sorriso –

sono figlia del re Paja

del paese Patataja,

ho un palazzo d’oro e argento

e di servi un reggimento,

la mia flotta è ancorata,

numerosa e bene armata.

La mia stella ho seguito,

sono in cerca d’un marito”.

 

“Bene bene! – tutto gaio

le risponde Bajbajo –

a dicembre o a gennaio

questa dama io sposerò,

la mia idea non cambierò!”.

A Pulcetta si avvicina

e le bacia la manina.

Sull’attenti i cavalieri,

tutti accesi i candelieri,

le donzelle, i cortigiani,

tutti battono le mani.

Ed il re molto contento

proclamò il fidanzamento.

 

Proprio allora il cancelliere

grida: “Fatemi il piacere!

Sire illustre e preclaro,

io vi informo e vi dichiaro

che non è di nobil casta,

è una pulce – punto e basta!”

Si creò una confusione,

una grande agitazione

di gendarmi e cavalieri,

castellane e stallieri…

I ministri con spavento

non han più l’orientamento,

e il re con una lente:

“E’ una pulce! Veramente!

Prego darmi uno staffile

per punire questa vile!”.

 

Ma Pulcetta, è naturale,

non si lascia staffilare,

e in quattro e quattr’otto

scappa via veloce al trotto.

 

Bajbajo infuriato

corre e grida a perdifiato:

“Se ti prendo sei spacciata!”.

Ma la Pulce si è salvata.

 

Dopo un mese di emozioni,

tornò a casa balzelloni.

 

Per la Pasqua le sue uova

pitturava Pulce sola.

Anche i dolci preparava,

con il burro l’impastava,

ci metteva anche i canditi

e venivano squisiti.

Quando tutto era pronto,

accendeva anche il forno,

e i domestici più esperti

infornavan quelli e questi.

Due cuoche – Mira e Lina,

han versato la farina,

e lo zucchero a velo,

e con tutto il loro zelo,

e secondo la ricetta,

voglion mettere l’uvetta.

 

Cercan tanto ma non c’era,

Birbantella si dispera.

Era lì quella mattina.

Poi la chiede alla vicina –

niente – “Ahimé, come farò?

Senza uvetta non si può!”.

 

Dovrà andare fino in città,

chissà forse  la troverà.

Pulce ora è allo specchio,

si sistema in fretta ed ecco –

è già pronta per uscire

e l’uvetta reperire.

 

Non ce l’hanno in trattoria

e nemmeno in frutteria,

né al negozio coloniale,

c’è una jella più fatale?

“Mi dispace, son sprovvista” –

dice pur la farmacista.

Ed informa un pensionato:

“So che l’import è bloccato”.

 

Forse un’altra avrebbe ammesso:

“Senza uvetta fa lo stesso”.

Ma la Pulce è capricciosa,

è testarda e ingegnosa.

Guarda e vede – meno male –

un negozio musicale.

entra e chiede gentilmente

qualche pezzo divertente:

“Avrò ospiti importanti,

che sian brani non pesanti.

 

Che sia facile capire,

e ancor più da digerire”.

“Di spartiti ne abbiam tanti,

anche marce, anche canti,

e la nota serenata

«Alla pulce innamorata»…”

“Non saprei che cosa dire,

me la faccia un po’ sentire…

sì, d’accordo, prendo questa,

andrà bene per la festa…”

 

Giunta a casa Birbantella

prende svelta una scodella,

e le note dalla carta

con le forbici ritaglia.

Perché è cosa certa e vera

che la nota è tonda e nera.

 

 

La scodella è già piena,

corre Pulce di gran lena

in cucina e allegretta

dice: “Eccovi l’uvetta!”.

Ah, che torte prelibate,

Birbantella ha preparate,

smette solo a mezzanotte,

e le cuoche allegrotte,

ammirati quei portenti,

fanno tanti complimenti.

 

Bussan gli ospiti festanti,

Pulce accoglie tutti quanti

con calore e simpatia:

“Benvenuti a casa mia!”.

Poi a tavola li invita,

alla tavola imbandita.

 

Versa loro un po’ di vino,

a qualcuno anche un grappino.

“Spero il vino sia gradito,

ma il dolce è ben riuscito,

specie questo dove ho messo

tanta uvetta proprio adesso.

 

Su, mangiate e bevete

tutto quello che volete”.

Non si fecero pregare,

e poi presero a cantare,

soprattutto le budella,

e cantavano la bella

commovente serenata

«Alla pulce innamorata».

 

 

“Qui san tutti come sono,

non mi aspetto alcun perdono,

meglio allor cambiare aria,

me ne vado a Falconara!”.

 

E la Pulce, è presto detto,

le valigie dal palchetto

tira giù e le riempie

di vestiti e ovviamente,

mette i guanti porporini

e tre paia di scarpini.

 

La mattina di soppiatto,

forse erano le quattro,

fatta in fretta colazione,

corre dritta alla stazione.

 

Nella sala dell’attesa,

sorridente e distesa,

Pulce scarta un cremino

e lo mangia pian pianino.

Quando il treno arriverà

non si dice e non si sa.

Mangia ancora una focaccia,

ma del treno non c’è traccia.

 

Per di più la gente aumenta,

e la calca più non c’entra,

con valigie e fagottelli,

con bambini, cani e uccelli…

Ah che strazio, che calore,

son passate già tre ore!

Alla cassa c’è una fila –

saran forse almen duemila,

e per giunta – sorte amara –

vanno tutti a Falconara.

Pulce quasi soffocava,

poco spazio occupava,

e una ganba sola usava.

 

Giunta l’ora di cenare,

ecco il treno arrivare,

tutti corron come matti,

tutti saltan come gatti,

con valigie e fagottelli,

con bambini, cani e uccelli.

 

Nei vagoni numerati

tutti entrano sudati,

e chi è basso e chi è alto,

siede ognuno accanto all’altro,

e qualcuno sta perfino

sopra il tetto o il predellino,

e si vedono signori

anche sopra i repulsori.

 

Birbantella è piccoletta,

ma in tutta quella fretta,

quelle spinte e quel fermento,

trova il suo scompartimento.

Su un baule si è seduta

e si beve una spremuta.

 

Ma continua il pigia pigia,

Pulce in mano ha la valigia.

Pensa d’essere un’acciuga

e una lacrima si asciuga.

 

 

 

Finalmente il macchinista

è già pronto, quindi fischia,

il vapore è già nell’aria,

vanno tutti a Falconara.

 

Per i campi e le colline

corre il tren con le sardine,

soffia, sbuffa e corre presto,

ed intorno è buio pesto.

Nonostante quel calore,

più di un solo viaggiatore

dorme in piedi come mai.

Solo Pulce soffre assai,

e, ahimé, non può dormire,

è sul punto di svenire.

 

Ora il treno ha rallentato

e a Fabriano s’è fermato.

Pensa Pulce: “Adesso basta!”.

Benché piccola è rimasta,

ad un tratto a gridar prende,

imitando il conducente:

“Falco-nara! Falco-nara!

Senza fare una cagnara,

chi è arrivato scenda in fretta,

chi non scende in treno resta,

sosta breve, è risaputo,

ci fermiam solo un minuto!”.

 

E succede un putiferio

su e giù nel treno intero:

saltan pur dai finestrini,

con i gatti e i canarini.

Or nel treno tutto tace.

 

Pulce esclama: “Ah, che pace!”

E prosegue il suo cammino

tutta sola nel trenino.

Beve un tè, poi si distende,

soddisfatta pienamente.

E alla fine del tragitto –

“Falconara” vede scritto.

 

Tante volte, fortunata,

dagli scherzi si è salvata,

ma una volta le andò male –

uno scherzo fu fatale.

L’arrestò un caporale,

e così la Birbantella

si trovò in una cella.

Affluirono all’istante

le denunce da ogni parte.

Era il giudice turbato

ed assai meravigliato:

“Di reati, è un bel guaio,

ne ha commessi un centinaio!

Bel lavoro mi son scelto,

la salute ci rimetto,

ho già perso i miei capelli,

che eran neri, folti e belli!”.

 

E si reca alla prigione,

e domanda al piantone:

“Dov’è Pulce Birbantella?”.

“Vostro Onore, Pulce è quella”.

Pulce era spaventata.

Sorridendo impacciata,

lei gli tende la manina.

 

“Mi dispiace, signorina… –

dice il giudice tossendo –

io di lei mi sorprendo,

la dovrei condannare,

ma una chance le voglio dare,

Mah…beh…sì, cara figliola…

se mi dà la sua parola,

che da oggi la condotta

sarà saggia e incorrotta,

se promette che lo sarà,

la rimetto in libertà”.

 

“Vostro Onore, le prometto

che il mio comportamento,

fin da oggi e in futuro,

sarà onesto di sicuro”.

E con questa sua premessa,

onorò la sua promessa.

 

Quella volta non scherzava,

e adesso è così brava,

che la gente con trasporto

dice: “Pulce è un conforto!”.

Un bel giorno si sposò

con il principe Cocò.

Anch’io sono intervenuto,

e il Barolo ho bevuto.

Ebbe figli, oh! suppergiù

mille e forse anche di più,

certamente in ogni via

ha un cugino o una zia –

una casta infinita.

Ma la favola è finita.

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

(C) by Paolo Statuti