John Donne (1572-1631)

4 Lug

 John Donne

A Valediction: Forbidding Mourning

 

As virtuous men pass mildly away,

And whisper to their souls to go,

Whilst some of their sad friends do say,

“The breath goes now,” and some say, “No,”

 

So let us melt, and make no noise,

No tear-floods, nor sigh-tempests move;

‘Twere profanation of our joys

To tell the laity our love.

 

Moving of the earth brings harms and fears,

Men reckon what it did and meant;

But trepidation of the spheres,

Though greater far, is innocent.

 

Dull sublunary lovers’ love

(Whose soul is sense) cannot admit

Absence, because it doth remove

Those things which elemented it.

 

But we, by a love so much refined

That our selves know not what it is,

Inter-assured of the mind,

Care less, eyes, lips, and hands to miss.

 

Our two souls therefore, which are one,

Though I must go, endure not yet

A breach, but an expansion.

Like gold to airy thinness beat.

 

If they be two, they are two so

As stiff twin compasses are two:

Thy soul, the fixed foot, makes no show

To move, but doth, if the other do;

 

And though it in the center sit,

Yet when the other far doth roam,

It leans, and hearkens after it,

And grows erect, as that comes home.

 

Such wilt thou be to me, who must,

Like the other foot, obliquely run;

Thy firmness makes my circle just,

And makes me end where I begun.

 

 

Un commiato: divieto di cordoglio

 

Come un vecchio in sereno trapasso,

Prega la sua anima di andare,

Mentre gli amici affranti non sanno

Se è già morto o continua a respirare:

 

Così separiamoci in silenzio,

Senza lacrime e senza dolore;

E’ profanare le nostre gioie

Dire a un profano il nostro amore.

 

Un terremoto porta danni e paure,

Le sue rovine l’uomo ha ben presenti;

Ma i tremiti delle sfere celesti,

Pur assai più grandi, sono innocenti.

 

L’amore degli amanti sublunari

(La cui anima è il senso), l’assenza

Non ammette, perché sottrae ad esso

La sua più naturale essenza.

 

Ma il nostro amore è così puro,

Che anche noi di esso siamo ignari,

Sicure entrambe le nostre menti,

Faremo a meno di occhi, labbra e mani.

 

Alle nostre anime unite in una,

Il mio distacco non recherà rottura,

Ma ancor di più si espanderanno,

Come l’oro battuto in sfoglia si sfigura.

 

Se devono essere due, esse sono due

Come le gambe gemelle del compasso;

La tua anima, fissa, sembra immota,

Ma si muove se la mia fa un passo.

 

E benché essa stia ferma al centro,

Quando l’altra gamba gira intorno,

Essa si piega e verso l’altra tende,

E si raddrizza, quando l’altra torna.

 

Così tu sarai per me, che devo,

Come l’altra gamba, correre piegato;

La tua fermezza il mio cerchio precisa,

E mi fa finire là dove ho iniziato.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Edgar Lee Masters (1868-1950)

3 Lug

Edgar Lee Masters

 

   La poesia George Gray, inclusa nella celebre antologia Spoon river (1916, edizione definitiva) del poeta americano Edgar Lee Masters, è la voce di un uomo defunto che medita sul disegno della sua lapide. La barca di marmo è il simbolo più appropriato della sua vita –

un mezzo di potenziale movimento e avventura, inciso sulla pietra. George Gray ha trascorso una vita futile cercando sicurezza e comodità. Evitando la delusione, il dolore e il rischio, egli ha trascurato tutto ciò che poteva dare un senso alla sua vita. Egli ci sussurra di non fare lo stesso errore, ma di vivere la vita nella sua pienezza, affinché al termine di essa non ci si debba pentire di non aver fatto le cose che avremmo voluto fare, e di non essere diventati chi avremmo desiderato diventare. Ecco questa poesia nella mia versione.

 

George Gray

Ho studiato molte volte

Il marmo che fu inciso per me –

Una barca con la vela serrata ferma nel porto.

In verità raffigura non la mia destinazione

Ma la mia vita.

L’amore mi fu offerto, ma evitai la delusione;

Il dolore bussò alla mia porta, ma mi spaventai;

L’ambizione mi chiamava, ma non volevo rischiare.

Eppure sognavo di dare un senso alla mia vita.

E adesso so che dobbiamo alzare la vela

E abbandonarci ai venti del destino

Dovunque essi portino la barca.

Dare un senso alla vita può causare la pazzia,

Ma la vita priva di senso è una tortura

D’inquietudine e vuoto desiderio –

E’ una barca che vagheggia il mare, ma ne ha paura.

 

 

(C) by Paolo Statuti

Jan Brzechwa

2 Lug

   Il 2 luglio 1966 morì a Varsavia Jan Brzechwa, scrittore satirico, poeta e autore di notissime favole e versi per bambini, nonché traduttore della letteratura russa. Voglio onorare la sua memoria con questa poesia che ho tradotto oggi. Di lui ho tradotto tra l’altro il celebre romanzo per bambini Akademia Pana Kleksa (Il signor Macchiadinchiostro). Non è morto a metà maggio come voleva, ma si è sbagliato di poco.

 

 

Jan Brzechwa

 

Jan Brzechwa

 

Morire con tatto

Morite pure, va bene, ma non lo fate

Proprio quando è iniziata l’estate!

 

Perché allora ognuno pensa alle vacanze:

A Mombasa, a Majorca o in Provance.

 

Se proprio allora io muoio, con certezza

Sarebbe una vera e propria sgarbatezza!

 

Bisogna morire con garbo. Chi è garbato

Non muore certo in autunno inoltrato.

 

Non vorrei che al funerale quelli arrivati

Mi mandassero al diavolo tutti inzuppati,

 

Che si prendessero un solenne raffreddore,

Per avermi compianto un paio d’ore.

 

Morire con tatto! Sarebbe un bel guaio

Se il funerale si svolgesse a gennaio.

 

O a febbraio, quando il freddo più si sente,

E all’idea del funerale trema la gente.

 

Non vorrei che le persone commosse ,

Abbiano per questo le orecchie tutte rosse.

 

A primavera è il momento più adatto,

Perché un malato grave muoia con tatto,

 

Il vento di primavera il verde accarezza

E spazza via il lutto e la tristezza.

 

E la morte sembra un’inezia. Con coraggio

Cercherò di rinviarla a metà maggio.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Julian Tuwim (1894 – 1953)

28 Giu

Julian Tuwim (1894 – 1953)

 

Agguato a Dio

Chi è – non lo so, ma in ogni luogo io lo sento…

Erriamo sulla terra, nelle bufere, tra i pianeti,

Ognuno di noi il nemico perseguita sempre

E di continuo siamo in preda a pensieri segreti.

 

Non so se in Lui troverò un amico o un avversario,

Se mi getterò ai Suoi piedi, o se io Lo sottometterò,

Se incontrandoLo non sarò preso dallo spavento,

O se Lui si spaventerà, quando la porta Gli  aprirò.

 

Ci  cerchiamo a vicenda… E ognuno è in ansia,

Ognuno teme pensando: che sarà se Lo vedo?…

Dunque erriamo… Una città, i boschi, un villaggio

Sulla nostra strada… Ovunque la stessa cosa chiedo:

 

“E’ passato di qua?” – Sì, ma aveva il volto coperto.

“E’ stato qui?” – Chi? – “Quello Sconosciuto?”…

“Forse qui?” – Nel cimitero, in un sepolcro si è celato…

Corro!!! Lo scoperchio!… Esso è vuoto e muto…

 

E così già da anni cammino, e cerco senza meta…

E so che anche Lui, Terribile, mi cerca e mi attende…

Che anche Lui, presentendo, ha chiesto di me a tanti

E tutte le strade ha già percorso inutilmente…

 

Ma oggi, come misera spia, ho saputo di nascosto,

Che passerà di qui… Dunque sto in agguato,

Aspetto… O Gli darò tutto, la vita mia intera,

O Lo maledirò, perché la vita ho sperperato…

 

Lo aggredirò all’improvviso! Gli strapperò dal viso

Il velo! Vedrò chi Egli è – e anche Lui mi vedrà!

Ci troveremo faccia a faccia… Con lo sguardo

Ci bruceremo – nello sconforto o nella felicità!

 

Sto in agguato!!! Passerà… già sento il passo lieve…

Andare insieme? No!!! Uno di noi oggi avrà il possesso:

O dietro a Lui mi avvierò, come squallido schiavo,

O come legittimo sovrano – Lo condurrò io stesso!

 

1  XI  1914

 

(Da notare che quando Tuwim scrisse questa poesia aveva 20 anni)

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Światopełk Karpiński

27 Giu

Światopełk Karpiński

 

     Poeta e satirico polacco. Nacque il 27 marzo 1909 a Łask, nei pressi di Łódź. Scrisse di lui Jarosław Iwaszkiewicz: «Noi che l’abbiamo conosciuto lo ricordiamo come un giovane raffinato, eccentrico, discendente da una lunga fila di antenati di grande cultura: poeti, musicisti, studiosi, ingegneri. Il loro sangue scorreva nelle vene di questo fragile fiore dedito interamente alla poesia». Filip Ebert, suo compagno di ginnasio, ricorda: «Aveva un carattere indocile e uno straordinario senso dell’umorismo. Poco prima della maturità, all’insegnante che gli rimproverava di non sapere ancora calcolare le percentuali, rispose che preferiva gustarle». Terminò la Scuola di Scienze Politiche a Varsavia.

Come poeta debuttò nel 1927 sul periodico letterario Wena (Estro). Collaborò con le riviste Cyrulik Warszawski (Il barbiere di Varsavia) e Szpilki (Spilli). Per la sua raccolta Trzynaście wierszy (Tredici poesie) ricevette il Premio dei Giovani dell’Accademia Polacca della Letteratura (1936). Pubblicò anche la raccolta Ludzie wśród ludzi (Gente tra la gente, 1932), il Mieszczański poemat (Poema borghese, 1935), il Poemat o Warszawie (Poema di Varsavia, 1938), e due raccolte di satire e testi umoristici: Kredą na parkanie (Sullo steccato col gesso, 1937) e Ściana śmiechu (Il muro del riso, 1938).

Nel settembre del 1939 prese parte alla difesa di Varsavia. Aiutava a coordinare l’azione dei servizi comunali. Incurante dei bombardamenti, attraversava i quartieri in fiamme per fare rapporto. Così descrisse quegli istanti: «Salve, barricate di Varsavia, salutatemi o bagliori di guerra, nel sordo rombo delle cannonate c’è tempo anche per le serenate…Poco prima della capitolazione gli fu assegnata la Croce Virtuti Militari per il suo eroismo. Cercò di recarsi in Francia attraverso la Lituania. Soggiornò a Vilno per cinque mesi nella modesta stanza di un edificio in abbandono. Un suo vicino ricorda: «Karpiński ogni tanto faceva visita ai miei genitori. Pagava mia madre per le pulizie della sua stanza. Non nascondeva le sue antipatie per i bolscevichi». Morì a Vilno la notte del 21 aprile 1940. Ufficialmente ebbe un infarto, ma il medico che accertò la morte notò il segno di una puntura sul braccio destro. Forse si era drogato? Forse fu ucciso dai nazionalisti lituani? La poetessa Emmanuela Cunge suggerisce che Karpiński si suicidò. Czesław Miłosz scrisse: «Quando visitammo la salma nella cappella mortuaria della chiesa di san Giacomo, dove ebbe luogo l’autopsia, restammo colpiti dalla bellezza e dall’armonia dei suoi lineamenti…Accompagnammo il feretro con un grande corteo attraverso  tutta la città. Il suo nome era noto a tutti i lettori della stampa polacca…»

Il funerale si trasformò in una manifestazione dei Polacchi di Vilno. Sulla sua tomba crescono ogni anno i nontiscordardimé.

Nella sua introduzione al volume Poesie e satire di Światopełk Karpiński, pubblicato nel 1961 dalla casa editrice di Varsavia Czytelnik, Jarosław Iwaszkiewicz scrive: «Troppi fogli di carta non scritti ha lasciato Światopełk Karpiński, perché la poesia stravagante, ardente ed estasiata da tutto  ciò che gli portava il mondo – era la sua vita… Era una persona profondamente triste, che non sapeva come usare il suo grande talento e le sue straordinarie possibilità. Era figlio della sua epoca, piena di inquietudini e di timori, di presentimento di sventure – di un’epoca che non aveva molto spazio per i poeti e per quelli che credevano nei principi  dell’estetica poetica… la sua morte fu una dolorosa perdita per la poesia e per la satira polacca, e per i suoi amici che trovavano in lui non solo la realizzazione delle proprie opinioni sulla poesia, ma anche la conferma che su questo pianeta così drammaticamente prosaicizzato, nascono non solo poesie appartenenti alla “pura poesia ”, ma anche poeti che sono la personificazione della “pura poeticità».

                                                                                                       Paolo Statuti

Poesie e testi umoristici tradotti da Paolo Statuti

 

La Gioconda

La Gioconda brucia, come candela in fluido buio,

negli angoli della galleria, dov’è un vuoto di sorrisi,

in quelle nicchie di stupore è un filo di grazia,

tra le colonne e la gente come sole in una bara.

Nella sua luce la folla si scioglie. Il guardiano chiude. –

Le sette! La Gioconda con santa e amorevole mano

prende il telefono. Lo squillo  brilla da me…

“Sono io”…”Sono io”…”Gioconda!”…”Amo”…interrotta!

“Pronto”…”Pronto”…”Gioconda!”…Le scale come rudere

frantumo. Le falde del soprabito…Gridando da lei volo.

Il nero Bacco ci porta il cielo delle sere

condensato, valutato e intasato.

Dietro il banco lo sguardo ispirato alla volta rivolge

l’asso dei cocktail, che toni di alcool non sonati

armonizza e unisce in sapori di pura melodia,

pieni di fruscio di verde, di boschi e di luna.

Quando lei beve troppo e le snelle gambe

posa su un vassoio d’argento come due banane, –

l’angelo della mezzanotte in singhiozzi, in gelidi lampi

ammassa scale di accordi praticate nel ghiaccio,

fino all’etere…sulle vette…trema e si tronca

quel concerto…e a valanga…in terrena bufera di luci

cade…nel vino, nella stanchezza, in adagio di violino.

Con una sinfonia così ardente fino al freddo mattino

suona il delirio di ubriaco, come messa per organo!

Si affievolisce il dancing, cala in fondo e si allontana,

ormai è solo ricordo, risata, alcool…

Gioconda la sua nudità come luce scopre.

E le mie labbra ardenti dal petto ai ginocchi

la tatuano tutta – torrido fiore di carne.

O architettura del corpo! I muscoli come arcate.

Il ritmo ipodermico di sferici e sonanti muscoli,

come semplice melodia nelle vene di un vivo canto.

Quelle anche pari che si accoppiano al riso,

prima che serrino e immergano la testa ardente.

O poesia, estratta dalla notte come forma viva…

Gioconda macchiata di sangue torna in auto riscaldata,

barcolla sul marciapiede e nel mattino si bagna,

e appare in cornici dorate, come fanciulla alla finestra.

E quando il guardiano con la chiave il nuovo giorno apre,

la galleria trema di mattino e si gonfia d’ispirazione.

Il pubblico con cento occhi – bisbiglia. – Arde dalla tela

quel sorriso, dove è santa, amorevole e triste.

I ginocchi della folla piega quella maestà divina.

E’ l’estasi nel calice, come nel grido di una sillaba!

E aspettano, pigiati, il prodigio! Il sangue! L’aldilà!

Quando dal sorriso voleranno i bianchi petali di un fiore…

 

Ballata

 

Una volta in un diafano giorno di sole

un defunto o un passante,

vestito di nero, insensato,

si ritrovò in un giardino fiorito.

 

Scacciò con la mano i canti degli uccelli,

vacillò per l’intenso profumo,

e quando scorse gli arbusti di rose

fece loro un profondo inchino.

 

E febbrilmente si spogliò

con le pallide mani tremanti.

Sulla rossa rosa nudo

si chinò e si irrigidì incurvato.

 

 

Guardava…ed ecco dallo sguardo

un rametto come fascio di corde vibrò

e dal silenzio dell’ombra frondosa

la rossa a un tratto guardò.

 

Due boccioli i petti dei due sorvegliarono,

un sorriso come rosa sbocciò.

Le labbra con calore si riempirono di sangue

e la rugiada dai petali bevve come vino.

 

Sul viso una goccia come rivolo gronda.

I rametti snelli come strette.

Sulle spalle nude s’infila

un filo di sangue nell’ago del nervo.

 

Le spine selvatiche proteggono feroci.

Schiuse le labbra dell’ardente rosa

e come ruvida foglia o come lingua

nella carnosità assorbente si tuffò.

 

Durò più a lungo di un sospiro,

e poi fuggì come un ladro.

Sparì come macchia nei chiaroscuri

lo strano defunto o passante.

 

Nello specchio

 

Quando senza di te ho il buio,

nello specchio mi leggo

e chiedo,

perché

hai dato il tuo corpo a un altro,

se il tuo amore è con me.

 

Lo sai che mi tormento

pensando a te e a lui?

Lo sai che ciò mi stanca –

perché quando ero un temporale,

diventavi il mio arcobaleno.

Ma lui non lo conosco. Lui è un crudele anonimo.

Lo sai (amore mio!),

che oggi ho chiamato il medico,

perché forse si animerà la lastra dello specchio

e diventerà lo specchio di un lago…

 

E quando guarderò nelle profondità,

leggerò una faccia fredda come il ghiaccio…

E sorridente salterò in quell’abisso,

e con fragore si spezzerà lo specchio delle cattive acque.

 

E annegando non verrò a sapere perché

non anneghi con me,

ma tendi la tua mano per aiutare un altro…

 

 

I seguenti tre testi sono tratti dalla raccolta Il muro del riso

 

Il poeta

 

– Lei è poeta, signor Pinkierton?

– E chi dovrei essere? Un commerciante?

– Non la offenderei. Il mercato oggigiorno è anch’esso pura poesia. Ma tuttavia mi dica,

la sua professione rende bene?

– Non è la carriera di un banchiere, ma lei capisce, signor Szmelkes, l’aspirazione alla celebrità, le rime inebrianti, sono cose non indifferenti.

– Capisco, va bene, lei scrive una poesia e poi? La pagano subito?

– Non mi pagano affatto e nemmeno mi stampano. Appartengo agli scrittori non riconosciuti.

– Ma finanziariamente come funziona? Mi perdoni, signor Pinkierton, la banale domanda di un comune mortale.

– La mia attività è assai attraente, signor Szmelkes. Io scrivo una breve poesia su una certa ditta: confezioni per donna, oppure pneumatici, o anche lamette da barba. La poesia è orribile.

– E allora, perché dovrebbero pagare?

– Prendo la poesia e la pubblico sui giornali come inserzione.

– Allora deve anche pagare?

– Pago. E di questo vivo. Ho anche l’auto.

– Non capisco.

– Perché lei non conosce queste poesie. Appena l’ufficio pubblicità delle ditta di cui scrivo, con spavento legge questi versi sui giornali, assume subito un detective. Il detective trova l’autore. L’autore sono io. Loro mi convocano e mi pregano in ginocchio di smetterla. Mi rimborsano le spese e stabiliamo che scriverò poesie pubblicitarie su una ditta loro concorrente. Io reclamizzo la ditta concorrente. Allora il loro ufficio pubblicità assume un detective, trova il colpevole e mi paga per smettere, perché i clienti si meravigliano che la loro réclame sia di un livello così basso. E così di seguito. Con una sola branca si può vivere tranquillamente anche per un anno.

– E i suoi costi?

– Minimi.

– Più o meno quanto?

– Sei mesi con la condizionale. Un anno e due mesi. Tre. Dipende.

– Potrebbe farmi qualche esempio di queste sue réclame?

– Quanti ne vuole: «Se vuoi nebbia nel cervello, bevi sempre un Martello».

– Ma quale Martello, un Martell…

– Peggio per loro. Oppure: «Se vuoi investire un contadino, usa gomme Michelino».

– Oppure…

– La smetta, la smetta! Basta così!

E’ bastato anche al giudice e il signor Mieczysław Maciej Pinkierton fu condannato a sei mesi di prigione, per ricatto ai danni di molte ditte, sotto forma di inserzioni deleterie e disonorevoli. Quando uscirà dalla prigione il signor Pinkierton si dedicherà soltanto alla pubblicità cinematografica.

 

 

Uno strano mestiere

 

– Ecco i fatti, Vostro Onore: io sono un esperto di striscioni con le scritte, con gli avvisi. Il manifesto si attacca a una tavoletta, la tavoletta si mette su un bastone e io porto il tutto sulle strade, ma il datore di lavoro non può sapere se ad esempio io mi riposo in qualche portone. Per questo in alcuni bar mi fa un credito temporaneo e puntuale.

– Come “puntuale”?

– Sì, un credito puntuale, perché se a una certa ora io arrivo punt ad esempio al bar “Doppia dose” – posso bere di più a szczot (1) del padrone. Mi hanno assegnato un locale a piazza del Teatro, un altro di fronte alla stazione e un terzo a corso Mondo Nuovo. Quando scocca un’ora posso bere una liscia a piazza del Teatro. Trenta minuti dopo, cioè quando scocca la mezzora, posso bere davanti alla stazione e nel terzo bar posso bere soltanto quando mancano quindici minuti alla prossima ora.

 

 

(1) Szczot (sčot) è una parola russa che significa conto, qui “a spese del padrone”.

 

 

– Ho capito, ma con questo sistema lei può bere soltanto in un locale ogni ora, senza girare con lo striscione.

– Eh…no. Io sono un lavoratore onesto. Non c’è pericolo che io salti un bar. Da dieci anni faccio questo mestiere. Sono così abituato, che quando a volte sto senza lavoro, tutto il giorno vado da un bar all’altro e in ognuno mi faccio un bicchierino. Devo anche aggiungere che non riesco a bere in un bar che non si trova all’angolo di una via movimentata. Perché io bevo secondo il campanello. Cioè quando il campanello dà il segnale di via libera all’altro lato della strada, io bevo e poi non ho più bisogno di nessuno spuntino.

– L’imputato venga al dunque.

– Esco dal bar e cosa vedo? Proprio davanti a me un altro cammina con un avviso. Spostati, concorrente – gli dico – perché non possiamo andare uno dietro l’altro, e io devo arrivare in tempo al bar “Doppia dose”. Mi risponde che anche lui sta andando al “Doppia dose” e anche lui porta un avviso cinematografico, solo che di un altro cinema. – Siamo della stessa branca, perciò andiamo a bere insieme. Prima abbiamo bevuto le vodke pattuite, e poi ci siamo offerti da bere a vicenda, finché non è calata la sera, e quindi ognuno di noi è andato al suo cinema. Arrivo e il mio padrone mi prende a calci e non vuole pagarmi la giornata, Perciò l’ho bastonato con lo striscione, e solo allora mi sono accorto che nel bar ci eravamo scambiati gli striscioni col collega, e ognuno di noi portava la réclame dell’altro. Anche lui hanno cacciato dal suo cinema.

Il signor Zygmunt Wańtuch è stato condannato per aver percosso in stato di ubriachezza il proprietario del cinema di periferia.

 

Il mondo va sempre avanti

 

E’ l’anno 1838.

Una diligenza. Una diligenza gialla. Quattro veloci cavalli. Il cocchiere con la livrea verde e il cilindro marrone. Accanto a lui un tiratore con una tromba rotonda puntata sul ginocchio.

E’ lunga la strada da Varsavia a Cracovia. La “Posta” si ferma di continuo davanti alle locande. Si cambiano i cavalli. Poi di nuovo schioccano le fruste e si prosegue. Ogni tanto una ruota affonda nel fango fino al mozzo, ogni tanto la diligenza corre veloce sul selciato del villaggi.

I viaggiatori aprono i cestini da viaggio. Mangiano. Pollo freddo. Uova sode. Pane e burro. La destinazione è ancora lontana. I cavalli vanno lentamente. Nelle locande lungo la strada i prezzi sono alti, e di sicuro non hanno prodotti freschi.

Cinquanta anni dopo.

E’ il 1888.

Una bizzarra locomotiva già sbuffa vapore. In tutti i vagoni sono aperte le porte di tutti gli scompartimenti. La banchina è affollata da quelli che accompagnano. Fiori. Lacrime. Sventolio di fazzoletti.

Risuona il primo campanello.

Un religioso raccoglimento, e poi una convulsa animazione.

– In carrozza o rimarrete a terra!

Rapidi commiati. Grida. Sbattono le porte.

Secondo campanello.

La folla si allontana dal treno. La locomotiva emette un fischio acuto.

I viaggiatori si affollano ai finestrini.

Il terzo triplice campanello…

Il treno a un tratto si muove con uno strattone. La locomotiva asmatica sputa sbuffi di fumo.

Sulla banchina biancheggiano i fazzoletti dell’addio.

Intanto i viaggiatori hanno occupato i comodi posti e aprono i cestini da viaggio. Mangiano.

Pollo freddo. Uova sode. Pane e burro. La destinazione è ancora lontana. Tutti si sono riforniti per il viaggio. Il treno corre veloce. Divora i chilometri come cioccolatini.

Cinquanta anni dopo.

E’ il 1938.

La gente acquista i biglietti e occupa i posti nel treno pochi istanti prima della partenza.

Un fischio.

Nel vagone di terza classe tutti i posti sono occupati, alcuni leggono il giornale. Fumano. Una grassa signora si agita nervosamente, alla fine tira fuori dalla valigia un pacchetto e lo apre. Dalla carta unta spunta il pollo freddo, poi le uova sode e il pane col burro. Già dal primo chilometro la signora si mette a mangiare. Un pezzetto grasso di pollo è caduto sul vestito del vicino macchiandolo. Scoppia una lite, alla stazione viene steso un verbale.

Il treno continua la sua corsa. Tra un paio d’ore sarà a Cracovia.

Cinquanta anni dopo.

E’ il 1988.

All’aeroporto c’è ressa. L’aereo Varsavia-Cracovia parte tra dieci minuti. I viaggiatori cominciano a occupare i posti.

L’aereo decolla.

I viaggiatori mettono le cuffie della radio.

Tra un’ora saranno a Cracovia.  Appena in aria un signore prende un pacchetto posato sulla rete. Toglie la carta unta, dalla quale spunta il pollo freddo, le uova sode e il pane col burro.

Comincia a mangiare.

Prima di finire sarà già arrivato, ma si vede che ha in sé radicata l’epoca della diligenza.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Michail Lermontov: 5 nuove versioni di Paolo Statuti

26 Mag

 

 

                   *  *  *

Come fiamma di stella filante

Per il mondo non servo a niente.

Il cuore come pietra è pesante,

Eppure sotto c’è un serpente.

 

L’ispirazione mi ha salvato

Da ogni frivola vanità;

Ma all’anima non sono scampato

Neanche nella felicità.

 

La felicità che ho implorata,

Alfine è giunta ma, ahimé,

Essa pesante è diventata,

Come la corona per il re.

 

Ho ripudiato i sogni che avevo,

Ed ora vivo solitario –

Come di un vuoto cupo maniero

Il miserevole proprietario.

1832

 

Russalca

                            1

Nel fiume turchino russalca nuotava,

E la luna piena l’illuminava;

Cercava di spruzzare fino alla luna

Delle onde l’argentata schiuma.

 

 

                        

                           2

Il fiume scrosciava e si torceva

Cullando le nubi che rifletteva;

Russalca cantava e le sue parole

Giungevano alle ripide prode.

 

                          3

E lei cantava: «Nei nostri fondali

C’è il bagliore dei raggi solari;

Ci sono pesci dorati e perfino

Città di vetro cristallino.

 

                          4

Là, su un cuscino di sabbia, disteso,

All’ombra di un folto canneto,

Dorme preda della gelosia dell’onda

Un guerriero di una lontana sponda.

 

                          5

Amiamo i ricci di seta pettinare

Quando scende il buio serale,

E nelle ore del giorno la fronte

Baciare del bel giovane più volte.

 

                          6

Ma ai baci ardenti, non ho mai saputo

Perché, rimane gelido e muto;

Egli dorme e col  capo sul mio petto

Non respira e mai parola ha detto!…

 

                          7

Così cantava sul fiume azzurro

Ricolma di travaglio oscuro;

E il fiume tumultuoso scorreva

Cullando le nubi che rifletteva.

1832

 

 

 

Ci lasciammo

 

Ci lasciammo; ma il tuo ritratto

Io custodisco sul mio petto:

Vaga ombra di anni migliori,

All’anima mia reca diletto.

 

Sono preda di nuove passioni,

Ma esso è rimasto ancora mio:

Così un tempio vuoto – resta un tempio,

E un idolo abbattuto – resta dio!

1837

 

Noia e tristezza

Noia e tristezza, nessuna mano tesa

Quando c’è inquietudine nel cuore…

Desiderare è una vana pretesa…

Gli anni passano – il tempo migliore!

 

Amare…ma chi?…per poco – a che è valso?

Amare in eterno chi mai potrà?

Ti guardi dentro – il passato è scomparso:

La gioia, il tormento, tutto è futilità…

 

E la passione? – Una dolce affezione

Che prima o poi il senno risana;

E la vita, se osservi con attenzione,

E’ una burla vuota e balzana.

1840

 

 

 

 

 

Da solo mi metto in cammino…

Da solo mi metto in cammino;

Nella nebbia il selciato splende;

Silenzio. Il deserto ascolta dio,

E stella con stella s’intende.

 

Il cielo è mirabile e solenne!

Dorme la terra nell’azzurro manto…

Perché questo dolore e stento?

Qualcosa aspetto o qualcosa piango?

 

Dalla vita più niente mi aspetto,

E non ho rimpianti del passato;

Io cerco libertà e pace!

Vorrei non pensare, addormentato!

 

Non nel freddo sonno della tomba…

Sarò felice se dormiranno

Le forze vitali nel mio petto,

E il petto respirerà senza affanno;

 

Se notte e giorno al mio udito

La voce dell’amore giungerà,

E su di me una verde quercia,

Chinandosi, per sempre stormirà.

 

1841

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

“Il novizio” di M. Lermontov tradotto da Paolo Statuti

23 Mag

Ai lettori del mio blog offro oggi la mia versione del celebre poema “Il novizio” di M. Lermontov. Buona lettura e un caro saluto.

 

 

 

Michail Jur’evič Lermontov

 

Mcyri (1)

                                                         Ho gustato con la punta del bastone un po’ di miele,

                                                         e già devo morire.  (1 Re)

1

 

Sappiate che alcuni anni orsono,

Là dove unendosi con un tuono,

Si abbracciano come due parenti

Di Aragva e Kurà le correnti,

C’era un convento. Da oltre il monte

Anche adesso il viandante scorge

Le colonne della porta lesa,

Le torri e la volta della chiesa;

Dove più non si spande il denso

Profumato fumo dell’incenso,

Non si ode il canto a tarda sera

Di chi leva per noi una preghiera.

Solo un vecchio prossimo alla fine,

Custodisce ora le rovine,

Da tutti e dalla morte obliato,

Cura il cimitero impolverato

Che narra le glorie del passato,

E la storia di quel sovrano

Che ormai lo scettro aveva invano,

E allora senza esitazione

Lasciò alla Russia la sua nazione.

————

E Dio la Georgia benedì!

E da allora quel paese fiorì

All’ombra di fragranti giardini,

Senza più temere i nemici,

Protetta da fucili amici.

——————

(1) Mcyri nella lingua georgiana significa «monaco non ancora ordinato», una sorta

di «novizio». (Nota di M. Ju. Lermontov).

2

Un giorno un russo generale,

Di ritorno nella capitale,

Portava con sé in servaggio

Un fanciullo malato, che al viaggio

Arduo non aveva resistito.

Poteva avere sei anni; spaurito

E selvaggio come un cerbiatto,

Come giunco flessibile al tatto.

Ma allora il tormentoso male

Destò in lui la forza ancestrale

Degli antenati. Senza lamento

Egli soffriva e nessun pianto

Dalle sue labbra infantili usciva,

Con un gesto il cibo respingeva

E in silenzio e altero si spegneva.

Un monaco mosso a compassione

Offrì a lui la sua protezione,

E tra le mura di un convento

Trovò rifugio e salvamento.

Gli svaghi infantili non amava,

Dapprima da tutti si straniava,

Solo e silenzioso vagando,

Guardava l’oriente sospirando,

Afflitto da oscura nostalgia

Per la lontana terra natia.

Poi alla sua prigione si abituò,

Il linguaggio straniero imparò,

Da un santo padre fu battezzato

E ai voti era già preparato,

Lontano dal mondo chiassoso,

Come giovane e pio religioso,

Quando all’improvviso una notte

Sparì. Con la sua nera coltre

Il bosco copriva i monti e il piano.

Tre giorni lo cercarono invano

E finalmente lo trovarono

Nella steppa, stordito e sgomento.

E lo riportarono al convento.

Era così pallido e smagrito,

Debole quasi avesse patito

Un male o la fame più nera,

Alle domande non rispondeva

E tutte le sue forze perdeva.

E ormai era prossimo a spirare;

Allora un frate prese a pregare

Ardentemente esortandolo;

E il giovane il capo sollevando,

Orgoglioso con queste parole

A quel pietoso frate rispose:

3

 

«Sei giunto qui per compassione

A udire la mia confessione.

Ti ringrazio. E’ sempre bene

Alleviare il petto dalle pene

Confidandosi con qualcuno;

Non ho fatto male ad alcuno,

Perciò che vi giova ascoltarmi,

Posso mai l’anima mia svelarvi?

Poco ho vissuto e in una prigione.

Per due una sola stagione,

Ma ricolma di angosce amare,

Io darei se lo potessi fare.

Mi ha dominato un solo pensiero,

Una sola impetuosa brama:

Come un verme in me celata,

Mi ha roso l’anima e l’ha bruciata.

Essa i miei sogni chiamava

Dalle preghiere e invitava

Nel magico mondo di lotte,

Dove nelle nubi si celano le rocce

E l’uomo è libero come uccello.

Io questa brama nel mio avello

Ho nutrito di pianto e tormento;

Davanti al cielo in questo momento

Con forza la confesso di nuovo

E per essa non chiedo perdono.

4

 

O vecchio! più volte ho sentito

Che alla morte mi hai rapito –

Perché mai?…Tenebroso e solo

Come foglia caduta al suolo,

Crebbi tra queste mura oscure.

Nel mio animo come bambino

E monaco per mio destino.

Mai pronunciai le parole sante

«Padre» e «madre» un istante.

Certo, o vecchio, invano eri contento

Ch’io dimenticassi nel convento

Queste parole – prezioso dono,

Di cui mi ha cullato il dolce suono.

Altri avevano patria, un focolare,

Per me nulla potevo trovare,

Nemmeno una pietra sepolcrale!

Allora senza inutile pianto

A me giurai questo soltanto:

Che per un attimo, non so quando,

Il mio petto che arde da tanto

A un altro stringere con bramosia,

Anche ignoto, ma della terra mia.

Ma, ahimé! questi sogni adesso

Di godere non mi è concesso ,

Sono morti al loro fiorire,

Schiavo e orfano dovrò morire.

                           5

 

No, la tomba non mi spaventa,

Là dove dorme la sofferenza

Nella fredda quiete infinita,

Ma non voglio lasciare la vita.

Sono giovane, giovane…Ma tu

Conosci i sogni della gioventù?

Non sai o hai dimenticato

Come hai odiato e amato;

Come il cuore in petto esultava

Vedendo il sole che brillava

Dall’alto di una torre avvolta

Dall’aria fresca e, dove talvolta,

In un profondo foro nel muro,

Un colombo si cela al sicuro,

Figliolo di terra straniera,

Spaventato dalla bufera?

Dalle bellezze del mondo affranto,

Tu, ormai così debole e stanco,

Non sei più spinto dai desideri.

Che importa? Tu sei quello di ieri!

Puoi scordare ciò che hai avuto,

Tu vivesti, – anch’io avrei potuto!

                           6

 

Tu vuoi sapere cosa io scorsi

In libertà? – Campi rigogliosi,

Colli dagli alberi coperti,

Cresciuti intorno come serti,

In lieta compagnia fruscianti

Come fratelli in cerchio danzanti.

E masse di rocce annerite,

Quando il torrente le divide,

E ciò che pensavano indovinai:

Il cielo questa sorte mi rese!

Da tempo nell’aria sono tese

Le braccia di pietra e anche adesso

Si tendono e bramano l’amplesso;

Ma passano gli anni, come tu sai,

Ed esse non si riuniranno mai.

E ancora ho visto creste montuose

Come visioni misteriose,

Quando nell’ora mattutina

Fumavano come tante are

Le cime nell’aria turchina,

E nube dietro nube lasciare

Insieme il loro asilo presente,

Dirigendosi verso oriente –

come una bianca carovana

Di uccelli da una terra lontana!

E ho visto nella nebbia distante

Il Caucaso come un diamante,

Il Caucaso possente e canuto;

E il mio cuore per un minuto

Si è fatto leggero e festante.

E in segreto io mi dicevo

Che un tempo anch’io là vivevo,

Nella mia memoria ricordavo

E il passato era sempre più chiaro…

                           7

 

Ricordai il mio paterno tetto,

La nostra forra e come un tappeto

L’aul disteso tutto intorno;

Il rombo dei cavalli al ritorno,

E la sera, ormai più lontani,

Il noto abbaiare dei cani.

E rammentai i vecchi abbronzati,

Dalla luna più illuminati,

Seduti con le facce comprese

Nell’unica piazza del paese;

E le belle guaine luccicanti

Dei lunghi pugnali…a me davanti,

Come in sogno in ordine impreciso,

Tutto questo apparve all’improvviso.

E mio padre? Egli come vivo,

E come per lottare vestito,

Mi apparve e allora ricordai

Il bagliore del suo fucile,

Lo sguardo severo e virile,

E le giovani mie sorelle…

I loro occhi come stelle,

Le parole e i volti raggianti

E sulla mia culla i loro canti…

Là un torrente scrosciava in fondo

Al burrone, ma poco profondo;

E sulla riva dorata giocondo

Me ne andavo a giocare a mezzodì

E le rondini seguivo da lì,

Quando prima dei temporali

Sfioravano l’onde con le ali.

E ricordai la casa serena,

E davanti al camino la sera

Raccontavamo come viveva

Nei tempi passati la gente,

Quando il mondo era più attraente.

                           8

 

Ecco come ho passato il mio tempo

Fuori da questo sacro convento:

Tre giorni di vita così lieta!

Senza essi sarebbe più tetra

Della tua vecchiaia, o anacoreta.

Io prefisso mi ero da tanto

Di ammirare i campi distanti,

Della terra scoprire gli incanti,

Sapere se liberi o reclusi

Noi siamo nati e siamo vissuti.

E in una notte spaventosa,

Quando la tempesta furiosa

Vi atterriva e intenti a pregare

Eravate davanti all’altare,

Io son fuggito. Oh, la procella

Per abbracciare come sorella!

Dietro alle nuvole correvo,

Con la mano il fulmine coglievo…

Dimmi, tra queste mura, ahimé,

Cosa potevate darmi, anziché

L’amicizia breve eppur vera

Tra un cuore impetuoso e la bufera?…

                           9

 

Correvo. Dove andavo, dov’ero?

Non so! Non una stella nel cielo

Illuminava la strada scura.

Con sublime gioia respiravo

Nel mio affranto, tormentato petto

Dei boschi la soave frescura,

Niente più! Corsi con diletto

E alfine stanco mi coricai

Tra alte piante e ascoltai:

Di certo nessuno m’inseguiva.

La tempesta ormai era finita.

Una bianca luce mi appariva,

Tra cielo e terra si stendeva

Qual ricamo di seta e lontane

In essa le cime montane;

Giacevo silenzioso e immoto.

A tratti uno sciacallo remoto

Piangeva come un infante,

E brillando come diamante,

Una serpe strisciava su un muro;

Ma io mi sentivo al sicuro:

Come bestia, anch’io alla gente

Ero estraneo come un serpente.

                           10

 

Un torrente in basso alla mia destra

Rumoreggiava, dalla tempesta

Ingrossato, e il suo fragore

Era simile a umano clamore.

Anche senza affatto parlare,

Quel colloquio m’era familiare,

L’eterna disputa e il mormorare

Col caparbio ammasso di pietre.

Ora risonava nella quiete,

Ora taceva tutto a un tratto;

Ed ecco nella nebbia in alto

Un coro di uccelli risonò,

E l’oriente intero s’indorò;

Un vento leggero da levante

Agitava le roride piante;

Si mossero i fiori nel sonno,

Ed anche io, incontro al giorno

Levai il capo guardandomi intorno;

Provai spavento, non lo nascondo:

Giacevo su un abisso profondo

Dove scorreva un’onda rabbiosa,

Vidi anche una scala rocciosa,

Percorsa dal demone soltanto,

Quando, precipitato dall’Alto,

Disparve nell’infernale antro.

                           11

 

Un giardino divino a me intorno

Di piante iridescenti adorno,

Con tracce di celestiale pianto,

E ricci di vite come un manto

Avvolgevano alberi e liane

Col verde diafano del fogliame;

E i grappoli , a ciondoli preziosi

Simili, pendevano orgogliosi,

E sopra di essi ogni tanto

Volavano gli uccelli esitando.

Mi ritrovai a terra disteso

E di nuovo l’orecchio ho teso

A voci che non ho compreso;

Sonavano magiche e in segreto

Tra i rovi, come togliendo il velo

Ai misteri di terra e cielo;

Tutte le voci della natura

Eran lì, non mancava nessuna

Nell’ora solenne del peana

– Soltanto l’altera voce umana.

Tutto ciò che provai in quel momento

E i pensieri – tutto è ormai spento;

Ma lo vorrei ancora narrare,

Nella mente farlo tornare.

Quel giorno il cielo era così puro,

Che un occhio attento avrebbe potuto

Il volo di un angelo seguire;

Era così fondo e cristallino,

Era colmo d’identico turchino!

In esso con l’animo e lo sguardo

Io annegai, finché il caldo

Al mio sognare non pose fine,

E la sete non si fece sentire.

                           12

 

Dall’alto allora verso il torrente

Tenendomi agli arbusti pendenti,

Di lastra in lastra, come potevo,

Io lentamente e cauto scendevo.

Di tanto in tanto si staccava

Da sotto i piedi un sasso e piombava,

Lasciando dietro un solco fumante;

Poi risonava saltellante,

Finché non scompariva nel gorgo;

Pendevo sull’abisso profondo,

Ma una giovane vita è forte

E non mi spaventava la morte!

Appena sceso da quell’altezza,

Dell’acqua montana la freschezza

Sentii accarezzarmi il viso,

E in essa mi gettai deciso.

A un tratto – dei passi silenziosi…

Io tra gli arbusti mi nascosi,

Colto da improvviso tremore,

Levai lo sguardo con timore

E presi ad ascoltare attento:

Un vicino e dolce accento

Di giovane voce georgiana,

Così naturale esso era,

Così libero e grato mi giungeva,

Come se amici nomi soltanto

Lei pronunciasse nel suo canto.

Esso era semplice, ma nella mente

S’è insinuato e quando scende

L’oscurità mi risuona lieto,

Cantato da spirito segreto.

 13

 

Reggendo la brocca sulla testa,

La georgiana per una stretta

Viottola scendeva agile, diretta

Alla riva del fiume e scendendo

Ogni tanto inciampava ridendo.

E il suo abito era modesto

E camminava con passo lesto,

Le lunghe falde del suo velo

Scostando. Il suo viso e il seno

La grande calura dell’estate

Ricopriva di ombre dorate;

Eran rosse le guance e la fronte

E le pupille così profonde,

Così colme di segreti d’amare,

Che si turbò il mio pensare.

Ricordo la brocca che sonava

Quando il getto d’acqua vi entrava,

Scorrendo in essa allegramente,

E un fruscio…null’altro nella mente.

E quando mi destai dal torpore

E il sangue si riversò dal cuore,

Lei, ahimé, era ormai lontana;

Tranquilla e snella camminava,

Portando il suo peso sulla testa,

Come il pioppo, re della sua terra!

Non lontano dalla nebbia fasciate,

Due casupole come inchiodate

Alla roccia, come coppia amica;

Dal piatto tetto d’una di esse

Un fumo azzurrino saliva.

E vedo come fosse adesso

Che pian piano si apre un ingresso…

E di nuovo torna a chiudersi poi!…

Io lo so, tu capire non puoi

La mia tristezza e malinconia;

E se tu provassi com’essa sia,

Io mi dorrei, dunque è meglio per te

Che il loro ricordo muoia con me.

                           14

 

Stremato dalle notturne ore

Alfine un sonno consolatore

Mi chiuse gli occhi all’improvviso…

E di nuovo in sogno ho rivisto

Della georgiana il giovane volto.

E da una strana tristezza colto

Di nuovo mi si strinse il cuore.

E a lungo provai a respirare –

E mi svegliai. La luna intanto

Splendeva e una nube soltanto

Furtivamente la seguiva,

Come preda alla quale ambiva,

Pronta a un abbraccio bramoso.

Il mondo era buio e silenzioso;

Soltanto come frangia argentata

La vetta d’un monte innevata

Davanti a me splendeva lontano,

E le sponde lambiva il torrente.

Nella stessa casetta  in quel mentre

Un focherello andava e veniva:

Così in cielo  di notte finiva

Di brillare d’una stella il raggio!

Volevo…ma mi mancò il coraggio

Di salire. L’unica mia meta

Era rivedere la mia terra –

Solo questo volevo e soffocai

La fame come non potrei mai.

e mi misi di nuovo in cammino

Silenzioso e intimidito.

Ma presto nel folto boschivo

Dei monti ho perso la veduta

E la mia strada ho perduta.

                           15

 

Invano a volte infuriato

Strappavo con gesto disperato

Il pruno dall’edera nascosto:

Intorno c’era solo il bosco,

Sempre più folto e spaventoso,

E il buio della notte bramoso

Con milioni di occhi guardava

Attraverso il muro frondoso…

Poi cominciò a girarmi il capo;

Sugli alberi mi arrampicavo,

Ma fino alla volta celeste

C’eran sempre del bosco le creste.

Allora a terra precipitai

E con furore singhiozzai.

Il petto della terra mordevo

E il mio pianto sulla terra bagnata

Scorreva come ardente rugiada…

Ma, credimi, l’aiuto umano

Non volevo…Sempre fui estraneo

Alla gente…come una belva;

E se anche soltanto un grido

Mio malgrado mi avesse tradito,

Mi sarei tolto la favella.

                           16

 

Quando ero un fanciullo sereno

Io non conobbi mai il pianto;

Ma qui io piansi senza freno.

Chi poteva vedermi? Soltanto

Il bosco cupo e la luna in alto!

Rischiarata dalla luna piena,

Coperta di muschio e di arena,

Cinta da impenetrabile muro

Davanti a me, io te lo giuro,

A un tratto vidi una radura.

E in essa due fuochi e un’ombra scura,

Un fascio di faville si alzava,

E vidi una belva che balzava

Dal folto, e poi sulla rena supina

Giocava come una bambina.

Regina del deserto essa era –

L’eterna possente pantera.

Rodeva un osso mugolando;

Lo sguardo sanguigno volgendo

Alla luna piena e, frattanto,

Il suo pelo si faceva d’argento.

Afferrato un ramo forcuto

Attesi dello scontro il minuto;

A un tratto la brama di lottare

E il sangue mi bruciarono il cuore…

Sì, la mano del mio destino

Mi ha imposto un altro cammino…

Ma oggi dico senza timore,

Che nella cara terra avita

Avrei avuto un’eroica vita.

                           17

 

Attesi. Nel buio notturno

Essa il nemico fiutava e un urlo

Prolungato, come un lamento,

Risonò improvviso, con rabbia

Prese poi a scavare la sabbia,

Si rizzò minacciosa e si chinò,

Il primo salto il cuore mi gelò

E vidi della morte il viso…

Ma il mio colpo l’ha preceduta,

Esso fu rapido e preciso.

Il mio bastone come una scure

La larga e forte fronte le spaccò,

E come un uomo si lamentò.

Cadde a terra. Ma dopo un istante,

Malgrado la fronte sanguinante,

Come un’ondata minacciosa

La lotta riprese impetuosa!

                           18

 

Essa si slanciò sul mio petto,

Ma in gola le infilai più lesto,

Con un vero colpo da maestro,

La mia arma…Con un urlo straziante

Si gettò con le forze rimaste,

Allacciati come due anelli,

Abbracciati come fratelli,

Cademmo insieme e sul terreno

La lotta riprese senza freno.

Ma anche io in quel momento,

Come la pantera del deserto,

Ero selvaggio e cattivo,

Come essa ardevo e ruggivo,

Quasi fossi nato da una belva,

Sotto il fresco tetto d’una selva.

Era come se la lingua umana

Avessi a un tratto dimenticata,

E scagliai un terribile grido,

Come se da quand’ero bambino

Fossi avvezzo a quel suono felino…

Ma il mio nemico ormai cedeva,

Si agitava, il respiro perdeva,

Mi strinse per l’ultima volta…

Ma la sua vista era stravolta,

Ancora un lampo e finalmente

Essa si spense completamente;

Ma col suo nemico vincente

Aveva incontrato la morte,

Come si addice a un milite forte!…

                           19

 

Sul petto le tracce son restate

Delle sue unghie affilate;

Sono ancora aperte le ferite,

Ma della terra il manto mite

Ad esse sollievo porterà,

E la morte per sempre sanerà.

Ad esse allora non detti peso,

E, dopo essermi ripreso,

Nel bosco mi rimisi in cammino…

Ma invano lottai col mio destino:

Esso mi derideva perfino!

20

 

Uscii dal bosco. Il giorno si destava

Nel suo splendore e cessava

La danza degli astri del commiato

Nella sua luce. Il bosco annebbiato

Parlava. Da un aul lontano

Il fumo si levava. Un vago

Rombo era portato dal vento…

Mi sedei prestando ascolto attento;

Poi tornò un silenzio profondo.

Io rivolsi lo sguardo intorno:

Mi sembrava un paese a me noto.

E provai spavento e delusione

D’esser di nuovo nella prigione;

Ero lì, ahimé, nuovamente,

Dopo aver sognato vanamente,

Dopo aver sopportato e sofferto,

E mi chiesi: perché tutto questo?…

Perché giovane ed errabondo,

Gettato appena uno sguardo al mondo,

Nel sonoro mormorio del bosco

Lieto della libertà che conosco,

Dovessi portare con me sotterra

La nostalgia della mia terra,

Delle speranze la deplorazione

E della vostra pietà il disonore!…

Ancora, dall’incertezza roso,

Pensavo fosse un sogno mostruoso…

Ma ecco il suono d’una campana

Mi giunse all’orecchio lontana –

E allora tutto si fece chiaro…

Oh! lo riconobbi all’istante!

Più volte dai miei occhi d’infante

Aveva cacciato i seducenti

E vividi sogni dei parenti,

Della terra libera e stepposa,

D’una cavalla agile e impetuosa,

Di scontri tra pareti rocciose

Dove io solo ero il vincitore!…

Senza lacrime e forze ascoltavo.

Era come se uno sconosciuto

Con un ferro avesse battuto

Nel mio petto il tormentato cuore.

E allora ebbi un vago sentore

Che non avrei mai più varcato

Le porte del mio paese amato.

                           21

 

Sì, ho meritato la mia sorte!

Un cavallo veloce e forte,

Sbalzato un cattivo cavaliere,

Da lungi verso le sue frontiere

Troverà diretta e breve via…

E io al suo confronto? – di nostalgia

Invano il mio petto è ripieno,

Di un ardore impotente e alieno,

Di sogno, di male della ragione.

Su di me un marchio la prigione

Ha lasciato…Tale è il fiore

Del carcere: cresciuto con timore

E pallido tra pareti spoglie,

A lungo le sue giovani foglie

Non lasciò spuntare, aspettando

I raggi vivificanti. E quando

Una buona mano s’impietosì

Di lui, in un giardino egli finì,

A far compagnia alle rose,

E da ogni parte nell’aria

La gioia di essere respirava.

Ma non appena sorse l’aurora,

Un solo suo raggio infocato

Bruciò il fiore nel carcere nato.

                           22

 

E come esso, mi bruciò il fuoco

Del giorno crudele e tormentoso.

La testa affaticata, invano

Nell’erba seccata io celavo:

L’arido fogliame come serto

Di spine la fronte mi cingeva,

E sul mio viso si posava e ardeva

Il fuoco della terra stessa.

Un fascio di scintille in alto

Rotava; dalle rocce biancastre

Un denso vapore si levava.

Sulla sfera del mondo gravava

Un sonno di desolazione.

Se almeno della quaglia il grido,

O della libellula il  trillo,

O di corrente si fosse udito

Il mormorio…Soltanto una serpe

Nelle seccate erbe frusciante,

Col suo giallo dorso brillante,

Quasi fosse una lama affilata

Coperta da una scritta dorata,

Solcando la friabile  rena

Scivolava lenta e serena;

Poi giocherellando su quella,

Si attorcigliava in tre anella;

O, come se a un tratto scottata,

Si contorceva, saltellava,

Nei lontani rovi si celava…

                           23

 

E il cielo era tutto splendore

E quiete. Attraverso il vapore

Lontane – due montagne scure.

Dietro ad una il nostro monastero

Risplendeva come un maniero.

In basso l’Aragva e il Kurà,

Avvolti da cimose argentate

Lambivano nuove isolette

Di fruscianti arbusti coperte,

E scorrevano lievi e festanti…

Ma da me erano distanti!

Mi volli alzare – davanti a me

Tutto girava rapidamente;

Volevo gridare – ma muta e inerte

La mia lingua ora si faceva…

Io stavo morendo. Mi struggeva

Il delirio dell’ora estrema.

Mi pareva

Di giacere sull’umido fondo

Di un fiume rapido e profondo –

E intorno una nebbia misteriosa.

E un’eterna sete spegnendo,

La corrente fredda come ghiaccio

Gorgogliando nel petto affluiva…

Addormentarmi non volevo, –

Tale era il piacere che godevo…

E sopra di me assai alta

Un’onda inseguiva un’altra,

Il sole dalle onde rimbalzava

E più dolce della luna brillava…

E sciami di tinche variopinte

A volte dai raggi erano avvinti.

Ne ricordo una tra le tante:

Più affabile di tutte le altre

Mi lusingava. Di delicate

E sottili squame dorate

Tutta la schiena era coperta.

Più volte mi volò sulla testa,

E dei suoi occhi verdi lo sguardo

Era triste, tenero e maliardo…

Io non capivo quel portento:

La sua voce sottile e d’argento

Parole strane mi diceva,

E cantava, e poi di nuovo taceva.

Diceva: «Bambino caro,

Resta con me se ti piace:

Nell’acqua c’è libera vita,

C’è fresco e una beata pace.

                  

 

 

                   *

 

Io chiamerò le mie sorelle:

Rallegreremo in girotondo

Il tuo spirito così stanco

E il tuo sconsolato mondo.

                   *

 

Dormi, morbido è il tuo letto,

Sotto diafana coltre dormirai.

Gli anni e i secoli passeranno,

Parole magiche ascolterai.

                   *

 

Oh, mio caro! sarò sincera:

Io ti amo perdutamente,

Ti amo come la mia vita,

Come la libera corrente…»

A lungo ascoltai la sua voce;

La corrente sonora e veloce

Sembrava unire il suo mormorio

Alle parole del pesciolino.

Poi sentii mancarmi il respiro.

Negli occhi sparì il lume divino,

Il delirio cedé allo sfinimento.

                           24

 

Così fui trovato in quel momento…

Il resto lo conosci a memoria.

Se credi o no alla mia storia

Per me non fa alcuna differenza.

Ho una sola sofferenza:

Il mio corpo freddo e ammutito

Non marcirà nel paese avito,

E il racconto del mio tormento

Non attrarrà in questo convento

L’attenzione mesta di qualcuno

Sul mio nome rimasto oscuro.

                           25

 

Addio, padre…la tua mano tendi:

La mia nel fuoco brucia, lo senti…

La fiamma dall’infanzia è durata,

E visse nel mio cuore celata;

Ormai essa non ha più alimento,

Ed è cessato il suo tormento,

E di nuovo a colui tornerà,

Che a ciascuno con equità

Dona sofferenza e virtù…

Ma a me cosa ne viene? – Lassù

Oltre le nubi trovi pure sollievo

Il mio spirito così inquieto…

Ahimé! – per soli pochi minuti

Tra le ripide e scure rupi,

Dove giocavo da bambino,

Io darei tutto il paradiso…

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Quando alfine dovrò spirare,

E non dovrai a lungo aspettare,

Fa’ ch’io riposi nel giardino, lì

Nel luogo dove un giorno fiorì

Un giallo arbusto di mimosa…

L’erba là è folta e odorosa,

Un’aria dolce e fresca senti

E le foglie dorate e trasparenti

Giocano coi raggi solari!

Là, orsù, fammi riposare.

Dal nimbo del giorno turchino

L’ultima volta sarò rapito.

Da lì anche il Caucaso si vede!

Forse esso dalle sue vette

Mi manderà un saluto di addio,

Sulle ali di un vento fresco…Ed io,

Prima del mio ultimo respiro,

Sentirò di nuovo il suono natio!

E penserò che un caro amico

O un fratello su di me chino,

Mi terga con pietoso sorriso

Il sudore mortale dal viso,

E che mi canti sommessamente

Un noto canto della mia gente…

E ciò pensando io mi assopirò,

E mai nessuno maledirò!…»

1839

(Versione di Paolo Statuti)

(C) by Paolo Statuti