Cyprian Kamil Norwid

15 Feb

Poesie di Cyprian Kamil Norwid tradotte da Paolo Statuti

 

A Verona

Dei Capuleti e dei Montecchi le magioni,

Slavate dalla pioggia, squassate dai tuoni,

Cyprian Kamil Norwid

L’occhio mite dell’azzurro osserva.

Si posa sui ruderi dei manieri avversi,

Dei giardini scorge i cancelli riversi,

E lascia piovere una stella.

I cipressi dicono che per Giulietta,

Che per Romeo, una lacrima da un pianeta

Cade, e nelle tombe discende;

Ma la gente dice, e dice accortamente,

Che non sono lacrime, ma pietre,

E che nessuno le attende!

La mia canzone (II)

Per quel suolo, ove un briciolo di pane

Raccolgono da terra in onore

Dei favori del Cielo…

                                 Ho rimpianto, Signore…

Per quel suolo, ov’è peccato grave

Sciupare un nido di cicogne o un fiore

Perché a tutti giovano…

                                  Ho rimpianto, Signore…

Per quel suolo, ove il primo saluto,

Come l’eterno verbo del Buon Pastore –

E’:  “C h e  t u  s i a  l o d a t o !”

                                   Ho rimpianto, Signore…

Ho rimpianto per una cosa ancora,

Che oramai non so più dove dimori,

Altrettanto innocente…

                                    Ho rimpianto, Signore…

Per il non-rimpianto e per il non-pensare,

Per quei che parlano senza timore,

Rifuggendo le ombre…

                                    Ho rimpianto, Signore…

 

Per il luogo, ove nessuno a me bada –

E così pur sia, benché col mio amore

Ciò non accada!…

                                     Ho rimpianto,Signore…

*  *  *

Sempre da te, come da resina ardente,

Stracci infocati si levano intorno;

Bruciando non sai, se libero diventi,

O se ciò che è tuo sarà dissolto.

Rimarranno cenere e caos soltanto,

Che nell’abisso con veemenza cade?

O rimarrà nella cenere un diamante,

Mattino di vittoria immortale…

da: “Nel libro dei ricordi”

 

Monologo

 

Le preghiere vanno e tornano – nessuna è inascoltata.

Tutte sono esaudite, per questo ciascuna di esse ritorna.

E ciascuna di esse ritorna, perché tutte vengono dall’amore.

Chi ha lavorato per l’Amore, con amore poi lavorerà.

Questa è la felicità. – Un’altra felicità non c’è.

Qui è tutto il diletto dell’amicizia.

Qui è tutta la soddisfazione e la sicurezza di sé.

Qui è tutta la serenità.

*

Ma chi ha lavorato per l’Amore – come Te, che hai voluto diventare

Uomo per questo lavoro?

Che eri triste fino alla morte, pur amando sempre?

Che non avevi dove posare il capo, o Re del mondo intero.

Tradito dalla natura e da Dio stesso abbandonato,

ma non deposto – Dio.

Egli è la vittoria dell’Amore!

Santo, Santo! – così cantano nei Cieli e sulla Terra.

Santo, Santo! – nello spazio dov’è l’unica vera armonia!

Santo nei cori di tutti gli Angeli.

E dove gli Angeli-custodi ricevono questo “santo” dall’uomo –

e dove ha fame il dolore non riposto nella preghiera,

e dove soltanto la tristezza stessa è la santità del silenzio.

Anche là santo, e ovunque!

(1846)

 

Cyprian Kamil Norwid: Con le destre gonfie per gli applausi…

 

   E’ una poesia di carattere autotematico. Scritta nel 1858 e inserita nella raccolta Vade-mecum, contiene alcune riflessioni di Norwid sulla propria creazione, rispetto alla poesia romantica, e sul proprio programma poetico. Egli ritiene che la nazione sia ormai stanca della poesia che ha espresso idee nobili, ma impossibili da realizzare, e aspira ad azioni concrete, perché nella Patria  regna l’oscurità e non si aspettano nuovi talenti letterari. Egli ricorda anche che nel momento del suo debutto poetico i grandi romantici avevano già una posizione consolidata ed erano celebri. Afferma anche che da loro non ha ereditato nulla, trovando in essi soltanto noia e idee superate. Si è sentito erede di convenzioni sociali e salottiere, dove non c’è posto per emozioni e sentimenti veri e sinceri. Si sente isolato ed estraneo. Durante il suo peregrinare osserva la gente con lo sguardo fisso solo al passato, cercando in esso i supremi valori. Aspira a un futuro ideale, ma sa che la strada che conduce ad esso passa attraverso il corrotto presente. Con rammarico afferma che i suoi contemporanei non si avvedono di ciò che egli vuole trasmettere loro con le sue opere, non capiscono le verità e le allusioni contenute in esse. Tuttavia è consapevole che la sua creazione sarà apprezzata dalle future generazioni. Norwid dice di scrivere “il diario di un artista”, e di essere in grado di superare le difficoltà della sua vita e delle sue ricerche. Ecco questa poesia nella mia versione.

 

Con le destre gonfie per gli applausi…

 

Con le destre gonfie per gli applausi, dal canto

Annoiato, il popolo chiamava all’azione:

Sospiravano ancora i leggiadri lauri,

Presentendo i lampi coi loro rami.

Nella Patria ovunque lauro e oscurità

E non si dava più spazio e nemmeno tempo

Ai nati e ai nascituri non attesi,

 

 

Quando il dito di Dio apparve su di me;

Senza dire quante cose esso compie,

Mi ordinò: “Vivi nel deserto della vita!”

 

Per questo da voi… o lauri, non ho preso

Una sola foglia, né un frammento di essa,

Tranne forse l’ombra fredda sulla fronte

(Ciò che non dipende da voi, ma dal sole…).

Nulla ho preso da voi, nulla, o giganti!

Tranne le strade coperte di assenzio e cicuta,

E la terra arsa dall’anatema, e la noia…

Solitario sono entrato ed erro oltre.

 

Di quelli rivolti al passato non compreso

E ammirato – ne ho incontrati molti!

Ho messo il tallone in speroni arrugginiti

Nei sentieri, dove tanti sono caduti!

Più volte la vecchia Usanza ho avversato,

Che mostrava i denti alla nuova alba;

Che si copriva la testa di polvere,

Per prolungare la notte e sognare ancora.

 

Di donne stregate da morte formule,

Ne ho conosciute a migliaia, e mi rattristava

Aver visto tante grazie – insensibile!

Guardandole con occhi senza passione.

Di qualcuna toccai la mano di marmo,

Mossi le pieghe dell’abito di pietra,

E la farfalla notturna sulla sua testa

Tremò e cadde…e sparirono – assonnate…

 

E niente… ho preso da loro per il mio cuore,

Fattomi verso di loro – com’esse – inerte,

Come loro così gentile e nessuno,

Che la felicità mi è sempre più incompresa!

Perché dunque nella Domenica – sazietà

Sono giunto per trovare e lasciare… tanto?

Avendo messo sul cuore solo l’abito –

Non voglio e non mi degno di chiedervi: Boia!…

 

Scrivo – sì! a volte… scrivo attraverso Babilonia

A Gerusalemme – e le lettere arrivano –

Non m’importa se ciò che dico è sbagliato

Oppure no… scrivo il diario di un artista –

Scribacchiato e chinato in se stesso –

Folle!…ma tuttavia vero e reale!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

Mio figlio mi ignorerà, ma tu ricorderai,

O nipote, ciò che oggi viene letto in fretta

Durante il regno del Panteismo – stampa,

Con l’ausilio dei caratteri di piombo;

E come accadeva sul selciato romano,

Avendo sotto i piedi le catacombe,

Sulla fronte il sole e  fiducioso nell’errore –

Egli rileggerà ciò che tu leggi oggi,

E mi ricorderà… quando non ci sarò più!

 

1858

 

Rapsodia funebre in memoria di Józef Bem (1)

 

“…Iusiurandum, patri datum, usque

ad hanc diem ita servavi…”  (2)

 

I

– Perché, ombra, ti allontani, le mani sulla corazza,

Con le torce che intorno ai ginocchi sprizzano faville? –

La spada verde di lauro dai ceri accoglie le stille,

Un falco si stacca e il tuo cavallo fa un passo di danza.

– Sventolano e si toccano tra loro gli stendardi vibranti.

Come tende di eserciti sotto il cielo erranti.

Lunghe trombe singhiozzano disperate e i vessilli

S’inchinano dall’alto con le ali abbandonate,

Come draghi, rettili e uccelli da lance trafitti,

Come le molte idee che con le lance hai afferrate…

 

II

 

Vanno le donne afflitte: alcune, le braccia alzando

Con profumati covoni che il vento in alto scompiglia,

Altre, il pianto dal viso raccolgono in conchiglie,

Altre invece la strada fatta secoli fa cercando…

Altre infine gettano in terra grandi vasi di argilla,

Il cui crepitare nel rompersi ancora più rattrista.

 

III

 

Ragazzi battono le asce azzurre nel cielo terso,

Valletti servitori battono gli scudi arrossati,

Un vessillo enorme si dondola nei fumi immerso,

E la lama della lancia sembra al cielo appoggiata…

 

IV

 

Entrano in una gola…riappaiono nella luce lunare

E nereggiano nel cielo, una fredda luce li sommerge

E brilla sulle lame come stella che non può cascare.

Il canto a un tratto cessa e poi come onda riemerge…

 

V

 

Oltre – oltre – verrà il tempo di ritrovarsi nelle bare

E in agguato oltre la strada vedremo un nero burrone,

Che l’umanità non troverà il modo di superare,

Col tuo corsiero useremo la lancia come vecchio sprone…

 

VI

 

Trascineremo il corteo, lamentando le città addormentate,

Battendo alle porte con le urne, fischiando sulle asce intaccate,

Finché le mura di Gerico come tronchi si abbatteranno,

I cuori rinveniranno, la muffa dagli occhi i popoli toglieranno.

 

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

Oltre – oltre…

 

—————————————————————–

(1) Józef Bem (1794-1850) – generale dell’esercito polacco, prese parte all’insurrezione di novembre del 1830-31 contro l’Impero russo. Guidò anche l’insurrezione ungherese nel periodo delle guerre d’indipendenza del 1848-49.

(2) I giuramenti fatti a mio padre ho mantenuto fino ad oggi. (Annibale)

 

La larva *

 

1

A Londra sul viscido selciato,

Nella nebbia bianca e sublunare –

Più persone tu vedi passare,

Ma la riconoscerai, spaventato.

 

2

Ha la fronte nelle spine? o nel pattume?

Non si può dire di preciso;

Ha sulle labbra i sussurri di un prodigio

Del Cielo…? o un’empia schiuma…!

 

3

Il libro della Bibbia, diresti tu,

Nel fango si sta rotolando –

E nessuno lo degna d’uno sguardo,

Non è tempo di pensare alla virtù!

 

4

Sconforto e denaro – questo solamente

Nel bianco dei suoi occhi io vedo,

Da dove viene?…è un suo segreto,

Dove va?…forse verso il niente!

 

5

A tale strega somiglia l’umanità,

Che versa lacrime e deride ora;

E solo il “sangue” conosce della storia!

E il “denaro” solo – della società!

1861-62

* Nel gergo varsaviano del XIX secolo la parola “larva” era sinonimo di prostituta (di qui l’immagine della Bibbia che si rotola nel fango – allusione chiara per i varsaviani dell’epoca di Norwid).

(In questo blog vedi anche “Una vita tormentata e raminga” con “Il pianoforte di Chopin”)

 

(C) by Paolo Statuti

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2 Risposte to “Cyprian Kamil Norwid”

  1. Lidia settembre 2, 2015 a 12:23 pm #

    In un recente viaggio in Polonia un amico mi ha parlato del Monologo di C.K.Norwid, ma in Internet non sono riuscita a trovare la traduzione in italiano (solo una pessima traduzione dal traduttore automatico) e non so in quale opera è inserito. Mi può aiutare a conoscere meglio questo scritto? Grazie

    • Paolo Statuti settembre 2, 2015 a 1:44 pm #

      Gentile Lidia, non ho trovato la traduzione italiana di questa bella poesia di Norwid, ma se ha un po’ di pazienza la tradurrò io. Cordiali saluti. Paolo

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