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Cyprian Kamil Norwid: Con le destre gonfie per gli applausi

1 Giu

 

 

 

Cyprian Kamil Norwid: Con le destre gonfie per gli applausi…

 

   E’ una poesia di carattere autotematico. Scritta nel 1858 e inserita nella raccolta Vade-mecum, contiene alcune riflessioni di Norwid sulla propria creazione, rispetto alla poesia romantica, e sul proprio programma poetico. Egli ritiene che la nazione sia ormai stanca della poesia che ha espresso idee nobili, ma impossibili da realizzare, e aspira ad azioni concrete, perché nella Patria regna l’oscurità e non si aspettano nuovi talenti letterari. Egli ricorda anche che nel momento del suo debutto poetico i grandi romantici avevano già una posizione consolidata ed erano celebri. Afferma anche che da loro non ha ereditato nulla, trovando in essi soltanto noia e idee superate. Si è sentito erede di convenzioni sociali e salottiere, dove non c’è posto per emozioni e sentimenti veri e sinceri. Si sente isolato ed estraneo. Durante il suo peregrinare osserva la gente con lo sguardo fisso solo al passato, cercando in esso i supremi valori. Aspira a un futuro ideale, ma sa che la strada che conduce ad esso passa attraverso il corrotto presente. Con rammarico afferma che i suoi contemporanei non si avvedono di ciò che egli vuole trasmettere loro con le sue opere, non capiscono le verità e le allusioni contenute in esse. Tuttavia è consapevole che la sua creazione sarà apprezzata dalle future generazioni. Norwid dice di scrivere “il diario di un artista”, e di essere in grado di superare le difficoltà della sua vita e delle sue ricerche. Ecco questa poesia nella mia versione.

 

Con le destre gonfie per gli applausi…

 

Con le destre gonfie per gli applausi, dal canto

Annoiato, il popolo chiamava all’azione:

Sospiravano ancora i leggiadri lauri,

Presentendo i lampi coi loro rami.

Nella Patria ovunque lauro e oscurità

E non si dava più spazio e nemmeno tempo

Ai nati e ai nascituri non attesi,

Quando il dito di Dio apparve su di me;

Senza dire quante cose esso compie,

Mi ordinò: “Vivi nel deserto della vita!”

 

Per questo da voi… o lauri, non ho preso

Una sola foglia, né un frammento di essa,

Tranne forse l’ombra fredda sulla fronte

(Ciò che non dipende da voi, ma dal sole…).

Nulla ho preso da voi, nulla, o giganti!

Tranne le strade coperte di assenzio e cicuta,

E la terra arsa dall’anatema, e la noia…

Solitario sono entrato ed erro oltre.

 

Di quelli rivolti al passato non compreso

E ammirato – ne ho incontrati molti!

Ho messo il tallone in speroni arrugginiti

Nei sentieri, dove tanti sono caduti!

Più volte la vecchia Usanza ho avversato,

Che mostrava i denti alla nuova alba;

Che si copriva la testa di polvere,

Per prolungare la notte e sognare ancora.

 

Di donne stregate da morte formule,

Ne ho conosciute a migliaia, e mi rattristava

Aver visto tante grazie – insensibile!

Guardandole con occhi senza passione.

Di qualcuna toccai la mano di marmo,

Mossi le pieghe dell’abito di pietra,

E la farfalla notturna sulla sua testa

Tremò e cadde…e sparirono – assonnate…

 

E niente… ho preso da loro per il mio cuore,

Fattomi verso di loro – com’esse – inerte,

Come loro così gentile e nessuno,

Che la felicità mi è sempre più incompresa!

Perché dunque nella Domenica – sazietà

Sono giunto per trovare e lasciare… tanto?

Avendo messo sul cuore solo l’abito –

Non voglio e non mi degno di chiedervi: Boia!…

 

Scrivo – sì! a volte… scrivo attraverso Babilonia

A Gerusalemme – e le lettere arrivano –

Non m’importa se ciò che dico è sbagliato

Oppure no… scrivo il diario di un artista –

Scribacchiato e chinato in se stesso –

Folle!…ma tuttavia vero e reale!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

Mio figlio mi ignorerà, ma tu ricorderai,

O nipote, ciò che oggi viene letto in fretta

Durante il regno del Panteismo – stampa,

Con l’ausilio dei caratteri di piombo;

E come accadeva sul selciato romano,

Avendo sotto i piedi le catacombe,

Sulla fronte il sole e fiducioso nell’errore –

Egli rileggerà ciò che tu leggi oggi,

E mi ricorderà… quando non ci sarò più!

 

1858

 

 

(C) by Paolo Statuti