Jiri Wolker

16 Feb


Jiri Wolker

 

   Subito dopo la fine della prima guerra mondiale un gruppo di giovani scrittori cechi, prevalentemente poeti, dettero vita a una corrente che fu chiamata «proletaria». Ne facevano parte, tra gli altri, Stanislav K. Neumann, Josef Hora, Jindřich Hořejší, Jaroslav Seifert, futuro Premio Nobel (1984) e, naturalmente, Jiří Wolker nato nel 1900 a Prostějov in Moravia – il rappresentante più tipico di questo indirizzo letterario. Essi sostenevano che poesia e letteratura dovessero tendere ad aiutare la classe proletaria nella lotta per il proprio riscatto sociale.

   Entusiasmati dagli avvenimenti russi, questi poeti desideravano cantare la rivolta contro quanto frenava o impediva la libera espressione delle attività lavorative e creatrici dell’uomo. Tale poesia attingeva la sua tematica dall’ambiente proletario e si riallacciava, sotto l’aspetto espressivo, alla tradizione popolare e alla poesia sociale.

   Nel 1921 Wolker dava alle stampe il suo primo volume di poesie «Host do domu» («Un ospite in casa») (1), cui faceva seguito, nello stesso anno, il poema «Svatý Kopeček» («La collinetta santa») (2).

   Dopo i funesti anni di guerra, questa poesia significava un sospiro di felicità e aveva il potere di riconciliare l’uomo anche con la morte:

                       Per l’uomo

                       è la terra come soffice letto.

                       Ti addormenti. Il cielo suona

                       l’avemaria,

                       il paese è bianco come di latte,

                       il cuore beve, la testa giace,

                       le nubi vanno senza briglie,

                       trascinandosi dietro il cielo.

   «Le fanciulle somigliano a tabernacoli», «il cielo tramite una goccia di rugiada poggia il suo palmo sul fiore», «la finestra è una nave di vetro», «gli occhi della fanciulla sono una piazzetta domenicale» – sono alcune delle numerosissime, originali immagini poetiche impiegate da Wolker e dettate dalla sua ricca, esuberante fantasia.            Scrive A. Wildová Tosi nel suo saggio «Affinità e dissonanze tra “Zone” di Apollinaire e “Svatý Kopeček” di Jiří Wolker»: « “Host do domu” è permeato di visioni da leggenda popolare, è pieno di santi e di angeli, ispirati al poeta dalla pittura degli ex-voto appesi sotto i portici del santuario di Svatý Kopeček, o venduti sulle bancarelle davanti alla chiesa. E’ un libro in cui la realtà della vita quotidiana è vista con gli occhi di un bambino, al quale un qualsiasi umile oggetto sembra ancora un miracolo ».

   Ma era un’epoca piena di incognite, di incertezze e tentennamenti anche per il giovane Wolker. Egli scrive all’amico poeta Antonín Matěj Píša: «Sono contento della tua amicizia. E’ un bene che ci siano persone che si è sempre sicuri di poter trovare. E soprattutto in questi tempi di terribile precarietà, in cui ogni cosa muta e si trasforma mille volte in un solo istante, – è necessario avere un punto d’appoggio sicuro, una stanzetta tranquilla, certezza, amore, e un sostegno, – due amici buoni e fedeli». E in un’altra lettera: «…ogni minuto che passa segna una tappa del doloroso distacco dall’adolescenza, dell’ingresso nell’età adulta…ogni istante ha un sapore diverso, un dolore diverso e il senso di una nuova scoperta. Vivo in una grande inquietudine e le poesie che ora scrivo per sopravvivere sono spezzate come mosaici». Il poeta sta vivendo la sua «ora grave» (3), la trasformazione del ragazzo in uomo: «…ho seppellito un cuore, ma di un secondo sono ancora privo…». Questo secondo cuore deve battersi: «I giovani artisti non vogliono solo criticare la realtà. Non vogliono neppure dipingere un futuro fiabesco. Vogliono battersi per il domani e la lotta è per essi il principale rapporto tra il presente e questo domani».

   Dice A.M. Ripellino nella sua Storia della poesia ceca contemporanea: …«Nel secondo libro “Těžká hodina”, i contrasti che s’erano timidamente annunziati verso la fine di “Host do domu” si fanno stridenti. Alla favola beata del primo libro egli sostituisce un controcanto mesto…il poeta penetra ormai nel groviglio di contraddizioni e ingiustizie da cui la società è afflitta…Wolker si rifugia nel socialismo – ampliamento della solidarietà cristiana del primo volume…».

   Il 20 agosto 1921 Wolker scrive a un altro amico, il poeta K. Biebl: «Frattanto mi tormento sempre più con me stesso. A Kopeček, nella verde solitudine, ho lottato molto. Perché, dovete sapere, è avvenuto ciò che scriveva Hora. Infrango l’illusione per poter cantare la vita». «Svatý Kopeček» – opera di commiato e di rottura – è la testimonianza letteraria più eloquente di questo periodo di trasformazione, di indurimento interiore.

   Anche B. Meriggi nel suo saggio «Jiří Wolker da “Host do domu” a “Těžká hodina”» si sofferma su questo momento di rottura nell’arte del poeta: «In “Host do domu” sono già abbozzati i motivi tormentosi e contrastanti di “Těžká hodina”. Perfino il concetto della divinità prelude già alla seconda raccolta di poesie: non è infatti, il dio di “Host do domu”, un dio inteso misticamente nella profondità del cuore e del sentimento, ma è un dio umanizzato che va in giro per il mondo «come un mendicante, con la bisaccia e il bastone, a chiedere agli uomini di aprire il cuore all’amore».

   Alla fede in un regno celeste, troppo vago e lontano, Wolker contrappone ora la fede in una concreta società umana basata sull’amore fraterno. «Oggetto della nostra fede non sono dio e gli dei, ma l’uomo e il mondo. Il medioevo credé ardentemente nell’astratto. Noi crediamo ardentemente nel concreto», scriverà il poeta nella sua conferenza «Proletářské umění» (“L’arte proletaria”). Egli cerca di abbandonare la lirica per l’epica, e il 1 luglio 1921 scrive a Píša: «M’apro la strada verso l’epica. Mi sembra che il tempo presente la voglia, essendo saturo di lirica. Saturo di un tipo di uomo che parla continuamente soltanto di sé…La lirica è stasi e l’epica è azione».

   Nella «Ballata del sogno» si nota la contrapposizione simbolica cuore-mani, che rispecchia il passaggio dalla fede nella forza redentrice dell’amore alla fiducia nella validità di concrete azioni miranti a trasformare la società. L’amore stesso non è più concepito come l’appagamento di una inclinazione personale, ma come un enorme abbraccio che stringe tutto il mondo.

   Rileva ancora A.M. Ripellino: «L’irruzione di elementi spettrali nell’universo di Wolker crea un clima favorevole alla ballata…Wolker trovò l’elemento orrido e irrazionale, che è il presupposto di ogni ballata, nella miseria delle classi diseredate e nelle allucinazioni della propria malattia». Dal mondo tranquillo e silenzioso delle cose e della natura, il poeta è passato in quello travagliato e rumoroso degli uomini che si battono, e che evocano nella sua fantasia l’immagine del soldato e della lotta. La «Ballata del sogno» si chiude, ad esempio, con la visione di una marcia bellicosa: «Dalle fabbriche gli operai vanno incontro al domani, – con loro Jan e Maria, – i santi stringono un giglio, – gli uomini martelli e spade; – quando un grande sogno cade, – molto sangue scorre».

   L’immagine del mondo migliore per il quale bisogna condurre la lotta appare già in tutta la sua concretezza nel sogno di Jan nella stessa ballata: «Scomparsi i palazzi, i solai malandati, – i mendicanti infelici ed affamati, – in un mondo senza miseria, senza brame, – andavano buone e semplici folle umane, – audaci come montatori. – sagge come ingegneri, – che creano ponti di strofe e di note – e soprattutto di cemento armato, – per unire terre e dimore, – per legare cuore al cuore».

   Nel mezzo del suo intenso lavoro di creazione sopraggiunge la malattia, ma la morte non spaventa il poeta:

 

Quando morrò, nulla accadrà nel mondo, nulla cambierà,

ma io perderò la mia miseria e muterò del tutto,

sarò forse albero, forse bambino, o forse mucchio di pietre, chissà,

la morte non temo, non è cattiva, di vita grave la morte è solo un flutto.

 

   Wolker affronta la lunga, penosa malattia, virilmente, senza romanticismi, senza autocommiserazioni, solo addolorato profondamente dalla solitudine cui il male lo condanna. Il disperato bisogno del poeta di avere accanto a sé un essere attraverso il quale stabilire un contatto con il resto del mondo, è alla base delle angosciose invocazioni che egli di continuo lancia alla madre dal sanatorio, affinché lo vada a trovare. E sul letto di morte, ai compagni che «vanno a combattere per la giustizia, – …vanno a combattere e nessuno manca», egli dirà: «Perché non posso venire con voi, compagni? – Perché debbo morire, mentre avrei voluto cadere?». Il 3 gennaio 1924 Jiří Wolker si spense nella sua casa, a Prostějov, dove era stato trasportato agonizzante il 30 dicembre, stroncato da una grave forma di tubercolosi. Aveva fatto in tempo a scrivere il proprio epitaffio:

Qui giace Jiří Wolker, poeta che amava il mondo

e che per la giustizia andò a battersi.

Prima d’aver potuto sguainare il cuore,

morì, giovane di ventiquattro anni.

                                                                       Paolo Statuti

 

(1) Titolo improntato a un detto ceco: un ospite in casa è dio in casa.

(2) Era il nome di un santuario che sorge su una collina boscosa non lontano da Olomouc

    (negli anni cinquanta il nome fu laicizzato in «Kopeček», e tuttora si chiama così).

    La nonna materna di Wolker vi possedeva una villetta, nella quale fino al 1922 il poeta

    trascorreva l’estate assieme alla famiglia.

(3) In ceco: «Těžká hodina». Va notato che il diminutivo «těžká hodinka» è usato in ceco

     per indicare il travaglio del parto.

Cinque poesie di Wolker nella mia versione

 

O poeta va lontano

 

O poeta, va’ lontano!

Getta via tutto – solo con la vanga torna

per vangare questo campo dal cimitero all’orizzonte!

A sera semina qui amore ed umiltà,

perché sbocci un mattino d’oro e radioso,

cui mancherebbero i poeti,

perché ogni uomo

saprebbe piangere e cantare.

1920

 

 Le cose

 

Amo le cose, compagne silenziose,

perché tutti le trattano

come se non fossero vive,

ed esse invece vivono e ci fissano

come cani fedeli intensamente

e soffrono

che nessun uomo parli loro.

Son troppo timide per attaccar discorso,

tacciono, aspettano, tacciono,

eppure

vorrebbero tanto conversare un po’!

 

Per questo amo le cose

e con esse tutti il mondo.

1920

 

Nel giardino dei miei amori

 

Nel giardino dei miei amori mi strappavo con mani furenti

centinaia di fiori di leggiadro aspetto.

Pensavo: Così almeno non li sciuperan della sorte i venti

ed io li intreccerò per farmene un mazzetto.

 

Ma ora sto qui pensieroso e parlar non posso.

L’ aroma d’un fiore gli occhi mi chiude.

Dolce veleno. La morte già mi punta gli occhi addosso

e presto m’immergerà nella sua palude.

1918

 

La cassetta postale

 

Una cassetta postale all’angolo della via

non è una cosa qualunque.

Fiorisce d’azzurro,

la gente l’apprezza molto,

le si affida interamente,

letterine d’amore vi getta da ambo i lati,

da un lato tristi, dall’altro allegre.

 

Come polline son le lettere bianche

e aspettano treni, navi e persone,

perché come fa il vento e il calabrone le spargano lontano,

– là, dove sono i cuori,

gli stimmi rossi

celati nel calice rosa.

 

E allor che le lettere giungeranno in essi,

vi cresceranno frutti

dolci oppure amari.

 

Innamorato

 

Un povero – ero io stesso –

un dì le ha chiesto:

«Che mi darà, signorina, dei suoi preziosi beni,

chiusi nelle labbra rosse e nei bianchi seni?».

 

Sulla strada c’è fango

e il cuore è digiuno,

si deve amare qualcuno,

l’uomo è solo e spaurito;

tra la gente s’è smarrito.

 

Provo e riprovo,

le parole non trovo,

che porrei, o donna, nel tuo palmo vuoto,

umile e devoto,

come la mamma pone sul desco

i piatti per cenare.

Povero e ricco non si possono stimare.

 

Era così bella,

guardava e non vedeva.

Occhi d’oro ella aveva,

come vetrine d’oreficeria,

che urlano alla strada

mendicante e ladra.

1921

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

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