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Jan Lechoń – Il musicista della parola

8 Giu

 

jan lechon

 

Jan Lechoń  –  Il musicista della parola

 

   Esattamente sessanta anni fa, l’8 giugno 1956, moriva in esilio a New York il poeta polacco Jan Lechoń, saltando dalla finestra della sua stanza al dodicesimo piano dell’Hotel Hudson. Questo infelice skamandrita che mi è particolarmente caro è già presente da tempo nel mio blog. Oggi voglio di nuovo ricordarlo insieme con la poetessa Anna Kamieńska (v. nel mio blog), che alla notizia della morte di Lechoń scrisse la struggente poesia “In questa patria”, da me tradotta ora per l’occasione.

 

Anna Kamieńska

 

In questa patria

                                 Alla notizia del suicidio del poeta

                                 Jan Lechoń a New York

 

In questa patria così amara, che ugualmente soffoca

L’ignoranza di essa o la conoscenza perfetta,

In questa patria ordinaria come un tram affollato,

La quale si batte il petto – cuculo molesto,

In questa patria che non si può dimenticare,

Che un tuono ti rammenterà o una veemente parola,

O una sola nota nel grido d’un sobborgo straniero

E prenderà alla gola, e farà cadere gli occhiali,

E accecato ballerai come ubriaco –

Dal dolore; in questa patria dove a Sieradz

Fioriscono i prati, nella patria dov’è la Vistola e la Warta

Di questa lingua, in cui scorrono tutti i nostri ritmi,

In questa patria tetra come i resti dell’incendio

Dell’amata casa, quando senza di noi rimossi,

Sotto la sabbia fresca non celano alcun ricordo –

In questa patria – ci sia almeno la polvere sollevata

Sul prato, almeno un granello di soffione

Che vola in un piccolo aeroplanino, almeno la ghiaia

Che scivola sul fondo del torrente, almeno – una lacrima…

 

(C) by Paolo Statuti

Jan Śpiewak

24 Feb

 

 

  jan spiewak

 

Jan Śpiewak (1908-1967), poeta, saggista, critico letterario e traduttore, marito della poetessa Anna Kamieńska (v. nel mio blog) e padre del sociologo Paweł Śpiewak. Nacque nel villaggio ucraino di Hola Prystań da una famiglia ebrea. Di questo suo luogo di nascita scrisse nel necrologio Jarosław Iwaszkiewicz: “Nacque in Ucraina, nella terra steppica che si estende tra il Dniepr e la steppa. Essi ebbero entrambi un notevole ruolo nella sua poesia”.

L’infanzia, trascorsa a Cherson, fu segnata dalla fame. I genitori ebrei vennero fucilati e ciò costituì la perenne ossessione della sua memoria e della sua creazione. Studiò filologia polacca a Lwów e a Varsavia. Fu legato al gruppo di poeti di sinistra, che stampavano i loro versi sulle riviste socialiste Segnali e Binario sinistro. Durante la seconda guerra mondiale visse in Unione Sovietica.

Tornò a Varsavia nel 1950. Fu membro della redazione del mensile letterario Tempi moderni. Pubblicò 9 raccolte poetiche (la prima – Poesie della steppa è del 1938) e traduzioni dal russo e dal bulgaro. Con la moglie Anna Kamieńska tradusse i drammi di Gorkij, mentre in collaborazione con Seweryn Pollak pubblicò nel 1955 il patrimonio letterario di Józef Czechowicz. E’ anche autore di antologie, schizzi letterari, saggi, ricordi di altri poeti (ad es. Gałczyński, Piętak, Ginczanka). Nel 1966 ricevette l’Ordine dei santi Cirillo e Metodio di prima classe, per le traduzioni dal bulgaro raccolte nell’antologia O bosco, bosco verde. Le sue poesie sono inserite in numerose antologie di poesia polacca, pubblicate nella lingue straniere.

Morì a Varsavia. Dal 1968 a Świdwin ogni anno si svolge il concorso poetico nazionale di poesia intitolato a Jan Śpiewak e Anna Kamieńska.

La poesia di Jan Śpiewak, di cui scrissero con grande entusiasmo illustri critici, è decisamente originale. Dopo la guerra egli si rifece a due tradizioni: il colorito e fiero linguaggio degli abitanti delle campagne e la poesia russa d’avanguardia, soprattutto quella del geniale poeta Velemir Chlebnikov, di cui fu appassionato propagatore e brillante traduttore.

Il poeta e critico letterario Michał Sprusiński conclude così la sua prefazione alla raccolta di poesie, scelte dalla stessa moglie del poeta Anna Kamieńska, e pubblicate nel 1972 (Ed. PIW, Varsavia): “La lirica di Jan Śpiewak è una lirica di contrasti in lotta tra loro, di antinomie inconciliabili, di antitesi con la natura della parola e di duello con la natura della memoria. E’ una spedizione verso isole illusorie, un perdurare tra le aggressioni degli elementi vittoriosi nel procurare dolore e vinti con l’immaginazione, la cui ultima meta è una solitaria isola della salvezza – la terra della predestinazione umana: verità espressa nell’ultima poesia di questa raccolta Salmo dello sconforto, scritto da un poeta che fondatamente sperava”:

 

Dove quando chi

Intorno intorno

Niente niente niente

Da solo in alto

Da solo in basso

Una stella in mano

Proiettile

Una stella negli occhi

Fiamma

Non ci sono occhi

Non ci sono

Teeer-rraaa!

 

 

Come di consueto pubblico qui alcune poesie di Jan Śpiewak nella mia versione.

 

 

Poesie di Jan Śpiewak tradotte da Paolo Statuti

 

 

Nella mia tasca

 

Nella mia tasca – un cerbiatto e una stella.

Nella mia tasca – colibrì, una gazzella.

 

Nei miei capelli – fulmini e nevi.

Nei miei capelli – il cielo sorridente.

 

Nelle mie mani – una carrozza, bisonti.

Nelle mie mani – pifferi e un violino.

La stella e il cerbiatto, i bisonti, i colibrì,

Le nevi, le tormente, la carrozza, i meli.

 

Ecco le mie meraviglie, ecco i miei tesori,

Che il vento spazzerà via.

 

 

* * *

 

Durante un acquazzone ho fissato una goccia.

A lungo ho seguito il suo volo.

Le auguravo:

Di cadere lentamente. Senza fretta. Molto lentamente.

Di assorbire in sé il colore dei lampi, il sapore del vento,

il fruscio della luce, il respiro di ogni verde.

Di essere simile a un uccello e a un orso,

a un girino e a una farfalla, all’oceano e a un torrente.

Di scurire come una nuvola,

di farsi miele, betulla,

di sorridere di sale, di assenzio.

Di essere leggera e inerte,

sonora e muta.

D’indossare tutti gli abiti.

Una goccia.

La piccola goccia di uno scrosciante acquazzone.

 

 

* * *

 

Ecco i miei giardini, ecco i miei frutteti.

Qui vengono gli uccelli e diversi animali.

In un giardino ho la mia grotta, nascosta con cura,

vi custodisco i miei sogni più attraenti,

i sorrisi sinceri degli amici – ce ne sono pochi.

Vi custodisco frantumi di parole da tempo dimenticate,

singole note di svariate canzoni

e il fruscio della steppa, per ricordarlo sempre.

Deformi e contorti faggi, argentei abeti,

un timido melo, un salice e un frassino,

e altri alberi di cui non conosco il nome.

Dicono che la bontà non sia così buffa

come ci sembra, spacie quando gli uccelli

portano nei becchi le loro piume più belle.

I fiori qui convivono con l’erbaccia.

Nel mio giardino vengono anche i filosofi,

fanno sonore tirate dicendo che il passato

è sempre stato più saggio, essi amano i libri,

per loro tutti i fiori fioriscono allo stesso modo.

Nel mio giardino vengono le nuvole, a volte

un ramo ricorda un frammento dell’Odissea, è buffo

quando gli alberi ricordano canti dimenticati.

Accade che una singola foglia ricordi Urszula (1),

la figlia morta, alla quale il padre piangendo

eresse un perenne mausoleo di semplici parole.

Una volta nel giardino ho costruito un rifugio,

dove ho messo l’elmo e lo scudo di un cavaliere tracio

che vedevo a Plowdiw, un sassolino colorato,

la fionda da bambino e il fischietto ricavato da un nocciolo.

Il mio giardino non ha un nome e nemmeno uno spazio reale.

Ultimamente ho dimenticato la strada per il mio giardino.

 

(1) Urszula Kochanowska (v. nel mio blog)

 

 

* * *

 

Mia madre che vive in una nuvola,

Ogni giorno mi dice:

Ti ho dato gli occhi – per poter distinguere.

Ti ho dato le dita – per poter cercare.

Ti ho dato un cuore – per poter credere.

Ti ho dato una moglie – per poter esistere.

 

E mette ogni giorno a mia moglie un abito di frutti.

E mette a mia moglie ogni giorno un abito di rami.

E mette ogni giorno a mia moglie un abito di vento.

Un abito di sorriso, un abito di affetto innominato.

 

 

Dice mia madre che vive in una nuvola:

Ecco il frutto, ecco il ramo, ecco il vento.

Ecco la foglia che nelle mie mani cresce,

Perché l’ombra rimanga dopo di te

Nei capelli vibranti di tuo figlio.

 

E mette ogni giorno a mio figlio un abito del mio sangue,

Un abito di affetto di mia moglie nei nidi degli occhi,

E mette a mio figlio ogni giorno un abito di saggezza,

Un abito di riflessione, un abito di esperienze perfette.

 

Mia madre che vive in una nuvola…

 

 

Canto delle abitazioni

 

La mia prima abitazione aveva sette finestre.

La mia seconda abitazione aveva due vetri umidi.

 

Un grammofono – un piccolo calamaio.

Un noce che cantava – un grembiule di scuola.

Un cuore agitato – la luna sulla radura.

Ho lasciato tutto. Sono andato via per sempre.

 

La mia terza abitazione guardava sulla malva.

La mia quarta abitazione: fuoco e speranza.

 

Stradine qua e là – parole ribelli.

Pomeriggi malinconici – sfera e speranza.

Buonanotte, Mammina – dormi, caro Padre.

Ho lasciato tutto. Sono andato via per sempre.

 

La mia quinta abitazione: amore e ansia.

La mia quinta abitazione: nuvole e sorrisi.

 

Un grammofono – testine lucenti.

Sonni interrotti da un grido – cavallini indocili.

Cielo vicino agli occhi – caldo moderato delle stelle.

Questo non lo lascerò. Resterò per sempre.

 

* * *

Tra il movimento delle labbra e la parola

cosa avviene?

Tra il lampo della mente e il tacere

quale precipizio?

 

Tra il grido del neonato e l’immobilità

quali annegamenti?

Tra il chiarore e la polvere

quanta sofferenza?

 

Gente non misurabile, gente integra,

gente evitata, gente avida.

La terra vi punirà, l’albero vi eviterà.

Sarete redenti.

 

Sulla scala gli angeli andavano,

sulla scala gli angeli andavano,

che importa!

 

Tra il suono e il tono chiassoso

quali corridoi?

Tra la supplica e il pentimento

quali fulmini?

 

Gente che si avvilisce, gente non formata.

Gente che brucia nel fuoco, gente non destata.

 

Sulla scala gli angeli andavano.

Sulla scala gli angeli andavano.

E poi?

 

L’interno di un sasso

 

Ho schiacciato un sasso col piede.

E’ scoppiato il fuoco. Un flauto ha pigolato lamentoso.

I muri si sono travestiti da boschi,

i boschi hanno celato un burrone, il burrone ha commosso

le foglie.

 

Sono sfrecciati dardi piumosi, cannoni a lunga gittata.

La parola ha tagliato le labbra. I respiri hanno aperto le

finestre.

Nel pozzo l’acqua ha scrosciato. Le notti hanno svegliato

i canti.

I cavalieri sono accorsi sui cavalli. Gli sparvieri si sono levati

in alto.

Sono balenati coltelli e spade, picche e lance.

 

Mio Dio, perché ho schiacciato il sasso? 

 

* * *

Sono cieco, non vedo i colori,

sono sordo, non distinguo i suoni,

non ho il senso dell’equilibrio, non conosco il tatto

e il gusto.

Chi sono? Come chiamare l’albero che tocco?

Circondato dagli occhi dei nemici mi sollevo nello

spazio,

smarrisco le mani e la bocca, con un gesto fermo

la cabriolet

di mio nonno e mi sventolo coi sorrisi delle zie.

Che le zie ridacchino facendo l’eterno solitario,

anche così il merlo nella gabbia cinguetterà un’argentea

canzone.

 

A lungo ho imparato a guardare, a ritrovare sapori

e colori ,

a lungo ho imparato l’andatura spaziale.

Vi dico addio, tristezze e rumori, addio, goccia che

tintinni sul vetro.

Addio, invisibile vento che scuoti tutte le finestre

insieme.

Addio, stazioni, isole stupite, addio, ruote di treni

rombanti.

Vorrei recuperare il bastone di amareno di mio padre,

andrei a passeggio.

Pigre bisce, sazie tartarughe e agili lucertole,

radure assolate, sentieri chinati nelle felci,

porcino che cresce d’incanto, cervo che corre nelle

selve –

vengo da voi attraverso nevi, calure e piogge.

Vado nel paese in cui crescono parole verdi.

O mio diletto paese, ti offrirei una rosa

o una mia poesia, che non riuscirò mai a scrivere 

 

Vestiamoci di verde

Vestiamoci di pifferi, di schiamazzo e risate.

Vestiamoci di verde, freddo e tempeste.

Vestiamoci di sonagli, tamburi, flauti.

 

Vestiamoci di viaggi, nuvole e nebulose.

Vestiamoci di fuochi, tormente e di verde.

Vestiamoci di pesci, uccelli e animali.

 

Vestiamoci di cervi, di mari, di notti.

Vestiamoci di orchestre , di rabbia e dolcezza.

Vestiamoci di erbe, boccioli e api.

 

Ah, come ci vestiamo prodigalmente ogni giorno!

 

* * *

Monti possenti, boschi slanciati,

Io vi temo.

Dei vostri dirupi la paura mi opprime,

Mi sembra che dita di pietra

Mi tirino giù.

I vostri sentieri salendo ripidi

Mi scuotono ironicamente.

Non vi capisco, non comprendo,

Non conosco il vostro sublime tacere,

Dei fiumi che scorrono senza sosta sulle pietre.

Non so come chiamarvi.

Non so come mi chiamate.

Chi sono per voi,

Misera sabbia in cammino, che nobilmente

tollerate.

 

A mia moglie

 

Vorrei scrivere una poesia su di Te,

anche se la mia penna è più fragile delle nubi

passeggere,

anche se il mio sorriso è più luminoso delle mie

parole.

Vorrei paragonarti a tutto ciò che reca gioia.

Vorrei paragonarti a tutto ciò che vuol dire cura

serena.

Vorrei paragonarti a tutto ciò che vuol dire che vivo.

Mi rivolgo ai fiori, all’albero, mi rivolgo alle foglie,

mi rivolgo al soave fruscio del vento, perché diano

precisione

e un significato univoco ai miei pensieri.

Mi rivolgo a un sassolino del campo, perché mi insegni

a lodarTi tacendo.

Mi rivolgo alla rosa in fiore, perché mi sostituisca

con la sua bellezza.

Mi rivolgo a tutto ciò che canta e che gioisce.

Vorrei evitare parole elevate e sonanti.

Vorrei evitare i semplici detti da me pronunciati.

Vorrei che questo verso si mutasse nella mia bocca

e nei miei occhi.

 

Oh, se parlasse la luce che mi sveglia al mattino.

Oh, se parlassero le strade che abbiamo percorso

insieme.

Oh, se parlassero i colombi del nostro sangue con il

loro saggio affetto.

 

La mia poesia ogni giorno si avvicina a Te titubante.

La mia poesia ogni giorno si aggira a distanza della

mano tesa

e non osa dichiararsi, e paziente aspetta.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

Vi piace Brahms?

7 Apr

beznazwy

Parafrasando il titolo del noto romanzo Aimez-vous Brahms? di Françoise Sagan (1935-2004), uscito nel 1959, rivolgo oggi la stessa domanda ai miei lettori, con la speranza che il grande musicista (uno dei miei preferiti) entri nel cuore di qualche nuovo amante e cultore della musica classica. Del resto quando uscì il romanzo della scrittrice francese, avevo 23 anni e non ero ancora un seguace della musa Polimnia. Oggi, come sapete, ella è un’ospite frequente e assai gradita del mio blog, insieme con le muse della poesia e della pittura.
Nel 1974 la poetessa Anna Kamieńska (1920-1986) (v. nel mio blog), della quale sto preparando un’antologia di versi scelti, pubblicò la raccolta Da Leśmian…Le più belle poesie polacche, escludendosi per modestia, ma inserendo il marito Jan Śpiewak. Sul frontespizio del libro si legge questa citazione da Leopold Staff (1878-1957):

Da tempo si è affermato che assai più del pane
La poesia serve, quando non se ne ha alcuna fame.

Una delle poesie che mi hanno più colpito di questa raccolta è del poeta Włodzimierz Słobodnik (1900-1991) e si intitola Le visite notturne del signor Brahms. Eccola nella mia versione, seguita da un bel commento della stessa Anna Kamieńska.

Le visite notturne del signor Brahms

Signor Brahms, perché di notte viene a visitarmi
E le sue quattro sinfonie, come quattro pietre,
Mi scaglia o piuttosto come quattro pianeti
Dolenti come arcobaleno tagliato coi coltelli?
Basso grassone con la grande testa di Giove,
Fumatore di sigaro e bevitore di birra,
Da che ti viene l’oscurità che tutto avvolge
Come gigantesca sala, dove arde una sola candela,
La tua disperazione gotica? Tu crocifisso
Alla musica, come Cristo di toni e dissonanze,
Perché vieni da me di notte sorridente
Con filosofia, come se sapessi più di noi,
Cos’è l’immensità della notte e il limite dell’uomo,
Cos’è la fuga d’un fiore dalla propria ombra
E cosa sono gli occhi ciechi delle stelle?
Inoltre sai alquante cose riguardanti il caos,
Che nella notte irrompe, quando non si può dormire,
E tu forse l’hai racchiuso nella tua musica minacciosa,
Per addomesticarlo come animale rapace.
Nelle tue sinfonie le forze naturali vogliono mutarsi
Nelle cose umane, come l’uomo tanto fugaci.
E così il fuoco trasformi in pani infocati,
L’acqua nella trasparenza della fine umana,
L’aria nell’oscuro grido che la trafigge.
Sono già abituato alle tue visite notturne,
Alla tua barba, alla tua alta fronte,
Alla tua pancetta e al tuo sigaro,
Che arde per me come fiammella di una nota.
E vago tra le tue sinfonie come nei cerchi dell’inferno,
E mi dimeno come pesce gettato sulla riva.
Le tue sinfonie mi trasportano come onde agitate
E il destino della tua musica al mio destino umano
Si lega come l’ombra della mia lampada
Alla mia ombra, come l’insonnia allo spavento.
Basso grassone, sei l’incarnazione di tale musica,
Che prima salverà il mondo, per poi distruggerlo
Con una sola sferzata di giganteschi toni,
Catastrofici come i tuoi occhi e la tua fronte.
Nella tua musica accosti le cose distanti tra loro,
E così un violino al bisturi del chirurgo accosti,
Un uccello a uno scaffale della biblioteca, in cui
I libri invidiano all’uccello le sue ali,
Un vecchio, che si prepara il tè, a un antico coro,
Una donna che dorme all’insonnia della lontananza,
Una scultura alla fuga di tutte le forme,
I cortei di ombre al puro freddo dell’astrazione,
La serenità della mano, quando un raggio di sole
Vi cade, alle cinque disperazioni delle sue dita,
La quiete dopo il boato del vulcano a foglie danzanti,
L’aspra solitudine umana alla solitudine di ogni Dio,
L’ira del tuono alla tolleranza delle gocce di pioggia,
La caduta nell’abisso alle gambe bel salde sulla terra.
Signor Brahms! Aspetto la tua prossima visita.
Ma forse verrai, quando io non ci sarò più?

(Versione di Paolo Statuti)

Dialogo tra il poeta e il silenzio

Monologo o dialogo? A dire il vero è una poesia per una sola voce, la voce del poeta. Ma solo in apparenza. In realtà su questa scena poetica ci sono due personaggi: il poeta e il silenzioso Brahms.

Signor Brahms, perché di notte viene a visitarmi
E le sue quattro sinfonie, come quattro pietre,
Mi scaglia o piuttosto come quattro pianeti…

La conversazione inizia in modo quasi consueto, in tono amichevole e convenzionale: “Signor Brahms”… Ma subito avvertiamo che non sarà una conversazione convenzionale. E’ una conversazione in cui una sola voce crea due personaggi, una sola voce imbastisce un dialogo. In questa poesia si delinea chiaramente una situazione teatrale. Si svolge una grande conversazione, in cui sentiamo soltanto una voce. La seconda voce è il silenzio. Brahms risponde con il silenzio, ma in questo silenzio si sente tutta la sua potente musica, piena di enorme caos e di saggezza. L’antica saggezza cinese della filosofia Lao-Tse afferma che, chi parla – non sa niente, colui che sa – tace.
E’ così anche nella poesia di Słobodnik – colui che non sa parla, parla, racconta, descrive, chiede. Colui che sa – tace. Il sapere di Brahms è la conoscenza di una grande arte, nonché la conoscenza dell’altra sponda, la conoscenza della morte.
Nel suo ruolo, nel suo monologo il poeta traccia l’inconfondibile figura del compositore. Lo vediamo. C’è in lui qualcosa di Socrate, qualcosa di Villon e qualcosa di Baudelaire. Un basso grassone con la grande testa di Giove, che sorride con filosofia, barbuto, con un boccale di birra, il sigaro in bocca, con la fronte sporgente e gli occhi ardenti. Questo Brahms non è un nebuloso fantasma, è concreto e vero, vero soprattutto grazie alla sua caratteristica bruttezza. Egli è vero, ma in modo inquietante si fondono in lui diversi personaggi: Giove, l’ubriacone di Villon, il “Cristo crocifisso dei toni e delle dissonanze”, il sorridente filosofo dalla grande testa, il borghese panciuto che fuma il sigaro. Brahms tratteggiato con alcuni tocchi e accenni del poeta è pluridimensionale e misterioso. Tanto più misterioso è il suo linguaggio, il linguaggio della sua musica. Qui anche la saggezza del poeta è nella concretezza della parola. Dapprima le quattro sinfonie di Brahms sono paragonate a quattro pietre, poi invece a quattro pianeti. Le quattro pietre, così concrete e pesanti, costituiscono un facile aggancio per la nostra immaginazione. Ora seguiamo agevolmente la fantasia del poeta che ci conduce verso immagini sempre più tridimensionali, cosmiche, surreali. Ma l’immaginazione poetica di Słobodnik ruota incessantemente nella concretezza. Gli inferni che questa poesia non può lasciare, determinano la sua forza e il suo fascino peculiare. Anche la tecnica del sonno, la tecnica del surrealismo non va oltre il grottesco in senso classico, oltre la metamorfosi, dove le forme dei corpi passano in altre forme e si legano ad esse. Questa splendida caratteristica della sua immaginazione il poeta l’attribuisce anche a Brahms:

Nella tua musica accosti le cose distanti tra loro,
E così un violino al bisturi del chirurgo accosti,
Un uccello a uno scaffale della biblioteca, in cui
I libri invidiano all’uccello le sue ali,
Un vecchio, che si prepara il tè, a un antico coro,
Una donna che dorme all’insonnia della lontananza,
Una scultura alla fuga di tutte le forme,
I cortei di ombre al puro freddo dell’astrazione…

E benché le immagini legate tra loro in modo ibrido, raggiungano gradualmente una sempre maggiore rarefazione – fino all’astrazione, esse non si perdono mai nella sola retorica della parola. L’immaginazione di Słobodnik è fino al midollo sensitiva, sensualistica. La sua fantasia si può forse definire surrealismo classicistico. Le forme dell’immaginazione sono qui create dall’accostamento di immagini concrete, intese come dissonanze plastiche. Sulla creazione di immagini irreali scriveva già Orazio nella sua Ars poetica, del resto con disapprovazione:

Se un pittore volesse unire a una testa d’uomo
un collo di cavallo, se volesse ornare di piume
multicolori membra accozzate da cento parti,
se volesse far terminare il corpo di una donna,
bella in viso, in uno sporco pesce, davanti
al quadro, amici miei, sapreste trattenere le risa?

Noi non ridiamo. Ciò che Orazio invitava a deridere, esisteva già nell’arte antica, sia nella pittura che nella poesia. In seguito tuttavia ci ha abituati a questo ibridismo delle forme la pittura surrealista, che crea le sue visioni anche da forme concrete fino all’ossessione, fino alla volgarità del sangue, delle ferite sanguinanti, delle teste troncate, ecc. Del resto anche la scultura romanica e gotica è piena di cose “incredibili”, nate da una immaginazione concreta, fino alla ingenuità popolare. Per questo anche la “disperazione gotica” della poesia di Słobodnik si richiama per noi a questa arte, che al tempo stesso è elevata e peculiare.
La poesia di Słobodnik che parla della musica, cioè della più incorporea delle arti – nella sua visione è scorrevole, ma estremamente corporea.
Questa poesia sull’arte ricorre inoltre a un vasto campo di riferimenti culturali – dalla mitologia antica attraverso il cristianesimo e il gotico, attraverso Dante, con la sua visione dell’inferno – fino alla realtà contemporanea e all’arte astratta. E’ una scala di riferimenti eccezionalmente ampia. Tutta la cultura, l’arte di diversi secoli, è come un grande strumento, di cui il poeta preme i tasti, per rendere la profondità della musica di Brahms, dove c’è sia la potenza delle forze naturali, sia la conoscenza dell’essere umano, da noi soltanto intuito.
Le opere che parlano di arte si definiscono a volte come auto-tematiche. L’arte sulla stessa arte. L’arte come rivolta a guardare in se stessa, l’arte della propria autoconoscenza. Sarebbe un’autoconoscenza soltanto formalistica, se l’arte non fosse intesa come in Słobodnik, quale forma di conoscenza esistenziale. L’arte sa più di noi sul mondo, sulla vita, sul trascorrere. Sa perfino più di quelli che la creano. Per questo forse Brahms tace, parlando soltanto con la sua grande musica. Come nelle immagini della fantasia si intrecciano differenti corpi, così anche nella vera conoscenza si intrecciano le forme dell’arte e della vita umana. Insieme in questo intreccio indivisibile, esse costituiscono la realtà dell’uomo. Anche per questo è un nonsenso affermare che le opere che parlano di arte restringono la consapevolezza del poeta. La vita è una forza naturale, ma soltanto la realtà della cultura, e quindi anche dell’arte, è una realtà specificamente umana. L’esistenza vissuta attraverso l’arte è un’esistenza moltiplicata, che supera i limiti di tempo e di spazio, e che si basa sul trascorrere. E’ come accostare:

La caduta nell’abisso alle gambe ben salde sulla terra.

La concreta visione di Słobodnik del mondo visto attraverso la vita, è una visione drammatica, permeata di catastrofismo. Troviamo qui le consuete paure umane e le paure dell’umanità davanti alla catastrofe del mondo. Il punto culminante di questo catastrofismo è nell’ultima domanda che suona così semplice:

Ma forse verrai, quando io non ci sarò più?

Questi versi sciolti, irregolari, che ruotano intorno al verso di tredici sillabe, potremmo definirli classici e scespiriani, come estratti dall’andamento di un grande dramma.
La poetica di Słobodnik è una particolare lega di tradizioni e di elementi contemporanei. Unisce in sé diverse correnti, impiega a modo suo l’eredità della cultura. E’ una poesia che spazia tra, o piuttosto al di sopra di scuole e programmi di gruppi letterari. Per la verità in gioventù Włodzimierz Słobodnik fece parte del gruppo “Kwadryga”, insieme con poeti quali Władysław Sebyła, Stefan Flukowski, Lucjan Szenwald, Konstanty Ildefons Gałczyński, Stanisław Ciesielczuk. Era piuttosto un gruppo di amici. Inizialmente li univa il programma sociale. Poi, come di solito accade, il destino disperse gli scrittori e le individualità. Certamente avevano più cose in comune con lo Skamander che con l’avanguardia.
Słobodnik analizzando la musica di Brahms nella sua poesia Le visite notturne del signor Brahms, ci ha dato anche una sua auto-analisi. Ci ha dato anche il suo autoritratto poetico, la propria concezione dell’arte. Così come la musica che descrive, turbato, concreto e irruente, vicino alle semplici questioni e realtà umane, è immerso anche in timori catastrofici, è il poeta di un’epoca di paure e di orrori, amante della vita con la sua quotidianità e concretezza permeata di catastrofismo del trascorrere.

Anna Kamieńska

(C) by Paolo Statuti

La musica che scorre dai versi

23 Set

 

 

   Care Amiche e Amici del mio blog, “rovistando” in internet ho scovato un libro fatto su misura per me. Si tratta infatti di una antologia di poesie dal titolo “La musica che scorre dai versi”, curata da Janusz Nowosad, musicologo e insegnante di musica, e pubblicata dalla Associazione degli Insegnanti di Musica (Lublino 2012). Da questo libro ho scelto e tradotto le seguenti 10 poesie di 10 differenti autori.

 

Ignacy Krasicki (1735-1801)

 

L’usignolo e il cardellino

(fiaba)

Disse il cardellino all’usignolo che se ne stava muto:

“Peccato che canti poco”. L’usignolo rispose arguto:

“Ciò che la natura mi ha dato, eseguo fedelmente.

Meglio poco, ma bene, che molto e assai mediocremente”.

 

Jarosław Iwaszkiewicz (1894-1980)

 

Musica di notte

 

Non inginocchiarti davanti a me amico

Il tempo tra di noi s’è inginocchiato

 

Il tempo suona

dicono gli Italiani

Stupendo è

il nostro grande rasserenamento

 

Il mondo è spaventoso

ma cantano in esso

come in un enorme acquario

betulle volpi

torrenti di fiori

strade nei campi

e case di legno

 

e anche i concerti di Brahms

e i valzer di Chopin

Accogliamo con umiltà

il grande stupore il grande elevamento

la discesa nel sottosuolo

 

Il tempo ha dato il tempo ha preso

che il suo nome sia lavato nella musica

 

Non inginocchiarti da’ la mano

baciamoci

con il bacio della pace

Cos’altro mai ci resta?

 

 

 

 

 

 

 

Maria Pawlikowska-Jasnorzewska (1895-1945)

 

Uccelli di primavera

 

Un uccellino sopra uno stecco

del giardino accanto

con una sega di vetro

suona una triste canzone. –

 

Poco fa suonava un flauto

di melodioso ghiaccio,

ma il sole lo ha sciolto

e in gocce lo ha sparso. –

 

Là ora un altro, più in alto,

ostinato come un Cinese

che scrolla il capo,

scuote una campanella di vetro. –

 

I crochi crescono, veloci,

in una dolcezza colorata,

come se sulla bionda terra

l’arcobaleno si fosse calato. –

 

L’erba cresce all’improvviso

come estratta con la mano,

profumano i candidi fiori,

le balsamine dell’aria,

 

e un merlo nella nera gola

modella una morbida nota,

attinta anni prima

al pozzo di Melusina. –

 

Józef Czechowicz (1903-1939)

 

La musica di via d’Oro

 

Il cielo muta, la sera si è placata,

il vento sussurra ancora, prima di assopirsi.

Il cielo fruscia col violetto.

Il vento – non più il vento – il sorriso.

 

Da via Dominikańska il canto del coro;

le ragazze lodano Maria.

Dall’Archidiakońska gli fanno eco

le arie di un violino solitario.

 

Il silenzio musicale delle case

è congiunto all’arcobaleno,

sulla fronte della chiesa un raggio

scende come ciocca di capelli.

 

Ed ora qualcuno il silenzio ha teso,

lo batte col pugno di bronzo

la campana della sera,

grondando la forza del metallo,

 

comincia a suonare sotto la croce:

 

uno – e due – e tre –

 

Jerzy Liebert (1904-1931)

 

La musica del mattino

 

Lontano e assai leggero

Il vento culla gli alberi e il cielo,

Gli uccelli l’azzurro dalle piccole gole

A gocce spargono nel silenzio.

 

Il silenzio, come vaso colmo

Fino all’orlo di dolce fluido,

Versa l’azzurro nei bicchieri

Di acacia e di gelsomino.

 

L’azzurro si unisce all’argento,

Spruzza un forte aroma,

Agli uccelli le ugole graffia

E nuove gocce risuonano.

 

Marian Piechal (1905-1989)

 

Musica

 

Sogno scorrevole, luce udibile,

con impeto nei sensi versati.

Spirito che dalla sabbia una palma

porta fin sotto le nuvole.

 

 

 

 

Trama inesplicabile

in un tempo senza spazio –

creata come essere immateriale

che non proietta l’ombra.

 

Puro senso nudo, essenza denudata,

ragione ultima di tutte le cose –

e proprio soltanto qualcosa

troppo ardua per la mente umana.

 

La casta religione, la musica,

toccherà l’impalpabile,

l’intimo paesaggio dell’anima,

davanti al quale si chiudono gli occhi.

 

Jerzy Hordyński (1919-1998)

 

Notturno in Fa-diesis maggiore di Chopin

 

La musica riempie la sera,

allontana la memoria,

siamo entrati nell’ora dei presagi

veramente soli.

 

Qualsiasi cosa adesso accadrà,

non soffocherà l’istante,

indovino la morbidezza del tuo volto

dal fruscio delle foglie.

 

 

 

Gli assorti nel respiro del verde

la città trascurerà,

aspettiamo che Dio ci trasformi

in dalie.

 

Anna Kamieńska (1920-1986)

 

Silenzio

 

Mi sono svegliata nel silenzio

come in una tomba appartata

La luce sorride come Beethoven

col sorriso dei sordi

 

E saranno i miei ultimi giorni

i primi come il violino

perché si sappia

che tutto è nel silenzio

 

Nel silenzio sei nato

nel silenzio ti rivolterai

 

Ludwik Jerzy Kern (1921-2010)

 

Cos’è la musica?

 

Cos’è la musica? Non lo so.

Forse semplicemente il cielo

Con le note anziché le stelle;

 

 

Forse un ponte incantato,

Sul quale gli strumenti

Ci aiutano a passare.

 

Tutto – come una volta qualcuno disse –

Ha una base musicale.

Perfino il chiaro di luna.

 

Cos’è la musica? Non lo so.

Forse semplicemente il cielo

Con le note anziché le stelle.

 

Jerzy Harasymowicz (1933-1999)

 

L’organo del villaggio

 

Prendi un vecchietto

Prendi un litro di miele

Prendi un temporale che brontola lontano

Prendi un gatto da dietro la stufa

Prendi un gruppetto di colombi

Prendi la più grassa perpetua

Prendi i cherubini paffuti come luna piena

morsicchiati dalle api del paradiso

Aggiungi tre sorrisi di san Francesco

La querula smorfia di un angioletto

Di’

Mettetevi in posa per una foto di gruppo

E quando l’avranno fatto aspetta che dalla finestra

entri un fascio di sole

d’oro

E quando li avrà del tutto indorati

Quando non si saprà se è un litro di miele

o un cherubino

 

Allora bacia la mano di legno tarlato del santo

che non lontano caccia via una gazza dalla nicchia

 

Fa’ così e l’organo fratello sentirai

brontolare come un leone

nel barocco della criniera

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jan Twardowski e Anna Kamienska

10 Feb

Anna Kamienska

L’ amicizia tra due poeti, rinsaldata dalla poesia e dalla fede: Jan Twardowski (1915-2006) e Anna Kamieńska (1920-1986)

 

Padre Jan Twardowski

   Ho avuto l’onore e il piacere di conoscere personalmente il sacerdote-poeta Jan Twardowski nel 1981 a Varsavia, e la prima cosa che mi colpì in lui fu il suo limpido sguardo e la semplicità dei modi. Non esito a dire che egli è uno dei poeti polacchi più letti ed amati. Nato a Varsavia il 1 giugno 1915. Debuttò prima della guerra con il volumetto “Il ritorno di Andersen”, stampato dalla tipografia Hoesicka in appena 40 copie. Sempre prima della guerra iniziò gli studi di filologia polacca presso l’università della Capitale, studi poi terminati nel 1947. Durante l’occupazione nazista prese parte all’Insurrezione di Varsavia e alla vita clandestina, pubblicando contemporaneamente poesie. Nel 1945 entrò in seminario e tre anni dopo fu ordinato sacerdote. Ha scritto diversi volumi di poesie, accolti tutti con grande interesse sia dai lettori che dalla critica.

   La sua creazione non si può misurare esclusivamente con il metro della lirica religiosa, anche se senza dubbio il cristianesimo come filosofia del mondo e sistema di valori ne costituisca il fondamento. La sua poesia infatti è lontana dal dogma e dal bigottismo. Essa esprime in modo molto personale l’ammirazione davanti a tutte le manifestazioni dell’esistenza, davanti alla perfezione e alla varietà dell’opera del Creatore. I suoi versi si chinano con francescana umiltà e attonito stupore perfino sulla più piccola creatura vivente – un uccello o una pianta. La lirica di padre Twardowski porta nella poesia polacca un raro tono di saggia accettazione del mondo e degli uomini, che deriva non solo dalla fede ma anche dalla capacità di perdonare. In questa lirica non c’è enfasi, né patos, né arte oratoria. Usa la lingua corrente, si serve di espressioni colloquiali, non disdegna lo scherzo e l’ironia. E’ concisa, a volte si avvale dell’ aforismo. Il lettore ritrova in esse situazioni note, impressioni familiari e comprensibili.

   Perché i polacchi amano Jan Twardowski? Il critico Konstanty Pieńkosz risponde così a questa domanda: “Lo amiamo tra l’altro perché egli ha infranto certi tabù, perché ha contribuito a liquidare le barriere che separavano il mondo dei laici da quello dei religiosi. Lo amiamo anche per il suo disinteressato senso dell’umorismo e sentimento della gioia, oggi così rari nella poesia contemporanea che parla esclusivamente di miserie del nostro secolo. Inoltre il mondo di padre Twardowski presenta un’intera gamma di colori e sentimenti. La sua semplicità non semplifica affatto e non limita la visione del mondo; in sorprendenti paradossi essa cerca soccorso e scampo di fronte ai fatali meandri dei dilemmi umani. E’ confortante vedere come in tempi così inclementi per l’arte, la poesia moderna riesca ancora a trovare contemporaneamente destinatari eruditi e meno eruditi.”

                                                                                                         Paolo Statuti

 

Presento ora alcune poesie di Jan Twardowski nella mia versione, iniziando dalla celebre “Sbrighiamoci”:

 

Sbrighiamoci…

                                                           Ad Anna Kamieńska

Sbrighiamoci ad amare gli altri così presto se ne vanno

lasciandosi dietro le scarpe e il telefono muto

soltanto ciò che è irrilevante come una mucca si trascina

ciò che più conta è così fulmineo che di colpo accade

poi il silenzio normale così insopportabile

come la purezza nata nel modo più semplice dallo sconforto

quando pensiamo a qualcuno dopo averlo perduto

Non esser certo che hai tempo perché la certezza è incerta

ci toglie la sensibilità come pure ogni gioia

giunge al tempo stesso come il patos e il buonumore

come due passioni sempre più deboli di una sola

così presto se ne vanno come il tordo tacciono a luglio

come un suono alquanto sgraziato o come un arido saluto

per vedere veramente chiudono gli occhi

benché ci sia più pericolo a nascere che a morire

amiamo sempre troppo poco e ogni volta troppo tardi

Non scrivere di ciò troppo spesso ma una volta per tutte

e sarai così come il delfino mite e vigoroso

Sbrighiamoci ad amare gli altri così presto se ne vanno

e quelli che non se ne vanno non sempre torneranno

e non si sa mai parlando di amore

se il primo sia l’ultimo o l’ultimo il primo

 

Ho confidato in una via…

Ho confidato in una via

angusta

a rompicollo

con buche fino ai ginocchi

fuori tempo come a novembre le bietole tardive

e sono finito in un prato c’era santa Agnese –

finalmente – ha detto

temevo già

che avessi preso un’altra strada

più diretta

asfaltata

l’autostrada per il cielo – con il premio di un ministro

e che ti avessero rapito i diavoli

 

Adesso…

Adesso nasce la poesia religiosa

ad ogni passo conversioni

meglio non dire chi ha intimorito

il bulldog della coscienza

ma Tu che splendi negli occhi come nel Santuario

non dimenticare

che scrivendo versi Ti sono stato fedele

ai tempi di Stalin

 

La fine

Ciò che si è incontrato e poi diviso

ciò che era insieme per correre in parti diverse

la felicità all’improvviso spezzatasi dentro

benché dicendosi addio si ami più a lungo

persone care che poi sembrano estranee

e si dicono tutto è finito

Non affliggerti di niente, perché lo storno pensieroso

e la triste terra in mani invisibili

la nocciolina del carpine con l’aluccia verde

la giraffa che con il collo vede più lontano

sanno come il cuore non ucciso da cuore

la fine – è una bugiarda nel mondo infinito

 

Fissato con lo spillo

L’Angelo Custode gira per il mondo

racimola frantumi di amori finiti

raccoglie briciole di pane per i passeri

perché nulla vada sprecato

lettere di andata e ritorno

telefonate da un orecchio all’altro

piccoli buffi ricordini che furono commozione

l’agendina con la data dell’incontro celata nella teiera

cicatrici dopo il riso

diverbi non si sa perché

rimpianti come singole vespe

asini che amoreggiano

tutto fissato con lo spillo

ciò che sembrava ormai per sempre

la saggezza all’ultimo che non si tratta di questo

la gioia di amare ciò che è impossibile

 

Ti chiedo fiducia

Non voglio il tuo amore –

non cerco l’amicizia –

proprio questo non è per me

e non mi tocca affatto

Semplicemente ti chiedo

un po’ di fiducia,

per sostenerti alla mia povera

anima di sacerdote

Nient’altro. Per confidare in essa

perfino per chiudere gli occhi

e come in Terra Santa per scorrere fino a Betlemme

E tutto ciò che duole per tramutare in Dio

come nel Sacrificio di ogni giorno –

il semplice pane e il vino

 

Sulla piazza della città

I re ha guidato a Betlemme una stella colossale

girando cerchi dorati sulle teste dei cammelli –

me ha ricondotto a Dio la mattina di Natale

sulla piazza infangata – di neve un’esile stella.

E’ caduta – e di colpo candore, luce e calore…

e il gelo mi leccava le ossa attraverso il cappotto invernale.

 

Giustizia

Se tutti avessero quattro mele ciascuno

se tutti fossero forti come cavalli

se tutti fossero ugualmente inermi nell’amore

se ognuno avesse le stesse cose

nessuno servirebbe a nessuno

Ti ringrazio che la Tua giustizia sia l’ineguaglianza

ciò che ho e ciò che non ho

anche ciò che non ho da dare a qualcuno

sempre a qualcuno serve

c’è la notte perché sia il giorno

il buio perché risplenda una stella

c’è l’ultimo incontro e la prima separazione

preghiamo perché altri non pregano

crediamo perché altri non credono

moriamo per quelli che non vogliono morire

amiamo perché ad altri il cuore s’è raffreddato

una lettera avvicina perché un’altra allontana

gli ineguali si  necessitano

per essi è così facile capire che ognuno è per tutti

e decifrare l’insieme

 

I defunti che si vantano

Forse in cielo i defunti si vantano di come sono morti:

         Io sono morto d’influenza.

         E io di raffreddore.

         E io non so più di che, perchè spesso si muore non

di ciò, di cui ci si ammala.

         A me il cuore ha cessato di battere,

         E a me ha dato un calcio un cavallo.

         E io sono volato dalla finestra.

         Ho inghiottito un ago.

         Sono stato soffocato da un cetriolo.

         Sono morto, perché non avevo la medicina.

         E io sono morto, perché avevo troppe medicine.

         Mi sono sbagliato e mi hanno avvelenato i funghi.

         E io perché giocavo coi fiammiferi ed è bruciata la casa.

         E io neanche mi sono accorto di essere morto.

Tutti però ammutiscono quando giunge Padre Massimiliano

Kolbe, delegato all’inferno come Angelo Custode, Padre

Kolbe che nemmeno al buio ha perso la luminosità del volto,

e dice:

         E io sono morto perché non mi curavo di me, ma degli

altri.

Sempre presenti

 

Diceva che davvero bisogna amare i defunti

perché proprio loro sono ostinatamente presenti

non si addormentano

hanno il tempo tondo quindi non hanno fretta

tranquilli perché non hanno esaurito niente

neanche in caso d’incendio salterebbero in piedi

non mandano giù come noi il senso intimorito

non si fingono né migliori né peggiori

non pronunciamo su di loro migliaia di sentenze

sempre gli stessi come l’ontano verde fino all’ultimo

conoscono perfino l’indirizzo privato di Dio

non declamano sull’amore

ma aiutano a trovare gli oggetti smarriti

non invecchiano ringiovaniti dalla morte

non spaventano con un vuoto pieno di erudizione

non uniscono santità e appetito

più vicini di quando se ne andavano per un attimo

passando accanto con il corpo non visto

hanno salvato assai più di un’anima

 

Lettera alla Madonna

Nelle prime parole riferisco niente è cambiato

la cutrettola gialla gioisce del suo nero becco

il salmone torna al fiume dove è nato

la formiche si leccano come sanno fare

il capriolo si cura con la malva e tossisce meno

il bosco è così reale che sembra una visione

l’ape non conosce Chopin ma è musica

la morte come al solito adagia sulla terra

santi qui si può diventare perfino nel cortile

gettando alle galline il grano alla vecchia maniera

di nuovo il più bello in Polonia è luglio sull’acqua

e la bellezza è più vicina quando il tempo si allontana

nessun pesce perde neanche una squama

la gazza con la stretta coda ripete facezie

la memoria delle cose sopravvive ai defunti

perciò la teiera sbreccata ricorda mia madre

per l’usignolo a giugno ogni notte è troppo breve

poiché crede nell’amore non ha paura del corpo

canta che il cuore è vivo e ormai eterno

la cicogna solleva sempre soltanto la gamba sinistra

 

scrivo una lettera perché vederTi non posso

eppure penso che forse a volte Ti sento

altrimenti cos’è quel sussurro quando mi addormento

(Tutte le versioni sono di Paolo Statuti)

 

Così Jan Twardowski ricorda Anna Kamieńska:

 

   Ho conosciuto Anna Kamieńska nel 1955, ma la nostra amicizia è nata più tardi, dopo la morte  del marito – il poeta Jan Śpiewak (1967). Prima è stata la conoscenza di un sacerdote che scrive poesie e una coppia di coniugi poeti.

   A metà degli anni cinquanta, quando come sacerdote giunsi a Varsavia dalla provincia, trovai in una libreria una raccolta di versi del mio poeta preferito Józef Czechowicz, curata da Seweryn Pollak e Jan Śpiewak. Poiché mi interessavano quelle poesie, telefonai a Śpiewak per ringraziarlo di essersi occupato di Czechowicz e per la bella introduzione. Mi invitò a casa sua e allora conobbi Jan, Anna e i due piccoli figli che giocavano nei loro lettini. Dopo quel primo incontro ci invitavamo a vicenda. Parlavamo molto di letteratura, di fede. Fui sorpreso, allorché si rivelò che si consideravano non credenti. Anche quando presi alloggio presso le suore della Visitazione a Varsavia, venivano a trovarmi.

   Improvvisamente Jan Śpiewak si ammalò di cancro. Andavo spesso a trovarlo in ospedale e ogni volta trovavo Anna accanto al suo letto. Immersa nella sofferenza sembrava non accorgersi di niente e di nessuno. Talvolta tornavamo insieme dall’ospedale. Fu senza dubbio il momento più difficile della sua vita. Pregavo al capezzale di Janek quando era ormai in stato d’incoscienza. So che per lui era importante. Anna ricorda questo nella sua “Agenda”: “Janek giaceva sul letto di morte già incosciente. Jan Twardowski pregava vicino a lui sottovoce. Quando il sacerdote è uscito, Janek si è risvegliato e ha detto all’improvviso chiaramente: – Il sacerdote ha pregato. Sono felice. Adesso che ricordo quel tempo, le sue parole mi sembrano essenziali. Fu una confessione di fede. Al contrario di me, Janek fu sempre credente. E forse a volte basta soltanto questo, perché insieme con la sofferenza dell’agonia l’uomo sia redento.”

   Ero vicino a Jan quando è morto. Gli somministrai l’estrema unzione. La sua scomparsa sconvolse Anna nel profondamente, tanto che d’un tratto mutò la sua visione del mondo. La sofferenza si impossessò di lei a tal punto, che subito capì che doveva lottare con essa. Ricordo quando con la mente offuscata veniva nella chiesa delle suore della Visitazione. Aveva bisogno di parlare e fu allora che diventammo amici. Spesso visitavamo insieme la tomba di Jan al cimitero di Powązki. Girando tra le tombe parlavamo di fede, di Dio, di frammenti della Bibbia, di liturgia e anche di letteratura. Gli argomenti non ci mancavano mai. In questo c’era qualcosa di singolare. Visitavamo non solo le tombe di persone care, conoscenti e scrittori, ma anche quelle dimenticate e abbandonate. In Anna cominciò a destarsi la fede. Fui testimone della sua conversione e della sua crescita nella fede. Con commozione lessi nella sua “Agenda”: “Già da dieci anni camminiamo tra le tombe. Oggi padre Jan ha posato un mazzetto di lillà sulla tomba di Janek. Mi sono meravigliata che  ci fossero ancora i lillà. Noi veniamo e ce ne andiamo, e i fiori rimangono sempre uguali e hanno gli stessi nomi.” Forse la nostra amicizia contribuì alla sua conversione, ma non io l’ho convertita. Io non so convertire. Dio converte.

   Sia prima che dopo la conversione, Anna è sempre stata una persona saggia. Cercando Dio, esigeva molto da sé. Nella sua “Agenda” scriveva: “Affidarsi alla Ragione che supera la nostra ragione e al Mondo che circonda il nostro mondo. Non ridursi ai nostri limiti umani. Se non possiamo uscirne, dobbiamo avere almeno la consapevolezza della loro insufficienza (…) Credere è una fatica pazzesca, un lavoro arduo. Non l’ho mai capito come oggi.” Questa trasformazione, profonda e totale, non poteva non influire sulla sua creazione.  Le parole servivano ora non solo ad annotare giorno dopo giorno le sofferenze, ma erano anche un tentativo di sconfiggere la disperazione. Anna adesso vedeva diversamente i compiti dell’arte. Non desiderava accrescere il suo patrimonio poetico. Sapeva infatti che nessuna poesia è in grado di rendere la verità delle esperienze umane. Prendeva tuttavia la penna per dare un nome alla sua inquietudine ed esprimere la speranza ritrovata a fatica. Ogni parola espressa aveva il suo peso, racchiudeva l’enorme sforzo di un essere umano che cerca un senso. Sempre più importante nella vita di Anna diventava Dio. Nelle sue poesie dava testimonianza della conversione e si faceva strada attraverso le tenebre verso la luce. La sua lettura principale in quel difficile periodo era la Sacra Scrittura. Essa era anche l’argomento più frequente dei nostri colloqui.

   Ammiravo l’intelletto acuto e profondo di Anna. Insieme leggevamo e spiegavamo il Vangelo. Capita raramente di leggere il Vangelo con una donna. Anna era insolitamente sensibile ai bisogni umani. Era una madre buona e amorevole. Si preoccupava di  “riportare in superficie” i poeti dimenticati. Era una santa donna. Come poetessa diventò assai popolare negli ultimi anni della vita. Partecipammo insieme alle settimane della Cultura Cristiana a Varsavia. La invitavano spesso a diversi incontri nelle chiese. Adesso che non c’è più, ha perso la sua popolarità. Succede così dopo la morte…L’uomo muore due volte. Una volta fisicamente e un’altra volta quando muoiono i suoi amici. Ma ci sono momenti in cui a un tratto la memoria si ravviva. Norwid tornò a vivere dopo la morte. Przesmycki lo scoprì. E dopo anni di purgatorio salì in cielo.

    Non mi sono mai sentito maestro di Anna. La morte del marito l’aveva resa ancora più matura. Nei nostri rapporti esisteva la collaborazione: Dio dava ad Anna la maturità, e io avevo un certo qual ruolo accompagnandola nel suo cammino. Anna Kamieńska fu per me un dono di Dio. Ritengo che non ci siano incontri casuali. Dio mette sulla strada dell’uomo un amico, e solo dopo un certo tempo capiamo cosa voleva dirci tramite lui.

   Ho dedicato ad Anna la poesia “Sbrighiamoci…”. Adesso essa è molto popolare. Si adatta alle nozze e ai funerali. Le parole “Sbrighiamoci ad amare gli altri così presto se ne vanno…” sono diventate un noto aforisma. Recentemente l’ho sentito in sacrestia, dove è entrata una ragazza esclamando: – Voglio il matrimonio. Il più presto possibile. L’ho guardata con sospetto e le ho chiesto: – Perché tanta fretta? – Ha sentito, padre, quel detto: “Sbrighiamoci…”? Ebbene mi sbrigo, perché non mi scappi…Si dice che abbia scritto questa poesia dopo la morte di Anna. Non è vero, l’ho scritta qualche anno prima. Mi rispose con un’altra poesia, a volte conversavamo in versi.

   Un giorno all’improvviso si ammalò di cuore. Andò all’ospedale. Le fecero un’ottima diagnosi, tanto che poté subito tornare a casa. Reggeva nelle mani il certificato medico e con questo certificato è morta. “Mi sono sbrigata, ma non ho fatto in tempo ad amare…” – ecco la risposta di Anna alla mia poesia. L’amore può non essere reciproco. L’amicizia è sempre reciproca, perché altrimenti essa non esisterebbe. L’amicizia di Anna Kamieńska è stata per me un’amicizia non comune. Era un’amicizia soprannaturale. L’unica e più importante amicizia della mia vita, così nobile, così spirituale.

                                                                     ———————–

   Anna Kamieńska studiò filologia classica all’Università di Lublino e debuttò come poetessa nel 1945 sul settimanale “Odrodzenie” (“Rinascita”). Ha lasciato molte raccolte poetiche, racconti, saggi, traduzioni e alcuni libri per la gioventù, uno dei quali è “Książka nad książkami” (“Il libro dei libri”), uscito nel 1985. E’ una raccolta di racconti il cui tema è il Vecchio Testamento. Lo compongono 98 brevi capitoli (10 dei quali sono Salmi) dedicati a personaggi ed episodi di questa parte della Bibbia. Anna Kamieńska ne accentua gli aspetti umani, creando attorno alle varie figure un’atmosfera di grande lirismo e di partecipazione emotiva. Lo stile discorsivo e il linguaggio semplice ne fanno un testo in grado di offrire ai giovani un modo nuovo e avvincente di familiarizzarsi con il mondo e con il messaggio del Vecchio Testamento. Questo libro offre inoltre la misura della profonda conoscenza della storia e delle tradizioni ebraiche da parte della scrittrice – notabene Polacca al cento per cento – nonché del suo sincero amore per le stesse.

   Più volte premiata sia in Polonia che all’estero per la sua produzione letteraria, Anna Kamieńska è senza dubbio una delle figure più rappresentative della letteratura polacca del dopoguerra. Elemento dominante della sua creazione è l’umanitarismo, un’attenta sensibilità per le vicende e gli affanni umani, il desiderio di comprendere e di commiserare i più deboli e coloro che hanno bisogno di aiuto, espresso con una sincera fede nel ruolo sociale della parola poetica, nella forza redentrice della poesia. Vi si avverte un atteggiamento di solidarietà con l’uomo come essere sociale e biologico (frequenti i motivi della nascita e della morte), la tendenza a ricercare le fonti di un ordine morale permanente e dei valori estetici, soprattutto nella tradizione antica e cristiana, nonché nella cultura popolare.

   Un’intensa percezione del mondo, dell’ambiente, del fascino della vita, della natura, della ricchezza dell’esistenza e della sua mutabilità – ecco la sfera dell’ispirazione poetica di Anna Kamieńska. In questa mutabilità la poetessa cerca forme e leggi stabili che consentano di raggiungere l’armonia interiore. Motivi importanti di questa lirica sono quelli della famiglia, dei genitori, della madre, della maternità, nei quali la poetessa scorge la base dei sentimenti umani. Mezzo per superare il dramma della sofferenza e della morte  diventa l’amore – come forza naturale e biologica, l’amore destato dall’intensità dei sentimenti.

 

Ed ecco alcune poesie di Anna Kamieńska nella mia versione.

 

 

        Sbrigati…

       Sbrigati

        forse riuscirai ancora a dire

       cosa sonnecchia

        in un grande silenzio

        sbrigati

        forse riuscirai ancora ad amare

        ciò che sembra soltanto uno spazio

        sbrigati     

        forse riuscirai ancora a leggere

        una pagina del libro che si chiude

        sbrigati

        forse il tuo desiderio sarà ancora così forte

        che toccherai e sparirai al tocco

        ma sbrigati

 

 

 

 

 

 

La Pietà polacca

neve neve neve ed io

ho sui ginocchi il bimbo

d’un minatore fucilato

uno studente ucciso a randellate

ho le mani colme di morte

mi dondolo su di loro

la mia fronte tocca le fronti brinate

sono prigione io stessa imprigionata

come nel sonno non ho la borsetta

con i buoni per il banchetto funebre

cosa farò senza il permesso di vivere

senza passaporto senza kennkarte (1)

sospettata di ultima libertà

di soffrire

non ho in bocca né un grido

né saliva né bestemmia

solo l’ostia amara del silenzio

sulla lingua

 

(1)   Lasciapassare rilasciato dai nazisti

 

 

 Di me stessa

Sembra che mi stia spogliando di tutto

scrivo versi semplici come per bambini

e ancora mi pesa soltanto

il finto travestimento da vecchia

 

A lungo ho cercato la parola

ed era lì sottomano come cucchiaio

Sempre ho saputo cos’è più importante

più importante è l’amore

 

Questo scrivo quando sono andati tutti

persino lo sconforto se n’è andato

Ora potrei come l’aria

marcare in me stessa mari alberi e monti

 

Ora potrebbero attraverso me brillare

le erbe e volare le api

Logorarmi fino a tale trasparenza

che il gabbiano scorga attraverso me il guizzo del pesce

 

Nulla mi spaventa

perché il futuro più non mi serve

Del resto la parola amo

può averla soltanto il presente

 

Cos’altro

di me

Questo

è tutto

 

Morirò tutta

Non mi cerco nel verso

mi celo più in fondo

 

Non porto la metafora

come un cappello piumato

 

Invito a tavola gli amici

e i nemici più fedeli ancora

 

Morirò tutta ma da una parola dopo di me

crescerà l’albero del silenzio

 

E sopra lo strepito del mondo

sporgerà un attonito ramo

 

Non ci sono cose grandi

 

       Non ci sono cose grandi tranne quelle che sono piccole

e nulla è così importante come ciò che non è importante

come quando una madre mortalmente malata

sussurra là nella dispensa la marmellata per te

 

Il pino

 

Non ho scelto un solo elemento

li ho scelti tutti in un albero solo

aria terra fuoco acqua

nell’albero snello in cui infilavo

la nudità del sogno amore morte e pudore

ed esso ha preso il volo

e il cielo ha invaso col setaccio dei suoi rami

la terra ha stretto fra gli artigli

l’acqua ha lappato celando nel profondo

il fuoco dell’olocausto

oh come trasalì con tutti gli elementi

quando la fredda scure provò sulla pelle

come se si destassero in lui i lampi

dei temporali di primavera danzanti lungo il tronco

quasi segnali telegrafici

 

O pino dell’infanzia o mia casa abbattuta

o mia croce morente sotto il peso del corpo

 

 

 

 

 

Per

 

Per eludere la solitudine

per non pensare come giungere alla sera

per differire il verdetto dell’incurabile morte

per smarrirsi nella calca dei respiri

per dimenticare l’astuzia e il tradimento

per vedere dei felici e dei torturati

i baci e il pestaggio coi cavalli

per mescolare insieme passato e futuro

sperando che da essi sorga il presente

per celarsi allo sguardo dell’Ignoto

per non attendere una telefonata

per rinviare il tormento di stendere giudizi

per non sapere se fuori piove oppure nevica

perché il sole tramonti senza di noi

ossia senza alcun nostro aiuto

per ridurre al silenzio i pettegoli giornali

e il cuore che si affretta alla meta

per vivere non vivendo

partire non partendo

 

Per questo sediamo in un cinema con gli occhi asciutti

con un piatto respiro come se non ci fossimo

 

Povero corpo

 

Abbi pietà del povero corpo

perché è il più prossimo

dei tuoi prossimi

più strettamente unito a te

della donna

Ormai non sai più

dove finisce il corpo

dove cominci tu

 

Come bue e somaro

porta il tuo giogo

tollera la storpiatura la vecchiaia e va oltre

E’ lui che cerca il guado nel fiume del tempo

Il tempo che te stesso aggira

 

Povero corpo

il mondo intero ti offre da cinque finestre

e tu a lui per grazia da mangiare e da bere

e gli vieti il calore della mano umana

che financo il bue sente sul suo collo

 

Merita pietà la tua casa corporale

non aborrire la sua fedeltà sudata

Se è vero che in Dio c’è giustizia

anche la mite bestia del corpo sarà redenta

 

Poesia

 

La signora Zofia

Małynicz

grande attrice

corre con un impeto di bontà

con la foga nel cuore

da un’inferma con l’anca fratturata

a una morente di cancro in ospedale

Là toglie dall’argentea fronte il cappellino

gualcendo nelle mani la tremarella di trina

e all’inferma si rivolge coi miei versi

 

No no signora Zofia

non c’è nei miei versi

in tutta la nostra poesia una sola parola

per i morenti

ossia per tutti

 

Pane madre erba terra

qui non occorre molto

eppure ogni parola si spegne

come lampadina incurabilmente fulminata

 

Siamo morti le nostre parole sono morte

non siamo là dove cammina la limpida signora

Zofia dove per giunta dicono non c’è più speranza

 

Mi vergogno fino alla punta dei capelli

fino alle desinenze dei versi

fino a tutte le battute troppo facili

fino alle complicazioni inutili

pane madre erba terra

frutta silenzio acqua

 

O acqua viva acqua purificaci prima che sia tardi

dalla grande menzogna

che poesia non è

 

Preghiera di Lech Wałęsa in prigione

 

Madre Santa non ho più la piastrina

col tuo volto di Częstochowa

piangente nella neve di dicembre

E’ penetrata nell’intimo

assieme al dolore che c’è stato inferto

Di colpo T’hanno spinto in fondo all’anima

Là Ti ritrovo là m’inginocchio

con il popolo tradito martoriato

e là in silenzio veglio, veglierò

senti?: in me battono milioni di cuori

questa è la nostra supplica finché viviamo

Madre Santa Madre mia

Madre della nostra Madre natìa

dacci la forza di sopportare

dacci il bagliore della libertà e del vero

e perdona i nostri persecutori

quando noi non potremo

 

(Tutte le versioni sono di Paolo Statuti)

 

 

 

(C) by Paolo Statuti