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Cyprian Kamil Norwid: Con le destre gonfie per gli applausi

1 Giu

 

 

 

Cyprian Kamil Norwid: Con le destre gonfie per gli applausi…

 

   E’ una poesia di carattere autotematico. Scritta nel 1858 e inserita nella raccolta Vade-mecum, contiene alcune riflessioni di Norwid sulla propria creazione, rispetto alla poesia romantica, e sul proprio programma poetico. Egli ritiene che la nazione sia ormai stanca della poesia che ha espresso idee nobili, ma impossibili da realizzare, e aspira ad azioni concrete, perché nella Patria regna l’oscurità e non si aspettano nuovi talenti letterari. Egli ricorda anche che nel momento del suo debutto poetico i grandi romantici avevano già una posizione consolidata ed erano celebri. Afferma anche che da loro non ha ereditato nulla, trovando in essi soltanto noia e idee superate. Si è sentito erede di convenzioni sociali e salottiere, dove non c’è posto per emozioni e sentimenti veri e sinceri. Si sente isolato ed estraneo. Durante il suo peregrinare osserva la gente con lo sguardo fisso solo al passato, cercando in esso i supremi valori. Aspira a un futuro ideale, ma sa che la strada che conduce ad esso passa attraverso il corrotto presente. Con rammarico afferma che i suoi contemporanei non si avvedono di ciò che egli vuole trasmettere loro con le sue opere, non capiscono le verità e le allusioni contenute in esse. Tuttavia è consapevole che la sua creazione sarà apprezzata dalle future generazioni. Norwid dice di scrivere “il diario di un artista”, e di essere in grado di superare le difficoltà della sua vita e delle sue ricerche. Ecco questa poesia nella mia versione.

 

Con le destre gonfie per gli applausi…

 

Con le destre gonfie per gli applausi, dal canto

Annoiato, il popolo chiamava all’azione:

Sospiravano ancora i leggiadri lauri,

Presentendo i lampi coi loro rami.

Nella Patria ovunque lauro e oscurità

E non si dava più spazio e nemmeno tempo

Ai nati e ai nascituri non attesi,

Quando il dito di Dio apparve su di me;

Senza dire quante cose esso compie,

Mi ordinò: “Vivi nel deserto della vita!”

 

Per questo da voi… o lauri, non ho preso

Una sola foglia, né un frammento di essa,

Tranne forse l’ombra fredda sulla fronte

(Ciò che non dipende da voi, ma dal sole…).

Nulla ho preso da voi, nulla, o giganti!

Tranne le strade coperte di assenzio e cicuta,

E la terra arsa dall’anatema, e la noia…

Solitario sono entrato ed erro oltre.

 

Di quelli rivolti al passato non compreso

E ammirato – ne ho incontrati molti!

Ho messo il tallone in speroni arrugginiti

Nei sentieri, dove tanti sono caduti!

Più volte la vecchia Usanza ho avversato,

Che mostrava i denti alla nuova alba;

Che si copriva la testa di polvere,

Per prolungare la notte e sognare ancora.

 

Di donne stregate da morte formule,

Ne ho conosciute a migliaia, e mi rattristava

Aver visto tante grazie – insensibile!

Guardandole con occhi senza passione.

Di qualcuna toccai la mano di marmo,

Mossi le pieghe dell’abito di pietra,

E la farfalla notturna sulla sua testa

Tremò e cadde…e sparirono – assonnate…

 

E niente… ho preso da loro per il mio cuore,

Fattomi verso di loro – com’esse – inerte,

Come loro così gentile e nessuno,

Che la felicità mi è sempre più incompresa!

Perché dunque nella Domenica – sazietà

Sono giunto per trovare e lasciare… tanto?

Avendo messo sul cuore solo l’abito –

Non voglio e non mi degno di chiedervi: Boia!…

 

Scrivo – sì! a volte… scrivo attraverso Babilonia

A Gerusalemme – e le lettere arrivano –

Non m’importa se ciò che dico è sbagliato

Oppure no… scrivo il diario di un artista –

Scribacchiato e chinato in se stesso –

Folle!…ma tuttavia vero e reale!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

Mio figlio mi ignorerà, ma tu ricorderai,

O nipote, ciò che oggi viene letto in fretta

Durante il regno del Panteismo – stampa,

Con l’ausilio dei caratteri di piombo;

E come accadeva sul selciato romano,

Avendo sotto i piedi le catacombe,

Sulla fronte il sole e fiducioso nell’errore –

Egli rileggerà ciò che tu leggi oggi,

E mi ricorderà… quando non ci sarò più!

 

1858

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Cyprian Kamil Norwid (1821-1883)

4 Set

 

J.F. Millet: L'Angelus

J.F. Millet: L’Angelus

 

Monologo

 

Le preghiere vanno e tornano – nessuna è inascoltata.

Tutte sono esaudite, per questo ciascuna di esse ritorna.

E ciascuna di esse ritorna, perché tutte vengono dall’amore.

Chi ha lavorato per l’Amore, con amore poi lavorerà.

Questa è la felicità. – Un’altra felicità non c’è.

Qui è tutto il diletto dell’amicizia.

Qui è tutta la soddisfazione e la sicurezza di sé.

Qui è tutta la serenità.

 

*

Ma chi ha lavorato per l’Amore – come Te, che hai voluto diventare

Uomo per questo lavoro?

Che eri triste fino alla morte, pur amando sempre?

Che non avevi dove posare il capo, o Re del mondo intero.

Tradito dalla natura e da Dio stesso abbandonato,

ma non deposto – Dio.

Egli è la vittoria dell’Amore!

Santo, Santo! – così cantano nei Cieli e sulla Terra.

Santo, Santo! – nello spazio dov’è l’unica vera armonia!

Santo nei cori di tutti gli Angeli.

E dove gli Angeli-custodi ricevono questo “santo” dall’uomo –

e dove ha fame il dolore non riposto nella preghiera,

e dove soltanto la tristezza stessa è la santità del silenzio.

Anche là santo, e ovunque!

 

(1846)

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

Una lettera di Cyprian Kamil Norwid

23 Mag

 

 

C.K. Norwid

C.K. Norwid

   Nella raccolta di saggi intitolata Czytając (Leggendo, Ed. Znak, Cracovia 1990), del noto scrittore e pittore polacco Józef Czapski (1896-1993), ce n’è uno del 1944 dedicato al grande poeta Cyprian Kamil Norwid (1821-1883). In esso Czapski riporta una lettera di Norwid scritta a Parigi nel 1862 e indirizzata a Konstancja Górska – per molti anni amica anche di Adam Mickiewicz. “Norwid frequentava il suo salotto – scrive Czapski – ma egli non era un ospite facile, perché esigeva sempre dalla gente che frequentava un alto livello morale, e ignorava qualsiasi meschinità. In una sua lettera Norwid aveva scritto: «La verità è nella rotazione dei pianeti nel cosmo e in un granello di sabbia, nel cuore, in una tasca e dappertutto – altrimenti si tratta solo di facezie». Nella lettera inviata a Konstancja Górska, scritta dopo una serata trascorsa probabilmente nel salotto della nobildonna, o in quello di amici della stessa, dove per due ore era rimasto seduto in silenzio in un angolo, Norwid contrappone in una sintesi geniale la grandezza alla nullità dell’uomo”.

 

                                                                                                     19. V. 1862

   Nel 1848, passando su queste piatte pietre, per le quali lungo i viali si arriva alla Madeleine, bisognava superare con cautela un rivo di rosso sangue umano che scorreva sulla strada, dalla parte del Ministero degli Esteri.

   Questo sangue era versato da u o m i n i  morenti, che forse si sbagliavano, ma versavano il sangue da tutte le loro vene, affinché quelli che sarebbero vissuti dopo la loro morte, fossero più liberi, più nobili e più felici.

   Io con le mie scarpe superavo questo rivo di sangue  u m a n o.

   Qualche anno fa, presso Solferino, morirono sul campo  c i n q u a n t a m i l a c u o r i  u m a n i, morivano in dolori strazianti – le loro viscere erano sparse in terra – il sole splendeva – il marciume si spandeva – i cani leccavano i corpi dei morti. Erano uomini, amati da madri e sorelle e caduti, affinché quelli che sarebbero vissuti dopo la loro morte, fossero più nobili e più felici.

   Qualche settimana fa in America o t t a n t a m i l a cadaveri in un giorno hanno disseminato le loro viscere rosse di sangue versato, affinché coloro che sarebbero vissuti dopo la loro morte, fossero almeno un po’ più nobili e felici.

   Tra qualche giorno a Roma si riuniranno i vescovi, per elevare i nomi dei martiri del Giappone sugli altari, dove si mette il Sacramento, e per adorarli nei secoli nel fumo dell’incenso.

   Qualche settimana fa, nel giorno di Pasqua,  m i l i o n i  e  m i l i o n i  d i  p e r s o n e  n e l  m o n d o  h a n n o  a c c o l t o  D i o  n e l l e  l o r o  v i s c e r e,  c o n   i l  c u o r e  e  c o n  l a  l i n g u a.

   Voi signorina Konstancja Górska siete stata molto benevola, chiedendomi di credere che l’u o m o  è una nullità e uno zero.

   La signora Essakoff si meraviglia molto che si possa sedere in un angolo per due ore, tacendo tutto il tempo.

   Anetta prepara il tè – Rotschild gioca in borsa – la signora Franciskowa Potocka si sposa, la signora X si è punta un dito con uno spillo – il signor O. annusa il tabacco.

   L’uomo è una nullità.

         Vostro umilissimo servitore

                         C. Norwid

   E pensare che Norwid non ha conosciuto gli orrori della prima e seconda guerra mondiale! Ma è significativo che Czapski abbia inserito questa lettera in un suo saggio del 1944, quando ancora durava l’inferno del conflitto.

  

 (C)by Paolo Statuti  

 

 

Cyprian Kamil Norwid

15 Feb

Poesie di Cyprian Kamil Norwid tradotte da Paolo Statuti

 

A Verona

Dei Capuleti e dei Montecchi le magioni,

Slavate dalla pioggia, squassate dai tuoni,

Cyprian Kamil Norwid

L’occhio mite dell’azzurro osserva.

Si posa sui ruderi dei manieri avversi,

Dei giardini scorge i cancelli riversi,

E lascia piovere una stella.

I cipressi dicono che per Giulietta,

Che per Romeo, una lacrima da un pianeta

Cade, e nelle tombe discende;

Ma la gente dice, e dice accortamente,

Che non sono lacrime, ma pietre,

E che nessuno le attende!

La mia canzone (II)

Per quel suolo, ove un briciolo di pane

Raccolgono da terra in onore

Dei favori del Cielo…

                                 Ho rimpianto, Signore…

Per quel suolo, ov’è peccato grave

Sciupare un nido di cicogne o un fiore

Perché a tutti giovano…

                                  Ho rimpianto, Signore…

Per quel suolo, ove il primo saluto,

Come l’eterno verbo del Buon Pastore –

E’:  “C h e  t u  s i a  l o d a t o !”

                                   Ho rimpianto, Signore…

Ho rimpianto per una cosa ancora,

Che oramai non so più dove dimori,

Altrettanto innocente…

                                    Ho rimpianto, Signore…

Per il non-rimpianto e per il non-pensare,

Per quei che parlano senza timore,

Rifuggendo le ombre…

                                    Ho rimpianto, Signore…

 

Per il luogo, ove nessuno a me bada –

E così pur sia, benché col mio amore

Ciò non accada!…

                                     Ho rimpianto,Signore…

*  *  *

Sempre da te, come da resina ardente,

Stracci infocati si levano intorno;

Bruciando non sai, se libero diventi,

O se ciò che è tuo sarà dissolto.

Rimarranno cenere e caos soltanto,

Che nell’abisso con veemenza cade?

O rimarrà nella cenere un diamante,

Mattino di vittoria immortale…

da: “Nel libro dei ricordi”

 

Monologo

 

Le preghiere vanno e tornano – nessuna è inascoltata.

Tutte sono esaudite, per questo ciascuna di esse ritorna.

E ciascuna di esse ritorna, perché tutte vengono dall’amore.

Chi ha lavorato per l’Amore, con amore poi lavorerà.

Questa è la felicità. – Un’altra felicità non c’è.

Qui è tutto il diletto dell’amicizia.

Qui è tutta la soddisfazione e la sicurezza di sé.

Qui è tutta la serenità.

*

Ma chi ha lavorato per l’Amore – come Te, che hai voluto diventare

Uomo per questo lavoro?

Che eri triste fino alla morte, pur amando sempre?

Che non avevi dove posare il capo, o Re del mondo intero.

Tradito dalla natura e da Dio stesso abbandonato,

ma non deposto – Dio.

Egli è la vittoria dell’Amore!

Santo, Santo! – così cantano nei Cieli e sulla Terra.

Santo, Santo! – nello spazio dov’è l’unica vera armonia!

Santo nei cori di tutti gli Angeli.

E dove gli Angeli-custodi ricevono questo “santo” dall’uomo –

e dove ha fame il dolore non riposto nella preghiera,

e dove soltanto la tristezza stessa è la santità del silenzio.

Anche là santo, e ovunque!

(1846)

Cyprian Kamil Norwid: Con le destre gonfie per gli applausi…

 

   E’ una poesia di carattere autotematico. Scritta nel 1858 e inserita nella raccolta Vade-mecum, contiene alcune riflessioni di Norwid sulla propria creazione, rispetto alla poesia romantica, e sul proprio programma poetico. Egli ritiene che la nazione sia ormai stanca della poesia che ha espresso idee nobili, ma impossibili da realizzare, e aspira ad azioni concrete, perché nella Patria  regna l’oscurità e non si aspettano nuovi talenti letterari. Egli ricorda anche che nel momento del suo debutto poetico i grandi romantici avevano già una posizione consolidata ed erano celebri. Afferma anche che da loro non ha ereditato nulla, trovando in essi soltanto noia e idee superate. Si è sentito erede di convenzioni sociali e salottiere, dove non c’è posto per emozioni e sentimenti veri e sinceri. Si sente isolato ed estraneo. Durante il suo peregrinare osserva la gente con lo sguardo fisso solo al passato, cercando in esso i supremi valori. Aspira a un futuro ideale, ma sa che la strada che conduce ad esso passa attraverso il corrotto presente. Con rammarico afferma che i suoi contemporanei non si avvedono di ciò che egli vuole trasmettere loro con le sue opere, non capiscono le verità e le allusioni contenute in esse. Tuttavia è consapevole che la sua creazione sarà apprezzata dalle future generazioni. Norwid dice di scrivere “il diario di un artista”, e di essere in grado di superare le difficoltà della sua vita e delle sue ricerche. Ecco questa poesia nella mia versione.

Con le destre gonfie per gli applausi…

 

Con le destre gonfie per gli applausi, dal canto

Annoiato, il popolo chiamava all’azione:

Sospiravano ancora i leggiadri lauri,

Presentendo i lampi coi loro rami.

Nella Patria ovunque lauro e oscurità

E non si dava più spazio e nemmeno tempo

Ai nati e ai nascituri non attesi,

Quando il dito di Dio apparve su di me;

Senza dire quante cose esso compie,

Mi ordinò: “Vivi nel deserto della vita!”

Per questo da voi… o lauri, non ho preso

Una sola foglia, né un frammento di essa,

Tranne forse l’ombra fredda sulla fronte

(Ciò che non dipende da voi, ma dal sole…).

Nulla ho preso da voi, nulla, o giganti!

Tranne le strade coperte di assenzio e cicuta,

E la terra arsa dall’anatema, e la noia…

Solitario sono entrato ed erro oltre.

Di quelli rivolti al passato non compreso

E ammirato – ne ho incontrati molti!

Ho messo il tallone in speroni arrugginiti

Nei sentieri, dove tanti sono caduti!

Più volte la vecchia Usanza ho avversato,

Che mostrava i denti alla nuova alba;

Che si copriva la testa di polvere,

Per prolungare la notte e sognare ancora.

Di donne stregate da morte formule,

Ne ho conosciute a migliaia, e mi rattristava

Aver visto tante grazie – insensibile!

Guardandole con occhi senza passione.

Di qualcuna toccai la mano di marmo,

Mossi le pieghe dell’abito di pietra,

E la farfalla notturna sulla sua testa

Tremò e cadde…e sparirono – assonnate…

E niente… ho preso da loro per il mio cuore,

Fattomi verso di loro – com’esse – inerte,

Come loro così gentile e nessuno,

Che la felicità mi è sempre più incompresa!

Perché dunque nella Domenica – sazietà

Sono giunto per trovare e lasciare… tanto?

Avendo messo sul cuore solo l’abito –

Non voglio e non mi degno di chiedervi: Boia!…

 

Scrivo – sì! a volte… scrivo attraverso Babilonia

A Gerusalemme – e le lettere arrivano –

Non m’importa se ciò che dico è sbagliato

Oppure no… scrivo il diario di un artista –

Scribacchiato e chinato in se stesso –

Folle!…ma tuttavia vero e reale!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Mio figlio mi ignorerà, ma tu ricorderai,

O nipote, ciò che oggi viene letto in fretta

Durante il regno del Panteismo – stampa,

Con l’ausilio dei caratteri di piombo;

E come accadeva sul selciato romano,

Avendo sotto i piedi le catacombe,

Sulla fronte il sole e  fiducioso nell’errore –

Egli rileggerà ciò che tu leggi oggi,

E mi ricorderà… quando non ci sarò più!

1858

Rapsodia funebre in memoria di Józef Bem (1)

 

“…Iusiurandum, patri datum, usque

ad hanc diem ita servavi…”  (2)

I

– Perché, ombra, ti allontani, le mani sulla corazza,

Con le torce che intorno ai ginocchi sprizzano faville? –

La spada verde di lauro dai ceri accoglie le stille,

Un falco si stacca e il tuo cavallo fa un passo di danza.

– Sventolano e si toccano tra loro gli stendardi vibranti.

Come tende di eserciti sotto il cielo erranti.

Lunghe trombe singhiozzano disperate e i vessilli

S’inchinano dall’alto con le ali abbandonate,

Come draghi, rettili e uccelli da lance trafitti,

Come le molte idee che con le lance hai afferrate…

II

Vanno le donne afflitte: alcune, le braccia alzando

Con profumati covoni che il vento in alto scompiglia,

Altre, il pianto dal viso raccolgono in conchiglie,

Altre invece la strada fatta secoli fa cercando…

Altre infine gettano in terra grandi vasi di argilla,

Il cui crepitare nel rompersi ancora più rattrista.

III

 

Ragazzi battono le asce azzurre nel cielo terso,

Valletti servitori battono gli scudi arrossati,

Un vessillo enorme si dondola nei fumi immerso,

E la lama della lancia sembra al cielo appoggiata…

IV

 

Entrano in una gola…riappaiono nella luce lunare

E nereggiano nel cielo, una fredda luce li sommerge

E brilla sulle lame come stella che non può cascare.

Il canto a un tratto cessa e poi come onda riemerge…

V

Oltre – oltre – verrà il tempo di ritrovarsi nelle bare

E in agguato oltre la strada vedremo un nero burrone,

Che l’umanità non troverà il modo di superare,

Col tuo corsiero useremo la lancia come vecchio sprone…

VI

 

Trascineremo il corteo, lamentando le città addormentate,

Battendo alle porte con le urne, fischiando sulle asce intaccate,

Finché le mura di Gerico come tronchi si abbatteranno,

I cuori rinveniranno, la muffa dagli occhi i popoli toglieranno.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Oltre – oltre…

—————————————————————–

(1) Józef Bem (1794-1850) – generale dell’esercito polacco, prese parte all’insurrezione di novembre del 1830-31 contro l’Impero russo. Guidò anche l’insurrezione ungherese nel periodo delle guerre d’indipendenza del 1848-49.

(2) I giuramenti fatti a mio padre ho mantenuto fino ad oggi. (Annibale)

La larva *

 

1

A Londra sul viscido selciato,

Nella nebbia bianca e sublunare –

Più persone tu vedi passare,

Ma la riconoscerai, spaventato.

2

Ha la fronte nelle spine? o nel pattume?

Non si può dire di preciso;

Ha sulle labbra i sussurri di un prodigio

Del Cielo…? o un’empia schiuma…!

3

Il libro della Bibbia, diresti tu,

Nel fango si sta rotolando –

E nessuno lo degna d’uno sguardo,

Non è tempo di pensare alla virtù!

4

Sconforto e denaro – questo solamente

Nel bianco dei suoi occhi io vedo,

Da dove viene?…è un suo segreto,

Dove va?…forse verso il niente!

5

A tale strega somiglia l’umanità,

Che versa lacrime e deride ora;

E solo il “sangue” conosce della storia!

E il “denaro” solo – della società!

1861-62

* Nel gergo varsaviano del XIX secolo la parola “larva” era sinonimo di prostituta (di qui l’immagine della Bibbia che si rotola nel fango – allusione chiara per i varsaviani dell’epoca di Norwid).

Come

 

Come quando chi negli occhi gettando

Un pugno di viole nulla dicendo…

Come quando adagio smoverà l’acacia,

Perché il profumo simile al mattino,

Con fiori immacolati cada

Sui bianchi tasti di un pianino…

Come quando a una persona sull’altana

La luna distante i capelli contorna,

Posando sul capo una serto ardente,

O di spighe d’argento l’adorna…

Come un colloquio inutile con lei

Somiglia al volo dei rondoni,

Che ha la sua meta, ma tutto sfiora,

Annunciando d’estate l’arrivo dei tuoni,

Prima che il lampo preceda il ritmo –

Sì…

Ma tacerò – perché sono afflitto.

 

               IL NOSTRO EPOS

                         1848

                             I

Dalle tue gesta a leggere ho imparato,

O cavaliere! – e a te leverò il mio canto.

Alto, le spalle rivolte al sole

Che, sulla corazza guizzando,

Indora la tua figura rattristata,

E gioca con la staffa abbandonata…

II

I tuoi tratti cantare non posso –

In molti hai riversato il tuo aspetto.

Ma il cuore? – anch’io sento l’ansia

Dell’eroismo…amico mio diletto!

Delle tue gesta l’ardore e lo zelo

Io ancora sento e ad essi ancora anelo.

III

Da bambino, sul foglio ingiallito

(Il suo colore non ho scordato)

Chino, con la testa tra le mani,

Oh! quanto etere ho aspirato

Dalla lettura, dal libro che leggevo!

E quando la candela si spegneva,

O qualcuno dei grandi chiamava,

Che tristezza intorno nasceva!

O quando solo poche righe

ancora

Mancavano per la fine della storia!…

IV

Se ti amavo e se scrivo il vero,

Te lo dice la memoria che ho nutrita,

Io scrivo poco e poco pecco creando:

Scrivo e canto fedele alla mia vita…

V

Proprio così!… di nuovo mi stai davanti

Come allora, con la corrosa armatura,

E risvegli mestizia, che irrita come serpe,

Ah! Dulcinea – mia dolce creatura!

VI

Proprio così!…qui non vien da ridere, no! –

Forse a chi guarda, forse ai lettori,

Ma a noi? noi che con entrambe

Le mani lottiamo coi malfattori,

Liberando la principessa virtuosa –

Resta il dolore, l’afa e la strada tortuosa.

VII

E il riso? – poi nella storia – i posteri

Ridano pure di noi così limitati,

Mentre loro sono felici e immensi,

E puri e di splendore adornati…

VIII

E loro? – non traditi da nessuno,

In paradiso volano raggianti

Con le loro Beatrici – innamorati –

Con le corone e i preziosi manti,

Sorridono agli astri affabilmente,

E un Osanna! per loro si sente.

IX

Benedicili, o Signore.  .  .  .  .  .  .  .  .

X

…e noi – cavalieri erranti,

Senza scudieri, fascia rossa sul petto,

Per umidi boschi e boschi di querce,

Tiriamo da lontano il nostro carretto

Impigliato: in grate di ferro rugginoso,

In porte aperte come cannone furioso…

XI

Un giorno un branco di draghi si scalda

Su zolle e avvelenate radici;

Un altro un nano con uno sterpo

Stuzzica a un cavallo le narici;

Altrove una fanciulla invoca aiuto;

E altrove un grigio serpe biforcuto…

XII

Per così tanti sentieri io andavo

Con la grande lancia che spezza i rami,

Solo tu lo sai, o Don Chisciotte,

Tu che questo mio ricordo ami,

Perché la marmaglia dalle cento facce

Riderà indegna delle tue tracce!

XIII

E la mia Dulcinea – oh! cavaliere

Intrepido – la sua persona così amata

Non mi si è mai rivelata;

– A meno che brezze gentili e lievi

Il velo dal viso non scosteranno,

E un serto di stelle mostreranno

Sui capelli, o l’anello di opale,

O una scarpina che gioca con la ruta

In fiore, piccola, così piccola,

Come una conchiglia mai veduta…

XIV

È tutto!… gli uccelli spesso mi cantavano

Che già risvegliata e senza più malia,

Esce dalla torre in mezzo ai draghi;

Che regge una lampada, e i mostri,

Non sopportando la luce fuggono,

Sbattono le ali in antri desolati

E imprecano, gridano, ululano…

XV

E allora? – gli uccelli, posatisi

Sullo scudo o sul mio elmo cantano

Ciò che vogliono – ma lo spirito sa

Che mentono, la verità è soltanto

Per noi Don Chisciotti, noi gli eletti –

Contro draghi, veleni, e proietti.

La tenerezza

La tenerezza può essere come il grido guerresco,

E come di fonti mormoranti la corrente,

E come un funebre lamento…

E come di capelli biondi un lungo intreccio,

Al quale un vedovo appende

L’orologio d’argento – – –

(In questo blog vedi anche “Una vita tormentata e raminga” con “Il pianoforte di Chopin”) e Una lettera di Cyprian Kamil Norwid

(C) by Paolo Statuti

C.K. Norwid – Il pianoforte di Chopin

15 Feb

Cyprian Kamil Norwid

Una vita tormentata e raminga

Cyprian Kamil Norwid

 

   Cyprian Kamil Norwid, uno dei più grandi poeti romantici polacchi, così scrisse di sé: “Cyprian Norwid oggi compie le sue opere all’acquaforte, domani col pennello, dopodomani con lo scalpello. E’ scultore, pittore, incisore delle opere sue…e ciò si è chiamato per seicento anni e si chiama ancora maestro d’arte”. Era nato nel 1821 a Laskowo-Gluchy in Mazovia.

   Aveva cominciato la sua formazione artistico-letteraria a Varsavia, ove pubblicò versi e prose in vari periodici. Iniziava poi un lungo viaggio che doveva portarlo per sempre lontano dalla patria. Si recò in Germania, in Italia e in Francia. A Parigi conobbe Slowacki e Chopin, due artisti che esercitarono un grande fascino su di lui e sulla sua opera. Dopo alcune delusioni sentimentali, amareggiato dall’estrema povertà in cui viveva e dal completo insuccesso della sua multiforme attività, emigrò negli Stati Uniti, ove visse un anno e mezzo, compiendo anche lavori manuali. Rientrò finalmente in Europa e passò a Parigi gli ultimi ventotto anni della sua vita, chiuso nei suoi sogni, nei suoi lavori, lontano dai contemporanei dei quali non lo interessavano i gusti e che lo lasciavano soffrire la fame. Malato e deluso, interruppe del tutto ciò che restava delle sue vecchie relazioni e sprofondò in una completa solitudine. Nel 1877 dovette rinunciare anche al suo studio di artista ed entrare nell’ospizio polacco di san Casimiro. Morì a Parigi il 23 maggio del 1883 e fu seppellito in una fossa comune nel cimitero di Montmorency.

   L’opera di Norwid fu scoperta soltanto nei primi anni del ‘900 dal critico e poeta polacco Zenon Przesmycki. La poesia di Norwid, permeata di simbolismo spesso oscuro, caratterizzata da una profonda ansia morale e da una ritmica audace, non ha nulla in comune coi facili versi degli epigoni del romanticismo che piacevano al suo tempo.

   Geloso della sua originalità, non imitò la poesia della Triade romantica polacca, cioè Krasinski, Mickiewicz e Slowacki (anche se fu spiritualmente vicino a quest’ultimo), cercando anzi di allargarne il contenuto ideologico troppo strettamente legato, secondo lui, all’idea nazionale, in una visione universale della patria e dell’umanità.

   Un nuovo significato sociale impronta la concezione dell’arte di Norwid. L’arte è infatti per lui la “forma dell’amore” e la sua fonte è nel popolo, creatore e conservatore dei miti. Norwid ebbe sempre in tutta la sua opera un particolare interesse per quanto si riferiva al tesoro delle tradizioni popolari polacche. La parte più importante dell’opera di Norwid è la lirica, complessa e ricca di interiorità. Tra le fonti della sua formazione poetica si citano oltre a Nerval, Poe, Baudelaire, anche Dante, Shakespeare, Calderon, alcuni padri della Chiesa, rare opere italiane, come le poesie di Michelangelo e le satire di Salvator Rosa.

   Norwid è un poeta tuttora vivo e attuale grazie alla sua autentica originalità e, come spiegò egli stesso, alla “coscienziosità positiva” nei confronti delle fonti ideali e letterarie del suo tempo, che egli desiderava perfezionare nelle sue opere. La sua coscienza civica gli imponeva di osservare accuratamente e poi trattare nella propria creazione i fatti salienti e i problemi scottanti dell’epoca, cui come poeta riuscì a dare carattere di costante attualità. Ma Norwid è un contemporaneo anche per la sua pratica poetica innovatrice, nella quale trovarono spazio numerosi mezzi di espressione concepiti in modo nuovo.

 

Sparirà, striscerà via la multiforme opulenza,

Tesori e forze svaniranno, l’insieme comincerà a tremare,

Delle cose di questo mondo ne resteranno soltanto due,

Soltanto due: la poesia e la bontà…e, niente altro…

 

   Norwid scrisse queste parole quattro anni prima della sua morte, considerata quasi concordemente dalla stampa del tempo come la morte di uno scrittore e artista che aveva promesso molto, ma che non era stato di parola! Oggi che la fama di Norwid ha offuscato la stragrande maggioranza degli scrittori polacchi a lui contemporanei, e il suo nome risuona sonoro come quelli di Mickiewicz e Slowacki, bisogna dire che la sua poesia ha sostenuto magnificamente la difficile prova del tempo – nonché della storia – smentendo allo stesso tempo tutti i suoi antichi nemici.

   Il “Pianoforte  di Chopin” è uno dei suoi poemi più noti e fu scritto nel 1865.                                                                                  Chopin incarnò per Norwid l’idea dell’arte polacca dell’avvenire e lo spunto per tale composizione gli venne dal saccheggio compiuto dai cosacchi nel palazzo Zamoyski a Varsavia, dove lo strumento era conservato.

                                                                                  Paolo Statuti

 

Il pianoforte di Chopin

interpretato da Paolo Statuti

 

Eugène Delacroix: Fryderyk Chopin

                                                Ad Antoni C…

 

                                                         La musique est une chose étrange!

                                                                                         Byron

                                                         L’art?…c’est l’art – et puis, voilà tout                              

                                                                                                                Béranger

I

Ero da te quei penultimi giorni        

D’inestricabile ordito:

Ricolmi come il Mito,

Pallidi come l’alba…

– Ove la fine della vita bisbiglia al suo inizio:

“N o n  t i  l a c e r o, n o!…m a  t i  d o  p i ù  r i s a l t o”.

 

II

Ero da te quei giorni, penultimi,

Quando somigliavi, sempre più ogni istante,

Alla lira caduta ad Orfeo,

Ove la forza del colpo con il canto attenua,

E conversano tra loro le quattro corde,

Toccandosi,

A due – a due –

E sottovoce sussurrando:

“Ha già scelto

L’accordo?…

Un tal maestro suona?…pur se ci abbandona!”.

 

III

Ero da te quei giorni, Fryderyk!

La cui mano, per il suo biancore

Alabastrino – e per la presa – e la maniera –

E per i tocchi tremuli, come piuma di struzzo,

Si fondeva nei miei occhi con la tastiera

D’avorio…

Ed eri come quella figura

Che dal grembo marmoreo,

Ancora immacolato,

Trae lo scalpello

Del genio – l’eterno Pigmalione!

 

IV

E in ciò che sonavi – e che il tono svelava, e dirà,

Benché gli echi si mostrino altrimenti,

Di quando la Tua mano consacrava

Ogni singolo accordo:

E in ciò che sonavi c’era tanta semplicità

Di Periclèa perfezione,

Come se una Virtù remota,

In una casa di larice

Entrando, dicesse a se stessa:

“In cielo son rinata,

E mi è diventata arpa – la porta;

Un nastro – il sentiero;

L’ostia vedo tra le pallide biade:

Emmanuele già dimora

Sul Tabor!”.

 

V

E la Polonia era là, dallo zenit

Di ogni perfezione della storia

Rapita da un’iride d’estasi:

La Polonia dei primevi Carrai,

Quella stessa,

Ape – oro:

La riconoscerei ai bordi dell’essere!

 

VI

Ed ecco – hai smesso il canto e mai più

Ti guarderò – soltanto – udrò

Qualcosa – come un bisticcio infantile:

Ma ancora questionano i tasti

Per una brama non finita di cantare:

E toccandosi sottovoce,

In otto – in cinque…

Sussurrano: “S o n e r à  a n c o r a?  o  c i  a b b a n d o n a?”.

 

VII

Oh! Tu, che sei il profilo dell’Amore,

Il cui nome è  C o m p i u t e z z a…

Quel che in arte chiamano stile,

E che pervade il canto, dà forma alle pietre –

Oh! Tu, che nelle gesta ti chiami  E r a,

E ove invece la storia non è giunta allo zenit –

Ti chiami insieme: S p i r i t o  e  l e t t e r a,

E “consummatum est”.

Oh! Tu – perfetta Ultimazione!

Qualunque sia e ovunque sia il Tuo segno –

In Fidia, in David, o in Chopin,

O sulla scena di Eschilo:

Sempre – si vendica di te l’ i m p e r f e z i o n e.

– Marchio del mondo è l’insufficienza,

La compiutezza gli duole,

Meglio ricominciare di continuo,

Di continuo espellere da sé un  a c c o n t o.

– La spiga, già matura come aurea cometa,

Basta che un soffio di vento la scuoti –

Una pioggia di chicchi la sbriciola,

La perfezione stessa la disgrega…

 

VIII

Guarda, Fryderyk – ecco Varsavia

Sotto un astro corrusco,

Così scintillante:

Guarda, l’organo della Parrocchia, guarda, il tuo nido,

E là – le patrizie case vetuste

Come la Publica Res,

Delle piazze i selciati grigi e cupi,

E di Sigismondo la spada nelle nubi.

 

IX

Guarda – da vicoli a vicoli

I cavalli caucasici irrompono,

Come rondini dinanzi alla procella,

Sferzando davanti ai reggimenti,

A cento – a cento –

Un palazzo brucia, a tratti il fuoco vacilla,

Di nuovo avvampa – e là, sotto il muro,

Vedo fronti di vedove in lutto

Colpite dal calcio dei fucili;

E ancora vedo – pur se il fumo mi acceca,

Dalle colonne della loggia,

Un mobile – parvenza di bara,

Emerge – e piomba – piomba – il  T u o  P i a n o f o r t e!

 

X

Lui che cantava la Polonia, còlta dallo zenit

Di ogni perfezione della storia,

Con un canto d’estasi,

La Polonia dei primevi Carrai:

Proprio lui piomba sul selciato di granito!

Ed ecco, come una nobile mente d’uomo,

E’ martoriato dalle ire della gente,

Oppure come – dai secoli

Dei secoli – tutto ciò che  r i s v e g l i a…

– Ed ecco, come il corpo d’Orfeo,

Mille Passioni lo dilacerano in pezzi,

E ognuna grida: “I o  n o!”

“N o n  i o!…” – e digrigna i denti…

 

Ma tu, ma io, intoniamo l’inno del giudizio,

Esortando: “G i o i s c i,  f i g l i o  n o n  a n c o r  n a t o,

L e  s o r d e  p i e t r e  g e m o n o:

– L’ I d e a l e  h a  r a g g i u n t o  i l  s e l c i a t o!”.

 

(C) by Paolo Statuti