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Versi di poeti russi dedicati a Roma tradotti da Paolo Statuti

16 Gen

 

 

Evghenij Baratynskij (1800-1844)

 

Roma

Eri tu, o altera Roma, la conquistatrice indefessa?

Eri tu, o libera Roma?

Alle tue mute rovine

L’ospite straniero triste s’appressa.

Perché hai perso la grandezza degli antichi miti?

Perché, possente Roma, t’hanno obliata gli dei?

Dove sono ora le tue sale sfarzose?

Dove i tuoi uomini forti, o patria di arditi?

Il potente genio del trionfo ti ha tradita?

Tu al crocevia dei secoli

Stai nel disonore delle stirpi,

Come sontuoso sepolcro di una progenie finita?

Chi minacci ancora dai tuoi sette colli?

Del fato di tutti i sovrani torva messaggera?

Oppure, come ombra-accusatrice,

Con aria afflitta i tuoi figli accogli?

1821

Fjodor Tjutčev (1803-1873)

 

Roma di notte

 

Nella notte azzurra Roma s’è addormentata.

E’ sorta la luna e l’ha conquistata,

E la città dormente deserta – maestosa,

Ha colmato della sua gloria silenziosa…

Com’è dolce per Roma nei suoi raggi riposare!

Come ad essa le rovine di Roma son care!…

Come se il mondo lunare e la città che fu –

Fossero lo stesso magico mondo, che non c’è più!…

1850

Vjačeslav Ivanov (1866-1949)

 

Sonetti romani

 

1.

Di nuovo fedele pellegrino dei vetusti archi,

Ti saluto, come volta della casa paterna,

Nella mia tarda ora col serale «Ave, Roma»,

O rifugio degli erranti, o Roma eterna.

Noi Troia alla fiamma degli avi doniamo;

Si spezzano gli assi dei carri fra il tuono

E le furie dell’ippodromo mondiale:

Tu, regina delle strade, guardi noi nel fuoco.

Anche tu ardevi e dalla cenere risuscitavi,

E l’azzurro dei tuoi cieli profondi

Che rammenta, non accecava.

E ricorda, nella carezza di un’estasi dorata,

Il tuo custode cipresso, come Troia rinvigoriva,

Come Troia giaceva incendiata.

1924

Michail Kuzmin (1872-1936)

 

Enea

 

La gioventù nuda con lo specchio in mano

Le verdi lagune riflette,

Con la fedele lancia colpisce il serpente

Un biondo cavaliere lontano.

E sprigionano rame le leggi romane

Nei fumi d’addio dell’ardente Didone.

Quali approdi, o Enea, troverai,

Col tuo sguardo attento e zelante?

Con quale compagno, tenero errante,

Renderai torbido l’azzurro dei mari?

Dimenticherai la tua Troia in fiamme

E dirai: “Una città costruirò sul sangue”.

La difesa è il sangue, la libertà – una belva.

Tu sei il sovrano, tieni le briglie in serbo,

Sarai guidato dalla stella del ferro,

Ma confida sempre nella tua stella.

Guarda come i volti sono semplici e quadrati, –

Dalla tua lupa sui monti allevati.

E, avvinto a un immutabile fato,

La visione dei raminghi – un’oca familiare

(Quando, o miei cari, da voi potrò tornare?),

Protegge il Campidoglio rinato.

La stretta d’una mano dalla lotta forgiata

E’ più forte di ogni garanzia firmata.

La colonna vertebrale s’è indebolita

Sulla massa dell’altrui abbondanza, –

Il ricordo dell’antica fratellanza

Negli occhi dei tiranni e dei papi.

E nell’oro dissipato della nebbia montana

Risuona con la tromba lucente: “Pax Romana”.

1920

Valerij Brjusov (1873-1924)

Nel foro

Non come estraneo nel foro romano

Io entravo – nel paese dei sepolcri,

Ma come nel mondo con cui un tempo

Vivevo come un’anima sola.

E, come in sogno le amate ombre,

Incontravo con lieta nostalgia

I gradini delle basiliche crollate

E le lastre delle antiche vie.

E sopra di me come un fastigio

Dei grandi secoli passati,

Gli archi di Costantino

Coronavano templi e corti sparite.

Prodigioso artefice di strade,

Popolo di Traiano! Il tuo lascito

Pacato, severo e tenace

Di granito e di marmo è qui vestito.

Ogni pietra delle tue rovine

Mi rammenta – di condurre

Alla meta, un giorno indicata,

In mezzo ai deserti –  il mio cammino.

1908

Nikolaj Gumiljov (1886-1921)

 

Roma

Lupa con le fauci sanguinose

Sulla bianca, bianca colonna,

Ave, eterna lode a te,

Incoronata dalla gloria.

Con te, con le bocche tese ai seni,

I due fratelli bambini.

Non uomini, ma piccoli lupi,

Vestiti di mantelli ferini.

Allo stesso modo tu li amavi,

Da piccoli e da grandi, è vero? –

Quando bruciavano le città,

Ruggendo d’impeto guerriero.

Quando nel regno della quiete

Essi entrarono, come un soffio,

Tu, terribilmente ululando,

Per voi tre scavasti la fossa.

O lupa la tua città gloriosa

E’ la stessa del veloce fiume.

Il marmo delle alte logge,

Delle sue colonne le volute,

E il dolce volto delle Madonne,

E la basilica vaticana,

Saranno qui per sempre,

Finché esisterà la tua tana,

Finché le ruvide erbacce

Cresceranno tra pietre millenarie,

E la luna guarderà sanguigna

Il ferro delle notti romane?!

E la città dei divi cesari,

Dei grandi papi e dei santi,

E’ forte dell’orma delle zampe –

Irsute, ferine, invitanti.

1912

I fondatori

 

Romolo e Remo salirono sul monte,

Dinanzi a loro un aspro e muto colle.

Romolo disse: “Qui sorgerà la città”.

Rispose Remo: “Bella come il sole”.

Romolo disse: “Per volere degli astri

Il nostro onore abbiamo ritrovato”.

Remo replicò: “Guarderemo avanti,

Dimenticando il passato”.

“Qui sorgerà il circo, – affermò Romolo, –

Qui la nostra casa, aperta a tutti”.

Rispose Remo: “E ci saranno accanto

Le cripte dei nostri defunti”.

1908

Manlio

 

Manlio buttato giù. La gloria di Roma,

Il potere – sempre quello che era,

E nei secoli incrollabile,

Come la rupe Tarpea.

Roma, come il mare, si agitava,

Le urla solcavano la ressa,

Ma tranquillo sorrideva

Chi veniva gettato ad essa.

Per cosa da una nube a mezzodì,

Da un raggio illuminato,

Appare il cupo Mario

Col brando insanguinato?

1908

Osip Mandel’stam (1891-1938)

 

*  *  *

Parliamo di Roma, città-sorpresa!

Essa la vittoria alle cupole deve.

Ascoltiamo l’apostolico credo:

Si alza la polvere, e l’iride è sospesa.

L’Aventino aspetta sempre l’imperatore –

Le vigilie delle dodici feste annuali, –

E le lune rigorosamente canoniche –

Del calendario di lui i dodici servitori.

Sul Foro la luna enorme guarda

La valle del mondo di nuvole scura,

E la mia testa è umilmente nuda –

Oh, freddo della cattolica tonsura!

1914

*  *  *

La natura – è Roma e si riflette in essa.

Noi vediamo le immagini della sua potenza civile

Nell’aria diafana, come in un circo azzurro,

In un foro di campi e nelle colonne d’un boschetto.

La natura – è Roma e, sembra, di nuovo

Inutile per noi turbare invano gli dei –

Ci sono le viscere sacrificali, per predire la guerra,

Gli schiavi per tacere, e le pietre per costruire!

1914

(C) by Paolo Statuti

Mirra (Maria) Lochvizkaja – la “Saffo russa”

13 Gen
Mirra Lochvizkaja

Mirra Lochvizkaja

 

 

  

Nacque il 19 novembre 1869 a San Pietroburgo e morì nella stessa città il 27 agosto 1905. Sorella della poetessa Teffi (1872-1952). Verso la fine degli anni ’90 raggiunse l’apice della popolarità, ma dopo la morte fu presto dimenticata. Soltanto nel decennio 1980-1990, si è risvegliato l’interesse per questa poetessa. Alcuni studiosi vedono in lei la creatrice della “poesia femminile” russa del XX secolo, colei che aprì la strada ad Anna Achmatova e a Marina Cvetaeva. Cominciò a scrivere versi all’età di 15 anni, mettendosi subito in luce per il suo talento. Debuttò nel 1888 con alcune poesie pubblicate sulla rivista Settentrione. La prima vera notorietà la raggiunse con la stampa del poema Al mare nel 1891. Nello stesso anno sposò Evghenij Žiber, ingegnere-costruttore, col quale ebbe 5 figli. Nel 1896 uscì la prima raccolta di poesie di Mirra Lochvizkaja, dedicata al marito, dove ella cantava l’amore come puro sentimento romantico che arreca la felicità familiare e le gioie della maternità. La seconda raccolta vide la luce due anni dopo. Nella terza raccolta, uscita nel 1900, figurava il poema Verso levante, nel quale si è intravisto un motivo autobiografico: la storia della sua relazione con il poeta simbolista Konstantin Bal’mont, che si individua nella figura dell’adolescente greco Giacinto. Con tutta probabilità si erano conosciuti in Crimea nel 1895, e per tutta la sua vita Bal’mont tenne sulla sua scrivania il ritrastto della poetessa. Nella quarta raccolta (1902) era inserito il dramma in 5 atti L’amore immortale, considerato la sua opera più matura e più sofferta. La quinta raccolta Prima del tramonto uscì postuma nel 1905 e ottenne il Premio Pushkin.

   Verso la fine degli anni ’90 la sua salute andò peggiorando. Era afflitta da dolori al cuore, depressione e incubi notturni. Nel dicembre 1904 la malattia si aggravò. La poetessa a volte si meravigliava che fosse ancora viva, malgrado i terribili dolori. Si spegneva nei tormenti. Per alleviare le sue sofferenze doveva ricorrere alla morfina. Trascorse gli ultimi due giorni di vita sotto l’azione del narcotico, e morì nel sonno. La causa principale del decesso fu una stenocardia cronica. Aveva soltanto 35 anni.

   Come notò M. O. Gheršenzon, «i versi della Lochvizkaja non furono giudicati secondo il loro merito e non giunsero al grande pubblico, ma chi amava il delicato aroma della poesia e la musica del verso, era in grado di apprezzare il suo meraviglioso talento». Nella sua recensione alla raccolta Prima del tramonto, lo stesso Gheršenzon scrisse: «…A quanto pare nessuno dei poeti russi si è avvicinato a tal punto a Pushkin nel senso della purezza e della chiarezza del verso, come questa donna-poeta; le sue strofe si ricordano agevolmente quasi come quelle di Pushkin». V. Nemirovič-Dančenko ha notato la naturale musicalità del verso della Lochvizkaja: «Ogni sua strofa arde di una bella passione puramente giovanile e mostra una penetrazione nella natura, quale non si trova neanche nei grandi poeti del Parnaso russo…Ella più di chiunque altro si distingue per il suo orecchio musicale: percorrendo le strofe con la sguardo, ascoltava i versi».

   La sua poesia elegante e colorita è rivolta quasi esclusivamente ai sentimenti romantici. Le parole: «La felicità è bramosia» sono diventate una specie di motto della poetessa, che alcuni critici hanno definito la “Saffo russa”. Al tema dell’amore femminile è legata tutta la sua creazione. Negli ultimi anni si avvertono in essa squarci di tristezza e malinconia, come ad esempio nella poesia: «Io voglio morire giovane, spegnermi come stella dorata, volare come fiore non appassito./Io voglio morire giovane…». Lo slavista americano V.F. Markov ha chiamato Mirra Lochvizkaja un «pozzo di profetiche anticipazioni», e Vjačeslav Ivanov afferma: «La sua profondità era una profondità solare, ricolma di luce, e per questo non poteva sembrare una profondità a uno sguardo non avvezzo».

   

Poesie di Mirra Lochvizkaja tradotte da Paolo Statuti

Le ultime foglie

Sono andata in giardino. In autunno

Era triste vedere le fronde spoglie,

E in terra – così freddo e umido –

Un giallo tappeto di foglie.

 

Si staccava il fogliame dai rami,

Roteava e cadeva silente, –

Come la morte…Ma la mia anima

Voleva vivere follemente!

 

Dove sei, o afa delle notti penose?

Dove siete, o uccelli, o fiori odorosi

E dove sono del sole vivificante

I baci ardenti e silenziosi?..

 

Perché i sogni turbano il mio petto? –

La primavera è passata, l’estate è morta…

Perché il cuore vuol farle tornare,

Anela ad esse, e vuole una risposta?..

 

*  *  *

Ti amo, come il mare ama il sole che sorge,

Come il narciso ama l’onda lucente su cui si sporge.

Io ti amo, come le stelle amano la luna dorata,

Come il poeta – la sua creazione sognata.

Io ti amo, come la fiamma – le effimere,

Gemendo d’amore, languendo di bramosia.

Io ti amo, come il vento sonoro ama le canne,

Io ti amo con tutte le corde dell’anima mia.

Io ti amo, come si amano i sogni non risolti,

Più che il sole, la vita, la primavera e i suoi volti.

 

Notturno

 

Che notte!.. Così mirabilmente bella!

Quieto soffia l’etere dall’altezza.

Respirando l’aroma e il fresco dei prati,

Egli bacia i fiori e li accarezza.

Un inno di vittoria corre alla finestra, –

La sua felicità canta l’usignolo.

Ma perché se non batte più in fretta

Il cuore così altero e così solo?

E perché seducente la luna brilla

Nell’aureola di diafane faville?

E chiama…invita…ed io nel tormento

Non distolgo da essa le pupille.

Ah, se io con te questa notte potessi,

Come un tempo, l’usignolo ascoltare, –

Per una tua carezza soltanto

Io la vita e l’anima potrei dare!

Confesserei che da tanto ormai

Ti vorrei in questo argenteo chiarore,

Che il cuore è stanco della sterile lotta,

Che i miei sogni splendono d’amore!

Bisbiglierei col cantore notturno

Parole di passione veemente,

Su di un’estasi eterna e sconfinata,

Sui desideri dell’anima ardente!

Direi…Ma è tardi…l’usignolo tace…

Soltanto, immutabilmente chiara,

Da dietro le foglie dei rami assopiti

La luna brilla incantevole e solitaria…

 

 

Prima del tramonto

 

Amo i pallidi colori

Delle viole tardive e della rosa,

Le allusioni, le penombre

Della bellezza nebbiosa.

Avvolta nella dolce oscurità

L’anima inquieta è malata,

Dell’incanto del tramonto,

Del sogno futuro inebriata.

Cosa accenderà la speranza?

Farà rivivere le gioie deluse?

Farà vibrare il moto stanco

Delle mie palpebre socchiuse?

Nulla. Non desidero più nulla.

Sono morte le implorazioni,

Guardo con un sorriso stanco

La vanità delle illusioni.

La nebbia copre la via montana.

Ammutoliscono le ferite.

Oh beata quiete del nirvana,

Dormire… sparire… morire…

 

«Non scordare mai»

 

Ricordi la panchina lungo il vecchio sentiero?

Dove il tetto dei tigli era così elevato,

Dove sull’erba la mia scarpina cadde

Come per caso dal piede inciampato?

Ricordi il fremito d’amore e il turbamento,

E la dolce gioia nell’oblio del momento,

E il reciproco impeto di amare?

Incantevoli sogni, li potrai scordare?

Oh, credimi, tu di nuovo follemente,

Almeno per un attimo nella tua mente

L’ombra del passato rivivere vorrai, –

Non scordare mai, non scordare mai!

Tu ricordi come l’incanto di primavera

Ci univa col suo magico potere,

Ci eccitava con la segreta libertà,

Nel luccichio delle notti serene?

Ricordi i nostri incontri all’imbrunire,

Le carezze, ciò che amavamo dire?

Di primavera i giorni così graditi,

Come i canti d’amore, sono ormai finiti!

Credimi, l’oblio della nostra felicità, –

Non troveremo mai, sempre ci apparirà,

Dovunque andremo, dovunque andrai…

Non scordare mai, non scordare mai!

Ricordi il languore che nel pensiero

Portava la carezza del vento fragrante,

Come a lungo cercavamo un po’ d’ombra

Nel giorno di giugno così estenuante?

E il sole coi raggi ardenti ci bruciava,

Ci opprimeva, e di noi si burlava,

Cercando di scorgere attraverso i rami

Il candido seno e i capelli castani.

Oh, invano alla speranza sottomesso,

Inebriarti della vita vorrai, adesso, –

I giorni trascorsi mai più riavrai…

Non torneranno, non torneranno mai!

Ricordi come nel parco immerso nel buio

A mezzanotte noi spesso andavamo,

E le stelle così belle e splendenti,

Brillavano d’amore e guardavamo?

E i vecchi pini, silenziosi e mesti,

Dondolavano le cime tristemente,

E da un rametto di pado l’usignolo

Ci dedicava il suo canto fervente…

Credimi, ogni simile istante sarà eterno,

In essi son racchiusi paradiso e inferno,

Nel cuore con nostalgia li conserverai…

Non scordare mai, non scordare mai!

Ricordi come ti amavo con passione,

Con sempre più forte e forte calore?

Sembrava che né il tempo, né la tomba

Avrebbero mutato il mio amore.

Con te ero pronta ad ogni evento,

All’esilio, alla morte e al tormento, –

Ma dell’inverno ai primi gelidi afflati

Tranquilli e alteri ci siamo lasciati.

Oh credimi, il distacco non sarà illimitato,

Poiché il mio amore per te è sconfinato!

Anche se la stella della gioia ci lasciò, –

Io non ti scorderò, io mai ti scorderò!

 

(C) by Paolo Statuti